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OFFICINA* 53 Supernaturale

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9 791259 532244

16 €

53

ISSN 2532-1218

ISBN 979-12-5953-224-4

n. 53, luglio-dicembre 2026

SUPERNATURALE


Architetture viventi di Luca Serpericci Nel nuovo stadio dell’ambiente urbano, natura, tecnologia ed ecologia smettono di essere ambiti separati e diventano un unico organismo. Le architetture sono corpi che crescono, si piegano, assorbono la vegetazione che scandisce facciate. I condotti sono tubature, radici, infrastrutture energetiche rinnovabili, da cui escono piante e vita, come se la tecnologia stessa generasse ecosistemi. Nuove biodiversità prendono forma, talvolta fuori controllo, e ridefiniscono il paesaggio. Sullo sfondo il cielo rosso crea un piano innaturale. La città muta, sperimenta, oltre ciò che è naturale: convive in una simbiosi radicale.


Uno per tutti, tutti per uno La natura, e i suoi superpoteri, sono da sempre al centro di miti, leggende e culti umani, basti pensare alle divinità zoomorfe di molte religioni antiche o alle frequenti apparizioni sotto forma di animale delle divinità greche e romane, tra tutte Zeus/Giove, padre degli dei, che di frequente si palesava con sembianza di cigno, di toro bianco o anche di aquila. Queste personificazioni trovano solitamente ragione in una caratteristica dell’animale che gli uomini ammirano o temono e che viene quindi attribuita alla divinità in segno di venerazione o di monito. Allo stesso tempo, molti dei fenomeni naturali come fulmini, tuoni, ma anche terremoti, eruzioni vulcaniche o maremoti trovavano in passato una spiegazione soprannaturale, in quanto espressioni della volontà o dell’ira di una qualche divinità. Lo stesso Aristotele nel tentare di dare una spiegazione razionale (o se vogliamo scientifica) a questi superpoteri naturali, si arena in teorie oggi del tutto confutate. Nel Meteorologica (o Meteore), un trattato in quattro libri che analizza i fenomeni fisici del mondo sublunare, il filosofo greco spiega la genesi di molti eventi atmosferici e geologici attraverso due tipi di esalazioni prodotte dalla Terra colpita dai raggi solari: la prima umida, che tramite il vapore genera le nubi, la pioggia, la neve ma anche la nebbia, e una seconda esalazione secca che causa venti, terremoti e fulmini. Supposizioni oggi del tutto abbandonate ma che evidenziano lo smisurato potere della natura rispetto alle deboli forze umane. Un potere che sarà “dominato” solo molti secoli dopo, con l’illuminismo e il progresso scientifico attraverso cui l’uomo riuscirà, scoperta dopo scoperta, a capire i meccanismi più intimi della natura e talvolta a piegarli al proprio volere. Un tentativo, purtroppo, non del tutto riuscito. Se è vero che oggi molti dei fenomeni naturali, atmosferici o fisico-chimici che regolano il funzionamento del nostro pianeta sono ormai noti e ampiamente sfruttati dall’uomo per trarne beneficio, è altrettanto vero che alcuni aspetti latenti sono ancora ignoti e continuano a mostrare la potenza della natura rispetto alla piccolezza umana. Gli effetti del cambiamento climatico in atto sono un evidente segno di come la natura non si sia fatta soggiogare da secoli di sfruttamento e inquinamento, mostrando al genere umano una faccia ancora più arcigna di quella delle antiche divinità. E così, dopo secoli di tentativi volti a dominare le forze naturali, l’umanità ha capito che la sfida non può essere vinta, ma allo stesso tempo, invece che dichiarare la resa, è iniziato un nuovo percorso che oppone alla lotta e alla dominazione un nuovo paradigma: il supporto reciproco. Adeguandosi ai cicli naturali e ispirandosi ai processi che la natura ogni giorno mette in atto, l’umanità può così uscire dal gioco di una natura nemica e approfittare invece dei benefici di una natura benigna, in un processo di simbiosi che per la prima volta volta vede uomo e natura collaborare fianco a fianco per un obiettivo comune: il futuro. E. Antoniol


Direttore editoriale Emilio Antoniol Vicedirettrice Rosaria Revellini Direttrice artistica Margherita Ferrari Comitato editoriale Viola Bertini, Doriana Dal Palù, Letizia Goretti, Stefania Mangini, Cristiana Mattioli, Elisa Zatta Comitato scientifico Federica Angelucci, Stefanos Antoniadis, Sebastiano Baggio, Maria Antonia Barucco, Matteo Basso, Eduardo Bassolino, Martina Belmonte, Giacomo Biagi, Paolo Borin, Alessandra Bosco, Laura Calcagnini, Federico Camerin, Alberto Cervesato, Giulia Ciliberto, Sara Codarin, Francesca Coppolino, Silvio Cristiano, Federico Dallo, Lavinia Maria Dondi, Paolo Franzo, Carmine Fusaro, Jacopo Galli, Silvia Gasparotto, Gian Andrea Giacobone, Giovanni Graziani, Francesca Guidolin, Beatrice Lerma, Elena Longhin, Antonio Magarò, Filippo Magni, Marco Manfra, Michele Manigrasso, Michele Marchi, Patrizio Martinelli, Fabiano Micocci, Mickeal Milocco Borlini, Magda Minguzzi, Clizia Moradei, Beatrice Moretti, Massimo Mucci, Maicol Negrello, Corinna Nicosia, Maurizia Onori, Valerio Palma, Elisa Pegorin, Ilaria Pittana, Federica Pompejano, Laura Pujia, Silvia Santato, Chiara Scanagatta, Chiara Scarpitti, Roberto Sega, Gerardo Semprebon, Giulia Setti, Francesca Talevi, Alessandro Tessari, Oana Tiganea, Massimo Triches, Ianira Vassallo, Luca Velo, Alberto Verde, Barbara Villa, Paola Zanotto Redazione Petra Cason, Giulia Conti, Eleonora Fanini, Alice Gasparini, Silvia Micali, Sofia Portinari, Marta Possiedi, Tommaso Maria Vezzosi Web Emilio Antoniol Progetto grafico Margherita Ferrari

OFFICINA* “Officina mi piace molto, consideratemi pure dei vostri” Italo Calvino, lettera a Francesco Leonetti, 1953

Semestrale di architettura, tecnologia e ambiente n. 53 luglio-dicembre 2026

Supernaturale

Proprietario Associazione Culturale OFFICINA* e-mail officina.rivista@gmail.com Editore Anteferma Edizioni Srl Sede legale via Asolo 12, Conegliano, Treviso e-mail edizioni@anteferma.it Stampa AZEROprint, Marostica (VI) Tiratura 150 copie Chiuso in redazione il 23 luglio 2026, finché un modello di OpenAi evade dall’ambiente controllato durante un test per raggiungere gli obbiettivi assegnati: a farne le spese è la startup Hugging Face. Anomalia per falla nel sistema: ossia svista umana. Copyright opera distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale L’editore si solleva da ogni responsabilità in merito a violazioni da parte degli autori dei diritti di proprietà intellettuale relativi a testi e immagini pubblicati.

Direttore responsabile Emilio Antoniol Registrazione Tribunale di Treviso n. 245 del 16 marzo 2017 Pubblicazione a stampa ISSN 2532-1218 ISBN 979-12-5953-224-4 Pubblicazione online ISSN 2384-9029 Accessibilità dei contenuti online www.officinajournal.it Prezzo di copertina 16,00 € Prezzo abbonamento 2026 27,00 € | 2 numeri Per informazioni e curiosità www.anteferma.it edizioni@anteferma.it

Il dossier di OFFICINA*53 – Supernaturale è a cura di Beatrice Lerma. Hanno collaborato a OFFICINA* 53: Giulia Azzini, Elisa Barsanti, Bensu Berk, Jacopo Bonat, Anna Maria Brusciano, Alessandra Comaroli, Andrea Conte, Rosaria Copeta, Emilia Corradi, Maria Cecilia Daniele, Luca Emanueli, Lorenzo Fabian, Eleonora Fanini, Stefania Galante, Alice Gasparini, Michele Gianfico, Beatrice Lerma, Gianni Lobosco, Andrea Margagliotti, Angela Marinelli, Donato Teodosio Mazzolla, Clizia Moradei, Laura Passatore, Fabio Piludu, Margherita Righetti, Luca Serpericci, Emma Stévenot, Jowita Aleksandra Tabak, Lorenzo Tinti, Tymon Wolender, Hongye Wu, Matteo Zambon.

OFFICINA* è un progetto editoriale che racconta la ricerca. Tutti gli articoli di OFFICINA* sono sottoposti a valutazione mediante procedura di double blind review da parte del comitato scientifico della rivista. Ogni numero racconta un tema, ogni numero è una ricerca. OFFICINA* è inserita nell’elenco ANVUR delle riviste scientifiche per l’Area 08.


Supernaturale Supernatural

Architetture viventi

n. 53, luglio-dicembre 2026

Luca Serpericci

SCIENTIFIC DOSSIER

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La natura come materia del progetto Nature as the Substance of Design Beatrice Lerma

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Ruderarium pilotato Steered Ruderarium

Andrea Conte, Maria Cecilia Daniele, Laura Passatore

Matteo Zambon, Jacopo Bonat

26

60

Verso il paesaggio ibrido Toward the Hybrid Landscape

Il ruolo ecologico dei corpi d’acqua della moda The Ecological Role of Fashion’s Water Bodies Clizia Moradei

Giulia Azzini, Emilia Corradi

38

Aule Verdi agroforestali per il benessere psicofisico Agroforestry Tree Rooms for Physical and Mental Well-being

Palinsesti porosi Porous Palimpsests

70

SuperNord-Est SuperNorth-East

82

Divenire paesaggio Becoming Landscape

Hongye Wu

Alice Gasparini, Lorenzo Fabian

Lorenzo Tinti, Luca Emanueli, Gianni Lobosco COLUMNS

4

ESPLORARE

La cosmogonia della cura The Cosmogony of Care

110

Petra Cason

94 96

INFONDO

Natural Heroes

108

Donato Teodosio Mazzolla

122

IL PORTFOLIO

Massa e densità in dettaglio Mass and density details

112

126

L’IMMERSIONE

Nuovi continenti New Continents Eleonora Fanini

116

Bensu Berk

I siti produttivi come catalizzatori di simbiosi urbana Productive Sites as Catalysts for Urban Symbiosis

I CORTI

Jowita Aleksandra Tabak, Tymon Wolender

IL LIBRO

La rivincita della natura Nature’s Comeback

Interagire con le specie vegetali Interaction with Plant Species Stefania Galante, Rosaria Copeta

Dispositivi per un’ecologia domestica Devices for a Domestic Ecology Elisa Barsanti

Stefania Mangini

Emma Stévenot

104

Dispositivi ecologici per la città di Melfi, tra ricerca e governance locale Eco-friendly Devices for the City of Melfi, between Research and Local Governance

SOUVENIR

Anche a Parigi ci sono le montagne… e le caverne! There are Mountains in Paris too… and Caverns! Letizia Goretti

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LA TESI

Design e cinema Design and Cinema Anna Maria Brusciano

134

(S)COMPOSIZIONE

Il potere del mare The Power of the Sea Emilio Antoniol


La cosmogonia della cura

La mostra “Con te con tutto” di Chiara Camoni Petra Cason Curatrice d’arte e art manager, fondatrice e presidente di NUMA Contemporary, associazione culturale e piattaforma dedicata ai linguaggi del contemporaneo. petra@numacontemporary.com L’associazione culturale NUMA Contemporary organizza eventi e visite guidate per esplorare i linguaggi dell’arte contemporanea. www.numacontemporary.com

The Cosmogony of Care. The exhibition “Con te con tutto” by Chiara Camoni Chiara Camoni's “Con te con tutto” at the Italian Pavilion of the 61st Venice Biennale unfolds as a cosmogony of care, where ancestral female figures inhabit the Tese delle Vergini as spirits poised at the threshold between the natural and the supernatural. At the core of Camoni's practice lies a radical openness to the other — collaborators, living creatures, the matter itself — that dissolves individual authorship into a collective, dialogic act of creation. The work belongs to no single hand and no single voice: it is, above all, an invitation to be present, with everything and everyone.*

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Con te con tutto 9 maggio – 22 novembre 2026 Padiglione Italia, Arsenale Biennale Arte di Venezia

a dietro una tenda, un paio di occhi vispi sembra che ci osservino. Emergono al centro di un volto appena accennato e, poco più in basso di questo, delle membra eteree fluttuano nell’aria come leggerissime foglie al vento. Chiara Camoni ha disposto a due passi dal Giardino delle Vergini una delle sue installazioni più delicate, evanescenti. A ogni soffio di vento che giunge all’interno della seconda tesa del Padiglione Italia i drappi sospesi, di seta finissima, che compongono l’opera, si muovono delicatamente nello spazio. Ritraggono immagini che ricordano gli spiritelli che popolano boschi e corsi d’acqua – come vuole la tradizione – dalla notte dei tempi. Dipinti non a pennello, bensì

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per impressione sulle fibre del tessuto di erbe, fiori, bacche e altri elementi che l’artista recupera nel giardino e nel nel folto della vegetazione a un passo da casa e dispone sui pannelli serici a comporre questi esseri fantastici. Chiara Camoni, emiliana d’origine, vive a Fabbiano tra le colline dell’Alta Versilia – la porta d’accesso al complesso montano delle Alpi Apuane – e il suo studio, la sua casa, si affacciano idealmente al margine del bosco. Quel mondo liminale – scelta programmatica, quella di “abitare” la provincia – da alcuni anni, è per lei il terreno d’ispirazione e il campo d’azione per la propria ricerca artistica: un luogo perfetto di raccolta della materia prima di cui si compongono le sue opere. E per “materia prima” possiamo annoverare tanto essenze e arbusti, raccolti a piene mani, quanto rifiuti e oggetti rinvenuti casualmente lungo le passeggiate che l’artista compie con i propri cani oltre il perimetro del proprio terreno, attraversando l’ex cava mineraria che la separa dalla foresta. Un approccio lento, consapevole, di un quotidiano che diventa spazio di scoperta e riscoperta, allenamento dello sguardo oltre l’abitudine. Ma tra gli ingredienti floridi che compongono la ricerca di Camoni vi sono anche le leggende popolari, i rituali di antiche culture, le figure ancestrali che diventano l’alfabeto della narrazione che l’autrice utilizza per esprimere il proprio sentire, in primis il legame con un mon-

ESPLORARE


Colonna (Demone), 2026, Chiara Camoni: grès smaltato con cenere e minerali da Oasi Zegna, 195×48×51 cm. Courtesy SpazioA, Pistoia [Le due coppette che tiene in mano la statua] Coppetta, 1958 ca., Fausto Melotti: ceramica smaltata policroma, Ø 13×5 cm, Collezione privata. Coppetta, 1960 ca., Fausto Melotti: ceramica smaltata policroma, Ø 13×6 cm. Collezione privata

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do naturale, compenetrato da un altro, sovrannaturale, altrettanto vivido, foriero di forti suggestioni iconografiche. L’opera di Chiara Camoni è protagonista – nel 2026 – del Padiglione Italia della Biennale Arte di Venezia. Questa è la Biennale della critica d’arte camerunese Koyo Kouho, scomparsa nel 2025, ma il cui lascito curatoriale ha voluto privilegiare le “tonalità minori” nella sinfonia espressiva dell’arte contemporanea globale. Con te con tutto, il titolo della mostra che Chiara Camoni – con la curatela di Cecilia Canziani – ha proposto per questa 61° edizione per il Padiglione che rappresenta il nostro Paese, si allinea con grande naturalezza al tema portante dell’esposizione internazionale. Le “tonalità minori”, in musica, sono quelle che spiccano in maniera meno evidente, nella complessità di una partitura, ma sono anche quelle che arricchiscono e arrotondano il suono, che lo fanno riverberare nei suoi bassi, con quelle sonorità che arrivano al cuore – inteso proprio come organo – assorbendo le vibrazioni senza doverle necessariamente ascoltare. La percezione è quella più intima e profonda del corpo, che sente e si allinea, diventando parte del tutto. Le tonalità “in minore” sono inoltre quelle che associamo alle melodie più malinconiche, nostalgiche, di cui si compongono i ricordi. Con te con tutto. Ovvero nell’altro da “me” c’è tutto quello che, senza quella presenza, manca. È un titolo di una bellezza, e di una forza, struggenti: sposta l’attenzione fuori anche dell’autorialità dell’artista, come ha scelto di vivere l’arte Chiara Camoni, dando vita a una dimensione dialogica con molta parte di ciò che dall’artista è altro. Il singolare diventa un plurale, collettivo, che ingloba tanto la natura e i suoi elementi tangibili e intangibili, quanto un universo (spesso, e non casualmente) di figure femminili che gravitano in maniera attiva e partecipe attorno e dentro la creazione dell’autrice. È una presa di “cura”, nel senso più autentico del termine, quella che porta persone di diverse provenienze e lontani vissuti attorno a un tavolo – nello studio dell’artista, tanto nel quotidia-

no quanto in occasione di workshop o progetti dedicati – a lavorare a un’opera, unendo voci, mani, menti: una creatura ibrida e tentacolare, unita dal piacere della condivisione, dell’atto creativo aperto. Vedere un’idea che si concretizza, che prende forma – spesso senza seguire un bozzetto preparatorio, ma piuttosto lasciando l’energia creatrice fluire, ha in sé la potenza del soprannaturale. L’artista veste i panni della regista di una nuova cosmogonia: l’ordine del “creato” prende vita a partire dal Caos primigenio. L’arte è sempre parte di un rito. Che l’opera sia stata realizzata qualche migliaio di anni or sono, o sia figlia del nostro tempo, non possiamo che intenderla quale l’espressione più alta della relazione tra l’artista e un “fuori da sé” ambiguo e imperscrutabile. Ogni opera di Chiara Camoni è parte integrante del suo ecosistema artistico. Da un lato perché spesso si compone di un condensato di materie e tecniche diverse, di elementi che provengono anche da contesti quasi agli antipodi – il naturale e l’artificiale hanno il medesimo peso, così come il supporto video in relazione alla tangibilità degli objecttrouvé o le terre plasmate e cotte. Ma è soprattutto l’insieme delle pratiche, delle tecniche, delle collaborazioni e dei linguaggi visivi o sonori sviluppati da un artista, che si alimentano e si evolvono a vicenda, a gettare le fondamenta di una pratica ben radicata. Nel testo curatoriale, Cecilia Canziani parla della mostra come di una “chiamata a raduno”, un vero e proprio invito a sperimentare l’incontro con “tutto il vivente”. L’invito silente e maestoso lo compiono in primis le opere, che accolgono lo spettatore fin dall’ingresso della prima Tesa delle Vergini: le opere delle serie Colonne e Sisters, sculture a dimensione umana, appena poco più sovrastanti, sembrano venirci incontro, chiedere un po’ della nostra attenzione. Sono fatte di argille policrome, alcune brillanti da smalti invetriati ottenuti dalla colatura della cenere fusa. Lunghissime collane composte da piccoli elementi modellati a mano – avvolte attorno a un semplice supporto interno – diventano assieme corpo e abito di queste creatu-

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re ancestrali. Talvolta il capo, dischiuso come la larga bocca di un vaso, accoglie fiori freschi o secchi, o liane, in guisa di chiome arruffate. Le mani, aperte e tese, o poggiate sul grembo, diventano contenitore primigenio di ninnoli, piccoli tesori ritrovati, doni offerti allo sguardo dello spettatore, coinvolto in un inatteso connubio. Queste figure femminili, alle quali Chiara Camoni lavora da anni, con esiti via via sempre più complessi e articolati, racchiudono l’essenza del suo fare artistico corale. E aprono la via alla seconda parte della mostra, nella quale trovano ospitalità le opere degli artisti invitati a comporre questa sezione, non a caso chiamata Dialoghi, concepita e progettata da Lucia Aspesi e Fiammetta Griccioli. La dimensione domestica è trasposta dall’autrice nel perimetro dello spazio espositivo, delimitato dai corpi traslucidi di Serpenti e Serpentesse, composti dai residui lapidei rinvenuti in cava. In un percorso labirintico – tra Odalische di grès e terracotte, Veneri brillanti di smalti e minerali, e Meduse in morbido tessuto – trovano spazio le Casette, opere realizzate a partire da credenze lignee, aperte ad accogliere stoviglie e opere d’arte, brani di una memoria personale e condivisa. Al loro interno, l’artista ripone tra ante e ripiani gli interventi di artisti, scrittori, registi, fotografi, performer: discrete apparizioni che fungono da contrappunto alle opere di Chiara Camoni, creando una melodia alla quale anche gli spettatori sono invitati a prendere parte, non in ultima sostando nelle “sedute di piazza” antistanti l’accesso al Giardino delle Vergini. Con te con tutto invita a fermarsi ancor prima di agire, a osservare con cura dopo un primo fugace sguardo. Chiede di lasciare spazio al miracolo del naturale e alla meraviglia del soprannaturale. Solo così avrà luogo la trasformazione. La ricomposizione avviene solo dopo l’inevitabile frattura.* REFERENCES – AA.VV. (2026). Con te con tutto (online). In contecontutto.it (ultimo accesso luglio 2026). – Canziani C. (2026). Con te con tutto. Catalogo Padiglione Italia alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte – Biennale di Venezia. Roma: NERO edizioni.

ESPLORARE


SUPERNATURALE A cura di Beatrice Lerma. Contributi di Giulia Azzini, Jacopo Bonat, Andrea Conte, Emilia Corradi, Maria Cecilia Daniele, Luca Emanueli, Lorenzo Fabian, Alice Gasparini, Beatrice Lerma, Gianni Lobosco, Clizia Moradei, Laura Passatore, Lorenzo Tinti, Hongye Wu, Matteo Zambon.


Beatrice Lerma Prof.ssa associata in Design presso il Politecnico di Torino, DAD Dipartimento di Architettura e Design. beatrice.lerma@polito.it

KEYWORDS: SIMBIOSI, ECOSISTEMI, COEVOLUZIONE | SYMBIOSIS, ECOSYSTEMS, COEVOLUTION

La natura come materia del progetto

Nature as the Substance of Design

Come osserviamo, imitiamo, ibridiamo e collaboriamo con la natura per salvaguardare il pianeta, l’ambiente, l’umanità, i luoghi e gli spazi che abitiamo? In un’epoca caratterizzata da forti cambiamenti, crisi climatica e perdita di biodiversità, le attività di ricerca e di progetto contemporanee tratteggiano un panorama di soluzioni e approcci dove sono sempre più sottili – forse confusi – i confini tra saperi, tecnologia e natura. Il periodo in cui viviamo, infatti, descritto da Neri Oxman come “età dell’aggrovigliamento” (Oxman, 2016) vede la più comune divisione tra natura e artificio essere progressivamente sorpassata e una forte interdisciplinarità caratterizzare gli interventi che ricercatori e progettisti propongono in questo scenario. Tali azioni oggi, appunto, superano gli approcci progettuali antropocentrici, al fine di orientare la transizione verso un futuro più sostenibile e inclusivo (Nicenboim et al., 2024), contrassegnato da un carattere ibrido, interdipendente e coevolutivo delle relazioni tra esseri viventi, tecnologie e ambiente. Si tratta di proposte, e in alcuni casi di realtà esistenti e sperimentate, che possono essere definite “supernaturali” in quanto la natura è impiegata, modificata, imitata, integrata, oppure ancora recuperata per ottenere, ad esempio, il massimo rendimento da risorse naturali ma anche dagli scarti di quanto prodotto dall’uomo e dall’ambiente. Ecosistemi naturali e sistemi artificiali si ibridano e collaborano per lo sviluppo di nuovi sistemi e relazioni virtuose tra le parti, dove è difficile distinguere ciò che è artificiale da ciò che è naturale: l’essere umano, attore nell’era dell’Antropocene di alterazioni degli equilibri di un sistema, sviluppa così nuove forme di relazione con la natura muovendosi – forse – verso una nuova era, quella del “Simbiocene”, la cui sfida è insita nel significato del termine “simbiosi”, ovvero del vivere insieme per un reciproco vantaggio.

How do we observe, imitate, hybridize and collaborate with nature to safeguard the planet, the environment, humanity and the places and spaces we inhabit? At a time characterized by sweeping change, climate crisis and the loss of biodiversity, contemporary research and design activities are shaping a landscape of solutions and approaches where the boundaries between knowledge, technology and nature are becoming increasingly blurred and perhaps even unclear. The current moment in history, described by Neri Oxman as the “Age of Entanglement” (Oxman, 2016), is witnessing the gradual overtaking of the conventional distinction between nature and artificiality and the characterization of the initiatives proposed by researchers and designers within this context by a marked interdisciplinary approach. Actions of this kind now move beyond anthropocentric design approaches, with a view to steering the transition towards a more sustainable and inclusive future (Nicenboim et al., 2024), distinguished by the hybrid, interdependent and co-evolutionary nature of the relationships between living beings, technologies and the environment. These are proposals, and in some cases tried-and-tested initiatives which actually exist, that can be described as “supernatural” in that nature is used, modified, imitated, integrated or even reclaimed to achieve the maximum yield from natural resources, for example, but also from the waste produced by humans and the environment. Natural ecosystems and artificial systems hybridize and collaborate to develop new systems and virtuous relationships between the parties, in which it is hard to distinguish what is artificial from what is natural: humankind, as a player in the Anthropocene era of shifts in the balance of a system, develops new forms of relationship with nature, moving – perhaps – towards a new era, that of the “Symbiocene”, the challenge of which lies in the meaning of the word “symbiosis”, i.e.: living together for mutual benefit.

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SUPERNATURALE


Navigo in questo mare | I sail on this sea. A. Comaroli

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È dunque possibile andare oltre l’imitazione della natura, e muoversi verso una reciproca collaborazione con essa? Gli interventi progettuali e le attività di ricerca contemporanee – secondo quanto illustrato nei prossimi contributi – esprimono una visione chiara e orientata al futuro, guardando alla natura non come fonte di risorse, ma come controparte attiva, con cui cooperare per sviluppare nuove soluzioni capaci di valorizzare gli ecosistemi sia naturali sia antropizzati, incoraggiandone la conservazione e la gestione sostenibile. Le discipline del progetto, come ricordato nel saggio introduttivo alla mostra Broken Nature (Antonelli, 2019), dovreb-

Does this mean that it is possible to go beyond the imitation of nature and move towards a mutual collaboration with it? Contemporary design projects and research activities – as illustrated in the following contributions – express a clear vision focused on the future, seeing nature not as a source of resources but as an active partner with which to cooperate in order to develop new solutions capable of making the most of both natural and manmade ecosystems, encouraging their conservation and sustainable management. As noted in the introductory essay to the exhibition Broken Nature (Antonelli, 2019), the disciplines of design should focus on the future of the biosphere, bearing in mind that every one of us is both subject and object, as well as part of a process of change within a network of complex systems. This issue of OFFICINA*, dedicated to the theme of the Supernatural, offers an interpretation of the concept understood as a relationship and cooperation between natural and manmade systems, with a focus on the various scales of design. Today, a wide range of scientific and humanistic disciplines are helping to define new ways of relating to and collaborating with nature, also through direct human intervention (processes of bioengineering or biofabrication, for example), in which “the depth of the artificial” (Manzini, 1986) plays a significant role. Careful studies of nature and its interactions with humanity, however, highlight patterns of mutual exchange between natural and artificial systems. Among these exchanges, it is worth noting the interpretation of nature as a force that both dissolves and generates new landscapes: vegetation becomes (Steered Ruderarium, by M. Zambon and J. Bonat)

Guardare alla natura non come fonte di risorse, ma come controparte attiva, con cui cooperare per sviluppare nuove soluzioni capaci di valorizzare gli ecosistemi bero concentrarsi sul futuro della biosfera, considerando che ognuno/a di noi è soggetto e oggetto, nonché parte di un cambiamento all’interno di una rete di sistemi complessi. Questo numero della rivista OFFICINA* dedicato al tema Supernaturale propone una lettura del concetto inteso come relazione e cooperazione tra sistemi naturali e antropizzati, con uno sguardo alle diverse scale del progetto. Molteplici discipline scientifiche e umanistiche contribuiscono oggi a ridefinire nuove modalità di relazione e collaborazione con la natura, anche attraverso interventi diretti dall’essere umano (a titolo esemplificativo, processi di bio-

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ingegnerizzazione o biofabbricazione), dove “lo spessore dell’artificiale” (Manzini, 1986) assume un ruolo significativo. Attenti studi della natura e delle sue interazioni con l’umanità mettono tuttavia in evidenza logiche di mutuo scambio tra sistemi naturali-artificiali. Tra questi scambi, è da citare l’interpretazione della natura come forza dissolvente e al contempo generatrice di nuovi paesaggi: la vegetazione diventa così risorsa per trasformare il paesaggio costruito, anche attraverso interventi di rinaturalizzazione in contesti disabitati (Ruderarium pilotato, di M. Zambon e J. Bonat). D’altro canto, scenari fortemente antropizzati, dove opere infrastrutturali hanno trasformato l’ambiente circostante, possono essere oggi oggetto di una riprogettazione architettonica e urbana, caratterizzata da approcci di coevoluzione e cooperazione tra natura e intervento umano (Verso il paesaggio ibrido, di G. Azzini e E. Corradi) e da una influenza reciproca tra processi spaziali, ecologi, temporali e sociali (Porous Palimpsests, di Hongye Wu). E ancora, trasformazioni indotte dall’Antropocene non solo hanno modificato i paesaggi e gli ambienti naturali, ma ne hanno creati di nuovi, già assorbiti nei processi geologici: tali modificazioni oggi lasciano spazio a diversi interrogativi in merito al loro futuro e allo sviluppo di possibili interventi progettuali, in equilibrio tra risoluzione a adattamento, tra rimozione e utilizzo degli scarti anche tramite possibili azioni di urbanizzazione. Tali iniziative hanno ricadute anche a livelli produttivi ed economici, andando a impattare su dinamiche sociali, culturali e territoriali: un esempio di tali attività è dato dallo

a resource to transform the built landscape, also with renaturalization projects in uninhabited areas. Meanwhile, heavily human-shaped landscapes, in which infrastructure projects have transformed the surrounding environment, may now be the subject of architectural and urban redesign, characterized by approaches based on coevolution and cooperation between nature and human intervention (Toward the Hybrid Landscape, by G. Azzini and E. Corradi) and by a mutual influence between spatial, ecological, temporal and social processes (Porous Palimpsests, by Hongye Wu). Furthermore, changes

Seeing nature not as a source of resources but as an active partner with which to cooperate in order to develop new solutions capable of making the most of both natural and manmade ecosystems

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brought about by the Anthropocene have not only altered landscapes and natural environments, but have also created new ones, which have already been incorporated into geological processes: these changes now raise various questions regarding their future and the development of possible design interventions, striking a balance between resolution and adaptation, between the removal and use of waste, also with potential urbanization activities. These initiatives also have repercussions at productive and economic level, influencing social, cultural and territorial

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REFERENCES – Antonelli P. (2019). Broken Nature. In Antonelli P., Tannir A. (eds.), Broken Nature: Design Takes on Human Survival. Milano: Electa/La Triennale di Milano, pp. 16-42. – Manzini E. (1986). La materia dell’invenzione. Materiali e progetto. Milano: Arcadia. – Nicenboim I. et al. (2024). More-Than-Human Design in Practice. In Gray C. et al. (eds.), Resistance, Recovery, Reflection, Reimagination, Proceedings of Design Research Society DRS2024 Boston. Boston: Design Research Society. doi.org/10.21606/drs.2024.114 – Oxman N. (2016). Age of Entanglement. In Journal of Design and Science, vol. 1, pp. 1-11. doi.org/10.21428/7e0583ad

sviluppo di servizi ecosistemici e di infrastrutture verdi che permettono il coinvolgimento attivo della società nello sviluppo di pratiche di coprogettazione del paesaggio, guardando alla natura non solo come elemento attivo ma anche come elemento che cura, con obiettivi quali l’inclusione e il benessere (Aule Verdi agroforestali per il benessere psicofisico, di A. Conte, M.C. Daniele e L. Passatore). Nondimeno la valorizzazione e una maggiore sostenibilità di filiere produttive locali sono obiettivo di alcune azioni di ricerca e progettazione: tale valorizzazione può infatti essere raggiunta e rafforzata tramite interventi mirati, approcci progettuali e produttivi sistemici, consapevoli e orientati a forme di collaborazione e condivisione – piuttosto che al mero sfruttamento – con l’ecosistema e i relativi elementi in cui le produzioni sono inserite (Il ruolo ecologico dei corpi d’acqua della moda, di C. Moradei). Il presente numero di OFFICINA* si propone dunque di esplorare i confini tra naturale e artificiale e restituire un panorama complesso e ampio degli attuali approcci e prospettive future: gli autori, infatti, indagano il ruolo del progetto e del progettista nel promuovere, facilitare e sviluppare la collaborazione e la sinergia tra sistemi naturali e artificiali attraverso una lettura critica di ricerche, progetti e azioni. I contributi del presente numero evidenziano il ruolo del progetto e della ricerca nell’individuare e applicare strumenti e metodi per conservare beni naturali, tutelare paesaggi fragili (SuperNord-Est, di A. Gasparini e L. Fabian) e valorizzarne la cultura, in ottica generativa e coevolutiva, che va anche oltre il concetto di supernaturale, per aprirsi a una visione ipernaturale (Divenire paesaggio, di L. Tinti, L. Emanueli e G. Lobosco) dove la natura e le azioni progettuali sono volte a continue modificazioni e trasformazioni.*

dynamics: one example of these activities is the development of ecosystem services and green infrastructure, which enable the active involvement of society in the development of landscape codesign practices, viewing nature not only as an active element but also as a healing force, with goals such as inclusion and well-being (Tree Rooms for Physical and Mental Well-being, by A. Conte, M.C. Daniele and L. Passatore). Nevertheless, the promotion and greater sustainability of local production chains is the goal of certain research and design actions. This promotion can be achieved and strengthened thanks to targeted interventions, systemic design and production approaches that are mindful and focused on forms of collaboration and sharing (The Ecological Role of Fashion’s Water Bodies, by C. Moradei) – rather than mere exploitation – with the ecosystem and the relative elements in which the productions are included. This issue of OFFICINA* aims to explore the boundaries between the natural and the artificial and to present a complex and broad overview of current approaches and future prospects. The authors investigate the role of design and the designer in promoting, facilitating and developing collaboration and synergy between natural and artificial systems through a critical analysis of research, projects and initiatives. The contributions in this issue highlight the role of design and research in identifying and applying tools and methods to conserve natural heritage and protect fragile landscapes (SuperNorth-East, by A. Gasparini and L. Fabian) heritage, protect fragile landscapes and enhance their cultural value, from a generative and co-evolutionary perspective that goes beyond the concept of the supernatural to embrace a hypernatural vision (Becoming Landscape, by L. Tinti, L. Emanueli and G. Lobosco) in which nature and design activities are aimed at achieving continuous change and transformation.*

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Caratteri e abbreviazioni principali | Key Characters and Abbreviations. A. Comaroli

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Matteo Zambon PhD interateneo in Ingegneria civile-ambientale e architettura, Università degli Studi di Udine, Università degli Studi di Trieste. matteo.zambon@uniud.it

Jacopo Bonat PhD interateneo in Ingegneria civile-ambientale e architettura, Università degli Studi di Udine, Università degli Studi di Trieste. jacopo.bonat@uniud.it

Ruderarium pilotato

01. Rudere la cui metà è collassata implodendo a causa della pressione vegetativa (località Brussa, Caorle, VE) | Ruins with one half collapsed inward due to vegetative pressure (Brussa, Caorle, VE). M. Zambon, J. Bonat

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Fine vita architettonico e metamorfosi vegetale Steered Ruderarium The essay investigates the role of ruderal plants as agents of controlled vegetal demolition, introducing the concept of the “steered ruderarium”. In contexts marked by urban abandonment and demographic decline, nature is reframed not as ornament or threat but as a dissolving force generating new landscapes. Pioneer species, resilient and invasive, become design tools through three levels of action: substrate design, targeted selection, and temporalization of processes. This interdisciplinary and ecologically aware approach assigns aesthetic and pedagogical value to decay, turning it into a resource. Architecture thus integrates its own end-of-life as part of design, opening new perspectives for inhabiting and disinhabiting the territory.* Il saggio esplora il ruolo delle piante ruderali come agenti di demolizione vegetale controllata, proponendo il concetto di “ruderarium pilotato”. In contesti segnati da abbandono edilizio e declino demografico, la natura può essere reinterpretata come forza dissolvente generatrice di nuovi paesaggi. Le specie pioniere, resistenti e invasive, diventano strumenti progettuali di trasformazione, guidati da tre livelli di azione: progettazione del substrato, selezione mirata e temporalizzazione dei processi. Tale approccio, interdisciplinare e attento al controllo ecologico, riconosce valore estetico e pedagogico alla disgregazione, trasformandola in risorsa. L’architettura integra il proprio fine vita come parte del progetto, offrendo nuove prospettive per abitare e disabitare il territorio.*

KEYWORDS: POST-ANTROPOCENTRICO, METAMORFOSI, DISGREGAZIONE | POSTANTHROPOCENTRIC, METAMORPHOSIS, DECAY

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omprendere il processo di disgregazione come forma di evoluzione del territorio Nel dibattito architettonico contemporaneo, la natura è spesso richiamata come fonte di ispirazione: biomimesi, simbiosi ambientale, materiali bio-ispirati. Ma questa fascinazione resta ancorata a un paradigma imitativo. Questa impostazione rivela un limite epistemologico profondo: la natura viene ridotta a repertorio formale o prestazionale, da cui estrarre principi da tradurre in linguaggio architettonico, senza che venga realmente messo in discussione il primato dell’azione costruttiva umana. La biomimesi, pur nelle sue evoluzioni più avanzate, continua spesso a operare per analogia, trasponendo logiche biologiche in sistemi artificiali che restano separati dai processi ecologici reali. Ne deriva una visione ancora strumentale, in cui la natura è osservata, studiata e replicata, ma raramente coinvolta come agente autonomo e coautrice del progetto. In questo senso, il passaggio da un paradigma imitativo a uno collaborativo implica un cambiamento radicale: non più “fare come la natura”, ma “fare con la natura”, accettandone anche le dinamiche entropiche, i tempi lunghi e le capacità trasformative non orientate alla conservazione ma al mutamento. Si continua a copiare la natura per costruire, senza mai pensare che essa possa invece essere impiegata nella sua essenza intrinseca per “disfare”. La vegetazione, in edilizia, è ancora percepita come legittima protagonista del degrado, non come agente attivo di trasformazione. Aprirsi a una visione post-antropocentrica, invece, significa riconoscere anche le potenzialità distruttive della natura, utilizzandola come strumento creativo nei contesti del “disabitare”. Come osserva Morton (2018), la natura non è qualcosa là fuori: è qualcosa in cui siamo già immersi, che ci invade, ci attraversa. Nei Paesi ad alto reddito, caratterizzati da invecchiamento demografico, riduzione della produzione e deterioramento del patrimonio edilizio abbandonato, il tessuto urbano si trasforma segnando un cambiamento profondo e

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02. Processo invasivo delle piante ruderali (foto a un anno di distanza, Azzano Decimo, Pordenone) | Invasive process of ruderal plants (photograph taken after one year, Azzano Decimo, Pordenone). M. Zambon, J. Bonat

irreversibile. Non si tratta di flessioni temporanee, ma di evoluzioni strutturali, destinate a rafforzarsi nei prossimi decenni, includendo anche piccoli e medi centri urbani. Il disabitare non è un fenomeno marginale, ma una realtà che ridefinisce il paesaggio costruito. L’abbandono edilizio però va interpretato non come un fatto brutale, bensì come un fatto sociale, influenzato da quadri istituzionali e norme culturali (De Franco, 2021). Storicamente, l’approccio prevalente ha privilegiato concetti come riuso, restauro e rigenerazione, indicatori di un ritorno in vita degli spazi abbandonati. Tuttavia, la realtà mostra che buona parte di questo patrimonio non sarà riutilizzato e spesso il recupero si rivela inefficace o temporaneo, fine a sé stesso quasi fossimo accumulatori seriali di manufatti. Serve allora una riflessione progettuale che accompagni, anziché contrastare, la dissoluzione controllata del costruito, accettando il non uso come status stabile e integrando processi di dissolvenza e rinaturalizzazione.

Il disabitare diventa così una leva concettuale e progettuale, non un problema da arginare ma un’opportunità generativa. In questo senso, la natura, intesa come forza dissolvente, non solo recupera spazi, ma trasforma ciò che è stato abbandonato in nuovi paesaggi, post-antropocentrici, capaci di narrarsi attraverso il lento processo di disgregazione. In questo quadro teorico, il contributo si inserisce pienamente nel dibattito proposto dalla call di OFFICINA* dedicata al tema Supernaturale, che invita a superare la dicotomia tra naturale e artificiale attraverso forme ibride di co-evoluzione tra sistemi. Il ruderarium pilotato può essere letto come una declinazione operativa di questa prospettiva: non una semplice imitazione dei processi naturali, ma una loro attivazione progettuale, in cui materia organica e costruito collaborano fino a rendere indistinguibile il confine tra ciò che è progettato e ciò che è esito autonomo della natura. In tal senso, il progetto non si limita a integrare la natura, ma ne amplifica il potenziale trasformativo, contribuendo a ridefinire il ruolo stesso del progettista all’interno di una logica simbiotica. Come esprime Casagrande (2018, p. 16) “Every good project has to die at least once, and then it gets the chance to become more than you ever could think of beforehand”. Le piante ruderali come agenti di trasformazione Accettare che una parte del patrimonio costruito resti inutilizzata implica riconoscere il valore progettuale del disabitare, concependolo come fenomeno gestibile, programmabile, intenzionale. In questo senso, il progetto non deve limitarsi a riattivare luoghi vuoti, ma deve sviluppare strumenti concettuali e operativi per accompagnarli lungo processi di degrado e metamorfosi. Tali luoghi dell’abbandono diventano ibridi, né culturali né naturali, ma un ibrido (Do e Fassari, 2023). Dopotutto, se alcune piante esercitano già un’azione dissolvente sulla materia (attraverso radici, umidità, alterazione chimica) allora perché non impiegare la natura intenzionalmente?

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La natura può diventare strumento stesso di disfacimento architettonico, secondo un’ecologia del tempo e della trasformazione. Le piante ruderali, inizialmente marginali e considerate negativamente, stanno oggi acquisendo un nuovo significato per architettura e paesaggio. La loro resilienza e capacità di restituire verde nel contesto urbano degradato le rendono simbolo di resistenza, spontaneità e rinascita, riflettendo una dimensione progettuale, artistica e filosofica che valorizza i margini dimenticati della città. Come espresso da Ruskin (1849, p. 241) nel suo saggio The Seven Lamps of Architecture, “[…] the picturesque is therefore sought in ruin, and supposed to consist in decay. Whereas, even when so sought, it consists in the mere sublimity of the rents, or fractures, or stains, or vegetation, which assimilate the architecture with the work of Nature […]”1.

no la straordinaria diffusione: elevata resistenza, capacità di sopravvivere in condizioni estreme (aridità, suoli poveri o contaminati), rapidità di crescita e riproduzione, adattabilità a substrati nitrofili tipici degli ambienti antropizzati.

Il disabitare diventa così una leva concettuale e progettuale, non un problema da arginare

Verso un ruderarium pilotato: articolazioni e livelli progettuali Nella tradizione edilizia e nella manualistica di restauro, la vegetazione è stata quasi sempre interpretata come un agente passivo di degrado, un fenomeno da contrastare attraverso pratiche di manutenzione e rimozione. Tuttavia, osservazioni condotte su periodi medio-lunghi dimostrano come alcune specie non si limitino ad accompagnare i processi di disfacimento, ma intervengano attivamente nella disgregazione dei manufatti architettonici. La vegetazione colonizza preferenzialmente le superfici degradate, sfruttando fessure e discontinuità: in questo senso, non è solo conseguenza del degrado, ma agente diretto della sua accelerazione (Caneva et al., 2009). In tale prospettiva, le piante ruderali (dal latino rudus, “maceria”) assumono un ruolo paradigmatico: esse incarnano una sorta di “intelligenza ecologica” capace di colonizzare spazi degradati e di prosperare tra le rovine (imgg. 01, 02). Queste specie condividono caratteristiche che ne spiega-

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Per tali ragioni sono considerate specie “pioniere” (Kowarik e Körner, 2005), prime colonizzatrici di suoli marginali. Il loro insediamento sui manufatti antropici produce una vasta gamma di effetti, che possono essere classificati secondo specifiche modalità di danno: –  intrusione radicale: gli apparati radicali non si limitano a penetrare nelle microfratture: con la loro crescita esercitano pressioni tali da ampliare progressivamente le discontinuità, compromettendo la stabilità delle strutture; –  pressione meccanica: la crescita vegetale esercita spinte che disgregano materiali lapidei o laterizi; –  ritenzione dell’umidità: le chiome e gli apparati radicali creano microclimi favorevoli a fenomeni di degradazione chimica, come carbonatazione e solfatazione; –  sovraccarico statico: piante rampicanti, arbustive o arboree, con il loro peso, compromettono la stabilità di superfici fragili o non più manutenute; –  acidificazione localizzata: alcune specie alterano il pH del substrato, accelerando processi di corrosione e disgregazione. Esempi ricorrenti di piante particolarmente aggressive sono Ailanthus altissima, Ficus carica, Clematis vitalba, Parietaria judaica e specie del genere Rubus, tutte accomunate da apparati radicali potenti e da una capacità invasiva che le rende tra i principali agenti di destabilizzazione delle strutture murarie (imgg. 03, 04).

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Le peculiarità delle specie ruderali ne fanno candidate ideali per una progettazione che le includa come componenti per un ruderarium pilotato. In quest’ottica è possibile concepire un processo di demolizione vegetale controllata, dove la scelta delle specie viene calibrata sulla base della loro morfologia e della rapidità di azione disgregativa, mentre il substrato è modellato in modo da guidarne l’attacco, e il tempo diventa una variabile progettuale. Come sottolinea Coccia (2018), la vita non è soltanto ciò che costruisce, ma anche ciò che dissolve: tutto è metamorfosi. La vegetazione, quindi, non deve più essere considerata solo ornamento o fonte di ispirazione formale, ma può mutare in agente attivo del progetto, capace di riconvertire l’abbandono in gesto ecologico volontario, in cui il fine vita architettonico diventa un atto trasformativo (img. 05).

re e comprimere le strutture potrebbe favorire, nelle fasi finali, un collasso controllato verso l’interno, limitando i rischi di crollo verso l’esterno. Infine, il terzo livello è rappresentato dalla temporalizzazione. Inserire il fattore tempo come elemento costitutivo del progetto significa programmare l’innesto e lo sviluppo delle specie vegetali per fasi, in modo che gli effetti di degrado si dispieghino progressivamente e possano essere monitorati e guidati. Dal punto di vista logistico, l’implementazione di pratiche di ruderarium pilotato richiederebbe la costruzione di una rete territoriale multilivello, capace di integrare competenze tecniche, scientifiche e amministrative. A livello operativo, potrebbero essere coinvolti enti locali, uffici tecnici comunali, università e centri di ricerca, affiancati da figure specialistiche. Fondamentale sarebbe anche il ruolo di sistemi di monitoraggio continuo, basati su rilievi periodici, sensori ambientali e documentazione fotografica e cartografica, finalizzati a registrare l’evoluzione dei processi di degrado e rinaturalizzazione. Tali pratiche, tuttavia, non risultano ad oggi codificate né diffuse in ambito operativo: il ruderarium pilotato si configura infatti come una linea di ricerca ancora in fase esplorativa, sviluppata dagli autori come ipotesi progettuale e campo di sperimentazione, con l’obiettivo di aprire nuove prospettive disciplinari e strumenti futuri per la gestione del patrimonio dismesso. L’intero processo si configura come un intervento progettuale complesso, che richiede un approccio interdisciplinare, in cui architetti, botanici, ecologi e ingegneri collaborano per trasformare i processi naturali di riappropriazione in una pratica consapevole e operativa2.

La demolizione vegetale può essere quindi strutturata come una strategia articolata La demolizione vegetale può essere quindi strutturata come una strategia articolata, fondata su più livelli di azione. Il primo riguarda la progettazione del substrato, ossia lo studio accurato del manufatto da disgregare, dei suoi materiali e delle sue vulnerabilità strutturali. Individuare giunti, fughe o fratture consente di orientare la crescita delle radici e intensificarne l’azione. In questo contesto, la progettazione complementare di dispositivi architettonici leggeri (come reticoli metallici o passerelle sopraelevate) può accompagnare la crescita spontanea, senza imporre ordine artificiale, e garantire al contempo condizioni di sicurezza per la fruizione sperimentale del sito. Il secondo livello riguarda la selezione delle specie, calibrata in base alla morfologia radicale, alla velocità di crescita e all’adattabilità pedoclimatica. Combinazioni mirate possono amplificare gli effetti disgregativi: ad esempio, un manto di edera (Hedera helix) capace di avvolge-

Applicazioni progettuali e scenari sperimentali del degrado guidato Questa metodologia innovativa può essere applicata in molteplici contesti, con finalità che spesso si sovrappongono e si completano a vicenda. Un primo ambito riguarda il

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03. Ficus carica, una delle prime piante invasive ruderali ad apparire nel processo di disgregazione dei manufatti (località Brussa, Caorle, Venezia) | Ficus carica, one of the first invasive ruderal plants to appear in the process of artifact disintegration (Brussa, Caorle, Venice). M. Zambon, J. Bonat

disassemblaggio controllato di infrastrutture obsolete o abbandonate, situate in contesti marginali o periurbani e ormai inutilizzabili: complessi militari dismessi, ruderi irrimediabilmente degradati, proprietà private senza eredi, dove il patrimonio passa allo Stato, o borghi disabitati. Dal punto di vista della sicurezza e del monitoraggio del degrado edilizio, il ruderarium pilotato si configura come una pratica regolata e controllata, in netta discontinuità rispetto all’abbandono spontaneo e non gestito. L’introduzione di protocolli di osservazione, rilievo e verifica periodica consente di accompagnare il processo di disgregazione minimizzando i rischi per persone e contesti limitrofi. In questa prospettiva, gli edifici da destinare a ruderarium potrebbero essere selezionati prioritariamente tra i cosiddetti fabbricati fantasma, già esclusi da cicli attivi di utilizzo e spesso privi di una chiara titolarità funzionale, ma anche tra immobili con rendita catastale attiva, qualora i proprietari manifestino la volontà di aderire a programmi sperimentali di dismissione controllata. Ciò aprirebbe a scenari innovativi di gestione patrimoniale, in cui il fine vita dell’edificio viene pianificato e valorizzato, anziché subito passivamente o contrastato con interventi economicamente insostenibili. In questi casi, la strategia vegetale consente di accompagnare il degrado naturale senza ricorrere a interventi meccanici invasivi e costosi, programmando tempi e modalità di trasformazione. Si introduce così il concetto di “architettura vegetante” come forma di coabitazione tra struttura e crescita spontanea, sottolineando la necessità di superare la dicotomia tra costruito e naturale.

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Parallelamente, il processo di disgregazione può assumere anche una dimensione estetica e sperimentale, trasformandosi in installazioni artistiche o architetture verdi temporanee che si autodistruggono gradualmente. La rinaturalizzazione urbana guidata, dove l’abbandono diventa strumento di rigenerazione ecologica, propone un nuovo paradigma: non più la manutenzione forzata, ma la valorizzazione del degrado come risorsa. Un esempio emblematico è Dendritic Decay Garden (2008), opera pubblica di Stacy Levy (con Biohabitats) che sfrutta processi naturali (radici, cicli gelo-scongelamento e crescita vegetale) per “ammorbidire” e frammentare gradualmente un hardscape industriale (vecchi asfalti/piazze), convertendolo in paesaggio verde. Progetto esemplare di come il ritmo naturale venga usato per scomporre pavimentazioni e riconvertire il suolo. L’opera mette in evidenza come la crescita spontanea delle piante, se indirizzata, possa produrre nuove forme spaziali e simboliche, trasformando il degrado in fenomeno osservabile e progettato. Nel progetto Ruin Academy (2010), realizzato da Marco Casagrande a Taipei, un edificio abbandonato viene trasformato in laboratorio urbano sperimentale. Attraverso aperture nei solai e nelle pareti, la struttura diventa permeabile a pioggia, luce e vegetazione, favorendo la crescita spontanea delle piante ruderali. L’obiettivo non è conservare, ma accompagnare il degrado come processo ecologico e pedagogico, facendo dell’edificio un ecosistema ibrido tra natura e architettura (Casagrande, 2010).

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04. Ruderarium pilotato: diagrammi dei livelli di azione di disfacimento | Steered ruderarium: diagrams of disintegration action levels. M. Zambon, J. Bonat

Esperienze come queste convergono nel concetto di ruderarium pilotato, aree pensate per decomporsi attraverso l’insediamento mirato di specie pioniere, trasformando il fine vita in restituzione del suolo e metafora di transitorietà. Questi luoghi ibridi, a metà tra giardino botanico e rovina contemporanea, costituiscono veri e propri ecosistemi pedagogici: spazi in cui le piante ruderali sono curate ma lasciate libere di esercitare la loro azione invasiva3. Il loro fascino risiede proprio nella tensione tra controllo e spontaneità, tra intenzione progettuale e processo naturale, offrendo nuove prospettive di interazione tra uomo, architettura e vegetazione. La transizione verso il ruderarium pilotato impone una necessaria risignificazione del concetto di degrado nell’immaginario collettivo. Se storicamente la vegetazione spontanea è stata percepita come il sintomo di un fallimento antropico, un segnale di incuria che attiva il timore sociale dello spazio abbandonato, l’approccio del design sperimentale agisce come un dispositivo di riorientamento cognitivo. Come suggerisce Matthew Gandy (2022), gli spazi di “natura involontaria” non devono essere letti come mancanze, ma come zone di estetica cosmopolita, dove la biodiversità ruderale rivendica il diritto del non-umano alla città. Fondamentale in questo processo è il ruolo dell’esperienza artistica, che agisce da ponte tra la paura dell’abbandono e la fascinazione per il mutamento. Quando il ruderarium viene incorniciato come opera o installazione, lo sguardo del pubblico subisce uno scarto semantico: la vegetazione che lacera il cemento smette di essere un “danno” per diventare un’espressione estetica intenzionale. Riconoscere l’estetica del disfacimento come gesto artistico permette di bypassare la connotazione negativa del degrado; l’osservatore non si trova più di fronte a un oggetto che ha cessato di funzionare, ma a un processo che ha iniziato a significare. Il ruderarium cessa così di essere percepito come un contesto di degrado nel momento in cui la società riconosce in esso la metamorfosi descritta da Emanuele Coccia

(2020): la dimostrazione che la vita non è una forma statica, ma un soffio che migra da un corpo (l’edificio) a un altro (la foresta ruderale). Il “pilotaggio” del processo di fine vita architettonico, nobilitato dal linguaggio dell’arte e del design, diventa così un atto pedagogico: trasforma lo stigma dell’abbandono in una narrazione di rigenerazione multispecie. Gli abitanti non sono più testimoni passivi di un crollo, ma partecipanti attivi a un’ontologia della coesistenza, dove la porosità dei materiali e l’intrusione radicale delle piante diventano i segni tangibili di un’architettura che, citando Morton, finalmente “accetta di essere parte del mondo”, smettendo di ergersi a barriera tra l’umano e l’ecosistema. Ontologia del ruderarium: dissoluzione come progetto Il concetto di ruderarium pilotato non è soltanto una strategia tecnica, ma si colloca su un piano ontologico e filosofico, proponendo una visione in cui l’architettura si sfalda in dialogo con la vegetazione e restituisce lentamente materia alla terra (img. 06). Come osserva Morton (2019), vivere ecologicamente significa abitare un mondo in cui ogni confine si dissolve: il margine tra costruito e naturale diventa allora permeabile, poroso, dinamico. Queste osservazioni illuminano la possibilità di una pratica progettuale che non cancella il passato, ma ne accetta la dissoluzione come trasformazione. In questo senso, la natura non viene più semplicemente imitata, ma diventa collaboratrice attiva, scultrice del disfacimento e generatrice di nuovi significati. È una prospettiva che accoglie il fine vita del manufatto architettonico come parte integrante del suo processo trasformativo, riconsegnando alla disciplina uno sguardo meno antropocentrico e più aperto alla temporalità dei processi ecologici. L’integrazione del ruderarium pilotato nelle pratiche di governo del territorio segna il passaggio da un’urbanistica della permanenza a un’urbanistica del processo. Accogliere il disuso non come un fallimento, ma come uno “sta-

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05. “Ruderarium pilotato” stadio finale (località Brussa, Caorle, Venezia) | “Steered ruderarium” final stage. M. Zambon, J. Bonat

tus stabile”, implica una revisione radicale degli strumenti normativi: il non-uso deve cessare di essere un vuoto legale per diventare una categoria progettuale a bassa intensità energetica. Se, come sostiene Matthew Gandy, la rovina urbana è il luogo di un’ecologia cosmopolita, allora la pianificazione deve imparare a tutelare questi spazi non per ciò che potrebbero tornare a essere (attraverso il riuso o la gentrificazione), ma per ciò che sono già: laboratori di biodiversità e resilienza climatica. In questa scia, il pensiero di Timothy Morton ci ricorda che l’accettazione della fragilità strutturale è l’unica risposta etica possibile nell’era dell’Antropocene. Progettare la dissoluzione non significa abbandonare la responsabilità del costruire, ma estenderla al dopo, riconoscendo che ogni manufatto è un iperoggetto la cui esistenza biologica e materica prosegue ben oltre la sua funzione economica. La sfida definitiva, dunque, è burocratica e ontologica al tempo stesso. Dobbiamo immaginare codici urbani che non impongano la distinzione tra verde pubblico e manufatto edilizio, ma che sappiano gestire la metamorfosi dell’uno nell’altro. Il ruderarium pilotato offre così una via d’uscita alla bulimia edilizia: invece di accumulare rovine inerti in attesa di un recupero che non arriverà, l’architettura sceglie di farsi suolo, di farsi foresta, di farsi mondo. La società che abiterà queste città non vedrà più nel crollo un segno di declino, ma la prova tangibile di una vita multispecie che riprende il suo respiro tra le fessure del cemento.*

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NOTE 1 – Un elogio esattamente a quel processo dove le rovine diventano quasi “annegate” nella natura e grazie al quale le crepe, le macchie e la vegetazione assurgono a elementi che non distruggono l’architettura, ma ne amplificano la bellezza integrandola con la natura stessa. 2 – L’impiego di piante aggressive richiede una particolare attenzione al controllo ecologico: molte di esse, essendo specie invasive, possono sfuggire agli ambiti progettuali prestabiliti, generando squilibri ambientali difficili da gestire. A ciò si aggiunge la necessità di integrare tali pratiche con le normative vigenti in materia di sicurezza edilizia e ambientale, che pongono sfide ancora aperte e complesse. 3 – In questa direzione si collocano anche Mark Dion e Nils Norman. Gran parte della loro opera è dedicata a mostrare processi ecologici reali, non edulcorati. Un esempio emblematico è Neukom Vivarium (Seattle’s Olympic Sculpture Park, 2006): un tronco caduto mantenuto in un ambiente artificiale per osservarne la lenta decomposizione. Qui la decomposizione diventa un atto visibile, inevitabile e persino educativo, che ribalta l’idea della natura come “paesaggio perfetto” da contemplare. In altre opere, Dion usa resti, collezioni naturalistiche e “campioni” proprio per enfatizzare il potere disgregativo come parte integrante del ciclo vitale.

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Matteo Zambon, Jacopo Bonat

Steered Ruderarium Architectural End-of-life and Vegetal Metamorphosis

Understanding the Process of Disintegration as a Form of Territorial Evolution In contemporary architectural debate, nature is frequently invoked as a source of inspiration: biomimicry, environmental symbiosis, and bio-inspired materials. However, this fascination remains anchored to an imitative paradigm. This approach reveals a profound epistemological limitation: nature is reduced to a formal or performative repertoire from which principles are extracted and translated into architectural language, without ever truly questioning the primacy of human constructive action. Biomimicry, even in its most advanced developments, often continues to operate through analogy, transposing biological logics into artificial systems that remain detached from real ecological processes. The result is still an instrumental vision, in which nature is observed, studied, and replicated, but rarely engaged as an autonomous agent and coauthor of the project. In this sense, the shift from an imitative to a collaborative paradigm entails a radical transformation: no longer “doing like nature,” but “doing with nature,” embracing its entropic dynamics, extended temporalities, and transformative capacities that are not oriented toward preservation but toward change. We continue to copy nature in order to build, without ever considering that it might instead be employed in its intrinsic essence to “undo”. In the building industry, vegetation is still perceived as a legitimate protagonist of decay, rather than an active agent of transformation. Conversely, embracing a post-anthropocentric vision means recognizing the destructive potential of nature, utilizing it as a creative tool within the contexts of “undwelling”. As Morton (2018) observes, nature is not something out there: it is something in which we are already immersed, which invades us, which passes through us. In high-income countries, characterized by demographic aging, reduced production,

and the deterioration of abandoned building stock, the urban fabric is undergoing a transformation that marks a profound and irreversible change. These are not temporary fluctuations, but structural evolutions destined to intensify in the coming decades, encompassing even small and medium-sized urban centers. “Undwelling” is not a marginal phenomenon, but a reality that redefines the built landscape. Building abandonment, however, must be interpreted not as a brutal occurrence, but as a social fact influenced by institutional frameworks and cultural norms (De Franco, 2021). Historically, the prevailing approach has prioritized concepts such as reuse, restoration, and regeneration, indicators of a “return to life” for abandoned spaces. Nevertheless, reality shows that a large portion of this heritage will not be reused, and recovery often proves ineffective or temporary, an end in itself, as if we were serial hoarders of artifacts. What is needed, then, is a design reflection that accompanies, rather than opposes, the controlled dissolution of the built environment, accepting non-use as a stable status and integrating processes of fading and rewilding. “Undwelling” thus becomes a conceptual and design lever, not a problem to be stemmed, but a generative opportunity. In this sense, nature, understood as a dissolving force, not only reclaims space but transforms what has been abandoned into new, post-anthropocentric landscapes capable of narrating themselves through the slow process of disintegration. Within this theoretical framework, the contribution aligns closely with the call for papers of OFFICINA* dedicated to the theme Supernatural, which invites a reconsideration of the dichotomy between natural and artificial through hybrid forms of coevolution between systems. The concept of the controlled ruderarium can be interpreted as an operational manifestation of this perspective: not merely an imitation of

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natural processes, but their activation within the design field, where organic matter and the built environment interact to the point of blurring the boundary between what is designed and what emerges autonomously from nature. In this sense, the project does not simply integrate nature but amplifies its transformative potential, contributing to a redefinition of the role of the designer within a symbiotic framework. As Casagrande (2018, p. 16) expresses: “Every good project has to die at least once, and then it gets the chance to become more than you ever could think of beforehand”. Ruderal Plants as Agents of Transformation Accepting that a portion of the built heritage will remain unused implies recognizing the design value of “undwelling”, conceiving it as a manageable, programmable, and intentional phenomenon. In this regard, the project must not limit itself to reactivating empty spaces but must develop conceptual and operational tools to guide them through processes of decay and metamorphosis. These sites of abandonment become hybrids, neither purely cultural nor purely natural, but a “third” state (Do and Fassari, 2023). After all, if certain plants already exert a dissolving action on matter (through roots, moisture, and chemical alteration), why not employ nature intentionally? Nature can become the very tool of architectural undoing, according to an ecology of time and transformation. Ruderal plants, initially marginal and viewed negatively, are now acquiring a new significance for architecture and landscape. Their resilience and ability to restore greenery within degraded urban contexts make them symbols of resistance, spontaneity, and rebirth, reflecting a design, artistic, and philosophical dimension that values the forgotten margins of the city. As expressed by Ruskin (1849, p. 241) in his essay The Seven Lamps of Architecture, “[…] the picturesque is therefore

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sought in ruin, and supposed to consist in decay. Whereas, even when so sought, it consists in the mere sublimity of the rents, or fractures, or stains, or vegetation, which assimilate the architecture with the work of Nature […]”1. Towards a Steered Ruderarium: Design Articulations and Levels In building traditions and restoration manuals, vegetation has almost always been interpreted as a passive agent of decay – a phenomenon to be countered through maintenance and removal practices. However, observations conducted over medium-to-long periods demonstrate how certain species do not merely accompany the process of undoing but actively intervene in the disintegration of architectural artifacts. Vegetation preferentially colonizes degraded surfaces, exploiting fissures and discontinuities; in this sense, it is not only a consequence of decay but a direct agent of its acceleration (Caneva et al., 2009). From this perspective, ruderal plants (from the Latin rudus, “rubble”) assume a paradigmatic role: they embody a sort of “ecological intelligence” capable of colonizing degraded spaces and thriving amidst ruins (imgg. 01, 02). These species share characteristics that explain their extraordinary dispersal: high resilience, the ability to survive in extreme conditions (aridity, poor or contaminated soils), rapid growth and reproduction, and adaptability to the nitrophilous substrates typical of anthropized environments. For these reasons, they are considered “pioneer” species (Kowarik and Körner, 2005), the first colonizers of marginal soils. Their settlement on man-made structures produces a wide range of effects, which can be classified according to specific modes of damage: – root Intrusion: Root systems do not merely penetrate micro-fractures; as they grow, they exert pressures sufficient to progressively widen discontinuities, compromising structural stability;

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– mechanical Pressure: Plant growth exerts thrusts that disintegrate stone or brick materials; – moisture Retention: Foliage and root systems create microclimates favorable to chemical degradation phenomena, such as carbonation and sulfation; – static Overload: Climbing plants, shrubs, or trees, through their weight, compromise the stability of fragile or unmaintained surfaces; – localized Acidification: Some species alter the pH of the substrate, accelerating corrosion and disintegration processes. Recurring examples of particularly aggressive plants include Ailanthus altissima, Ficus carica, Clematis vitalba, Parietaria judaica, and species of the genus Rubus, all characterized by powerful root systems and an invasive capacity that makes them primary agents of destabilization for masonry structures (imgg. 03, 04). The peculiarities of ruderal species make them ideal candidates for a design approach that includes them as components for a “steered ruderarium”. Within this framework, it is possible to conceive a process of controlled vegetative demolition, where the choice of species is calibrated based on their morphology and the speed of their disintegrative action, while the substrate is modeled to guide their attack, and time becomes a design variable. As Coccia (2018) emphasizes, life is not only what builds, but also what dissolves: everything is metamorphosis. Vegetation, therefore, should no longer be considered merely as ornament or a source of formal inspiration, but can mutate into an active agent of the project, capable of reconverting abandonment into a voluntary ecological gesture, where the architectural end-of-life becomes a transformative act (img. 05). Vegetative demolition can thus be structured as an articulated strategy based on multiple levels of action. The first level concerns “substrate design”, namely the

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meticulous study of the artifact to be disintegrated, its materials, and its structural vulnerabilities. Identifying joints, gaps, or fractures allows for the orientation of root growth and the intensification of its action; in this context, the complementary design of lightweight architectural devices, such as metal grids or elevated walkways, can accompany spontaneous growth without imposing an artificial order, while simultaneously ensuring safety conditions for the experimental use of the site. The second level involves “species selection”, which is calibrated according to root morphology, growth rate, and pedoclimatic adaptability. Targeted combinations can amplify disintegrative effects; for instance, a shroud of ivy (Hedera helix) capable of enveloping and compressing structures could facilitate a controlled inward collapse in the final stages, thereby limiting the risks of outward crumbling. Finally, the third level is represented by “temporalization”. Incorporating the time factor as a constitutive element of the project entails scheduling the inoculation and development of plant species in phases, so that the effects of decay unfold progressively and can be monitored and guided. From the perspective of safety and building degradation monitoring, the controlled ruderarium can be understood as a regulated and managed practice, clearly distinct from spontaneous and unmanaged abandonment. The implementation of observation, surveying, and periodic verification protocols enables the disintegration process to be accompanied while minimizing risks for users and surrounding contexts. In this framework, buildings designated for ruderarium processes could be selected primarily among so-called “ghost buildings,” already excluded from active use cycles and often lacking a defined functional status, but also among properties with active cadastral income, provided that owners express willingness to participate


in experimental programs of controlled decommissioning. This would open up innovative scenarios in asset management, where the end-of-life phase of buildings is planned and valorized rather than passively endured or countered through economically unsustainable interventions. The entire process is configured as a complex design intervention requiring an interdisciplinary approach, in which architects, botanists, ecologists, and engineers collaborate to transform natural processes of reappropriation into a conscious and operational practice2. Design Applications and Experimental Scenarios of Guided Decay This innovative methodology can be applied in various contexts, with purposes that often overlap and complement each other. One primary area concerns the controlled disassembly of obsolete or abandoned infrastructures located in marginal or peri-urban contexts that are now unusable: decommissioned military complexes, irremediably degraded ruins, private properties without heirs where the heritage passes to the State, or uninhabited villages. From a logistical standpoint, the implementation of controlled ruderarium practices would require the establishment of a multi-level territorial network capable of integrating technical, scientific, and administrative expertise. At the operational level, local authorities, municipal technical offices, universities, and research centers could be involved, supported by specialized figures such as agronomists, botanists, ecologists, structural engineers, and architects. A crucial role would also be played by continuous monitoring systems, based on periodic surveys, environmental sensors, and photographic and cartographic documentation, aimed at recording the evolution of degradation and renaturalization processes. However, such practices are not currently codified or widely implemented:

the controlled ruderarium should therefore be understood as an emerging research trajectory, developed by the authors as a speculative and experimental framework, intended to open new disciplinary perspectives and future tools for managing abandoned built heritage. In these cases, the vegetative strategy allows for the accompaniment of natural decay without resorting to invasive and costly mechanical interventions, by programming the timing and methods of transformation. The concept of vegetating architecture is thus introduced as a form of cohabitation between structure and spontaneous growth, emphasizing the necessity of overcoming the dichotomy between the built and the natural. In parallel, the process of disintegration can also take on an aesthetic and experimental dimension, transforming into artistic installations or temporary green architectures that gradually self-destruct. Guided urban rewilding, where abandonment becomes a tool for ecological regeneration, proposes a new paradigm: no longer forced maintenance, but the valorization of decay as a resource. An emblematic example is the Dendritic Decay Garden (2008), a public work by Stacy Levy (with Biohabitats) that harnesses natural processes (roots, freeze-thaw cycles, and plant growth) to gradually “soften” and fragment an industrial hardscape (old asphalt/ squares), converting it into a green landscape. It is an exemplary project of how natural rhythms are used to decompose paving and reconvert the soil. The work highlights how the spontaneous growth of plants, if directed, can produce new spatial and symbolic forms, transforming decay into an observable and designed phenomenon. In the Ruin Academy project (2010), realized by Marco Casagrande in Taipei, an abandoned building is transformed into an experimental urban laboratory. Through openings in the floors and walls, the structure be-

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comes permeable to rain, light, and vegetation, encouraging the spontaneous growth of ruderal plants. The goal is not to preserve, but to accompany decay as an ecological and pedagogical process, turning the building into a hybrid ecosystem between nature and architecture (Casagrande, 2010). Experiences such as these converge in the concept of the “steered ruderarium”: areas designed to decompose through the targeted establishment of pioneer species, transforming end-of-life into soil restitution and a metaphor for transience. These hybrid places, halfway between a botanical garden and a contemporary ruin, constitute true pedagogical ecosystems: spaces in which ruderal plants are cared for but left free to exert their invasive action3. Their charm lies precisely in the tension between control and spontaneity, between design intention and natural process, offering new perspectives for interaction between humans, architecture, and vegetation. The transition toward the steered ruderarium necessitates a radical resignification of the concept of “decay” within the collective imagination. While spontaneous vegetation has historically been perceived as a symptom of anthropic failure, a marker of neglect that triggers social anxiety regarding abandoned spaces, the experimental design approach functions as a cognitive reorientation device. As Matthew Gandy (2022) suggests, spaces of “unintentional nature” should not be interpreted as deficiencies, but rather as zones of cosmopolitan aesthetics where ruderal biodiversity asserts the right of the non-human to the city. Central to this process is the role of artistic experience, which serves as a bridge between the fear of abandonment and the fascination with mutation. When the ruderarium is framed as a work of art or an installation, the public gaze undergoes a semantic shift: the vegetation tearing through concrete ceases to be “damage” and becomes an

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intentional aesthetic expression. Recognizing the aesthetics of undoing as an artistic gesture allows for the bypassing of the negative connotations of degradation; the observer no longer encounters an object that has ceased to function, but a process that has begun to signify. The ruderarium thus ceases to be perceived as a “context of decay” the moment society recognizes within it the metamorphosis described by Emanuele Coccia (2020): the demonstration that life is not a static form, but a breath that migrates from one body (the building) to another (the ruderal forest). The “steering” of the architectural end-oflife process, ennobled by the language of art and design, thus becomes a pedagogical act: it transforms the stigma of abandonment into a narrative of multi-species regeneration. Inhabitants are no longer passive witnesses to a collapse, but active participants in an ontology of coexistence, where material porosity and radical root intrusion become the tangible signs of an architecture that, to cite Morton, finally “accepts being part of the world”, ceasing to stand as a barrier between the human and the ecosystem. Ontology of the Ruderarium: Dissolution as Design The concept of the “steered ruderarium” is not merely a technical strategy but is situated on an ontological and philosophical plane, proposing a vision in which architecture unravels in dialogue with vegetation and slowly returns matter to the earth (img. 06). As Morton (2019) observes, to live ecologically means to inhabit a world in which every boundary dissolves: the margin between the built and the natural then becomes permeable, porous, dynamic. These observations illuminate the possibility of a design practice that does not erase the past but accepts its dissolution as transformation. In this sense, nature is no longer simply imitated but becomes an active

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collaborator, a sculptor of undoing and a generator of new meanings. It is a perspective that embraces the end-of-life of the architectural artifact as an integral part of its transformative process, handing back to the discipline a gaze that is less anthropocentric and more open to the temporality of ecological processes. The integration of the steered ruderarium into territorial governance practices marks a shift from an urbanism of permanence toward an urbanism of process. Embracing disuse not as a failure, but as a “stable status”, necessitates a radical revision of regulatory frameworks: “non-use” must cease to be a legal vacuum and instead become a low-energy-intensity design category. If, as Matthew Gandy asserts, the urban ruin is the locus of a cosmopolitan ecology, then planning must learn to protect these spaces not for what they might become again (through reuse or gentrification), but for what they already are: laboratories of biodiversity and climate resilience. Following this trajectory, Timothy Morton’s thought reminds us that accepting structural fragility is the only ethical response possible in the era of the Anthropocene. Designing for dissolution does not mean abandoning the responsibility of building; rather, it means extending that responsibility to the “afterlife”, recognizing that every artifact is a hyperobject whose biological and material existence continues far beyond its economic function. The ultimate challenge, therefore, is simultaneously bureaucratic and ontological. We must imagine urban codes that do not enforce a strict distinction between “public greenery” and “built artifact”, but are instead capable of managing the metamorphosis of one into the other. The steered ruderarium thus offers an exit strategy from “building bulimia”: instead of accumulating inert ruins awaiting a recovery that will never materialize, architecture chooses to become soil,

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to become forest, to become world. The society inhabiting these cities will no longer view collapse as a sign of decline, but as the tangible proof of a multi-species life catching its breath through the fissures of the concrete.*

NOTES 1 – An encomium to the very process wherein ruins become nearly “drowned” in nature, through which cracks, stains, and vegetation emerge as elements that do not destroy architecture, but rather amplify its beauty by integrating it with nature itself. 2 – The employment of aggressive plants necessitates rigorous attention to ecological control; since many are invasive species, they may escape predefined design boundaries, potentially generating environmental imbalances that are difficult to manage. Furthermore, there is a clear need to align such practices with existing building and environmental safety regulations, which continue to present open and complex challenges. 3 – Mark Dion and Nils Norman also align with this trajectory. A significant portion of their work is dedicated to showcasing real, unembellished ecological processes. An emblematic example is the Neukom Vivarium (Seattle’s Olympic Sculpture Park, 2006): a fallen log maintained within an artificial environment to observe its slow decomposition. Here, decomposition becomes a visible, inevitable, and even educational act that subverts the notion of nature as a “perfect landscape” for contemplation. In other works, Dion utilizes remains, naturalistic collections, and “specimens” specifically to emphasize disintegrative power as an integral part of the life cycle.


Emilia Corradi Prof.ssa associata in Composizione architettonica e urbana, DAStU, Politecnico di Milano. emilia.corradi@polimi.it

Giulia Azzini PhD Candidate in Architectural Urban Interior Design, DAStU, Politecnico di Milano. giulia.azzini@polimi.it

Verso il paesaggio ibrido

01. Ex magazzino presso la centrale Torlonia di Canistro | Former warehouse at the Torlonia power station in Canistro. G. Azzini

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Strategie progettuali per la valorizzazione delle centrali idroelettriche in valle Roveto Toward the Hybrid Landscape The paper addresses hydroelectric landscapes within the framework of energy transition, inviting architectural design to reinterpret them in an innovative way. Moving beyond their “supernatural” vocation without denying technology, they are reframed as “hybrid landscapes”, where natural resources, infrastructures, and human practices coevolve. Through research by design methodology, grounded in case studies and local experimentation, the study identifies three strategic axes applicable to the Roveto Valley (Abruzzo), within the framework of the Liri River and Landscape Contract. The resulting regeneration scenarios combine renewable energy production, landscape quality, and local development, and are potentially transferable to similar contexts.* Il contributo affronta il tema dei paesaggi idroelettrici nel contesto della transizione energetica, invitando la progettazione architettonica a ripensarli in chiave innovativa. Superando la loro vocazione “supernaturale” senza rinnegare la tecnica, essi vengono letti come “paesaggi ibridi”, in cui risorse naturali, infrastrutture e pratiche umane coevolvono. Attraverso una metodologia di research by design, fondata su casi studio e sperimentazione locale, la ricerca individua tre assi strategici applicabili in valle Roveto (Abruzzo), nell’ambito del Contratto di Fiume e di Paesaggio del Liri. Si delineano così scenari di rigenerazione capaci di coniugare produzione energetica, qualità paesaggistica e sviluppo locale, potenzialmente replicabili in contesti analoghi.*

KEYWORDS: PAESAGGIO IDROELETTRICO, VALLE ROVETO, IBRIDAZIONE | HYDROELECTRIC LANDSCAPE, ROVETO VALLEY, HYBRIDIZATION

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ntroduzione Nell’Ottocento, l’elettricità si configura come un elemento “supernaturale”, intangibile e frutto di “misteriose frizioni” (Ponti, 2022 [1957]). Una forza sublime, estranea all’ordine della natura, capace di produrre benefici significativi ma anche di alterare irreversibilmente i territori in cui si insinua. Quest’ambivalenza emerge con forza nei paesaggi idroelettrici, dove opere idrauliche, civili ed elettromeccaniche (RSE, 2024) hanno trasformato la montagna in una grande macchina energetica (Jakob, 2021). Oggi, la crisi climatica e la progressiva saturazione dei siti idonei alla produzione idroelettrica, conseguenza del loro ampio sfruttamento nel secolo scorso, hanno condotto a una diffusa indifferenza verso tali paesaggi (Pavia, 2001; Küttel, 2012), incrementando la ricerca attorno a fonti alternative. Tuttavia, diversi studi sostengono che l’idroelettrico, meno impattante tra le rinnovabili (Ioannidis e Koutsoyiannis, 2020) e più stabile per la capacità di accumulo (Perpiña Castillo et al., 2024), rivestirà un ruolo strategico nella transizione energetica europea. In questo contesto, la progettazione architettonica è chiamata a ripensare i paesaggi idroelettrici in chiave innovativa, abbandonando la loro vocazione “supernaturale” per riavvicinarli alla natura, senza tuttavia rinnegare la tecnica (Stremke e De Jong, 2022). Infatti, se da un lato è importante avanzare sul piano tecnologico, ad esempio attraverso processi di modernizzazione, adeguamento e implementazione degli impianti (RSE, 2024), dall’altro è necessario che questi sistemi non restino esclusivamente finalizzati alla produzione energetica, ma diventino anche occasioni per il territorio. In questa prospettiva, le infrastrutture idroelettriche possono integrare funzioni diverse e contribuire a una maggiore qualità dei luoghi in cui si inseriscono, passando da elementi percepiti come estranei a componenti attive. Se la transizione verso le rinnovabili offre le condizioni per questo cambiamento, il progetto di architettura ha un ruolo decisivo nel tradurre tali processi in forme di

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02. Centrali idroelettriche nei comuni di Canistro, Morino e Balsorano | Hydroelectric power houses in the municipalities of Canistro, Morino, and Balsorano. G. Azzini

integrazione spaziale, migliorando l’inserimento delle infrastrutture e la loro accettabilità. In tal senso, il contributo individua nel concetto di “paesaggio ibrido”1 (Burlando e Nevoso, 2022; Metta, 2022; Visentin, 2024) una chiave di lettura alternativa e più adatta a rispondere alle esigenze contemporanee2. Il termine, infatti, indica uno spazio eterogeneo in cui risorse naturali, infrastrutture e pratiche umane coevolvono nel tempo, superando la dicotomia tra tecnologia e ambiente. A partire da questa tesi, centrali, condotte forzate, dighe e altre opere minori, un tempo considerate “oggetti sublimi” (Jakob, 2021, p. 16), ritornano nella natura e offrono nuove possibilità progettuali fondate sulla coabitazione. In un contesto in cui la letteratura recente rimane prevalentemente orientata alla tecnica e mostra scarsa attenzione all’architettura e al paesaggio, lo studio adotta una metodologia di research by design, ponendo tali ambiti al centro dell’indagine. Il Contratto di Fiume e di Paesaggio del Liri per valorizzare il paesaggio idroelettrico in valle Roveto Il contributo si inserisce nel contesto applicativo della valle Roveto, regione montuosa in Abruzzo inclusa tra le aree in-

terne del Paese. Qui, le sei centrali ancora attive nei comuni di Canistro, Morino e Balsorano (imgg. 02-03) e i manufatti annessi disegnano una rete culturale oltre che materiale, testimoniando la capacità di reinterpretare lo spazio montano secondo le logiche dell’ingegneria idraulica (De Rossi, 2022). In questo territorio le infrastrutture idroelettriche compaiono nella prima metà del Novecento per sfruttare le copiose acque del fiume Liri e dei suoi affluenti. La loro realizzazione ha rappresentato una tappa importante nella storia della valle, comportando tuttavia alcune criticità: se da un lato ha migliorato le condizioni socio-economiche e l’accessibilità di certe aree, dall’altro ha fortemente impoverito il fiume e l’ambiente circostante. Inoltre, l’automazione del lavoro in centrale ha drasticamente ridotto la manodopera locale, concentrando i maggiori benefici economici nelle mani delle grandi compagnie energetiche e causando la marginalizzazione degli impianti. Oggi il contesto è mutato: il crescente interesse verso le rinnovabili e la sinergia tra i diversi comuni hanno permesso di stipulare il Contratto di Fiume e di Paesaggio del Liri3. Quest’ultimo prevede un progetto di rigenerazione territoriale a lungo termine, ripristinando la funzionalità

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03. Lettura a scala territoriale del paesaggio idroelettrico in valle Roveto | Territorial scale analysis of the hydroelectric landscape in the Roveto Valley. G. Azzini

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ecologica del fiume, promuovendo la mobilità dolce e la realizzazione di nuove aree ricreative, e sensibilizzando la comunità al risparmio e alla produzione energetica da fonti rinnovabili. In questo scenario, si rende necessario approfondire il rapporto tra la risorsa idrica, motore di sviluppo locale, e il progetto delle infrastrutture idroelettriche alle diverse scale. Il tentativo è quello di sviluppare strategie, nell’ambito del Contratto di Fiume, per valorizzare i paesaggi idroelettrici operativi4, riconfigurandoli secondo le caratteristiche dei paesaggi ibridi.

Il primo asse è rappresentato dalla Via dell’Energia, un itinerario ciclo-pedonale promosso dall’Azienda Elettrica Ticinese che collega i diversi impianti gestiti dalla compagnia, sensibilizzando alla produzione di energia pulita e valorizzando le risorse locali. Un caso analogo è il lago Scandarello, bacino artificiale nel comune di Amatrice, collegato all’omonimo impianto idroelettrico: la sua gestione è condivisa tra Enel e l’associazione Lenza Club, che regola la pesca sportiva, mantiene pulite le sponde e monitora la qualità dell’acqua, finanziando inoltre piccoli interventi per la fruizione dello spazio aperto. Entrambe le esperienze dimostrano come l’infrastruttura possa conciliare tutela ambientale e attività umana, incarnando le caratteristiche dei paesaggi ibridi. Il secondo asse è esemplificato dal progetto Gorona del Viento a El Hierro, dove la collaborazione tra municipalità, istituti di ricerca e società energetiche ha permesso di integrare eolico e idroelettrico, sfruttando il vento e accumulando acqua nei momenti di surplus. L’impianto garantisce l’autosufficienza energetica dell’isola, rappresentando un paesaggio ibrido in cui la tecnologia valorizza le risorse locali per generare benefici concreti. Il terzo asse riguarda la dimensione qualitativa delle infrastrutture. La centrale di Val-Jalbert, inaugurata nel 2015 e progettata dall’Atelier Pierre Thibault, integra la produzione energetica con percorsi belvedere e funzioni turistiche, bilanciando esigenze operative e tutela del patrimonio. Analogamente, sei centraline nella valle del But, progettate da Ceschia e Mentil Architetti Associati (2015-2022), mostrano come micro-infrastrutture possano inserirsi nella topografia, integrarsi con la vegetazione e offrire nuove funzioni pubbliche, trasformando l’impianto in spazio di coabitazione tra natura e tecnologia (Mentil e Ragonese, 2025). Questi interventi, per quanto semplici, reinterpretano il ruolo dell’infrastruttura nello spazio e la trasformano in occasione per

Opere idrauliche, civili ed elettromeccaniche hanno trasformato la montagna in una grande macchina Approccio e metodi La ricerca adotta una metodologia di research by design, orientata a costruire conoscenza attraverso l’interazione tra casi studio e sperimentazione locale. I casi selezionati sono valutati secondo diversi criteri: anno di costruzione (XXI secolo), sinergia tra azienda produttrice e comunità locale, e grado di interazione tra infrastruttura, risorse naturali e attività umane. L’analisi comparativa non ha carattere formale, ma mira a estrarre principi trasferibili alla valle Roveto. Dall’analisi emergono tre assi strategici: il rafforzamento del legame tra produzione energetica e attività economiche diversificate, l’incremento della produttività mediante sistemi rinnovabili integrati e la qualificazione architettonica delle infrastrutture. Questi assi sono illustrati da esperienze internazionali e nazionali, che mostrano come le opere idroelettriche possano diventare elementi di coesione territoriale e culturale (img. 04).

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04. Assi strategici e casi studio | Strategic axes and case studies. G. Azzini

“compiere delle scelte di architettura” (De Rossi, 2007, p. 65), offrendo spunti concreti per ripensare i paesaggi idroelettrici in una prospettiva di ibridazione e valorizzazione. Applicazioni in valle Roveto Rispetto ai casi studio analizzati, le infrastrutture idroelettriche della valle Roveto presentano alcune differenze sostanziali. Innanzitutto, si tratta di impianti ad acqua fluente, che sfruttano direttamente il deflusso naturale del fiume senza grandi bacini di accumulo a monte: ciò determina un paesaggio profondamente diverso rispetto, ad esempio, a quello della Via dell’Energia o del lago Scandarello, dove le dighe costituiscono gli elementi simbolici predominanti. In valle Roveto, al contrario, il sistema idroelettrico si manifesta attraverso una presenza più diffusa e discreta, composta da manufatti di piccola scala e spesso poco visibili, sintetizzabili nella sequenza presa d’acqua – vasca di carico – condotta forzata – centrale – canale di restituzione. Al contempo, la prossimità al fiume, lungo il quale sorgono i principali centri abitati, determina un rapporto più diretto tra le infrastrutture e il territorio, favorendo le condizioni per un progetto di riconnessione. Un ulteriore elemento distintivo riguarda

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lo stato di funzionamento: a differenza della centrale in ValJalbert o delle centraline nella valle del But, gli impianti della valle Roveto sono tutti esistenti e pienamente operativi. Ciò comporta un diverso quadro progettuale, orientato a ricercare un equilibrio tra esigenze produttive, sicurezza e possibili forme di apertura al territorio. Partendo da tali presupposti, l’applicazione dei tre assi in valle Roveto considera le diverse scale d’intervento (territoriale, urbana e edilizia), gli obiettivi del Contratto di Fiume, la dimensione contenuta degli impianti (di potenza compresa tra i 1.000 e i 10.000 kW) e la loro prossimità al fiume Liri e ai borghi di Canistro, Morino e Balsorano, elementi che favoriscono un progetto integrato di riattivazione e riconnessione. A scala territoriale, il primo asse rafforza il legame tra impianti e attività economiche diversificate, come turismo e agricoltura, promuovendo le filiere locali e incoraggiando la fruizione turistica a basso impatto. In questa direzione, si è studiato come possibile intervento un percorso ciclopedonale lungo il fiume Liri, in linea con la Via dell’Energia di AET. L’ipotesi indagata, volendo esaltare il margine fluviale e il suo patrimonio faunistico e naturalistico, si ap-

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05-06. Il paesaggio idroelettrico nel comune di Canistro e le possibili intersezioni con altre attività economiche locali | The hydroelectric landscape in the municipality of Canistro and possible intersections with other local economic activities. G. Azzini

poggia ai percorsi esistenti, come il Sentiero delle Acque e della Castagna a Canistro, integrando due centrali idroelettriche e l’ex stabilimento Santa Croce, rinomata azienda di imbottigliamento di acqua minerale (img. 05). A Morino, i numerosi itinerari che intersecano la Riserva Naturale Zompo lo Schioppo vengono ampliati per includere le tre centrali idroelettriche presenti, evidenziando come l’acqua costituisca la risorsa principale di questo comune (img. 06). A Balsorano, infine, la creazione di percorsi a vocazione turistica connette due impianti energetici attivi (uno solare all’ingresso del borgo nuovo e uno idroelettrico più a sud), oltre ai cospicui frantoi e oliveti. Tali interventi, qualora realizzati, vedrebbero il coinvolgimento di attori locali e sovralocali, sull’esempio del lago Scandarello, per garantire la gestione e la continuità del progetto: la Società Cooperativa Dendrocopos, che gestisce i servizi e le strutture della Riserva Naturale Zompo lo Schioppo; Enel e Burgo, attualmente amministratori degli impianti idroelettrici; le pro loco, associazioni di volontariato dedite alla promozione e valorizzazione dei diversi comuni; il CAI Valle Roveto, che promuove attività escursionistiche in tutto il territorio.

Il secondo asse su cui si concentra la sperimentazione progettuale è relativo all’incremento della produttività idroelettrica mediante sistemi ibridi. Negli impianti di Canistro, Morino e Balsorano, le caratteristiche morfologiche e la limitata disponibilità di spazio escludono l’opzione eolica, mentre l’integrazione con il fotovoltaico appare più plausibile. In Italia esistono già sperimentazioni di questo tipo5 e la valle Roveto dispone di diversi campi solari: una combinazione tra le due fonti consentirebbe di aumentare la produzione, soprattutto nei mesi estivi, e di inserire il territorio in un circuito di innovazione economica e tecnologica. Un intervento simile dovrebbe essere promosso principalmente da Enel e Burgo, con il supporto di enti locali e laboratori di ricerca come nel caso di El Hierro, attraverso specifici accordi quadro. A scala architettonica, infine, il terzo asse mira a migliorare accessibilità e fruibilità delle centrali, nodi dell’intera macchina idroelettrica. In questo caso la realizzazione delle trasformazioni dipende in larga misura dalle compagnie energetiche responsabili degli impianti: mentre Enel amministra numerose centrali in Italia e all’estero, la Burgo, che controlla un unico impianto, rappresenta un interlocutore più diretto e accessibile.

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Per questo motivo la centrale di sua proprietà, chiamata Torlonia e situata a Canistro, è stata individuata come test-case. Questo manufatto conserva caratteri tipici degli anni Trenta – copertura a falde, ampie aperture regolari, fasce marcapiano in pietra che scandiscono la facciata in mattoni a vista – insieme a elementi dell’architettura rurale, come i muretti a secco che delimitano i cambi di quota e il canale di scarico. A partire da queste preesistenze, la strategia progettuale è stata articolata in alcune azioni compositive. La prima azione riguarda la ricucitura territoriale: l’impianto viene trasformato da spazio chiuso e specialistico a nodo attraversabile del sistema ciclo-pedonale. Segue la ridefinizione del margine fluviale, reinterpretato come spazio pubblico attraverso dispositivi leggeri e reversibili che ne consentano l’uso senza alterarne l’identità produttiva. Una terza azione prevede la rimozione delle barriere visive e degli elementi incongrui, insieme alla sostituzione dei volumi compromessi (img. 01) con strutture compatibili e reversibili, per restituire leggibilità all’impianto storico e valorizzarne il rapporto con

il paesaggio, secondo un approccio già sperimentato nella valle del But. Infine, il riuso selettivo del patrimonio edilizio esistente, tra cui l’ex casa dei dipendenti (img. 07), consente di introdurre funzioni culturali e associative accanto alla generazione di energia idroelettrica. Tali azioni contribuiscono a restituire vitalità all’impianto Torlonia: da un lato, in quanto nuovo presidio civico, generando opportunità di socialità, lavoro e attrattività turistica, sulla scia del progetto di Atelier Pierre Thibault in Val-Jalbert; dall’altro, come luogo di memoria e innovazione, capace di raccontare una parte dell’identità produttiva della valle Roveto attraverso nuovi usi condivisi.

L’idroelettrico rivestirà un ruolo strategico nella transizione energetica europea

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Il paesaggio idroelettrico: da supernaturale a ibrido L’intensa infrastrutturazione del secolo scorso e gli effetti del cambiamento climatico impongono una revisione

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critica del ruolo degli impianti idroelettrici nel paesaggio contemporaneo. Se per lungo tempo tali dispositivi sono stati interpretati come espressioni di una tecnica “supernaturale”, separata dalla dimensione ecologica e sociale, oggi emerge la necessità di riconoscerli come componenti strutturali di sistemi territoriali complessi. Le ipotesi progettuali elaborate per la valle Roveto mostrano come i paesaggi idroelettrici attivi possano generare benefici a livello ambientale, economico e sociale (De Francesco, 2020, p. 46), connettendo produzione energetica, turismo lento, agricoltura e fruizione pubblica. In questa prospettiva, il concetto di “paesaggio ibrido” offre una chiave interpretativa capace di superare la dicotomia tra natura e tecnica, riconoscendo la coevoluzione tra risorse, infrastrutture e pratiche umane. Il contributo apporta tre elementi al dibattito disciplinare. In primo luogo, sposta l’attenzione dalla dimensione prestazionale degli impianti a quella spaziale e relazionale. In secondo luogo, propone una struttura strategica in tre assi, utile come quadro operativo replicabile in contesti analoghi. Infine, dimostra come la research by design costituisca uno strumento efficace per rigenerare le infrastrutture operative, mantenendone la funzione produttiva. La ricerca presenta tuttavia alcuni limiti. L’assenza di una valutazione quantitativa degli impatti energetici ed economici, la concentrazione su un unico test-case e la dipendenza dalle decisioni dei soggetti concessionari rappresentano condizioni che richiedono ulteriori approfondimenti interdisciplinari. La piena attuazione delle strategie presuppone inoltre modelli di governance condivisa, accordi tra soggetti pubblici e privati e un coordinamento tecnico per verifiche prestazionali puntuali. Nonostante tali limiti, il lavoro suggerisce che i paesaggi idroelettrici possano costituire spazi vitali capaci di integrare produzione energetica, qualità architettonica e sviluppo territoriale. In questa prospettiva, il progetto non si limita a qualificare l’impianto idroelettrico, ma contribuisce a ridefinire il ruolo dell’energia come componente attiva e riconoscibile del paesaggio contemporaneo.*

07. Centrale Torlonia di Canistro: in primo piano, il parapetto degradato attorno al canale di scarico; dietro, la stazione di trasformazione e la vecchia casa dei dipendenti, oggi abbandonata | The Torlonia power house in Canistro: in the foreground, the decayed railings around the drainage channel; behind, the transformer station and the old employees’ house, now abandoned. G. Azzini NOTE 1 – Il termine rimanda ad alcuni approcci progettuali emergenti, come quello “more than human” che, contrapponendosi a una visione storicamente antropocentrica, considera anche piante e animali come principali utenti del progetto (Burlando e Nevoso, 2022); oppure a più recenti definizioni di paesaggio che tendono ad appianare il confine tra natura e cultura, continuamente oggetto di discussione e negoziazione (Metta, 2022; Visentin, 2024). 2 – Con il Green Deal europeo, si prevede la riduzione delle emissioni di almeno il 50% entro il 2030 e la neutralità climatica entro il 2050. In questo contesto, sarà fondamentale convivere con le energie rinnovabili, soprattutto valorizzando gli impianti esistenti. Ciò significherà non solo ottimizzare la produzione energetica attraverso opportune scelte tecnologiche, ma anche riconoscere il valore qualitativo delle infrastrutture, favorendone l’accessibilità e la fruizione pubblica. 3 – Il Contratto è stato stipulato nel 2015 tra i comuni di Cappadocia, Castellafiume, Capistrello, Civitella Roveto, Civita D’Antino, Morino, San Vincenzo Valle Roveto e Balsorano, in provincia dell’Aquila. 4 – Gli obiettivi riguardano una tesi di dottorato in corso finanziata da INPS, con autrice Giulia Azzini, supervisor Emilia Corradi, co-supervisor Alisia Tognon e tutor aziendale Federico Cecchini. Il lavoro si inserisce nell’ambito della convenzione quadro tra il DAStU (Politecnico di Milano) e i comuni coinvolti nel Contratto di Fiume e di Paesaggio del Liri, responsabile scientifico Emilia Corradi. 5 – Si vedano alcune esperienze recenti promosse in Italia da Enel: i pannelli fotovoltaici installati sul canale della centrale di Montelupone a Macerata o su piattaforme galleggianti nel bacino di Venaus in Piemonte. REFERENCES – Burlando F., Nevoso I. (2022). (Metodi HCD x Approcci More-than-human) = Design Inclusivo3. In Càndito C., Meloni A. (a cura di), Dai | Il Disegno per l’Accessibilità e l’Inclusione, Genova 2-3 dicembre 2022. Alghero: Publica, pp. 252-265. – De Francesco G. (2020). Architettura dell’acqua. L’emergenza idrica come occasione progettuale nella città contemporanea. Macerata: Quodlibet. – De Rossi A. (2007). Sull’intreccio tra tecnica e linguaggio. In Conzett J. (a cura di), Architettura nelle opere di ingegneria. Torino: Umberto Allemandi & C., pp. 65-67. – De Rossi A. (2022). Architetture per la montagna che produce. In Archalp, n. 8, pp. 13-17. – Ioannidis R., Koutsoyiannis D. (2020). A review of land use, visibility and public perception of renewable energy in the context of landscape impact. In Applied Energy, n. 276, pp. 1-22. – Jakob M. (2021). L’impronta della tecnica sul paesaggio alpino. In Archi. Rivista svizzera di architettura, ingegneria e urbanistica, n. 1, pp. 15-18. – Küttel A. (2012). 50’300’000’000’000’000’000 Joule. In Zainer L. (a cura di), Power Book. Berna: Benteli, pp. 5-13. – Mentil F., Ragonese M. (2025). Paesaggio elettrico. In Archalp, n. 14, pp. 87-95. – Metta A. (2022). Il paesaggio è un mostro. Città selvatiche e nature ibride. Roma: DeriveApprodi. – Pavia R. (2001). Architettura e paesaggi idroelettrici in Italia. In Masetti C. (a cura di), Chiare fresche e dolci acque. Le sorgenti nell’esperienza odeporica e nella storia del territorio. Roma: Cisge, pp. 769-776. – Perpiña Castillo C. et al. (2024). Renewable Energy production and potential in EU Rural Areas. Luxembourg: Publications Office of the European Union. – Ponti G. (2022) [1957]. Amate l’Architettura. Macerata: Quodlibet. – RSE (2024). Il ruolo dell’idroelettrico nel processo di transizione energetica. Milano: Alkes. – Stremke S., De Jong J. (2022). Power from the Landscape: One Thousand Years of Landscape Transformation. In Stremke S., Oudes D., Picchi P. (a cura di), Power of Landscape. Novel Narratives to Engage with the Energy Transition. Rotterdam: nai010 Publishers, pp. 9-12. – Visentin F. (2024). Geografie d’acqua: paesaggi ibridi. Venezia: Marsilio.

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Giulia Azzini, Emilia Corradi

Toward the Hybrid Landscape Planning Strategies for the Revitalization of Hydroelectric Power Plants in the Roveto Valley

Introduction In the nineteenth century, electricity was conceived as a “supernatural” element, intangible and generated by “mysterious frictions” (Ponti, 2022 [1957]). It was a sublime force, external to the natural order, producing significant benefits while also irreversibly transforming the territories in which it was introduced. This ambivalence emerges powerfully in hydroelectric landscapes, where hydraulic, civil, and electromechanical works (RSE, 2024) have transformed the mountain into a vast energy-producing machine (Jakob, 2021). Today, the climate crisis and the progressive saturation of sites suitable for hydroelectric production, resulting from their extensive exploitation during the previous century, have led to widespread indifference toward such landscapes (Pavia, 2001; Küttel, 2012), fostering research into alternative energy sources. However, several studies argue that hydropower, among the least environmentally impactful renewable sources (Ioannidis and Koutsoyiannis, 2020) and the most stable due to its storage capacity (Perpiña Castillo et al., 2024), will play a strategic role in the European energy transition. Within this framework, architectural design is called upon to reconceptualize hydroelectric landscapes through innovative approaches, moving beyond their “supernatural” vocation to reconnect them with nature, without renouncing technology (Stremke and De Jong, 2022). Indeed, while advancing at the technical level through processes of plant modernization, adaptation, and implementation is essential (RSE, 2024), it is equally important that these systems move beyond their sole function of energy production and become opportunities for local communities. From this perspective, hydroelectric infrastructures can integrate multiple functions and contribute to improving the quality of the places in which they are installed, shifting from being perceived as extraneous elements to becoming active components of the territory. If the transition to renewable energy creates the

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conditions for this transformation, architectural design plays a crucial role in translating these processes into forms of spatial integration, enhancing both the relationship between infrastructure and landscape and its social acceptability. In this regard, the contribution identifies the term “hybrid landscape”¹ (Burlando and Nevoso, 2022; Metta, 2022; Visentin, 2024) as an alternative and more suitable interpretative framework for addressing contemporary needs². The concept refers to a heterogeneous space in which natural resources, infrastructures, and human practices coevolve over time, transcending the dichotomy between technology and environment. From this perspective, power plants, penstocks, dams, and other minor works, once considered “sublime objects” (Jakob, 2021, p. 16), re-enter the natural domain and offer new design possibilities grounded in cohabitation. In a context where recent literature is predominantly technology-oriented and pays limited attention to architecture and landscape, this study adopts a research-by-design methodology, placing these disciplines at the core of the investigation. The Liri River and Landscape Contract to Enhance the Hydroelectric Landscape in the Roveto Valley This study is situated within the Roveto Valley, a mountainous region in Abruzzo classified among the country’s inner areas. Here, the six still-operational power houses in the municipalities of Canistro, Morino, and Balsorano (imgg. 02-03), along with their sub-structures, form not only a material but also a cultural network, demonstrating the capacity to reinterpret mountainous space according to hydraulic engineering (De Rossi, 2022). In this territory, hydroelectric infrastructures emerged in the first half of the twentieth century to harness the waters of the Liri river and its tributaries. Their construction marked a significant stage in the valley’s history, yet it also generated critical issues: while it improved

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socio-economic conditions and accessibility in some areas, it simultaneously impoverished the river and its surrounding environment. Furthermore, the automation of work within the plants drastically reduced local labor, concentrating the primary economic benefits in the hands of large energy companies and contributing to marginalizing the facilities. Today, the context has evolved: the growing interest in renewables and the collaboration among the municipalities have enabled the establishment of the Liri River and Landscape Contract³. This initiative envisages a longterm territorial regeneration project, aiming to restore the ecological functionality of the river, promote sustainable mobility, develop new recreational areas, and raise community awareness about energy savings and renewable production. Within this scenario, it is necessary to investigate the relationship between the water resource, driver of local development, and the design of hydroelectric infrastructures across multiple scales. The aim is to develop strategies, within the framework of the River Contract, to enhance operational hydroelectric landscapes⁴, reconfiguring them according to the hybrid landscapes’ characteristics. Approach and Methods The research adopts a research-by-design methodology, based on case studies and local experimentation. The selected cases are evaluated according to several criteria: year of construction (21st century), synergy between the producing company and the local community, and the degree of interaction between infrastructure, natural resources, and human activities. The comparative analysis is not formal but seeks to extract transferable principles to the Roveto Valley. Three strategic axes emerge from the analysis: strengthening the link between energy production and diversified economic activities, increasing productivity through integrated renewable systems, and enhancing the architectural quality of infrastructures. These axes are illustrated


through international and national experiences, which demonstrate how hydroelectric facilities constitute potential elements of territorial and cultural cohesion (img. 04). The first axis is represented by the Via dell’Energia, a cycling and pedestrian route promoted by Azienda Elettrica Ticinese that connects its various plants, raising awareness of clean energy production and valorizing local resources. A comparable case is Lake Scandarello, an artificial reservoir in the municipality of Amatrice linked to the homonymous hydroelectric plant: its management is shared between Enel and the Lenza Club association, which regulates sport fishing, maintains the banks, monitors water quality, and funds small interventions to enhance public access. Both experiences demonstrate how infrastructure can reconcile environmental protection and human activity, embodying the characteristics of hybrid landscapes. The second axis is exemplified by the Gorona del Viento project in El Hierro, where collaboration among municipalities, research institutes, and energy companies enabled the integration of wind and hydroelectric power, harnessing wind energy and storing water during surplus periods. The plant ensures the island’s energy self-sufficiency, representing a hybrid landscape in which technology leverages local resources to generate tangible benefits. The third axis concerns the qualitative dimension of infrastructure. The Val-Jalbert power station, inaugurated in 2015 and designed by Atelier Pierre Thibault, integrates energy production with scenic pathways and tourist functions, balancing operational needs and heritage conservation. Similarly, six small-scale plants in the But valley, designed by Ceschia and Mentil Architetti Associati (2015–2022), demonstrate how micro-infrastructures can adapt to topography, integrate with vegetation, and offer new public functions, transforming the facility into a space of cohabitation between nature and technology (Mentil and Ragonese, 2025). These interventions, though modest, reinterpret the role of infrastructure within space, turning it into an opportunity to “make architectural choices” (De Rossi, 2007, p. 65).

Together, they provide concrete insights for rethinking hydroelectric landscapes from a perspective of hybridization and valorization. Applications to the Roveto Valley Compared to the analyzed case studies, the hydroelectric infrastructures of the Roveto Valley present several substantial differences. First, these are run-of-river plants, which directly exploit the natural flow of the river without the presence of large upstream storage reservoirs. This results in a landscape profoundly different from, for example, that of the Via dell’Energia or Lake Scandarello, where dams constitute the predominant symbolic elements. In the Roveto Valley, by contrast, the hydroelectric system is expressed through a more diffuse and discreet presence, consisting of small-scale structures that are often scarcely visible, and which can be summarized in the sequence of intake – forebay tank – penstock – power house – discharge channel. At the same time, the proximity to the river, along which the main settlements are located, establishes a more direct relationship between the infrastructures and the territory, creating favorable conditions for a project of reconnection. A further distinctive element concerns their operational status: unlike the power house in Val-Jalbert or the small hydro plants in the But Valley, the infrastructures in the Roveto Valley are all existing and fully operational. This entails a different design framework, aimed at seeking a balance between production requirements, safety, and possible forms of openness toward the territory. Starting from these assumptions, the application of the three axes to the Roveto Valley considers multiple scales of intervention (territorial, urban, and architectural), the objectives of the River Contract, the modest size of the plants (with capacities ranging between 1,000 and 10,000 kW), and their proximity to the Liri River and the villages of Canistro, Morino, and Balsorano. These factors support an integrated project of revitalization and reconnection. At the territorial scale, the first axis strengthens the bond between energy facilities and di-

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versified economic activities, such as tourism and agriculture, promoting local supply chains and encouraging low-impact tourism. In this context, a potential intervention involves a cycling and pedestrian path along the Liri river, consistent with AET’s Energy Route. Aimed at highlighting the riverine edge and its wildlife and natural heritage, it relies on existing trails, such as the Water and Chestnut Trail in Canistro, and integrates two hydroelectric power houses as well as the former Santa Croce bottling facility, a renowned mineral water company (img. 05). In Morino, the numerous routes crossing the Zompo lo Schioppo Nature Reserve are extended to include the three existing hydroelectric plants, emphasizing the centrality of water as the municipality’s main resource (img. 06). In Balsorano, the tourist-oriented trails connect two active energy plants (a solar plant at the entrance to new village and a hydroelectric facility further south) alongside extensive olive groves and mills. Should these interventions be implemented, local and supra-local stakeholders would be involved, following the example of Lake Scandarello, to ensure the project’s management and continuity: the Dendrocopos Cooperative, which manages the services and infrastructure of the Zompo lo Schioppo Nature Reserve; Enel and Burgo, the current administrators of the hydroelectric plants; the Pro Loco associations, dedicated to the promotion and valorization of the municipalities; the CAI Valle Roveto, which promotes hiking activities throughout the valley. The second axis focuses on increasing productivity through hybrid systems. In the plants of Canistro, Morino, and Balsorano, morphological and spatial constraints rule out wind energy, while integration with photovoltaic technology appears more feasible. Similar experiments already exist in Italy5, and the Roveto Valley hosts several solar fields: combining the two sources would increase energy production, particularly during the summer months, while positioning the region within a network of economic and technological innovation. Such interventions should be primarily promoted by Enel and Burgo, supported by

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local authorities and research laboratories, following models like the El Hierro project, through specific framework agreements. At the architectural scale, the third axis aims to improve accessibility and usability of the power houses, nodes of the entire hydroelectric system. In this case, the transformations largely depend on energy companies: while Enel manages numerous plants both in Italy and abroad, Burgo, which controls a single plant, represents a more direct and accessible interlocutor. For this reason, the Torlonia power house owned by Burgo and located in Canistro was selected as a test case. This building retains typical characteristics of the 1930s: a pitched roof, large regular openings, and stone string courses marking the brick façade. Furthermore, it has elements of rural architecture, like dry stone walls delineating level changes and the discharge channel. Building on these existing features, the design strategy was structured around several compositional actions. The first one concerns territorial stitching: the plant is transformed from a closed, specialized space into a traversable node within the cycling and pedestrian network. The second action redefines the river edge, reinterpreted as a public space through light and reversible devices that allow its use without altering its productive identity. The third action removes visual barriers or incongruous elements and replaces compromised volumes (img. 01) with compatible and reversible structures, restoring the historic plant’s legibility and enhancing its relationship with the landscape, like in the But Valley. Finally, selective reuse of existing built heritage, including the former employees’ residence (img. 07), introduces cultural and associative functions alongside hydropower generation. These actions revitalize the Torlonia power house: on one hand, as a new civic hub, generating opportunities for social interaction, employment, and tourism, following the precedent of Atelier Pierre Thibault’s project in Val-Jalbert; on the other hand, as a site of memory and innovation, conveying part

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of the Roveto Valley’s productive identity through new shared uses. Hydroelectric Landscape: from Supernatural to Hybrid The intensive infrastructure development of the past century, combined with the effects of climate change, requires a critical reassessment of the role of hydroelectric plants within the contemporary landscape. While for a long time these facilities were interpreted as expressions of a “supernatural” technology, separate from ecological and social dimensions, there is now a growing recognition of their function as integral components of complex territorial systems. The design hypotheses for the Roveto Valley demonstrate how active hydroelectric landscapes can generate environmental, economic, and social benefits (De Francesco, 2020, p. 46), linking energy production with slow tourism, agriculture, and public access. From this perspective, the concept of “hybrid landscape” provides an interpretative framework to overcome the traditional dichotomy between nature and technology, acknowledging the coevolution of resources, infrastructure, and human practices. This contribution advances three key elements in the disciplinary debate. First, it shifts attention from the purely performance-based dimension of hydroelectric facilities to their spatial and relational qualities. Second, it proposes a strategic framework structured along three axes, useful as a replicable operational model in analogous contexts. Third, it demonstrates how research by design can serve as an effective tool for regenerating active infrastructure while maintaining its productive function. The study, however, presents certain limitations. The absence of a quantitative assessment of energy and economic impacts, the focus on a single test case, and the reliance on decisions made by concessionaires constitute conditions that require further interdisciplinary investigation. Full implementation of the strategies also presupposes shared governance models, agreements between public

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and private actors, and technical coordination to ensure precise performance verification. Despite these limitations, the research suggests that hydroelectric landscapes can function as vital spaces capable of integrating energy production, architectural quality, and territorial development. From this standpoint, design does not merely enhance the hydroelectric facility itself, but redefines energy as an active and recognizable component of the contemporary landscape.*

NOTES 1 – The term refers to emerging design approaches such as the “more-than-human” perspective which, in contrast to a historically anthropocentric vision, considers plants and animals as primary users of design (Burlando and Nevoso, 2022); it also relates to more recent definitions of landscape that seek to blur the boundary between nature and culture, understood as continuously debated and negotiated (Metta, 2022; Visentin, 2024). 2 – Under the European Green Deal, greenhouse gas emissions are to be reduced by at least 50 percent by 2030, with climate neutrality to be achieved by 2050. In this context, coexistence with renewable energy sources will be essential, particularly through the enhancement of existing facilities. This will entail not only optimizing energy production through appropriate technological choices, but also recognizing the qualitative value of infrastructure by improving its accessibility and public use. 3 – The Contract was signed in 2015 by the municipalities of Cappadocia, Castellafiume, Capistrello, Civitella Roveto, Civita d’Antino, Morino, San Vincenzo Valle Roveto, and Balsorano, in the province of L’Aquila. 4 – These objectives are part of an ongoing PhD thesis funded by INPS, authored by Giulia Azzini, supervised by Emilia Corradi, with co-supervisor Alisia Tognon and company tutor Federico Cecchini. The research is developed within the Convenzione Quadro between DAStU (Politecnico di Milano) and the municipalities involved in the Liri River and Landscape Contract, with Emilia Corradi as scientific director. 5 – See, for example, recent initiatives promoted in Italy by Enel: the photovoltaic panels installed along the canal of the Montelupone power plant in Macerata, and those mounted on floating platforms in the Venaus reservoir, in Piedmont.


Hongye Wu PhD candidate in Architecture, History and Project, DAD, Politecnico di Torino. hongye.wu@polito.it

Porous Palimpsests

01. Between nature and artifice: “supernatural” landscape in Parco Dora, Turin | Tra natura e artificio: paesaggio “supernaturale” a Parco Dora, Torino. H. Wu

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The Boundaries of Natural and Artificial Systems in a Postindustrial Landscape

Palinsesti porosi La porosità urbana è oggi un concetto ricorrente nel dibattito sul progetto urbano, utilizzato per descrivere apertura spaziale, permeabilità e capacità di adattamento. Tuttavia, spesso rimane una metafora priva di strumenti operativi per l’analisi e il progetto. Il contributo propone una Urban Porosity Matrix (UPM), un approccio interpretativo articolato in cinque dimensioni (spaziale, visiva, socio-funzionale, ecologica e temporale) attraverso cui leggere la porosità dello spazio urbano. La matrice è esplorata nel paesaggio post-industriale di Parco Dora a Torino, interpretato come un palinsesto poroso in cui reliquie industriali, acqua, vegetazione e usi pubblici interagiscono. In questa coesistenza, i confini tra sistemi naturali e artificiali si fanno sfumati, richiamando il tema del “supernaturale” esplorato in questo numero. La UPM si propone quindi come uno strumento per interpretare e progettare paesaggi urbani porosi.* Urban porosity has become an influential concept in urban design discourse, used to describe spatial openness, permeability, and the capacity to accommodate change. Yet it often remains a metaphor lacking operational tools for analysis and design. This paper proposes an Urban Porosity Matrix (UPM), a five-dimensional approach that interprets porosity through spatial, visual, socio-functional, ecological, and temporal conditions. The matrix is explored through the post-industrial landscape of Parco Dora in Turin, interpreted as a porous palimpsest where industrial relics, water, vegetation, and public uses interact. In this coexistence, boundaries between natural and artificial systems become blurred, echoing the theme of “supernatural” explored in this issue. The UPM offers a framework for reading and designing porous urban landscapes.*

KEYWORDS: POROSITÀ URBANA, DISEGNO URBANO, MATRICE DELLA POROSITÀ URBANA | URBAN POROSITY, URBAN DESIGN, URBAN POROSITY MATRIX

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etween Nature and Artifice Richard Sennett (2018) argues that the duality of the city can be described through the French words ville and cité: the former denoting its physical construct and the latter its lived social experience. This duality emphasizes the need for the urban environment to embrace complexity and adaptability in both their material and social construction. In urban design, cities are conceived as objects to be designed and built, with both meanings of ville and cité framed within the human-centered views, which often predominate over nature. However, as Eduardo Kohn (2013), in How Forests Think: Toward an Anthropology Beyond the Human, pioneers a new way of understanding the world that goes beyond the human: non-human beings (animals, plants, forests, etc.) communicate and engage in their ways in the processes of signification, making and interpreting signs. Here, Kohn calls for the recognition of the personhood of nature. Forests “think” in the sense that they are composed of interacting and responsive living beings that interpret signs in the environment. This radical rethinking of anthropology advocates for a new approach to understanding society, mind, and life, including non-human selves, and to considering cities not just as human habitats but as multispecies communicative landscapes, as “living cells”. Likewise, in an urban environment, non-living physical materials such as brick, stone, steel, concrete, as well as non-human living beings including animals, trees, rivers, are a dominant part of everyday life and play their significant roles in shaping relations (Latour, 1984) and boundaries. In this perspective, the “supernatural” is understood not as fantasy but as a condition in which these become difficult to stabilize because organic and non-organic agencies, and natural and artificial systems, continually encounter, conflict or merge in everyday urban life. This resonates with current design debates that frame the contemporary moment as one of entanglement and symbiosis between human, technological, and ecological processes. Urban porosity enables the coex-

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02. Urban Porosity Matrix (UPM): multi-dimensions and analytical workflow | Urban Porosity Matrix (UPM): multidimensioni e workflow analitico. H. Wu 03. Urban Porosity Matrix (UPM): operational framework linking spatial configuration, visual openness, sociofunctional interfaces, ecological permeability and temporal transformation through measurable indicators | Urban Porosity Matrix (UPM): quadro operativo che collega configurazione spaziale, apertura visiva, interfacce socio-funzionali, permeabilità ecologica e trasformazione temporale attraverso indicatori misurabili. H. Wu

istence and interaction of heterogeneous systems (ecological, infrastructural, social, and temporal), producing urban environments in which the boundaries between natural and artificial become unstable. This instability helps frame the “supernatural” condition explored in this study. The tensions between artificial and natural, or between human and non-human, are central to the discourse of urban porosity in this paper, where spatial flexibility and openness facilitate the dynamics in the urban environment that can evolve in response to shifting societal and ecological needs. Accordingly, urban porosity has already entered the mainstream as a key feature of contemporary global urbanism (Amin and Thrift, 2002), and in the last decade it has become not simply an ideal, but a conceptual approach to the research and design of more dense and resilient urban environments (Enright and Olmstead, 2023; Viganò, 2018; Wolfrum et al., 2018). However, the use of urban porosity in current urban design studies remains largely theoretical and conceptual and works that rigorously explore its social-functional and ecological dimensions are still scarce. Thus, this

and ecological processes. Rather than a fixed blueprint, urban porosity here is a way of seeing and designing cities as living, porous terrains. Urban Porosity: the Metaphor and the Concept The metaphor of porosity has steadily evolved within urban studies as a means to conceptualize the permeability, openness, and dynamic interrelations that characterize urban environments. Although rooted initially in natural sciences and material science to describe the presence and configuration of voids within solid substances, the term has been appropriated in urban discourse to describe how spatial structures facilitate or hinder flows of people (the movements), socio-economic and ecological processes (Secchi and Viganò, 2011)1, and social interactions (Stavrides, 2006) across urban forms. This metaphorical notion underpins critical reflections on how cities balance the dualities of solid and void, fixity and fluidity, and enclosure and openness. The urban metaphor originates with Walter Benjamin and Asja Lacis’s 1925 portrait of Naples2, where porosity expresses the interpenetration of public and private, formal and informal, solid and void and the “law of life” of the city as lived through thresholds, courtyards, arcades, staircases, as well as rituals. Their metaphorical depiction of urban space as porous, associated with transience, openness, and informality, has since become a recurring reference point in architectural and urbanist discourse, where it is often mobilized to challenge the rigid functional separations of modernist planning (Wolfrum et al., 2018). This moved the term from a physical descriptor of material to a social-spatial descriptor of urban life and form. Porosity, in this sense, speaks to the permeable borders, the coexistence of diverse uses, and the potential for spaces to absorb and adapt to temporal and social changes (Stavrides, 2006). For

Spatial flexibility and openness facilitate the dynamics in the urban environment that can evolve in response to shifting societal and ecological needs paper, as a theoretical core of the ongoing research, aims to address these gaps by developing a theoretical and operational framework for understanding porosity in the urban discourse: not merely in terms of simplified indicators such as open space ratio but as a morphological and dynamic spatial condition that mediates between the built environment

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Benjamin and Lacis, porosity is not limited to spatial experience because urban life is not only located in spaces that communicate through passages (“pores”), but life is performed in a tempo that fails to separate acts or events. Their portrayal of Naples as a porous urban fabric has profoundly influenced urban theory, inspiring architects, urbanists, and scholars to examine cities not as static structures but as dynamic, performative environments characterized by overlapping social and spatial realms3. However, it would be a misunderstanding to interpret Benjamin and Lacis’ Naples as either the prototype of a pioneering urban design or as a timeless form of authentic urbanity (Koch, 2018, p. 21). While centered on Naples, their observation and interpretation of porosity was from a Northern Eu-

ability, and the coexistence of difference. The Porous City (Wolfrum et al., 2018) conceives urban space as a network of interconnected voids and passages that facilitate social, ecological, and economic flows. The Soft City (Sim, 2019) emphasizes flexibility, texture, and lived experience over rigid formalism, advocating for cities capable of organically adapting to changing social dynamics. Meanwhile, the Sponge City concept, prominent in contemporary Chinese urban design and planning, materializes porosity in ecological terms: designing infrastructures that absorb, retain, and gradually release rainwater, thereby coupling urban form with hydrological cycles (Yu, 2024). Despite their different focuses including social, spatial, and ecological, these ideas share a rejection of rigid and deterministic urban forms. Together, they construct urban porosity as both a metaphor and an analytical lens that connects the spatial with the social, transforming an abstract notion into a potential methodological framework for urban analysis and design.

The Sponge City concept, prominent in contemporary Chinese urban design and planning, materializes porosity in ecological terms ropean perspective at a specific period of the time during the mid-1920s when “Naples was a popular destination of German revolutionaries, nonconformists, and project maker of all couleur” (Koch, 2018). Thus, porosity should be understood more broadly in relation to contexts such as in Mediterranean cites, the historic cores of Europe and many Eastern urban traditions, where exhibit spatial and social porosity are deeply embedded. In these settings, urban forms support adaptable, multi-functional spaces, and social practices blur rigid boundaries between domestic, commercial, and communal realms. In recent decades, various design concepts have emerged that echo and elaborate on the metaphor of urban porosity. The Open City (Sennett, 2018) envisions urban environments that resist deterministic forms, embracing openness, adapt-

The Potential of Urban Porosity Matrix: the Methodological Tool Contemporary cities confront intertwined ecological, social, and morphological stresses: climate-intensified heat and flooding, fragmented public realms, privatized or gated edges, and redevelopment logics that either over-consolidate or over-disperse the urban fabric. “Porosity” appears in design rhetoric as a cure-word, but the concept rarely offers operational guidance. The core research gap is thus the absence of a measurable, multi-dimensional, and transferable framework that links porosity to design process and to empirically verifiable outcomes. To go beyond a merely metaphor and concept, it requires a bridge between concepts, data, and methods. Consequently, this work intends to build an urban porosity matrix (UPM) from five dimensions: spatial, visual, socio-functional, ecological and temporal (img. 02).

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04. Informal gathering beside the skate area, Parco Dora, Turin | Ritrovo informale accanto all’area skate, Parco Dora, Torino. H. Wu

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05. Street art, Parco Dora, Turin. H. Wu

Reflecting on urban porosity is challenging but highly motivating for two reasons. First, the relevance of this concept in urban design and urban studies remains undeniable (Koch, 2018): the concern of whether porosity is present or absent in cities and territories continues to animate scholarly debate. Second, porosity (the potential of utilizing voids) continues to be a fertile instrument for generating ideas, interpretations, and projects that enrich our understanding and shaping of the city and the territory (Viganò, 2018). The hypothesis of this research is that cities are not uniformly porous; they exhibit patterned, multi-scalar porosities that can be measured, and compared, to better design urban spaces. Making those patterns explicit is not merely an academic exercise; it will equip designers and policymakers with a practical language for negotiating the balance between spatial function, accessibility, perceptual quality, social, and ecological performance. In this paper, the UPM (imgg. 02-03) is applied primarily as an observational framework; indicators are used as interpretive guides. The measurable operationalization (variables–indicators–formula) is presented as a methodological development to be implemented in subsequent work. The case study of the post-industrial site Parco Dora in the following part

was used to refine the matrix in this stage. Taking it as a case study is for three reasons: firstly, it exhibits a clear shift from “closed” to “open” regimes, making porosity changes observable; secondly, its hybrid assemblage of ruins, water, and public programs makes all five porosity dimensions simultaneously legible; and thirdly, it offers accessible documentation and field-based evidence for a preliminary test. By situating the porosity matrix in this context, the study does not merely apply a ready-made tool but refines it through the site itself, treating Parco Dora as a prototype for developing a transferable analytical workflow. Parco Dora: a Multi-dimensional Porous Palimpsest Corboz (1983) frames territory as a stratified artefact shaped by overlapping natural dynamics and human operations, whose traces accumulate and persist over time like a palimpsest. The palimpsest metaphor describes a place where successive layers of construction, demolition, and reuse adaptation overlap and accumulate over time. Earlier spatial orders are partially erased yet remain readable through material fragments, alignments, and toponyms. These characteristics are especially evident in a post-industrial landscape where spatial systems

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formerly structured by industrial production, after deindustrialization, are reconfigured through infrastructural reorganization, ecological succession, and new cultural and recreational projects. Parco Dora is therefore adopted as an observational and analytical ground, not only for its historical context but an active design field where the “leftovers” of heavy industry become interfaces for new ecological and social relations. Parco Dora, a post-industrial site along the Dora River in Turin, Italy, encapsulates the city’s transition from industrial closure to ecological and social reactivation. In the early to mid-twentieth century, the Dora riverfront was an impermeable industrial landscape dominated by sealed grounds of the factories of Fiat and Michelin and railway infrastructures. Following deindustrialization in the 1990s, its large voids and surviving steel relics became the foundation for a regeneration project in the 2000s that reconnected fragmented morphologies through terraces, bridges, and water systems. How porous is Parco Dora? Firstly, in terms of spatial porosity, the site today is dominated by voids, with more than sixty per cent of its surface dedicated to open ground, a sharp contrast to the impermeable industrial condition of the past. The riverbank, industrial relics, and viaduct edges now function as porous membranes rather than barriers, creating thresholds between the park and the surrounding city. A new network of footpaths and bridges connects previously segregated areas across the Dora River, improving both internal circulation and neighbourhood integration. Secondly, in terms of visual porosity, open terraces and lawns provide long sightlines, while the surviving steel structures filter and layer views, producing a lattice-like effect that juxtaposes vegetation, water, and ruins. This interplay of transparency and obstruction results in high visual complexity – what could be described as a “supernatural” landscape in which industrial and ecological signs coexist (img. 01). Thirdly, socio-functional porosity emerges

from the adaptive reuse of industrial relics, which now serve as shelters for concerts, skateboarding, basketball, and street art (img. 05). The park exhibits strong temporal rhythms, accommodating daily practices such as walking and jogging, seasonal festivals, and occasional cultural events, which together generate a porous pattern of occupation (img. 04). Fourthly, ecological porosity is structured around the restoration of the Dora River, which now sustains riparian vegetation and aquatic habitats and links the site to Turin’s broader ecological system. The replacement of sealed asphalt with permeable soils improves infiltration and enhances flood resilience, while spontaneous vegetation colonizing the ruins creates new habitats and ecological niches (img. 06). Finally, temporal porosity is evident in the layering of industrial traces that function as “time-pores”. Ruins preserve the memory of the past while opening themselves to new social and ecological futures. The incomplete and adaptable character of many structures allows continuous reinterpretation, ensuring that the park remains morphologically unfinished and responsive to change.

The palimpsest metaphor describes a place where successive layers of construction, demolition, and reuse adaptation accumulate over time

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Final Reflection The exploration of urban porosity through theoretical reflection and empirical observation at Parco Dora reveals its potential as both a conceptual lens and an operational framework for interpreting the dynamics of urban form. Moving between metaphor and method, this paper demonstrates that urban porosity is not a singular or static condition but a multi-dimensional quality emerging from the continuous interaction of spatial, social, ecological, and temporal processes.

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06. Playground: river “beach” after a summer storm, Parco Dora, Turin | Area giochi: “spiaggia” del fiume dopo un temporale estivo, Parco Dora, Torino. H. Wu

Through the post-industrial palimpsest of Parco Dora, these dimensions become legible showing how voids and ruins of heavy industry can be reworked into interfaces that host new publics, multispecies habitats, and climatic functions. Although the pilot is a post-industrial riverfront, the UPM is intended to be adaptable to other urban contexts by recalibrating indicators and data sources rather than changing the five dimensions. Among these contexts, examples include: (1) historic cores with fine-grained blocks and strong threshold cultures (where spatial and socio-functional porosity may be high but ecological permeability can be low); (2) waterfronts and flood-prone delta territories (where ecological porosity and temporal change are primary drivers); (3) peri-urban fringes and logistics belts (where porosity relates to large parcels, infrastructures, and fragmented access); and (4) contemporary gated developments (where porosity is often selectively controlled). In each context, the same analytical questions remain: what flows are enabled or blocked, through which interfaces, for whom or what species, and across which time scales? The study suggests that porous palimpsests generate liminal conditions through the co-presence of ruins, vegetation, water, infrastructure, incompleteness, new development and public life, which blur boundaries between natural and artificial. As a transferable tool, the UPM supports design process by making explicit which porosities are being pursued, with which indicators and outputs, and with what trade-offs. Future work will strengthen the framework through multi-case comparison and more systematic data collection, so that porosity can operate not only as a compelling narrative but as a robust guide for situated urban regeneration. Ultimately, the reimagined and redefined urban porosity challenges designers and planners to envision cities not as finished artefacts but as adaptive, living systems that remain open to negotiation, transformation, and coexistence between the human and the non-human, the natural and the artificial.*

NOTES 1 – Secchi and Viganò have used the notion of porosity extensively in both research and practice across Europe, including projects in Lecce, Antwerp, and Moscow and their work stands as one of the most prominent and theoretically grounded contemporary articulations of the concept (Enright and Olmstead, 2023). 2 – See, Naples in the English version collection of Benjamin’s writing Reflections: Essays, Aphorisms, Autobiographical Writings (New York: Harcourt, 1979). “As porous as this stone is the architecture. Building and action interpenetrate in the courtyards, arcades, and stairways. In everything they preserve the scope to become a theater of new, unforeseen constellations. The stamp of the definitive is avoided. No situation appears intended forever, no figure asserts its ‘thus and not otherwise’. This is how architecture, the most building part of the communal rhythms, comes into being here: civilized, private, and ordered only in the great hotel and warehouse buildings on the quays […] Porosity results not only from the indolence of the southern artisan, but also, above all, from the passion for improvisation, which demands that space and opportunity be preserved at any price preserved. Buildings are used as a popular stage. They are all divided into innumerable, simultaneously animated theaters. Balconies, courtyard, window, gateway, staircase, roof are at the same stage and boxes” (pp. 165-167). 3 – Benjamin and Lacis’s portrayal of Naples as a “porous” urban fabric has been repeatedly taken up well beyond its original literary context, becoming an inevitable reference in subsequent spatial and urban debates. Their essay Naples is widely cited as the point of departure for “porosity” in built-environment discourse. See, the volume edited by Wolfrum S. et al. (2018). REFERENCES – Alonso de Andrade P., Berghauser Pont M., Amorim L. (2018). Development of a Measure of Permeability between Private and Public Space. In Urban Science, n. 2(3), p. 87. doi.org/10.3390/urbansci2030087 – Amin A., Thrift N. (2002). Cities: Reimagining the Urban. Cambridge: Polity Press. – Arnold C.L., Gibbons C.J. (1996). Impervious Surface Coverage: The Emergence of a Key Environmental Indicator. In Journal of the American Planning Association, n. 62(2), pp. 243-258. doi.org/10.1080/01944369608975688 – Cervero R., Kockelman K. (1997). Travel demand and the 3Ds: Density, diversity, and design. In Transportation research part D: Transport and environment, n. 2, pp. 199-219. doi.org/10.1016/S1361-9209(97)00009-6 – Corboz A. (1983). Le territoire comme palimpseste. In Diogène, 121, pp. 14-35. – Enright T., Olmstead N. (2023). The potential politics of the porous city. In Environment and planning D: Society & Space, n. 41(2), pp. 295-309. doi.org/10.1177/02637758231170635 – Iannillo A., Fasolino I. (2021). Land-Use Mix and Urban Sustainability: Benefits and Indicators Analysis. In Sustainability, n. 13(23), 13460. doi.org/10.3390/su132313460 – Jiao J., Rollo J., Fu B. (2021). The Hidden Characteristics of Land-Use Mix Indices: An Overview and Validity Analysis Based on the Land Use in Melbourne, Australia.In Sustainability, n. 13(4), p. 1898. doi.org/10.3390/su13041898 – Koch M. (2018). News from Naples? An Essay on Conceptual Narratives. In Wolfrum S. (ed.), Porous City: From Metaphor to Urban Agenda. Berlin, Boston: Birkhäuser, pp. 20-25. – Kohn E. (2013). How forests think: toward an anthropology beyond the human. University of California Press. – Latour B. (1984). The powers of association. In The Sociological Review, n. 32(S1), pp. 264-280. doi.org/10.1111/j.1467-954X.1984.tb00115.x – Secchi B., Viganò P. (2011). La ville poreuse : un project por le grand Paris et la métropole de l’après-Kyoto. Genève: Métis presses. – Stavrides S. (2006). Heterotopias and the experience of porous urban space. In Frank K.A., Stevens Q. (eds.), Loose Space: Possibility and Diversity in Urban Life. London: Routledge, pp. 174-192. – Sennett R. (2018). Building and Dwelling: Ethics for the City. London: Penguin Books. – Sim D. (2019). Soft city : building density for everyday life. Washington: Island Press. – Viganò P. (2018). Porosity: Why this figure is still useful. In Sophie Wolfrum (ed.), Porous City: From Metaphor to Urban Agenda. Berlin, Boston: Birkhäuser, pp.50-54. – Wolfrum S. et al. (eds.) (2018). Porous City: From Metaphor to Urban Agenda. Basel: Birkhäuser. – Yu K. (2024). The sponge city. In La Biennale di Venezia : rivista trimestrale dell’Ente della Biennale di arte, cinema, teatro, musica, moda, 1, pp. 58-66.

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Hongye Wu

Palinsesti porosi

I confini tra naturale e artificiale in un paesaggio post-industriale

Tra natura e artificio Richard Sennett (2018) sostiene che la dualità della città possa essere descritta attraverso le parole francesi ville e cité: la prima indica la sua costruzione fisica, mentre la seconda rimanda alla sua esperienza sociale vissuta. Questa dualità evidenzia la necessità che l’ambiente urbano abbracci complessità e adattabilità sia nella sua costruzione materiale sia in quella sociale. Nella progettazione urbana, le città sono concepite come oggetti da progettare e costruire, e sia la dimensione della ville sia quella della cité sono spesso inquadrate entro prospettive antropocentriche che tendono a prevalere sulla natura. Tuttavia, come sostiene Eduardo Kohn (2013) in How Forests Think: Toward an Anthropology Beyond the Human, è possibile comprendere il mondo andando oltre l’umano: gli esseri non umani (animali, piante, foreste ecc.) comunicano e partecipano a loro modo ai processi di significazione, producendo e interpretando segni. In questa prospettiva, Kohn invita a riconoscere la soggettività della natura. Le foreste “pensano” nel senso che sono composte da esseri viventi interagenti e reattivi che interpretano i segni presenti nell’ambiente. Questa radicale riconsiderazione dell’antropologia propone un nuovo modo di comprendere società, mente e vita, includendo i soggetti non umani e invitando a considerare le città non soltanto come habitat umani ma come paesaggi comunicativi multispecie, come “cellule viventi”. Allo stesso modo, nell’ambiente urbano, materiali fisici non viventi come mattoni, pietra, acciaio e cemento, così come esseri viventi non umani quali animali, alberi e fiumi, costituiscono una parte dominante della vita quotidiana e svolgono ruoli significativi nel modellare relazioni e confini (Latour, 1984). In questa prospettiva, il “supernaturale” non è inteso come fantasia ma come una condizione in cui tali confini diventano difficili da stabilizzare, poiché agenzie organiche e inorganiche, e sistemi naturali e artificiali, si incontrano, entrano in conflitto o si fondono continuamente nella vita urbana quotidiana. Ciò risuona con i dibattiti contempora-

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nei sul progetto che descrivono il momento attuale come caratterizzato da intrecci e simbiosi tra processi umani, tecnologici ed ecologici. La porosità urbana rende possibile la coesistenza e l’interazione di sistemi eterogenei (ecologici, infrastrutturali, sociali e temporali), producendo ambienti urbani nei quali i confini tra naturale e artificiale diventano instabili. Questa instabilità contribuisce a definire la condizione “supernaturale” esplorata in questo studio. Le tensioni tra artificiale e naturale, o tra umano e non umano, sono centrali nel discorso sulla porosità urbana sviluppato in questo lavoro, nel quale la flessibilità spaziale e l’apertura favoriscono dinamiche urbane capaci di evolvere in risposta a bisogni sociali ed ecologici mutevoli. In questo senso, la porosità urbana è già mainstream come caratteristica chiave dell’urbanismo globale contemporaneo (Amin e Thrift, 2002) e, nell’ultimo decennio, è divenuta non soltanto un ideale ma anche un approccio concettuale alla ricerca e alla progettazione di ambienti urbani più densi e resilienti (Enright e Olmstead, 2023; Viganò, 2018; Wolfrum et al., 2018). Tuttavia, l’uso della porosità negli studi di progettazione urbana rimane in gran parte teorico e concettuale e sono ancora scarse le ricerche che ne esplorano in modo rigoroso le dimensioni socio-funzionali ed ecologiche. Il presente contributo, come nucleo teorico di una ricerca in corso, mira pertanto a colmare tali lacune sviluppando un quadro teorico e operativo per comprendere la porosità nel discorso urbano: non soltanto in termini di indicatori semplificati come il rapporto di spazio aperto, ma come una condizione morfologica e dinamica dello spazio che media tra ambiente costruito e processi ecologici. Piuttosto che un modello fisso, la porosità urbana viene qui intesa come un modo di osservare e progettare la città come un terreno vivo e poroso. Porosità urbana: la metafora e il concetto La metafora della porosità si è progressivamente sviluppata negli studi urbani come uno strumento per concettualizzare la permea-

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bilità, l’apertura e le relazioni dinamiche che caratterizzano gli ambienti urbani. Sebbene il termine affondi le proprie radici nelle scienze naturali e nella scienza dei materiali, dove descrive la presenza e la configurazione dei vuoti all’interno delle sostanze solide, esso è stato successivamente inglobato nel discorso urbano per descrivere il modo in cui le strutture spaziali facilitano o ostacolano i flussi di persone (movimenti), i processi socioeconomici ed ecologici (Secchi e Viganò, 2011)1 e le interazioni sociali (Stavrides, 2006) all’interno delle forme urbane. Questa nozione metaforica sostiene riflessioni critiche su come le città equilibrino le dualità tra pieno e vuoto, fissità e fluidità, chiusura e apertura. L’origine della metafora urbana si trova nel ritratto di Napoli2 scritto nel 1925 da Walter Benjamin e Asja Lacis, in cui la porosità esprime l’interpenetrazione tra pubblico e privato, tra formale e informale, tra pieno e vuoto, e la “legge della vita” della città vissuta attraverso soglie, cortili, arcate, scale e rituali. La loro rappresentazione metaforica dello spazio urbano come poroso, associato a transitorietà, apertura e informalità, è divenuta da allora un riferimento ricorrente nel discorso architettonico e urbanistico, spesso utilizzato per mettere in discussione le rigide separazioni funzionali della pianificazione modernista (Wolfrum et al., 2018). In questo modo il termine si sposta da una descrizione fisica del materiale a una descrizione socio-spaziale della vita e della forma urbana. In questo senso, la porosità rimanda alla permeabilità dei confini, alla coesistenza di usi diversi e al potenziale degli spazi di assorbire e adattarsi ai cambiamenti temporali e sociali (Stavrides, 2006). Per Benjamin e Lacis, la porosità non riguarda soltanto l’esperienza spaziale: la vita urbana non è semplicemente situata in spazi che comunicano attraverso passaggi (“pori”), ma si svolge secondo un ritmo che rende impossibile separare rigidamente azioni ed eventi. La loro rappresentazione di Napoli come tessuto urbano poroso ha profondamente influenzato la teoria urbana, ispirando archi-


tetti, urbanisti e studiosi a considerare le città non come strutture statiche ma come ambienti dinamici e performativi, caratterizzati dalla sovrapposizione di dimensioni sociali e spaziali3. Tuttavia, sarebbe un errore interpretare la Napoli di Benjamin e Lacis come il prototipo di un modello pionieristico di progettazione urbana o come una forma senza tempo di autenticità urbana (Koch, 2018, p. 21). Sebbene centrata su Napoli, la loro osservazione e interpretazione della porosità deriva da una prospettiva nordeuropea in un periodo storico specifico della metà degli anni Venti, quando “Napoli era una destinazione popolare per rivoluzionari tedeschi, anticonformisti e progettisti di ogni colore” (Koch, 2018). La porosità dovrebbe quindi essere compresa in senso più ampio, in relazione a contesti come le città mediterranee, i centri storici europei e molte tradizioni urbane orientali, nei quali la porosità spaziale e sociale è profondamente radicata. In questi contesti, le forme urbane sostengono spazi adattabili e multifunzionali e le pratiche sociali sfumano i confini rigidi tra ambiti domestici, commerciali e comunitari. Negli ultimi decenni sono emersi diversi concetti progettuali che riecheggiano ed elaborano la metafora della porosità urbana. L’Open City (Sennett, 2018) immagina ambienti urbani che resistono a forme deterministiche, abbracciando apertura, adattabilità e coesistenza della differenza. La Porous City (Wolfrum et al., 2018) concepisce lo spazio urbano come una rete di vuoti e passaggi interconnessi che facilitano flussi sociali, ecologici ed economici. La Soft City (Sim, 2019) enfatizza flessibilità, texture ed esperienza vissuta rispetto a formalismi rigidi, promuovendo città capaci di adattarsi organicamente alle dinamiche sociali in cambiamento. Nel frattempo, il concetto di Sponge City, prominente nella pianificazione urbana contemporanea in Cina, materializza la porosità in termini ecologici progettando infrastrutture capaci di assorbire, trattenere e rilasciare gradualmente l’acqua piovana, mettendo in relazione la forma urbana con i cicli idrologici (Yu, 2024). Nonostante le diverse enfasi – sociali, spaziali o ecologiche – queste idee condividono il rifiuto di forme urbane ri-

gide e deterministiche. Insieme, esse costruiscono la porosità urbana sia come metafora sia come lente analitica che connette dimensioni spaziali e sociali, trasformando una nozione astratta in un potenziale quadro metodologico per l’analisi e il progetto urbano. Il potenziale della Urban Porosity Matrix: lo strumento metodologico Le città contemporanee affrontano pressioni ecologiche, sociali e morfologiche intrecciate: ondate di calore e allagamenti intensificati dal clima, spazi pubblici frammentati, margini privatizzati o recintati, e logiche di riqualificazione che tendono a iper-consolidare o eccessivamente disperdere il tessuto urbano. La “porosità” compare spesso nel linguaggio del progetto come una parola-rimedio, ma raramente offre indicazioni operative. Il principale vuoto di ricerca risiede quindi nell’assenza di un quadro misurabile, multidimensionale e trasferibile che colleghi la porosità al processo progettuale e a risultati empiricamente verificabili. Per andare oltre la semplice metafora o concetto, è necessario costruire un ponte tra concetti, dati e metodi. Di conseguenza, questo lavoro intende sviluppare una Urban Porosity Matrix (UPM) articolata in cinque dimensioni: spaziale, visiva, socio-funzionale, ecologica e temporale. Riflettere sulla porosità urbana è una sfida ma anche una forte motivazione per due ragioni. In primo luogo, la rilevanza di questo concetto negli studi urbani rimane indiscutibile (Koch, 2018): la questione se la porosità sia presente o assente nelle città e nei territori continua ad animare il dibattito scientifico. In secondo luogo, la porosità – intesa come potenziale di utilizzo dei vuoti – continua a essere uno strumento fertile per generare idee, interpretazioni e progetti che arricchiscono la nostra comprensione e la trasformazione della città e del territorio (Viganò, 2018). L’ipotesi di questa ricerca è che le città non siano uniformemente porose; esse presentano porosità strutturate e multi-scalari che possono essere misurate e confrontate per progettare meglio gli spazi urbani. Rendere espliciti questi modelli non è soltanto un esercizio accademico: fornisce a

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progettisti e decisori pubblici un linguaggio operativo per negoziare l’equilibrio tra funzione spaziale, accessibilità, qualità percettiva, dimensione sociale ed ecologica. In questo contributo, la UPM presentata è applicata principalmente come quadro osservativo: gli indicatori sono utilizzati come guide interpretative piuttosto che come metriche calcolate (imgg. 02-03). L’operazionalizzazione misurabile (variabili–indicatori–formula) è proposta come sviluppo metodologico da implementare in lavori successivi. Il caso studio del sito post-industriale di Parco Dora, presentato nella sezione seguente, è stato utilizzato per affinare la matrice in questa fase preliminare. La scelta del sito risponde a tre ragioni: in primo luogo, esso mostra chiaramente il passaggio da regimi “chiusi” a regimi “aperti”, rendendo osservabili i cambiamenti di porosità; in secondo luogo, la sua composizione ibrida di rovine industriali, acqua e programmi pubblici rende simultaneamente leggibili tutte e cinque le dimensioni della porosità; in terzo luogo, offre una documentazione accessibile e prove empiriche utili per un primo test. Collocando la matrice della porosità in questo contesto, lo studio non si limita ad applicare uno strumento predefinito ma lo affina attraverso il sito stesso, trattando Parco Dora come un prototipo per lo sviluppo di un processo analitico trasferibile. Parco Dora: un palinsesto poroso multidimensionale Corboz (1983) descrive il territorio come un artefatto stratificato modellato dalla sovrapposizione di dinamiche naturali e operazioni umane, le cui tracce si accumulano e persistono nel tempo come in un palinsesto. La metafora del palinsesto descrive un luogo in cui strati successivi di costruzione, demolizione e adattamento attraverso il riuso si sovrappongono nel tempo. Gli ordini spaziali precedenti vengono parzialmente cancellati ma rimangono leggibili attraverso frammenti materiali, allineamenti e toponimi. Queste caratteristiche risultano particolarmente evidenti nei paesaggi post-industriali, dove sistemi spaziali un tempo strutturati dalla produzione industriale vengono

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riconfigurati, dopo la deindustrializzazione, attraverso riorganizzazioni infrastrutturali, successioni ecologiche e nuovi progetti culturali e ricreativi. Parco Dora viene pertanto adottato come terreno di osservazione e analisi, non soltanto per il suo contesto storico ma anche come campo attivo di progetto, in cui i “resti” dell’industria pesante diventano interfacce per nuove relazioni ecologiche e sociali. Parco Dora, sito post-industriale situato lungo il fiume Dora a Torino, in Italia, incarna la transizione della città dalla chiusura industriale alla riattivazione ecologica e sociale. Tra l’inizio e la metà del Novecento, il fronte fluviale della Dora costituiva un paesaggio industriale impermeabile dominato dalle superfici sigillate degli stabilimenti Fiat e Michelin e dalle infrastrutture ferroviarie. L’area rappresentava in modo emblematico l’impermeabilità tipica dell’urbanismo industriale del XX secolo. In seguito alla deindustrializzazione degli anni Novanta, i suoi grandi vuoti e i resti delle strutture in acciaio sono diventati la base per un progetto di rigenerazione realizzato negli anni Duemila, che ha riconnesso morfologie frammentate attraverso terrazze, ponti e sistemi idrici. Quanto è poroso Parco Dora? In primo luogo, dal punto di vista della porosità spaziale, il sito è oggi dominato dai vuoti: oltre il sessanta per cento della sua superficie è destinato a spazi aperti, in netto contrasto con la precedente condizione industriale impermeabile. Le rive del fiume, i resti industriali e i margini dei viadotti funzionano ora come membrane porose piuttosto che come barriere, creando soglie tra il parco e la città circostante. Una nuova rete di percorsi pedonali e ponti collega aree precedentemente segregate attraverso il fiume Dora, migliorando sia la circolazione interna sia l’integrazione con i quartieri circostanti. In secondo luogo, per quanto riguarda la porosità visiva, terrazze aperte e prati offrono lunghe linee di vista, mentre le strutture in acciaio sopravvissute filtrano e stratificano le visuali, producendo un effetto reticolare che mette in relazione vegetazione, acqua e rovine. Questa interazione tra trasparenza e ostruzione genera una forte complessità visiva, configurando

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NOTE 1 – Secchi e Viganò hanno utilizzato ampiamente la nozione di porosità sia nella ricerca sia nella pratica progettuale in diversi contesti europei, tra cui progetti a Lecce, Anversa e Mosca; il loro lavoro rappresenta una delle articolazioni contemporanee più rilevanti e teoricamente fondate di questo concetto (Enright e Olmstead, 2023). 2 – Si veda Naples nella raccolta in lingua inglese degli scritti di Benjamin: Benjamin W. (1979). Reflections: Essays, Aphorisms, Autobiographical Writings. New York: Harcourt. “As porous as this stone is the architecture. Building and action interpenetrate in the courtyards, arcades, and stairways. In everything they preserve the scope to become a theater of new, unforeseen constellations. The stamp of the definitive is avoided. No situation appears intended forever, no figure asserts its ‘thus and not otherwise’. This is how architecture, the most building part of the communal rhythms, comes into

being here: civilized, private, and ordered only in the great hotel and warehouse buildings on the quays […] Porosity results not only from the indolence of the southern artisan, but also, above all, from the passion for improvisation, which demands that space and opportunity be preserved at any price preserved. Buildings are used as a popular stage. They are all divided into innumerable, simultaneously animated theaters. Balconies, courtyard, window, gateway, staircase, roof are at the same stage and boxes” (pp. 165-167) 3 – La rappresentazione di Napoli come tessuto urbano “poroso” proposta da Benjamin e Lacis è stata ripresa ripetutamente ben oltre il suo contesto letterario originario, diventando un riferimento quasi inevitabile nei successivi dibattiti sullo spazio e sulla città. Il loro saggio Naples è ampiamente citato come punto di partenza del concetto di “porosità” nel discorso sull’ambiente costruito. Si veda, ad esempio, il volume curato da Wolfrum S. et al. (2018).

quello che potrebbe essere descritto come un paesaggio “soprannaturale”, in cui segni industriali ed ecologici coesistono (img. 01). In terzo luogo, la porosità socio-funzionale emerge dal riuso adattivo delle strutture industriali, che oggi funzionano come ripari e spazi per concerti, skateboard, basket e street art (img. 05). Il parco mostra inoltre ritmi temporali marcati, accogliendo pratiche quotidiane come camminare e correre, festival stagionali ed eventi culturali occasionali, che insieme generano un modello poroso di occupazione dello spazio (img. 04). In quarto luogo, la porosità ecologica è strutturata attorno al recupero del fiume Dora, che oggi sostiene vegetazione ripariale e habitat acquatici e collega il sito al più ampio sistema ecologico torinese. La sostituzione dell’asfalto impermeabile con suoli permeabili migliora l’infiltrazione dell’acqua e rafforza la resilienza alle inondazioni, mentre la vegetazione spontanea che colonizza le rovine crea nuovi habitat e nicchie ecologiche (img. 06). Infine, la porosità temporale è evidente nella stratificazione delle tracce industriali che funzionano come veri e propri “pori temporali”. Le rovine conservano la memoria del passato aprendosi al contempo a nuovi futuri sociali ed ecologici. Il carattere incompleto e adattabile di molte strutture consente continue reinterpretazioni, garantendo che il parco rimanga morfologicamente incompiuto e capace di adattarsi al cambiamento.

vuoti e le rovine dell’industria pesante possano essere reinterpretati come interfacce capaci di ospitare nuovi pubblici, habitat multispecie e funzioni climatiche. Sebbene il caso pilota riguardi un fronte fluviale post-industriale, la UPM è pensata per essere adattabile ad altri contesti urbani ricalibrando indicatori e fonti di dati, senza modificare le cinque dimensioni fondamentali. Tra questi contesti si possono includere: (1) i centri storici caratterizzati da isolati a grana fine e da una forte cultura della soglia (dove la porosità spaziale e socio-funzionale può essere elevata mentre la permeabilità ecologica può risultare limitata); (2) waterfront e territori deltizi soggetti a inondazioni (dove la porosità ecologica e il cambiamento temporale costituiscono i principali fattori determinanti); (3) frange periurbane e corridoi logistici (dove la porosità è legata alla presenza di grandi lotti, infrastrutture e accessi frammentati); e (4) sviluppi residenziali contemporanei recintati (dove la porosità è spesso controllata in modo selettivo). In ciascuno di questi contesti, rimangono valide le stesse domande analitiche: quali flussi sono consentiti o ostacolati, attraverso quali interfacce, per chi o per quali specie, e su quali scale temporali? Lo studio suggerisce che i palinsesti porosi producano condizioni liminali attraverso la compresenza di rovine, vegetazione, acqua, infrastrutture, incompletezza, nuovi sviluppi e vita pubblica, sfumando i confini tra naturale e artificiale. Come strumento trasferibile, la UPM supporta il processo progettuale rendendo esplicite quali porosità si intendono perseguire, con quali indicatori e risultati, e con quali compromessi. Ricerche future rafforzeranno il quadro attraverso confronti tra più casi studio e una raccolta di dati più sistematica, affinché la porosità possa operare non solo come narrazione suggestiva ma come guida solida per processi di rigenerazione urbana situata. In definitiva, la porosità urbana ridefinita invita progettisti e pianificatori a immaginare le città non come artefatti compiuti ma come sistemi adattivi e viventi, aperti alla negoziazione, alla trasformazione e alla coesistenza tra umano e non umano, tra naturale e artificiale.*

Riflessione finale L’esplorazione della porosità urbana attraverso riflessione teorica e osservazione empirica a Parco Dora ne rivela il potenziale sia come lente concettuale sia come quadro operativo per interpretare le dinamiche della forma urbana. Muovendosi tra metafora e metodo, questo contributo dimostra che la porosità urbana non è una condizione singolare o statica, ma una qualità multidimensionale che emerge dall’interazione continua tra processi spaziali, sociali, ecologici e temporali. Attraverso il palinsesto post-industriale di Parco Dora, queste dimensioni diventano leggibili, mostrando come i

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Andrea Conte Artista visivo, PhD in Ingegneria ambientale, Futurecologies srl. info@andreco.org

Maria Cecilia Daniele PhD in Paesaggio e ambiente, Sapienza Università di Roma. mariacecilia.daniele@uniroma1.it

Laura Passatore Ricercatrice presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). laura.passatore@cnr.it

Aule Verdi agroforestali per il benessere psicofisico

01. Erbario collettivo. WS Aule Verdi Tree Room codesign Progressive Park Wez | Collective herbarium. WS Aule Verdi – Tree Room codesign, Progressive Park Wez. C. Daniele, Futurecologies srl

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Favorire servizi ecosistemici nel quartiere di Vigne Nuove a Roma

Agroforestry Tree Rooms for Physical and Mental Well-being Aule Verdi – Tree Rooms (AVTR) are plant-based infrastructures that integrate ecology, art, psychophysical well-being, and social inclusion. In Vigne Nuove (Rome), six AVTRs codesigned with Gen Z citizens and specialists for the Progressive Park represent a model for the regeneration of a vulnerable area through participatory design and the planting of more than four hundred trees and shrubs. Among them, the agroforestry Aula Verde integrates heritage fruit trees, aromatic plants, and a collective kitchen, promoting biodiversity, psychophysical well-being, and local food cycles.The AVTR method employs AI, citizen science, and open source software to assess ecosystem services and well-being, while artistic practice transforms the project into a symbol collectively shared by the community.* Le Aule Verdi – Tree Rooms (AVTR) sono infrastrutture vegetali che uniscono ecologia, arte, benessere psicofisico e inclusione sociale. A Vigne Nuove (Roma), sei AVTR coprogettate con cittadini e cittadine della Gen Z e specialisti e specialiste per il Progressive Park rappresentano un modello di rinascita di un’area vulnerabile, attraverso la coprogettazione e la piantumazione di più di quattrocento alberi e arbusti. Tra queste, l’Aula Verde agroforestale integra alberi da frutto antichi, piante aromatiche e una cucina collettiva, promuovendo biodiversità, benessere psicofisico e cicli alimentari locali. Il metodo AVTR usa IA, citizen science e software open source per valutare servizi ecosistemici e benessere, mentre la pratica artistica trasforma il progetto in un simbolo condiviso dalla comunità.*

KEYWORDS: PRATICHE ARTISTICHE ECOLOGICHE, BENESSERE PSICOFISICO, NBS (SOLUZIONI BASATE SULLA NATURA) | ECOLOGICAL ART PRACTICES, PSYCHOPHYSICAL WELL-BEING, NBS (NATURE-BASED SOLUTION)

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oprogettare un parco attraverso le Aule Verdi Le Aule Verdi – Tree Rooms (AVTR) rappresentano un modello innovativo di infrastruttura verde che integra ecologia, arte e partecipazione sociale. Non sono semplici dispositivi paesaggistici, ma strumenti per la coprogettazione del paesaggio attraverso il coinvolgimento attivo della comunità. Formalmente, si configurano come cerchi concentrici di alberi attorno a uno spazio centrale aperto, creando la percezione di trovarsi in una stanza vegetale (Wiehle et al., 2009; Conte et al., 2024). A livello operativo, le AVTR promuovono la coprogettazione e corealizzazione insieme ai cittadini attraverso pratiche artistiche performative. L’Aula Verde si pone come soluzione basata sulla natura (Nature-Based Solution) per mitigare e adattarsi ai cambiamenti climatici, generando servizi ecosistemici ecologici – come regolazione del microclima e supporto alla biodiversità – e culturali, grazie ai valori simbolici, estetici e comunitari (Conte et al., 2024)1. Il contesto sperimentale in oggetto è un’area verde di circa 3,5 ettari, recintata, ricoperta di rovi, in stato di abbandono e priva di destinazione d’uso, nel quartiere romano di Vigne Nuove, nato negli anni Sessanta nell’ambito della legge 167 per l’edilizia economica e popolare. Segnata dall’isolamento, dalla scarsa biodiversità e dal degrado, l’area ospita il Progressive Park, cuore del progetto europeo We-Z – Emotional Wellbeing of Generation Z, finanziato dalla European Urban Initiative – Innovative Actions del New European Bauhaus (2024–2027) e promosso dal III Municipio di Roma con Università Roma Tre, ASL Roma 1, Futurecologies e altre realtà del terzo settore. Il parco includerà sei Aule Verdi, intese come dispositivi spaziali diffusi e tra loro complementari. Si configurano come radure di diversa dimensione, delimitate da sistemi vegetali (alberi e arbusti), capaci di definire ambiti riconoscibili ma non rigidamente funzionalizzati. Tali spazi favoriscono usi flessibili e informali, accogliendo le pratiche tipiche del parco senza vincoli prescrittivi e promuovendo modalità d’uso libero.

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02. Coprogettazione delle infrastrutture verdi svolto con il metodo Aule Verdi Tree Room per il progressive Park del progetto EUI WE-Z a Vigne Nuove, Roma | Green infrastructure codesign conducted using the Aule Verdi – Tree Room (AVTR) method for the Progressive Park of the EUI WE-Z project in Vigne Nuove, Rome. C. Daniele, Futurecologies srl

Attualmente sono in corso iniziative strutturate di coinvolgimento della popolazione appartenente alla generazione Z, affiancate dall’avvio del cantiere per la realizzazione delle opere infrastrutturali preliminari. Tali interventi risultano propedeutici alla riqualificazione partecipata delle aree oggetto di progetto – in particolare una piazza e un ponte pedonale all’interno del complesso – nonché alla predisposizione dell’area destinata alla realizzazione del parco. Alla base del progetto vi è la convinzione che la natura non sia un semplice serbatoio di risorse, ma un interlocutore attivo e un dispositivo di cura. L’obiettivo è creare spazi flessibili e coabitati, capaci di generare appartenenza e responsabilità ecologica, in un dialogo continuo tra costruito e parco. Il metodo AVTR combina forestazione urbana, citizen science, arte pubblica e coprogettazione partecipata, ispirandosi a paradigmi contemporanei sul rapporto uomoambiente e al superamento del dualismo natura-cultura: il concetto di One Health (Atlas e Maloy, 2014; Brown et al., 2024; Häsler et al., 2025), il design for non-human, le teorie winnicottiane dello spazio potenziale (Rudnytsky, 1993) e le prospettive ecofemministe della cura (Clarke e Haraway,

2022; Tsing et al., 2017). Le Aule Verdi diventano così strumenti per ridefinire le relazioni tra umani e non-umani, aprendo a nuove alleanze ecologiche e sociali. I principali destinatari del progetto sono i ragazzi della generazione Z delle scuole del quartiere, coinvolti come soggetti attivi lungo tutto il processo. Essi rappresentano al contempo la fascia più esposta alle fragilità ambientali e sociali contemporanee e il gruppo più capace di attivare nuove pratiche ecologiche, diventando motore trasformativo del progetto. Ecologia, inclusione e benessere Gli obiettivi del progetto riflettono la complessità e la natura multidimensionale del metodo AVTR, articolandosi su piani ecologici, sociali, culturali ed educativi tra loro strettamente interconnessi. Sul piano ecologico, l’intervento mira a rafforzare la qualità dell’ecosistema urbano attraverso la forestazione: circa quattrocento alberi (oltre trenta specie) e quattrocento arbusti (più di quindici specie) saranno distribuiti nelle sei Aule Verdi. La scelta privilegia varietà autoctone e frutti antichi resilienti al clima mediterraneo, a beneficio di im-

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03. Coprogettazione delle infrastrutture verdi svolto con il metodo Aule Verdi Tree Room per il progressive Park del progetto EUI WE-Z a Vigne Nuove, Roma | Green infrastructure codesign workshop conducted using the Aule Verdi – Tree Room (AVTR) method for the Progressive Park of the EUI WE-Z project in Vigne Nuove, Rome. C. Daniele, Futurecologies srl

pollinatori e fauna urbana, incrementando biodiversità e resilienza (Guidi et al., 2017). Alcune specie pioniere, come il boschetto di robinie, sono state mantenute come archivio ecologico e testimonianza della storia del sito, riconoscendo il valore delle stratificazioni naturali e del selvatico. Dal punto di vista sociale e culturale, il progetto mira a costruire senso di appartenenza e inclusione. Attraverso pratiche di coprogettazione e citizen science, i cittadini diventano coautori del parco, partecipando attivamente alla sua trasformazione e assumendosi una responsabilità condivisa nella cura e nella gestione degli spazi. La selezione delle specie assume una funzione non solo ecologica, ma anche simbolica e culturale: frutti antichi come la mela rosa romana ristabiliscono legami con la memoria del paesaggio, mentre l’erbario collettivo costruisce una memoria ecologica condivisa (imgg. 01, 06). Accanto alla dimensione evocativa, il progetto valorizza il carattere produttivo di alcune specie arboree e arbustive.

L’Aula Verde in questo caso è anche un agro-foresta edibile. Piante da frutto destinate alla raccolta e al consumo diretto o alla trasformazione in conserve e marmellate promuovono pratiche di autoproduzione e convivialità. Altre specie, apprezzate per la qualità del legno, possono sostenere piccole filiere artigianali, contribuendo a un’economia locale circolare e a un ciclo produttivo a chilometro zero.

Alcune specie pioniere, come il boschetto di robinie, sono state mantenute come archivio ecologico e testimonianza della storia del sito

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Infine, il progetto promuove il benessere psicofisico e l’educazione ambientale. In linea con gli studi sulla forest medicine, il contatto diretto con la natura e l’esperienza sensoriale degli ambienti verdi favoriscono la riduzione dello stress, la prevenzione di patologie croniche e il rafforzamento del

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04. Workshop di coprogettazione delle infrastrutture verdi svolto con il metodo Aule Verdi Tree Room per il progressive Park del progetto EUI WE-Z a Vigne Nuove, Roma | Green infrastructure codesign workshop conducted using the Aule Verdi – Tree Room (AVTR) method for the Progressive Park of the EUI WE-Z project in Vigne Nuove, Rome. C. Daniele, Futurecologies srl

benessere emotivo (Li, 2018; Li, 2022). Nel contesto di Vigne Nuove, oltre alla generazione Z, particolare attenzione è rivolta alle categorie più vulnerabili che gravitano attorno al parco – tra cui gli utenti dei servizi sociosanitari di ASL Roma 1 e del centro anziani – affinché lo spazio verde diventi per loro un luogo sicuro, familiare e inclusivo, capace di promuovere integrazione e cura condivisa. Il progetto intende accrescere la consapevolezza ambientale attraverso esperienze concrete che trasformano l’ecologia da concetto astratto a pratica quotidiana di osservazione, cura e relazione con gli altri viventi. Le Aule Verdi si configurano così come spazi di apprendimento collettivo, in cui conoscenza scientifica ed esperienza estetica si intrecciano per contribuire alla formazione di una cittadinanza ecologica attiva e al rafforzamento del legame affettivo tra individui e spazi comuni. Il cantiere della conoscenza condivisa e l’Aula Verde Agroforestale Tra marzo e maggio 2025 i workshop hanno dato avvio al processo di coprogettazione delle sei Aule Verdi (imgg. 02-03).

Studenti, residenti, cooperative sociali e utenti dei servizi della ASL Roma 1, affiancati dai partner di progetto, hanno partecipato a un percorso che alternava momenti teorici e attività pratiche, integrando competenze scientifiche, sociali, educative e artistiche. La presenza di esperti in permacultura e in servizi ecosistemici ha garantito solidità scientifica e applicazioni concrete, mentre le attività creative e sensoriali – dall’assemblaggio di materiali naturali e riciclati alla definizione di spazi ideali – hanno stimolato una riflessione collettiva su bellezza, libertà e inclusione. Dai laboratori sono emerse le esigenze della generazione Z: luoghi per cucinare e mangiare insieme, spazi informali di incontro, aree per il silenzio e la concentrazione, zone sportive e contesti creativi, oltre a uno spontaneo bisogno di bellezza (imgg. 04-05). La selezione delle specie, infatti, pensata per fioriture scalari e per l’attrazione degli impollinatori, risponde a istanze ecologiche ma anche estetiche e culturali. A tal proposito strumenti innovativi come questionari, intelligenza artificiale e software open source permetteranno di monitorare i servizi ecosistemici generati e l’impatto sul benessere psicofisico degli utenti (Conte et al., 2024).

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05. Workshop di coprogettazione delle infrastrutture verdi svolto con il metodo Aule Verdi Tree Room per il progressive Park del progetto EUI WE-Z a Vigne Nuove, Roma | Green infrastructure codesign workshop conducted using the Aule Verdi – Tree Room (AVTR) method for the Progressive Park of the EUI WE-Z project in Vigne Nuove, Rome. A. Conte, Futurecologies srl

Per l’Aula Verde Agroforestale, l’abaco delle specie nasce dall’incontro tra i desideri dei partecipanti e le competenze dei partner. Il primo abaco è stato sistematizzato da Sebastiano De Angelis (Futurecologies srl) e completato con il contributo di mtstudio s.r.l., dando vita a una composizione vegetale ad alto valore simbolico ed ecologico. Accanto alla mela rosa romana, sono presenti Arbutus unedo, Ceratonia siliqua, Sorbus domestica, Punica granatum, Ginkgo biloba e un ruolo speciale è riservato a Sambucus nigra. Completano la composizione Prunus dulcis, Laurus nobilis, piante aromatiche (salvia, rosmarino, melissa) e allium ornamentali, rafforzando la dimensione sensoriale e performativa dell’Aula Verde. La cucina collettiva e i tavoli sociali trasformano l’Aula Verde Agroforestale in un dispositivo di innovazione sociale e gestione partecipata. Il percorso si è sviluppato attraverso un workshop di codesign di tre mesi (emotional assessment e coprogettazione con esperti), che ha prodotto un action plan per le Infrastrutture Verdi e un masterplan preliminare

redatto da Futurecologies. I materiali sono stati poi sviluppati da mtstudio, vincitore della gara per progettazione e direzione lavori, che ha elaborato il Masterplan esecutivo mantenendo le scelte del metodo AVTR e adattandole agli aspetti tecnici. Il cantiere è avviato e il parco è in fase di ultimazione.

Piante da frutto destinate al consumo diretto o alla trasformazione promuovono pratiche di autoproduzione e convivialità

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Ecologie performative e nuove alleanze I risultati attesi del progetto, attualmente in fase di realizzazione, si sviluppano su due-tre interconnessi: ecologico, artistico e socioculturale. Dal punto di vista ambientale, la piantumazione di specie arboree e arbustive diversificate aumenta la complessità

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ecologica del sito, creando nuovi habitat e corridoi per la fauna urbana. Le fioriture scalari e le specie mellifere assicurano risorse continue per gli impollinatori, favorendo resilienza e stabilità dell’ecosistema. La diversità morfologica e fisiologica delle piante contribuisce alla formazione di microclimi e alla mitigazione delle isole di calore, configurando l’intervento non solo come forestazione urbana, ma come infrastruttura ecologica dinamica e adattiva (Conte et al., 2024). Sul piano sociale, la partecipazione della comunità stimola nuove forme di appartenenza ecologica. Studenti e residenti coinvolti nei workshop acquisiscono competenze ambientali e maggiore consapevolezza del quartiere, mentre le realtà del Living Lab di Vigne Nuove partecipano attivamente alla governance condivisa e alla futura manutenzione del parco. La fase di piantumazione sarà accompagnata da una performance pubblica, che trasformerà il gesto agricolo in rito artistico e comunitario. In continuità con esperienze come Climate Art Project e Futurecologies srl (partner e ideatori del format Aule Verdi), questa dimensione performativa enfatizza la cura ecologica come atto culturale condiviso (Wiehle et al., 2009; Conte et al., 2024).

cui crescita, stagionalità e trasformazione diventano parte integrante dell’esperienza collettiva, configurando le Aule Verdi come ecologie performative capaci di attivare nuove alleanze tra comunità umane, specie vegetali e pratiche culturali. Verso un futuro simbiotico Osservare, imitare, ibridare e trasformare la natura per salvaguardare il pianeta significa oltrepassare la tradizionale contrapposizione tra naturale e artificiale. Le AVTR incarnano questa visione e possono essere intese come dispositivi “supernaturali”: ecosistemi ibridi in cui materia organica e inorganica, processi biologici e sistemi tecnologici coesistono in una relazione di reciproca cooperazione. Ci muoviamo in quella che Neri Oxman ha definito “Age of Entanglement” (Oxman, 2016), un’epoca in cui i confini tra scienza, tecnologia e natura si fanno porosi e interdipendenti, e in cui la sfida consiste nell’avanzare verso un possibile “symbiocene”: un’era fondata sulla simbiosi e sulla coesistenza benefica tra specie e sistemi. In questa prospettiva, le AVTR si configurano come piattaforme di ricerca e sperimentazione, dove monitoraggio ambientale, intelligenza artificiale, pratiche artistiche e pratiche comunitarie dialogano per generare nuove relazioni ecologiche e nuovi modelli di interazione. La prospettiva della “supernatura” consente di leggere le AVTR come spazi in cui l’arte assume una funzione critica e generativa. Le pratiche di monitoraggio vegetale e sociale – che intrecciano strumenti scientifici e osservazione partecipata – acquisiscono una dimensione performativa, mostrando come i dati possano trasformarsi in narrazioni ecologiche condivise. L’integrazione tra processi naturali e tecnologie digitali, tra saperi locali e conoscenze scientifiche, dà forma a un paesaggio ibrido in cui la distinzione tra prodotto umano e proces-

La natura non è intesa come elemento dato, ma come sistema progettato e integrato con componenti tecnologiche e sociali Le Aule Verdi possono essere lette come opere di arte ecologica urbana, dove natura e cultura dialogano: il boschetto di robinie preesistente, integrato con nuove specie e frutti antichi, trasforma fragilità ecologiche in opportunità narrative. Ne emerge un’estetica del tempo lungo, in

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06. Erbario collettivo. WS Aule Verdi Tree Room codesign Progressive Park Wez | Collective herbarium. WS Aule Verdi – Tree Room codesign, Progressive Park Wez. D. Cimaglia, Futurecologies srl

so naturale si attenua fino quasi a dissolversi. In questo senso, le Aule Verdi si inseriscono nel dibattito internazionale sul ruolo del design e delle arti nel futuro della biosfera, in sintonia con le riflessioni di Paola Antonelli (Bronzi e Ciarleglio, 2022; Cardone, 2024) e con le più recenti pratiche di arte climatica. Le Aule Verdi e il Progressive Park nel suo insieme possono essere interpretati come laboratori viventi, nei quali l’interazione tra esseri umani, tecnologie e natura mira a rinnovare un’alleanza tra umano e non-umano. Un’alleanza che si costruisce attraverso il recupero della memoria storica, l’attivazione di pratiche virtuose nel presente e l’impiego di competenze scientifiche e tecnologiche orientate al futuro. In questo quadro, la natura non è intesa come elemento dato, ma come sistema progettato e integrato con componenti tecnologiche e sociali. Questi elementi, messi in relazione, aprono uno spazio di sperimentazione capace di affrontare le sfide sociali ed ecologiche degli ambienti contemporanei, sempre più complesse e interconnesse. In quanto dispositivi di “supernature” – intesa come natura progettata e potenziata, non come dimensione soprannaturale – le Aule Verdi contribuiscono così a delineare nuove forme di relazione tra umanità, tecnologia e ambiente, suggerendo un possibile modello per la città del futuro: ibrida, sensibile e simbiotica.*

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NOTE 1 – Negli ultimi anni il metodo delle Aule Verdi-Tree Room come definito è stato applicato nella Riserva Valle dell’Aniene nell’ambito del progetto Flumen (Conte et al., 2024), presso il parco del lago dell’ex Snia a Roma e in Puglia presso Xfarm, agricoltura di prossimità, in Puglia per Art and Community for Enviromental Justice e XLAND (Conte, 2024). REFERENCES – Guidi S. et al. (a cura di) (2017). Frutti dimenticati e biodiversità recuperata. Il germoplasma frutticolo e viticolo delle agricolture tradizionali italiane. Casi studio: Lazio, Abruzzo (online). In ISPRA, Quaderni di Natura e Biodiversità, n. 8. In isprambiente.gov.it/it/ pubblicazioni/quaderni/natura-e-biodiversita/frutti-dimenticati-e-biodiversita-recuperatalazio-abruzzo (ultima consultazione giugno 2026). – Atlas R.M., Maloy S.R. (a cura di) (2014). One Health: People, Animals, and the Environment. Washington, DC: ASM Press, John Wiley e Sons. – Bronzi C., Ciarleglio G. (2022). Contro-nature. Teorie e pratiche di ecologia politica. Roma: DeriveApprodi. – Brown H.L. et al. (2024). One health: a structured review and commentary on trends and themes. In One Health Outlook, vol. 6(17). doi:10.1186/s42522-024-00111-x. – Cardone M. (2024). L’arte come metodo scientifico per salvare il pianeta (online). In Arte. go. In arte.go.it/larte-come-metodo-scientifico-per-salvare-il-pianeta-intervista-ad-andreco/ (ultima consultazione giugno 2026). – Clarke A., Haraway D.J. (2022). Making Kin. Fare parentele, non popolazioni. Roma: DeriveApprodi. – Conte A. et al. (2024). Aula Verde as a link between art and science. In Scientific Reports, 14:2368. doi:10.1038/s41598-024-51611-9. – Conte A. (2024). Come mitigare l’impatto dell’arte sugli ecosistemi? (online). In InsideArt. In insideart.eu/2024/04/22/come-mitigare-limpatto-dellarte-contemporanea-sugliecosistemi/ (ultimo accesso giugno 2026). – Häsler B. et al. (2025). Principles of One Health for a Better Planet. Wallingford: CABI. – Li Q. (2018). Forest Bathing: How Trees Can Help You Find Health and Happiness. London: Penguin Life. – Li Q. (2022). Effects of forest environment (Shinrin-yoku/Forest bathing) on health promotion and disease prevention: the establishment of “Forest Medicine”. In Environmental Health and Preventive Medicine, vol. 27, n. 43. doi: 10.1265/ehpm.22-00160 – Oxman N. (2016). The Age of Entanglement. In Journal of Design and Science, 1. doi.org/10.21428/7e0583ad – Rudnytsky P.L. (a cura di), (1993). Transitional Objects and Potential Spaces. Columbia: Columbia University Press. – Tsing A. et al. (a cura di) (2017). Arts of Living on a Damaged Planet. Minneapolis: University of Minnesota Press.

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Andrea Conte, Maria Cecilia Daniele, Laura Passatore

Agroforestry Tree Rooms for Physical and Mental Well-being Promote Ecosystem Services in the Vigne Nuove Neighborhood of Rome

Codesigning a Park through Aule Verdi – Tree Rooms Aule Verdi – Tree Rooms (AVTR) represent an innovative model of green infrastructure that integrates ecology, art, and social participation. They are not merely landscape devices but instruments for landscape codesign through the active involvement of the community. Formally, they are configured as concentric circles of trees surrounding a central open space, creating the perception of being within a “vegetal room” (Wiehle et al., 2009; Conte et al., 2024). At an operational level, AVTRs promote codesign and corealization alongside citizens through performative artistic practices. The Green Classroom serves as a Nature-Based Solution (NBS) to mitigate and adapt to climate change, generating ecological ecosystem services – such as microclimate regulation and support for biodiversity – as well as cultural services, thanks to symbolic, aesthetic, and community values (Conte et al., 2024)1. The experimental context is a green area of approximately 3.5 hectares, fenced, covered in brambles, abandoned, and currently without a designated use. Located in the Roman neighborhood of Vigne Nuove – established in the 1960s under Law 167 for social housing – the area is marked by isolation, low biodiversity, and degradation. This site hosts Progressive Park, the heart of the European project We-Z – Emotional Wellbeing of Generation Z funded by the European Urban Initiative – Innovative Actions of the New European Bauhaus (2024–2027). It is promoted by the III Municipality of Rome in collaboration with Roma Tre University, ASL Roma 1, Futurecologies, and other third-sector entities. The park will include six Aule Verdi, conceived as diffuse and complementary devices. They are configured as clearings of varying dimensions, delimited by vegetal systems (trees and shrubs), capable of defining recognizable but not rigidly functionalized spaces. These en-

vironments encourage flexible and informal uses, accommodating the typical practices of park life without prescriptive constraints and promoting free modes of use. Currently, structured initiatives involving Generation Z are underway, alongside the opening of the construction site for the realization of the preliminary infrastructural works. These interventions are preparatory to the participatory regeneration of the project areas – in particular a square and a pedestrian bridge within the complex – as well as to the preparation of the area intended for the realization of the park. At the core of the project is the conviction that nature is not a mere reservoir of resources, but an active interlocutor and a “device of care”. The objective is to create flexible, cohabited spaces capable of generating a sense of belonging and ecological responsibility through a continuous dialogue between the built environment and the park. The AVTR method combines urban forestry, citizen science, public art, and participatory codesign, drawing inspiration from contemporary paradigms regarding the human-environment relationship and the overcoming of the nature-culture dualism. These include the concept of “One Health” (Atlas and Maloy, 2014; Brown et al., 2024; Häsler et al., 2025), design for the non-human, Winnicottian theories of potential space (Rudnytsky, 1993), and ecofeminist perspectives of care (Clarke and Haraway, 2022; Tsing et al., 2017). Aule verdi thus become tools to redefine relations between humans and non-humans, opening the door to new ecological and social alliances. The primary targets of the project are the youth of Generation Z from neighborhood schools, involved as active subjects throughout the process. They represent both the demographic most exposed to contemporary environmental and social fragilities and the group most capable of activating new ecological practices, serving as the transformative engine of the project.

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Ecology, Inclusion, and Wellbeing The project’s objectives reflect the complexity and multidimensional nature of the AVTR method, articulating themselves across interconnected ecological, social, cultural, and educational levels. On the ecological level, the intervention aims to strengthen the quality of the urban ecosystem through afforestation: approximately four hundred trees (over thirty species) and four hundred shrubs (more than fifteen species) will be distributed across the six Aule Verdi. The selection prioritizes native varieties and resilient ancient fruits suited to the Mediterranean climate to benefit pollinators and urban fauna while increasing biodiversity and resilience (Guidi et al., 2017). Certain pioneer species, such as the black locust (Robinia pseudoacacia) grove, have been maintained as an ecological archive and a witness to the site’s history, recognizing the value of natural stratifications and the wild. From a social and cultural perspective, the project aims to build a sense of belonging and inclusion. Through participatory codesign and citizen science, residents become coauthors of the park, taking shared responsibility for the care and management of the spaces. The selection of species serves not only an ecological function but also a symbolic and cultural one: ancient fruits, such as the Roman “mela rosa”, restore links with the memory of the landscape, while the collective herbarium builds a shared ecological memory (imgg. 01, 06). Alongside the evocative dimension, the project values the productive character of certain species. In this case, the Green Classroom also functions as an edible agro-forest. Fruit plants intended for direct consumption or transformation promote self-production and social conviviality. Other species, valued for their wood quality, can support small artisanal chains, contributing to a local circular economy. Finally, the project promotes psycho-physical

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wellbeing and environmental education. In line with forest medicine studies, direct contact with nature and the sensory experience of green environments favor stress reduction and strengthen emotional wellbeing (Li, 2018; Li, 2022). In Vigne Nuove, particular attention is given to vulnerable groups, such as users of ASL Roma 1 social-health services and senior centers, ensuring the park is a safe and inclusive place of shared care. The project intends to transform ecology from an abstract concept into a daily practice of observation and relationship with other living beings. Aule Verdi are thus configured as spaces for collective learning, where scientific knowledge and aesthetic experience intertwine to foster active ecological citizenship. The Workshop of Shared Knowledge and the Edible Agroforestry Tree Room Between March and May 2025, workshops initiated the codesign process for the six Aule Verdi-Tree-Rooms (imgg. 02-03). Students, residents, social cooperatives, and ASL Roma 1 users, supported by project partners, participated in a journey alternating theoretical moments with practical activities. The presence of experts in permaculture and ecosystem services ensured scientific solidity, while creative activities stimulated collective reflection on beauty, freedom, and inclusion. The laboratories highlighted the needs of Generation Z: places to cook and eat together, informal meeting spaces, areas for silence and concentration, and creative contexts, in addition to a spontaneous need for beauty (imgg. 04-05). The selection of species, designed for staggered blooming to attract pollinators, responds to both ecological and aesthetic demands. Innovative tools, such as AI and open-source software, will be used to monitor the ecosystem services generated and the impact on user wellbeing (Conte et al., 2024). For the Agroforestry Tree Room, the species list emerged from the meeting of participants’ desires and partners’ expertise. This list was systematized by Sebastiano De Angelis (Futurecologies srl) and completed by mtstudio s.r.l., resulting in a high-value symbolic and ecological composition. Alongside the Roman “mela rosa,” the classroom includes Arbutus unedo, Ceratonia siliqua, Sorbus domestica, Punica granatum, Ginkgo biloba, and Sambucus nigra. The composition is completed by Prunus dulcis, Laurus nobilis, aromatic plants (sage, rosemary, lemon balm), and ornamental Allium. The collective kitchen and social tables transform this classroom into a device for social innovation. The process involved a threemonth codesign workshop, producing an Action Plan for Green Infrastructure and a preliminary masterplan by Futurecologies. These were further developed into an executive Masterplan by mtstudio, which adapted the AVTR method to technical requirements. Construction is currently underway, and the park is nearing completion.

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Performative Ecologies and New Alliances The expected results of the project, currently being realized, develop across three interconnected levels: ecological, artistic, and sociocultural. From an environmental standpoint, planting diversified species increases the site’s ecological complexity and mitigates heat islands. The intervention is configured not just as urban forestry but as a dynamic and adaptive ecological infrastructure (Conte et al., 2024). On a social level, community participation stimulates new forms of ecological belonging. Students and residents involved in the workshops gain environmental skills, while the Living Lab entities participate in shared governance and future maintenance. The planting phase will be accompanied by a public performance, transforming the agricultural act into an artistic and community rite. This emphasizes ecological care as a shared cultural act (Wiehle et al., 2009; Conte et al., 2024). Tree Rooms can be viewed as works of urban ecological art, where nature and culture dialogue. The integration of existing black locust groves with new ancient fruits transforms ecological fragility into narrative opportunities, creating an “aesthetics of long time”. Towards a Symbiotic Future Observing, imitating, hybridizing, and transforming nature to safeguard the planet means moving beyond the traditional opposition between the natural and the artificial. AVTRs embody this vision and can be understood as “supernatural” devices: hybrid ecosystems in which organic and inorganic matter, biological processes, and technological systems coexist in a relationship of mutual cooperation. We are moving into what Neri Oxman defined as the “Age of Entanglement” (Oxman, 2016), an era in which the boundaries between science, technology, and nature become porous and interdependent, and in which the challenge lies in advancing toward a possible “symbiocene”: an age founded on symbiosis and beneficial coexistence among species and systems. In this perspective, AVTRs are configured as platforms for research and experimentation, where environmental monitoring, artificial intelligence, artistic practices, and community practices dialogue to generate new ecological relationships and new interaction models. The “supernature” perspective allows AVTRs to be interpreted as spaces where art assumes a critical and generative function. Practices of vegetal and social monitoring – intertwining scientific tools and participatory observation – acquire a performative dimension, showing how data can be transformed into shared ecological narratives. The integration of natural processes and digital technologies, of local knowledge and scientific expertise, gives shape to a hybrid landscape in which the distinction between human product and natural process becomes blurred almost to the point of dissolving. In this sense, TreeRooms contribute to the international debate

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on the role of design and arts in the future of the biosphere, aligning with the insights of Paola Antonelli (Bronzi and Ciarleglio, 2022; Cardone, 2024) and contemporary climate art practices. Tree Rooms and Progressive Park as a whole can be interpreted as living laboratories, where the interaction between humans, technology, and nature aims to renew an alliance between the human and non-human. This alliance is built through the recovery of historical memory, the activation of virtuous practices in the present, and the application of future-oriented scientific and technological expertise. In this framework, nature is not understood as a given element, but as a designed system integrated with technological and social components. These elements, when brought together, open a space for experimentation capable of addressing the increasingly complex and interconnected social and ecological challenges of contemporary environments. As devices of “supernature” – understood as designed and enhanced nature, not as a supernatural dimension – Green Classrooms thus contribute to defining new forms of relationship between humanity, technology, and the environment, suggesting a possible model for the city of the future: hybrid, sensitive, and symbiotic.* NOTES 1 – In recent years, the Aule Verdi – Tree Room method, as defined, has been applied in the Aniene Valley Reserve as part of the Flumen project (Conte et al., 2024), at the former Snia Lake Park in Rome, and in Puglia at Xfarm – a community-based agriculture initiative – as part of the Art and Community for Environmental Justice and XLAND projects (Conte, 2024).


Clizia Moradei PhD. Ricercatrice in design e docente a contratto di Critical Fashion Practices, Università Iuav di Venezia. cmoradei@iuav.it

Il ruolo ecologico dei corpi d’acqua della moda

01. Scatto di un abito naufragato sulla spiaggia del Lido di Venezia | Shot of a garment shipwrecked on the beach at Venice Lido. C. Moradei

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Un approccio critico e neomaterialista di design per combattere l’impatto idrico The Ecological Role of Fashion’s Water Bodies The article applies the figurative concept underlying the “bodies of water” theorized by Astrida Neimanis to develop a reflection on the relationship between water and fashion through a critical and new materialist design perspective. It proposes a literature review that, starting from the notion of invisible water, progresses to that of the water footprint, with the aim of highlighting the main environmental productionrelated issues that arise at various stages of the textile supply chain, with particular attention to their impact on water resources. To this end, several best practices in the textile industry that adopt such an approach are analyzed, with the intention of outlining strategies capable of integrating production and the environment within a single ecologically cohesive system, situated within the paradigm defined as “supernatural”.* L’articolo applica il concetto figurativo alla base dei “corpi d’acqua” teorizzati da Astrida Neimanis per elaborare una riflessione sul rapporto tra acqua e moda attraverso una prospettiva teorica di design critico e neomaterialista. Esso propone una revisione della letteratura che, partendo dalla nozione di acqua invisibile, arriva a quella di impronta idrica, con l’obiettivo di evidenziare le principali criticità produttive di tipo ambientale che si manifestano nei vari stadi della filiera tessile, con particolare attenzione al loro impatto sulla risorsa idrica. Vengono a questo scopo analizzate alcune buone pratiche dell’industria tessile che adottano un tale orientamento, con l’intento di delineare approcci capaci di integrare produzione e ambiente entro un unico sistema ecologicamente coeso, collocato contestualmente entro il paradigma definito “supernaturale”.*

KEYWORDS: MODA CRITICA, NEOMATERIALISMO, ACQUA | CRITICAL FASHION, NEW MATERIALISM, WATER

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cqua-ntoammonta il problema Nel libro Bodies of Water (2017), Astrida Neimanis invita a concepire i corpi umani – composti per circa il 60% da acqua – e la materia come sistemi acquatici interconnessi. Muovendo da questa prospettiva, e considerando lo stretto rapporto tra corpo e abito inteso come una “seconda pelle”, la moda può essere riletta come pratica intrinsecamente idrica, sollecitando una riflessione su quanta acqua indossiamo e su come essa si relazioni agli ambienti da cui è estratta (img. 01). Questa visione impone pertanto una disamina dell’impatto idrico della filiera tessile: ogni anno il cotone consuma 222 miliardi di m³ d’acqua (3,5% dell’uso agricolo globale) e ne inquina altri 50 (WeAreWater, 2018). Viene da chiedersi: quanta acqua è contenuta, simbolicamente e materialmente, in un paio di jeans? Il denim, tessuto iconico legato a innovazione e migrazioni da e per l’Italia, sebbene abbia tradizionalmente ottenuto il suo caratteristico colore dall’indaco naturale derivato dalla pianta di Guado, è tinto oggi con indaco sintetico, il cui dissolvimento in acqua richiede metalli pesanti nocivi per salute e ambiente. Allo stesso tempo, le sostanze PFAS (ECHA, 2025), impiegate per il 35% del consumo globale per l’impermeabilizzazione e il rinforzamento di tessuti tecnici e non solo, rappresentano un ulteriore pericolo invisibile per le falde acquifere sotterranee e superficiali: persistenti nel tempo, tossiche e in grado di accumularsi nell’organismo umano causando patologie neonatali, possono essere rilasciate durante la produzione, l’uso e i lavaggi (Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, 2024). La loro regolamentazione è al centro delle agende nazionali e internazionali e alcune sostanze sono già bandite in Europa. Le organizzazioni Oxfam e Greenpeace hanno sollevato il difficile rapporto tra acqua e moda attraverso rispettivamente due campagne: l’iniziativa Second Hand September del 2024 contro l’abuso di acqua e Detox my Fashion del 2016 contro l’inquinamento delle acque1 (img. 02). È significativo che quest’ultima ha visto l’adesione di 80 aziende di cui 60 italiane (soprattutto PMI), 32 delle quali nella provincia di Prato (GreenItaly, 2017).

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02. Campagna promozionale Detox my Fashion del 2016 | Advertising campaign Detox my Fashion held in 2016. Greenpeace

I precedenti dati evidenziano l’urgenza di una trasformazione culturale e produttiva del sistema moda, fondata su due imperativi: la protezione e rigenerazione delle risorse naturali e una rinnovata simbiosi tra territorio e filiera. Ciò naturalmente va di pari passo con la più generale necessità di ridurre la mole di produzione dell’industria dell’abbigliamento, rallentando la frenesia della fast fashion. Segnali promettenti emergono dal GFA Monitor 2024, che riporta come il 59% delle aziende intervistate punta a una gestione responsabile dell’acqua lungo tutta la filiera tessile entro il 2040 (Syrett, Lammas e Mocheff, 2024, p. 18). In sintesi, l’eccessivo uso di acqua e di sostanze chimiche nei processi industriali della moda, che entrano inevitabilmente nei cicli vitali, impone un’azione progettuale critica e neomaterialista finalizzata alla costituzione di un sistema ecologico “supernaturale”. Con questo termine si intende un paradigma che non si limita a mitigare l’impatto ambientale, ma che riconfigura in modo integrato le relazioni tra produzione e ambiente, superando la contrapposizione tra naturale e artificiale e promuovendo continuità tra processi tecnologici e cicli biologici, al fine di evitare forme di conflittualità che si traducono in residui ambientali o squilibri tra dimensione tecnica e bioispirata.

L’impronta dell’acqua invisibile Di seguito trovano spazio la revisione della letteratura sul tema e la rielaborazione teorica del rapporto tra acqua e moda, infine sono discusse alcune buone pratiche di interazione dell’industria tessile con le risorse idriche. Il dibattito sull’impatto idrico della moda investe soprattutto il cotone ma anche la lana, eppure le fibre sintetiche non ne sono escluse, come riporta il lavoro sistematico di P. Senthil Kumar e K. Grace Pavithra (2019). Ciononostante, il focus è qui mantenuto esclusivamente sul caso del cotone posto all’interno della peculiare filiera italiana del tessuto denim, scelta motivata sia dall’obiettivo del contributo, sia al fine di affrontare puntualmente ed esaustivamente l’argomento. Per acqua invisibile o “acqua virtuale” si intende la quantità di acqua dolce utilizzata indirettamente per ottenere un alimento o qualsiasi altro bene di consumo – dalla coltivazione, alla produzione, fino alla commercializzazione (Leahy e Tanner, 2022). Acqua virtuale è un concetto introdotto dal geografo John Tony Allan nel 1993 ed è spesso associato al concetto di “impronta idrica” (water footprint), sviluppato da Arjen Y. Hoekstra e Ashok K. Chapagain. I due autori la definiscono come il volume totale di acqua dolce necessario per produrre beni e servizi consumati da un individuo o una comunità,

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in altre parole un parametro di confronto utile per valutarne consumi, flussi e variazioni temporali (Hoekstra e Chapagain, 2008, p. 192). Particolarmente rilevante è l’impronta idrica del cotone, menzionata in precedenza, cui è dedicato l’intero nono capitolo del loro libro. L’impronta idrica si suddivide in tre componenti: blu, volume di acqua estratta da mari, oceani, fiumi, laghi o falde acquifere, per produrre beni e servizi; verde, volume di acqua piovana immagazzinata nel suolo; grigia, calcolata come il volume di acqua necessaria per diluire gli inquinanti in essa presenti affinché la sua qualità rimanga al di sopra degli standard di qualità minimi (Hoekstra e Chapagain, 2008, p. 193). L’impronta idrica della moda si manifesta sostanzialmente in tre fasi: coltivazione, processi industriali, lavaggi domestici. Per quanto riguarda la coltivazione di cotone, la produzione di un paio di jeans richiede in media 3.800 litri d’acqua di cui il 68% nella fase agricola (Levi Strauss & Co., 2015). Il riciclo di fibre e tessuti di cotone costituisce un’alternativa che evita la fase agricola e riduce il consumo idrico: si tratta del cosiddetto cotone rigenerato. Circa i processi industriali, la tintura con indaco richiede grandi volumi d’acqua e genera scarichi contenenti metalli pesanti e coloranti tossici, lo stesso vale per i trattamenti estetici quali stone washing, sabbiatura, ozonizzazione. Infine, i lavaggi domestici sono responsabili per circa il 23% del consumo idrico complessivo nel ciclo di vita di un prodotto quale il jeans (Levi Strauss & Co., 2015). Esempio virtuoso per l’impegno nella riduzione dell’impronta idrica della moda è il caso del marchio Ralph Lauren, che nel 2019 collabora con WWF per ridurre almeno del 20% il consumo idrico in tutte le sue attività entro il 2025.

qui materia viva per indagare i flussi della filiera e le interdipendenze ecologiche della moda. Questo approccio si oppone alla visione riduzionista “dell’acqua moderna” (Linton, 2010) – riassunta nella formula chimica H2O – intesa come una risorsa sfruttabile e separata dall’umano, proponendo invece un modello simbiotico lontano dalla logica estrattiva e utilitaristica in cui l’acqua è coagente nel design tessile. Ne sono esempio i progetti della designer Aliki van der Kruijs Made by Rain (2014) e Spirit from the Sky (2014), la quale include nella fase generativa agenti meteorologici tramite la tecnica che chiama “pluviografia” per testurizzare le superfici tessili (img. 03). Similarmente anche il suo più recente progetto Afterseason (2021), confluito nell’omonima pubblicazione, si configura come una riflessione critico-artistica volta a rimettere in circolo l’inchiostro di scarto dell’industria per la

L’impronta idrica della moda si manifesta sostanzialmente in tre fasi: coltivazione, processi industriali, lavaggi domestici

Da acqua moderna a corpi d’acqua Partendo da Neimanis (2017), si adotta una prospettiva ecocritica fondata sul concetto di “figurazione” alla base dei suoi “corpi d’acqua”: l’acqua non è solo metafora ma diviene

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stampa tessile, che solitamente assume un generico colore nero-viola (img. 04). I suoi lavori richiamano il neomaterialismo a impronta vitalista della filosofa Jane Bennett (2010), che attribuisce una vibranza vitale alla materia inorganica e agli agenti non umani. Essi si collegano anche alla precedente ricerca dell’autrice sull’approccio interspecie al design nel campo della moda, secondo cui l’innovazione sostenibile impone un dialogo simbiotico tra designer umano e supporto tessile organico (Moradei, 2025). L’approccio neomaterialista pone, infatti, al centro della sperimentazione progettuale la materia prima come agente generativo – diretto e indiretto come nel caso dell’acqua – attribuendole autonomia all’interno del paradigma di cocreazione progettuale.

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03. Aliki van der Kruijs, Made by Rain (2014). L. van der Palen

Per collocare tale punto di vista nella genealogia della teoria critica della moda, che unisce studi di moda, filosofia, critica culturale e pratica progettuale, tornano utili le parole di Maria Ben Saad: “When fashion is going through a major crisis for mainly ecological and ethical reasons, perhaps it is no coincidence that the concept of critical fashion is getting more and more attention?” (Ben Saad, 2020, p. 12). Come nel critical design (Dunne e Raby, 2013), l’obiettivo delle pratiche critiche di moda – soprattutto laddove si scontrano con questioni ambientali ed etiche – è decostruire le logiche dominanti del suo sistema dalla progettazione, alla produzione, fino alla commercializzazione, attraverso un approccio speculativo, provocatorio e concettuale (Geczy e Karaminas, 2017). In questo contesto teorico, la relazione sinergica tra acqua e moda si configura come un dispositivo di consapevolezza ambientale, utile a rendere visibile l’impronta idrica del sistema moda e a riconsiderare il ruolo ecologico dei suoi corpi d’acqua. Tale impostazione informa l’approccio analitico adottato, che combina osservazione critica e prospettiva neomaterialista per indagare pratiche progettuali capaci di superare l’individualismo tradizionalmente associato alla moda, ancora centrato sulla figura del designer come autore singolo, attraverso il decentramento dell’umano e il rico-

noscimento dell’agency della materia e degli agenti non umani. L’industria della moda viene così ripensata all’interno di un paradigma supernaturale, in cui natura e artificio partecipano con pari rilevanza ai processi di progettazione e produzione. Moda + Acqua: verso un sistema Supernaturale In questa sezione si illustrano alcune peculiari metodologie adottate da diverse aziende della filiera della moda italiana, accomunate da un approccio critico e neomaterialista e orientate a contrastare le problematiche precedentemente evidenziate legate all’impronta idrica. Il criterio guida per la loro selezione è che tutte si occupano di fasi diverse e complementari della filiera del denim: dalla coltivazione, alla filatura, tessitura e finitura, fino al capo finito. Queste aziende sono, inoltre, tra le più esemplari sul territorio e riconosciute nel loro settore in quanto a strategie adottate per la gestione responsabile dell’acqua. Non da ultimo sono tutte realtà con le quali l’autrice ha avuto modo di interfacciarsi. Le loro pratiche sono definite critiche poiché operano all’interno del sistema moda, ma al contempo se ne distaccano criticamente, opponendosi alle sue logiche industriali dominanti attraverso un’innovazione volta in primo luogo

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04. Aliki van der Kruijs in collaborazione con la designer grafica Dayna Case, Afterseason (2021) | Aliki van der Kruijs in collaboration with graphic designer Dayna Case, Afterseason (2021). A. van der Kruijs

all’implemento delle strategie di sostenibilità e all’auto-riflessione (Geczy e Karaminas, 2017, pp. 1-8). Esse si esprimono, inoltre, nella simbolica rappresentazione dell’industria come entità supernaturale, grazie a un impegno neomaterialista che deriva dal concentrarsi su materialità prevalentemente di origine biologica, sulla salvaguardia della ciclicità delle risorse impiegate nei processi e sulla tangibilità dei risultati ottenuti. L’azienda Levi Strauss & Co. con sede a San Francisco, che nel 1873 inventò i cosiddetti blue jeans, è pioniera del metodo noto come “contextual water targets”, con scadenza nel 2025. L’idea è motivata dalla crescente scarsità d’acqua che incombe sul pianeta e mira a riequilibrarne i flussi, stabilendo obiettivi idrici locali a partire dalla mappatura dei propri stabilimenti, per identificare ogni due anni quelli più soggetti a stress idrico2 (Bloomberg, 2023). Tali obiettivi si sono tradotti in venti tecniche di risparmio idrico, tra cui: riutilizzo e riciclo dell’acqua di scarto generata durante la produzione, come motore di risparmio ambientale ed economico; sostituzione di detersivi con acqua e ozono; sostituzione di ammorbidente mediante l’azione di sfregamento di tappi di bottiglia e palline da golf; realizzazione di finitura stone washed impiegando pietre pomici

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artificiali resistenti per 3.000 lavaggi, al posto della pomice tradizionale resistente per soli tre3 (Bloomberg, 2023). In Italia, ripercorrendo la filiera del cotone con ordine, figura in primo luogo il lavoro del marchio vicentino Gimmi Jeans in merito alla riscoperta di coltivazione e uso della canapa Carmagnola, la cui fibra è da esso impiegata per la produzione di collezioni limitate di jeans. La canapa Carmagnola prende il nome dall’omonima località piemontese in provincia di Torino, dove tale tradizione tessile è documentata dal 1235, con un ruolo importante legato alla produzione di vele per le navi da guerra. Si tratta di una pianta infestante che perciò non richiede pesticidi, ha un impatto idrico più basso del cotone poiché quasi non richiede acqua in fase di coltivazione, ed è coltivata dai proprietari del marchio in un raggio di 30 km da Vicenza (Vitulano, 2025). La scalabilità di questa fibra è limitata dallo scarso numero di piante disponibile sul territorio nazionale, dovuto al preconcetto che a lungo ha pesato sulla diffusione di una cultura e coltura legata alla canapa. Il progetto di Gimmi Jeans, nato in collaborazione con Tessitura Colombina, recupera una tradizione italiana del Seicento connessa alla produzione di vele, dimostrando

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05. ALBINI_next e GPM Innovation per il progetto Vertical Indigo | ALBINI_next and GPM Innovation for the project Vertical Indigo. P. Biava

06. ALBINI_next e Stony Creek Colors per il progetto Grounded Indigo | ALBINI_next and Stony Creek Colors for the project Grounded Indigo. ALBINI_next

non solo un forte interesse per i materiali locali ma anche verso una specifica eredità culturale. Sempre in Veneto si trova l’azienda Tonello che realizza macchinari per tintura, lavaggi e finissaggi di denim, altamente efficienti in termini di riduzione dell’impatto idrico. Similmente, in Piemonte l’azienda chimica Officina39 ha sviluppato alcune tecnologie di finissaggio sostenibili tra cui le principali sono: i processi Oz-One Powder a base di ozono e Aqua Less Aged a base di un composto chimico green, entrambi avvengono in assenza d’acqua e sono finalizzati a un’estetica slavata e usurata; la tintura Smart Bleach applicata mediante nebulizzazione, per sostituire il cloro convenzionale (o permanganato di potassio) e ottenere un effetto sbiancato che risparmia acqua e inquina meno. ALBINI_next è invece l’innovation hub del produttore di filati e tessuti ALBINI Group con base in Lombardia. Quest’ultimo, specializzato in tessuti per camiceria (più diffusamente di colori bianco e celeste), è pertanto particolarmente dedito a studiare alternative tintorie a quelle sintetiche per il colore indaco, le quali, come riportato in apertura, sono fortemente inquinanti.

ALBINI_next insieme al centro italiano GPM Innovation e alla startup americana Stony Creek Colors, ha avviato rispettivamente i progetti Vertical Indigo e Grounded Indigo per ottenere indaco naturale per la tintura di filati4. Il primo progetto prevede la coltivazione aeroponica verticale in serre della pianta Persicaria Tinctoria, che riduce del 95% il consumo d’acqua rispetto alla coltivazione convenzionale ed elimina pesticidi ed erbicidi, con il limite del costo ancora elevato per il mercato (img. 05). Il secondo applica l’indaco naturale certificato USDA BioPreferred™, ottenuto mediante coltivazione rigenerativa della pianta Indigofera Tinctoria5 (imgg. 06, 07). Questa tecnologia è leggermente più economica e ha fatto il suo ingresso nelle collezioni tessili di ALBINI Group, fintanto che la startup non ha interrotto l’attività arrestando la collaborazione. Dalle sperimentazioni e dai processi sopra descritti emergono i corpi d’acqua della moda. Essi sono il risultato di una consapevolezza produttiva orientata a collaborare con l’acqua, anziché sfruttarla in modo puramente utilitaristico. In questa prospettiva, l’acqua non è un semplice elemento aggiunto al processo, ma ne diventa parte costitutiva e linfa vitale, contribuendo a definire un prodotto finale che

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07. ALBINI_next e Stony Creek Colors per il progetto Grounded Indigo, estrazione del pigmento indaco | ALBINI_next and Stony Creek Colors for the project Grounded Indigo, indigo pigment extraction. ALBINI_next

incorpora la storia della risorsa idrica e si relaziona, anche simbolicamente, con il corpo che lo indossa – non diversamente dalle tracce d’acqua che il corpo umano porta con sé fin dalla nascita, nel liquido amniotico. I corpi d’acqua della moda derivano da una relazione in cui il “+”, introdotto nella formula iniziale, non indica una somma algebrica, ma una fusione biotecnica o supernaturale tra sistemi di pensiero e di azione. Le loro qualità non sono immediatamente visibili, ma si manifestano attraverso pratiche produttive e strategie di comunicazione adottate da manifatture e marchi del settore. Rendere visibili l’origine e le qualità “liquide” dei tessuti e dei capi diventa quindi un passaggio cruciale per favorire una maggiore consapevolezza nei consumatori rispetto al valore di questa sinergia ecologica supernaturale, aprendo a ulteriori sviluppi metodologico-progettuali. Conclusioni L’analisi ha mostrato come il sistema moda, osservato attraverso il concetto di corpi d’acqua, sia profondamente intrecciato ai cicli idrici naturali e industriali, rendendo visibile l’acqua come agente attivo nei processi di produzione tessile. In questa prospettiva, l’impatto idrico della moda non riguarda solo il consumo di risorsa, ma la ridefinizione delle relazioni tra materia, corpo e ambiente. Le pratiche e i casi studio presentati evidenziano la presenza di processi già orientati a forme di ibridazione tra sistemi naturali e tecnici, in cui la gestione dell’acqua diventa elemento progettuale centrale. Questo quadro si inserisce coerentemente con la nozione di supernaturale proposta da questo numero della rivista, che invita a superare la distinzione tra naturale e artificiale attraverso pratiche di integrazione e trasformazione dei sistemi radicate sul territorio. In questa direzione, i corpi d’acqua della moda possono essere letti come dispositivi progettuali che rendono esplicite le interdipendenze tra risorse idriche e filiera tessile, contribuendo a ripensare il ruolo del progetto come strumento di relazione e coesistenza tra sistemi ecologici e produttivi.*

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NOTE 1 – Solo in un secondo tempo l’organizzazione Greenpeace ha iniziato a interessarsi dei problemi causati dalla sovrapproduzione della moda. 2 – In base ai dati forniti dall’Aqueduct Water Risk Atlas del World Resources Institute. 3 – Più che ridurre l’impronta idrica, questa soluzione evita l’impatto inquinante di materiali estrattivi come la pietra pomice naturale. 4 – In entrambi i casi si impiegano le foglie essiccate delle piante e si è riscontrata scarsa solidità alla luce del pigmento, una problematica simile a quella che scaturisce anche dalla molecola sintetica di indaco. 5 – Le informazioni sono arricchite dallo scambio svolto in videochiamata e via email con Giorgia Carissimi di ALBINI_next in luglio 2025. REFERENCES – Ben Saad M. (2020). Critical Fashion: Reflections in Theory and Practice. In Critical Fashion Project, pp. 1-12. Stockholm: Beckman’s College of Design. – Bennett J. (2010). Vibrant Matter. A Political Ecology of Things. Durham: Duke University Press. – Bloomberg (2023). Levi’s Looks to Cut Denim’s Water Impact Where it most Counts (online). In The Business of Fashion. In businessoffashion.com/news/sustainability/levis-looks-tocut-denims-water-impact-where-it-most-counts/ (ultima consultazione agosto 2025). – Dunne A., Raby F. (2013). Speculative Everything: Design, Fiction, and Social Dreaming. Cambridge: MIT Press. – ECHA, European Chemicals Agency (2025). Sostanze per- e polifluoroalchiliche (PFAS) (online). In echa.europa.eu/it/hot-topics/perfluoroalkyl-chemicals-pfas (ultima consultazione agosto 2025). – Geczy A., Karaminas V. (2017). Critical Fashion Practice. Londra: Bloomsbury. – GreenItaly (2017). Rapporto 2017 (online). In Symbola. In symbola.net/ricerca/greenitaly2017-una-risposta-alla-cri- si-una-sfida-per-il-futuro/ (ultima consultazione agosto 2025). – Hoekstra A.Y., Chapagain A.K. (2008). Globalization of Water. Sharing the Planet’s Freshwater Resources. Singapore: Blackwell. – Leahy D., Tanner N. (2022). Why it is Critical to See the Hidden Water in Clothing, World Wildlife Fund (online). In worldwildlife.org/blogs/sustainability-works/posts/why-it-iscritical-to-see-the-hidden-water-in-clothing (ultima consultazione agosto 2025). – Levi Strauss & Co. (2015). The Life Cycle of a Jean. Understanding the Environmental Impact of a Pair of Levi’s® 501® Jeans (online). In levistrauss.com/wp-content/ uploads/2015/03/Full-LCA-Results-Deck-FINAL.pdf (ultima consultazione agosto 2025). – Linton, J. (2010). What Is Water? The History of a Modern Abstraction. Vancouver: UBC Press. – Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (2024). PFAS – Inquinamento da sostanze perfluoroalchiliche nelle acque (online). In mase.gov.it/portale/pfas-inquinamentoda-sostanze-perfluoroalchiliche-nelle-acque (ultima consultazione agosto 2025). – Moradei C. (2025). Moda interspecie. Funghi e pratiche di reincanto. Milano: Postmedia Books. – Neimanis A. (2017). Bodies of Water: Posthuman Feminist Phenomenology. Londra-New York: Bloomsbury Academic. – Senthil Kumar P., Grace Pavithra K. (2019). Water and Textiles. In Senthilkannan Muthu S. (a cura di), Water in Textiles and Fashion. Sawston: Woodhead Publishing, pp. 21-40. – Syrett H., Lammas F., Mocheff L. (2024). The GFA Monitor 2024 Update. Global Fashion Agenda. – Vitulano D. (2025). Denim in canapa e cotone organico: il progetto Gimmi Jeans a Vicenza (online). In Lampoon. In lampoonmagazine.com/gimmi-jeans-denim-in-canapa-cotoneorganico-francesco-vantin-vicenza/ (ultima consultazione agosto 2025). – WeAreWater Foundation (2018). The Water Footprint: Water’s Invisible Trade (online). In wearewater.org/en/insights/the-water-footprint-waters-invisible-trade/ (ultima consultazione agosto 2025).

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Clizia Moradei

The Ecological Role of Fashion’s Water Bodies A Critical and New Materialist Design Approach to Combating Water Impact How Much Water does the Problem Amount to In the book Bodies of Water (2017), Astrida Neimanis invites us to conceive human bodies – composed of approximately 60% water – and matter as interconnected aquatic systems. Building on this perspective, and considering the close relationship between body and clothing understood as a “second skin,” fashion could be reinterpreted as an intrinsically water-based practice, prompting reflection on how much water we wear and how it relates to the environments from which it is extracted (img. 01). This view therefore calls for an examination of the water impact of the textile supply chain: every year cotton consumes 222 billion m³ of water (3.5% of global agricultural use) and pollutes a further 50 billion m³ (WeAreWater, 2018). One might ask: how much water is contained, symbolically and materially, in a pair of jeans? Denim, an iconic fabric associated with innovation and migrations to and from Italy, although it traditionally derived its characteristic color from natural indigo obtained from the woad plant, is today dyed with synthetic indigo, whose dissolution in water requires heavy metals that are harmful to both health and the environment. At the same time, PFAS substances (ECHA, 2025), used for 35% of global consumption for waterproofing and reinforcing both technical and non-technical textiles, represent an additional invisible threat to underground and surface water resources: persistent over time, toxic and capable of accumulating in the human body causing neonatal pathologies, they can be released during production, use and washing (Ministry of the Environment and Energy Security, 2024). Their regulation is at the center of national and international agendas, and some substances have already been banned in Europe. The organizations Oxfam and Greenpeace have highlighted the problematic relationship between water and fashion through two respective campaigns: the Second Hand September initiative of 2024 against water abuse and Detox My Fashion of 2016 against water pollution (img. 02)1. It is significant that the latter saw the participation of 80 companies, 60 of which were Italian (mainly SMEs), 32 of them located in the province of Prato (GreenItaly, 2017). The above data highlight the urgency of a cultural and productive transformation of the fashion system, based on two imperatives: the protection and regeneration of natural resources and a renewed symbiosis between the territory and the production chain. This naturally goes hand in hand with the broader need to reduce the overall volume of production in the clothing industry, slowing down the frenzy of fast fashion. Promising signals emerge from the GFA Monitor 2024,

which reports that 59% of the companies surveyed aim to implement responsible water management throughout the textile supply chain by 2040 (Syrett, Lammas and Mocheff, 2024, p. 18). In summary, the excessive use of water and chemical substances in the industrial processes of fashion, which inevitably enter vital cycles, calls for a critical and new materialist design action aimed at the construction of a “supernatural” ecological system. By this term, it is intended a paradigm that does not merely aim to mitigate environmental impact, but rather to reconfigure in an integrated way the relationship between production and environment, overcoming the opposition between the natural and the artificial and fostering continuity between technological processes and biological cycles, so as to prevent forms of conflict that result in environmental residues or imbalances between the technical and bio-inspired dimensions. The Footprint of Invisible Water The following section presents a review of the literature on the topic and a theoretical elaboration of the relationship between water and fashion; it then discusses some best practices of interaction between the textile industry and water resources. The debate on the water impact of fashion primarily concerns cotton and wool, yet synthetic fibers are not excluded, as reported by the systematic work of P. Senthil Kumar and K. Grace Pavithra (2019). Nevertheless, the focus here is maintained exclusively on the case of cotton within the peculiar Italian denim supply chain, a choice motivated both by the objective of this contribution and by the intention to address the topic in a precise and exhaustive manner. Invisible water, or “virtual water”, refers to the amount of freshwater indirectly used to obtain a food product or any other consumer good – from cultivation, to production, to commercialization (Leahy and Tanner, 2022). Virtual water is a concept introduced by geographer John Tony Allan in 1993 and is often associated with the concept of “water footprint”, developed by Arjen Y. Hoekstra and Ashok K. Chapagain. The latter define it as the total volume of freshwater required to produce the goods and services consumed by an individual or a community; in other words, a comparative parameter useful for assessing consumption, flows and temporal variations (Hoekstra and Chapagain, 2008, p. 192). Particularly relevant is the water footprint of cotton, mentioned above, to which the entire ninth chapter of their book is dedicated. The water footprint is divided into three components: blue, the volume of water extracted from seas, oceans, rivers, lakes or aquifers to produce goods and services; green, the volume

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of rainwater stored in the soil; and gray, calculated as the volume of water necessary to dilute pollutants so that water quality remains above minimum quality standards (Hoekstra and Chapagain, 2008, p. 193). The water footprint of fashion essentially manifests in three phases: cultivation, industrial processes and domestic washing. Regarding cotton cultivation, the production of a pair of jeans requires on average 3,800 liters of water, 68% of which is used during the agricultural phase (Levi Strauss & Co., 2015). Recycling cotton fibers and fabrics is an alternative that avoids the agricultural phase and reduces water consumption: this is the so-called regenerated cotton. As for industrial processes, indigo dyeing requires large volumes of water and generates effluents containing heavy metals and toxic dyes; the same applies to aesthetic treatments such as stone washing, sandblasting and ozonization. Lastly, domestic washing accounts for approximately 23% of total water consumption in the life cycle of a product such as jeans (Levi Strauss & Co., 2015). A virtuous example of commitment to reducing the water footprint of fashion is the case of the brand Ralph Lauren, which in 2019 collaborated with WWF to reduce water consumption across all its operations by at least 20% by 2025. From Modern Water to Bodies of Water Starting from Neimanis (2017), an eco-critical perspective is adopted, grounded in the concept of “figuration” underlying her “bodies of water”: water is not merely a metaphor but becomes living matter through which to investigate supply-chain flows and the ecological interdependencies of fashion. This approach opposes the reductionist vision of “modern water” (Linton, 2010) – summarized by the chemical formula H2O – understood as an exploitable resource separated from the human, instead proposing a symbiotic model far removed from extractive and utilitarian logic, in which water becomes a coagent in textile design. Examples include the projects Made by Rain (2014) and Spirit from the Sky (2014) by designer Aliki van der Kruijs, who incorporates meteorological agents into the generative phase through a technique she calls “pluviography”, used to texture textile surfaces (img. 03). Similarly, her more recent project Afterseason (2021), later published in a book under the same title, takes the form of a critical-artistic reflection aimed at repurposing waste ink from the textile printing industry, which usually appears as a generic black-purple color (img. 04). Her works recall the vitalist new materialism of philosopher Jane Bennett (2010), who attributes a vital vibrancy to inorganic matter and non-human agents. They also connect to the author’s previous re-

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search on an interspecies approach to fashion design, according to which sustainable innovation requires a symbiotic dialogue between the human designer and the organic textile substrate (Moradei, 2025). The new materialist approach places raw material at the center of design experimentation as a generative agent – direct and indirect, as in the case of water – granting it autonomy within the codesign paradigm. To situate this perspective within the genealogy of critical fashion theory, which brings together fashion studies, philosophy, cultural criticism and design practice, the words of Maria Ben Saad are key: “When fashion is going through a major crisis for mainly ecological and ethical reasons, perhaps it is no coincidence that the concept of critical fashion is getting more and more attention?” (Ben Saad, 2020, p. 12). As in critical design (Dunne and Raby, 2013), the goal of critical fashion practice – especially where confronting environmental and ethical issues – is to deconstruct the dominant logics of the fashion system, from design to production and commercialization, through a speculative, provocative and conceptual approach (Geczy and Karaminas, 2017). Within this theoretical framework, the synergistic relationship between water and fashion functions as a device for environmental awareness, useful for making the water footprint of the fashion system visible and for reconsidering the ecological role of its bodies of water. This perspective informs the analytical approach adopted here, which combines critical observation with a new materialist lens to investigate design practices capable of overcoming the individualism traditionally associated with fashion, still centered on the figure of the designer as a singular author. Through the decentering of the human and the recognition of the agency of matter and non-human agents, the fashion industry is thus rethought within a supernatural paradigm, in which nature and artifice participate with equal relevance in design and production processes. Fashion + Water = towards a Supernatural System This section illustrates some distinctive methodologies adopted by various companies in the Italian fashion supply chain, all sharing a critical and new materialist approach and oriented towards addressing the water footprint issues outlined above. The guiding criterion for their selection is that they operate at different and complementary stages of the denim supply chain: from cultivation, spinning, weaving and finishing, to the finished garment. These companies are also among the most exemplary in their respective territories and are recognized within their sectors for the strategies they adopt for responsible water management. Lastly, they are all entities with which the author has had direct engagement. Their practices are defined as critical because they operate within the fashion system while simultaneously distancing themselves from it, opposing its dominant industrial logics through innovation aimed primarily at implementing sustainability strategies and fostering self-reflection (Geczy and Karaminas, 2017, pp. 1-8). These are also expressed through the symbolic representation of the industry as a supernatural entity, thanks to a new materialist commitment that stems from a focus on predominantly biologically derived materialities, on safeguarding the cyclicality of resources used in processes, and on the tangibility of the results achieved. Levi Strauss & Co., headquartered in San Francisco and inventor of the so-called blue jeans in

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1873, is a pioneer of the method known as “contextual water targets”, with a deadline set for 2025. The idea is motivated by the growing global water scarcity and aims to rebalance water flows by setting local water targets based on the mapping of company facilities, identifying every two years those most exposed to water stress2 (Bloomberg, 2023). These targets have translated into twenty water-saving techniques, including: reuse and recycling of wastewater generated during production as a driver of environmental and economic savings; replacing detergents with water and ozone; substituting fabric softener through the friction action of bottle caps and golf balls; and achieving stone-washed finishes using artificial pumice stones resistant to 3,000 washes, instead of traditional pumice stones resistant to only three3 (Bloomberg, 2023). In Italy, retracing the cotton supply chain sequentially, the work of the Vicenza-based brand Gimmi Jeans stands out for its rediscovery of the cultivation and use of Carmagnola hemp, whose fiber is employed to produce limited-edition denim collections. Carmagnola hemp takes its name from the homonymous town in Piedmont, in the province of Turin, where this textile tradition has been documented since 1235, playing an important role in the production of sails for warships. This is an infesting plant that therefore requires no pesticides, has a lower water impact than cotton as it requires almost no water during cultivation, and is grown by the brand’s owners within a 30 km radius of Vicenza (Vitulano, 2025). The scalability of this fiber is limited by the small number of plants available nationally, due to longstanding prejudices that have hindered the spread of hemp-related culture and cultivation. Gimmi Jeans’ project, developed in collaboration with Tessitura Colombina, recovers a 17th century Italian tradition connected to sail production, demonstrating not only a strong interest in local materials but also in a specific cultural heritage. Also in Veneto is the company Tonello, which manufactures machinery for denim dyeing, washing and finishing that are highly efficient in reducing water impact. Similarly, in Piedmont the chemical company Officina39 has developed several sustainable finishing technologies, the main ones being: the Oz-One Powder process based on ozone, and the Aqua Less Aged process based on a green chemical compound, both waterless and aimed at achieving a washed and worn aesthetic; and Smart Bleach dyeing applied through nebulization to replace conventional chlorine (or potassium permanganate), achieving a bleached effect while saving water and reducing pollution. ALBINI_next is the innovation hub of the yarn and fabric manufacturer ALBINI Group, based in Lombardy. Specialized in shirt fabrics (more commonly white and light blue), the group is therefore particularly committed to researching alternatives to synthetic dyeing for indigo, which, as noted earlier, is highly polluting. ALBINI_next, together with the Italian center GPM Innovation and the US start-up Stony Creek Colors, respectively launched the Vertical Indigo and Grounded Indigo projects to obtain natural indigo for yarn dyeing4. The first project involves vertical aeroponic cultivation of Persicaria Tinctoria in greenhouses, reducing water consumption by 95% compared to conventional cultivation and eliminating pesticides and herbicides, with the limitation of still high costs for the market (img. 05). The second applies USDA BioPreferred™ certified natural indigo, obtained through regenerative cultiva-

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tion of Indigofera Tinctoria5 (imgg. 06, 07). This technology is slightly more affordable and entered ALBINI Group’s textile collections until the start-up ceased operations, interrupting the collaboration. From the experiments and processes described above emerge the fashion bodies of water. These are the outcome of a production awareness oriented towards collaborating with water rather than exploiting it in purely utilitarian terms. In this perspective, water is not a mere additive element within the process, but becomes a constitutive component and a vital lifeblood, contributing to define a final product that incorporates the history of the water resource and relates, also symbolically, to the body that wears it – not unlike the traces of water that the human body carries from birth, in amniotic fluid. The fashion bodies of water derive from a relationship in which the “+”, introduced in the opening formula, does not indicate an algebraic sum, but a bio-technical or supernatural fusion between systems of thought and action. Their qualities are not immediately visible, but they emerge through production practices and communication strategies adopted by manufacturers and brands in the sector. Making the origin and the “liquid” qualities of textiles and garments visible thus becomes a crucial step in fostering greater consumer awareness of the value of this supernatural ecological synergy, opening up further methodological and design-oriented developments. Conclusions The analysis has shown how the fashion system, when observed through the concept of bodies of water, is deeply intertwined with natural and industrial hydrological cycles, making water visible as an active agent within textile production processes. From this perspective, the water impact of fashion is not limited to resource consumption, but extends to the redefinition of relationships between matter, body, and environment. The practices and case studies presented highlight the presence of processes already oriented towards forms of hybridization between natural and technical systems, in which water management becomes a central design element. This framework aligns with the notion of the supernatural proposed in this issue of the journal, which calls for overcoming the distinction between natural and artificial through practices of system integration and transformation rooted in territorial contexts. In this direction, fashion bodies of water can be interpreted as design devices that make explicit the interdependencies between water resources and the textile supply chain, contributing to a rethinking of the role of design as a tool for relation and coexistence between ecological and productive systems.* NOTES 1 – Only later did the Greenpeace organization begin to take an interest in the problems caused by overproduction in fashion. 2 – Based on data provided by the World Resources Institute’s Aqueduct Water Risk Atlas. 3 – Rather than reducing the water footprint, this solution avoids the polluting impact of extracted materials such as natural pumice stone. 4 – In both cases, dried leaves of the plants are used and the pigment has been found to have poor light fastness, a problem similar to that also arising from the synthetic indigo molecule. 5 – The information is enriched by the exchange carried out via video call and email with Giorgia Carissimi of ALBINI_next in July 2025.


Alice Gasparini Assegnista di ricerca in Urbanistica, Università Iuav di Venezia. agasparini@iuav.it

Lorenzo Fabian Professore ordinario di Urbanistica, Università Iuav di Venezia. lfabian@iuav.it

SuperNord-Est

01. Mappa Nord-Est come Sezione di Valle | North East as Valley Section Map. L. Fabian, A. Gasparini, C. Cangiotti, C. Semenzin, E. Vincenti

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Transetti progettuali e racconti speculativi per il paesaggio fragile

SuperNorth-East SuperNorth-East proposes a reading framework and design approach for Northeastern Italy’s fragile landscapes, combining territorial transects with speculative narratives. It integrates diverse tools and fields of knowledge – cartography, geostatistics, urban planning, and representation – to build knowledge bases and develop operational hypotheses to achieve climate neutrality. The project addresses researchers, designers and public administrations interested in replicable climate adaptation practices. The territory is interpreted as a stratified palimpsest of relationships between nature and the built environment, within a context marked by environmental vulnerabilities and increasing climate-changerelated risks.* SuperNord-Est propone un dispositivo di lettura e progetto per i paesaggi fragili del Nord-Est italiano, combinando transetti territoriali e narrazioni speculative. Integra strumenti e saperi diversi (cartografia, geostatistica, urbanistica, rappresentazione) per costruire basi conoscitive e ipotesi operative verso la neutralità climatica. Il progetto si rivolge a ricercatori, progettisti e amministrazioni interessati a pratiche replicabili di adattamento climatico. Il territorio è letto come palinsesto stratificato di relazioni tra natura e artificio, in un contesto segnato da vulnerabilità ambientali e rischi crescenti legati al cambiamento climatico.*

KEYWORDS: TRANSETTO TERRITORIALE, NEUTRALITÀ CLIMATICA, SCENARI | TERRITORIAL TRANSECT, CLIMATE NEUTRALITY, SCENARIOS

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n nuovo modello cognitivo¹ per il Nord-Est italiano Leggere il territorio significa confrontarsi con una “lunghissima e lentissima stratificazione” (Corboz, 1985, p. 27) di forme, usi e infrastrutture che si sono accumulati nel tempo. In questa prospettiva, il territorio si configura come un vero e proprio palinsesto (ibidem) “sul quale le differenti generazioni hanno lasciato il deposito del loro passaggio” (Secchi, 2005, p. 38): tracce, visibili o sommerse, del rapporto che l’uomo ha stabilito con la natura. Questi aspetti assumono particolare rilevanza nel territorio del Nord-Est italiano, dove natura e artificio si intrecciano senza soluzione di continuità. Un territorio “costruito” storicamente per adattarsi a condizioni ambientali complesse (alluvioni, incendi, frane, valanghe, tempeste, mareggiate), e che oggi si presenta come altamente vulnerabile ai rischi crescenti legati al cambiamento climatico (intrusione del cuneo salino, innalzamento del livello del mare, eventi estremi). Alla luce delle sfide poste dalla transizione verso la neutralità climatica, la ricerca iNEST dello Iuav² si è posta come obiettivo l’elaborazione di un progetto per il territorio del Nord-Est italiano. Progetto che, nella dimensione ibrida di questo territorio, non può essere inteso come semplice riduzione emissiva, bensì come riconfigurazione complessiva di interi cicli trasformativi. Si tratta di una questione che richiede l’adozione di uno sguardo sinottico, capace di connettere i diversi sistemi del territorio – l’acqua, il cibo e l’energia – all’interno di una visione integrata. Ciò implica lo sviluppo di nuovi modelli e strumenti cognitivi e progettuali in grado di mettere in relazione le dimensioni geografiche con le specificità locali, di leggere il suolo insieme alle sue reti, di considerare il sottosuolo e l’atmosfera come componenti interdipendenti di un unico metabolismo territoriale. Questo sguardo ha preso il nome di SuperNord-Est. Note metodologiche³ La ricerca, sviluppata in tre anni, ha rappresentato l’occasione per mettere a sistema un insieme eterogeneo di

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02. Transetto zero, le Sorgenti del Gorgazzo | Transect zero, the Springs of the Gorgazzo river. A. Gasparini, L. Fabian

saperi e strumenti – dalla cartografia alla geostatistica, dalla geometria analitica all’urbanistica – al fine di costruire un modello interpretativo capace di mantenere una visione d’insieme, attraverso le sezioni di valle, e allo stesso tempo di approfondire casi studio locali. Il punto di arrivo di questa metodologia è il transetto territoriale, una forma di rappresentazione con una lunga tradizione e applicazione in diversi ambiti e contesti⁴. In questa ricerca, il transetto si riconfigura come dispositivo di lettura e azione, di attraversamento e visione, capace di restituire una comprensione interscalare per la decarbonizzazione e la rigenerazione ambientale. Il primo strumento introdotto, derivato dalla geometria analitica, è la griglia polare, un supporto che si adatta alla lettura di contesti con simmetrie radiali (De Smith et al., 2018)5, come quello del Nord-Est. A partire dal punto di origine della griglia – posto al centro dell’Alto Adriatico – è stato possibile tracciare fasci di rette e archi di circonfe-

renza concentrici che organizzano il territorio in sequenze ambientali e insediative omogenee. Organizzato a raggiera attorno all’Alto Adriatico, il Nord-Est si struttura secondo questa lente in una sequenza di paesaggi concentrici – costa anfibia, pianure, dorsali pedemontane, montagne – in cui si intrecciano reti ambientali, idriche, energetiche e della mobilità. La struttura razionale e lo sviluppo di queste reti sono il risultato della presenza di caratteristiche di lungo periodo, quelle che Braudel definisce “éléments stables” (Braudel, 1958): fattori geomorfologici, idrologici, climatici e litologici che hanno condizionato nel tempo le modalità dell’abitare, della produzione e dell’adattamento alle pericolosità naturali. Questa operazione evoca direttamente il celebre Tableau Physique di Alexander von Humboldt (Humboldt e Bonpland, 1805), in cui clima, altitudine e vegetazione si dispongono in modo ordinato lungo un profilo verticale. La griglia polare contribuisce inoltre a riconcettualizzare il Nord-Est come un fascio di sezioni di valle in

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grado di rappresentare – su scala ridotta ma significativa – la complessità dell’intera regione6. Per finire, l’ultimo passaggio prevede un avvicinamento dello sguardo, condotto attraverso l’estrazione dalle sezioni di carotaggi significativi di 5x5 km, capaci di mettere in evidenza caratteristiche specifiche ma rappresentative dell’intero territorio7. Si tratta di un metodo di interpolazione di dati derivato dalle scienze geostatistiche che, a partire da punti di campionamento specifici, permette di dedurre le caratteristiche dell’intera area di indagine. Allo stesso modo, i carotaggi prelevati nel Nord-Est permettono di individuare situazioni locali e circoscritte in grado di descrivere lo stato delle reti infrastrutturali, ambientali e insediative dell’intero territorio (img. 01).

altro che la rappresentazione tridimensionale di un carotaggio – permette di cogliere la stratificazione delle trasformazioni avvenute e di correlarle con le trasformazioni future. Le vulnerabilità ambientali infatti – subsidenza, impermeabilizzazione, erosione, discontinuità insediative – emergono come esiti visibili di una lunga storia di trasfor-

I transetti mostrano non solo ciò che è, ma ciò che potrebbe nuovamente accadere

Frammenti di un paesaggio “supernaturale” A partire dall’analisi di area vasta, ogni carotaggio è frammento di un paesaggio “supernaturale”: punto di intersezione tra specificità insediative, condizioni ambientali e attività estrattive, in aree contestualmente esposte a fattori di rischio. A un processo conoscitivo più profondo del territorio, si somma un processo di visione nel quale i carotaggi diventano il punto di partenza per testare gli scenari in elaborazione volti alla neutralità climatica, all’adattamento dei territori fragili e alla rinaturalizzazione del tessuto costruito. La loro selezione risponde a un impianto metodologico volto a isolare situazioni territoriali emblematiche e replicabili, utili alla costruzione di un modello interpretativo estensibile. In questo modo, i carotaggi non sono solo punti di campionamento fini a sé stessi, ma veri e propri progetti pilota: punti pionieri di una vasta trasformazione, perché riconducibili ad altri luoghi con caratteristiche simili. Nel processo di indagine ed elaborazione, le riflessioni muovono dalla dimensione spaziale per culminare nella dimensione temporale: il transetto territoriale – che non è

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mazioni imposte dall’uomo. In questa prospettiva, gli eventi del passato si manifestano come “spettri del futuro/del ripetibile” (Meschiari e Vena, 2020): le coste sommerse prima delle bonifiche idrauliche oggi sono minacciate dall’innalzamento del livello del mare; le monoculture forestali, nate da secoli di sfruttamento, si rivelano fragili sotto l’impatto degli eventi estremi. I transetti, letti come sezioni temporali oltre che spaziali, mostrano non solo ciò che è, ma ciò che potrebbe nuovamente accadere. La discesa di scala è stata gestita attraverso la rappresentazione tridimensionale in assonometria monometrica, che ha trasformato i carotaggi in transetti territoriali. Questa modalità di rappresentazione ha consentito di mettere in relazione, in modo ortogonale8, le fragilità del territorio, lo stato delle reti e le attività umane in superficie con i fenomeni atmosferici e la conformazione del sottosuolo, aspetti già considerati fondamentali da Humboldt, Geddes, e dalla più o meno vasta letteratura che fa esplicito ricorso a questo strumento (img. 02). Geografie del possibile La sintesi delle esplorazioni progettuali condotte lungo i transetti della sezione di valle permette di delineare un progetto territoriale per la transizione ambientale del Nord-Est, alla luce delle sfide poste dalla neutralità climatica9.

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03. Transetti progettuali elaborati dagli studenti del corso di Laboratorio di città e territorio, 2025 | Design trasects produced by students of the City and Territory Laboratory. AA.VV. 03a. Un futuro per la rete delle acque, Portobuffolè, Bassa Pianura Umida | A future for the water network, Portobuffolè, Wet Low Plain. C. Caffin, S. Coan, C. Fusa, E. Gunelli, F. Marangoni 03b. Forma Acquea, Ca’ di Mezzo, Costa Anfibia | Forma Acquea, Ca’ di Mezzo, Amphibious Coastline. L. Ceccato, A. Dalla Bona, L. De Giorgio, J. Foltran, P. Pozzano 03c. Cicatrici, Foscarini, Alta Pianura Asciutta | Scars, Foscarini, Dry High Plain. V. Cecchinato, C. Manno, A. Mattivi, A. Salvador, C. Uccelli 03d. Recycling Water, Bordano, Pedemontana | Recycling Water, Bordano, Foothills. T. De Franceschi, E. Guzzonato, E. Panighel, A. Radicchio 03e. Boschi Invisibili, Sappada, Montagna | Invisible Woods, Sappada, Mountain. N. Bolzicco, S. Cavalli, C. Marzaloni, G. Maurizi, C. Siciliano

A partire dalla fascia della costa adriatica, i casi studio individuati sono Porto Tolle, Ca’ di Mezzo in Veneto, Aquileia e Latisana in Friuli-Venezia Giulia10. Questi carotaggi rappresentano casi emblematici per riflettere sulla storia – passata e futura – dei territori costieri. A partire dalle trasformazioni geologiche, ripercorrendo la formazione della pianura dal trasporto e dalla sedimentazione dei detriti provenienti dallo scioglimento dei ghiacciai alpini, proseguendo con le opere idrauliche dell’età medievale, come la diversione dei fiumi Brenta e Bacchiglione al fine di proteggere la laguna dall’interramento, e infine con le opere di bonifica dei secoli successivi, l’immagine attuale è quella di un territorio estremamente dipendente dal sistema delle idrovore11, caratterizzato dai problemi congiunti di subsidenza, eustatismo e aumento del cuneo salino. Immaginare il futuro di queste aree significa interfacciarsi con i rischi futuri di una nuova sommersione marina, che rappresentano la minaccia di un’involuzione dell’intero processo tra-

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d.

e.

sformativo che le ha rese abitabili e produttive. Le esplorazioni progettuali, volte all’adattamento e alla protezione dei centri urbani, si sono sviluppate a partire dallo studio dei microrilievi, prevedendo una riconversione funzionale dei suoli attraverso l’inserimento di colture alofite, la costruzione di nuovi argini e la conversione delle vie della mobilità da strade a canali navigabili (img. 03b). Le implicazioni climatiche di queste scelte sono strutturali: optare per una progressiva rinaturalizzazione delle aree costiere significa trasformare un territorio energivoro – che richiede continui pompaggi e manutenzioni – in un sistema capace di assorbire carbonio attraverso nuove aree umide. Al contrario, una strategia di sola resistenza consolida una dipendenza energetica permanente. La neutralità climatica, in questo contesto, coincide con un diverso bilanciamento tra acqua, cibo ed energia.

La zona industriale di Padova, assieme a Ponte di Piave e Portobuffolè, rientra nei casi studio della fascia della bassa pianura umida. In questi vasti territori diffusamente urbanizzati, le pericolosità idrauliche e l’isola di calore minacciano gli insediamenti e le attività produttive, caratterizzati

I carotaggi non sono solo punti di campionamento fini a sé stessi, ma veri e propri progetti pilota

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da estese superfici impermeabili, da sempre inadeguate ad accogliere l’acqua e a ospitare le reti vegetali. Le sperimentazioni progettuali hanno immaginato interventi diffusi – tetti verdi, rain gardens, depavimentazioni, bacini di fitodepurazione e parchi di espansione dei fiumi – attraverso i quali raggiungere un nuovo equilibrio idrico e climatico,

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Longarone Longarone

Sappada Sappada

Caldonazzo Caldonazzo

MONTAGNA MONTAGNA

04. Sezione di valle e carotaggi esplorati | Valley Section and explored corings. A. Gasparini

capace di contrastare gli effetti dell’impermeabilizzazione e di restituire a questi luoghi una nuova identità paesaggistica (img. 03a). Il progetto inoltre potrebbe integrare strategie di riduzione diretta dei consumi: diminuire le superfici asfaltate e aumentare la vegetazione significa abbassare le temperature urbane e ridurre il fabbisogno energetico per il raffrescamento; ripensare la mobilità e integrare energie rinnovabili incide sulle emissioni legate agli spostamenti quotidiani e alla produzione elettrica. L’adattamento idrico e la mitigazione climatica diventano così parte di un’unica strategia volta alla neutralità carbonica. Tra la fascia delle risorgive e l’alta pianura asciutta, le aree che sollevano ulteriori riflessioni sono Foscarini, Caldogno e Cordenons. L’alta pianura asciutta è storicamente un’area dove l’acqua scarseggia, a causa dell’elevata permeabilità del suolo. Solo con la costruzione di grandi canali a fondo impermeabile, l’uomo ha potuto stabilirsi in modo permanente, trasformando il paesaggio in un ambiente coltivabile e abitabile. Nel corso del Novecento, questo equilibrio è stato stravolto dall’apertura di ampie cave di ghiaia, scavate per alimentare lo sviluppo

sorbire le trasformazioni del passato e offrire nuove forme di abitabilità e sostenibilità (img. 03c). La riconversione di questi vuoti estrattivi consente oggi di ripensare il ciclo dell’acqua e di limitare l’impatto ambientale delle attività agricole e edilizie. Riutilizzare i materiali presenti in loco riduce il trasporto e l’estrazione di nuove risorse, incidendo direttamente sulle emissioni incorporate nei processi costruttivi. La neutralità climatica, in questo caso, si lega alla trasformazione dei cicli produttivi e alla riduzione dei flussi di materiali. La fascia pedemontana, con Montereale Valcellina, Valdagno e Bordano, è rilevante per la valorizzazione del passato proto-industriale del Nord-Est, che fra il XIX e il XX secolo ha costruito un’importante alleanza geografica tra acqua ed energia, sfruttando il salto di quota. Questi casi studio, proprio a partire dai temi della transizione energetica, possono offrire prospettive progettuali per l’avvio di un nuovo ciclo, capace di valorizzare l’importante lascito di attrezzature legate al welfare e alla produzione industriale del passato (img. 03d). Riattivare e aggiornare le infrastrutture idroelettriche significa produrre energia rinnovabile senza nuovo consumo di suolo; al tempo stesso, una gestione più attenta degli ecosistemi fluviali e dei sedimenti consente di coniugare produzione energetica e tutela ambientale. Infine, Longarone, Sappada e Caldonazzo riportano al centro nuove questioni legate all’abitare nei territori montani. Da una parte, il passato idroelettrico delle valli; dall’altra, i fenomeni estremi come la tempesta Vaia; e ancora, la grande disponibilità di risorse di acqua, cibo ed energia pongono la possibilità di immaginare una nuova centralità per i territori montani. A partire dal secondo dopoguerra, le politiche selvicolturali attuate nelle aree alpine del Nord-Est hanno privilegiato monocolture di abete rosso

Il prefisso “Super-” designa un dispositivo interpretativo e operativo che assume la simultaneità delle stratificazioni e dei tempi come fondamento del progetto territoriale infrastrutturale e urbano del territorio. Queste attività hanno lasciato segni profondi nel territorio, oggi in parte dismessi e in attesa di un nuovo significato. È proprio in questi luoghi che si apre una sfida urgente: ripensare il paesaggio agricolo come spazio resiliente, capace di as-

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coetaneo, rendendo i boschi particolarmente vulnerabili a eventi meteorologici estremi. La tempesta Vaia del 2018 ha colpito duramente questi territori, abbattendo estese superfici boschive. A ciò è seguita l’infestazione da bostrico, insetto xilofago che ha compromesso ulteriormente la stabilità ecologica del sistema forestale12. Questi carotaggi sono stati l’occasione per immaginare un progetto integrato di gestione forestale e valorizzazione della filiera del legno attraverso il ripristino della viabilità forestale, l’adeguamento degli impianti esistenti per il trasporto e la trasformazione del legname, l’introduzione di pratiche di rimboschimento eterogeneo basate sulla selvicoltura naturalistica. La lavorazione del legno si articola in una filiera corta, che prevede il rafforzamento delle segherie locali e degli impianti a biomassa, con produzione di energia termica a basso impatto (img. 03e). Qui la neutralità climatica assume una duplice dimensione: da un lato l’aumento della capacità di assorbimento del carbonio attraverso foreste più resilienti; dall’altro la produzione locale di materiali ed energia che riduce trasporti e dipendenze esterne. SuperNord-Est La complessità che attraversa questi paesaggi fragili è una soglia cognitiva: un’interruzione delle logiche consolidate che impone nuove modalità di osservazione, interpretazione e trasformazione. In questo squilibrio emergono i presupposti per una progettualità transcalare capace di articolare visioni sistemiche e specificità locali. È in tale contesto che si colloca un nuovo possibile sguardo verso il Nord-Est, dove il prefisso “Super-” designa un dispositivo interpretativo e operativo che assume la simultaneità delle stratificazioni e dei tempi come fondamento del progetto territoriale. Il SuperNord-Est non designa un territorio più esteso o potenziato, ma un livello superiore di integrazione metabolica e cognitiva del Nord-Est, reso necessario dalla transizione ecologica. Il prefisso “Super-” indica non solo un superamento scalare, ma un superamento

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Porto Porto Tolle Tolle

Ca’ Ca’ didi Mezzo Mezzo

Latisana Latisana

COSTA ANFIBIA COSTA ANFIBIA

Aquileia Aquileia

Ponte Ponte didi Piave Piave

Portobuffolè Portobuffolè

BASSA PIANURA UMIDA BASSA PIANURA UMIDA

ZIP ZIP

Caldogno Caldogno

FASCIA DELLE RISORGIVE FASCIA DELLE RISORGIVE

Cordenons Cordenons

Foscarini Foscarini

ALTA PIANURA ASCIUTTA ALTA PIANURA ASCIUTTA

Montereale Montereale Valcellina Valcellina

Valdagno Valdagno

Bordano Bordano

PEDEMONTANA PEDEMONTANA

ontologico: il passaggio da un territorio inteso come configurazione morfologica e amministrativa a un territorio concepito come sistema interdipendente di cicli, flussi e trasformazioni. “Super-” segnala dunque l’emergere di un ordine differente, meta-sistemico, che trascende le letture settoriali e istituisce una nuova ontologia del progetto territoriale. Il transetto territoriale si inserisce in questo contesto con due finalità: da una parte riassume lo stato delle reti superficiali a partire da un ventaglio di paesaggi diversi e peculiari, intercettando momenti di interazione tra diversi fattori che rendono il progetto di territorio probabilistico e componibile, secondo una linea altitudinale in grado di ricostruire una sezione di valle tipologica (img. 04); dall’altra permette di mantenere una visione tridimensionale, che associa superficie, sottosuolo e atmosfera come un insieme di fenomeni strettamente interconnessi e determinanti, fondamentali per ricostruire interi cicli di risorse. Il progetto non solo osserva, ma immagina: intreccia rappresentazione e trasformazione, per costruire scenari alternativi in cui la coesistenza tra sistemi viventi e artificiali non sia eccezione, ma condizione necessaria.*

NOTE 1 – In questo contributo, il termine “cognitivo” è utilizzato per indicare la dimensione conoscitiva dell’oggetto di ricerca. Lo studio del territorio, in questo caso, è condotto attraverso un insieme di strumenti interpretativi capaci di produrre conoscenza operativa, capace dunque di orientare l’elaborazione di scenari e progetti complessi, che tengano assieme tutte le variabili geografiche, infrastrutturali, ambientali, storiche, climatiche e politiche. 2 – Lo Spoke 4 – City, Architecture, and Sustainable Design è parte del più ampio progetto iNEST – Interconnected Nord-Est Innovation Ecosystem, una delle 11 reti italiane di ricerca su base territoriale finanziate dal PNRR. Gli ecosistemi sono reti di università statali, enti di ricerca, enti territoriali, che intervengono su aree di specializzazione tecnologica coerenti con le vocazioni del territorio di riferimento in stretta relazione con la Strategia di Specializzazione Intelligente, lo strumento che dal 2014 le regioni e i Paesi membri dell’Unione Europea hanno adottato per individuare obiettivi, priorità, azioni in grado di massimizzare gli effetti degli investimenti in ricerca e innovazione. Tali ecosistemi hanno l’obiettivo di promuovere e rafforzare la collaborazione tra il sistema della ricerca, il sistema produttivo e le istituzioni territoriali, di agevolare il trasferimento tecnologico e accelerare la trasformazione digitale dei processi produttivi delle imprese in un’ottica di sostenibilità economica e ambientale e di impatto sociale sul territorio.

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3 – Questo paragrafo riprende e sviluppa i contenuti originali del saggio pubblicato in Fabian L., Ruggeri D., Marino M. (2025). Progetti pilota per il Nord-Est. In Bertin et al. (a cura di), Verso la neutralità climatica: progettare una transizione sostenibile ed equa: Primo volume dello Spoke 4 Città, Architettura e Design Sostenibile. Conegliano: Anteferma, vol. I, pp. 249-267. 4 – Il transetto territoriale è stato ampiamente teorizzato e applicato in modi diversi nel corso del Novecento. Per Andrés Duany rappresenta un modello astratto di organizzazione del tessuto urbano secondo gradienti di densità, un diagramma che descrive la transizione progressiva dall’area rurale al centro città (Duany, 2002; Duany e Falk, 2020). Per Bernardo Secchi il transetto è uno strumento di analisi ravvicinata delle reti territoriali e delle loro intersezioni, utile anche per sperimentare scenari ed elaborare esplorazioni progettuali (Secchi e Viganò, 2011). In questo contesto il transetto diviene un dispositivo di indagine capace di operare su più fronti e livelli di lettura, mantenendo uno sguardo olistico e un approccio transcalare. 5 – A differenza della tradizionale griglia cartesiana, la griglia polare consente di rappresentare punti nello spazio mediante la distanza dal centro (il raggio) e l’angolo, agevolando così l’analisi di fenomeni distribuiti attorno a un punto focale. 6 – Il riferimento concettuale è alla Valley Section elaborata da Patrick Geddes nel 1909: un modello che astrae la relazione tra natura e attività umane lungo la sezione della valle di un fiume (Fantin, 2023). 7 – Questo approccio trova fondamento in un metodo di indagine appartenente alla geostatistica – il kriging – sviluppato dall’ingegnere minerario sudafricano Daniel Krige nei primi decenni del Novecento (Matheron, 1962). Nell’ambito dell’analisi territoriale è stato precedentemente impiegato nel progetto per il Grand Paris sviluppato dall’equipe di progettisti coordinati da Bernardo Secchi e Paola Viganò (Fabian, 2017, p. 239). 8 – L’assonometria monometrica è una tecnica di rappresentazione in cui le misure dell’oggetto da disporre lungo gli assi cartesiani non sono sottoposte a deformazioni, ma hanno un unico sistema di misurazione per altezza, larghezza e profondità (assi z, x e y). Gli assi x e y formano tra loro un angolo di 90°, perciò le dimensioni e le proporzioni della pianta rimangono invariate. Questo consente di lavorare direttamente su basi cartografiche, rapportando la superficie terrestre al sottosuolo e all’atmosfera attraverso la proiezione in pianta dei fenomeni osservati. 9 – I carotaggi sono stati oggetto di indagine nel Laboratorio di città e territorio del corso di laurea triennale in Architettura dell’a.a. 2024-2025 presso l’Università Iuav di Venezia. Il Laboratorio è stato condotto dai docenti L. Fabian e N. Carestiato, con i collaboratori C. Cangiotti, S. Dissette, A. Gasparini, G. Mantelli, I. Visentin. 10 – Questo paragrafo riprende i contenuti originali del saggio pubblicato in Cangiotti C., Gasparini A., Vincenti E. (2025). Capire per cambiare. I progetti pilota. In Bertin et al. (a cura di), Verso una vision per il Nord-Est. Conegliano: Anteferma, pp. 64-79. 11 – Le idrovore sono impianti di pompaggio che permettono di drenare artificialmente l’acqua dalle terre paludose poste sotto il livello del mare o dei fiumi. Si sono diffuse tra XIX e XX secolo con l’introduzione delle macchine a vapore e poi dell’elettricità, rendendo possibile la bonifica integrale di vaste aree costiere dell’Alto Adriatico, rendendole abitabili e produttive. Gran parte di questi territori sopravvive ancora oggi solo grazie al funzionamento continuo di tali impianti (Consorzio di Bonifica Adige Euganeo, n.d.). 12 – Si fa riferimento al bostrico tipografo dell’abete rosso: un insetto che si nutre di legno utilizzando enzimi che gli permettono di digerire la cellulosa e la lignina. In condizioni normali (fase endemica), questo insetto svolge un ruolo importante all’interno dell’ecosistema forestale perché viene attirato dalle piante deboli o giunte alla fine del loro ciclo vitale, ne smaltisce il legno lasciando spazio alla crescita di nuove piante. A partire dal 2018, si è sviluppata la più ampia popolazione di bostrico tipografo mai osservata sulle Alpi meridionali rappresentando una minaccia per la sopravvivenza della foresta: non si è nutrito solamente degli alberi abbattuti, ma ha attaccato anche quelli sopravvissuti, essendo rimasti indeboliti dalla tempesta Vaia (fase epidemica) (Regione Veneto, 2022).

REFERENCES – Braudel F. (1958). Histoire et Sciences sociales: La longue durée. In Annales. Economies, sociétés, civilisations, 13(4), pp. 725-753. – Cangiotti C., Gasparini A., Vincenti E. (2025). Capire per cambiare. I progetti pilota. In Bertin M., Fabian L., Semenzin C. (a cura di), Verso una vision per il Nord-Est. Conegliano: Anteferma, pp. 64-79. – Consorzio di Bonifica Adige Euganeo (s.d.). Storia - Cenni storici sul Consorzio di Bonifica Adige Euganeo (online). In adigeuganeo.it/il-consorzio/storia/ (ultima consultazione maggio 2026). – Corboz A. (1985). Il territorio come palinsesto. In Casabella, n. 516, pp. 22-27. – De Smith M.J., Goodchild M.F., Longley P.A. (2018). Geospatial analysis: a comprehensive guide to principles, techniques and software tools. United States: Winchelsea Press. – Duany A. (2002). Introduction to the Special Issue: The Transect. In Journal of Urban Design, 7(3), pp. 251-260. – Duany A., Falk B. (a cura di) (2020). Transect Urbanism: Readings in Human Ecology. Novato, CA: ORO Editions. – Fabian L. (2017). La ville poreuse, una metafora radicale. In Renzoni C., Tosi M.C. (a cura di), Bernardo Secchi libri e piani. Roma: Officina Edizioni, pp. 235-244. – Fabian L., Ruggeri D., Marino M. (2025). Progetti pilota per il Nord-Est. In Bertin M. et al. (a cura di), Verso la neutralità climatica: Progettare una transizione sostenibile ed equa. Vol. I – Spoke 4 Città, Architettura e Design Sostenibile. Conegliano: Anteferma, pp. 249-267. – Fantin A. (2023). Indagine sulla Sezione di Valle di Patrick Geddes (online). In air.iuav.it/ handle/11578/335109 (ultima consultazione giugno 2025). – von Humboldt A., Bonpland A. (1805). Essai sur la géographie des plantes, accompagné d’un tableau physique des régions équinoxiales, fondé sur des mesures exécutées, depuis le dixième degré de latitude boréale jusqu’au dixième degré de latitude australe, pendant les années 1799, 1800, 1801, 1802 et 1803. Paris: Levrault & Schoell. – Matheron G. (1962). Traité de géostatistique appliqueé. Parigi: Éditions Technip. – Meschiari M., Vena A. (a cura di) (2020). Tina. Storie della grande estinzione. Milano: Aguaplano. – Regione Veneto (2022). Vaia e Bostrico (online). In idt2.regione.veneto.it/portfolio/vaia-ebostrico/ (ultima consultazione ottobre 2025). – Secchi B. (2005). La città del ventesimo secolo. Bari: AGpress. – Secchi B., Viganò P. (2011). La ville poreuse : Un projet pour le Grand Paris et la métropole de l’après‑Kyoto. Genève: MétisPresses.

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Alice Gasparini, Lorenzo Fabian

SuperNorth-East

Design Transects and Speculative Narratives for the Fragile Landscape

A New Cognitive1 Model for North-Eastern Italy Reading a territory means engaging with a “very long and very slow stratification” [trad.] (Corboz, 1985, p. 27) of forms, uses, and infrastructures that have accumulated over time. From this perspective, the territory emerges as a true palimpsest (ibidem), “upon which different generations have left the deposit of their passage” [trad.] (Secchi, 2005, p. 38): visible or submerged traces of the relationship humans have established with nature. These aspects are particularly significant in North-Eastern Italy, where nature and artifice intertwine seamlessly. This is a territory historically “constructed” to adapt to complex environmental conditions (floods, fires, landslides, avalanches, storms, storm surges), and which today appears highly vulnerable to increasing risks linked to climate change (saltwater intrusion, sea-level rise, extreme events). In light of the challenges posed by the transition to climate neutrality, Iuav’s iNEST research project2 aimed to develop a project for Northeastern Italy. In the hybrid dimension of this territory, such a project should be seen not just as emission reduction, but as a complete reconfiguration of entire transformative cycles. This issue requires adopting a synoptic perspective capable of connecting the different territorial systems – water, food, and energy – within an integrated vision. It implies developing new cognitive and design models and tools that relate geographical dimensions to local specificities, read the soil together with its networks, and consider the subsoil and atmosphere as interdependent components of a single territorial metabolism. This perspective has been named SuperNord-Est. Methodological Notes3 The research, developed over three years, provided an opportunity to systematize a heterogeneous set of knowledge and tools – from cartography to geostatistics, from analytic geometry to urban planning – to construct an interpretative model capable of maintaining an overall vision through valley sections while

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simultaneously deepening local case studies. The outcome of this methodology is the territorial transect, a representational form with a long tradition and application across various fields and contexts4. In this research, the transect is reconfigured as both a device for reading and for action – a means of crossing and envisioning – capable of offering an interscalar understanding for decarbonization and environmental regeneration. The first tool introduced, derived from analytic geometry, is the polar grid, a framework for interpreting contexts with radial symmetry (De Smith et al., 2018)5, such as North-Eastern Italy. Starting from the grid’s origin – located at the center of the Upper Adriatic – bundles of lines and concentric arcs were traced, organizing the territory into homogeneous environmental and settlement sequences. Arranged radially around the Upper Adriatic, the NorthEast appears through this lens as a sequence of concentric landscapes – amphibious coast, plains, foothill ridges, mountains – within which environmental, water, energy, and mobility networks intertwine. The rational structure and development of these networks result from long-term characteristics, which Braudel defines as “éléments stables” (Braudel, 1958): geomorphological, hydrological, climatic, and lithological factors that have shaped patterns of inhabitation, production, and adaptation to natural hazards over time. This operation directly recalls Alexander von Humboldt’s Tableau Physique (Humboldt and Bonpland, 1805), in which climate, altitude, and vegetation are systematically arranged along a vertical profile. The polar grid also reconceptualizes the North-East as a bundle of valley sections that can represent, at a reduced yet meaningful scale, the complexity of the entire region6. The final step involves a closer focus through the extraction of significant 5x5 km “cores” from these sections, highlighting specific yet representative features of the entire territory7. This method, derived from geostatistical data interpolation, allows the characteristics of an entire area to be inferred from specific sampling points. Similarly, the cores identified in

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the North-East reveal local and circumscribed situations that describe the condition of infrastructural, environmental, and settlement networks across the territory (img. 01). Fragments of a “Supernatural” Landscape Based on large-scale analysis, each core represents a fragment of a “supernatural” landscape: a point of intersection between settlement specificities, environmental conditions, and extractive activities, in areas simultaneously exposed to risk factors. A deeper cognitive process of territorial understanding is paired with a visionary process in which the cores serve as starting points for testing scenarios aimed at climate neutrality, adaptation of fragile territories, and renaturalization of the built fabric. Their selection follows a methodological framework designed to isolate emblematic and replicable territorial situations, useful for constructing an extensible interpretative model. In this way, the cores are not merely sampling points but genuine pilot projects: pioneering nodes of broader transformation, transferable to other places with similar characteristics. Throughout the investigative and design process, reflection moves from the spatial dimension to culminate in the temporal one. The territorial transect – essentially the three-dimensional representation of a core – makes it possible to grasp the stratification of past transformations and relate them to future changes. Environmental vulnerabilities – subsidence, soil sealing, erosion, settlement fragmentation – emerge as visible outcomes of a long history of human-induced transformations. From this perspective, past events appear as “specters of the future/of the repeatable” [trad.] (Meschiari and Vena, 2020): coastlines submerged before hydraulic reclamation are now threatened by sea-level rise; forest monocultures born from centuries of exploitation prove fragile under extreme events. Transects, read as temporal as well as spatial sections, reveal not only what exists, but what may occur again. The shift in scale was managed through three-dimensional monometric axonometric representation, transforming cores into terri-


torial transects. This mode of representation makes it possible to relate, orthogonally8, territorial fragilities, the condition of networks, and surface human activities to atmospheric phenomena and subsoil configurations – aspects already considered fundamental by Humboldt, Geddes, and the broader literature employing this tool (img. 02). Geographies of the Possible The synthesis of design explorations conducted along valley-section transects enables the outline of a territorial project for the environmental transition of the North-East in light of climate-neutrality challenges9. Beginning with the Adriatic coastal strip, the selected case studies – Porto Tolle, Ca’ di Mezzo (Veneto), Aquileia, and Latisana (Friuli-Venezia Giulia) – represent emblematic contexts for reflecting on the past and future of coastal territories10. From geological transformations – including the formation of the plain through sedimentation of Alpine glacial debris – to medieval hydraulic works such as the diversion of the Brenta and Bacchiglione rivers to prevent lagoon silting, and later land-reclamation projects, the current condition is that of a territory highly dependent on pumping systems11 and affected by subsidence, eustatic sea-level rise, and saltwater intrusion. Imagining the future of these areas requires confronting the risk of renewed marine submersion – a potential reversal of the transformation processes that made them habitable and productive. Design explorations aimed at adaptation and urban protection developed from the study of micro-topographies, proposing soil reconversion through halophytic crops, new embankments, and the transformation of mobility routes from roads into navigable canals (img. 03b). The climatic implications of these choices are structural: opting for progressive renaturalisation of coastal areas entails transforming an energy-intensive territory – requiring continuous pumping and maintenance – into a system capable of carbon sequestration through new wetlands. Conversely, a strategy based solely

on resistance consolidates permanent energy dependence. In this context, climate neutrality coincides with a different balance among water, food, and energy. The industrial zone of Padua, together with Ponte di Piave and Portobuffolè, belongs to the lower humid plain belt. In these highly urbanized areas, hydraulic hazards and the urban heat island effect threaten settlements and productive activities, characterized by large, impermeable surfaces that have historically been unable to absorb water or support vegetation networks. Design experiments envision distributed interventions – green roofs, rain gardens, depaving, phytoremediation basins, and river expansion parks – to restore hydrological and climatic balance while redefining the landscape identity (img. 03a). The project could also incorporate direct strategies to reduce consumption: decreasing asphalted surfaces and increasing green spaces lowers urban temperatures and cuts energy needs for cooling; rethinking transportation methods and adding renewable energy sources influence emissions related to daily commuting and electricity generation. Hydraulic adaptation and climate mitigation thus become parts of a unified strategy aimed at achieving carbon neutrality. Between the resurgence belt and the upper dry plain, Foscarini, Caldogno, and Cordenons raise further questions. Historically water-scarce due to highly permeable soils, the upper plain became permanently inhabitable only after the construction of impermeable-bottom canals. Twentieth-century gravel quarrying, however, disrupted this balance, leaving deep territorial scars now awaiting new meaning. Here lies an urgent challenge: reimagining the agricultural landscape as a resilient space capable of absorbing past transformations and generating new forms of habitability and sustainability (img. 03c). The reconversion of these extractive voids makes it possible to reconsider the water cycle and to limit the environmental impact of agricultural and construction activities. Reusing locally available materials reduces transport and the

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extraction of new resources, directly affecting the embodied emissions of construction processes. In this context, climate neutrality depends on transforming production cycles and reducing material flows. The foothill belt – Montereale Valcellina, Valdagno, and Bordano – highlights the proto-industrial legacy of the North-East, where between the nineteenth and twentieth centuries water and energy formed a powerful geographical alliance through elevation differences. These case studies, particularly in light of the energy transition, suggest new development cycles capable of reactivating the region’s welfare and industrial infrastructure (img. 03d). Reactivating and upgrading hydroelectric infrastructures means producing renewable energy without additional land consumption; at the same time, more careful management of river ecosystems and sediment flows allows energy production to be reconciled with environmental protection. Finally, Longarone, Sappada, and Caldonazzo foreground new questions concerning mountain inhabitation. The hydroelectric past of the valleys, extreme events such as Storm Vaia, and the abundance of water, food, and energy resources suggest the possibility of renewed centrality for mountain territories. Post-war forestry policies favored even-aged Norway spruce monocultures, rendering forests vulnerable to extreme weather events. Storm Vaia (2018) devastated vast forested areas, followed by bark beetle infestations that further destabilized the ecological system12. These cores offered an opportunity to envision an integrated forest management and timber valorization strategy: restoring forest roads, upgrading transport and processing facilities, and implementing heterogeneous reforestation practices based on close-to-nature silviculture. Wood processing is structured as a short supply chain, strengthening local sawmills and biomass plants for low-impact thermal energy production (img. 03e). Here, climate neutrality assumes a dual dimension: on the one hand, increasing carbon sequestration capacity

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through more resilient forests; on the other, local production of materials and energy that reduces transport-related emissions and external dependencies. SuperNorth-East The complexity traversing these fragile landscapes represents a cognitive threshold: a rupture in consolidated logics that demands new modes of observation, interpretation, and transformation. Within this imbalance lie the conditions for a transcalar design approach capable of articulating systemic visions with local specificities. In this context, a renewed gaze toward the North-East emerges, where the prefix “Super-” designates an interpretative and operational device grounded in the simultaneity of stratifications and temporalities as the foundation of territorial design. “SuperNord-Est” does not denote a larger or expanded territory but reflects a higher level of metabolic and cognitive integration in North-Eastern Italy, driven by the ecological transition. The prefix “Super-” signifies not only a scalar increase but an ontological one: a shift from viewing the territory as a morphological and administrative structure to seeing it as an interconnected system of cycles, flows, and transformations. “Super-” thus indicates the emergence of a different, meta-systemic order that goes beyond sectoral perspectives and establishes a new ontology of territorial design. The territorial transect serves two purposes: first, it synthesizes the condition of surface networks across diverse landscapes, identifying moments of interaction among factors that render territorial design probabilistic and composable along an altitudinal line reconstructing a typological valley section (img. 04); second, it preserves a three-dimensional vision that integrates surface, subsoil, and atmosphere as interconnected phenomena essential to reconstructing entire resource cycles. The project does not merely observe – it imagines. It intertwines representation and transformation to construct alternative scenarios in which coexistence between living and artificial systems is not exceptional, but necessary.*

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NOTES 1 – In this paper, the term “cognitive” is used to indicate the cognitive dimension of the research object. In this case, the study of the territory is conducted through a set of interpretative tools capable of producing operational knowledge, thus guiding the development of complex scenarios and projects that bring together all the geographical, infrastructural, environmental, historical, climatic, and political variables. 2 – Spoke 4 – City, Architecture, and Sustainable Design is part of the broader iNEST project (Interconnected NordEst Innovation Ecosystem), one of the eleven Italian territorial research networks funded under the PNRR. These ecosystems are networks of state universities, research institutions, and territorial authorities, operating in areas of technological specialization aligned with the local territorial vocations and in close connection with the Smart Specialisation Strategy – the framework adopted since 2014 by EU regions and member states to identify objectives, priorities, and actions capable of maximising the impact of research and innovation investments. The goal of these ecosystems is to promote and strengthen collaboration between the research system, the productive sector, and territorial institutions; to facilitate technology transfer; and to accelerate the digital transformation of enterprise production processes, all within a framework of economic and environmental sustainability and social impact on the territory. 3 – This paragraph reprises and develops the original content of the essay published in Fabian L., Ruggeri D., Marino M. (2025). Progetti pilota per il Nord-Est. In Bertin et al. (eds.), Verso la neutralità climatica: progettare una transizione sostenibile ed equa. Vol. I – Spoke 4 Città, Architettura e Design Sostenibile. Conegliano: Anteferma, pp. 249-267. 4 – The territorial transect has been widely theorized and applied in different ways throughout the twentieth century. For Andrés Duany, it represents an abstract model for organizing the urban fabric according to density gradients – a diagram describing the progressive transition from rural areas to the city center (Duany, 2002; Duany and Falk, 2020). For Bernardo Secchi, the transect is a tool for close-range analysis of territorial networks and their intersections, also useful for testing scenarios and developing design explorations (Secchi and Viganò, 2011). In this context, the transect becomes an investigative device capable of operating on multiple fronts and levels of reading, while maintaining a holistic perspective and a trans-scalar approach. 5 – Unlike the traditional Cartesian grid, the polar grid makes it possible to represent points in space through their distance from the center (the radius) and their angle, thereby facilitating the analysis of phenomena distributed around a focal point. 6 – The conceptual reference is the Valley Section developed by Patrick Geddes in 1909, a model that abstracts the

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relationship between nature and human activities along the section of a river valley (Fantin, 2023). 7 – This approach is grounded in an investigative method belonging to geostatistics – kriging – developed by the South African mining engineer Daniel Krige in the early decades of the twentieth century (Matheron, 1962). In the field of territorial analysis, it was previously employed in the project for the Grand Paris developed by the design team coordinated by Bernardo Secchi and Paola Viganò (Fabian, 2017, p. 239). 8 – Monometric axonometry is a representational technique in which the dimensions of the object arranged along the Cartesian axes are not subject to distortion, but instead follow a single measurement system for height, width, and depth (z, x, and y axes). The x and y axes form a 90° angle, so the dimensions and proportions of the plan remain unchanged. This makes it possible to work directly on cartographic bases, relating the earth’s surface to the subsoil and the atmosphere through the plan projection of the observed phenomena. 9 – The cores were investigated within the City and Territory Laboratory of the Bachelor’s Degree Program in Architecture, Academic Year 2024-2025, at Università Iuav di Venezia. The Laboratory was led by L. Fabian and N. Carestiato, with the collaboration of C. Cangiotti, S. Dissette, A. Gasparini, G. Mantelli, and I. Visentin. 10 – This paragraph reprises the original content of the essay published in Cangiotti C., Gasparini A., Vincenti E. (2025). Capire per cambiare. I progetti pilota. In Bertin et al. (eds.), Verso una vision per il Nord-Est. Conegliano: Anteferma, pp. 64-79. 11 – Drainage pumps are pumping systems that artificially drain water from marshy lands below sea level or rivers. They became widespread between the 19th and 20th centuries with the introduction of steam engines and then electricity, enabling the complete reclamation of vast coastal areas of the Upper Adriatic, making them habitable and productive. Much of this land still survives today only thanks to the continuous operation of these plants (Consorzio di Bonifica Adige Euganeo, n.d.). 12 – This refers to the European spruce bark beetle: an insect that feeds on wood, using enzymes that enable it to digest cellulose and lignin. Under normal conditions (endemic phase), this insect plays an important role within the forest ecosystem, as it is attracted to weakened trees or those that have reached the end of their life cycle, decomposing their wood and thereby making space for new growth. Since 2018, the largest population of European spruce bark beetle ever recorded in the Southern Alps has developed, posing a serious threat to forest survival. It has not fed solely on fallen trees, but has also attacked those that remained standing, having been weakened by Storm Vaia (epidemic phase) (Regione Veneto, 2022).


Lorenzo Tinti Architetto, paesaggista, PhD, docente a contratto, DA, Università di Ferrara. tntlnz1@unife.it

Gianni Lobosco Architetto, PhD, ricercatore RTDb, DIST, Politecnico di Torino. gianni.lobosco@polito.it

Luca Emanueli Architetto, PhD, fondatore del centro di ricerca SEALINE. mnllcu@unife.it

Divenire paesaggio

01. Struttura di rinforzo per albero monumentale a Milano, 2024 | Support structure for a monumental tree in Milan, 2024. L. Tinti, G. Lobosco, L. Emanueli

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Il progetto come strategia di negoziazione tra forma e funzione

Becoming Landscape By acknowledging the irreplaceable presence of the human species in the landscape, co-evolution becomes the cornerstone of design experimentation. Practices of maintenance and infrastructural management, often invisible, constantly redefine the evolution of habitats, configuring design intervention as part of a continuous negotiation. From this arises the concept of the “hypernatural landscape”, which transcends the nature/artifice dichotomy and interprets design as intentional interference capable of generating non-definitive forms, open processes, and new cultural presences. The contribution analyzes theoretical and practical experiences in which landscape design translates the tension between form and process into a generative condition, open to continuous reformulations.* Riconoscendo l’irrinunciabile presenza della specie umana nel paesaggio, la co-evoluzione diviene cardine della sperimentazione progettuale. Pratiche di manutenzione e gestione infrastrutturale, spesso invisibili, ridefiniscono costantemente l’evoluzione degli habitat, configurando l’intervento progettuale come parte di una negoziazione continua. Da qui emerge il concetto di “paesaggio ipernaturale”, che supera la dicotomia natura/artificio e interpreta il progetto come interferenza intenzionale, capace di generare forme non definitive, processi aperti e nuove presenze culturali. Il contributo propone esperienze teoriche e pratiche in cui il progetto di paesaggio traduce la tensione tra forma e processo in condizione generativa, aperta a riformulazioni continue.*

KEYWORDS: ARCHITETTURA DEL PAESAGGIO, IPERNATURALE, INTERFERENZA PROCESSUALE | LANDSCAPE ARCHITECTURE, HYPERNATURAL, PROCESSORIENTED INTERFERENCE.

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a artificiale a ipernaturale La condizione contemporanea del paesaggio, inteso come ambito fisico, culturale e di progetto, rende impossibile sostenere la tradizionale opposizione tra natura e artificio, o più in generale tra natura e cultura (Latour, 1991). Ogni paesaggio porta con sé stratificazioni di pratiche antropiche e dinamiche ecologiche spontanee, che si intrecciano senza soluzione di continuità. Non esiste più un altrove incontaminato, separato dal mondo delle trasformazioni culturali e tecniche: la foresta amazzonica frammentata da piste di esbosco e vie di comunicazione, le barriere coralline intaccate dall’acidificazione dei mari, i ghiacciai incisi da infrastrutture energetiche o incapsulati in teli termoriflettenti, le campagne modellate da monocolture intensive e imponenti sistemi di gestione delle acque, esemplari ad alto fusto sostenuti da strutture metalliche (img. 01), versanti stabilizzati tramite interventi di consolidamento (img. 02). Tutti questi esempi mostrano come non vi sia più un “fuori” dal progetto, ma solo paesaggi già segnati da processi più o meno programmati. Da qui la co-evoluzione emerge come principio fondativo della progettazione contemporanea. Come sottolineano Forman e Godron (1986), i sistemi ecologici e antropici non evolvono in modo separato, ma attraverso adattamenti reciproci che ristrutturano continuamente habitat e relazioni. Ciò che in ecologia del paesaggio è descritto come “disturbo” – ad esempio, un incendio – può diventare nel tempo fattore generativo di nuovi equilibri. Non si tratta di sminuire l’impatto delle azioni umane, ma di riconoscere la capacità intrinseca dei sistemi di produrre configurazioni ecologiche impreviste, talvolta persino funzionali alla biodiversità (Hobbs et al., 2006). Da qui l’attualità del concetto di paesaggio ipernaturale (Emanueli e Lobosco, 2016): un approccio che supera il binomio natura/artificio e legge il paesaggio come campo di relazioni incessanti, dove ogni gesto progettuale è insieme interferenza e apertura.

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02. Stabilizzazione di versante franoso tramite geotessuto e rete metallica a Fiorenzuola (PU), 2026 | Stabilization of a landslide-prone slope using geotextile and wire mesh in Fiorenzuola (PU), 2026. L. Tinti, G. Lobosco, L. Emanueli

Il progetto è sempre meno la ricerca di una forma compiuta, ma piuttosto un atto di interferenza processuale: un’introduzione deliberata di condizioni che accelerano, deviano o trasformano evoluzioni spontanee spesso legate a fattori la cui scala è talmente vasta nello spazio e nel tempo da eccedere le condizioni locali. L’infrastruttura costiera che diventa habitat per nuove specie, la discarica riconvertita in parco, la diga che ridisegna interi regimi idrici: in tutti questi casi, l’azione antropica non si esaurisce nella funzione tecnica, ma genera successioni ecologiche e paesaggi in costante mutamento. In questa prospettiva, il valore del progetto non si misura nella durata statica dell’opera, ma nella capacità di attivare traiettorie di trasformazione all’interno delle quali alcuni elementi resistono al cambiamento e altri addirittura scompaiono, o migrano in altri sistemi. Recuperare questa dimensione significa restituire al progetto la sua funzione critica, oggi spesso compressa tra vincoli normativi, tecnicismi gestio-

nali e ansie da performance – ad esempio sulla mitigazione degli impatti – che ne riducono forzatamente la complessità ad assetti più o meno statici da contabilizzare. La conseguenza di questa impostazione è il passaggio dall’imposizione di forme definitive alla proposizione di processi evolutivi. Il tempo diventa materiale progettuale (Lobosco e Tinti, 2022), le pratiche di manutenzione, cura, osservazione e monitoraggio assurgono ad atti costruttivi, ciò che è invisibile diventa parte integrante dell’opera. Come ricorda Latour (1991) non esistono sistemi isolati, ma reti di interazioni che si ricompongono continuamente. E come suggerisce Morton (2009), l’ecologia senza natura non cerca oggetti stabili, ma relazioni in movimento. Un filo connette questo argomento alla riflessione successiva di Morton (2013): se la natura non è un oggetto stabile, ciò che la sostituisce sono entità relazionali e diffuse – gli iperoggetti – con cui il progetto è chiamato a confrontarsi. È in questa cornice che il concetto di iper-

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naturale può assumere un valore paradigmatico: come per il caso del Zand Motor, un esperimento di ingegneria costiera inaugurato nei Paesi Bassi nel 2011, che mostra come una soluzione apparentemente solo tecnica possa trasformarsi in dispositivo processuale aperto, capace di (re)distribuire nel tempo sedimenti, habitat – e paesaggi – lungo una fascia molto più estesa di litorale. Questa esperienza, in seguito analizzata, esemplifica un approccio che azzera, o diluisce, i classici tropi del progetto – forma e funzione – in un’entità ugualmente distante sia da un puro oggetto che da un puro processo, sufficientemente ambigua da risultare poeticamente capace di negoziare tra visibile e invisibile, tecnica ed ecologia, cultura e biologia. Vale la pena di precisare il rapporto tra il concetto di ipernaturale e quello di supernaturale che orienta questo numero della rivista. Entrambi i termini abitano il medesimo campo problematico – il superamento della dicotomia natura/artificio – ma lo attraversano secondo traiettorie differenti. Il supernaturale, nella sua accezione più ricorrente nella letteratura del progetto contemporaneo, descrive sistemi in cui la tecnica imita o potenzia la natura attraverso un’intenzionalità costruttiva esplicita: bio-ingegneria, materiali organici ibridi, simbiosi progettata tra ecosistemi naturali e artificiali. L’ipernaturale, per come lo intendiamo, sposta l’accento non sulla qualità dell’intervento – più o meno tecnologicamente sofisticato, più o meno ispirato alla natura – ma sulla sua struttura temporale e processuale: il progetto non produce una condizione finale, né naturale né artificiale, ma innesca una traiettoria evolutiva in cui le due dimensioni cessano di essere distinguibili. Laddove il supernaturale tende a mantenere il progettista in una posizione di autorialità tecnica – capace di ibridare e orientare – l’ipernaturale ne ridefinisce il ruolo verso quello di curatore di processi che eccedono l’intenzione originaria.

Oltre la forma, oltre la funzione, verso la negoziazione Il contributo sintetizza premesse e possibili risvolti di un’attitudine teorica al progetto di paesaggio – peraltro ampiamente condivisa nella comunità scientifica – che propone di superare radicalmente, dapprima sul piano culturale e analitico, e successivamente su quello metodologico e operativo, la frattura tra naturale e artificiale. Abbandonando tale dicotomia, in favore di una visione sistemica e transdisciplinare, capace di riconoscere l’interdipendenza tra processi ecologici e azioni antropiche, il progetto di paesaggio

La co-evoluzione è principio fondativo del progetto di paesaggio contemporaneo

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si presta come fertile terreno di ibridazione in cui si contaminano dimensioni diverse senza confini prestabiliti né presupposti formali o ansie prestazionali. Su queste basi, l’obiettivo dei prossimi paragrafi è argomentare per una concezione del progetto inteso come atto, comunque spazializzato, di interferenza formale e processuale. Non più un gesto alla ricerca di configurazioni definitive, ma un dispositivo che stabilisca relazioni capaci di adattarsi, trasformarsi e moltiplicarsi nel tempo. In questa prospettiva, il progetto non coincide con l’idea di controllo, la ricerca di un’immagine o di un assetto conclusi, bensì con la prassi dell’innesco. Il termine “dispositivo” è qui adottato nella sua accezione foucaultiana, poi riletta da Agamben (2006): non oggetto né strumento, ma rete di relazioni – spaziali, ecologiche, temporali – capace di orientare comportamenti, processi e soggettività senza determinarli. In questo senso, il progetto di paesaggio è dispositivo non perché controlli un esito, ma perché predispone le condizioni entro cui gli esiti possono emergere. La sua efficacia si misura nell’apertura di scenari evolutivi, nell’attivazione di catene ecolo-

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giche e culturali, nella capacità di generare dinamiche non necessariamente lineari. È in questo senso che l’interferenza progettuale diventa una categoria operativa: ogni intervento è un atto deliberato che si innesta in processi più ampi, accelerandoli o deviandoli, fino a produrre configurazioni inedite. In quest’ottica, la tensione che si instaura tra forma, funzione e processi può essere la chiave per interpretare il paesaggio come campo di negoziazioni permanenti, continuamente ridisegnato dal tempo e dall’interazione tra fattori ecologici e antropici. In che termini il progetto possa tradurre questa tensione in una condizione generativa – capace di connettere ecologia, tecnica e cultura in un unico spazio operativo – è la domanda che ha orientato questo contributo e ispirato la ricerca sul tema ipernaturale.

03. Schermate web della mostra digitale ipernaturale.it | Screenshots from the ipernaturale.it digital exhibition. L. Tinti, G. Lobosco, L. Emanueli

Esperienze di paesaggi ipernaturali Il lavoro di ricerca sull’ipernaturale è una riflessione teorica alimentata dall’osservazione critica di casi studio che da qualche mese hanno iniziato a popolare uno spazio digitale, curato dagli autori, dove sono raccolte e analizzate alcune esperienze ritenute esemplari di una certa attitudine al progetto di paesaggio1 (img. 03). Il criterio di selezione poggia su alcuni principi fondanti che portano a interpretare il paesaggio come sistema complesso, dinamico, frutto dell’intreccio di flussi logistici e percettivi che si riorganizzano costantemente. In questa prospettiva, la lezione dell’ecologia del paesaggio (Forman e Godron, 1986) e gli studi sulla percezione culturale dei paesaggi “disordinati” (Nassauer, 1995) hanno permesso di riconoscere come i processi ecologici non siano mai isolati, bensì mediati e resi leggibili da quadri culturali e progettuali. Su questo piano si innesta la lettura del paesaggio come paesaggio-infrastruttura, secondo la definizione di Bélanger (2016), capace di tenere insieme dimensioni ambientali, logistiche e culturali in un’unica prospettiva operativa. In tale visione, le infrastrutture non si limitano a garantire funzioni tecniche, ma diventano agenti ecologici ed estetici che partecipano alla

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04. Veduta aerea del De Zand Motor, 2020 | Aerial view of De Zand Motor, 2020. Rijkswaterstaat

costruzione del paesaggio. È Haraway (2016) a radicalizzare questa posizione: il progetto non è chiamato a “risolvere” definitivamente i problemi ambientali, ma ad abitare la complessità, a restare dentro al problema, curando le relazioni tra specie, infrastrutture e processi evolutivi. Questa posizione critica trova riscontro in una serie di progetti contemporanei in cui il tema della modifica evolutiva del paesaggio mette, appunto, in questione i confini tra forma e funzione, persistenza e cambiamento, materia e processi. Tra i diversi casi indagati, il cosiddetto “Zand Motor” (in italiano, letteralmente “motore di sabbia”), inaugurato nel 2011 lungo la costa meridionale dei Paesi Bassi tra Ter Heijde e Kijkduin, risulta emblematico. Promosso dal Rijkswaterstaat insieme alla Provincia dell’Olanda meridionale e al Ministero delleinfrastrutture, il progetto affronta il problema dell’erosione costiera non attraverso

difese rigide, ma mediante un dispositivo dinamico capace di innestarsi nei processi geomorfologici attivi (img. 04). Il Zand Motor funziona come dispositivo in entrambi i sensi del termine: congegno tecnico e, al tempo stesso, rete di

Il progetto diventa interferenza processuale, innesco e trasformazione continua

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relazioni capace di orientare processi senza determinarli. L’intervento ha previsto la movimentazione e lo sversamento di circa 21,5 milioni di metri cubi di sabbia, prelevati dai fondali a largo della costa, su una superficie litoranea di 128 ettari, formando una penisola artificiale concepita come riserva sedimentaria. Da quel momento, venti e correnti hanno progressivamente ridistribuito i materiali, con spostamenti

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05. La trasformazione della costa e dell’area di progetto del Zand Motor dal 2011 al 2022 | The transformation of the coastline and the Zand Motor project area from 2011 to 2022. Elaborazione dati tramite Google Earth Engine a cura degli autori

annui stimati tra 200.000 e 400.000 metri cubi, alimentando i tratti costieri circostanti e riducendo drasticamente la necessità dei ripascimenti artificiali che annualmente venivano realizzati lungo un tratto di costa ben più esteso. Gli effetti di questa operazione non si esauriscono nella funzione di mitigazione dell’erosione, ma si articolano su più dimensioni. Dal punto di vista ecologico, la penisola ha generato habitat pionieri, zone umide e nuove formazioni dunose, favorendo la biodiversità attraverso la colonizzazione spontanea di flora e fauna. Sul piano gestionale, l’opera, concepita in un unico grande sforzo infrastrutturale, ha sostituito cicli di manutenzione ripetuti con un solo intervento capace di ridistribuire nel tempo costi e impatti, riconfigurando così il rapporto tra investimento tecnico ed effetti ambientali. Sul piano culturale e simbolico, il progetto ha prodotto uno spazio di vita collettiva – frequentato per la balneazione, la pratica sportiva, la passeggiata – capace di alimentare l’esperienza estetica e la socialità, e di costruire un immaginario alternativo rispetto a

predeterminabili, ma coerenti con il contesto che li accoglie. Il Zand Motor evidenzia dunque tre implicazioni fondamentali per la nostra tesi: il valore del progetto risiede nella capacità di attivare relazioni – spaziali e no – piuttosto che di produrre configurazioni – spaziali e no – permanenti; artefatto e habitat non vanno più letti come categorie opposte, ma come attori di una possibile co-evoluzione; manutenzione, monitoraggio e cura del paesaggio non possono essere relegati a epiloghi gestionali, ma vanno intesi come veri e propri congegni costruttivi. Il progetto come curatela Tali implicazioni permettono di chiarire come i paesaggi progettati a cui noi attribuiamo strumentalmente la definizione di ipernaturale siano in realtà entità ambigue, non riconducibili a un linguaggio formale, né tantomeno a un programma funzionale univoco, immutabile e del tutto prevedibile. In questa prospettiva, la risposta alla domanda da cui siamo partiti, ossia come incanalare creativamente le tensioni tra forma, funzione e processi, trova una sua prima formulazione nell’idea che la forma iniziale non è un fine, ma un innesco capace di produrre configurazioni e scenari tanto inattesi quanto coesi alla realtà in cui sono immersi (Lobosco, 2024). Accanto alle dinamiche ecologiche, tali progetti attivano immaginari culturali nuovi, talvolta frizioni, ma mai sterili risposte a semplici necessità funzionali. In questo senso, la loro forza non risiede nella stabilità della forma, ma nella capacità di ridefinire continuamente la relazione tra azione umana ed ecosistemi, generando un senso di appartenenza che non coincide più con la conservazione di uno stato originario, ma con la condivisione di un processo di negoziazione in divenire. Ciò implica un ribaltamento della categoria classica di forma: da essenza compiuta a condizione contingente, da conclusione ad apertura. Il progetto non annulla l’incertezza o l’instabilità, ma le assume come materia viva e occasione di rinnova-

Il paesaggio ipernaturale supera la dicotomia natura/artificio aprendo scenari evolutivi un confine – quello tra terra e mare – storicamente permeato, nella cultura olandese, dal mito della “difesa totale”. L’aspetto più rilevante di questo intervento risiede però nel suo statuto processuale. La forma iniziale non rappresenta un esito concluso, ma un innesco deliberato, destinato a deviare, accelerare e orientare processi autonomi (imgg. 05-06). Il progetto si configura così come paesaggio-infrastruttura in continua evoluzione, che integra monitoraggio, manutenzione e adattamento come componenti intrinseche. La dimensione spaziale si intreccia a quella temporale e processuale, mostrando come l’infrastruttura possa trasformarsi in agente ecologico e culturale, capace di generare scenari non

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mento. La tensione tra forma e processo, lungi dall’essere una contraddizione da risolvere, si rivela così motore generativo: stimolo al rinnovamento e necessità epistemica. Ne consegue che la responsabilità del progettista non consiste nel controllare un esito prefissato, ma nel predisporre “regole del gioco” capaci di sostenere e accompagnare le evoluzioni del paesaggio nel tempo, facendosi curatore di una più ampia narrazione a cui già partecipano o parteciperanno diversi attori, umani e no. Un ulteriore livello di approfondimento riguarda la negazione del relativismo antropocentrico, implicita nella nozione di paesaggio ipernaturale, e la conseguente ridefinizione del ruolo del progettista: non più autore dominante, ma co-partecipante di agenzie ecologiche e infrastrutturali non umane. Nel caso del Zand Motor, la dimensione processuale è evidente nella ridistribuzione sedimentaria avviata da forze esterne all’intenzione progettuale. Un’interpretazione pienamente non antropocentrica va però oltre: richiede di leggere ogni innesco progettuale come dispositivo di co-produzione tra agenti umani e non umani. Non si tratta, infatti, di riconoscere semplicemente che processi naturali “coesistano” con le azioni antropiche, ma di assumere che tali processi partecipino attivamente alla formazione di inedite configurazioni spaziali, secondo traiettorie spesso impreviste, non lineari e solo parzialmente governabili. In questa prospettiva, la grammatica del progetto non è orientata alla soddisfazione di un bisogno umano predeterminato, bensì a predisporre condizioni che mettano in relazione habitat, infrastrutture e dinamiche ecologiche autonome. La colonizzazione spontanea, la trasformazione morfologica indotta da regimi idrologici o eolici, l’emergere di microhabitat derivanti da successioni vegetali sono componenti costitutive dell’impianto strategico, non fenomeni residuali o tollerati. Il progetto, dunque, diventa nodo all’interno di una rete di relazioni in cui agenti non umani e processi ambientali indipendenti assumono un ruolo attivo. La responsabilità del progettista non si dissolve, ma si riconfigura come capacità di concepire, mediare e sostenere nel

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tempo condizioni di co-evoluzione tra specie, infrastrutture e sistemi ambientali. Il caso del Zand Motor lo conferma. Il processo di formazione del nuovo litorale non è stato governato in modo diretto dai progettisti, ma affidato a forze ambientali capaci di ridistribuire materia e ridefinire morfologie secondo logiche proprie. Tale interpretazione trova ulteriore conferma nel recente studio sullo sviluppo delle dune presso il Zand Motor (Hulskamp, Pregnolato e De Vries, 2025). L’articolo evidenzia come, a seguito dell’innesco iniziale, i processi sedimentari abbiano operato secondo traiettorie autonome, producendo incrementi significativi di volume e altezza delle dune e una progressiva colonizzazione vegetale. I dati mostrano che l’interazione tra vento, sabbia e vegetazione ha attivato processi morfodinamici non prescritti dal progetto, ma emersi dall’auto-organizzazione del sistema. In questo senso, la configurazione spaziale del litorale non può essere letta come esecuzione controllata di un disegno predefinito, bensì come esito contingente di processi ambientali-spaziali che, pur attivati da una condizione iniziale predeterminata, si sono sviluppati secondo logiche proprie. Il ruolo dei progettisti si è progressivamente trasformato da quello di “autori” della forma a quello di “curatori” del processo: monitorare, osservare e, solo se necessario, correggere marginalmente le traiettorie evolutive in atto, senza interromperne l’autonomia. La configurazione costiera risultante non coincide dunque con un disegno imposto, ma con il prodotto di una negoziazione tra intenzione progettuale e processi ambientali-spaziali autonomi, rendendo evidente come l’ipernaturale non sia una categoria retorica, bensì una concreta modalità operativa. Il paesaggio ipernaturale come modello operativo La nozione di paesaggio ipernaturale trova un’utile risonanza nel concetto di “iperoggetto” elaborato da Timothy Morton (2013), non per istituire una coincidenza terminologica, ma per chiarire la scala e la natura dei processi con cui il progetto di paesaggio è oggi chiamato a confrontarsi. Gli iperoggetti – come il cambiamento climatico, il petrolio, la radioattività

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06. La trasformazione della costa e dell’area di progetto dello De Zand Motor dal 2023 al 2025 | The transformation of the coastline and the De Zand Motor project area from 2023 to 2025. Elaborazione dati tramite Google Earth Engine a cura degli autori

o l’inquinamento – sono entità diffusamente distribuite nello spazio e nel tempo, mai pienamente afferrabili in un singolo luogo o momento, ma percepibili attraverso manifestazioni parziali, effetti locali e relazioni tra oggetti. Allo stesso modo, il paesaggio ipernaturale non coincide con un oggetto progettato, né con una nuova immagine della natura, ma con la condizione in cui forze ecologiche, infrastrutturali e metaboliche di scala più ampia diventano temporaneamente leggibili e manipolabili entro un sito. Il progetto agisce allora come dispositivo di emersione: non rappresenta l’iperoggetto nella sua totalità, ma ne intercetta alcuni effetti, li rende spazialmente esperibili e li traduce in traiettorie di trasformazione. Una costa che migra, un suolo che evolve o un’infrastruttura che diventa habitat non sono semplici ibridi tra natura e artificio, ma manifestazioni locali di processi non locali, la cui forma resta sempre provvisoria, relazionale e aperta. Da tale accostamento emergono due questioni fondamentali che tratteggiano il concetto di ipernaturale come un modello più operativo che interpretativo. La prima è appunto legata alla dimensione “diffusa” di questi paesaggi e al loro palesarsi in altri oggetti e sistemi. Si pensi al Zand Motor, al fatto che praticamente non esiste più nella sua configurazione originaria, ma è presente nelle relazioni che la sua materia, migrando, ha stabilito con altri tratti di costa, ridisegnandone gli equilibri. La seconda riguarda la negazione di qualsiasi tipo di relativismo antropocentrico, condizione necessaria per pensare e progettare il paesaggio come spazio in continua co-evoluzione, dove interferenze antropiche e processi spontanei coesistono generando nuovi scenari trasformativi. Accettare questi due presupposti significa aprirsi a una pratica progettuale che assuma l’incertezza come condizione fondante e il tempo come materiale essenziale. Il progetto, non più concepito come generatore di forme stabili, diventa un’interferenza misurata tra le cose, capace di innescare traiettorie, generare relazioni e alimentare immaginari. Il progettista diventa, in ultima istanza, custode di condizioni più che artefice di forme. Riconoscendo l’affinità con il concetto

di supernaturale che orienta questo numero, è però necessario precisare che il paesaggio ipernaturale non coincide con esso, né ne costituisce una variante lessicale. Il supernaturale descrive prevalentemente esiti – sistemi ibridi, materiali bioispirati, infrastrutture simbiotiche – in cui la collaborazione tra umano e non umano produce oggetti o ambienti riconoscibili come progettati. L’ipernaturale si definisce proprio nell’impossibilità di questa riconoscibilità: il paesaggio ipernaturale non è il prodotto di una sinergia, ma il campo in cui tale sinergia si dissolve in processi che nessuno ha integralmente progettato. È in questo scarto – tra il paesaggio come esito ibrido e il paesaggio come processo irriducibile – che il concetto di ipernaturale trova la sua specificità operativa e teorica.* NOTE 1 – La mostra digitale curata dagli autori raccoglie e analizza criticamente nove progetti di paesaggio che interpretano il concetto di ipernaturale, ossia lo stato in cui natura e artificio non sono più separati ma co-evolvono attraverso processi dinamici più o meno spontanei. Promossa come archivio digitale e spazio espositivo, la realizzazione della mostra è stata resa possibile grazie al prezioso sostegno e alla collaborazione di: Comune di Pesaro, Pesaro2024 – Capitale Italiana della Cultura, Coltiva la Capitale!, AMPLIA infrastructures, SEALINE Research Centre. REFERENCES – Agamben G. (2006). Che cos’è un dispositivo?. Roma: Nottetempo. – Bélanger P. (2016). Landscape as Infrastructure: A Base Primer. London: Routledge. – Emanueli L., Lobosco G. (2016). HyperNatural landscapes. In Besnik A., Rossi L. (a cura di) Albanian Riviera. An alternative model of Progress and Development for a Next Generation Albania. Tirana: Mali Pleshti Printing House. – Forman R.T., Godron M. (1986). Landscape Ecology. New York: John Wiley & Sons. – Haraway D.J. (2016). Staying with the trouble: Making kin in the Chthulucene. Durham: Duke University Press. – Hobbs R.J. et al. (2006). Novel ecosystems: theoretical and management aspects of the new ecological world order. In Global Ecology and Biogeography, 15, pp. 1-7. – Hulskamp R.L., Pregnolato M., de Vries S. (2025). Dynamics of engineered coastal dune landscapes at the Zandmotor. In Discover Geoscience, 3(1), pp. 244-264. – Latour B. (1991). Nous n’avons jamais été modernes: essai d’anthropologie symétrique. Paris: La Découverte. – Lobosco G. (2024). Disincanto. Paesaggio e realismo. Macerata: Quodlibet. – Lobosco G., Tinti L. (2022). Landscape in Transition. The agency of time in understanding and designing the landscapes of the anthropocene. In European Journal of Creative Practices in Cities and Landscapes, pp. 145-168. – Morton T. (2009). Ecology without nature: Rethinking environmental aesthetics. Harvard: Harvard University Press. – Morton T. (2013). Hyperobjects: Philosophy and Ecology after the End of the World. Minneapolis: University of Minnesota Press. – Nassauer J.I. (1995). Messy ecosystems, orderly frames. In Landscape journal, 14(2), pp. 161-170.

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SUPERNATURALE


Lorenzo Tinti, Gianni Lobosco, Luca Emanueli

Becoming Landscape Design as a Strategy of Negotiation between Form and Function

From Artificial to Hypernatural The contemporary condition of the landscape, understood as a physical, cultural, and design domain, makes it impossible to sustain the traditional opposition between nature and artifice, or more broadly between nature and culture (Latour, 1991). Every landscape carries with it stratifications of anthropic practices and spontaneous ecological dynamics, intertwining without interruption. There is no longer an untouched elsewhere, separate from the world of cultural and technical transformations: the Amazon rainforest fragmented by logging roads and communication routes, coral reefs eroded by ocean acidification, glaciers carved by energy infrastructures or encapsulated in thermal-reflective sheets, farmland shaped by intensive monocultures and vast water management systems, mature trees supported by metal structures (img. 01), slopes stabilized through consolidation interventions (img. 02). All these examples show that there is no longer an “outside” to design, but only landscapes already marked by more or less programmed processes. From here, co-evolution emerges as a founding principle of contemporary design practice. As Forman and Godron (1986) point out, ecological and anthropic systems do not evolve separately, but through reciprocal adaptations that continuously restructure habitats and relations. What landscape ecology describes as “disturbance” – a wildfire, for instance – can over time become a generative factor of new equilibria. This is not about diminishing the impact of human actions, but about recognizing the intrinsic capacity of systems to produce unforeseen ecological configurations, sometimes even functional to biodiversity (Hobbs et al., 2006). Hence the relevance of the concept of hypernatural landscape (Emanueli and Lobosco, 2016): an approach that transcends the nature/artifice binary and reads the landscape as a field of incessant relations, where every design gesture is simulta-

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neously interference and opening. Design is increasingly less the pursuit of a completed form, and more an act of processual interference: a deliberate introduction of conditions that accelerate, divert, or transform spontaneous evolutions often linked to factors whose scale is so vast in space and time as to exceed local conditions. The coastal infrastructure that becomes habitat for new species, the landfill converted into a park, the dam that reshapes entire hydrological regimes: in all these cases, anthropic action is not exhausted in its technical function, but generates ecological successions and landscapes in constant transformation. In this perspective, the value of design is not measured by the static duration of the work, but by its capacity to activate trajectories of transformation within which some elements resist change while others disappear entirely, or migrate into other systems. Recovering this dimension means restoring to design its critical function – today often compressed between regulatory constraints, managerial technicisms, and performance anxieties, for instance regarding impact mitigation, which forcibly reduce its complexity to more or less static configurations to be accounted for. The consequence of this approach is the shift from the imposition of definitive forms to the proposition of evolutionary processes. Time becomes a design material (Lobosco and Tinti, 2022); practices of maintenance, care, observation, and monitoring rise to the status of constructive acts; what is invisible becomes an integral part of the work. As Latour (1991) reminds us, there are no isolated systems, only networks of interactions that continuously recompose themselves. And as Morton (2009) suggests, ecology without nature does not seek stable objects, but relations in motion. A thread connects this argument to Morton’s later reflection (2013): if nature is not a stable object, what replaces it are relational and diffuse entities – hyperobjects – with which design is called to engage.

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It is within this framework that the concept of the hypernatural can assume a paradigmatic value: as in the case of the Zand Motor, a coastal engineering experiment inaugurated in the Netherlands in 2011, which shows how an apparently purely technical solution can transform itself into an open processual device, capable of (re)distributing sediments, habitats – and landscapes – across a far wider stretch of coastline over time. This experience, analysed further below, exemplifies an approach that nullifies, or dissolves, the classical tropes of design – form and function – into an entity equally distant from a pure object and a pure process, sufficiently ambiguous to be poetically capable of negotiating between the visible and the invisible, technique and ecology, culture and biology. It is worth clarifying the relationship between the concept of hypernatural adopted here and that of supernatural which orients this issue of the journal. Both terms inhabit the same problematic field – the transcendence of the nature/artifice dichotomy – but traverse it along different trajectories. The supernatural, in its most common usage in contemporary design literature, describes systems in which technique imitates or enhances nature through an explicit constructive intentionality: bioengineering, hybrid organic materials, designed symbiosis between natural and artificial ecosystems. The hypernatural, as we understand it, shifts the emphasis not onto the quality of the intervention – more or less technologically sophisticated, more or less nature-inspired – but onto its temporal and processual structure: design does not produce a final condition, neither natural nor artificial, but triggers an evolutionary trajectory in which the two dimensions cease to be distinguishable. Where the supernatural tends to maintain the designer in a position of technical authorship – capable of hybridizing and orienting – the hypernatural redefines their role towards that of curator of processes that exceed the original intention.


Beyond Form, beyond Function, towards Negotiation The contribution synthesizes the premises and possible implications of a theoretical attitude towards landscape design – widely shared within the scientific community – which proposes to radically overcome, first on the cultural and analytical level, and subsequently on the methodological and operational one, the fracture between natural and artificial. Abandoning this dichotomy, in favor of a systemic and transdisciplinary vision capable of recognizing the interdependence between ecological processes and anthropic actions, landscape design lends itself as a fertile ground for hybridization in which diverse dimensions contaminate one another without predetermined boundaries, formal presuppositions, or performance anxieties. On these bases, the objective of the following sections is to argue for a conception of design understood as an act – always spatialised – of formal and processual interference. No longer a gesture in pursuit of definitive configurations, but a device that establishes relations capable of adapting, transforming, and multiplying over time. In this perspective, design does not coincide with the idea of control – the pursuit of a completed image or configuration – but with the practice of triggering. The term “device” is here adopted in its Foucauldian sense, later reread by Agamben (2006): not object nor instrument, but a network of relations – spatial, ecological, temporal – capable of orienting behaviors, processes, and subjectivities without determining them. In this sense, landscape design is a device not because it controls an outcome, but because it predisposes the conditions within which outcomes can emerge. Its efficacy is measured in the opening of evolutionary scenarios, in the activation of ecological and cultural chains, in the capacity to generate not necessarily linear dynamics. It is in this sense that design interference becomes an operative category: every intervention is a deliberate act that grafts itself onto broader processes, accelerating or diverting them, until it produces unprecedented configurations. From this perspective, the tension established between form, function, and processes can be the key to interpreting the landscape as a field of permanent negotiations, continuously redrawn by time and by the interaction between ecological and anthropic factors. In what terms design can translate this tension into a generative condition – capable of connecting ecology, technique, and culture in a single operative space – is the question that has oriented this contribution and inspired the research on the hypernatural. Hypernatural Landscape Experiences The research on the hypernatural is a theoretical reflection sustained by the critical observation of case studies that have, over recent months, begun to populate a digital space curated by the authors, where experiences considered exemplary of a certain attitude towards landscape design are collected and analyzed¹ (img. 03).

The selection criterion rests on certain founding principles that lead to interpreting the landscape as a complex, dynamic system, the result of an interweaving of logistical and perceptual flows that continuously reorganize themselves. In this perspective, the lesson of landscape ecology (Forman and Godron, 1986) and studies on the cultural perception of “disorderly” landscapes (Nassauer, 1995) have made it possible to recognize how ecological processes are never isolated, but mediated and made legible by cultural and design frameworks. Onto this plane grafts the reading of landscape as landscape-infrastructure, according to Bélanger’s definition (2016), capable of holding together environmental, logistical, and cultural dimensions within a single operative perspective. In this vision, infrastructures are not limited to guaranteeing technical functions, but become ecological and aesthetic agents participating in the construction of the landscape. It is Haraway (2016) who radicalizes this position: design is not called upon to “resolve” environmental problems definitively, but to inhabit complexity, to remain inside the problem, tending the relations between species, infrastructures, and evolutionary processes. This critical position finds resonance in a series of contemporary projects in which the theme of the evolutionary modification of the landscape calls into question the boundaries between form and function, persistence and change, matter and processes. Among the various cases investigated, the so-called “Zand Motor” (in English, literally “sand motor”), inaugurated in 2011 along the southern coast of the Netherlands between Ter Heijde and Kijkduin, proves emblematic. Promoted by Rijkswaterstaat together with the Province of South Holland and the Ministry of Infrastructure, the project addresses the problem of coastal erosion not through rigid defences, but through a dynamic device capable of grafting itself onto active geomorphological processes (img. 04). The Zand Motor functions as a device in both senses of the term: a technical mechanism and, at the same time, a network of relations capable of orienting processes without determining them. The intervention involved the movement and deposit of approximately 21.5 million cubic metres of sand, extracted from the seabed offshore, across a coastal surface of 128 hectares, forming an artificial peninsula conceived as a sedimentary reservoir. From that moment, winds and currents have progressively redistributed the material, with estimated annual displacements of between 200,000 and 400,000 cubic metres, feeding the surrounding coastal stretches and drastically reducing the need for artificial nourishment interventions that were previously carried out annually along a much more extensive stretch of coastline. The effects of this operation are not exhausted in the erosion mitigation function, but unfold across multiple dimensions. From an ecological standpoint, the peninsula has generated pioneer habitats, wetlands, and new dune formations, fostering biodiversity through the spontaneous colonization of flora and fauna.

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On the management level, the work, conceived as a single major infrastructural effort, has replaced repeated maintenance cycles with a single intervention capable of redistributing costs and impacts over time, thereby reconfiguring the relationship between technical investment and environmental effects. On the cultural and symbolic level, the project has produced a space of collective life – frequented for swimming, sport, and walking – capable of nourishing aesthetic experience and sociality, and of constructing an alternative imaginary with respect to a boundary – that between land and sea – historically permeated, in Dutch culture, by the myth of “total defence”. The most significant aspect of this intervention lies, however, in its processual status. The initial form does not represent a concluded outcome, but a deliberate trigger, intended to divert, accelerate, and orient autonomous processes (imgg. 05-06). The project thus configures itself as a landscape-infrastructure in continuous evolution, integrating monitoring, maintenance, and adaptation as intrinsic components. The spatial dimension interweaves with the temporal and processual one, showing how infrastructure can transform itself into an ecological and cultural agent, capable of generating scenarios that are not predetermined but coherent with the context that receives them. The Zand Motor thus highlights three fundamental implications for our argument: the value of design lies in the capacity to activate relations – spatial and otherwise – rather than to produce permanent configurations; artefact and habitat can no longer be read as opposing categories, but as actors within a possible co-evolution; maintenance, monitoring, and care of the landscape cannot be relegated to managerial epilogues, but must be understood as genuine constructive mechanisms. Design as Curation These implications allow us to clarify how the designed landscapes to which we instrumentally attribute the definition of hypernatural are in reality ambiguous entities, not reducible to a formal language, nor to a univocal, immutable, and entirely predictable functional programe. In this perspective, the response to the question from which we began – namely, how to creatively channel the tensions between form, function, and processes – finds a first formulation in the idea that the initial form is not an end, but a trigger capable of producing configurations and scenarios as unexpected as they are coherent with the reality in which they are immersed (Lobosco, 2024). Alongside ecological dynamics, such projects activate new cultural imaginaries, sometimes frictions, but never sterile responses to simple functional necessities. In this sense, their force does not reside in the stability of form, but in the capacity to continuously redefine the relation between human action and ecosystems, generating a sense of belonging that no longer coincides with the preservation of an original state, but with the sharing of a negotiation process in becoming. This implies an inversion

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of the classical category of form: from completed essence to contingent condition, from conclusion to opening. Design does not annul uncertainty or instability, but assumes them as living matter and occasion for renewal. The tension between form and process, far from being a contradiction to resolve, thus reveals itself as a generative motor: stimulus for renewal and epistemic necessity. It follows that the designer’s responsibility does not consist in controlling a predetermined outcome, but in predisposing “rules of the game” capable of sustaining and accompanying the evolutions of the landscape over time, becoming the curator of a broader narrative in which various actors – human and non-human – already participate or will participate. A further level of inquiry concerns the negation of anthropocentric relativism, implicit in the notion of the hypernatural landscape, and the consequent redefinition of the designer’s role: no longer dominant author, but co-participant in ecological and infrastructural agencies that are non-human. In the case of the Zand Motor, the processual dimension is evident in the sedimentary redistribution initiated by forces external to design intention. A fully non-anthropocentric interpretation goes further, however: it requires reading every design trigger as a device of co-production between human and non-human agents. The point is not simply to recognize that natural processes “coexist” with anthropic actions, but to assume that such processes actively participate in the formation of unprecedented spatial configurations, along trajectories that are often unforeseen, non-linear, and only partially governable. In this perspective, the grammar of design is not oriented towards the satisfaction of a predetermined human need, but towards predisposing conditions that relate habitats, infrastructures, and autonomous ecological dynamics. Spontaneous colonization, morphological transformation induced by hydrological or aeolian regimes, the emergence of microhabitats arising from plant successions are constitutive components of the strategic framework, not residual or tolerated phenomena. Design, therefore, becomes a node within a network of relations in which non-human agents and independent environmental processes assume an active role. The designer’s responsibility does not dissolve, but reconfigures itself as the capacity to conceive, mediate, and sustain over time conditions of co-evolution between species, infrastructures, and environmental systems. The case of the Zand Motor confirms this. The process of formation of the new coastline was not governed directly by the designers, but entrusted to environmental forces capable of redistributing matter and redefining morphologies according to their own logics. This interpretation finds further confirmation in a recent study on dune development at the Zand Motor (Hulskamp, Pregnolato and De Vries, 2025). The article highlights how, following the initial trigger, sedimentary processes operated along autonomous trajectories, producing significant increments in dune volume and height

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and a progressive vegetation colonization. The data show that the interaction between wind, sand, and vegetation activated morphodynamic processes not prescribed by the design, but emerging from the system’s self-organization. In this sense, the spatial configuration of the coastline cannot be read as the controlled execution of a predefined drawing, but as the contingent outcome of environmental-spatial processes that, although activated by a predetermined initial condition, developed according to their own logics. The designers’ role progressively transformed from that of “authors” of form to that of “curators” of the process: monitoring, observing, and, only if necessary, marginally correcting the evolutionary trajectories underway, without interrupting their autonomy. The resulting coastal configuration therefore does not coincide with an imposed drawing, but with the product of a negotiation between design intention and autonomous environmental-spatial processes, making evident that the hypernatural is not a rhetorical category, but a concrete operative modality. The Hypernatural Landscape as an Operational Model The notion of the hypernatural landscape finds a useful resonance in the concept of “hyperobject” elaborated by Timothy Morton (2013), not in order to establish a terminological equivalence, but to clarify the scale and nature of the processes with which landscape design is today called to engage. Hyperobjects – such as climate change, petroleum, radioactivity, or pollution – are entities diffusely distributed across space and time, never fully graspable in a single place or moment, but perceivable through partial manifestations, local effects, and relations between objects. In the same way, the hypernatural landscape does not coincide with a designed object, nor with a new image of nature, but with the condition in which ecological, infrastructural, and metabolic forces of a broader scale become temporarily legible and manipulable within a site. Design then acts as a device of emergence: it does not represent the hyperobject in its totality, but intercepts some of its effects, renders them spatially experienceable, and translates them into trajectories of transformation. A migrating coastline, an evolving soil, or an infrastructure that becomes habitat are not simple hybrids between nature and artifice, but local manifestations of non-local processes, whose form remains always provisional, relational, and open. From this juxtaposition emerge two fundamental questions that sketch the concept of the hypernatural as a model that is more operative than interpretive. The first is linked to the “diffuse” dimension of these landscapes and their manifesting in other objects and systems. Consider the Zand Motor: it practically no longer exists in its original configuration, yet it is present in the relations that its matter, migrating, has established with other stretches of coastline, reshaping their equilibria. The second concerns the negation of any form of anthropocentric relativism, a necessary condition for thinking and design-

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ing the landscape as a space in continuous co-evolution, where anthropic interferences and spontaneous processes coexist generating new transformative scenarios. Accepting these two premises means opening oneself to a design practice that assumes uncertainty as a founding condition and time as an essential material. Design, no longer conceived as a generator of stable forms, becomes a measured interference between things, capable of triggering trajectories, generating relations, and nourishing imaginaries. The designer becomes, in the final analysis, a custodian of conditions rather than a maker of forms. Recognizing the affinity with the concept of supernatural that orients this issue, it is nonetheless necessary to clarify that the hypernatural landscape does not coincide with it, nor does it constitute a lexical variant. The supernatural predominantly describes outcomes – hybrid systems, bio-inspired materials, symbiotic infrastructures – in which the collaboration between human and non-human produces objects or environments recognizable as designed. The hypernatural is defined precisely by the impossibility of this recognizability: the hypernatural landscape is not the product of a synergy, but the field in which that synergy dissolves into processes that no one has integrally designed. It is in this gap – between the landscape as hybrid outcome and the landscape as irreducible process – that the concept of the hypernatural finds its operative and theoretical specificity.

NOTES 1 – The digital exhibition, curated by the authors, collects and critically analyzes nine landscape projects that interpret the concept of the hypernatural—that is, a condition in which nature and artifice are no longer separate but co-evolve through more or less spontaneous dynamic processes. Conceived as both a digital archive and an exhibition space, the realization of the exhibition was made possible through the valuable support and collaboration of the following institutions: the Municipality of Pesaro, Pesaro2024 – Italian Capital of Culture, Coltiva la Capitale!, AMPLIA Infrastructures, and the SEALINE Research Centre.


Natural Heroes

La natura, a volte, sembra possedere veri e propri superpoteri. Quelli che un tempo chiamavamo semplicemente rimedi della nonna sono spesso esempi di come gli elementi naturali possano sorprenderci con capacità quasi sovrannaturali. La cenere, ad esempio, riesce a far brillare l’argento; la spirulina, grazie al suo straordinario potere antiossidante, sembra sfidare il tempo proteggendo le cellule dall’invecchiamento. Intere piantagioni di girasoli sono state utilizzate per assorbire isotopi radioattivi e contaminanti tossici dal terreno, mentre la citronella tiene lontane le zanzare con il suo profumo. La camomilla, da sempre alleata del relax, esercita i suoi effetti calmanti su corpo e mente, e l’artiglio del diavolo è noto per contribuire ad alleviare dolori articolari e muscolari. Più che magia, è la straordinaria forza della natura: un insieme di “superpoteri” reali che da secoli accompagnano e aiutano l’uomo.* S. Mangini

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INFONDO


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Emma Stévenot Grafica e illustratrice, architetta e docente presso la Scuola Nazionale di Architettura di Clermont-Ferrand (Francia). illutop.work@gmail.com

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upernaturale è soprannaturale e si colloca al di là della natura, nel senso di uno stato che esula dalla normalità, che rasenta lo straordinario e che suscita incanto. Questa definizione è ben nota nella mitologia greca, e nei suoi dei, dai poteri inaccessibili alla banalità mortale. La ricchezza culturale e archeologica del paese dell’Acropoli eredita queste storie e ne è permeata. E quando non si parla delle spiagge e delle acque turchesi delle sue circa 200 isole abitate (su un totale di isole censite che supera di oltre dieci volte tale cifra), la Grecia evoca Atene. I turisti si accalcano ai piedi delle colonne monumentali del Partenone, comprano l’occhiello blu portafortuna e mangiano tzatziki a Psiri. Ma proprio come “La Grecia non è solo Atene” (Ελλàδα δεν ειναί μονο Αθηνα), come recita l’introduzione del libro Γεωγραφία της Ελλάδας (Geografia della Grecia) di Magda Tikopoulou, Atene non è solo il Partenone. Percorrere Atene Venire in Grecia con i mezzi pubblici e gironzolare a piedi la “giungla di cemento” può rivelarsi tanto faticoso quanto affascinante. Gli spazi di respiro offerti dagli attraversamenti pedonali e dai rari corridoi verdi propongono un altro modo di vivere la città. Queste parentesi punteggiate da rigogliosi syzygium stimolano un immaginario alternativo, così come le colline che emergono bruscamente dalla massa edilizia, sorprendendoci all’imbocco di una strada. Le scogliere fanno scomparire improvvisamente le facciate per lasciare spazio a una vista panoramica, interrompendo i “sentieri dei desideri”. La roccia, frastagliata e squarciata, sorprende per la sua improvvisa nudità, proprio dove ai suoi piedi cresce la città e la sua cima è coronata da pini, prati incolti e terra ocra. Queste formazioni creano tante

piacevoli sorprese durante il percorso, tanto da rendere inaffidabili sia il GPS che la rappresentazione in pianta. Quando si scopre Atene attraverso la sua periferia, i suoi parchi e le sue colline, ci si allontana dal circuito turistico e si apre una nuova prospettiva. La suddivisione dei quartieri si delinea attraverso gli spazi verdi. Kypseli si articola attorno al viale alberato Fokionos Negri, Exarchia ci offre il monte Strefi, mentre i due quartieri militanti/artistici sono delimitati dal monte Finopoulou e dal Campo di Marte. Questo percorso consapevole, alla ricerca di paesaggi vicini e lontani, trasforma la giungla di cemento in un immaginario poetico. Ben meno imponenti dei picchi rocciosi delle Meteore, le colline e i monti di Atene si distinguono tuttavia per la vertiginosa monumentalità delle loro faglie e delle loro pareti scoscese e inaspettate. Emergono dalla superficie dei tetti-terrazza a centinaia di migliaia. Se la mitologia attribuisce l’esistenza di questi massicci alla saggezza e alla distrazione di Atena (che avrebbe lasciato cadere un masso, trasformatosi nel monte Licabetto), la struttura geologica degli strati successivi di scisti e calcari è invece il risultato di sovrapposizioni tettoniche. Il fossato che si è formato ai loro margini ospita oggi circa 150.000 polykatoikies (Censimento ELSTAT 2011). Questi edifici tipici del dopoguerra circondano le formazioni minerali e vegetali. La loro interdipendenza tra urbanità e biodiversità si osserva a diverse scale: dalla pianta che cresce nelle fessure dell’asfalto alla scala di servizio del teatro del monte Licabetto, sospesa a 20 metri di altezza sulle rocce. Attraverso tutte queste considerazioni urbane, paesaggistiche e sociali attuali, Atene appare come una città di contrasti, in cui si giustappongono masse monumentali e dettagli

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che emergono dalla densità per la loro finezza e apparente fragilità. Il supernaturale che emana da Atene si legge tra queste righe mitologiche, storiche, geologiche e architettoniche. È attraverso questo prisma che i disegni nel taccuino di viaggio hanno preso forma, come testimonianza del rapporto tra natura e architettura, solitudine e densità, massa e fragilità. I paesaggi disegnati sono visioni oniriche tratte o immaginate a partire da questa atmosfera ispiratrice.* Mass and Density Details. Hills and City Walk, Athens “Supernatural” refers to that which lies beyond nature – a state that transcends the ordinary, borders on the extraordinary, and evokes a sense of wonder. This concept is well known in Greek mythology and its gods, whose powers are beyond the reach of mortal banality. The cultural and archaeological richness of the land of the Acropolis inherits these stories and is steeped in them. And when the conversation isn’t about the beaches and turquoise waters of its roughly 200 inhabited islands (out of a total number of recorded islands that exceeds that figure by more than ten times), Greece evokes Athens. Tourists crowd at the foot of the Parthenon’s monumental columns, buy the blue good-luck charm, and eat tzatziki in Psyri. But just as “Greece is not just Athens” (Ελλάδα δεν είναι μόνο Αθήνα), as stated in the introduction to Magda Tikopoulou’s book “Geography of Greece” (Γεωγραφία της Ελλάδας), Athens is not just the Parthenon.*

REFERENCES – Tikopoulou M. (2023). Γεωγραφία της Ελλάδας [Geografia della Grecia]. Con le illustrazioni di Mavrota N. Peristeri: Διόπτρα [Dioptra].

IL PORTFOLIO


Massa e densità in dettaglio. Passeggiata tra le colline e la città di Atene

01. Monte Licabetto vista dal monte Strefi, inchiostro | Lycabettus as seen from Lofos Strefi, ink. E. Stévenot

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02. Atene, inchiostro e matite | Athens, ink and pencils. E. Stévenot

03. Le Meteore e Poros, inchiostro e matite| Meteors, and Poros, ink and pencils. E. Stévenot

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IL PORTFOLIO


04. Massiccio urbano e dettagli vegetali, pittura acrilica, inchiostro e matita | Urban landscape and botanical details, acrylic paint, ink, and pencil. E. Stévenot

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05. Dettagli di Atene, inchiostro e matite | Details of Athens, ink and pencils. E. Stévenot

06. La densità di Atene, inchiostro e matite | The density of Athens, ink and pencils. E. Stévenot

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IL PORTFOLIO


07. Monte Licabetto antropomorfizzata, inchiostro e matite | Anthropomorphized Lycabettus, ink and pencils. E. Stévenot

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08. Sospeso sopra la giungla di cemento, inchiostro e matita | Floating above the concrete jungle, ink and pencil. E. Stévenot

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IL PORTFOLIO


08. Solitudine, città e natura, inchiostro e matite | Solitude, City, and Nature; ink and pencils. E. Stévenot

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Bensu Berk Dottoranda di ricerca, Progettazione tecnologica e ambientale dell’architettura, DCP, Università Iuav di Venezia. bberk@iuav.it

La rivincita della natura Manual of Biogenic House Sections P. Lewis, M. Tsurumaki, D.J. Lewis ORO Edition, 2022

Nature’s Comeback Manual of Biogenic House Sections proposes a new vision of sustainable architecture through examples of houses built with low-carbon materials such as wood, earth, hemp, and stone. The book shows how the architectural section can become a tool for spatial, aesthetic, and environmental innovation. More than a technical manual, it is a visual manifesto demonstrating how responsible construction can generate architecture that is rich, contemporary, and desirable.*

La via dei materiali naturali per un’architettura sostenibile

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rogettare edifici rispettosi del pianeta significa forse compromettere l’espressione architettonica, la ricchezza spaziale e il piacere estetico? A questa domanda ambientale, fondamentale per l’architettura, il volume Manual of Biogenic House Sections offre un convincente e sbalorditivo no. Gli autori del volume sostengono infatti che una delle nostre armi architettoniche più efficaci contro la crisi climatica sia cambiare radicalmente i materiali con cui costruiamo. Manual of Biogenic House Sections presenta un argomento visivamente avvincente per ripensare le basi materiali dell’architettura di fronte all’emergenza climatica. Scritto da Paul Lewis, Marc Tsurumaki e David J. Lewis (fondatori dello studio LTL Architects di New York e professori, rispettivamente, alla Princeton University, alla Columbia University e alla Parsons School of Constructed Environments), nel libro si afferma che il mezzo più efficace per ridurre il carbonio incorporato degli edifici sia utilizzare materiali naturali. Sequel della pubblica-

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zione del 2016 Manual of Section degli stessi autori, questo lavoro tratta la sezione non solo come un tipo di disegno, ma come un sito centrale per l’innovazione architettonica con materiali a bassa emissione di carbonio. Il suo scopo è fungere da catalizzatore per trasformare sia il “come” sia il “con cosa” costruiamo. Una nuova prospettiva centrata sul materiale Il libro organizza 55 case selezionate e costruite non per tipologia, ma secondo 9 categorie primarie di materiali biogenici e a basso carbonio: telaio in legno, legno massiccio, bambù, paglia, canapa, sughero, terra, mattone, pietra. Attraverso questa struttura si sottolinea l’idea che la scelta del materiale sia il punto di partenza del progetto. Segue un capitolo finale sul riuso in cui i diversi materiali presentati nel libro, oltre a quelli comunemente utilizzati nel mondo delle costruzioni, vengono esaminati rispetto al loro ciclo di vita. Infine, vengono esplorati concetti come riuso, riciclo,

IL LIBRO


Ecosistemi Interiori: Metamorfosi Emotive del Soprannaturale. A. Marinelli, M. Righetti

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downcycling e smaltimento finale, illustrandoli con esempi di progetti architettonici reali. Ogni capitolo dedicato a un materiale inizia con diagrammi chiari che evidenziano la trasformazione della materia prima in prodotto da costruzione e il ciclo di vita circolare. Ogni progetto segue un layout standard di quattro pagine: assonometrie che mostrano la relazione pianta-contesto, fotografie di cantiere, immagini interne/ esterne e un disegno di sezione intricatamente dettagliato con prospettiva centrale. Queste sezioni rendono visibili simultaneamente i dettagli tecnologici, la vita interna della casa e il suo rapporto con il sito. Il libro utilizza un linguaggio semplice e comprensibile. Tutti i dati numerici e le rappresentazioni tecniche sono indicati sia nel sistema imperiale che in quello metrico. L’appendice offre due contributi significativi: un confronto dei sistemi materiali attraverso dettagliate “biopsie” estratte dalle sezioni delle case e una valutazione del carbonio incorporato che quantifica e presenta, con una metodologia trasparente, i dati cradle-to-gate per una casa di ogni categoria di materiale, senza mirare all’accuratezza assoluta, ma piuttosto per costruire una comprensione pratica degli impatti delle scelte materiali. La rivoluzione in sezione Il punto di forza del libro è l’unificazione di teoria e pratica: non si tratta infatti di un catalogo di materiali ma, attraverso il disegno in sezione di progetti reali,

Attraverso il disegno in sezione di progetti reali si dimostra il potenziale spaziale, strutturale e formale dei materiali naturali si dimostra il potenziale spaziale, strutturale e formale di questi materiali. Abbracciando l’idea che “il perfetto non deve essere nemico del buono”, vengono anche annoverati prototipi che offrono opportunità per una continua scoperta e miglioramento. Altro grande contributo è collocare la sostenibilità al centro stesso dell’espressione architettonica, non consentendo di scindere prestazioni e tecnologia dell’architettura dall’architettura stessa. Senza cadere nel pessimismo, il libro lancia un appello motivante e ottimista al cambiamento, dimostrando che i mezzi sono già a portata di mano, noti, disponibili e implementabili.

Pertanto, il suo pubblico principale sono architetti, studenti di architettura, designer d’interni ed entusiasti del design sostenibile. Ingegneri strutturisti o professionisti del cantiere potrebbero volerlo integrare con documentazione tecnica aggiuntiva. Inoltre, il suo focus è la scala residenziale; sebbene non sia una guida diretta per edifici su larga scala, i principi e gli approcci materiali che offre sono una preziosa fonte di ispirazione per tutte le scale. Si tratta di una risorsa indispensabile per la pratica e l’educazione architettonica nell’era dei cambiamenti climatici. Il ponte che costruisce tra sostenibilità, conoscenza dei materiali, dettaglio strutturale e composizione architettonica è molto prezioso. Il meticoloso lavoro di LTL Architects dimostra che l’architettura a bassa emissione di carbonio non è un sacrificio o un regresso, ma piuttosto un catalizzatore che apre la porta a un futuro innovativo, affascinante e spazialmente ricco. Questo volume rappresenta dunque sia un manifesto che un riferimento pratico che dovrebbe trovarsi sullo scaffale di chiunque operi nel mondo dell’architettura e del design.*

Un libro per chi? Manual of Biogenic House Sections non è un manuale pratico o una guida ingegneristica, non fornisce calcoli strutturali approfonditi o codici costruttivi. Piuttosto, offre ai progettisti una fonte di ispirazione, una cornice concettuale e un argomento visivo persuasivo.

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IL LIBRO


Campi virtuali. M. Gianfico, A. Margagliotti, F. Piludu

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Interagire con le specie vegetali Interaction with Plant Species

Stefania Galante Docente di Design, Accademia di Belle Arti di Lecce. galante.s@accademialecce.edu.it

Rosaria Copeta Docente di Design, Accademia di Belle Arti di Foggia. rosariacopeta@abafg.it

Vaso Vasa-bi, 40mirrors. R. Quaranta, S. Spiegelhauer

I CORTI

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Negli ultimi dodici anni in Salento milioni di alberi d’ulivo sono stati contagiati dal Codiro (Martelli, 2016), acronimo di Complesso del disseccamento rapido dell’olivo, causato dalla Xylella fastidiosa. Si tratta di un disastro ambientale, economico, paesaggistico, culturale, ma soprattutto umano, perché dietro l’azione del patogeno, in realtà, si nascondono responsabilità dell’uomo: salinizzazione dei terreni e delle falde acquifere, con conseguente abbassamento della biodiversità e della fertilità dei terreni, oltre che inquinamento, erosione e cambiamenti climatici. Questi sono i retroscena di una modernità incompleta, di una copertina patinata di territori immutati e immutabili, costruita ad hoc per un turismo di massa acritico e un turismo del lusso ignaro. Fare design in un’area periferica, lontano dai centri in cui si è sviluppato e dove manca un sistema industriale, significa – per noi – superare il retaggio della provincia arretrata e usare il progetto per cogliere le questioni più importanti del nostro tempo: sociali, politiche, ambientali ed economiche. Significa progettare in modo differente e responsabile. Il nostro studio r+s, sostiene che sia necessario fare un design, centrato sulle persone, ma che al contempo si interroghi sul futuro della biosfera e che consideri, in modo paritario, l’umano e il non umano. Cogliendo la complessità delle sfide in cui siamo immerse, come progettiste, abbiamo scelto un approccio critico al progetto, cercando di immaginare scenari futuri possibili, ma soprattutto di attivare un pensiero al contempo divergente e convergente sul presente. È nata in questo contesto, la collezione di vasi Licheni, ottenuta dalla trasformazione dell’eccedenza di produzione di un’azienda del settore edile di manufatti in pietra leccese, applicando il minimo delle lavorazioni. Attraverso tagli e forature, i lavorati residui sono stati trasformati in vasi, lasciando inalterate le superfici lapidee caratterizzate da strati di licheni e texture cangianti, formatisi nel tempo durante il periodo di stoccaggio all’aria aperta. Abbiamo scelto di lasciare gli organismi viventi in grado di evolvere in diverse continue conformazioni, in funzione della zona di esposizione, valorizzando il processo naturale e immaginando una coprogettazione con la natura. Il nostro metodo progettuale è partire da urgenze, e dallo studio delle biodiversità culturali, non per

REFERENCES – Martelli G.P. (2016). Il punto su Xylella fastidiosa e disseccamento rapido dell’olivo. In L’informatore Agrario, n. 24, pp. 40-48. – Manfreda S. et al. (2016). La gestione delle risorse idriche nella città dei Sassi (Matera). In L’Acqua, n. 3, pp. 39-46. – Quarta G. et al. (2024). Pozzelle di Pirro a Zollino (LE): un modello di ricerca multidisciplinare per la conoscenza, la tutela, la gestione e la valorizzazione di un patrimonio culturale e geologico. L’esperienza del Progetto In-Cul.Tu.Re. In Geologia dell’Ambiente, APS (supplemento), n. 2, pp. 56-58.

giungere alla costruzione di identità da rivendicare, o a ripiegamenti nostalgici sulle “tradizioni locali”, ma piuttosto per usare la conoscenza per rispondere a necessità piuttosto che a novità. Immaginiamo i territori quali punti di partenza del progetto e non di arrivo. Vasa-bi prende forma, infatti, da una serie di studi sulla mancanza di acqua nelle regioni del Sud Italia che, storicamente prive di riserve idriche superficiali ma ricche di quelle sotterranee, hanno sviluppato sin dall’antichità incredibili strutture di ingegneria idraulica, quali il complesso di raccolta e conservazione dell’acqua dei Sassi di Matera, o le Pozzelle nel Salento (Manfreda et al., 2016; Quarta G. et al., 2024). L’analisi di queste costruzioni, testimonianze della capacità degli abitanti di adattarsi a vivere in un ambiente difficile, spesso ostile, e della loro attitudine a non sprecare risorse preziose, ci ha condotto a concepire un sistema di due vasi, di cui quello esterno è caratterizzato da un ampio orlo la cui inclinazione favorisce il convogliamento dell’acqua piovana verso il fondo: il secondo vaso potrà attingere a questa risorsa attraverso un processo di capillarità. La riserva d’acqua raccolta alla base fornisce umidità alle radici delle piante, senza necessità di una irrigazione costante proveniente da fonti artificiali, con conseguente riduzione del consumo di acqua dolce. Vasa-bi è il risultato di una rielaborazione di un modello tradizionale ancora prodotto localmente: il design rinnovato è in grado di rispondere a nuove necessità, mira a creare nuove abitudini e, attraverso piccole attenzioni, a creare impatti ambientali positivi a lungo termine.*


Dispositivi ecologici per la città di Melfi, tra ricerca e governance locale Eco-friendly Devices for the City of Melfi, between Research and Local Governance

Donato Teodosio Mazzolla Dottorando, International School of Advanced Studies, Università di Camerino. donato.mazzolla@unicam.it

#AGRIPARK167_Collage progettuale, stato di fatto + strategie operative, 2025 | #AGRIPARK167_Project collage, current status + operational strategies, 2025. Elaborazione grafica D.T. Mazzolla

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Le città contemporanee sono al centro delle sfide più urgenti del nostro tempo: crisi climatica, perdita di biodiversità, diseguaglianze ambientali e sociali. Spazi urbani originariamente concepiti per garantire benessere si sono trasformati in fattori di vulnerabilità, aggravati dall’impermeabilizzazione dei suoli e dalla frammentazione progettuale. È necessario un cambio di paradigma che coinvolga amministrazioni e cittadini: passare da città rigide e cementificate a “città spugna”, capaci di assorbire, mitigare e rigenerare. In questa prospettiva, le nature-based solutions (NBS) rappresentano strumenti fondamentali, dalle pavimentazioni drenanti ai rain garden, fino ai sistemi di raccolta e riuso delle acque piovane, capaci di restituire ai suoli permeabilità e resilienza, incrementando ombra, comfort climatico e nuove forme di socialità. La riflessione ha radici profonde. Emilio Sereni, nella Storia del paesaggio agrario italiano (1961), ricordava come il paesaggio fosse il risultato delle scelte collettive, e non un dato neutro. Gregory Bateson, con Verso un’ecologia della mente (1972), invitava a leggere le relazioni uomo-natura come sistemi complessi e interconnessi, superando le rigide barriere disciplinari. Oggi queste intuizioni trovano riscontro in approcci interdisciplinari che integrano scienze, tecniche e culture nella progettazione urbana e architettonica. L’Agenda 2030, con gli SDG 11.7 e 11.4, così come la Strategia UE per la Biodiversità 2030 e la recente Legge sul Ripristino della Natura, sottolineano la necessità di rendere accessibili, sicuri e inclusivi gli spazi verdi, riconoscendo gli ecosistemi urbani come ambiti da rigenerare e salvaguardare. È in questa prospettiva che si collocano esperienze progettuali e di ricerca che, attraverso la valorizzazione del territorio e delle filiere locali, trasformano i limiti dell’urbanizzazione, anche industriale, in opportunità di resilienza e innovazione. #AGRIPARK1671 si propone come laboratorio sperimentale per la trasformazione di aree periurbane vulnerabili, promuovendo coesione sociale, innovazione urbana e sostenibilità ambientale. L’intervento interessa il settore urbano compreso tra la “Zona 167” – parte dell’importante espansione residenziale della città a firma di L. Benevolo – e le Piane dell’Incoronata, lavorando su un territorio, quello di Melfi, caratterizzato da decenni di crescita industriale e da processi insediativi frammentari, accompagnati da una carenza di servizi e qualità urbana. La storia urbanistica della zona ha prodotto un quartiere isolato, con edifici parzialmente disabitati e carenze infrastrutturali, accentuando fragilità idrogeologiche e sociali. #AGRIPARK167 interpreta

REFERENCES – Bateson G. (1977). Verso un’ecologia della mente (trad. G. Longo). Milano: Adelphi. – Granata E. (2021). Placemaker. Gli inventori dei luoghi che abiteremo. Torino: Einaudi. – Settis S. (2010). Paesaggio Costituzione Cemento. Torino: Einaudi.

NOTE 1 – Il progetto #AGRIPARK167 è stato sviluppato dal “gruppo di ricerca Melfi” - prof. E.Vadini (coordinamento), D.T. Mazzolla con F. Saponieri e parallelamente condiviso con le istanze dell’amministrazione comunale di Melfi. 2 – RE.SO. (“REsilienza e SOstenibilità delle filiere ortofrutticole e cerealicole per valorizzare i territori”) è un progetto PON Ricerca e Innovazione 2014-2020, capofila Università degli Studi della Basilicata, responsabile scientifico nazionale prof. Bartolomeo Dichio; Obiettivo Realizzativo 5, coordinato dalla prof.ssa Mariavaleria Mininni, ha promosso dimostratori di resilienza, sostenibilità urbana e produttiva a Matera e Melfi.

queste criticità come occasione di rigenerazione: ricostruire il rapporto città-territorio, valorizzare le risorse agricole e naturali locali e costruire spazi pubblici multifunzionali, in cui cittadini e produttori possano condividere nuove pratiche. Il progetto prevede un parco agricolo multifunzionale e il ridisegno modulare di via Pratilamia. L’infrastruttura integra terreni coltivabili, piazze attrezzate, mobilità dolce, aree per l’agricoltura urbana e servizi ecosistemici. Le centralità ecologiche lungo il corridoio ospitano pergolati sormontati da pannelli fotovoltaici, servizi di quartiere e dispositivi per la gestione dei rifiuti, offrendo un modello replicabile di convivenza tra urbano e natura, nell’ottica di tendere al concetto di smart city maggiormente consapevole. L’approccio adottato rafforza la dimensione partecipativa e la governance collaborativa: patti di collaborazione, comunità energetiche e forme di coprogettazione trasformano lo spazio pubblico in laboratorio di apprendimento collettivo. Come ricorda Salvatore Settis, il paesaggio non è ornamento ma diritto costituzionale: la sua cura coincide con la qualità della vita e con la democrazia. A conclusione del progetto PON RE.SO.2, nel 2025 il Comune di Melfi ha recepito le linee guida e la vision progettuale di #AGRIPARK167 nel Documento di Indirizzo alla Progettazione (DIP), segnando il passaggio dalla ricerca alla dimensione operativa. L’esperienza dimostra come sia possibile integrare politiche urbane, strumenti normativi e pratiche comunitarie in un processo di rigenerazione capace di rafforzare resilienza ambientale e coesione sociale. In questo senso, #AGRIPARK167 si propone come un dimostratore utile per altre città che intendono coniugare transizione ecologica, inclusione sociale e innovazione territoriale.*


Eleonora Fanini Dottoranda in Architettura, teorie e progetto, Università degli studi di Camerino. eleonora.fanini@unicam.it

New Continents The reinterpretation of plastic islands as territorial entities is proposed as an analytical device to examine the transformations of the Anthropocene. Through processes of abstraction, unstable aggregations of plastic debris are understood as super-natural spatial configurations, in which ecological, political, and design dimensions intersect. Accumulation thus becomes a critical condition for rethinking the relationships between human and non-human systems.*

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l progetto Nuovi Continenti1 qui presentato adotta una metodologia analitica riconducibile a quella utilizzata da Superstudio nello studio di questioni urbane e paesaggistiche attraverso strumenti di natura speculativa, quali il paradosso e la provocazione. Nel 1972, con Le dodici città ideali2, il gruppo fiorentino costruisce un dispositivo narrativo e grafico capace di spingere all’estremo le contraddizioni del proprio contesto storico: dodici modelli distopici di organizzazione urbana totale, che denunciano l’omologazione territoriale, la perdita di specificità locale e il progressivo distacco dal naturale, trasformato in superficie astratta da misurare, da colonizzare e da ricondurre

entro la logica della griglia, del modulo e dell’infrastruttura continua (Mastrigli, 2016). Nel contesto degli anni Settanta, tali “eterotopie terrificanti” (Toraldo Di Francia, 2019) si configurano come strategie critiche nei confronti della modernità razionalizzata e della sua tensione totalizzante. Il presente contributo intende prendere in considerazione le cosiddette garbage patches, cioè regioni oceaniche caratterizzate da elevate concentrazioni di detriti plastici galleggianti, generate dalla convergenza dei grandi vortici subtropicali, affinché possano costituirsi come dispositivo analitico per rendere osservabili le trasformazioni ecologiche e progettuali dell’Antropocene. Pertanto, il progetto adotta una trasposizione che traduce intenzionalmente tali aggregazioni in entità territoriali a fini interpretativi, configurandole come sistemi spaziali di origine supernaturale, nei quali la distinzione tra artificiale e naturale risulta profondamente alterata. Tale operazione si distingue sia dagli approcci ingegneristici orientati alla rimozione del rifiuto, sia da letture esclusivamente ecologiche del fenomeno, proponendo invece una prospettiva che assume l’accumulo come condizione da interrogare piuttosto che da risolvere. Alla luce delle condizioni contemporanee, si può ipotizzare la rilevanza di un analogo approccio per l’analisi

delle trasformazioni in atto, finalizzato a rendere esplicite le discontinuità tra sistemi antropici, territorio e impatti derivanti dalle attività umane. In questo senso, il progetto non si limita a stabilire un parallelismo storico, ma propone una trasposizione metodologica, in cui lo strumento critico viene riattivato per l’analisi di fenomeni contemporanei caratterizzati da elevata complessità e bassa visibilità. Se nel contesto degni anni Settanta la critica si rivolgeva ai processi di standardizzazione e omologazione territoriale, nel presente tali dinamiche possono essere rilette in funzione delle trasformazioni indotte dall’Antropocene, inteso come l’epoca in cui le attività umane incidono in modo sistemico sui processi biofisici del pianeta. Ne deriva una struttura alternativa interpretativa, elaborata a partire da prospettive teoriche che leggono il territorio contemporaneo attraverso categorie quali accumulo, instabilità ed eccedenza materiale, proprie delle condizioni ecologiche e infrastrutturali del contemporaneo (Koolhaas, 2006). Nel momento in cui la dispersione del materiale plastico negli oceani produce infatti configurazioni prive di morfologia stabile e di limiti indefiniti, la loro reinterpretazione come continente costituisce quindi uno strumento utile a indagarne le implicazioni territoriali e progettuali. Negli ultimi anni, la ricerca scientifica ha eviden-

Nuovi continenti

Isole di plastica come geografie ibride, tra paesaggi di scarto e nuove vitalità

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TESI


01. Nuovi continenti, collage di foto rielaborate | New Continents, collage of reworked images. E. Fanini

ziato come questi ambienti non siano biologicamente inerti. Studi recenti documentano la presenza di comunità biologiche definite “neopelagiche”, costituite da organismi tipicamente costieri (ad esempio cnidari e crostacei) che colonizzano substrati plastici persistenti e vengono trasportati a lunga distanza dalle correnti oceaniche (Haram et al. 2021). A supporto di questa evidenza, altre ricerche pubblicate documentano la presenza di specie costiere, quali anemoni e cirripedi, in contesti oceanici remoti, dove sopravvivono grazie al trasporto su substrati plastici galleggianti (Scillitani, 2021). Questi insiemi sono definiti “comunità neopelagiche”3, intese come sistemi

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ecologici ibridi in cui coesistono organismi oceanici e costieri, generalmente associati ad ambienti litoranei. La plastica, caratterizzata da tempi di degradazione estremamente lunghi, funziona in questo contesto come supporto durevole, consentendo l’attecchimento di alghe e microrganismi e offrendo superfici di colonizzazione per invertebrati marini (Intini, 2022). Tuttavia, queste dinamiche non devono essere interpretate in termini strettamente positivi, poiché la letteratura evidenzia come questi assemblaggi possano risultare in ecological traps, alterando le reti trofiche, favorendo la diffusione di specie invasive e veicolando contaminanti chimici. In

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La tensione tra rimozione e permanenza del rifiuto costituisce uno dei nodi contemporanei principali


02. Mappa delle Garbage Patches, collage di foto rielaborate | Garbage Patches map, collage of reworked images. E. Fanini

particolare, la persistenza della plastica in ambiente marino, che varia da decenni a secoli in funzione dei polimeri e delle condizioni ambientali, consente la formazione di substrati relativamente stabili rispetto ai materiali organici naturali, modificando le modalità di dispersione e colonizzazione delle specie. Tale fenomeno comporta una trasformazione strutturale degli ecosistemi marini, le cui implicazioni risultano ancora parzialmente indagate. In virtù di questa ambivalenza, tra capacità adattiva della biosfera e perturbazione degli equilibri ecologici, il progetto Nuovi Continenti non intende proporre una visione celebrativa, ma costruire un dispositivo critico.

L’ipotesi di abitare le garbage patches viene quindi utilizzata come strumento analitico, volto a interrogare le condizioni estreme prodotte dall’accumulo di rifiuti plastici e a esplorare scenari di interazione tra sistemi umani e non umani. Le garbage patches possono essere interpretate, da un lato, come “rifugi per la diversità”, secondo la definizione proposta da Gilles Clément (2005), ovvero spazi residuali in cui emergono forme ecologiche non pianificate generate dall’accumulo di residui, e, dall’altro, come “macerie del presente”, secondo la lettura di Rem Koolhaas (2006), in cui i detriti materiali e simbolici della modernità rendono evi-

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dente l’incapacità dei sistemi contemporanei di elaborare i propri scarti. Di conseguenza, tali contesti non vengono interpretati come nuovi territori da abitare, ma come mezzi attraverso cui esplorare le modalità contemporanee di produzione, consumo e gestione del rifiuto. La costruzione dello scenario si basa su un processo che rilegge i dati scientifici in chiave spaziale. La Great Pacific Garbage Patch, che si estende su una superficie superiore a 1,5 milioni di km² (Lebreton et al. 2018), viene assunta come caso studio principale. A partire da questo nucleo, vi è la progressiva formazione di un arcipelago globale di accumuli plastici, corrispondenti alle principali garbage

TESI


patches oceaniche (Nord Pacifico, Sud Pacifico, Nord Atlantico, Sud Atlantico, Oceano Indiano), ciascuna caratterizzata da condizioni ambientali specifiche e quindi da possibili differenziazioni ecologiche e insediative. Questa articolazione assume uno scopo modellizzante, finalizzata alla ricerca di scenari differenziati di interazione tra sistemi umani e non umani. Più che caratterizzarsi come proposta insediativa, Nuovi Continenti agisce come supporto per ridefinire il ruolo del progetto nell’Antropocene, spostandolo da una logica di controllo e pianificazione a una di adattamento, coesistenza e negoziazione con processi non umani. In questi termini, il pro-

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getto dialoga con le riflessioni sviluppate in Design For More-Than-Human Futures: Towards Post-Anthropocentric Worlding, che mettono in discussione la centralità dell’umano nei processi di progetto. Qui, il design è inteso come pratica relazionale e situata, orientata alla costruzione di strutture condivise tra agenti umani e non umani, piuttosto che come strumento finalizzato esclusivamente alla produzione di soluzioni per l’uomo (Tironi et al., 2024). In questo senso, le garbage patches possono essere lette come paesaggi supernaturali, nei quali l’accumulo di materia artificiale genera nuove condizioni ecologiche e simboliche, rendendo ambigua ogni distinzione tra degrado e nuova forma di organizzazione. La tensione tra rimozione e permanenza del rifiuto costituisce uno dei nodi contemporanei principali. Da un lato, la necessità di ridurre l’inquinamento plastico è ampiamente documentata; dall’altro, l’esistenza di comunità biologiche associate ai detriti pone interrogativi sulle conseguenze di eventuali interventi di rimozione su larga scala. Questa condizione evidenzia la complessità sistemica del fenomeno, richiedendo approcci capaci di considerare la molteplicità delle interazioni in gioco. Come nelle narrazioni di Italo Calvino, in particolare nella città di Leonia (Calvino, 1972), in cui l’accumulo dei rifiuti diventa struttura stessa della città, anche qui il progetto costruisce un paradosso: un mondo in cui lo scarto non è più esterno al sistema, ma ne costituisce l’interrogativo simbolico e materiale fondamentale. Operando attraverso il paradosso, il focus si sposta dalla critica della modernità industriale proposta da Superstudio a quella dell’Antropocene, interrogando il ruolo dell’architettura e del progetto in un mondo in cui la distinzione tra naturale e artificiale risulta sempre più instabile. In questo senso, le garbage patches non vengono interpretate né come semplici discariche né come nuovi ecosistemi da celebrare, ma come spazi critici, nei quali si condensano le tensioni tra produzione e scarto, tra controllo e perdita di controllo, tra trasformazione e adattamento.*

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Spazi critici, nei quali si condensano le tensioni tra produzione e scarto, tra controllo e perdita di controllo, tra trasformazione e adattamento

NOTE 1 – Quinto dei dodici progetti che fanno parte della tesi di laurea magistrale di Eleonora Fanini Profezie compiute. Le Dodici città ideali di Superstudio nel contemporaneo, relatrice prof.ssa Sara Marini, Università Iuav di Venezia, a.a. 2023/24. 2 – Progetto pubblicato nel 1972 dal gruppo Superstudio; ognuna delle 12 storie utilizza una narrazione accompagnata da disegni o collage per descrivere città distopiche, estrapolando concetti dell’urbanistica moderna. 3 – Il termine “comunità neopelagica” è stato introdotto dalla ricercatrice Linsey Haram, del Smithsonian Environmental Research Center, che ha studiato questo fenomeno nell’Oceano Pacifico. REFERENCES – Calvino I. (1972). Le città invisibili. Torino: Einaudi. – Clément G. (2005). Manifesto del Terzo Paesaggio. Macerata: Quodlibet. – Haram L.E. et al. (2021). Emergence of a neopelagic community through the establishment of coastal species on the high sea (online). In Nature Communications. nature. com/articles/s41467-021-27188-6 (ultima consultazione settembre 2025). – Intini E. (2022). Great Garbage Patch: l’isola di rifiuti di plastica pullula di vita (online). In focus.it/ambiente/ ecologia/grande-isola-plastica-pacifico-vita (ultima consultazione settembre 2025). – Koolhaas R. (2006). Junkspace. A cura di G. Mastrigli. Macerata: Quodlibet. – Lebreton J. et al. (2018). Evidence that the Great Pacific Garbage Patch is rapidly accumulating plastic (online). In Scientific Reports. In nature.com/articles/s41598-01822939-w (ultima consultazione settembre 2025). – Mastrigli G. (a cura di)(2016). Superstudio. Opere 19661978. Macerata: Quodlibet. – Scillitani L. (2021). C’è vita sulle isole di plastica (online). In scienzainrete.it/articolo/c%C3%A8-vita-sulle-isole-diplastica/laura-scillitani/2021-12-26 (ultima consultazione settembre 2025). – Tironi M. et al. (2024). Design For More-Than-Human Futures: Towards Post-Anthropocentric Worlding. Londra: Routledge. – Toraldo Di Francia C. (2019). Intervista. In Emili A., Romagni L. (a cura di), Cristiano Toraldo Di Francia/ Superstudio. Da Quaderna alle Dodici Città Ideali. Genova: Plug-in, pp. 13-28.


Jowita Aleksandra Tabak PhD candidate, DAD, Politecnico di Torino. jowita.tabak@polito.it Tymon Wolender PhD candidate, DIST, Politecnico di Torino. tymon.wolender@polito.it

I siti produttivi come catalizzatori di simbiosi urbana Il consenso scientifico indica che gli attuali approcci alla gestione dell’acqua non garantiscono più la disponibilità futura delle risorse né la resilienza alle perturbazioni climatiche. Questo articolo esplora come il concetto di “supernaturale” possa informare configurazioni spaziali socialmente, ambientalmente ed economicamente simbiotiche. L’attenzione si concentra sulle aree produttive che, storicamente, hanno guidato l’urbanizzazione fluviale di Torino, e discute come esse possano oggi fungere da catalizzatori per trasformare il paesaggio fluviale in realtà più simbiotiche. Il contributo sviluppa un modello che contestualizza il “supernaturale” nel paesaggio fluviale torinese, articolandolo attorno a tre pilastri della simbiosi: economico, sociale e ambientale; al fine di contribuire al dibattito sulle pratiche spaziali alternative legate all’acqua.* upernatural and Hydrosocial territories Prevailing approaches to urban water management and planning remain harmful not only to the natural ecosystem of rivers but to the whole urban riverscape, understood as the part of the landscape that has (or had) a watercourse as its focus (Haslam, 2008). The marginalization

of socio-environmental interests has led to the degradation of riverine habitats, the urbanization of natural assets, the unequal and depleting use of water as a scarce resource, and the erosion of communities’ connection to rivers (Laborde and Jackson, 2022). Amid changing precipitation patterns, the increasing frequency of floods and droughts, and shifting social expectations for the management of water and water-related spaces, spatial practices within riverscapes need to be profoundly reconfigured (De Haan et al., 2015). In “hydrosocial territories”, such as riverscapes, “people, institutions, water flows, hydraulic technology and the biophysical environment” revolve around the control and competition of claims to water (Boelens et al., 2016). By contrast, the concept of “supernatural” is grounded in the idea of symbiosis between human and natural elements, where no part is harmed and at least one benefits (Singer, 2016). Centered on coexistence rather than competition and claim, the “supernatural” thus provides an alternative epistemic perspective for riverscapes, which remain dominated by hydraulic-bureaucratic administrations and capitalist imaginaries (Boelens et al., 2023). However, the concept is loosely defined (Huxham et al., 2019), raising the question of how it can be contextualized within

urban riverscape settings. While it offers an alternative theoretical positioning, it is necessary to explore how “supernatural riverscape” might operationally influence current spatial configurations. Turin Riverscape The riverscape of Turin, formed by the Po, Stura di Lanzo, Dora Riparia, and Sangone rivers, represents, in a nutshell, the spatial configuration shaped by competing claims to water. The development towards a Fordist city of production heavily dominated and transformed Turin’s riverscape, leading to the functional appropriation of the area, neglect of socio-environmental concerns, and prioritization of economic growth (Barchetta, 2021). Especially the peripheral parts of riverscape host today major productive facilities, extraction fields, landfills, magazines, etc. Even after the decline in industrial activity from the 1980s, the productive sector still occupies 7.9% of Turin’s total area, of which 25.5% lies within the riverscape. At the same time, the riverscape of Turin is an unprecedented environmental and socio-cultural asset, recognized by numerous projects such as Torino città d’acque or Turin and its Rivers (Servillo et al., 2025) that sought to elevate the riverscape’s significance to a central focus of the city’s overall development.

Productive Sites as Catalysts for Urban Symbiosis The Riverscape of Turin

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L’IMMERSIONE


01. The contextualization model for “supernatural riverscape” | Il modello di contestualizzazione del “paesaggio fluviale supernaturale”. Elaborated by the authors

Mind the dual characteristics of degradation and opportunity, the riverscape of Turin represents zones of possibility for “discovering new ways of living and being within urban nature, […] the possibility to imagine and experiment with new modes of cosmopolitan coexistence” (Gandy, 2021). In Turin, productive sites are central to the deeper exploration of these possibilities, as production sector has dominated urban development since the late 18th century and, following industrial decline, has been progressively transformed. Rather than framing productive sights as a threat, the article acknowledges their economic importance and asks how less environmentally harmful, and socially and economically beneficial spatial configurations within the urban riverscape can be informed by the concept of “supernatural”. These insights aim to support decision makers, planners, and designers in shaping

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future norms, transformation projects, and strategic frameworks. Additionally, they aim to provide a tangible proposal for interpreting “supernatural”, from the theoretical concept to the empirical understanding in material urban space. Approach and Methods To connect the theoretical concept of “supernatural” with urban riverscapes, the article employed an analytical unpacking of the concept and its spatial contextualization in Turin. The approach is based on articulating the “supernatural riverscape” through a literature review, its interpretation through the city’s institutional documents, and, finally, its representation through spatial data in Turin’s riverscape. Following the established link between “supernatural” in relation to “hydrosocial territories”, summarized in the introduction, the analysis is struc-


Spatial isolation of productive zones highlights a key challenge to multifunctional riverscape

02. Areas of action: economic pillar | Aree di intervento: pilastro economico. Elaborated by the authors

tured around the balanced relationship between three pillars: economic, social, and environmental (Partidário and Clark, 2000). These three pillars align with the goals of the Strategic Environmental Assessment (VAS, Valutazione Ambientale Strategica; Città di Torino, 2020), the institutional framework underpinning the preparation of the new General Regulatory Plan (PRG, Piano Regolatore Generale) of Turin. A close reading of VAS indicates that specific actions, along with their corresponding directions and normative frameworks, are intended to achieve equilibrium among the three pillars. Mapping the spatial references of the VAS’s actions is then understood as the material elements of concern while aspiring to balance between three pillars, and further “supernatural” condition.

It is discussed within the limit of riverscape, delineated as the sum of river courses, flood protection zones (representing potential inundation areas), and territories under environmental protection, based on spatial data deriving from Geoportale Piemonte. The interrelations among the pillars of the “supernatural” condition, the directions and normative frameworks, the actions and their respective areas, and the data used, along with their sources, are presented in the contextualization model for the supernatural riverscape (img. 01). At the macro scale, the article maps the areas designated for actions, qualitatively assessing the spatial configurations emerging among the three pillars. The analysis examines their distribution, extent, porosity, and

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interconnections. These dynamics are then deepened at the microscale through a representative case study of the upper Stura di Lanzo River, a riverine area dominated by productive facilities. Surpassing Isolation of Productive Sites The spatialization of the VAS’s actions in Turin’s riverscape revealed the significant strategic challenges for achieving the “supernatural” condition. They regard the various dimensions of isolation and detachment of productive sites from the social and environmental pillars, as expressed by the mapped elements. The first map (img. 02) regarding the economic pillar shows that productive sites in Turin are typically grouped

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03. Areas of action: social pillar | Aree di intervento: pilastro sociale. Elaborated by the authors

into large areas that cover significant portions of the riverscape, with primary examples of northern and southwestern production-centered hubs. The second map (img. 03) enables the correlation of existing social pillar’s elements with riverscape and juxtaposes the productive zones (yellow outlines), showing how these areas generate voids within the social system and disrupt its continuity. The third map (img. 04), corresponding to the environmental pillar, further illustrates how productive sites disrupt ecological corridors, while also highlighting concerns related to heritage preservation, energy efficiency, and urban mobility. The characteristics described at the macro scale of a city become even more evident when focusing on one of the major productive sites in Turin,

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located in the upper part of the Stura di Lanzo riverscape. Overlying all the elements and areas referenced by the actions further confirms that those related to the economic pillar are consolidated into clusters that contain few socio-environmental elements. The productive facilities are deprived from public greenery, services, or permeable surfaces. Their size is visibly distinct from the rest of the urban fabric, and their consolidated form marks a solid, vast barrier, barely permeable to the spatial elements of the socio-environmental pillars. This isolation of the economic pillar underscores the decisive role of productive sites in achieving a multifunctional, balanced riverscape. Social and environmental pillars alone are unlikely to induce substantial change,

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as these domains are already relatively well integrated within current spatial configurations. The priority is therefore not merely to reinforce individual pillars, but to look for cross-pillar actions that generate systemic effects. VAS indicates possible directions that need to be further explored following the cross-pillar logic. For example, reducing energy consumption through architectural revitalization simultaneously lowers environmental impacts and operational costs. Limiting land consumption decreases ecological pressure while improving economic efficiency. Integrating ecological corridors with mobility networks, often fragmented by consolidated production sites, can enhance both ecosystem connectivity and employee well-being and productivi-


04. Areas of action: environmental pillar | Aree di intervento: pilastro ambientale. Elaborated by the authors

ty. On the other hand, strengthening economic functions, such as retail and supporting businesses, cultural, and high-technology, low-impact facilities within the riverscape can reconnect peripheral green areas to urban life and include private funding to support the restoration and maintenance of blue-green areas. Conclusions The applied method offered a way to draw on possible operationalization of the concept of “supernatural” within Turin’s riverscape, through an attempt at spatial contextualizing this theoretical concept. With the interpretation of VAS guided by “supernatural”, the article drew on the balance between three pillars within the riverscape. It examined which spatial elements within the riverscape would be ad-

dressed by actions aimed at achieving a “supernatural” condition, and how these elements are spatially interconnected. The persistent isolation of the elements related to the economic pillar highlighted the importance of cross-pillar logic in identifying actions that would benefit more than one, and preferably all three, pillars simultaneously. While “supernatural” does not directly translate into the specific actions that would ensure this premise, it indicates a general foundation that might inspire revisions of operational practices within riverscapes. The further detailing of “supernatural” through the applied method, therefore, suggests cross-pillar monitoring, innovation, and the inclusion of cross-pillar-relevant indicators within the practices of planning, design, and management.*

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“Supernatural” provides a lens to reframe approaches to urban riverscapes

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05. Areas of economic, social, enviromental actions in Stura di Lanzo productive site | Aree di azione economiche, sociali e ambientali nel sito produttivo della Stura di Lanzo. Elaborated by the authors

REFERENCES – Barchetta L. (2021). La Rivolta del Verde; Nature e Rovine a Torino. Milano: Agenzia X. – Boelens R. et al. (2016). Hydrosocial territories: a political ecology perspective. In Water International, n. 14, pp. 1-14. – Boelens R. et al. (2023). Riverhood: political ecologies of socionature commoning and translocal struggles for water justice. In The Journal of Peasant Studies, n. 50, pp. 1125-1156. – Città di Torino (2020). Processo di Valutazione Ambientale Strategica (VAS). Torino: Città di Torino. – De Haan F.J. et al. (2015). Transitions through a lens of urban water. In Environmental Innovation and Societal Transitions, n. 15, pp. 1-10.

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– Gandy M. (2021). Prefazione. In Barchetta L. (ed.), La Rivolta del Verde; Nature e Rovine a Torino. Milano: Agenzia X, pp. 8-9. – Haslam S.M. (2008). The Riverscape and the River. Cambridge (UK): Cambridge University Press. – He Q., Bertness M.D., Altieri A.H. (2013). Global shifts towards positive species interactions with increasing environmental stress. In Ecology Letters, n. 16, pp. 695-706. – Huxham M. et al. (2019). Kropotkin’s Garden: Facilitation in Mangrove Ecosystems. In Hawkins S.J. et al. (eds.) Interactions in the Marine Benthos. Cambridge (UK): Cambridge University Press, pp. 431-447. – Laborde S., Jackson S. (2022). Living Waters or Resource? Ontological differences and the governance of

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waters and rivers. In Local Environment, n. 27, pp. 357-374. – Partidário M.R. (2015). A strategic advocacy role in SEA for sustainability. In Journal of Environmental Assessment Policy and Management, n. 17, p. 1550015. – Servillo L. et al. (2025). Torino e i suoi Fiumi. Proiezioni strategiche del Pettine Blu (report di Ricerca). Torino: Laboratorio Interdipartimentale FULL, Politecnico di Torino. – Singer F. (2016). Ecology in Action. Cambridge, UK: Cambridge University Press.


Elisa Barsanti Dottoranda DESTeC, Università di Pisa. elisa.barsanti@phd.unipi.it

Devices for a Domestic Ecology Growing urbanization and the ecological crisis require a rethinking of the relationship between cities and food production. Today, 98% of the non-urbanized land surface is called upon to sustain the needs of the 70% of the population living in cities. Within this scenario, “supernatural devices” emerge: hybrid micro-infrastructures that, through vertical farming techniques, bring cultivation into the city. Three experiments – Hydroponics Module, Sky Farm, and Jellyfish Barg – demonstrate different approaches, united by modularity, the use of lightweight materials, and social as well as productive functions.* ntro il 2050 circa il 70% della popolazione mondiale vivrà nelle città1, ciò significa che aree già oggi sotto pressione saranno chiamate a concentrare ancora più persone e risorse. Considerando che solo il 2% della superficie terrestre è occupato da aree urbane, mentre il restante 98% è territorio non urbanizzato (Koolhaas, 2020), questo spazio residuale è chiamato a sostenere il fabbisogno delle metropoli. Alcuni casi sono emblematici: Singapore importa oltre il 90% del cibo da altri paesi2. In questo contesto emergono realtà innovative come Eat Just, prima startup al mondo autorizzata a com-

01. Città, produzione e dispositivi supernaturali: un diagramma concettuale | City, production and supernatural devices: a conceptual diagram. Elisa Barsanti

mercializzare carne coltivata in laboratorio (Lloyd e Kalagas, 2021). Ciò fa riflettere sulla possibilità di usare la tecnologia per riportare la produzione alimentare in città, privilegiando modelli di prossimità. L’idea di coltivazione in città ha radici consolidate

negli orti urbani, ma adesso sta emergendo attraverso modalità non convenzionali di coltivazione fuori suolo, rese necessarie da inquinamento o carenza di spazio. Questa possibilità può essere resa concreta da “dispositivi supernaturali”, micro-architetture

Dispositivi per un’ecologia domestica Tra produzione alimentare e spazio urbano

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che derivano dal principio del vertical farming ma lo traducono in scala ridotta, adattandolo al tessuto urbano. In altre parole, una miniaturizzazione di sistemi idroponici, acquaponici o aeroponici, pensati per la produzione su larga scala e l’immissione sul mercato, più vicini all’agroindustria che a un’infrastruttura urbana. Diverso è l’approccio dei dispositivi supernaturali che cercano di costruire prossimità e socialità (img. 01). La loro diffusione si scontra ancora con limiti normativi e tecnologici, che ne condizionano la trasformazione da prototipi sperimentali a soluzioni strutturali (Negrello, 2024). Dispositivi supernaturali L’architettura non può risolvere da sola le crisi ecologiche, sociali ed economiche che attraversano le città, ma può predisporre scenari in cui trasformazioni già in corso trovino spazio e forma. Tra queste, la diffusione di pratiche di coltivazione fuori suolo mostra come il confine tra abitare e produrre torni oggi a essere terreno di progetto. Come osserva Donadieu (2013), la campagna urbana non può più essere intesa soltanto come spazio agricolo, ma anche come infrastruttura ecologica e sociale indispensabile all’equilibrio delle metropoli contemporanee. In questo quadro si colloca la nozione di dispositivo supernaturale, infrastruttura ibrida in cui natura e tecnologia diventano inseparabili. Una riflessione che si inserisce nella più ampia ricerca sulla città produttiva e sulla soglia domestica come spazio di ibridazione (Crist et al., 2024). Supernaturale non allude a una dimensione magica, ma a una condizione che oltrepassa il naturale rielaborandolo attraverso la tecnica. Dalle sperimentazioni osservabili oggi emergono possibilità ma anche contraddizioni, legate alla diffusione limitata e alla scalabilità ancora problematica. Ma resta il dato fondamentale, cioè la possibilità di ridurre le distanze tra coltivazione e consumo e con esse di avvicinare gli abitanti a un ciclo alimentare di cui diventano parte attiva e consapevole (img. 02).

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02. Un dispositivo supernaturale in una strada di Tokyo, fotoinserimento | A supernatural device in Tokyo, photomontage. Elisa Barsanti

Tre esperimenti urbani Negli ultimi anni, la produzione alimentare urbana è stata affrontata con approcci che vanno dalla ricerca teorica alla sperimentazione concreta. Alcune esperienze, come Ego to Eco di EFFEKT, presentato alla Biennale di Venezia del 20213, hanno mostrato come l’architettura possa immaginare interi quartieri autosufficienti, capaci di sostenersi attraverso un mix di energia rinnovabile e piccole vertical farm distribuite. Si tratta però di scenari speculativi, più facilmente realizzabili nei contesti nordeuropei, dove risorse e bassa densità consentono nuovi insediamenti. Anche a Parigi, il programma

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Avvicinare gli abitanti a un ciclo alimentare di cui diventano parte attiva e consapevole


03. Hydroponic Module, sezione rielaborata dall’autrice | Hydroponic Module, section reinterpreted by the author. Elisa Barsanti

municipale Parisculteurs4 e il progetto privato Nature Urbaine5 hanno dimostrato come la coltivazione urbana possa cambiare il volto della città, sebbene in questi casi manchi spesso una chiara dimensione architettonica. Diverso è invece il caso delle città storicamente stratificate, come nei paesi mediterranei, o cresciute in modo incontrollato, come nei contesti del Sud globale. In entrambi i casi, la condizione comune è la scarsità di suolo coltivabile all’interno dell’ambito urbano. È proprio in questi scenari che assumono significato le sperimentazioni concrete di micro-architetture produttive, come visibile nei tre progetti seguenti. Il primo caso è Hydroponics Module, realizzato nel 2024 a Bogotá e progettato da Alsar Atelier in collaborazione con Oscar Zamora, Yasmin Crespo e le organizzazio-

Infrastrutture ibride, leggere, in cui natura e tecnica diventano inseparabili

04. Sky Farm, sezione rielaborata dall’autrice | Sky Farm, section reinterpreted by the author. Elisa Barsanti

ni comunitarie Fondacio Altos del Cabo e Maya Tejedores de la Tierra (img. 03). Inserito nel quartiere informale di San Luis, il progetto risponde a una condizione di forte densità abitativa e scarsità di suolo coltivabile. La soluzione adottata è il riuso di scaffalature industriali trasformate in supporti modulari per coltivazioni idroponiche multilivello: leggere, smontabili e facilmente ricollocabili. L’architettura assume così la forma di un dispositivo semipermanente, capace di adattarsi alla natura instabile degli insediamenti autocostruiti. Il modulo è al tempo stesso infrastruttura produttiva e spazio educativo, e in questo senso il progetto esemplifica come un intervento puntuale possa generare nuove ecologie urbane, legando innovazione tecnica e dimensione sociale. Il secondo esperimento, Sky Farm, nasce nel 2018 a Shenzhen dal collettivo VRAP – Vernacular Research and Practice (img. 04). Inserito nel villaggio urbano di Nantou, si colloca in un contesto di densità estrema, dove il 10% del territorio ospita quasi metà della popolazione cittadina e lo spazio pubblico scarseggia. Qui il progetto propone un’architettura modulare che combina acquaponica alimentata dalla raccolta di acqua piovana con

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una struttura leggera in PVC e telai smontabili. L’area scelta, precedentemente occupata da rifiuti edili, viene così riconvertita. Ne risulta uno spazio replicabile, punto di aggregazione per un quartiere privo di spazi comuni. Sky Farm dimostra come la vertical farm, pur concepita come dispositivo produttivo, possa evolvere in infrastruttura sociale, restituendo centralità al ruolo comunitario dell’agricoltura. Infine, Jellyfish Barge, sviluppata nel 2014 dal gruppo PNAT6, è una serra galleggiante pensata per essere collocata direttamente in acqua, in aree caratterizzate da scarsità di suolo. La struttura modulare in legno e materiali riciclati ospita coltivazioni idroponiche e integra un innovativo sistema di dissalazione e purificazione solare capace di produrre acqua potabile (img. 05). La temperatura interna è regolata dal bacino idrico, mentre pannelli fotovoltaici garantiscono l’autosufficienza energetica. L’assemblaggio non richiede tecniche complesse, favorendo la replicabilità. La Jellyfish Barge grazie a un modulo aggiuntivo diventa prototipo sociale che combina produzione e socialità. Se confrontati, questi dispositivi mostrano convergenze e differenze signi-

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05. Jellyfish Barge, sezione rielaborata dall’autrice | Jellyfish Barge, section reinterpreted by the author. Elisa Barsanti

ficative. Tutti si basano sull’uso di materiali leggeri o di recupero e associano alla produzione alimentare una funzione sociale, dal coinvolgimento delle comunità locali alla previsione di spazi di incontro o educazione ambientale. Ma i sistemi agricoli impiegati restano rudimentali rispetto alle vertical farm hightech: non vi sono ambienti controllati, ma soluzioni minime e adattabili, e la varietà di colture è limitata a ortaggi a ciclo breve: insalate, erbe aromatiche, microgreens. Pensare a un’autosufficienza alimentare resta dunque irrealistico, mentre è più plausibile leggere questi dispositivi come strumenti di sensibilizzazione. Se le fabbriche verticali del Novecento rappresentavano simboli di efficienza e monumentalità (Rappaport, 2020), i dispositivi supernaturali contemporanei si configurano piuttosto come micro-infrastrutture diffuse, leggere e comunitarie. Conclusioni Il vertical farming, quando viene sottratto alla scala industriale e miniaturizzato nello spazio urbano, non produce autosufficienza ma prossimità. I dispositivi supernaturali non promettono di sostituire l’agricoltura tradizionale né di risolvere la crisi alimentare

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globale: operano su un piano diverso, quello spaziale e culturale. Inserendo frammenti produttivi negli interstizi della città, trasformano soglie, tetti e superfici residuali in luoghi in cui abitare e produrre tornano a dialogare. A differenza degli orti urbani analogici – che riattivano il suolo e la comunità attraverso pratiche collettive – questi dispositivi agiscono come infrastrutture ibride, leggere, in cui natura e tecnica diventano inseparabili. Non sono micro-fabbriche vegetali né semplici icone green, ma strumenti di mediazione che rendono visibile ciò che nella metropoli è stato progressivamente allontanato: il ciclo del cibo. Il loro valore non risiede nella quantità prodotta, ma nella capacità di rimettere in questione il confine tra domestico e urbano, tra pubblico e privato, tra artificio e natura. In questo senso, l’architettura non offre soluzioni definitive, ma costruisce condizioni di possibilità. È una posizione che richiama la “tecnica curiosa” di cui scrive Portoghesi (2014), dove le macchine non rappresentano esiti chiusi ma strumenti per esplorare scenari futuri. I dispositivi supernaturali appartengono a questa dimensione: non risposte compiute, ma dispositivi aperti, capaci di innescare nuove ecologie urbane.*

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NOTE 1 – United Nations, Department of Economic and Social Affairs, Population Division (2019), World Urbanization Prospects: The 2018 Revision, New York: United Nations. 2 – Singapore Food Statistics 2003, Agri-Food & Veterinary Authority of Singapore. 3 – 17ª Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia, How will we live together?, a cura di Hashim Sarkis, 2021. 4 – Parisculteurs è un programma lanciato dal Comune di Parigi nel 2016 con l’obiettivo di sviluppare cento ettari di superfici agricole urbane entro il 2020, attraverso bandi pubblici che coinvolgono architetti, agronomi e associazioni. 5 – Nature Urbaine (2020) è una delle più grandi fattorie urbane su tetto in Europa (14.000 m²), realizzata dall’azienda francese Agripolis sopra il Parc des Expositions di Parigi. Al suo interno trovano posto dispositivi che sfruttano tecniche idroponiche e aeroponiche, in un modello ibrido che combina produzione professionale e vendita al dettaglio con attività sociali e didattiche. 6 – PNAT (Project Nature), spin-off dell’Università di Firenze fondato nel 2014 e guidato da Stefano Mancuso, attivo tra botanica, design e architettura ambientale. REFERENCES – Donadieu P. (2013). Campagne urbane. Una nuova proposta di paesaggio delle città. Roma: Donzelli Editore. – Crist G. et al. (2024). House Precinct Terriroty. Design Strategies for the Productive City. Shenzhen: ORO Editions. – Koolhaas R. (2020). Countryside, A Report. New York: Guggenheim Taschen. – Lloyd S., Kalagas A. (2021). Salad Days: Urban Food Futures. In Architectural Design, vol. 91(5), pp. 40-47. – Negrello M. (2024). Agricoltura urbana indoor: dalla sperimentazione progettuale innovativa alla norma. In TECHNE Journal of Technology for Architecture and Environment, n. 27, pp. 81-88. – Portoghesi P. (2014). Tecnica curiosa. Dall’infanzia delle macchine alle macchine inutili. Milano: Edizioni Medusa. – Rappaport N. (2019). Vertical Urban Factory. New York: Actar Publishers.


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SOUVENIR


Letizia Goretti PhD Cultura visuale, Fotografa indipendente e ricercatrice associata laboratorio LARSH, Université Polytechnique Hauts-de-France. letizia.goretti@yahoo.it

Anche a Parigi ci sono le montagne… e le caverne! Installazione La Caverne du Pont Neuf di JR, Parigi, Francia

Dipinte o stampate, gonfiabili o unite, interne o esterne… il richiamo della natura e il simbolismo della caverna non sono una novità. L’installazione dell’artista JR, che vuole essere un omaggio all’opera Le Pont Neuf emballé (1985) di Christo e Jeanne-Claude, ricorda il concetto della Caverna dell’antimateria (1959) di Pinot Gallizio: un luogo magico (ri-)creato dove lo spettatore veniva coinvolto in un’esperienza totalizzante. Ma se la tecnologia soppianterà la natura, dove si rifugerà quest’ultima?*

There are Mountains in Paris too… and Caverns! JR’s installation La Caverne du Pont Neuf, Paris, France

Whether painted or printed, inflatable or assembled, indoors or outdoors… the allusion to nature and the symbolism of the cave are nothing new. The installation by artist JR, conceived as a tribute to Christo and Jeanne-Claude’s work Le Pont Neuf emballé (1985), recalls the concept behind Pinot Gallizio’s Caverna dell’antimateria (1959): a magical place recreated to immerse the viewer in a total, all-encompassing experience. But if technology supplants nature, where will nature itself find refuge?*

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Anna Maria Brusciano Dottoressa in Design, Università Iuav di Venezia. a.brusciano1@stud.iuav.it

Design and Cinema The connection between film and graphic design spans the entire history of cinema, from the first silent film intertitles to the opening credits that have shaped the collective imagination, to the attention paid to graphic props in contemporary productions. Through a historical-critical approach, this essay seeks to demonstrate how graphics are not simply aesthetic details, but rather a narrative device that brings coherence, identity, and depth to cinematic narration, enriching the viewer’s visual and cultural experience.*

I

l Graphic Design come linguaggio cinematografico Fin dalle sue origini, il cinema si è configurato come un linguaggio composito, capace di integrare codici espressivi differenti per dar vita a un’esperienza narrativa visiva complessa. In tale processo, il graphic design ha svolto un ruolo rilevante, sebbene spesso trascurato. Nei film muti, infatti, la grafica era impiegata principalmente per favorire la comprensione del racconto; tuttavia, con il consolidarsi del mezzo cinematografico, titoli, didascalie e materiali visivi utilizzati per la costruzione delle scene hanno progressivamente acquisito una funzione narrativa, estetica e identitaria.

L’evoluzione del graphic design applicato al cinema non si limita alla storia dei titoli di testa, ma riguarda più ampiamente la costruzione della dimensione diegetica attraverso l’impiego di oggetti scenici e materiali visivi. Il presente studio intende ripercorrere le tappe principali di tale sviluppo, con l’obiettivo di analizzare in che modo il graphic design abbia contribuito a definire l’esperienza cinematografica. Lo studio pone particolare attenzione a tre direttrici: la ricostruzione storica del rapporto tra cinema e graphic design, dalle origini alle sperimentazioni contemporanee; l’analisi del contributo di alcuni tra i più influenti title designer, che hanno trasformato i titoli in dispositivi narrativi e comunicativi; l’approfondimento del ruolo del production design e, in particolare, dei graphic props, strumenti fondamentali nella definizione del realismo e dell’identità visiva delle opere filmiche. La ricerca si fonda su un approccio storico-critico e la trattazione è articolata secondo la distinzione di due macroaree principali: la sfera della scrittura diegetica e la sfera della scrittura extradiegetica. La prima categoria si riferisce alla grafica appartenente allo spazio narrativo e può essere identificata in elementi quali lettere, telegrammi, pagine di giornale e cartelloni pubblicitari. La seconda riguarda invece gli elementi grafici sovraimpressi sullo schermo e dunque

si identifica in elementi collocati al di fuori della continuità diegetica, quali intertitoli, titoli e didascalie. Tale distinzione consente di tracciare una linea di continuità nello sviluppo storico del graphic design e di comprenderne il contributo nel mondo del cinema. L’evoluzione della scrittura extradiegetica: dagli intertitoli al sonoro La prima area di indagine riguarda la dimensione extradiegetica. Con il diffondersi dei film muti alla fine dell’Ottocento, resi popolari dai fratelli Lumière e da George Méliès, aumentarono non solo la durata delle pellicole, ma anche la complessità delle storie raccontate. Per rendere comprensibili le vicende, si ricorse inizialmente a cartelli scritti che riportavano i dialoghi dei personaggi o fornivano spiegazioni sulla storia raccontata. Questi testi intercalari, collocati tra un’inquadratura e l’altra, avevano il compito di introdurre o riassumere le scene, permettendo allo spettatore di comprendere pienamente la storia che stava guardando. Questa funzione divenne sempre più frequente e si integrò progressivamente nella struttura narrativa. In alcuni casi, la proiezione era accompagnata da un imbonitore che leggeva i cartelli ad alta voce, rafforzando la comprensione collettiva e aiutando, con la sua voce, a costruire la storia. Lo sviluppo degli intertitoli procedette di pari passo con l’evoluzione del montaggio:

Design e cinema

Il ruolo della grafica nella narrazione cinematografica

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TESI


01. Intertitoli dal film Uncle Tom’s Cabin. Regia di Edwin S. Porter, 1903 | Title cards from the film Uncle Tom’s Cabin. Directed by Edwin S. Porter, 1903. S. Porter

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02. Graphic props realizzati da Annie Atkins, utilizzati nel film Grand Budapest Hotel. Regia di Wes Anderson, 2014 | Graphic props designed by Annie Atkins, used in the film The Grand Budapest Hotel. Directed by Wes Anderson, 2014. A. Atkins

Le sequenze dei titoli di testa assunsero il compito di informare lo spettatore sul genere e sull’atmosfera del film, preparandolo emotivamente alla visione

la moltiplicazione dei testi intercalari procedeva con l’allungarsi del film nel corso del tempo e permetteva di raccontare storie più complesse e più lunghe, fornendo maggiori informazioni sulla situazione dei personaggi, sulle loro motivazioni e sulle loro intenzioni (Dupré la Tour, 2000). I primi film che documentano l’utilizzo di didascalie e testi intercalari sono Ali Baba et les quarante voleurs e Les Victimes de l’alcoolisme (1902) di Ferdinand Zecca, prodotti per Pathé, e Uncle Tom’s Cabin (1903), diretto da Edwin S. Porter per la Edison. La stesura dei cartelli era affidata ai cartellonisti e ai tipografi assunti dalle case di produzione. I caratteri tipografici utilizzati per i titoli e gli intertitoli venivano scritti a mano, in modo da

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produrre testi chiari e leggibili, di facile comprensione per il pubblico in sala. La tipografia era un aspetto fondamentale da tenere in considerazione e, con il passare del tempo, divennero sempre più influenti i movimenti artistici che si svilupparono in quegli anni: Impressionismo, Art Nouveau, Modernismo e Art Déco. Un momento di svolta si ebbe nel 1927 con l’introduzione del sonoro. L’avvento della parola registrata rese obsoleti i cartelli, che scomparvero quasi completamente. Ciò nonostante, le novità introdotte nel mondo del cinema assunsero un ruolo importante: negli anni Trenta, il cinema offriva una forma di evasione dalle difficoltà della Grande depressione e le sequenze dei titoli di testa assunsero il compito di

TESI


L’evoluzione del graphic design applicato al cinema riguarda più ampiamente la costruzione della dimensione diegetica

informare lo spettatore sul genere e sull’atmosfera del film, preparandolo emotivamente alla visione. Con il passare degli anni, i cineasti e le case di produzione compresero sempre di più l’importanza della pubblicità e la cura della presentazione del film al pubblico, portandoli a investire sempre di più nel campo della comunicazione. La rivoluzione del Title Design: Saul Bass e l’autonomia espressiva Il processo si intensificò ulteriormente negli anni Cinquanta, quando la diffusione della televisione costrinse il cinema a differenziarsi attraverso un impatto visivo più incisivo. I titoli di testa furono così affidati a graphic designer professionisti, inaugurando una stagione di sperimentazioni formali.

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Emblematico in questo senso fu il lavoro di Saul Bass, il quale rivoluzionò la percezione dei titoli di testa trasformandoli in sequenze autonome, capaci di evocare temi, atmosfere e stati d’animo. Le sue creazioni per The Man with the Golden Arm e Vertigo dimostrarono come la grafica potesse dialogare con la narrazione cinematografica, con l’obiettivo principale di comunicare la storia del film in maniera metaforica, creando da subito un legame emotivo con lo spettatore. Contemporaneamente, autori come Pablo Ferro e Maurice Binder introdussero tecniche innovative di montaggio rapido, tipografia in movimento e soluzioni visive audaci, ampliando ulteriormente le potenzialità comunicative del mezzo cinematografico.

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La scrittura diegetica: il ruolo dei Graphic Props e il caso Wes Anderson Parallelamente all’evoluzione extradiegetica, il cinema sviluppò un uso sempre più consapevole della grafica interna allo spazio diegetico. Si tratta dei cosiddetti graphic props, ovvero oggetti grafici prodotti appositamente per la scena: giornali, libri, riviste, poster, cartoline, insegne, mappe geografiche e altri materiali visivi. Sebbene questi oggetti fossero utilizzati in maniera più o meno ampia nelle pellicole e nei film muti degli anni Venti, fu solo con il consolidarsi del production design come dipartimento specifico all’interno delle case di produzione che la realizzazione di questi oggetti fu affidata a grafici professionisti. Un caso emblematico di grafica cinematografica è rappresentato dal cinema


03. Graphic props realizzati da Annie Atkins, utilizzati nel film Grand Budapest Hotel. Regia di Wes Anderson, 2014 | Graphic props designed by Annie Atkins, used in the film The Grand Budapest Hotel. Directed by Wes Anderson, 2014. A. Atkins

di Wes Anderson. Lo stile del regista è diventato nel tempo uno dei più riconoscibili della contemporaneità e si caratterizza per l’utilizzo di soluzioni grafiche e compositive che aiutano a comunicare la storia in maniera diretta verso il pubblico. Questo permette al regista di costruire dettagli compositivi, cromatici, musicali e grafici che aiutano a costruire la storia in maniera più profonda. Nei suoi film, i graphic props diventano veicoli concreti di significato e strumenti per approfondire le atmosfere malinconiche e ironiche delle storie. Per questo motivo, Anderson collabora spesso con progettisti grafici professionisti, tra cui Annie Atkins ed Erica Dorn. Il lavoro svolto da Annie Atkins è oggi tra i più riconosciuti, sia all’interno della

comunità dei progettisti grafici sia tra gli appassionati del cinema di Wes Anderson. Come lei stessa ha raccontato più volte, i materiali grafici richiesti dalla scenografia venivano spesso creati completamente da zero per adattarsi perfettamente alle situazioni e ai mondi immaginari in cui si svolgevano le storie di Wes Anderson: francobolli, banconote, giornali, mappe geografiche, tutto veniva progettato a mano e curato in ogni dettaglio, per fare in modo che un luogo o una situazione risultassero realistici. Tuttavia, il compito vero e proprio dei graphic props è proprio quello di rimanere sullo sfondo della scena, contribuendo a costruire un universo diegetico coerente e realistico, senza distrarre lo spettatore dalla narrazione principale.

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I graphic props si configurano come elementi imprescindibili nella costruzione della dimensione cinematografica, in quanto conferiscono profondità al racconto TESI


04. Graphic props realizzati da Annie Atkins, utilizzati nel film Grand Budapest Hotel. Regia di Wes Anderson, 2014 | Graphic props designed by Annie Atkins, used in the film The Grand Budapest Hotel. Directed by Wes Anderson, 2014. A. Atkins

Conclusioni: il Design come dispositivo narrativo e culturale I graphic props, dunque, si configurano come elementi imprescindibili nella costruzione della dimensione cinematografica, in quanto conferiscono profondità e consistenza al racconto, arricchendo la dimensione estetica e coinvolgendo lo spettatore in un universo narrativo più denso e tangibile. L’analisi condotta evidenzia come il graphic design abbia assunto, nel corso della storia del cinema, un ruolo determinante: dalla funzione di supporto che i testi svolgevano nelle proiezioni dei film muti, all’autonomia espressiva delle sequenze dei titoli di testa di Saul Bass, fino all’attenzione minuziosa dedicata oggi alla progettazione dei graphic props, la grafica

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ha contribuito in modo continuativo a plasmare e arricchire l’esperienza della narrazione. Il graphic design deve pertanto essere considerato parte integrante del linguaggio cinematografico, non soltanto per la sua rilevanza storica, ma piuttosto per la funzione che continua a svolgere nelle produzioni contemporanee. Esso opera su più livelli: definisce i contorni del mondo narrativo; contribuisce a caratterizzare i personaggi attraverso segni visivi che riflettono emozioni, intenzioni e identità; rende riconoscibile un’opera già a partire dai materiali promozionali e dalle sequenze iniziali. In questa prospettiva, la grafica non può essere relegata a mero elemento ornamentale, ma deve essere riconosciuta come

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un vero e proprio dispositivo narrativo e culturale, dotato di un’identità autonoma e di un compito specifico a cui rispondere all’interno del processo cinematografico.*

REFERENCES – Barnwell J. (2004). Production design: architects of the screen. New York: Wallflower Press. – Bernardi S. (2007). L’avventura del cinematografo: Storia di un’arte e di un linguaggio. Venezia: Marsilio editore. – Dupré la Tour C.M.S. (2000). Didascalie e narrazione. In Bianco e nero, n.1/2, pp. 58-73. – Marie M. (2008). Il cinema muto: un linguaggio universale. Torino: Lindau.


Il potere del mare “Her name is Aphrodite, and she rides a crimson shell.” Tales of Brave Ulysses, Disareli Gears, Cream, 1967

Cream, Disareli Gears, 1967 Strange Brew, Sunshine of Your Love, World of Pain, Dance the Night Away, Blue Condition, Tales of Brave Ulysses, SWLABR, We're Going Wrong, Outside Woman blues, Take It Back, Mother's Lament

Disraeli Gears è il secondo album del gruppo britannico Cream, formato da tre dei più celebri artisti blues rock di tutti i tempi: Eric Clapton alla chitarra, Ginger Baker alla batteria e Jack Bruce al basso. L’album venne pubblicato nel novembre 1967, dopo il grande successo del primo disco Fresh Cream, uscito l’anno precedente. A differenza di quest’ultimo, composto principalmente da cover riarrangiate, Disraeli Gears raccoglie solo pezzi inediti, che diventano ben presto pietre miliari del rock britannico. Il virtuosismo alla chitarra di Clapton, la batteria energica di Baker e la base ritmica del basso di Bruce prendono origine dal blues-rock ma aprono le porte a un nuovo genere che sta nascendo proprio in quegli anni: l’hard rock, che negli anni Settanta dilagherà nelle scene musicali europee e americane.

L’album è noto soprattutto per la celeberrima Sunshine of Your Love ma contiene, in realtà, undici capolavori che spaziano dal blues al rock psichedelico fino all’hard rock. Tales of Brave Ulysses, nata dalla collaborazione tra Eric Clapton e l’artista Martin Sharp, è una ballata di stampo psichedelico, dove il testo poetico di Sharp, ispirato alle avventure di Ulisse, si fonde alla chitarra elettrica di Clapton che tramite l’effetto wah-wah – che diventerà da qui in avati un suo marchio di fabbrica – riproduce la dolce tortura delle sirene che ammaliano gli orecchi dell’eroe greco fino a “scavare increspature blu profonde nella trama della tua mente” (carving deep blue ripples in the tissues of your mind). Testi e immagini di Emilio Antoniol

Ogni numero di OFFICINA Journal è accompagnato da un brano musicale: così ogni tema è abbinato a note e parole.

OFFICINA*sound

Each issue of OFFICINA Journal is accompanied by a song: so each theme is matched with notes and words.

(S)COMPOSIZIONE


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