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OFFICINA* 53 Zone di Comfort

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disOrder di Matteo Macciò

disOrder è una comunità che trova ordine attraverso incastri calibrati di forme e proporzioni, evocando la complessità dei sistemi ambientali che definiscono il comfort negli spazi abitati. L’apparente caos si organizza in una struttura simil-architettonica, in cui l’umano diventa misura del confine tra naturale e artificiale: le figure, come sistemi interconnessi, richiamano l’interazione percepita del benessere consapevole. disOrder suggerisce che la progettazione orientata al comfort nasca dalla capacità collettiva di comporre equilibri fragili ma essenziali alla vita.

Il nostro benessere, la nostra crisi

Il concetto di comfort, come dimostrano anche le esperienze di questo numero di OFFICINA*, presenta un alto livello di variabilità e soggettività. Anche se molti parametri legati al comfort possono essere misurati (pensiamo ad esempio a temperatura, umidità, livello di illuminazione o di rumore ecc.) esistono molti fattori che incidono in modo diretto o indiretto sul livello di comfort percepito da una persona. Se negli ambienti confinati ci è possibile agire con strumenti e tecnologie per regolare i parametri ambientali e migliorare così le sensazioni percepite dagli utenti, all’esterno si possono adottare varie strategie (quali l’ombreggiamento, il raffrescamento passivo, la costruzione di barriere fisiche o visive) che tuttavia sono altamente influenzate dalla variabilità del contesto, del clima o dallo specifico stato in cui si trova la persona. Per questo motivo la “zona di comfort” identifica un ambito – fisico o immateriale – ancora più labile e complesso da descrivere dello stesso concetto di comfort.

La nostra zona di comfort può variare non solo in funzione ai parametri dell’ambiente esterno ma anche in base al nostro stato d’animo, alla presenza o meno di altre persone o di specifici oggetti, oppure in relazione a situazioni esterne, da noi indipendenti, che però possono influenzare il nostro modo di vivere. Il concetto di comfort si può sovrapporre in questo caso al più ampio termine di benessere, indicando una condizione in cui stiamo bene, siamo soddisfatti e appagati. Una condizione che spesso siamo noi esseri umani a mettere in crisi con azioni che minano non solo il nostro stato di benessere ma, a volte, anche la nostra stessa sopravvivenza. Basti pensare a quanto sta accadendo proprio in queste ultime settimane con lo scoppio dell’ennesima guerra capace, oltre che di causare morte e distruzione, di mettere in difficoltà i mercati mondiali con conseguenti ripercussioni sui prezzi di quei beni che ci sono necessari per mantenere il nostro stato di benessere: materie prime, energia e generi alimentari, solo per citare i più rilevanti.

Eppure, da questo punto di vista, il nostro pianeta, la Terra, ci offre una speciale “zona di comfort” che per condizioni climatiche, ambientali e disponibilità di risorse ha consentito lo sviluppo di una grande varietà di forme di vita. Questa condizione è decisamente speciale – sicuramente nel Sistema solare ma anche nel resto della nostra galassia – in quanto, tra le centinaia di pianeti noti, gli scienziati non ne hanno ancora individuato uno capace di sostenere un tale livello di biodiversità. Ciò nonostante, proprio per soddisfare i sempre crescenti bisogni del genere umano, da decenni l’uomo sta cercando di uscire da questa “zona di comfort” per raggiungere corpi celesti vicini – come la Luna o Marte – ricchi di risorse ma totalmente inospitali, dove sarà necessario ricreare un ambiente artificialmente controllato che, per quanto non particolarmente confortevole, sia almeno adatto alla sopravvivenza dei coloni che per primi sbarcheranno (nel 2033 secondo le stime della NASA) sul pianeta rosso. E. Antoniol

Direttore editoriale Emilio Antoniol

Vicedirettrice Rosaria Revellini

Direttrice artistica Margherita Ferrari

Comitato editoriale Viola Bertini, Doriana Dal Palù, Letizia Goretti, Stefania Mangini, Cristiana Mattioli, Elisa Zatta

Comitato scientifico Federica Angelucci, Stefanos Antoniadis, Sebastiano Baggio, Maria Antonia Barucco, Matteo Basso, Eduardo Bassolino, Martina Belmonte, Giacomo Biagi, Paolo Borin, Alessandra Bosco, Laura Calcagnini, Federico Camerin, Alberto Cervesato, Giulia Ciliberto, Sara Codarin, Francesca Coppolino, Silvio Cristiano, Federico Dallo, Lavinia Maria Dondi, Paolo Franzo, Carmine Fusaro, Jacopo Galli, Silvia Gasparotto, Gian Andrea Giacobone, Giovanni Graziani, Francesca Guidolin, Beatrice Lerma, Elena Longhin, Antonio Magarò, Filippo Magni, Michele Manigrasso, Michele Marchi, Patrizio Martinelli, Fabiano Micocci, Mickeal Milocco Borlini, Magda Minguzzi, Clizia Moradei, Beatrice Moretti, Massimo Mucci, Maicol Negrello, Corinna Nicosia, Maurizia Onori, Valerio Palma, Elisa Pegorin, Ilaria Pittana, Federica Pompejano, Laura Pujia, Silvia Santato, Chiara Scanagatta, Chiara Scarpitti, Roberto Sega, Gerardo Semprebon, Giulia Setti, Francesca Talevi, Alessandro Tessari, Oana Tiganea, Massimo Triches, Ianira Vassallo, Luca Velo, Alberto Verde, Barbara Villa, Paola Zanotto

Redazione Giulia Conti, Eleonora Fanini, Alice Gasparini, Silvia Micali, Sofia Portinari, Marta Possiedi, Tommaso Maria Vezzosi Web Emilio Antoniol Progetto grafico Margherita Ferrari

Proprietario Associazione Culturale OFFICINA* e-mail officina.rivista@gmail.com

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Chiuso in redazione il 10 marzo 2026, aspettando due cose: conoscere il vincitore del Premio Pritzker, annuncio al momento rinviato per questioni legate agli Epstein Files; che la specie umana si calmi. Copyright opera distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale

L’editore si solleva da ogni responsabilità in merito a violazioni da parte degli autori dei diritti di proprietà intellettuale relativi a testi e immagini pubblicati.

Direttore responsabile Emilio Antoniol Registrazione Tribunale di Treviso n. 245 del 16 marzo 2017

Pubblicazione a stampa ISSN 2532-1218 ISBN 979-12-5953-223-7

Pubblicazione online ISSN 2384-9029

Accessibilità dei contenuti online www.officinajournal.it

Prezzo di copertina 16,00 € Prezzo abbonamento 2026 27,00 € | 2 numeri

Per informazioni e curiosità www.anteferma.it edizioni@anteferma.it

OFFICINA*

“Officina mi piace molto, consideratemi pure dei vostri” Italo Calvino, lettera a Francesco Leonetti, 1953

Trimestrale di architettura, tecnologia e ambiente n. 52 gennaio-giugno 2026 Zone di comfort

Il dossier di OFFICINA*52 – Zone di comfort è a cura di Ilaria Pittana.

Hanno collaborato a OFFICINA* 52: Filippo Lorenzo Balma, Rai Brandy Bernal Li, Cristian Campagnaro, Sergio Camplone, Petra Cason, Sara Ceraolo, Antonio Ciampà, Silvia Codato, Liselotte Corigliano, Luca Esposito, Michele Libralato, Giulia Lucatello, Matteo Macciò, Federica Marras, Patrizio M. Martinelli, Maria Vittoria Morina, Samuele Morvillo, Leonardo Junior Pagano, Ilaria Pittana, Filippo Petrocchi, Chiara Tassano.

OFFICINA* è un progetto editoriale che racconta la ricerca. Tutti gli articoli di OFFICINA* sono sottoposti a valutazione mediante procedura di double blind review da parte del comitato scientifico della rivista. Ogni numero racconta un tema, ogni numero è una ricerca. OFFICINA* è inserita nell’elenco ANVUR delle riviste scientifiche per l’Area 08.

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disOrder

Matteo Macciò

SCIENTIFIC DOSSIER

Comfort come molteplici modi di stare o essere Comfort as Different Ways of Staying or Being

Ilaria Pittana

Vivere la differenza nella città multiculturale Experiencing Difference in the Multicultural City

Rai Brandy Bernal Li

Abitare lungo i margini

Inhabiting the Margins

Filippo Lorenzo Balma

I Living Lab Rurali, tra sperimentazione e cooperazione Rural Living Labs: Experimentation and Cooperation

Samuele Morvillo

ESPLORARE

L’arte della presenza

Petra Cason

INFONDO Uncomfortably Numb

Stefania Mangini

IL PORTFOLIO

L’energia del sottovuoto

The Vacuum Energy

Margherita Ferrari

IL LIBRO

Abitare la psiche

Inhabiting the Psyche

Eleonora Fanini

Zone di comfort Comfort Zones

n. 52, gennaio-giugno 2026

Accogliere le incertezze Welcome Uncertainties

Luca Esposito

Vestire l’interno Dressing the Interior

Chiara Tassano

Nel mondo intenso In an Intense World Liselotte Corigliano

Mobilità inclusiva intergenerazionale Inclusive Intergenerational Mobility

Filippo Petrocchi

Una prospettiva multi-dominio A Multi-Domain Perspective

Sara Ceraolo, Cristian Campagnaro

COLUMNS

I CORTI

Lavoro che cambia, spazi che cambiano Changing Work, Changing Spaces

Federica Marras

Guerrilla Lab: un manifesto politico e rigenerativo

Guerrilla Lab: a Political and Regenerative Manifesto

Silvia Codato

L’IMMERSIONE

Una strategia urbana di lungo periodo A Long-term Urban Strategy

Antonio Ciampà

In bilico tra casa e lavoro Between Home and Work

Leonardo Junior Pagano

Emilio Antoniol 120 122 126

SOUVENIR Corpi danzanti Dancing Bodies

Letizia Goretti

AL MICROFONO

Architectural Playground

Intervista a Giulia Lucatello

Ilaria Pittana

(S)COMPOSIZIONE

Comfort elettrico

Petra Cason

Curatrice d’arte e art manager, fondatrice e presidente di NUMA Contemporary, associazione culturale e piattaforma dedicata ai linguaggi del contemporaneo. petra@numacontemporary.com

L’associazione culturale NUMA Contemporary organizza eventi e visite guidate per esplorare i linguaggi dell’arte contemporanea. www.numacontemporary.com

L’arte della presenza La mostra Transforming Energy

alle Gallerie dell’Accademia

Marina Abramović, classe 1946, quest’anno compirà 80 anni. L’artista di origine serba festeggerà diventando la prima artista vivente a presenziare alle Gallerie dell’Accademia di Venezia con una mostra personale, Transforming Energy, vedendo le sue opere esposte in dialogo con i grandi capolavori dei maestri del Rinascimento. L’evento, che si terrà dal 6 maggio al 19 ottobre 2026, in concomitanza con la 61ª Biennale Arte di Venezia, è curato da Shai Baitel, direttore artistico del Modern Art Museum (MAM) di Shanghai e curatore della mostra. E Venezia non è mai un caso.

Ma facciamo un passo indietro.

Transforming Energy

6 maggio – 19 ottobre 2026

Gallerie dell’Accademia

Venezia

New York, novembre 2002. Una manciata di mesi dopo la caduta delle Torri Gemelle, la polvere degli edifici crollati non aveva ancora finito di depositarsi al suolo e il ricordo di quell’orrore era ancora dannatamente vivido negli abitanti della Grande Mela. Al 475 Tenth Avenue, a pochi isolati da Ground Zero, Marina Abramović si stava preparando per una performance che l’avrebbe impegnata per una dozzina di giorni, non poi molto se paragonata a lavori più estremi di qualche decennio prima. Avrebbe trascorso giorno e notte all’interno di tre piccole stanzette, sospese a un paio di metri da terra, all’interno della Galleria Sean Kelly. Niente sangue che esce da ferite autoinferte, nessun blocco di ghiaccio su cui stendersi fino a perdere i sensi. Ma qualcosa di più sottile, meno

eclatante se vogliamo, ma altrettanto potente. Per Marina Abramović spingersi fuori dalla zona di comfort è sempre stata una costante, fin dagli esordi della sua carriera. Cresciuta in ex \ Jugoslavia tra il rigore militare dei genitori, membri autorevoli del governo comunista di Tito, e la devozione ortodossa dell’amata nonna materna, l’artista viveva l’arte come una vocazione ambiziosa, nel tentativo costante di oltrepassare quel muro invisibile che la separava dal raggiungimento di una dimensione “altra”, fosse la soglia del dolore fisico o della sopportazione mentale all’azione che si accingeva a compiere. Poneva se stessa ai limiti della tolleranza, in una spinta ascetica, a tratti folle – nel senso ortodosso del termine – che nulla aveva a che fare con un fanatismo religioso. La sua dottrina era l’arte. E da quella non poteva trasgredire. Quindi, passare meno di due settimane in pochi metri quadri in qualcosa che assomigliava a un loft, a Manhattan, dopo aver girato l’Europa a trent’anni vivendo in un furgone sgangherato, non avrebbe comportato chissà quale sacrificio. Apparentemente. Le tre stanzette per The House with the Ocean View avevano ciascuna tre pareti, comunicavano tra loro attraverso un passaggio privo di pavimento, e la quarta parete, sfondata, si apriva sugli sguardi curiosi degli astanti: tre scalette avrebbero permesso di raggiungere facilmente la galleria, se i pioli non fossero stati sostituiti da lame di coltello.

Transforming Energy by Marina Abramović at Modern Art Museum (MAM) Shanghai.Yu Jieyu

Ogni stanza ricordava un ambiente domestico, ma l’arredo versava ai minimi termini. La camera disponeva di un piccolo lavabo e una panca che fungeva da letto, senza materasso. La sala mostrava un piccolo tavolo massiccio, in legno come l’unica seduta dallo schienale esosamente alto. Un wc e una doccia aperta concludevano il bagno. Poggiati al pavimento di questa improbabile abitazione si trovavano inoltre un metronomo e un bicchiere, che le avrebbe permesso di bere durante quello che sarebbe diventato un lungo digiuno forzato. Non faceva nulla per intrattenere il pubblico che, giorno dopo giorno, affollava in maniera sempre maggiore lo spazio espositivo, tornando ripetutamente a osservare quell’insolito evento. La si poteva osservare mentre, rigorosamente in silenzio, muoveva a rallentatore parti del mobilio, o rimaneva seduta per ore, postura dritta, poggiando la testa sul grosso cristallo incastonato sulla sommità dello schienale. In un momento in cui la città, appena fuori dalle porte della galleria, era in totale caos capace di annullare qualsiasi percezione di sicurezza, Marina Abramović invitava le persone a fermarsi, a restare. A non fare nulla, con lei, se non condividere la presenza. “Ci siamo, siamo qui e siamo vivi”, sembrava dire, “prendiamone coscienza”.

Non si sta
assistendo a una pièce teatrale, ma a un frammento di vita reale, vissuto nel cerchio magico dell’arte

Durante il rocambolesco viaggio in Cina, per realizzare nel 1988 l’imponente performance The Lovers percorrendo la Grande Muraglia Cinese – l’ultima che compì con il compagno Ulay -, Marina Abramović aveva conosciuto il potere che alcuni minerali presenti in quei territori avevano nella medicina cinese e tibetana. Rientrata in Occidente, con una separazione dolorosa in

corso e la necessità di creare qualcosa di completamente diverso dalle azioni performative che nei precedenti dodici anni l’avevano impegnata in coppia, Abramović si dedicò all’ideazione dei Transitory Object, creando un sistema di corrispondenze tra le parti del corpo e i minerali: il quarzo per gli occhi, i geodi di ametista per l’utero, il ferro per il sangue e il rame per i nervi. Mettendosi in relazione con queste “non sculture” (sdraiandosi o sedendosi per lungo tempo su di essi) anche il pubblico avrebbe potuto sperimentare – secondo l’artista – l’influsso benefico che questi minerali trasmettono al corpo e alla psiche umana. Li riteneva un mezzo di transito verso una coscienza superiore.

Pensare di rimanere fermi, nella stessa posizione, senza compiere alcuna azione rilevante, anche solo per pochi minuti può diventare per qualcuno una tortura insostenibile. Marina Abramović ha portato all’esasperazione pratiche che l’hanno costretta in una stasi prolungata, o in azioni monotone ripetute fino allo sfinimento, in decine di performance storiche. Costringe noi spettatori a “scomodarci”, diventando parte attiva dell’azione, privandoci del filtro che può fornire un alibi al nostro distacco. Non si sta assistendo a una pièce teatrale, ma a un frammento di vita reale, vissuto nel cerchio magico dell’arte. Marina Abramovic diventa la sciamana che attira come un magnete i presenti in un vortice di realismo e ci sposta letteralmente dalla nostra zona di comfort, dove proviamo a rifugiarci per non venire sopraffatti da emozioni che non sapevamo di poter provare.

Nella drammatica performance

Rhythm 0, tenutasi allo Studio Morra di Napoli nel 1974, in sei ore ha permesso al pubblico di intervenire su di lei utilizzando i 72 oggetti che aveva messo a disposizione su un tavolo. Ci fu chi si limitò a scriverle parole sulla pelle utilizzando un rossetto, o costringendola a ingoiare vino o miele. Finché qualcuno non prese dal tavolo la pistola carica di un proiettile e gliela poggiò in mano, puntandola sul suo collo nudo. Ancora una volta Marina sfidava il pubblico a non rimanere passivo, ad agire con – e su di – lei, non

sottraendosi neppure al finale drammatico che sarebbe potuto accadere. Marina Abramović ha un legame importante con Venezia. In giovane età il viaggio in treno da Belgrado alla laguna era una delle poche occasioni di condivisione con la madre Danica, troppo impegnata tra le fila del regime per occuparsi della figlia, ad eccezione dell’immancabile visita alla Biennale d’arte. Nel 1997 l’artista vinse il Leone d’oro con l’opera Balkan Baroque, e questo episodio sancì un legame indissolubile con la città. In un’estate caldissima, il pubblico che raggiungeva l’artista nel pianoterra più angusto del Padiglione centrale, la trovò intenta, avvolta in abito bianco imbrattato di sangue, a grattare con estrema cura la montagna di ossa bovine sulle quali stava seduta. Un diretto riferimento alla carneficina che si stava compiendo nella sua terra d’origine, l’espiazione della colpa di un popolo. La nenia slava che accompagnava quel meticoloso processo di pulizia acuiva il senso drammatico dell’azione, illuminata dalle proiezioni che includevano nella scena i genitori dell’artista. Ci si trovava al cospetto della morte: l’odore della carne in putrefazione diventò il ricordo indelebile per chiunque assisté alla performance. Che la morte faccia parte della vita, per Marina Abramović è un assioma mai dimentico. Alle Gallerie dell’Accademia avrà un ruolo di rilievo la fotografia che ritrae Pietà (with Ulay), del 1983, rifacendosi all’iconografia classica della Vergine che sorregge il corpo del Figlio esanime dopo la Crocifissione. Sarà posta a fianco dell’ultimo dipinto realizzato da Tiziano tra il 1575 e il 1576, la Pietà, in un vibrante dialogo: in entrambe le opere saranno i corpi a parlare, trasmettendo un pathos carico del mistero silenzioso del trapasso. Nella nuova mostra Marina Abramović, con opere storiche e nuovi lavori ideati per questa particolare occasione, ci accompagna passo passo attraverso il percorso della sua lunga ricerca artistica attraverso la resistenza e la vulnerabilità, invitandoci a non distogliere lo sguardo, e a portare nel quotidiano almeno un brano dell’esperienza di trasformazione che ha contraddistinto la sua vita, in costante simbiosi con l’arte. Uscendo – almeno per un attimo – dalla nostra zona di comfort.*

ZONE DI COMFORT

A cura di Ilaria Pittana. Contributi di Filippo Lorenzo Balma, Rai Brandy Bernal Li, Cristian Campagnaro, Sara

, Liselotte Corigliano, Luca Esposito, Samuele

Morvillo, Filippo Petrocchi, Chiara

.

Ceraolo
Tassano

PhD,

di ricerca in Fisica tecnica ambientale, Università Iuav di Venezia.

Comfort come molteplici modi di stare o essere

Negli ultimi anni, ormai quasi dieci, impiegati nella ricerca nel settore della fisica tecnica ambientale, la parola comfort ha per me rimandato a “quel qualcosa” da valutare, intendendo la valutazione da un lato come “misura” dell’ambiente circostante – che coincide per la maggior parte dei casi con l’ambiente costruito (in inglese indoor environment, da cui IEQ, Indoor Environmental Quality) – rappresentato da un edificio, o stanza nell’edificio, e dall’altro come richiesta diretta al fruitore: come ti senti in questo momento? Come valuti la quantità di luce che arriva sulla tua postazione (di lavoro)?

Nel misurare l’ambiente tra gli obiettivi primari vi è sicuramente quello di verificare il rispetto degli standard, cioè quei valori dei parametri ambientali principali caratterizzanti un ambiente, come temperatura e velocità dell’aria, umidità relativa, temperatura media radiante, concentrazione di anidride carbonica, livello di pressione sonora, illuminamento sul piano orizzontale, che, secondo normativa, dovrebbero garantire a chi fruisce lo spazio in questione (o fruirà se siamo nel campo della progettazione o simulazione dell’ambiente) il grado di benessere necessario per portare avanti il proprio stare in questo spazio, in relazione al compito svolto (dormire, lavorare, studiare ecc.) per un certo periodo di tempo. Ogni modalità dello stare, quindi, si porta con sé dei valori o range di valori di riferimento che indicano se le persone – e non la persona – in quell’arco di tempo legato all’utilizzo, affermerebbero di stare bene. Il primo ricercatore a codificare il comfort sul piano termico in ambienti moderati, ovvero ambienti in cui gli utenti non sono sottoposti a stress termico, fu il professore danese Povl Ole Fanger negli anni Settanta del secolo scorso (Fanger, 1972). Attraverso la somministrazione di questionari ad alcuni studenti e studentesse universitari posti in un ambiente controllato (camera climatica) in cui era possibile variare

KEYWORDS: ZONE DI COMFORT, QUALITÀ DELL’AMBIENTE INTERNO, DIVERSI MODI DI STARE | COMFORT ZONES, INDOOR ENVIRONMENTAL QUALITY, DIFFERENT WAYS OF STAYING

Comfort as Different Ways of Staying or Being

In the last years, almost ten, spent researching in Building Physics, the word comfort has come to mean “that something” to be evaluated, meaning evaluation on the one hand as a “measure” of the surrounding environment – which in most cases coincides with the indoor environment (hence IEQ, Indoor Environmental Quality) – represented by a building or room in a building, and on the other hand as a direct request to the user: how do you feel right now? How would you rate the amount of light reaching your (work)station?

When measuring the environment, one of the primary objectives is certainly to verify compliance with standards, i.e., the values of the main environmental parameters that characterize an environment, such as temperature and air velocity, relative humidity, average radiant temperature, carbon dioxide concentration, sound pressure level, and horizontal illuminance, which, according to regulations, should guarantee those who use the space in question (or will use it, if we are in the field of environmental design or simulation) the degree of well-being necessary to carry out their activities in this space, in relation to the performed task (sleeping, working, studying, and so on) for a certain period of time. Each mode of being, therefore, carries with it values or ranges of reference values that indicate whether people – and not the person – in that period of time linked to use would say they feel good.

The first researcher to codify thermal comfort in moderate environments, i.e., environments in which users are not subjected to thermal stress, was the danish Professor Povl Ole Fanger in the 1970s (Fanger, 1970). By administering questionnaires to university students placed in a controlled environment (climatic chamber) in which it was possible to intentionally vary the main thermal pa-

Questo caffè è troppo caldo, questo è troppo freddo, questo è proprio perfetto. M. Libralato

intenzionalmente i parametri termici principali (temperatura e velocità dell’aria, umidità relativa, temperatura media radiante), Fanger mise a punto un metodo scientifico per stabilire il benessere degli occupanti sulla base dei suddetti parametri fisici, di alcuni parametri fisiologici, come la temperatura corporea superficiale, e di due variabili soggettive, cioè l’attività metabolica e la resistenza termica dovuta al ve-

Se in ambiente avvengono dei cambiamenti tali da alterare le condizioni di benessere, provocando quindi un disagio agli occupanti, essi si adattano e agiscono per ripristinare il proprio stato di comfort

stiario. Nacque così la teoria del voto medio previsto (PMV) che mediante un’equazione matematica stabilisce, o meglio prevede, il grado di comfort termico degli individui su una scala che va da -3 (molto freddo) a +3 (molto caldo), dove 0 rappresenta la neutralità, ovvero quello stato in cui una persona affermerebbe di non avere né caldo né freddo, in altre parole è in comfort. Questo metodo rigoroso tiene conto anche delle persone che, pur esposte a quelle condizioni che portano l’equazione a essere uguale a 0, non si sentono realmente in comfort: gli insoddisfatti che, secondo la teoria di Fanger, sono almeno il 5% in condizioni di neutralità e aumentano più ci si avvicina ai poli estremi della scala.

Ma le persone non sono una componente passiva dell’ambiente: esse interagiscono con esso, aprono o chiudono por-

rameters (air temperature and velocity, relative humidity, mean radiant temperature), Fanger developed a scientific method for determining the well-being of occupants based on the above physical parameters, certain physiological parameters, such as surface body temperature, and two subjective variables, namely metabolic activity and thermal resistance due to clothing. This led to the theory of Predicted Mean Vote (PMV), which uses a mathematical equation to establish, or rather predict, the degree of thermal comfort of individuals on a scale ranging from -3 (cold) to +3 (hot), where 0 represents neutrality, i.e., the state in which a person would say to be neither hot nor cold, in other words, comfortable. This rigorous method also takes into account people who, despite being exposed to conditions that make the equation equal to 0, do not actually feel comfortable: the dissatisfied, who, according to Fanger’s theory, account for at least 5% in neutral conditions and increase the closer one gets to the extreme ends of the scale.

But people are not passive components of the environment: they interact with it, opening and closing doors and windows, changing activities, adjusting their clothing. Thus, based on the classic comfort model theorized by Fanger, the dynamic model of “adaptive comfort” (de Dear, Brager, 1998) was introduced between the 1990s and 2000s, which takes into account the process of adaptation of individuals. In practice, if changes occur in the environment that alter the conditions of well-being, causing discomfort to the occupants (for example, when a window is opened and the indoor air temperature drops as a result), they adapt and act to

te e finestre, cambiano attività, aggiustano il proprio abbigliamento. Ecco quindi che a partire dal modello di comfort classico teorizzato da Fanger, tra gli anni Novanta e Duemila venne introdotto il modello dinamico del “comfort adattativo” (de Dear, Brager, 1998) che tiene conto del processo di adattamento degli individui. In pratica se in ambiente avvengono dei cambiamenti tali da alterare le condizioni di benessere, provocando quindi un disagio agli occupanti (ad esempio quando viene aperta una finestra e di conseguenza si abbassa la temperatura dell’aria interna) essi si adattano e agiscono per ripristinare il proprio stato di comfort. Ecco quindi che inizia ad affermarsi il ruolo attivo dell’occupante, della persona che in base al proprio essere mette in pratica diverse strategie per stare meglio, per stare bene. Diviene evidente come il comfort, i suoi margini e gli ambiti (o zone) in cui viene indagato fanno parte della sfera soggettiva e che in quanto tale tende ad allontanarsi da ciò che può essere definito standard. Superando i confini della fisica tecnica ambientale, questo numero di OFFICINA*, Zone di comfort, rimanda alla relatività del termine comfort che in base al settore di ricerca considerato si arricchisce di sfumature e significati sempre nuovi legati al modo di “stare” e di “essere” contemporaneo. È stato interessante notare come nei lavori arrivati in redazione il termine “comfort” sia spesso associato, probabilmente confuso, o in alcuni casi deliberatamente sostituito, con “abitare” e “modi di abitare”, termini che rispettivamente rimandando alla tendenza degli individui a volersi sentire bene in uno spazio, sentirsi come a casa, e che ci siano diversi modi di “fare casa” che dipendono dalla persona, la quale si muove o “sta” come soggetto attivo nel proprio ambiente.

restore their state of comfort. This is where the active role of the occupant comes into play, the person who, based on their own being, puts into practice different strategies to feel better, to feel good. It becomes clear that comfort, its margins, and the areas (or zones) in which it is investigated are part of the subjective sphere and, as such, tend to stray from what can be defined as standard.

If changes occur in the environment that alter the conditions of well-being, causing discomfort to the occupants, they adapt and act to restore their state of comfort

Going beyond the boundaries of Building Physics, this issue of OFFICINA*, Comfort Zones, refers to the relativity of the term comfort, which, depending on the field of research considered, is enriched with ever-new nuances and meanings linked to the contemporary way of “being” and “existing”.

It was interesting to note that in the works submitted to the editorial office, the term “comfort” is often associated, probably confused, or in some cases deliberately replaced, with “living” and “ways of living,” terms that respectively refer to the tendency of individuals to want to feel good in a space, to feel at home, and that there are different ways of “making a home” that depend on the person who moves or “is” as an active subject in their environment.

Tale ambiente può essere interno, come una casa, una stanza, o un contesto lavorativo (F. Marras), o spazi ibridi in cui convivono diversi usi dal domestico a quello lavorativo (L. Pagano) e che spesso risultano inadeguati e che hanno bisogno di essere ripensati (S. Codato). Ma il concetto di comfort viene esteso anche agli spazi esterni: si parla allora di comfort urbano, concetto indagato nella progettazione urbana (A. Ciampà) e la dimensione può essere quella di quartiere o riguarda zone liminali, dove convivono diversi background (R.B. Bernal Li), e spesso associate a condizioni di discomfort (F.L. Balma; S. Morvillo). Alcune ricerche pongono l’accento sul fatto che il comfort, lo stare bene, non dipende solamente dell’ambiente indagato. Essendo questione altamente soggettiva e fenomenologica (L. Esposito), il grado di benessere e la sua percezione dipendono da come l’individuo si muove nello spazio interno (C. Tassano) o esperisce lo spazio esterno (F. Petrocchi) e può evadere il concetto di standard, a maggior ragione se si tratta di soggetti definiti come neurodivergenti (L. Corigliano). Inoltre, il comfort viene inteso anche come “dispositivo trasformativo e risorsa di cura collettiva” (S. Ceraolo, C. Campagnaro). Infine l’intervista alla direttrice della Scuola di architettura per bambini di Padova, Giulia Lucatelli, ci ricorda che il concetto di comfort può legarsi anche a tematiche come “flessibilità, versatilità, possibilità di cambiamento” e divenire dispositivo-gioco per interagire con i bambini e affrontare in maniera semplice e diretta tematiche legate all’architettura.

Zone di comfort, dunque, mette insieme diversi ambiti di comfort (o discomfort) per offrire un frammento di ciò che è la ricerca attuale su questo tema nel contesto architettonico e urbanistico europeo, mettendo in luce l’esigenza o pratica attuale, di distanziarsi sempre più dallo standard e abbracciare contesti o situazioni particolari in cui l’individuo sta e si muove, o semplicemente è.*

REFERENCES – de Dear R., Brager G. (1998). Developing an Adaptive Model of Thermal Comfort and Preference (online). In ASHRAE Transaction, vol. 104 (1), pp. 145-167. In escholarship.org/ uc/item/4qq2p9c6

Fanger O.P. (1972). Thermal Comfort: Analysis, Applications and Education in Thermal Comfort. New York: McGraw-Hill.

This environment can be internal, such as a house, a room, or a work context (F. Marras), or hybrid spaces in which different uses coexist, from domestic to work (L. Pagano), and which are often inadequate and need to be rethought (S. Codato). But the concept of comfort is also extended to outdoor spaces: we then talk about urban comfort, a concept investigated in urban design (A. Ciampà), and the dimension can be that of a neighborhood or concern liminal areas, where different backgrounds coexist (R.B. Bernal Li), and often associated with conditions of discomfort (F.L. Balma; S. Morvillo).

Some research emphasizes that comfort and well-being do not depend solely on the environment under investigation. Being a highly subjective and phenomenological issue (L. Esposito, the degree of well-being and its perception depend on how the individual moves within the interior space (C. Tassano) or experiences the external space (F. Petrocchi) and can escape the concept of standards, even more so when it comes to subjects defined as neurodivergent (L. Corigliano). Furthermore, comfort is also understood as a “transformative device and resource for collective care” (S. Ceraolo, C. Campagnaro). Finally, the interview with Giulia Lucatelli, director of the School of Architecture for Children in Padua, reminds us that the concept of comfort can also be linked to issues such as “flexibility, versatility, and the possibility of change” and become a play device for interacting with children and addressing issues related to architecture in a simple and direct way.

Comfort Zones, therefore, brings together different areas of comfort (or discomfort) to offer a glimpse of current research on this topic in the European architectural and urban planning context, highlighting the current need or practice of increasingly distancing oneself from the standard and embracing particular contexts or situations in which the individual lives and moves, or simply exists.*

Usual Place. S. Camplone

Vivere la differenza nella città multiculturale

01. Cittadini cinesi ballano danze tradizionali e praticano il tai chi a Usera | Chinese citizens perform traditional dances and practice tai chi in Usera. R.B. Bernal Li

Experiencing Difference in the Multicultural City In contemporary multicultural cities, the concept of urban comfort increasingly moves beyond an exclusively technical and performance-based interpretation. This article approaches comfort as a relational condition shaped by everyday practices, cultural differences, and modes of use of public space. Through the case study of the Usera district in Madrid, the paper examines how urban well-being is constructed and questioned within contexts of social plurality. The analysis suggests that urban comfort can be understood as an open, dynamic, and continuously negotiated process.*

Nelle città multiculturali contemporanee, il concetto di comfort urbano tende a superare una lettura esclusivamente tecnica e prestazionale. Questo contributo esplora il comfort come condizione relazionale, legata alle pratiche quotidiane, alle differenze culturali e alle modalità di uso dello spazio pubblico. Attraverso il caso studio del quartiere di Usera a Madrid, l’articolo indaga come il benessere urbano venga costruito e messo in discussione in contesti di pluralità sociale. L’analisi suggerisce come il comfort urbano si configuri come un processo aperto, dinamico e continuamente negoziato.*

Spazi condivisi, pratiche quotidiane e dinamiche di coesistenza a Usera

l concetto di comfort urbano sta assumendo nuove dimensioni nelle città contemporanee, caratterizzate da pluralità culturale, dinamiche sociali complesse e sfide ambientali crescenti. Non più riducibile a parametri tecnici o prestazionali, il comfort si configura oggi come un processo dinamico, emergente dall’interazione tra individui, spazio fisico, pratiche quotidiane e politiche urbane, che modella l’esperienza dello spazio pubblico.

Questo contributo esplora tali trasformazioni attraverso una riflessione teorica e un’analisi basata su dati quantitativi e qualitativi sul quartiere di Usera a Madrid, esempio significativo di come la coesistenza di persone di diverse origini culturali influenzi la percezione e la produzione del benessere urbano. L’obiettivo è comprendere come il comfort venga costruito o messo in crisi nei contesti multiculturali, interrogando il ruolo dello spazio pubblico come luogo di convivenza, coesistenza e tensione.

Città globali e nuove forme di comfort

Nelle città globali contemporanee, la compresenza di comunità con origini, culture e abitudini differenti non è più un’eccezione ma costituisce una condizione strutturale della vita urbana. Questa dimensione si riflette nella quotidianità dei quartieri, dove flussi economici, culturali e migratori generano configurazioni spaziali ibride e pratiche d’uso eterogenee (Sassen, 1991). Parlare di comfort urbano significa oggi confrontarsi con la trasformazione stessa del concetto di benessere nello spazio costruito.

KEYWORDS: COMFORT URBANO, CITTÀ MULTICULTURALI, COESISTENZA | URBAN COMFORT, MULTICULTURAL CITIES, COEXISTENCE

Nel Novecento, il comfort urbano è stato affrontato prevalentemente come una questione tecnica e normativa. Illuminazione, ventilazione, controllo della temperatura, acustica, qualità dell’aria, accessibilità, misure minime e requisiti igienico-sanitari hanno costituito gli strumenti principali con cui il progetto urbano e architettonico ha cercato di garantire condizioni di vita salubri ed eque (Le Corbusier, 1935; Banham, 1969). Già a partire dalla metà del secolo, tali approcci sono stati messi in discussione per il

loro riduzionismo tecnico, evidenziando l’importanza delle dimensioni sociali, percettive e relazionali dello spazio urbano (Lynch, 1960; Jacobs, 1961). Pur rimanendo fondamentali, tali parametri sono oggi insufficienti di fronte alla complessità urbana contemporanea.

La crescente pluralità sociale e culturale mostra come il benessere urbano dipenda da pratiche, aspettative e codici culturali differenti, che influenzano la percezione e l’uso dello spazio pubblico. Allo stesso tempo, le condizioni

La letteratura recente propone quindi di ripensare il comfort urbano non come risultato di prestazioni tecniche, ma come esito delle relazioni tra spazio, clima, pratiche sociali e politiche urbane. In questa prospettiva, le dimensioni fisiche si intrecciano con quelle sociali e culturali, configurando il comfort come una condizione relazionale e integrativa, continuamente costruita e rinegoziata (Viganò, 2020).

Oltre i parametri tecnici: l’abitare

come pratica collettiva

ambientali e climatiche, segnate da eventi estremi più frequenti, impongono di considerare il comfort come una condizione dinamica, situata e temporale, soggetta a continui adattamenti (Secchi, Viganò, 2013).

Il comfort urbano emerge così come la capacità degli spazi di accogliere differenze, sostenere usi imprevisti e permettere forme di convivenza anche in condizioni di prossimità e tensione. Le pratiche quotidiane, gli adattamenti informali e le modalità di appropriazione dello spazio pubblico diventano indicatori concreti di questa dinamica, rivelando come il benessere urbano sia continuamente prodotto, negoziato e messo alla prova.

02. Mappa della distribuzione della popolazione immigrata a Madrid per nazionalità di provenienza nei diversi barrio | Map of the distribution of the immigrant population in Madrid by nationality across different barrios. R.B. Bernal Li

Dal misurabile al relazionale

Il comfort urbano può essere letto come una condizione situata e relazionale, emergente dalla compresenza di identità differenti e dalle pratiche che modellano lo spazio pubblico. La riflessione si sviluppa su due livelli: da un lato, analizzare come il comfort emerga o venga messo in crisi attraverso le pratiche quotidiane; dall’altro, osservare come scelte progettuali e narrazioni istituzionali possano favorire inclusione o produrre disagio.

Il concetto di contact zone (Pratt, 1991) permette di leggere lo spazio urbano come luogo in cui culture diverse si incontrano e confrontano, talvolta in tensione ma con potenziale di generare nuove forme di convivenza. Il principio di opacità (Glissant, 1990) invita ad accettare la complessità dell’altro senza la necessità di comprenderlo pienamente, riconoscendo il diritto di ciascuno a non essere ridotto a categorie semplici. L’ everyday urbanism (Crawford, 1999) sottolinea il ruolo decisivo delle

pratiche quotidiane rispetto ai grandi progetti dall’alto. Mentre l’idea di città aperta (Sennett, 2018) evidenzia la capacità degli spazi urbani di rimanere flessibili, adattivi e porosi.

Ne emerge una visione della città come spazio ibrido, dove il comfort non coincide con l’assenza di conflitti o con l’omogeneità, ma con la possibilità di abitare la complessità. La pluralità sociale diventa una risorsa critica per ripensare il progetto urbano.

Usera: il quartiere come laboratorio di pluralità

Usera, quartiere periferico di Madrid, rappresenta un contesto urbano caratterizzato da forte pluralità sociale e culturale e da recenti trasformazioni dello spazio pubblico. Negli ultimi decenni, Madrid ha conosciuto una crescita dei flussi migratori (img. 02), accompagnata da politiche urbane che hanno attribuito allo spazio pubblico un ruolo centrale nella costruzione del benessere urbano, inteso

03. Cittadini latino-americani provano danze tradizionali a Usera | Latin American residents rehearsing traditional dances in Usera. R.B. Bernal Li
04. Celebrazione di compleanni tra cittadini latino-americani a Usera | Birthday celebrations among Latin American residents in Usera. R.B. Bernal Li

nelle sue dimensioni fisiche, ambientali e sociali. Interventi di riqualificazione, pedonalizzazione, corridoi verdi, promozione di usi collettivi, illuminazione efficiente e arredi urbani, valorizzazione di spazi naturali pubblici e priorità al transito non motorizzato hanno contribuito a ridefinire lo spazio pubblico come infrastruttura di comfort. Usera presenta una forte presenza di comunità cinesi e latino-americane, accanto a residenti autoctoni e altre minoranze. Secondo i dati del Padrón Municipal del 1° gennaio 2021, il distretto contava 142.324 abitanti, di cui il 24,5% stranieri, provenienti per il 42,1% dall’America e per il 32,6% dall’Asia.

Il tessuto urbano riflette una storia di crescita discontinua e successive trasformazioni: aree compatte con isolati a blocco, strade strette e spazi pubblici limitati convivono con ambiti meno densi, strade più ampie, grandi piazze e spazi verdi. In questo contesto si combinano residenza, assi commerciali, strutture industriali riconvertite in labo-

ratori artistici e parchi pubblici, favorendo un uso quotidiano e intenso dello spazio pubblico (imgg. 05-06).

Le indagini sul campo del 2024, basate su osservazioni dirette, partecipazione a eventi e interviste, mostrano una grande varietà di pratiche nello spazio pubblico: tai chi e danze tradizionali cinesi (img. 01), balli folklorici latinoamericani (img. 03), feste (img. 04), attività sportive e giochi da tavolo improvvisati (img. 07), commercio informale (img. 08), momenti di socialità nei bar e celebrazioni collettive (img. 09), come il Capodanno cinese. Queste attività, concentrate in spazi e momenti specifici, generano sovrapposizioni e un’intensa frequentazione, contribuendo alla costruzione quotidiana del benessere urbano.

Tuttavia, il comfort non si manifesta solo attraverso convivialità. La relazione tra comunità cinesi, latino-americane e popolazione autoctona mostra spesso coesistenza parallela più che interazione reale, accompagnata da conflitti latenti. Alcuni residenti spagnoli percepiscono la

05. Mappa del distretto di Usera con gli spazi aperti | Map of the Usera district showing open spaces. R.B. Bernal Li

crescita delle attività commerciali cinesi come squilibrio per il commercio tradizionale, mentre membri della comunità cinese lamentano stereotipi e strumentalizzazioni, specialmente legate ai processi di gentrificazione.

Il progetto Madrid Chinatown, promosso senza reale coinvolgimento della popolazione, rappresenta un caso emblematico: valorizza l’immagine multiculturale del quartiere e attrae investimenti, ma è stato percepito da residenti spagnoli come un’imposizione e da parte della comunità cinese come strumentalizzazione economica. Per altri imprenditori cinesi, invece, è stata un’opportunità di crescita.

Spazi condivisi, differenze valorizzate

Gli spazi pubblici possono essere letti come zone di contatto (Pratt, 1991), in cui le differenze si confrontano e generano nuove forme di convivenza, sebbene non sempre armoniche. Il principio di opacità (Glissant, 1990) evidenzia come non sia necessario comprendere completamente l’al-

A Usera la pluralità diventa risorsa e trasforma lo spazio pubblico

Il caso di Usera mostra come il comfort urbano non sia armonia o consenso, ma capacità dello spazio pubblico di accogliere complessità, resistere a semplificazioni identitarie e rimanere permeabile a significati e appropriazioni multiple (Tébar, 2010).

tro per condividere uno spazio: la coesistenza non richiede assimilazione o annullamento delle differenze, ma capacità di abitare insieme la complessità.

L’everyday urbanism mostra che il comfort urbano nasce nei mercati, cortili, parchi e vie commerciali: contesti ordinari in continua trasformazione, scenari privilegiati di socialità e appartenenza (Crawford, 1999). Anche i paesaggi urbani sono letti

06. Mappa del distretto di Usera con le pratiche sociali | Map of the Usera district showing social practices. R.B. Bernal Li

come spazi non univoci, capaci di accogliere narrazioni multiple (Di Campli, Gabbianelli, 2022), in linea con la città aperta (Sennett, 2018), luogo di interazione piuttosto che barriera.

La qualità dello spazio dipende dalla possibilità di alternare introspezione e visibilità. L’extimité porta la sfera personale nello spazio pubblico, mentre l’intimité tutela il diritto a sottrarsi allo sguardo altrui (Bianchetti, 2016). Questo equilibrio ridefinisce il comfort come dimensione fisica, emotiva e relazionale.

o interagire. Questa modulazione del coinvolgimento costituisce una componente essenziale del comfort urbano, esperienza insieme individuale e collettiva (Alexander et al., 1977).

Il comfort urbano come processo dinamico

Il comfort urbano non coincide con l’omogeneità, ma con la capacità di coesistere

Il benessere urbano dipende dalla capacità degli spazi di offrire margini di libertà: luoghi definiti ma non rigidi, che permettano di scegliere se partecipare o restare in disparte, osservare

Nei contesti multiculturali, il comfort urbano si configura come processo aperto, dinamico e continuamente negoziato. Il progetto urbano deve sostenere la pluralità senza cristallizzarla, attraverso spazi multifunzionali, arredi mobili, superfici libere e gestione flessibile, capaci di adattarsi a usi molteplici senza rigidità. Il comfort diventa così una sfida politica e progettuale: costruire città che includano senza uniformare, valorizzando la diversità e riconoscendo nelle tensioni una risorsa.

Ripensare la città come ambiente a misura d’uomo significa promuovere incontri e comunità. L’accesso a spazi aperti, verdi

07. Giochi da tavolo su tavoli portati dai cittadini in spazi pubblici | Board games on self-provided tables in public spaces. R.B. Bernal Li

e raggiungibili non è lusso, ma diritto urbano fondamentale, paragonabile all’acqua potabile. Vedere un albero dalla finestra, raggiungere un parco a piedi, sedersi su una panchina o disporre di aree giochi per bambini migliora la qualità della vita e rafforza senso di appartenenza e dimensione comunitaria. Piazze, mercati e parchi diventano spazi di incontro in cui la diversità non è solo tollerata, ma riconosciuta e celebrata. Il design urbano a scala umana, con segnali multilingue, spazi multifunzionali e aree per eventi culturali, può supportare questo processo. Tuttavia, la progettazione da sola non basta: servono politiche sociali che favoriscano inclusione, dialogo e partecipazione. Senza di esse, anche gli spazi più curati rischiano di restare vuoti (Gehl, 2010).

In conclusione, il comfort urbano non coincide con l’omogeneità, ma con la capacità di coesistere. Una città che riconosce la pluralità e accetta le tensioni come parte della propria vitalità può trasformare le differenze in un progetto condiviso, rendendo lo spazio urbano più vivo, aperto e resiliente.*

REFERENCES

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Glissant E. (1990). Poétique de la relation. Paris: Gallimard.

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Lynch K. (1960). The Image of the City. Cambridge, MA: MIT Press. – Pratt M.L. (1991). Arts of the Contact Zone. In Profession, 91, pp. 33–40.

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Secchi B., Viganò P. (2013). La città dei ricchi e la città dei poveri. Roma-Bari: Laterza.

Tébar J. (2010). Mapa del Chinatown de Madrid. España: Bubok Publishing.

– Viganò P. (2020). I territori dell’urbanistica. Roma: Carocci.

08. Commercio informale lungo le strade di Usera | Informal street commerce in Usera. R.B. Bernal Li
09. Cittadini cinesi chiacchierano in un bar a Usera | Chinese citizens chat in a bar in Usera. R.B. Bernal Li

The concept of urban comfort is taking on new dimensions in contemporary cities, characterized by cultural diversity, complex social dynamics, and increasing environmental challenges. No longer reducible to technical or performance-based parameters, comfort is now understood as a dynamic process, emerging from the interaction between individuals, physical space, everyday practices, and urban policies, shaping the experience of public space.

This paper explores these transformations through a theoretical reflection and an analysis based on quantitative and qualitative data from the Usera district in Madrid, a significant example of how the coexistence of people from different cultural backgrounds influences the perception and production of urban well-being. The aim is to understand how comfort is constructed or challenged in multicultural contexts, examining the role of public space as a place of coexistence, encounter, and tension.

Global Cities and New Forms of Comfort

In contemporary global cities, the presence of communities with diverse origins, cultures, and habits is no longer an exception but a structural condition of urban life. This dimension is reflected in the everyday life of neighborhoods, where economic, cultural, and migratory flows generate hybrid spatial configurations and heterogeneous usage practices (Sassen, 1991). Discussing urban comfort today implies engaging with the very transformation of the concept of well-being in the built environment.

During the twentieth century, urban comfort was mainly addressed as a technical and regulatory issue. Lighting, ventilation, temperature control, acoustics, air quality, accessibility, minimum standards, and hygiene requirements were the main tools through which urban and architectural design sought to ensure healthy and equitable living conditions (Le Corbusier, 1935; Banham, 1969).

Experiencing Difference in the Multicultural City

Shared Spaces, Everyday Practices, and Dynamics of Coexistence in Usera

From the mid-century onwards, these approaches were questioned for their technical reductionism, highlighting the importance of social, perceptual, and relational dimensions of urban space (Lynch, 1960; Jacobs, 1961). While still fundamental, these parameters are now insufficient in the face of contemporary urban complexity.

The increasing social and cultural diversity shows that urban well-being depends on practices, expectations, and cultural codes that influence the perception and use of public space. At the same time, environmental and climatic conditions, marked by increasingly frequent extreme events, require considering comfort as a dynamic, situated, and temporal condition, subject to continuous adaptation (Secchi, Viganò, 2013).

Recent literature thus proposes rethinking urban comfort not as the result of technical performance, but as the outcome of relationships between space, climate, social practices, and urban policies. In this perspective, physical dimensions intertwine with social and cultural ones, framing comfort as a relational and integrative condition, continuously constructed and renegotiated (Viganò, 2020).

Urban comfort thus emerges as the capacity of spaces to accommodate differences, support unexpected uses, and enable forms of coexistence even under proximity and tension. Everyday practices, informal adaptations, and ways of appropriating public space become concrete indicators of this dynamic, revealing how urban well-being is continuously produced, negotiated, and tested.

From Measurable to Relational

Urban comfort can be read as a situated and relational condition, emerging from the co-presence of different identities and the practices that shape public space. Reflection develops on two levels: on one hand, analyzing how comfort emerges or is challenged through everyday practices; on the other, ob-

serving how design choices and institutional narratives can foster inclusion or generate discomfort.

The concept of contact zone (Pratt, 1991) allows us to read urban space as a place where diverse cultures meet and confront each other, sometimes in tension but with the potential to generate new forms of coexistence. The principle of opacity (Glissant, 1990) invites acceptance of the complexity of the other without the need for full comprehension, recognizing everyone’s right not to be reduced to simple categories. Everyday urbanism (Crawford, 1999) emphasizes the decisive role of daily practices compared to top-down projects. The idea of the open city (Sennett, 2018) highlights the ability of urban spaces to remain flexible, adaptive, and porous.

This results in a vision of the city as a hybrid space, where comfort does not equate to the absence of conflict or homogeneity, but to the ability to inhabit complexity. Social plurality becomes a critical resource for rethinking urban design.

Usera: The Neighborhood as a Laboratory of Plurality

Usera, a peripheral district of Madrid, represents an urban context characterized by strong social and cultural plurality and recent transformations of public space. In recent decades, Madrid has experienced an increase in migratory flows (img. 02), accompanied by urban policies that have assigned a central role to public space in the construction of urban well-being, understood in its physical, environmental, and social dimensions. Redevelopment interventions, pedestrianization, green corridors, promotion of collective uses, efficient lighting and street furniture, enhancement of public natural spaces, and priority for non-motorized transit have helped redefine public space as a comfort infrastructure.

Usera has a significant presence of Chinese and Latin American communities, alongside native residents and other minorities. According to the Municipal Register (Padrón) as of January 1, 2021, the district had 142,324 inhabitants, of whom 24.5% were foreign, with 42.1% from the Americas and 32.6% from Asia.

The urban fabric reflects a history of discontinuous growth and successive transformations: compact block areas with narrow streets and limited public spaces coexist with less dense areas, wider streets, large squares, and green spaces. In this context, residential areas, commercial streets, repurposed industrial structures as artistic workshops, and public parks coexist, encouraging daily and intense use of public space (imgg. 05-06).

Field investigations in 2024, based on direct observations, event participation, and interviews, reveal a wide variety of public space practices: tai chi and traditional Chinese dances (img. 01), Latin American folk dances (img. 03), festivals (img. 04), improvised sports and board games (img. 07), informal commerce (img. 08), social moments in bars, and collective celebrations (img. 09), such as Chinese New Year. These activities, concentrated in specific spaces and times, generate overlaps and intense occupancy, contributing to the daily construction of urban well-being. However, comfort is not manifested solely through conviviality. The relationship between Chinese, Latin American, and native populations often shows parallel coexistence rather than real interaction, accompanied by latent conflicts. Some Spanish residents perceive the growth of Chinese commercial activities as a threat to traditional commerce, while members of the Chinese community report stereotypes and instrumentalization, especially related to gentrification processes.

The Madrid Chinatown project, promoted without genuine community involvement, is emblematic: it highlights the multicultural image of the district and attracts investment, but was perceived by Spanish residents as an

imposition and by parts of the Chinese community as economic exploitation. For other Chinese entrepreneurs, it was instead an opportunity for growth.

The Usera case demonstrates that urban comfort is not harmony or consensus, but the capacity of public space to embrace complexity, resist identity simplifications, and remain open to multiple meanings and appropriations (Tébar, 2010).

Shared Spaces, Valued Differences

Public spaces can be understood as contact zones (Pratt, 1991), where differences confront each other and generate new forms of coexistence, albeit not always harmonious. The principle of opacity (Glissant, 1990) highlights that full understanding of the other is not required to share a space: coexistence does not necessitate assimilation or the erasure of differences, but the capacity to live complexity together.

Everyday urbanism shows that urban comfort emerges in markets, courtyards, parks, and commercial streets: ordinary contexts in continuous transformation, privileged scenarios of sociability and belonging (Crawford, 1999). Urban landscapes are also interpreted as non-univocal spaces, capable of accommodating multiple narratives (Di Campli, Gabbianelli, 2022), in line with the open city concept (Sennett, 2018), as a place of interaction rather than a barrier.

The quality of space depends on the possibility of alternating introspection and visibility. Extimité brings the personal sphere into public space, while intimité protects the right to withdraw from the gaze of others (Bianchetti, 2016). This balance redefines comfort as a physical, emotional, and relational dimension.

Urban well-being relies on the ability of spaces to offer degrees of freedom: defined but not rigid places, allowing one to choose whether to participate or remain aside, to observe or interact. This modulation of en-

gagement is an essential component of urban comfort, simultaneously individual and collective experience (Alexander et al., 1977).

Urban Comfort as a Dynamic Process

In multicultural contexts, urban comfort is an open, dynamic, and continuously negotiated process. Urban design must support plurality without crystallizing it, through multifunctional spaces, movable furniture, open surfaces, and flexible management, capable of adapting to multiple uses without rigidity. Comfort thus becomes a political and design challenge: building cities that include without homogenizing, valuing diversity, and recognizing tensions as a resource.

Rethinking the city as a human-centered environment means promoting encounters and communities. Access to open, green, and walkable spaces is not a luxury, but a fundamental urban right, comparable to access to drinking water. Seeing a tree from the window, reaching a park on foot, sitting on a bench, or having playgrounds for children improves quality of life and strengthens the sense of belonging and community.

Squares, markets, and parks become meeting spaces where diversity is not only tolerated but recognized and celebrated. Human-scale urban design, with multilingual signage, multifunctional spaces, and areas for cultural events, can support this process. However, design alone is not enough: social policies promoting inclusion, dialogue, and participation are essential. Without them, even the most carefully designed spaces risk remaining empty (Gehl, 2010).

In conclusion, urban comfort does not equate to homogeneity, but to the ability to coexist. A city that acknowledges plurality and accepts tensions as part of its vitality can transform differences into a shared project, making urban space more lively, open, and resilient.*

Dottorando in Architectural Urban Interior Design, Politecnico di Milano (DAStU). filippolorenzo.balma@polimi.it 01. Individuazione planimetrica delle due aree messe a confronto: centro e zona nord | Plan

Abitare lungo i margini

Inhabiting the Margins This essay investigates comfort as a design paradigm, showing how its spatial and symbolic meaning, which emerged in the modern domestic interior, has extended to contemporary urban space in the form of surveilled and reassuring environments. This often exclusionary vision is questioned through research conducted in North Turin, in the Aurora and Barriera neighbourhoods, where anti-domestic conditions emerge in relation to abandoned sites, informal practices and heterogeneous uses. Considering discomfort as a design resource, the research explores strategies that valorize uncertainty and plurality, drawing on the notions of unheimlich, delinking and opacity. The city thus appears as a complex terrain, where instability becomes opportunity for new forms of coexistence.*

Il contributo indaga il comfort come paradigma progettuale, mostrando come la sua accezione spaziale e simbolica, nata nell’interno domestico moderno, si sia estesa allo spazio urbano contemporaneo sotto forma di ambienti controllati e rassicuranti. Questa visione, spesso escludente, viene problematizzata attraverso una ricerca condotta a Torino Nord, nei quartieri Aurora e Barriera, dove emergono condizioni antidomestiche legate a spazi dismessi, pratiche informali e usi eterogenei. Considerando il discomfort come risorsa progettuale, si esplorano strategie che valorizzano incertezza e pluralità, richiamando le nozioni di unheimlich, delinking e opacità. La città appare così come un terreno complesso, in cui l’instabilità diventa occasione per nuove forme di coesistenza.*

Opacità e pratiche urbane anti-domestiche a Torino Nord

ntroduzione

Il progetto contemporaneo considera spesso il comfort come sinonimo di benessere, qualità spaziale e inclusività, facendone un obiettivo condiviso da progettisti e committenti. Come ricorda Cristina Bianchetti, tuttavia, il comfort rinvia innanzitutto a un desiderio del corpo (Bianchetti, 2016, p. 50): un comfort fisico – uno spazio protetto, sicuro, piacevole ai sensi – e un comfort simbolico – uno spazio consolatorio, in cui identificarsi e riconoscersi (Di Campli, 2010, p. 87; Bianchetti, 2016; Balma, 2023, pp. 14, 26-27).

Questa duplice dimensione trova, a partire dal XIX secolo, il suo laboratorio privilegiato nell’interno domestico, che si afferma come luogo per eccellenza del comfort (Reed, 1996; Evans, 1997, p. 33). Autori come Christopher Reed (1996), Robin Evans (1997), Charles Rice (2007), Pier Vittorio Aureli e Maria Giudici (2016; Dogma, 2022) hanno ampiamente mostrato come il comfort sia un desiderio moderno che, insieme a quello di privacy, ha progressivamente sostituito la ricerca di protezione, calore e intimità tipica della casa premoderna (Reed, 1996; Evans, 1997, p. 33; Balma, 2023, p. 18).

Gli stessi studi – in particolare quelli di Aureli e del collettivo Dogma – evidenziano inoltre come il comfort domestico operi come dispositivo che disciplina e norma relazioni e comportamenti, escludendo corpi non conformi ai modelli abitativi prevalenti. Gli interni si caricano di immagini riconducibili a una precisa matrice culturale ed economicosociale occidentale; farne parte implica il riconoscimento di un’identità condivisa (Reed, 1996; Rice, 2007).

KEYWORDS: DISCOMFORT, OPACITÀ, COESISTENZA | DISCOMFORT, OPACITY, COEXISTENCE

Oggi questa dinamica riguarda anche lo spazio urbano: Antonio Di Campli (2010), Charles Rice (2016) e Cristina Bianchetti (2016; 2020) mostrano come il progetto urbanistico agisca sempre più attraverso forme di interiorizzazione e domesticazione. Richiamando le intuizioni di Walter Benjamin sui passage couvert parigini e le riflessioni di Rice sui progetti di John Portman (Rice, 2016), gli autori osservano che lo spazio pubblico contemporaneo venga spesso costruito come uno “spazio-serra”, climatizzato e controllato, dove

02. La corona industriale e le aree ferroviarie all’interno del territorio della città di Torino. Da notare come nell’area nord della città si concentri gran parte delle aree produttive ora dismesse | The industrial belt and the railway areas within the territory of the city of Turin. Note how most of the disused industrial sites are concentrated in the northern part of the city. Filippo L. Balma

i confini tra interno ed esterno, pubblico e privato, si fanno sfumati (Di Campli, 2010; m2ft architects, 2018; Balma, 2023). Di Campli nota come il progetto della città contemporanea tenda a produrre spazi pubblici trasparenti e “saturi di cultura”, impregnati di ciò che Boris Groys definirebbe “smog culturale” (Di Campli, 2010, p. 15). Questo comfort rassicurante si nutre di immagini e rappresentazioni ritenute culturalmente nostre – almeno apparentemente – ma

In questo quadro, il presente contributo si interroga criticamente sulle contraddizioni del comfort come paradigma progettuale dello spazio urbano. Attraverso una ricerca condotta a Torino Nord nel 2022, si esplora la tensione tra condizioni domestiche e antidomestiche all’interno della città, proponendo il discomfort spaziale non come problema, bensì come opportunità per immaginare nuove forme di coesistenza in territori fragili e marginali.

Oggi lo spazio urbano tende a essere progettato come una serie di interni climatizzati e rassicuranti

che, sempre più spesso, risulta accessibile a segmenti di popolazione ristretti, contribuendo all’esclusione di pratiche abitative minoritarie.

Torino Nord: liminalità e sovrapposizione

L’area nord di Torino – in particolare i quartieri Aurora e Barriera – offre un campo di indagine privilegiato per esplorare logiche progettuali alternative: qui si sovrappongono due dimensioni urbane distinte, che continuano a plasmare il tessuto della città. Queste sono da un lato la città sabauda, ordinata e regolare, riconoscibile nelle aree centrali, dall’altro la città fordista, operaia e indu-

striale, della corona metropolitana, segnata dalle dismissioni produttive e infrastrutturali del secolo scorso (imgg. 01-02).

Nello spazio liminale fra le due città, questa ricerca ritiene possibile sperimentare una possibilità alternativa di spazio pubblico, che rifiuti una visione addomesticata e “confortevole” della città, e che renda progettualmente operative le nozioni di “opacità” di Édouard Glissant (2010) e di “coesistenza/delinking” di Walter Mignolo (2007).

L’uso combinato di analisi cartografiche, statistiche e demografiche, insieme a una ricerca fotografica sul campo, ha permesso di identificare i caratteri principali di queste due dimensioni, sia sul piano morfologico e formale sia su quello sociale1. La prima dimensione, relativa alla Torino centrale, può essere descritta come città domestica: le recenti azioni di pianificazione hanno favorito ambienti climatizzati e rassicuranti, dove la presenza corporea è spesso mediata da attività di consumo di ricchezza o di immagini (Di Campli, 2010), o semplicemente transitoria. Bar, negozi, vetrine trasfor-

mano oggi le piazze del centro in grandi aree commerciali diffuse o attrazioni turistiche (img. 03). Pratiche informali e usi non normati da questa logica resistono prevalentemente nei parchi (ad esempio il Valentino) o in aree liminali – come alcune vie dei quartieri Santa Giulia o San Salvario, dove si trovano centri sociali, associazioni o case di quartiere.

Al contrario, tali condizioni antidomestiche emergono con evidenza nei quartieri Aurora e Barriera: qui pratiche considerate alternative sono più diffuse e la frizione con le forme domestiche del centro ne accentua la visibilità. Le analisi demografiche (età, nazionalità e reddito)2 e, soprattutto, il confronto fra i rilievi fotografici nelle due aree svelano un uso dello spazio più imprevedibile, dove attività proprie della città centrale si sovrappongono a forme meno normate di uso urbano. Si osserva un’appropriazione dello spazio più informale, plurale e liminale, dove si alterna lavoro e loisir, intimità ed esposizione, distanza e prossimità, armonia e conflitto (img. 08).

03. Le due realtà a confronto: Torino centro come “città domestica”. Galleria San Federico, 2022. Foto dal rilievo fotografico | The two realities in comparison: central Turin as a “domestic city”. Galleria San Federico, 2022. Photo from the photographic survey. Filippo L. Balma

04. Torino Nord, i fiumi e i segni della dismissione. Evidenziati in nero: i fiumi (Po, Dora e Stura), Trincerino ed ex Officine Grandi Motori (riquadro sud-ovest), ex scalo Vanchiglia (riquadro sud-est), Trincerone (riquadro nord), Spina 4 (riquadro nord-ovest) | North Turin, the rivers and the traces of deindustrialization. Highlighted in black: the rivers (Po, Dora, and Stura), the Trincerino and former Officine Grandi Motori (southwest frame), the former Vanchiglia freight yard (southeast frame), the Trincerone (north frame), and Spina 4 (northwest frame). Filippo L. Balma

Questo diverso modo di occupare lo spazio si intreccia con un’atmosfera di incertezza e di una morfologia spaziale segnata da vuoti urbani, eredità del passato produttivo. Il tessuto è frammentato ed è proprio in prossimità di queste aree che si concentrano le pratiche informali e di marginalità sociale, comprese situazioni di precarietà estrema (es. homelessness), nonché talora forme di illegalità (es. mercati illeciti).

Discomfort come condizione per la coesistenza

Pur riconoscendo la presenza di situazioni di criticità e di fenomeni illegali (che non si intendono qui idealizzare), la realtà antidomestica di Torino Nord mostra una sorprendente capacità di accogliere la diversità. Sebbene tali luoghi possano apparire insicuri o privi di comfort – soprattutto attraverso uno sguardo occidentale –, essi manifestano vitalità e pratiche urbane meno riscontrabili nei quartieri centrali. Per questo motivo, la ricerca avanza – in chiave volutamente provocatoria – l’ipotesi di interventi progettuali che valoriz-

zino il discomfort nello spazio pubblico, considerandolo occasione di apertura a usi e presenze eterogenee. Così intesi, i quartieri di Aurora e Barriera non sarebbero più da leggersi come margini della città, ma nuove centralità vive, aperte alla coesistenza di comunità e culture diverse.

Per interpretare lo spazio antidomestico la ricerca richiama la nozione freudiana di unheimlich (perturbante) –l’opposto di heimlich (confortevole) –, ripresa nel dibattito architettonico da Anthony Vidler (1992). Secondo Freud, il perturbante non è semplice opposizione al domestico: esso nasce quando l’ambiente familiare diviene inquietante, generando una tensione che Vidler interpreta come risorsa estetica e progettuale (Freud, 1984, p. 57; Vidler, 1992, p. 11). Reinterpretando Vidler, un progetto perturbante dovrebbe presentare alcune qualità operative (Balma, 2023, pp. 75-76): – estraniante: introduce elementi intenzionalmente spaesanti e disorientanti, che interrompono la rassicurazione domestica e favoriscono nuove percezioni dello spazio;

05. Masterplan di progetto. Trasformazione dei segni in interni urbani anti-domestici e amplificazione del carattere di incertezza e interruzione del tessuto tramite processi di forestazione | Project masterplan. Transformation of the traces into anti-domestic urban interiors and amplification of the condition of uncertainty and disruption of the fabric through afforestation processes. Filippo L. Balma

– inclusivo: accoglie conflitti, differenze, l’estraneo, nonché pratiche eterogenee, rifiutando invece modelli esclusivi di appartenenza;

– nomade: favorisce flessibilità funzionale e temporale, attraverso dispositivi e spazi capaci di mutare senza perseguire stasi permanente; – selvatico: sfuma la dicotomia artificiale/naturale e programma condizioni di imprevedibilità non addomesticabili. Come già evidenziato, le situazioni di maggiore antidomesticità si collocano attorno alle grandi cicatrici lasciate dalla dismissione industriale. È proprio a partire dalle aree abbandonate dei tracciati ferroviari – noti come Trincerino e Trincerone – e di alcuni ex complessi produttivi, come le Officine Grandi Motori (OGM) e lo scalo Vanchiglia, nonché da zone di trasformazione più recenti come Spina 43, che si sviluppa la proposta progettuale (img. 04). Questi spazi

raccontano lo stato di incertezza che caratterizza la suddetta porzione di città, dove i processi di riconversione e rigenerazione urbana hanno subito un brusco rallentamento a seguito delle crisi economico-finanziarie degli anni Duemila. Dal punto di vista morfologico, essi presentano tratti ricorrenti: da un lato, l’alternanza tra ambienti introversi e in-

Delinking e opacità aprono a

spazi

ambigui, stratificati e non

pienamente leggibili

cavati di configurazione lineare (soprattutto nei casi di Trincerino e Trincerone) e grandi superfici ampie e lisce (come in Spina 4 e nello scalo Vanchiglia); dall’altro, la presenza diffusa di vegetazione spontanea, capace di riappropriarsi progressivamente di suoli un tempo pesantemente antropizzati.

06. Progetto per il Trincerino. Disegno assonometrico | Project for the Trincerino. Axonometric drawing. Filippo L. Balma

In contrapposizione a un approccio domestico, che tenderebbe a “curare” e normalizzare tali condizioni, la strategia progettuale antidomestica mira ad accentuare i caratteri peculiari – la pluralità sociale, l’incertezza spaziale e la varietà ambientale ed ecologica – assumendoli come risorse progettuali. L’azione si struttura in due direzioni: la riappropriazione di queste aree e la loro estensione (img. 05). Nel primo caso, gli spazi dismessi sono pensati come interni urbani anomali che interrompono la regolarità del tessuto urbano torinese. Si rafforzano i caratteri di introversione delle cavità e di esposizione delle superfici lisce, attraverso un lavoro sul suolo che configura lunghe enfilade di stanze e situazioni. Nel secondo caso, tali interruzioni vengono amplificate da processi di forestazione che accentuano il carattere incerto e anomalo degli interni. A seconda dei contesti, il verde è guidato o lasciato spontaneo al fine di favorire patch vegetali e paesaggi differenti, mutevoli, in continua trasformazione. Per esempio, lungo il Trincerino, si immaginano stanze in se-

domestic to the anti-domestic: conceptual transition by means of speculative renders. Filippo L. Balma

rie con suoli diversificati (pavimentazioni in laterizio, superfici in gomma, prati, specchi d’acqua, distese di sabbia, piastre minerali), proporzioni e altezze variabili (più incassate o esposte), gradi di luminosità differenti (aperte alla luce naturale, buie, in penombra, illuminate artificialmente da lampioni), combinate con patch verdi che dal Trincerino e dall’area OGM si espandono nel tessuto residenziale attraverso selve, frutteti, boscaglie ecc. (img. 06).

Secondo l’ipotesi di questa ricerca, l’alternanza – sia spaziale sia temporale – di situazioni, ambienti e atmosfere trasforma lo spazio urbano in un paesaggio estraniante, imprevedibile, perturbante. Questa varietà di condizioni consente di accogliere pratiche urbane eterogenee e corpi differenti, adoperando dispositivi capaci tanto di produrre distanza quanto di facilitare prossimità. In questa prospettiva, il discomfort non va interpretato come un tratto negativo o respingente, ma una condizione generativa di nuovi modi di abitare la città (img. 07).

07. Dal domestico all’antidomestico: transizione concettuale per mezzo di render speculativi | From the

08. Le due realtà a confronto: Torino Nord come “città antidomestica”. Ponte Domenico Carpanini, 2022. Foto dal rilievo fotografico | The two realities in comparison: North Turin as an “anti-domestic city”. Domenico Carpanini bridge, 2022. Photo from the photographic survey. Filippo L. Balma.

Conclusioni: oltre il comfort, tra delinking e opacità

La lettura critica del comfort, inteso come derivazione di un approccio domestico al progetto, insieme alla proposta di strategie alternative, mette in luce la necessità di disimparare alcune pratiche consolidate nel nostro modo di fare progetto. In questo senso, la riflessione apre, in maniera volutamente provocatoria, a percorsi che possono apparire controintuitivi o persino paradossali.

Attraverso il caso di Torino Nord, la ricerca invita a un ripensamento più ampio sullo spazio urbano, introducendo due concetti teorici: delinking e opacità. La nozione di delinking (Mignolo, 2007) suggerisce un progetto centrato “sulla definizione di pratiche della divergenza di negoziazione di margini, di confini, di zone di contatto” (Di Campli, Gabbianelli, 2022, p. 28). È la ridiscussione di un’idea di uno spazio regolato dalla distinzione binaria pubblico e privato, dall’abitante come soggetto indipendente, dalla centralità della produzione e del consumo (Di Campli, Gabbianelli, 2022, p. 30). Il progetto di delinking diventa riconoscimento di un’ecologia che implica tanto il contatto quanto la distanza, la somiglianza quanto la differenza.

In questo senso, la proposta richiama la nozione di opacità di Glissant, intesa come diritto a non essere pienamente comprensibili, leggibili o assimilabili secondo codici univoci (Glissant, 2010). Applicata al progetto urbano, l’opacità invita a concepire gli spazi come luoghi di stratificazione, ambiguità e molteplicità, capaci di resistere a tentativi di semplificazione totalizzante. I dispositivi ipotizzati per Torino Nord mirano proprio a garantire tale diritto all’opacità, offrendo luoghi aperti al cambiamento, all’incertezza e a presenze non riconducibili a un modello unico.

Assumere discomfort, delinking e opacità come categorie operative significa, in ultima analisi, riconoscere che la città contemporanea non può essere ridotta a immagine rassicurante o a spazio completamente trasparente. Al contrario, essa si configura come terreno complesso e contraddittorio, in cui l’incertezza diventa occasione per immaginare nuove forme di coesistenza, più inclusive e plurali.*

NOTE

1

– Naturalmente, sebbene supportata da dati sia quantitativi che qualitativi, questa suddivisione è da ritenersi una semplificazione, utile a portare avanti l’ipotesi qui presentata. 2 – Per le analisi demografiche sono state considerate le seguenti aree statistiche per Torino centro: Municipio, Palazzo Reale, Palazzo Carignano – Vecchio Ospedale, Piazza San Carlo – Piazza Carlo Felice, Piazza Statuto, Piazza Vittorio Veneto, Corso Cairoli –Piazza Bodoni, Comandi Militari – Stazione Porta Susa, Piazza Madama Cristina, Borgo San Secondo – Stazione Porta Nuova, Borgo Vanchiglia, Vecchia Piazza d’Armi, Piazza Nizza, Crocetta, Ospedale Mauriziano. Mentre per Torino Nord: Borgo Rossini, Borgata Aurora, Cimitero Generale, Borgata Maddalene, Borgata Monterosa, Borgata Montebianco, Regio Parco, Nuova Barriera di Milano. I dati fanno riferimento alle indagini statistiche consultabili più recenti al momento della ricerca: Comune di Torino (2021); Torino-Atlas / Urban Lab (2018).

3 – Con Spina 4 si intende l’ultimo tratto del progetto per la grande Spina Centrale di Torino previsto dal PRG Gregotti-Cagnardi del 1995.

REFERENCES

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– Vidler A. (1992). The Architectural Uncanny: Essays in the Modern Unhomely. Cambridge: MIT Press.

Introduction

Contemporary design often considers comfort synonymous with well-being, spatial quality, and inclusiveness, making it a shared goal for designers and clients. However, as Cristina Bianchetti points out, comfort primarily refers to a desire of the body (Bianchetti, 2016, p. 50): physical comfort – a protected, safe space that is pleasing to the senses – and symbolic comfort – a consolatory space with which to identify and recognize oneself (Di Campli, 2010, p. 87; Bianchetti, 2016; Balma, 2023, pp. 14, 26-27).

Since the 19th century, this dual dimension has found its privileged laboratory in the domestic interior, which has established itself as the place par excellence of comfort (Reed, 1996; Evans, 1997, p. 33). Authors such as Christopher Reed (1996), Robin Evans (1997), Charles Rice (2007), Pier Vittorio Aureli and Maria Giudici (2016; Dogma, 2022) have amply demonstrated how comfort is a modern desire which, together with that of privacy, has progressively replaced the search for protection, warmth and intimacy typical of the pre-modern home (Reed, 1996; Evans, 1997, p. 33; Balma, 2023, p. 18). The same studies – particularly those by Aureli and the Dogma collective – also highlight how domestic comfort acts as a device that regulates and standardizes relationships and behaviors, excluding bodies that do not conform to prevailing housing models. Interiors are charged with images that can be ascribed to a specific Western cultural and socio-economic matrix – being part of this implies the recognition of a shared identity (Reed, 1996; Rice, 2007). Today, this dynamic extends into urban space: Antonio Di Campli (2010), Charles Rice (2016) and Cristina Bianchetti (2016; 2020) show how urban design increasingly acts through forms of interiorisation and domestication. Drawing on Walter Benjamin’s insights on Parisian passages couverts and Rice’s reflections on John Portman’s projects (Rice, 2016), the authors observe that contemporary public space is

Inhabiting the Margins

Opacity and Anti-domestic Urban Practices in North Turin

often constructed as a “greenhouse space”, climatized and controlled, where the boundaries between inside and outside, public and private, become blurred (Di Campli, 2010; m2ft architects, 2018; Balma, 2023).

Di Campli notes how contemporary city design tends to produce transparent public spaces that are “culture-saturated”, imbued with what Boris Groys would call “cultural smog” (Di Campli, 2010, p. 15). This reassuring comfort feeds on images and representations that are considered culturally ours – at least apparently – but which, increasingly often, are accessible only to small segments of the population, contributing to the exclusion of minority inhabiting practices.

In this context, this paper critically examines the contradictions of comfort as a design paradigm for urban space. Based on research conducted in northern Turin in 2022, this study addresses the interplay between domestic and anti-domestic urban conditions, proposing spatial discomfort be interpreted not merely as a problem but as an opportunity to envision new forms of coexistence in fragile and marginal urban territories.

Northern Turin: Liminality and Overlap

The northern area of Turin – in particular the Aurora and Barriera neighbourhoods – offers a privileged field of investigation for exploring alternative design approaches: here, two distinct urban dimensions overlap, continuing to shape the fabric of the city. On the one hand, there is the orderly and regular Savoy city, recognisable in the central areas; on the other, there is the Fordist, working-class and industrial city of the metropolitan crown, marked by the productive and infrastructural dismissals of the last century (imgg. 01-02).

In the liminal space between the two cities, this research considers it possible to experiment with an alternative possibility for public space, one that rejects a domesticated and “comfortable” vision of the city and renders Édouard Glissant’s (2010) notion of “opacity”

and Walter Mignolo’s (2007) “coexistence/delinking” operative through design.

The combined use of cartographic, statistical, and demographic analyses, together with photographic field research, has made it possible to identify the main characteristics of these two dimensions, both morphologically and socially1. The first dimension, related to central Turin, can be described as a “domestic city”: recent planning actions have favored climatised and reassuring environments where bodily presence is often mediated by activities of wealth or image consumption (Di Campli, 2010), or is simply transient. Bars, shops, and restaurants today transform the city center squares into large widespread commercial areas or tourist attractions (img. 03). Informal practices and uses not governed by this logic mainly resist in parks (e.g., Valentino) or in liminal areas – such as some streets in the Santa Giulia or San Salvario neighbourhoods, where there are social centers, associations, or neighbourhood houses.

On the contrary, such anti-domestic conditions clearly emerge in the Aurora and Barriera neighbourhoods: here, practices regarded as “other” are more widespread, and the friction with the domestic forms of the center accentuates their visibility. Demographic analyses (age, nationality, and income)2 and, above all, the comparison of photographic surveys in the two areas reveal a more unpredictable use of space, where activities typical of the central city overlap with less regulated forms of urban use. There is a more informal, plural, and liminal appropriation of space, alternating work and leisure, intimacy and exposure, distance and proximity, harmony and conflict (img. 08).

This different way of occupying space intertwines with an atmosphere of uncertainty and a spatial morphology marked by urban voids, a legacy of the productive past. The fabric is fragmented, and it is precisely near these areas that informal and socially marginal practices concentrate, including situations

of extreme precariousness (e.g., homelessness), as well as sometimes forms of illegality (e.g., illicit markets).

Discomfort as a Condition for Coexistence

While acknowledging the presence of critical situations and illegal phenomena (which are not idealized here), the anti-domestic reality of North Turin demonstrates a surprising capacity to welcome diversity. Although such places may appear unsafe or lacking in comfort – especially through a Western gaze – they exhibit vitality and urban practices less evident in central neighbourhoods. For this reason, the research advances – deliberately provocatively – the hypothesis of design interventions that valorize discomfort in public space, considering it an opportunity for openness to heterogeneous uses and presences. Thus understood, the Aurora and Barriera neighbourhoods would no longer be read as city margins, but as new living centralities open to the coexistence of diverse communities and cultures.

To interpret anti-domestic space, the research draws on the Freudian notion of  unheimlich (uncanny) – the opposite of  heimlich (homely, comfortable) – revived in architectural discourse by Anthony Vidler (1992). For Freud, the uncanny is not merely opposed to the domestic: it arises when the familiar environment becomes unsettling, generating a tension that Vidler interprets as an aesthetic and design resource (Freud, 1984, p. 57; Vidler, 1992, p. 11). Reinterpreting Vidler, an uncanny project should exhibit certain operative qualities (Balma, 2023, pp. 75-76):

– estranging: introducing intentionally disorienting elements that interrupt domestic reassurance and foster new spatial perceptions;

– inclusive: welcoming conflicts, differences, the stranger, and heterogeneous practices, while rejecting exclusive models of belonging;

– nomadic: promoting functional and temporal flexibility through devices and spaces capable of change without pursuing permanent stasis;

– wild: blurring artificial/natural dichotomies and programming untameable unpredictability.

As previously highlighted, the most anti-domestic situations cluster around the major scars left by industrial decommissioning. It is precisely from the abandoned areas of railway tracks – known as  Trincerino and  Trincerone – and former production complexes like the Officine Grandi Motori (OGM) and Vanchiglia freight yard, as well as more recent transformation zones like Spina 43, that the design proposal develops (img. 04). These spaces narrate the state of uncertainty characterizing this portion of the city, where urban reconversion and regeneration processes have abruptly slowed following the economic-financial crises of the 2000s.

Morphologically, they present recurrent traits: on one hand, alternation between introverted, excavated linear configurations (especially in  Trincerino and  Trincerone cases) and vast unprogrammed grounds (as in Spina 4

and Vanchiglia yard); on the other, widespread pioneer vegetation progressively reclaiming once heavily anthropized soils. In opposition to a “domestic” approach that would tend to “cure” and normalize such conditions, the “anti-domestic” design strategy aims to accentuate peculiar characters – social plurality, spatial uncertainty, environmental and ecological variety – assuming them as design resources. The action structures in two directions: reclamation of these areas and their extension (img. 05). In the first case, disused spaces are conceived as anomalous urban interiors interrupting the regularity of Turin’s urban fabric. Introversion of cavities and exposure of smooth surfaces are reinforced through earthwork that configures long enfilades of rooms and situations. In the second case, such interruptions are amplified through a strategic forestation approach that reinforces the interiors’ uncertain and anomalous character. Depending on contexts, the vegetal structure is guided or left spontaneous to favor vegetal patches and mutable, ever-transforming landscapes. For example, along the  Trincerino, series of rooms are imagined with varied surfaces (brick pavements, rubber flooring, lawns, water mirrors, sand expanses, mineral slabs), variable proportions and heights (more recessed or exposed), different levels of lighting (open to natural light, dark, in penumbra, illuminated by street lamps), combined with green patches that spread from the  Trincerino and the OGM area into the residential fabric through woodlands, orchards, thickets, etc. (img. 06).

According to this research’s hypothesis, the spatial and temporal alternation of situations, environments, and atmospheres transforms urban space into an estranging, unpredictable, uncanny landscape. This variety of conditions enables accommodating heterogeneous urban practices and diverse bodies, employing devices capable of producing distance as much as facilitating proximity. In this perspective, discomfort should not be interpreted as a negative or repellent trait, but as a generative condition for new ways of inhabiting the city (img. 07).

Conclusions: beyond Comfort, between Delinking and Opacity

A critical reading of comfort, understood as a derivative of a domestic approach to design, along with the proposal of alternative strategies, outlines the need to unlearn some entrenched practices in our design methodologies. In this sense, the reflection provocatively opens paths that may seem counterintuitive or even paradoxical.

Through the case of North Turin, the research calls for a broader reconsideration of urban space, introducing two theoretical concepts: delinking and opacity. The notion of delinking (Mignolo, 2007) suggests a design centered “on defining practices of divergence, negotiation of margins, boundaries, and zones of contact” (Di Campli and Gabbianelli, 2022, p. 28). It is a rethinking of space beyond the binary public/ private distinction, beyond the inhabitant as an

independent subject, and beyond the centrality of production and consumption (Di Campli and Gabbianelli, 2022, p. 30). The project of delinking becomes the recognition of an ecology embracing both contact and distance, similarity and difference.

In this context, the proposal invokes Glissant’s notion of opacity, understood as the right not to be fully comprehensible, legible, or assimilable according to a single code (Glissant, 2010). Applied to urban design, opacity invites conceiving spaces as places of stratification, ambiguity, and multiplicity, capable of resisting totalizing simplifications. The devices hypothesized for North Turin aim precisely to guarantee this right to opacity, offering places open to change, uncertainty, and presences that cannot be reduced to a single model.

Adopting discomfort, delinking, and opacity as operative categories ultimately means acknowledging that the contemporary city cannot be reduced to a reassuring image or a fully transparent space. On the contrary, it is configured as a complex and contradictory terrain where uncertainty becomes an opportunity to imagine new forms of coexistence that are more inclusive and plural.*

NOTES

1 – Naturally, although supported by both quantitative and qualitative data, this division should be considered a simplification, useful for advancing the hypothesis presented here.

2 – For demographic analyses, the following statistical areas for central Turin were considered: Municipio, Palazzo Reale, Palazzo Carignano – Vecchio Ospedale, Piazza San Carlo – Piazza Carlo Felice, Piazza Statuto, Piazza Vittorio Veneto, Corso Cairoli – Piazza Bodoni, Comandi Militari – Stazione Porta Susa, Piazza Madama Cristina, Borgo San Secondo – Stazione Porta Nuova, Borgo Vanchiglia, Vecchia Piazza d’Armi, Piazza Nizza, Crocetta, Ospedale Mauriziano. While for North Turin: Borgo Rossini, Borgata Aurora, Cimitero Generale, Borgata Maddalene, Borgata Monterosa, Borgata Montebianco, Regio Parco, Nuova Barriera di Milano. The data refer to the most recent statistical surveys available at the time of research: Comune di Torino (2021); Torino-Atlas / Urban Lab (2018).

3 – Spina 4 refers to the final stretch of the Grande Spina Centrale project planned by the 1995 Gregotti-Cagnardi PRG.

Dottorando in Architettura, arti e pianificazione, Università degli Studi di Palermo. samuele.morvillo@unipa.it

I Living Lab Rurali, tra sperimentazione e cooperazione

01. Prototipazione in scala di una SEAT 600 | Scale prototype of a SEAT 600. Madrid Rural Lab, 2025

Rural Living Labs: Experimentation and Cooperation This paper examines how Rural Living Labs can operate as devices of comfort in territories of discomfort, understood as an enabling condition for learning, cooperation, and production in safe settings. The case of the Madrid Rural Lab, a polycentric network with local facilitators and a digital platform, deployed in Chinchón, San Martín de Valdeiglesias, and Venturada shows how governance, practices, and programming activate lightweight spaces capable of generating relational, educational, and productive ecologies. The observed outcomes concern trust, skills, and collaboration, and point to metrics and stable agreements to integrate Living Labs into territorial strategies of generative welfare and project-based democracy.*

Il contributo analizza come i Living Lab Rurali possano operare come dispositivi di comfort nei territori del discomfort, inteso come condizione abilitante per apprendere, cooperare e produrre in sicurezza. Il caso del Madrid Rural Lab, rete policentrica con facilitatori locali e piattaforma digitale, articolata a Chinchón, San Martín de Valdeiglesias e Venturada, mostra come governance, pratiche e programmazione attivino spazi leggeri capaci di generare ecologie relazionali, educative e produttive. Gli esiti osservati riguardano fiducia, competenze e collaborazione e suggeriscono metriche e accordi stabili per integrare i Living Lab nelle strategie territoriali di welfare generativo e democrazia progettuale.*

Il caso del Madrid Rural Lab

Introduzione

L’attuale riflessione sul ruolo delle aree interne in Europa si inserisce in un contesto segnato da decenni di scelte politiche che, attraverso processi di razionalizzazione della spesa pubblica, hanno contribuito al progressivo indebolimento dei territori rurali, dei piccoli centri e dei comuni montani. L’accentramento delle infrastrutture e dei servizi nei poli metropolitani ha accelerato dinamiche di spopolamento, deindustrializzazione e impoverimento del capitale sociale nei territori periferici, contribuendo alla nascita di uno squilibrio strutturale che oggi potremmo chiamare “discomfort sistemico” (Tantillo, 2023). Tale condizione si manifesta attraverso la rarefazione dei servizi essenziali, la crescente distanza tra abitanti e istituzioni, il declino demografico e una percezione diffusa di marginalità geografica e progettuale. È in questo scenario che si colloca il dibattito sui Living Lab come ecosistemi di innovazione capaci di attivare nuove possibilità per questi territori, ecosistemi nati inizialmente come modelli per l’open innovation nel contesto urbano e tecnologico, i Living Lab si sono evoluti fino a diventare infrastrutture sociali orientate alla sperimentazione, alla cocreazione e alla produzione di valore pubblico condiviso (Manzini, 2023). Osservando la letteratura sui Living Lab si afferma che questi ecosistemi/dispositivi possono fungere da interfacce tra politiche pubbliche, attori locali e processi di apprendimento collettivo, diventando strumenti per rafforzare la coesione territoriale, stimolare l’empowerment e promuovere nuovi paradigmi di sviluppo (Dube, 2014).

KEYWORDS: LIVING LAB; CO-DESIGN; OPEN INNOVATION

L’introduzione del concetto di Living Lab Rurale, mira a livello strategico a risponde all’esigenza di dotare i territori fragili di infrastrutture leggere ma ad alto impatto, capaci di sostenere processi di innovazione endogena e duratura, stimolando la collaborazione tra attori locali e la nascita possibile di nuove pratiche. Da questa riflessione, l’idea di comfort assume un significato specifico ovvero, non si tratta della semplice assenza di ostacoli o difficoltà, ma della costruzione intenzionale di contesti in cui le persone pos-

sano apprendere, cooperare, progettare e sperimentare in condizioni di sicurezza, fiducia e legittimazione reciproca. Il comfort in ambito territoriale va quindi inteso come un ecosistema relazionale e operativo che abilita nuove possibilità di azione e nuove forme di abitabilità. Questo contributo racconta una fase di studio e ricerca dottorale all’estero, ed esplora la capacità dei Living Lab Rurali di generare comfort in territori segnati da condizioni di discomfort, indagando il caso studio del Madrid Rural Lab, un progetto diffuso sviluppato nella Comunidad de Madrid e articolato nei tre centri di Chinchón, San Martín de Valdeiglesias e Venturada. Nei tre contesti periferici assunti come riferimento empirico emergono criticità che rendono osservabile la pressione metropolitana di Madrid su servizi, lavoro e mobilità. Chinchón e San Martín de Valdeiglesias mostrano un profilo di invecchiamento superiore alla media regionale, con una struttura residenziale che evidenzia una forte componente di abitazioni non principali, di circa 45,01% e 45,04%, tipica di territori in cui turismo e seconde case convivono con fragilità di permanenza e accesso ai servizi quotidiani (Instituto de Estadística de la Comunidad de Madrid, 2025). Da segnalare che in tutti e tre i comuni risultano pari a zero le stazioni per fermate dei servizi ferroviari suburbani spagnoli che collegano a grandi città, elemento che accentua l’uso

evidenzia una copertura disomogenea, ad esempio Chinchón con zero centri di salute per 10mila abitanti e Venturada con zero, coerente con l’impostazione regionale che identifica trasporto, sanità, istruzione e connettività digitale come leve per evitare rarefazione e squilibri territoriali nelle aree meno popolate (Comunidad de Madrid, 2023).

Dalle linee guida europee al caso MRL: Living Lab Rurali e comfort territoriale

Emergono criticità che rendono

dell’auto e il pendolarismo su gomma verso poli metropolitani per lavoro, studio e prestazioni specialistiche (Instituto de Estadística de la Comunidad de Madrid, 2025). Sul piano dei servizi di prossimità, la distribuzione dei presidi sanitari

L’indagine propone un modello che applica linee guida europee per la riattivazione delle aree interne e, in chiave papanekiana, richiama l’urgenza di progettare per popolazioni che ancora oggi sperimentano carenze di servizi e opportunità a seguito di scelte accentrate e razionalizzazioni della spesa; mentre nei centri urbani si concentra l’offerta, periferie, territori rurali e aree interne registrano rarefazione di servizi, cali demografici e perdita di capitale culturale, con effetti rilevanti sulla qualità della vita e sulla capacità di immaginare futuro (Papanek, 1971). Da questo quadro discendono strategie orientate a collaborazione e innovazione sociale che promuovono luoghi dedicati alla sperimentazione progettuale e al lavoro con le comunità; gli ecosistemi di tipo Living Lab, declinati nei contesti rurali come Living Lab Rurali, rispondono a tale orientamento offrendo spazi attrezzati, programmi educativi, dispositivi di prototipazione digitale e pratiche di coprogettazione in grado di rafforzare prossimità, fiducia e cooperazione. In questo contributo il comfort viene assunto in senso operativo come condizione abilitante in cui persone, istituzioni e reti produttive dispongono di spazi sicuri, servizi e opportunità per apprendere, cooperare e prototipare nuovi servizi e prodotti; una condizione valutabile attraverso indicatori come qualità delle relazioni, accesso a saperi e attrezzature, fiducia reciproca e riconoscimento comunitario dello spazio (Manzini, 2021). Tale condizione, spesso carente nelle

aree interne, diventa tangibile grazie alla presenza di laboratori che articolano governance territoriale, programmi di formazione, supporto tecnico e accompagnamento ai progetti, rendendo visibili processi e risultati attraverso piattaforme digitali trasparenti. Il caso assunto come riferimento è il Madrid Rural Lab (MRL), coordinati da una regia comune e sostenuti da una piattaforma digitale che opera come touchpoint e channel per informazione, prenotazione e tracciabilità. Il sito istituzionale rende leggibili struttura, attività e opportunità, rafforzando trasparenza e accountability, mentre il policentrismo della rete favorisce scambio di competenze, sviluppo di progetti differenziati e benefici incrociati tra i tre territori. La cooperazione tra comuni, GAL, scuole, artigiani e reti produttive locali configura il MRL come un’infrastruttura di open innovation e open data capace di generare valore collettivo, l’ecosistema integra facilitatori residenti con profilo tecnico e sociale, consulenze strategiche per programmazione e bandi, e un disegno organizzativo orientato alla continuità delle pratiche oltre i singoli finanziamenti. In altri contesti, iniziative analoghe hanno mostrato esiti discontinui per carenze gestionali e debolezze di sostenibilità; l’esperienza MRL, al contrario, indica una traiettoria di consolidamento grazie all’allineamento tra vocazioni locali, dotazioni tecniche, programmi educativi e regia multilivello. In questo orizzonte, l’articolo esplicita obiettivi e destinatari: offrire a decisori pubblici, Gruppi di Azione Locale (GAL), amministrazioni locali, scuole, reti artigiane e makers una lettura strutturata del modello MRL come infrastruttura civica replicabile, chiarendo presupposti, condizioni abilitanti

e metriche qualitative per valutarne impatto e trasferibilità nei territori interni europei.

Architettura operativa e pratiche del Madrid Rural Lab Il Madrid Rural Lab si configura come un’infrastruttura policentrica con regia centrale e tre cellule territoriali coordinate, ciascuna affidata a un facilitatore che opera da insider e media tra amministrazioni, comunità e reti produttive; la regia assicura l’allineamento strategico fra i nodi, pianifica il calendario condiviso, costruisce e governa le partnership con i GAL e i soggetti consulenziali, presidia qualità, monitoraggio e rendicontazione, mantenendo coerenza e tracciabilità attraverso procedure operative, format replicabili e una piattaforma digitale unica per informazione e prenotazioni, mentre l’accesso per i cittadini resta in genere gratuito grazie alla copertura garantita dal sistema dei GAL della Comunidad de Madrid, con ARACOVE tra i promotori, e da programmi europei per l’innovazione sociale nelle aree rurali; la configurazione degli spazi segue una logica di “franchising sociale”, con un layout riconoscibile declinato nei tre comuni in quattro ambienti funzionali, vale a dire una meeting room per accoglienza, orientamento ed eventi, una learning room per alfabetizzazione digitale, robotica educativa e disegno 2D e 3D, una making room per fabbricazione e prototipazione con macchine condivise e una thinking room per riflessione, revisione e pianificazione, dotati di stampanti 3D FDM e SLA, laser CO2, piccola CNC per legno e compositi, kit di robotica, postazioni di programmazione, risorse per attività in metaverso e attrezzature di finitura, organizzate in sequenze

02. Workshop e intervista al Madrid Rural Lab | Workshop and interview at Madrid Rural Lab. S. Morvillo e Madridrurallab_chinchon

di attività definite e condivise, con indicazione di ruoli, ordine e strumentazione, e con procedure di sicurezza. Tra i tre nodi, Chinchón Lab Matadero è stato analizzato in modo intensivo per la capacità di intrecciare formazione tecnica, produzione artigianale e facilitazione comunitaria in continuità con la cultura dei FabLab, poiché l’accessibilità della sede, la gratuità d’uso e un canale digitale unico riducono le barriere d’ingresso, mentre il facilitatore prende in carico la domanda, orienta, coprogetta i passi successivi e rimane referente stabile, assicurando continuità e trasparenza; l’intervista a Kris Kopacz ha messo in evidenza un profilo ibrido maker e project manager, con competenze in gestione di comunità, coordinamento di laboratori e networking maturate in contesti affini, utile a leggere i bisogni locali, tradurli in iniziative pertinenti e accompagnare artigiani, scuole, associazioni e cittadini in cicli brevi di apprendimento e produzione, attivando percorsi in cui le botteghe, sostenute sul piano tecnico e organizzativo, aggiornano pratiche e linguaggi anche in presenza di dinamiche demografiche sfavorevoli (img. 01). In questo quadro, la programmazione ha incluso diverse attività: moduli di disegno 2D e taglio vinile, percorsi di additive manufacturing e STEM con gli istituti del comprensorio, sessioni sugli strumenti musicali che integrano taglio laser e produzione additiva in dialogo con la liuteria locale, e infine iniziative a elevata attrattività come la F1 in Schools, dedicata alla progettazione CAD e al test aerodinamico di una macchina F1 in scala; la partecipazione si è estesa fino all’area metropolitana, così che il laboratorio si è configurato come dispositivo di comfort (Brown, 2008) nei territori del discomfort, inteso come possibilità effettiva e socialmente riconosciuta di apprendere, cooperare e prototipare in modo sicuro, con esiti tangibili utili alla vita quotidiana e ai processi produttivi (img. 02).

Risultati e discussione

L’osservazione del Madrid Rural Lab mostra che un Living Lab Rurale (Joore et al., 2025) genera “comfort contestuale” quando la prossimità operativa, la mediazione socio-tecni-

ca e la trasparenza dei processi si combinano in cicli brevi di apprendimento e produzione che spostano l’attenzione dall’erogazione di attrezzature alla possibilità socialmente legittimata di usarle, sperimentare e fallire in sicurezza; in questo quadro, il facilitatore come referente stabile traduce domande eterogenee in percorsi condivisi e consolida pratiche di coprogettazione (Dell’Era, Landoni, 2014). La creazione di un assetto operativo comune, supportato da canali digitali come la piattaforma web, riduce le barriere d’accesso e rende tracciabili le interazioni, creando le condizioni per passare dall’esperimento al servizio e per allineare la sperimentazione con strumenti di programmazione pubblica orientati alla evoluzione dell’erogazione dei servizi, con scelte e azioni condivise con i cittadini nelle aree fragili. La rete policentrica agisce inoltre come “orchestratore” territoriale, integrando attori della quadrupla elica (amministrazioni pubbliche, imprese, università e comunità locali) e verificando, progetto per progetto, la compatibilità tra vocazioni locali, dotazioni tecniche e opportunità di sviluppo, con effetti osservabili su collaborazione ripetuta, riuso di conoscenze e apertura di canali tra scuole, botteghe e amministrazioni (Fauth et al., 2024). In termini valutativi, la costruzione di nuove ecologie relazionali, educative e produttive risulta leggibile attraverso indicatori di cocreatività che rilevano progressione di competenze, qualità delle connessioni e capacità di generare esiti tangibili riutilizzabili nella vita quotidiana e nei processi produttivi, offrendo una base per monitorare valore pubblico senza imporre griglie prescrittive (Massari et al., 2023). Restano tensioni da gestire come la dipendenza da finestre di finanziamento, l’attecchimento diseguale tra territori e la centralità di figure chiave; le mitigazioni praticabili includono documentazione sistematica dei processi, piani di sostituzione e formazione dei facilitatori, integrazione del laboratorio nei dispositivi regionali dell’innovazione e adozione di un set minimo di metriche condivise con le amministrazioni. In questa prospettiva, il Living Lab non è solo una piattaforma di sperimentazione ma una componente stabile di strategia territoriale, capace di

03. Additive Manufacturing lab. Madridrurallab_chinchon sostenere welfare generativo e una democrazia progettuale calibrata sulle specificità dei contesti rurali.

Conclusioni

Le evidenze raccolte indicano che un Living Lab Rurale può agire come dispositivo di comfort contestuale quando integra governance policentrica, facilitazione competente e trasparenza operativa in filiere di apprendimento e produzione radicate nei luoghi. Nel caso osservato, il laboratorio non sostituisce servizi mancanti, ma costruisce condizioni di possibilità: riconoscimento sociale dello spazio, accesso effettivo a risorse tecniche, accompagnamento leggero e continuità delle relazioni. Da qui discendono tre implicazioni: la prima è che, sul piano progettuale, il comfort non è un output standard ma una qualità situata che emerge dall’allineamento tra vocazioni locali, dotazioni e pratiche; ciò richiede un design dei servizi capace di orchestrare cicli brevi, documentare gli esiti e rendere trasferibili procedure e apprendimenti. In secondo luogo, sul piano delle politiche, i Living Lab vanno inquadrati come infrastrutture civiche leggere con orizzonte pluriennale, con accordi tra amministrazioni e GAL che assicurino manutenzione organizzativa e apertura dei dati, così da connettere sperimentazioni e programmazione ordinaria. Infine, sul piano valutativo, è utile adottare un set minimo di metriche che renda visibile progressione delle competenze, riuso delle attrezzature, densità e qualità delle connessioni, esiti tangibili per scuola, botteghe e microimprese. Restano margini di rischio legati alla dipendenza da bandi e da figure chiave, mitigabili con piani di sostituzione, formazione dei

facilitatori e governance condivisa. In questa prospettiva, il Living Lab Rurale non è un dispositivo sporadico ma una componente di strategia territoriale orientata a un welfare generativo, e di democrazia progettuale capace di trasformare territori del discomfort in contesti abitabili, creando ecosistemi di facilitazione e accelerazione dei saperi, innescando cosi nuove opportunità e generando pratiche collaborative e adattive.*

REFERENCES

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– Tantillo F. (2023). L’Italia vuota: Viaggio nelle aree interne. Roma-Bari: Laterza.

Introduction

The current reflection on the role of inner areas in Europe is situated within a context shaped by decades of policy choices which, through processes of rationalizing public expenditure, have contributed to the gradual weakening of rural territories, small towns, and mountain municipalities. The concentration of infrastructure and services within metropolitan hubs has accelerated dynamics of depopulation, deindustrialization, and the erosion of social capital in peripheral territories, contributing to the emergence of a structural imbalance that may today be described as “systemic discomfort” (Tantillo, 2023). This condition manifests through the thinning out of essential services, the growing distance between inhabitants and institutions, demographic decline, and a widespread perception of geographical and project-related marginality. It is within this scenario that the debate on Living Labs as innovation ecosystems capable of activating new possibilities for these territories takes shape; initially conceived as models for open innovation in urban and technological contexts, Living Labs have evolved into social infrastructures oriented towards experimentation, co-creation, and the production of shared public value (Manzini, 2023). A review of the literature on Living Labs suggests that these ecosystems/ devices can function as interfaces between public policies, local actors, and processes of collective learning, becoming instruments to strengthen territorial cohesion, foster empowerment, and promote new development paradigms (Dube, 2014). The introduction of the concept of the Rural Living Lab aims, at a strategic level, to respond to the need to equip fragile territories with light yet highimpact infrastructures, capable of supporting endogenous and long-lasting innovation processes, while stimulating collaboration among local actors and the potential emergence of new practices. From this perspective, the idea of “comfort” takes on a specific meaning; it does not refer to the simple absence of obstacles or difficulties, but rather to the

Rural Living Labs: Experimentation and Cooperation

The Case Studies of the Madrid Rural Lab

intentional construction of contexts in which people can learn, cooperate, design, and experiment under conditions of safety, trust, and mutual legitimation. Territorial comfort should therefore be understood as a relational and operational ecosystem that enables new possibilities for action and new forms of habitability. This contribution describes a phase of doctoral study and research carried out abroad, and explores the capacity of Rural Living Labs to generate comfort in territories marked by conditions of discomfort, by investigating the case study of Madrid Rural Lab (MRL), a distributed project developed in the Comunidad de Madrid and articulated across the three centers of Chinchón, San Martín de Valdeiglesias, and Venturada. Within the three peripheral contexts taken as an empirical reference, critical issues emerge that make the metropolitan pressure of Madrid on services, employment, and mobility observable. Chinchón and San Martín de Valdeiglesias display an ageing profile above the regional average, with a residential structure characterized by a strong share of nonprimary dwellings, approximately 45,01% and 45,04%, typical of territories in which tourism and second homes coexist with fragilities in permanence and access to everyday services (Instituto de Estadística de la Comunidad de Madrid, 2025). It should be noted that, in all three municipalities, the number of stations serving Spanish suburban rail services connecting to large cities is zero, a factor that intensifies car dependence and road-based commuting towards metropolitan hubs for work, study, and specialized services (Instituto de Estadística de la Comunidad de Madrid, 2025). In terms of proximity services, the distribution of healthcare facilities indicates uneven coverage; for instance, Chinchón has 0 health centers per 10,000 inhabitants and Venturada also has 0, consistent with the regional approach that identifies transport, healthcare, education, and digital connectivity as levers to prevent service thinning and territorial imbalances in less populated areas (Comunidad de Madrid, 2023).

From European Guidelines to the MRL Case: Rural Living Labs and Territorial Comfort

The study proposes a model that applies European guidelines for the reactivation of inner areas and, in a Papanekian perspective, recalls the urgency of designing for populations that still experience shortages of services and opportunities as a result of centralizing choices and expenditure rationalizations; while supply concentrates in urban centers, peripheral areas, rural territories, and inner areas register a thinning out of services, demographic decline, and a loss of cultural capital, with significant effects on quality of life and on the capacity to imagine the future (Papanek, 1971). From this framework derive strategies oriented towards collaboration and social innovation that promote places dedicated to design experimentation and work with communities; Living Labtype ecosystems, articulated in rural contexts as Rural Living Labs, respond to this orientation by offering equipped spaces, educational programmes, digital prototyping devices, and co-design practices capable of strengthening proximity, trust, and cooperation. In this contribution, comfort is understood in an operational sense as an enabling condition in which people, institutions, and productive networks have access to safe spaces, services, and opportunities to learn, cooperate, and prototype new services and products; a condition that can be assessed through indicators such as the quality of relationships, access to knowledge and equipment, mutual trust, and community recognition of the space (Manzini, 2021). This condition, often lacking in inner areas, becomes tangible through the presence of laboratories that articulate territorial governance, training programmes, technical support, and project accompaniment, making processes and outcomes visible through transparent digital platforms. The case taken as a reference is the Madrid Rural Lab, coordinated through a shared steering structure and supported by a digital platform that operates as a touchpoint and channel for information, booking, and traceability. The institutional website makes the structure, activities, and

opportunities legible, strengthening transparency and accountability, while the polycentrism of the network fosters the exchange of competences, the development of differentiated projects, and cross-benefits among the three territories. Cooperation among municipalities, LAGs, schools, artisans, and local productive networks configures MRL as an open innovation and open data infrastructure capable of generating collective value; the ecosystem integrates resident facilitators with both technical and social profiles, strategic consultancy for programming and calls, and an organizational design oriented towards the continuity of practices beyond individual funding streams. In other contexts, analogous initiatives have shown discontinuous outcomes due to managerial shortcomings and weaknesses in sustainability; the MRL experience, by contrast, indicates a trajectory of consolidation thanks to the alignment between local vocations, technical endowments, educational programmes, and multi-level steering. Within this horizon, the article makes explicit its objectives and intended audiences: to offer decision-makers, LAGs, local administrations, schools, artisan and maker networks a structured reading of the MRL model as a replicable civic infrastructure, clarifying assumptions, enabling conditions, and qualitative metrics to assess its impact and transferability within European inner territories.

Operational Architecture and Practices of Madrid Rural Lab Madrid Rural Lab is configured as a polycentric infrastructure with a central steering body and three coordinated territorial cells, each entrusted to a facilitator who operates as an insider and mediates between administrations, communities, and productive networks; the steering body ensures strategic alignment among the nodes, plans the shared calendar, builds and governs partnerships with Local Action Groups and consultancy actors, oversees quality, monitoring, and reporting, and maintains coherence and traceability through operational procedures, replicable templates, and a single digital platform for information and bookings, while access for citizens generally remains free thanks to coverage ensured by the Local Action Group system of the Comunidad de Madrid, with ARACOVE among the promoters, and by European programmes for innovation, social innovation in rural areas; the spatial configuration follows a “social franchising” logic, with a recognisable layout articulated across the three municipalities into four functional environments, namely a Meeting Room for welcome, orientation, and events, a Learning Room for digital literacy, educational robotics, and 2D and 3D design, a Making Room for fabrication and prototyping with shared machines, and a Thinking Room for reflection, review, and planning, equipped with FDM and SLA 3D printers, CO2 laser, a small CNC for wood and composites, robotics kits, programming workstations, resources for metaverse activities, and finishing equipment, organized in explicit workflows with safety procedures; among the three nodes,

Chinchón Lab Matadero was analyzed intensively for its capacity to interweave technical training, artisanal production, and community facilitation in continuity with fablab culture, since the accessibility of the venue, free-ofcharge use, and a single digital channel reduce barriers to entry, while the facilitator takes charge of demand, provides orientation, codesigns subsequent steps, and remains a stable point of reference, ensuring continuity and transparency; the interview with Kris Kopacz highlighted a hybrid maker and project manager profile, with competences in community management, laboratory coordination, and networking developed in comparable contexts, which is useful for reading local needs, translating them into relevant initiatives, and accompanying artisans, schools, associations, and citizens through short cycles of learning and production, activating pathways in which workshops, supported at technical and organizational levels, update practices and languages even in the presence of unfavorable demographic dynamics (img. 01). Within this framework, programming ranged from 2D design and vinyl cutting modules to additive manufacturing and STEM pathways with institutes across the district, including cycles on musical instruments that integrate laser cutting and additive production in dialogue with local luthiery, and highly attractive initiatives such as F1 in Schools dedicated to CAD design and scaled aerodynamic testing, with participation extending as far as the metropolitan area, such that the laboratory is configured as a “comfort” device (Brown, M.2008) within territories of “discomfort”, understood as the effective and socially recognized possibility to learn, cooperate, and prototype safely, with tangible outcomes useful to everyday life and productive processes (img. 02).

Results and Discussion

Observation of Madrid Rural Lab shows that a Rural Living Lab (Joore et al., 2025) generates “contextual comfort” when operational proximity, socio-technical mediation, and process transparency combine within short cycles of learning and production that shift attention from the provision of equipment to the socially legitimized possibility of using it, experimenting, and failing safely; within this framework, the facilitator, as a stable point of reference, translates heterogeneous demands into shared pathways and consolidates situated co-design practices (Dell’Era and Landoni, 2014). The light standardization of spaces, procedures, and the digital channel lowers access barriers and renders interactions traceable, creating the conditions to move from experiment to service and to align experimentation with public planning instruments oriented towards modernizing service delivery in fragile areas. The polycentric network also acts as a territorial “orchestrator”, integrating quadruple-helix actors and verifying, project by project, the compatibility between local vocations, technical endowments, and development opportunities, with observable effects on repeated collaboration, knowledge reuse, and the opening of channels between schools,

workshops, and administrations (Fauth et al., 2024). From an evaluative perspective, the construction of new relational, educational, and productive ecologies becomes legible through co-creativity indicators that capture skills progression, the quality of connections, and the capacity to generate tangible outcomes reusable in everyday life and productive processes, providing a basis for monitoring public value without imposing prescriptive grids (Massari et al., 2023). Tensions remain to be managed, such as dependence on funding windows, uneven uptake across territories, and the centrality of key figures; practicable mitigations include systematic documentation of processes, succession and training plans for facilitators, integration of the laboratory into regional innovation arrangements, and the adoption of a minimal set of metrics shared with administrations. From this perspective, the Living Lab is not only a platform for experimentation but a stable component of territorial strategy, capable of supporting generative welfare and a form of design democracy calibrated to the specificities of rural contexts.

Conclusions

The evidence collected indicates that a Rural Living Lab can operate as a device of contextual comfort when it integrates polycentric governance, competent facilitation, and operational transparency within place-rooted chains of learning and production. In the observed case, the laboratory does not replace missing services, but constructs conditions of possibility: social recognition of the space, effective access to technical resources, light-touch accompaniment, and continuity of relationships. Three implications follow from this. First, at the design level, comfort is not a standardized output but a situated quality that emerges from the alignment between local vocations, endowments, and practices; this calls for service design capable of orchestrating short cycles, documenting outcomes, and making procedures and learnings transferable. Second, at the policy level, Living Labs should be framed as light civic infrastructures with a multi-year horizon, supported by agreements between administrations and LAGs that ensure organizational maintenance and data openness, thereby connecting experimentation with ordinary planning. Third, at the evaluative level, it is useful to adopt a minimal set of metrics that makes visible skills progression, reuse of equipment, the density and quality of connections, and tangible outcomes for schools, workshops, and micro-enterprises. Risk margins remain related to dependence on calls and on key figures, which can be mitigated through succession plans, facilitator training, and shared governance. From this perspective, the Rural Living Lab is not an episodic device, but a component of territorial strategy oriented towards generative welfare and design democracy, capable of transforming territories of discomfort into habitable contexts, creating ecosystems of facilitation and knowledge acceleration, thereby triggering new opportunities and generating collaborative and adaptive practices.*

Luca Esposito PhD in Filosofia dell’interno architettonico e docente a contratto in architettura degli interni, DiARC, Università degli Studi di Napoli Federico II. luca.esposito@unina.it

Accogliere le incertezze

01. Modello 10K House, 2023 | Model 10K House, 2023. M. Luzárraga + A. Muiño

Welcome Uncertainties Comfort, understood as a subjective and phenomenological condition, emerges as a relational device between body and space, rooted in the lived experience of dwelling. From the domestic interior, architecture becomes a critical site for a liquid, unstable comfort, responsive to queer, environmental, and morethan-human concerns. The 10K House project by Takk demonstrates how adaptive spatial devices can redefine contemporary dwelling as a political, ethical, and poetic act – where the comfort zone is no longer a technical standard, but a subjective space of resistance and belonging.*

Il comfort, inteso come condizione soggettiva e fenomenologica, si configura quale dispositivo relazionale tra corpo e spazio, radicandosi nell’esperienza dell’abitare. A partire dal domestico, l’interno architettonico si fa luogo critico di emersione di un comfort liquido, instabile, sensibile a istanze queer, ambientali e more-than-human. Il progetto 10K House dello studio Takk mostra come, attraverso dispositivi spaziali adattivi, sia possibile ripensare l’abitare contemporaneo come gesto politico, etico e poetico, dove la zona di comfort non è più standard tecnico ma spazio soggettivo di resistenza e appartenenza.*

Abitare lo spazio domestico tra percezione e adattamento

remessa epistemologica: abitare il comfort

Sia che si preferisca la pronuncia derivante dall’inglese còmfort o confòrt1 di origine francese, si fa riferimento a una sensazione soggettiva di pertinenza di chi agisce e fa esperienza dell’abitare, che il fruitore – nel ruolo di percipiente – desume dall’ambiente in cui abita. Questo livello di benessere – o condizione di comodità – è parte dell’ambiente architettonico, ma soprattutto della sua più intima parte, ovvero l’interno architettonico che, per misura e prossimità, è maggiormente in contatto con il corpo di chi abita, sia esso umano o non umano.

Per sua precipua condizione l’interno architettonico, in particolare quello domestico – il luogo in cui si esprime la domesticità dell’ente – diventa lo spazio dell’abitare e del conforto, dove l’abitante, attingendo al più classico dei luoghi comuni, si sente a casa propria (Leccardi et al., 2011). Allora, la casa, seppur smaterializzata nella concezione contemporanea, è sempre soggetta al superamento di limiti ontologici e definitori rispetto al passato, ed è anche il luogo della realizzazione delle idee (Douglas, 1991). È, cioè, l’oggetto feticcio e simbolico contro lo spaesamento, perché è solo attraverso la casa che si abita questo mondo (Coccia, 2021), contro la perdita del proprio posto nel mondo: “lo spaesamento […] è il tratto caratteristico della condizione giovanile. Il mondo dei giovani sfuma sempre nell’incerto e nell’ambiguo” (Leccardi et al., 2011, p. 175).

KEYWORDS: RIUSO INTERNI, GRADIENTI TERMICI, GENDER SPACE | INTERIOR REUSE, THERMAL GRADIENTS, GENDER SPACE

Oggi, però, se si considera la casa propriamente detta come l’unico luogo in cui riconoscere il sentimento di appartenenza, allora si sta cadendo in un facile errore. Il sentimento esternalizzato del sentirsi a casa non è legato esclusivamente al domestico convenzionale, ma può essere esteso a ogni altro spazio e luogo in cui il percipiente riconosce quegli elementi minimi del suo radicamento al mondo. Sentirsi a casa e immersi nella condizione di comfort non coincide sempre o necessariamente con l’avere una casa, ma si estende verso una condizione più ampia capace di contemplare il concetto di appartenenza, di “sovrappo-

sizione tra la nostra beatitudine e il mondo” (Coccia, 2021, p. 15). Ecco quindi che l’esperienza della casa, del comfort e della felicità dell’abitare muove dal piano fisico-materiale, al piano sensorio-fenomenologico: sentire come percepire e come appartenere, col fine di addomesticare il mondo e ricondurlo alla sua condizione abitabile. Costruire così una forma di felicità proveniente dal comfort per confermare, ancora una volta, che “non esistono case, esiste solo il far casa” (Coccia, 2021, p. 17), un minuetto, una danza di addomesticamento reciproco, tra cose e persone.

Addomesticare lo spazio: comfort, affordance e riuso adattivo

Addomesticare quindi lo spazio, cose e persone, ma una casa “è [anche] l’autoaddomesticazione di noi stessi per renderci adatti al mondo in cui viviamo e viceversa” (Coccia, 2021, p. 17). Addomesticare significa “individuare topoi in cui possono coincidere rituali di comportamento, può avvenire con il semplice ordinamento di oggetti e arredi disposti secondo una precisa volontà, ma anche con sistemazioni dalle più complesse articolazioni, là dove la presa di possesso dell’interno sia finalizzata alla costruzione di ‘un involucro spaziale che protegga e conforti il proprio istinto di proprietà’” (Forino, 2001, p. 147). Addomesticare lo spazio col fine di introdurre in esso quell’idea – fugace e particolare – del comfort, ovvero del benessere percepito sensorialmente; “addomesticare spazi, quindi, ‘arredandoli’ con i [nostri] gesti, le [nostre] esperienze, le [nostre] battaglie, i [nostri] ricordi” (Leccardi et al., 2011, p. 176). In questo modo si assegna valore all’incontro tra i corpi sia dell’abitante che dell’interiorità, alla cavità accogliente e ospitante, superando il mero concetto di spazio architettonico con la sua costruzione fi-

sica e assumendo il “trattenere” e il “contenere” come punto di partenza per un programma rivolto all’abitare (Vitta, 2008, p. 203)2. È il momento aurorale dell’architettura, l’interno è il suo archetipo, e da quel momento la fisionomia dello spazio si incarna nella forma dell’arredamento, una cerimonia di riconoscimento tra cose e persone che diventa la ragione per cui ogni giorno si ritorna tra i propri affetti.

Lo spazio tra le quattro mura protettive (D’Amato, 2005) è rappresentativo della “zona di comfort”, non solo perché è caratterizzato dall’insieme eterogeneo di arredi e di cose che hanno il compito di supportare il corpo e la vita degli individui, ma perché questo spazio ci rappresenta. Per zona di comfort o comfort zone, si intende quello spazio in cui una persona si sente a proprio agio perché si riconosce nello spazio che abita, ancora una volta si sente “come a casa”, in un luogo in cui può esercitare il controllo attraverso le sue azioni riferite allo spazio e al tempo. La casa è il luogo del comfort e il benessere in casa è un bisogno fondamentale. Tuttavia, non si deve confondere l’idea del comfort con l’estetica3, né con il comportamento sociale4 (Rybczynski, 1986), né con un modello stereotipato stabilito su basi sociali ed economiche non più coerenti con i tempi attuali. Labile e transitorio per definizione, il comfort si trasforma rispetto agli aspetti sociali, culturali, di genere e infine si manifesta e si emancipa nella costruzione architettonica degli interni e di riuso adattivo dello spazio as found, dove il concetto di comfort si lega a quello di affordances (Gibson, 2014), ovvero all’usabilità dello spazio “come trovato” rispetto alle relazioni con i fruitori. I contenuti sociali, sostiene sempre Rybczynski (1986, p. 244), proprio perché durano più a lungo, sono restii ai cambiamenti e tendono a indirizzare sia le abitudini che l’estetica: “l’aspetto delle

02. Pianta architettonica | Architectural plan. TAKK, M. Luzárraga + A. Muiño
03. Gradienti termici e ventilazione | Thermal gradients and winds. TAKK, M. Luzárraga + A. Muiño

stanze aveva un senso perché la gente stava seduta in una certa maniera, che a sua volta condizionava il modo di considerare il comfort” (Rybczynski, 1986, p. 245). Quindi la casa conferma il suo ruolo di estensione del corpo, un’assimilazione del corpo nello spazio costruito; il corpo diventa casa e la casa si fa corpo (Calderoni, 2022). I corpi, di cui oggi la politica architettonica dovrebbe occuparsi, sono quelli che rappresentano la complessità dei rapporti umani, a favore di una pluralità di diversità in un contesto privo di discriminazioni. Ecco quindi che la cultura queer può offrire una base teorica per comprendere e progettare il comfort attraverso la decostruzione degli spazi “altamente normati, o meglio eteronormati, e codificati” (Bassanelli, 2022, p. 7), per identificare nuove strade nella pratica progettuale e per comprendere, alla fine, se esistono altri modelli di vita. Se il comfort è il modo in cui ci si riconosce nel mondo, allora progettare il comfort significa assumersi la responsabilità di reimmaginare questo mondo. Un mondo in cui l’abitare non esclude, non irrigidisce, non normativizza, ma accoglie le incertezze dei tempi presenti attraverso una nuova alleanza tra persone, materiali e ambienti.

Barcellona. Con estrema attenzione alle istanze sociali, alle questioni di genere spazializzate e alla consapevolezza etica e ambientale, gli architetti progettano al di fuori dell’ordinario e dell’abitudinario per rendere visibile l’invisibile e per valicare il limite tra opera architettonica e opera artistica che, nella loro produzione critica, è sempre evanescente e mobile, ridefinendo, come nel caso del progetto 10K House (2023), una nuova idea di spazio per l’abitare. Attraverso le istanze tipiche del progetto di Interior Reuse (Esposito, 2025), sensibile non solo alle questioni funzionali, ma anche sensoriali, etiche, economiche, artistiche, ambientali e quindi di genere, immaginano e realizzano un progetto fluido, dinamico e fondato sui gradienti termi-

L’esperienza della casa e dell’abitare muove dal piano fisico-materiale, al piano sensorio-fenomenologico

Comfort queer e dispositivi interni: il caso della 10K House di TAKK

All’interno della cultura queer, indirizzata alla ricerca di un’estetica del mostruoso (AA.VV., 2022), per cui ogni intervento è teso alla decostruzione di un modello, preconfigurato secondo parametri e standard di un mondo desueto e normato con asimmetria, operano Mireia Luzárraga e Alejandro Muiño, fondatori di TAKK, studio di architettura con sede a

ci5. Attraverso il dispositivo dinamico dell’architettura degli interni (Bassanelli, 2024), rendono evidente ed esplicito il comfort liquido spazializzato interno a un vecchio e comune appartamento d’affitto a Barcellona, per adeguare la casa –una come tante, forse una come quella in cui ora si abita – ai nuovi parametri di comfort e ai nuovi modelli di utilizzo flessibile, senza discriminazioni dello spazio di vita che la cultura abitativa contemporanea richiede.

Da un’apparente dicotomia tra fattori iniziali, come il limitato budget economico di soli diecimila euro, gli architetti estraggono le principali decisioni che articolano il progetto, come il tema centrale del lavorare sui gradienti

termici per la configurazione funzionale della casa e del suo comfort ambientale, abbandonando il modello tradizionale e l’organizzazione spaziale fatta di stanze e corridoi. Lo spazio è analizzato a partire dalla “zona del comfort”, ovvero

La casa è il luogo del comfort e il benessere in casa è un bisogno

fondamentale

un’area specifica interna all’abitazione (imgg. 02-03), funzione del rapporto tra forma dello spazio – il rapporto tra la planimetria e l’altezza della stanza –, temperatura, umidità, correnti d’aria e illuminazione, che il progetto d’interni rende manifesto nella sua forma costruita, ovvero attraverso il dispositivo architettonico interno, atto a rendere visibile, nella consistenza materiale del dispositivo abitabile, il va-

riare delle temperature interne all’abitazione. Gli autori collocano, così, le funzioni private nel luogo in cui le condizioni ambientali sono più favorevoli per l’abitare. Dispositivo architettonico interno, inteso come un interno nell’interno (Forino, 2001), in quanto è dotato di una sua sub-interiorità, come in un susseguirsi di indeterminate sfere e soglie, il cui carattere matrijoska fa sì che ognuna ne possa contenere un’altra e un’altra ancora (Esposito, 2025). Così come enunciato da Agamben (2006), il dispositivo è inteso come insieme eterogeneo che include, seppur virtualmente, qualsiasi cosa, linguistico e non linguistico allo stesso titolo: discorsi, istituzioni, edifici, leggi e misure di polizia, proposizioni filosofiche, “il dispositivo in se stesso è la rete che si stabilisce tra questi elementi” (Agamben, 2006, p. 7).

L’invaso dell’appartamento è così attivato dal progetto, interpretando l’indeterminatezza dello spazio attraverso la

04.Vista interna del progetto 10K House, 2023 | Internal view of the project, 10K House, 2023. TAKK, M. Luzárraga + A. Muiño, Ph. J. Hevia

soluzione di un unico ambiente attrezzato da un singolo oggetto abitabile (Bassanelli, 2024, p. 143), ponendo l’attenzione su quegli aspetti del comfort ambientale, troppo spesso oggi affidati a tecnologie esterne, come la percezione sensoriale e l’adattamento di un corpo in uno spazio.

“Come se fossero gli strati di una cipolla, i diversi spazi della casa sono annidati l’uno nell’altro, dal più freddo al più caldo, per sfruttare ogni strato di aria e materiale senza dover fornire energia extra. Questo tipo di distribuzione, climaticamente diversificato, consente di unificare programmi funzionali, clima ed efficienza” raccontano gli autori. L’annullamento, poi, di precise istanze provenienti da un modello desueto d’abitare, ha consentito l’eliminazione di connotazioni di genere intrise classicamente negli spazi d’uso, come è avvenuto per la cucina e i servizi, che invece si configurano in una visione edonistica e giocosa – secondo quanto sostenuto dagli stessi architetti –, fino a occupare gli spazi migliori della casa, utilizzabili anche in presenza di altre persone, rasentando un’idea di piacere proveniente dall’abitare come bene unico. Si raggiunge così un progetto fondato principalmente su rinunce e parsimonia delle scelte progettuali. Un risultato finale che può raccontare di una possibilità concreta: ovvero determinare spazi dove ognuno può annidarsi, appartarsi6 e infine abitare, secondo un modello non predittivo in partenza, ma calibrato sulle specifiche e sempre mutevoli esigenze di comfort, per affrontare l’ignoto e i tempi incerti. La 10K House non è soltanto un interno: è un manifesto progettuale che mostra come il comfort possa emergere dall’incertezza, dal minimo materiale, dal riuso e dall’apertura queer alle differenze. È un laboratorio di ciò che potrebbe diventare l’abitare, non più una somma di stanze funzionali, ma un ecosistema di relazioni climatiche, corporee e affettive.

Verso una poetica trans-materiale dell’abitare Abitare lo spazio domestico tra percezione e adattamento è una prospettiva che si colloca nel più generale solco del progetto per il riuso adattivo del patrimonio esistente e, attraverso l’operazione posta in essere dal duo di progettisti di Barcellona, si può valicare la più comune definizione di comfort ambientale, che rimanda implicitamente a questioni tecniche e tecnologiche per esplorare, invece, le possibilità del progetto d’interni per riabitare un nuovo paesaggio domestico7, e la fisica nascosta della casa, questa volta sensibile alle istanze politiche, sociali e ambientali. Consapevoli che l’abitare contemporaneo non può ripartire senza una riflessione trans-specie e more-than-human, per ritrovare la comfort zone in una fluidità di soluzioni variabili e adattabili. Un modo di pensare l’architettura e il benessere – il comfort di chi abita – senza nessuna distinzione tra produzione teorica e proposte progettuali, per un progetto trans-materiale (Jaque, 2017) capace di offrire contemporaneamente una soluzione progettuale e soprattutto un commento critico sulla società contemporanea, su come si abita la propria casa. Crepe di confronto e di dissenso (Jaque, 2019), che gli autori restituiscono attraverso la loro operatività – tra architetture e allestimenti – col fine di dimostrare una strada possibile per un’etica architettonica diversa. E infine il confòrt, ritornando alla versione francese, con la sua accezione verso gli aspetti più immateriali e psichici dell’abitare, per ripensare non solo il micromondo di un interno domestico, flessibile e indeterminato, ma estendendo questo potenziale a tutto l’ambiente, al sistema Terra, verso un atteggiamento culturale e progettuale sempre più etico e attento alle condizioni ecologiche e alle emergenze climatiche. Tutto questo può essere analizzato anche a partire da un piccolo progetto do-

05. Vista interna del progetto 10K House, 2023 | Internal view of the project 10K House, 2023. TAKK, M. Luzárraga + A. Muiño, Ph. J. Hevia
06. Vista interna del progetto 10K House, 2023 | Internal view of the project 10K House, 2023. TAKK, M. Luzárraga + A. Muiño, Ph. J. Hevia

mestico, un macro-arredo analogo a quello rappresentato da Antonello da Messina per il suo San Girolamo (1474-75), un arredo che racconta della necessità – e la cogenza – di ritornare a star bene in uno spazio che ognuno, liberamente, ha eletto come luogo per la propria vita.

L’abitare contemporaneo non può più fondarsi su categorie statiche del comfort, della funzione o della domesticità. Al contrario, esso si articola come una pratica trans-materiale dove corpi, climi, dispositivi e rituali co-costruiscono la condizione dell’essere a casa. La casa diventa così un campo politico, poetico e sensoriale in cui si produce – e si critica – l’umana relazione con il mondo.

Pensare l’abitare come addomesticamento reciproco significa riconoscere che ogni spazio è già un campo di forze: un ambiente che riflette gerarchie, norme e aspettative sedimentate. Di conseguenza, progettare comfort non equivale a produrre un dispositivo rassicurante o tecnicamente performante, ma a mettere in discussione tali gerarchie per rendere abitabile l’incertezza, per accogliere soggettività, per sostenere modalità d’uso non previste, non lineari, non disciplinate. La politica del progetto emerge proprio qui, nella capacità di trasformare il comfort da stato a processo, da condizione data a costruzione situata che il progetto deve costantemente riattivare. Il comfort diventa così un’operazione aperta, non garantita, che richiede di ridefinire continuamente la relazione tra materiali, corpi, dispositivi e atmosfere. Non un semplice adeguamento funzionale, ma un atto critico capace di generare nuove possibilità d’abitare. Un progetto che non impone, ma dispone; che non prevede, ma prefigura; che non fissa ruoli, ma li rende negoziabili. È qui che il comfort assume una dimensione propriamente politica, non come pacificazione, ma come possibilità di coesistenza.*

NOTE

1 – Le due forme sono ambivalenti nella lingua italiana, entrambe sono utilizzate per indicare una condizione di benessere sia di natura fisica e materiale che sensoriale e ambientale e quindi psicologica. La leggera differenza è, quindi, ascrivibile alla natura del benessere, ovvero se esso agisce nel dominio materiale e fisico o immateriale e psichico.

2 – “L’esperienza dell’abitare ha la sua origine nel momento in cui il corpo dell’abitante prende possesso di quello spazio, di quell’interiorità, misurandone le distanze, assaporandone le sensazioni, stimolandone la percezione” (Vitta, 2008, p. 203).

3 – L’aspetto esterno delle stanze. “Essenzialmente è il risultato di una moda e la sua longevità si misura in decenni, o anche in periodi più brevi” (Rybczynski, 1986, p. 243).

4 – Con “comportamento sociale” si intende il modo con cui le stanze erano generalmente utilizzate, secondo convenzioni e abitudini, in un modello tradizionale di abitare.

5 – In un momento, come quello attuale, dove le ricerche e i dibattiti in materia di crisi ambientale e cambiamento climatico superano di numero l’operatività, TAKK invece rende possibili le previsioni per rivedere e ripensare i nuovi modelli di utilizzo della casa contemporanea nell’ottica principale del progetto di riuso dell’esistente.

6 – Appartamento, come sottolineato da Michela Bassanelli, rimanda nel suo significato etimologico al verbo “appartarsi” (Bassanelli, 2024, p. 142) o separarsi, il che indica un’unità separata e autonoma all’interno di un edificio più grande.

7 – Si fa esplicito riferimento alla mostra curata da Emilio Ambasz presso il Moma di New York nel 1972, “Italy: the new domestic landscape. Achievements and problems of Italian design”.

REFERENCES

– AA.VV. (2022). Ultraqueer. Espressioni artistiche metagender. Roma: Tlon.

– Agamben G. (2006). Che cos’è un dispositivo?. Milano: Nottetempo.

– Bassanelli M. (a cura di), (2022). Abitare oltre la casa. Metamorfosi del domestico. Roma: DeriveApprodi.

– Bassanelli M. (2024). Dispositivi e architettura. Lo spazio dinamico dell’abitare. Milano: Postmedia Books.

– Calderoni S. (2022). Lettura transfemminista queer dell’architettura e della progettazione urbana. Le ricerche di Eileen Gray, Zaha Hadid e Avril Coroon (online). In abulmagazine.com (ultima consultazione novembre 2024).

– Coccia E. (2021). Filosofia della casa. Lo spazio domestico e la felicità. Torino: Einaudi.

– D’Amato G. (2005). Arredamento come significato dell’abitare. In Cornoldi A. (a cura di), Architettura degli interni. Padova: Il Poligrafo.

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– Gibson J. (2014). L’approccio ecologico alla percezione visiva. Sesto San Giovanni: Mimesis.

– Jaque A. (2017). Transmaterial. Santiago de Cile: Ediciones ARQ.

– Jaque A. (2019). Mies y la gata Niebla. Ensayos sobre arquitectura y cosmopolítica. Barcelona: Puente.

– Leccardi C., Rampazi M., Gambardella M.G. (2011). Sentirsi a casa. Novara: UTET Università.

– Rybczynski W. (1989). La casa. Intimità, stile, benessere. Milano: Rusconi.

– Vitta M. (2008). Dell’abitare. Corpi, spazi, oggetti, immagini. Torino: Einaudi.

07. Vista interna del progetto 10K House, 2023 | Internal view of the project, 10K House, 2023. TAKK, M. Luzárraga + A. Muiño, Ph. J. Hevia

Epistemological Premise: Inhabiting Comfort

Whether one prefers the pronunciation deriving from the English còmfort or confòrt1 of French origin, the reference is to a subjective sensation of pertinence of those who experience the act of dwelling, which the user – in the role of perceiver – infers from their environment. This level of well-being – or condition of comfort – is part of the architectural environment, but above all of its most intimate part: the interior, which by measure and proximity is most in contact with the body of the inhabitant, whether human or non-human. By its very condition, the domestic architectural interior– the place in which the domesticity of the entity is expressed – becomes the space of dwelling and of comfort, where the inhabitant feels at home (Leccardi et al., 2011). Thus the house, even if dematerialized in contemporary conceptions, is still subject to overcoming the ontological and definitional limits of the past, and it is also the place where ideas are realized (Douglas, 1991). That is, the house is the fetishistic and symbolic object against disorientation, because it is only through the house that one inhabits this world (Coccia, 2021), against the loss of one’s place in the world: “disorientation […] is the characteristic feature of youth’s condition. The world of young people always fades into the uncertain and the ambiguous” (Leccardi et al., 2011, p. 175).

Today, however, if we assume that the house is the only place where one can recognize the feeling of belonging, then we are falling into an easy mistake. The externalized feeling of being at home is not tied exclusively to the conventional domestic, but can be extended to any other space and place in which the perceiver recognizes those minimal elements of their rooting in the world. Feeling at home and immersed in the condition of comfort does not always or necessarily coincide with having a house, but extends toward a broader condition capable of contemplating the concept of belonging, of a “superimposition between our beatitude and the world” (Coccia, 2021, p. 15). Hence the experience of the house, of comfort, and of the happiness of dwelling moves from the physical-material plane to the sensorial-phenomenological plane: sensing as perceiving and as belonging, with the aim of domesticating the world and bringing it back to its habitable condition, thus constructing a form of happiness arising from comfort to confirm, once again, that “there are no houses, there is

Luca Esposito

Welcome Uncertainties

Inhabiting Domestic Space between Perception and Adaptation

only the making of house” (Coccia, 2021, p. 17), a minuet, a dance of reciprocal domestication between things and people.

Domesticating Space: Comfort, Affordance and Adaptive Reuse

Domesticating applies therefore to spaces, things and people, but a house “is [also] the self-domestication of ourselves to make us suited to the world in which we live and vice versa” (Coccia, 2021, p. 17). To domesticate means “to identify topoi in which rituals of behavior may coincide, which may occur through the simple arrangement of objects and furnishings organized according to a precise intention, but also through arrangements of more complex articulations, where the taking possession of the interior is aimed at the construction of ‘a spatial envelope that protects and comforts one’s instinct of property’” (Forino, 2001, p. 147). Domesticating space aims to of introduce into it that fleeting and particular idea of comfort, that is, of well-being perceived through the senses; “domesticating spaces, therefore, ‘furnishing them’ with [our] gestures, [our] experiences, [our] battles, [our] memories” (Leccardi et al., 2011, p. 176). In this way value is assigned to the encounter between the body of both the inhabitant and interiority, to the welcoming and hosting cavity, going beyond the mere physical construction of architectural space and assuming “holding” and “containing” as the starting point for a program directed toward dwelling (Vitta, 2008, p. 203)2. It is the dawning moment of architecture, the interior is its archetype, and from that moment the physiognomy of space is embodied in the form of furnishing, a ceremony of recognition between things and people that becomes the reason why each day one returns to one’s affections. The space between the four protective walls (D’Amato, 2005) is representative of the “comfort zone”, not only because it is characterized by the heterogeneous set of furnishings and things that support the body and the life of an individual, but because this space represents us. A comfort zone is a space where a person feels at ease because they recognize themselves in that space, feeling “as if at home”, in a place where they can exert control through their actions relating to space and time. The house is the place of comfort, and well-being at home is a fundamental need. Nevertheless, one must not confuse the idea of comfort with aesthetics3, nor with social behavior4 (Rybczynski, 1986),

nor with a stereotypical model established on social and economic bases that are no longer consistent with current times. Unstable and transitory by definition, comfort changes with respect to social, cultural and gender aspects. It manifests itself and emancipates itself through the architectural construction of interiors and through the adaptive reuse of as-found space, where the concept of comfort is linked to that of affordances (Gibson, 2014), that is, to the usability of space “as found” in relation to its users. Social contents, Rybczynski continues (1986, p. 244), precisely because they last longer, are resistant to change and tend to influence both habits and aesthetics: “the appearance of rooms made sense because people sat in a certain way, which in turn conditioned the way comfort was considered” (p. 245). Thus the house confirms its role as an extension of the body, an assimilation of the body into the built space; the body becomes house and the house becomes body (Calderoni, 2022). The bodies that architectural politics should address today are those that represent the complexity of human relationships, favoring a diverse plurality in a context free from discrimination. Hence, queer culture can offer a theoretical basis to help us understand and design for comfort through the deconstruction of “highly normed, or rather heteronormed, and codified” spaces (Bassanelli, 2022, p. 7), to identify new paths in design practice and to ultimately understand whether other models of life exist (Bassanelli, 2022, p. 14). If comfort is the way that we recognize ourselves in the world, then designing comfort means taking responsibility for reimagining this world. A world in which dwelling does not exclude, does not rigidify, does not normalize, but welcomes the uncertainties of the present times through a new alliance between people, materials and environments.

Queer Comfort and Interior Devices: the Case of the 10K House by TAKK

Within queer culture, and oriented toward the search for an aesthetics of the monstrous (AA.VV., 2022) – where every intervention aims to deconstruct a preconfigured model based on the parameters and standards of a wornout, normed, and asymmetrical world – operate Mireia Luzárraga and Alejandro Muiño, founders of TAKK, an architecture studio based in Barcelona. With extreme attention to social conditions, to spatialized gender questions and to ethical and environmental awareness, the ar-

chitects design outside the ordinary and the habitual to make the invisible visible and to cross the boundary between architectural work and artistic work which, in their critical production, is always evanescent and mobile, redefining, as in the case of the 10K House (2023), a new idea of space for dwelling. Utilizing the typical strategies of the Interior Reuse project (Esposito, 2025), sensitive not only to functional questions, but also to sensorial, ethical, economic, artistic, environmental and therefore gender-related concerns, they imagine and realize a fluid, dynamic project founded on thermal gradients5 Through the dynamic device of interior architecture (Bassanelli, 2024), they make evident and explicit a spatialized, fluid form of comfort, inside an old and ordinary rental apartment in Barcelona, in order to adapt the house – one like many, perhaps one like the one you live in now –to new parameters of comfort and to new flexible, non-discriminatory models of spatial use that contemporary living culture requires. From an apparent dichotomy among initial factors, such as a limited economic budget of only ten thousand euros, the architects extract the the project’s main decisions, such as the central theme of working with thermal gradients to determine the functional configuration of the house and its environmental comfort, abandoning the traditional model and spatial organization made of rooms and corridors. They begin their spatial analysis from the “comfort zone”, a specific area within the dwelling (img. 01-02), that is a function of the relationship between the shape of space – the relationship between the plan and the height of the room – and its temperature, humidity, air currents and lighting. The project’s design makes these conditions manifest in its built form, through the interior architectural device, aimed at making visible, in the material character of the habitable device, variations in temperature within the dwelling. The authors place private functions where environmental conditions are most favorable for dwelling. This interior architectural device can be understood as an interior within an interior (Forino, 2001), endowed with its own sub-interiority, like a succession of indeterminate spheres and thresholds, whose matryoshka-like character allows each to contain another and yet another (Esposito, 2025).

As Agamben (2006) states, the device is understood as a heterogeneous ensemble that includes, albeit virtually, everything, linguistic and non-linguistic alike: discourses, institutions, buildings, laws and police measures, philosophical propositions; “the device in itself is the network established among these elements” (Agamben, 2006, p. 7). The enclosure of the apartment is thus activated by interior design, interpreting the indeterminacy of space through the solution of a single environment equipped with a single inhabitable object (Bassanelli, 2024, p. 143), drawing attention to those aspects of environmental comfort that are too often entrusted to external technologies, such as sensory perception and the adaptation of a body to a space.

“As if it were the layers of an onion, the different spaces of the house are nested inside each

other, from the coldest to the hottest, to take advantage of each layer of air and material without having to provide extra energy. This type of distribution, climatically diverse, allows for the unifying of functional programs, climate, and efficiency.” (Link 1). The removal, then, of specific elements derived from an outdated dwelling model has allowed for the elimination of gender connotations traditionally embedded in the use of spaces, as has happened for the kitchen and bathrooms, which are instead configured in a hedonistic and playful vision – according to the architects themselves – even occupying the best spaces in the house, usable even in the presence of others, bordering on an idea of pleasure arising from dwelling as a unique good. This results in a project founded primarily on renunciation and on frugal design choices. The final outcome demonstrates a concrete possibility: creating spaces where everyone may appartarsi6 (in Italian), retreat, and finally dwell, according to a model that is not predetermined but calibrated to the specific and ever-changing needs of comfort, in order to face the unknown and uncertain times. The 10K House is not merely an interior: it is a design manifesto that shows how comfort can emerge from uncertainty, from minimal materials, from reuse, and from a queer openness to differences. It is a laboratory of what dwelling could become, no longer a sum of functional rooms, but an ecosystem of climatic, bodily and affective relationships.

Toward a Trans-Material Poetics of Dwelling Dwelling in domestic space through perception and adaptation is a perspective situated within the broader framework of the adaptive reuse of existing heritage. Through the work carried out by this Barcelona-based design duo, it is possible to transcend the common definition of environmental comfort, which implicitly refers to technical and technological matters, to explore instead the possibilities of interior design for re-inhabiting a new domestic landscape7 and the hidden physics of the house, this time sensitive to political, social and environmental concerns. They are aware that contemporary dwelling cannot restart without a trans-species and more-than-human reflection, to rediscover the comfort zone in a fluidity of variable and adaptable solutions. It is a way of thinking about architecture and well-being – the comfort of those who dwell – without any distinction between theoretical production and design proposals, for a trans-material project (Jaque, 2017) capable of simultaneously offering a design solution and, above all, a critical commentary on contemporary society and on how we inhabit our homes. Through their architecture and installations, the authors convey cracks of confrontation and dissent (Jaque, 2019) with the aim of demonstrating a possible path toward a different architectural ethic. And finally confòrt, to return to the French version with its emphasis on the more immaterial and psychic aspects of dwelling, to rethink not only the micro-universe of a domestic interior, flexible and indeterminate, but to extend this potential to the entire environment, to the Earth system, toward a cultural and design attitude that is increasingly ethical and attentive to ecological

conditions and climate emergencies. All this can also be analyzed starting from a small domestic project, a macro-furnishing analogous to that represented by Antonello da Messina in his San Girolamo (1474–75), a furnishing that speaks of the need – and the cogency – of returning to feeling good in the space that each person has freely chosen as the place for their life. Contemporary dwelling can no longer be founded on static categories of comfort, function or domesticity. On the contrary, it unfolds as a trans-material practice in which bodies, climates, devices and rituals co-construct the condition of being at home. The house thus becomes a political, poetic and sensorial field in which the human relationship with the world is produced – and critiqued.

To think of dwelling as a process of reciprocal domestication means recognizing that every space is already a field of forces: an environment that reflects ingrained hierarchies, norms and sedimented expectations. Consequently, designing for comfort does not mean producing a reassuring or technically efficient device, but rather means questioning such hierarchies in order to make uncertainty habitable, to welcome subjectivity, and to support modes of use that are unforeseen, non-linear, and undisciplined. The politics of design emerges precisely here, in the capacity to transform comfort from a state into a process, from a given condition into a situated construction that design must constantly reactivate. Comfort thus becomes an open, unguaranteed operation, requiring the continuous redefinition of the relationship between materials, bodies, devices and atmospheres. Not a simple functional adjustment, but a critical act capable of generating new possibilities for dwelling. A project that does not impose, but arranges; that does not foresee, but prefigures; that does not fix roles, but makes them negotiable. It is here that comfort assumes its properly political dimension, not as a means of pacification, but as the possibility of coexistence.*

NOTES

1 – The two forms are ambivalent in the Italian language; both are used to indicate a state of well-being, whether physical and material, sensorial and environmental, or psychological. The slight difference, therefore, lies in the nature of well-being, namely whether it occurs in the material and physical realm, or in the immaterial and psychological realm.

2 – “The experience of living has its origin in the moment in which the inhabitant’s body takes possession of that space, of that interiority, measuring its distances, savouring its sensations, stimulating its perception” (Vitta, 2008, p. 203).

3 – The external appearance of the rooms. “It is essentially the result of a fashion and its longevity is measured in decades, or even shorter periods” (Rybczynski, 1986, p. 243).

4 – By “social behavior” we mean the way in which rooms were generally used, according to conventions and habits, in a traditional model of living.

5 – At a time like the current one, where research and debates on the environmental crisis and climate change outnumber operational activities, TAKK instead makes it possible to forecast and rethink new models of use of the contemporary home, with the primary focus on the reuse of existing structures.

6 – The word “appartamento”, as Michela Bassanelli points out, refers in its etymological meaning to the verb “appartarsi” (Bassanelli, 2024, p. 142) or “separarsi”, which indicates a separate and autonomous unit within a larger building.

7 – Explicit reference is made to the exhibition curated by Emilio Ambasz at the MoMA in New York in 1972, “Italy: the new domestic landscape. Achievements and problems of Italian design”.

Architetto, dottoranda in Design, Università di Genova. chiara.tassano@edu.unige.it

Vestire l’interno

01. Clouds. Progetto di Ronan and Erwan Bouroullec per Kvadrat, 2009 | Clouds. A Project by Ronan and Erwan Bouroullec for Kvadrat, 2009. P. Tahon, R&E Bouroullec

Dressing the Interior This contribution proposes an interpretation of domestic comfort that moves beyond its traditional understanding as a purely technical parameter, reframing it as an experiential dimension capable of fostering new forms of belonging. The progressive dematerialization of domestic space, driven by the diffusion of digital technologies, has weakened the direct relationship between body and space, calling for a redefinition of comfort in participatory and relational terms. Within this framework, materials and objects emerge as sensitive mediators, capable of fostering adaptability and engagement. Among them, fabric stands out as an emblematic example, endowing interiors with pliable qualities and actively involving users in the construction of everyday well-being.*

Il contributo propone una lettura del comfort domestico, superando la sua tradizionale associazione a parametro tecnico per ricondurlo a una dimensione esperienziale in grado di innescare nuove forme di appartenenza.

La progressiva smaterializzazione dello spazio abitativo, indotta dalla diffusione delle tecnologie digitali, ha infatti indebolito il rapporto diretto tra corpo e spazio, rendendo necessario ripensare il comfort in termini partecipativi e relazionali. In questa prospettiva, materiali e oggetti diventano mediatori sensibili, capaci di favorire adattabilità e coinvolgimento. Tra essi, il tessuto emerge come esempio emblematico, restituendo agli interni qualità plasmabili e integrando attivamente l’utente nella costruzione del proprio benessere quotidiano.*

La dimensione mutevole dell’abitare tra corpo, spazio e percezione

e molteplici prestazioni richieste allo spazio domestico nell’epoca contemporanea riflettono una trasformazione più ampia che, come evidenzia Andrea Branzi nel descrivere la dimensione urbana, si manifesta in un “inarrestabile processo di slittamento […] rispetto agli zoning funzionali sui quali è stata programmata e costruita” (Branzi, 2003, p. XII).

La rigida separazione tra ambienti e funzioni, infatti, che per molto tempo ha guidato l’architettura moderna, si indebolisce progressivamente lasciando spazio a un abitare caratterizzato da confini permeabili e in grado di accogliere pratiche differenti. L’avvento dell’informatica e della telematica negli anni Ottanta e Novanta (Lauda, 2021) accelera questo sviluppo, favorendo modalità di vita diffuse e trasversali. La possibilità di lavorare, comunicare, riposare o svagarsi in qualunque contesto scardina i limiti spaziali e temporali che definiscono le funzioni della casa, delineando uno scenario in cui “la condizione dell’abitante contemporaneo è sempre più caratterizzata da ubiquità, movimento e fluidità di confini” (Bassanelli, 2022, p. 42).

KEYWORDS: FLESSIBILITÀ, ESPERIENZA, INTERAZIONE | FLEXIBILITY, EXPERIENCE, INTERACTION

Anticipata all’inizio del nuovo millennio da Makimoto e Manners che, in Digital Nomads (1997), descrivevano l’emergere di forme di vita interconnesse, tale condizione si è progressivamente consolidata come tratto strutturale della società, favorendo la diffusione di habitat plasmabili. La costante ridefinizione della soglia tra vita privata, lavoro e tempo libero rispecchia le trasformazioni proprie di una modernità liquida (Bauman, 2000), in cui stabilità e permanenza lasciano spazio a mobilità, flessibilità e forme abitative transitorie. In tale scenario la casa tende a perdere la sua univoca definizione funzionale, configurandosi come un laboratorio ibrido in cui esigenze contingenti e tempi sovrapposti entrano in relazione. Le attività tendono a svilupparsi in uno stesso ambiente, ridefinendo le relazioni tra forma architettonica, modalità d’uso e pratiche quotidiane. In questa direzione si collocano progetti che interpretano l’abitazione come infrastruttura flessibile e

adattabile, assumendo l’ibridazione come occasione per ripensare le soglie dello spazio. Tra questi, la House & Atelier Bow-Wow, progettata nel 2005 a Tokyo dall’omonimo studio, rappresenta un esempio emblematico di convivenza tra casa e luogo di lavoro all’interno di un volume minimo articolato su più livelli.

Le funzioni domestiche e quelle produttive vengono distribuite in una sequenza continua di piani e mezzanini, generando confini porosi attraverso cui le attività si sviluppano organicamente, senza suddivisioni rigide. Il risultato è

Lo spazio domestico si delinea come un organismo flessibile, modellato dall’esperienza di chi lo vive

un sistema di microzone d’uso che si attivano o si dissolvono in relazione ai gesti dell’abitante. Ne emerge un assetto in cui il comfort non dipende da un controllo ambientale uniforme, ma dalla possibilità di modulare dinamicamente la relazione tra domesticità e condivisione.

Esperienze analoghe si osservano, inoltre, in interventi di scala più contenuta, nei quali l’ibridazione si manifesta attraverso dispositivi capaci di riconfigurare lo spazio quotidiano. Nel progetto di Husos arquitecturas a Madrid, un unico grande mobile abitabile riunisce funzioni private e collettive, accogliendo la zona notte e gli spazi destinati al lavoro, alla socialità e allo svago (img. 04). La particolare organizzazione funzionale libera il resto dell’ambiente e permette al giovane proprietario e al suo bulldog di ridefinire quotidianamente lo spazio in base a bisogni ed esigenze, dando forma a una configurazione modellata dall’uso, in cui il comfort non è più solo tecnico, ma diviene possibilità di adattamento e partecipazione attiva. Queste stesse modalità di costruzione del benessere non restano circoscritte allo spazio della casa, ma si proiettano in altri ambiti della vita quotidiana, segnando uno slittamento significativo: le qualità proprie del comfort domestico vengono assunte come modello e parametro progettuale per la creazione di ambienti produttivi.

Nel progetto di interni per la sede generale dell’agenzia Cookies a Milano, lo spazio di lavoro viene volutamente do-

02. Antivilla. Progetto di Brandlhuber+Emde, Burlon. Potsdam, 2014 | Antivilla. A Project by Brandlhuber+ Emde, Burlon. Potsdam, 2014. Future Documentation

mesticizzato attraverso superfici morbide, tonalità inconsuete e un’organizzazione informale degli arredi (img. 03).

Qui, produttività e familiarità convivono, rivelando come negli spazi ibridi il comfort si definisca sempre più come qualità relazionale, generata dall’interazione tra corpo, atmosfera e configurazioni d’uso.

Lo spazio si delinea, pertanto, come un organismo flessibile, modellato dall’esperienza di chi lo vive: è il corpo, infatti, a tracciare i confini di un ambiente che si struttura su di esso e, al contempo, ne viene plasmato (Vitta, 2008).

All’interno di una configurazione spaziale guidata dal corpo e dall’esperienza, anche lievi condizioni di discomfort –un bagliore eccessivo, una temperatura non uniforme, un rumore di fondo – cessano di essere semplici criticità e possono diventare stimoli progettuali, capaci di riorientare l’esperienza e suggerire nuove modalità d’uso.

In questa prospettiva, la zona di comfort non coincide con un’area definita a priori, ma si configura come una soglia percettiva, continuamente ridefinita dall’utente. A partire da queste osservazioni, emerge come l’ibridazione degli interni non rappresenti soltanto un cambiamento funzionale, ma anche una trasformazione nella relazione tra cor-

po e spazio, attraverso cui si ridefiniscono le condizioni di comfort: la casa si configura come un ambiente capace di accogliere intensità differenti e di modulare la prossimità tra attività, oggetti e materiali. L’abitare diviene un processo relazionale in cui “l’abitante desidera immergersi in nuovi mondi dove è possibile ‘sentire’ e percepire con intensità” (Morace, 2005, p. 24). Tuttavia, la progressiva smaterializzazione dello spazio, accelerata dalla diffusione delle tecnologie digitali, ha indebolito il legame diretto tra corpo e ambiente, rendendo l’esperienza abitativa meno partecipativa e sempre più mediata da dispositivi esterni. A questo proposito, Lidewij Edelkoort, tra le più autorevoli trend forecaster contemporanee, evidenzia come il progetto di interni debba recuperare una dimensione tattile e percettiva, capace di restituire materialità e presenza fisica all’esperienza quotidiana (2012).

Il contributo si inserisce, pertanto, nel dibattito sul comfort negli spazi ibridi, invitando a ripensare l’interno come campo dinamico in cui il benessere si costruisce attraverso l’interazione costante tra corpo e architettura. Attraverso una lettura di casi studio, assunti come osservatori privilegiati delle trasformazioni degli spazi

03. Headquarters Cookies & Partners. Progetto di Giulia Tubelli, Milano, 2023 | Headquarters Cookies & Partners. A project by Giulia Tubelli, Milan, 2023. S. Santilli

della quotidianità, dalla casa ai luoghi di lavoro, l’analisi si concentra sulle configurazioni d’uso e sulle pratiche che concorrono alla costruzione del comfort, adottando come criteri interpretativi la flessibilità delle soluzioni e la reversibilità dei dispositivi.

Sulla base di questa visione, il comfort può essere definito come condizione esperienziale e relazionale, aprendo scenari progettuali in cui materiali e superfici agiscono da mediatori sensibili, dando vita a interni non da vivere passivamente, ma da interpretare, da trasformare e, persino, da vestire.

Il comfort come pratica sensibile e partecipativa

Nel dibattito contemporaneo, il comfort si delinea come un ambito di ricerca che attraversa scale differenti – dall’arredo agli interni, fino agli spazi collettivi – dove l’attenzione evolve dalla misurazione di standard oggettivi alla possibilità di attivare esperienze e relazioni che rendano l’abitante partecipe del proprio benessere.

Recenti approfondimenti sull’ambiente interno mostrano come il comfort derivi dall’interazione simultanea tra fattori termici, luminosi, acustici e qualitativi, la cui combinazione incide in modo determinante sulla percezione complessiva

dell’utente (Tang et al., 2020). La qualità ambientale non è, pertanto, riconducibile a un singolo stimolo, ma si configura come un’esperienza integrata che coinvolge in modo interdipendente diversi domini sensoriali e variabili soggettive, quali abitudini e condizioni emotive. Il comfort può essere interpretato come una condizione mutevole, particolarmente rilevante negli ambienti ibridi, dove fattori fisici e percettivi si combinano in modo spesso imprevedibile.

È all’interno di questa logica che si inserisce La casa morbida. Tra arte e design1, mostra curata da Beppe Finessi che, già a partire dal titolo, propone un ripensamento radicale dell’abitare in chiave materica. La morbidezza evocata non riguarda soltanto la scelta dei materiali, ma diventa metafora di un progetto capace di aprirsi alla dimensione tattile ed esperienziale, restituendo al corpo il ruolo di misura e protagonista dello spazio.

La recente esposizione The Genesis Exhibition: Do Ho Suh: Walk the House2 amplifica questa riflessione attraverso una raccolta di opere dell’artista coreano Do Ho Suh che, da più di vent’anni, indaga la relazione tra architettura, corpo e memoria (img. 05). In questo caso, la ricostruzione tessile degli ambienti introduce una dimensione

04. A Guy, a Bulldog, an Edible Garden, and the Home They Share. Progetto di Husos arquitecturas, Madrid, 2018 | A Guy, a Bulldog, an Edible Garden, and the Home They Share. A project by Husos arquitecturas, Madrid, 2018. J. Hevia

percettiva che richiede un attraversamento fisico: l’opera si configura come membrana semitrasparente, una soglia che interroga il rapporto tra intimità, distanza e vulnerabilità. Le ricostruzioni in tessuto dell’artista, realizzate in scala 1:1, riproducono fedelmente ambienti domestici o spazi attraversati durante il corso della sua vita, trasformandoli in strutture leggere e smaterializzate. Queste case trasportabili rendono l’abitare un’esperienza temporanea, attraversabile dall’utente come una membrana capace di custodire e, al tempo stesso, lasciar filtrare ricordi, identità e frammenti di vita quotidiana. Lo spazio domestico si traduce in proiezione di un vissuto emotivo e in un immaginario di appartenenza in continua ridefinizione, dove il comfort si manifesta come un processo stratificato, in cui la qualità materica incontra percezione e memoria. Il tessuto diviene, così, un autentico strumento progettuale che non si limita a custodire valori simbolici, ma consente di introdurre negli ambienti interni qualità di reversibilità e personalizzazione.

Il comfort costituisce un processo dinamico che emerge dall’interazione costante tra corpo e ambiente

All’interno dello stesso scenario si inserisce Clouds, sistema modulare progettato dai fratelli Ronan ed Erwan Bouroullec: un arredo tridimensionale, leggero e componibile, che permette di costruire quinte, pareti o superfici riconfigurabili (img. 01). Più che un semplice oggetto d’arredo, l’elemento divisorio si presenta come un dispositivo capace di abilitare lo spazio a trasformarsi, lasciando che siano i gesti quotidiani e le pratiche dell’abitare a determinarne la configurazione finale. La modularità del dispositivo introduce un potenziale di libertà, ma richiede allo stesso tempo una partecipazione attiva da parte dell’abitante, chiamato a interpretare e riorganizzare l’elemento oltre il suo uso tradizionale.

Il comfort non è garantito dalla sola presenza del modulo, ma dalla capacità di integrarlo in pratiche quotidiane dinamiche e consapevoli. Dal dettaglio alla scala collettiva, la ricerca del benessere si manifesta come condizione di appropriazione e personalizzazione, in cui l’abitante diventa coautore del proprio ambiente e gli spazi si traducono in paesaggi interni che accolgono relazioni mutevoli e usi condivisi, superando la rigidità delle partizioni tradizionali.

Il concetto di comfort trova, poi, una traduzione particolarmente efficace ed esaustiva in campo architettonico con Antivilla, progetto di riuso che trasforma un’ex fabbrica nei pressi di Potsdam in una casa-atelier (img. 02). L’edificio a pianta libera, mantenuto volutamente essenziale e arredato con oggetti versatili disposti attorno a un elemento centrale scultoreo, affronta il tema del comfort in differenti dimensioni complementari.

Dal punto di vista tecnico, gli elementi tessili si presentano come veri e propri dispositivi ambientali: le tende semi-

benessere e aprendo lo spazio a una dimensione mutevole, capace di mettere in discussione la rigidità della casa tradizionale e di accogliere scenari temporanei. Come sottolinea Arno Brandlhuber, “l’orientamento dello spazio non è definito immediatamente dall’architettura, ma prende la giusta forma come risultato del modo in cui viene utilizzato” (Brandlhuber, 2017, p. 53), evidenziando come il progetto traduca un’idea di abitare non predefinito, in cui il tessuto assume il ruolo di strumento di mediazione e appropriazione, capace di ricostruire il legame tra corpo e spazio.

Verso un (nuovo) immaginario domestico

Gli esempi delineati, pur provenendo da ambiti diversi – la ricerca curatoriale, il design sperimentale e la pratica architettonica – convergono nel delineare il comfort come processo dinamico che emerge dall’interazione costante tra corpo e ambiente, in grado di restituire all’abitare una dimensione relazionale in continua trasformazione.

Paesaggi interni che accolgono relazioni mutevoli e usi condivisi

trasparenti in pvc regolano la luce, modulano la temperatura e favoriscono il risparmio energetico, adattandosi alle diverse stagioni e ridefinendo di volta in volta l’area effettivamente abitabile. Nel progetto, la relazione tra comfort e discomfort diventa particolarmente esplicita: la scelta di riscaldare solo una porzione dell’edificio tramite cortine mobili genera una condizione volutamente imperfetta, che invita il corpo a negoziare il proprio benessere.

Il discomfort diviene, così, un elemento generativo che orienta gli spostamenti, stimola adattamenti e produce nuove consapevolezze percettive. Al contempo, la leggerezza e la reversibilità di questi elementi consentono di trasformare con facilità la configurazione interna, affidando ai gesti quotidiani il compito di ridefinire le condizioni di

Dalle esperienze citate non emerge una definizione univoca, ma un orizzonte aperto in cui tecniche, materiali e pratiche quotidiane si intrecciano, invitando a rileggere il comfort come esperienza complessa e stratificata, piuttosto che come parametro oggettivo. All’interno di questo quadro, la materialità degli interni assume un ruolo centrale; in particolare, il tessuto si distingue per la capacità di restituire leggerezza, reversibilità e trasformabilità allo spazio abitato: non un semplice rivestimento, ma una superficie viva e mutevole che, grazie alla sua flessibilità, incide in maniera sottile ma decisiva sulla qualità dello spazio, modulando la luce, filtrando lo sguardo e ridefinendo con semplicità i confini funzionali (Markhus, 2013). Lo spazio domestico non rappresenta, pertanto, solo il luogo della protezione o della stabilità, ma si configura come dispositivo permeabile, in grado di accompagnare condizioni di mobilità, transitorietà e ibridazione proprie dell’abitare contemporaneo. Tale trasformazione mette in evidenza una sfida progettuale, che si colloca sul confine

tra l’esigenza di garantire prestazioni affidabili e la necessità di non ridurre l’abitare a un insieme di parametri tecnici e normativi. L’apertura dell’architettura a possibilità interpretative e trasformative si delinea come condizione necessaria per restituire allo spazio una dimensione in continua evoluzione.

All’interno di questo scenario, il comfort si configura come concetto processuale e plurale, destinato a trasformarsi nel tempo insieme agli abitanti che lo animano. Gli spazi ibridi non possono essere letti soltanto come risposte funzionali ai cambiamenti sociali, ma come ambiti in cui la ricerca del benessere emerge come una condizione instabile e negoziata, costruita attraverso l’attivazione di zone temporanee, esperienze multisensoriali e anche momenti di lieve discomfort, che sollecitano adattamenti e consapevolezze percettive. La sfida progettuale consiste nel predisporre dispositivi, materiali e configurazioni capaci di accoglierne la convivenza, interpretando la complessità dell’abitare contemporaneo senza ridurla a schemi prestazionali predefiniti. Si apre, così, un orizzonte interpretativo che sollecita a riconsiderare criticamente l’immaginario dell’abitare e, come ricorda Maurizio Corrado, a domandarsi “qual è la nuova casa? La casa che ci aspetta?” (Corrado, 2022, p. 27).*

NOTE

1 – La casa morbida. Tra arte e design. Mostra a cura di Beppe Finessi, 26 marzo – 5 maggio 2014, Museo Poldi Pezzoli, Milano.

2 – The Genesis Exhibition: Do Ho Suh: Walk the House. Do Ho Suh, 1 maggio-26 ottobre 2025, Tate Modern, Londra.

REFERENCES

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– Branzi A. (2003). Il mondo cambia. In Faré I., Piardi S. (a cura di), Nuove specie di spazi Napoli: Liguori, pp. XI-XVI.

– Bassanelli M. (2022). Abitare oltre la casa. Metamorfosi del domestico. Roma: DeriveApprodi.

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– Corrado M. (2022). Costruire esterni. In Bassanelli M. (a cura di), Abitare oltre la casa. Metamorfosi del domestico. Roma: Deriveapprodi, pp. 23-30.

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– Morace F. (2005). Living Trends. I 5 scenari e le 10 tendenze della domesticità e dell’abitare. Milano: Libri Scheiwiller.

– Tang H., Ding Y., Singer B. (2020). Interactions and comprehensive effect of indoor environmental quality factors on occupant satisfaction. In Building and Environment, n. 167. Amsterdam: Elsevier, 106462.

– Vitta M. (2008). Dell’abitare: corpi spazi oggetti immagini. Torino: Einaudi.

05. Vista dell’installazione, The Genesis Exhibition: Do Ho Suh: Walk the House. Tate Modern, Londra, 2025 | Installation view, The Genesis Exhibition: Do Ho Suh: Walk the House. Tate Modern, London, 2025. D. H. Suh. Courtesy the Artist and Lehmann Maupin New York, Seoul and London. J. Taeg

The multiple demands placed on domestic space in the contemporary era reflect a broader transformation which, as Andrea Branzi points out in his description of the urban condition, manifests itself in an “unstoppable process of slippage […] away from the functional zoning upon which it has been planned and built” (2003, p. XII).

The rigid separation between environments and functions that long guided modern architecture is, in fact, progressively weakening, giving way to a mode of inhabitation characterized by permeable boundaries and the capacity to accommodate diverse practices. The advent of information technology and telematics in the 1980s and 1990s (Lauda, 2021) accelerated this development, fostering diffuse and transversal ways of living. The possibility of working, communicating, resting, or engaging in leisure activities in virtually any context disrupts the spatial and temporal limits that traditionally defined domestic functions, outlining a scenario in which “the condition of the contemporary inhabitant is increasingly marked by ubiquity, movement, and the fluidity of boundaries” (Bassanelli, 2022, p. 42).

Anticipated at the beginning of the new millennium by Makimoto and Manners, who in Digital Nomads (1997) described the emergence of interconnected forms of life, this condition has gradually consolidated as a structural feature of society, encouraging the proliferation of malleable habitats.

The constant redefinition of the threshold between private life, work, and leisure mirrors the transformations inherent in liquid modernity (Bauman, 2000), in which stability and permanence give way to mobility, flexibility, and transitory forms of dwelling. Within this framework, the home tends to lose its univocal functional definition, configuring itself instead as a hybrid laboratory in which contingent needs and overlapping temporalities intersect. Activities increasingly unfold within the same environment, redefining the relationships between architectural form, modes of use, and everyday practices. In this direction lie projects that interpret housing as a flexible and adaptable infrastructure, embracing hybridity as an opportunity to rethink spatial thresholds. Among these, the House & Atelier Bow-Wow, designed in 2005

Dressing the Interior

The Mutable Dimension of Living between Body, Space, and Perception

in Tokyo by the eponymous studio, stands as an emblematic example of the coexistence of home and workplace within a minimal volume articulated across multiple levels. Domestic and productive functions are distributed through a continuous sequence of floors and mezzanines, generating porous boundaries through which activities develop organically, without rigid subdivisions. The result is a system of micro-zones of use that activate or dissolve in relation to the inhabitant’s gestures. What emerges is a configuration in which comfort does not depend on uniform environmental control, but on the possibility of dynamically modulating the relationship between domesticity and sharing. Similar experiences can also be observed in smaller-scale interventions, where hybridity manifests itself through devices capable of reconfiguring everyday space. In a project by Husos arquitecturas in Madrid, a single large inhabitable piece of furniture brings together private and collective functions, accommodating the sleeping area alongside spaces for work, social interaction, and leisure (img. 01). This particular functional organization frees up the rest of the interior and allows the young owner and his bulldog to redefine the space daily according to needs and requirements, shaping a configuration moulded by use. Here, comfort is no longer purely technical, but becomes a possibility for adaptation and active participation.

These same modes of constructing well-being are not confined to the domestic sphere, but extend into other domains of everyday life, marking a significant shift: the qualities associated with domestic comfort are increasingly adopted as models and design parameters for the creation of productive environments. In the interior design project for the headquarters of the Cookie agency in Milan, the workplace is deliberately domesticized through soft surfaces, unconventional colour palettes, and an informal organization of furnishings (img. 02). Here, productivity and familiarity coexist, revealing how in hybrid spaces comfort is increasingly defined as a relational quality, generated through the interaction between the body, atmosphere, and configurations of use.

Space thus emerges as a flexible organism, shaped by the experience of those who inhabit it: it is the body, in fact, that traces the boundar-

ies of an environment that is structured around it and, at the same time, shaped by it (Vitta, 2008). Within a spatial configuration guided by the body and experience, even slight conditions of discomfort – excessive glare, uneven temperature, background noise – cease to be mere critical issues and can become design stimuli, capable of reorienting experience and suggesting new modes of use. From this perspective, the comfort zone does not coincide with a predefined area, but is configured as a perceptual threshold, continuously redefined by the body. On the basis of these observations, it becomes evident that the hybridization of interiors represents not only a functional shift, but also a transformation in the relationship between body and space, through which the conditions of comfort are redefined. The home is thus configured as an environment capable of accommodating different intensities and modulating the proximity between activities, objects, and materials. Dwelling becomes a relational process in which “the inhabitant wishes to immerse themselves in new worlds where it is possible to ‘feel’ and perceive with intensity” (Morace, 2005, p. 24). However, the progressive dematerialization of space, accelerated by the spread of digital technologies, has weakened the direct bond between body and environment, rendering the experience of dwelling less participatory and increasingly mediated by external devices. In this regard, Lidewij Edelkoort, one of the most influential contemporary trend forecasters, emphasizes the need for interior design to recover a tactile and perceptual dimension, capable of restoring materiality and physical presence to everyday experience (2012).

This contribution therefore situates itself within the debate on comfort in hybrid spaces, inviting a reconsideration of the interior as a dynamic field in which well-being is constructed through the constant interaction between body and architecture. Through an analysis of case studies, considered as privileged observatories of the transformations of everyday spaces, from the home to the workplace, the discussion focuses on configurations of use and practices that contribute to the construction of comfort, adopting flexibility of solutions and reversibility of devices as interpretative criteria. From this

perspective, comfort can be defined as an experiential and relational condition, opening up design scenarios in which materials and surfaces act as sensitive mediators, giving rise to interiors not to be inhabited passively, but to be interpreted, transformed, and even worn.

Comfort as a Sensitive and Participatory Practice

In contemporary debate, comfort emerges as a field of inquiry that cuts across different scales – from furniture to interiors and up to collective spaces – where attention shifts from the measurement of objective standards to the capacity to activate experiences and relationships that enable inhabitants to take part actively in their own well-being.

Recent studies on the indoor environment show that comfort arises from the simultaneous interaction of thermal, luminous, acoustic, and qualitative factors, whose combination has a decisive impact on the user’s overall perception (Tang et al., 2020). Environmental quality, therefore, cannot be reduced to a single stimulus; rather, it takes shape as an integrated experience involving the interdependent engagement of multiple sensory domains and subjective variables such as habits and emotional states. Comfort can thus be interpreted as a mutable condition, particularly relevant in hybrid environments, where physical and perceptual factors often combine in unpredictable ways. It is within this conceptual framework that La casa morbida. Tra arte e design1, an exhibition curated by Beppe Finessi, is situated. From its very title, the exhibition proposes a radical rethinking of dwelling through a material lens. The softness evoked does not pertain solely to the choice of materials; it becomes instead a metaphor for a design approach open to tactile and experiential dimensions, restoring the body as both measure and protagonist of space. The recent exhibition The Genesis Exhibition: Do Ho Suh: Walk the House2 further amplifies this reflection through a selection of works by the Korean artist Do Ho Suh, who for over twenty years has explored the relationship between architecture, the body, and memory (img. 03). Here, the textile reconstruction of environments introduces a perceptual dimension that requires physical traversal: the work takes the form of a semi-transparent membrane, a threshold that interrogates the relationship between intimacy, distance, and vulnerability. Executed at a 1:1 scale, the artist’s fabric reconstructions faithfully reproduce domestic interiors or spaces encountered throughout his life, transforming them into lightweight, dematerialized structures. These transportable houses render dwelling a temporary experience, one that can be crossed by the user like a membrane capable of containing and, at the same time, allowing memories, identities, and fragments of everyday life to filter through. Domestic space thus becomes a projection of lived emotional experience and an imaginary of belonging in constant redefinition, where comfort manifests as a stratified process in which the material qualities intersect with perception and memory. Fabric thereby becomes a genuine design tool, not merely preserving symbolic

values but enabling reversibility and personalization within interior environments. Within the same scenario, Clouds, the modular system designed by brothers Ronan and Erwan Bouroullec, also plays a significant role: a lightweight, three-dimensional, and reconfigurable furnishing element that allows the construction of screens, walls, or adaptable surfaces (img. 04). More than a simple piece of furniture, the partition operates as a device that enables space to transform, allowing everyday gestures and practices of inhabitation to determine its final configuration. The system’s modularity introduces a potential for freedom, while simultaneously requiring active participation on the part of the inhabitant, who is called upon to interpret and reorganize the element beyond its conventional use. Comfort is not guaranteed by the mere presence of the module, but by the ability to integrate it into dynamic and conscious everyday practices.

From the detail to the collective scale, the pursuit of well-being manifests as a condition of appropriation and personalization, in which the inhabitant becomes a co-author of their own environment and spaces are translated into interior landscapes that accommodate mutable relationships and shared uses, overcoming the rigidity of traditional partitions. The concept of comfort then finds a particularly effective and comprehensive architectural expression in Antivilla, a reuse project that transforms a former factory near Potsdam into a house-atelier (img. 05). The open-plan building, deliberately kept essential and furnished with versatile objects arranged around a central sculptural core, addresses comfort across several complementary dimensions. From a technical standpoint, textile elements function as genuine environmental devices: semi-transparent pvc curtains regulate light, modulate temperature, and promote energy efficiency, adapting to seasonal changes and redefining each time the portion of space that is effectively habitable. In this project, the relationship between comfort and discomfort becomes particularly explicit. The decision to heat only a portion of the building through movable curtains generates a deliberately imperfect condition that invites the body to negotiate its own well-being.

Discomfort thus becomes a generative element that guides movement, stimulates adaptation, and produces new perceptual awareness. At the same time, the lightness and reversibility of these elements make it easy to transform the internal configuration, entrusting everyday gestures with the task of redefining conditions of comfort and opening space to a mutable dimension, one capable of challenging the rigidity of the traditional home and accommodating temporary scenarios. As Arno Brandlhuber notes, “the orientation of space is not immediately defined by architecture, but takes its proper form as a result of the way it is used” (2017, p. 53), highlighting how the project translates an idea of dwelling that is not predefined, in which fabric assumes the role of a mediating and appropriative tool, capable of re-establishing the bond between body and space.

Towards a (New) Domestic Imaginary

The examples outlined above, although drawn from different fields – curatorial research, experimental design, and architectural practice –converge in framing comfort as a dynamic process that emerges from the interaction between body and environment, restoring to dwelling a relational dimension in constant transformation. From the experiences discussed, what emerges is not a univocal definition, but rather an open horizon in which techniques, materials, and everyday practices intertwine, inviting comfort to be reconsidered as a complex and stratified experience rather than as an objective parameter. Within this framework, the materiality of interiors assumes a central role; fabric, in particular, stands out for its ability to reintroduce lightness, reversibility, and transformability into inhabited space. Far from being a mere cladding, it becomes a living and mutable surface that, thanks to its flexibility, subtly yet decisively affects spatial quality, modulating light, filtering views, and effortlessly redefining functional boundaries (Markhus, 2013). Domestic space therefore no longer represents solely a site of protection or stability, but is configured as a permeable device capable of accommodating the conditions of mobility, transience, and hybridization that characterize contemporary dwelling.

Such a transformation foregrounds a design challenge located at the threshold between the need to ensure reliable performance and the necessity of avoiding a reduction of dwelling to a set of technical and regulatory parameters. The openness of architecture to interpretative and transformative possibilities thus emerges as a necessary condition for restoring to space a dimension in continual becoming. Within this scenario, comfort takes shape as a processual and plural concept, destined to transform over time together with the inhabitants who animate it. Hybrid spaces cannot be read merely as functional responses to social change, but as domains in which the pursuit of well-being emerges as an unstable and negotiated condition, constructed through the activation of temporary zones, multisensory experiences, and even moments of slight discomfort that prompt adaptation and perceptual awareness. The design challenge lies in devising devices, materials, and configurations capable of accommodating their coexistence, interpreting the complexity of contemporary dwelling without reducing it to predefined performance schemes. An interpretative horizon thus opens up, prompting a critical reconsideration of the imaginaries of inhabitation and, as Maurizio Corrado reminds us, the question: “What is the new home? The home that awaits us?” (2022, p. 27).*

NOTES

1 – La casa morbida. Tra arte e design. Exhibition curated by Beppe Finessi, 26 March-5 May 2014, Museo Poldi Pezzoli, Milan.

2 – The Genesis Exhibition: Do Ho Suh: Walk the House. Do Ho Suh, 1 May-26 October 2025, Tate Modern, London.

Liselotte Corigliano Architetta, ricercatrice indipendente. liselotte.corigliano.arch@gmail.com

Nel mondo intenso

01. Invisibili di Loris Khalissi, 2024. Opera realizzata per il progetto S-CAMBIO. Gli artisti di Artismo incontrano la Querini | Invisible by Loris Khalissi, 2024. Artwork created for the project S-CAMBIO. Gli artisti di Artismo incontrano la Querini A. Mura – Courtesy Fondazione Querini Stampalia, Venezia

In an Intense World What could happen if we simply recognized types of perception and behavior that vary from the norm as different ways in which human neurodiversity inhabits the world, instead of stigmatizing them?

Starting from this recognition, would we manage to rethink the design process to cater to the sensory needs of other types of neural wiring, rather than continuing to assume abstract and disembodied requirements?

If we welcomed the atypical perceptual experiences of neurodiverse people into the design process, not as a problem but as a resource, it might lead us to view space differently. For example, the dysfunctional features of space that unconsciously influence the wellbeing of a much wider range of people could be revealed through the intensity of the autistic experience.*

Cosa potrebbe accadere se, invece di stigmatizzare percezioni e comportamenti che divergono dalla norma, li si riconoscesse semplicemente come differenti modi in cui la neurodiversità umana abita il mondo? Riusciremmo, partendo da questo riconoscimento, a ripensare la progettazione per rispondere ai bisogni sensoriali di diversi cablaggi neurologici, invece di continuare a considerare esigenze astratte e disincarnate?

Accogliere nella progettazione le percezioni atipiche di persone neurodivergenti, non come problema ma come risorsa, potrebbe forse portarci a guardare lo spazio in modo diverso, svelandone all’interno – ad esempio attraverso l’intensità dell’esperienza autistica – quegli aspetti disfunzionali che influenzano inconsciamente il benessere di un numero molto più esteso di persone.*

Percezioni atipiche e architettura

orpi normativi

Nell’invaso del mondo si muovono oggi più di otto miliardi di corpi. Un’infinità di culture, generi, età, percezioni, desideri, che si riversa quotidianamente in spazi progettati, al contrario, per un numero estremamente limitato di individui standardizzati. Non potendo infatti considerare, ma soprattutto conoscere, ogni singola esperienza umana, all’interno del processo progettuale ci troviamo spesso a rinchiudere questa molteplicità in poche scatole, apponendo sopra etichette che, seppur mutevoli nella storia dell’umanità, sono da sempre il prodotto non soltanto di influssi e stereotipi culturali, ma anche della personale esperienza percettiva di chi ha il potere di stabilire la “norma” e, non da meno, la “normalità” (img. 01).

KEYWORDS: NEURODIVERSITÀ, PERCEZIONI, MODI DI ABITARE | NEURODIVERSITY, PERCEPTIONS, MODES OF INHABITING

Sembra infatti che nell’interpretare il mondo e, di conseguenza, anche nella sua categorizzazione, gli individui non lo vedano realmente per ciò che è, ma sempre filtrato dalla lente di ciò che già conoscono. Come rivelato dalle neuroscienze, il nostro cervello recepisce infatti dai sensi solo le informazioni strettamente necessarie ad agire, completando da sé i vuoti e predicendo così buona parte dell’immagine finale (Kandel, 2018). Sia la percezione – come dimostrano le illusioni ottiche – che la nostra conoscenza – come evidenziato dal concetto di bias di conferma – si presentano quindi come cicli chiusi e ricorsivi, tanto più ermetici e immutabili quanto più generati da processi inconsci. Forse è per tale ragione che la nostra società mostra così tanta difficoltà a distaccarsi dal mito del “cervello sano”, ovvero dalle dimensioni e dalle funzioni “corrette” che ricercatori e ricercatrici, con cervelli per la maggior parte “sani ed efficienti”, hanno assegnato a quest’organo. Non è un caso, difatti, che sia stata proprio una ricercatrice autistica, Michelle Dawson, a mettere in crisi questo mito grazie alla sua “disfunzionale” attenzione al dettaglio e alla sua “ossessiva” raccolta di dati. Come ha sottolineato la scienziata autistica Temple Grandin, potrebbe essere stato, infatti, il suo peculiare modo di vedere il mondo a permetterle di evi-

denziare un fatto tanto invisibile quanto innegabile, ovvero la tendenza, nella ricerca sull’autismo, a gettare ogni scostamento dalla norma nella grande “pattumiera del deficit”. Se il cervello autistico, analizzato attraverso la risonanza magnetica funzionale, presentava infatti attivazioni di aree cerebrali diverse dal solito o volumi corticali anomali, sia in difetto che in eccesso, questi elementi venivano indicati in ogni caso come mancanze, tanto che persino le capacità superiori alla norma (non soltanto nel caso di abilità savant) venivano considerate semplicemente modi in cui il cervello compensava un deficit (Grandin, Panek, 2014).

Nell’ossessione di cercare sempre ciò che ci aspettiamo, ci troviamo quindi spesso a connotare negativamente cablaggi neurologici differenti da quelli considerati standard, disconoscendo, in questo modo, l’esistenza di esperienze sensoriali e spaziali profondamente diverse da quelle che una persona neurotipica potrebbe mai immaginare.

Modi di abitare

Parallelamente alle ricerche sulle abilità, altri studi su diversi fronti stanno contribuendo oggi alla riscrittura della tradizionale descrizione (neurotipica) dell’autismo. Se da un lato, infatti, la teoria della doppia empatia di Damian Milton sta iniziando a destituire l’idea madre del deficit di teoria della mente1 (Marocchini, 2024), per altre strade, gli studi sulla sensorialità autistica e, in maniera più estesa, anche quelli relativi alle altre neurodivergenze (Bogdashina, 2021; Siaud-Facchin, 2016), stanno provando a riscrivere dall’inizio queste storie, riconoscendo loro autonomia, specificità e, come per ogni altra narrazione umana, la necessità di uno spazio che dia davvero rifugio alla loro esperienza incarnata.

Per la psicologa Olga Bogdashina, erede di una tradizione di voci ancora poco ascoltate2, la sensorialità atipica nell’autismo potrebbe infatti non essere un effetto ma

02. Stampa collografica realizzata da Francesco Romano per il progetto S-CAMBIO. Gli artisti di Artismo incontrano la Querini, 2024 | Collagraph print created by Francesco Romano for the project S-CAMBIO. Gli artisti di Artismo incontrano la Querini, 2024. A. Mura – Courtesy Fondazione Querini Stampalia, Venezia

altresì il fondamento di tutti i comportamenti considerati “disfunzionali” (Bogdashina, 2021). L’incremento esponenziale, nella letteratura scientifica e nei media, di narrazioni autobiografiche sta di fatto dimostrando la natura sensoriale di ciò che un tempo veniva analizzato esclusivamente attraverso una lente comportamentale. Reazioni intense di fuga e di crisi, stimming, evitamento del contatto visivo o tattile, fascinazione per certi suoni, luci e tessuti, risultano infatti, per chi vive la condizione dall’interno, non soltanto modi assolutamente “funzionali” di adattamento a situazioni sociali e ambienti percettivamente ostili, ma anche, cosa ancora più importante, semplici e personali modi di abitare il mondo (Walker, 2018; Williams, 2002).

Abbandonando l’idea del deficit e tagliando i fili illusori che collegano le “anomalie” neurodivergenti ai “modi di vivere” neurotipici, si potrebbero infatti riconoscere anch’esse come modi specifici di abitare. Liberate dalla dipendenza, le caratteristiche neurodivergenti potrebbero così dispiegare le loro reali potenzialità, divenendo elementi strutturanti di spazialità alternative (img. 02), (future) eterotopie che, facendo da specchio alla nostra insana contemporaneità, potrebbero forse costituire, anche per molte altre persone, spazi in cui sia più confortevole vivere.

Sismografi

La scarsa considerazione per la sensorialità nella progettazione dell’architettura odierna non è difatti un mistero. Se già dalla fine degli anni Novanta l’architetto Juhani Pallasmaa evidenziava tale “negligenza”, diversi studi stanno riscontrando ancora oggi il medesimo problema. L’eccessiva importanza data alle questioni formali, alla vista a fuoco a scapito degli altri sensi, l’incuranza per le atmosfere e la dimensione affettiva, l’assenza di consapevolezza circa le implicazioni neurologiche dell’abitare, sono solo alcuni degli elementi che contribuiscono, secondo queste

ricerche, al malessere che riscontriamo oggi all’interno dei nostri spazi abitati (De Matteis, 2019; Pallasmaa, 2007; Robinson, 2014).

Se la noncuranza per la sensorialità, dunque, informa ancora oggi il processo progettuale, l’analisi del rapporto tra percezioni atipiche e spazialità potrebbe di certo contribuire, grazie a una prospettiva inconsueta, allo sviluppo di questo importante ambito di ricerca.

Indipendentemente dalle spiegazioni neurologiche – l’eccesso di sinapsi, la simultaneità delle connessioni neurali ecc. (Kandel, 2018; Siaud-Facchin, 2016) – il proliferare di studi e soprattutto di narrazioni autobiografiche sta mostrando sempre di più l’emergere di un mondo percettivo parallelo rispetto a quello studiato solitamente, un mondo più intenso e pervasivo3, sensibile non soltanto alle minime variazioni fisiche dell’ambiente ma anche alle sue qualità atmosferiche e intonazioni emotive (Bogdashina, 2021; Grandin, Panek, 2014; Törnvall, 2023).

Cosa accadrebbe se, invece di chiedere a queste persone di adattarsi indiscriminatamente a qualsiasi situazione spaziale, si innestasse la loro sensorialità in maniera diffusa

Riconoscere la pluralità delle esperienze corporee e percettive non può che essere un atto di fede, di fiducia e di ascolto

all’interno del processo progettuale? Se siamo davvero immerse e immersi in ambienti che non tengono conto delle nostre esigenze sensoriali, con tutti i problemi fisici e mentali che questo comporta, una percezione che agisce quasi come un sismografo, rispetto agli epicentri disfunzionali dello spazio, non potrebbe costituire una risorsa preziosa, più che una realtà da stigmatizzare o aggredire?

03. Workshop di Stampa d’Arte sull’architettura di Carlo Scarpa. Terza edizione del progetto S-CAMBIO. Gli artisti di Artismo incontrano la Querini, 2025 | Art Printmaking Workshop on the architecture of Carlo Scarpa. Third edition of the project S-CAMBIO. Gli artisti di Artismo incontrano la Querini A. Mura – Courtesy Fondazione Querini Stampalia, Venezia
04. Opera realizzata da Enrico Conte per il progetto S-CAMBIO. Gli artisti di Artismo incontrano la Querini, 2024 | Artwork created by Enrico Conte for the project S-CAMBIO. Gli artisti di Artismo incontrano la Querini, 2024. A. Mura – Courtesy Fondazione Querini Stampalia, Venezia

Alcuni studi hanno dimostrato che il 25% della popolazione neurotipica presenta anomalie di percezione e attenzione per alcuni tratti simili a quelle di gating sensoriale della popolazione autistica, ovvero è maggiormente soggetta a sovraccarico sensoriale, soprattutto se molto stanca o stressata (Bogdashina, 2021). Così come l’eliminazione di barriere fisiche dallo spazio sta dimostrando sempre di più la sua utilità nel facilitare la vita di ognuna e ognuno di noi (si vedano ad esempio i molteplici utilizzi delle rampe introdotte a Venezia), anche una progettazione autism-friendly potrebbe contribuire al benessere di un numero molto maggiore di persone, rientrando così tra le pratiche associabili all’Universal Design4 (Mostafa, 2021). Si pensi soltanto alla possibilità di avere, in ambienti pubblici molto rumorosi, luoghi silenziosi e isolati appositamente predisposti come spazi di regolazione sensoriale, luoghi di lettura o ambienti dove sia più semplice conversare, soprattutto per persone con difficoltà uditive (Crippi, 2024). Segnaletica visiva che descriva l’utilizzo dello spazio potrebbe essere utile anche a bambine e bambini, mentre la progettazione di attraversamenti più ampi, per evitare contatti troppo ravvicinati tra i passanti, potrebbe facilitare i movimenti anche di persone anziane o di individui con passeggini o valigie.

Intrecciando lo studio delle linee guida attuali per la progettazione di spazi protetti per persone neurodivergenti5 con gli studi sulla sensorialità autistica e sul rapporto tra sensorialità, emozione e spazio nell’architettura, si vogliono presentare di seguito alcune brevi riflessioni, organizzate in un piccolo manifesto aperto. I cinque “epicentri” che seguono si propongono, da un lato, di presentare alcuni punti focali attorno ai quali si sta già sviluppando la progettazione di spazi per persone neurodivergenti, dall’altro di descrivere alcuni dei campi di propagazione possibili, ovvero i benefici che l’utilizzo di tali strumenti

potrebbe apportare al benessere anche di altre tipologie di utenza, se solo venisse applicato in modo generalizzato e non soltanto in casi isolati.

Epicentri

1. Riconoscere la pluralità delle esperienze corporee e percettive non può che essere un atto di fede, di fiducia e di ascolto. Esistono mondi che non potremo mai conoscere ma che siamo chiamate e chiamati, talvolta, a trasformare anche in modo radicale. Il mondo di un bambino ha una dimensione diversa, la realtà di un’anziana spesso rallenta, una donna molto alta o un uomo dalla corporatura robusta dovranno costantemente adattare i loro corpi allo spazio. Non esistono dunque verità oggettive, ma l’errore può essere più facilmente trasformato se il processo progettuale avviene secondo un pensiero bottom-up e non un processo top-down Partire da elementi separati e progressivamente assemblarli, osservando di volta in volta le relazioni che emergono, è di certo un processo complesso, a volte lento, ma ha due vantaggi principali: da un lato, permette la sostituzione di singole parti senza che il sistema ne risenta in modo sostanziale (Grandin, Panek, 2014), dall’altro può potenzialmente estendersi all’infinito, accogliendo più facilmente elementi estranei come, ad esempio, apporti di altre discipline (img. 03) o i desideri di chi abiterà lo spazio.

Accomodare il corpo, accomodare i sensi dovrebbe essere lo scopo primario dei nostri progetti

2. Riconoscere la pluralità del tempo, ovvero la sua natura cronologica, storica, stagionale, ormonale ecc. Abituate e abituati a considerare il tempo soltanto linearmente, spesso ci dimentichiamo che la dimensione temporale dello spazio è di natura ciclica. Secondo l’architetta Sarah Ro-

binson, più che a un’architettura eterna dovremmo ambire a un’architettura perenne che si rinnovi con le stagioni, i cicli della luce e i rituali degli esseri umani (Robinson, 2014). Se la progettazione architettonica organizza i ritmi della nostra quotidianità, analizzarla attraverso questa lente potrebbe farci scoprire, ad esempio, che lo spazio del riposo è caratterizzato da un tempo ampio e dilatato, mentre quello del lavoro spesso da ritmi repentini e incessanti. Le persone autistiche mostrano solitamente malessere nei luoghi dai ritmi più serrati (Törnvall, 2023). Non sono però le sole, anche la progettazione age-friendly considera la dilatazione di alcune attività come un requisito fondamentale per il benessere delle persone anziane (Chao, 2018). L’analisi della temporalità che attribuiamo a uno spazio, quando lo progettiamo, può divenire quindi di primaria importanza, soprattutto nei casi in cui ci si accorga di non aver predisposto in un edificio luoghi dai ritmi dilatati, vitali per persone anziane o autistiche, ma utilizzati come luoghi di decompressione anche da un’utenza più estesa.

3. Accomodare il corpo, accomodare i sensi dovrebbe essere lo scopo primario dei nostri progetti. Se l’idea di benessere può cambiare anche radicalmente in funzione di cablaggi neurologici differenti, ciò che rimane come esigenza comune è la necessità di effettuare una scelta. Come evidenziano le architette Irina Verona e Jennifer Carpenter, per progettare spazi che accolgano la neurodiversità umana occorre sognare ambienti ridondanti,

ovvero luoghi che soddisfano le nostre necessità in molteplici modi (Verona, Carpenter, 2023). In opposizione al concetto di multifunzionalità, che assegna una pluralità di scopi a un solo spazio – ad esempio gli open space degli uffici, sgraditi non soltanto alle persone autistiche (Törnvall, 2023) – la ridondanza progetta elementi differenti per rispondere a una singola esigenza: si potrà così decidere da quale porta entrare in funzione di ciò che sta accadendo in una stanza, oppure scegliere il tipo di luce, adattandolo alla propria attività o stato d’animo, come già sperimentato dall’architetta Magda Mostafa nel suo lavoro di Autism Design Consultant . Una spazialità ridondante potrà inoltre prevedere più facilmente medesimi spazi funzionali strutturati per bisogni sensoriali diversi. Un esempio possono essere le calm room presenti nelle aule della Salmons Brook School, progettata dallo studio Haverstock, o ancora le piccole nicchie con sedute inserite negli spazi comuni della Seniors House di Hinnerup, progettata dagli studi Wienberg Architects e Frier Architecture. Tali luoghi di decompressione, associati spesso ad ambienti affollati, non sono però peculiari soltanto di spazi protetti per persone autistiche, ma si stanno diffondendo anche in altre tipologie di edifici, come dimostrano le meditation room e le reflection room introdotte negli uffici IBM.

La pluralità delle esperienze percettive non dovrebbe essere considerata un ostacolo ma un’importante risorsa

4. Progettare lo spazio affettivo partendo dagli oggetti. Uno dei grandi paradossi del nostro pensiero progettuale – quando non ci occupiamo di arredamento di interni o allestimenti – è che spesso ci dimostriamo incuranti di arredi e oggetti, nonostante nella nostra memoria affettiva emergano molto più dei muri che li contengono. Per quanto il pensiero neurotipico solitamente colga l’insieme, rielaborandolo spesso astrattamente, il suo corpo rimane comunque dipendente dall’uso del dettaglio: vediamo la porta ma stringiamo la

mano alla maniglia (Pallasmaa, 2007), abitiamo la stanza ma leggiamo un libro alla luce di una lampadina. La mente autistica, “condannata” a guardare la realtà per dettagli, instaura invece con essi un rapporto di gran lunga più intenso, dando evidenza di quel piacere che si può provare dentro uno spazio dotato delle giuste cose nel posto adeguato (Williams, 2002). Pensare ad arredi e a oggetti nel processo progettuale non significa avere il controllo di ogni minimo dettaglio, ma conformare lo spazio in modo semplice così da permettere, felicemente e senza sforzo, il proliferare delle piccole cose.

5. Progettare luoghi senza scopo, ovvero riconoscere che i nostri corpi non hanno bisogno soltanto di “fare” ma anche semplicemente di “agire” (img. 04). Se correre dietro un pallone per una persona autistica potrebbe non avere senso (Bogdashina, 2021), questa non ha il potere di stigmatizzare tale necessità come invece accade, al contrario, quando individui neurotipici denigrano persone autistiche, semplicemente perché intente in azioni senza alcuno scopo (Walker, 2018; Williams, 2002). Se la nostra società ha costruito nel tempo impianti sportivi, sale da ballo, aree gioco, dovrebbe oggi finalmente riconoscere la “funzionalità” anche di altri usi del corpo, costruendo, ad esempio, luoghi morbidi semplicemente per calmare i sensi o, più in generale, spazi per la stimolazione o regolazione sensoriale. Un’utopia, questa, già concretizzata, negli anni Settanta, dall’educatore Fernand Deligny all’interno della sua rete di presa in carico per bambine e bambini autistici. Mappando i loro movimenti, Deligny non si accorse infatti soltanto dell’esistenza di schemi ma anche della felicità che essi provavano nel compiere deviazioni rispetto a tragitti e a scopi predefiniti. Invece di disincentivare tali scostamenti, strutturò l’ambiente per facilitarli (Alvarez de Toledo, 2013), dando così evidenza di quel che può divenire uno spazio quando viene progettato per accogliere anche usi non convenzionali del corpo, che questi siano neurodivergenti o meno.

05. Xilografia realizzata da Karim Zubeidi per il progetto S-CAMBIO. Gli artisti di Artismo incontrano la Querini, 2024 | Woodcut created by Karim Zubeidi for the project S-CAMBIO. Gli artisti di Artismo incontrano la Querini, 2024. A. Mura – Courtesy Fondazione Querini Stampalia, Venezia

Trovare un perno

Nel libro La storia della matita, lo scrittore Peter Handke scrisse “intuizione significa: trovare un perno” (Handke, 1992), ruotare il mondo a partire da un piccolo fulcro. Potrebbe infatti bastare un semplice punto di leva per permettere all’architettura di aprirsi a campi fino a ora inesplorati, accogliendo così i molteplici bisogni della neurodiversità umana. Basterebbe solo non additare una reazione quando viene considerata “anomala”, ma aprirsi a essa con curiosità, cercando di capire quale mondo quegli occhi stanno davvero guardando (img. 05). La pluralità delle esperienze percettive non dovrebbe infatti essere considerata un ostacolo ma un’importante risorsa, utile a definire soluzioni solo a prima vista inconsuete. L’idea della ridondanza progettuale, ad esempio, sarebbe stata impensabile soltanto pochi decenni fa, in un secolo talmente ossessionato dalla sintesi da non accorgersi di tutti i corpi “non conformi” che stava relegando all’oblio. Spetta ora al nostro secolo restituire a essi luce, superare quel binarismo “tipico-atipico” che non solo ci impedisce di progettare spazi di convivenza tra le diverse sensorialità umane, ma continua a convincerci che non esista niente nel mezzo, quando è invece proprio in quell’intervallo che la maggior parte di noi potrebbe invece trovare il proprio specifico luogo di pace.*

NOTE

1 – Una delle teorie più accreditate sull’autismo è quella del deficit di teoria della mente. Damian Milton, supportato da alcuni studi, ha tuttavia dimostrato che la capacità di percepire gli stati mentali dell’altro non è deficitaria nell’autismo e presente nella neurotipicità, in quanto anche le persone neurotipiche mostrano difficoltà nell’intuire gli stati mentali autistici (Marocchini, 2024).

2 – Come quelle di Carl Delacato, Donna Williams e Temple Grandin (Bogdashina, 2021).

3 – Non a caso, nel 2007, Rinaldi e Markram proposero la sindrome del mondo intenso come ipotesi unificatrice della condizione autistica (Bogdashina, 2021).

4 – L’Universal Design, ideato dall’architetto Ronald Mace, si propone di progettare oggetti e spazi affinché siano utilizzabili dal numero più ampio possibile di persone, senza necessità di ulteriori adattamenti (Crippi, 2024).

5 – Si cita, come caso esemplare, l’Autism ASPECTSS Design Index ideato dall’architetta Magda Mostafa. Tale indice propone sette criteri di progettazione per facilitare l’uso dello spazio da parte di persone autistiche: acustica, ordinamento spaziale, spazi di fuga, compartimentazione, transizione, zonizzazione sensoriale, sicurezza (Mostafa, 2021).

REFERENCES

– Alvarez de Toledo S. (a cura di) (2013). Cartes et lignes d’erre / Maps and wander lines. Traces du réseau de Fernand Deligny 1969-1979. Parigi: L’Arachnéen.

– Bogdashina O. (2021). Le percezioni sensoriali nell’autismo e nella sindrome di Asperger Crema: Uovonero.

– Chao T.-Y. (2018), Planning for Greying Cities: Age-Friendly City Planning and Design Research and Practice. New York-Londra: Routledge.

– Crippi I. (2024), Lo spazio non è neutro. Accessibilità, disabilità, abilismo. Napoli: Tamu.

– De Matteis F. (2019). Vita nello spazio. Sull’esperienza affettiva dell’architettura. MilanoUdine: Mimesis.

– Grandin T., Panek, R. (2014). Il cervello autistico. Milano: Adelphi.

– Handke P. (1992). La storia della matita. Parma: Ugo Guanda.

– Kandel E.R. (2018). La mente alterata. Cosa dicono di noi le anomalie del cervello. Milano: Raffaello Cortina Editore.

– Marocchini E. (2024). Neurodivergente. Capire e coltivare la diversità dei cervelli umani Roma: Tlon.

– Mostafa M. (2021). Architecture for All. Costruire per Un Mondo Diversamente Abile: dagli Immaginari Autistici dello Spazio Architettonico agli Immaginari Architettonici dello Spazio Autistico. In Inside Quality Design, n. 65, Milano: Verbus Editrice, pp. 62-71.

– Pallasmaa J. (2007). Gli occhi della pelle. L’architettura e i sensi. Milano: Jaca Book.

– Robinson S. (2014). Nesting. Fare il nido. Pordenone: Safarà Editore.

– Siaud-Facchin J. (2016). Troppo intelligenti per essere felici? La plusdotazione intellettiva: riconoscerla, comprenderla, conviverci. Milano: Rizzoli.

– Törnvall C. (2023). Autistiche. Donne nello spettro. Roma: Elliot.

– Verona I., Carpenter J. (2023). Neurodiversity, Sustainability, and Inclusion: A Case for Redundancy in Architecture. In Mostafa M. et al. (a cura di), Design for Inclusivity. Proceedings of the UIA World Congress of Architects Copenhagen 2023. Berlino: Springer, pp. 381-390.

– Walker N. (2018). Somatics and Autistic Embodiment. In Don Hanlon J. (a cura di), Diverse Bodies, Diverse Practices: Toward an Inclusive Somatics. Berkeley: North Atlantic Books, pp. 90-117.

– Williams D. (2002). Nessuno in nessun luogo. La straordinaria autobiografia di una ragazza autistica. Roma: Armando Editore.

Normative Bodies

More than eight billion bodies are moving through space in the world today. Every day, myriad cultures, genders, ages, perceptions and desires pour into spaces which, in contrast, are designed for an extremely limited number of standardized individuals. As we cannot take every single human experience into consideration, but especially even be aware of all of them, we often find ourselves putting these varied experiences into a few boxes during the design process. Although the labels they are given can change over the course of human history, they have always been the result of influence and cultural stereotypes as well as being based on the personal perceptual experience of those who establish the “norm”, not to mention “normality” (img. 01).

It seems that when interpreting and consequently categorizing the world, individuals do not really see it for what it is; it is always seen through the lens of what they already know. As neuroscience tells us, our brain only acknowledges information from our senses that is strictly necessary for action, filling in the blanks itself and thus largely predicting the final picture (Kandel, 2018). Both our perception – as shown by optical illusions – and our knowledge – as seen in the concept of confirmation bias –appear to be closed, repetitive cycles, that are even more inscrutable and rigid when created by our unconscious processes. Perhaps this is why it seems so challenging for society to break free from the myth of the “normal brain”, in other words, ones that have the “correct” shape and functions that researchers have attributed to this organ, who on the whole have “normal and efficient” brains themselves. Indeed, it is no coincidence that an autistic researcher, Michelle Dawson, actually undermined this myth, thanks to her “dysfunctional” attention to detail and her “obsessive” data collection. As the autistic scientist Temple Grandin has noted, it may have been precisely her unusual way of perceiving

Liselotte Corigliano

In an Intense World

Atypical Perceptions and Architecture

the world that allowed her to highlight something at once invisible and undeniable: namely, the tendency in autism research to cast every deviation from the norm into a great “dumping ground of deficits”. When analyzed by functional magnetic resonance imaging, if different areas of an autistic brain were activated than usual, or there were abnormal cortical volumes, whether greater or lower, these results were noted as deficiencies regardless. In fact, even abilities surpassing the norm (and not just in the case of savant-like abilities) were seen as the brain’s way of compensating for a deficit (Grandin and Panek, 2014).

As we are obsessed with looking for what we expect to find, we often describe neural wiring that differs from what we view as normal as negative, thus denying the existence of sensory and spatial experiences that greatly differ from those neurotypical brains could even imagine.

Modes of Inhabiting

Alongside research into abilities, other studies are nowadays contributing towards rewriting the traditional (neurotypical) description of autism on several fronts. On the one hand, Damian Milton’s theory of double empathy is starting to dismantle the foundational idea of the theory of mind deficit1 (Marocchini, 2024).

On the other, research on autistic sensoriality, and other types of neurodiversity more broadly (Bogdashina, 2021; Siaud-Facchin, 2016), is attempting to rewrite these stories from the ground up and through different pathways, recognizing their autonomy, specificity and, as with any other human narrative, their need for a space that can truly shelter embodied experience.

For the psychologist Olga Bogdashina, heir to a tradition of still mostly unheard voices2, atypical sensoriality in autism might not be an effect but rather the cause of all behavior considered “dysfunctional” (Bogdashina, 2021). The staggering increase of autobiographical accounts

in scientific literature and the media is demonstrating the sensory nature of what used to be exclusively analyzed through a behavioral lens. Strong reactions like escaping or breakdowns, stimming, avoiding eye contact or touch, a fascination for specific sounds, lights or materials, are not only completely “functional” ways of adapting to perceptually hostile social situations or environments for people on the inside of the condition, but also simple and personal ways of inhabiting the world, which is even more important (Walker, 2018; Williams, 2002). If we cast aside the idea of a deficit and cut the illusory ties between neurodivergent “anomalies” and neurotypical “ways of living”, it would be possible to recognize them as specific ways of inhabiting too. Freed from this dependence, neurodivergent traits could therefore fulfil their true potential, becoming structural elements for new types of space (img. 02), (future) heterotopias that, by holding a mirror up to the insane times we live in, could perhaps establish spaces which are more comfortable to be in for many other people.

Seismographs

It is no secret that very few provisions are made for sensoriality in contemporary architectural design. Whilst architect Juhani Pallasmaa had already highlighted this “negligence” from the late 1990s, several studies have come across the same issue today. According to these studies, the exaggerated emphasis placed on formal concerns, the focus on sight at the expense of the other senses, a disregard for atmosphere and the affective experience, and the lack of awareness regarding the neurological implications of inhabiting space, are only some of the factors that contribute towards the uneasiness we experience in our living spaces today (De Matteis, 2019; Pallasmaa, 2007; Robinson, 2014). Therefore, if this disregard for the senses still shapes the design process to this day, then an analysis of the relationship between atypical perception and spatiality could certainly help

develop this important area of research, by virtue of an unconventional perspective. Irrespective of neurological explanations like an excess of synapses or the simultaneity of neural connections (Kandel, 2018; Siaud-Facchin, 2016), an increase in studies and, especially, autobiographical accounts increasingly reveals the emergence of a parallel perceptual world compared with the one usually studied. This world is more intense and pervasive3 , sensitive not only to the smallest physical changes in the environment but also to the quality of the atmosphere and the emotional tone (Bogdashina, 2021; Grandin, Panek, 2014; Törnvall, 2023).

What would happen if, instead of asking these people to indiscriminately adapt to all kinds of spatial conditions, their sensoriality was extensively introduced into the design process? If we are indeed surrounded by environments that do not consider our sensory needs, with all of the physical and mental issues this causes, would perceptual awareness that works almost like a seismograph in relation to dysfunctional epicenters of space not be a precious resource, rather than an experience to stigmatize or attack?

Some studies have shown that 25% of the neurotypical population has anomalies of perception or attention similar, in some respects, to the sensory gating that the autistic population experiences, meaning they are more prone to sensory overload, especially when tired or stressed (Bogdashina, 2021). Just as the removal of physical barriers from space is increasingly demonstrating how beneficial it is to facilitate the lives of each and every one of us (as evidenced, for example, by the multiple uses of the ramps introduced in Venice), autismfriendly design could likewise contribute to the wellbeing of a far wider population, thus falling within the practices associated with Universal Design4 (Mostafa, 2021). Just imagine having quiet, secluded areas in overly noisy public places which would be specifically designed as spaces for sensory regulation, reading or

areas where it is easier to have a conversation, especially for those with hearing difficulties (Crippi, 2024). Visual signage that describes how the space could be used may prove useful for children, whilst a wider pedestrian crossing design could prevent passers-by from getting too close, making it simpler for the elderly or those with pushchairs or suitcases to circulate. By interweaving the study of current guidelines for the design of protected spaces for neurodivergent people5 with research on autistic sensoriality and the relationship between sensoriality, emotion and space in architecture, the following section sets out a series of brief reflections, organized as a short open manifesto. The five “epicenters” that follow aim, on the one hand, to outline a few focal points around which the design of spaces for neurodivergent people is already developing and, on the other, to describe some possible fields of application, i.e., the benefits that these tools could bring to the wellbeing of other user groups as well, if only they were applied across the board rather than only in isolated cases.

Epicenters

1. Recognizing the plurality of bodily and perceptual experiences is necessarily an act of faith, trust and listening. There are inner worlds that we will never be able to know but that we are called upon to transform at times, even in radical ways. A child’s world has a different scale, life often slows down for an elderly person, a particularly tall woman or a heavyset man will constantly have to adapt their bodies to space. Thus, there are no objective truths, but mistakes can be more readily transformed if the design process happens according to bottomup rather than top-down thinking. Starting with separate elements and progressively assembling them, observing the relationships that emerge from time to time, is definitely a complex and at times slow process, but it offers two main advantages: on the one hand, it allows for single components to be subsequently replaced without substantially impact-

ing the entire system (Grandin, Panek, 2014); on the other, it could potentially extend ad infinitum, more readily welcoming external elements, such as contributions from other disciplines (img. 03) or the wishes of those who will inhabit the space.

2. Recognizing the plurality of time, i.e., its chronological, historical, seasonal and hormonal nature, amongst other factors. As we are all used to thinking about time linearly, we often forget that the temporal dimension of space is naturally cyclical. According to architect Sarah Robinson, we should be aiming for perennial rather than eternal architecture that reinvents itself with the seasons, light cycles and human rituals (Robinson, 2014). If architectural design dictates the rhythms of our everyday lives, analysing it from this perspective may allow us to discover that rest areas are characterized by expansive, dilated time, whilst work areas by abrupt and relentless rhythms, to give an example. Autistic people typically experience discomfort in areas governed by a faster pace (Törnvall, 2023). They are not the only ones, as age-friendly design acknowledges that slowing down some activities is a fundamental requirement for the wellbeing of elderly people (Chao, 2018). An analysis of the temporality we assign a space in the design stage could become of high importance, especially when we are aware of not having created slower-paced spaces, crucial for elderly and autistic populations but also for a wider audience as decompression spaces.

3. Accommodating the body, accommodating the senses should be the main aim of our design. If ideas of wellbeing can change radically depending on different types of neural wiring, what remains as a common need is the necessity of choice. As the architects Irina Verona and Jennifer Carpenter point out, designing spaces that embrace human neurodiversity requires imagining redundant environments, i.e., places capable of meeting our needs in multiple ways (Verona, Carpenter, 2023). In contrast with the concept of multifunctionality, where a single space is assigned multiple pur-

poses – such as open-plan offices which are unpleasant not only for autistic people (Törnvall, 2023) – redundancy plans in several elements that respond to a single need. A person could choose by which door to enter a room depending on the activity happening there or choose the type of lighting and adapt it to their activity or mood, which has already been trialled by architect Magda Mostafa in her work, Autism Design Consultant. Redundant spatiality could more easily offer the same functional spaces arranged for different sensory needs. One example could be the calm rooms in classrooms at Salmons Brook School, designed by the Haverstock studio, or even the small nooks with seating which have been added to communal areas at Seniors House in Hinnerup, designed by the studios Wienberg Architects and Frier Architecture. Similar decompression areas associated with crowded environments are not just unique features of protected areas for autistic people, but they are becoming more widespread in other kinds of buildings, as shown by the meditation rooms and reflection rooms introduced in the IBM offices.

4. Designing affective space through objects. One of the major paradoxes of our design thinking – when we do not deal with interior design or layouts – is that we often show little concern for furnishings and objects, although they tend to emerge in our affective memory far more vividly than the walls that contain them. Whilst the neurotypical way of thinking sees the whole, often reworking it abstractly, the body of that person is still dependent on using the details: we see the door but we clasp the handle (Pallasmaa, 2007), we inhabit the room yet we read a book by the light of a single bulb. The autistic mind is “doomed” to experience reality through details and therefore establishes a much more intense relationship with them, manifesting the enjoyment that can be felt in a space fitted with the right things in the right places (Williams, 2002). Considering interiors and objects in the design process does not mean controlling every minute detail,

rather adapting the space in a simple way so that the small details can successfully and effortlessly multiply.

5. Designing spaces without a purpose, which means recognizing that our bodies do not just need to “do” but also quite simply to “act” (img. 04). If running after a ball might not make sense for an autistic person (Bogdashina, 2021), this does not mean they have the power to stigmatize that need. This is in contrast to what actually happens when neurotypical people belittle autistic people just because they are intent on doing activities without any goal (Walker, 2018; Williams, 2002). If our society has built sports facilities, dance halls and play areas in time, then today it should finally recognize the “functionality” of other uses of the body, by creating softer spaces to calm the senses, for example, or spaces where the senses can generally be stimulated or regulated. This utopia already came to life in the 1970s thanks to educator Fernand Deligny in the network he ran for autistic children. By mapping autistic children’s movements, Deligny did not just notice the patterns but also the joy they felt when they could take deviations from preset journeys and goals. Instead of discouraging these deviations, he structured the environment to facilitate them (Alvarez de Toledo, 2013) and showed us what can become of a space when it is designed to welcome unconventional uses of the body, whether this concerns autistic people or not.

Finding a Pivot

In History of the Pencil, the writer Peter Handke wrote that “intuition means finding a pivot” (Handke, 1992), to rotate the world around a small fulcrum. Indeed, a simple lever may be enough to allow architecture to open up to fields yet unexplored, thus accommodating the multiple needs of human neurodiversity. It would be sufficient not to point fingers at a reaction that seems “abnormal”, approaching it instead with curiosity to try and understand the world that is seen through those eyes (img. 05).

Indeed, the plurality of perceptual experiences should not be viewed as an obstacle but rather as a valuable resource which could prove useful in developing solutions that at first sight seemed unusual.

For example, the idea of redundancy in design would have been unthinkable just a few decades ago, in a century so obsessed with synthesis that it failed to notice all the “non-conforming” bodies it was relegating to oblivion. It now falls to this century to bring them back into the light and to move beyond that “typical-atypical” binary that not only prevents us from designing spaces of coexistence for different sensory needs but that also continues to persuade us that nothing exists in between, when most of us could actually find their own peaceful place, in that space in between.*

NOTES

1 – One of the most widely accepted theories of autism is the theory of mind deficit. However, Damian Milton, supported by several studies, has shown that the inability to perceive the mental states of others is not just deficient in autism and is also present in the neurotypical population, as neurotypical individuals also struggle to understand autistic mental states (Marocchini, 2024).

2 – These voices include Carl Delacato, Donna Williams and Temple Grandin (Bogdashina, 2021).

3 – It is no coincidence that Markram, Rinaldi and Markram proposed intense world syndrome as a unifying hypothesis for the autistic condition in 2007 (Bogdashina, 2021).

4 – Devised by architect Ronald Mace, Universal Design suggests designing objects and spaces so they might be used by the highest possible number of people, without the need for further adaptation (Crippi, 2024).

5 – For example, Autism ASPECTSS Design Index which was created by the architect Magda Mostafa. The index proposes seven design criteria to make spaces more accessible for autistic people: Acoustics, Spatial Sequencing, Escape Space, Compartmentalization, Transition, Sensory Zoning, Safety (Mostafa, 2021).

Mobilità inclusiva intergenerazionale

01. V. de Dompablo, 2023

Inclusive Intergenerational Mobility In a global VUCA context, the “seventh transport revolution” demands new reflections on accessibility. This paper investigates how human-centered design can redefine mobility for the elderly, evolving the concept of comfort from an ergonomic parameter to an “experiential” value linked to dignity and social participation. Through the analysis of three case studies — the services UGO, Assistiamo Te, and the research project Urban Sherpa — the article explores strategies to ensure autonomy and psychophysical well-being in dense urban environments. While commercial models focus on assistance and clinical safety, design research proposes a paradigm shift: a fluid, intergenerational mobility supported by AI, capable of mitigating the stigma of frailty. Design thus emerges as a tool to transform movement into a catalyst for inclusion and active citizenship.*

In un contesto globale VUCA (V-volatilità, U-incertezza, C-complessità, A-ambiguità), la “settima rivoluzione dei trasporti” impone nuove riflessioni sull’accessibilità. Il contributo indaga come lo human-centered design possa ridefinire la mobilità per la popolazione anziana, evolvendo il concetto di comfort da parametro ergonomico a valore “esperienziale”, legato a dignità e partecipazione sociale. Attraverso l’analisi di tre casi studio — i servizi UGO, Assistiamo Te e il progetto di ricerca Urban Sherpa — l’articolo esplora strategie per garantire autonomia e benessere psicofisico in contesti urbani densi. Se i modelli commerciali si focalizzano su assistenza e sicurezza clinica, la ricerca propone un cambio di paradigma: una mobilità liquida e intergenerazionale, supportata dall’AI, capace di mitigare lo stigma della fragilità. Il design emerge così come strumento per trasformare lo spostamento in un catalizzatore di inclusione e cittadinanza attiva.*

Tre casi studio nei contesti urbani ad alta densità

IIntroduzione

KEYWORDS: INVECCHIAMENTO, MOBILITÀ INCLUSIVA, COMFORT ESPERIENZIALE | AGEING SOCIETY, INCLUSIVE MOBILITY, EXPERIENTIAL COMFORT

Nel contesto globale contemporaneo assistiamo sempre più spesso a situazioni caratterizzate da volatilità (V), incertezza (U), complessità (C) e ambiguità (A): situazioni che gli analisti hanno sintetizzato con l’acronimo VUCA (Mack, Khare, 2016). Per un esempio significativo di VUCA, basti pensare alla situazione prodottasi con la pandemia globale da COVID-19, nel cui ambito la volatilità e imprevedibilità degli eventi era aggravata dalla complessità del vasto fenomeno e dalle ambiguità sulle soluzioni più adeguate per affrontarlo. Altri fenomeni significativi di condizioni VUCA sono quelli relativi ai cambiamenti climatici: anch’essi caratterizzati da una forte imprevedibilità e irruenza, dalla ambiguità nella individuazione degli agenti scatenanti e dalla complessità dovuta alla multiforme ampiezza e globalità delle relative manifestazioni. Detti fattori di incertezza vanno a incidere su condizioni di vita che, nel corso dell’ultimo ventennio sono comunque mutate anche a causa di numerosi altri fattori, non ultimo il forte processo di digitalizzazione che ha reso il mondo molto più connesso a livello globale e ha contribuito a determinare nuovi canoni di elaborazione concettuale, come pure modalità di interazione sociale ed economica affatto nuove. Tali premesse giovano a inquadrare l’ambito ben più delimitato del presente contributo, volto ad analizzare gli effetti di tali profondi e generali mutamenti nello specifico settore della mobilità, ambito particolarmente significativo poiché da sempre, per sua natura, vocato alla innovazione tecnologica e proiettato verso il futuro. Assistiamo a numerose e peculiari trasformazioni che nel loro complesso caratterizzano quello che gli esperti del settore chiamano la “settima rivoluzione dei trasporti” caratterizzata da: nuovi modelli di mobilità legati più al servizio che alla proprietà del veicolo; sviluppo e utilizzo della tecnologia a guida autonoma; digitalizzazione applicata alla mobilità; elettrificazione degli autoveicoli al fine di raggiungere l’impatto climatico zero voluto soprattutto dall’UE (Roland Berger, 2020; Commissione europea, 2025). Tuttavia se da un lato la cosiddetta

settima rivoluzione dei trasporti promette maggiore efficienza, la stessa rivoluzione della mobilità pone al contempo sfide cruciali all’accessibilità, specialmente per categorie fragili come gli anziani. Categoria che, dato l’invecchiamento demografico globale (WHO, 2022), risulta essere sempre più importante e richiede servizi e ambienti più inclusivi, intuitivi e capaci di supportare l’autonomia negli spostamenti, andando a mitigare lo stigma delle persone anziane e promuovendo una mobilità più equa e inclusiva.

In questa nuova mobilità da progettare, la sempre più crescente utenza anziana amplia il concetto tradizionale di comfort legato a parametri ergonomici includendo altri elementi più legati all’esperienza sensoriale e percettiva della mobilità (Ahmadpour, 2017). Il comfort esperienziale infatti abbraccia sia aspetti fisici ma anche sociali e percettivi, andando a influenzare qualità come la dignità, la sicurezza e l’indipendenza. Focalizzandosi sul comfort della mobilità delle perso-

Il design urbano proietta la sicurezza domestica in città per l’autonomia senile

ne, il presente articolo – attraverso l’analisi di tre casi studio significativi – esplora lo human-centered design in relazione al concetto di mobilità e di comfort. I tre casi sono stati selezionati cercando il confronto fra servizi esistenti (Hello UGO e Assistiamo TE) e progetti di ricerca (Urban Sherpa), andando a interrogarsi su una precisa domanda: è possibile fornire un servizio di mobilità che renda le persone anziane indipendenti, libere e sicure, promuovendo al contempo la loro salute fisica e mentale, in un contesto urbano ad alta densità?

UGO

Il progetto UGO si configura come un paradigma operativo per affrontare la sfida della mobilità assistita nella popolazio-

ne geriatrica residente in contesti urbani ad alta densità. La sua struttura risponde in modo multidimensionale all’interrogativo di ricerca fondamentale sulla possibilità di erogare un servizio che contemporaneamente massimizzi l’autonomia, la sicurezza e il benessere psicofisico dell’anziano. L’elemento centrale del modello UGO è l’impiego di caregiver professionali, figure che trascendono la mera funzione di accompagnamento logistico, agendo come operatori di supporto e facilitazione. Questo approccio è cruciale per ripristinare la libertà di movimento (mobilità attiva) in un ecosistema urbano spesso ostile, caratterizzato da elevate barriere architettoniche e complessità del trasporto pubblico. Il servizio, definito come accompagnamento flessibile, include supporto per la deambulazione pedonale, l’utilizzo sicuro dei mezzi di massa e l’impiego di veicoli dedicati per tragitti sanitari critici. La presenza del caregiver assicura una sorveglianza attiva e la gestione degli imprevisti, elementi che conferiscono all’utente un elevato senso di sicurezza percepita, condizione sine qua non per il mantenimento dell’indipendenza funzionale.

Oltre alla componente logistica, UGO interviene direttamente sui determinanti della salute olistica. Per quanto riguarda la salute fisica, la possibilità di accedere con regolarità a visite specialistiche, terapie e programmi di riabilitazione, è garantita dall’assistenza puntuale del servizio andando a migliorare l’aderenza terapeutica del paziente. Inoltre, l’incoraggiamento e il supporto alle attività motorie leggere, come le passeggiate assistite, contrastano attivamente la sedentarietà e la sarcopenia. L’impatto più significativo, tuttavia, si riscontra sulla salute mentale e cognitiva. Nelle metropoli, la disintegrazione dei nuclei familiari e la velocità sociale espongono gli anziani a un alto rischio di isolamento sociale, fattore eziologico noto per la depressione e il declino cognitivo. Il servizio di compagnia di UGO agisce come un fattore protettivo, offrendo interazione sociale qualificata e stimolazione

02. Home page del servizio di mobilità UGO | UGO mobility service home page.

cognitiva attraverso attività ricreative, culturali e di conversazione. L’operatore diviene un punto di riferimento affettivo e sociale, essenziale per riaffermare l’identità dell’anziano e il suo senso di appartenenza alla comunità. Strategicamente, la sua operatività in aree urbane dense (come Roma, Milano, Firenze) dimostra la scalabilità del modello in contesti ad alta complessità logistica. Il servizio, facilitando l’espletamento di commissioni essenziali (ritiro farmaci, gestione amministrativa), trasforma l’ambiente urbano da un impedimento a una risorsa accessibile. UGO non si limita a un trasferimento di posizione, ma implementa una tecnologia di cura umana che, tramite il ripristino della mobilità, agisce come catalizzatore per l’inclusione sociale e il miglioramento complessivo della qualità della vita della popolazione anziana.

Progetto Assistiamo Te

Il secondo caso studio analizzato in questo contributo è il progetto Assistiamo Te. Tale progetto riguarda la mobilità degli anziani in contesti urbani ad alta densità con un focus primario sulla sicurezza clinica e sull’integrazione logistico-sanitaria, elementi fondamentali per garantire la libertà funzionale di una popolazione caratterizzata da elevata fragilità clinica. Il servizio stabilisce una chiara gerarchia nel trasporto medicalizzato, essenziale per mitigare i rischi intrinsechi alla mobilità urbana per i soggetti a rischio. La sua rilevanza è massima dove la densità urbana intensifica la distanza, la complessità del traffico e il tempo di risposta alle emergenze. Fra le caratteristiche principali del servizio troviamo la distinzione funzionale tra i suoi mezzi di trasporto, mirata al ripristino dell’autonomia e della sicurezza: l’ambulanza privata (trasporto sanitario) è destinata ai pazienti che necessitano di monitoraggio clinico strumentale o supporto vitale durante il trasferimento interospedaliero o domiciliare. In città, dove il trasporto di pazienti complessi con mezzi ordinari è inattuabile, l’ambulanza privata assicura la sicurezza clinica anche su lunghe percorrenze, ripristinando la libertà di accesso a centri di cura superspecializzati non presenti in

prossimità. Questo risponde al requisito di fornire un servizio sicuro per i casi di maggiore fragilità fisica. Per esigenze meno critiche, il taxi sanitario (trasporto assistito semplice) offre un’alternativa dignitosa per anziani con difficoltà motorie che non necessitano di monitoraggio medico intensivo, ma che non possono utilizzare i mezzi pubblici o l’auto privata. Questo servizio promuove l’indipendenza e la libertà per appuntamenti non urgenti (visite di controllo, terapie non invasive), fornendo un’opzione meno onerosa e più adatta alla gestione della quotidianità in un ambiente urbano in cui l’accessibilità è spesso preclusa. L’approccio di Assistiamo Te promuove la salute fisica e mentale attraverso la decentralizzazione dei servizi clinici direttamente al domicilio, una strategia di estrema rilevanza in contesti urbani in cui l’accesso alle strutture è logisticamente oneroso. L’erogazione di prestazioni come l’infermiere a domicilio, il fisioterapista a domicilio e la diagnostica a domicilio (es. ECG, Holter) riduce drasticamente la frizione logistica e lo stress da spostamento per l’anziano, migliorando la compliance terapeutica e l’efficacia delle cure, fattori che incidono direttamente sulla salute fisica. Parallelamente, ricevere cure di alta qualità nel proprio ambiente domestico rinforza il senso di sicurezza psicologica e riduce l’ansia associata all’ambiente ospedaliero. L’assistenza domiciliare e ospedaliera con operatori socio-sanitari fornisce un contatto umano costante, contrastando l’isolamento e contribuendo alla stabilità emotiva dell’anziano in un contesto urbano spesso anonimo, dove il supporto familiare diretto può essere limitato. L’organizzazione, dunque, non si limita al trasporto, ma garantisce la continuità assistenziale, che è la vera condizione abilitante affinché l’anziano possa esercitare la propria autonomia. Assistiamo Te si configura come una soluzione di mobilità logistico-clinica che garantisce la sicurezza strumentale e la continuità assistenziale dell’anziano fragile, permettendogli di abitare il contesto urbano ad alta densità con accesso garantito a tutte le cure sanitarie necessarie. Questo approccio sistemico promuove attivamente la sua autonomia clinica e funzionale.

03. Home page del servizio di mobilità Assistiamo Te | Assistiamo Te mobility service home page.

Progetto Urban Sherpa

Chiude l’analisi dei casi studio il progetto di ricerca Urban Sherpa (Petrocchi, 2024) un modello operativo di design che affronta il tema della mobilità urbana al fine di garantire indipendenza, libertà, sicurezza e promozione della salute fisica e mentale delle persone anziane. La sua formulazione è scaturita dalla constatazione di un mismatch (Holmes, 2020) tra l’evoluzione dei sistemi di mobilità urbana e le esigenze della sempre più anziana popolazione cittadina.

Lo studio condotto con un approccio human-centered fornisce una nuova visione di mobilità che si articola su tre fronti principali: il primo è la sicurezza e libertà funzionale di movimento nel contesto urbano ad alta densità. La piattaforma risponde a questo punto attraverso il suo secondo pilastro, il supporto in tempo reale e navigazione assistita. L’implementazione di una intelligenza artificiale che interagisce con l’utente tramite voce (vocal user interface) è una scelta tecnologica strategica per mitigare le barriere cognitive e le difficoltà di interazione tattile o visiva tipiche dell’età avanzata, garan-

Il secondo fronte è la promozione della salute fisica e mentale. Per la salute fisica, l’Intelligenza Artificiale (IA) del servizio non si limita a calcolare il percorso più veloce, ma suggerisce itinerari ottimizzati che incoraggiano l’attività fisica leggera (es. percorsi a piedi) come parte integrante della routine, contribuendo attivamente al mantenimento della funzionalità motoria e contrastando la sedentarietà. Per la salute mentale, il progetto rappresenta un potente antidoto all’isolamento sociale, che è notoriamente amplificato dalla frammentazione e dall’anonimato delle città ad alta densità. L’Urban Sherpa agisce come un facilitatore sociale spingendo proattivamente l’utente verso la partecipazione. La piattaforma sfrutta l’IA per suggerire non solo i trasporti, ma anche opportunità sociali e ricreative basate sulle abitudini apprese. La funzione “eventi” sull’interfaccia spinge gli anziani a interagire con la comunità, rompendo il ciclo dell’isolamento. Questo approccio proattivo nel promuovere l’interazione è essenziale per la salute mentale, poiché rafforza il senso di appartenenza e l’autonomia decisionale specialmente nel periodo anziano.

La mobilità diventa inclusione, integrando tutti nella partecipazione urbana attiva

tendo che l’utente possa muoversi in modo indipendente e libero dall’ansia di app complesse. Durante gli spostamenti, l’assistente virtuale fornisce indicazioni chiare e inequivocabili, riducendo significativamente il senso di smarrimento e l’ansia da vulnerabilità, un elemento psicologico cruciale per la sicurezza percepita. Inoltre, il sistema implementa un protocollo di sicurezza proattiva che prevede la condivisione in tempo reale di dati geolocalizzati e parametri di salute con la rete di supporto (caregiver e medici), abilitando una risposta immediata alle emergenze e garantendo che la sicurezza fisica sia mantenuta anche nel fitto tessuto urbano.

Infine, l’adattabilità al contesto urbano ad alta densità è confermata dall’analisi dei trend DESTEP che ha fornito numerose intuizioni utili al progetto appartenenti a diversi settori: Demografico (D), Ambientale (E), Sociale (S), Tecnologico (T), Economico (E) e Politico (P). L’Urban Sherpa è concepito per operare in un contesto di mobilità multimodale interconnessa, tipica delle città. La sua natura di servizio ibrido e on-demand lo rende scalabile ed efficace nel superare le complessità logistiche e le barriere cognitive che altrimenti precluderebbe all’anziano l’accesso ai servizi e alle opportunità cittadine. In conclusione, Urban Sherpa offre una risposta progettuale al problema della mobilità anziana, dimostrando che la fusione di tecnologia IA avanzata e supporto umano relazionale può fornire una mobilità equa, inclusiva e non stigmatizzante, elevando significativamente la dignità, l’autonomia e il benessere psicofisico della popolazione anziana metropolitana.

04. Layout di sistema e app del progetto Urban Sherpa | System Layout and app of the Urban Sherpa Project. F. Petrocchi

Conclusioni

L’analisi dei casi studio presentati permette di rispondere positivamente al quesito di ricerca formulato nel paragrafo introduttivo, validando l’ipotesi che sia possibile progettare sistemi di mobilità capaci di garantire alla popolazione anziana indipendenza e sicurezza, preservandone le routine quotidiane e il benessere psico-fisico. Oltre a confermare tale fattibilità, l’indagine fa emergere tre direttrici progettuali cruciali per il design contemporaneo: l’evoluzione del concetto di comfort in chiave esperienziale, la necessità di mitigare lo stigma sociale e il ruolo strategico delle metodologie human-centered nel ridefinire il paradigma della mobilità inclusiva. In primo luogo, si osserva un ampliamento semantico del concetto di comfort della mobilità. Come evidenziato dai casi studio, il comfort non è più riconducibile alla mera efficienza dello spostamento da un punto A a un punto B, né esclusivamente alla dimensione ergonomica. Esso si estende alla qualità complessiva dell’esperienza d’uso, trasformandosi in un fattore psicologico e sensoriale di fondamentale importanza per le categorie fragili. La zona di comfort, tradizionalmente confinata alle mura domestiche, viene proiettata nello spazio urbano attraverso il progetto: la rassicurazione e il senso di sicurezza diventano affordance cruciali che incentivano l’utente a uscire di casa, restituendo dignità e autonomia alla persona anziana nel suo rapporto con la città. Parallelamente, emerge l’urgenza di mitigare lo stigma sociale connesso allo stato di fragilità. L’attuale offerta di servizi ad hoc, pur garantendo una facile riconoscibilità, rischia spesso di ghettizzare l’utenza, sottolineandone la ridotta mobilità e la dipendenza. Per superare questa dinamica, la sfida del design risiede nel proporre modelli di mobilità universale: sistemi fluidi in grado di accogliere la più ampia pluralità di cittadini, includendo la popolazione anziana all’interno di un’esperienza collettiva anziché segregarla in servizi specialistici escludenti. Infine, l’apporto delle metodologie human-centered risulta determinante nel differenziare gli approcci progettuali tra ambito commerciale e

ricerca scientifica. Sebbene entrambi pongano al centro lo studio dell’utente fragile, si riscontra una divergenza sostanziale nelle visioni proposte.

Casi studio reali come Assistiamo Te e progetto UGO, condizionati da logiche di mercato, focalizzano il servizio sulla necessità di assistenza, restituendo l’immagine di un utente non pienamente autonomo. Al contrario, il progetto di ricerca Urban Sherpa propone un cambio di paradigma: la mobilità viene ridisegnata come esperienza sociale e intergenerazionale. In questa visione “liquida”, il design non interviene per colmare una lacuna funzionale, ma per adattare il servizio all’intero tessuto sociale, trasformando la mobilità inclusiva in un catalizzatore di integrazione e partecipazione attiva alla vita urbana.*

REFERENCES

– Ahmadpour N. (2017). Comfort Experience in Everyday Life Events. In Chung W., Shin C.S. (a cura di), Advances in Affective and Pleasurable Design. Cham: Springer International Publishing, pp. 625-632. doi: 10.1007/978-3-319-41661-8_61.

– Commissione europea (2025). Il Green Deal europeo (online). In commission.europa. eu/strategy-and-policy/priorities-2019-2024/european-green-deal_it (ultima consultazione dicembre 2025).

– Holmes K. (2020). Mismatch: How inclusion shapes design. Cambridge, MA: MIT Press.

– Mack O., Khare A. (2016). Perspectives on a VUCA World. In Mack, O., Khare A., Krämer A., Burgartz T. (a cura di), Managing in a VUCA World. Cham: Springer International Publishing, pp. 3-19. doi: 10.1007/978-3-319-16889-0_1

– Petrocchi F. (2024). The Urban Sherpa Project: Together To Get There. Towards a more inclusive mobility for elderly commuters (online). Tesi di laurea. Università degli Studi di Ferrara. In sfera.unife.it/handle/11392/2576671 (ultima consultazione dicembre 2025).

– Roland Berger (2020). The road ahead for Italian automotive suppliers – 2030 and beyond (online). In rolandberger.com/en/Insights/Publications/The-road-ahead-for-Italianautomotive-suppliers-2030-and-beyond.html (ultima consultazione dicembre 2025).

– WHO (2022). Ageing and health (online). In who.int/news-room/fact-sheets/detail/ ageing-and-health (ultima consultazione dicembre 2025).

05. Analisi di una delle routine di mobilità di un utente del progetto Urban Sherpa | Analysis of one of the mobility routines of a user of the Urban Sherpa project. F. Petrocchi

Introduction

In the contemporary world, we are increasingly confronted with scenarios characterized by volatility (V), uncertainty (U), complexity (C), and ambiguity (A) – a framework synthesized by analysts through the acronym VUCA (Mack, Khare, 2016). A preeminent example of this condition is the COVID-19 pandemic, where systemic unpredictability was compounded by the multifaceted nature of the phenomenon and the ambiguity of effective mitigation strategies. Similarly, climate change represents a VUCA manifestation, defined by its impetuousness, its global repercussions, and the ambiguous identification of primary triggering agents. These uncertainty factors intersect with living conditions that have undergone radical shifts over the last two decades, driven largely by pervasive digitalization. This process has not only fostered global connectivity but has also established new paradigms for conceptual processing and socio-economic interaction. Such premises provide the necessary framework for this contribution, which aims to analyze the impact of these profound transformations within the mobility sector. This field is of particular relevance as it is intrinsically vocationed toward technological innovation and future-oriented trajectories. Within this domain, we are witnessing the emergence of the “seventh transport revolution”, characterized by: the transition from vehicle ownership to Service-as-a-Mobility (SaaS) models; the integration of autonomous driving technologies; the digitalization of transport infrastructures; and the systemic electrification of vehicles to meet the EU’s net-zero climate targets (Roland Berger, 2020; European Commission, 2025). However, while the seventh transport revolution promises enhanced efficiency, it introduces critical challenges regarding accessibility, particularly for vulnerable demographics such as the elderly. Given global demographic aging (WHO, 2022), it is imperative to design inclusive and intuitive environments that support functional autonomy, mitigate social stigma,

Inclusive Intergenerational Mobility

Three Case Studies in High-density Urban Contexts

and promote equitable mobility. In this evolving landscape, the growing elderly user base necessitates an expansion of the traditional, ergonomic-centered definition of comfort toward a more holistic “experiential comfort” (Ahmadpour, 2017). This aradigm encompasses physical, social, and perceptual dimensions, directly impacting dignity, safety, and independence. By focusing on human mobility comfort, this article employs a Human-Centered Design (HCD) approach to examine the nexus between mobility and well-being through the analysis of three significant case studies. By comparing existing services (Hello UGO and Assistiamo TE) with research-driven initiatives (Urban Sherpa), this study addresses a fundamental research question: Is it possible to implement mobility services that ensure independence and safety for the elderly while fostering their physical and mental health within high-density urban environments?

UGO

The first case study examined is UGO, a project that serves as an operational paradigm for addressing the challenges of assisted mobility within the geriatric population residing in high-density urban environments. Its framework offers a multidimensional response to the core research inquiry: the feasibility of implementing a service that simultaneously maximizes autonomy, safety, and the psychophysical well-being of the elderly. The cornerstone of the UGO model is the integration of professional caregivers—figures who transcend mere logistical transport to function as support and facilitation operators. This approach is critical for restoring active mobility within an often hostile urban ecosystem characterized by pervasive architectural barriers and the inherent complexity of public transit systems. Defined as “flexible accompaniment”, the service encompasses pedestrian support, the safe utilization of mass transit, and the provision of dedicated vehicles for critical medical journeys. The caregiver’s presence ensures active

surveillance and contingency management, factors that substantially heighten the user’s perceived safety—a sine qua non for maintaining functional independence. Beyond its logistical components, UGO directly intervenes in the determinants of holistic health. Regarding physical health, the service facilitates regular access to specialized medical consultations, therapies, and rehabilitation programs, thereby improving patient therapeutic adherence. Furthermore, by encouraging light motor activities, such as assisted walks, the model actively counteracts sedentary behavior and sarcopenia. However, the most significant impact is observed in mental and cognitive health. In metropolitan areas, the disintegration of family units and accelerated social tempos expose the elderly to a high risk of social isolation—a known etiological factor for depression and cognitive decline. UGO’s “Companionship Service” acts as a protective factor, providing qualified social interaction and cognitive stimulation through cultural and recreational engagement. In this context, the operator becomes an affective and social reference point, essential for reaffirming the individual’s identity and sense of community belonging. Strategically, its operational success in dense urban areas (such as Rome, Milan, and Florence) demonstrates the model’s scalability within logistically complex environments. By facilitating essential tasks—such as pharmaceutical procurement and administrative management—UGO transforms the urban landscape from a hindrance into an accessible resource. Ultimately, the project does not merely facilitate relocation; it implements a “human care technology” that, through the restoration of mobility, acts as a catalyst for social inclusion and a comprehensive enhancement of the quality of life for the elderly population.

Assistiamo Te

The second case study analyzed in this contribution is the Assistiamo Te project. This initiative addresses elderly mobility in high-density

urban environments with a primary focus on clinical safety and medico-logistical integration—essential elements for ensuring the functional freedom of a population characterized by high clinical fragility. The service establishes a rigorous hierarchy in medicalized transport, which is fundamental for mitigating the risks inherent in urban mobility for at-risk individuals. Its relevance is most pronounced where urban density exacerbates distances, traffic complexity, and emergency response times. A key feature of the service is the functional distinction between its transport modes, aimed at restoring both autonomy and safety: Private Ambulance (Sanitary Transport): Designed for patients requiring instrumental clinical monitoring or life support during inter-hospital or home transfers. In urban contexts where transporting complex patients via standard means is unfeasible, the private ambulance ensures clinical safety over long distances, restoring access to highly specialized care centers that may not be available in the immediate vicinity. Medical Taxi (Simple Assisted Transport): Provides a dignified alternative for elderly individuals with motor impairments who do not require intensive medical monitoring but are unable to utilize public transit or private vehicles. This service promotes independence for non-urgent appointments (follow-up visits, non-invasive therapies), offering a cost-effective solution tailored to daily life in environments where accessibility is often restricted. The Assistiamo Te approach promotes physical and mental health through the decentralization of clinical services directly to the home—a strategy of paramount importance in urban contexts where physical access to facilities is logistically burdensome. The provision of home-based nursing, physiotherapy, and diagnostics (e.g., ECG, Holter monitoring) drastically reduces “logistical friction” and the physiological stress associated with displacement. This enhancement of therapeutic compliance and care efficacy directly impacts physical health. Simultaneously, receiving high-quality care within the domestic environment reinforces psychological security and reduces the anxiety typically associated with hospital settings. The provision of home and hospital assistance by socio-sanitary operators ensures constant human contact, counteracting isolation and contributing to emotional stability in often anonymous urban settings where direct family support may be limited. Consequently, the organization transcends mere transportation to guarantee continuity of care, which serves as the true enabling condition for elderly autonomy. Assistiamo Te constitutes a socio-clinical mobility solution that ensures instrumental safety and care continuity, allowing the fragile elderly to inhabit high-density urban spaces with guaranteed access to necessary healthcare, thereby systematically promoting clinical and functional autonomy.

Urban Sherpa Project

The analysis of case studies concludes with the Urban Sherpa research project (Petrocchi, 2024), an operational design model address-

ing urban mobility to ensure independence, safety, and the promotion of physical and mental health for the elderly. Its formulation arises from the identified mismatch (Holmes, 2020) between the evolution of urban mobility systems and the needs of an increasingly aging metropolitan population. Adopting a human-centered approach, the study provides a novel vision of mobility articulated across three primary pillars. The first pillar concerns Safety and Functional Freedom of Movement within high-density urban environments. The platform addresses this through Real-Time Support and Assisted Navigation. The implementation of Artificial Intelligence interacting via a Vocal User Interface (VUI) is a strategic technological choice designed to mitigate cognitive barriers and the tactile or visual interaction difficulties typical of advanced age. This ensures that users can navigate independently, free from the anxiety associated with complex digital interfaces. During transit, the virtual assistant provides clear, unambiguous directions, significantly reducing the sense of disorientation and “vulnerability anxiety”—a crucial psychological element for perceived safety. Furthermore, the system implements a proactive safety protocol involving real-time sharing of geolocated data and health parameters with a support network (caregivers and medical professionals), enabling immediate emergency response. The second pillar focuses on the Promotion of Physical and Mental Health. For physical well-being, the AI does not merely calculate the fastest route; it suggests optimized itineraries that encourage light physical activity, such as walking paths, as an integral part of the daily routine. This actively contributes to maintaining motor functionality and counteracting sedentary lifestyles. Regarding mental health, the project serves as a potent antidote to social isolation, which is often amplified by the fragmentation and anonymity of high-density cities. Urban Sherpa acts as a social facilitator, proactively nudging the user toward community participation. The platform utilizes AI to suggest not only transport options but also social and recreational opportunities based on learned habits. The “events” feature on the interface encourages seniors to engage with the community, breaking the cycle of isolation and reinforcing their sense of belonging and decisional autonomy. Finally, the adaptability to high-density urban contexts is validated by a DESTEP trend analysis, which provided critical insights across Demographic (D), Environmental (E), Social (S), Technological (T), Economic (E), and Political (P) sectors. Urban Sherpa is conceived to operate within the interconnected, multimodal mobility typical of modern cities. Its nature as a hybrid, on-demand service makes it scalable and effective in overcoming the logistical complexities and cognitive barriers that would otherwise preclude elderly access to urban opportunities. In conclusion, Urban Sherpa offers a designdriven response to the challenges of geriatric mobility, demonstrating that the fusion of advanced AI technology and relational hu-

man support can provide equitable, inclusive, and non-stigmatizing mobility, significantly elevating the dignity, autonomy, and psychophysical well-being of the metropolitan elderly population.

Conclusions

The analysis of the presented case studies allows for a positive response to the research question formulated in the introductory paragraph, validating the hypothesis that it is possible to design mobility systems capable of guaranteeing independence and safety for the elderly while preserving their daily routines and psychophysical well-being. Beyond confirming this feasibility, the investigation highlights three crucial design trajectories for contemporary discourse: the evolution of the concept of comfort toward an experiential dimension, the urgent need to mitigate social stigma, and the strategic role of human-centered methodologies in redefining the paradigm of inclusive mobility. First, a semantic expansion of the concept of mobility comfort is observed. As evidenced by the case studies, comfort can no longer be reduced to mere efficiency in moving from point A to point B, nor exclusively to the ergonomic dimension. It extends to the overall quality of the user experience, transforming into a psychological and sensory factor of fundamental importance for fragile categories. Through intentional design, the “comfort zone”—traditionally confined to the domestic sphere—is projected into the urban space. Reassurance and a sense of security become crucial affordances that incentivize the user to leave their home, restoring dignity and autonomy to the elderly in their relationship with the city. Parallel to this, there is an urgent need to mitigate the social stigma associated with frailty. Current ad hoc service offerings, while ensuring easy recognizability, often risk ghettoizing users by emphasizing their reduced mobility and dependence. To overcome this dynamic, the design challenge lies in proposing universal mobility models: fluid systems capable of accommodating the broadest plurality of citizens, including the elderly within a collective experience rather than segregating them into exclusionary specialized services. Finally, the contribution of human-centered methodologies is decisive in differentiating design approaches between the commercial and scientific research spheres. Although both focus on the fragile user, a substantial divergence in their proposed visions remains. Real-world case studies such as Assistiamo Te and UGO, conditioned by market logic, focus the service on the need for assistance, often reinforcing the image of a user who is not fully autonomous. Conversely, the Urban Sherpa research project proposes a paradigm shift: mobility is redesigned as a social and intergenerational experience. In this “liquid” vision, design does not intervene to fill a functional gap, but to adapt the service to the entire social fabric, transforming inclusive mobility into a catalyst for integration and active participation in urban life.*

Sara Ceraolo

Dottoranda in Design e tecnologia, Dipartimento di architettura e design, Politecnico di Torino. sara.ceraolo@polito.it

Cristian Campagnaro

Professore ordinario di Design, Dipartimento di architettura e design, Politecnico di Torino. cristian.campagnaro@polito.it

Una prospettiva multi-dominio

01. Momenti di un workshop di co-design in cui, attraverso le immagini, si è cercato di rispondere alla domanda: “Come possiamo trasformare questo spazio per renderlo confortevole e bello?”. Nella fotografia, una partecipante osserva e commenta le scelte delle altre persone | Moments from a co-design workshop in which participants sought to answer the question, through images: “How can we transform this space to make it comfortable and beautiful?” In the photograph, one participant observes and comments on the choices made by others. S. Ceraolo

A Multi-Domain Perspective The article explores the concept of comfort in co-design projects for social inclusion, understood as a political, social, and relational construct. Based on over 20 actionresearch experiences by the group, comfort is analyzed as a boundary concept, giving voice to complex and often undefined needs in the early stages of collaborative processes. Through the lens of the design domains (Jones and Van Patten), the article develops a multidomain and dialogical perspective, articulated in three lines: comfort spaces, states of comfort, and processes for comfort. Comfort thus emerges as a transformative device and a form of collective care, fostering well-being, self-efficacy, and more inclusive futures.*

L’articolo esplora il concetto di comfort nei progetti di co-design per l’inclusione sociale, inteso come costruzione politica, sociale e relazionale. A partire da oltre 20 esperienze di ricerca-azione del gruppo di lavoro, il comfort viene analizzato come boundary concept, capace di dare voce a bisogni complessi e indefiniti nelle fasi iniziali dei processi collaborativi. Attraverso la lente dei domini del design (Jones e Van Patten), l’articolo propone una prospettiva multi-dominio e dialogica, articolata in tre linee di progetto: spazi di comfort, stati di comfort e processi per il comfort. Il comfort emerge così come dispositivo trasformativo e risorsa di cura collettiva, utile a generare benessere, rafforzare l’autoefficacia e promuovere futuri inclusivi.*

Esperienze di co-design per spazi, relazioni e processi, per il benessere delle comunità

ntroduzione

In più di quindici anni di lavoro nei luoghi per l’inclusione sociale, abbiamo imparato che il comfort non è una condizione neutra né soltanto fisica: è anche una costruzione politica, sociale e relazionale. Ha tanto a che fare con l’ambiente fisico quanto con gli individui; tanto con la qualità acustica, illuminotecnica e termo-igrometrica di uno spazio e con la sua accessibilità, quanto con la possibilità, per le persone, di riconoscerlo e riconoscersi in esso, sentirsi legittimati a starci, comprenderlo, esprimere preferenze sulle sue caratteristiche e compiere scelte autonome che permettano di usarlo, abitarlo e personalizzarlo.

Tecnicamente, il comfort è stato definito come “la condizione della mente che esprime soddisfazione rispetto all’ambiente” (Saberi et al., 2016). A seconda della tipologia di comfort considerata – termico, acustico, visivo ecc. – la definizione si arricchisce dell’aggettivo che specifica a quale dimensione ambientale ci si riferisce.

Tuttavia, frequentando e progettando in centri territoriali per la salute, dormitori, mense, spazi per persone senza dimora e richiedenti asilo, abbiamo osservato come la lettura tecnica del comfort e gli studi che ne definiscono i parametri di riferimento non siano di per sé sufficienti a orientare verso soluzioni capaci di garantire un benessere pieno e duraturo. In questi luoghi, lo spazio sembra essere spesso un tassello “rotto” nella costruzione di contesti pensati per coloro che vivono situazioni di fragilità. Odore di disinfettante, luci al neon, arredi di fortuna, muri scrostati, segnaletica provvisoria, rumori duri e riverberi, ambienti saturi di senso di chiuso: si percepisce una carenza di cura che non fa altro che ribadire lo stigma nei confronti di chi attraversa e vive tali spazi e la narrazione che li vuole luoghi marginali, altri dal resto della città (Foucault, 2018).

KEYWORDS: CO-DESIGN, INCLUSIONE SOCIALE, CONTESTI ABILITANTI | CO-DESIGN, SOCIAL INCLUSION, ENABLING ENVIRONMENTS

Intervenire in questi contesti ci ha costretti a pensare alla progettazione per il comfort in una prospettiva estesa e multidimensionale. Questo tipo di lavoro ha comportato il disegno di percorsi progettuali articolati e interdisciplinari, situati all’intersezione tra saperi accademici e professionali, tra tec-

nica (design, architettura, fisica tecnica) e sociale (psicologia, antropologia, sociologia e educazione professionale).

In questo intersecarsi di pratiche e linguaggi, poteri e fragilità, il co-design si è rivelato un dispositivo di mediazione efficace: il metodo che ci ha permesso di coniugare visioni, allentare tensioni, promuovere il coinvolgimento attivo e responsabile delle persone interessate dal comfort che si stava progettando, tanto nel processo decisionale quanto in quello realizzativo. Chi abita lo spazio, chi ci lavora, chi ne beneficia o lo gestisce, chi vive nei suoi dintorni: tutti sono stati coinvolti in uno sforzo volto a mettere al centro il sapere esperto delle professioni e quello “per esperienza” delle persone. Ma non solo: la relazione come leva trasformativa e le pratiche di co-design sono riuscite a far emergere dati sul benessere di coloro che partecipano ai processi progettuali, rivelando informazioni di grande interesse per quei professionisti del lavoro sociale che negli spazi di inclusione svolgono quotidianamente attività di ascolto, educazione, accompagnamento e servizio (img. 02).

Obiettivi

Nei paragrafi che seguono l’articolo si propone di esplorare il tema del comfort all’interno dei progetti di co-design orientati all’inclusione, con l’obiettivo di metterne in luce la dimensione politica, sociale e relazionale.

In particolare, a partire dalle esperienze maturate dal nostro gruppo di ricerca1 (Campagnaro, Ceraolo, 2022), il saggio intende dapprima discutere come il comfort possa essere inteso come boundary concept e come parola-diritto: un termine capace di dare voce a un insieme complesso, sfumato e spesso indefinito di bisogni ed esigenze progettuali, che nelle fasi iniziali di un progetto collaborativo faticano a trovare forme, linguaggi e dimensionamenti più precisi.

Argomenteremo, di conseguenza, l’opportunità di un’interpretazione dialogica del comfort nelle pratiche di co-design

02. Momenti di un workshop di co-design volto a rispondere, attraverso le immagini, alla domanda: “Come possiamo trasformare questo spazio per renderlo confortevole e bello?”. La fotografia mostra il momento in cui le partecipanti, provenienti da contesti linguistici diversi (e spesso non italofoni), scelgono le immagini che meglio rappresentano gli attributi legati alla propria idea di comfort | Moments from a co-design workshop aimed at answering, through images, the question: “How can we transform this space to make it comfortable and beautiful?” The photograph shows the moment when participants, coming from different linguistic backgrounds (and often non-Italian-speaking), choose the images that best represent the attributes associated with their own idea of comfort. S.Ceraolo

per la progettazione degli spazi destinati all’inclusione sociale e riprenderemo la categorizzazione dei domini del design, proposta da Jones e Van Patten (2008), per discutere la natura multi-dominio della progettazione per il comfort.

Infine, riportando la riflessione sul terreno dell’impatto sociale e della progettazione per il cambiamento dei sistemi, suggeriremo di rivisitare le categorie di Jones e Van Patten nell’ambito di una prospettiva più relazionale, orientata alle persone e all’ambiente, proponendo una categorizzazione dei domini di comfort su tre livelli, incentrati sulla creazione di contesti e soluzioni abilitanti (Manzini, 2007) capaci di sollecitare trasformazioni positive ed esperienze di benessere.

Il punto di arrivo di questa riflessione riguarda una possibile lettura estesa e profonda del comfort, che possa costituire uno strumento utile per progettistə impegnatə in forme di design futuring (Fry, 2004) e nella costruzione di contesti collaborativi e inclusivi.

Approccio e metodi

Metodologicamente, l’ipotesi si fonda su oltre 20 progetti di ricerca-azione2 condotti in Italia, dal nostro gruppo di lavoro (Campagnaro, Ceraolo, 2022). L’approccio progettuale, ispirato alla Design Anthropology (Gunn et al., 2020), si realizza principalmente attraverso la partecipazione osservante, che ci permette di intercettare, riflettendo in azione, le molteplici interpretazioni che il comfort assume nei processi di co-design e trasformazione degli ambienti per le comunità. La ricerca segue inoltre un orientamento vicino alla Grounded Theory (Cardano, 2011), di carattere induttivo-abduttivo (ibidem): induttivo, perché elabora concetti a partire dall’osservazione di casi concreti; abduttivo, perché interpreta indizi e discontinuità come occasioni per formulare ipotesi provvisorie e aprire nuove piste interpretative.

03. Progetto per la sala comune di un social housing che ospita alcuni servizi per l’inclusione dedicati a minori e famiglie. Lo spazio è uno degli esiti del processo di co-design che ha coinvolto la direzione della cooperativa sociale che lo gestisce, l’équipe educativa, il personale di servizio e alcun3 membri della comunità che vi afferisce | Design project for the common room of a social housing facility that hosts several inclusion services for children and families. The space is one of the outcomes of the co-design process that involved the management of the social cooperative running it, the educational team, the service staff and some members of the community that uses it. M. Ficiarà

L’attributo dialogico che abilita la partecipazione

Nell’ambito della progettazione partecipativa degli ambienti, comfort si rivela una parola particolarmente duttile: a differenza di attributi già vincolati a una materialità dichiarata – come “luminoso”, “comodo”, “colorato” – il concetto di comfort ha una natura metaprogettuale e aperta. Non delimita in anticipo le forme del progetto ma apre a uno spettro ampio di interpretazioni e traduzioni, entro cui ciascunə partecipante può riconoscere e negoziare il proprio spazio. Collaborando con operatori sociali, utenti dei servizi per l’inclusione sociale e policy maker, abbiamo osservato l’efficacia di un uso aperto del termine. Talvolta esprime la caratteristica di un oggetto, altre volte una sensazione alla quale si aspira, il “clima” che è possibile vivere in un dato contesto, o ancora la condizione che abilita (o ostacola) gesti e comportamenti. Queste sperimentazioni sull’uso aperto del termine ci hanno convintə che il comfort possa agire efficacemente da boundary concept3: un costrutto sufficientemente chiaro da essere riconosciuto da comunità diverse, ma al tempo stesso abbastanza flessibile da permettere interpretazioni e usi differenziati, facilitando l’intensificarsi delle discussioni attorno a esso. Proprio grazie alla sua natura polisemica e al suo possibile uso dialogico, il comfort ci sembra prestarsi a essere discusso collettivamente: ognunə vi può leggere il significato che più risponde alle proprie esigenze. Inoltre, come già accennato, comfort è un termine potente da portare nei contesti che ospitano servizi legati all’inclusione – spesso caratterizzati da scarsità di risorse, affaticamento e stigmatizzazione – perché agisce come una “parola-diritto”: una parola che sostiene la possibilità di rivendicare benessere. Una richiesta progettuale che vale sempre, ma che, in situazioni di assenza di altri diritti, vale ancora di più (img. 01).

L’elemento progettuale multi-dominio

Molte delle nostre esperienze di campo mostrano come il concetto di comfort si riveli particolarmente efficace per lavorare “attorno” ai problemi, indagando – ancora prima delle performance che possono affrontarli – i bisogni da cui essi hanno origine. Riteniamo che ciò dipenda dalla sua capacità di incorporare una prospettiva multi-dominio. Proponiamo questa espressione richiamandoci alla lettura di Jones e Van Patten (2013) che, in linea con i contributi che evidenziano la natura wicked e multi-livello di alcuni design problems (Jones, 2014), avanzano la teoria dei domini del design4 per rappresentare i diversi livelli a cui può svilupparsi un progetto di design – nel nostro caso, di co-design. In coerenza con queste premesse, abbiamo osservato come sia possibile rintracciare una specifica declinazione del comfort a ciascun livello della scala dei domini5

Grazie alla natura polisemica e al possibile uso dialogico, il comfort si presta a essere discusso collettivamente

Per chiarire questo concetto, ricorriamo a un esempio emerso più volte sul campo. In molte occasioni ci siamo accortə che, per migliorare la qualità di uno spazio collettivo, non basta – o non serve soltanto – un intervento di interior design (D1). O meglio, la riuscita piena ed efficace del progetto dipende da dimensioni di trasformazione ascrivibili a vari domini del design, che la determinano e la influenzano: può essere necessario progettare processi di cura e manutenzione più efficaci (D3); proporre esperienze formative rivolte a

chi lavora all’interno dei luoghi, in modo che possa sentirsi più capace, sicurə e a proprio agio nello svolgere il proprio compito (D2); oppure, in alcuni casi, può essere utile intervenire per favorire trasformazioni più ampie, di natura sociale e sistemica (D4), che includano il riconoscimento e la gestione delle dinamiche di potere esistenti nei contesti, progettando per facilitare il – o quantomeno tenere conto del – ruolo dello spazio e del valore delle persone che lo animano, all’interno di un più ampio orizzonte culturale e politico.

Secondo questa prospettiva multi-dominio, quindi, il co-design del comfort può agire da fattore coadiuvante, permettendo la progettazione di contesti e soluzioni abilitanti (Manzini, 2007) capaci di supportare cambiamenti profondi, tanto nei luoghi e nei prodotti, quanto nelle organizzazioni e nei sistemi (img. 03).

Linee di lavoro per un comfort profondo

La lettura di Jones e Van Patten offre anche l’occasione per un’ulteriore riflessione critica. Pur essendo ampiamente riconosciuta nei Design Studies, la teoria dei domini del design conserva infatti un’impostazione fortemente designoriented, risultando meno sensibile alla dimensione people and environment-oriented. Gli autori si concentrano principalmente sul tipo di progetto e di trasformazione che viene messo in atto, senza soffermarsi con la stessa attenzione sugli effetti che tali processi producono sulle persone e sui contesti in cui si realizzano.

Se quanto discusso finora ci ha permesso di proporre il comfort come dispositivo di trasformazione e di impatto sociale, capace di generare contesti abilitanti (Manzini, 2007), diventa allora rilevante esplorarne la progettazione lungo tre direttrici interconnesse. Queste sono unite dalla tensione verso un’idea di comfort esteso e multi-dominio: un benessere olistico e abilitante, che orienta l’intero processo – e non soltanto il suo esito finale – nei contesti di fragilità.

04. Angolo “conversazione” in uno spazio mensa all’interno di un centro di accoglienza per giovani donne migranti. Lo spazio è uno degli esiti del processo di co-design e co-crafting che ha coinvolto le ospiti e le operatrici del centro. “Conversation” corner in a dining area within a reception center for young migrant women. The space is one of the outcomes of the co-design and co-crafting process that involved the residents and the center’s staff. C. Campagnaro

Le tre linee di progetto individuate, qui proposte come essenziali al comfort esteso e profondo, sono: – spazi di comfort: ambienti capaci di assolvere le proprie funzioni in modo efficace, appropriato (anche dal punto di vista tecnologico), sostenibile e accessibile, le cui caratteristiche incontrino i bisogni e i desideri di chi entra in contatto con essi. Si tratta di una linea di lavoro che guarda a materiali, luci, odori, sistemi di segnaletica, acustica, arredi, manutenibilità e possibilità di personalizzazione, scegliendo soluzioni attente non solo a limitare l’impatto ecologico, ma, laddove possibile, a contribuire alla rigenerazione degli ecosistemi (img. 04);

– stati di comfort: condizioni personali/percezioni di agio, fiducia e benessere che le persone possono sperimentare, intesi come circostanze capaci di generare la sensazione di stare bene con sé stessə e con lə altrə. Gli stati di comfort riguardano la capacità dei luoghi di manifestare qualità che facciano sentire chi li abita accoltə, rassicuratə e riconosciutə. Si tratta di attributi in grado di valorizzare la complessità delle persone e di incoraggiare l’espressione delle proprie preferenze, immaginazioni e possibilità, facilitando allo stesso tempo un senso di connessione con la natura e con le altre forme di vita;

– processi per il comfort: percorsi progettuali di stampo collaborativo che supportano attivamente la trasformazione fisica degli ambienti. Progettare processi di comfort significa, da un lato, creare le condizioni affinché ciascunə partecipante alla trasformazione possa esprimersi al meglio; dall’altro, garantire che le scelte progettuali siano sostenibili, condivise, rigeneranti, attente alle risorse economiche, materiali e temporali disponibili, ed evitino di produrre nuove forme di discomfort per chi vive, gestisce o attraversa quei luoghi, o per l’ambiente.

Conclusioni

Nella visione estesa e multi-dominio proposta da questo saggio, progettare in modo partecipativo il comfort negli spazi di inclusione sociale non significa, dunque, soltanto definire i parametri più adeguati, ma trasformare relazioni, organizzazioni e sistemi. Il co-design del comfort è stato qui inteso come un attivatore di occasioni di benessere, di rafforzamento del senso di autoefficacia e di esercizio dei diritti da parte di chi vive condizioni di vulnerabilità, mettendo in evidenza le implicazioni sociali, politiche e relazionali che attraversano il progetto.

La riflessione su tali dimensioni può aiutare lə designer a sviluppare progettazioni collaborative più attente al valore dell’esperienza individuale e alla complessità che caratterizza gli interventi orientati all’inclusione sociale. Perché ciò avvenga, il processo progettuale deve configurarsi come un’operazione manifesta, comprensibile, ragionata e negoziabile, in cui le ragioni tecniche dialogano con le sfere emotive e con i desideri delle persone, generando al tempo stesso occasioni di conoscenza, comprensione e apprendimento reciproco.

Tutto ciò, in definitiva, significa riscoprire lo spazio e la progettazione dei suoi attributi come risorsa di cura collettiva.*

NOTE

1 – Nato nel 2009, il gruppo di ricerca-azione è coordinato da un professore ordinario in Design, e, al momento della scrittura di questo articolo, è formato da tre dottor3 di ricerca, due assegniste di ricerca, due studenti PhD e tre titolari di borsa di ricerca. Il gruppo esprime una forte composizione multidisciplinare, infatti comprende tre designer-sociologhe (di cui due in formazione) e un designer-antropologo.

2 – Per ragioni di spazio non è possibile discutere nel dettaglio i singoli casi studio che costituiscono la base di questo contributo; tuttavia, per approfondire il contesto da cui emergono queste riflessioni, si può fare riferimento a Campagnaro e Ceraolo (2022), in particolare alle sezioni dedicate a Cantiere Mambretti, Open Pino, Design for Each(one) e Costruire Bellezza

3 – Proponiamo questa espressione ispirandoci a Tharchen et al. (2020), che descrivono il design as a boundary object, ma suggeriamo, nell’ambito di questa riflessione, di sostituire “object” con “concept”, in ragione della natura metaprogettuale del comfort.

05. Momenti della preparazione della parete prima del co-crafting. L’attività si inserisce in un progetto di micro cantieri di co-design volto al miglioramento degli spazi abitativi dedicati all’accoglienza di giovani richiedenti asilo | Moments from the preparation of the wall prior to the co-crafting activity. The work forms part of a series of micro co-design projects aimed at improving living spaces dedicated to the reception of young asylum seekers. S. Ceraolo

4 – Ricordiamo che la teorizzazione di Jones e Van Patten suddivide la progettazione secondo quattro domini così articolati: Dominio 1.0 – oggetti, artefatti e spazi; Dominio 2.0 – Servizi ed esperienze; Dominio 3.0 – Processi e organizzazioni; Dominio 4.0 – Sistemi e trasformazioni sociali (Crf. Jones, Van Patten, 2013).

5 – In questo senso, la nostra riflessione si colloca nel solco degli studi che hanno mostrato come la qualità dello spazio dipenda profondamente dalla cura delle persone e dalle attività che vi si svolgono, mettendo in evidenza il ruolo dei contesti come potenziali agenti abilitanti o disabilitanti (ONU, 2006; OMS, 2025).

REFERENCES

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– Gunn W., Otto T., Smith R.C. (a cura di) (2020). Design anthropology: theory and practice Londra: Routledge.

– Jones P.H. (2014). Systemic design principles for complex social systems. In Metcalf G. (a cura di), Social systems and design. Tokyo: Springer Japan, pp. 91-128. doi.org/10.1007/9784-431-54478-4_4.

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– Tharchen T., Garud R., Henn R.L. (2020). Design as an interactive boundary object. In Journal of Organization Design, 9(1), 21. doi.org/10.1186/s41469-020-00085-w

– Van Patter G.K., Jones P. (2013). Understanding Design 1,2,3,4: The rise of visual sensemaking. In Poldma T. (a cura di), Meanings of Designed Spaces. New York: Fairchild Books, pp. 331-342.

Introduction

In more than fifteen years of work in places dedicated to social inclusion, we have learnt that comfort is neither a neutral nor a merely physical condition: it is also a political, social and relational construct. It has as much to do with the physical environment as with individuals; as much with the acoustic, lighting and therm-hygrometric quality of a space, with its accessibility, as with people’s ability to recognize it and recognize themselves within it, to feel legitimized to be there, to understand it, to express preferences regarding its characteristics, and to make autonomous choices that allow them to use it, inhabit it and personalize it. Technically, comfort has been defined as “the condition of mind that expresses satisfaction with the environment” (Saberi et al., 2016). Depending on the type of comfort considered –thermal, acoustic, visual, etc. – the definition is enriched with the adjective specifying the environmental dimension to which it refers. However, through both attending and designing in community health centers, shelters, canteens, and spaces for homeless and refugee people, we have observed that the technical reading of comfort and the studies defining its reference parameters are not in themselves sufficient to guide solutions capable of ensuring complete and lasting well-being. In these places, space often seems to be a “broken” piece in the construction of contexts designed for those living in situations of fragility. The smell of disinfectant, neon lights, makeshift furnishings, flaking walls, temporary signage, harsh noises and reverberations, rooms saturated with a sense of stuffiness: one perceives a lack of care that only serves to reinforce the stigma towards those who move through and inhabit such spaces, and the narrative that casts them as marginal places, other than the rest of the city (Foucault, 2018). Working in these contexts has forced us to think about designing for comfort from an extended and multidimensional perspective. This type of work has involved the development of complex and interdisciplinary design pathways, situated at the intersection between academic and professional forms of knowledge, between

A Multi-domain Perspective

Co-design Experiences for Spaces, Relationships, and Processes, fostering Community Well-being

technical (design, architecture, building physics) and social expertise (psychology, anthropology, sociology and professional education). In this intertwining of practices and languages, powers and fragilities, co-design has proved to be an effective mediation device: the method that has allowed us to bring visions together, ease tensions, and promote the active and responsible involvement of the people concerned by the comfort being designed, both in the decision-making process and in the implementation process. Those who inhabit the space, those who work there, those who benefit from it or manage it, those who live in its surroundings: all have been involved in an effort to place at the center both professional experts and “experiential experts”. Moreover, relationships (as a transformative lever) and co-design practices have succeeded in bringing out data on the well-being of those who participate in design processes, revealing information of great interest to the social-work professionals who carry out daily activities of listening, education, support and service (img. 02).

Objectives

In the following paragraphs, the article aims to explore the theme of comfort within co-design projects oriented towards inclusion, to highlight its political, social and relational dimensions. In particular, drawing on the experiences developed by our research group1 (Campagnaro, Ceraolo, 2022), the essay first intends to discuss how comfort can be understood as a boundary “concept” and as a rights-bearing word: a term capable of giving voice to a complex, nuanced and often undefined set of needs and design requirements which, in the initial phases of a collaborative project, struggle to find more precise forms, languages, and scales. We will consequently argue for the relevance of a dialogical interpretation of comfort within co-design practices for the design of spaces intended for social inclusion, and we will revisit the categorization of design domains proposed by Jones and Van Patten (2008), in order to discuss the multidomain nature of designing for comfort. Finally, bringing the reflection back onto the

terrain of social impact and design for systems change, we will suggest revisiting Jones and Van Patten’s categories within a more relational perspective, oriented towards people and the environment, suggesting a categorization of comfort domains on three levels, centered on the creation of enabling contexts and solutions (Manzini, 2007) capable of fostering positive transformations and experiences of well-being. The endpoint of this reflection concerns a possible extended and in-depth reading of comfort that may constitute a valuable tool for designers engaged in forms of design futuring (Fry, 2004) and in the construction of collaborative and inclusive contexts.

Approach and Methods

Methodologically, the hypothesis is based on more than 20 action-research projects2 carried out in Italy by our team (Campagnaro, Ceraolo, 2022). The design approach, inspired by Design Anthropology (Gunn et al., 2020), is mainly enacted through participant observation, which allows us, while reflecting in action, to intercept the multiple interpretations that comfort assumes in co-design processes and in the transformation of environments for communities. The research also follows an orientation close to Grounded Theory (Cardano, 2011), of an inductive-abductive nature (idem): inductive, because it develops concepts starting from the observation of concrete cases; abductive, because it interprets clues and discontinuities as opportunities to formulate provisional hypotheses and open up new interpretative pathways.

A Dialogical Attribute that Enables Participation

In the field of participatory design of environments, comfort proves to be a remarkably flexible word: unlike attributes that are already bound to a declared materiality – such as “bright”, “comfortable”, “colorful” – the concept of comfort has a metadesign and open nature. It does not delimit the forms of the project in advance; instead, it opens up a broad spectrum of interpretations and translations, within which each participant can recognize and ne-

gotiate their own space. Collaborating with social workers, users of social-inclusion services and policymakers, we have observed the effectiveness of an open use of the term. At times, it expresses the characteristic of an object, at others a feeling to be aspired to, the “climate” that can be experienced in a given context, or again the condition that enables (or hinders) gestures and behaviors. These experiments in the open use of the term have convinced us that comfort can effectively act as a “boundary concept”3: a construct sufficiently clear to be recognized by different communities, yet at the same time flexible enough to allow differentiated interpretations and uses, facilitating more intense discussions about it. Precisely thanks to its polysemic nature and its possible dialogical use, comfort seems to us to lend itself to being discussed collectively: each person can read into it the meaning that best responds to their own needs. Furthermore, as already mentioned, comfort is a powerful term to bring into contexts that host services related to inclusion – often characterized by a scarcity of resources, fatigue, and stigmatization – because it acts as a “rights-bearing word”: a word that supports the possibility of claiming well-being. A design demand that is always valid, but which, in situations where other rights are absent, becomes even more critical (img. 01).

A Multidomain Design Element

Many of our field experiences show how the concept of comfort proves particularly effective for working around problems, investigating the needs from which they originate – even before the performances that may address them. We believe that this depends on its capacity to incorporate a multidomain perspective. We propose this expression with reference to the work of Jones and Van Patten (2013) who, in line with contributions that highlight the wicked and multilevel nature of specific design problems (Jones, 2014), advance the theory of the design domains4 to represent the different levels at which a design project – in our case, a co-design project – may develop. In line with these premises, we have observed how it is possible to identify a specific declination of comfort at each level of the domain scale5 To clarify this concept, we turn to an example that has emerged several times in the field. On many occasions, we have realized that, in order to improve the quality of a collective space, an interior-design intervention (D1) is not enough, or not the only thing needed. Instead, the complete and adequate success of the project depends on transformative dimensions attributable to various design domains that determine and influence it: it may be necessary to design more effective processes of care and maintenance (D3); to propose training experiences aimed at those who work within these places, so that they can feel more capable, confident and at ease in carrying out their tasks (D2); or, in some cases, it may be helpful to intervene to foster broader transformations of a social and systemic nature (D4), which include the recognition and

management of existing power dynamics in these contexts, designing to facilitate – or at least take into account – the role of space and the value of the people who animate it, within a broader cultural and political horizon. From this multidomain perspective, therefore, the co-design of comfort can act as a supporting factor, allowing the design of enabling contexts and solutions (Manzini, 2007) capable of underpinning profound changes, both in places and products and in organizations and systems (img. 03).

Lines of Work for Deep Comfort

Jones and Van Patten’s framework also offers an opportunity for further critical reflection. Although widely recognized in Design Studies, the theory of design domains in fact retains a strongly design-oriented approach, proving less sensitive to the people and environment-oriented dimension. The authors focus mainly on the type of project and transformation that is carried out, without dwelling with the same attention on the effects that such processes produce on people and on the contexts in which they take place. If what has been discussed so far has enabled us to propose comfort as a device for transformation and social impact, capable of generating enabling contexts (Manzini, 2007), it then becomes relevant to explore its design along three interconnected directions. These are united by the tension towards an idea of extended and multidomain comfort: a holistic and enabling well-being that orients the entire process – and not only its outcome – within contexts of fragility. The three lines of design identified, proposed here as essential to extended and deep comfort, are:

- Comfort spaces: environments capable of fulfilling their functions in a practical, appropriate (also from a technological point of view), sustainable and accessible way, whose characteristics meet the needs and desires of those who come into contact with them. This is a line of work that focuses on materials, lights, smells, signage systems, acoustics, furnishings, maintainability and possibilities for personalization, choosing solutions that are attentive not only to limiting ecological impact but, where possible, to contributing to the regeneration of ecosystems (img 04).

- States of comfort: personal conditions, perceptions of ease, trust, and well-being that people may experience, understood as circumstances capable of generating the feeling of being well with themselves and others. States of comfort concern the capacity of places to manifest qualities that make those who inhabit them feel welcomed, reassured and recognized. These are attributes capable of valuing people’s complexity and encouraging the expression of their preferences, imaginations and possibilities, while at the same time facilitating a sense of connection with nature and with other forms of life.

- Processes for comfort: collaborative design pathways that actively support the physical transformation of environments. Designing

processes for comfort means, on the one hand, creating the conditions for each participant in the transformation to express themselves at their best; on the other hand, ensuring that design choices are sustainable, shared, regenerative, attentive to the economic, material and temporal resources available, and avoid producing new forms of discomfort for those who live in, manage or move through those places, or for the environment.

Conclusions

In the extended and multidomain vision proposed by this essay, designing comfort in a participatory way within social-inclusion spaces does not simply mean defining the most appropriate parameters, but transforming relationships, organizations, and systems. The co-design of comfort has here been understood as a trigger for opportunities for well-being, for strengthening the sense of self-efficacy and for exercising rights on the part of those living in conditions of vulnerability, highlighting the social, political and relational implications that run through the project. Reflection on these dimensions can help designers develop collaborative design processes that are more attentive to the value of individual experience and to the complexity that characterizes interventions oriented towards social inclusion. For this to happen, the design process must be configured as an overt, comprehensible, reasoned and negotiable operation, in which technical rationales dialogue with emotional spheres and desires, while at the same time generating opportunities for knowledge and mutual learning. All this, ultimately, means rediscovering space and the design of its attributes as a resource for collective care.*

NOTES

1 – Born in 2009, the action-research group is coordinated by a full professor of Design and, at the time of writing this article, is composed of three doctoral researchers, two postdoctoral research fellows, two PhD students and three research grantees. The group has a strongly multidisciplinary composition, as it includes three designer–sociologists (two of whom are in training) and one designer–anthropologist.

2 – For reasons of space, a detailed discussion of the individual case studies underpinning this contribution is not possible; however, to further explore the context from which these reflections arise, readers may refer to Campagnaro and Ceraolo (2022), particularly the sections dedicated to Cantiere Mambretti, Open Pino, Design for Each(one) and Costruire Bellezza

3 – We propose this expression drawing inspiration from Tharchen et al. (2020), who describe design as a boundary object, but we suggest, for the purposes of this reflection, replacing “object” with “concept”, in light of the metadesign nature of comfort.

4 – We recall that the theorization by Jones and Van Patten divides design into four domains articulated as follows: Domain 1.0 – objects, artefacts and spaces; Domain 2.0 – services and experiences; Domain 3.0 – processes and organizations; Domain 4.0 – systems and social transformations (see Jones, Van Patten, 2013).

5 – In this sense, our reflection aligns with studies that have shown how the quality of space depends profoundly on the care of the people within it and on the activities that take place there, highlighting the role of contexts as potential enabling or disabling agents (UN, 2006; WHO, 2025).

Uncomfortably Numb

MONO LAKE

CALIFORNIA, STATI UNITI

Uno dei laghi più antichi del Nord America, di origine vulcanica grande quasi 180 km2

Circondato da formazioni di tufo e depositi calcarei il lago è due volte più salato dell’oceano e possiede la più alta concentrazione di arsenico al mondo rendendolo incompatibile con la vita.

QUILLAGUA

ANTOFAGASTA, CILE

Situata nel mezzo del Deserto di Atacama, quest’oasi è considerata il luogo più arido del pianeta, con sole tre precipitazioni registrate nel trentennio 1971-2000: 0.5 mm a giugno 1984, 0.2 mm a ottobre dello stesso anno, e 1.0 mm nel maggio 1992.

SALAR DE UYUNI, BOLIVIA

Situato a oltre 3.600 m di altitudine, è il più grande deserto di sale del mondo. Nonostante l’apparente assenza di vita, il salar ospita ecosistemi delicati, con fenicotteri, microrganismi e piante adattate all’alta quota che trovano qui il loro spazio.

Alcuni dei luoghi più straordinari della Terra sono anche quelli meno compatibili con la vita, perché estremi, isolati o inaccessibili. Qui è la natura a imporre il proprio equilibrio, a sovrastare l’uomo, ad addomesticarlo, lasciando spazio a ecosistemi che trovano nell’inospitale il loro habitat naturale.*

S. Mangini

DEATH VALLEY

CALIFORNIA, STATI UNITI

La Valle della Morte è un'area desertica in cui le avverse condizioni climatiche e ambientali rendono complicata la sopravvivenza di qualsiasi forma di vita.

BOUVET

NORVEGIA

Con una superficie di 58,5 km², quasi interamente coperta da ghiacciai, è considerata l'isola più remota del mondo, disabitata, dista 1.600 km dall’Antartide e 2.260 km dall’arcipelago Tristan de Cunha.

CHERNOBYL

OBLAST' DI KIEV, UCRAINA

Dopo vent’anni dall’incidente nucleare, l’OMS stima che oggi ci potrebbero essere 9.000 morti per cancro imputabili all’incidente di Chernobyl, tra le persone appartenenti alle squadre di emergenza, tra gli evacuati e i residenti delle regioni ad alta e bassa contaminazione di Bielorussia, Russia e Ucraina.

RAMSAR

MAZANDARAN, IRAN

È conosciuta come la città con la più alta radioattività naturale al mondo 0.03 mSv/h: fare un bagno alle terme di 33 ore a Ramsar, vuol dire assorbire lo stesso numero di radiazioni di una radiografia.

OJMJAKON

SACHA-JACUZIA, RUSSIA

Questo paese di soli 500 abitanti è considerato il più freddo della Terra al di fuori dell’Antartide. Con sole tre ore di luce utili per immagazzinare un po’ di calore detiene il record di -67°C sotto zero.

BYRNIHAT

MEGHALAYA, INDIA

È stata dichiarata la città più inquinata al mondo nel 2024, con una concentrazione media annuale di PM2.5 di 128,2 μg/m.

LAGO NATRON

TANZANIA

Lago salino alcalino famoso per il colore rosso intenso delle sue acque, è noto a causa dell’altissima concentrazione di carbonato idrato di sodio (noto come Natron), capace di "pietrificare" gli animali. I fenicotteri sono gli unici animali in grado di sopravvivere in questo ambiente, grazie a un particolare rivestimento che ricopre le loro zampe.

DASHT-E

LUT

IRAN

Deserto di sale con una superficie di circa 51.800 km2 è noto per essere il più caldo della terra. La NASA ha registrato tra il 2003 e il 2010 una temperatura record di 70,7°C, la più alta mai registrata sul nostro pianeta.

ISOLA RAMREE

MYANMAR

Striscia di terra lunga circa 80 km, nota per l’omonima battaglia che durante la Seconda guerra mondiale racconta di molti soldati giapponesi uccisi dai rettili presenti sull’isola. Le paludi di Ramree costituivano l’habitat ideale per i coccodrilli marini, che potevano raggiungere i sei m di lunghezza e superare la tonnellata di peso.

CHERRAPUNJEE

MEGHALAYA, INDIA Situata nella regione di Meghalaya, che alla lettera significa “dimora delle nuvole”, è spesso considerata insieme a Llorò (Colombia) la città più piovosa in assoluto, per le eccezionali precipitazioni annuali che superano i 13 m.

ISOLE IZU

TOKYO, GIAPPONE

Isola di origine vulcanica, nota per l’elevata quantità di anidride solforosa presente nell’aria che costringere i circa 2.500 abitanti a indossare maschere antigas. In occasione della serie di eruzioni più recenti, il vulcano ha prodotto dalle 10mila alle 20mila tonnellate di gas sulfurei quotidianamente per almeno due anni e l’isola è rimasta inaccessibile fino al 2005.

DALLÒL

ETIOPIA

Nella regione desertica nota come Piana del Sale (la più bassa depressione dell'Africa, che supera anche i 120 m sotto il livello del mare), si trova un paesaggio surreale costituito da pozze d’acqua acida e bollente, fumarole e geyser. È l’area del Dallòl, dove si raggiungono temperature sopra i 50°C che contribuiscono a renderlo uno dei luoghi più caldi, estremi e inospitali del pianeta.

ROTORUA

NUOVA ZELANDA

Città cresciuta all'interno della caldera di un vulcano attivo, lungo le sponde dell’omonimo lago che occupa la depressione circolare: il lago ebbe origine dopo l'eruzione e il crollo della camera magmatica sotto il vulcano.

The Vacuum Energy In recent years, a particular product for the window and door industry has become increasingly popular: vacuum-insulated glass, also known by the acronym VIG. This technology was first tested at the beginning of the twentieth century, but has only begun to be widely distributed in recent decades (Cremers, 2005; McSporran, 2014), thanks to improved performance and long-term durability, and to an increasingly optimized production line, which helps reduce processing costs and thus make sales accessible to a wider sector. Vacuum glass appears similar to double glazing, that is, it is a product obtained by combining multiple panes: the difference lies in the cavity, which in the case of vacuum glass is gas-free. This feature allows, with the same thermal and acoustic insulation performance, to reduce the thickness of the product up to three times compared to a similar double glazing.*

Negli ultimi anni sta trovando sempre più diffusione un particolare prodotto per il mondo dei serramenti: il vetro sottovuoto, noto anche con l’acronimo VIG ( vacuum insulated glass ). Si tratta di una tecnologia sperimentata già all’inizio del Novecento, ma che solo negli ultimi decenni ha iniziato ad essere maggiormente distribuita (Cremers, 2005; McSporran, 2014), grazie al miglioramento delle prestazioni e del loro mantenimento nel tempo, e a una linea di produzione sempre più ottimizzata, utile ad abbattere i costi di lavorazione e quindi rendere accessibile la vendita a un settore più ampio 1 .

A spessore ridotto

Un vetro sottovuoto appare come un analogo vetro camera, ossia è un prodotto ottenuto dall’abbinamento di più lastre: la differenza sta nell’intercapedine che nel caso del VIG è priva di gas. Questa caratteristica consente, a parità di prestazioni di isolamento termico e acustico, di ridurre lo spessore del prodotto fino a tre volte rispetto un analogo vetrocamera (McSporran, 2014; Memon, Eames, 2017), ampliandone le possibilità di impiego, soprattutto nel settore del restauro conservativo e della riqualificazione. Infatti grazie allo spessore contenuto il VIG può essere montato su telai di ridotta profondità (3-4 cm), rendendo possibili anche interventi su serramenti storici. In questo specifico caso si possono effettuare due tipologie di interventi: la sostituzione integrale della lastra di vetro singolo, oppure l’affiancamento a lastre più pregiate, come quelle legate a piombo (a rui, in gergo veneziano, dischi vetrati di circa 10-14 cm di diametro, oppure in lastre rettangolari/ottagonali).

Un intervento conservativo di questo tipo consente di rispettare tutti i caratteri costruttivi dei serramenti dell’edilizia storica, migliorando allo stesso tempo le prestazioni dal punto di vista termico e acustico. Si tratta di un prezioso e raro equilibrio, difficile da raggiungere quando i requisiti termoisolanti oggigiorno richiesti dalla normativa e promossi anche dalla possibilità di accedere a incentivi economici2, non si conciliano con tipologie di serramenti storiche non adatte a

ospitare lastre di vetrocamera idonee (Cavaggioni, Trovò, 2013).

Per quanto si cerchi di sostituire l’elemento storico con un nuovo serramento dalla morfologia simile, le alterazioni del sistema e della facciata sono inevitabili. La perdita riguarda anche la cultura materiale che questi elementi sottendono: “[…] ogni sostituzione di serramento – antico o semplicemente datato – comporta sia la perdita definitiva della testimonianza di un sapere costruttivo oggi ormai quasi scomparso, che quella di un oggetto che, pur potendo ancora svolgere la sua funzione, non potrà più essere realizzato con le stesse caratteristiche costruttive, gli stessi materiali e gli stessi dettagli. Le operazioni da effettuare quando si interviene su un serramento storico influiscono direttamente sul valore testimoniale che si attribuisce al manufatto stesso; si pensi ad esempio al significato per la tutela assunto dalla conservazione anche del solo materiale – il legno –che in un serramento storico ha sicuramente stabilità e ‘stagionatura’ oggi impossibili da trovare. Tali finalità sono più difficili da perseguire effettuando una ‘riproduzione’ ex novo con le stesse caratteristiche anche di un’intera anta o sostituendo tutti i vetri” (Capovilla, 2013, p. 109).

In questo scenario il VIG offre margini di progettazione più ampi, soprattutto nel campo del restauro e della conservazione di serramenti storici, alterando al minimo le parti lignee e la ferramenta originali, mantenendo quindi la propria unità formale.

L’energia del sottovuoto. Il restauro conservativo di una pentafora veneziana

01. Vista interna della pentafora, dopo l’intervento | Internal view of the pentafora, after the intervention. M. Ferrari, 2026

Il caso veneziano

Negli ultimi vent’anni il vetro sottovuoto è stato impiegato in differenti progetti di recupero soprattutto per la sostituzione integrale delle lastre3: in Italia uno dei primi interventi su un edificio pubblico è stato quello di Palazzo Ducale a Martina Franca (TA), in cui è stato utilizzato il vetro Spacia di NSG Pilkington (intervento del 2020)4 Il VIG è “approdato” anche nel centro storico di Venezia e il caso studio oggetto di questo articolo riguarda il restauro del serramento con vetri piombati ottagonali di una pentafora collocata in un’abitazione privata. La peculiarità di questo intervento non consiste solo nell’affiancamento del VIG al vetro storico, senza sostituirlo quindi, ma anche la sua disposizione nello spessore del telaio ligneo storico, di soli 3,4 cm, che mantiene intatta la morfologia del serramento. I lavori iniziano nel 2021 e probabilmente si tratta del primo caso nella suddetta tipologia di intervento5

La pentafora era composta da un doppio sistema di serramenti: quello storico con gli ottagoni a piombo in cromia gialla, installato sul lato interno del foro finestra, e quello di manifattura più recente, posizionato all’esterno, aggiunto in un secondo momento per proteggere quello principale dalle intemperie e allo stesso tempo isolare meglio l’ambiente interno dall’esterno. Questo serramento era stato realizzato a ridosso degli elementi lapidei della pentafora, compromettendo così la lettura integrale dei suoi volumi e della sua profondità. Per questa ragione il committente ha richiesto la possibilità di rimuovere il serramento esterno, per rendere nuovamente leggibili gli elementi lapidei della pentafora: allo stesso modo era necessario non compromettere la qualità del serramento storico, proteggendolo dalle intemperie e dalle infiltrazioni, e migliorandone quanto più possibile la capacità di isolamento termico, senza necessariamente adeguarlo ai valori indicati oggi dalla normativa.

Solitamente per realizzare interventi simili si sarebbe installato un vetro semplice o accoppiato sul serramento

storico con l’ausilio di un telaio, modificandone così la morfologia: il vetro sottovuoto invece, in questo specifico caso, ha consentito di progettare e realizzare un intervento che non ha alterato l’aspetto e ha mantenuto la sua unità formale originale.

I principali interventi sul serramento storico in legno

Il sistema del serramento della pentafora è “alla cappuccina”, dove cassa e ante, viste dall’interno, sono a filo tra loro, la tipologia storica più diffusa a Venezia per l’estrema semplicità delle lavorazioni che richiede e sicuramente le più antica oggi presente. In larghezza misura circa 7,25 m e in altezza 4,2 m, ed è composto da tre portefinestre centrali e due finestre laterali, in doppio ordine, tutti a doppia anta e installati con cerniere a ganghero. I montanti e i traversi delle ante misurano 3,4 cm di spessore, con altezze e larghezze variabili, mentre quelli delle casse sono di 4,5 cm. Il serramento è in massello di larice, il materiale più comune usato all’epoca per i serramenti e ben conservato nel tempo. Solo la porzione inferiore delle portefinestre è ammalorata, a causa delle infiltrazioni, ed è l’unica parte infatti a richiedere un intervento di restauro più consistente.

I lavori, coordinati dall’architetto M. Rodriguez ed eseguiti dalla falegnameria veneziana Augusto Capovilla srl, si sono svolti nell’arco di circa 8 mesi e sono stati organizzati in due fasi: la prima relativa all’installazione dei vetri sottovuoto sulle ante, eseguita in laboratorio; la seconda invece riguardava la loro messa in opera, e gli interventi in loco sulle casse e sui gocciolatoi lapidei.

Per migliorare la tenuta all’acqua delle ante inferiori delle portefinestre, mancando il traverso inferiore di cassa, sono stati aggiunti alcuni elementi: il gocciolatoio in legno lungo il traverso inferiore delle ante, appositamente ridotto in altezza e sagomato per adattarlo al nuovo profilo in alluminio, accuratamente inserito sulla nuova stretta soglia in pietra d’Istria, sagomata ad hoc (imgg. 04, 07-09).

Il

vetro sottovuoto offre margini di progettazione più ampi, soprattutto nel

campo del restauro e della conservazione di serramenti storici, alterando al minimo le parti lignee e la ferramenta originali, mantenendo quindi la propria unità formale

02, 03. Vista esterna della pentafora prima (in alto) e dopo (in basso) l’intervento di restauro. Viene rimosso il serramento più esterno, addossato agli elementi lapidei della pentafora (colonne, dadi, archi), ora chiaramente più leggibili | Exterior view of the five-light window before (top) and after (bottom) the restoration. The outermost window frame has been removed, leaning against the stone elements of the five-light window (columns, dadoes, arches), which are now clearly more legible. M. Rodriguez, 2021 (02); M. Ferrari, 2026 (03)

Una volta ricollocate le ante restaurate, è stato possibile rimuovere il sistema finestra più esterno: gli elementi in pietra della pentafora sono stati così liberati e ora la morfologia geometrica dei dadi, delle colonne, dei capitelli e degli archi che la identificano è chiaramente più leggibile (imgg. 02-03).

La superficie vetrata interessata dall’intervento misura circa 15 mq: sono stati impiegati 20 elementi in vetro sottovuoto, per un peso complessivo di oltre tre quintali. Più precisamente si tratta del prodotto FINEO-8 di AGC Glass, un vetro composto da due lastre tra loro sigillate, con uno spessore complessivo di 8 mm. La dimensione così ridotta ha permesso agli artigiani di valutare la possibilità di inserire il nuovo vetro senza spostare la posizione dei vetri a piombo, con particolari accorgimenti: a partire dalle dimensioni di ingombro e dei “ferri” con cui sono fissati i vetri a piombo, tra questo e il vetro sottovuoto è stato posizionato un distanziatore, mentre sul lato esterno la lastra FINEO è stata bloccata con profili piatti in ottone brunito (imgg. 10-11).

Infine, un importante ma non invasivo intervento è stato fatto per il consolidamento e rinforzo delle cerniere a ganghero in opera, per renderle adatte a sopportare il nuovo peso delle ante (imgg. 04-06).

04. Progetto esecutivo degli interventi principali sui teleai delle ante mobili: il gocciolatoio in legno lungo il traverso inferiore (sguassaron) e il profilo in alluminio sulla battuta inferiore; il rinforzo delle cerniere a ganghero | Executive design of the main interventions on the frames of the mobile doors: the wooden drip edge along the lower crosspiece (sguassaron) and the aluminum profile on the lower rebate; the reinforcement of the hinges. C. Capovilla, 2021

05, 06. Il giunto tra ante mobili e telaio fisso, prima (sinistra) e dopo destra) l’intervento: la cerniera a ganghero è stata rinforzata saldando delle piastre in acciaio, inserite e avvitate sulle battute del serramento | The joint between the mobile doors and the fixed frame, before (left) and after (right) the intervention: the hinge (cerniera a ganghero) was reinforced by welding steel plates, inserted and screwed onto the frame stops. Fal. Capovilla, 2021 (05); M. Ferrari, 2026 (06)

07, 08, 09. L’intervento di miglioramento per la tenuta all’acqua delle portefinestre: a sinistra, durante la fase di cantiere, inserimento del profilo in alluminio sulla soglia in pietra d’Istria, e rifacimento completo delle parti danneggiate del telaio fisso; a destra, dopo i lavori, serrramento completo di anta mobile: si può osservare la fresatura sul gocciolatoio in legno all’altezza del dado in pietra d’Istria, per consentire la corretta chiusura dell’anta. Foto di dettaglio degli interventi di miglioramento sul lato inferiore delle ante mobili | The watertightness improvement work on the French windows: on the left, during construction, the aluminum profile was inserted on the Istrian stone threshold, and the damaged parts of the fixed frame were completely replaced; on the right, after the work, the complete sash window and door were installed: the milling on the wooden drip edge can be seen at the height of the Istrian stone nut, allowing the sash to close properly. Detailed photo of the improvement work on the underside of the sash windows. M. Rodriguez, 2021 (07); M. Ferrari, 2026 (08); Fal. Capovilla, 2021 (09)

10. Progetto esecutivo dei nuovi fermavetro: sezioni orizzontali del serramento. In alto lo stato di fatto, in basso a sinistra l’opzione del piatto in ottine, in basso a destra quella con listello in larice. In entrambi i casi si può osservare che il VIG resta collocato nell’intradosso dell’anta mobile, e distanziato dal vetro piombato con un listellino perimetrale | Executive design of the new glazing beads: horizontal sections of the window frame. Above, the existing state; at bottom left, the brass plate option; at bottom right, the option with a larch strip. In both cases, the glazing bead is located in the intrados of the mobile sash, separated from the leaded glass by a perimeter strip. C. Capovilla, 2021

11. Predisposizione dei nuovi elementi per inserimento del VIG su anta mobile; il listello in legno perimetrale, fresato nei nei punti dei “ferri” del vetro piombato; i piatti in ottone brunito con guaina interna, che saranno capovolti e avvitati una volta inserito il VIG | Preparation of the new elements for inserting the VIG on the mobile door; the perimeter wooden strip, milled at the points of the “irons” of the leaded glass; the burnished brass plates with internal sheath, which will be turned upside down and screwed once the VIG has been inserted. Fal. Capovilla, 2021

Nel restauro conservativo di manufatti storici, spesso rinunciare all’adeguamento prestazionale e optare per un suo miglioramento, permette di preservare i valori intrinseci degli elementi architettonici

Vista esterna di uno dei sopraluce del

Migliorare e preservare

L’intervento di restauro ha consentito non solo di mantenere i serramenti originali, ma anche di liberarli dal secondo sistema di serramenti più esterno aggiunto in seguito, riportando così alla luce la pentafora nel suo stato originale. La committenza in questo caso ha optato per una soluzione che migliorasse le prestazioni energetiche del serramento, senza necessariamente adeguarsi a quanto indicato dall’attuale normativa (art. 14 d.l. 63/2013), scelta che avrebbe richiesto un intervento più invasivo e la realizzazione di nuovi serramenti lignei, alterando inevitabilmente l’aspetto dell’intera facciata. Più in generale, nei casi di interventi di restauro conservativo di manufatti storici, spesso rinunciare all’adeguamento prestazionale e optare per un suo miglioramento, permette di preservare l’architettura dell’edificio e i valori intrinseci dei suoi elementi.

L’innovazione tecnologica oggi permette di sviluppare soluzioni progettuali sempre meno invasive, e il vetro sottovuoto è uno di questi esempi: il VIG ha sicuramente reso possibile questa tipologia di intervento conservativo, tuttavia non sarebbe stata possibile senza l’intuizione progettuale e la sensibilità materiale di maestranze artigianali come quella della falegnameria Capovilla: individuare l’utilizzo appropriato del nuovo prodotto e le lavorazioni per la sua messa in opera, valorizzando le peculiarità di ciascun elemento architettonico, come quella di un’elegante pentafora.*

NOTE

1 – A titolo esemplificativo si riportano di seguito alcuni prodotti di vetro sottovuoto, e i rispettivi siti di produzione: Fineo di AGC Glass Europe (Belgio); Spacia di NSG Pilkington (Giappone); LandVac dell’azienda LandGlass (Cina); VacuMax VIG di Vitro Glass (Pennsylvania).

2 – L’agevolazione fiscale per gli interventi che aumentano il livello di efficienza energetica degli edifici (“ecobonus”), è stata introdotta dalla legge finanziaria 2007 (articolo 1, commi da 344 a 349, della legge 296/2006), ed è attualmente disciplinata dall’articolo 14 del decreto legge 63/2013: per poter

usufruire del bonus è richiesto un miglioramento di due classi energetiche dell’intero complesso oggetto dell’intervento.

3 – Si veda ad esempio il caso di Fineo, tra i primi prodotti a trovare spazio nel mercato, utilizzato per edifici pubblici e per abitazioni private, soprattutto nel nord Europa e nel Regno Unito: alcuni progetti di intervento sono descritti nella pagina web dedicata fineoglass.eu/our-references/ (ultimo accesso febbraio 2026).

4 – Per maggior informazioni si veda la pagina projects. pilkington.com/show/12044/Palazzo-Ducale-Martina-Franca-Italy.aspx (ultimo accesso febbraio 2026).

5 – Nel 2023 è stato eseguito un intervento di restauro (Otys srl) a Palazzo Pisani a Venezia (Conservatorio di Musica Benedetto Marcello), con opere di efficientamento energetico: nel caso delle vetrate a piombo, sono stati abbinati i VIG (il VacuumSAV di SAV2000). In questo caso sono stati posizionati sul lato interno delle finestre e installati con un proprio telaio in legno.

REFERENCES

– Cremers J. (2005). Vacuum insulation systems: Possible applications and design consideration. In Detail, n. 4, pp. 438-440. – Capovilla C. (2013). Il restauro dei serramenti storici veneziani In I serramenti dell’edilizia storica di Venezia. Padova: Il Prato.

– Memon S., Eames P.C. (2017). Solar energy gain and space-heating energy supply analyses for solid-wall dwelling retrofitted with the experimentally achievable U-value of novel triple vacuum glazing. In Journal of Daylighting, 4(1), pp. 1-25. doi.org/10.15627/jd.2017.2

– McSporran N. (2014). Properties and performance of vacuum insulated glazing. In Journal of Green Building, 9(1), pp. 60-74. journalofgreenbuilding.com/doi/ pdf/10.3992/1943-4618-9.1.60

– Cavaggioni I., Trovò F. (2013). Introduzione. In I serramenti dell’edilizia storica di Venezia. Padova: Il Prato. – Trovò F. (a cura di) (2013). I serramenti dell’edilizia storica di Venezia. Padova: Il Prato.

11.
serramento storico, oggi nuovamente leggibile dopo la rimozione del secondo sistema di serramento più esterno | External view of one of the transom windows of the historic window frame, now legible again after the removal of the second, outermost window frame system. M. Ferrari, 2026

Eleonora Fanini

Dottoranda in Architettura, Università degli Studi di Camerino. efanini@iuav.it

Filosofia della casa

Emanuele Coccia

Einaudi, 2021

Inhabiting the Psyche The experience of domestic life weaves together psyche, matter, and relationships, transforming the spaces we inhabit into ethical grounds and laboratories of identity. Amid nomadism, social networks, and everyday spaces and objects that tell our story, the act of dwelling becomes charged with dynamism, metamorphosis, and diffuse intimacy, inviting us to rethink the bonds and the geography of the everyday spaces we inhabit.*

Abitare la psiche Le scomposizioni spaziali dell’abitare come pratica etica tra identità e intimità

Emanuele Coccia elabora una teoria dell’abitare che travalica i confini dell’architettura e si configura come una vera e propria ontologia morale dello spazio domestico. La casa, nel suo discorso, non è un semplice contenitore funzionale, ma il luogo in cui si intrecciano psiche e materia, individuo e mondo, natura e tecnica. Pur tenendo condo delle principali condizioni socioeconomiche dell’abitare contemporaneo, Filosofia della casa ha il merito di restituire alla casa la sua piena densità filosofica. In un’epoca segnata da mobilità permanente, precarietà e iperconnessione, il libro ricorda come l’abitare non sia un fatto accessorio, ma il gesto originario attraverso cui costruiamo la forma della nostra vita comune. La riflessione si articola in una costellazione di capitoli che possono essere interpretati come altrettanti frammenti dell’abitare, o come stazioni attraverso cui si dispiega

l’esperienza della domesticità. Il tema del trasloco inaugura emblematicamente questo viaggio della casa. Lungi dall’essere un evento logistico, esso si configura come un momento di verità in cui si manifesta la struttura relazionale dell’io. Spostare oggetti, selezionare ciò che resta e ciò che si abbandona, ridefinire la disposizione delle cose significa prendere coscienza del catalogo materiale ed emotivo che rende possibile dire “io”. L’identità arriva a coincidere con un arcipelago di oggetti, abitudini, gesti e memorie, in un continuo processo di “addomesticamento” reciproco tra soggetto e oggetto. Da qui si sviluppa una conseguente rilettura della riduzione funzionalista e modernista dello spazio domestico: il Modulor di Le Corbusier viene decentrato a favore di un dispositivo non fondato su delle misure universali; la casa come scultura psichica si oppone al classico criterio ordinatore, per far sì

Comfortably Human. P.M. Martinelli
Se ogni abito è il paradigma dell’abitazione, dovremmo imparare ad avere verso le case lo stesso sguardo che portiamo sui vestiti

che l’interiorità del protagonista di una casa possa prendere consistenza materiale. Parallelamente, l’analogia tra casa e moda offre una chiave di lettura al tempo stesso utopica e radicale: se l’abito protegge e modella il corpo, rivelandone l’identità, la casa si trasforma in un vero e proprio “armadio psichico”, in cui si sedimentano le tracce e le metamorfosi di chi la abita. Concependola come pratica fluida, stagionale e mobile, sulle orme delle dinamiche introdotte da piattaforme come Airbnb o Booking, l’abitare si sottrae alla logica patrimoniale e proprietaria, configurando la casa del futuro non più come possesso o reliquia, ma come laboratorio di scambio, metamorfosi e ospitalità radicale, senza restare intrappolati nella fissità di un unico luogo. Un’allusione altrettanto significativa alla contemporaneità riguarda i social media, che creano una dimensione domestica parallela e impongono nuove logiche spaziali. Viviamo in due tempi sovrapposti, uno proiettato verso il futuro, aperto e connesso, l’altro che continua a custodire il passato entro le mura tradizionali. Ne nasce il grande paradosso dell’abitare: le abitazioni fisiche, pur solide e stabili, diventano dispositivi di distanziamento, mentre la comunità si distribuisce in un tessuto psichico diffuso. Facebook, Instagram e WhatsApp ci permettono di condividere la vita con decine o centinaia di persone in assenza di confini fisici, trasformando la casa in un nodo di relazioni invisibili, in cui l’intimità si dilata

oltre le mura domestiche. Si tratta di concepire spazi in grado di dialogare con un ordine globale di relazioni, abitazioni che tengano insieme presenza e distanza. In questa prospettiva, la casa smette di essere solo un luogo da occupare e diventa un campo di esercizio morale, dove ciò che abitiamo e ciò che siamo si modellano reciprocamente Ma la neutralizzazione dello spazio auspicata dalle esperienze radicali del secondo Novecento non finiva forse per anticipare, in modo paradossale, l’attuale condizione di flusso continuo? La Supersuperficie di Superstudio, indifferenziata e immaginata allora come promessa di liberazione dalle gerarchie domestiche, non risuona oggi con la concezione di una vita nomade e con la logica piatta e permanente delle reti digitali? Confrontando idealmente l’utopia tecnologica delle avanguardie con la dimensione etica dello spazio delineata da Emanuele Coccia, si apre un terreno critico particolarmente fertile. Forse oggi uno dei compiti dell’architettura e della teoria dell’abitare è ripensare la geografia dell’intimità.*

Sotto lo stesso cielo, navigando le stesse acque. M.V. Morina

che di gruppo. Tra le varie soluzioni progettuali per gli spazi interni, per mitigare gli effetti negativi degli stressori ambientali, si individua quella di separare gli spazi in modo flessibile e adattabile alle richieste del compito e alle esigenze del momento; come l’utilizzo di elementi di separazione, partizioni fisse e scorrevoli e qui la varietà di tipologie, trame, materiali e colori: dal legno al policarbonato, dal vetro al tessile. Un altro modo più marcato per garantire uno spazio proprio e una maggior privacy, è quello di inserire spazi distinti e insonorizzati. Inoltre, la presenza di più spazi fluidi, formali e informali, per incontri pianificati o casuali e la possibilità di personalizzarli, attraverso illustrazioni, disegni e oggetti, contribuirebbero al rafforzamento dell’identità individuale e di gruppo e a rappresentarne attività e obiettivi. Infine, la progettazione di spazi comuni e ricreativi incentiverebbe i rapporti sociali e la condivisione, con risvolti positivi sulla prestazione e la collaborazione lavorativa. *

NOTE 1 –Per approfondimenti vedi Eberhard e Wolfgang Schnelle in Quickborner Team (Germania).. 2 –Gli psicologi definiscono questo fenomeno “facilitazione sociale” (Costa, 2022; Block, Stokes, 1989).

3 –Vedi Brennan et al. (2002).

4 –Per gli effetti del rumore a bassa intensità (Evans, Johnson, 2000).

5 –I cui contenuti spesso non sono rilevanti e inerenti al lavoro (Wineman, 1986).

Il valore del comfort nell’ambiente di lavoro viene solitamente associato a un complesso di attributi fisici come le condizioni ambientali di temperatura, illuminazione, rumore, qualità dell’aria e privacy, unite a quelle spaziali come la distribuzione e la dimensione degli ambienti, la qualità e l’ergonomia dell’arredo, i materiali, la posizione delle postazioni e la loro vicinanza rispetto alle finestre, ma anche la presenza di vegetazione e la resa cromatica complessiva. Tali influenze, tuttavia, sono connesse ad aspetti organizzativo-manageriali, socio-relazionali e personali, che interagiscono nell’ambiente in modo complesso (Sundstrom et al. , 1996). Il setting di interesse degli studiosi di prossemica è stato l’open space (Costa, 2022), un ampio spazio aperto e condiviso da tante postazioni di lavoro che, dagli anni ’70, trovò ampio successo permettendo di ottimizzare l’uso dello spazio, grazie anche a specifiche linee di arredo 1 che contribuirono a definire una nuova tipologia di uffici denominata Buerolandschaft o landscape office (Costa, 2022). Rispetto all’ufficio tradizionale, la soluzione open space ospita molte persone contemporaneamente, permettendo di incrementare la produttività, velocizzando la comunicazione e aumentando la supervisione (Baroni, Berto 2013), dal momento che ciascuno lavora sotto lo sguardo dei colleghi 2 .

REFERENCES –Baroni M.R., Berto R. (2013). Stress ambientale. Cause e strategie di intervento Roma: Carocci. –Block L.K., Stokes G.S. (1989). Performance and satisfaction in private versus nonprivate work settings. In Environment and Behavior , n. 21, pp. 277-297. –Brennan A., Chung J., Kline T. (2002). Traditional versus Open Office Design, a Longitudinal Field Study. In Environment and Behavior , n. 34 (3), pp. 279-299. –Costa M. (2022). Psicologia ambientale e architettonica. Come l’ambiente e l’architettura influenzano la mente e il comportamento. Milano: FrancoAngeli. –Evans G.W., Johnson J.M. (2000). Stress and open-office noise. In Journal of Applied Psychology , n. 85, pp. 779-783. –Sundstrom E. et al. (1996). Environmental psychology 1989-1994. In Annual Review of Psychology , n. 47, pp. 485-512. –Wineman J.D. (1986). Behavioral issues in office design. New York: Van Nostrand Reinhold.

La letteratura ha però evidenziato numerosi svantaggi 3 in merito al benessere del lavoratore, in particolare: la mancanza di privacy , visiva e acustica, la difficoltà a concentrarsi a causa del rumore ambientale 4 , delle numerose conversazioni5 e distrazioni (Baroni, Berto 2013), sino a considerarsi problematici dal punto di vista psicologico (Costa, 2022). Una maggiore consapevolezza sul benessere psicofisico del lavoratore unita alla digitalizzazione dei processi lavorativi ha portato a un ripensamento dello spazio ufficio, a supporto di una dimensione individuale, tra cui l’esecuzione della mansione, l’interazione, la conoscenza e l’esplorazione nell’ambiente, che si traduce nel rapporto individuo-spazio fisico, ma anche di una dimensione collettiva, collegata alle caratteristiche dell’organizzazione aziendale e alle relazioni sociali tra colleghi nel rapporto gruppo-spazio fisico. I requisiti di comfort in ufficio sembrerebbero, dunque, quelli che permettono di esercitare direttamente il controllo e la regolazione delle condizioni ambientali, inizialmente definite, in funzione dei bisogni sia individuali

Lavoro che cambia, spazi che cambiano Changing Work, Changing Spaces

Federica Marras

Dottoranda in Architettura, Università degli studi di Cagliari. federica.marras93@unica.it

Spazio ufficio comune e ricreativo. Progetto di HARQUITECTES. Common and recreational space. Project by HARQUITECTES. F. Marras

REFERENCES –Han, B. (2014). La società della trasparenza . Milano: Nottetempo.

Ogni criticità porta possibilità inesplorate. Cinque anni dopo il primo lockdown, emerge come la pandemia abbia generato nuova consapevolezza. Il Covid ha accelerato processi sociali già in corso e, costringendoci a convivenza prolungata negli spazi domestici, ne ha svelato l’inadeguatezza. Sullo sfondo, la rivoluzione digitale ha smaterializzato lo spazio, ridefinendo i rapporti tra corpo, tempo e ambiente. Lo smartphone privilegia connessioni immateriali a discapito della profondità relazionale. In La società della trasparenza Byung-Chul Han descrive come l’illusione di accesso illimitato coincida con erosione della privacy e indebolimento dell’identità. La perdita di privacy investe lo spazio fisico. L’intimità, zona di protezione, è minacciata da un regime di esposizione che trasforma ogni esperienza in dato condiviso. Senza confini, l’identità si indebolisce. L’appartamento, in cui ci si è rinchiusi durante la crisi pandemica, ha mostrato la sua inadeguatezza. Tuttavia, questa vocazione all’appartarsi mostra un duplice volto. Da limite può diventare occasione: ripensare l’interior c ome luogo che intensifica la percezione e genera nuove possibilità progettuali per spazi capaci di attivare azioni urbane e comunità. Difendere la privacy non significa rinchiudersi, ma modulare soglie e coltivare zone di intimità che rendano le relazioni più profonde. Dispositivi di mediazione –filtri, partizioni mobili, arredi ibridi, luce e materiali –disegnano configurazioni elastiche che bilanciano protezione e apertura, introspezione e condivisione. A ciò si aggiunge la trasformazione della famiglia: gli spazi sono oggi condivisi da persone diverse per età, ceto e necessità economiche; si formano nuovi nuclei. L’interior d esign agisce come dispositivo critico, interrogando modi di vivere e generando nuove forme di relazione. Si propone di superare la scansione funzionale tradizionale per aprire lo spazio a usi fluidi e adattabili. Le destinazioni d’uso classiche hanno perso valore, rendendo necessario ripensare gli interni come ambienti flessibili e inclusivi. Il comfort diventa gesto politico: non più benessere passivo, ma condizione attiva di resistenza. L ’ interior design si configura come pratica rigenerativa, trasformando fragilità in opportunità progettuali. Il Guerrilla Lab che nasce nel Laboratorio di Interior Design presso l’Università Iuav di Venezia e composto dal corso di Interni e da Qualità dell’ambiente interno, è un luogo di sperimentazione dove teoria e pratica si intrecciano. Gli studenti ripensano abitazioni e microspazi, testando soluzioni in cui un nuovo comfort nasce dall’integrazione di privacy e coabitazione. Da questa ricerca è scaturita la definizione di un doppio decalogo, strumento operativo per ripensare l’abitare contemporaneo. Il decalogo del riuso degli spazi invita a immaginare programmi inediti capaci di generare nuove comunità e solidarietà, attraverso la condivisione e la valorizzazione del micro. Propone di rileggere densità e varietà come risorse, trasformare corridoi e spazi serventi in luoghi di sperimentazione, moltiplicare gli usi nel tempo e nello spazio, integrare microeconomie in grado di sostenere mix funzionali e autosufficienza. Gli impianti stessi diventano macrostrutture flessibili, infrastrutture che permettono la mutazione continua. Il decalogo del riuso dei materiali si concentra invece sul valore nascosto di scarti, surplus e giacenze, attivando pratiche di riciclo sistemico tra filiere diverse. Promuove smontabilità e separabilità per garantire vite multiple agli elementi, l’uso di biocomposti e di materiali provenienti da altri settori, il riutilizzo creativo di imballaggi e componenti standardizzati. Al centro, il principio del meno materia, inteso come capacità di levare anziché aggiungere, di risignificare ciò che già esiste piuttosto che produrre ex novo. Questo doppio decalogo non è un insieme prescrittivo di regole, ma un manifesto che orienta il progetto verso un nuovo concetto di comfort: attivo, politico, rigenerativo. Un orizzonte da condividere, in cui l’ interior design diventa terreno fertile per inventare i luoghi che verranno. *

Guerrilla Lab: un manifesto politico e rigenerativo

Guerrilla Lab: a Political and Regenerative Manifesto

Silvia Codato

Docente a contratto, Laboratorio Interior design, Università Iuav di Venezia. scodato@iuav.it

Plastici dei progetti degli studenti. Models of Student Porjects. Foto di R. De Vecchi

in Architettura, professore presso ITIS Leonardo da Vinci, Parma. arch.antoniociampa@gmail.com

A Long-term Urban Strategy This contribution examines Barcelona’s Superblocks (Superilles) model as an integrated intervention to enhance urban comfort, viewed from a multidimensional perspective linking environmental quality, sustainable mobility, and public space transformation. Through the (ICF) framework, urban comfort emerges as a bio-psycho-social condition stemming from interactions between contextual environmental factors and individual functioning, emphasizing social participation among vulnerable groups. The qualitative analysis highlights positive effects: reduced vehicular traffic and air/noise pollution, increased proximity greenery, new social space uses, and improved daily liveability. A critical lens reveals trade-offs, including perimeter congestion and governance challenges. Barcelona’s experience serves as a paradigmatic case for European proximity policies, advocating a flexible, context-sensitive approach to foster resilience, inclusivity, and urban well-being.*

ntroduzione

Nel dibattito contemporaneo sugli studi urbani, il concetto di comfort urbano ha progressivamente superato una lettura esclusivamente tecnica o prestazionale dello spazio costruito, assumendo una dimensione più ampia e multidisciplinare. Oggi

il comfort è riconosciuto come una condizione complessa, che coinvolge simultaneamente fattori ambientali, sociali, percettivi e sanitari, intrecciandosi con le politiche di mobilità sostenibile, la qualità dello spazio pubblico e l’accessibilità ai servizi urbani di prossimità. In questa prospettiva, la città non è più interpretata come un semplice contenitore funzionale, ma come un sistema attivo in grado di influenzare in modo significativo il benessere fisico, psicologico e sociale dei suoi abitanti. Tale evoluzione si inserisce nel più ampio quadro delle agende europee per la sostenibilità, come il Green Deal e il New European Bauhaus, che promuovono città resilienti, inclusive e neutrali dal punto di vista climatico.

Le trasformazioni urbane legate alla crisi climatica, all’inquinamento atmosferico e acustico e alla crescente domanda di spazi urbani più vivibili e inclusivi hanno rafforzato l’attenzione verso modelli di rigenerazione capaci di ridurre la dipendenza dall’automobile privata e di restituire centralità allo spazio pubblico. In tale contesto, le politiche urbane orientate alla prossimità assumono un ruolo strategico, promuovendo un’organizzazione della città basata sulla riduzione delle distanze, sulla mobilità dolce e sulla valorizzazione della dimensione di quartiere come ambito privilegiato della vita quotidiana.

Tra le esperienze europee più significative in questo ambito, il modello delle Superilles (super isolati), sviluppato a Barcellona rappresenta un caso emblematico di integrazione tra mobilità sostenibile, qualità ambientale e rigenerazione urbana. Introdotto come parte di una strategia urbana di lungo periodo, il progetto mira a ridurre il traffico di attraversamento, migliorare le condizioni ambientali e favorire nuove modalità di utilizzo e percezione dello spazio pubblico. In termini di comfort urbano, esso si configura come un outcome del modello bio-psicosociale dell’International Classification of Functioning, Disability and Health (ICF) dell’OMS (WHO, 2001), dove i fattori ambientali modulano il funzionamento individuale e la partecipazione sociale, trasformando la città in un determinante attivo della salute collettiva.

Obiettivi e quadro teorico

Il presente contributo si propone di analizzare il modello delle Superilles come strumento di miglioramento del comfort urbano, ponendo particolare attenzione agli effetti prodotti sulla qualità ambientale, sulla mobilità sostenibile e sulle pratiche quotidiane degli abitanti. L’obiettivo principale non è fornire una valutazione quantitativa esaustiva, bensì interpretare il caso di Barcellona come esperienza paradigmatica di rigene -

Una strategia urbana di lungo periodo

Il modello delle Superilles a Barcellona

razione urbana orientata alla prossimità e al benessere.

L’ambiente costruito agisce come fattore contestuale capace di facilitare od ostacolare il funzionamento individuale e la partecipazione sociale. Lo spazio urbano non è quindi neutro, ma incide direttamente sull’autonomia, sulle relazioni sociali e sulla qualità della vita quotidiana. Attraverso la lente dell’ICF, le Superilles possono essere lette come una modifica deliberata dei fattori ambientali che riducono barriere sensoriali e motorie (ad esempio, inquinamento acustico e veicolare), facilitando l’attività e la partecipazione (categorie “d” dell’ICF), con ricadute particolar-

mente significative su gruppi vulnerabili quali bambini, anziani e persone con disabilità.

In questa prospettiva, il comfort urbano viene interpretato come una condizione emergente, risultante dall’interazione tra configurazione spaziale, qualità ambientale e dimensione esperienziale, piuttosto che come l’esito di singoli interventi settoriali.

Metodologia

La metodologia adottata si basa su un’analisi qualitativa e interpretativa del caso di studio delle Superilles di Barcellona, integrando letteratura scientifica, documenti istituzionali, report tecnici e contributi prodotti

Il caso di Barcellona costituisce un’esperienza paradigmatica di rigenerazione urbana orientata alla prossimità e al benessere
01. Piazza Gandhi e parte della Rambla del Carme, Barcellona | Gandhi Square and part of the Rambla del Carmen. Ajuntament d’Esplugues de Llobregat, 2006

dall’amministrazione comunale. Particolare attenzione è stata rivolta agli studi che analizzano gli effetti delle Superilles in termini di riduzione del traffico veicolare, miglioramento della qualità dell’aria, contenimento dell’inquinamento acustico e trasformazione dello spazio pubblico.

L’analisi si concentra su tre dimensioni principali: la riorganizzazione della mobilità urbana, gli effetti ambientali (in particolare rumore e qualità dell’aria) e le ricadute spaziali e sociali sullo spazio pubblico. Pur riconoscendo i limiti di un approccio prevalentemente qualitativo, tale scelta metodologica consente di cogliere la complessità dei processi urbani e di interpretare il comfort urbano come fenomeno sistemico, difficilmente riducibile a singole variabili misurabili.

Risultati: il caso delle Superilles di Barcellona

L’implementazione delle Superilles ha prodotto una profonda riorganizzazione della struttura viaria urbana, ri-

ducendo il traffico di attraversamento all’interno dei superblocchi e concentrandolo lungo le arterie perimetrali. Questa trasformazione ha determinato una diminuzione significativa dei livelli di rumore e delle emissioni inquinanti, contribuendo al miglioramento delle condizioni ambientali locali. Studi recenti condotti dall’ISGlobal e dall’Ajuntament de Barcelona confermano riduzioni consistenti dell’inquinamento atmosferico e acustico, con effetti positivi sulla salute percepita, sulla riduzione dello stress urbano e sull’attività fisica spontanea (Nieuwenhuijsen et al., 2024; Pérez et al., 2025).

A una lettura più approfondita, il modello delle Superilles opera simultaneamente su più scale urbane. Alla scala micro, la riduzione del traffico veicolare incide direttamente sulle condizioni sensoriali quotidiane, migliorando la qualità acustica e la percezione di sicurezza nelle strade residenziali. Alla scala meso, la riconfigurazione dello spazio pubblico favorisce nuovi pattern di utilizzo, come l’incontro informale, il

gioco dei bambini e lo svolgimento di attività collettive temporanee, precedentemente inibite dalla predominanza automobilistica. Alla scala macro, la strategia contribuisce a una più ampia riorganizzazione della mobilità urbana, incentivando modalità di spostamento attive e il trasporto pubblico.

Gli effetti delle Superilles non si limitano dunque alla dimensione ambientale, ma investono profondamente la qualità dello spazio pubblico e le pratiche sociali quotidiane, rafforzando il senso di appartenenza e la vivibilità dei quartieri coinvolti. Tuttavia, emergono trade-off: i benefici tendono a concentrarsi nelle aree interne, mentre le strade perimetrali registrano talvolta aumenti di congestione, evidenziando la necessità di un monitoraggio continuo e di interventi compensativi.

Discussione

Il caso di Barcellona evidenzia come il comfort urbano non derivi da interventi isolati, ma dall’integrazione sistemica di politiche di mobilità, qualità

02. Mappa della rete di eixos verds e piazze nel distretto Eixample | Map of the network of green spaces and squares in the Eixample district. Ajuntament de Barcelona, Programa Superilles – Àmbit Eixample, Horitzó 2023

ambientale e progettazione dello spazio pubblico. Rispetto ad altre esperienze europee di rigenerazione urbana orientata alla prossimità, il modello delle Superilles si distingue per la sovrapposizione deliberata di queste dimensioni, generando effetti cumulativi sul benessere urbano.

Dal punto di vista teorico, l’esperienza delle Superilles rafforza l’interpretazione del comfort urbano come condizione sistemica, coerente con le prospettive emergenti negli studi su salute urbana e psicologia ambientale. Il progetto urbano assume così il ruolo di determinante della salute e del benessere, piuttosto che semplice strumento di organizzazione spaziale. La replicabilità del modello è tuttavia strettamente legata a specifiche condizioni contestuali, quali densità urbana, morfologia della rete stradale, governance e abitudini di mobilità preesistenti. I rallentamenti recenti nell’implementazione, legati a cambiamenti politici, sottolineano l’importanza di una governance inclusiva capace di gestire resistenze sociali e garanti-

re un’equità distributiva dei benefici (Nieuwenhuijsen et al., 2024). Ciò suggerisce la necessità di un adattamento sensibile ai contesti locali, piuttosto che di una riproduzione meccanica del modello barcellonese.

Conclusioni

L’analisi del modello delle Superilles di Barcellona mostra come le politiche urbane orientate alla prossimità possano rappresentare uno strumento efficace per migliorare il comfort urbano attraverso interventi integrati su mobilità, spazio pubblico e qualità ambientale. La riduzione della dominanza automobilistica attiva una catena di effetti positivi che si estende dalle condizioni sensoriali alla dimensione sociale e relazionale della vita urbana. Al tempo stesso, l’esperienza barcellonese evidenzia l’importanza della governance, della partecipazione e di processi di implementazione graduali, in grado di accompagnare il cambiamento e favorirne l’accettazione sociale. Piuttosto che proporre le Superilles come modello universalmente

applicabile, questo contributo suggerisce di interpretarle come un quadro concettuale e operativo flessibile, utile a orientare strategie urbane contestuali volte a rafforzare la vivibilità, la resilienza e il benessere nelle città contemporanee. Futuri studi dovrebbero approfondire gli effetti a lungo termine, integrando dati ambientali con percezioni soggettive e indicatori di coesione sociale, per consolidare il ruolo dell’ICF come strumento interpretativo delle trasformazioni urbane.*

REFERENCES

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– Gehl J. (2010). Cities for People. Washington: Island Press.

– Mueller N. et al. (2020). Changing the urban design of cities to improve public health. In Environment International, 134, 105132. doi.org/10.1016/j.envint.2019.105132

– Nieuwenhuijsen M. et al. (2024). The Superblock model: A review of an innovative urban model for sustainability, liveability, health and well-being. In Environmental Research, 251(Pt 1): 118550. doi.org/10.1016/j.envres.2024.118550

– Pérez K. et al. (2025). Environmental and health effects of the Barcelona superblocks. In BMC Public Health, 25(1): 634. doi.org/10.1186/s12889-025-21835-z

– Rueda S. (2019). El modelo de ciudad en la era postcarbón. Barcelona: Agencia de Ecología Urbana.

– WHO – World Health Organization (2001). International Classification of Functioning, Disability and Health (ICF) Geneva: WHO.

La replicabilità del modello è strettamente legata a specifiche condizioni, quali densità urbana, morfologia della rete stradale, abitudini di mobilità preesistenti
03. Superilla nel quartiere di Sant Antoni, Barcellona | Superblock in the Sant Antoni neighborhood, Barcelona. Cataleirxs 2023

Leonardo Junior Pagano

Dottorando di ricerca in Architettura e beni culturali, Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, Dipartimento di Architettura e Disegno Industriale. leonardojunior.pagano@unicampania.it

Between Home and Work The pandemic has accelerated the transformation of the home into a hybrid environment, where living, working, learning and caring overlap. In this scenario, comfort can no longer be understood solely as a technical parameter (thermal, acoustic, luminous) but as a complex experience combining subjective perceptions, everyday practices and design strategies. The paper explores solutions that reinterpret comfort in contemporary living: flexible partitions, adaptive furniture, individual micro-zones and environmental control systems. A resilient and dynamic domestic model emerges, capable of combining efficiency, identity and affectivity, turning the post-pandemic home into a true laboratory of innovation.*

egli ultimi anni lo spazio domestico è stato interessato da una trasformazione profonda che ne ha modificato radicalmente ruolo e significato. La pandemia ha agito come acceleratore di un processo già in atto, rendendo evidente come la casa non sia più soltanto luogo del riposo e della protezione, ma ambiente ibrido in cui si intrecciano attività abitative, lavorative, formative e relazionali. Questa compresenza ha messo in crisi assetti spaziali consolidati e, soprattutto, ha sollecitato una revisione critica della nozione di comfort, rivelando i limiti di una sua interpretazione esclusivamente tecnica e standardizzata.

Tradizionalmente, il comfort è stato affrontato come condizione ambientale misurabile, fondata su parametri quali temperatura, illuminazione, acustica e qualità dell’aria (Fanger, 1970). Tali modelli, pur fondamentali per la definizione di standard prestazionali, si basano sull’idea di un utente medio e di condizioni ottimali universalmente valide. Numerosi studi successivi hanno tuttavia messo in discussione questa impostazione, evidenziando come la percezione di benessere sia fortemente influenzata da fattori soggettivi, comportamentali e culturali, non riducibili a valori medi (Schweiker et al., 2020; Tang et al., 2020). In questa prospettiva, il comfort appare sempre più come un processo adattivo, co-

struito nel tempo attraverso l’interazione tra individui e ambiente.

Il passaggio da un comfort normativo a un comfort adattivo assume particolare rilevanza nello spazio domestico ibridato. Qui, infatti, le stesse superfici e gli stessi dispositivi sono chiamati a sostenere attività profondamente diverse, che implicano esigenze ambientali e percettive spesso contrastanti. Lavorare, abitare, prendersi cura, studiare e relazionarsi richiedono condizioni spaziali non sovrapponibili, rendendo evidente come il comfort non possa più essere definito come stato stabile, ma come condizione negoziata e contingente. L’architettura degli interni è dunque chiamata a confrontarsi con questa instabilità, superando la logica dell’ottimizzazione univoca per orientarsi verso soluzioni capaci di accogliere variazioni e conflitti.

In questo scenario, il confronto con le trasformazioni dello spazio del lavoro contemporaneo offre un utile terreno di riflessione. Le recenti evoluzioni del workplace hanno progressivamente abbandonato modelli rigidi e gerarchici, introducendo configurazioni più fluide, orientate all’esperienza e al benessere complessivo degli utenti. In tali contesti, il comfort è sempre meno inteso come semplice supporto alla produttività e sempre più come fattore relazionale, legato alla qualità dello spazio, alla possibilità di scelta e alla diversificazio-

In bilico tra casa e lavoro Strategie di comfort nell’abitare ibrido post-pandemico

01. Dodged House Loft con poca privacy di Lisbona | Dodged House Loft with little privacy in Lisbon. D. Perrenoud
02. Casa unifamiliare con ufficio in doppia altezza | Single family home with double height office. Punto Due

ne delle modalità d’uso (Myerson, 2022). Trasferite nello spazio domestico, queste istanze non producono una mera imitazione dell’ufficio, ma contribuiscono a ridefinire il progetto degli interni come sistema adattivo e multilivello.

Una prima strategia progettuale che emerge con chiarezza riguarda l’introduzione di dispositivi di compartimentazione flessibile. Pareti mobili, pannelli scorrevoli, tende acustiche e sistemi modulari consentono di articolare lo spazio in modo reversibile, rispondendo a esigenze temporanee di concentrazione, privacy o condivisione. La flessibilità non è qui intesa come trasformabilità formale fine a sé stessa, ma come possibilità di modu-

lare il grado di separazione tra funzioni nel corso del tempo. Tuttavia, tale approccio presenta anche criticità: una flessibilità eccessiva può generare ambienti instabili, privi di gerarchie riconoscibili, in cui la continua riconfigurazione rischia di compromettere il senso di familiarità e appartenenza. Il progetto è dunque chiamato a calibrare attentamente questi dispositivi, bilanciando adattabilità e permanenza. Accanto alla dimensione spaziale, il ruolo degli arredi assume una valenza strategica sempre più rilevante. Il mobile non è più un elemento neutro o puramente funzionale, ma diventa infrastruttura spaziale capace di definire soglie, orientare comportamenti

e supportare pratiche ibride. Librerie bifacciali, tavoli trasformabili, sedute modulari e sistemi integrati contribuiscono a costruire micro-ambienti all’interno di spazi più ampi, offrendo soluzioni di zonizzazione leggera che evitano separazioni permanenti. In questa prospettiva, il design degli interni si configura come un processo di messa a punto di dispositivi adattivi, in cui gli oggetti partecipano attivamente alla costruzione del comfort (Caan, 2011). Anche in questo caso, emergono tensioni legate al rischio di una domesticità eccessivamente funzionalizzata, in cui l’arredo perde la propria dimensione simbolica e affettiva a favore di una logica prestazionale.

Un ulteriore elemento centrale è rappresentato dalla diffusione di micro-zone di comfort individuale. Nicchie, alcove e spazi raccolti, spesso ricavati all’interno di ambienti condivisi, rispondono al bisogno crescente di isolamento temporaneo e concentrazione. Questi micro-spazi non sostituiscono le stanze tradizionali, ma offrono esperienze localizzate di comfort intensivo, consentendo agli abitanti di ritagliarsi momenti di autonomia all’interno di contesti sovraccarichi di funzioni. La loro presenza richiama il concetto di third places, intesi come spazi intermedi capaci di mediare tra dimensione privata e collettiva (Oldenburg, 1989), reinterpretato però in chiave domestica. Al tempo stesso, la frammentazione spaziale che ne deriva solleva interrogativi sulla continuità dell’esperienza abitativa e sulla sostenibilità di una casa sempre più segmentata. La percezione di comfort risulta inoltre fortemente influenzata dalla possibilità di esercitare un controllo diretto sulle condizioni ambientali. Numerose ricerche dimostrano come la soddisfazione degli utenti aumenti quando questi possono regolare luce, ventilazione e condizioni acustiche in base alle proprie esigenze (Zhang et al., 2019).

Finestre apribili, sistemi di oscuramento regolabili e illuminazione dimmerabile non rappresentano soltanto dotazioni tecniche, ma veri e propri strumenti di empowerment, che restituiscono agli abitanti un ruolo attivo nella costruzione del proprio benessere quotidiano. Anche in questo caso, tuttavia, il controllo individuale deve essere bilanciato con la complessità impiantistica e con le esigenze di sostenibilità complessiva del sistema abitativo.

Accanto alle dimensioni tangibili, il comfort domestico assume una valenza simbolica e identitaria sempre più rilevante. Abitare uno spazio che consente di riconoscersi, di esprimere affettività e di mantenere un senso di appartenenza diventa parte integrante dell’esperienza di benessere. La casa ibrida, pur accogliendo funzioni produttive e tecnologiche, deve continuare a essere percepita come rifugio, capace di sostenere pratiche di cura e di

intimità (Ahrentzen, 2020). Ciò implica una riflessione sulle qualità atmosferiche e narrative degli interni, che non possono essere ridotte a meri standard prestazionali.

Esperienze recenti nel campo del co-living mostrano come tali principi possano essere applicati anche in contesti ad alta densità, attraverso la progettazione di spazi condivisi, zone filtro e ambienti polifunzionali. Questi modelli evidenziano come il comfort possa emergere dalla mediazione tra esigenze individuali e collettive, piuttosto che dalla separazione rigida delle funzioni, offrendo spunti significativi per ripensare l’abitare domestico come sistema aperto e relazionale.

In questa prospettiva, il comfort può essere interpretato non soltanto come esito di soluzioni tecniche o spaziali, ma come costruzione culturale che riflette valori, aspettative e modelli di vita propri di una determinata fase storica. L’abitare ibrido rende evidente come le condizioni di benessere non siano mai neutre, ma sempre situate, dipendenti da pratiche sociali, relazioni di potere e dispositivi normativi. La casa, trasformata in luogo di lavoro e di produzione, diventa così uno spazio in cui si manifestano nuove forme di pressione prestazionale, che rischiano di compromettere la dimensione intima e relazionale dell’abitare.

In questo senso, il comfort assume anche una valenza politica, poiché riguarda la distribuzione delle possibilità d’uso dello spazio e del tempo all’interno dell’ambiente domestico. La possibilità di isolarsi, di modulare le condizioni ambientali o di disporre di spazi dedicati non è uniforme, ma dipende da fattori economici, sociali e culturali. L’architettura degli interni è quindi chiamata a confrontarsi con questioni di equità e accessibilità, evitando di proporre modelli ideali difficilmente replicabili nella realtà quotidiana. Progettare il comfort significa allora interrogarsi su chi può beneficiare di determinate soluzioni e a quali condizioni.

L’abitare post-pandemico mette inoltre in luce il rischio di una progressiva normalizzazione dell’ibridazione,

La casa ibrida è un laboratorio in cui il comfort emerge come esperienza relazionale e culturale
04. La casa-ufficio nel giardino in Theodor-Storm-Strasse 16 a Monaco | The house-office in the garden at Theodor-Storm-Strasse 16 in Munich. S. Schels
03. Un loft in un’antica fabbrica di tessuti | A loft in an old fabric factory. C. Uhalde
05. Peckham House, un giardino in ufficio, Londra | Peckham House, an office garden, London. J. Stephenson

in cui la sovrapposizione tra casa e lavoro viene assorbita senza una reale riflessione critica sulle sue implicazioni. In questo quadro, il progetto può svolgere un ruolo di mediazione, introducendo dispositivi spaziali che rendano visibili i confini, anche quando questi sono temporanei o negoziabili. Il comfort non coincide quindi con l’eliminazione del conflitto, ma con la capacità di renderlo abitabile, offrendo strumenti per gestire la complessità piuttosto che soluzioni apparentemente risolutive.

In conclusione, l’abitare post-pandemico si configura come un laboratorio di sperimentazione in cui il comfort

non è più una condizione statica, ma un processo in continuo divenire. Le strategie progettuali analizzate – compartimentazione flessibile, arredi come infrastrutture e micro-zone individuali – delineano un paradigma dell’interno fondato su adattività e negoziazione. Il comfort emerge così come categoria culturale e progettuale, risultato di equilibri instabili tra efficienza e identità, prestazione tecnica e vissuto quotidiano. In questo quadro, la casa ibrida non rappresenta un’eccezione temporanea, ma una condizione strutturale dell’abitare contemporaneo, che invita a ripensare criticamente il progetto degli spazi domestici.*

REFERENCES

– Ahrentzen S. (2020). At Home with Work. Negotiating Space and Work in a Changing Society. London: Routledge.

– Caan S. (2011). Rethinking Design and Interiors. Human Beings in the Built Environment. London: Laurence King.

– Fanger P.O. (1970). Thermal comfort. Analysis and applications in environmental engineering. Copenhagen: Danish Technical Press.

– Myerson J. (2022). The Office of Good Intentions. Humans Work. Zürich: Lars Müller Publishers.

– Oldenburg R. (1989). The Great Good Place. New York: Marlowe.

– Schweiker M. et al. (2020). Review of multi-domain approaches to indoor environmental perception and behaviour. In Building and Environment, n. 176, 106804. doi.org/10.1016/j.buildenv.2020.106804

– Tang H. et al. (2020). Interactions and comprehensive effect of indoor environmental quality factors on occupant satisfaction. In Building and Environment, n. 167, 106462. doi.org/10.1016/j.buildenv.2019.106462

– Zhang D. et al. (2019). Clustering of Dutch school children based on their preferences and needs of the IEQ in classrooms. In Building and Environment, 147, pp. 258-266. doi.org/10.1016/j.buildenv.2018.10.014

06. Ufficio con la natura alle spalle, Città del Messico | Office with nature behind it, Mexico City. C. Béjar, R. Gardiner

Corpi danzanti

Festival Les Escales Saint-Nazaire, Francia

La maschera ci fa sentire a nostro agio, fa cadere il ruolo sociale e ci conduce fuori dalla vita ordinaria, restando pur sempre in una zona di conforto poiché ci trasporta nella sfera del gioco. Ricrea lo spazio cultuale.

La maschera ci protegge e ci libera dal peso della società, dagli stereotipi e dall’identificazione, ci dà forza e coraggio. La maschera è un gesto: un atto di ribellione e di resistenza per noi stessi e per gli altri.*

Dancing Bodies

Les Escales Festival Saint-Nazaire, France

The mask makes us feel at ease, it breaks down social roles and takes us out of ordinary life, while still keeping us in our comfort zone because it transports us into the realm of play.

It recreates the cultic space.

The mask protects us and frees us from the weight of society, stereotypes and identification, giving us strength and courage. The mask is a gesture: an act of rebellion and resistance for ourselves and for others.*

Ilaria Pittana

PhD, Assegnista di ricerca in Fisica Tecnica Ambientale, Università Iuav di Venezia. ilaria.pittana@iuav.it

Architectural Playground A reflection together with Giulia Lucatello of SOU Padova (Schools of Architecture for Children), on the role of play in living comfort through the case of a Venetian villa converted into a hybrid space for work and teaching.*

Il gioco come risorsa progettuale per il comfort abitativo Architectural Playground

Una riflessione insieme a Giulia Lucatello di SOU Padova (Schools of Architecture for Children), sul ruolo del gioco nel comfort abitativo attraverso il caso di una villa veneta riconvertita in spazio ibrido per lavoro e didattica.

Architectural playground è un progetto che utilizza il gioco come risorsa progettuale. Qual è il ruolo del gioco in architettura? E nella ridefinizione del comfort abitativo?

Il primo progetto di interni nato con un approccio che amo definire “Architectural Playground” è stato quello di Villa Martini Salata di Padova, sede dell’agenzia di creatività digitale NOOO. Il progetto è nato dall’esigenza di fruire gli spazi in maniera ibrida nel tempo poiché questo luogo doveva venire utilizzato come ufficio, laboratorio ludico educativo per bambini e talvolta come spazio per eventi, quindi, oltre che avere la necessità di realizzare uno spazio qualitativo da un punto di vista estetico e funzionale, il progetto ha perseguito l’obiettivo chiaro di creare un ambiente con diversi compiti quali rilassare, divertire, stimolare.

Il pensiero è semplice: quando non siamo a casa, passiamo la maggior parte del tempo in un luogo di lavoro ed è proprio per questo che tale luogo non può essere progettato esclusivamente secondo questa funzione, se si tiene conto del benessere delle persone che hanno esigenze psico-fisiche differenziate durante tutta la giornata, si deve prevedere anche lo spazio per la relazione, per il tempo sospeso, per la cura e anche per il gioco.

Il gioco qui viene inteso come strumento per uscire dalla zona di comfort, proprio nel suo essere un’attività sfidante poiché aiuta a rompere gli schemi e ad entrare in un gruppo senza il patema del foglio bianco o della presentazione ufficiale. Esso ci avvicina e, seguendo le sue regole, “ci mette in gioco” ci permette di conoscere gli altri e di farci conoscere. La sfida, intrinseca al gioco, è la necessità della relazione che nel gioco di squadra, per esempio, ci invita a introdurre le nostre capacità e soprattutto le nostre qualità, al servizio di un fine comune. Altre volte il gioco è utile per sperimentare sé stessi in nuovi ruoli e conoscere nuove parti di sé.

Da un punto di vista dell’architettura, il gioco viene inteso in questo caso proprio come spazio sorprendente, stimolante e variabile nel tempo (gioco come opportunità di sperimentazione e cambiamento).

Quindi comfort non significa esclusivamente comodità, ma anche flessibilità, versatilità, possibilità di cambiamento per accogliere le differenti necessità che

Giulia Lucatello, Schools of Architecture for Children Padova
01. Introduzione didattica durante un incontro di SOU Padova. SOU Padova

una persona può avere nell’arco della giornata o dell’anno. Una sorta di sistema vivo, un ecosistema più che un ambiente finito e statico.

In che modo il progetto tiene conto del comfort dei suoi fruitori?

Come anticipato, realizzare un progetto che tenga conto del comfort abitativo per me significa soprattutto mettere al primo posto il benessere psico-fisico delle persone che abitano quello spazio.

Immaginare il progetto come un ecosistema abitato mi aiuta a includere le funzioni d’uso di primaria necessità come siamo soliti pensare (lavorare, mangiare, lavarsi ecc.) e gli standard fisici qualitativi ottimali con attenzione al corretto uso della luce e del colore, ma significa anche individuare le funzioni d’uso immateriali, che in uno spazio di lavoro sono altrettanto importanti, come lo spazio per la relazione, per il tempo sospeso e per il pensiero creativo.

Questo si traduce creando un equilibrio tra ambienti rilassanti, stimolanti personalizzabili e variabili nel tempo.

Un viaggio multidisciplinare per capire come le città nascono, evolvono e possono diventare più sostenibili, inclusive e felici

Quindi, entrando nello specifico, sono stati realizzati uffici con scrivanie a diverse altezze (per grandi e piccoli) di diverse dimensioni e conformazioni (per ospitare pc, consolle o laboratori) si è concesso lo stesso spazio a poltrone e librerie attorno ai due caminetti, si sono preferiti materiali naturali (legno, vetro e ferro) oltre che la presenza del verde interno ed esterno. Chiaramente essendo la sede principale di un’agenzia di comunicazione digitale patavina non potevano mancare musica, video e un bancone per le chiacchiere (e gli aperitivi).

Dal 2023 Giulia Lucatello dirige SOU Padova, la scuola di architettura per bambini. Cos’è una scuola di architettura per bambini? Com’è organizzata quella di Padova?

La scuola di architettura è un progetto educativo multidisciplinare doposcuola rivolto a bambine e bambine dai 7 ai 12 anni che mette insieme architetti, designer, urbanisti, paesaggisti, botanici, artisti, antropologi, esperti in comu-

02. Dettagli Locale d’Ingresso. NOOO Agency

nicazione, psicologi e sociologi per educare i giovani studenti di SOU Padova, al valore della Cultura e delle buone pratiche culturali, ambientali e civiche per il benessere delle persone e delle comunità.

Ogni settimana vengono proposti laboratori creativi dove attraverso una modalità potentissima di apprendimento, quella del gioco appunto, si impara ad esplorare sé stessi, la relazione con gli altri e con la città che ci circonda.

Il tema che affronta SOU quest’anno è la città e la sua abitabilità. In che modo i bambini saranno coinvolti?

SOU Padova è inserito all’interno di un contesto nazionale che vede nel territorio tante altre realtà SOU presenti in altre città, unite da un tema comune, quest’anno più che altro da una domanda: “di cosa sono fatte le città?”

I giovani studenti SOU di tutta Italia sono chiamati ad esplorare sia gli elementi materiali delle città (infrastrutture, edifici, reti e servizi) sia quelli immateriali: emozioni, relazioni, cultura, storia, innovazione. Un viaggio multidisciplinare per capire come le città nascono, evolvono e possono diventare più sostenibili, inclusive e felici grazie alla creatività e alla partecipazione attiva. Un percorso di formazione per cittadini consapevoli oggi e per architetti delle città di domani.*

03. Ingresso NOOO Agency. G. Lucatello

Comfort elettrico

“She’s electric, with an electric heart.” Kaiser Chiefs, Electric heart, Duck, 2019

People Know How to Love One Another, Golden Oldies, Wait, Target Market, Don’t Just Stand There, Do Something, Record Collection, The Only Ones, Lucky Shirt, Electric Heart, Northern Holiday, Kurt vs. Frasier (The Battle for Seattle)

Attivi già dal 1997 con il nome di Parva, i Kaiser Chiefs sono un gruppo indie rock inglese di Leeds, con all’attivo 10 album tra studio e live.

Il successo arriva nei primi anni 2000 con l’album Employment, il terzo del gruppo, a cui seguono negli anni successivi vari dischi di discreto successo contraddistinti però da un progressivo cambio dello stile musicale verso un pop più melodico e commerciale.

Duck è il settimo album in studio del gruppo musicale britannico, pubblicato nel luglio 2019. Il disco segna un ritorno alle prime sonorità della band, con una chiara impronta indie rock che si combina alle musicalità pop degli album precedenti: un “comfort sound” avvolgente che alterna brani lenti e melodici a pezzi più incisivi e ritmati. Testi e immagini di Emilio Antoniol

Ogni numero di OFFICINA Journal è accompagnato da un brano musicale: così ogni tema è abbinato a note e parole.

OFFICINA*sound

Each issue of OFFICINA Journal is accompanied by a song: so each theme is matched with notes and words.

Kaiser Chiefs, Duck, 2019

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