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Digitalizzazione dei procedimenti amministrativi per la tutela del patrimonio costruito

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Digitalizzazione dei procedimenti amministrativi

per la tutela del patrimonio costruito

Esperienze applicative e proposte per operatori del settore e pubblica amministrazione

con scritti di Emanuela Carpani, Pietro Petraroia, Stefano

Della Torre e Francesco Trovò

A Carlo, con cui l’intuizione diventa progetto

Digitalizzazione dei procedimenti amministrativi per la tutela del patrimonio costruito

Esperienze applicative e proposte per operatori del settore e pubblica amministrazione

con scritti di Emanuela Carpani, Pietro Petraroia, Stefano Della Torre e Francesco Trovò

Digitalizzazione dei procedimenti amministrativi per la tutela del patrimonio costruito

Anna Maria Pentimalli Biscaretti di Ruffia

ISBN 979-12-5953-258-9

Le attività di ricerca che hanno condotto alla redazione del presente volume sono state realizzate grazie al sostegno finanziario ottenuto nell’ambito del progetto europeo PON FSE REACT-EU, nonché alle risorse attribuite dal decreto ministeriale n. 1061 del 10 agosto 2021, destinate al finanziamento di programmi di dottorato di ricerca attivi e accreditati nel XXXVII ciclo.

editore

Anteferma Edizioni Srl via Asolo 12, Conegliano, TV edizioni@anteferma.it

prima edizione maggio 2026

progetto grafico Margherita Ferrari

stampa Skillpress, Fossalta di Portogruaro

Copyright

Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - No opere derivate 4.0 Internazionale

Prefazione

Emanuela Carpani

Prefazione

Pietro Petraroia

Introduzione

Prima parte Il contesto di riferimento

Capitolo uno.

Pubblica Amministrazione e digitalizzazione: a che punto siamo?

1.1 Digitalizzare la tutela: una transizione aperta

1.2 L’investimento sulla cultura nel PNRR

1.3 La strategia nazionale sui dati: linee di semplificazione e principi di accessibilità e interoperabilità

2.1 Nuove traiettorie per la tutela del costruito a tre anni dal Piano nazionale di digitalizzazione

2.2 L’Istituto centrale per la digitalizzazione del patrimonio culturale – Digital Library nel nuovo assetto del MiC

2.3 Quale metodo per la digitalizzazione del patrimonio culturale costruito? La proposta di SIRA – Società italiana per il restauro dell’architettura

Seconda parte

La “gestione” della tutela: questioni operative

Capitolo tre.

Il ruolo delle procedure amministrative nella conservazione del patrimonio costruito

3.1 Il MiC e i suoi dati: scenari futuri per il sistema GIADA – Gestione informatizzata e archiviazione digitale accessibile

3.2 Da GIADA al nuovo Catalogo SSU – Sistema sportelli unici. Interoperabilità tra sistemi informatici per la gestione unificata dei dati

3.3 Dai flussi di dati alle procedure. L’autorizzazione all’esecuzione di opere di qualsiasi genere sui beni culturali a fondamento della tutela

3.4 Il nuovo Portale dei procedimenti del MiC: contesto, obiettivi e criticità

Capitolo quattro.

Discrezionalità tecnica e nuovi strumenti digitali

4.1 La discrezionalità tecnica nelle istruttorie relative ai progetti sul patrimonio culturale

4.2 Intorno ai confini della discrezionalità tecnica: l’importanza del livello minimo di informazioni

Terza parte

Nuovi modelli e strumenti per la tutela

Capitolo cinque.

La governance unificata dei procedimenti come opportunità per il patrimonio culturale

5.1 La nuova piattaforma per la gestione dei procedimenti. Struttura e database di riferimento

5.2 Per una gestione integrata dei dati di progetto

5.3 Portale dei procedimenti del MiC e nuovi strumenti ICT. Scenari operativi per l’incremento del livello di conoscenza

Conclusioni

Controllo dei flussi documentali come principio operativo. Verso una nuova centralità delle Soprintendenze ABAP?

Postfazione

Stefano Della Torre, Francesco Trovò

Bibliografia

Appendice

Tabelle del diagramma di flusso del workflow –articoli 21 e 160 del Decreto Legislativo n. 42/2004

Prefazione

La digitalizzazione dei procedimenti amministrativi nel settore della tutela del patrimonio culturale costituisce oggi un passaggio necessario, ma non per questo semplice, né riducibile a una questione di innovazione tecnologica. Essa investe, in realtà, il modo in cui l’amministrazione costruisce e organizza la conoscenza, struttura le proprie responsabilità, garantisce continuità all’azione pubblica e rende più chiaro, più leggibile e più coerente l’esercizio della funzione di tutela. Per questa ragione, il tema non può essere affrontato in termini meramente strumentali.

Nel campo del patrimonio costruito, la qualità dei procedimenti incide direttamente sulla qualità della tutela, poiché da essa dipendono la completezza del quadro conoscitivo, la tenuta dell’istruttoria, la trasparenza del percorso decisionale e, in definitiva, la solidità del giudizio tecnico-amministrativo. Il presente volume ha il merito di misurarsi con tale complessità con serietà di impianto e chiarezza di orientamento, collocando la trasformazione digitale entro una prospettiva istituzionale e non semplicemente applicativa.

Uno degli aspetti di particolare interesse del lavoro consiste nell’avere ricondotto il tema della digitalizzazione entro una prospettiva attenta all’ordinamento dei processi, alla qualità del dato e alla coerenza tra strumenti, funzioni e decisioni. In queste pagine, la dimensione tecnologica è considerata con equilibrio, senza sovrastimarne la portata e senza presupporre che la sola disponibilità di piattaforme o modelli digitali possa, di per sé, determinare un automatico miglioramento dell’azione amministrativa. Al contrario, viene messo in evidenza come i sistemi informativi, i flussi documentali, l’interoperabilità tra banche dati, la relazione tra documentazione progettuale e procedimento autorizzativo, incidano in modo diretto sulle condizioni concrete nelle quali la tutela si esercita. Quando il dato è frammentato, quando i sistemi non dialogano, quando l’informazione non è aggiornata o non è strutturata secondo criteri condivisi, il procedimento perde continuità e l’amministrazione rischia di non facilitare la propria capacità di valutazione. Ne deriva che l’innovazione è utile nella misura in cui si accompagna a un più forte ordine amministrativo, a una più chiara definizione delle responsabilità, a un linguaggio comune e a una effettiva governabilità dei processi. Sotto questo profilo, il volume offre un contributo particolarmente apprezzabile anche per la riflessione che propone sul

rapporto tra digitalizzazione e discrezionalità tecnica. In materia di tutela, il giudizio tecnico non può essere sostituito, poiché esso appartiene alla responsabilità dell’amministrazione e si fonda sulla competenza, sull’esperienza e sulla capacità di leggere il bene culturale nella sua consistenza materiale, storica e contestuale. Proprio per questo, tuttavia, tale giudizio deve potersi formare entro condizioni adeguate, fondate su basi conoscitive affidabili, su procedure ordinate e su strumenti che consentano di disporre di informazioni coerenti, verificabili e condivisibili. La digitalizzazione, se correttamente impostata, non comprime dunque la discrezionalità tecnica, ma ne rende più consapevole, più trasparente e più verificabile l’esercizio, rafforzando al tempo stesso l’unitarietà della funzione di tutela.

In tutta la narrazione, centrale resta il ruolo delle Soprintendenze, non solo quali uffici chiamati a esprimere il giudizio di tutela, ma quali luoghi nei quali conoscenza del patrimonio, valutazione tecnico-scientifica e responsabilità amministrativa devono trovare sintesi. Ogni processo di innovazione che riguardi i procedimenti non può perciò prescindere da tale realtà istituzionale, né può sottrarsi all’esigenza di rafforzarne gli strumenti operativi e la capacità di agire in un contesto amministrativo sempre più articolato e interconnesso.

Il valore di questo volume risiede proprio nell’avere affrontato tali questioni con equilibrio, concretezza e senso della misura, offrendo una riflessione utile tanto sul piano scientifico quanto su quello amministrativo e professionale. Ne emerge con chiarezza un principio che appare oggi decisivo: la trasformazione digitale ha significato, nel settore del patrimonio culturale, solo se contribuisce a rendere più uniforme l’azione pubblica, più solida la base conoscitiva, più trasparente il procedimento e più efficace, nel merito, la tutela. È in questa direzione che il lavoro dell’autrice fornisce un apporto serio e opportuno, meritevole di attenzione da parte di tutti coloro che, a diverso titolo, operano nell’ambito della conservazione e della gestione del patrimonio culturale.

Prefazione

Pietro Petraroia

Se il Codice dei beni culturali e del paesaggio ha definito oltre vent’anni fa la necessità di costruire un percorso efficace di esercizio della discrezionalità tecnica nei procedimenti autorizzativi di tutela sulla base di principi e metodi condivisi (art. 29, comma 5), non è però a esso seguita una normativa tecnica che delineasse uno spazio comune di interlocuzione fra i diversi attori che, contemporaneamente o in successione, intervengono nei processi conservativi, incluso il restauro.

Per inciso, non risulta ancora affrontato in modo compiuto il riallineamento dei filoni normativi inerenti ai beni architettonici di rilievo culturale, quando a essi debba applicarsi la normativa sui lavori pubblici e quella sulla tutela dei beni culturali: si pensi anche soltanto alla fattispecie della manutenzione.

Si potrebbe forse dire che la normativa tecnica invocata dal Codice dei beni culturali e del paesaggio può essere immaginata come uno strumento articolato, a un tempo concettuale e operativo, costituito da componenti linguistiche (nel senso più pregnante del termine), tecnologiche, procedurali, cognitive, in grado di interpretare una deontologia e non soltanto di garantire l’efficienza processuale in sé stessa. In altre parole, si potrebbe parlare di un protocollo di procedura supportato da un’infrastruttura funzionalmente adeguata.

Se guardiamo meglio a cosa possa costituire una tale infrastruttura, non possiamo certo prevedere in essa soltanto componenti tecnologiche, perché la natura processuale e le modalità intersoggettive (ossia antropiche) del suo funzionamento implicano di necessità la considerazione di aspetti organizzativi, ossia una regolazione di comportamenti, inerenti non soltanto ai singoli procedimenti, ma alla complessiva struttura funzionale degli enti che sono chiamati a agirli, secondo finalità, obiettivi, regole che li definiscono, non dimenticando certo le competenze degli operatori.

Il lavoro che qui ci si accinge a leggere entra proprio nel merito di questa complessità, indagando e descrivendo presupposti, contenuti e utilità di una piattaforma incardinata in servizi afferenti alle pubbliche amministrazioni, quali soggetti che includono funzioni regolative e di valutazione, ma anche di progettazione, intervento, gestione continuativa di beni e servizi culturali: si pensi ad esempio agli uffici ministeriali attivi per la tutela, la valorizzazione, la gestione, nei loro rapporti molteplici con privati, ovvero con uffici afferenti ai comuni o agli altri enti operanti per la pianificazione e il controllo del territorio.

Nella concretezza dell’approccio adottato dall’autrice non si veleggia verso ipotesi oggi inesistenti, ma si parte dall’analisi delle componenti logiche e funzionali individuabili nelle piattaforme al momento effettivamente operanti presso le diverse (e tuttora non sempre ben raccordate) articolazioni organizzative del Ministero della Cultura e della pubblica amministrazione in generale.

Il dato di partenza è che la discontinuità fra componenti digitalizzate e no, all’interno del medesimo procedimento, impedisce una coerenza metodologica delle attività valutative e decisionali; dunque, rende potenzialmente assai difformi fra loro gli esiti dei processi autorizzativi, smentendo il disposto dell’art. 4 del codice, che afferma la necessità di “garantire l’esercizio unitario delle funzioni di tutela”. In sostanza, diviene difficile governare il confine fra discrezionalità tecnico-amministrativa e arbitrio decisionale, volontario o involontario che sia.

Tenuto conto delle disposizioni di legge che si sono succedute, sia prima che durante l’attuazione del PNRR, in merito alla digitalizzazione dei procedimenti nella pubblica amministrazione, è cruciale l’attenzione che l’autrice dedica al ruolo del BIM (Building Information Modeling), in forme dedicate al patrimonio culturale (HBIM), nonché al plesso di competenze che occorre sviluppare presso tutti gli attori dei processi inerenti alla tutela, affinché la formulazione di un modello digitale (così come di altre rappresentazioni documentali “dematerializzate”) sia realmente significativa: l’impiego difforme e discontinuo degli strumenti digitali produce infatti dissipazione di contenuti informativi rilevanti e disparità nella gestione delle istanze autorizzatorie, tanto più gravi quanto maggiore è l’entità, la rilevanza e la criticità dei dati acquisiti nel modello.

Grazie a esperienze personalmente condotte presso istituti del Ministero della Cultura e soggetti imprenditoriali e facendo leva sulle competenze sviluppate nel Politecnico di Milano, l’autrice perviene alla formulazione di un quadro conoscitivo di grande utilità, con la messa in rilievo di criticità e prospettive di soluzione che certamente occorrerà comunque inquadrare in I.PaC., vista l’ambizione del nostro Paese alla creazione di un ecosistema di conoscenze certificate di beni culturali e paesaggistici, a partire dal patrimonio edilizio di pregio storico-culturale.

Introduzione

Il presente volume nasce dalla constatazione di una sensibilità crescente, nel dibattito pubblico e professionale, nei confronti della digitalizzazione del patrimonio culturale; una sensibilità che, tuttavia, non trova ancora corrispondenza in un linguaggio condiviso e in una cornice concettuale solida. La questione del linguaggio, nelle sue componenti tecniche ed epistemologiche, appare oggi centrale: manca, infatti, una definizione comunemente accettata degli oggetti concettuali, delle finalità e delle attività che i sistemi digitali dovrebbero supportare. In assenza di questa chiarezza, il rischio è di ridurre la digitalizzazione a un mero esercizio tecnico, delegato agli specialisti informatici, senza riconoscerne la natura intrinsecamente culturale, istituzionale e organizzativa.

Questo volume, al contrario, assume come punto di partenza l’idea che il digitale, per essere realmente efficace nel campo della tutela e della valorizzazione, debba essere prima compreso e strutturato come parte integrante di una strategia culturale ampia e coerente; non intende, dunque, proporre soluzioni semplicistiche, ma offrire una chiave di lettura e di orientamento capace di affrontare il tema nella sua complessità, partendo dalle questioni epistemologiche e organizzative per arrivare, solo in un secondo momento, a quelle tecnologiche. La sua durabilità non dipende dalla contingenza degli strumenti o delle piattaforme descritti, ma dalla chiarezza e dalla solidità dell’impianto concettuale: se quest’ultimo sarà robusto, il testo potrà continuare a costituire, anche a distanza di anni, una mappa di riferimento per chi voglia operare in modo serio e responsabile all’interno del sistema culturale italiano.

Partendo da tali premesse, il volume raccoglie i risultati della ricerca di dottorato Digitalization of administrative procedures provided for by Legislative Decree n. 42 of 2004: improving built cultural heritage conservation management through digital platforms and ICT tools empowered by AI algorithms, svolta presso il Dipartimento di Architettura, ingegneria delle costruzioni e

ambiente costruito del Politecnico di Milano. L’indagine ha sviluppato modelli metodologici e strumenti operativi per la digitalizzazione dei procedimenti previsti dal Codice dei beni culturali e del paesaggio (D.lgs. 42/2004), concentrandosi in particolare sul patrimonio costruito.

Collocato nel solco delle riforme attivate a partire dal 2021 dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), in particolare dall’investimento M1C3 1.1 Strategie e piattaforme digitali per il patrimonio culturale, lo studio affronta le ricadute pratiche dell’introduzione di tecnologie digitali e di algoritmi di intelligenza artificiale nei procedimenti di tutela, analizzando come tali strumenti ridefiniscano anche la discrezionalità tecnica, uno dei nodi più critici della prassi amministrativa.

Il testo si rivolge a tutti gli attori coinvolti nella tutela e valorizzazione dei beni culturali, dai funzionari delle Soprintendenze archeologia, belle arti e paesaggio (Soprintendenze ABAP) ai tecnici delle amministrazioni locali, professionisti del restauro, operatori economici, comunità scientifica e cittadini, proponendo al contempo una lettura critica dello stato dell’arte e una serie di linee guida operative per l’implementazione delle strategie in corso.

La prima parte del testo è stata appositamente concepita come una guida alla “rivoluzione digitale” che sta trasformando anche il mondo della cultura e ricostruisce il contesto generale della digitalizzazione nella pubblica amministrazione nel settore culturale, passando in rassegna il PNRR “Cultura”, il Piano nazionale di digitalizzazione del patrimonio culturale (PND) e gli attuali indirizzi metodologici proposti dalla Società italiana per il restauro dell’architettura.

La seconda parte entra nella dimensione operativa della tutela: esamina il ruolo dei procedimenti amministrativi nella conservazione del costruito, lo stato dell’arte dei sistemi informativi (come il sistema di protocollo informatico e di gestione GIADA – Gestione informatizzata archiviazione digitale accessibile), le sfide dell’interoperabilità e il cantiere della nuova piattaforma prevista dal sub-investimento PNRR 1.1.9 Portale dei procedimenti e dei servizi al cittadino

La terza parte, muovendo dall’implementazione di tale piattaforma, propone modelli e strumenti per la gestione digitale della tutela e strategie avanzate di integrazione dei dati, fino a discutere la centralizzazione dei procedimenti in capo alle Soprintendenze ABAP quale leva per una tutela più efficace. Tra i risultati concreti si presentano diagrammi di flusso originali per la gestione documentale dei procedimenti ex artt. 21 e 160 del Codice dei beni culturali (D.lgs. 42/2004), pensati per supportare il lavoro quotidiano di funzionari e professionisti.

L’intero percorso è attraversato da una domanda di fondo: il sistema culturale italiano è pronto a trasformare la sfida digitale in un’opportunità, costruendo un ecosistema sostenibile, inclusivo e innovativo che sappia tutelare e valorizzare il patrimonio con coerenza e lungimiranza?

L’innovazione tecnologica, infatti, non è qui intesa soltanto come supporto tecnico-organizzativo; diventa uno strumento per rafforzare la tutela pubblica, bilanciando in modo virtuoso gli interessi concorrenti di conservazione, accesso e sviluppo. In questo scenario, le Soprintendenze ABAP tornano a occupare una posizione centrale: chiamate a adottare piattaforme digitali avanzate, strumenti di analisi dei dati e metodologie collaborative, esse possono divenire il fulcro di un sistema culturale fondato su cooperazione, responsabilità condivisa e visione unitaria della conservazione.

Con la sua duplice anima, analitica e propositiva, il volume invita dunque tutti gli stakeholder a riflettere sul proprio ruolo e sulle proprie competenze, affinché la trasformazione digitale non resti un orizzonte programmatico, ma si traduca in pratiche quotidiane capaci di assicurare al patrimonio culturale un futuro duraturo, partecipato e innovativo.

Prima parte Il contesto di riferimento

Capitolo uno

Pubblica amministrazione e digitalizzazione: a che punto siamo?

1.1 Digitalizzare la tutela: una transizione aperta

L’attuale maturazione digitale nel campo della tutela del patrimonio culturale italiano è il frutto di un processo stratificato, iniziato ben prima dell’avvento delle politiche più recenti e ancora lontano dal suo livello ideale di compiutezza. I progressi degli ultimi anni hanno avvicinato il sistema a una maggiore maturità digitale, aprendo nuove prospettive di sviluppo. Tuttavia, affinché questo processo possa esprimere appieno il suo potenziale, occorre che l’evoluzione tecnologica proceda di pari passo con la costruzione di un solido quadro culturale e istituzionale, capace di dare direzione, coerenza e continuità alle azioni intraprese. Gli sforzi di normalizzazione e valorizzazione digitale si inseriscono in una traiettoria storica di lungo corso: le basi concettuali e metodologiche della trasformazione digitale affondano le proprie radici in un percorso antico, che prende avvio già all’indomani dell’unità d’Italia, quando nel 1875 ebbero inizio le prime rilevazioni sistematiche sul territorio con finalità di censimento del patrimonio storico-artistico. A tali iniziative seguirono, nel 1888, le Norme per la compilazione del catalogo degli oggetti d’arte e, nel 1893, l’istituzione di un Ufficio per la compilazione del catalogo dei monumenti, a testimonianza di un precoce tentativo di razionalizzare la raccolta e l’organizzazione delle informazioni sul patrimonio culturale1

1 Sull’origine storica del progetto catalografico nazionale si veda: Veninata C., Dal Catalogo generale dei beni culturali al knowledge graph del patrimonio culturale italiano: il progetto ArCo, in “DigItalia”, 2, 2020, pp. 43-56. In questo articolo, l’autrice colloca già al 1875 l’avvio delle prime rilevazioni sistematiche sul territorio del neonato Stato unitario, finalizzate al censimento del patrimonio storico-artistico e ricostruisce la linea di continuità che conduce dall’impianto ottocentesco del catalogo generale alle attuali sperimentazioni sul web semantico come il progetto ArCo, knowledge graph del patrimonio culturale italiano. Nel saggio inoltre vengono richiamati i principali snodi normativi e istituzionali, fino alla costituzione dell’ICCD e alla gestione contemporanea dei dati tramite SIGECweb mostrando come la trasformazione digitale si innesti su una tradizione lunga e coerente di documentazione strutturata e di standardizzazione descrittiva.

Il momento di svolta, tuttavia, si ebbe poi nel secondo dopoguerra, con le esperienze documentarie promosse presso l’istituto centrale del restauro (ICR) sotto la direzione di Cesare Brandi2. Forte della propria elaborazione teorica del restauro, Brandi comprese la necessità di affiancare agli interventi di conservazione un sistema organico di documentazione capace di raccogliere, ordinare e rendere accessibile la conoscenza prodotta: ecco che la scheda catalografica non è più intesa come un mero atto amministrativo, ma diventa “archivio vivo”3 destinato a restituire l’identità storica, materiale e culturale del bene, costituendo così uno strumento attivo per pianificare e monitorare la tutela nel tempo. Questo approccio innovativo trovò una prima formalizzazione istituzionale nel 1969, con la creazione dell’Ufficio centrale per il catalogo presso il Ministero della Pubblica istruzione, poi trasformato, nel 1975, in Istituto centrale per il catalogo e la documentazione (ICCD) a seguito dell’istituzione del Ministero per i Beni culturali e ambientali. La nascita dell’ICCD segnò un passaggio decisivo verso una regia unitaria nella catalogazione dei beni culturali, fissando metodologie condivise e centralizzando la raccolta dei dati a livello nazionale. Nel corso dei decenni successivi, l’ICCD ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione: dalle prime schede cartacee redatte dalle soprintendenze e confluite negli archivi centrali, fino all’attuale piattaforma digitale SIGECweb, concepita per garantire la gestione informatizzata, l’interoperabilità e il riuso dei dati4 Parallelamente, si è consolidato un modello cooperativo che, pur mantenendo

2 Cfr. Basile G., L’Istituto Centrale del Restauro. La formazione e la ricerca: 1939-2000, Gangemi, Roma, 2000; Istituto centrale per il restauro, Attività e studi dell’Istituto Centrale del Restauro 1939-1989, ICCD, Roma, 1989.

3 L’idea della scheda come dispositivo conoscitivo e operativo, lontano dall’essere una mera trascrizione di dati, è stata ampiamente ripresa nella letteratura: si veda Rocca S.V., Beni culturali e catalogazione. Principi teorici e percorsi di analisi, Gangemi, Roma, 2002.

4 Ministero per i Beni culturali e ambientali, Decreto istitutivo dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, 1975. L’ICCD nasce con la missione di coordinare e uniformare la catalogazione dei beni culturali in Italia, elaborando schede normalizzate e un archivio centralizzato. Dalle prime schede cartacee al sistema SIGECweb, l’istituto ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione, divenendo punto di riferimento nella definizione di standard descrittivi e nella promozione dell’interoperabilità dei dati. Norme di riferimento disponibili online: http://www.iccd.beniculturali.it/getFile.php?id=120 (ultimo accesso luglio 2025). Per ulteriori approfondimenti si vedano anche: Mancinelli M.L., Veninata C., Architettura della conoscenza: il sistema ICCD come modello per la descrizione dei beni culturali, in Conferenza GARR 2018: selected papers, Data (r)Evolution, Roma, 2019, pp. 130-134; Veninata C., I dati aperti di ICCD: verso l’interoperabilità semantica attraverso le ontologie e i linked open data, in Atti del Convegno ArcheFoss, Cagliari, 7-9 ottobre 2016.

l’ICCD come garante metodologico e coordinatore della rete nazionale5, ha coinvolto progressivamente regioni, diocesi, enti religiosi e università, in un sistema policentrico che bilancia la funzione regolatrice dello Stato con l’autonomia operativa dei diversi attori territoriali6

L’evoluzione del catalogo, dalla fase pionieristica alla contemporanea dimensione digitale, conferma la lungimiranza dell’intuizione brandiana: la digitalizzazione non può essere ridotta a una mera traslazione su supporto informatico, ma va intesa come un processo continuo di arricchimento, connessione e valorizzazione dei dati, nel quale strumenti, linguaggi e finalità culturali si intrecciano in un quadro metodologico condiviso. Nella logica storica della catalogazione, la scheda costituiva il luogo in cui il bene veniva riconosciuto, descritto e inserito all’interno di un quadro di riferimento che ne consentiva la tutela e la valorizzazione. Seguendo la lezione brandiana, la registrazione accurata dei dati non era mai un atto meramente compilativo, bensì un momento di conoscenza sostanziale, capace di restituire identità, consistenza materiale e storia conservativa del bene. Oggi, con la digitalizzazione, questa funzione conoscitiva viene potenziata: il dato non è più isolato in un documento statico, ma si colloca, potenzialmente, all’interno di infrastrutture interoperabili, arricchito da metadati, collegamenti semantici e

5 L’attività dell’ICCD si fonda su un corpus normativo e metodologico articolato, sviluppato per garantire coerenza e qualità nei processi di catalogazione del patrimonio culturale. Le norme di settore e regolamenti costituiscono l’insieme dei riferimenti legislativi, regolamentari e procedurali che disciplinano la catalogazione a livello nazionale, includendo sia disposizioni di carattere generale sia indicazioni operative relative a settori specifici. A queste si affiancano gli standard catalografici, attualmente nella versione 4.01, che definiscono in maniera univoca la struttura delle schede di catalogo, i criteri descrittivi e le regole di metadatazione, articolandosi per ambiti disciplinari e tipologie di beni, così da assicurare uniformità semantica e interoperabilità dei dati. Completa il quadro la normativa trasversale (versione 4.00), concepita per armonizzare e integrare gli standard settoriali, fornendo principi comuni e regole condivise che garantiscono la coerenza dell’intero sistema del catalogo nazionale, indipendentemente dalla specificità dei beni censiti. Per approfondimenti si rimanda alla repository istituzionale ICCD-MiBACT/Standard-catalografici su GitHub, che espone la storia delle versioni e la razionalità degli aggiornamenti; utile per comprendere l’evoluzione da 4.00 a 4.01: https://github.com/ICCD-MiBACT (ultimo accesso luglio 2025).

6 In attuazione del Programma di catalogazione e.f. 2017, attività 2018, l’ICCD ha emanato una serie di documenti operativi volti a uniformare le procedure di acquisizione, inserimento e validazione dei dati nel SIGECweb. La nota n. 2430/2017 “Programma di catalogazione. Linee guida 2017” definisce l’impianto metodologico e gli obiettivi delle campagne di catalogazione, specificando criteri di priorità, tipologie di beni da rilevare e modalità di coordinamento con le strutture periferiche del Ministero della Cultura (MiC). La nota n. 219/2018 “Integrazione indicazioni procedurali e.f. 2017” introduce aggiustamenti e chiarimenti alle procedure operative, con particolare riferimento all’uso dei codici identificativi e alla gestione delle revisioni di schede esistenti. Le Indicazioni tecniche e operative generali per la gestione delle campagne nel SIGECweb, elaborate dalla Direzione generale archeologia, belle arti e paesaggio, dettagliano infine gli aspetti tecnici del flusso di lavoro (inserimento, verifica, validazione e pubblicazione dei dati), gli standard descrittivi di riferimento e le responsabilità dei diversi attori coinvolti, in coerenza con il quadro normativo vigente. Documenti disponibili all’indirizzo: https://iccd.cultura.gov.it/it/ catalogazione/2017-2018 (ultimo accesso agosto 2025).

possibilità di aggiornamento continuo7. In questa nuova dimensione, la documentazione diventa parte di un ecosistema informativo aperto, in grado di integrare dati provenienti da enti pubblici, istituzioni di ricerca, comunità locali e sistemi informativi internazionali. Il passaggio dalla scheda cartacea al dato digitale non è dunque una mera modernizzazione tecnologica, ma un cambio di paradigma: si passa da un archivio fisico a una rete dinamica di conoscenza, capace di crescere, connettersi e adattarsi alle esigenze di tutela, valorizzazione e fruizione del patrimonio, in un’ottica di partecipazione e di condivisione interistituzionale. È proprio in questa prospettiva che si innestano le politiche avviate a partire dal 2004 e sviluppatesi fino agli odierni programmi di digitalizzazione del patrimonio culturale, che trovano nell’eredità metodologica dell’iCR e dell’ICCD un imprescindibile fondamento.

L’annunciato passaggio da SIGECweb al nuovo sistema del catalogo nazionale CLIO (presentato ufficialmente nel 2025 con avvio operativo nel corso dell’anno) richiede di capitalizzare l’esperienza maturata evitando criticità note, come frammentazione dei flussi descrittivi, eterogeneità semantica tra domini e territori, integrazioni “punto-punto” di difficile manutenzione, sottovalutazione della governance del dato rispetto alla sola componente applicativa, e di affrontare in modo sistemico i diversi livelli di interoperabilità: giuridico-organizzativo, semantico, tecnico. Il nuovo sistema è stato ribattezzato CLIO proprio per riconoscere nel suo acronimo il ruolo fondazionale delle attività di catalogazione, localizzazione, identificazione e organizzazione della conoscenza sui beni culturali. Rispetto all’attuale SIGECweb, CLIO-SCN introduce un approccio nativamente semantico: al centro vi è un knowledge graph del patrimonio culturale italiano che si avvale della rete di ontologie del progetto ArCo – Architettura della conoscenza8 per organizzare e rappresentare le informazioni. L’ampliamento dinamico del grafo e la possibilità di instaurare connessioni potenzialmente illimitate consentono di superare la logica della scheda “esaustiva e chiusa” a favore di un modello aperto, in cui i singoli dati diventano nodi di una rete relazionale da arricchire nel tempo. Questo cambio di paradigma assegna piena centralità alla dimensione geografica e al contesto: dalle sequenze di localizzazioni che hanno interessato la vita del bene alle cronologie di produzione, provenienza e uso, fino ai soggetti (autori, collezionisti, ricercatori) e agli eventi (scavi, campagne di rilevamento, mostre, restauri) che

7 Per approfondimenti relativi a standard e interoperabilità semantica alla base della trasformazione digitale si vedano: Doerr M., The CIDOC Conceptual Reference Model: An Ontological Approach to Semantic Interoperability of Metadata, in “AI Magazin”, 24, n. 3, 2003, pp. 75-92; Dunsire G., Harper C., Hillmann D., Phipps J., Linked Data Vocabulary Management: Infrastructure Support, Data Integration, and Interoperability, in “Information Standards Quarterly (ISQ)”, 24, n. 2/3, Spring/Summer 2012; Tomasi F., Daquino M., Linked Cultural Objects: dagli standard di catalogazione ai modelli per il web of data, in “Umanistica Digitale”, 1, 2017, pp. 29-43.

8 Cfr. Veninata C., Dal Catalogo generale dei beni culturali al knowledge graph del patrimonio culturale italiano: il progetto ArCo., in “DigItalia”, op. cit., pp. 43-56.

lo hanno generato o trasformato. Parallelamente, CLIO mira a razionalizzare i flussi di produzione e revisione dei dati catalografici, accrescendone affidabilità, qualità, interconnessione e interoperabilità.

Per evitare gli errori del passato, l’interoperabilità va progettata per “strati”: a monte quella giuridico-organizzativa (accordi, ruoli, responsabilità, policy di qualità che rendano esigibili i principi once-only e digital-first), al centro quella semantica (allineamento degli standard ICCD a profili condivisi, authority file, vocabolari controllati, identificatori persistenti e mapping verso ontologie e profili nazionali/europei), a valle quella tecnica (API esposte via PDND9, protocolli sicuri, logging e auditabilità, cicli di test di conformità e gestione del cambiamento).

Critico è il collegamento tra procedura statale e l’ecosistema comunale (oltre 8.000 enti) in presenza di sistemi regionali tra loro diversi: pur non usando SIGEC, molti adottano gli standard ICCD e quindi condividono una base semantica che consente l’aggancio a CLIO. Pertanto, forse, la strada da preferire non è una nuova centralizzazione con caricamenti massivi, ma un’integrazione federata: il dato resta autorevole presso chi lo produce, mentre CLIO fornisce viste applicative uniformi. In concreto, ciò richiede di fissare identificatori comuni (come per esempio codice Istat del comune, particella catastale, ID del bene), definire un profilo semantico minimo di campi e vocabolari condivisi, mappare a questo profilo i tracciati dei sistemi locali, ed esporre interfacce di programmazione applicativa (API) per lo scambio automatico dei dati attraverso la Piattaforma digitale nazionale dati – PDND, che funge da “snodo” di interoperabilità tra amministrazioni. A ciò si aggiunge una sincronizzazione periodica con registri delle modifiche e gestione delle versioni. Le regioni possono mantenere estensioni proprie, purché compatibili con il profilo minimo. Così si preserva l’autonomia dei territori, si garantisce coerenza dei dati alla fonte e si ottiene interoperabilità effettiva con rappresentazioni omogenee in CLIO.

In parallelo, la manutenzione dei dati dovrebbe essere progettata come una funzione di sistema, non come attività episodica. Ciò implicherebbe anzitutto l’esplicitazione di ruoli e responsabilità: la data ownership (il soggetto titolare delle decisioni e della responsabilità legale, come ad esempio le soprintendenze) e la data stewardship (il soggetto che ne cura la gestione operativa presso i nodi territoriali). A valle, sarebbe opportuno definire processi di cura del dato (data curation) che combinino controlli automatici di coerenza, completezza e conformità agli standard con una revisione umana per i casi ambigui o critici. Andrebbero adottate politiche di provenienza (provenance) e di gestione delle versioni (version control), così da

9 Le amministrazioni devono pubblicare i propri servizi dati sulla Piattaforma digitale nazionale dati – PDND usando protocolli sicuri, tracciare ciò che accade sui sistemi in modo che ogni operazione sia verificabile, testare periodicamente la conformità delle interfacce e accompagnare ogni aggiornamento con una gestione del cambiamento chiara e condivisa.

Seconda parte

La “gestione” della tutela: questioni operative

Capitolo tre

Il ruolo delle procedure amministrative nella conservazione del patrimonio costruito

3.1 Il MiC e i suoi dati: scenari futuri per il sistema GIADA –Gestione informatizzata e archiviazione digitale accessibile

Il controllo dei flussi documentali costituisce da sempre un nodo strategico per la tutela del patrimonio culturale, poiché le attività di autorizzazione, vigilanza e programmazione tecnico-scientifica si traducono in un corpus di atti amministrativi che devono essere autentici, integri e reperibili e, alla luce degli sviluppi più recenti, anche interoperabili. Sul piano normativo, l’obbligo di adottare il protocollo informatico discende dall’art. 50 del DPR n. 445/2000 (Testo unico in materia di documentazione amministrativa), che impone alle pubbliche amministrazioni di inserire nei piani di sviluppo dei sistemi automatizzati programmi per l’introduzione del protocollo informatico. Il DPCM 3 dicembre 2013 ha ulteriormente rafforzato tale indirizzo, valorizzando il protocollo telematico come strumento di trasparenza ed efficienza amministrativa. In attuazione di questo quadro, il Ministero della Cultura ha adottato GIADA – Gestione informatizzata e archiviazione digitale accessibile, sistema di protocollo digitale operativo dal 2019. La formazione degli atti avviene mediante software che ne assicura autenticità e integrità: i documenti sono generati o convertiti in formati standard aperti, quali PDF/A, e corredati di firma digitale e impronta hash, in coerenza con gli artt. 20-22 del Codice dell’amministrazione digitale e con le linee guida AgID. Il sistema gestisce la ricezione di documenti sia analogici sia digitali, inclusi quelli trasmessi tramite PEC, posta elettronica ordinaria e formulari web; ciascun atto è quindi sottoposto a registrazione di protocollo con attribuzione di un numero univoco e di una data certa, nonché con l’indicazione di mittente e destinatario, oggetto e impronta del file, secondo quanto previsto dall’art. 53 del DPR 445/2000. Il ciclo di vita documentale prosegue con la classificazione e la fascicolazione secondo il titolario ministeriale, con l’obiettivo di garantire criteri uniformi ed evitare duplicazioni, facilitando la ricerca e la ricostruzione del fascicolo nel tempo. La fase archivistica si articola poi nel passaggio

dal fascicolo corrente all’archivio di deposito e, decorso il periodo previsto, all’archivio storico, secondo le regole definite nel manuale ministeriale redatto ai sensi degli artt. 3-5 del DPCM 3 dicembre 2013, in coerenza con le Specifiche AgID sui pacchetti informativi e sulla conservazione a lungo termine. La conservazione digitale è affidata a un conservatore accreditato presso AgID, in conformità al DPCM 13 novembre 2014 e alle linee guida sulla conservazione. Nel loro insieme, tali procedure consentono quindi di soddisfare i requisiti minimi di legalità, autenticità, integrità e reperibilità della documentazione amministrativa.

Tuttavia, sotto il profilo dell’interoperabilità il sistema rivela alcune criticità: GIADA è concepito come back office interno ciò significa che non scambia dati in modalità applicativa con altre pubbliche amministrazioni, non espone API e non dispone di un front office per l’utenza esterna. La conseguenza è duplice: i dati anagrafici o catastali sono reinseriti manualmente, in violazione del principio once-only (art. 50-ter CAD); le soprintendenze non possono interloquire in tempo reale con gli sportelli telematici – SUAP e SUE – che gestiscono le pratiche edilizie dei comuni, né con il neonato Catalogo del Sistema sportelli unici (SSU) di Unioncamere, previsto dal DM 26 settembre 2023.

La centralizzazione ha garantito uniformità di protocollo, ma non ha risolto l’esigenza, oggi divenuta inderogabile, di integrare i dati documentali con i dati procedurali provenienti da piattaforme terze. In prospettiva critica, l’attuale configurazione di GIADA soddisfa quindi pienamente gli obblighi minimi di protocollazione e conservazione, ma rimane circoscritta a un back office ministeriale privo di servizi di interoperabilità applicativa, funzioni di analisi dei dati e canali di front office per l’utenza esterna. Questa chiusura, retaggio di scelte progettuali antecedenti ai recenti indirizzi europei di data governance, si traduce in rischiose duplicazioni di caricamento, difficoltà di riuso dei dataset da parte di altre amministrazioni e assenza di indicatori quantitativi a supporto delle politiche di tutela.

È alla luce delle criticità riconducibili alla natura prevalentemente “endoamministrativa” di GIADA – infrastruttura solida sul versante della legalità documentale e della conservazione, ma priva di un disegno compiuto di interoperabilità applicativa – che va quindi collocata la traiettoria istituzionale inaugurata dal PNRR (M1C3, Investimento 1.1, Sub-investimento 1.1.9) attraverso la realizzazione del Portale dei procedimenti e dei servizi al cittadino. L’intento del portale è razionalizzare l’accesso, offrendo un punto di ingresso unitario per la presentazione e il monitoraggio delle istanze, e riducendo la dipendenza da canali eterogenei, spesso non strutturati, che alimentano inevitabili disallineamenti informativi. Nondimeno, affinché tale risposta produca effetti sostanziali sulla qualità del procedimento, il portale non può esaurirsi nella funzione di interfaccia, ma deve essere concepito come livello di orchestrazione capace di integrare il dato procedurale che nasce sui front office territoriali con il dato documentale che struttura la responsabilità amministrativa interna. In mancanza di tale integrazione, la modernizzazione

rischierebbe di limitarsi a una sostituzione di canali, lasciando inalterate le patologie attuali: duplicazioni di caricamento, reinserimenti manuali, perdita di continuità tra fasi istruttorie e fascicoli, ridotta capacità di estrarre evidenze quantitative a supporto della programmazione e, più in generale, difficoltà di tradurre l’informazione amministrativa in una risorsa effettiva di governo. Nel solco tra semplificazione dell’accesso e trasformazione dell’infrastruttura informativa che si colloca l’impianto propositivo dello studio, che assume come obiettivo non la sostituzione di GIADA, bensì la sua evoluzione da back office documentale a componente infrastrutturale interoperabile, in grado di sostenere flussi end-to-end tra sistemi esterni, Portale dei procedimenti e funzioni interne del Ministero. L’ipotesi di lavoro è che la solidità assicurata da protocollazione e conservazione digitale possa essere rafforzata rendendo il sistema capace di scambiare dati tramite interfacce standard, in modo applicativo e non manuale, arricchendo e normalizzando i metadati lungo l’intero ciclo di vita del fascicolo e, su questa base, sviluppando strumenti di monitoraggio e controllo del procedimento. Da questa premessa derivano cinque direttrici di intervento, tra loro coerenti, che mirano a ricomporre la frattura oggi esistente tra dato documentale e dato procedimentale. La prima direttrice concerne l’interoperabilità applicativa e, in particolare, l’esposizione di interfacce di servizio in grado di trasformare la protocollazione da adempimento interno a dispositivo di tracciabilità continua. La ricerca propone che GIADA renda disponibili API di tipo REST, progettate secondo le linee guida nazionali in materia di interoperabilità tecnica, così da consentire al portale e alle piattaforme terze di registrare e interrogare in modo strutturato informazioni essenziali del fascicolo (estremi di protocollo, stati, eventi, collegamenti documentali), riducendo l’uso di trasmissioni non qualificabili sul piano semantico e azzerando, per quanto possibile, la duplicazione manuale. In tal modo, la catena di custodia informativa non si arresta alle frontiere organizzative del Ministero, ma viene ricostruita lungo l’intero percorso dell’istanza. La seconda direttrice investe la conservazione digitale, considerata non soltanto come funzione di adempimento normativo, ma come componente verificabile e auditable del procedimento. L’integrazione della conservazione con pacchetti informativi arricchiti da metadati di preservazione e da controlli di integrità risponde all’esigenza di garantire una tracciabilità piena e una verificabilità ex post dei fascicoli, soprattutto in contesti in cui i documenti originano da piattaforme esterne e attraversano ambienti informativi eterogenei. La qualificazione dei metadati di conservazione, oltre a rafforzare l’accountability, diventa condizione tecnica per un riuso sicuro e controllato nel tempo. La terza direttrice riguarda la valorizzazione del patrimonio informativo per finalità di governo e programmazione. Una volta resi interoperabili e semanticamente controllati, i metadati già presenti nei sistemi documentali, come per esempio mittenti, oggetti, classi, cronologie e tipologie, possono essere impiegati per costruire strumenti di analisi statistica e cruscotti di monitoraggio, utili a misurare volumi, tempi e ricorrenze dei procedimenti di tutela,

Terza parte

Nuovi modelli e strumenti per la tutela

Capitolo cinque

La governance unificata dei procedimenti come opportunità per il patrimonio culturale

5.1 La nuova piattaforma per la gestione dei procedimenti.

Struttura e database di riferimento

Il disegno architetturale del nuovo Portale dei procedimenti e dei servizi al cittadino può essere letto come una risposta alla frammentazione dell’attuale paesaggio informativo del Ministero della Cultura, e sembra orientarsi verso un principio di unificazione progressiva delle basi dati e dei servizi oggi distribuiti su sistemi diversi. In questa chiave, l’obiettivo non sarebbe tanto sostituire integralmente le componenti esistenti, quanto costruire un’infrastruttura in grado di ricomporre in modo più coerente i dati di procedimento, i documenti e gli eventi istruttori che ne scandiscono il ciclo di vita.

A livello di persistenza dei dati, il modello logico appare compatibile con l’adozione di un data layer relazionale basato su PostgreSQL, sistema di gestione di database che utilizza Structured Query Language (SQL) per memorizzare e gestire questi dati in modo ordinato, così che possano essere cercati e aggiornati in modo affidabile, eventualmente esteso con PostGIS per il trattamento di informazioni geografiche (geometrie, coordinate e interrogazioni spaziali). Un simile livello consentirebbe di conservare in forma normalizzata i metadati delle istanze e dei procedimenti, i riferimenti agli allegati e le principali transazioni di workflow, intese come eventi che registrano cambi di stato, instradamenti tra uffici e, ove applicabile, passaggi di firma o validazione. Per la componente documentale, è plausibile l’impiego di un repository dedicato alla conservazione dei file, con attenzione alla gestione di documenti firmati digitalmente secondo standard consolidati quali CAdES (CMS Advanced Electronic Signature) e PAdES (PDF Advanced Electronic Signature). Su tale repository potrebbe innestarsi un indice full-text, utile a supportare ricerche sui contenuti e sui metadati, includendo interrogazioni più efficaci rispetto alla sola ricerca per campi descrittivi. Al di sopra di questo nucleo, l’architettura potrebbe prevedere un middleware a microservizi,

governato da un API gateway coerente con le linee guida AgID in tema di interoperabilità e sicurezza delle interfacce applicative. In un’impostazione di questo tipo, il gateway svolgerebbe la funzione di esporre e proteggere le API utilizzate dal front end e dai back office territoriali delle Soprintendenze ABAP, con un accesso che verosimilmente si appoggerebbe ai sistemi di identità digitale SPID, CIE ed eIDAS, in modo da allinearsi all’ecosistema nazionale ed europeo dell’autenticazione. Quanto alle interazioni con piattaforme esterne, l’integrazione sembrerebbe orientata a servizi REST (Representational State Transfer) con l’intento di garantire la circolazione e l’allineamento del Codice univoco di istanza lungo tutto il ciclo del procedimento. Un simile approccio, se attuato in modo coerente, potrebbe ridurre reinserimenti manuali e disallineamenti informativi, contribuendo a una maggiore continuità tra sportelli, amministrazioni coinvolte e archivi ministeriali.

Ricostruire il quadro dei database oggi operativi presso il Ministero può offrire alcune coordinate utili per comprendere la portata della sfida interoperabile. In questa prospettiva, il panorama appare composto da sistemi nati in tempi diversi e con finalità specialistiche: tra questi rientrerebbe il SIGECweb (Sistema informativo generale del catalogo), orientato a governare i processi di catalogazione del patrimonio; il SIAS (Sistema informativo degli archivi di stato), dedicato alla descrizione del patrimonio archivistico pubblico e privato; e l’insieme di strumenti ricondotti a vincoli in rete, che parrebbe integrare basi informative eterogenee – tra cui Carta del rischio, Beni tutelati e SITAP (Sistema informativo territoriale ambientale e paesaggistico) – per la consultazione dei provvedimenti di tutela. A questo quadro si affiancherebbero ulteriori sistemi di dominio, come la Carta del rischio (con una storicizzazione dei decreti di vincolo in un determinato arco temporale), Beni tutelati (in uso presso strutture centrali per verifiche di interesse e procedure autorizzative specifiche), il SITAP in quanto portale GIS per le aree sottoposte a tutela paesaggistica, il GNA (Geoportale nazionale per l’archeologia) per la centralizzazione di dati di scavo e documentazione scientifica, e il SUE (Sistema informativo degli uffici esportazione) per la gestione digitale delle pratiche di uscita temporanea o definitiva dei beni mobili. A questa costellazione si sommerebbero, inoltre, piattaforme regionali o locali per la gestione di dati culturali, che contribuiscono ad accrescere la complessità complessiva e la variabilità dei modelli informativi.

Se questa lettura è corretta, la nuova piattaforma di gestione dei procedimenti, per evitare di replicare una logica “a silos”, potrebbe dover assumere un ruolo di snodo federatore, capace di dialogare con modelli dati non omogenei e di ricondurli, almeno per quanto rilevante ai fini procedimentali, entro un lessico e un insieme di identificativi condivisi. In tale configurazione, l’archivio della piattaforma non sarebbe tanto un ulteriore deposito parallelo, quanto un ambiente che si arricchisce progressivamente man mano che i procedimenti si svolgono, anche attraverso meccanismi di sincronizzazione e riuso di dati già disponibili presso sistemi esistenti.

Un’analoga esigenza di coerenza emerge, su scala più ampia, se si considera l’ecosistema delle piattaforme digitali nazionali che costituiscono la base tecnologica trasversale della pubblica amministrazione. In tale insieme rientrano, con ruoli differenti, la Piattaforma digitale nazionale dati –PDND, i sistemi di identità digitale come SPID e CIE, le infrastrutture per i pagamenti e l’incasso quali PagoPA, nonché componenti specialistiche come la piattaforma di e-procurement, Siope+ e NoiPA. Queste infrastrutture svolgono funzioni orizzontali – identità, pagamenti, tracciabilità finanziaria, gestione del personale – e possono essere lette come precondizioni tecniche perché l’interoperabilità di dominio avvenga su basi robuste. È plausibile, quindi, che il Portale dei procedimenti debba interagire con tali piattaforme non soltanto per ragioni di allineamento dei dati, ma anche per garantire la tracciabilità amministrativa e la coerenza dei passaggi che hanno rilevanza giuridica e contabile. All’interno di questo quadro si colloca I.PaC (Infrastructure and Digital Services for Cultural Heritage), che la letteratura recente descrive come una delle componenti destinate a contribuire al superamento della frammentazione informativa nel settore culturale, offrendo servizi infrastrutturali e un catalogo di API orientato all’arricchimento, alla distribuzione e al riuso dei dati. In una lettura coerente con l’impianto Ecomic, I.PaC si affiancherebbe a D.PaC e DPaaS (Data Product as a Service), che ne completano la logica lungo la filiera del dato: il primo può essere inteso come il livello dedicato a processi e standard, dove vengono definiti modelli informativi, vocabolari controllati, ontologie e regole di qualità necessari a rendere i dati confrontabili e interoperabili; il secondo, invece, può essere letto come la componente di data product as a service, orientata a rendere disponibili dataset e servizi dati in forma riusabile, favorendo l’accesso controllato e la circolazione del dato verso altri sistemi e amministrazioni. Se si assume tale impostazione, il Portale dei procedimenti potrebbe collegarsi a questo ecosistema non soltanto per “consumare” informazioni, ma anche per alimentare in modo strutturato l’insieme dei dati prodotti dai procedimenti, contribuendo alla loro validazione e, laddove appropriato, alla loro redistribuzione in tempo più vicino alla produzione amministrativa.

Resta però importante ricordare che la digitalizzazione, in questo contesto, non coincide con la mera trasposizione in formato digitale di flussi cartacei. Essa sembra richiedere, piuttosto, la costruzione di un’infrastruttura cognitiva e organizzativa in cui i dati siano trattati come risorsa: affidabile, accessibile e riutilizzabile. Ne consegue che l’efficacia della piattaforma potrebbe dipendere dalla capacità di modellare i flussi informativi in chiave semantica, introdurre controlli di qualità (anche automatizzabili), definire connessioni sostenibili con i database storici e con le piattaforme nazionali, e offrire agli operatori un’interfaccia che renda il procedimento più leggibile e verificabile. In questo senso, la trasformazione digitale può essere intesa come un percorso che, se adeguatamente governato, potrebbe tradursi in

Tabelle

del diagramma di flusso del workflow –articoli

21 e 160 del Decreto

Legislativo n. 42/2004

L’appendice raccoglie i diagrammi di flusso elaborati nel corso dello studio, con l’obiettivo di rendere esplicita, in forma sintetica e comparabile, la sequenza delle principali fasi procedimentali e dei relativi snodi decisionali. La costruzione degli schemi è stata condotta assumendo come riferimento, in via prioritaria, le informazioni rese disponibili nei siti istituzionali delle Soprintendenze, in particolare nelle sezioni dedicate alla tutela e al patrimonio architettonico (istruzioni operative, modulistica, canali di presentazione delle istanze, indicazioni sui contenuti richiesti). I diagrammi non intendono sostituire le fonti ufficiali né esaurire le varianti applicative, ma offrire una rappresentazione ordinata e leggibile delle prassi desumibili dalla documentazione pubblicata, utile come base di analisi e come supporto alla discussione delle possibili traiettorie di standardizzazione e digitalizzazione dei procedimenti.

WORKFLOW art. 21 D.Lgs. 42/2004

PUBBLICO TIPOLOGIA DI BENE CULTURALE

BENI CULTURALI IMMOBILI

ARCHITETTONICI

PARCHI E GIARDINI

ARCHEOLOGICI

BENI CULTURALI MOBILI/ UNIVERSALITÀ DI BENI MOBILI

STORICO ARTISTICI

DEMOETNOANTROPOLOGICI

ARCHIVISTICI/BIBLIOGRAFICI

PRIVATO

DURATA DEL PROCEDIMENTO

CLASSI DI INTERVENTO

OPERE DI SCAVO

SAGGI E INDAGINI PRELIMINARI PER RIMOZIONE O DEMOLIZIONE

VARIAZIONE DEL DISTRIBUTIVO

MUTAMENTO DI DESTINAZIONE D'USO CON E SENZA OPERE (art. 21, co. 4 d.lgs n. 42/2004)

INTERVENTI SUI FRONTI ESTERNI

CONSERVAZIONE DI SUPERFICI DIPINTE O DECORATE

ADEGUAMENTO IMPIANTISTICO E/O EFFICIENTAMENTO ENERGETICO

MIGLIORAMENTO SISMICO E/O CONSOLIDAMENTO STRUTTURALE

ANTINCENDIO

ALTRO

ADEMPIMENTI AMMINISTRATIVI

RESTAURO/MANUTENZIONE/ RIPRISTINO

CLASSI DI INTERVENTO

CLASSI DI INTERVENTO

ALTRO

ADEMPIMENTI AMMINISTRATIVI

SPOSTAMENTO (art. 21 comma 1 lett. b) e comma 2 del D. Lgs. 42/2004)

RESTAURO (art. 21 commi 4 e 5 e art. 31 del D. Lgs. 42/2004)

ALTRO

ADEMPIMENTI AMMINISTRATIVI

120 GIORNI

WORKFLOW art. 21 D.Lgs. 42/2004_OPERE DI SCAVO

BENI CULTURALI IMMOBILI ARCHITETTONICI

CLASSI DI INTERVENTO OPERE DI SCAVO

APPALTI PUBBLICI (DGLS 36/2023)

NORMATIVA DI RIFERIMENTO

DATI DEL RICHIEDENTE

DATI DEL PROPRIETARIO/POSSESSORE/DETENTORE (se diverso dal richiedente)

DATI DEL PROGETTISTA INCARICATO

DATI DELL'IMPRESA/E INCARICATA/E (se già individuata/e)

DATI DEL DIRETTORE LAVORI INCARICATO (se già individuata/e)

DATI DELL'IMMOBILE OGGETTO DI INTERVENTO

1_DOCUMENTAZIONE FOTOGRAFICA (documentazione per il funzionario archeologo)

ELABORATI DI CONOSCENZA (per il funzionario archeologo)

2_RELAZIONE STORICO ARTISTICA (documentazione per il funzionario archeologo)

ELABORATI DI PROGETTO (per il funzionario archeologo)

3_ELABORATI GRAFICI

1_RELAZIONE GENERALE (TECNICO ILLUSTRATIVA) (documentazione per il funzionario archeologo)

2_ELABORATI GRAFICI (documentazione per il funzionario archeologo)

ADEMPIMENTI AMMINISTRATIVI

DURATA DEL PROCEDIMENTO

PROGETTO DI FATTIBILITÀ TECNICO ECONOMICA "PFTE" (art. 3 D. Lgs. 36/2023)

SCHEDA TECNICA (Allegato II.18-art. 14)

Circolare DG-ABAP del 31/03/2021 n. 14 riportante: "Concessione di ricerche e scavi archeologici – D. Lgs. 22.01.2004, n. 42, Artt. 88-89. Atto di indirizzo in materia di concessioni di scavo, indagini non invasive e consegna della documentazione"

Documentazione fotografica a colori corredata di keymap con indicazione dei punti di presa e relazione fotografica specifica riferita alla relazione generale (tecnico illustrativa).

La relazione storica deve fornire informazioni sulla storia del bene e sulle trasformazioni avvenute nel tempo, indicando se necessario le precedenti campagne di restauro eseguite. Deve essere supportata da un adeguato apparato iconografico, consistente in documenti e mappe storiche, catasti ecc., e indicare eventuale bibliografia di riferimento.

A) INQUADRAMENTO DEL BENE

Inquadramento del bene con estratto di mappa in scala 1:2000 o 1:1000, foto aerea e indicazione degli strumenti urbanistici esistenti (PRG – PAT-PI) provvisti di relativa legenda.

B) LOCALIZZAZIONE DEI PUNTI DI INDAGINE

C) ANALISI DELLO STATO DI CONSERVAZIONE

Relazione tecnica specifica che identifichi i tipi di intervento/sondaggi previsti corredata da una mappa con indicazione della posizione e numero di ogni singolo sondaggio di cui si chiede autorizzazione.

D) LOCALIZZAZIONE E ANALISI CRITICA DEGLI INTERVENTI

E) SEZIONI RAPPRESENTATIVE

DELLE OPERE DI

MANOMISSIONE DEL SEDIME

CON QUOTE DI INTACCO

Gli elaborati grafici devono comprendere anche sezioni che riguardino le opere di manomissione del sedime con quote di intacco.

Ammissibilità a contributi per interventi conservativi volontari (art.31, c.2-I parte, D.Lgs. 42/2004)

Certificazione del carattere necessario degli interventi ai fini delle eventuali agevolazioni tributarie (art.31, c.2-II parte, D.Lgs. 42/2004)

MARCHE DA BOLLO

EVENTUALI DIRITTI DI ISTRUTTORIA

120 GIORNI

WORKFLOW art. 21 D.Lgs. 42/2004_SAGGI E INDAGINI PRELIMINARI PER RIMOZIONE O DEMOLIZIONE

APPALTI PUBBLICI (DGLS 36/2023)

DATI DEL RICHIEDENTE

DATI DEL PROPRIETARIO/POSSESSORE/DETENTORE (se diverso dal richiedente)

DATI DEL PROGETTISTA INCARICATO

DATI DELL'IMPRESA/E INCARICATA/E (se già individuata/e)

DATI DEL DIRETTORE LAVORI INCARICATO (se già individuata/e)

DATI DELL'IMMOBILE OGGETTO DI INTERVENTO

ARCHITETTONICI

CLASSI DI INTERVENTO

ADEMPIMENTI AMMINISTRATIVI

SAGGI E INDAGINI PRELIMINARI PER RIMOZIONE O DEMOLIZIONE

1_DOCUMENTAZIONE FOTOGRAFICA

2_RELAZIONE STORICO ARTISTICA

ELABORATI DI CONOSCENZA

ELABORATI DI PROGETTO

5_ELABORATI GRAFICI

1_RELAZIONE GENERALE (TECNICO ILLUSTRATIVA) PER INDAGINI PRELIMINARI E SONDAGGI

2_ELABORATI GRAFICI

DURATA DEL PROCEDIMENTO

PROGETTO DI FATTIBILITÀ TECNICO ECONOMICA

"PFTE" (art. 3 D. Lgs. 36/2023)

SCHEDA TECNICA (Allegato II.18-art. 14)

Documentazione fotografica a colori corredata di keymap con indicazione dei punti di presa e relazione fotografica specifica riferita alla relazione generale (tecnico illustrativa).

La relazione storica deve fornire informazioni sulla storia del bene e sulle trasformazioni avvenute nel tempo, indicando se necessario le precedenti campagne di restauro eseguite. Deve essere supportata da un adeguato apparato iconografico, consistente in documenti e mappe storiche, catasti ecc., e indicare eventuale bibliografia di riferimento.

A) INQUADRAMENTO DEL BENE

Inquadramento del bene con estratto di mappa in scala 1:2000 o 1:1000, foto aerea e indicazione degli strumenti urbanistici esistenti (PRG – PAT– PI) provvisti di relativa legenda.

B) LOCALIZZAZIONE DEI PUNTI DI INDAGINE

C) ANALISI DELLO STATO DI CONSERVAZIONE

Relazione tecnica specifica che identifichi i tipi di intervento/sondaggi previsti corredata da una mappa con indicazione della posizione e numero di ogni singolo sondaggio di cui si chiede autorizzazione.

D) LOCALIZZAZIONE

E ANALISI CRITICA DEGLI INTERVENTI

Ammissibilità a contributi per interventi conservativi volontari (art.31, c.2-I parte, D.Lgs. 42/2004) Certificazione del carattere necessario degli interventi ai fini delle eventuali agevolazioni tributarie (art.31, c.2-II parte, D.Lgs. 42/2004)

MARCHE DA BOLLO

EVENTUALI DIRITTI DI ISTRUTTORIA

120 GIORNI

maggio 2026
stampato da Skillpress, Fossalta di Portogruaro

24,00 €

ISBN 979-12-5953-258-9

La digitalizzazione dei procedimenti amministrativi in materia di tutela del patrimonio culturale costruito non rappresenta soltanto un passaggio tecnico, ma un cambiamento di paradigma nei modi della conoscenza, della valutazione e dell’azione pubblica. Il volume indaga criticamente norme, strumenti e piattaforme digitali che oggi incidono sui processi di conservazione, evidenziandone limiti e potenzialità, e propone una riflessione metodologica supportata da modelli e soluzioni applicative. Ne risulta un contributo di interesse scientifico e operativo, utile a istituzioni, professionisti e studiosi coinvolti, a diverso titolo, nei processi di conservazione, gestione e valorizzazione dei beni culturali architettonici.

9 791259 532589

Anna Maria Pentimalli Biscaretti di Ruffia è architetto e ricercatrice nel campo della tutela e della conservazione del patrimonio architettonico. Dopo la formazione presso l’Università Iuav di Venezia, ha conseguito con lode il Dottorato di Ricerca al Politecnico di Milano. La sua attività scientifica si sviluppa all’incrocio tra teoria del restauro, procedimenti amministrativi e innovazione digitale applicata ai beni culturali. Alla ricerca affianca l’attività professionale di architetto, in un confronto costante tra rigore metodologico, pratica progettuale e analisi dei processi di trasformazione del costruito storico.

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