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ArchitettiVerona 144

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EDITORE

Ordine degli Architetti Pianificatori

Paesaggisti e Conservatori

della provincia di Verona

Via Santa Teresa 2 — 37135 Verona T. 045 8034959 architetti@verona.archiworld.it https://architettiverona.it/

CONSIGLIO DELL’ORDINE

Amedeo Margotto (presidente)

Alberto Vignolo (vice presidente)

Anna Righetti (segretario)

Daniel Mantovani (tesoriere)

Stella Gelmini

Andrea Alban

Leopoldo Tinazzi

Martina Ceschi

Katia Rigo

Francesca Benati

Lorella Marconi

Claudia Fattori

Fabio Pasqualini

Giovanni Cenna

Alice Lonardi (consiglieri)

REDAZIONE

Alberto Vignolo (direttore)

Federica Guerra, Leopoldo Tinazzi, Marzia Guastella, Filippo Romano, Alice Lonardi, Angela Lion, Lorenzo Linthout, Laura Bonadiman, Luca Ottoboni, Elisa Casarotto, Fabio Bragantini, Luca Ghirardo, Marta Bazzotti rivista@architettiverona.it

ART DIRECTION, DESIGN & ILLUSTRATION

Happycentro www.happycentro.it

EDITING & IMPAGINAZIONE

AV studio

CONTRIBUTI A QUESTO NUMERO

Davide Bertin, Luciano Cenna, Lodovico Falomo, Stefania Marini, Francesco Negrini, Caterina Pezzolla, Massimiliano Valdinoci, Luisella Zeri

SI RINGRAZIANO

Alba Di Lieto, Claudia Cavallo, Alberto Pizzoli, Federica Provoli

Rivista trimestrale di architettura

e cultura del progetto fondata nel 1959

Terza edizione • anno XXXIV • n. 1

Gennaio/Marzo 2026

Registrazione Tribunale di Verona n. 1056 del 15/06/1992

Direttore responsabile: Amedeo Margotto ISSN 2239-6365

Gli articoli e le note firmate esprimono l’opinione degli autori, e non impegnano l’editore e la redazione del periodico. La rivista è aperta a quanti, architetti e non, intendano offrire la loro collaborazione. La riproduzione di testi e immagini è consentita citando la fonte.

DISTRIBUZIONE

La rivista è distribuita gratuitamente agli iscritti all’Ordine degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori della provincia di Verona e a quanti ne facciano richiesta all’indirizzo: https://architettiverona.it/distribuzione/

CONCESSIONARIA ESCLUSIVA PER LA PUBBLICITÀ Cierre Grafica

Paolo Pavan: T. 348 530 2853 info@promoprintverona.it

STAMPA

Cierre Grafica www.cierrenet.it

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DOCUMENTI

Attaccare lungo i bordi

PROGETTI Una soglia tra vuoto e paesaggio

PORTFOLIO

In copertina e a lato:

Gregotti Associati, Impianto di trattamento rifiuti solidi urbani del comprensorio di Verona, 1991, particolare. Foto: Lorenzo Linthout. Elaborazione: Happycentro.

moderno: un atlante delle architetture

Negrini, Caterina Pezzolla, Lodovico Falomo

LA QUADRATURA

Una Verona olimpica? Dopo il gran finale lo scorso febbraio con la cerimonia di chiusura dei Giochi invernali 2026, seguita dal bis per l'inaugurazione delle Paralimpiadi, è già tempo di una riflessione sulle aspettative e soprattutto sul lascito di questo momento di gloria planetario per la città, osservato dal punto di vista dei fenomeni urbani e mirando a una dimensione di tipo architettonico. Intanto, la cronaca spiccia ci fa notare che le Olimpiadi, a Verona, non ci sono state per nulla: nessuna gara, sforzo o record, nessun impianto sportivo in uso né tanto meno di nuova realizzazione, niente villaggi olimpici o attrezzature di servizio: e, incredibile a dirsi, nemmeno un chilometro di strada è stato realizzato in vista della Grande Occasione. E pensare che l'altra manifestazione sportiva gobale ospitata dalla città, i mondiali di calcio del 1990, aveva lascito in eredità, oltre all'ampliamento dello stadio – che a posteriori si è rivelato essere un problema, tanto che si parla di una sua sostanziale riduzione di taglia –, il collegamento stradale dal casello di Verona Nord alla stazione, e quei sottopassi lungo la circonvallazione esterna alle mura magistrali tra Porta Palio e Porta Nuova che abbiamo visto portare a compimento oltre trent'anni dopo. Non certo un modello da imitare, benché sia quasi un rituale italico quello che va

dall'occasione alla scadenza all'emergenza, dalla deroga allo strappo alla norma allo stanziamento extra. Lo si è visto anche in questa occasione dove si sono corse le gare olimpiche, risparmiando però Verona che ha avuto l'onore di ospitare semplicemente – si fa per dire- una grande cerimonia.

La scelta dell'Arena come spettacolare teatro del congedo finale non poteva che essere più pertinente all'uso che del monumento si fa in epoca moderna, e sempre più assiduamente negli anni recenti: non solo luogo destinato alle rappresentazioni dell'opera lirica, ma imprescindibile tappa per i tour di ogni personaggio canoro o fenomeno popolare che voglia dirsi tale. Certo, la rappresentazione olimpica è stata più complessa da gestire, più elaborata da allestire, più dispendiosa in termini di mezzi e persone, ma null'altro di più.

L'ambaradan messo in piedi attorno a una piazza Bra blindatissima e quasi sequestrata ha segnato un momento, lungo e complesso ma puramente temporaneo, destinato a non lasciare nessun segno strutturale. I lavori di restauro e adeguamento impiantistico dell'anfiteatro – bagni compresi! – messi in campo fin dal 2018 grazie all'Art Bonus si sono rivelati, contrariamente alla prassi, pronti all'uso durante questo potente stress test, e poco di più hanno aggiunto le rampe di acces-

Testo: Alberto Vignolo

L’occasione planetaria delle cerimonie olimpiche e paralimpiche tra aspettative, eredità e ruolo degli architetti

so alla quota del vallo realizzate in virtù di una comprensibile enfasi sull'accessibilità che la cerimonia delle Paralimpiadi ha ingenerato: un tema certo sacrosanto, ma in conflitto con quello della tutela monumentale, alla ricerca di un equilibro sempre arduo da raggiungere tra i due obiettivi.

Dell'annunciatissimo ascensore che avrebbe consentito di accedere ai livelli superiori dell'anfiteatro si sono visti invece solo i sondaggi archeologici condotti all'interno di un arcovolo nei pressi dell'ala, premessa di una futura realizzazione dell'impianto elevatore. Sarà questa, come abbiamo imparato a dire con uno sfuggente camouflage linguistico, la legacy – ovvero, una realizzazione tardiva fuori tempo massimo – dei giochi olimpici per l'anfiteatro.

Intanto, mentre il gran circo leva i battenti smantellando baracche e burattini, già si va oltre e Verona sembra riprendere fiato, pronta però a ripiombare nei rituali perenni delle ricorrenze stagionali, delle manifestazioni (quelle eno-gastronomiche su tutte), degli spettacoli o delle gare sportive che prendono d'assedio soprattutto il centro città. Diversa scala rispetto alle Olimpiadi, ma dinamiche confrontabili: la città è vissuta principalmente come un palcoscenico, coi cittadini ridotti a fare da comparse di logiche

puramente mercantili di cui tanti, in maniera diretta o indiretta, beneficiano. La città come risorsa estrattiva – giacimento, si sarebbe detto un tempo – e non come spazio di produzione: di vita, di cultura, di innovazione.

Se vogliamo davvero raccogliere lo spirito olimpico, più che guardare a quello che è stato fatto o non fatto, occorre pensare all'eredità ideale del simbolo dei cinque cerchi, dopo la sua fugace calata su Verona. Nel playground territoriale sempre più globalizzato, anche le città giocano partite e gare che ne misurano la competitività e lo spirito. Non si parla certo di crescita bensì di trasformazione della città, di misurare – anzi di far avanzare – la sua capacità attrattiva, fatta di infrastrutture efficienti, di servizi innovativi, di attrezzature sociosanitarie all'avanguardia, di centri di ricerca e formazione d'eccellenza, di attività culturali e ricreative di primo livello, di valori ambientali sani e di un'ottima vivibilità... E le “medaglie” in questi ambiti sono rappresentate da tutto ciò che nella Verona di oggi, salvo qualche eccezione, non vediamo: edifici scolastici moderni e aperti alla comunità, piazze e spazi pubblici rappresentativi del tempo presente e non solo piegati al culto di un nobile passato, biblioteche e musei accoglienti e inclusivi, parchi e verde urbano capillarmente diffusi, servizi e spazi com-

merciali per i cittadini e non solo per i turisti, e gli esempi potrebbero continuare. C'è un grandissimo lavoro da fare, per i committenti e per gli architetti di tutte le generazioni, presenti e future: nuove leve e maturi campioni sono chiamati a giocare per l'orgoglio della bandiera. •

DEI CINQUE CERCHI

ODEON

Alcune dimensioni del progetto: dall’identità visiva alla sperimentazione accademica, dalla ricerca sul patrimonio architettonico alla pratica sociale e alla visione utopica e artistica.

Una forte identità

Testo: Marta Bazzotti

Foto: Gilberto Caurla

Il progetto di identità visiva per Forte Rivoli come strumento di lettura e valorizzazione del patrimonio architettonico.

Affacciato su uno sperone roccioso a strapiombo sulla Val d’Adige, Forte Rivoli si impone nel paesaggio come una presenza architettonica netta e riconoscibile. La fortificazione asburgica, costruita a metà Ottocento, è caratterizzata da una poderosa struttura cilindrica, concepita secondo un principio difensivo che unisce geometria pura, controllo visivo e relazione diretta con il territorio. La sua forma compatta, parzialmente sottratta sul lato rivolto verso il fiume, racconta un’architettura pensata per dominare lo spazio e governare un sistema di percorsi che mette in relazione la valle, l’anfiteatro morenico e l’asse strategico dell’Adige. All’interno di questa complessità morfologica e paesaggistica si inserisce il progetto di identità visiva per Forte Rivoli sviluppato dallo studio Paffi – fondato nel 2014 dalle

veronesi Giulia Peretti e Silvia Recalcati e attivo nel campo del design della comunicazione – in collaborazione con l’associazione Amici del Forte, impegnata da anni nella tutela e nella riattivazione del complesso. Fin dalle prime fasi, l’obiettivo condiviso è stato quello di restituire al Forte una nuova leggibilità culturale e turistica, capace di rendere comprensibile un organismo architettonico stratificato, senza semplificarne la natura né snaturarne il carattere.

Come sottolineano le progettiste, il progetto di identità visiva è stato concepito come «primo passo di un ampio piano strategico», finalizzato a creare le basi per un futuro polo di interesse storico-paesaggistico. Un lavoro che utilizza il linguaggio del design come strumento di mediazione tra architettura, paesaggio e pubblico contemporaneo, ponendo le basi per una comunicazione coerente e strutturata.

Il percorso di branding si configura come un vero e proprio sistema progettuale. Ac-

“Il valore del progetto risiede nella sua capacità di integrare design e patrimonio culturale in un sistema coerente”

canto alla creazione e registrazione del marchio, il progetto comprende lo sviluppo di un set di icone e di una mappa dedicata, la progettazione di pannelli e materiali modulari per il percorso di visita, oltre alla costruzione di una comunicazione coordinata supportata da nuove fotografie e video. L’identità visiva diventa così parte integrante dell’esperienza spaziale, contribuendo all’orientamento del visitatore e alla costruzione di una sequenza leggibile di luoghi e soglie.

Elemento centrale del progetto è il marchio, concepito come un logotipo essenziale ed elegante che trae origine direttamente dall’architettura del forte. Il cerchio, forma generatrice dell’edificio, diventa il fulcro concettuale e visivo dell’identità, mentre la disposizione delle lettere alto/basso richiama

la presenza delle due batterie che scandiscono la struttura architettonica. In particolare, la lettera “O” viene enfatizzata e isolata, trasformandosi in un segno ricorrente capace di sintetizzare l’identità del luogo e di guidare le applicazioni grafiche.

Anche le scelte cromatiche e materiche risultano profondamente influenzate dal contesto architettonico e paesaggistico. La palette colori si ispira ai toni naturali della pietra, della terra e del paesaggio della Val d’Adige, mentre le applicazioni grafiche sono pensate in relazione diretta alle superfici esistenti: murature in pietra, elementi metallici, texture grezze e irregolari. L’obiettivo, come dichiarato dalle progettiste, è quello di «non sovrapporre un linguaggio estraneo», ma di innestare la grafica sull’architettura in modo rispettoso e leggibile, valorizzando le qualità già presenti.

Particolare rilevanza assume il sistema di orientamento, composto da oltre quaranta icone e da una mappa personalizzata. Que-

sto apparato visivo, pensato come linguaggio universale e accessibile, accompagna il visitatore lungo il percorso, segnalando spazi, funzioni e direzioni. La grafica diventa così uno strumento attivo di costruzione della sequenza spaziale, contribuendo a rendere l’esperienza di visita più chiara e consapevole.

Il valore del progetto risiede nella sua capacità di integrare design e patrimonio culturale in un sistema coerente, funzionale e identitario, che pone le basi per un futuro assetto museale del complesso. Un approccio che dimostra come il design possa svolgere un ruolo strategico nella valorizzazione del patrimonio costruito, non come elemento decorativo, ma come dispositivo di interpretazione e mediazione culturale.

La selezione del progetto Identità Visiva Forte Rivoli nell’ADI Design Index 2025 e la conseguente preselezione per il XXIX Compasso d’Oro rappresentano un riconoscimento significativo di questo approccio.

01. Il cerchio come figura ricorrente: scala elicoidale del Forte, realizzata in pietra locale con struttura autoportante.

02. Veduta aerea del complesso di Forte Rivoli. Si distinguono le due batterie che hanno ispirato il carattere visivo del logotipo.

03. Sistema di icone per accogliere e guidare il visitatore lungo il percorso di visita.

04. Palette cromatica del progetto di identità visiva, ispirata ai materiali del Forte e ai toni del paesaggio circostante.

05. Bacheca di inizio percorso. La grafica supporta l’orientamento e la lettura dello spazio architettonico.

06. Sala di Forte Rivoli con pannelli dedicati alla storia e all’evoluzione del complesso.

Il premio valorizza la capacità di intrecciare design e patrimonio culturale attraverso un lavoro attento, misurato e profondamente radicato nell’architettura del luogo, dando forma a un sistema di comunicazione coerente e riconoscibile. Un risultato che conferma il valore del percorso sviluppato insieme all’associazione Amici del Forte e la forza di una visione condivisa, capace di mettere in dialogo passato e contemporaneità e di riconoscere nel design visivo uno strumento attivo di cura, valorizzazione e apertura a nuove prospettive di sviluppo. •

Attaccare lungo i bordi

Testo: Francesco Negrini, Caterina Pezzolla, Lodovico Falomo

La rifunzionalizzazione delle aree esterne del Forte San Briccio a Lavagno in un progetto di laurea.

Forte San Briccio, struttura militare edificata nel 1888 dal Genio Militare Italiano sulle colline orientali del territorio veronese, rappresenta uno degli ultimi interventi costruttivi a chiusura del campo trincerato della piazzaforte veronese, prima che i mutamenti delle tecnologie militari, in particolare per quanto riguarda le artiglierie, e le conseguenti ricadute nelle opere di fortificazione, ne decretassero l’obsolescenza. Attualmente il forte è mantenuto da un’associazione di volontari, ma risulta privo di una progettuali-

tà e di un interesse istituzionale che ne consenta una concreta ipotesi di recupero e un uso conforme alle normative vigenti. Il progetto sviluppato come tesi di laurea all’Università IUAV di Venezia (relatore Andrea Iorio, correlatore Claudia Cavallo, a.a. 2024/2025) si è posto l’obiettivo di riattivare il forte come luogo pubblico, evitando di ridurlo a semplice “museo di se stesso” inserendolo in un più ampio itinerario di riscoperta, che ne fa un nodo attivo all’interno di una rete di strutture analoghe, i “forti di montagna” del veronese, costruite dal Regno d’Italia tra colline e pendii meno note rispetto alle fortificazioni austriache presenti nell’area del centro cittadino e nelle adiacenti periferie.

Attraverso un’analisi storico-territoriale a differenti scale, sono stati indagati il contesto paesaggistico, la stratificazione edilizia e le preesistenze archeologiche del colle di San Briccio, su cui giace l’omonimo forte. L’intervento si configura come un insieme di dispositivi architettonici e paesaggistici

“Il

progetto intende così restituire alla collettività un luogo fortemente identitario, in cui coesistono natura, storia e architettura”

che si sviluppano lungo i bordi della struttura esistente e ne restituiscono una percezione inedita. Un nuovo sistema di percorsi, dal paese di San Briccio, risale il colle attraverso il bosco.

Il sistema si innesta su uno dei lati del fossato, vero margine attivo del progetto e nuovo sistema di visita e di accesso al manufatto interno. Lungo i bordi del fossato del forte emergono i tre interventi principali: la grotta, la torre e il bastione.

La grotta della Pieve è un dispositivo ipogeo che, perseguendo l’ipotesi di uno scavo archeologico – ipotesi peraltro messa in campo da Giovanni Tosi nel volume Sulle tracce di una Pieve – mette in luce i resti di un’antica pieve romanica risalente al secolo XI, andata perduta nella costruzione del for-

1:500 con l’inserimento del progetto in rosso.

02. Inquadramento territoriale: la pianta del fossato e le sezioni territoriali descrivono la relazione tra il progetto e la morfologia del sito.

te. Qui il percorso si fa sotterraneo, trasformandosi in camminamento archeologico e spazio contemplativo, intimo.

La torre di ingresso, inserita nel cuore del fossato, collega le tre quote fondamentali del complesso: il piano del fossato stesso, l’ingresso monumentale e le postazioni “in barbetta” sulla sommità dei terrapieni. La sua figura richiama quella di una macchina d’assedio, che oggi serve a rendere accessibile e sicuro il complesso bellico, integrando scala e ascensore, ma si staglia in elevazione come un landmark in grado di segnalare l’ingresso principale al forte.

Il bastione meridionale che, attraverso la modellazione del suolo racchiuso entro un muro di contenimento poligonale, reinter-

preta la topografia e organizza un parcheggio, come una grande terrazza a sud: un luogo multifunzionale, utilizzabile anche per l’allestimento di eventi temporanei, che si affaccia sulla grande pianura infrastrutturata e si collega agli altri dispositivi tramite un tunnel ipogeo che attraversa il fossato.

La riconfigurazione delle relazioni che legano il complesso al suo intorno vicino e lontano si attua nel lavoro sul tema del bordo e delle soglie, così come nella riorganizzazione delle trame visive che intersecano le diverse scale. Il fossato, non più barriera, rappresenta il luogo in cui tale lavoro si intensifica in modo particolare: perde la sua originaria funzione difensiva per diventare infrastruttura narrativa e spaziale, volta a rein-

tegrare il manufatto militare nella dimensione territoriale che stava alla base della sua concezione.

Il progetto intende così restituire alla collettività un luogo fortemente identitario, in cui coesistono natura, storia e architettura, proponendo il riuso delle strutture belliche dismesse non come semplici contenitori museali, ma come spazi dal valore urbano e aperti alla comunità, capaci di dialogare con la natura selvaggia che li ha colonizzati, con la memoria che ancora permane sotto le pietre e con la scala più ampia del paesaggio. •

05. Disegni architettonici della torre che collega le tre quote fondamentali di Forte San Briccio.

06. Modello architettonico con la configurazione della sezione della grotta.

03. Modello con la definizione materica e volumetrica della torre inserita nel fossato di Forte San Briccio.
04. Disegni architettonici della grotta che custodisce l’antica Pieve.

In cammino: verso l’Ecomuseo di Verona Sud e delle risorgive

Testo: Stefania Marini

Il processo per la valorizzazione dell’area compresa tra i quartieri a sud ovest di Verona e la linea delle risorgive.

La costruzione di un ecomuseo è un percorso lento, fondato sulla cura delle relazioni e su un approccio partecipativo che sposta l’attenzione dai singoli oggetti al sistema di cui fanno parte. Un cammino che apre a una riflessione sul progetto di territorio come elaborazione collettiva, frutto di pratiche condivise e di una visione comune. È in questa prospettiva che, da alcuni anni, un gruppo di associazioni ha avviato un processo volto alla creazione di un ecomuseo per la valorizzazione di un’area vasta, compresa tra i quartieri a sud ovest della città di Verona e la linea delle risorgive che separa l’alta dalla bassa pianura veronese, in corrispondenza del Comune di Buttapietra. Ma cos’è un ecomuseo?

Il termine ecomuseo non è nuovo: viene introdotto negli anni Settanta in Francia da Hugues de Varine, a partire dallo sviluppo di alcune prime esperienze ecomuseali, con lo scopo di legare il concetto di museo a quello di ambiente e territorio. Per De Varine1 ciò che definisce un ecomuseo sono i tre principali elementi che lo differenziano da un museo tradizionale, cioè: non esporre una collezione, ma un patrimonio; non essere un immobile, ma un territorio; non rivolgersi a un pubblico, ma a una popolazione. Patrimonio, territorio e popolazione sono i tre pilastri su cui si basa un ecomuseo.

Nel corso degli anni l’importanza degli ecomusei è stata riconosciuta anche in Italia, sia attraverso una crescente attenzione da parte del mondo accademico sia con l’introduzione graduale, e ancora disomogenea, di normative regionali volte alla loro promozione2 .

Per la Regione Veneto gli ecomusei sono una «forma innovativa di valorizzazione del territorio, che ne identifica e salvaguarda la fisionomia paesaggistica e culturale» e vengono introdotti con la legge n. 30 del 20123 che ne prevede gli scopi, i criteri per il riconoscimento regionale, le modalità di gestione, la creazione di una rete regionale e la costituzione di un Comitato tecnico Scientifico a supporto della loro promozione. Oltre alla possibilità di usare un logo speciale e di entrare a far parte del network degli Ecomusei del Veneto4, il riconoscimento consente anche l’accesso a specifici interventi regionali finanziati nell’ambito della programmazione per la cultura e a eventuali altre risorse derivanti dalla programmazione comunitaria. Prima che un ecomuseo venga riconosciuto ufficialmente, c’è però quasi sempre un percorso che cresce passo dopo passo. È un itinerario fatto di persone che si incontrano, di legami che si rafforzano nel tempo, di luoghi che si scoprono, di narrazioni che si condividono. Un percorso che non nasce solo dalle amministrazioni locali, ma che può sorgere anche ’dal basso’, grazie all’impegno di associazioni e organizzazioni che scelgono di prendersi cura di territori caratterizzati da peculiarità storiche, paesaggistiche e ambientali. Valorizzando questi luoghi e coinvolgendo chi li abita, contribuiscono a promuoverne uno sviluppo più consapevole e sostenibile. È proprio questo il sentiero che alcune audaci associazioni veronesi hanno intrapreso a partire dal 2023.

L’idea di promuovere un ecomuseo è nata dall’associazione Fossa Bova impegnata da più di vent’anni nella cura e valorizzazione del territorio, e in particolare degli ambienti di risorgiva. L’intuizione è stata

quella di aggregare una pluralità di attori civici e dell’imprenditoria sociale attivi nei territori tra la Quinta e la Settima Circoscrizione del Comune di Verona e il Comune di Buttapietra. Un gruppo variegato di organizzazioni no profit accomunate dal desiderio di sviluppare il territorio in una prospettiva di sostenibilità: CTG Un volto Nuovo, Proloco di Buttapietra, F.I.A.B. Verona5, Energie Sociali soc. coop.; Fattoria Didattica Leso; l’Associazione Amici del Lazzaretto ODV. Una rete con competenze e finalità diverse e complementari, che nel maggio 2025 ha costituito il Comitato promotore dell’Ecomuseo di Verona Sud e delle Risorgive: un primo passo per dare maggiore concretezza all’idea iniziale.

Nel processo sinora avviato da questi promotori, sono stati utilizzati diversi dispositivi partecipativi orientati sia a promuove-

“Gli ecomusei sono una «forma innovativa di valorizzazione del territorio, che ne identifica e salvaguarda la fisionomia paesaggistica e culturale»”

re in modo sistemico e coordinato il patrimonio materiale e immateriale presente, sia a dare forma a nuove narrazioni territoriali, fondate sulla graduale maturazione di una diffusa coscienza di luogo6: un percorso di costruzione di una cornice di senso comune e di conoscenza condivisa intrecciando saperi esperti e saperi locali degli abitanti.

Tra le prime attività promosse vi è stata l’organizzazione di biciclettate e camminate finalizzate all’esplorazione, alla conoscenza e alla messa in rete dei luoghi più significativi del territorio; dai siti di archeologia industriale di Verona Sud alle risorgive, dai luoghi dell’ospedalità veronese alle corti rurali del paesaggio agricolo. Queste occasioni sono diventate momenti di incontro e di convivialità tra i partecipanti che hanno rafforzato le relazioni e la crescita del tessuto sociale del territorio.

01. Tappa presso il Lazzaretto per la biciclettata organizzata nel maggio 2025. 02. 03. Mappa e schede dei luoghi dell’Ecomuseo.

Credits: Comitato per l’Ecomuseo di Verona Sud e delle Risorgive.

In parallelo, avvalendosi del progetto Fabbrica di Quartiere7, è stata realizzata e diffusa una mappa cartacea dedicata alla riscoperta delle bellezze dell’alta pianura veronese. La mappa propone un percorso ciclabile ad anello e ne evidenzia l’intreccio con altri possibili percorsi di fruizione tematica: il percorso dei forti austriaci, del parco dell’Adige e del Lazzareto, dei parchi, delle risorgive, delle case e delle corti rurali, delle chiese e degli oratori rurali e, infine, quello dell’energia pulita. Questa mappa contiene, inoltre, sedici schede descrittive di alcuni dei luoghi più significativi e indica possibili punti di ristoro. Un ulteriore tassello verso la creazione dell’ecomuseo è stato quello di ideare una nuova identità visiva al progetto con l’ideazione di un logo che simbolicamente abbraccia le Terre Svelate che racchiudono i tracciati dei terreni agricoli e alcuni luoghi iconici del territorio stilizzati, tra cui la sagoma dell’ex cella frigorifera dei Magazzini Generali.

Negli ultimi due anni sono stati realizzati anche diversi incontri culturali aperti alla cittadinanza e un convegno8 che ha visto la presenza di rappresentanti delle istituzioni e dell’università, in cui è stata presentata l’idea complessiva dell’ecomuseo.

Il cammino intrapreso dai membri delle organizzazioni del comitato ha rivelato l’energia dell’azione civica, ma nel concreto la promozione di un ecomuseo necessita anche di risorse economiche e umane dedicate. Per questo motivo, tra i prossimi passi che il Comitato intende intraprendere vi sono la presentazione di un progetto di fattibilità per l’ottenimento del riconoscimento regionale, che dovrà essere condiviso dalle amministrazioni locali, e una più profonda riflessione sulla decisione di dotarsi di una struttura organizzativa stabile per garantire continuità d’azione e animare la rete territoriale.

Se consideriamo il processo descritto al di là del valore per le politiche culturali e lo mettiamo in connessione con le politiche territoriali di area vasta, seppur nella sua fase embrionale, ciò che emerge in modo emblematico è il ruolo propulsivo dell’azione civica nell’elaborazione di strategie di rigenerazione territoriale condivise. Utilizzando lo strumento dell’ecomuseo e valorizzando la dimensione sociale, culturale e paesaggistica di un territorio attraverso dispositivi partecipativi, l’esperienza promossa ’dal basso’ riesce a oltrepassare i limiti imposti dalla frammentazione amministrativa e a proporre alcuni primi scenari di ricomposizione territoriale improntati sulla sostenibilità e la coesione sociale.

Un percorso lento e a tratti difficoltoso che ha richiesto costanza e dedizione. Un percorso che anticipa una visione di futuro condivisa, valorizzando il territorio senza perdere tracce del passato. Un processo che è utile saper riconoscere e sostenere sia come amministratori, sia come professionisti (architetti e pianificatori), in quanto indica una possibile direzione di trasformazione territoriale sostenibile.

04. Fossa Bova nei pressi di Cadidavid (foto di Stefania Marini).

1 De Varine H., L’Ecomuseo, in Le radici del futuro. Il patrimonio culturale al servizio dello sviluppo locale, Clueb, 1978, pp. 241-256.

2 Citato in Reina G. (a cura di), Gli Ecomusei. Una risorsa per il futuro, Marsilio, 2014, p. 20.

3 Legge regionale 30 del 10 agosto 2012, Istituzione, disciplina e promozione degli ecomusei, successivamente modificata con l’art. 9 della L.R. 4 del 20 gennaio 2019. La normativa è stata in seguito rinnovata con un riordino degli ambiti del settore cultura con la L.R. 17 del 16 maggio 2019, Legge per la cultura e con la successiva Deliberazione della Giunta Regionale n. 499 del 2022 che indica modalità di promozione, disciplina e istituzione degli ecomusei del Veneto, aggiornandone le finalità e inserendoli in un quadro programmatorio regionale.

4 https://www.culturaveneto.it/it/la-tuaregione/ecomusei-del-veneto (ultima consultazione: gennaio 2026).

5 Fiab Verona aveva inoltre lanciato nel 2017 anche un manifesto programmatico per la creazione dell’Ecomuseo dell’Energia Pulita, idea nata e promossa per creare percorsi di valorizzazione e promozione dei luoghi dell’energia idroelettrica veronese lungo il fiume Adige e i suoi canali..

6 Beccantini G. e Magnaghi A., La coscienza dei luoghi. Il territorio come soggetto corale, Donzelli, 2015.

7 Progetto per sviluppare azioni sperimentali di innovazione sociale e rigenerazione urbana nel quartiere di Borgo Roma promosso da una rete di enti del territorio tra cui Energie Sociali coop. soc. e sostenuto da Fondazione Cariverona.

8 Convegno che si è tenuto a ottobre 2024 con gli interventi di rappresentanti istituzionali del Comune di Verona e del Comune di Buttapietra, del prof. Michelangelo Pivetta, componente del Comitato Scientifico Ecomusei della Regione Veneto e della prof. Emanuela Gamberoni del Dipartimento di Culture e Civiltà dell’Università degli Studi di Verona.

Fermo immagine

Testo: Massimiliano Valdinoci

Una lettura del compendio editoriale sui lavori di restauro che hanno interessato uno dei massimi complessi architettonici ecclesiastici della città. Presentato alla città di Verona il 24 settembre 2025 presso l’Auditorium di San Fermo, il volume sulla chiesa di San Fermo Maggiore edito dalla Soprintendenza Archeologia Belle Arti Paesaggio pe rle province di Verona Rovigo e Vicenza rappresenta un eccellente esempio di ricerca applicata al patrimonio architettonico. Attraverso un approccio olistico che intreccia storia, tecnica e tutela, questa pubblicazione offre una sintesi rigorosa e al contempo accessibile, capace di dialogare sia con gli specialisti del settore sia con un pubblico più ampio, desideroso di approfondire la conoscenza di un monumento straordinario.

A distanza di alcuni mesi dalla sua uscita, il volume curato da Felice Giuseppe Romano e Maristella Vecchiato si conferma come un’opera fondamentale per la comprensione di uno dei complessi architettonici più stratificati e affascinanti del Veneto. Frutto di un progetto multidisciplinare che ha coinvolto archeologi, architetti, storici dell’arte, diagnosti, ingegneri strutturali e restauratori, il libro offre una panoramica aggiornata e approfondita delle ricerche condotte tra il 2018 e il 2024, con particolare attenzione agli interventi di restauro conservativo e di miglioramento sismico realizzati in risposta ai danni causati dai terremoti del 2012 e del 2016.

L’opera si inserisce in un filone di studi sempre più attento alla conservazione preventiva del patrimonio monumentale, un tema di stringente attualità in un paese come l’Italia, dove il rischio sismico e il degrado del tempo minacciano quotidianamente edifici di inestimabile valore. La scelta di dedicare ampio spazio non solo alla storia e

all’arte della chiesa, ma anche alle soluzioni tecniche adottate per garantirne la sopravvivenza, rende questo volume un modello di riferimento per futuri progetti di tutela.

Il libro si articola in quattro sezioni, ognuna delle quali affronta un aspetto cruciale della storia e della conservazione di San Fermo, arricchite da un ricco apparato iconografico – foto storiche, rilievi laser-scanner, grafici strutturali – che rende tangibile la complessità del monumento.

Nella sezione iniziale Storia e archeologia: le radici di un monumento stratificato, il primo saggio, curato da Felice Giuseppe Romano (funzionario architetto e responsabile del progetto), analizza il contesto normativo e amministrativo che ha visto il Ministero della Cultura impegnato negli ultimi anni sul tema della sicurezza sismica dei beni cultu-

“L’opera si propone come un modello di studio e tutela, capace di coniugare passato e futuro in una visione unitaria della conservazione”

rali. Il MiC non si è limitato a fornire semplici indirizzi per la realizzazione di progetti di consolidamento, ma ha elaborato una normativa specifica per la prevenzione e la mitigazione del rischio sismico, accompagnata da una Carta del rischio che consente un monitoraggio sistematico del patrimonio culturale. In questo quadro, la Chiesa di San Fermo Maggiore è stata tra le prime a beneficiare dei finanziamenti stanziati nel 2020 e 2021 per interventi di questo tipo.

Brunella Bruno (funzionaria archeologa) e Fabio Zecchin ricostruiscono la complessa evoluzione della chiesa, dalle origini paleocristiane (V-VI secolo) fino alle trasformazioni romaniche e gotiche. Bruno, partendo dalle evidenze archeologiche raccolte durante gli scavi, ripercorre la storia dell’area di San Fermo in età romana, le strutture della prima chiesa e le successive fasi tardoantiche e altomedievali. Particolarmente affasci-

nante è l’analisi di Zecchin sulle fasi costruttive emerse durante gli scavi del 2020-2022, che hanno portato alla luce: un edificio altomedievale (VIII-IX secolo) con abside semicircolare e pavimentazione in cocciopesto, probabilmente legato a un monastero benedettino; la chiesa romanica (XI-XII secolo), di cui restano tracce nelle murature della navata centrale e nei capitelli reimpiegati; infine l’intervento gotico (XIII-XIV secolo), che trasformò l’edificio in un’aula unica con transetto e capocroce a tre cappelle, introdotte da una triplice arcata – una soluzione tipica dell’ordine francescano. A questa fase risale anche la realizzazione del soffitto a carena di nave rovesciata, capolavoro di ingegneria medievale, insieme alle volte delle cappelle del presbiterio e dei bracci del transetto. Infine, alla fine del XIV secolo, venne innalzata la facciata monocuspidata, che ancora oggi domina il complesso.

Nella seconda sezione Il restauro: tra conservazione e innovazione, Gabriele Signorini e Maristella Vecchiato ripercorrono la storia dei restauri della chiesa, dagli interventi

ottocenteschi fino a quelli più recenti. Signorini, grazie a un inedito apparato documentario tratto dagli archivi di Stato di Venezia e Verona, ricostruisce gli interventi a partire dagli anni Trenta dell’Ottocento, con il celebre ingegnere comunale Giuseppe Barbieri, fino agli “urgenti consolidamenti” del 1850, necessari per salvare l’ossatura del tetto.

Vecchiato, invece, attraverso una ricca documentazione fotografica, illustra le diverse fasi dei restauri del Novecento: dalla liberazione delle absidi voluta da Da Lisca negli anni Dieci, agli interventi puntuali degli anni Venti e Trenta sulla chiesa inferiore, sulle coperture e sulle finestre. Non mancano i restauri successivi ai danni della Seconda guerra mondiale, fino agli interventi di fine secolo, che hanno riguardato le coperture, le vetrate, il recupero di frammenti scultorei e architettonici, il restauro degli affreschi e dei monumenti funebri, oltre alla tormentata vicenda dell’installazione della porta bronzea di Minguzzi negli anni Novanta.

La terza sezione Le indagini preliminari: conoscere per conservare è poi dedicata

02. Restituzione grafica del rilievo strumentale con laser scanner, sezione longitudinale (M. Frustoli, F. Soardo).

03. Il soffitto ligneo a carena di nave rovesciata della chiesa superiore (foto di Fabio Zecchin).

04. Pianta della chiesa superiore al livello alto del sottotetto con la struttura lignea principale e secondaria della copertura (M. Frustoli, F. Soardo).

05. Modelli grafici per lo studio e dimensionamento del sistema di controventamento nel piano della copertura (SM Ingegneria).

alle indagini propedeutiche alla conoscenza del manufatto e alla progettazione degli interventi. Michele Frustoli e Francesco Soardo documentano, con un dettagliato repertorio di immagini e tavole, il rilievo accurato dell’intera struttura. Rita Deiana, invece, ricostruisce le indagini non invasive condotte dal CIBA dell’Università di Padova, che hanno permesso di caratterizzare materiali e murature attraverso tecniche avanzate come il georadar e la termografia infrarossa. Infine, Francesca Da Porto presenta una scheda tecnica finalizzata al progetto, che evidenzia le criticità del bene e definisce le priorità degli interventi in relazione alle risorse disponibili.

Chiude il volume la sezione Vulnerabilità sismica e progetto di consolidamento, che affronta il tema cruciale della riduzione della vulnerabilità sismica. Alberto Maria e Mattia Sartori analizzano il degrado e il quadro fessurativo dell’edificio, definendo il fattore di confidenza raggiunto e ponendo le basi per il progetto di consolidamento strutturale. Claudio Modena, infine, illustra gli interventi previsti, che mirano a garantire la sicurezza del monumento senza comprometterne l’autenticità storica e artistica. Questo volume rappresenta non solo un punto di riferimento scientifico, ma anche un invito a riscoprire uno dei gioielli architettonici della nostra città. Attraverso un linguaggio rigoroso, ma accessibile, una documentazione ricchissima e un approccio multidisciplinare, l’opera si propone come un modello di studio e tutela, capace di coniugare passato e futuro in una visione unitaria della conservazione. •

Ci mette il becco LC.

Lavorare,

oggi

Testo: Luciano Cenna

Si chiude il percorso attraverso i quattro principi della città funzionale definiti nel 1933 durante il IV Congresso internazionale di architettura moderna. Per affrontare il quarto tema della Carta di Atene, “Lavorare”, dovrò probabilmente moltiplicare l’impegno in quanto proporre una connessione, tra questo principio della Carta e la città, così come è oggi, è quasi impossibile.

Nel caso di Verona e andando indietro nel tempo, è il caso di accennare che l’espansione urbana del primo Novecento, conseguente alla prima fase dell’industrializzazione, ad iniziare dagli anni Sessanta-Settanta è soprattutto dovuta alla vocazione-specializzazione di Verona in snodo stradale e ferroviario ad opera di una serie di iniziative politico-amministrative che hanno valorizzato il ruolo di ganglio geografico della città, facendone più che raddoppiare in cinquant’anni l’estensione territoriale e allontanando dal nucleo storico le attività terziarie e agricolo -industriali, prima al suo interno o a ridosso. Oggi, e in misura maggiore lo sarà in futuro, la nostra città è, sotto il profilo del lavoro, principalmente un centro di servizi logistici che punta al primato europeo. Della città di Verona, dei tempi della Carta di Atene, è rimasto solo il nucleo racchiuso dalle mura. È territorialmente vasto abbastanza per essere utilizzato al fine di ospitare le molte esigenze di una comunità di circa 250.000 abitanti, nell’ipotesi di conservare e destinare il suo impianto storico alle sole attività culturali e di svago, come si trattasse di un museo all’aperto – vedi Arena e aree centrali – visto che in tal caso, agli abitanti non resterebbe

che vivere nelle aree di espansione dove è possibile dotarsi di servizi adeguati alla vita di oggi; e che ciò consentirebbe di intraprendere quelle misure urbanistiche tali da avvicinare la città extra moenia al modello teorico proposto dalla Carta di Atene senza dover stravolgere il nucleo storico, ma anche senza ricorrere alla soluzione della città diffusa nella campagna (soluzione cara ad alcuni a fine secolo scorso).

Il possibile adattamento della città ai quattro principi non sarebbe però dovuto a uno sfizio nostalgico-formale, quanto perché credo che il contenuto della Carta sia ancor oggi un richiamo interessante, almeno sotto il profilo funzionale ed economico. Del resto, ma ne accenno solo, non vi sembra che i vari tentativi, quanto meno teorici, svolti in occidente negli ultimi cinquant’anni per avvicinarsi a quei principii attraverso sviluppi edilizi lineari – “la città lineare” – siano la prova che qualcosa di quella teorizzazione è rimasto e può produrre ancora idee utili?

Tuttavia, mi vedo costretto ad ammettere che ogni possibile connessione razionale tra luogo di lavoro e abitazione, oggi nell’epoca post industriale, sarebbe cervellotica e sterile, e che nemmeno l’adozione su vasta scala dello smart working, improbabile ma ancora possibile, potrebbe risolverla. Penso però che ci potremmo avvicinare alla soluzione immaginando che le prossime espansioni urbane avvengano non per accrescimento a macchia d’olio, ma per linee privilegiate. E per spiegare meglio questo inusuale punto di vista, ma avanzando una ipotesi azzardata visto che mette in discussione il principio di salvaguardia (talvolta ipocrita?) del pae-

saggio e che non è nemmeno il frutto di un mio convincimento ponderato nel tempo, ma si affaccia ora sotto l’impulso del tema che sto trattando, sono disposto a forzare il mio e il vostro pensiero fino a pensare di poter modificare il paesaggio esistente, né più né meno di quanto hanno fatto i nostri avi ogniqualvolta hanno radicalmente trasformato le culture agrarie, abbattuto macchie di querce secolari per piantare vigne, costruito casolari o adibito a pascolo terreni poco fruttiferi ma idonei per allevare animali da carne, come continuiamo a fare tuttora e riempendo tutti gli spazi ancora vuoti, ma cercando

“Oggi [...] la nostra città è, sotto il profilo del lavoro, principalmente un centro di servizi logistici che punta al primato europeo”

di non dargli troppa evidenza, talora magnificando l’iniziativa sotto il profilo turistico e dell’incremento della manodopera, ben sapendo invece che l’aspetto assunto dal paesaggio è la conseguenza di un tornaconto economico di cui hanno beneficiato sopra tutti gli agricoltori o gli speculatori proprietari dei campi. In sostanza, e a parziale giustificazione del mio osare, ci sarebbe da meravigliarsi se i processi di trasformazione del paesaggio trovassero il riconoscimento formale del fatto che, negli anni recenti e tuttora, sono il risultato della volontà dell’imprenditoria, più o meno illuminata e riflettono ben poco le esigenze della popolazione?

Nel caso assumessimo Verona come punto di riferimento cogliendo quanto di positivo

c’è nell’ipotesi, teorica, dello sviluppo urbano lineare, perché non immaginare che la necessità di nuovi suoli, venga soddisfatta, pur nel rispetto del ricupero almeno dei sedimi degli edifici in disuso, per collocare funzioni abitative, di servizio e di sviluppo terziario lungo un percorso costituito da un insieme di vie di trasporto, che già collegano un insediamento ad un altro, in una sorta di città lineare che nei centri esistenti si avvarrebbe del potenziamento dei servizi che già ci sono. Di fatto non manca molto perché questa realtà sia già in atto e trovi riscontro effettivo nella sequenza ravvicinata degli attuali insediamenti della sponda veronese del Garda, o della Bassa veronese. E così, finalmente, ci sarebbero le premesse economiche per realizzare quel trasporto pubblico su rotaia che Brescia ha reso possibile in quanto la sua metropolitana ha un prevalente percorso lineare a servizio degli insediamenti industriali distribuiti lungo la valle.

Giorni fa, parlando di cose simili con un amico, mi opponeva l’argomento “valori da preservare”. Certo! Lo capisco in linea di massima: ma chi ha deciso che il paesaggio – non ho detto l’ambiente – sia un valore? E se così lo abbiamo considerato per decenni, perché non possiamo rivedere, oggi, quella nostra posizione culturale e sostituire quel valore (ammesso che lo sia diventato), con un altro, pur se anch’esso a rischio perché seriamente compromesso? Per esempio l’ambiente, profondamente migliorato!

A questo punto, per rispettare il vostro imbarazzo e nascondere il mio, mi fermo qui. Ma mi piacerebbe conoscere i vostri pareri su quanto detto sopra. •

È questa architettura ?

Un progetto di de-restauro ripensa alle ferite dell’ultimo conflitto mondiale a monito dei molti conflitti in corso.

Da una veloce ricerca su Google, al prompt “quante guerre oggi” la risposta è drammaticamente concreta: nel mondo si contano 56 conflitti attivi. Il motore di ricerca si tiene cauto, nel senso che non da certezza che il numero sia esaustivo; potremmo non essere al corrente di altro, in qualche parte dimenticata del globo.

Il tema del conflitto è ricorrente nel lavoro di Gabriello Anselmi, architetto, artista e scultore, che lo scorso ottobre ha portato in mostra, alla Sala Pighi di Piazza San Nicolò, sede della Galleria della Società Belle Arti,

una personale ricerca dal titolo “È questa architettura?” Dove, attraverso un progetto di (non) recupero si occupa di un piccolo brano di città compreso fra il magazzino libri della Biblioteca Civica e il vicino campanile della chiesa di San Sebastiano, distrutta dai bombardamenti durante l’ultimo conflitto mondiale. L’area oggi è completamente funzionale ai servizi bibliotecari, ma il progetto immagina un altro presente, quello in cui, invece di cancellare con un colpo di spugna i resti della guerra, si potesse mettere in atto un progetto di conservazione delle tracce del conflitto, così da restituire a sempiterna memoria ciò che è stata la Seconda guerra mondiale per la nostra città.

La mostra, in una sorta di passeggiata nel pensiero di Anselmi, ha indagato diverse forme comunicative che, attraverso foto d’epoca, installazioni multimediali, disegni e sculture, hanno coinvolto il musicista Filippo Romano, la storica dell’arte Erika Prandi, il filosofo Giorgio Frank. Al termine del percorso espositivo, i materiali del progetto.

Anselmi al piano terra del magazzino libri immagina di trasferire l’ingresso della biblioteca, un passaggio obbligato attraverso una sala semibuia, che diverrebbe un memoriale con pannelli trasparenti e riproducenti il luogo bombardato. Tali elementi inseriti in appositi specchi d’acqua e illuminati da giochi di luce, permetterebbero una suggestiva visione sia dall’interno che alla notte dall’esterno. Per il campanile e il prospetto laterale degli spazi della Piazzetta Capretto il progetto prevede un ritorno allo stato precedente al restauro, attraverso una scarnificazione degli intonaci, con un possibile inserimento artistico di un murales. A coronamento del progetto, Anselmi prevede un grande velarium nero installato sulla facciata principale lungo via Cappello, così da accentuare l’aspetto luttuoso del sito. La progettazione di questo telo nero è stata affidata a due artisti di fama internazionale, il duo DAMSS – Daniela Arnoldi e Marco Sarzi-Sartori – Art, maestri di Fiber Art, che ne

hanno proposto una personale interpretazione come un arazzo contemporaneo.

Il progetto evidenzia volutamente la ferita, lo squarcio e il lutto: ci sbatte in faccia –è il caso di dirlo – tutto il dolore che anche oggi attraversa il mondo. Cosa voglia dire vivere dentro al conflitto, fortunatamente non ce ne rendiamo conto, perché ormai, eredi del passato, le guerre le abbiamo solo sentite raccontare da chi ci ha preceduto, e gli strumenti che abbiamo a disposizione per raggiungere l’informazione possono essere gestiti se non addirittura silenziati a piacimento. Sta a noi decidere come posizionarci davanti alla storia crudele che è ieri ed è anche oggi.

Anselmi sceglie una domanda come titolo per il suo progetto, così che con la propria risposta ciascuno si senta coinvolto in un processo di responsabilizzazione dove il “mai più deve accadere” diventi realtà e non solo

“Il progetto immagina un altro presente, quello in cui [...] si potesse mettere in atto un progetto di conservazione delle tracce del conflitto”

parole. La questione è aperta ed è rivolta a tutti, ma forse chi si deve sentire chiamato con più calore a una risposta siamo proprio noi architetti, primi operatori della città, che a volte, nella ricerca ossessiva del gesto come firma del nostro passaggio, ci dimentichiamo che a parlare devono essere i luoghi, non chi li ha progettati.

“È questa architettura?” È una domanda che, partendo dagli spazi della Biblioteca Civica, ci chiede di tornare al ruolo sociale del progetto e di guardare i temi di attualità attraverso le trasformazioni di una città che ogni giorno diviene sempre più piatta e uguale alle altre, in un’ottica di rassicurante riconoscimento per cittadini e turisti: non esiste quasi più stratificazione storica e i punti di interesse della città diventano spot e vetrine. Anselmi ci esorta a una presa di posi-

zione sociale, che può essere attuata facendo quello che propone per il suo progetto: scarnificare. Solo togliendo gli strati superficiali del consumismo e delle mode, interrogandosi, studiando, approfondendo, sarà possibile portare in luce e costruire brani di città che con itinerari e percorsi ben precisi ci permetteranno di entrare dentro agli accadimenti raccontando ciò che da essi avremmo dovuto imparare. E finalmente dare origine a pensiero civile, responsabile e critico. •

01- 03. Elaborati del progetto esposto alla mostra “È questa architettura?”: collage e disegni a mano libera di Gabriello Anselmi.

DOCUMENTI

Un intervento progettuale nel cuore dell’opera più celebrata e amata di Carlo Scarpa a Verona e un’indagine di archivio che mette in luce l’autorialità di un misconosciuto impianto tecnologico urbano.

DOCUMENTI

MISURA E MEMORIA

Testo: Alberto Vignolo

Foto: Valter Rossetto

Per chi torni a visitare Castelvecchio, non solo grazie alle occasioni che si prospettano in continuo tra mostre, innesti o riallestimenti del percorso espositivo1, ma anche semplicemente per il piacere di perdersi ancora una volta nell’universo di Carlo Scarpa, può sembrare che il museo veronese sia un capolavoro immutabile, cristallizzato nei punti di vista osservati, studiati e fotografati mille volte. Eppure, al contrario, tutto “si muove”: sia in maniera plateale e lampante, come nel caso dello scavo archeologico nell’area della chiesa di San Martino in Acquaro, all’interno del cortile – scavo che proseguirà nel corso del 2026 – sia in maniera sottile e sottotraccia, come avevamo documentato già nel 2013 con un accurato resoconto2 dei continui lavori necessari alla manutenzione e conservazione dell’opera.

Entro quest’alveo si pone la restituzione – termine che vuole rappresentare una sintesi non ideologica della doppia accezione di restauro e ricostruzione – della passe-

rella che, nel nodo più ricco di elaborazione formale del museo veronese, corre a fianco della statua equestre di Cangrande I della Scala, riconettendo il percorso di visita dalla Reggia scaligera alla Galleria dei dipinti. Un nodo spaziale tanto eloquente quando delicato per la scelta che l’ha reso magistrale: riportare l’opera simbolo del museo all’aperto per farla vibrare di luce naturale, in sintonia con la collocazione originaria in cima alle Arche Scaligere, protetta solo parzialmente dalla copertura sfrangiata disegnata da Scarpa nel vuoto che evidenzia criticamente lo scarto tra le mura comunali e la caserma napoleonica.

Questa soluzione è però all’origine di alcune problematiche, relative sia alla conservazione della statua equestre3 sia, nel tempo, alla stabilità della passerella. Costruita con due travi metalliche poste diagonalmente nel vuoto, sulle quali sono appoggiate le lastre di calcestruzzo del piano di calpestio, la passerella ha manifestato negli anni diver-

si segnali di precarietà, oggetto di interventi puntuali ma alla prova dei fatti non risolutivi: fino a quando nel 2021 il livello di criticità e di rischio è diventato tale da doverla puntellare, nell’attesa di mettere a punto una soluzione definitiva.

È in questa fase che il settore Edilizia Monumentale del Comune di Verona, di concerto con la Direzione dei Musei Civici di Verona, coinvolge a Valter Rossetto, architetto che può vantare un alunnato diretto con Scarpa, prima suo relatore di laurea allo IUAV e a fianco del quale ha fatto poi il suo apprendistato nel cantiere di un’altra opera veronese, la sede centrale della Banca Popolare di Verona in piazza Nogara, dal 1976 (anno della laurea) al fatale 19784. Non solo: sulla scorta di questa esperienza, Rossetto è stato chiamato quarant’anni dopo, nel 2013-2014, a restaurare le facciate esterne di quello che nel frattempo ha preso il nome di Palazzo Scarpa, mettendo a frutto la sua profonda conoscenza dell’opera, dei materiali e del metodo scarpiano, entrando a far parte così del ristretto novero degli allievi che sono intervenuti per conservare l’opera e tramandare l’eredità del Maestro5 Questa lunga premessa dà conto delle ragioni che hanno portato Rossetto, interpellato per risolvere l’annosa questione della passerella, a intervenire in un luogo a lui ben noto ma sempre in qualità di spettatore, a partire da una primissima visita nel 1964, ancora studente delle scuole medie, accompagnato dal professor Federico Dal Forno

La ricerca paziente di Valter Rossetto per il ripristino della passerella scarpiana al Museo di Castelvecchio

(noto studioso dell’architettura veronese) pochi mesi prima della riapertura del museo. In seguito, le occasioni di visita e conoscenza si sono moltiplicate e approfondite, in parallelo al corso di studi in architettura, che in anni di grande caos, tra il prevalere dell’astrazione teorica e di una totalizzante dimensione sociopolitica, lo hanno portato alla fine a identificare nella concretezza del costruire di Carlo Scarpa una personale via d’uscita.

01. Veduta dal

passerella ricostruita.

02. Particolare delle condizioni della trave esterna in corrispondenza dell’appoggio sulla muratura, prima dell’intervento.

03-05. Alcune pagine del “diario di bordo” di Valter Rossetto, tra appunti di rilievo, ipotesi progettuali e giornale di cantiere.

Ancora oggi, concretamente, dribblando l’iniziale richiesta di uno studio di fattibilità, Rossetto si è impegnato in un progetto esecutivo, unica via a suo giudizio per andare a fondo della questione, partendo da un dettagliatissimo rilievo vecchio stile – con metro, livello ottico e filo a piombo – dello stato di fatto e del degrado, per individuarne in primo luogo le cause. La dimensione puntuale dell’intervento e la presenza del ponteggio a presidio della passerella hanno consentito di andare oltre il rilievo digitale elaborato da Alberto Torsello nel 2007, fondamentale restituzione dell’immagine complessiva dell’opera, ma non della sua materialità; l’approfondimento è stato mirato a comprendere la logica costruttiva di ogni singolo pezzo, e ha rivelato anche qualche sorpresa. Al rilievo ha fatto seguito una approfondita ricerca bibliografica relativa a questa porzione dell’opera: e Valter Rossetto, per passione che sconfina nella maniacalità, si vanta di possedere “tutto” quanto è stato scritto su Scarpa.

Ciò che è emerso, in sintesi, è che il lavorio sottile della ruggine aveva causato la “sfogliatura” delle connessioni tra travi e solaio in lastre di calcestruzzo, che assieme a una deformazione notevole – quasi dieci centimetri – delle travi portanti, rischiava di far collassare la struttura.

Una situazione molto grave, che ha determinato la soluzione draconiana di demolire e ricostruire fedelmente le parti irrecuperabili del manufatto. Una scelta che forse farà storcere il naso ai teorici del restauro, ma che è stata suffragata dallo studio approfondito, dalla documentazione critica e dalle caratteristiche del ferro e del calcestruzzo, materiali non risanabili con un semplice camouflage di superficie. Scelta che è stata pienamente condivisa dalla Soprintendenza ABAP di Verona6, con l’indicazione rituale del “dov’era com’era”.

Nella fase di sviluppo del progetto, per ovviare alla causa principale del degrado – le precipitazioni meteoriche – è stato ipotizza-

to l’utilizzo dell’acciaio corten per la passerella ricostruita: ma il suo colore ferruginoso si sarebbe discostato da quello attuale, e avrebbe inoltre comportato l’utilizzo di travi ottenute saldando tre piatti, perdendo la sagoma ad angoli “arrotondati” dei profili industriali NP – una serie differente ma simile alla IPE – utilizzati da Scarpa.

E qui si svela una delle piccole difformità emerse in questo frangente tra il progetto originale, scrupolosamente documentato dai disegni conservati nell’Archivio Scarpa presso il Museo di Castelvecchio7, e lo stato di fatto, che vedeva in opera un profilo da 34 centimetri rispetto ai 36 previsti. L’osservazione attenta e minuziosa ha anche rivelato una piastra di giunzione, molto poco visibile a dire il vero, presente su entrambi i lati della trave esterna della passerella, evidentemente giunta in cantiere in due pezzi ricomposti assieme come se niente fosse: un procedimento che pare impensabile nella prassi scarpiana, che della “menda” ha fatto spesso motivo di sfoggio virtuosistico, come nel-

“Una situazione molto grave, che ha determinato la soluzione draconiana di demolire e ricostruire fedelmente le parti irrecuperabili del manufatto”

le travi composte che corrono a soffitto della galleria delle sculture.

Il progetto di ricostruzione della passerella è ritornato alla misura originariamente prevista (36 cm) che meglio concorre ad aumentare le caratteristiche complessive di portanza, in chiave antisismica; per le stesse ragioni sono stati adeguati i quattro appoggi delle travi, messi a punto da Maurizio Cossato e da Contec Ingegneria che nello sviluppo del progetto hanno avuto un ruolo di primissimo piano8 .

L’assioma del “dov’era com’era” è stato dunque parzialmente superato – sarebbe parso assurdo ricostruire queste incongruenze – per un più consapevole “dov’era,

06. Progetto esecutivo, tavola con pianta alla quota strutture, parapetti e corrimani.

07. Progetto esecutivo, sezione e prospetto di dettaglio in scala 1:2 della trave di bordo.

08. Progetto esecutivo strutturale, particolari delle piastre di appoggio (Contec Ingegneria).

un pochino meglio di com’era”, sia a causa delle attuali normative che per la correzione di alcune pecche costruttive.

L’8 gennaio 2025 ha preso così avvio il cantiere con una scrupolosa protezione della statua di Cangrande e della grande campana bronzea al piano terreno; per tutta la durata delle lavorazioni si è dovuto interrompere l’ordinario percorso del museo, operando per così dire “ a cuore aperto” grazie a un bypass del flusso di visita. Sono stati poi smontati, catalogati e restaurati i parapetti, i montanti e i corrimano, ancora in buono stato sia per le parti in ferro che per quelle in legno di Pitch Pine; il tubolare del corrimano, venuta meno la tensione che aveva portato alla deformazione della passerella, si è naturalmente raddrizzato. Il montaggio dei telai di ferro delle piastre del solaio e dei montanti del parapetto alle travi è poi avvenuto tramite bullonatura, per l’impossibilità di certificare saldature effettuate in opera: un altro piccolo, necessario segno distintivo rispetto al “com’era dov’era”.

Perché l’intero cantiere, va ricordato, ha avuto luogo in un contesto molto delicato, dove una volta rimossa la struttura ammalorata non è stato semplice movimentare la nuova struttura metallica, costruita interamente in officina e poi riassemblata con precisione millimetrica, compresa la trave esterna lunga ben nove metri. In virtù di tali condizioni al contorno, è stato deciso di gettare in opera le piastre del solaio, ripristinando il sottile vuoto di 1 centimetro tra i piatti di ferro che ne delimitano i bordi la cui mancanza, per l’interposizione di uno spessore quadrato 10x10 (non presente nei disegni di Scarpa) e per l’accumulo di polveri e ruggine, impediva il deflusso dell’acqua piovana. Il calcestruzzo del solaio è inequivocabilmente “nuovo”, sia per i materiali – quelli di un tempo sono di fatto irriproducibili – che per le caratteristiche migliorative a livello di armatura e resistenza. Anche la finitura a staggia di legno è analoga a quella originale ma diversa, in quanto legata alla manuali-

tà di chi la esegue.

Un piccolo pozzetto di ispezione per lo scarico delle acque piovane è stato ricavato in prossimità della scaletta a gradini triangolari sfalsati che conduce al camminamento verso l’Adige: anche in questo caso si tratta di un elemento difforme dall’originale, ma funzionale alla manutenzione e dunque alla vita futura dell’opera.

Il reperimento di un ulteriore finanziamento da parte dell’amministrazione comunale ha poi permesso, dopo alcuni mesi dal completamento della passerella, di aprire una seconda fase di cantiere per il “balconcino” a sbalzo che corre a fianco del supporto verticale della statua di Cangrande, permettendo al visitatore di osservare il monumento equestre da una quota leggermente inferiore. Anche questo elemento era da tempo interdetto al pubblico per ragioni di sicurezza, e il percorso metodologico adottato è stato analogo, facendo valere l’esperienza della passerella e confermando progettisti e imprese.

09-14. Fasi di lavorazione: dall’allestimento del cantiere alla demolizione della passerella. 15. L’assemblaggio della nuova struttura metallica in officina.

16-19. Fasi di lavorazione: posa della struttura metallica, getto solaio, finiture.

Una volta demolita la soletta in calcestruzzo e risanate le parti in ferro – in questo caso non è stato necessario sostituirle – il nuovo getto è stato realizzato con caratteristiche meccaniche migliorate, previo adeguamento dei punti di attacco al piatto di ferro di bordo delle reti di armatura.

Tutto quanto qui descritto in forma sommaria è stato oggetto di un pazientissimo e scrupoloso lavoro di documentazione. Rossetto ha tenuto una sorta di giornale di bordo sia nella fase di progetto che di esecuzione; ogni giorno, dopo la visita mattutina in cantiere, è ritornato nel pomeriggio appositamente per trovare le condizioni di luce migliori a scattare una serie meticolosa di fotografie da punti fissi: ne sono usciti circa

“L’8 gennaio 2025 ha preso così avvio il cantiere con una scrupolosa protezione della statua di Cangrande e della grande campana bronzea al piano terreno”

4.000 scatti, che vanno a comporre con disegni e appunti una ricca documentazione critica del lavoro svolto, a futura memoria. È intenzione di Valter Rossetto donare questi materiali all’Archivio Carlo Scarpa del museo9: se un giorno si dovessero riscontrare nuove problematiche di manutenzione della passerella, sarà una fonte testimoniale preziosa.

Ad oggi, salvo gli indizi messi in luce sulle lievi difformità che potranno essere colte solo dagli esegeti del museo veronese, il miglior giudizio che si possa dare sul progetto di ripristino della passerella è che tutto è cambiato, ma nulla pare esserlo. E a proposito di passerelle, va ricordato ce n’è un’altra che Carlo Scarpa ha gettato a superare il vallo lungo le mura comunali per accedere al cortile dal ponte di Castevecchio, a sua volta chiusa da tempo per ragioni di sicurezza. Non resta che augurarsi la sua futura restituzione. •

1 Risale ad esempio al 19 dicembre 2025 l’apertura della mostra Sguardi su Verona. Bernardo Bellotto e la pittura del Sei e Settecento nelle sale di Castelvecchio, realizzata in occasione del riordino del segmento conclusivo della Galleria dei Dipinti, con un intervento dedicato in particolare ai nuclei pittorici del Seicento e del Settecento.

2 Castelvecchio sottotraccia è il titolo dell’allegato ad «AV» 94 (2013) dedicato interamente a dieci anni di lavori per il museo veronese, tra opere di conservazione, catalogazione e dialoghi contemporanei.

3 L’esigenza di proteggere la statua equestre di Cangrande dalle intemperie aveva portato Giuseppe Tommasi a proporre un sistema di protezione mobile. Una campagna di rilevamento microclimatico ha però evidenziato come questa “vela” avrebbe limitato solo in parte le azioni degli agenti atmosferici. Cfr. N. Brunelli, Una vela per Cangrande, in «AV» 86 (2010), pp. 100-103.

4 Rossetto ha avuto modo di collaborare con Scarpa e con Arrigo Rudi, cofirmatario del progetto, fino alla morte del Maestro, affiancando poi Rudi nel completamento pustumo del cantiere.

5 Un ampio resoconto dei lavori effettuati è raccolto nel volume di V. Rossetto, A. Di Lieto (a cura di), Carlo Scarpa per la sede della Banca Popolare di Verona, Silvana Editoriale, 2016.

6 Nelle fasi successive di progetto e di realizzazione, Giovanna Battista e Silvia Dandria si sono succedute nel ruolo di controllo in seno alla Soprintendenza ABAP di Verona.

7 Nel catalogo generale dei disegni effettuati da Carlo Scarpa per il restauro e riallestimento di Castelvecchio si trova questa notazione nella Sezione al vero della trave metallica della passerella nell’area di esposizione della statua di Cangrande, cat. 524. Cfr. A. Di Lieto, I disegni di Carlo Scarpa per Castelvecchio, Marsilio, 2006, p. 319.

8 Innumerevoli sono le consulenze e gli interventi effettuati da Maurizio Cossato a Castelvecchio, anche in nome di un antico legame con Licisco Magagnato, storico direttore del museo, attorno al quale si era formato un gruppo di giovani veronesi attratti dalla sua figura di intellettuale.

9 L’Archivio Carlo Scarpa al Museo di Castelvecchio, attualmente curato da Ketty Bertolaso, raccoglie oltre alla collezione dei disegni per il restauro e l’allestimento del museo veronese altri fondi grafici provenienti da archivi privati e da imprese artigiane con cui il Maestro aveva lavorato. Cfr. www.archiviocarloscarpa.it

22. In evidenza il nuovo solaio gettato in opera e i parapetti originali, rimontati dopo il loro restauro.

23. Veduta dal basso del “balcone” con il nuovo getto, a fianco del supporto della statua equestre di Cangrande.

Committente

Comune di Verona - Direzione Tutela e Valorizzazione Edifici Monumentali: arch. Raffaella Gianello

RUP: arch. jr Viviana Tagetto collaboratore al RUP: arch. Laura Sartori

Comune di Verona - Direzione Musei Civici: dott.ssa Francesca Rossi, arch. Alba Di Lieto, arch. Cristina Lonardi, dott.ssa Ketty Bertolaso

Soprintendenza Archeologia Belle

Arti Paesaggio per le province di Verona Rovigo e Vicenza: arch. Giovanna Battista, arch. Silvia Dandria

Progetto architettonico e direzione lavori arch. Valter Rossetto collaboratore: arch. Nicola Moretto

Progetto strutturale

CONTEC Ingegneria: ing. Maurizio Cossato, ing. Solidea Faedo, ing. Mattia Pengo

Sicurezza ing. Elena Targa

Imprese

Costruzioni Bellè (opere edili), Tomellini Corporation (carpenteria metallica e opere in ferro), SEC (ponteggi)

RECINTO

Testo: Marzia Guastella

Disegni: Comune di Milano, CASVAArchivio Vittorio Gregotti

Foto: Lorenzo Linthout

“La libertà era dunque per noi soprattutto possibilità di modificare di senso e di uso spazi, oggetti, condizioni e relazioni, e questo la fabbrica con la limitatezza del suo recinto era in grado di offrircelo in modo definito e quindi praticabile” 1 .

In queste poche righe tratte da Recinto di fabbrica, Vittorio Gregotti descrive un luogo della sua infanzia – la fabbrica paterna – in un racconto rievocativo che rivela un microcosmo di immagini e pensieri sull’approccio progettuale maturato dall’architetto nei confronti delle realizzazioni industriali. Sospinto dai suoi ideali, Gregotti riconosce nel luogo di lavoro una forma dell’abitare collettivo; la fabbrica non rappresenta semplicemente una costruzione fondata su logiche produttive, ma diventa un’architettura intesa come pratica artistica, nonché strumento indispensabile all’esistenza umana, la cui ragion d’essere si manifesta in rapporto alle materie con cui opera la disciplina architettonica, tra cui la storia e la cultura del luogo. Nei suoi progetti, l’architetto unisce un metodo notevolmente audace – dinnanzi ai problemi di scienza, tecnica e programmazione industriale – a una forte volontà di rinnovamento della cultura visiva del paese, sempre nel rispetto del passato, il cui significato non può esaurirsi nel concetto di preesistenza ambientale. La storicità del luogo

fornisce una fondamentale conoscenza del tempo presente che occorre lasciar andare nel momento della modificazione, al fine di delineare nuove e significative prospettive di valore. Questo fondamento consente al Maestro di confrontarsi con il tema dell’architettura industriale combinando sapientemente funzione, estetica e luogo, in un’esperienza progettuale caratterizzata da una forte verità costruttiva. In questo modo, anche quegli impianti industriali e tecnologici –che generalmente rischiano di deturpare la natura del luogo – possono dialogare con il contesto, per quanto difficoltoso possa apparire il compito.

Nel territorio veronese, la figura di Gregotti è particolarmente legata all’Impianto di Trattamento Rifiuti Solidi Urbani situato nella località Ca’ del Bue – ma con valenza urbana sovralocale – la cui attività costituisce, sin dagli albori, motivo di tensioni intensificatesi negli anni per le vicende legate ai processi di riconversione e implementazione del ciclo funzionale, coordinati dal Gruppo AGSM AIM2

Benché l’intervento tecnologico non alteri in maniera tangibile l’immagine architettonica, la crescente preoccupazione della comunità per i possibili effetti sull’ambiente e sulla salute rischia di ridimensionare notevolmente la risonanza favorevole di quella ri-

Il progetto dell’impianto di trattamento rifiuti realizzato in ambito veronese all’inizio degli

anni Novanta dallo studio Gregotti Associati

INDUSTRIALE

cerca gregottiana che ha permesso di preservare l’equilibrio storico e paesaggistico.

L’area sud-orientale di Verona in cui si colloca l’impianto è caratterizzata da una contiguità di elementi naturali e antropici così illustrati nei documenti d’archivio conservati presso il CASVA3: “Chi percorre l’autostrada da Milano verso Venezia potrà individuare facilmente sulla sua destra, al di là della tangenziale che corre parallela ad essa, una vasta piana agricola che è definita verso sud da una grande ansa dell’Adige”4 .

Uno sguardo fugace lascia percepire l’antitesi tra gli elementi infrastrutturali e il corso d’acqua, che insieme tracciano i limiti di questa porzione di territorio dove si inseriscono anche alcuni fabbricati rurali, tra i quali si riconosce l’antica corte Ca’ del Bue. Il complesso – un tempo anima di una grande azienda agricola, nonché principale riferimento dei proprietari terrieri della bassa campagna veronese – rappresenta una testimonianza storico-artistica di particolare interesse per la sua configurazione architettonica che – oltre alla dimora padronale, agli alloggi dei fattori e ai vari annessi rustici – include una cappella dedicata a Sant’Anna affiancata da un campanile a bulbo. In questo contesto così significativo, lo studio Gregotti Associati International elaborò – all’inizio degli anni Novanta – il pro-

getto per l’impianto di trattamento rifiuti5 esplorando con attenzione la morfologia insediativa, al fine di superare le difficoltà relative alla giacitura, alla scala e alla comprensibilità dell’intervento. Un’accurata verifica dei vincoli esistenti – limiti di edificabilità, distanza dalle altre costruzioni, presenza delle linee elettriche aeree – e un’adeguata valutazione delle prospettive di sviluppo tecnologico consentirono di definire l’area di intervento, al cui interno l’architettura della componente impiantistica risultava scandita da una serie di spazi verdi – oggi pressoché colmati da apparati tecnici – in un layout ordinato e misurato rispetto all’intorno.

Gregotti riconobbe nella scala dell’impianto la possibilità di ricomporre e valorizzare il carattere del luogo; pertanto, decise di utilizzare un esteso sistema di alberature per delimitare l’area interessata, senza la pretesa di nascondere la costruzione. Al contrario, i cinque filari – quattro di tiglio e uno di pioppo nero – furono inseriti per enfatizzare il perimetro, come un recinto industriale verde che non doveva rappresentare una semplice appropriazione di territorio, ma il modo in cui l’impianto si rivelava alla comunità, definendo il profilo rispetto all’assetto della piana agricola ed evitando, al contempo, il fastidioso sfrangiamento nei

01. Schizzo del volume simbolo dell’impianto, che costituisce il primo isolato.

02. L’impianto si inserisce nel contesto della piana agricola come presenza discreta.

03. Schizzo parziale dell’impianto, avvolto dalle alberature.

04. Probabile schizzo relativo all’installazione del carroponte.

05. Planimetria generale di progetto.

06. Prospettiva a volo d’uccello dell’impianto.

07. Prospettiva all’interno del recinto.

08. Prospetti dell’impianto e pianta delle coperture.

09. Particolare dei pannelli prefabbricati color rosso mattone.

10. Prospetto e sezione del primo isolato costituito dal volume unitario che incorpora il piazzale di scarico, servito dalla rampa trapezoidale.

11. L’architettura si definisce nel dialogo cromatico delle superfici esterne, dove i pannelli rosso mattone poggiano su un basamento di elementi bianchi.

bordi provocato generalmente da dispositivi residui o scarti.

Inoltre, la folta vegetazione contribuì a rafforzare il sistema di recinzione costituito da un terrapieno a sezione trapezoidale sulla cui sommità si inserisce una rete metallica e il filare di pioppo nero. Il recinto così realizzato accoglie le unità di funzionamento dell’impianto distribuite su tre grandi isolati, il primo dei quali risulta rappresentativo: un volume unitario caratterizzato dall’inclinazione della facciata principale, che incorpora un piazzale di scarico a quota +4,00 metri servito da una rampa trapezoidale. L’accesso avviene mediante una portineria, il cui disegno originale prevedeva una pensilina metallica sostenuta da due cabine in c.a. inserite nel terrapieno.

“Gregotti riconobbe nella scala dell’impianto la possibilità di ricomporre e valorizzare il carattere del luogo”

Nella sua semplicità, questo elemento di copertura individuava l’origine dell’asse mediano, nonché la matrice dei principi compositivi – allineamento, sequenza, simmetria – secondo cui fu concepito il disegno planimetrico e volumetrico. L’esito progettuale è un insieme compatto e introverso che ricorda antiche regole agricole, restituendo un dialogo coerente tra l’architettura e il paesaggio, senza trascurare il carattere industriale dell’intervento svelato da alcuni elementi verticali, tra i quali svetta la struttura del polo fumi – la più elevata dell’impianto – con i suoi 60 metri di altezza e una singolare forma a vela in c.a. orientata in direzione est-ovest.

Muovendo da questi presupposti, lo studio Gregotti intervenne anche sull’aspetto materico delle superfici esterne, progettando il sistema di pannelli prefabbricati in c.a. che dimostra l’attitudine del Maestro nei confronti della ricerca di soluzioni innovative. Il sistema è costituito da elementi di co-

colore rosso mattone – a partire dalla quota menzionata – con una nervatura in aggetto nella parte inferiore e una particolare sagomatura conferita da un fondo cassero in lamiera grecata. La particolare trama dei pannelli e il colore rosso mattone – utilizzato anche per uniformare i diversi elementi tecnologici – rimandano a una riflessione sulle ragioni di questa scelta in rapporto alla tradizione, che trova ancora una volta la risposta nell’architettura delle cascine.

Oltretutto, la planimetria di progetto mostra un ulteriore sistema di alberature geometricamente organizzato e accentua un collegamento effettivo, non solo concettuale, con l’antica corte Ca’ del Bue – attualmente di proprietà di AGSM AIM – che avrebbe dovuto accogliere una scuola di formazione, nonché un centro di ricerca sulle energie alternative e rinnovabili per studiosi di livello internazionale. Tuttavia, la decisione di non concretizzare questa relazione appare come un’occasione sfumata e introduce una discontinuità in quella narrazione gregottiana volta a tramandare un’esperienza in armonia con l’antico paesaggio rurale veronese che, al giorno d’oggi, risulta piuttosto frammentato, come una permanenza residuale racchiusa in una complessa rete industriale e infrastrutturale. •

1 Gregotti V., Recinto di fabbrica, Bollati Boringhieri, Torino 1996, p. 11.

2 Il progetto dell’impianto fu commissionato allo studio Gregotti Associati International dall’azienda AGSM (diventata AGSM AIM nel 2021). I processi menzionati costituiscono gli esiti delle varianti progettuali – parzialmente realizzate – presentate durante la lunga e tormentata esistenza dell’impianto, la gestione delle quali è stata presa in carico dal nuovo Gruppo AGSM AIM, recentemente coinvolto in un processo di rebranding per definire la nuova identità: MAGIS. Inoltre, sempre su commissione della prima realtà aziendale AGSM, lo studio Gregotti elaborò nel 2007 il progetto per la Centrale di trigenerazione (cfr. «AV» 79, pp.42-43), che conferma il forte legame tra il Maestro e l’architettura industriale nel contesto veronese.

3 Istituto culturale del Comune di Milano che si occupa di conservare e valorizzare gli archivi di importanti figure – architetti, designer, grafici, artisti – che hanno operato in modo significativo nel contesto lombardo. Fondato nel 1999 come Centro di Alti Studi per le Arti Visive, l’Istituto ha orientato progressivamente la ricerca verso il prezioso patrimonio architettonico e urbanistico del Novecento, offrendo una lettura approfondita del contesto culturale, sociale e territoriale mediante documenti e testimonianze, che sovente diventano oggetto di eventi o mostre allestite presso la sede, situata nell’ex mercato coperto del quartiere QT8.

4 Estratto della relazione, par. 1. Architettura e paesaggio, CASVA - Archivio Vittorio Gregotti, Comune di Milano.

5 La realizzazione fu affidata al raggruppamento temporaneo di imprese: Ansaldo (capogruppo), Snamprogetti e CEI Compagnia Elettrotecnica Italiana.

12. Disegno dell’ingressoportineria con la pensilina metallica.

13. Il sistema di recinzione in una sezione che mostra il terrapieno con la rete metallica e i filari.

14. Il corso d’acqua accompagna lo sguardo verso l’impianto che emerge timidamente dal paesaggio (foto di Alberto Pizzoli).

15. Nell’immagine d’archivio, la struttura inizia a delinearsi nella piana agricola e negli occhi di chi transita velocemente.

16. Disegno della struttura del polo fumi con la caratteristica forma a vela.

17. La portineria in fase di realizzazione in un’altra immagine d’archivio.

18. Dettagli costruttivi dei pannelli prefabbricati con la nervatura in aggetto e la particolare sagomatura.

19. I filari rivelano gradualmente l’identità dell’architettura

20. L’inclinazione della facciata caratterizza il volume principale.

PROGETTI

Lo spazio pubblico della piazza è declinato in questo numero alla piccola scala, lontano dalla città, dal belvedere di un borgo di collina fino alla dimensione collettiva di una corte per l’industria.

UNA SOGLIA

Progetto: arch. Roberto Bonturi

Foto: Enrico Cariolato

Testo: Filippo Romano

FRA VUOTO

E PAESAGGIO

Un dispositivo urbano restituisce allo spazio pubblico un ruolo attivo nella costruzione dell’esperienza collettiva.

Il nuovo belvedere di Castelcerino, piccola frazione di Soave, ci pone di fronte non solo alla capacità di un piccolo dispositivo urbano di trasformare una comunità, ma anche al ruolo che la formazione dell’architetto assume nella costruzione di un approccio progettuale consapevole. Un percorso che si definisce attraverso l’intreccio di studi, ricerche ed esperienze e che restituisce oggi una generazione di giovani architetti che trova nello spazio pubblico uno dei principali ambiti di sperimentazione ed espressione.

Roberto Bonturi ha costruito la propria formazione muovendosi tra Venezia e Torino, per poi concludere il proprio percorso con un’esperienza a Tokyo, dove ha dedicato la propria ricerca agli spazi pubblici a ovest del canale Sumida. Da queste premesse nasce il progetto del belvedere, concepito come un intervento misurato, capace di agire sul vuoto urbano e di restituire allo spazio collettivo un ruolo attivo nella costruzione del paesaggio e dell’uso quotidiano.

L’area di intervento, ai margini dell’abitato di Castelcerino, si presentava come uno spazio residuale privo di identità, utilizzato nel tempo come deposito informale e parcheggio spontaneo. La presenza diffusa di rifiuti ha imposto una fase preliminare di bonifica, presupposto necessario per la trasformazione del sito e per la restituzione di un luogo fino ad allora dimenticato.

Lontano dall’idea di una semplice attrezzatura urbana, l’intervento si configura come una riscrittura del vuoto, in cui il belvedere assume il ruolo di dispositivo capace di mediare tra infrastruttura, paesaggio agricolo e sistema dei percorsi. Il progetto lavora sulla costruzione di una nuova soglia: uno spazio che protegge dalla strada ma che, al tempo stesso, si apre verso il paesaggio, instaurando una relazione diretta con il territorio. Un vuoto attivo, spazio di relazione e di permanenza.

La scelta di evitare una soluzione mime-

tica implica un lavoro per contrasto, in cui la presenza dell’architettura si dichiara attraverso la materia. Il mezzo espressivo scelto da Bonturi è il calcestruzzo: non in senso monumentale, ma come superficie continua capace di plasmare, con un semplice gesto, uno spazio efficace che ridefinisce la complessità del sito. La leggera variazione di quota contribuisce a definire l’ambito del progetto, garantendo l’accessibilità e introducendo una separazione percettiva dalla viabilità.

La soluzione drenante, ottenuta attraverso una stratigrafia composta da terra di riporto e da un massetto permeabile, risponde alle condizioni idrologiche del luogo, affidando al suolo stesso il compito di filtrare e trattenere l’acqua. La materia è articolata attraverso una differenziazione delle superfici: alcune parti del calcestruzzo sono levigate, altre lasciate più grezze, introducendo una variazione tattile e visiva che accompagna il movimento e l’uso. Questa scelta evita un’immagine unitaria e astratta della piazza, restituendo una condizione più prossima all’esperienza, in cui il tempo e l’usura diventano elementi integrati nel progetto.

Gli elementi di arredo sono ridotti all’essenziale e contribuiscono a rafforzare il carattere misurato dell’intervento. Sedute, accessori e un lampione, realizzati artigianalmente, si inseriscono come parte integrante della struttura pubblica. Il progetto risponde inoltre alle richieste emerse dal confronto con la comunità locale, tra cui la possibilità di usi temporanei, come piccoli eventi o proiezioni all’aperto.

Inaugurato di recente, il belvedere si configura oggi come un luogo flessibile, capace di essere utilizzato quotidianamente. Più che un luogo concluso, si propone come un’infrastruttura lenta, in grado di rafforzare la relazione con i percorsi e con il paesaggio della Val d’Alpone, restituendo allo spazio pubblico un ruolo attivo nella costruzione dell’esperienza collettiva. •

01. Veduta aerea del belvedere e del suo inserimento nel paesaggio agricolo, tra vigneti, strada e margini costruiti.

02. Modello di studio in cemento, scala 1:100.

03. Veduta d’insieme del belvedere, affacciato sul paesaggio collinare e orientato verso l’orizzonte agricolo. 04. Planimetria generale dell’intervento.

05. Il belvedere come spazio di sosta e relazione.

06. Dettaglio del gradino come elemento di soglia.
07. Elemento di servizio integrato nella panca.
08. La panca come dispositivo di sosta in dialogo con il paesaggio.
09. Vista del belvedere dal campo coltivato a valle.
10. Assonometria dell’intervento.
11. soglia del belvedere come spazio di transizione e apertura verso il paesaggio.
12. Sezioni costruttive del belvedere.

12

Roberto Bonturi si forma all'Università Iuav di Venezia approfondendo poi il rapporto tra architettura, città e paesaggio al Politecnico di Torino, dove si laurea nel 2018 con una tesi svolta a Tokyo in dialogo con Kazue Akamatsu, architetto e docente presso il Kyoto Institute of Technology. Dopo esperienze professionali tra Milano e Arzignano torna nel territorio d’origine per raccogliere l’eredità dello studio di famiglia e sviluppare una ricerca personale. Dal 2023 guida lo Studio Bonturi che lavora su ambiti e scale differenti, dal progetto residenziale agli spazi della collettività.

www.bonturi.it

Committente

Comune di Soave

Progetto

Studio Bonturi arch. Roberto Bonturi

Collaboratori

arch. Giuliano Rossi

Consulenti

ing. Paolo Bettagno (strutture)

Imprese e fornitori

Teodoro Costruzioni

Fanini Carpenteria

Cronologia

Progetto e Realizzazione: 2024-2025

Dati dimensionali 95 mq

Soave

UN TAPPETO

Progetto: Luca Tacconi, Lucio Urbani, Marco Testi, Federica Martini, Alberto Martinelli, Cristian Sartori

Foto: Gilberto Caurla

Testo: Luca Ghirardo

Geometrie essenziali dove

materia e spazio incontrano il tempo per la ritrovata piazza di Palazzolo di Sona.

Nel cuore di Palazzolo di Sona, piccolo centro situato in grembo al sistema collinare che caratterizza il territorio della provincia di Verona, un intervento di restyling ha saputo ridare vita a uno spazio urbano da tempo in cerca di identità. La prima piazza del paese, realizzata nel 1980 su una porzione di terreno del Palazzo del Marchese Fumanelli, finì per configurarsi più come parcheggio che come fulcro urbano.

L’intervento odierno nasce da un concorso di idee del 2011 che prevedeva il riordino della piazza e delle vie limitrofe, ma che si è concretizzato solo nel 2020, dopo un lungo iter amministrativo in cui si è deciso di concentrare le risorse sulla piazza stessa, con un occhio di riguardo però all’adiacente tratto di via IV Novembre particolarmente problematica per le pendenze e il deflusso delle acque.

Per il gruppo dei progettisti, già vincitori del concorso di idee, l’intuizione progettuale si manifesta parafrasando Adolf Loos e il suo “principio del rivestimento”, ribaltandone però la dialettica.

Qui il tappeto si fa abbastanza spesso e rigido da diventare esso stesso struttura, distendendosi sull’intero quadrilatero; si piega, risale verticalmente lungo i bordi fino a configurare un podio e una quinta muraria che definiscono lo spazio scenico della piazza. Questa quinta è composta da due setti in cemento lavato che evocano l’idea di rovina, un espediente mutuato dall’intervento di Francesco Venezia nella cripta della Cattedrale di Caserta. Ma qui la rovina non è solo citazione colta: il profilo del muro permette di non nascondere del tutto la facciata retrostante del vecchio calzaturificio degli anni Settanta, e diventa occasione per inserire una rampa per l’accesso dei disabili al podio, trasformando il limite architettonico in infrastruttura inclusiva.

Incastonati nella materia, la fontanella, alcuni profili e i pannelli metallici, sia pieni che traforati, completano la scena urbana.

La superficie della piazza è attraversata da linee in porfido e pietra, creando una trama geometrica tra l’agglomerato di inerti morenici che richiama il tracciato di via IV Novembre. Il dilavamento superficiale operato per far emergere il colore e la tessitura lapidea hanno innescato un processo di sublimazione della materia, conferendo all’opera un iniziale aspetto di rovina che introduce un personaggio invisibile: il tempo.

Due sedute circolari al cui interno sono posti a dimora dei faggi trapuntano la superficie, mantenendo la stessa altezza ed evidenziando la dolce pendenza della pavimentazione, secondo un principio simile a quello della Fonte Gaia di Siena.

Il precedente bordo verticale di 28 centimetri viene sostituito da una fascia di porfido lievemente inclinata, che non solo rende permeabile e accessibile lo spazio per l’intera lunghezza ma diventa un confine gentile tra lo spazio di sosta e quello pedonale. Nella sua semplicità formale, il progetto nasconde una stratificazione tecnologica sofisticata. La piazza è dotata di prese USB e Wi-Fi, nicchie a scomparsa con alimentazione, pozzetti a torretta per il mercato settimanale e una dotazione specifica dedicata agli spettacoli. Dal crepuscolo, punti e linee di luce evidenziano con discrezione gli elementi compositivi della nuova piazza.

La vecchia pavimentazione in blocchetti di porfido è stata infine riutilizzata per sistemare l’incrocio tra via IV Novembre e via Prele e migliorando un annoso problema di gestione delle acque, minimizzando gli sprechi.

Con questo intervento, la sagoma della piazza ripristina gli originali confini storici della villa, restituendo dignità a uno spazio sin ora indefinito, trasformandolo in un luogo funzionale e ricco di potenzialità sociali e culturali. •

01. Prospettiva sull’angolo focale del nuovo spazio pubblico.
02. Veduta aerea dell’area prima dell’intervento.
03. Dettaglio sui gradini del podio in pietra (foto di Marco Testi).

La pianta e una sezione mostrano lo studio delle superfici in relazione al vuoto urbano.

06. La relazione tra la piazza, la quinta, il contesto e il paesaggio.

10. Focus sulla pavimentazione.

11. La pendenza della pavimentazione è resa evidente da elementi come le sedute circolari, la panchina e i dettagli incastonati nel muro, che rimangono saldamente in bolla.

12. 13. Le superfici in agglomerato cementizio dilavato creano una texture armoniosa grazie agli inerti in pietra locale.

14. Progetto esecutivo della fontanella d’angolo
15. 16. L’illuminazione serale enfatizza gli elementi compositivi (foto di Cristian Sartori).
17. Sezione trasversale.

Committente

Comune di Sona

RUP: Fabio Dal Barco

Gruppo di progettazione

Luca Tacconi, Lucio Urbani, Marco Testi, Federica Martini, Alberto Martinelli, Cristian Sartori

Luca Tacconi, Lucio Urbani, Marco Testi, Federica Martini, Alberto Martinelli e Cristian Sartori, amici di studio e di lavoro, compongono un gruppo temporaneo di architetti e un ingegnere che si riunisce in occasione di bandi di concorso e incarichi pubblici. Il ruolo di responsabile e i professionisti coinvolti sono soggetti ad avvicendamenti in funzione dell’incarico. I lavori spaziano dalla progettazione di spazi urbani ed edifici pubblici a interventi in edifici storici.

Consulenti

Lorenzo Beghelli (strutture), Pietro Fogliato (collaudo), Geo3 (geologia), Amantia Engineering (impianti), Vedovelli Sergio (verde)

Imprese e fornitori

Iceam (costruttore), Beton Veneta (calcestruzzi), Tecnobitre (finiture superficiali calcestruzzi), Elettra (impianti elettrici),

Ambrosi Marco (fabbro), Arredoluce (illuminotecnica), Luca Gambaretto (rete idrica e fognaria Acque Veronesi), Gianfranco Presa (rete ENEL), Giovanni Pezzotta (rete Planetel), Elena Antonelli (ATV Verona)

Cronologia

Progetto e realizzazione: 2020-2022

Sona

NUOVA

Progetto: ABW architetti associati

Foto: Marco Squassabia

Testo: Leopoldo Tinazzi

IDENTITÀ

Uno spazio civico rinnovato per forma e significato si apre attorno al municipio di Belfiore e ai principali edifici collettivi.

Nel centro di Belfiore, piccolo comune della provincia orientale, Piazza della Repubblica rappresenta il fulcro civico attorno a cui si affacciano il municipio, la biblioteca e i principali edifici scolastici. Un luogo strategico, attraversato quotidianamente da studenti, cittadini e visitatori, che nel tempo aveva però perso la capacità di accogliere e trattenere. La configurazione originaria — uno spazio circolare pavimentato in pietra, segnato da gradonate poco utilizzate e privo di aree di sosta e ombra — restituiva un’immagine rigida e poco ospitale, più di attraversamento che di permanenza.

Il progetto dello studio ABW interviene su questa condizione ridefinendo il carattere dello spazio pubblico attraverso una chiara articolazione funzionale e paesaggistica. La piazza viene suddivisa in due ambiti complementari: una parte urbana, pavimentata

e libera, posta di fronte al municipio, e una parte più naturale, configurata come piazzaparco, in continuità con le scuole.

Davanti al municipio, l’ampia superficie libera torna a essere uno spazio civico flessibile, predisposto ad accogliere eventi e manifestazioni, rafforzando la relazione con gli edifici pubblici che la definiscono. Sul lato opposto, verso le scuole, il progetto introduce una dimensione più morbida, dove il verde diventa l’elemento strutturante.

L’intero impianto si fonda su una trama di fasce alternate di pavimentazione, prato e vegetazione, che costruiscono un disegno continuo e riconoscibile. La pavimentazione combina cubetti in simil porfido con nuovi elementi autobloccanti di grande formato, disposti a correre secondo moduli e dimensioni variabili.

Elemento centrale del progetto è la trasformazione della gradonata esistente in un piano verde inclinato. Da dispositivo ri-

01. Veduta dall’alto della piazza in condizioni notturne.

02. La gradonata semicircolare preesistente è stata ricoperta da un piano verde inclinato.

03. La sequenza di panche allineate sul margine tra la parte pavimentata e la parte verde.

gido e poco utilizzato, la gradonata diventa un segno paesaggistico, una superficie abitabile che accompagna lo sguardo e invita alla sosta. Arbusti, graminacee e piante erbacee a basso fabbisogno idrico/manutentivo, costruiscono una quinta vegetale sul lato ovest, definendo un fondale naturale che riequilibra la presenza della pavimentazione.

La piazza-parco si configura così come un ambiente accogliente, capace di offrire ombra, sosta e relazione.

Parallelamente, il progetto promuove la mobilità dolce, introducendo percorsi differenziati per pedoni e biciclette che attraversano e connettono le diverse parti dello spazio pubblico. La piazza non è più solo un luogo di passaggio, ma un sistema di percorsi e permanenze.

Un ruolo fondamentale è affidato all’illuminazione, pensata come strumento di valorizzazione spaziale oltre che di sicurezza. Lampioni, faretti e fasce LED sottolineano

il disegno della pavimentazione, accompagnano i percorsi e mettono in risalto arredi e quinte verdi, restituendo alla piazza una qualità scenica anche nelle ore serali.

I nuovi arredi urbani, tra cui le sedute Elounge dotate di prese di ricarica, hotspot Wi-Fi e spazi integrati per le biciclette, introducono una dimensione contemporanea che unisce funzionalità e design lineare, in coerenza con la geometria complessiva dell’intervento.

L’esito è uno spazio pubblico rinnovato nella forma e nel significato. Piazza della Repubblica recupera un’identità forte e riconoscibile, dove materiali storici e nuovi, pavimentazione e verde, arredi e percorsi concorrono a costruire un ambiente accessibile, dinamico e inclusivo. Un luogo che torna a essere scenario della vita sociale e culturale del paese, capace di accogliere, rappresentare e mettere in relazione la comunità che lo abita. •

04-06. L’illuminazione artificiale accentua la sequenza delle panche come elementi di aggregazione anche in condizioni serali.

07. Planimetria generale.

08. La trama della pavimentazione disegna la geometria della nuova piazza a partire dagli allineamenti dati dagli elementi al contorno.

09. Particolare costruttivo della struttura di contenimento della scarpata.

10. Sezione in corrispondenza della scarpata.

Committente

Comune di Belfiore

Progetto

ABW architetti associati è uno studio con sede a Verona fondato nel 2001 da Alberto Burro e Alessandra Bertoldi, architetti con esperienze maturate in Italia e all’estero. La ricerca progettuale di ABW si estende dalle nuove costruzioni ai restauri, dalle ristrutturazioni agli spazi pubblici. Tra i progetti relizzati, la piazza di Trebbin, non lontano da Berlino (cfr. «AV» 88, pp. 44-49), e le case alle Ferrazze, per le quali hanno ricevuto una menzione al Premio ArchitettiVerona 2017 (cfr. «AV» 101, pp. 18-23).

www.abw.it

ABW architetti associati arch. Alessandra Bertoldi arch. Alberto Burro

Collaboratori

arch. paesaggista Matteo Meneghini arch. Marco Prosdocimi

Imprese e fornitori

Sitta (impresa generale), SAF (opere edili), Posaedil (pavimentazioni), Tecnoverde (opere a verde), Paiola Bruno (impianti elettrici), Metalco (arredi urbani), Repower (panchine “intelligenti”)

Area 3.080 mq

Cronologia

Progetto e Realizzazione: 2022-2025

Belfiore

UN’ISOLA

Progetto e DL: km 429, bc studio

Foto: Pietro Savorelli

Testo: Alberto Vignolo

PER LA COMUNITÀ

Il ridisegno delle aree centrali di Isola

della Scala valorizza lo spazio pubblico come luogo condiviso e unitario.

Per comprendere il senso del progetto degli spazi aperti imperniati su piazza Martiri della Libertà, nel pieno centro di Isola della Scala, occorre fare un piccolo passo all’indietro per ricordare come si presentavano prima della loro riforma, inaugurata alla fine del 2025. Punto di partenza per i progettisti è stata, infatti, una condizione consolidata e invero assai comune, basata sul predominio dell’automobile sia per la circolazione viabilistica –con tanto di monumento ridotto al poco nobile ruolo di spartitraffico – sia per le ubique aree di sosta, in un basso continuo di asfalto, cordoli e marciapiedi che frammentavano e limitavano sia l’uso quotidiano che quello in occasione di eventi e manifestazioni collettive.

Eppure, nonostante tutto, la piazza continuava ad ambire a un ruolo urbano per la comunità di cui è espressione. Il contesto di Isola non è certo quello di un centro monumentale, anche se non mancano in questa zona centrale elementi di spicco, come il grande complesso ecclesiastico abbaziale di Santo Stefano, con il suo sagrato rialzato, affiancato dall’Oratorio di San Vincenzo Ferreri. Un valore rilevante è assunto anche dal citato monumento ai caduti della prima guerra mondiale, un nerboruto fante bronzeo che brandisce un pugnale, opera degli scultori veronesi Eugenio Prati ed Egisto Zago, posto su un elevato basamento lapideo., Di fronte a tali condizioni, i progettisti – gli studi mantovani km 429 e bc studio – hanno lavorato su tutti i fronti, dai livelli ai materiali delle pavimentazioni, dal verde agli elementi di complemento fino all’impiantistica che comprende, oltre all’oneroso ma invisibile lavoro di messa a regime di scarichi e reti, il più rilevante ruolo dell’illuminazione pubblica. La riorganizzazione dei percorsi viabilistici con sensi unici che hanno eliminato il traffico di attraversamento e il riposizionamento delle aree di sosta sono state le premesse per un trattamento unitario della piazza e

delle vie Nazario Sauro e delle Rimembranze, che ne rappresentano la naturale prosecuzione.

Il sistema urbano così ripensato si coglie ora come uno spazio continuo, percorribile a raso. L’area centrale è improntata sulla continuità fisica e percettiva fra l’abbazia e il monumento ai caduti, elementi generatori della geometria del progetto. A tale centralità concorrono il doppio filare di lecci di nuovo impianto, i lampioni disposti a rimarcare l’assialità e i segni decisi delle lunghe panche in pietra che definiscono il cuore della piazza. Nel mezzo una fontanella, sempre in pietra, richiama lo scenografico specchio d’acqua posto a contorno del monumento ai caduti; di fronte al monumento sono state posizionate sul manto stradale otto Pietre d’inciampo a ricordo di altrettanti isolani deportati nei campi di sterminio nazisti. Il disegno del suolo è reso da fasce parallele in Porfido a lastre, intervallate da corsie in Verdello.

“L’area centrale è improntata sulla continuità fisica e percettiva fra l’abbazia e il monumento ai caduti, elementi generatori della geometria del progetto”

L’intero sistema si estende nelle vie laterali accogliendo le differenti condizioni al contorno, ed è parte di un progetto più vasto che prevede di intervenire in ulteriori aree dell’abitato. In particolare, il tratto già realizzato di via Rimembranze fino al Cinema Teatro Capitan Bovo rappresenta l’elemento connettivo di un collegamento, in fase di sviluppo, con l’area a parcheggio posta tra il centro storico e il Pala Riso, attraversando le fasce verdi poste in fregio al fiume Piganzo e ai paralleli canali irrigui.

Sono i materiali della piazza – quelli messi in opera, ma soprattutto quelli culturali del progetto – a comporre così il senso di luogo condiviso per le aree centrali di Isola della Scala, restituite alla comunità. •

01. L’area centrale della piazza con le panche in pietra e i filari di lecci che induadrano la facciata dell’Oratorio di San Vincenzo Ferreri.

02. Veduta dall’alto dell’area prima dell’intervento.

03. Dal sagrato rialzato della chiesa di Santo Stefano si inquadra l’asse urbano di via Cesare Battisti.

sull’asse

04. Sezione longitudinale
del sagrato della chiesa di Santo Stefano.
05. Planimetria generale.
06. Dissuasori in ferro e pietra delimitano la percorrenza veicolare verso via Nazario Sauro.

07. Particolare di uno degli apparecchi illuminanti su palo.

08. L’area antistante il Cinema Teatro Capitan Bovo, punto di arrivo dell’attuale percorso pedonale e di innesto col futuro sviluppo in direzione del Pala Riso. 09. Disegno di suolo, lampioni, panche in pietra, alberature ed elementi di arredo concorrono a definire l’immagine generale del progetto.

10. Abaco delle pavimentazioni con indicazioni di posa differenziate per zona.

11. Particolare della panca ricavata da blocchi in pietra sagomata di Verdello trentino.

12. La veduta notturna evidenzia lo studio per la disposizione degli apparecchi illuminanti.

13. Tavola di inquadramento con il futuro percorso di connessione al parcheggio in direzione del Pala Riso.

14. Veduta dall’alto della zona centrale della piazza (foto di Luca D’Ambrosio).

15. Dettaglio costruttivo della panca in pietra.

16. Dettagli costruttivi della fontanella.

km 429 è uno studio con sede a Viadana (MN), fondato dagli architetti Simona Avigni e Alessio Bernardelli. Lo studio si è aggiudicato i concorsi per il Centro civico Isola Garibaldi a Milano, per Piazza Garibaldi e Palazzo Mari a Concordia sulla Secchia e per la nuova Arena Garibaldi a Pisa. bc studio, composto dagli architetti Ilaria Bizzo e Stefano Cornacchini, ha sede a Mantova. Tra i lavori recenti, la valorizzazione del Castello Estense di Mesola e la nuova mensa della scuola di Levata, entrambi sviluppati con lo studio COPRAT.

www.km429architettura.com www.archilovers.com/bc-studio-bizzo-cornacchini/

Committente

Comune di Isola della Scala

Progetto e direzione lavori

KM 429 architettura

Simona Avigni, Alessio Bernardelli bc studio

Ilaria Bizzo, Stefano Cornacchini

Collaboratori e consulenti

F. Coroni, R. Bertazzoni, Studio El-Tec (progetto illuminotecnico), A. Bernardelli (sicurezza)

Imprese

Goitese Costruzioni (opere edili)

Tre Erre (imp. elettrici e speciali)

Appia Antica (pavimentazioni in porfido) QU lighting (apparecchi illuminanti)

Quintarelli Pietre e Marmi (arredi urbani in Verdello)

Area 4.500 mq

Cronologia

Progetto e realizzazione: 2022-2025

Isola della Scala

UN LUOGO CHE TORNA SCENARIO DELLA CULTURALE DEL

DI

ACCOGLIERE, RAPPRESENTARE

E METTERE IN LA COMUNITÀ

TORNA A ESSERE DELLA VITA SOCIALE E

PAESE, CAPACE RAPPRESENTARE IN RELAZIONE CHE LO ABITA.

CARATTERE

DI PIAZZA

Progetto: S&G Architecture

Foto: Raffaele Dongili

Testo: Fabio Bragantini

Un piccolo spazio aperto ipogeo è l’esito inatteso di un nuovo accesso all’interrato

All’interno del comparto produttivo di Valeggio sul Mincio, in una zona di volumi industriali del tutto anonimi, la ristrutturazione di alcuni ambienti posti al livello interrato del capannone di un’azienda meccanica ha offerto l’occasione progettuale per disegnare uno spazio che ha tutti i caratteri di una piccola piazza ipogea.

Il tema funzionale proposto dagli architetti dello studio S&G è chiaro: ricavare un accesso indipendente e dare aria e luce alla nuova sala polifunzionale da allestire nell’interrato, mantenendo al contempo l’ingresso agli uffici posti al piano terreno. Il progetto interviene per sottrazione, scavando

una corte ribassata al livello della sala polifunzionale, della quale diventa la naturale estensione.

A livello della strada, la continuità del percorso è garantita da un ponte pedonale posto in asse con l’accesso, in posizione leggermente asimmetrica rispetto alla corte. Dal ponte, subito in prossimità della strada, una scala a due rampe leggermente divaricate conduce alla quota inferiore e da qui direttamente alla sala polifunzionale.

I due percorsi, che esauriscono di fatto il tema funzionale del progetto, sono differenziati radicalmente per forma e materiali. Il ponte pedonale, lineare, è caratterizzato dal rivestimento dei parapetti pieni con una lamiera color rosso segnale, in conso-

01, 03. La corte nelle vedute dal basso rivela il sistema della scala e dei terrazzamenti sulle pareti dello scavo.

02. Veduta dall’alto nel contesto della lottizzazione industriale.

04. Spaccato assonometrico.

05. La scala che conduce al livello inferiore della corte-piazza.

06. Il verde come materiale di progetto accompagna il percorso di accesso alla corte.

07. Particolare dell’accostamento materico tra calcestruzzo a vista, cemento lavato e pietra.

nanza con il colore aziendale, che ne fa un elemento fortemente dinamico; il percorso a scendere è viceversa più lento, i parapetti metallici della scala lasciano trasparire il verde che con generosità è posto nelle fioriere e nelle gradonate che delimitano i margini dello scavo, ridefinendone la percezione.

Dal basso è possibile percepire e comprendere il funzionamento, strutturale e morfologico, del sistema: il ponte è sostenuta da un pilastro circolare a metà della luce, mentre sul lato dell’edificio esistente è stata realizzata una controparete in cemento armato che funge da sostegno e da mensola-fioriera. L’inserimento di tre finestre a tutta altezza in luogo delle precedenti bocche di lupo, liberando i pilastri dell’edificio, massimizza la continuità visiva e funzionale tra esterno e interno, trasformando la corte in una sorta di foyer.

“Il progetto interviene per sottrazione, scavando una corte ribassata al livello della sala polifunzionale, della quale diventa la naturale estensione”

La sala polivalente è uno spazio flessibile grazie a un elemento di arredo dove possono essere stoccati e i tavoli e le sedie quando non utilizzati; il pavimento in resina è in continuità cromatica con l’esterno, rafforzando l’idea di un unico ambiente che va oltre la soglia vetrata. L’utilizzo di materiali come il calcestruzzo si pone in continuità con la vocazione industriali dell’edificio, avendo però una forte attenzione al dettaglio, come per il parapetto che integra un piccolo cancello a scomparsa e come l'ultimo gradino della scala realizzato in pietra spaccata di cava, a contrasto con il cemento lavato delle pareti. Questa ricerca non è usuale in un contesto di “capannoni”, e rappresenta una scelta chiara di committenti e progettisti perché anche gli spazi della produzione possano diventare luoghi di qualità. •

10. Particolare del gradino in pietra spaccata di cava tra piano della corte e sistema di accesso.

11. Sezione trasversale, pianta a quota stradale e alla quota della corte.

S&G Architecture è uno studio con sede a Peschiera del Garda, nato nel 1998 dall’incontro tra gli architetti Zivago Signorelli e Federico Signorelli con Gianni Gandini, oggi affiancati da un team di giovani professionisti. Tra le opere più significative, Casa MZ (menzione al Premio ArchitettiVerona 2017) e la riqualificazione di Piazza Ferdinando di Savoia a Peschiera del Garda, realizzata tra il 2015 e il 2017. Negli ultimi anni lo studio ha approfondito i temi della ciclabilità e della mobilità sostenibile, sviluppando progetti e consulenze legati alla mobilità dolce e alla valorizzazione dei territori attraversati dai percorsi ciclabili.

www.signorelligandini.com

Committente Scattolini S.p.A.

Progetto architettonico Studio S&G arch. Federico Signorelli arch. Zivago Signorelli (direzione lavori) geom. Gianni Gandini

Collaboratore arch. Raffaele Dongili

Consulenti ing. Paolo De Beni (strutture), ing. Stefano Maggiotto-Intec (impianti), ing. Giovanni Spellini-iTekne (acustica), arch. Luca Mirandola-41Interior&Design (interni), Matteo Lugo-Vivai Lugo (verde)

Imprese e fornitori

Giemme (opere edili), Bertaiola Impianti (impianti elettrici e idraulici), FPM (impianti elettrici), Metal Riv (carpenteria metallica), Allusystem (infissi), Giotto System (finiture), 41 Interior & Design arredi interni)

Cronologia

Progetto e Realizzazione: marzo-settembre 2024

Valeggio sul Mincio

Una mappatura fotografica delle opere e delle pratiche costruttive che hanno caratterizzato la seconda metà del Novecento nel Veneto.

PORTFOLIO

PORTFOLIO

VENETO MODERNO: UN ATLANTE DELLE ARCHITETTURE

Testo

Veneto Moderno – che da profilo Instagram sta per diventare un volume cartaceo –è un percorso pensato per chi “guarda controcorrente” l’architettura contemporanea, oltre le sue forme e funzioni più appariscenti che spesso saturano città e paesaggi. Non una guida turistica né una mappa convenzionale, ma uno strumento essenziale e portatile, dedicato a chiunque si occupi o sia semplicemente curioso dell’architettura italiana nella regione del Veneto.

L’atlante si propone come un mezzo di orientamento selettivo, offrendo una panoramica complessiva delle buone pratiche costruttive realizzate nella seconda metà del Novecento. Una protesi osservativa per chi desidera davvero "“vedere”", condizione imprescindibile per comprendere edifici che oggi possono apparire segnati dal tempo, talvolta compromessi da demolizioni, manutenzioni straordinarie o nuove ma spesso superflue operazioni immobiliari.

Si tratta di architetture che, pur avendo perso la loro funzione originaria di abitazioni o infrastrutture, continuano a esibire una materialità, una cura del dettaglio e una qualità costruttiva difficili da replicare oggi.

Veneto Moderno non è un ponderoso dizionario di stili né una raccolta di storia urbana: vuole piuttosto essere una documentazione fotografica e informativa concisa, a tratti essenziale, che invita a un’interpretazione libera delle opere architettoniche nel loro specifico contesto urbano e territoriale.

L’atlante raccoglierà una selezione di immagini di edifici significativi, accompagnate da brevi testi, informazioni di localizzazio-

ne, indirizzi, coordinate GPS e indicazioni sui percorsi più diretti e sostenibili per raggiungere ciascun sito. Contiene inoltre dati essenziali sugli architetti e sulle date principali, utili a contestualizzare le opere.

Non si tratta di una selezione in senso restrittivo, ma di un lavoro sistematico di mappatura e collocazione geografica e temporale di queste architetture. Sarà poi l’esperienza personale sul luogo a determinare se una costruzione susciti fascinazione o repulsione.

Veneto Moderno è concepito per una fruizione non lineare: consentirà di creare itinerari personali ed esplorare forme architettoniche distribuite su differenti altitudini e paesaggi. Non esprime una tendenza specifica né promuove un’avanguardia architettonica particolare, e non è riferimento esclusivo per un singolo autore o gruppo. Offre piuttosto un nuovo modo di pensare, osservare, formarsi un’opinione e attraversare un territorio modellato, almeno in parte, dall’architettura. •

01. Padova. Memoriale, Quirino De Giorgio, 1973-77.

02. Vicenza. Casa per appartamenti Borgo, Carlo Scarpa, 1974-79.

03. Rovigo. Villa Brussi-Facchini, studio BandieraFacchini, 1974-75.

04. Vicenza. Monumento ai Caduti di Monte Corno, Giovanni Ulisse Ronzani, 1970.

05. Belluno. Studio per lo scultore Augusto Murer, Giuseppe Davanzo, 1970-71.

06. Venezia. Impianti sportivi ’La piscina’, Iginio Cappai, Pietro Mainardis, 1972-86.

07. Treviso. Museo Simon Benetton, Roberto Fontana, Giorgio Pizzinato, Ferruccio Calzavara, 1970-71.

LA BACHECA DI AV BACHECA DI AV

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Eurofinestra, ZEN. Un elemento dell’architettura

Il sistema brevettato candidato al Compasso d’Oro 2026 risolve

il conflitto tra involucro termico e linguaggio architettonico

Il punto di partenza non è il prodotto finestra, ma l’architettura nel suo complesso. Eurofinestra progetta l’intero sistema serramento come unità progettuale: telaio, vetro, connessione a muro, oscuranti, accessori, rivestimenti di facciata. Un approccio sartoriale, dove ogni elemento dialoga con il progetto nel suo insieme. ZEN nasce da questo approccio. Il sistema, brevettato e selezionato dall’ADI Design Index 2025 nella categoria Design dei Materiali e Sistemi Tecnologici, è ora candidato al Compasso d’Oro 2026. ZEN è inoltre certificato Passive House Institute, con prestazioni tecniche da leader di settore.

Il dettaglio esterno visibile è un bordo di 35mm in legno termotrattato sottovuoto di frassino, staccato da un’ombra di pochi millimetri dalla spalla del muro. Il foro finestra è visivamente definito, nitido e stilizzato ma ricco nel dettaglio, sobrio e atemporale. Lo stesso bordo esterno è stato reso removibile da agganci a scomparsa secondo il principio del “legno di sacrificio”, buon uso del genius loci delle architetture vernacolari, adattato al nostro tempo.

All’interno, il sistema fa a meno di coprifili e fermavetri eliminando le difficoltà operative tipiche di queste installazioni. Ma quello che è nascosto è la vera innovazione costruttiva: controtelaio integrato coibentato, che elimina il giunto secondario e risolve il ponte termico al raccordo con la muratura. L’anta tutto vetro chiude direttamente sul telaio che è anche controtelaio. L’anta, essenziale, ridotta a 55mm, nasconde quattro guarnizioni di tenuta. La stratigrafia segue la tecnologia brevettata Eurofinestra nel 2005 “production process of an eco modular window”: tre strati dove interno ed esterno in legno racchiudono un cuore isolante in conglomerato di sughero. Il sistema garantisce prestazioni elevate con Uf da 0,90 a 0,75 W/m²K, vetrazione Ug da 1,05 a 0,5 W/m²K e classe 4 di permeabilità aria. La produzione avviene interamente nella falegnameria interna a Governolo, Mantova. La posa è diretta con maestranze proprie. Dal progetto del dettaglio costruttivo all’installazione in cantiere, ogni fase è controllata permettendo di affrontare dettagli complessi e sviluppare soluzioni sartoriali per ogni architettura.

EUROFINESTRA

STR. PROVINCIALE 482, 95/1

GOVERNOLO, MANTOVA

TEL +39 0376 668028

WWW.EUROFINESTRA.IT

IG: @_EUROFINESTRA_ COMMERCIALE@EUROFINESTRA.IT

The Glowing Track

Il nuovo sistema di illuminazione modulare e versatile di Flos architectural unisce unisce innovazione, alte prestazioni e design sofisticato in un’unica soluzione

Progettato per garantire il massimo della flessibilità, il sistema The Glowing Track è basato su un profilo che abbina la funzionalità di una traccia nascosta a un’elegante distribuzione laterale della luce, per creare un’atmosfera calda e avvolgente. Un’ampia gamma di proiettori e moduli di illuminazione d’accento la rende adattabile alle esigenze di ogni progetto.

The Glowing Track è disponibile nelle versioni a sospensione e a plafone, adattandosi alle diverse condizioni architettoniche. Entrambe le versioni prevedono la possibilità di driver integrato o remoto; il vano driver resta nascosto, garantendo un aspetto elegante e compatto. Uno speciale diffusore multi-lame fornisce una luce uniforme e bilanciata, riducendo al minimo l’abbagliamento e attenuando le ombre.

I profili sono proposti in tre lunghezze (1200 mm, 1800 mm e 2400 mm), con un diametro di soli 47 mm, e sono disponibili in tre modelli: Light + Track, 360º Light e Track Only, nelle finiture Bianco, Nero, Bronzo e Acciaio. Un sistema di assemblaggio efficiente garantisce collegamenti precisi e sicuri, ideale per progetti modulari. Oltre alla luce diffusa e di atmosfera, The Glowing Track è adatto anche a proiettori compatti, per offrire ulteriore flessibilità e un’illuminazione precisa ad alte prestazioni, e a moduli d’accento che possono essere completamente incassati nel binario come il Multi Spot Mini, un modulo a 12 LED con abbagliamento ridotto che com-

bina un design compatto con elevate prestazioni luminose.

I moduli verticali possono giocare con altezza e profondità per creare nuove atmosfere luminose immersive. Questa configurazione si integra facilmente nei progetti architettonici, utilizzando The Glowing Track come colonna luminosa sospesa al soffitto per aprire infinite possibilità.

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