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Rivista trimestrale di architettura e cultura del progetto fondata nel 1959 Terza edizione • anno XXXIV • n. 3 Luglio/Settembre 2026 Registrazione Tribunale di Verona n. 1056 del 15/06/1992 Direttore responsabile: Amedeo Margotto ISSN 2239-6365
REDAZIONE
EDITORE
Ordine degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori della provincia di Verona
Alberto Vignolo (direttore) Federica Guerra, Angela Lion, Leopoldo Tinazzi, Filippo Romano, Marzia Guastella, Alice Lonardi, Giorgia Negri, Elisa Casarotto, Fabio Bragantini, Luca Ghirardo, Marta Bazzotti, Martina Dussin
Via Santa Teresa 2 — 37135 Verona T. 045 8034959 architetti@verona.archiworld.it https://architettiverona.it/
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CONSIGLIO DELL’ORDINE
www.happycentro.it
Amedeo Margotto (presidente) Alberto Vignolo (vice presidente) Anna Righetti (segretario) Daniel Mantovani (tesoriere) Stella Gelmini Andrea Alban Leopoldo Tinazzi Martina Ceschi Katia Rigo Francesca Benati Lorella Marconi Claudia Fattori Fabio Pasqualini Giovanni Cenna Alice Lonardi (consiglieri)
Gli articoli e le note firmate esprimono l’opinione degli autori, e non impegnano l’editore e la redazione del periodico. La rivista è aperta a quanti, architetti e non, intendano offrire la loro collaborazione. La riproduzione di testi e immagini è consentita citando la fonte.
ART DIRECTION, DESIGN & ILLUSTRATION
DISTRIBUZIONE
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La rivista è distribuita gratuitamente agli iscritti all’Ordine degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori della provincia di Verona e a quanti ne facciano richiesta all’indirizzo:
EDITING & IMPAGINAZIONE
AV studio
https://architettiverona.it/distribuzione/ CONTRIBUTI A QUESTO NUMERO
CONCESSIONARIA ESCLUSIVA PER LA PUBBLICITÀ
Luciano Cenna, Lorenzo Linthout, Matteo Lorenzi, Lorella Marconi, Andrea Masciantonio, Michela Morgante, Gianni Perbellini
Cierre Grafica Paolo Pavan: T. 348 530 2853 info@promoprintverona.it
STAMPA SI RINGRAZIANO
Cierre Grafica
Ketty Bertolaso, Vittorio Cecchini, Michele De Mori, Michele Mascalzoni, Luisella Zeri
www.cierrenet.it
INDICE
EDITORIALE Una serie di opere murarie d’inconfondibile originalità
Alberto Vignolo
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Il sacello ritrovato
Marzia Guastella
032
Abitare, studiare, ristrutturare
Angela Lion
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Fare luce su Scarpa
Lorella Marconi
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Uno sguardo dal ponte
Matteo Lorenzi
044
Autobiografia non scientifica
Federica Guerra
046
Permesso di demolire?
Alberto Vignolo
048
Benvenuti a Sambonifacio
Andrea Masciantonio
049
Ci mette il becco LC. La quadratura del Circolo
Luciano Cenna
051
La terra dei forti
Gianni Perbellini
054
Per una storia del professionismo
Michela Morgante
068
La misura dell’ordinario
Filippo Romano
082
Dittico borgotrentino
Marta Bazzotti
092
Un’idea di abitare
Luca Ghirardo
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Contenitore di progetto
Federica Guerra
112
Sul filo della città
Alberto Vignolo
126
ODEON
DOCUMENTI
PROGETTI
PORTFOLIO
In copertina e a lato: particolare del fronte del Silos di Levante a Santa Marta, Veronetta. Foto: Studio Cento29. Elaborazione: Happycentro.
UNA SERIE DI OPERE MURARIE D’INCONFONDIBILE ORIGINALITÀ
EDITOR Testo: Alberto Vignolo
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Anche se questo numero, una volta arrivato negli studi e nelle case, troverà probabilmente ad accoglierlo un incipiente autunno – mentre il “folletto” digitale pare destinato a viaggiare ancora con la lunga, estenuante Grande Calura estiva è ancora tempo di riflettere su quello che è diventato un tradizionale appuntamento di fine agosto. L'incontro che la nostra rivista e l'Ordine di Verona, ospiti come sempre della accogliente “magnifica cornice” del Film Festival della Lessinia1, organizzano a Bosco Chiesanuova è infatti diventato dal 2022 una attesa consuetudine per molti. E non si deve pensare solo al rituale, che pure ha un suo perché, né a una mera presa d'atto geografica di una parte del territorio su cui è mirato il nostro cannocchiale, cui far convergere le nostre attività in consonanza con la competenza giurisdizionale ordinistica. Il senso della presenza a Bosco con l'impegno rinnovato e rinsaldato ogni anno a parlare di vari aspetti dell'architettura della Lessinia nasce in realtà da una radice profonda, un riconoscimento e un senso di appartenenza che è maturato a partire da un contributo che comparve, in tempi indubbiamente pionieristici, proprio sulle pagine di questa rivista. Eravamo negli anni eroici della sua fondazione: correva infatti l'anno 1960 quando, sul numero 9 della prima serie, veniva
pubblicato un contributo dal titolo Architettura nei Lessini: a firmarlo era Licisco Magnagnato giovane ed energico direttore dei Musei Civici di Verona, che con la redazione di AV aveva frequenti contatti, che avrebbero portato tra l'altro all'organizzazione di uno storico convegno sullo Sviluppo e difesa di Verona, tenuto alla Gran Guardia nel 1962. Ma intanto, in parallelo al restauro e riallestimento del Museo di Castelvecchio, i cui lavori affidati a Carlo Scarpa sono allora in pieno svolgimento2, Magagnato trovava il tempo di aprire una ricerca del tutto inedita e originale tanto quanto il suo soggetto, definito in apertura “una serie di opere murarie d'inconfondibile originalità”. Definizione che può far sorridere per la sua genericità – opera muraria è genericamente inteso un insieme di lavori edilizi, più che l'espressione di un pensiero architettonico – eppure viva, concreta e sufficientemente ampia da contenere gli esempi di quell'architettura spontanea tipica, per l'appunto, dei Monti Lessini. Questa prima presa d'atto avrebbe portato di lì a poco alla mostra Architettura nei Monti Lessini (Palazzo Forti, settembre 1963), con un ulteriore affondo riportato nel catalogo omonimo3 edito da Neri Pozza su I villaggi di pietra della Lessinia occidentale, saggio che si apre con la riproduzione integrale dell'articolo uscito su Architetti Verona. 2026 #03
Ritornando sull'incontro di fine agosto a Bosco Chiesanuova e sull'antica attenzione di questa rivista per l'architettura della Lessinia
ORIALE Al di là della rivendicazione quasi “sindacale”, Magagnato aprì con l'articolo e la mostra una ricerca che, assieme all'appello per la difesa di queste opere murarie – “il crescente benessere minaccia di intaccare anche l'autenticità di queste zone un tempo appartate, e oggi assalite da strade che sfondano vecchi muri, classiche borgate, intatti paesaggi” – contiene la presa d'atto del loro valore intrinseco, perché “la prima opera di difesa è costituita dalla coscienza del fatto storico, del fenomeno culturale di fronte al quale ci troviamo”. Ed è proprio attorno a questa consapevolezza critica che si sono costruiti, negli anni, i nostri incontri al Film Festival della Lessinia: ragionando dell'architettura rurale tra tutela del territorio, paesaggio e possibili espressioni contemporanee, presentando temi ed esperienze di progetto assieme a esperienze di recupero di antichi borghi e di architetture nell'arco alpino; poi ancora parlando dell'architettura di vacanza che la ricerca di benessere, svago e sport tra i boschi e i pascoli della Lessinia, iniziata circa un secolo fa, è oggi sempre più spinta dai mutamenti climatici, causando una dinamica che pone degli interrogativi circa la conservazione del grande patrimonio dell'architettura di pietra. Infine, siamo tornati in un certo senso all'origine, ovvero alla mescolanza di tecniche, materiali e linguaggi costruttivi di146
versi, dal cólto al vernacolare, che hanno dato forma all'architettura della Lessinia, con la sua forte connotazione litica: come mostrato in maniera esemplare nel volume Lessinia di pietra 4 di Vincenzo Pavan, presentato quest'anno nella medesima cornice di Bosco Chiesanuova. Un altro cerchio che si chiude: lo stesso Pavan infatti, giovane studente di architettura, era stato coinvolto da Magagnato per la mostra di Palazzo Forti del 1963, alla quale collabora per i disegni, le foto e l'allestimento, e con un contributo in catalogo sulle Strutture urbanistiche nei monti Lessini. Da allora, la sua ricerca tra contrade e pascoli è continuata, come dimostra il libro, e possiamo dire che inevitabilmente continuerà. E anche Architetti Verona non potrà mancare di ospitare altri contributi che mettano in luce ancora una volta l'inconfondibile originalità dell'architettura di pietra della Lessinia. •
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La manifestazione, giunta quest'anno alla 32esima edizione, riunisce a fine agosto a Bosco Chiesanuova un gran numero di iniziative, incontri, convegni, testimonianze, momenti conviviali eccetera, attorno alla proiezione dei film in concorso: il tutto sotto lo sguardo vigile del direttore artistico Alessandro Anderloni. Bisognerà arrivare al 20 dicembre 1964 per la riapertura del museo dopo la fase più ampia del progetto Scarpa.
Chi abbia modo di vedere quel catalogo troverà una somiglianza non casuale con i coevi numeri di AV: copertina e impaginazione sono infatti a opera di Giorgio Bonagiunti, che svolgeva le medesime mansioni per la rivista. Cfr. Nel segno di AV, in AV 135, pp. 101-104. Il volume, pubblicato dal Parco Naturale Regionale della Lessinia, è disponibile anche in un'edizione commerciale per i tipi di Gianni Bussinelli Editore.
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Progetti di recupero tra patrimonio storico e usi contemporanei, ammodernamento tecnologico e riappropriazione simbolica, letture e pratiche della città.
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Il sacello ritrovato Testo: Marzia Guastella Un intervento sul patrimonio storico locale restituisce un’importante traccia della Verona medievale. Tra le esperienze condivise nella quattordicesima edizione dell’International Conference on Structural Analysis of Historical Constructions (SAHC 2025) figurava anche un progetto veronese che ha restituito valore e decoro a un bene del patrimonio storico-artistico locale: il sacello di San Michele1, singolare testimonianza di architettura rupestre scavata alle pendici del monte Costiglione, nel quartiere Veronetta. Per lungo tempo, questo luogo sacro ha nutrito l’interesse della comunità scientifica in virtù delle rare pitture parietali, rivelatesi fondamentali nella formulazione delle prime ipotesi cronologiche sulla costruzione2. Tuttavia, in tempi più recenti, gli studiosi hanno approfondito anche aspetti archeologici, urbanistici e religiosi, dimostrando una rinnovata sensibilità verso l’intero sito, che versava ormai in avanzato stato di abbandono e degrado. 01
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In questo contesto, si inserisce l’intervento di restauro e consolidamento strutturale commissionato dal Comune di Verona – proprietario del bene – e finanziato dal Ministero della Cultura nell’ambito del PNRR. Il progetto – coordinato dall’architetto Massimo Donisi in collaborazione con gli ingegneri Elena Manzoni per gli elementi strutturali, Andrea Pettinaroli e Paolo Caffaro per il consolidamento geotecnico – ha delineato le operazioni per il miglioramento sismico dell’antico complesso, la cui odierna struttura si configura come l’esito delle vicende legate alla vicina chiesa dei Santi Nazaro e Celso. Tale relazione emerge chiaramente dallo studio del muro di tamponamento meridionale realizzato nel Quattrocento a seguito delle opere di rinnovamento del monastero, che resero necessaria la demolizione della porzione del manufatto sporgente dal versante. Le iniziative edilizie di quell’epoca e l’impiego della pietra locale proveniente dalle cave del monte Costiglione alterarono l’assetto topografico dell’altura e l’immagine del sacello, che subì un progressivo declino dal quale furono tuttavia salvaguardate le preziose pitture. Infatti, dopo la settecentesca soppressione dell’istituzione monastica e la successiva trasformazione dell’area in zona industriale3, sul finire dell’Ottocento furono intraprese importanti azioni di tutela su impulso dello storico Carlo Cipolla: gli affreschi furono strappati e conservati fino agli anni Novanta del secolo scorso, quando la direzione dei Civici Musei d’Arte e Monumenti promosse il recupero dell’unitarietà dei frammenti4 per renderli fruibili alla cittadinanza attraverso l’allestimento di una sala presso il Museo degli Affreschi «G.B. Cavalcaselle»5. Sebbene non sia possibile ricostruire con certezza l’assetto planimetrico della costruzione originaria, alcune rappresentazioni, realizzate tra il XVIII e il XIX secolo, suggeriscono un complesso rupestre disposto su più piani e accessibile anche dall’alto attra2026 #03
verso una scala scavata lungo il fianco occidentale del monte. L’antica configurazione risulta parzialmente desumibile tramite gli elementi conservati: un atrio che introduce nel piccolo spazio celebrativo costituito da una limitata porzione dell’aula riservata ai fedeli e dal presbiterio, entrambi caratterizzati da una pavimentazione musiva. Il deterioramento del manufatto risultava determinato da una combinazione di fattori intrinseci, relativi ai caratteri tecnico-costruttivi, ed estrinseci quali fenomeni erosivi, processi biologici e trasformazioni antropiche. Ogni aspetto è stato vagliato mediante indagini conoscitive e diagnostiche, supportate dal contributo storico-scientifico fornito dal Dipartimento di Culture e Civiltà dell’Università di Verona. Tra i vari problemi riscontrati, l’umidità e le infiltrazioni d’acqua costituivano i principali fenomeni di degrado che, insieme all’esteso quadro fessurativo, alteravano il comportamento statico della costruzione.
“Una proposta di valorizzazione del sito [...] consentirebbe di esplorare le cavità rupestri, raggiungere la terrazza verde e accedere al sacello dall’alto”
01. SS. Nazaro e Celso: planimetria del sacello, disegno di G. Cristofali (BCVR, ms. 1002, 1.m.91, cartella S. Nazaro tav. 6)*. 02. Facciata dell’antica chiesa di SS. Nazaro e Celso, incisione (BCVR, Sez. Stampe, 1.h.101)*. 03. L’ingresso al sacello dal cortile dell’Istituto Professionale in un’immagine post intervento.
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La condizione era ulteriormente aggravata dalla presenza di una rigogliosa vegetazione spontanea, le cui radici si insinuavano negli elementi strutturali, ampliando progressivamente le lesioni e accentuando la discontinuità della compagine muraria, ripristinata con un intervento di cucitura armata che ha interessato le pareti rocciose, il muro quattrocentesco, i soffitti e il sistema voltato; su quest’ultimo gravava, inoltre, il carico della copertura costituita da un massetto cementizio e un riempimento di inerti sciolti, opportunamente rimossi al fine di consolidare anche l’estradosso della volta e realizzare un nuovo elemento alleggerito e maggiormente collaborante, completato da una soluzione di verde pensile estensivo che consente 146
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04. Il tetto verde estensivo. Sotto è visibile la traccia dei pilastri in laterizio che sostenevano una tettoia realizzata nell’ambito delle azioni di tutela di fine Ottocento. 05. Sezioni del vano presbiteriale con i due arcosoli laterali, uno dei quali è caratterizzato da un loculo scavato nel pavimento. 04
di mitigare gli effetti dell’irraggiamento solare e migliorare l’equilibrio igrometrico. Prima di procedere con gli interventi strutturali, sono state eseguite alcune operazioni di conservazione preventiva volte a preservare intonaci, cornici e rivestimenti originali dalle sollecitazioni, mediante il trattamento di patine biologiche e flora superficiale, nonché il consolidamento di ciascun elemento.
Dal recupero della traccia dell’oculo che illuminava la scala, alla realizzazione della copertura verde che richiama l’incisione del XVIII secolo, ogni operazione è stata condotta con la volontà di restituire autenticità al sito, pur nella consapevolezza dei numerosi aspetti ancora da approfondire, tra i quali il rapporto con l’esteso sistema di cavità confinanti conservatosi solo parzialmente. In questa prospettiva di ricerca, gli autori del progetto hanno anche elaborato, sulla base di uno spunto suggerito dal RUP arch. junior Viviana Tagetto, una proposta di valorizzazione del sito, ipotizzando un percorso di fruizione pubblica che, a partire dalla scala XVI Ottobre, consentirebbe di esplorare le cavità rupestri, raggiungere la terrazza verde e accedere al sacello dall’alto, ripercorrendo verosimilmente l’antico percorso dei fedeli. In attesa che il sacello di San Michele possa confluire nell’itinerario storico-culturale della città, appare auspicabile un costante impegno manutentivo, azione imprescindibile al fine di garantire un’adeguata conservazione del bene, la cui peculiare natura implica specifiche condizioni di vulnerabilità. •
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06. Immagine del presbiterio, in fondo la parete dell’altare. 07. L’atrio post intervento con il pilastro in c.a., oggetto di fasciatura, che insieme alle due putrelle sorregge il blocco lapideo visibile
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sulla copertura. In fondo, una soglia con due piccole finestre laterali introduce nell’aula dedicata ai fedeli; una delle finestrelle presentava una tamponatura con tavelle.
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Su richiesta della Biblioteca Civica di Verona con divieto di ulteriore pubblicazione.
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Il SAHC rappresenta l’appuntamento internazionale dedicato alla condivisione di ricerche e innovazioni nel campo della conservazione del patrimonio culturale costruito. L’ultima edizione si è svolta a Losanna, dal 15 al 17 settembre 2025. Il contributo veronese dal titolo Earthquake Protection and Preservation of Medieval Rock Sacellum of San Michele in Verona, Italy è stato pubblicato negli atti della conferenza: Saloustros S., Beyer K., Structural Analysis of Historical Constructions. SAHC 2025, Volume 1, Springer, 2026. Gli affreschi erano disposti su due strati sovrapposti, corrispondenti a epoche diverse: il ciclo pittorico più antico risale al 996, data
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attestata da un’iscrizione; lo strato superiore, invece, fu realizzato nel XII secolo. Questi dati, insieme a specifici approfondimenti storici, hanno consentito di documentare l’esistenza della costruzione a partire dal X secolo, nonostante alcune circostanze abbiano lasciato ipotizzare una genesi ancora più antica. 3
L’area accolse dapprima una fabbrica di sapone, in seguito una società operante nel commercio avicolo e, nel 1917, la prima sede veronese delle Officine Grafiche Mondadori. Oggi, nell’area ha sede l’Istituto IPSIA “G. Giorgi” dal cui cortile è possibile accedere al sacello.
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Lo strappo fu eseguito in due distinte campagne: la prima, relativa allo strato pittorico del XII secolo, fu condotta dal restauratore Gaetano Pasetti nel 1885 e i frammenti furono trasferiti
presso il Museo Civico di Verona; la seconda si svolse nel 1963 a opera dell’Istituto Centrale del Restauro e interessò lo strato più antico che fu conservato nei depositi dell’Istituto. 5
Il primo progetto espositivo fu realizzato nel 1997 a cura di Paola Marini, dirigente dei Civici Musei d’Arte e Monumenti di Verona, e Fabrizio Pietropoli della Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici del Veneto. L’attuale allestimento, inaugurato nel 2015, è invece il risultato di una ricomposizione dei frammenti secondo le indicazioni della professoressa Tiziana Franco e il progetto museografico elaborato dall’architetto Valter Rossetto con la collaborazione dell’architetto Alba Di Lieto. Cfr. «AV» 103, pp. 9-11. 35
Abitare, studiare, ristrutturare Testo: Angela Lion La nuova stagione degli studentati a Verona, tra PNRR, rigenerazione e trasformazioni urbane. Verona sta vivendo una piccola rivoluzione urbana, silenziosa ma concreta. A trainarla non sono solo nuove infrastrutture o grandi opere pubbliche, ma anche gli studentati: negli ultimi anni i progetti di residenze universitarie si sono moltiplicati, sostenuti da finanziamenti nazionali e dal PNRR. Una risposta attesa da tempo, vista la difficoltà sempre più evidente per gli studenti nel trovare alloggi a prezzi accessibili, ma anche un fenomeno che sta ridisegnando intere porzioni di città. Ma quale equilibrio con i quartieri? Tre progetti, diversi per scala e approccio, raccontano bene questa transizione: lo studentato di Via Nicola Mazza, il grande intervento di Via Giolfino e la prospettiva, più simbolica, legata alla trasformazione dell’ex Torre Biasi. 01
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Il recupero che fa rete: abitare dove si studia, la trama discreta di via Mazza A Veronetta il cambiamento si insinua con discrezione. Non c’è rottura, non c’è gesto architettonico eclatante, ma c’è piuttosto un lavoro di adattamento e di ricucitura. Il progetto a firma dello studio BC+V architetti vede nella ristrutturazione dell’ex edificio delle Suore Orsoline il giusto spazio per la concretizzazione di nuovi alloggi per studenti: un edificio consolidato nel tessuto urbano della città che viene progressivamente ripensato per accogliere 126 universitari, rispondendo a una domanda che da tempo si è fatta urgente. Il progetto nasce entro una strategia più ampia, avviata nel 2021 dalla sinergia tra la Diocesi di Verona, proprietaria dell’immobile, la società Green srl quale general contractor, lo studio BC+V architetti e l’ESU Verona, Azienda regionale per il Diritto allo Studio, nell’intercettare immobili da trasformare in residenze universitarie, e sostenuta da finanziamenti pubblici consistenti.
“Lo studentato smette di essere dormitorio e diventa ambiente di vita, dove lo stare insieme è parte integrante dell’esperienza universitaria” Questa strategia ha consentito di partecipare al Bando PNRR per la realizzazione di residenze per studenti. La lungimiranza di Nicola Cacciatori, capogruppo del team di progettazione, e di Pierangelo Milani, ceo di Green, è stata quella di attivarsi sia sugli aspetti tecnici che sulla ricerca di fondi, come quello regionale (30% di cofinanziamento) che ha consentito di presentare il progetto al Ministero, mettendolo in graduatoria a maggio 2022. Una lunga attesa ha visto il progetto rientrare al secondo giro (non nel 2023 bensì nel 2024) in graduatoria. Nel luglio 2024 viene presentata la domanda del Permesso di Costruire: dopo la stipula della convenzione urbanistica per definire la pubblica utilità dell’immobile, a marzo 2025 sono state 2026 #03
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ritirate le autorizzazioni. Il cronoprogramma per il finanziamento prevedeva la consegna dell’immobile entro settembre 2026. I lavori sono iniziati nell’immediato: sono emerse subito una serie di problematiche strutturali, risolte con grande tempismo. Qui lo studentato si costruisce per addizione di spazi – camere, aree comuni, servizi – ma soprattutto si costruisce per relazione. La sua posizione, nel cuore di Veronetta e a pochi passi dalle sedi universitarie, non è casuale. È parte di un sistema, quasi una rete di luoghi già abitati da studenti. Dentro, gli spazi raccontano un cambiamento culturale prima ancora che funzionale: sale studio condivise, cucine, aree per il tempo libero. Lo studentato smette di essere dormitorio e diventa ambiente di vita, dove lo stare insieme è parte integrante dell’esperienza universitaria. È forse questo il suo aspetto più interessante: la capacità di inserirsi nel quartiere senza alterarlo, ma lentamente ridefinendone le dinamiche. 146
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Via Giolfino, la grande trasformazione: quando la città si rigenera dall’interno A poche centinaia di metri dal polo universitario di Santa Marta, in via Nicolò Giolfino, il racconto cambia scala. Qui non si tratta più di adattare un edificio, ma di trasformarlo radicalmente. Gli studi degli architetti Paolo Richelli e Alessandro Furia hanno collaborato per ridare nuova vita a una edificazione storica, nel tempo abbandonata. Il complesso, nato nei primi anni del Novecento come magazzino legato alla ferrovia e poi utilizzato dalla Croce Rossa, porta con sé le tracce dell storia industriale e sociale della città. Negli anni successivi alla conclusione degli eventi bellici l’edificio è stato impiegato come deposito e spazio residenziale collettivo per gli addetti della Croce Rossa Italiana, e come tale è pervenuto fino all’acquisizione da parte del richiedente degli attuali interventi (AD Verona srl). Oggi, quello stesso luogo diventa il punto di partenza per un progetto di grande articolazione: uno stu-
01. Via Mazza: pianta piano terra (progetto: BC+V architetti). 02-03. Via Mazza: veduta d’angolo con via Maffi e veduta interna del cortile.
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04. Via Giolfino: assonometria generale (progetto: arch. Paolo Richelli, arch. Alessandro Furia). 05. Via Giolfino: scorcio esterno.
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dentato da 217 posti letto, articolato tra camere, servizi e spazi collettivi. Il complesso, sottoposto a tutela monumentale, conserva la propria configurazione originaria a corte e alcuni significativi elementi costruttivi storici, tra cui le murature in sasso e mattoni, la scala principale in pietra e altri elementi strutturali che documentano le trasformazioni avvenute nel corso del tempo. L’intervento prevede il recupero e l’adeguamento funzionale dell’intero fab-
bricato, valorizzandone le caratteristiche architettoniche e strutturali, con l’obiettivo di adattare il complesso alle esigenze contemporanee senza alterarne l’identità. Si interviene quindi senza alterarne la sagoma, ma ridisegnandone l’interno, aggiungendo livelli, recuperando spazi, rendendolo energeticamente efficiente. Un’operazione complessa, che mostra come la rigenerazione urbana oggi non passi necessariamente da nuove costruzioni, ma dalla capacità di dare nuovo senso all’esistente. La nuova destinazione d’uso di studentato è organizzata attorno all’ampia corte centrale che caratterizza l’impianto dell’edificio. Le camere, tutte dotate di bagno e in molti casi anche di un blocco cucina, sono distribuite lungo il perimetro del complesso e collegate da nuovi percorsi e collegamenti verticali che garantiscono funzionalità, accessibilità e piena rispondenza alle normative di sicurezza. Le generose dimensioni e le altezze interne hanno consentito di sfruttare al meglio gli spazi esistenti, ricavando ulteriori superfici destinate alla residenza e incrementando la capacità ricettiva della struttura. Parallelamente, il piano seminterrato è recuperato per ospitare servizi e funzioni collettive a supporto della vita studentesca, tra cui spazi per la ristorazione, sale studio e riunioni, una palestra, depositi per biciclette e locali destinati alla gestione dell’edificio. Particolare attenzione è riservata al recupero dell’immagine architettonica del complesso, con il ripristino di alcune aperture tamponate e l’inserimento discreto di nuove forometrie in coerenza con il disegno delle facciate. Ma è soprattutto lo spazio aperto a raccontare il senso dell’intervento. L’ampia corte viene ripensata come un paesaggio abitato: verde, attrezzato, attraversabile. Un luogo che non è solo pertinenza dell’edificio, ma diventa scena quotidiana dell’abitare degli studenti: il progetto lavora in equilibrio tra conservazione e trasformazione. 2026 #03
Stage Tower, la torre che guarda la città Se Via Mazza lavora per integrazione e Via Giolfino per trasformazione, il progetto legato all’ex Torre Biasi, nel quartiere di Borgo Roma, introduce un’altra dimensione: quella dell’immagine. Una torre, per sua natura, non è mai neutra: si vede, si riconosce, orienta lo sguardo, per un fatto fisico, l’altezza e la distanza da cui si scorge, “esce dalla dimensione interna della città e diventa elemento visibile, dichiarato, un landmark che caratterizza il territorio”. La sua conversione in una struttura ricettiva “studentato/ albergo” segna un passaggio importante: la residenzialità universitaria esce dalla dimensione “interna” della città e diventa elemento visibile, dichiarato. Realizzata negli anni Sessanta come sede direzionale della Biasi, storica azienda produttrice di caldaie e impianti termotecnici, con la chiusura dell’attività industriale in situ la torre è rimasta in stato di completa dismissione per una quindicina di anni. La riconversione della torre e delle aree che la circondano rappresenta un progetto che valorizza un elemento del patrimonio industriale cittadino senza ricorrere a nuovo consumo di suolo, trasformandolo in una struttura capace di rispondere alle esigenze contemporanee. L’intervento, a firma dello studio Arcade Progettazione Integrata dell’architetto Mario Bellavite quale progettista responsabile per conto di Italstage, committente e soggetto attuatore, si inserisce in una visione più ampia, con l’obiettivo di restituire centralità a un’area strategica, in prossimità del Policlinico di Borgo Roma e delle sedi universitarie scientifiche. Spazi oggi marginali e frammentati sono riorganizzati tramite un sistema unitario di percorsi, aree verdi e parcheggi, creando un ambiente più accessibile, attrattivo e integrato nel tessuto cittadino. Particolare attenzione è dedicata alla dimensione ambientale e alla mobilità sostenibile: la sistemazione paesaggistica prevede un’importante presenza di vegetazione, con oltre 5.000 mq di verde attrezzato a uso 146
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06-07. Stage Tower: render della torre e della sistemazione ambientale dell’area esterna (progetto: Arcade Progettazione Integrata).
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08. Stage Tower: pianta piano secondo. 09. Stage Tower: render dal parco urbano.
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pubblico, in funzione sia ecologica sia di mitigazione rispetto alle infrastrutture viarie che caratterizzano l’area. Un elemento chiave del progetto è inoltre la realizzazione di un collegamento ciclopedonale extra ambito d’intervento con il vicino polo universitario, il cui primo tratto si sviluppa lungo via L. Biasi fino a via Forte Tomba, assieme a un ampio deposito biciclette a servizio dello studentato. Dal punto di vista funzionale, la torre ospiterà a regime una struttura a destinazione mista composta da un albergo con 52 camere e da uno studentato con 57 camere e 92 posti letto, che rientra tra i servizi di interesse pubblico attraverso forme di gestione convenzionata. Le due funzioni sono organizzate in modo autonomo, con accessi, percorsi e servizi distinti: lo studentato, dal primo al quinto piano, prevede spazi collettivi dedicati allo studio, alla lettura e alla socializzazione, mentre la parte alberghiera disporrà di servizi indipendenti rivolti esclusivamente ai propri ospiti. La trasformazione della Torre Biasi assume quindi un valore che supera il recupero di un singolo edificio. Un simbolo della stagione industriale veronese viene reinterpretato come luogo dedicato all’accoglienza, alla formazione e alla vita universitaria, contribuendo alla costruzione di nuove relazioni urbane e di una rinnovata identità per questo settore della città.
Una geografia che cambia Letti insieme, questi tre interventi disegnano una nuova geografia della città. Non è un caso che molti di essi si concentrino tra Veronetta, Porta Vescovo e Borgo Roma. Qui l’università non è più solo presenza istituzionale, ma componente strutturante dello spazio urbano. Le strade cambiano ritmo, i servizi si adeguano, gli edifici trovano nuove destinazioni. Le corti si aprono, gli spazi comuni si moltiplicano, le funzioni si ibridano. È una trasformazione che porta energia, ma anche interrogativi. Perché ogni processo di rigenerazione porta con sé un equilibrio da costruire. Da un lato, gli effetti positivi sono evidenti: più posti letto, meno pressione sugli affitti informali, recupero di edifici abbandonati. Dall’altro, emerge il rischio di una progressiva specializzazione dei quartieri. Quando la presenza studentesca cresce rapidamente, cambia anche il tessuto sociale. Alcune attività scompaiono, altre si adattano, i prezzi si muovono. La città diventa più dinamica, ma talvolta anche più fragile. La domanda, allora, non è solo quante residenze universitarie servano, ma come queste si inseriscano nella vita quotidiana della città. Una città in divenire Forse è proprio questa la chiave per leggere ciò che sta accadendo a Verona: non come una sequenza di cantieri, ma come un processo in divenire. Via Mazza, Via Giolfino, ex Torre Biasi: tre storie diverse che parlano della stessa tensione. Quella tra bisogno e progetto, tra opportunità economica e qualità urbana, tra accoglienza e identità. In mezzo ci sono gli studenti, certo. Ma c’è soprattutto la città. E la capacità, ancora tutta da verificare, di trasformare questa stagione di investimenti in qualcosa di più duraturo: una Verona capace di accogliere, senza perdere sé stessa. •
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01-02. Veduta d’insieme e particolare della Sala del Mantegna all’interno del Museo di Castevecchio con il nuovo sistema illuminotecnico.
Fare luce su Scarpa Testo: Lorella Marconi Foto: Studio Pasetti
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Una sala-campione sperimenta un rispettoso intervento di ammodernamento dell’illuminazione artificiale al Museo di Castelvecchio. Il rapporto tra Carlo Scarpa e la luce è stato più volte affrontato, non esiste sua opera che non dialoghi in maniera diretta con questa “materia”. Il Museo di Castelvecchio non fa eccezione, anzi, forse è uno dei luoghi in cui il rapporto è stato maggiormente sviscerato, sia che si parli di luce naturale, sia di luce artificiale. La nuova illuminazione della Sala Mantegna, “regalo” che il Comune di Verona ha fatto alla cittadinanza e ai visitatori, consapevoli e innamorati dello spazio e del suo contenuto, per i cento anni del Museo di Castelvecchio, poteva essere un’operazione molto rischiosa. La domanda che sorge spontanea, infatti è, se sia lecito intervenire su progetti e allestimenti così noti, amati e studiati, con tutto quello che intrinsecamente rappresentano. La risposta a questa domanda non può essere data sull’onda di un sentimento. Innanzitutto, è importante mettere a confronto le tecnologie disponibili al tempo del restauro scarpiano con quelle odierne. L’intervento è stato infatti realizzato tra il 1956 e il 1964, epoca in cui l’illuminazione artificiale per interni aveva a disposizione lampade a incandescenza, tubi fluorescenti e lampade alogene, quest’ultime peraltro da poco in produzione. La scelta di Scarpa per le sale della Reggia – le prime au cui intervenne, già in occasione della mostra Da Altichiero a Piasanello inaugurata nel 1958 – fu di utilizzare apparecchi fluorescenti all’inter146
no di plafoniere appositamente progettate, nel probabile intento di ricreare una sorta di luce diafana, quanto più simile possibile alla luce naturale. Di certo all’epoca non esistevano i LED, nonostante proprio in quel periodo abbiano visto la luce: ma sarà necessario arrivare ai primi anni Duemila per cominciare a farne un uso propriamente legato all’illuminazione, inizialmente con scarso successo per efficienza e qualità della luce. Oggi invece gli apparecchi a LED hanno raggiunto livelli altissimi in termini di qualità della luce, con valori di resa cromatica – CRI, in gergo tecnico – che si avvicinano quasi completa-
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mente alla fedeltà assoluta. Inoltre, gli apparecchi a LED preservano le opere d’arte dai raggi ultravioletti, emettono calore in quantità estremamente inferiore rispetto alle vecchie sorgenti luminose incidendo anche sulla climatizzazione degli ambienti stessi che le contengono, con tutti i vantaggi connessi. Pertanto, alla domanda se sia lecito intervenire in un luogo dal valore simbolico come il Museo di Castelvecchio, la risposta è necessariamente sì. Non possiamo sapere come Scarpa avrebbe utilizzato le infinite possibilità date dalle attuali tecnologie, ma forse non ne sarebbe rimasto indifferente visto il suo interesse per il tema della luce (e sicuramente, anche il solo argomento della migliore conservazione delle opere, per un progettista di musei della sua caratura, sarebbe bastato). C’è però una seconda domanda importante da porre, ed è come intervenire in ambienti di questa importanza. La risposta non può che essere che ogni intervento
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“Nella Sala Mantegna ogni elemento è ben integrato, nulla prevale, ma al tempo stesso tutto è correttamente evidenziato” deve essere fatto con rispetto, rivolgendosi a professionisti esperti e indipendenti dalle logiche di mercato, capaci di entrare profondamente nel progetto, con i giusti tempi per poter studiare l’esistente. La mancata conoscenza può infatti produrre gravi danni. In questo senso il rapporto tra lighting designer e curatore dello spazio da illuminare è fondamentale; solo da un affiancamento costante e collaborativo si può ottenere un risultato egregio. Quello che è stato fatto a Castelvecchio con l’incarico a uno specialista come Alberto Pasetti Bombardella, affiancato da Cristina Lonardi dei Musei Civici di Verona, è decisamente un intervento di elevata qualità, 42
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grande rispetto per il luogo e per la preziosa eredità scarpiana. La competenza di Pasetti Bombardella come progettista della luce nell’abito dei beni culturali è di lunghissima data: solo per citare alcuni dei suoi lavori più importanti, ricordiamo la facciata della Ca’ d’Oro sul Canal Grande, la navata sud della Basilica di San Marco e la Scuola Grande di San Rocco a Venezia, e Palazzo Schifanoia a Ferrara. Il suo progetto1 per Castelvecchio si può definire un progetto in “punta di piedi”. La scelta è stata infatti quella di mantenere gli apparecchi disegnati da Carlo Scarpa dov’erano e com’erano, ma ripensandone il cuore. Le plafoniere in lamiera esistenti sono state infatti svuotate della tecnologia obsoleta e ricablate con piastre LED che, unitamente all’uso di speciali pellicole, hanno consentito di ottenere un effetto wall-washer sulle pareti, limitando l’illuminazione zenitale e il conseguente effetto abbagliante. Questa illuminazione, che potremmo definire di base, armonizza l’illuminazione d’accento orientata sui dipinti e ottenuta con proiettori a binario ben integrati tra le travi del soffitto ligneo, evitando l’effetto drammatico che in alcune esposizioni, volutamente, annulla l’ambiente circostante per porre il focus sulle sole opere d’arte. Nella Sala Mantegna ogni elemento è ben integrato, nulla prevale, ma al tempo stesso tutto è correttamente evidenziato. Per quanto riguarda l’aspetto del risparmio energetico, a fronte di un assorbimento precedente all’intervento di riqualificazione di oltre 400 W con sole sei plafoniere utilizzate, oggi possiamo parlare valori intorno alla metà, con dieci apparecchi installati in più. Questo anche grazie al sistema di gestione della luce. Se prima infatti l’accensione era di tipo on/off, oggi l’impianto è completamente regolato da sensori che mantengono le plafoniere accese, ma dimmerate durante l’apertura del museo, e accendono i proiettori alla sola presenza di visitatori. Questo aumento di luce viene percepito dal 146
visitatore che si sente parte attiva nel percorso museale. Questo uso degli scenari luminosi risponde perfettamente anche alla Norma Europea UNI EN 16163 (Conservazione del patrimonio culturale – Linee guida e procedure per la scelta dell’illuminazione appropriata per le esposizioni in ambienti confinati) uscita a febbraio 2025, che ha profondamente modificato il modo di progettare, che si può macroscopicamente sintetizzare nel fatto che non viene più indicata la quantità di lux per tipo di materiale con cui è realizzata l’opera d’arte, ma limiti di esposizione luminosa annuale per diverse classi di oggetti fotosensibili. Ecco che qui entra in gioco pesantemente la scelta di utilizzare apparecchi e sistemi intelligenti. Un intervento di riqualificazione, quello della Sala Mantegna, decisamente ben riuscito, che ci si augura possa essere esteso a tutti gli ambienti espositivi della Reggia di Castelvecchio. •
03-04. Differenti scenari narrativi di illuminazione resi possibili dal nuovo sistema di gestione. 05. Carlo Scarpa, Schizzo di un volto e studi per un sistema di illuminazione, 1962-1964 (Archivio Carlo Scarpa, Musei Civici di Verona).
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Committente: Comune di Verona Referente: arch. Cristina Lonardi, Musei Civici di Verona
Progetto: Studio Pasetti arch. Alberto Pasetti Bombardella con arch. Maria Elena Marcon, arch. Nicole Filippi, arch. Stefano Olivieri Fornitori: ERCO Lighting (lighting tecnology), Mirylia (customizzazioni), FM Elettrotech (installatore)
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Uno sguardo dal ponte Testo: Matteo Lorenzi 01
La proposta di riappropriazione della porzione centrale dell’infrastruttura viscontea a Valeggio sul Mincio. Dalla sua fondazione a oggi, il ponte-diga di Valeggio sul Mincio è stato teatro di innumerevoli vicende storiche, subendo modifiche irreversibili che non sempre hanno reso giustizia alla sua originaria grandezza (cfr «AV» 141, pp. 46-61). L’idea di riappropriarsi di questo monumento, elaborata nell’ambito di un progetto di laurea all’Università IUAV di Venezia, parte proprio dalla volontà di conservarne l’aspetto così come ci è giunto: con le stratificazioni del tempo e le stesse mutilazioni materiali, che sono poi gli elementi che oggi lo rendono una “rovina” di straordinaria bellezza, ma introducendo nuove aree dedicate a funzioni espositive, di incontro e di connessione con il paesaggio circostante. L’ipotesi ricostruttiva deriva da un’analisi dei segni archeologici e strutturali ancora leggibili. L’antico manufatto si rivela allo sguardo in tutta il suo imponente sviluppo: un colossale terrapieno che si allunga
per circa 550 metri e si allarga per oltre 20, stretto ai lati da possenti murature a scarpa che svettano per 8-9 metri sopra la campagna circostante. Lungo questo profilo si innestavano un tempo 11 torresini, di cui oggi restano solo le caratteristiche sporgenze sui terrapieni, quasi ombre del passato. Alle estremità, il passaggio era presidiato da torri principali protette da profondi fossati. Ma è nel cuore della struttura, nel punto in cui la struttura è tagliata dal passaggio del fiume Mincio e dove erano presenti le quattro bocche di deflusso, che sorgeva il vero nucleo nevralgico della fortezza, composto dalla maestosa torre castellana e dal rivellino. Queste due strutture erano connesse, sia a livello stradale, ma anche nel sottosuolo, attraverso un suggestivo corridoio ipogeo che collegava cinque grandi stanze voltate, destinate a magazzini. Uno studio approfondito della torre castellana ha permesso di ricostruirne l’esatta suddivisione spaziale, sia in pianta sia in alzato. L’analisi della sezione ha permesso di svelare il funzionamento strutturale degli impalcati lignei, costituiti da solai a doppia orditura su cui poggiava l’assito di calpestio. Un dettaglio di particolare interesse riguarda l’orientamento delle strutture: una rotazione di 90° dell’orditura tra il primo e il secondo solaio consentiva di coprire sempre la luce minore, resa necessaria dal fatto che il muro divisorio del piano terra non proseguiva fino
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Matteo Lorenzi, Valorizzazione e consolidamento di strutture storiche. Il “Ponte” Visconteo a Valeggio sul Mincio, tesi di laurea, relatore prof. arch. Giovanni Marras, correlatore prof. ing. arch. Salvatore Russo, Università Iuav di Venezia, a.a. 2024-2025. 01. Vista d’insieme del modello: le passerelle superiore e inferiore sul fronte verso Borghetto. 02. Planimetria di progetto.
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alla copertura. A conferma di questa rotazione vi è anche la disposizione in facciata dei capochiave delle catene, realizzati in pietra di Prun, i cui punti di ancoraggio si trovano infatti su lati differenti a seconda del livello. Il progetto si propone come un gesto in parte rievocativo dell’impianto originario: i nuovi volumi occupano infatti il sedime delle murature scomparse, mentre un’aula sospesa riprende le quote dei solai scomparsi, permettendo ai visitatori di percepire le spazialità degli ambienti originali pur rispettando il suggestivo vuoto giunto fino a noi. Questi volumi sono collegati da una passerella sospesa che, dall’interno, offre una vista continua sull’intero sviluppo del ponte attraverso i grandi squarci delle murature perimetrali, incorniciando sul lato est il profilo del Castello Scaligero. Le aperture orientano lo sguardo in modo mirato, consentendo di osservare da vicino i dettagli storici della pietra o di traguardare il territorio. Le forme dei nuovi elementi si ispirano alle linee organiche delle brecce e ne reinterpretano le proporzioni: la loro larghezza, infatti, supera di poco lo spessore dei muri originari, compiendo una suggestiva metamorfosi in cui la muratura cessa di essere semplice barriera per diventare spazio da vivere. 03
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Il progetto, inoltre, introduce nuovi collegamenti tra la torre castellana e il rivellino attraverso due elementi chiave: una passerella a gomito a livello stradale e una nuova passerella ipogea che ricongiunge gli ambienti sotterranei. La passerella superiore, piegandosi a metà del suo percorso, accompagna con delicatezza il passo del visitatore, orientandone lo sguardo e forzando una suggestiva connessione visiva diretta con il borgo di Borghetto. I nuovi volumi inseriti in corrispondenza delle antiche murature sfruttano gli appoggi esistenti integrandoli con strutture a telaio in acciaio e solai in FRP, materiale leggero e ad altissima resistenza, che riduce al minimo il carico gravante sui palinsesti storici. Il progetto ha previsto inoltre il consolidamento della breccia esistente per metterne in sicurezza il passaggio preservandone la forma attuale, oltre a un intervento di rinforzo per l’impalcato del ponte in ferro. Un progetto reversibile, a partire dalla consapevolezza che potrebbe non essere l’ultimo restauro a interessare il ponte visconteo: l’intento profondo è di consegnare il manufatto alle generazioni future, lasciando ai progettisti di domani la massima libertà di intervenire secondo le proprie visioni. •
03. Il volume dei servizi di risalita: sezione strutturale e profilo prospetticomaterico dell’involucro. 04. L’aula sospesa: evocazione spaziale delle quote dei solai storici scomparsi 05. Scorcio prospettico: vista dalla passerella inferiore. 04
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Autobiografia non scientifica Testo: Federica Guerra
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Una lettura della più recente sintesi editoriale di Giorgio Massignan a compendio delle vicende della storia urbanistica di Verona. Se la memoria storica può permettere di sfruttare l’esperienza già acquisita da chi ci ha preceduto, quanto meno per non ripetere gli stessi errori, allora conoscere il proprio passato diventa un valore imprescindibile quando ci si trova a trattare temi universali come la qualità delle città in cui viviamo. Per questo prova a mettere in fila gli avvenimenti della storia urbanistica recente della città di Verona Giorgio Massignan, che ha recentemente auto-pubblicato il suo libro “definitivo” – Il cemento è servito, politica economia e affari nella pianificazione urbanistica di Verona dal dopoguerra ai giorni nostri – in cui, da architetto e conoscitore delle dinamiche urbane, racconta l’evoluzione della città di Verona dal dopoguerra fino ad oggi. Un programma ambizioso, che l’autore aveva già in parte affrontato poco più di dieci anni fa1 e che ha dovuto fare i conti con la propria formazione politica – Massignan è stato consigliere comunale dei Verdi e assessore all’urbanistica negli anni Novanta oltre che, en passant, presidente dell’Ordine degli Architetti dal 2001 al 2004 – ma che solo parzialmente soddisfa le aspettative. Forse per questo nel libro, quasi in una sorta di legittimazione dell’attendibilità del racconto, si parte da molto lontano, addirittura da “Le responsabilità dell’homo sapiens nella trasformazione della terra”, in una fugace e sommaria ricognizione delle radici della città moderna, per tuffarsi subito nella realtà territoriale veronese di cui vengono sinteticamente delineate le prime opere di trasformazione novecentesche. Una carrellata talmen-
te rapida e alternata a digressioni personali che difficilmente si giustifica nell’architettura della ricerca. Ma è con il secondo dopoguerra che l’analisi si fa più interessante: il libro è una fonte ricca di informazioni sugli avvenimenti relativi alla formazione della città, all’evoluzione delle periferie e alla conservazione del centro storico, raccontati attraverso le politiche delle diverse amministrazioni comunali succedutesi dalle prime elezioni amministrative del 1946 a quelle del 1990, data-cesura attribuibile alla fine della cosiddetta Prima Repubblica. Il giudizio su questa prima tranche storica – perché l’autore non prova nemmeno a dissimulare la propria posizione critica e la parte centrale del libro altro non è che una rilettura personale dei fatti tout-court, senza distinzione tra svariati campi di indagine – è tutto sommato positivo, riconoscendo al partito di maggioranza, la Democrazia Cristiana, che in questa chiave di lettura ha dettato l’agenda delle trasformazioni urbane, un ruolo calmieratore di interessi e appetiti privati, pur nella logica di una equa ripartizione delle risorse piuttosto che di una visione lungimirante. Emerge tuttavia una dubbia interpretazione sia del termine “economia” sia del termine “politica”, per non parlare dello sbrigativo uso del termine “urbanistica” Da un lato alla politica viene attribuito il senso di macchina perversa che, fin dall’inizio della vita repubblicana, non ha fatto altro che assecondare gli interessi privatistici di questa o quella consorteria, da sempre sprezzante dei valori di uguaglianza e solidarietà, traducendosi in una visione da “Mani sulla città” che solo parzialmente descrive le dinamiche della politica veronese, tralasciando valori e personalità di calibro che hanno attraversato la storia urbana. Dall’altro il termine economia viene utilizzato come sinonimo di “affarismo”, anche qui trascurando il portato degli studi di economia urbana alle varie scale, e non interrogandosi sul fatto che le dinamiche economiche di un territorio vanno stu2026 #03
diate a fondo, interpretate, governate e non demonizzate. Ma quello che più ci interessa è il ruolo attribuito all’Urbanistica, termine spesso usato come sinonimo di Pianificazione, laddove invece la prima afferisce alle strategie di sviluppo di una città, in definitiva all’idea stessa di città che si vuole perseguire, mentre la seconda propone regole e pratiche attuative di quell’idea. Massignan appiattisce tutte le espressioni in un generico concetto di “governo del territorio”, uno degli strumenti principali attraverso cui la politica esercitava la propria funzione: la tesi, in definitiva, è che l’influenza esercitata dal soggetto privato su quello pubblico, nella pianificazione urbanistica delle città, ha finito per sostituire l’economia alla politica, condizionandola a tal punto nelle scelte da compromettere il senso stesso dell’abitare un territorio. Ma è quando viene affrontata la seconda tranche storica, quella che va dalle Amministrative del 1994 fino a quelle più recen-
01. Variante 33 per la tutela del centro storico, 1979 (Archivio Settore Urbanistica Comune di Verona). L’autore ne critica l’impostazione semplificata e più riduttiva rispetto alla prima stesura a cura di L. Benevolo e M. Veronelli. 02. Progetto Preliminare di Piano – Piano di salvaguardia, 1993 (Archivio Settore Urbanistica Comune di Verona). Approvato dalla Giunta Sala che vedeva tra i suoi componenti lo stesso Massignan, il quale gli attribuisce un valore “salvifico” che non ebbe attuazione per cause politiche.
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“Perché, in realtà, il cemento è servito a molto in questa città, ma non è chiaro, nè il libro ci aiuta a dirlo, a costruire quale idea di città” ti del 2022, che l’autore perde totalmente la necessaria distanza storica del giudizio. Al resoconto dettagliato di tutte le scelte politiche effettuate dalle diverse amministrazioni, sia in campo urbanistico sia in tutti gli altri campi di intervento, utile come sintesi e riepilogo, non corrisponde una necessaria distanza critica: tutta l’esposizione è continuamente intervallata dal giudizio di merito dell’autore che fa perciò perdere il controllo di obiettività di quanto raccontato. Si tratta sostanzialmente di una generale nota di biasimo dell’operato di tutte le politiche urbane attuate negli ultimi trent’anni, non lasciando al lettore la minima possibilità di formazione di un giudizio più complesso e articolato di quanto accaduto, perché 146
sempre già anticipato dalla sentenza definitiva emessa dall’autore. Quindi da un lato il testo si avventura sulla strada della storiografia, ma dall’altra ha i connotati di un testo personale, parziale, legittimo certo, ma soggettivo. Anche la sua interpretazione come testo storico però lascia qualche dubbio: quali sono le fonti da cui l’autore estrapola i dati, le informazioni, le statistiche che porta come base di tutte le sue riflessioni? Dov’è la bibliografia? E soprattutto, dov’è il controllo redazionale su un testo che, a partire dalla grafica, pare più un diario personale che un testo scientifico? Il tema non è se essere d’accordo o meno su quanto sostenuto dall’autore – le sue tesi possono essere anche condivisibili – ma è circostanziare tali
argomentazioni con un substrato che abbia un minimo di scientificità condivisa. Perché, in realtà, il cemento è servito a molto in questa città, ma non è chiaro, né il libro di Massignan ci aiuta a dirlo, a costruire quale idea di città. •
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Si veda a questo proposito la recensione del volume La gestione del territorio e dell’ambiente a Verona. Repetita non iuvant. Brevi cenni di storia dell’urbanistica, i piani e i programmi territoriali, la situazione attuale, le proposte, in «AV» 96, 2014. 47
Permesso di demolire? Testo: Alberto Vignolo
01-02. Veduta esterna e schizzo di studio della scuola disegnata da Libero Cecchini (Archivio Studio Cecchini). 01
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Una nuova sottrazione al corpus delle opere cecchiniane risolleva la questione del Moderno come testimonianza potenzialmente da valorizzare. L’esempio che ha suscitato queste note non è che uno dei tanti casi che si potrebbero sollevare, o meglio che ciclicamente si ripresentano a prospettare il dilemma tra demolizione e conservazione, riferito in particolare al patrimonio architettonico generosamente racchiuso sotto l’ombrello del Moderno. Che per Verona vuole dire inevitabilmente Libero Cecchini, e la sua vasta opera. Ed è infatti così che, ancora una volta, sul piatto della bilancia finisce un’architettura comunque “firmata”, e la sua in-
tegrale sostituzione: nel caso specifico, stiamo parlando delle scuole primarie, le buone, vecchie “elementari” di Albaredo d’Adige, costruite nel 1970-71, ora demolite assieme all’edificio ospitante le medie – edificio di ben più scarso valore – per fare posto al nuovo polo scolastico. La cui costruzione peraltro si deve a un procedimento virtuoso, ovvero a un concorso di progettazione (cfr. «AV» 135, pp. 108-111), che una volta tanto non finisce con il progetto vincitore smarrirsi in qualche cassetto, ma approda con la celerità dovuta alle procedure di finanziamento – leggasi PNRR – al cantiere. Qui però si insinua il vulnus dell’intera operazione, perché è la procedura a richiedere, senza se e senza ma, la demolizione e ricostruzione dei fabbricati scolastici preesistenti. E qui veniamo all’opera di Cecchini, il quale nella sua felice carriera professionale siglò circa 285 progetti – tanti ne risultano dal regesto effettuato per la mostra del 2009 – con una quindicina di edifici scolastici, di ogni ordine e grado. Non possiamo certo presupporre che in una tale mole di lavori ci siano solo capolavori da salvare, sarebbe impossibile: la gerarchia tra opere assolutamente singolari e originali e un basso continuo di onestà professionale si deve fare, per Cecchini come per qualunque altro progettista. Tanto più che si tratta di uno stock edilizio formatosi in massima parte tra gli anni Sessanta e Ottanta, rispetto al quale l’obsolescenza strutturale, termica e impiantistica non fanno molti sconti. E da tempo del resto questo stesso corpus cecchiniano è “sotto attacco”, con perdite anche notevoli (cfr. I cecchini di Cecchini, in «AV» 80, pp. 15-17). Ma davvero la tabula rasa a prescinde2026 #03
Benvenuti a Sambonifacio Testo: Andrea Masciantonio re, unica ratio del meccanismo di finanziamento pubblico, è inevitabile? Non è probabilmente facile da tradurre in norma, ma un sano principio del “caso per caso” potrebbe consentire di scegliere, interpretare, attribuire valore, selezionare, individuare parti da mantenere e altre da sacrificare, lavorare sul tema della memoria, materiale e simbolica, dell’architettura: stimoli progettuali assai rilevanti, semi generatori di progetti capaci di ricomprendere anche i segni di una storia non trascurabile, dal punto di vista architettonico e sociale. Quella storia che una normativa fatta di logiche binarie – demolire/ricostruire, bianco/nero – non riesce purtroppo a ricomprendere. • 02
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Una lettera dalla nostra amata Provincia veronese, terra di Eccellenze e Accoglienze. Nella nostra amata Repubblica, da qualche decennio, si sono diffuse un po’ ovunque nuove tendenze espressive e lessicali che sarebbe divertente elencare per fornire il quadro delle evoluzioni di mode culturali e comunicative che, lungi da costituire un vero pericolo per l’ ortodossia della nostra lingua, si risolvono piuttosto in temporanei assedi, pronti a dissolversi senza troppi danni non appena la moda passi; tra questi tutti noi possiamo annoverare l’espressione in qualche modo. In qualche modo, ci permette di dire tutto, addirittura di affermare che “la notte è in qualche modo il giorno”; in quel qualche modo, non specificato, misterioso, su cui è meglio non chiedere approfondimenti, può succedere di tutto. Altro termine che da un po’ ci affligge è “eccellenza”… soprattutto “eccellenza italiana”: tutto ciò che una volta costituiva il livello minimo sindacale di un lavoro fatto bene ed onestamente, è oggi eccellenza (che ovviamente si tira sempre dietro poi un costo di produzione e vendita altrettanto eccellente); ma soprattutto l’eccellenza italiana risuona un po’ troppo facilmente nella bocca di chi questa eccellenza crede (o si spaccia) di produrla; col risultato, davvero poco simpatico, di avere un crescente numero di concittadini che pensano, in qualche modo, di essere davvero eccellenti, in qualche modo, italianamente eccellenti, tanto da doverlo urlare. Uno di questi sempre più numerosi esempi di eccellenza italiana (del gusto, del senso dello spazio e del senso della misura) si può oggi ammirare all’ingresso del paese di Sambonifacio (oggi San Bonifacio… precur49
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01-02. Arrivo a San Bonifacio: la cuspide dell'Abbazia di Villanova e il suo "doppio" tortile.
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sore, in qualche modo, della trasformazione attesa di Sanremo in San Remo?), in bella mostra alla rotonda di ingresso al centro abitato, in località Villabella; si tratta di un oggetto dalla forma lì per lì imbarazzante capace di evocare in chi ci si imbatte l’immaginario più profondo delle nostre coscienze piccolo borghesi: dal “gelatone tortile” (alto sei metri ?) in metallo sopra una specie di coppetta rovesciata (che si rifiuta di accoglierlo) fino alla schematizzazione di una grande caccona di ispirazione neogotico-fiammeggiante sopra (e non sotto) una specie di indefesso sciacquone blu elettrico che non riesce ad eroderne la base e a farla sparire; sì, perché, sotto questo elemento, sotto una specie di capanna (che a Natale ha pure ospitato un presepietto elettronico) ora c’è l’immagine in continuo, ipnotico movimento di un getto-cascata d’acqua che, se la vedi di notte è davvero in grado di ipnotizzarti e aggiungere ulteriore difficoltà alla comprensione di uno svincolo “rotatorio”
già non semplice per la gradevolissima forma a “bigolo oblungo” di cui è stata capace la municipalità di San Bonifacio. Insomma, tale luogo è diventato in qualche modo un vero e proprio hub di forte tensione creativa e artistica, grazie all’intervento di un bel mecenatismo locale di cui sentivamo davvero bisogno noi Sambonifacesi: è come se sul campanello d’ingresso di casa propria sia stato appiccicato a forza il nome di un altro (ma chi lo conosce e perché proprio lui?) di cui oramai devo rendere conto a ogni persona che venga a trovarmi: “Ma scusa, ma cos’è quella roba... in ingresso?”; davvero poco gradevole, come sensazione che promana da un luogo di ingresso cittadino; ma l’effetto narcotizzante dell’installazione è tale che come guidatore, vedere questo UFO blu elettrico mentre si va o si torna dal lavoro ha il calore di una carezza, di un saluto rassicurante: “stai venendo nel posto giusto”; come custodi delle nostre sacrosante eccellenze creative e produttive, invece, siamo totalmente sulla buona nuova strada; tanto che, quella specie di chiesetta con torre abnorme che da troppo tempo sopportiamo tra le scatole detta Abbazia di Villanova, contrasta totalmente con la figaggine del design di questo totem-sciacquone in lotta (pare persa…) contro la caccona sovrastante, la rotonda a bigolo con violette centrali, e l’ossatura muscolare e lucente di grandi edifici (un po’ troppo anni Ottanta direi…e anche mal compresi, ma siamo in provincia e un po’ di ritardo culturale ci sta) che hanno tagliato la vista sulle colline retrostanti (d’altronde, e che volete mai… siamo in zona industriale, non in zona vincolata !). Il problema è che il vincolo non deve essere inteso come un muro che protegge e ripara: vi immaginate i vostri meravigliosi open space con il cesso visibile dal salotto buono… anzi dal living?! Provate a spiegare ai vostri amici che sono due zone diverse! Più o meno è la stessa roba lì. In ogni caso complimenti per un operazione che ritengo rimarrà unica nella storia di San-Bonifacio. • 2026 #03
Ci mette il becco LC. La quadratura del Circolo Testo: Luciano Cenna Un tema irrisolto tra quelli che la città ciclicamente (non) affronta, in bilico tra conservazione e modernizzazione. Parlare del Museo di Castelvecchio per perorarne l’ampliamento nell’area degli immobili attualmente occupati dal Circolo Unificato dell’Esercito rischia di diventare un esercizio inutile, noioso e perfino ridicolo visto il nessun risultato ottenuto fino ad ora, nonostante vi si siano dedicati tanti illustri personaggi e autorevoli protagonisti della cultura veronese (ci sarebbe voluto lo Sgarbi di dieci anni fa, forse, benché ferrarese, con il suo riconosciuto approccio aggressivo!). In questi ultimi anni ci ho provato anch’io più volte: io che pur non contando niente (eppoi non sono Sgarbi, né ferrarese) sono un architetto che da decenni si agita, seppur debolmente, per le sorti di questa città, tra le più belle del nostro Paese. Tutti gli argomenti sensati sono stati spesi per convincere il Comando militare a liberare i locali e spostare la sede del Circolo in altri siti proposti, non meno adatti e prestigiosi. L’ultimo appello di cui so, è quello promosso dalla Civica Alleaza per un Grande Castelvecchio. È quindi evidente che per contare su qualcosa di positivo non servono allettamenti di qualche genere come potrebbe essere la disponibilità di spazi all’aperto per pranzare fuori in estate, attualmente il Circolo ne dispone, oppure di una mezza dozzina di stanze da affittare, come sarebbe nelle speranze del Circolo, bensì serve un ordine, proprio come da prassi militare. E chi può impartire ordini ai militari se non il Mi146
nistro, magari della Difesa? Ovviamente su invito del nostro Sindaco; in caso le Autorità non possano o non vogliano intervenire o il Sindaco preferisca restarne fuori, mettiamocela via, né Magagnato né Scarpa vedranno completata la loro opera magistrale. (Premessa di tutto ciò è che questa Amministrazione condivida la questione, da lei finora portata avanti con poco insufficiente entusiasmo, mi pare). Ma quando me li vedo davanti, ritornando con il pensiero a settant’anni fa, Scarpa con la lunga sciarpa rossa penzolante di fuori e il suo profilo da levantino mentre si aggira nell’atrio della Facoltà di Architettura a San Trovaso (prima del trasferimento ai Tolentini) e Magagnato dritto in piedi appoggiato alla fedele indispensabile bicicletta, non posso che sperare nel miracolo: Castelvecchio il più bel Museo d’Europa esteso, ponte compreso, a tutto l’Arsenale! (Far sì che il Museo sia totalmente integrato con l’Arsenale e relativo parco è un mio pallino!)
“Qualcuno ha preso in esame la possibilità, di minima, che tra Circolo e Museo si possa arrivare a una intesa?” Già che ci sono vorrei spendere una parola sull’Arsenale. In seguito alla sospensione di parecchi anni fa – forse una ventina? – del bel progetto di Chipperfield (tra i grandi dell’architettura europea) che come voluto da quella Amministrazione lo riservava a sede del Museo di Storia Naturale, un paio di anni fa, o forse più, il Comune, reso noto il mix di destinazioni, in gran parte pubbliche, dei fabbricati principali, aveva indetto un Concorso per il ricupero funzionale del complesso con partecipazione di capitali privati e un cospicuo contributo finanziato con il programma europeo NextGenerationEU, per il rifacimento con modalità tipiche del restauro di alcune coperture molto compromesse. Ora che quei lavori sono stati ul-
timati, e si dovrebbe procedere con i restauri veri e propri per rimettere in funzione il complesso secondo le singole destinazioni concordate nel programma generale, ecco riaffacciarsi perplessità anche a causa di alcune defezioni e rinunce di parte dei possibili utilizzatori. Sono convinto che oggi convincere la maggioranza degli Amministratori del Comune a rivedere quanto deliberato per contemplare seriamente il proposito di far entrare nel contesto museale di Castelvecchio l’intero complesso dell’Arsenale, non sia un gioco da ragazzi, tuttavia sono anche convinto che il senso di responsabilità degli eletti possa, anzi debba fargli fare quel passo: debba farli osare. La vicinanza con le elezioni amministrative (poco più di un anno) deve funzionare da spinta ideale, non da deterrente. Farsi indietro per la preoccupazione che in prossimità delle elezioni non sia il caso di assumere tale responsabilità sarebbe da codardi! Verona vuole “Il grande Castelvecchio”! Come lo vogliono Magagnato e Scarpa. Finché Chipperfield è vivo. Lui lo meriterebbe, la città potrebbe andarne fiera e a Scarpa non spiacerebbe la collaborazione con un architetto reduce dal restauro delle Procuratie di Venezia. Naturalmente senza trascurare le aspettative del Circolo. (In extremis e pur di giungere a un onorevole, benché estremo compromesso, chiedo: qualcuno ha preso in esame la possibilità, di minima, che tra Circolo e Museo si possa arrivare ad una intesa che veda il servizio di ristorazione, ora svolto dal Circolo, esteso anche al soddisfacimento delle esigenze del Museo e quello degli spazi mancanti, il salone delle riunioni, ecc, ora ubicati nei locali del Circolo, pur se gestiti dal Museo, goduto anche dal Circolo; in cambio del Prestigio che ne verrebbe ad entrambi e forse dal vedersi esentati dei costi del necessario riassetto museale? Prima di scartarla sarebbe il caso di approfondirne i punti salienti, tra cui il sostanziale pareggio tra i contendenti: entrambi vincitori). • 51
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Una rilettura dell’architettura fortificata nel territorio provinciale, tra conservazione e riuso, e un protagonista dell’edilizia intensiva realizzata negli anni Cinquanta e Sessanta a Verona.
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LA TERRA DEI FORTI Testo: Gianni Perbellini
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Modelli e tipi delle fortificazioni pedebaldensi, atesine e lessiniche tra conservazione e riuso.
Verona per la sua collocazione geografica da oltre due millenni riveste il ruolo di sbarramento alle provenienze nord europee. Questo rende il patrimonio culturale di matrice bellica ancor più complesso da conservare e trasmettere, imponendo preliminarmente di chiarire priorità ed importanza delle stesse “spoglie di guerra”, dal contesto territoriale ai modelli, dai segni fino ai materiali ritenuti degni di valore e alla loro ricomposizione culturale. Nel presente contributo abbiamo circoscritto l’analisi a un periodo che va dalla metà del milleottocento ad oggi concentrandola sulle fortificazioni permanenti del confine Adige-Lessinico, parte del quadrilatero, ovvero l’ex sistema difensivo austriaco, Verona – Peschiera – Legnago – Mantova. I grandi sistemi del tempo hanno prodotto manufatti di notevole coerenza formale, che evidenziano esplicitamente la loro funzione1. Oggi tuttavia il rapporto tra la realtà fisica e la costruzione astratta delle regole volte a controllarne gli sviluppi bottom-up, presenta difficoltà non solo materiali, ma anche morali accentuate dalle lacune della pianificazione tradizionale. A livello europeo il tema delle opere militari in soprannumero, o dismesse, rientra da quasi mezzo secolo nei programmi teorici di conservazione e recupero ambienta145
le, tuttavia manca, sempre a livello locale, una programmazione operativa supportata da adeguati studi conoscitivi2. Elusi i parametri dell’equilibrio ambientale sostenibile, la pianificazione ha progressivamente inseguito quelli dello sviluppo socio-economico, favorendo le concentrazioni urbane e abbandonando al dissesto le aree agricole, gli edifici e i beni culturali, considerati non in grado di produrre ricchezza. Parallelamente l’abbandono del territorio destinato, o vocato, all’agricoltura non accompagnato dalla diffusione un’adeguata cultura ecologica, ha generato fenomeni disgregativi da risarcire. Ne sono derivate gravi difficoltà riguardo alla conservazione ed alla salvaguardia di un ambiente, un tempo già acculturato, e moderatamente antropizzato, oggi prevalentemente utilizzato per mono colture intensive altamente specializzate, non solo agricole, ma anche turistiche. Premesso che il territorio veronese3 ancora nel medioevo aveva conosciuto lungo il confine con il mantovano uno dei pochissimi esempi in Europa di difesa lineare continua, il Serraglio Scaligero, opera di difesa permanente che si sviluppava dalle risorgive presso Nogarole fino a Villafranca e a Valeggio sul Mincio, la cui trattazione però esulerebbe dal presente contesto che riguarda la via atesino-lessinica nel nord del veronese. A Vero-
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01. Veduta dal forte Rivoli della strettoia nell’ansa della Chiusa del fiume Adige. 02. Reambuliren Detailkarte von Manövre Terrain am Mincio 1859 (foglio E1, KAW), con indicati in rosso i forti.
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03. Territorio AdigeLessini-Brenta: i confini Austria-Italia con i relativi forti. Con i simboli neri pieni quelli italiani, vuoti gli austriaci. La piazzaforte di Verona comprendeva in tre serie concentriche 22 forti, dieci quella di Peschiera.
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na in epoca romana incrociavano due itinerari di grande rilevanza: da Nord a Sud, la via Claudia Agusta, parallela al corso dell’Adige, da Est a Ovest la via consolare Postumia da Genova via Cremona ad Aquileia. Percorsi di rilevanza internazionale tra i primi nel Veneto ad essere affiancati da una linea ferroviaria. Le storiche provenienze dal Brennero correvano sulle due sponde del fiume a seconda dei regimi dominati, per evitare la pericolosa strettoia della Chiusa (tra Rivoli e Ceraino) le varianti di destra risalivano verso il Monte Baldo, mentre quelle di sinistra deviavano verso i Lessini4. La discesa dei germanici paventata dai veneziani del cinquecento come “la callata dei Thedeschi”, alla Chiusa d’Adige si biforcava a destra del fiume per Verona e a sinistra per Peschiera sul lago di Garda, verso Mantova o Brescia. Il sito identificava la cerniera tra il Garda, il Baldo e l’Adige, delimitata dai rilievi montuosi pedebaldesi, e oltre il fiume quelli lessinici, in un paesaggio di eccezionale valore, che ha costituito prima per l’Austria e poi per l’Italia, l’estensione novecentesca del fronte militare della più famosa battaglia napoleonica di Rivoli. Le fortificazioni pedebaldensi, atesine e lessiniche Per chi percorre l’autostrada del Brennero, o usa la ferrovia, il complesso dei forti sul monte Castello in destra e quelli arroccati sulla sinistra dell’Adige sono i landmarks, con cui identifica tanto Verona quanto il lago di Garda. Il paesaggio, emozionante per la bellezza dovuta alla trasformazione dell’Adige da fiume alpino a corso d’acqua della pianura padana, assume qui il valore simbolico di “porta d’Italia” o “porta d’Europa”, a seconda della direzione di percorrenza. Presso Rivoli il ghiacciaio che ha modellato la Valdadige aprì un varco tra le strutture più fragili della barriera rocciosa, diffondendosi nella piana, e racchiudendola entro la serie delle corone semicircolari di un anfiteatro morenico, pressoché unico in Europa. Alle sue
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spalle la profonda incassatura intagliata nel paesaggio alpino della Valdadige si spalanca verso il fiume, il monte Pastello e la Valpolicella, con i primi rilievi baldensi e il Monte Castello a costituirne il fondale, mentre le fortificazioni del XX secolo simbioticamente connesse con l’ansa dell’Adige, ne costituiscono il boccascena. Gli episodi della vittoriosa battaglia napoleonica5, comportarono che, dopo gli scontri risorgimentali e la guerra del 1848, l’Imperial Regio Governo Austriaco presidiasse questo accesso alla Valdadige con quattro forti, in sinistra d’Adige: Mollinary (Monte), Hlawaty (Ceraino) e Chiusa Veneta e uno in destra del fiume Wohlgemuth (Rivoli). A questi si aggiungevano, dopo il 1870, gli italiani Batteria Bassa (Rivoli), la Batteria alta e la Tagliata di Incanal, il San Marco (Caprino), successivamente collegati con gli altri otto forti della serie lessinica6. Nel periodo della guerra fredda la militarizzazione dei siti veniva incrementata, nel 1955-66, dalla realizzazione dei centri ipogei di comando della NATO: Back Yard a Grezzana e West Star ad Affi sotto il monte Moscal. Tali strutture dismesse rispettivamente nel 2000 e nel 20077, negli anni ’50‘70, rientravano nel disegno di un fronte che dalla Norvegia arrivava a Trieste, equivalente alla militarizzazione del territorio, funzionale non solo alla difesa, ma anche al controllo sociale8. Se alla fine dell’Ottocento risulta già difficile comprendere l’originale dispiegamento difensivo9, appare ancor più sorprendente la febbrile attività fortificatoria con cui gli stati maggiori italiano ed austriaco, sui due versanti del confine, eressero, dopo il 1870, un fitta rete di opere di difesa permanenti. L’Italia tra la fine dell’Ottocento e l’inizio della prima guerra mondiale, oltre al riuso dei quattro forti austriaci, di cui veniva rovesciato il fronte offensivo, completò le difese del settore con quelli di Naole (Caprino), San Marco (Caprino), Cimo Grande (Caprino), Monte Tesoro (Sant’Anna d’Alfaedo), Masua (Fumane), Santa Viola (Grezzana), San Briccio (Lava2026 #03
gno), Monte Castelletto e Batteria Monticelli (gli ultimi due esplosi nel ’45). Nell’anfiteatro di Rivoli il forte omonimo venne anche rafforzato dalla Batteria Bassa, ed integrato (tra il fiume e il monte) in località Canal dalla Batteria e dalla Tagliata di Incanal10. Tali fortificazioni, dovute alla reciproca insicurezza degli apparati militari contrapposti, possono aver contribuirono a deviare, nel giugno 1916, la prima stafexpedition austro-ungarica verso la pianura padana, incanalandola dalla Vallarsa verso la Valbrenta e il Grappa. Analoga funzione assolsero infine nel 1918 quando all’armata germanica venne strategicamente interdetto di agire lungo la valle dell’Adige11. Nell’ultimo mezzo secolo l’anfiteatro morenico di Rivoli, la Chiusa d’Adige e i forti, sacrario della natura e monumento di architettura militare sono stati oggetto di profonde compromissioni. In destra d’Adige il paesaggio è stato sconvolto da trentacinque cave, dall’autostrada del Brennero, che lo taglia a
vi, resero diseconomico il recupero a fini militari di gran parte del patrimonio fortificato esistente12. Questo rimase tuttavia protetto dalla sua appartenenza al demanio militare, e quindi soggetto alla segretezza ed escluso da qualsiasi strumento di pianificazione urbanistica, o edilizia, civile13. Nel 1997 nel solo Veneto furono ben cinquantacinque le strutture inserite in un programma di dismissioni ai fini militari, tra queste i forti: San Briccio (Lavagno), Rivoli,
04. Schema sintetico delle fortificazioni ottonoventesche dell’area Adige-Lessini nel veronese: in rosso pieno i forti tuttora esistenti, vuoto quelli scomparsi, in rosso e nero le più recenti realizzazioni ipogee NATO dismesse.
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“La scelta non è tra un restauro formale e la sua libera attuazione, ma tra la sterile conservazione dei luoghi e la loro valorizzazione” metà, solcato da elettrodotti con andamento da nord a sud e più recentemente interessati dalle quattro pale eoliche sul monte la Mesa. Sul versante sinistro l’impatto della ferrovia, dei disordinati insediamenti industriali e delle cave di marmo dei comuni di Sant’Ambrogio e di Dolcè ha aggravato l’aspetto del paesaggio. Per quanto riguarda le numerose e imponenti opere militari dell’area, l’adesione dell’Italia alla NATO 1949 determinò la riorganizzazione del sistema difensivo su basi sopranazionali. L’evoluzione tecnologica degli armamenti e la stessa utilità dei sistemi permanenti di difesa, l’evoluzione tecnologica e la necessità di nuovi standard operati145
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05-06. Rivoli: in primo piano la caserma Massena, la torre d’artiglieria (ridotto austriaco del forte Woghlemut), sul fondo la batteria bassa aggiunta dagli italiani. Pianta originale e con
il fronte offensivo rovesciato in mani italiane. 07-08. Rivoli: il forte, la batteria bassa realizzata sotto il Regno d’Italia nel 1880-85. Foto e pianta.
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Monte Tesoro (Sant’Anna D’Alfaedo), Sofia (Verona). Di tali strutture 12 su 16 erano ubicate in provincia di Verona14. Gli edifici costruiti o adattati per la difesa, come gran parte delle opere del tardo Ottocento e dei primi Novecento, vennero così dismessi15, uscendo dal ciclo vitale, rimanendo tra le maglie di una burocrazia per cui era difficoltosa anche la loro trasmissione dal demanio militare a quello civile16. Solo dagli anni Ottanta del Novecento grazie ad alcuni cultori e alcuni professionisti, supportati dall’Ordine Architetti di Verona, dalla Soprintendenza ai Monumenti, da varie Amministrazioni locali e dalla stampa locale, il tema delle fortificazioni fu richiamato l’attenzione pubblica17. Purtroppo, per quanto riguarda il sistema dei forti dell’area atesina e lessinica, non venne più riproposta l’esperienza tentata nel 199798 da quel Piano Provinciale di Valorizzazione Ambientale, adottato18 e prontamente cancellato dalla pianificazione regionale successiva. Continua pertanto a mancare quello strumento di programmazione e di pianificazione sovracomunale, capace di considerare operativamente il patrimonio edificato militare dismesso, tra le risorse del territorio. Nel caso della “terra dei forti” queste opere rappresenterebbero un valore aggiunto da recuperare per usi più consoni, evitando la soluzione immediata, opzione, facile, ma poco utile di “museo di sé stesso”, o “museo del nulla”.
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09-10. Dolcè: il forte Ceraino (Hlavaty 1850-51) visto dal Rivoli, pianta come corretto sotto il Regno d’Italia nel 1884.
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Modelli e tipi L’ubicazione dei forti a cavallo dell’Adige in origine di mano austriaca è diretta conseguenza della clamorosa sconfitta subita dalle armate austriache per opera dell’esercito di Napoleone (dicembre 1897), fu determinata dalla morfologia movimentata del territorio di Rivoli favorevole al dispiegamento delle truppe francesi, che combattevano in ordine sciolto, penalizzando al contrario lo schieramento a ranghi serrati di quelle austriache. Dopo il 1848 in tale ottica, la realiz145
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11-12. Sant’Ambrogio di Valpolicella, il forte Monte (Mollinary 1850-51), semidistrutto per l’esplosione della polveriera durante la Seconda Guerra mondiale. Foto e pianta.
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zazione di fortificazioni permanenti fu ritenuta indispensabile protezione per la direttrice del collegamento con l’Austria, ma anche per contenere le offensive alimentate dal risvegliato nazionalismo italiano e dalle ambizione espansionistiche sabaude. Le opere appartenevano alle tipologie seriali che la Direzione del Regio Imperial Genio Militare andava realizzando nel veronese: un recinto poligonale con un ridotto centrale. I relativi schemi base, derivati dalle fortificazioni svedesi come introdotti negli stati germanici dagli studi di Montalembert, subirono significativi adattamenti planimetrici e distributivi obbligati dalla geomorfologia dei luoghi. Adattamenti evidenti nel forte Mollinary (Monte). Nel forte Ethsthalsperre (Chiusa Veneta) articolato su tre livelli, la cui organizzazione era dovuta alla funzione di sbarramento congiunto del fiume, della strada e della ferrovia del Brennero, cordone ombelicale con l’Austria. Con l’annessione del Veneto al regno d’Italia le fortificazioni austriache, originariamente con il fronte offensivo rivolto contro l’Italia, convertite e riarmate, vennero inizialmente mantenute in efficienza19. Lo sbarramento di Rivoli prevedeva azioni difensive, ma anche ostative nei confronti di una serie di infrastrutture come il fiume la ferrovia e la strada del Brennero con le molte varianti per bypassare la strettoia della Chiusa. Il programma20 del 1878 prevedeva poi con la costruzione di nuovi forti anche quella delle reti stradali di accesso, rilevanti come i quaranta tornanti a pendenza costante, necessari per far giungere le armi pesanti al forte San Marco. Le fortificazioni Italiane, cui sovrintendeva E. Rocchi, sia pur in misura decrescente dal 1885 rimasero ancora influenzate dai modelli della scuola prussiana: impianto poligonale con caponiere di vertice e tamburo difensivo di gola, vedansi i forti San Briccio e Masua. Il forte San Marco, fortemente condizionato dal sito, rappresenta invece un esempio più marcatamente centro-europeo. All’inizio del 2026 #03
13-14. Ceraino, Chiusa veneta (Ethsthalsperre della serie austriaca 1850-59), costruito come stazione di dogana per i trasporti su acqua, ferro e strada, venne sventrato
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dopo il 1945. Foto di M. Lotze 1866 e pianta. 15-16. Caprino, località Lubiara: il forte San Marco della serie italiana eretta tra 1888 e il 1913. Foto e pianta.
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novecento l’evoluzione tecnica dell’artiglieria impose il passaggio dalle opere “in terra e muro” a quelle in “ferro e cemento”. Vennero inoltre adottate nelle fortificazioni terresti le torri blindate dell’artiglieria navale21, installate tra il 1904 e il 1913 nei forti: Monte Tesoro, Santa Viola nonché integrate nell’aggiornamento dei forti Masua e Monte Castelletto. Dalla nascita del forte d’artiglieria l’architettura difensiva è stata progressivamente aggiornata e trasformata dall’evoluzione degli armamenti, assumendo le caratteristiche di una vera e propria macchina bellica, la cui la forma architettonica era quella di un contenitore per apparati tecnologici sempre più complessi. Una sorta di modelli, ormai ridotti a “figurine” della collezione di un turismo culturale. Oggi infatti si “restaura” ciò che resta di involucri, spogli, nudi e malinconici carapaci, privati degli elementi tecnici che, ne avevano motivato l’edificazione, e ne costituivano la loro qualificazione più significativa. 62
Conservazione e riuso Trasmettere il patrimonio culturale delle architetture nate per scopi bellici e divenute inutili, o inutilizzabili, è sempre stato un problema controverso. Nei primi decenni del novecento la soluzione più frequente fu la demolizione, talora mitigata, come nel caso dei castelli medievali, da una loro mitizzazione in chiave romantica o favolistica. L’interesse, in seguito esteso all’intero patrimonio fortificato recente, sostenuto da uno storicismo attento ai riscontri funzionali e tecnologici dei manufatti, ne ha favorito la categorizzazione e in alcuni casi una forma di collezionismo culturale. Tuttavia nel più ampio quadro delle tematiche ambientali, la conservazione di mura e muraglie, forti, bunker, pill-box e trincee, manca ancora di una solida teoria. Questi luoghi e strutture nati per la difesa, oggi divenuti monumenti e spazi della memoria collettiva, una volta evaporata tale memoria, rischiano di diventare simboli del nulla. Indispensabi-
le, pertanto, definire obiettivi e priorità per una rivitalizzazione dei manufatti selezionati attraverso una conservazione della memoria, capace di riempire con nuovi significati il loro spazio fisico. La mancata analisi critica comporta tanto il decadimento, quanto un “restauro per il restauro”, privo di reali prospettive di appropriazione e riuso. Il risultato, infatti, essendo l’architettura difensiva nata soprattutto per respingere e non per accogliere, sarà una sopravvivenza abortiva destinata al fallimento. Nell’ampio contesto della dismissione delle opere militari soprannumerarie il caso di Rivoli Veronese è l’esempio emblematico dei problemi, ma anche delle potenzialità insite nei sistemi architettonici della difesa. Il territorio dei forti, collocato alle spalle dell’anfiteatro morenico e compreso tra i Comuni di Caprino, Rivoli e Affi22 si trova ora investito dal processo di estensione del turismo gardesano dalle sponde del lago verso l’entroterra. Tale fenomeno, orientato alla 2026 #03
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valorizzazione ambientale, dovrà quindi farsi carico anche delle trasformazioni antropiche, concependo l’utilizzo tematico dei forti attraverso il loro creativo recupero per funzioni permanenti utili anche ai residenti e non solo alle “visite guidate”. Il complesso dei forti di quest’area, vero e proprio landmark della media Valdadige, potrebbe costituire l’elemento portante la loro rivalutazione. Lo scacchiere difensivo ottocentesco rappresenta, infatti, assieme al corredo naturalistico dell’anfiteatro morenico la vera risorsa di cui può godere il territorio: tra la piana di Rivoli e la sponda destra del fiume23, ma anche gli effetti delle dismissioni agli anni cinquanta, di cui sono emblematici: il degrado del forte San Marco spogliato del suo corredo architettonico, la Batteria e la Tagliata di Canal ridotte allo stato di rudere dalla stessa strada pubblica che dovevano presidiare. Conclusione La sola salvaguardia passiva ha dimostrato come la cultura della conservazione, isolata dagli stessi utenti cui dovrebbe essere destinata, finisca per produrre una narrazione, forse romantica, ma priva di ricadute positive. I veti incrociati, le complessità 145
legislative e le relative incertezze economico-finanziarie con la competizione tra i vari livelli istituzionali favoriscono in realtà una deregulation dannosa. L’analisi a livello europeo dei tentativi, più o meno riusciti, di recupero dei sistemi difensivi soprannumerari ha chiaramente dimostrato come le comunità locali, e talora anche quelle nazionali, non siano in grado di sostenere un così vasto patrimonio se non garantendogli una vita economica con l’introduzione di funzioni e di usi più redditizi. In un territorio, relativamente ridotto come quello del sistema Adige-Lessini, la conservazione e la valorizzazione di una così consistente serie di opere fortificate sopranumerarie, significative24, richiede una programmazione complessiva, non può essere affrontata caso per caso. Programmazione che tenga conto dell’espansione nell’entroterra del turismo del lago di Garda e del crescente turismo enologico in Lessinia, in cui i forti dismessi contribuiscano ad equilibrare domanda ed offerta dei relativi servizi nei limiti di una valorizzazione ecocompatibile del territorio. Le amministrazioni comunali locali25, infatti, continuano ad assistere al degrado di larghe porzioni del loro patrimonio monumentale, paesistico ed ambien-
17-18. Lavagno, forte San Briccio: il primo della serie delle opere italiane costruite tra il 1883 e il 1913. Di impianto poligonale di tipo prussiano. 19-20. Fumane, forte Masua: costruito dal Genio Militare Italiano nel 1883, venne modificato con l’aggiunta di un blokhaus in calcestruzzo con sei cupole blindate nel 1810.
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tale, in particolare proprio di quelle opere di architettura militare del passato che, per dimensione, concezione e valore, potevano rappresentarne gli elementi di una possibile valorizzazione26. La stessa dovrebbe soddisfare la necessità di conservare l’immagine storica, ma anche una rinnovata capacità di suscitare interesse, attenzione e stimolo, in un positivo processo di riappropriazione culturale del territorio. Dal punto di vista architettonico, la scelta non è tra un restauro formale e la sua libera attuazione, ma tra la sterile conservazione dei luoghi e la loro valorizzazione attraverso un uso vocato alle esigenze del territorio. Del tutto improduttiva risulta anche la realizzare di “musei del nulla”, di troppo facile elaborazione ed esenti da contestazioni. Il sistema pedebaldense-atesino-lessinico costituisce un vero e proprio paesaggio culturale e naturalistico nel quale infrastrutture storiche, morfologia naturale e architetture militari definiscono un’autentica, ben definita, ma anche complessa e stratificata identità. In linea con i principi della Convenzione europea del paesaggio, ma anche delle Guidelines UNESCO la conservazione non dovrebbe limitarsi ai singoli elementi o contesti, ma estesa alle relazioni spaziali, visive e funzionali che li connettono. Solamente un lavoro sistemico permette di superare la difesa passiva e l’abbandono, restituendo alle fortificazioni dismesse il ruolo che loro spetterebbe nella ri-creazione del paesaggio contemporaneo. •
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21-22. Grezzana, forte Santa Viola: costruito per ospitare i pozzi per le torri blindate d’artiglieria, come quelli di Monte Tesoro e di Naole; acquistato dal comune di Grezzana nel 1958, restaurato nel 2003-06 e riaperto per attività sociali e pubbliche.
Rivelando solo in seguito, dopo gli anni quaranta del novecento, la dimensione coercitiva del regime occupante, che li ha realizzati ricorrendo al lavoro coatto delle popolazioni dei paesi vinti che li ospitavano: Norvegia, Danimarca, Pesi Bassi, Belgio e Francia.
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Il paesaggio storico, come descritto da Göethe, Ruskin, o dai geografi del XVIII e XIX secolo, date le trasformazioni avvenute non può trovare oggi alcun riscontro, neppure nelle architetture militari che si vorrebbero salvare.
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Omettendo il sistema delle cinte cittadine plurime di Verona, di cui negli ultimi decenni, si è molto parlato e scritto anche se poco realizzato (cfr. successiva nota 15).
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Al tempo delle lotte tra papato e impero per evitare Verona a Rovereto si deviava per la Val Brenta per incontrare la Postumia sotto Bassano.
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Battaglia di Rivoli (14/15 gennaio 1797) vinta dell’esercito francese di Napoleone su quello imperiale austriaco al comando di Alvinczy.
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G. Perbellini, Le fortezze ottocentesche della provincia di Verona, Verona 1981.
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L. Malatesta, G. Trevisani, A. Pozza, C.R. De Castro, Viaggio nelle basi segrete della Nato West str e Blach Yard, Varese 2015.
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M. Beccichet, Fortezza FVG dalla guerra fredda alle fortezza dismesse, Monfalcone 2015..
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La guerra di popolo era diventata politica e si avviava a diventare totale, come traspariva dall’ossessionante dialogo tra difesa e offesa.
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Sul fronte trentino l’Austria provvedeva ad opporre la serie degli sbarramenti fortificati a Lodron, Lardaro, Tenno, Arco, Castel Corno, Brentonico, Avio, Beseno, Folgaria-Lavarone; più a nord dal 1839, alla confluenza dei fiumi Rienza e Isarco erano anticipati a Fortezza dal forte di Franzensfeste ( J. Rainer, Gli sbarramenti austriaci nel Tirolo; G.P. Sciocchetti, Evoluzione della fortificazione permanente nel XIX sec, entrambi in «Studi trentini di scienze storiche» n.70, 1991).
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A. Valori, La guerra italo-austriaca 1915-1918, Bologna 1936; E. Bauer (trad it. R. Maenz Vannocchi), Il Leone dell’Isonzo, S. Baroevic, Vignate, 2026.
La consistenza di tale patrimonio alla seconda metà del secolo scorso era la seguente: ridotti allo stato di rudere i forti Chiusa, che sbarrava strada e ferrovia del Brennero, Tagliata di Incanal, sventrato per allargare la strada, e Monte, semidistrutto dallo scoppio della polveriera nel 1945; abbandonato il forte Cimo Grande; in mediocri condizioni i forti di Rivoli con la Batteria Bassa e la Caserma Massena, in mano pubblica, Ceraino, impraticabile, San Marco ancora integro nel suo impianto ma spogliato del suo corredo architettonico, Naole, parzialmente utilizzato come stazione ecologica.
46; L.V. Bozzetto, Verona la cinta magistrale asburgica, Verona 1993; i quotidiani locali principalmente tra il 1986 e il 1988. 18
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Tale condizione consentì per ragioni di traffico, a Verona, l’apertura delle brecce nelle mura ai lati delle porte Nuova e Palio oltre alla demolizione dei forti Clam, Stadion (Tomba), della torre Culoz (Tombetta) e a Rivoli quella della Tagliata di Incanal.
Attualmente nell’area considerata solo i forti Monte Tesoro e Santa Viola risultano restaurati e adibiti a centro polivalente e museo di sé stessi.
Le difese permanenti furono definitivamente abbandonate dopo la caduta del muro di Berlino. Vedasi come esempio il lungo iter di trasferimento delle mura di Verona dal demanio statale a quello comunale previsto dalla legge del 1989, che nel 2004 risultava ancora inattuato (Atti del Convegno Programmi di recupero e riutilizzo dei sistemi difensivi: mura e forti, Comune di Verona, Verona 2004). V. Jacobacci, La piazzaforte di Verona sotto la dominazione Austriaca, Verona 1980; F. Meneghelli, M. Valdinoci, Il sistema difensiv della Lessinia, Verona 2010; G. Perbellini, L.V. Bozzetto, Verona la piazzaforte ottocentesca nella cultura europea, Verona 1990; G. Perbellini, The austrian fortification of Verona, in «Fortresses» n.15, 1992, pp. 37-
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F.M. Cailotto (a cura di), I progetti di valorizzazione ambientale, nuovi strumenti di pianificazione del territorio veronese, Atti del Convegno 12/13 giugno 1998, Verona 1998. Il generale G.S. Pianell, comandante del C.d.A., nel 1866, le riteneva tecnicamente e strategicamente ancora utili. Il sistema venne perfezionato con lo “sbarramento di Rivoli” (1880-85).
M. Borgatti, Della fortificazione permanente contemporanea, Torino 1898.
L’esempio più rilevante è quello eretto, tra 1898 e il 1905, nell’Alta Savoia, alla quota di 3.410 metri al riparo della cresta del monte Chaberton, un sorta di corazzata alpina con otto torri d’artiglieria del diametro di 7 m, fuori terra per circa 15 m. Sfortunatamente fu messo fuori uso dagli obici francesi i primi 15 giorni di guerra nel 1940 (cfr. E. Castellano, Distruggete lo Chaberton!, note per una ricerca, Torino 1984). Territorio in cui è presenti anche una cospicua serie di fortificazioni dell’età recente e attuale.
Ivi si affacciano otto installazioni militari, cinque delle quali concentrate tra Rivoli e Caprino. Nell’arco di meno di un secolo sono concertate tipologie difensive che vanno dall’uso dell’artiglieria in bronzo ad avancarica agli impianti direzionali militari protetti del tempo della guerra fredda. Nel nostro caso: Affi, Rivoli, Caprino, Dolcé, Sant’Ambrogio, Sant’Anna d’Alfaedo, Fumane, Grezzana, Lavagno.
A ciò contribuisce evidentemente anche l’interpretazione di un patrimonio difficile da comprendere ma che, allo stesso tempo, congiuntamente al paesaggio culturale, verde o costruito, rappresenta un grande potenziale espressivo e cognitivo. 65
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LA CULTUR CONSERVAZIO DAGLI STES CUI DOVREB DESTINATA, F PRODURRE UNA FORSE ROMANT DI RICADUTE 2026 #03
URA DELLA ONE, ISOLATA SSI UTENTI BBE ESSERE FINISCE PER A NARRAZIONE, TICA, MA PRIVA E POSITIVE. 145
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PER UNA STORIA L’edilizia intensiva realizzata negli anni Cinquanta e Sessanta a Verona da Bruno Ruffo. Testo: Michela Morgante
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Nel mercato professionale dell’ultimo dopoguerra hanno dominato i prodotti di qualità media, in tono con le richieste di un manipolo di investitori lautamente supportati dalle leggi sull’“incremento edilizio”. Fondamento del successo nel settore è stata l’adozione di un’edilizia industrializzata e seriale, plasmata sui vincoli di spesa imposti dallo Stato per godere dei previsti benefici fiscali e creditizi. La politica post-emergenziale tramite i piani Alvisio e Tupini era volta a rilanciare l’economia del Paese fornendo case tagliate sulle esigenze di un ceto medio e medio-alto con una forte propensione al risparmio, bacino elettorale della DC. Famiglie di aspiranti neo-proprietari, sensibili ai valori di rappresentanza degli spazi interni, incuranti degli effetti di contesto di contenitori edilizi qualitativamente poveri. La produzione progettuale di Bruno Ruffo (1906-2003) incarna idealmente luci e ombre di tale congiuntura, negli anni cruciali dell’espansione demografica e industriale di Verona. All’ingegnere di Soave – casualmente omonimo di un coevo campione mondiale di moto, pure lui veronese – dobbiamo una serie di interventi ormai assimilati nel paesaggio urbano dei nostri quartieri. Per ragioni ignote questi edifici furono oggetto di una attenta campagna fotografica alla metà degli anni Sessanta, affidata all’obiettivo di Ga-
burro, di tale M. Ogheri e del mantovano Calzolari. Il portfolio, già esposto in mostra nel 20121, viene ora riproposto sulla piattaforma documentale Arcover, dandoci modo di rileggere la figura di Ruffo in un quadro di contesto molto più completo, alla luce delle fonti storiche digitalizzate attualmente disponibili. Alla fine della Prima guerra mondiale Bruno Ruffo viene congedato come tenente del Genio2. Durante gli studi in ingegneria a Padova stringe amicizia con un altro veronese oggettivamente di maggior successo, il futuro docente Iuav Daniele Calabi, autore fra gli altri del restauro della sede veneziana di Architettura ai Tolentini. Ruffo lo aveva preceduto di poco nella laurea, ottenuta nel 19283: lo incalzava una promettente carriera professionale sulle orme del padre, influente figura di tecnico dedito alla politica e agli affari. L’ing. cav. uff. Luigi Ruffo riveste negli stessi anni Venti ruoli di vertice nella società veronese autostradale, nella Federazione nazionale fascista della proprietà edilizia e nell’ente Fiera di Verona. Mescola competenze in campo costruttivo, agrario e industriale, e interviene su riviste nazionali di settore, dove promuove già nel 1929 una “industria edilizia” tutta incentrata sulla “standardizzazione delle unità costruttive” e una regia unica – tecnica, finanziaria e di cantiere – affidata agli ingegneri4. A fine anni Trenta, guar2026 #03
DEL PROFESSIONISMO 01
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01. Bruno Ruffo, prospettiva dell’immobile per appartamenti denominato ES 59, Verona, via Giovanni Ceriotto 6 (collezione privata).
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02-03. Riforma e ampliamento di case coloniche nella pianura veronese (in «L’Industria Italiana del Cemento» 11, novembre 1935, pp. 348-50).
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04. Un immobile dell’Amministrazione Trezza d’Acquarone a Verona in Piazzetta Pasque Veronesi 3 (1951). 05. Bruno Ruffo in cantiere con il Provveditore agli Studi Sillato, 1970. 06. Fabbrica Massa a Soave, 1954 (foto Ogheri). 07. Fabbrica Forven in via del Perlar 37 angolo via Roveggia, 1958.
da al problema della fatiscenza del parco immobiliare nei centri urbani, suggerendo di procedere senza indecisioni a operazioni di demolizione e rifacimento, per ragioni di convenienza privata e collettiva: il mancato riuso dell’esistente porta a ripiegare su una “esagerata espansione dei quartieri nuovi”, con pesanti investimenti di denaro pubblico per estendere i servizi comunali in periferia. Con un simile background culturale, Ruffo jr. inizia in sordina la professione dall’incarico di rinnovare in stile la parrocchiale di San Vittore a Colognola ai Colli (1927-30)5. Intervento in cui amplia sensibilmente la cappella originaria, ne ruota di 90° l’asse principale e incorpora le antiche parti affrescate. Sono gli anni in cui consegue l’abilitazione presso la Regia scuola di Ingegneria di Bologna6, e si iscrive all’Albo Ingegneri di Verona con il numero 221. Nel 1930 è reclutato nel reggimento pontieri e lagunari7 e firma i primi lavori in campo abitativo, tra cui la palazzina Beghelli in circonvallazione Maroncelli8. Nel 1936 il tecnico risulta, come peraltro già il padre, regolarmente iscritto al Sindacato fascista ingegneri9. E, coerentemente agli interessi agricoli di famiglia, si cimenta con profitto nell’edilizia rurale, abbracciando quell’opera di modernizzazione insediativa ed economica delle campagne tanto cara alla politica di Regime. In quest’ambito progetta la ristrutturazione di due vecchie case coloniche a Belfiore, nonché la conversione di un vecchio portico a Colognola ai colli, ad uso stalla. Opere minori, ma premiate nel 1934 al concorso sul risanamento dei fabbricati rurali della 39ma Fiera dell’Agricoltura10. La specializzazione in materia lo porta a Roma, al primo congresso dell’Istituto Nazionale di Urbanistica, dove propone al gotha degli esperti nazionali un non scontato sviluppo coordinato dell’hinterland agricolo periurbano11. Nel 1938, parallelamente al servizio da tenente di complemento nel Genio di stanza a Vicenza12, diventa padre di Carlo Alberto, in età adulta a sua volta progettista.
A questo primo decennio di posizione sostanzialmente impiegatizia, con incursioni solo sporadiche nella libera professione, fanno seguito l’interruzione dovuta alla guerra, lo sfollamento, una lunga convalescenza per un incidente stradale13. Ma la carriera di Bruno Ruffo decolla con slancio grazie ai fermenti della ricostruzione – l’ingegnere capitalizza la svolta, le entrature familiari, un benessere collettivo in rapida e progressiva crescita. Disegna alcuni edifici industriali in città e provincia, tra cui la Massa a Soave (1954), azienda di prodotti chimici per l’agricoltura fondata dal padre, e la Forven – antesignana del compostaggio dei rifiuti solidi urbani: impianto tra via Roveggia e via del Perlar che dal 1958 ai primi anni Settanta trasforma l’umido e lo commercializza come fertilizzante organico. Nel 1963 il progettista si dedica all’ampliamento delle cantine della tenuta Musella alle Ferrazze. Diversamente dal fratello Sandro, appartato nello studio delle scienze naturali14 Bruno era rimasto nel solco paterno business-oriented e aveva intrecciato le proprie sorti con la potente Amministrazione Trezza d’Acquarone, di cui dal 1950 diviene il principale referente tecnico. La società di riscossione daziaria era nota per le ardite avventure finanziarie e svariati contenziosi fiscali nel mondo dei costruttori. Soprattutto, la Trezza risultava da decenni dominante sul mercato fondiario, agendo da aggressivo operatore economico con garanzie al credito derivanti da un ingente patrimonio immobiliare, e aperture bancarie riversate in ulteriori investimenti edilizi15. Da questa vertiginosa spirale positiva Ruffo ricava una lunga serie di incarichi, collegata ai beni della stirpe e alla sua agguerrita carriera immobiliare. Fino ad allora, le commesse dell’immediato dopo-guerra si erano limitate a lavori di ricostruzione mimetica, sopraelevazione, ampliamento. Qui, all’interno della città storica consolidata, l’ingegnere deve piegarsi al tipico “stile neutro da Soprintendenza”, adottando materiali e stilemi tradizionali – linea 2026 #03
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08. Condominio ES 52, Verona, via Isonzo 7 (1952). Pianta piano tipo (Archivio Edilizia Privata, Comune di Verona). 09. Condominio ES 52: immagine d’archivio. 10. Condominio Es 52: stato attuale (foto di Lorenzo Linthout).
seguita per il rifacimento integrale, con garage, del palazzetto Trezza di fronte a Castelvecchio (1951). E così pure, forzatamente, per il ripristino post-bellico dell’immobile che lui stesso sta per ereditare in piazzetta Capretto, all’angolo di via Cappello (194649). Nei tre alloggi, in totale una ventina di vani, davanti alla bombardata chiesa di San Sebastiano i Ruffo riunivano da decenni residenza, sedi societarie e studio professionale. La guerra libera quest’angolo del centro da vecchie superfetazioni, e lo restituisce ad una piena valorizzazione commerciale: oltre al bar tuttora presente, alcune stanze vengono affittate dai Ruffo al fotografo Gaburro, che intorno al 1955 vi trasferisce la sua “Fotocelere” da piazza Broilo, rimanendovi poi fino a metà anni Ottanta. Allo stabile di famiglia si era aggiunto un piano nei primi anni Venti, grazie alle pressioni del padre: la giunta gli aveva concesso l’ennesima deroga al Regolamento d’igiene, in un volume che “supera già ora di quasi il doppio l’altezza regolamentare”16 in proporzione alla sezione stradale. Dopo la guerra, i proprietari sottoscrivono un impegno ad ac-
cogliere il portico continuo imposto dal Piano di ricostruzione su tutto il lato sud di via Cappello; previsione poi decaduta, per ovvie ragioni di salvaguardia in un contesto storico, ma rimasta nella galleria degli adiacenti “Grandi magazzini Coin”, portatori del primo curtain wall cittadino (1957). Con la società veneziana Bruno Ruffo risulta peraltro associato di lì a poco (insieme a vari altri tra cui i colleghi Raffaele Benatti e Luigi Sabelli) nell’acquisto di 600 mq edificabili: investimento reso appetibile proprio dai benefici fiscali collegati alla già citata Tupini17. Dalla legge discendono anche tutte le fortunate operazioni dei Trezza sui grossi blocchi speculativi extra Adige, cui Ruffo deve gran parte dei propri onorari professionali. Interventi ben più sostanziosi concentrati in Borgo Trento, ambito che grazie alle generose aperture della giunta Uberti conoscerà il noto salto di scala e ambigue valenze “periferico-centrali”18. A presupposto dell’incremento del quartiere, una sequenza di adeguamenti urbanistici con una sfilza di strascichi (leggi esborsi), nei termini di permute e ri-permute di aree tra Comune e
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ditta Trezza. Non solo: la libertà di manovra accordata al monopolista fondiario si riverbera in una serie di eccezioni volumetriche rivendicate dai proprietari limitrofi, con effetti a catena che si traducono nella totale saturazione di lotti e interstizi. Spetterà alla Variante generale del 1975, a valle del processo, di adeguare agli standard urbanistici l’addensato quartiere, computando a “verde attrezzato” ogni minimo relitto pubblico, anche intercluso, ancora libero. Ruffo disegna dunque decine di episodi di residenziale intensivo per conto dei Trezza e di altri – in cooperativa o singolarmente – applicando una versione corriva del moderno, riflesso di elevati ritmi di produzione e di un’immagine mitizzata di razionalità e progresso. Contribuisce, in modo non trascurabile, a quella “somma di singoli fatti edilizi tra loro slegati” da cui lo stesso Plinio Marconi (caduta l’illusione di pilotarla) prende le distanze su Urbanistica, già nel 195719. I volumi maggiori si attestano lungo la scintillante spina dei servizi di via IV novembre. Una teoria di esercizi commerciali ai piani terra, che costituisce di fatto l’unica dota-
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11. Condominio INCAM 1 (Istituto Nazionale Case ai Maestri), Verona, via dei Mille 8 angolo via Butturini. Stato attuale (foto di Lorenzo Linthout). 12. Condominio INCAM 1, 1955. Immagine d’archivio (foto Gaburro, 19/2/64).
zione complementare alla residenza, in una zona direttamente gravitante sul centro. Funzioni maggiori, di interesse collettivo, come il previsto “cinematografo” progettato da Calabi e Ruffo (1955)20 non riescono ad imporsi. L’asse principale sbocca sulla piazza centrale con due testate, entrambe a cura del nostro: il condominio “E.S. 58” (storica filiale distaccata della Banca Popolare) e l’“E.S. 56” (con il frequentato bar Bauli, oggi Deutsche Bank). Anche nelle secondarie laterali – via Todeschini, Isonzo, Tonale, Medici, Abba, Anzani – i tasselli edilizi inseriti da Ruffo adottano le consuete tipologie multipiano (6-8 livelli), a palazzina o in linea (cioè con le tipiche facciate brevi di risulta, cieche o prevalentemente chiuse). La tecnologia adottata è tradizionale, a telaio in calcestruzzo armato (materiale che in qualche caso comincia ad essere esibito) tamponato in muratura. Esteriormente, domina la scansione tra le diver-
se membrature e relativi pannelli – tutte componenti prefabbricate e modulari. La ricerca compositiva si limita dunque ad un gioco combinatorio, ritmico e texturale, in un quadro di finiture in economia obbligate dall’edilizia sovvenzionata: alternanze di cemento, laterizio a vista, piastrellature, grigliati di laterizio, pannelli in conglomerato. Gli inevitabili restauri intercorsi nei decenni successivi hanno tentato di variarne la grammatica, con accenti di colore negli intonaci non presenti nei prospetti originari: i risultati sono comunque piuttosto miseri. Stante l’utenza, di estrazione modesta ma non certamente popolare, l’appetibilità degli appartamenti era giocata su taglio e disposizione dei vani, e molto anche sull’apporto illuminante degli affacci (balconi aggettanti, logge coperte, bucature quadrangolari mai a nastro). Così per disassamenti, rientranze, riseghe pensati per garantire un minimo di privacy anche tra alloggi consecutivi: tentativo
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13. Condominio ES 56, Verona, via IV Novembre 27, 1956. Immagine d’archivio (foto Gaburro 19/2/64). 14. Condominio ES 56, stato attuale (foto di Lorenzo Linthout).
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di dare un po’ di movimento chiaroscurale ai piani di facciata, attenuando la monotonia di stereometrie quasi sempre “scatolari”. L’altro cliente di rango cui Bruno Ruffo presta la sua opera negli stessi anni è la società tipografica Arnoldo Mondadori. Anche qui il committente attua complesse partite di giro con il Comune, connesse al progetto di espandere e modernizzare i propri impianti, trasferiti da Veronetta alla periferia est – un passaggio progressivo databile 1957-1964. Il settore urbano in cui la storica industria va a insediarsi è il nuovo quartiere operaio di Borgo Trieste che, complice il contemporaneo potenziamento degli impianti Tiberghien, risulta delineato intorno alla metà degli anni Cinquanta. Lo spirito paternalistico della Mondadori concede ai dipendenti benefici extra salariali, allo scopo di fidelizzare la manodopera e prevenire le ine-
“La ricerca compositiva si limita dunque ad un gioco combinatorio, ritmico e texturale, in un quadro di finiture in economia obbligate dall’edilizia sovvenzionata” vitabili conflittualità di fabbrica. È in questo disegno che vanno collocati gli alloggi popolari a riscatto finanziati con versamenti congiunti operai-padronato, grazie a un fondo pensionistico integrativo denominato “Cassa Integrazione Previdenza”. Il complesso, detto appunto “C.I.P. Mondadori” (1958-1962), ricade nel quadrilatero compreso tra via Pegrassi, via Matteo Pasti, via Spolverini e Panteo. Vi riscontriamo un’edilizia di fattura leggermente diversa da quella pur coeva già esaminata: gli appartamenti sono aggregati in torri, con effetti volumetrici un po’ più articolati, una maggiore quota di lotto scoperta, un corredo conseguente di verde condominiale. Un’urbanizzazione di più ampio respiro, impensabile in Borgo Trento, per il maggior valore delle aree, e forse anche per l’accentramento proprietario. I terreni in Borgo Trieste derivavano da
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15. Condominio ES 58, Verona, piazza Vittorio Veneto 48 (Banco BPM): pianta piano tipo (Archivio Edilizia Privata, Comune di Verona). 16. Condominio ES 58: immagine d’archivio. 17. Condominio ES 58: stato attuale (foto di Lorenzo Linthout).
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18. Complesso C.I.P. Mondadori, Verona, via Matteo de Pasti 6-9, 1962. Stato attuale (foto di Lorenzo Linthout). 19-20. Complesso C.I.P. Mondadori: immagini d’archivio (foto Calzolari). 21. Prospettiva per il fabbricato d’Acquarone, 1963 (luogo non identificato). 1
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Coscienza dell’abitare, promossa dall’Ordine degli Ingegneri di Verona in collaborazione con ATER e INU Veneto, mostra a cura di M. Morgante con Francesca Lui (allestimento F. Lui e associazione AGILE), Verona, Oratorio di San Zeno, 2012.
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Ministero della guerra, Ruoli d’anzianità pel 1919 degli ufficiali in congedo, Poligrafico, 1921, p. 1014. Annali della Scuola di Ingegneria di Padova, 1928, p. 273.
Id., Analisi dei prezzi, industria edilizia e disoccupazione degli ingegneri, in «L’ingegnere», giugno 1929, pp. 360-61.
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G.F. Viviani (a cura di), Chiese nel veronese, Società Cattolica di Assicurazione – La Grafica Editrice, 2004, pp. 250-251.
Ministero della pubblica istruzione, Bollettino ufficiale. 2, Atti di amministrazione 1929, p. 2084. Bollettino ufficiale delle nomine, promozioni e destinazioni negli ufficiali e sottufficiali del R. Esercito italiano e nel personale dell’amministrazione militare, Roma 1930, p. 3714.
Archivio di Stato di Verona, Ufficio distrettuale per le Imposte dirette, busta 21. F. Zappi, Guida generale della Provincia di Verona compilata da Guida generale della Provincia di Verona, Verona, 1936, p. 377.
Il successo della manifestazione di Verona, in «L’industria italiana del cemento», 11, novembre 1935, p. 348-50. V. anche «L’Istria Agricola» 31, luglio 1939, vol. 15, num. 14 p. 334. Id., Sviluppo organico e potenziamento della zona rurale adiacente alla città, in INU, Atti del primo nazionale di urbanistica, vol. I, parte II, Urbanistica rurale, Roma 1937.
Annuario ufficiale delle forze armate del Regno d’Italia. 1, Regio esercito, Roma 1938, p. 734.
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Testimonianza a chi scrive rilasciata dalla nuora Emma Delaini, novembre 2012.
Sandro Ruffo (1915-2010), naturalista di fama internazionale con innumerevoli studi e riconoscimenti all’attivo, è stato direttore del Museo civico di storia naturale di Verona dal 1964 al 1980. Ha pubblicato un’autobiografia, Voce di un naturalista veronese del Novecento, Cierre, 2010. A. Confalonieri, Banca e industria in Italia dalla crisi del 1907 all’agosto 1914, Banca commerciale italiana, Milano 1982, p. 225.
Delibera comunale 72, “Ing. Ruffo Luigi, Alzamento di edificio via Cappello-Piazzetta Capretto” 1922. https://archiviostorico. comune.verona.it/DelibereGiunta/ ACVR_DG_CB_1922_259_R.pdf Diritto e pratica tributaria, volume 44, parte 2, Cedam, 1973, p. 319.
Ho trattato la vicenda in Più pomodori che rose. Crescita di un quartiere d’élite che si apre ai ceti medi, in M. Morgante (a cura di), Borgo Trento. Un quartiere del Novecento tra memoria e futuro, Cierre, 2010, pp. 17-44.
Verona: aspetti del recente sviluppo edilizio, in «Urbanistica» 22, luglio 1957, p. 77.
Cfr. M. De Mori, Un cinema incompiuto per Borgo Trento, in «ArchitettiVerona» 108, pp. 66-67. https://ufficiostampa.comune.verona.it/ nqcontent.cfm?a_id=9561&id_com=32034
A. Pintani e R. Zuanazzi, S. Maria Addolorata 1954-1979. Borgo Trieste-Verona: 1954-1979, un venticinquesimo, Verona [s.n.], 1980. Archivio storico del Comune di Verona, Delibera Consigliare 22/12/1961, busta 243.
L’autrice ringrazia Michele De Mori per la segnalazione dei materiali grafici d’archivio inerenti i condomini commissionati a Ruffo dalla società Trezza.
proprietà comunali, le aree del cosiddetto Fondo Banchette incluse nel lascito di Achille Forti: datato 1937, destinato ai bisognosi, cospicuo tra suoli e stabili, e a tutt’oggi in essere21. Fino a inizio anni Cinquanta l’ente locale le aveva affittate a conduttori agricoli, ma ora nella stagione di pressione demografica inizia a destinarle a una più remunerativa politica di spartizione fra operatori di edilizia sovvenzionata. Il Comune insegue come sempre i processi insediativi: nel 1961, anno in cui era sorta la chiesa disegnata da Franco Spelta22, è paradossalmente costretto a riacquistare dal citato Fondo pensionistico il suolo necessario per garantire le necessarie scuole elementari, le Manzoni23. Le medie Fincato arriveranno solo nel 1966. Poco sappiamo dell’attività dell’ing. Bruno Ruffo nei decenni seguenti, forse a metà anni Sessanta già orientato a un definitivo ritiro in campagna da possidente rentier. Ma tanto basta per coglierne il ruolo e, soprattutto, il circostante scenario dove si intrecciano disinvolto professionismo, spirito imprenditoriale diffuso e connivenze a scopo di consenso da parte dell’amministrazione comunale – sullo sfondo di un governo monocolore animato dallo stesso spirito. Vanno evidenziate le ricadute, in termini spaziali, di questo spoiled system: un paesaggio costruito veronese che oggi diamo per scontato, ma allora in piena evoluzione e forse ancora diversamente governabile. Il tumulto dei decenni caldi della corsa al mattone contrasta con la manifesta pacatezza delle immagini vintage, saggiamente conservate nei decenni dalla famiglia Ruffo. Sono riprese fortemente angolate di oggetti edilizi che, soffusi nel bianco e nero d’epoca, risultano immersi in un’atmosfera spettrale, propria di una città in formazione con i ponteggi e le gracili alberature, in apparente attesa di essere abitata. Unica traccia umana, la presenza immancabile delle auto parcheggiate a bordo strada, simbolo di un benessere di cui ancora beneficiamo, in attesa che ci presenti il conto. • 2026 #03
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L’architettura residenziale a completamento e sostituzione dei tessuti della città costruita, assieme al completamento di un recupero fondamentale per Veronetta.
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LA MISURA Progetto: SDAB (arch. Tobia Bonetti) Foto: Niccolò Brussa Testo: Filippo Romano
DELL’ORDINARIO Nel quartiere di Borgo Venezia, un piccolo tassello urbano completa un vuoto e riporta l’attenzione sulla dimensione urbana dell’architettura. 82
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ompletato nel 2026 su progetto di Tobia Bonetti e promosso da uno sviluppatore privato, l’edificio occupa un lotto irregolare compreso fra via Fiumicello e via Rosa Morando, all’interno di un tessuto edificato eterogeneo. L’area, in precedenza occupata da alcuni fabbricati poi demoliti, presenta una particolare conformazione, che diventa il primo dato con cui il progetto si misura. L’intervento si inserisce così in una condizione già fortemente definita, cercando nel rapporto con i margini, le quote e le preesistenze le ragioni della propria forma. Su via Fiumicello il muro in pietra a vista costruisce una sorta di soglia verso la strada e, al tempo stesso, definisce il basamento sul quale poggia l’edificio. La quota rialzata delle abitazioni raccorda il complesso con l’accesso pedonale da via Rosa Morando, mentre sul fronte opposto, a quota stradale, si apre l’accesso carrabile alle autorimesse. È proprio la diversa condizione dei due margini a determinare la forma dell’edificio. Sul fronte principale il volume mantiene un andamento sostanzialmente lineare e completa il margine della strada; procedendo verso l’interno perde progressivamente la propria regolarità, si spezza, segue la geometria del lotto e costruisce una sequenza di prospetti più articolati. La forma nasce così dal confronto con le condizioni specifiche del sito, più che da un principio compositivo autonomo. L’irregolarità del lotto viene assunta dal progetto e contribuisce a differenziare il carattere dei diversi fronti. Alla dimensione urbana del fronte su via Fiumicello corrisponde così, verso la corte, una condizione più raccolta e domestica. L’alternanza delle tonalità chiare e scure sottolinea i marcapiani e modifica la percezione di una superficie sostanzialmente piana. Il colore ne accentua le scansioni, mentre il disegno delle aperture costruisce il ritmo del prospetto.
Dietro questa apparente semplicità è riconoscibile il processo di ricerca che accompagna il lavoro di Tobia Bonetti: disegni, bozzetti e modelli partecipano alla definizione della figura dell’edificio e alla costruzione dei prospetti. Le aperture vengono studiate nelle proporzioni e nella disposizione. Il tratto ritorna sulla stessa figura, la modifica e la corregge, facendo del disegno non soltanto uno strumento di rappresentazione, ma parte del processo attraverso cui il progetto viene progressivamente definito. Nei modelli di studio la stessa ricerca passa dalla superficie allo spazio. Il volume viene verificato nel rapporto con le preesistenze, con i margini del lotto e con gli intervalli che si determinano tra i diversi corpi. Masse e vuoti vengono misurati insieme: lo spazio tra le parti non appare come un residuo della costruzione, ma come un elemento attraverso cui il progetto prende forma. All’interno, un vano scala centrale distribuisce le sette unità, la cui organizzazione segue ai diversi livelli l’articolazione del volume. Verso via Fiumicello prevalgono la continuità del fronte e il ritmo delle aperture; verso la corte la figura si frammenta attraverso arretramenti e balconi. È qui che il rapporto con il verde diventa più evidente: alberi e sistemazioni esterne accompagnano gli spazi della corte e contribuiscono a costruire una dimensione più intima rispetto a quella del fronte stradale. Giardini privati al piano terra, balconi e terrazze ai livelli superiori prolungano gli spazi dell’abitare verso l’esterno, fino all’ultimo piano, dove una grande terrazza conclude la sequenza degli spazi aperti. Ne risulta un progetto accurato nel disegno e nella costruzione, nel quale i compromessi legati alle logiche di mercato e alle esigenze costruttive non escludono la ricerca architettonica. È forse proprio nel misurarsi con questi limiti, assumendoli come parte della pratica progettuale anziché negarli, che l’edificio trova la propria misura. • 2026 #03
01. Dettaglio del prospetto su via Fiumicello: il disegno delle aperture e l’alternanza delle tonalità definiscono il ritmo della facciata. 02. Schizzo di studio per la definizione del volume e dei prospetti. 03. Planimetria del lotto compreso tra via Fiumicello e via Rosa Morando. 04. L’edificio inserito nel tessuto urbano di Borgo Venezia. 05. Il fronte su via Fiumicello e il basamento in pietra che raccorda l’edificio alla quota della strada.
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06-07. Modelli di studio: il fronte su via Fiumicello e l’articolazione dei volumi verso la corte interna. 08. Vista da via Fiumicello: l’accesso carrabile alle autorimesse e il rapporto tra il basamento in pietra e il volume residenziale.
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09. Il percorso pedonale interno e le sistemazioni a verde della corte 10. Il prospetto su via Fiumicello, scandito dall’alternanza cromatica e dal disegno delle aperture.
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11-12. Gli spazi interni e il rapporto delle abitazioni con gli spazi esterni. 13. Dettaglio del prospetto su via Fiumicello. 14-15. Schizzi di studio delle aperture di facciata.
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SDAB è uno studio di architettura fondato nel 2018 da Tobia Bonetti. Dopo un percorso di studio e una laurea a Venezia con il professor Renato Rizzi, raccoglie e prosegue l’eredità del padre Alfonso Bonetti, affiancando all’attività professionale la didattica al Politecnico di Milano. A definire l’identità dello studio sono la tensione della ricerca, la centralità del disegno e una sincera consapevolezza delle difficoltà dell’architettura. L’inquietudine del processo creativo, la devozione alla forma e la fascinazione che essa esercita si traduce in una continua ricerca, capace di attraversare anche i momenti di sconforto e di ripensamento propri dell’atto progettuale.
Committente Scelta immobiliare – Antonio Ruffo immobiliare
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Progetto architettonico arch. Tobia Bonetti Collaboratori: arch. Enrico Nascimben, arch. Luca Forlati, arch. Michela Brignoli Progetto strutturale ing. Roby Scardoni (progetto strutture) Simone Turazza (progetto impianti) Imprese e fornitori Costruzioni Ruffo (opere edili), Peloso infissi (serramenti), Fasoli termoidraulica (impianti), Manzardo (pavimenti e rivestimenti), Forme di Luce (illuminazione), Green project (giardini) Verona
Cronologia Progetto e realizzazione: 2024-2026
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DITTICO
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Progetto: Arcade Progettazione integrata arch. Mario Bellavite, arch. Francesca Boninsegna Foto: Andrea Rinaldi Testo: Marta Bazzotti
Due inserti residenziali mostrano una ricerca sul rapporto tra edificio, abitante e spazio urbano.
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orgo Trento è uno dei quartieri di Verona che si legge più attraverso la successione dei suoi episodi che attraverso la presenza di poche architetture monumentali (fatta salva l'enclave dell'Arsenale absburgico). Nato dal piano di ampliamento verso la Campagnola del 1910, alle ville e ai villini Liberty del primo Novecento, tra cui alcune delle opere più significative di Ettore Fagiuoli lungo viale Bixio, si sono sovrapposti nel tempo edifici residenziali di scala e linguaggio differenti: dalle palazzine degli anni Trenta con lo zoccolo di pietra fino alle palazzine del secondo dopoguerra e alle trasformazioni contemporanee. Ne risulta un tessuto nel quale non sono tanto le singole architetture a costruire l’identità del luogo, quanto la relazione tra edifici, giardini, strade alberate e spazi intermedi: una città residenziale fatta di episodi, spesso ordinari, ma capaci nel loro insieme di definire un carattere riconoscibile. Entro questo tessuto consolidato, due recenti interventi residenziali dello studio Arcade Progettazione Integrata misurano il senso e le opportunità del progetto contemporaneo. Il primo, la Palazzina Ravasio, dà continuità alla ristrutturazione di un edificio degli anni Trenta attestato su lungadige Campagnola, grazie alla demolizione e ricostruzione di un fabbricato di pertinenza dismesso e degradato posto sul versante interno della proprietà; il secondo, la Residenza Vittorio Veneto in via Ciro Menotti, sostituisce integralmente il precedente edificio conservandone il sedime e sviluppandosi in altezza. Sono due risposte differenti, accomunate dall’attenzione al rapporto tra involucro, spazio aperto, materia e tecnologia. La Palazzina Ravasio si sviluppa su tre piani fuori terra e accoglie sei unità residenziali. Il nuovo volume prospiciente via Cappellini si amplia verso il cortile interno fino ad allinearsi con l’edificio adiacente a sud, mentre il disegno dei prospetti lavora attraverso curve e rientranze. Il grande angolo a nord
si arrotonda e la geometria prosegue lungo i fronti, generando logge protette da vetrate a tutta altezza. La profondità delle aperture costruisce ombra e rafforza il rapporto tra abitazioni e giardino. Al piano terra, un ampio spazio comune porticato si apre verso il verde e ospita il deposito biciclette; una rampa conduce all’autorimessa interrata. Tutti gli appartamenti hanno doppio affaccio, verso il cortile e verso l’Arsenale. La scelta costruttiva adottata dai progettisti porta la sostenibilità dentro la struttura stessa. Pannelli in X-LAM costituiscono l’ossatura portante, mentre un rivestimento continuo in canapa stratificata contribuisce all’isolamento dell’involucro e alla riduzione dei ponti termici. A caratterizzare l’immagi-
“Pur differenti per scala, struttura e linguaggio, i due edifici condividono una stessa attenzione all’involucro come spazio abitabile” ne dell’edificio è il rivestimento esterno: al di sopra di una zoccolatura in Pietra di Vicenza, i tre piani sono avvolti da una facciata ventilata in klinker color tortora, le cui scanalature verticali accompagnano le curvature del volume. La superficie ceramica reagisce alla luce radente modificando la percezione del volume durante le ore del giorno, contribuendo al suo aspetto originale. Poco distante, la Residenza Vittorio Veneto affronta una scala diversa: sette piani fuori terra, tredici appartamenti e un basamento a pilotis. Il piano terra accoglie l’ingresso pedonale e i posti auto coperti, mentre i sei livelli residenziali sono organizzati con due appartamenti per piano. La zona giorno guarda verso la strada; quella notte verso la parte più silenziosa dell’isolato. Il vero dispositivo architettonico è però la loggia: profonda e continua, gira attorno ai quattro lati e diventa una seconda pelle, una trama di elementi metallici che protegge dall’irraggiamento, regola la privacy e met2026 #03
01. La Palazzina Ravasio e, sullo sfondo, il cortile e l’edificio degli anni Trenta. 02. L’angolo arrotondato riprende il sedime del fabbricato preesistente. 03. Mappa di Borgo Trento con la localizzazione dei due interventi: A, Palazzina Ravasio; B, Residenza Vittorio Veneto. 04. Prospetto sulla corte interna.
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05. Pianta del piano secondo: tracciamento pareti, controsoffitti, arredi. 06. Lo spazio comune al piano terra con l’area dedicata alle biciclette.
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07. Le grandi aperture vetrate verso l’Arsenale.
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08. Il fronte interno sul cortile. 09. Dettaglio del rivestimento in Pietra di Vicenza del basamento.
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10. Residenza Vittorio Veneto: veduta da via Ciro Menotti. 11. Le logge profonde e la trama metallica costruiscono una seconda pelle attorno all’edificio. 12. Dettaglio della facciata. 13. Sezione sul corpo scala.
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te in relazione interno ed esterno. Il raccordo fra il fronte e i poggioli è rastremato, il solaio si assottiglia verso l’esterno e la luce entra più profonda. La schermatura modifica la percezione della facciata a seconda della luce: più compatta durante il giorno, più trasparente al tramonto, quando le logge illuminate fanno emergere il legno cannettato degli intradossi. Dai piani superiori, questo filtro costruisce nuove inquadrature sulla città e sul paesaggio di Verona. La palette del progetto, tra testa di moro e melanzana, cerca un dialogo misurato con il quartiere, mentre profili metallici, profondità delle logge e alternanza di luce e ombra definiscono il prospetto. La struttura in cemento armato e le pareti in calcestruzzo cellulare sono integrate con una coibentazione continua; serramenti in legno lamellare di larice e triplo vetro contribuiscono al comfort termico e acustico. Climatizzazione centralizzata e pannelli fotovoltaici completano la strategia energetica. Pur differenti per scala, struttura e linguaggio, i due edifici condividono una stessa attenzione all’involucro come spazio abitabile. A Ravasio la pelle nasce dalla combinazione di curve, logge e materiali naturali; in Vittorio Veneto diventa un filtro continuo che avvolge i balconi. In entrambi i casi, il limite tra interno e città non è rigido, ma uno spessore capace di mediare luce, aria, privacy e relazione. Mentre rispetto al quartiere, le due realizzazioni lavorano dentro al suo carattere per vie diverse. La prima appartiene al Borgo Trento dei giardini, e lo asseconda conservando il cuore verde dell’isolato; la seconda Veneto sta invece sul fronte stradale, là dove la cortina si interrompe e le altezze sono diseguali: è quella discontinuità a fare spazio al nuovo edificio che si inserisce con un basso profilo come un episodio fra gli altri. •
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14. Render notturno: l’illuminazione esalta la trasparenza della schermatura. 15. Pianta di progetto e organizzazione degli appartamenti. 16–17. Dettagli della facciata e delle logge: nell’intradosso le doghe
corrono in diagonale e si incontrano nell’angolo a quarantacinque gradi. 18. Palazzina Ravasio: disegno di dettaglio dell’aggancio della facciata ventilata in klinker in prossimità della curvatura.
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ARCADE Progettazione Integrata sviluppa da oltre trent’anni progetti di restauro, riqualificazione urbana e architettura contemporanea, con particolare intensità nei contesti storici e vincolati. Il lavoro di Mario Bellavite e Francesca Boninsegna muove dalla lettura del contesto, per portarne in evidenza le qualità. Il metodo prevede la regia costante del progetto dalla prima idea alla consegna, secondo la regola imparata negli anni accanto al maestro milanese Luigi Caccia Dominioni: chiudere il dettaglio prima del cantiere. Presso l’Arena di Verona lo studio lavora da anni al restauro "Art Bonus", di cui fanno parte i nuovi servizi igienici (cfr. «AV» 122, pp. 20-29) e il progetto della nuova platea, delle gradinate e dell’accessibilità. In occasione delle recenti cerimonie olimpiche e paralimpiche, Mario Bellavite ha assunto la responsabilità unitaria della progettazione. www.progettazioneintegrata.com Palazzina Ravasio
Residenza Vittorio Veneto
Committente Residenza Scala
Committente Campagnola Geom. Giorgio Costruzioni Generali
Progetto architettonico e D.L. arch. Mario Bellavite, arch. Francesca Boninsegna Collaboratori arch. Federico Quinzan, Luigi Scattolin Consulenti ing. Artan Gryka (strutture), per. ind. Cristiano Zanella (impianti elettrici), Zeropositivo Consulenze – arch. Christian Negro Frer (ottimizzazione energetico-impiantistica), Acustudio – geom. Alberto Baltieri (acustica edilizia e ambientale), dott. geol. Cristiano Tosi (geologia, sismica e idraulica) Imprese e fornitori IM.COS - Enrico Olivieri (main constructor), X-Lam Dolomiti (strutture X-Lam), Inpek (rivestimento facciata), Tobaldini Impianti (imp. idraulici e termosanitari), Andrea Impianti (imp. elettrici), Wolf Fenster (serramenti), Gasperotti (portoncini), Maya (illuminazione), Fiemme 3000 (parquet)
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Progetto architettonico e D.L. arch. Mario Bellavite, arch. Francesca Boninsegna Collaboratore arch. Giovanni Marchetti Coordinatore della sicurezza geom. Marco Titoni Imprese e fornitori Campagnola Geom. Giorgio Costruzioni Generali (impresa edile), Wolf Fenster (serramenti esterni), Gasperotti (portoncini), Fiemme 3000 (parquet), Florim (rivestimenti e ceramiche bagni), Woodn Industries (rivestimenti in legno composito)
Verona
Cronologia Progetto: 2021-2022 Realizzazione: 2023-2025
Cronologia Progetto: 2022-2024 Realizzazione: 2023-2025 146
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UN’IDEA Progetto: EZA Enrico Zoccatelli Architetto Foto: Stefano Saccomani Testo: Luca Ghirardo
DI ABITARE Un immobile residenziale cerca di rispondere alle esigenze dell’abitare contemporaneo tra comfort, flessibilità e consumi energetici minimi. 102
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è un’idea di abitare, prima ancora che un edificio, all’origine del progetto Klima Home: un’idea che mette sul tavolo obiettivi sempre più richiesti nell’abitare contemporaneo, come massimizzare il comfort interno, la flessibilità distributiva e l’efficienza energetica. Su queste premesse, lo studio EZA dell’architetto Enrico Zoccatelli ha realizzato nel 2022 questo edificio residenziale che intende mettere a sistema questi importanti standard. Il progetto si colloca poco al di fuori del centro storico di Villafranca di Verona e va a sostituire un fabbricato dismesso e fatiscente beneficiando dei bonus volumetrici della legge regionale “Veneto 2050”. L’edificio conta cinque piani fuori terra: box auto al piano terra, due appartamenti per ciascuno dei quattro livelli superiori, otto unità in tutto più un tetto giardino riservato all’ultimo piano. Il concept interno è regolato da una griglia di quattro moduli quadrati, pensata non come schema rigido ma come struttura aperta: ogni alloggio può espandersi verso il modulo contiguo, passando da bilocale al trilocale a seconda delle esigenze, senza toccare l’impiantistica di base già predisposta in fase di progetto. Il vano scala in vetro, collocato sulla facciata principale, diventa oltre che un’opportunità stilistica anche un dispositivo tecnico che sfrutta il principio della serra per regolare il clima interno nei mesi freddi, mentre il resto del linguaggio compositivo si affida a un sistema di terrazze con parapetti parzialmente vetrati che al contempo scavano e alleggeriscono i prospetti. Le aperture in facciata sono orientate a ottenere la vista migliore possibile mediante l’utilizzo di vetrate a tutta altezza che enfatizzano lo sguardo verso l’esterno. Un’eccezione è data dalle piccole finestre dal taglio orizzontale poste nella zona giorno, le quali svelano lo schema compositivo flessibile della pianta. A seconda della posizione occupata dalla cucina infatti, pas2026 #03
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01. Una veduta d’angolo della palazzina. 02. Elaborato progettuale che sovrappone la sezione longitudinale e il prospetto nord con ombre e materiali. 03. Inquadramento territoriale in relazione alla struttura urbana. 04. Foto semi frontale sul prospetto principale di sera.
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05. Focus sull’uso dei materiali all’ingresso dell’edificio. 06. Gli interni di uno degli alloggi. 07-08. Il vano scala come elemento tecnologico dell’edificio che combina acciaio, legno e vetro.
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sano da essere semplici fonti di luce per il piano di lavoro a un gesto compositivo che incornicia una porzione di paesaggio sospesa tra gli ambienti. Dal punto di vista costruttivo, l’edificio poggia su un basamento in cemento armato che comprende interrato (l’unica porzione sopravvissuta e assorbita del fabbricato precedente), piano terra e primo solaio; da lì in su la struttura è in legno, realizzata in pannelli XLAM. Una scelta strutturale importante che però l’edificio sceglie quasi di dissimulare: ad eccezione dei solai interni, che si affidano a una più tradizionale orditura di travi in legno lasciate a vista, l’intonaco che riveste gli ambienti interni oltre ai prospetti esterni risponde più a una logica di adattamento al contesto più che a una reale volontà di raccontare la tecnologia costruttiva adottata. Il vano scala è l’unico elemento che mette a nudo la sua struttura, anche se all’esterno presenta una pelle in finto legno allo scopo di garantire nel tempo la tenuta estetica della
“Il concept interno è regolato da una griglia di quattro moduli quadrati, pensata non come schema rigido ma come struttura aperta” facciata. Un rivestimento a fasce in pietra di Prun accanto all’ingresso vuole essere infine un piccolo omaggio alla tradizione estrattiva del territorio veronese. Non meno significativa è la scelta di rinunciare alla classica recinzione, a favore di una semplice siepe di bosso alta circa un metro: un gesto che dichiara, più che una rottura con le consuetudini, l’intenzione di un dialogo più aperto con lo spazio pubblico. A completare il quadro un apparato impiantistico ben strutturato, restituendo in comfort ciò che l’edificio sottrae ai consumi (e rimanendo invisibili). Nel complesso parliamo di un immobile ben strutturato con le carte in regola per non dover fare i conti (si spera) con il passare del tempo, visti i tempi che corrono. • 106
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09. La sezione racconta come il comfort interno sia ottenuto da una sinergia di fattori ambientali e impiantistici. 10-11. Planimetrie del piano terra e piano primo. 12-13. Schizzi di progetto.
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EZA Enrico Zoccatelli Architetto è una società di progettazione multidisciplinare con sede a Villafranca di Verona. Si occupa di progettazione architettonica, ingegneria e attività tecniche complementari. Le diverse professionalità di EZA compongono un team che condivide e persegue la diffusione della cultura “zeroenergy”. La progettazione architettonica, il risparmio energetico, la produzione di energia rinnovabile, l’innovazione costruttiva e impiantistica, la progettazione integrata, il telecontrollo sono i temi principali affrontati.
www.zcc.it
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Committente Klimargherita srl.
Cronologia Progetto: 2019 Realizzazione: 2020-2022
Progetto architettonico arch. Enrico Zoccatelli Team di progetto: arch. Paola Schiavo, arch. jr Nicola Virzì, arch. Alessandro Bussola, arch. jr Lorenzo Corghi, geom. Marco Corradini
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Consulenti ing. Paolo Adami (strutture in c.a.), ing. Martino Miori (strutture in legno), ing. Roberto Guatta (impianti), per.ind. Matteo Signoretti (acustica), ing. Mauro Carlino (certificazione “ARCA”)
Villafranca di Verona
Imprese e fornitori Serpelloni (main contractor), Xlam Dolomiti (strutture in legno e cappotti), Alpilegno (serramenti), Roverplastik (monoblocchi e sistemi oscuranti), Fintek (parapetti vetrati e facciata continua), GSI (impianti idraulici e meccanici), Zilio Impianti – Gruppo ELT (impianti elettrici)
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LA FORMA N DAL CONFRO CONDIZIONI DEL SITO, DA UN PR COMPOSITIVO 110
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NASCE COSì ONTO CON LE SPECIFICHE O, PIù CHE RINCIPIO VO AUTONOMO 145
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CONTENITORE DI PROGETTO Progetto: Politecnica Ingegneria e Architettura Foto: Studio Cento29 Testo: Federica Guerra
Il restauro del Silos di Levante conclude il lungo percorso di restituzione all’uso pubblico del complesso produttivo asburgico di Santa Marta. 112
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01. Una suggestiva vista complessiva del Silos di Levante, appena recuperato.
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on il Silos di Levante giunge a conclusione il lunghissimo iter realizzativo del recupero e restituzione all’uso pubblico del compendio delle Caserme di Santa Marta, iniziato addirittura nel lontano 20011. Il linguaggio dell’intervento, a firma di Politecnica Ingegneria e Architettura, non poteva che rifarsi alle logiche che hanno guidato il progetto Carmassi per il gemello Silos di Ponente e poi per la Provianda, riferimento imprescindibile visto la storia evolutiva comune e correlata degli edifici del complesso: recupero delle scabre murature e degli intonaci, restauro delle parti in pietra e tufo, minimi interventi contemporanei che interagiscono con il manufatto storico garantendo sempre la piena leggibilità della struttura, dei materiali e della logica costruttiva originaria. E tuttavia quest’ultimo intervento si presentava assai più complesso vista la forte connotazione degli apparati tecnologici pre-
senti, costituiti soprattutto dai 22 silos in calcestruzzo per lo stoccaggio delle granaglie utili alla preparazione dei panificati della Provianda, realizzati nel Novecento in sostituzione delle strutture storiche austriache: per una scelta progettuale condivisa con la Soprintendenza si è deciso di mantenere inalterate tali strutture che occupano però circa la metà del complesso. La sfida era quindi sia ripristinare gli spazi lasciati liberi dall’ingombro dei silos, sia “inventare” una strategia di riutilizzo di questi voluminosi contenitori che pur rappresentando una presenza suggestiva, lasciavano poco margine ad un uso utile odierno. La scelta progettuale prevede tre diversi percorsi che corrispondono a tre modalità di fruizione dell’edificio, interconnesse ma indipendenti: quella espositiva, che si snoda attraverso nuove passerelle metalliche all’interno dei silos collegando il piano terra e il piano sottotetto adibiti a mostre temporanee, attraverso punti di vista insoliti che
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02. Planimetria generale dell’intervento con indicati gli edifici sottoposti all’intervento: il Silos, la Casa del Capitanio e la Guardiania. 03. Veduta dall’alto dell’intero intervento, con i due Silos, la Provianda e il Parco della Passalacqua, del quale è stata aperta una parte significativa lo scorso giugno. 04. I due Silos gemelli di Levante e di Ponente.
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05. Mappatura delle tessiture murarie e del degrado sui prospetti est e nord. 06. L’area al piano terra che sarà adibita a ristoro per gli studenti e per l’utenza esterna. 07. Le vetrate al piano terra prospicienti il Silos di Ponente.
permettono di scoprire il sistema di stoccaggio e il “percorso” del grano all’interno dei silos stessi; quella didattica, con il recupero di sei aule studio per l’università ai piani primo, secondo e terzo; e quello degli utenti della zona ristoro al piano terra, che dovrebbe aprirsi oltre che all’uso degli studenti, anche alla fruizione pubblica. Durante i lavori di restauro sono state inoltre messe in luce e lasciati visibili all’interno dello locale ristoro e in un ambiente di collegamento agli spazi espositivi, le strutture di fondazione e controterra dei silos austriaci, rimossi nel secondo dopoguerra. La nota dolente di tutto l’intervento è che, ad oggi, il grande edificio restaurato resta inutilizzato, salvo sporadici usi parziali: se ben si comprendono le motivazioni di tipo burocratico che ritardano la messa in esercizio dell’edificio, si spera che le ultime opere complementari diano avvio a un uso adeguato agli sforzi profusi. Sarebbe amaro, nel mezzo di questa parte di città che sta riprendendo vita grazie a questo intervento di rigenerazione, vederne vanificata la lettura complessiva proprio in vista del traguardo. Anche perché alla commistione degli usi, che fanno dell’intervento un’esperienza riuscita, collaborano gli edifici complementa-
ri della Casa del Capitanio e della Guardiania di ingresso, parte del medesimo cantiere di restauro, adibiti rispettivamente a Centro per servizi socio-sanitari di quartiere e a uffici della Delegazione Centro del Corpo di Polizia Municipale. Qui un livello di finitura più ordinario, commisurato anche alla minor qualità originaria degli edifici, ha restituito comunque alla fruizione pubblica un’altra porzione del comparto. Discorso a parte merita il grande assente di tutto il programma, quel progetto degli spazi aperti di interconnessione degli edifici che, come spesso accade, viene valutato come marginale e che invece, proprio in questo caso, dove le varie funzioni si giustappongono, avrebbe un definitivo ruolo di interconnessione. A parte un piccolo frammento di sistemazione del suolo, è veramente sconfortante vedere i begli edifici appena ripristinati annegare in un mare di asfalto, parcheggi selvaggi e porzioni invase dalle erbacce, perseguendo ancora una volta l’ostinata volontà di un accesso carraio all’area che avrebbe invece bisogno di una fruizione tutta pedonale ben progettata, in funzione dei percorsi, degli utilizzi, dei prospetti monumentali che vi si affacciano, integrando sostenibilità, architettura e socialità. •
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Sulle complesse vicende che hanno interessato l’area delle ex caserme Santa Marta e Passalacqua, compresi gli edifici monumentali absburgici, si vedano gli articoli Di là dalle mura e tra gli alberi, in «AV» 87, pp. 18-23; Contenuto e contenitore, in «AV» 85, pp. 13-21; Dal masterplan per la città agli spazi per la didattica, in «AV» 85, pp. 25-31; A lezione di architettura, in «AV» 104, pp. 12-22; Munimentum atque ornamentum, in «AV» 104, pp. 22-25; Il bastione nel parco, in «AV» 104, pp. 26-33; Bando ai restauri, in «AV» 123, pp. 42-47.
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08-09. La sala espositiva al piano terra: sono visibili i boccaporti di scarico dei silos in calcestruzzo e le attrezzature originali in legno per le operazioni di carico e scarico delle granaglie. 10. Il piano sottotetto recuperato a fini espositivi mette in mostra la complessa struttura delle coperture.
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11-12. Le passerelle e i corpi scala che attraversano le strutture dei silos, portando dal piano terra all’ultimo e restituendo visioni suggestive dei manufatti.
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13. Sezione longitudinale di progetto. 14. Piante di progetto ai vari livelli. 15. Layout degli spazi espositivi.
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Politecnica Building for Humans è una delle maggiori società italiane di progettazione integrata. Indipendente, fa capo a 46 soci ingegneri e architetti, che hanno firmato lavori in oltre 60 paesi al mondo con un team di oltre 300 professionisti. Quattro sono le sedi in Italia (Modena, Milano, Firenze, Roma) oltre a un’ampia presenza internazionale. Politecnica integra competenze diverse, dall’impiantistica all’urbanistica, dal progetto strutturale a quello architettonico, su progetti in campo pubblico e privato, nella scuola e nella sanità, nell’industria, nei servizi e nelle infrastrutture. www.politecnica.it
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Committente Comune di Verona RUP: arch. Guido Paloschi Progetto Politecnica Ingegneria ed Architettura Soc. Coop. Design team Progettazione architettonica e restauro: ing. arch. Micaela Goldoni, arch. Gianfranco Tedeschi, arch. Alessandro Uras (Politecnica) arch. Andrea Carcereri (COPRAT) Progettazione strutturale: ing. Tommaso Tassi (FM Ingegneria) Progettazione impianti: per. ind. Daniele Ferrarini, ing. Nerino Valentini, per. ind. Gianni Andreani (COPRAT) BIM manager: ing. Barbara Frascari (Politecnica) Sicurezza: ing. Alessandro Bonaventura (FM Ingegneria)
Imprese e fornitori Nord Costruzioni (mandataria), Elettroimpianti Passarin (impianti elettrici), Carla Tomasi (opere di restauro) , Gelmini Cav. Nello (impianti tecnologici) Saint Gobain Italia, Knauf (contropareti e controsoffitti), Opificio BIO Aedilitia (malte speciali), Kone (ascensori), Emac Italia (percorsi tattili), Mitsubishi Electric (unità esterne climatizzatori), Clivet (UTA), ForAll, Intra lighting, Sylvania Group, Archetto Space, Ewo Lighting (corpi illuminanti) Cronologia Completamento: 21 dicembre 2024
Verona
Consulenti dott.ssa Monica Endrizzi (restauro)
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Un piccolo reportage visivo sull’addensamento delle reti legate al completamento dell’infrastruttura di trasporto pubblico di massa a Verona.
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Foto di Michele Mascalzoni.
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SUL FILO DELLA CITTÀ Testo e foto: Alberto Vignolo
Non sono certo una novità, tutti quei fili e cavi elettrici di diversa natura tesi da un edificio all’altro, da un palo a un traliccio a disegnare trame di ragnatela nei cieli della città. Eppure, ora che si stanno – finalmente – vedendo addensare per le strade di Verona le reti della attesissima filovia, il sistema di trasporto pubblico di massa del quale fervono le stasi da decenni, le “ragnatele” acquistano concretezza, nei tratti di percorso fuori dal centro alimentati dal sistema aereo - mentre, come è noto, nelle parti più dense della città i mezzi si muoveranno grazie a batterie a bordo. Fili e cavi, assieme alla selva dei sostegni messi in opera allo scopo di farne il punto di appoggio, si insinuano così con le loro geometrie spezzate nel campo visivo di ogni
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inquadratura che un qualunque flâneur della domenica si trovi a immortalare. Nessuno scandalo da benpensante: a fili e cavi sono appese le nostre moderne esistenze, prova ne sia la morbida e distesa danza dei fili distesi a friggere tra un traliccio e l’altro dell’alta tensione. Fili ma anche pali, antenne, cabine elettriche, centraline telefoniche, semafori, e poi telecamere e sistemi di controllo, autovelox, lampioni e ogni altro aggeggio elettrico o elettronico che dalla modernizzazione delle città in poi è diventato un elemento del paesaggio urbano. Più o meno ingentilito, tollerato o malvisto che sia, in ogni caso poco contestabile, a meno di farsi cultori di una qualche utopia regressiva. Evviva i fili, se la loro trama ci porta da qualche parte! •
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Eurofinestra: un unico legno per il dentro e il fuori
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In questa villa sulle colline di Verona l’involucro trasparente assume un ruolo preponderante nell’architettura complessiva. Il volume, netto e ben definito della costruzione, apre il fronte sud ovest sulla vallata, le grandi vetrate, pur rispettando l’austerità complessiva, diventano centro focale e danno corpo vivo alla casa grazie all’uso del legno di frassino termotrattato. La continuità tra la parte vetrata e quella opaca è filo conduttore, il legno modifica le sue geometrie ma mantiene la matericità e i colori su tutte le facciate e fino agli interni. Qui abbiamo progettato e realizzato tutti i dettagli serramento allo scopo di mantenere la nitidezza delle parti a vetro, nascondendo accessori e sistemi oscuranti in appositi vani coibentati. Le ante mobili invece rimarcano la loro presenza con telai massicci dove le tavole di frassino sono state accuratamente scelte per massimizzare l’espressività del materiale. Tra i serramenti e i rivestimenti di facciata non c’è interruzione, elementi verticali orientati abbracciano il realizzato e muovono visivamente la facciata, sul fronte est, snelli pilastri in legno a tutta altezza completano i volumi.
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La progettazione complessiva dell’involucro trova nel legno termotrattato di frassino il suo cavaliere, la scelta di una cottura inferiore ai 200 gradi restituisce un colore morbido, dove le vene tenere emergono in un pattern naturale ed inimitabile.
Serramenti utilizzati: alzante scorrevole Opposto continentale, apribili a battente Versatile continentale, ingresso a Bilico verticale cieco. Materiale: frassino termo medio. Schermature: frangisole a corda, tende a rullo motorizzate . Per ulteriori informazioni: eurofinestra.it/progetti
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La residenza privata dove il frassino termotrattato disegna elementi esterni ed interni in piena continuità.
EUROFINESTRA STR. PROVINCIALE 482, 95/1 GOVERNOLO, MANTOVA TEL +39 0376 668028 WWW.EUROFINESTRA.IT IG: @_EUROFINESTRA_ COMMERCIALE@EUROFINESTRA.IT
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