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ATTENZIONE: il testo è pubblicato così come fu in toto definito il 30-3-2003 ed è il segno in se stesso che non è “il Vangelo”, nel senso che oggi, 4-9-2006, in cui scrivo questa annotazione, so che tutti i miei scritti sono stati voluti da Dio in modo che apparisse anche tutto l’umano lavorio fatto dalla mia persona (che però esiste solo e tutta mossa da Lui, ma secondo uno sviluppo progressivo e cibernetico di correzione di errori e di malintesi). Il Dio in me ha voluto presentarsi proprio come si è calato in ogni altro uomo: peccaminoso e soggetto ad approssimate valutazioni, ma per ingenuità e a volte puerilmente. Una cosa comunque va spiegata bene: avevo scritto il libro, impaginato dal computer, e mi sono accorto come su ogni pagina fosse finito l’argomento idealmente descritto dal numero. Poiché era un segno evidentissimo che la cosa non poteva essere casuale, come si poteva credere, son passato ad una seconda stesura in cui ho annotato tutte queste coincidenze, tra il numero e l’evento descritto. Per farmi capire con esempi, quando descrivo la presentazione al Papa di una istanza firmata da 4 sacerdoti e 460 persone, essa finisce alla pagina 464 delle 464 persone firmatarie… Quando sono alla pagina 666 ecco che spunta il Diavolo! La pagina 100, numero assoluto, descrive l’assetto assoluto. La 400, realtà assoluta, presenta la realtà assoluta. 800, realtà assoluta nel complesso, presenta la realtà assoluta, nei suoi pro e nei suoi contro… e così via. Così scusate le annotazioni di questo tipo, ma le ho volute e dovute mettere, perché dovevo sottolineare come, pur essendo il mio un testo ingannevole, spesso, per gli argomenti sempre in continua revisione, tuttavia era stato voluto con un assoluto rigore dalla Provvidenza Divina che l’aveva dunque scritto e impaginato lei e non io! Però state attenti anche a questo: le volte in cui la mia persona è stata portata a compiere visibili ed apparenti errori di tipo profetico, come ad esempio (clamoroso) la mancata elezione a Papa di Dionigi Tettamanzi, Dio l’ha attuato come se quello che ho scritto io fosse stato il destino prestabilito… se gli altri, e nel caso il Tettamanzi avvertito da me del suo destino, mi avessero creduto e sostenuto! Dionigi Tettamanzi doveva esser Papa, perché Papà mio fu condotto a morte con l’arrivo ufficiale alla Milano in cui vivevano di Papa Giovanni Paolo II, ed egli avrebbe dovuto essere il modo divino e trascendente con il quale Dio mi avrebbe fatto giustizia e ridato a Papà il Papa. Infatti Dionigi è secondo la fine di Amodeo Luigi e Tettamanzi è la Tetta di Ma’, anzi la Ma Madonna, origine, causa e buon fine del Baratto (segreto) fatto da Ma’ Baratta, tra me RA (tra parentesi) e il NI, il Naz. Iesus, del grido profetico «Le MA sa Ba(RA)ctà NI» Tanta sacralità era prevista in costui… se egli !
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I numeri hanno un significato e, in questo libro, in ogni pagina è finito – senza volerlo – il senso specifico del numero. Lo si farà notare, in buona parte del libro, perché si tratta del segno, straordinario, di un qualcosa di non casuale, ma voluto da una Volontà Superiore.
2 è il 1° membro dell’equazione S/S = F/P, è la sezione presente del flusso delle luce mentale. Stesso senso nei contenuti a pag. 2, che rivelano come lo Spirito Santo ha rispettato una promessa.
Il significato assoluto di 1 è il rapporto tra Soggetti uguali del tipo S/S = 1, verità assoluta dello Spirito Santo della Verità del Dio UNO. Lo Spirito Santo di Dio sta al Dio UNO, principio assoluto di ogni determinazione, come il Figlio sta al Padre. Pertanto S/S=F/P. Il testo “provvidenzialmente” finito a pag. 1 è una benedizione per tutto quanto il solo Dio ha creato, secondo il suo assoluto disegno.
Ecco l’evento atteso del 1.000 e non più 1.000: il Convegno del 24.10.1999. Era la novità promessa alla fine dei tempi e lo fu: 24 (come tutte le ore, nel dì), 10 (come il ciclo numerico, nei mesi) 1.999 (l’ultimo anno). L’aspetto eccezionale era che Dio parlasse finalmente ad uomini consapevoli, con i quali si potesse ragionare, anziché, come prima, solo a bambini che dovessero credere esclusivamente per Fede, non essendo ancora all’altezza di capire. Un atteggiamento di Dio modificato, tanto che lo Spirito Santo parlò davvero in quel Convegno. Furono moltissimi i segni: 1. Quel giorno Dio scelse, per indire il Convegno e parlare con lo Spirito Santo, Romano Amodeo, un “soldato in Cristo” per Cresima - come tutti - ma l’unico scienziato che rispose all’Enciclica Fides et ratio, su spinta del Santo Padre, prima del 2.000. 2. Nato nel 38, Romano era rinato in Cristo per i 38 dì in cui, alla data del Convegno, si cibava solo di Cristo e viveva con Cristo e per Cristo. 3. Era stato benedetto dal Papa Giovanni Paolo II, per avere risposto all’enciclica Fides et Ratio con un libro di 250 pagine. 4. Era stato benedetto dal Papa, che aveva pregato personalmente per lui, per aver fissato questo Convegno, primo al mondo che l’attuasse. 5. Dio volle in quel giorno il Trasporto della Croce (l’evento per il quale predilige Saronno) per trasportarla idealmente al Convegno, in cui un povero Cristo benedetto che viveva con per e di Cristo era stato abbandonato da questa Chiesa locale disattenta all’invito del Papa. 6. Romano e sua madre era come se abitassero nella Chiesa: il capo della Chiesa dei SS. Pietro e Paolo, Mons. Centemeri, è il sosia del proprietario dell’umile alloggio in cui abitò Mariannina, nata il 29 giugno, giorno del martirio dei Principi della Chiesa SS. Pietro e Paolo. 7. In segno che questo alloggio è come se fosse nella storia dei Principi della Chiesta è che anche Barbara, moglie del sosia del Centemeri, è nata il 25 gennaio, giorno della Conversione di San Paolo, come Romano che vi abitò con sua madre e indisse il Convegno. 8. A confermare come il locale sia un simbolo della Chiesa che crede in Maria Regina, i confinanti di 3 distinti locali hanno cognome Reina (la Regina) a destra, Reina a sinistra, Reina sopra e la Regina davanti, in tabernacolo, sul muro di proprietà di Maria Car… 9. A conferma che questa casa era la concreta via per il Paradiso, fu che vi abitarono Mariannina Baratta e Lingardo Sabato, maestra esemplare la prima (lì lì per morire), maestro diseredato anche dell’eredità materna il Sabato (morto da 69 dì), buoni, generosi, altruisti! 10. Ora una conferma di tipo profetico: questa via per il Paradiso, come vedete nel dipinto della pagina di fianco, fu già intravista nel 1954 (data del dipinto di Amodeo che figura in copertina del libro distribuito al Convegno), con la scala che porta in Paradiso e la Gloria, che dal Gesù crocifisso, è trasportata alla Natura. Previde il Trasporto della Croce del 24.10.1999, dal Cristo vero al “povero Cristo spirituale”. 11. Quella scala che porta su, porta al piano di sopra, l’umile stanzetta in cui abitò Sabato, morto da 69 giorni alla data del Convegno. 12. Sabato, morto da 69 dì e alla fine del giorno dell’Ascensione al Cielo della stessa Madonna, fu portato al cielo da lei e fu tramite reale di quell’evento, che distò esattamente 69 giorni dal 2.000. Esattamente in mezzo, tra il 15 agosto e il 2.000, c’è il 24.10.1.999. 13. Sabato, nome del giorno di Dio, fu il benedicente che ci fu sul libro: un Sabato al quale, finalmente, Dio aveva pagato il Sabato. 14. Sabato (diseredato), Mariannina (demente) e Romano (volontario servitore) furono la trinità dei grandi ultimi che lo Spirito Trinitario gradì. 15. Il libro distribuito al Convegno riguardò le parabole che oggi Gesù direbbe e rispose a tutte le domande ritenute impossibili grazie allo Spirito Santo, che aveva realizzato un miracolo in Romano: tanta sapienza da avere risposto all’impossibile, come scritto in copertina.
… e benedetto il frutto del seno tuo, Gesù... Dio ha deciso di cambiare metodo: ora parla chiaro all’uomo, anzi scrive e - col suo Spirito - fa anche “dello spirito” Benedetta la “tetta di M. anzi” alla Madonna, (Tettamanzi), il seno di Mariannina, nata il 29.6 (martirio dei Principi della Chiesa), che allattò me soffrendo, invocando “Madonna!” e affiliandomi a lei! … Benedetto il mio Amodeo = Amod(io) n(eo) papà Luigi (Papa Dionigi) che si paralizzò e morì 15 giorni dopo che il Papa Giovani Paolo II venne a Milano del 1983! Sia benedetto, dunque Dionigi Tettamanzi che lo Spirito Santo di Dio farà Papa l’11.6.2004 e mi restituirà come papà e mamma, umani segni della paternità celeste! Di me, “segnato” come “quell’altro” che sarebbe uscito “cantando e danzando” da Sion (nel salmo 86 e per altri 87 sulla Città Santa), atteso per sconfiggere la morte e fare giustizia assoluta, “con gloria”, alla fine dei tempi. Chissà perché tutti hanno creduto che questa “gloria” avrebbe contraddetto l’umiltà del Presepio e del Calvario!
Dio ha voluto che questo miracolo passasse attraverso una ideale famiglia dell’uomo, questa: la famiglia Amodeo. Essa consiste del facsimile simbolico d’uno Spirito Santo padre (in persona di Luigi); del facsimile simbolico di una madonnina madre (in persona di Mariannina) e di un figlio, facsimile simbolico di Gesù (nato il 25 come Gesù, del 2° mese a partire dal dicembre di Gesù, che ebbe una mamma che l’allattò nel dolore e costantemente, invocando “Madonna!”, lo nutrì “cuore a cuore” con Maria finché gli diede il latte e che assieme lo salvarono quando, svezzato e gravemente ammalato di un male incurabile, Mariannina pregò la Madonna che salvasse la vita di lui innocente “come Gesù” e la Regina Santa Maria, figlia di Sant’Anna, intercedette, tanto da salvare la vita del piccolo e da realizzarla negli anni “come quella del Gesù atteso alla fine dei tempi”). Romano Antonio Anna Paolo Torquato (già protetto da tutti questi Santi cui fu affidato con il Battesimo) fu adottato poi a doppione di Gesù dalla stessa Madonna. Nelle due foto i due genitori ed i loro due figli. Romano è con il fratellino Benito Vittorio Anna Vincenzo Giovanni, nato il 17.2.1941. Nato secondo a Romano, questo secondo figlio sarà il duce vincitore per gli uomini; laureato in fisica sarà il vittorioso nei riguardi della scienza, quando capirà d’essere ben coinvolto nel miracolo della sua famiglia.
17 m2 d’un alloggio senza servizi. E’ “il Paradiso Terrestre” assegnato a 3 poveri Cristi. Architetto noto, Amodeo nel 1973 fu il più votato tra i 2.000 dell’Ordine MI-PV-SO; Condirettore di ruolo, lasciò nel 1977 il “posto sicuro” al Cimep (Ente di 80 Comuni compresa Milano), per affidare tutto sé e i suoi mezzi alla sola volontà della Provvidenza, affinché la sua vita fosse interamente di Gesù, affinché Cristo non restasse solo una bella ma disattesa utopia. Vi pare strano che Gesù abbia scelto di riapparire concretamente, spiritualmente, proprio in questa vita così veramente data a lui, nell’attesa “fine dei tempi” d’una umanità considerata bambina? Oggi si può capire scientificamente cosa attenda l’uomo dopo la morte, e lo dice Amodeo, in termini di un sapere immenso donato proprio a lui che non aveva conservato, per sé architetto e la sua mamma, più nemmeno la casa.
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Dalla Perfezione di S/S = F/P, 3 sono le Persone del 1° membro di S/S ×F = P, la Trinità uguale a Dio. Così la narrazione dello Spirito Santo colloca a pag. 3 del Suo Libro, che spiega l a sua umana formazione, il Vangelo aggiornato di Cristo Gesù, comunicato nel Convegno del 24.10.1999, della “Fine dei tempi” (dell’uomo trattato come un bambino), 24 come tutte le ore del giorno, 10 come tutto il ciclo dei mesi e 1999 come l’ultimo anno. U n Convegno guidato e mediato dall’Assunta in cielo: Assunzione 15 agosto - 69 giorni - Convegno 24.10.1999 - 69 giorni - anno 2.000. E umanamente da Sabato (giorno di Dio) asceso a Dio alla fine del giorno di Assunzione di Maria. 69 è tutto il tratto compiuto da 1, nelle 70 dimensioni del “Perdono” da dare 70 volte il decimo presente. Pertanto Dio ha perdonato all’uomo la sua TRACOTANZA e gli scrive ora, come ad un adulto.
4 sono tutte le Persone della Assoluta Verità S/S =F/P in cui i 2 numeratori sono virtù umane e i denominatori sono Dio, pertanto Maria/Spirito santo = Gesù/Padre. 4 esprime così, nel relativo: la quantità reale, e tale è anche il senso di questa pagina che mostra il significato reale delle quantità. La presenza reale in questo libro impaginato in automatismo, dal computer, ha rivelato come il contenuto della narrazione concerna esattamente il significato dei numeri: delle pagine, capitoli, note. Pertanto, dopo la prima impaginazione, si è provveduto ad inserire tutte queste annotazioni in corpo piccolo, per evidenziare come in effetti ciò non possa essere casuale, anzi, come sia una prova in se stessa che una particolare Provvidenza ha regolato ogni cosa al fine di farsi notare in questo particolarissimo libro. Qui di seguito si elencano i numeri con i significati relativi, sotto il profilo fisico. Intanto si tenga presente che tutti i numeri sono “esponenti” del conteggio attuato dal soggetto in base al suo software, ossia alle sue regole. Sulla loro base (che poi è il 2, il 10 e la base e logaritmica), i numeri decimali sono assolutamente coerenti con quelli in base 2 ed in base 2,7182818284590450. 0. = punto finale ed iniziale. È il denominatore che fissa la quantità assoluta. Nei numeri maggiori esprime le unità dei cicli numerici decimali. Pertanto 10 è assieme fine di una decina e principio di un’altra. Il senso ideale attribuibile al numero è quello della pienezza. Poiché noi osserviamo tutto in potenza di calcolo, l’indice zero, posto su qualsiasi base numerica, determina sempre il numero 1. 1. = tempo. È il denominatore che attua e blocca la quantità del numeratore in un rapporto numerico. Il tempo è anche lo spazio che gli corrisponde, percorso dalla velocità della nostra luce mentale, che avanza e vede (per reazione) la luce “oggettiva” correre verso di sé. La “luce oggettiva” non si muove, ma è solo il tempo “soggettivo” che induce l’apparire che si muova! 2. = sezione ideale. È la sezione del flusso, un tempo bloccato all’istante senza tempo, tanto che diventa puro spazio. Il senso ideale attribuibile al numero è quello dello Spirito riferito all’oggettività delle situazioni. 3. = quantità ideale. È il volume, bloccato nella sua data di presenza e per questo ideale, giacché la realtà avanza. Il senso ideale attribuibile al numero è quello della quantità globale, come una entità fissa. 4. = quantità reale. È il volume in avanzamento unitario nel tempo, come l’osservatore e quindi sempre a lui presente. Il senso ideale attribuibile al numero è quello della condizione realmente esistente. 5. = presenza nel tempo della quantità reale. È il volume presente, come quantità di moto, all’osservatore in moto. Il senso ideale attribuibile al numero è quello di una realtà in evoluzione nel tempo in evoluzione. 6. = tempo complessivo. È come il n. 1, solo che ora riguarda anche le quantità negative. Il senso ideale attribuibile al numero è quello di una realtà fissata sulla complessità che va da –3 a +3 e che comprende il buono e il cattivo. 7. = sezione complessiva idealmente libera. È come il n. 2, solo che ora riguarda anche le quantità negative. Il senso ideale attribuibile al numero è quello di una piena libertà di movimento, di cambiamento dello Spirito. 8. = quantità idealmente complessiva. È come il n. 3, solo che ora riguarda anche le quantità negative. Il senso ideale del numero è quello di una realtà complicata, idealmente fissa, che ha in se tutto il pro (+4) e il contro (–4). 9. = quantità reale complessiva. È come il n. 4, solo che ora riguarda anche le quantità negative. Il senso ideale attribuibile al numero è quello di una realtà complicata, realmente esistente, che è tutto quanto osservato e valutato dal nostro personale punto di vista, quell’ 1 che osserva il 9 come tutto lo spostamento che crede che vi sia nel 10. 10. = presenza complessiva della quantità reale complessiva. È come il n. 5, che ora riguarda anche il negativo. Il senso ideale attribuibile al numero è quello del ciclo intero dell’osservazione, che comprende sia la presenza del soggetto, sia di tutto il suo spostamento. Ciò ripropone il tutto su scala decupla. Il numero 10 è davvero il riferimento intero dello spazio-tempo e non una pura e semplice convenzione. Oppure si può dire che è la convenzione assunta dal nostro cervello, il quale, considerando la 3 somma 2+2 =10 calcola la sezione ideale (2) della quantità idealmente complessiva (8) e con ciò determina tutta l’area ideale della presenza del volume nel tempo. Quando è posta, anziché la somma 2+8, il prodotto 2×8=16, questo risultato fissa il numero di tutti i dati binari occorrenti per soddisfare tutte le condizioni della presenza simultanea. Quindi la stringa dei dati in linea, usati dalla nostra mente, sono 16 unità (come i 16 bit della codifica dei computer). All’interno di questi 16 esiste la nostra unità complessa che ha per numero il 6 e che si sposta unitariamente di 10 nel 16, il che idealmente combina il sistema binario con quello decimale. Tutti i numeri maggiori sono composti nello stesso modo. Chi detta legge è sempre la quantità della cifra unitaria. Ad esempio, 21 è il tempo (1) della sezione ideale piena (20). Altro esempio: 321 è il tempo (1) della sezione ideale piena (20) della quantità ideale intera (300). Viceversa 123 è la quantità ideale (3) della sezione ideale piena (20) del tempo intero (100). Si noti: l’interezza è data dalla sezione 100, che presenta il piano del ciclo.
Questo fu il libro, il Vangelo attualizzato alla scienza, consegnato al Convegno della fine dei tempi.
Le somme, nei numeri, aggiungono numeri e determinazioni concettuali in linea. Invece i prodotti li combinano formalmente (idealmente, perché la forma è un’idea) in aree, anche se sempre assolutamente espresse in base a parametri lineari. Ad esempio 7+7=14 è la libertà che ribalta interamente il piano complesso 7, mentre 7×7=49 è la quantità reale complessiva (9) della quantità reale (4), ossia è il piano libero, che, se si muove di 1 (tempo), diventa 50, che è la piena (0) presenza nel tempo della quantità reale piena (50). Anche i volumi, i volumi in rotazione e tutte le altre forme c osì concepite dalla mente umana per comprenderle in modo formale, sono ridotti tutti a puri e semplici valori lineari, essendo la loro base numerica il numero 1 che esprime la quantità unitaria del tempo positivo del calcolo (nel complesso poi è 2, da –1 a +1).
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5 è l’insieme Assoluto delle 4 dimensioni della realtà, che è in atto unitario come il rapporto relativo 4/1. Questo libro è un Codice e alla pag. 5 presenta il concretarsi di tutta la realtà 4 narrata nel suo tempo 1.
6 è il complesso da –3 a +3 e qui, nel Codice, a pag. 6, è narrato tutto il percorso da –3 a +3 riferito a Romano per i segni di lui manifestati in essere nel suo mondo concreto.
Pman MODE’
Verso Emmaus Gesù mostrò i segni di lui nel Vangelo; Romano, filosofo sognatore allegro rompiscatole scherza sui suoi nei nomi e numeri della vita! Nacque il 25.1.1938 (la cui somma è 2 volte 1, ove 2+1=3 in Assoluto, Trinità di Dio!) Ove il giorno 25 avanza in Assoluto di 3 nel 100 del “centuplo quaggiù” promesso da Gesù; ove il n. 1 del mese è il primo e il 1938 indica 62 anni al 2.000; 62 che è 60+2, ossia il tempo in sessagesim i della percezione complessa (da –30 a +30), più le 2 dimensioni (da –1 a +1) aggiunte a suo riferimento unitario. Il nuovo ed umano Gesù, scritto a segni nella realtà sembra l’atteso del “1.000 e non +1.000”!! Ecco ora la storia della sua vita e dei suoi passaggi di luogo in luogo e di casa in casa. Il suo destino sembra segnato come un Oracolo dai nomi e dai numeri. A Felitto è “afflitto” da un male incurabile, e si alimenta a latte e sangue della madre che ha la mastite. Minacciati di morte fuggono a Salerno, e si salva, sale dall’inferno dell’afflizione. Va a Vietri sul mare (Vi e tris ulma re), e qui vi è tris, alma, re; c’è come Trinitario, anima o l’ulna di un re, nel Paradiso Terrestre dei suoi sogni d’infanzia. Qui abita a Palazzo Cajafa, Via de’ Marinis 2. Il che sembra, in simbolo, che: in Via de’ Marinis 2, sia (in) nella Via delle 2 Marie (de’ Mariis 2). In Palazzo Cajafa è a Caifa, la sua Israele, la città santa del futuro architetto: il Palazzo; e il sacerdote Caifa “esorcizzato”. Si sposta dal Paradiso di Vietri all’Inferno di “Io la no!”, andando a Mi-la-no! Milano. Ove esce dalla famiglia, va in Via Larga 14 (la via larga che porta all’Inferno) presso Giovanni Venturelli (che è l’Oracolo di una ventura Via Larga del Paradiso in cui egli e la sua mamma Saranno a Saronno, di fronte alla Chiesa di S. Giovanni). Il numero 14 indica una piena svolta Paradiso-Inferno, di 7+7 anni, dovuta ai 3 della sua vera vita, di lui, che avrebbe dovuto vivere 2 anni e mezzo, essendo egli stesso un mezzo (0,5) di salvezza: 2,5+0,5=3. Poi si trasferisce in Via Bernardino Verro 7, sulla via del futuro possesso della sua casa in proprietà, cioè sulla Via di Ber Nardo, in una O che verrà, e sarà uno spostamento intero, 7 (del suo essere 3, ove l’intero è il ciclo 10). La O che verrà (in proprietà) sarà nel viale di un mero O, in Viale Omero 22. Il 22 indica la presenza e l’avanzamento del 2 di via De Marinis 2. Sta concretizzando il disegno delle 2 Marie controverse. Sua madre gli prenota Via Lattanzio 16, e vuol ricominciare a dargli latte nel colmo della sua vita, perché abbia la casa degli affetti terreni (16 è 24, è tutta la dimensione a 4 D che esiste realmente, in base alle 2 Marie). Si sposa con una donna nata il 1.11.1953 (che lo equivale perché la somma delle cifre è 2 volte 1, in Assoluto il 3 del Dio Trino)… ma, invece d’andar, là va a Via Vetere 14, e riattiva l’errore di Via Larga 14, tradendo le attese della mamma e decretando i tempi Veteri, della sua prima vita, che cesserà ai 33 anni di Gesù, con la fine dell’individualismo. Si ribella all’Inferno e va in un piccolo Paradiso: inizia la costruzione di una piccola casa anche per altri. I parenti sono diretti (la madre) e indiretti: Sergio e Maurizio Venturelli, Renata Benedetti (nuovo Oracolo venturo e benedetto: a servigio, e di Maria al servizio, con la madre Nata Re e Benedetta). Poi per un amico: Rinaldo Raho (un Bravo Rinaldo in campo). Il campo è a Ortonovo, dove già sua madre insegnò (ma in Lucania); il luogo è in Via del Colletto e della Mandorla (è la Madonna!), a Nicola. Qui egli inizia a coltivare l’orticello nuovo di un complesso per pochi, un piccolo colle (anziché i 7 di Roma, per lui Romano), relativo ad una quantità ennesima, ennicola… N icola. Quando Romano e la moglie vanno in Via Lattanzio 16, egli entra nel suo Paradiso potenziale (ove l’Oracolo è che il latte sarà dato dalla tetta del Tettamanzi, il Papa che l’ascolterà nel 2004, ossia 2004= il 16 di Via Lattanzio, essendo anzi a Mariannina e alla sua tetta dolorante, cui si dovette il miracolo del nuovo umano Gesù adottato miracolosamente dalla Madonna). In questo Paradiso, Romano sostituisce al possesso di Villa Colletto, un compito, svolto prima in Via Colletta 65 (cioè tutto il 60 riferito alle 5 dimensioni di una realtà 4 in pieno movimento 1, perché in una casa in affitto) e poi in via Colletta 29, ufficio in proprietà in cui tutto il reale del complesso 60 (da –30 a +30), è il +30 che comprende Romano come 1 e il suo libero spostamento come 29. Qui crederà di avere incontrato, fisicamente, la Madonna e Gesù e poi d’aver sentito la voce di Dio l’11.3.1987 (ove 1+1+3+1+9+8+7=30=3 indica il Dio Trino). Col Papa che nel 1973 va a Milano, papà muore e inizia l’Inferno della seconda vita. Tenterà di salvarsi in Via Tunisia, in casa della prima delle due Marie per lui (Maria a Te resa, o Romano! una Maria Teresa). Ma “tu non sia!” (Tu ni sia) a vivere a casa d’una donna sensuale per cui tradirai tua moglie! Infatti egli vi sta solo 7 giorni. Entra in Purgatorio quando si sposta con sua madre in Via Teodosio 2 e i 2 assumono il criterio di Dio (Teo doxis), che intende fondare la salvezza per tutti su questi 2, mamma e figlio. Il Criterio binario di Dio li porta ad una sosta di 3 anni in Piazzale Vincenzo Cuoco 8, ove l’uomo vecchio, in Romano, e spiazzato, è cotto dal Cuoco: S. Vincenzo e la povertà del suo ordine di S. Vincenzo! Poverelli, i 2, mamma e figlio, Saranno a Saronno, nuovamente in Via Larga 12, ma ora è la via ampia del Paradiso: e il numero indica i 12 anni d’Università della sua Laurea di Architetto come i 12 apostoli della sua NSI (Nuova Scuola Italica) per scoprire l’Architettura del Sistema Assoluto. La N SI correggerà la N piccola di Nicola, con la N SI’, sì, quella grande di una via di bene per tutti. Questo piccolo e umano Gesù è ora un Maestro e sarà aiutato da una Maestra essenziale (Legnani) che lo equivale (nata 3.10.1960, la somma delle cifre è 2 volte 1, la Trinità di Dio, esattamente come lui), figlia di Angeli, assistita da Maria, da Santa Teresa del Bambin Gesù e spos a di Cristo per il periodo (intero) di 10 anni. Maria è a Te resa per la seconda volta, ora idealmente, o Romano! Con lei Maestra di bimbi e Cori della Chiesa, creerete insieme, in Paradiso, il Gran Coro di tutti gli uomini divenuti come bimbi, Cattolici p er scienza e riunificati nell’unica Fede Vera. Intanto tu Romano, in Via larga 12, abiterai in Paradiso, un locale con Reina (la Regina) a destra, Reina a sinistra, Reina sopra e la Regina in tabernacolo davanti, sul muro di casa di Maria Carugati (la Madonna cara che accoglie i messi in fuga, i fugati dalla loro terra). La porta del locale è in un sottoscala, quindi sosterrai chi sale in Paradiso, come dipingesti a 16 anni il momento glorioso del trapasso di Gesù, in cui la luce passava dal Cristo alla natura, come da Lui a te. Il cugino proprietario è il sosia del Preposto della Chiesa di Saronno, dei SS. Pietro e Paolo. Titolare della casa è la EMS s.n.c, è l’ Ente Maria Spirito santo, nome collettivo. Romano userà i computer forniti da Roberto Legnani (l’essenza vivente buona erta a dar Robe a Romano) e lavorerà sotto i soci Giovanni Mammone (il Battista che apre a Gesù e la mamma) e Luisa Restelli (il padre Luigi al femminile, Re delle stelle) in Informazona, diretto da Marina Ferrero (na’ Marì di ferro, per Romano terrone!). Si licenzia il 20.10.2002 quando comunica a Monsignor Angelo Centemeri di essere colui che era atteso a fine millennio: lo Spirito Santo di Cristo che, a forza di dargli posto, aveva occupato la sua anima. Romano il 17.9.1999, pieno di Spirito Santo, avvertì solo Tettamanzi che da quel dì viveva esclusivamente di Cristo con Cristo e per Cristo, affinché lo Spirito Santo scuotesse la Chiesa, convocata da lui a Convegno il 24.10.1999, per l’Enciclica papale Fides et Ratio e con la benedizione apostolica del Papa. La Chiesa non si presentò! Il Convegno fu al Centro Sociale Cassina Ferrara, via Prampolini, 2, Saronno e l’Oracolo, a lui terroncello, decifra: “Centro! Soci, ale! ‘Ca (qua) ‘ssi (sei in) ‘na (una) ferrera (fucina), via prevista, trampolino (di lancio) prima del 2 (secondo millennio) a Saronno!”, L’Oracolo avverte che l’uomo ha centrato l’obiettivo del 2000 e che il mondo sarà associato al Cattolicesimo e che, ale! Bisogna far festa! Romano aveva iniziato a vivere nel 38 e il 24 ottobre era al 38° giorno che viveva solo di Cristo… era rinato in lui! Era il 24.10.1999 e la Chiesa celebrava in Saronno il Trasporto di Cristo in Croce. Saronno è la “nuova Sion” da cui è scritto nel Salmo 87 che sarebbe uscito “l’uno e l’altro”. È cara a Dio perché celebra la Santa Croce che in quel dì passò dal Gesù Figlio di Dio morto realmente, all’ altro, mortificato spiritualmente in un figlio dell’uomo pieno del Suo Spirito Santo. Un Gesù digiunò 40 giorni, l’altro Gesù seguitò altri 2 4=16/1, 17 in Assoluto (tempo pieno) e fu “pieno” di Cristo. Rinato in Gesù e “pieno di Spirito Santo”, il nuovo piccolo uomo e apostolo delle Genti avvincerà al Cattolicesimo il mondo e le religioni: spetterà farlo al Tettamanzi, per Oracolo eletto Papa l’11.6. 2004, come la risurrezione dei genitori di Romano, morto il 9.6.2004.
“È più probabile che una scimmia riscriva a caso la Divina Commedia, che tu abbia scoperto quello che è impossibile a chiunque!”, gli disse uno scienziato, che non crede nel MIRACOLO di un eletto a Figlio adottivo di Dio e della Madonna, per quell’ideale incontro uomo-Dio che soddisfi realmente il dualismo umano, nella pura linea del dono della Sapienza, concessa dallo Spirito Santo.
ecco per voi, per voi tutti, qui è raccontata la storia di un Romano Amodeo, vita in più, concessa, dalla Madonna, a lui eterno bambino, cui non fece invecchiare quel suo candido mondo ideale, che lo faceva sentire assolutamente protetto ed amato. Non si salva una vita perché il cuore si corrompa e, se gli si toglie, al momento, il Paradiso, è perché, nell’Orto nuovo degli ulivi, egli esorcizzi Satana; perché restituisca questa Terra a quel Paradiso per tutti che è
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7 è la libertà del 3 nel 10, ciclo numerico dello spazio-tempo giacché è 2+23, misura cibernetica del volume avente per lato il complesso da –1 a +1 e percepito nei 2 tempi di –1 e +1. Nella pag. 7 di questo Codice, è espressa tutta la libertà e il potere dati ad Amodeo, di scherzare coi Santi
8 è la realtà complessa da –4 a +4 D, e a pagina 8 l’impaginazione automatica ha espresso la realtà complessiva, in quanto questo libro risulta essere davvero un Codice
Genesi, di un filosofo sognatore, allegro rompiscatole: secondo i comportamenti degli avi e (sotto) del disegno di Divini protettori?
Pensate all’incrocio tra un Allegro rompiscatole ed una Filosofa sognatrice e avrete combinato esattamente la persona di Romano Antonio Anna Paolo Torquato Amodeo. Allegro rompiscatole s’era definito Luigi Amodeo, il suo futuro padre 1. Luigi, quando andava in gita, a Milano, con Carlo, il suo fratello maggiore ed i loro amici, aveva il compito d’occuparsi delle vettovaglie ed apriva le scatolette contenenti i cibi che si portavano per far merenda. Così si era imposta questa definizione, in cui allegro rimandava alla felice condizione dei picnic.
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Romano, il futuro figlio, sarà un assoluto rompiscatole di tutti i luoghi comuni. Le romperà tanto da far perdere la pazienza ai Santi, che assumeranno così, contro di lui, decisioni contraddittorie al massimo, come un Prete che gli dirà: “E muori!”, giacché gli ha rotto l’anima; o una Cantoria d’una Chiesa che lo caccerà, perché egli l’ha rotta alla Maestra (che non l’accetta) e dunque a tutti loro. Il termine allegro indica come Romano lo farà sempre nel desiderio di dar gioia libera, a chi avrebbe inteso umiliato, omologato alle condizioni della vita, al punto da vivere di rimessa e da considerare lui noioso e pesante, per quelle splendide intenzioni di strapparli dal loro asservimento in modo veramente gioioso. Per esempio questo stesso intervenire così deve essere inteso come un gioco sottile, da affrontarsi con spirito allegro… giacché fa capire di più, confrontando tra loro le situazioni pur disparate. Non c’è nessuna pretesa che, dalla vita dei suoi antenati, deriverà la sua, quasi fosse scritta nei geni. Esistono tuttavia strane coincidenze, perfino nei nomi affidati dalla sorte, tra quanto successo a loro e quanto capiterà a lui, che per lui è un gioco sorprendente annotarle, affinché ci si accorga della stranezza. Infatti, sembra quasi che il suo futuro sia stato esposto in anteprima, attraverso un ampio e strano gioco di enigmistica, che ricorre perfino ai nomi, come a simboli, come se fosse stato fatto – appositamente per lui – dal Creatore della storia, un Dio in vena di facezie… Romano agisce così, poi, anche perché, con l’ironia, si purificano i costumi. Chi consiglia: “Scherza coi Fanti e lascia stare i Santi” attribuisce a quest’ultimi una coda di paglia che spesso hanno davvero. È proprio il caso, allora, che un bimbo birichino giochi con costoro, affinché capiscano che nulla gli è dovuto in cambio, che devono farlo gratis et amore Dei e non per divenire una sorta di mostri sacri e intoccabili. Romano si troverà a contatto con le Gerarchie della Chiesa che, piene di sé, non accetteranno che un bimbo, come lui, possa essere un messaggero di Dio. E' però sempre così: a Fatima, a Lourdes, i messaggi mariani furono dati a bambini e non ai Gerarchi della Chiesa, che tendono a divenire sempre sepolcri imbiancati... fu Gesù a dirlo, ma guai ad esprimerlo! Uccisero Lui e mortificheranno chi l’afferma. Finirà nei guai anche il piccolo Romano, per avere scherzato un giorno con un gran Vescovo… che non degnò più risposte a richieste d’aiuto a sanare una grossa crisi nella sua Diocesi, nonostante l’importante Personaggio avesse scritto migliaia di libri sul senso autentico della fede! Ecco allora a cosa serve scherzare coi Santi, a farli accorgere che in loro qualcosa non va se rispondono: “A tutto c’è un limite!” ... “Un bel gioco dura poco!”... ”Rispettiamo le distanze!” Ecco perché Romano scherza sul suo essere Messaggero di Dio e Profeta! Dice molto chiaro: “Io sono solo come il Paperino di Walt Disney!” Non si ritiene libero di far null’altro che quanto il suo Creatore gli disegna.
A 20 anni, quando Luigi Amodeo cominciò a scrivere novelle, su un giornaletto a diffusione nazionale, adottò questo pseudonimo, come la sua firma. Egli aveva studiato solo fino alla sesta elementare, ma era così appassionato alla lettura, che si era costruito una cultura tutta sua e, veramente, toccava il cielo con un dito, ogni volta che un suo racconto era pubblicato. Filosofa sognatrice era stata la firma scelta da Mariannina Baratta, la futura madre di Romano, per le novelle stampate sullo stesso periodico e scritte da lei, studentessa del penultimo anno all’Istituto Magistrale di Salerno 2. Entrambi, Luigi Amodeo e Mariannina Baratta, avevano ricevuto una forte spinta, a far fiorire la loro creatività, da due differenti disavventure. Lui, a causa della mortificazione del suo intenso desiderio a continuare gli studi. Lei per la mortificazione di quel “Passa la porcaredda de’ li Marchisi”, che le sue piccole amiche invidiose cominciarono a dirle quando lei, figlia del “Marchese” d’Ostigliano, fu costretta dal padre, ad otto anni e per una settimana, a portare al pascolo la mandria dei maiali. Accadde allorché, improvvisamente, l’addetta a quel compito morì. Il “Marchese”, non trovò niente di più educativo, per la giovane figlia, che il porla di fronte agli aspetti sgradevoli della vita. Così rispose a Mariannina che si lamentava per lo scherno che suscitava: “Non te ne curare! I maiali sono i tuoi e c’è una bella differenza!”. Il bisogno di riscatto è una delle forze più importanti della vita 3. I maiali di cui Mariannina diffidava erano creature che razzolavano nei rifiuti, che se ne cibavano, veramente, quando divoravano gli escrementi umani lasciati sulle vie, di quel paese senza servizi igienici nelle case… Per questo Mariannina li detestava! 2. Romano sembrerà essere un vero e grandissimo filosofo, che affermerà e proverà, con le verità della scienza, come la condizione finale, dell’esistenza in questo stesso Universo, inteso come l’Opera Omnia di Dio Creatore, consisterà esattamente nell’avverarsi dei sogni personali e dei valori ideali fatti assumere liberamente, dal Creatore, alle sue Creature... Un destino infinitamente bello e grandioso, per esse! Sembrerà farlo, secondo una filosofia che si chiamerà epistemologia e poggerà le sue verità su quelle, provate vere, dall’esperienza scientifica, della vita e della natura. Sembrerà essere e fare tutto ciò… sembrerà, perché ne è convinto e seguiterà ad affermarlo: “Io sono solo come il Paperino di Walt Disney!”, con grande senso del suo personale limite. 3. Così sarà per Romano: sarà mortificato in molti momenti della vita, e saranno stimoli immensi a ripartire, avendo fatto tabula rasa d’ogni preesistenza e conservato solo il meglio dell’esperienza, come il valore in base al quale poter ricostruire e bene. Questo processo distruggerà la sua vita a 13 anni, a 33, a 49 e a 62, orientandola sempre più a riscoprire l’essenza fondamentale, in un supremo dualismo: • L’Essenza Assoluta, posta nel Dio Creatore e nella Potenza della Potenza del suo stesso Disegno Creativo, Ragione Prima ed Ultima di tutte le cose; • L’essenza relativa, posta nella Creatura come nel suo afflato, come nel Paperino d’un cartone animato, che vive del Creatore e nulla può se il suo Creatore Walt Disney non lo disegna incessantemente. Così è la mente viva: un’onda cerebrale indotta.
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9 è tutto il moto di 1 nel ciclo 10. A pag. 9 c’è tutto il percorso dell’uomo nel disegno di Dio
10 è 2+23, il ciclo dello spazio-tempo. A pag. 10 c’è il ciclo intero, il tutto, nei contenuti
I maiali hanno un cuore quasi umano (qualche chirurgo l’ha usato nei trapianti 4). Gesù liberò invasati da Satana spedendone gli spiriti in una intera mandria di porci. Mariannina odiava queste bestie perché si cibavano di escrementi umani, incontrandoli.
Luigi era passato di lavoro in lavoro, mai soddisfatto per quella necessità che sentiva, di voler occuparsi di letteratura. (Da modello dello Spirito era attratto dai contenuti dello Spirito) Mariannina si era lasciata prendere da due opposti ideali, entrambi poggiati sul primato: quello della fede (e si sarebbe fatta volentieri suora, ma solo per divenire poi una Madre Badessa) e quello della vita attiva (e si sarebbe volentieri accinta a divenire un Ingegnere) 5. (Da modello della madonnina era attratta dai contenuti inerenti la regalità del servizio santo offerto
4. Nel Cartone Animato di Dio, Amodeo avrebbe riconosciuto come “immondi” gli invasati che rifiutano la loro assoluta appartenenza a Dio, e non si accorgono che, se il Suo flusso concretamente spegnesse quel comando “Fiat lux!” che non solo fu posto all’inizio ma seguita incessantemente ad essere la causa dell’induzione cerebrale… le loro anime viventi si spegnerebbero. Questo, secondo Amodeo, è stato il fascino del Maligno: la pretesa sobillazione, secondo la quale si insinuò maleficamente, nella fede dell’uomo, l’idea che si potesse trasgredire l’assoluto ordine di Dio. La mela del peccato sarebbe stata un vero e proprio delirio d’onnipotenza, istigato nell’uomo, in base al quale anche gli animi migliori avrebbero creduto di essere gli arbitri del loro destino! Poveri Paperini fuori di testa! Sì, perché un fenomeno indotto, come la corrente cerebrale, che avanza sul filo della vita e lascia traccia all’elettroencefalogramma, si blocca se il filo si rompe o se la causa inducente si blocca. Non esiste l’inerzia di una vita cerebrale, affidata unicamente a se stessa. E lo si deve riconoscere per ragioni scientifiche, più che filosofiche o legate alla fede. Ecco allora che i maiali divoratori di rifiuti, che Mariannina rifiutava (ma anche San Romano, opponendosi alle possessioni demoniache, nelle evidenti lotte contro il Maligno), potevano essere, nel Disegno Animato della vita data da Dio, anche i presunti Santi che, disegnati così, esistevano al pari dei presunti peccatori. Di loro non avevano niente, né santità, né peccato… tutto dipendeva dal Disegnatore. Le creature non devono inorgoglirsi di sé! È un vero errore: il solo errore possibile a loro (il credere, la fede, in se stessi, Creatori, e non in Dio solo Creatore). Chi lo fa, si ciba di rifiuti. Rifiuti opposti, all’amore e alla bontà del Creatore, giacché si crede libero e baratta, in modo illecito, la virtù, piegandola ai propri fini. Dite, in un simile Cartone Animato da Dio, è un caso fortuito – secondo voi – che una persona affidata a Maria (la Regina celeste) e alla terrestre Sant’Anna (umana e piccola costei, quindi “Annina”), nel suo nome Mariannina, si chiami per cognome Baratta e non intenda barattare se stessa e la sua dignità, per accudire simili mangiatori di rifiuti? Questa, proprio questa Mariannina, quale umana madonnina, che ha sposato un Amodeo, come il cognome umano attribuibile allo Spirito Santo che è amore dichiarato a Dio? E nemmeno in un modo diretto e semplice, alla Amodio, ma colto, tradizionale, Amodeo ove Dio è Deo, Zeòs, Zeus, il Dio di tutti e per tutti? Delirio dell’immaginazione? Oh, sì, lo sarebbe, se Amodeo credesse d’aver fatto, pensato e scritto lui, quello che sembra scrivere! Ma non crede di esserne la libera causa. La sua immaginazione lo porta solo a riconoscere: “Io sono solo come il Paperino di Walt Disney! È il Creatore chi mi fa tuttora scrivere.” A questo punto chi si è illuso di una potenza che non ha, decapita nuovamente San Romano, giacché considera fuori di testa lui anziché se stesso. Ma anche questo è un disegno! Dio vuole che l’uomo si accorga che il Libero Arbitrio non sta nel fare, ma nel desiderare a proprio gusto, che porta a definire il proprio io nei modi graditi a ciascuno, e disegna santi e peccatori, torturatori e torturati. Poi ciascuno sarà giudicato solo in base ai talenti ricevuti! I “presunti Santi” (orgogliosi di aver fatto) saranno meno accetti dei “presunti peccatori” (inorriditi di aver fatto): per la Fede in se stessi, i primi avrebbero tolto meriti a Dio, i secondi gli avrebbero tolto le colpe… e c’è una bella differenza! I veri peccatori saranno coloro che presumono d’essere santi, e scagliano le prime pietre, impossessandosi di un puro dono, come di una propria virtù. Così violano le leggi assolute dell’amore e del perdono, giudicando che debbano valere in modo diverso, caso per caso: costui sull’altare, quest’altro sul rogo. L’uomo così si illude che Dio lasci a lui il compito! Come se Walt Disney decretasse: “Paperino, fai tu!” Il peccato vero non è nel fare, ma nel credere di poter fare da sé, avendo perso la vera relazione di esseri relativi all’Essere Assoluto... Chi crede di far da sé, in bene o male, si ciba di rifiuti… se viola la legge assoluta di Dio e adduce le sue “giuste buone ragioni”, che diventano così assolutamente pessime!
costruttivamente all’uomo).
Poi, nella vita reale che fa i conti con le reali possibilità, ciascuno fa quel che può e Luigi Amodeo, così, passò di lavoro in lavoro, divorando quintali di libri. Mariannina, dal canto suo, si dovette iscrivere alle magistrali, l’unica scuola non molto lontana, a Salerno, ove sua sorella maggiore, Nicolina, già studiava da maestra, abitando in un Convitto tenuto da monache. Ed ecco così che Mariannina, fuggita ai maiali, entrò realmente, a studiare, tra le suore, visse tra esse, anche se non lo fu. Subitone il vincolo, ecco perché il suo ideale era stato quello di fare la Superiora (Aveva presagito il disturbo derivante dal vincolo). Studiare oggi sembra la cosa più normale che esista, ma, in quei tempi e luoghi, era stata già una gran conquista quella di Nicolina: d’andare 50 km, lontano di casa, a studiare; permessa a lei solo in quanto erede del 50% di tutto il patrimonio dei Baratta. 5. Romano, il loro futuro figlio, filosofo sognatore e allegro rompiscatole, mescola dei geni dei genitori, avrebbe centrato, in pieno, il sogno di entrambi: del padre, divenendo editore e letterato, e della madre, divenendo un architetto e costruttore che si sarebbe appassionato alla figura di una già sposa di Cristo… Tanto pieno e realmente d’amore per questo ruolo “nuziale” con Gesù, che, forse, ne prenderà infine il posto, morendo per il mondo e divenendo egli stesso sposo di Gesù, quando verrà la sua ora. Quando? Ed ecco qui l’allegro rompiscatole che gioca con le cose credute tragiche come la morte, sognando: quando avrà 66 anni, il doppio dei 33 che Gesù ebbe quando morì per il mondo. E perché? Perché egli, nato il 25 del secondo mese dalla Sua nascita, secondo figlio della Madonna e finito ad annunciare per la seconda volta il Vangelo, secondo la parola di Gesù, usando la seconda gamba dell’uomo (la Ragione) è il suo doppione e uscirà dal mondo al doppio dell’età in cui ne uscì il Primo, essendovi entrato lo stesso giorno. Divertente, vero? A questo punta Romano: a scherzare con le cose Sante… perché è restato un bambino. Romano è un allegro rompiscatole, mentre lo dice, perché dissacra l’apparente libertà attuale dell’uomo, e lo fa per fare capire che Dio è così allegro… Egli per primo! Dio è un Ente Assoluto, che ordina che la vita, del suo afflato relativo, perda quella atmosfera cupa, del dramma, per una morte che in verità apre solo alla vita eterna! È solo un disegno, anche la morte di Paperino! Apre alla vera libertà di Paperino. C’è da essere lieti per una morte e non da piangere! Dio la butta così sul divertimento, attraverso le parole di Romano, perché la morte è una grand’apertura: fa entrare nel Paradiso della stessa identica vita, finalmente e veramente libera! In essa Paperino si riscatterà dall’attualità del suo vincolo e sarà messo in grado d’essere chi vorrà essere, l’erede dell’Opera Omnia di Walt Disney… dite poco?! E allora ben venga anche la morte a 66 anni, quale divertimento e augurio, per questo Romano così doppione di Gesù Cristo! Si offende Gesù, a sentirlo? No, Egli ne sorride! Gesù divinamente sorride e farà di più, reagirà con lo stesso Spirito, ancora castigando Romano. Terrà Romano, il suo doppione terrestre, fino al suo punto triplo: potrebbe farlo davvero risorgere anche dalla sua morte e fargli passare altri 33 anni in clausura, con morte a 100 anni… vita piena. Amodeo ancora lo ignora! Ma sa che questa vita umana ideale datagli come a un del tutto umano Gesù, dovrà esser perfetta.
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11 quantità Assolute sono il relativo 10/1, l’attuazione nel tempo 1 delle 10 del ciclo. Il testo, impaginato apparentemente a caso, mostra a pag. 11 l’attuazione dell’intero progetto di recupero della proprietà
L’impaginazione presenta Provvidenzialmente a pag. 12 tutto un complesso di 12 santi, in atto nel tempo
Osservata l’influenza diretta, su Romano, derivata dai genitori, come la conseguenza d’un atteggiamento generale di fronte alla vita, entriamo nel dettaglio delle influenze, al livello dei nonni, derivanti dai Santi coinvolti nell’importantissimo atto del Battesimo. I suoi nonni paterni sia chiamarono Torquato Amodeo e Bonamore Maria 6... Nel lato materno, Carmine Baratta, bisnonno di Romano, aveva cinque figli, come i cinque nomi dati a Romano dalla mamma (Madonna del Carmine?). Essi erano in ordine di nascita: 1° Francesco, 2° Mauro, 3° Giovanni, 4° Nicola e 5° Carmine 7. Il Marchese, bisnonno in potenza, di Romano, aveva disposto in modo che i beni non venissero ad essere suddivisi, tra i cinque figli maschi e restassero un patrimonio comune. Quest’atteggiamento dipendeva da un proposito di riappropriazione di quanto era già stato loro e gli era stato ingiustamente sottratto. 6. Vedete che nomi stupendi esistono nel lato paterno di Romano? È un caso o tutto un programma in atto? Sì, se il caso esistesse, e non ci fosse un progetto dettagliato che arriva fino ai… neutrini. Di San Torquato ce ne sono tre: un Vescovo evangelizzatore della Spagna; il Vescovo di S. Chateaux e un martire di Antiochia. Evangelizzazione, direzione, martirio sono i talenti. Il Torquemada inquisitore colpì 10.000 martiri! Non c’entra Torquemada con Torquato? E chi lo sa? Il Torquato è il martire per eccellenza: quello legato alla stessa fede travisata, di chi crede di dover fare ciò che Dio non fa. Torquato Amodeo e Bonamore Maria son segno d’una sacra famiglia a 3 figli: Carlo, Luigi, Antonietta. S. Carlo (Cardinale a 22 anni e primo fondatore dei Seminari), S. Luigi (Re di Francia) e il Gonzaga (gesuita); poi Santa Luigia (suora dell’Ordine consacrato a Maria e martirizzata). S. Antonio da Padova (raffigurato con un bimbo in braccio ed un giglio, simbolo della purezza). Romano avrà due zii con questo nome e avrà Antonio per suo secondo nome; se il “Ci penso io” della Madonna, che lo fece sopravvivere, ne fece un bimbo puro sopravvissuto così tutta la vita, sembra essere quel bimbo e quel giglio della tradizione popolare. Pertanto questo disegno simbolico configura un Padre Spirituale sposo a Maria, con un figlio Re, uno Cardinale precoce, ed uno Fondatore di un Ordine monastico; insomma una famiglia protetta da Principi. 7. I 5 figli di Carmine (protetto dalla Madonna) così corrisposero – e moltissimo – ai 5 nomi di Romano, con il loro umano destino: 1° Romano ≅ Francesco (prozio di R.A.) (ucciso adulto, per vendetta, da una Guardia comunale); 2° Antonio ≅ Mauro (anche Mauro Russo bisnonno di R.A., padre di Teresa) (morti di vecchiaia); 3° Anna ≅ Giovanni (nonno di R.A) (morto di vecchiaia); 4° Paolo ≅ Nicola (patrigno della mamma di R.A.) (morto giovane di malattia); 5° Torquato (nonno Amodeo) ≅ Carmine (prozio di R.A.) (giovane suicida per umiliazione fraterna) Francesco e Carmine non toccano Romano direttamente (sono prozii), e si presenteranno solo come un potenziale pericolo: che egli fosse ucciso da chi fosse Guardia del potere costituito (Francesco) e che egli si uccida per umiliazione fraterna (Carmine). Pericoli che incomberanno sulla vita di Romano, ma non lo toccheranno realmente. Infatti i Guardiani della Chiesa avrebbero lasciato che morisse, ma non fu. E i fratelli avrebbero cercato di mortificarlo, ma non fu. Come se Francesco e Carmine incidessero solo negli aspetti positivi (per l’affido al Poverello di Assisi e alla Madonna). Il Mauro, poi, presente due volte, sarà presente anche nella vita e sarà l’innamorato di colei di cui egli s’innamorerà: uno che sarebbe divenuto un missionario Insomma questi interscambi, questi “baratti” con i Baratta, funzioneranno relativamente e solo a fin di bene… però accidenti! Che pericoli! Ma anche quanto immenso bene, derivato dall’influsso di questi Santi che, avendo affidamento per tutto il lato materno, agirono verso Romano come un sol uomo: all’unisono. 12 in Assoluto è il relativo 10/2, ottenuto nel complesso di 2 tempi, andata e ritorno.
Infatti, due generazioni prima, molta parte di Ostigliano era stata loro e il destino era stato ostile: gli aveva sbarrato le porte del possesso, avevano avuto sottratto tutto, perdendolo, messo all’asta. Il loro nonno era stato un eroe rivoluzionario, aveva combattuto contro i Borboni per l’unità d’Italia, partecipando ai “Moti Cilentani” del 1848. Scoperto, cercarono invano di incarcerarlo e poi gli sottrassero tutto e lo misero all’asta. Questi nipoti, questi 5 Baratta figli di Carmine, figlio dell’eroe, dovevano riassumere il loro legittimo possesso, perduto per l’atto virtuoso del nonno 8. Francesco, il maggiore, sarebbe stato la guida dei suoi quattro fratelli, che sarebbero vissuti tutti nello stesso palazzo della famiglia. Questa era stata la disposizione, relativa al comando, datagli dal Marchese loro padre 9. (E’ davvero l’insieme di tutti i comportamenti, finito qui apparentemente a caso, ma questo libro è davvero uno straordinario Codice dello Spirito, e la Provvidenza che l’ha impaginato desidera che ciò appaia con chiarezza ed ha così inserito queste note tutte dopo che il Codice fu notato nell’impaginazione).
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Anche Romano si vedrà portare via tutti i suoi beni messi all’asta, per aver seguito eroicamente Gesù. In quanto all’unità dell’aiuto ricevuto dal suo “io”, messo in relazione ai suoi 5 personali Santi protettori, ne dovrà aggiungerne gli altri 5 dovuti al livello dei nonni, oltre a Maria (Carmine, bisnonno, con la Madre di Gesù, e la nonna paterna) e a Teresa (la nonna materna affidata alla Santa del Bambino Gesù). Sarà un caso che egli, un umano bambinello salvato come Gesù da Maria, amerà due Marie Terese, come le due nonne?. Furono 10 +2 talenti messi in comune. Ecco le ultime 5 coppie: 1° Francesco, la “Povertà” ≅ S.Romano, la pronta immedesimazione nei martiri per Cristo; 2° Mauro, il fondare un’Abbazia ≅ S.Antonio da Padova, il fondare un Ordine; 3° Giovanni Battista, l’annunciare Gesù ≅ S.Anna, il generare Gesù tramite Maria 4° Nicola, la dottrina vescovile in un piccolo luogo ≅ S.Paolo, l’apostolato nelle Genti; 5° Carmine, la consacrazione a Maria di un Ordine ≅ S.Torquato l’esser vescovo e martire. C’è uno affido e uno schieramento inimmaginabile, nella sua potenza e nella sua varietà. Il San Romano in persona, fu un legionario che si rifiutò d’assistere al supplizio di San Lorenzo (cotto a fuoco lento), dichiarandosi cristiano. E sarà ciò che farà Romano: si dirà cristiano e s’opporrà alla cottura a fuoco lento di chi, guastato nella sua fede, baratta, a modo tutto suo, i generali comandi del Dio del Bene e del Perdono. Con un tale affidamento, a 12 simili Virtù, così potenti ed autorevoli, cosa può essere consentito, nel progetto di Dio, ad una persona umile, che afferma: “Fa tutto Dio e io sono solo uno strumento!”? Amodeo, sembra tutt’altro che umile, perché elenca tutti questi talenti, ma non se ne appropria, non li attribuisce al suo merito, quello di un Paperino. Che meriti ha Paperino? Amodeo sarà il solo vero modesto. 9. Amodeo, figlio d’una nata il 29 giugno, festa dei martiri SS. Pietro e Paolo, gioirà il suo Cristianesimo Glorioso, cantando in tutti e 3 i cori della Chiesa dei SS. Pietro e Paolo, in Saronno… Saronno state queste 12 Virtù a volere che cantasse esattamente qui, dopo che un amore respinto, da una Maestra di un Coro parrocchiale, gli aveva fatto intendere il Paradiso come il Coro di tutti i viventi dell’Opera Omnia di Dio e lo aveva poi fatto cacciare da quel Suo Coro, ingiustamente, avendo impedito il perdono perfino a lui innocente? Coincidenze fortuite? Quando tutto esiste in un Cartone Animato, promosso dal Dio Creatore, è lecito parlare di fortuite coincidenze? Non scandalizzatevi! Sono segni, sono chiari disegni di Dio. Ma senza alcuna presunzione! Fa tutto Dio e Amodeo non fa proprio nulla: è come il Paperino di Walt Disney! Lo sa e non se ne dà gloria. Però non gli credono. Le persone, guastate da Satana, non gli credono. Così allora il destino nei nomi diventa affare molto serio: i Santi tutti (anche degli avi) diventano veri protettori. Possono esserlo senza che vi scandalizziate, voi che siete stati cotti a puntino da Satana? 13 è in Assoluto la relazione 10/3, è il ciclo legato al volume.
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E il senso del testo a pag. 13 evidenzia tutto il volume che si sta recuperando, come proprietà.
In Assoluto 14 vale il relativo 10/4 ed è il ciclo intero condizionato alle 4 D della realtà del volume presente nel tempo. E il testo a pag. 14 esprime le condizioni reali esistenti, le qualità. E’ vero!
Dei 5 Baratta si sarebbe sposato, per disposizioni date da Carmine (affidato alla Madonna) fatte al fine di non dividere la proprietà, solo il figlio più giovane, Carmine come il nonno ed allevato con ogni cura ed ogni signorilità: fatto davvero insolito. Gli altri fratelli avrebbero badato agli affari della casa e delle molte proprietà terriere di cui erano rientrati in possesso, guidati dal ferreo polso di Francesco Baratta... un potente affidato con il Battesimo ad un Santo che aveva scelto la povertà 10! Non s’impediva agli altri fratelli una compagna – meglio se, per giunta, era anche una delle serve della casa – ma poi gli inevitabili figli avrebbero avuto per destino solo la “ruota” del Brefotrofio di Napoli 11. (Notatelo: qui si fa riferimento soprattutto alle quantità totali, al volume che non doveva essere diviso nel possesso. Così a pag. 13 la Provvidenza ha inserito quanto corrisponde al senso assoluto del 13)
10. Il significato di tutto ciò, per Romano, sarebbe stato che il primo nome li avrebbe rappresentati tutti (attraverso il cattolicesimo di S. Pietro e la lotta a Satana di S. Romano), ma che solo l’ultimo nome gli avrebbe apportato conquiste. Sarebbero state ottenute con l’assoluta mortificazione di ogni primato e di ogni presunzione di capacità fattiva. La mortificazione da chi è preda di Satana è la Beatitudine di chi segue sempre Dio, ed aiuta buoni e cattivi, come Dio non uccide chi non lo rispetta… ha fede in lui, che si salvi... Per scelta del Marchese Padre (il Signore di nome Carmine), anche Francesco, guidato dal Poverello di Assisi al cui Santo egli era stato votato con il Battesimo, non lo faceva per sé, ma per i fratelli, per riappropriarsi di quanto gli spettava, giacché ogni proprietà era stata prima la loro, della loro famiglia. La vita umana, disegno ineffabile di Dio e dei suoi Santi veri, è protetta, è blindata, è imbattibile, altrimenti che Dio Onnipotente sarebbe? Chiede Amodeo agli scienziati: “Non credete in Dio? Se immaginate Dio come il Criterio e la Legge Suprema, secondo la quale tutta la natura esiste, di certo ci credete. Forse non siete d’accordo solo sul fatto che Dio abbia sue precise intenzioni, al di là di questa Legge… Ma tutto, tutto esiste come intenzione di questo Dio! Voi escludete alcune intenzioni perché immaginate che esse dipendano solo da voi! Pensateci bene: quando un Walt Disney è la legge per i suoi fumetti, è il padrone della legge, non il suo servitore. Voi credete al Creato libero e non al Creatore che lo sorregge alla Walt Disney. Ci mettete dentro la vostra presunzione di essere liberi! E siete stolti Paperini, invasi dal delirio di Onnipotenza, che ritengano il Disney incapace di fare i miracoli, sovvertendo la stessa legge imposta da Lui, come e quando la vuole, nei suoi Cartoni Animati…L’assoluto, Dio, è libero!” Si deve credere d’essere affidati al Santo di cui si ha il nome, per la delega data non dai genitori (che nulla possono) ma da Dio. Dio lascia, ai Santi, talenti autentici giacché Egli li ha disegnati compartecipi. 11. Quanti parenti, che probabilmente si chiamano Esposito e sono lontani zii, ha Romano, oggi, in giro per il mondo! E ora ridete! È una buona notizia! Sono un allegro rompiscatole e vi scrivo che questi figli illegittimi saranno…a Saronno, per Romano, le sue idee religiose, che non abortiranno, anche se saranno nate qui a Saronno, in modo apparentemente illegittimo (nel mentre Romano avrebbe amato, da sposato, una donna già Sposa di Cristo). Saranno idee che vivranno sulla Terra, ma solo come Dio vorrà: come un Coro celestiale, di tutti gli uomini divenuti finalmente Cattolici… tutti! Un Coro espresso da lui e favorito da lei, perché questa già Suora sarebbe stata anche Maestra del Coro della Chiesa e maestra di Bambini… Bimbi candidi… ancora come Romano, che scherza innocentemente su queste cose, giustamente dissacrandole: perché attribuisce il tutto al solo Dio e per Dio il Sacro… non esiste, ne è il Padrone e, se vuole, ne ride e non rispetta il Suo Sabato. Per colpa del rigetto da parte dei genitori, molti avranno altra famiglia, e i Santi degli avi vigileranno, come anche sui piccoli abortiti…e in Paradiso ogni pietra scartata sarà… testata d’angolo. (Evidenzia o no il volume che si recupera, di una Chiesa in proprietà?)
L’ultimogenito, Carmine, fu allevato come un signore dalla fine educazione e sentimenti gentili. Fu mandato a studiare a Salerno, allevato nel miglior modo possibile 12. Come spesso accade quando non è la materialità a farla da padrona, com’era accaduto al “Romeo” di Shakespeare, Carmine, della famiglia dei “Marchesi”, s’innamorò della “Giulietta” del luogo, appartenente alla rivale famiglia dei “Baroni”, che in Ostigliano si contendeva il primato così come in Verona i Montecchi e i Capuleti 13.
12. Così sarebbe accaduto a Romano, educato nel miglior modo possibile da due maestri delle elementari, egli eterno bambino. Sotto l’aspetto dell’affidamento al cielo, l’intera vita di Romano sarebbe stata votata a Sant’Anna. Infatti, ci sarebbe stata sempre una Sant’Anna a badargli… una persona reale: Anna Badari, che eserciterà una regia – più o meno nascosta – su tutta, tutta la sua vita. Veramente! 13. Sant’Anna, nonna di Gesù, costruirà Romano badando a lui e facendogli piacere chi si sarebbe chiamata Maria Teresa, come le sue due nonne, Maria e Teresa… Maria (madre di Gesù) e S.Teresa (del Bambin Gesù)... Ciò in quanto Romano era stato adottato, dalla Madonna, quale un umano bambino Gesù, e la Madonna (e le Sante) si prendevano reale cura dei loro protetti, delle persone Battezzate come loro. Il Battesimo con un nome è un vero incarico dato ad un Santo... credeteci! Quando Romano avrebbe avuto 16 anni, gli sarebbe molto piaciuta Teresa… proprio per questo! L’avrebbe poi cancellata dalla mente, molto innamorandosi di Liliana Cassani, insomma di Anna, sempre lì, e lì, ad animare eternamente il suo sentimento e a Cassare Teresa… Romano avrebbe scritto per lei una canzoncina in cui diceva e sillabava proprio così: “Li-Li-ana, sei una bimba strana… tu sei come il ciel.”… lettura profetica, ideale e divertente di una realtà assistita dal cielo! Il primo bacio impegnativo l’avrebbe però dato a Sabina Giampietro (niente di più scontato, di un Romano che compia il ratto di una Sabina, sotto lo sguardo vigile del nonno Giambattista Baratta e del Pietro martire festeggiato il 29 giugno, data in cui sua madre era nata). Per favore ridete, divertitevi… se ci riuscite. Poi ci sarebbe stata la già detta Anna a badargli e si sarebbe chiamata Anna Badari, una donna tutta esaltazione d’animo, ma senza consistenza reale (evanescente come un nume tutelare). Tanto che quando Romano, lasciato da lei, incontrerà GC Scaglioni (tutta consistenza, tutto arrosto e senza fumo) l’avrebbe potuta accettare, giacché deluso dal puro ideale, quando è concretamente inconsistente. Però sarebbe stato solo un ripresentarsi sotto differente veste. Infatti lei sarà Battezzata come Ioanna Carola Scaglioni, vale a dire Io Anna, caro … la Scaglioni, la solita Sant’Anna sotto l’aspetto così scaglionato. Costei l’avrebbe sposata. Ma Romano, secondo Cristo e come Gesù, sarebbe vissuto anonimamente fino ai 30 anni e sarebbe venuto fuori negli ultimi due anni e rotti, predicando per la casa del Padre, morendo a 33. Sarà quello che gli succederà davvero, in relazione alla sua casa. A 30,5 anni, nel 1970, avrebbe deciso di acquistarla in Via Lattanzio (un poeta che compose carmina… vedi Carmine Baratta), ove il nome Lattanzio rievocherà l’allattamento (il dolore che avrebbe dato a sua madre e da cui sarebbe derivato tutto il suo sopravvivere, per quei “Madonna!”, gridi di dolore, che sua madre faceva)… In 2,5 anni soli Romano avrà successo, si laureerà, si sposerà, ma, a questo punto, commetterà un peccato contro la sua casa (di via Lattanzio), andrà a vivere in via Vetere, col suocero Mario Scaglioni, e ciò segnerà i tempi vetusti definiti da Maria, come scaglioni ormai vecchi, dell’esistenza. Infatti, insoddisfatto di non essere a casa sua, Romano inizierà a costruire una nuova casa e sua moglie non lo seguirà… Così, dopo 2,5 anni, morrà lo spirito nuziale. Accadrà quando Giancarla passerà la mano (e il Carmine della poesia morirà a 2,5 anni), perché Ioanna ama la casa di Nicola, ma il figlio di Nicola, Baratta Carmine muore, e per lei lo spirito nuziale muore, abbassandosi (a Vincenzo Bassanisi), cui si avvince(nzerà), cui s’illuderà di voler bene, pur essendo falso! Quante sciocchezze con questi nomi, vero? Disney si diverte molto con questo Paperino.
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15, in Assoluto è il ciclo relativo 10/5, condizionato a tutto il moto 10/2 unilaterale. Alla pagina 15 ecco dunque la descrizione di vite e situazioni a termine.
In Assoluto 16 è il relativo 10/6, un ciclo che si realizza in due terne complesse da –3 a +3. Orbene a pagina 16 la Provvidenza ha disposto lo stesso senso nella narrazione, ingoiando i rospi.
Una sera, con i fratelli e molti ospiti che attendevano a cena lui, il Marchesino, che tardava troppo a venire… il fratello maggiore, andò a cercarlo. Lo trovò all’ultimo piano del palazzotto, che scambiava segnali a distanza con la sua innamorata, abitante in fondo alla via. Francesco aggredì il fratello in un modo così volgare ed ingiurioso, lì davanti a tutti, che quel giovane, cresciuto con ogni gentilezza di modi, domandò il permesso d’assentarsi ancora per un momento, risalì all’ultimo piano per un ultimo saluto a lei… e si sparò con uno schioppo piazzatosi sotto il mento, che gli schizzò il cervello fino al soffitto 14.
Il padre la convinse e lei mortificò il suo sogno. Teresa fu modesta e obbediente. Aleggiava anche la santità in quelle famiglie. C’era stata nella generazione precedente una Baratta che passava veramente per Santa in Ostigliano. Le era stato combinato un matrimonio allo stesso modo. Aveva pregato Dio di non farla svegliare, se quel matrimonio non era come Lui voleva… e la mattina la trovarono morta e tutta vestita da sposa 16.
Con la morte di Carmine, finisce la poesia, nella famiglia Baratta. Si deve passare alla prosa, perché tutti gli sforzi erano stati concentrati a che fosse Carmine il futuro rappresentante, l’unico che si sarebbe formato come un Signore, nello spirito, nei modi e nella cultura, il solo che si sarebbe sposato ed avrebbe assicurato discendenza. Deve iniziare un nuovo periodo, in cui questo compito sarebbe stato di un altro dei fratelli: il penultimo, Nicola, anche se persona rozza e senza cultura 15. Non era di gran cultura, Nicola Baratta. Cercò e sposò Teresa Russo, futura nonna di Romano, una bella giovane della migliore famiglia di Capizzo, un paese vicino. Non fu il matrimonio che Teresa voleva, perché la ragazza era innamorata d’un giovane Morra, di quel paese. Ma quando a Mauro Russo, il padre di lei, Nicola disse di non voler la dote, quell’ostiglianese, quell’ostile personaggio rispetto ai sogni ed agli affetti di Teresa, divenne immediatamente il genero ideale e a nulla valsero le preferenze della figlia. 14. Nei futuri geni di Romano, il suicidio, derivante da una mortificazione fraterna del suo animo educato al bello e al gentile, sarebbe stata sempre una minaccia latente. Le mortificazioni gli faranno desiderare fortemente la morte data a se stesso…, ma non per se stesso, solo come una dura lezione da dare a chi l’ha mortificato e perché si avveda di che cosa ha fatto e si ravveda! Parteciperà, alla fine della poesia con Giancarla, l’invenzione d’un amore per Maria Grazia Vanni (che starà con loro V anni, 5 anni) che sarebbe stata per lui una sorta di suicidio del suo amore, a fin di bene, perché avrebbe tentato solo di ingelosire la moglie. E ciò avrebbe anche funzionato, per Grazia di Maria, per V anni, finché lei sposerà Giorgio Cortellazzo (San Giorgio e la spada) che la toglierà di torno, anzi, la taglierà via, essendo un coltellaccio… Tutto seguita ad essere descritto in modo esatto ma puerile. 15. Dopo i 33 anni, la vita di Romano risorgerà. Si convertirà e si metterà davvero a vivere per gli altri, cercando di attuare il Paradiso di Gesù in Terra. Accadrà veramente così… e gli sarebbe realmente successo che a 33 anni avrebbe iniziato a costruire la casa a Nicola di Ortonovo, – un nuovo orto della vita, tra gli ulivi – allo stesso modo di Mariannina che insegnava ad Ortonovo quando lui nacque e di quando, nei Baratta, la rappresentanza della famiglia passò da Carmine a Nicola. Ci sono analogie pazzesche, in questa storia, che mobilità il Creatore a far combaciare l’impossibile, come se il Paese di Nicola si chiamasse volutamente come il prozio di Romano! Come se tutti gli altri nomi ruotassero attorno a questa storia! È questo che stupisce! E stupisce molto. Perché privilegiarla così? Ma se Romano Paolo avrà il compito di portare al Cattolicesimo le Genti e le Religioni del mondo, se i mezzi messi, dallo Spirito Santo, in mano a questo povero Cristo porteranno tutti a credere nella Madonna, allora potrebbe anche giustificarsi che Saronno (VA) si chiami così perché un Dio giocherellone indica che ad un certo punto Romano se ne Va a Saronno, dove Saranno imbastite le cose finali, che porteranno al Coro di tutta l’umanità armonizzata sul Cristo, quel Coro che Romano incontrerà a Saronno nella Chiesa di San Giovanni… la solita Io, Anna che annuncia e porta a Gesù. (Vedete? Condizioni limite!)
Nicola Baratta, da parte sua, salvò tutto il casato dei Baratta, sostituendosi a Carmine, morto suicida per l’affronto subito dal fratello maggiore. Infatti, accontentando le attese di tutti, nacque subito Carmine, l’erede maschio, cui fu dato il nome del fratello di Nicola, che si era ucciso per amore. Non fu una scelta molto felice, in fatto di nomi, perché anche questo bambino sarebbe vissuto poco. Il nome Carmine, nella famiglia Baratta, sembrava maledetto. Eppure se l’uomo conoscesse la vita concessa come il grande pericolo di perdere l’innocenza comune, avuta da tutti quando erano piccoli, si piangerebbe molto meno per la morte di un bambino, assunto in Paradiso come un angelo. Angeli sono tutti i piccoli abortiti, che, in cambio della vita privata, saranno messi in grado di guastare per intero quella data a tutti i vissuti, nella Grande Opera del Creatore. Chi invece ha il dono della sua, sceglie ed assume i suoi gusti e, in base a quelli, poi non è più in grado di gustare tutti quelli altrui. (Dio trasformerà i rospi in gran meriti, e renderà positivo il –3 ). 16. Con Nicola Baratta (nella preistoria) e a Nicola di Ortonovo (tra gli ulivi), nella storia, Romano, pensato da Maria, ripartirà e farà come il patrigno di sua madre, cercherà qual compagna Teresa, non volendo nulla altra dote che il valore dell’affetto della persona. Teresa di Maria si chiamerà Maria Teresa, come le sue due nonne e saranno veramente due anche le donne chiamate così, figure importanti della sua vita essenziale. Come Teresa Russo aveva un altro amore ma dovette accettare la volontà del padre, così succederà anche con Romano, che la prima Maria Teresa in cui si imbatterà da sposato, sarà costretta a dargli retta, pur non volendo uno che fosse esattamente come lui. Lotterà contro di lui il suo Analista, Monteverdi, come una natura ideale non disposta al gioco di chi intriga un matrimonio. E Romano stesso lotterà a che ciò non sia! In questa seconda vita di Romano, iniziata a 33 anni, questa prima Maria Teresa sarebbe stata incontrata nell’86, quand’egli avrebbe avuto 16 anni... esattamente come era stato nei primi 16 anni della prima vita, quando aveva incontrato Teresa Di Dario. Sono ricorrenze stupefacenti. Ma 16, in relatività generale, indica tutta la realtà spazio-temporale (a 4 dimensioni) costruita in base al n. 2. Infatti 24=16. Nel tempo pieno corrispondente ai 16 anni in cui si è uomini, Romano incontra Teresa nei primi 33 anni e Maria Teresa dopo la sua risurrezione (la decisione di costruirsi una nuova casa a Nicola di Ortonovo, nel 1971) Maria Teresa Mazzola, incontrata ai 16 anni della nuova vita di Romano, sarebbe stata una potente mazza di legno che avrebbe smazzolato, ben bene, quanto sarebbe restato, fino a quel punto, del suo vincolo nuziale. Lo avrebbe demolito, ma salvandogli la pelle, perché – in quel momento – egli avrebbe sentito l’affetto per sua moglie come il più grande pericolo per la sua stessa vita; e giacché, proprio in quel tempo, si sarebbe sentito non più amabile e desiderabile, da parte di nessuno. Questa Mazzola sbaraglierà la demoralizzazione di Romano e gli salverà davvero la speranza nella vita, dandogli realmente il suo amore fisico. Sarà una questione tutta terra-terra, perché la Mazzola sarà atea e sembrerà mossa solo dai sensi e dal piacere. A dimostrazione di questo ruolo, veramente terreno, una sera la Mazzola gli telefonerà per dirgli “Addio!”, lo sveglierà dal sonno e impedirà che egli e sua madre muoiano asfissiati incidentalmente dal gas, che già aveva inondato tutta la casa. Questa MT salverà l’intera la costruzione… levandosi di mezzo dopo 2,5 anni, ai 16 anni della vera conversione a Cristo di Romano!
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17 in Assoluto è il relativo 10/7, che implica 7 tempi per attuare il ciclo 10. Quando 7 tempi lo attuano, ci sono tutte le condizioni libere del volume 3 (infatti 10 –3=7). E così è espresso nel testo di questa pagina.
18 in Assoluto è il relativo 10/8 che implica il complesso –4 +4 dimensioni da attuare nel tempo. Sono tutto il moto 6×3. Nel testo c’è tutto il moto legato all’assetto complessivo della realtà
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Anche Nicola, però, ha la vita molto breve e lascia Teresa prestissimo vedova . Nicola morì lasciando Teresa incinta da lui e tutti davvero riposero molte speranze sul fatto che potesse nascere un altro figlio maschio, per quello che accadde all’improvviso. In rapida sequenza, prima che lei partorisse, le morirono prima Carmine, poi il marito che l’aveva voluta ed amata per se stessa 18. (Vedete? Condizioni di vita assolutamente libera!) Tutti sperarono allora che da Teresa nascesse un altro maschio, ma venne Nicolina, il nome datole in memoria del padre appena morto; e la piccola si trovò, assieme a sua madre, ad essere intestataria ed erede di tutto il patrimonio dei Baratta 19. (Libertà... a chi non si vuole!)
17. Nicola, penultimo dei cinque figli del Marchese (il Signore), corrisponde, in Romano, al penultimo nome Paolo, il cui Santo, protettore di Romano, è l’apostolo delle Genti. Anche Egli ebbe successo (come Nicola), ma solo parziale, solo limitato ai Gentili. Infatti, i sapienti Ateniesi discussero subito e amabilmente con lui, ma poi non gli badarono più, come egli parlò loro della risurrezione del Cristo. Gli dissero che di quello avrebbero parlato “un altro giorno”. Ebbene questo “altro giorno” sarebbe stato quello del Romano che spiegherà scientificamente come tutti risorgeranno, e concretamente, dopo la morte: iniziando un percorso reale e a ritroso nell’esistenza, perché anche la vita, essendo un fatto unitario, è complessa, come Vita/Vita, due Vite che coesistono, una opposta all’altra e ciascuna vista in apparente movimento a partire solo dall’altra. Esse in verità non si muovono, non divengono, ma coesistono. Però sono opposte e noi non possiamo vedere realmente tutte e due assieme. Allora le vedremo una di seguito all’altra, e realmente, tutte e due. L’al di là è esattamente come l’al di qua, solo che di là vedremo disfarsi tutto l’esistente e restituiremo la vita a chi ce l’ha data, rientrando nel grembo materno, per ricollegarci, attraverso il sesso di tutti gli antenati, alla prima origine di ogni cosa, e lì saremo diventati presenti in tutta la vita come in una Comunione di Santi. Per questo ci piace così tanto il sesso: è davvero la porta che ci aprirà il Paradiso reale. (Libertà assoluta!) In sostanza noi, vivendo, stiamo cercando di renderci conto, ed attuiamo quello che Hegel individuò come il ragionamento perfetto: tesi (l’Inferno: la vita che va alla fine e muore); antitesi (il Purgatorio: la vita che risorge dalla morte e ritorna alla sua origine); sintesi (il Paradiso, in cui esiste tutta l’Opera Omnia del Creatore e noi potremo goderne in base a quale “io” avremo degnato di dedicare le nostre attenzioni). Il Libero Arbitrio è il costruire il nostro “personale gusto” o “proprio abito mentale” e, se non sarà bello… (addio libertà!) 18. Ecco che cosa succederà a Romano, nei panni di chi ce l’avrà fatta al primo colpo: durerà poco, i 2,5 anni in cui, come Carmine, tutto avrebbe dovuto esistere veramente per lui, sacrificato da Dio, sempre, affinché Mariannina non si opponesse più a generare figli. Dopo il primo successo, concesso a Romano, andrà messo in crisi tutto il guadagnato: Maria Teresa Mazzola, immagine terrestre e reale, sarà portata via a Romano da un altro dialettico: un avvocato più provvisto di lui dei mezzi reali e concreti cercati dalla Maria Teresa terrestre. Essa è persona complessa, piena di “ci sto o non ci sto?” che però ci sarebbe stata per 2,5 anni, quanto la vita reale nel successo per lui, ma anche quanto durò il matrimonio, felice e con un figlio maschio, tra Nicola e Teresa. 19. Nicola di Ortonovo e Nicolina, in relazione a Romano, rappresenteranno comunque la garanzia dell’eredità, che tutto sarebbe andato a buon fine, nonostante le apparenze: ogni mortificazione reale, data a Romano, sarebbe stata solo pura apparenza, nella vanità delle cose terrene. (Ove la garanzia dà libertà). Infatti Nicola morì, per la famiglia Baratta e quanto costruito, da Romano, a Nicola di Ortonovo, tra gli ulivi, andrà perduto anche per lui, con un vero Fallimento in Tribunale. (Garanzia: libero premio in cielo!)
Quando accadevano queste cose, ad Ostigliano, il patrimonio dei Baratta, perduto all’asta, era stato già in buona parte recuperato, rispetto a quello che era accaduto due generazioni prima, quando, a causa di un idealista rivoluzionario, tutto era stato alienato 20. Teresa n’aveva ormai abbastanza di tutti loro e delle loro concubine, di tutti quei bambini che nascevano ed erano portati via nottetempo, infagottati come se fossero stati dei capretti. Prese sua figlia e se ne fuggì tornando a Capizzo, dal padre 21. Francesco Baratta, il terribile primogenito che era il classico padrino che dirigeva a modo suo non solo le cose della famiglia ma dell’intero paese, era intanto morto anch’egli. Era stato ucciso, su mandato d’un emigrato USA, per vendetta alla sua estradizione addebitata a lui (quando i regnanti di Casa Savoia, appena fatta l’unità d’Italia, reintegrarono i potenti di questa zona, ma solo a patto che avessero prima estromesso tutto il caporalato). (Siete convinti che c’è corrispondenza tra n. di pagine e testo, per il senso attribuito ai numeri? E’ così anche per i capitoli e le note! La Provvidenza vuole che il libro appaia un Codice dello Spirito Santo)
20. Analogamente, ci sarebbe stata, anche per Romano, altro idealista eroico, la fruizione dell’eredità promessa come un centuplo, ma sarebbe accaduta in un modo che egli, al momento, davvero non avrebbe gradito… come ai Baratta non andò a genio che l’erede fosse una femmina… tuttavia era l’erede, e c’era! Per Amodeo sarà (per Fallimento) perduta la casa, messa all’asta, come al suo trisavolo idealista… Tuttavia quella casa sarà esistita realmente… quindi ci sarebbe stata, in un luogo nello spazio e nel tempo, e avrebbe potuto essere ritrovata… ma solo nell’al di là, quando l’uomo avrebbe trovato realmente la strada per tornarci in carne ed ossa, viaggiando realmente nel tempo e ritornando nel passato reale.. Tornatovi realmente, prima Romano avrebbe posseduto quella casa; poi sarebbe stato riconosciuto, colà, in Paradiso, dalla Maria Teresa, nel modo di Dio e non come egli avrebbe umanamente sperato prima. Avrà nell’al di là, in Paradiso, sia la casa reale, sia lei reale, e le avrà come egli le vorrà: potrà immedesimarsi nei nuovi proprietari di quella casa, come anche nella persona dell’avvocato, che gli portò via Maria Teresa, e gioire di essa (casa) e di lei (persona) attraverso loro…, attraverso il suo prossimo stato… perché secondo Romano, l’al di là sarà l’al di qua, ma riveduto e corretto, e potrà essere… chiunque desideri. Nel Paradiso della vita reale, la stessa vita sarà percepibile, da ciascuno, nel modo in cui egli la vorrà, purché la desideri… e Romano, scacciato, la desidererà. Dopo la morte troverà il modo per tornarvi realmente. La morte non sarà un salto… in chissà che?! Sarà un reale ritorno al passato e si potrà essere… un altro! Così Maria Teresa Mazzola, avendo a che fare con l’avvocato, si accorgerà che l’interprete di quel personaggio… sarebbe diventato l’anima che interpretava il Romano in cui lei provocò la passione. L’avvocato, che gliela aveva portata via, aveva avuto l’uovo oggi (in questo reale Inferno), Romano, privato dell’uovo, avrebbe avuto la gallina domani (nel definitivo Paradiso della vita, in cui si realizzano i sogni) Potere dell’Amore, laddove “Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole! (Assetto definitivo). 21. Così succederà a Romano (figura sintesi di tutta quella famiglia come un tutt’uno): la persona che tutti i Baratta barattatori di figli si trovarono contro, a strappargli quanto era loro, era Teresa Russo (una straniera). La persona che Romano si ritroverà, a metterglisi contro, sarà Maria Teresa Mazzola, una donna, straniera (per lui senza figli). Lei, infatti, aveva concepito molte volte e subito molti aborti, nella sua vita, e non ne voleva sapere più di queste cose fatte furtivamente e dovute, nel suo caso, togliere addirittura di mezzo! Lei avrebbe cercato la sicurezza in chi poteva darle un futuro. La fuga alla casa del Padre, fatta da Teresa Russo, per Maria Teresa Mazzola starà ad indicare la scelta dell’abbandono del Romano incompreso, nonostante il sesso: meglio l’avvocato impotente, che Romano, tutt’altro che quello, ma incapace di darle sicurezza. Per il sesso… sarebbe bastato un vibratore.
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19 in Assoluto è 10/(10-1). È la condizione di 1 che si sposta di 19 nel 20, che è tutto il moto 10 della presenza 10. Il testo a pag. 19 esprime la stessa cosa.
E vediamo che è così anche nel testo a pag. 20… si fa tutto con un calesse
Fu un assassinio eseguito dalla Guardia Comunale del paese. Un delitto confessato da lui in vecchiaia quando l’ex guardia, in preda ormai a sconvolgenti pentimenti e turbe mentali, passava ore a picchiare disperatamente al batacchio del portone dei Baratta, affinché il defunto Francesco gli perdonasse quel crimine commesso contro di lui e ormai caduto anche in prescrizione 22. (Uno che desidera riparare alla sottrazione alla “mancanza” fatta). Teresa Russo aveva trovato la forza d’andar via giacché Francesco, il temibile cognato, ucciso (tolto di mezzo), non faceva più paura. (Tanta libertà per la mancanza di uno). Restavano, dei cinque Baratta maschi, soltanto Mauro e Giovanni e non avevano intestato nulla. Toccò così a Giovanni, al più giovane dei due, secondo la loro assunta tradizione, il compito di mantenere in piedi la famiglia e la proprietà. (Altro conto meno uno). Per farlo doveva recuperare quanto non era più loro di diritto; avrebbe dovuto sposare la cognata ed impedire poi a Nicolina di sposarsi. (Togliere di mezzo l’intero ostacolo) 22.
L’uccisione di Francesco, da un tutore dell’Ordine pervertito, sarà sempre in agguato contro Romano. Tutti i rappresentanti dell’Ordine costituito, tutte le “guardie” (all’Ordine degli Architetti, al Sindacato, alle Gerarchie della Chiesa, alla Direzione di un Coro parrocchiale, alla Direzione di un Giornale, alla Presidenza della Cantoria della Chiesa) tenteranno sempre di uccidere in lui e di mortificare quanto di male visto in Francesco. Le Guardie dell’Ordine avverseranno la prepotenza, l’arbitrio, l’eccesso di determinazione in chi non va tanto per il sottile e rischia di tutto, il lecito e l’illecito, accusato da tutti sempre di veri e propri ricatti intrapresi per la fortuna della sua personale casa (per Francesco)… Ma non era così, era una personale causa (per Romano) di veri valori cristiani, e c’è differenza! Quanto era un dolo per Francesco, sarà un dono per Romano: infatti, la causa di Romano non sarà la casa sua propria, ma quella del San Francesco che si spogliò di tutto quanto era suo per vivere la verità del Cristianesimo Romano, quella povertà che “Il Poverello di Assisi” volle ripristinare nel cattolicesimo, con il suo Ordine Francescano. Così per i Santi protettori di Romano, San Francesco si aggiunge a Sant’Antonio da Padova: i due massimi Ordini monastici del Cristianesimo, perciò Romano sarebbe stato povero e dotto. Castigato nel corpo e favorito nella mente. Ma quella Guardia che uccise Francesco avrebbe passato poi l’ultima parte della sua esistenza a battere disperatamente sull’uscio di casa, a chiedere perdono a Francesco… Sarà la meravigliosa rivincita, dell’onestà di Romano che, finalmente bene inteso, in Paradiso sarà invocato da tutti quei rappresentanti dell’Ordine costituito che gli si saranno mossi contro, per un assoluto malinteso: non avrebbero accettato il suo amore perché alieno, di un angelo, in un contesto animato tutto dai diavoli. Da gente che non crede nel Dio Onnipotente e traffica coi suoi valori, assumendo le posizioni equivoche dei concordati opportunistici, laddove deve esserci invece o un Sì o un No. Nella Chiesa di Gesù deve comandare la fede nella Provvidenza e non nella propria capacità di arrangiare rimedi raffazzonati di virtù e invece pieni di rifiuti per l’obbedienza assoluta al Dio del bene e del perdono. Romano sarà cacciato da un Coro della Chiesa per aver cercato di dare un aiuto coraggioso, da quanti giudicheranno che è meglio perdere lui che la Maestra, che non aveva gradito l’aiuto da lui. Compromessi, dettati dall’opportunismo e che portano ad accettare come convenienti delle vere ingiustizie! E Romano, in Paradiso, li perdonerà davvero avendoli già perdonati in vita, avendo capito come quello che era toccato di avere, a lui, personalmente in dono, nel primo tratto della vita, non era appartenuto a loro. Egli era stato miracolosamente preservato nel suo mondo ideale, tutti gli altri no, erano stati cotti a puntino da Satana. Egli era davvero l’eccezione di quel bimbo e di quel giglio in braccio al suo Protettore S. Antonio. 20 in assoluto è il relativo 10/10=1. È tutto il moto 10 di 10.
Si recò a Capizzo con un biroccio, un calesse tirato da cavalli, ma Tresina (così chiamavano Teresa Russo) non volle neppure riceverlo. Parlò allora al padre, Mauro Russo e gli annunciò: “Voi siete una persona d’onore. La nostra Famiglia – grande Famiglia –, se vostra figlia non mi sposa, è distrutta. Non si può farle un simile torto!” 23 (Vedete? Si tirano le somme. Non mi vuole? Va bene, però… E’ solo una dichiarazione d’intenti, perché l’attuazione del 20 si ha solo con 20/1, che sarà a pagina 21, anche per quanto scritto nelle note).
23. Tra i 5 nomi di Romano, Mauro corrisponde al 2°, Antonio. Fede sapiente e dotta, come quella prudente del nonno Mauro, capace di intendere le ragioni altrui, anche di chi barattava il vero e faceva commercio dei valori nella sua casa di Capizzo, in cui non valeva quello che ne pensava Teresa, non importava chi o cosa lei amasse fare, ma era decisivo quanto intendessero loro, i Baratta ostiglianesi… Romano non li aveva barattati, perciò tra i due Mauro (il Baratta, suo prozio e il Russo, suo bisnonno), avrebbe scelto la linea diretta e i valori “russi”, forestieri rispetto al mondo dominato anche dalla convenienza dell’opportunità, anche a discapito di amore, pace e perdono. Romano, sebbene innocente, avrebbe chiesto addirittura perdono ai cogliatesi, ed essi, i barattatori dei valori di Gesù Cristo, non glielo avrebbero accordato, lo avrebbero scacciato sebbene da essi stessi dichiarato innocente! Incredibile, il fascino del Maligno! È qui che, nella storia di Romano, perché egli lo sappia e si realizzi questo ritorno di Teresa, sarà necessario prima che ritorni il suo nume tutelare, Sant’Anna, a badargli. Insomma dovrà rifarsi viva umanamente Anna Badari. Era comparsa nel 1962 (21 anni dopo i 2,5 in cui sarebbe dovuto morire, i 21 della vita in più aggiunta da Maria, nel primo blocco dei 33 anni di Gesù) e comparirà nel 1992 (ai 21 anni anche della seconda vita aggiunta, cominciata da Romano nel 1971 a 33 anni compiuti). Questo suo primo amore, ideale e inconsistente, ritornerà e ricucirà i due tronconi di 33 anni, risollevando il sentimento di Romano, scassato da MT Mazzola a mazzolate sul matrimonio. La Badari avrà ora con sé Lucy Trentinaglia, sua figlia, e lei opporrà la sua “luce”, rifiutandosi a che la madre lo sposi (col solo matrimonio civile… possibile ma illecito per lui… che non s’arrangia, non si baratta). Romano chiederà alla Badari di badare ai suoi due gatti e partirà per il Sud. Lei verrà meno al suo compito e baderà così poco a Teo e Bambo da farli morire di fame... in via Teodosio, dove abitava. Teodosio, criterio di Dio. Romano solo adesso capirà il perché avesse chiamato Teo e Bambo, anni prima, quei suoi due gatti: erano, nel criterio di Dio, quelle due vite che Anna avrebbe ucciso e che sarebbero state sacrificate al posto dell’Amodeo bambino. Romano avrebbe visto se stesso morto, in quei due gatti e li avrebbe intesi sacrificati, a criterio di Dio, per fargli capire in quali mani avrebbe affidato ora, impuramente, la sua vita: una donna che non badava bene neppure ai gatti! I gatti erano stati immolati al suo posto. Romano non vorrà più vedere Anna, piantando di punto in bianco anche Lucy, che era diventata la sua compagna di giochi. Forse anche per quello la ragazzina si sarebbe subito ammalata gravemente di anoressia e avrebbe rischiato di morire lei pure di fame! “Troppa punizione, o Dio. Io non voglio assolutamente!” Così, a dimostrare tutta la sua determinazione a non volere quella morte, costasse quel che costasse, Romano avrebbe fatto un voto capestro: “Dio, salva Lucy anoressica e toglimi in cambio il credito di tutto il mondo!” Avrebbe fatto la massima rinuncia che avrebbe potuto, rispetto a tutto il suo destino… Ebbene Dio l’avrebbe ascoltato: Lucy sarebbe subito guarita ed egli, affidato a S. Romano, avrebbe visto all’improvviso perdere tutto il suo credito. Si sarebbe trasferito di casa in piazza Vincenzo Cuoco e sarebbe stato vincolato sulla graticola del martirio di S. Lorenzo, cotto egli a fuoco lento! La prova umana sarà Paola Vecchi, che Romano amerà ai 26 anni della sua nuova vita, quando, ai 26, nella prima, bazzicava per via Vetere… Giancarla, nella prima (Vetere anziché Vecchi) gli aveva creduto e l’aveva sposato, ora Paola non gli crederà! Sara la causa stessa per cui mamma e figlio andranno via da Milano e saranno a Saronno, ove, nella Chiesa di San Giovanni, Romano e Maria Teresa (ma è un’altra!) saranno nuovamente vicini. La causa? Quell’Anna Badari che stavolta, nella seconda vita, non avrà badato al piccolo Amodeo (Teo e Bambo), ma avrà fatto da indispensabile collegamento, attraverso l’involontario sacrificio dei gatti Ecco a pag. 21, che è la relativa 20/1, che si attua tutto il relativo, dopo il tempo 1 che
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nel nostro caso è quello di 1 pagina, in questo testo così egregiamente Codificato dallo Spirito
Pag. 22, che è la relativa 20/2, attua tutto il quadro, dopo il tempo tra –1 e +1 che nel nostro caso è quello di 2 pagine oltre le 20, in questo testo così egregiamente Codificato dallo Spirito
A Capizzo Mauro Russo fece il gran gesto di chi si mette una mano sulla coscienza ed ordinò che figlia e nipote fossero condotte da Giovanni e caricate a forza sul suo biroccio, per essere riconsegnate tutte e due e divenire lei Teresa moglie di Giovanni Baratta e la figlia figliastra. Anche i fratelli ridotti ormai a due soltanto: Mauro e Giovanni 24. 24. Anche Romano, a questo punto, vedrà una Maria Teresa barattata con un’altra MT, cui sarà giustamente unito nella Chiesa di San Giovanni. Anche la sua famiglia si sarà ridotta solo a lui e la mamma, ammalata del Morbo di Alzheimer. Saranno a Saronno (VArese)…(Va, Romano, in un altro paese). Nicola Baratta aveva avuto bene Teresa (a S. Nicola Bari, atta, era adatta, l’amava). Giovanni ha invece Teresa con la rudezza del Battista, che baratta la casa con il deserto. Le due opposte situazioni sono, in Romano, due distinte MT, una concreta (MT Mazzola), ed una essenziale nell’annuncio (MT Legnani, essenza legno della mazzola); come il Battista annuncia Gesù, così la Chiesa di S. Giovanni annuncia un coro in cui il legionario di Gesù (Romano) canta, diretto da una Maria Teresa essenziale (possiede la maestria). Insomma ci sarà una sostituzione di Persona. Chi la realizza è la Madonna che pensa a Romano e lo mandò a dire alla Madonnina sua madre, a MariAnnina, attraverso una scolaretta: “Dille che ci penso io…”. La Madonna che pensa lei al futuro di Romano. Andrà a prendere la Maria Teresa “celeste”, essenziale, per questo suo nuovo figlio tutto terreno, laddove esistono le spose terrene di Gesù. La prenderà tra le suore. Prenderà una suora già da 10 anni e la farà ammalare d’anoressia, ricoverare a casa, e – dopo i soliti 2,5 anni! – combinerà tra i due – tra Romano e Maria Teresa – un incontro in un modo veramente fantastico, e non a caso nella Chiesa di San Giovanni Battista a Saronno, ove essi saranno, anzi saronno (gulp!), come un qualcosa che VA, e va bene, ma a condizione che sia espresso in Chiesa e nel canto corale: “Amici solo in Cantoria” gli dirà lei… è semplicemente “pazzesco”! Tutto ciò succederà veramente! E sono cose che le nota solo uno spirito giocherellone, perché un “grande” non ci si mette neppure a cercarle! Romano, come già scritto, in quel momento sarebbe stato tenuto al suo voto capestro: “Dio, salva Lucy anoressica e toglimi in cambio il credito di tutto il mondo!” A mostrare la bontà di Dio, la MT celeste, essenziale, l’avrebbe sciolto dal voto. Non poteva? Eccome no! State a vedere come, è veramente divertente. Lucy Trintinaglia, guarita, sarebbe andata nel Trentino, a Trento, con il padre. Romano si sarebbe un po’ lamentato con Dio, così: “Non è poi del tutto giusto! Vedo sempre il negativo e mai il positivo, giacché la guarita da anoressia è via, a Trento! ”. Così a Saronno incontra una guarita da anoressia che è in Via Trento! Era lei, MT celeste, guarita nello stesso tempo di Lucy e che Dio darà a Romano veramente in sua consolazione, ma solo celeste (artistica, poetica, virtuale ed eternamente presente nella sua anima). Infatti, egli le si appassionerà e si sacrificherà sempre per lei, apparentemente invano, perché lei sola impersonerà – per destino – tutto il discredito del mondo, sciogliendo Romano da quel voto troppo impegnativo, addirittura capestro. Avete visto come avrà fatto? Avrà preso il posto di tutto il mondo! Così lei gli restituirà tutto il credito del mondo, e lo farà per davvero, mettendolo a contatto con il Papa; Oh, senza farlo apposta, perché lei lo scaccia sempre, non credendogli mai, ma solo grazie al suo esserci! Come se egli, pregando per Lucy, avesse indotto Dio a salvare anche lei, affinché salvasse lui. Meraviglioso! Sarebbe stata una cosa meravigliosa… voi dite… se fosse stata vera…? E perché no, quando tutto accade per mano del Disegnatore di questo fumettone chiamato vita?! Lo giudicate improbabile giacché Dio si sarebbe troppo scomodato per questi due? E che credete? Che, per Dio, inventare queste mirabilia o una vita scialba… sia diverso? Sia più difficile? Se Dio lo vuole… lo fa. E perché non avrebbe dovuto farlo in questo caso? Perché avrebbe dovuto accettare che una donna, come questa, avesse rinunciato alla sua vita per un amore deluso e fosse divenuta sposa di Cristo? Perché avrebbe dovuto accettare il sacrificio di Romano, dato che costui era disegnato a realizzare una cosa importantissima per la sua Chiesa? Avrebbe dovuto proseguire il discorso con i sapienti, lasciato in sospeso da S. Paolo, quando gli Ateniesi lo irrisero: “Della risurrezione di Gesù ne parleremo un altro giorno!”
Costrette a tornare ad Ostigliano, la piccola Nicolina fu presa in consegna dalla famiglia e Teresa Russo fu chiusa a chiave in camera e presa chissà in che modo e quante volte, da Giovanni, finché restò incinta. Solo un mese prima di partorire, Tresina si decise a sposare sull’altare quella patita violenza 25. (Un atto a 2 che si chiamò forse “stupro”). Dalla violenza di Giovani su Teresa, come per un castigo di Dio, una dopo l’altra e con cadenza biennale, invece del sospirato maschio, vennero al mondo, in dieci anni: Rosina, Mariannina, Alfonsina, Giovannina e Vittoria. (Di atti a 2 che si concretizzano… ce n’è!) Romano, affidato al legionario Romano, santificato oppositore di Satana, avrebbe dovuto convertire al Cattolicesimo tutti gli uomini della Terra, sconfiggendo Satana. Dite poco? (Che concretizzazione!) Come Dio avrebbe accettato che egli rinunciasse a tutto questo per salvare la vita di Lucy? Con questa vicenda, fatta esistere da Dio nella sua Creazione, il Creatore, metteva il luce questi “due semplici Paperini (un Paperino ed una Peperina, nel suo carattere spesso difficile)”, così disposti alla personale rinuncia…, ma poi li avrebbe ben difesi! Anzi li avrebbe fatti incontrare, per realizzare l’armonia del Coro immenso di tutti i Cristiani… il più grande e bel Coro che possa esistere! Una cosa immensa! (Vedete? Questa nota unica è stata spezzata in due dalla Provvidenza e su questa pagina relativa alla concretizzazione accade il massimo possibile a tutti e 2!)
Improbabile? Ma credete che le cose le facciano Romano o Maria Teresa? Non avete ancora Fede che sia Dio a fare queste cose attraverso questi due semplici burattini? Questi due sono dei Pinocchietti dell’Amor per Dio, dei pezzi di legno (MT Legnani) in mano a un Collodi che è Dio! E Romano ha il cognome giusto, egli pure: Amodeo, un amore di Dio che fa i miracoli: di uno scalpello in mano a Mastro Geppetto, per scolpire la Legnani e far esistere il gran Coro della vita di Dio, con gli uomini di tutta la Terra, tutti convertiti al Cattolicesimo. Il Coro più grande, dell’amor di Dio di Amodeo e diretto dall’essenza di MT Legnani! Come Maestra Totale, come Maestra di tutti gli uomini della Terra, ma anche come MaTeR, la Madre di Romano come la Madonna, la Madre come Suora, la Suora di Romano come la sua virtuale compagna, essendo stato consacrato a Gesù, egli stesso, come figlio, dalla Madonna. Tutto ciò avverrà, voluto da Romano: giacché in Paradiso i sogni si avverano! Amodeo lo riceverà in premio per aver lottato per il Cattolicesimo diffuso in tutto il mondo e lo avrà da chi avrà amato far cantare i bambini come lui! È il sogno d’un bimbo. Romano è restato un bimbo nel cuore (nel suo mondo ideale)! Credetelo, è vero! Solo un bimbo gioca così con queste cose! E, per contrasto, proprio coloro per cui egli lo fa lo considerano noioso… 25. Bene, come la Teresa dei Baratta sarebbe stata violentata da Giovanni, così il loro nipote, Romano, avrebbe tentato di far dolce violenza a questa Maria Teresa donna celestiale e già sposa di Cristo… Voleva farla ridiscendere in Terra e averla “per amica anche fuori della Cantoria”. Un peccato? L’amicizia no, ma lei sentiva amore, da parte di lui, non amicizia… ed era stata già sposa di Cristo! Sarebbe riuscito, così, personalmente, solo a “romperle l’anima”. Romano, allegro rompiscatole, a lei non romperà le scatole, ma l’anima, perché questa sarà davvero una storia tutta impostata sull’anima. Solo se lui se ne fosse stato buono e veramente amichevole lei gli avrebbe dato concretamente “anche una mano”! Lei avrebbe anche provato, a volte, a fargli capire che doveva attendere le iniziative, di lei, se lei, solo lei, le avesse prese, volendole prendere. Lei, la Sorella, lei, la Maestra. Romano se ne sarebbe accorto e glielo avrebbe anche detto che l’eleggeva a “Maestra della sua vita”, sentendosi però anche rispondere: “Lasciami andare!” Ebbene, poiché Iddio è buono, nell’esistenza in vita di Romano e della Maria Teresa celeste, il 7 gennaio del 2001 (l’anno dell’inizio dell’esplosione della seconda vita di Romano, negli ultimi 2,5 che gli sono destinati) questo Coro, ideale per Romano, ci sarebbe stato realmente. Egli avrebbe cantato per suo incarico Funiculì, da solista e, tra applausi e bis, le avrebbe chiesto “Sposiamoci”, in un brano raccontante la loro vita.
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A pag. 23, che è la relativa 20/3, che si attua tutto il volume relativo in questo testo è tutto il volume in movimento, così egregiamente Codificato dallo Spirito
A pag. 24 appare quanto corrisponde alla pienezza dei tempi, le 24 ore del giorno: l’adattamento
L’ultima fu partorita il giorno della Vittoria alla Prima Guerra Mondiale. Con una coerenza inimmaginabile con quello che fu concretamente quella vittoria, la bambina morì pochi mesi dopo di vera fame, per la mancanza del latte materno o di quanto altro potesse validamente sostituirlo 26. (Si mette in mezzo perfino una Guerra Mondiale!) Infine, dopo i dieci anni di penitenza, venne finalmente al mondo Antonio, il sospirato maschio, il Marchesino cui sarebbe toccato in eredità tutto, se Nicolina, proprietaria del 50%, non si fosse sposata! 27 (Al volume completo nel movimento vien fuori anche il figlio maschio!) Un’eredità che Antonio ebbe, ma che salvò i Baratta, nel loro apparente possesso, solo per una generazione, in quanto Antonio avrebbe avuto poi solo due femmine, Maria Teresa ed Elsa e con l’elsa di quella spada il Casato di quei personaggi, sopravvissuto per la violenza fatta a Teresa ed oberato dai figli illegittimi rifiutati e dalle tante altre prepotenze, sarebbe stato certamente reciso dal disegno di quanto deve naturalmente esistere. (Il moto descritto è davvero completo, fino all’estinzione della Famiglia)
26. Ora dalla violenza di Giovanni su Teresa vennero figli concreti. Ebbene ne sarebbero venuti anche molti tra Romano e la Maria Teresa «Celeste» (così Celeste da esser figlia di un Angelo e di una Angela), ma non direttamente e non come desiderato (saranno femmine anziché maschi). Femmine che staranno a indicare quella enorme gallina domani che avranno dopo tutti e due, per non aver rotto l’uovo oggi…, ma essersi solo rotti l’anima, e moltissimo, e spesso, tutti e due. Sarà l’immenso eterno concerto dell’armonia tra tutti i credenti, in cui ciascuno apparirà essere, nella sua vita, come una distinta linea armonica, in perfetta sintonia con tutte. Che gran Coro, vero, Maestra? L’avrai, come il dono fatto a te da quella pietra scartata da te costruttrice e divenuta testata d’angolo. E finalmente ne sarai lieta! Peccato non prima? Ma ci fu: Funiculì fu l’anticipo reale. Altro… sarebbe stato l’uovo. Va bene così. Dio l’ha voluto non per il bene, ma per… il meglio! (Anche il movimento di Dio è il pieno volume) 27. Sarebbe infine venuto, dalla Maria Teresa «Celeste», anche quello che Romano avrebbe voluto direttamente sulla terra: una concreta anima gemella con cui intanto potersi anche soddisfare vivendo. Sarebbe giunta, per lui da lei, come giunse infine anche il sospirato Baratta maschio: Antonio. In concreto, Romano, grazie alla Maria Teresa «Celeste», avrebbe incontrato Maria Grazia (omesso) (l’arpa è lo strumento celeste per tradizione, e (omesso) è il legnani, il pino, di AR, Amodeo Romano… incredibile, ma incontestabile!). Maria Grazia sarebbe stata la sua compagna reale, come la Grazia pensata per Romano da Maria, madre di Gesù. (La concretizzazione perfino umana, data da chi si nega! Il massimo!) L’avrebbe, infatti, conosciuta, proprio grazie alla Maria Teresa celeste e attraverso ausili quasi tutti della Chiesa, secondo un percorso di collegamenti umani, tra persone come fossero le portate raccolte in un grande banchetto… lo dicono i nomi stessi: 1. La MT Legnani l’avrebbe portato a cantare a Cogliate (si coglie!) 2. il cui parroco Don Carlo gli avrebbe presentato l’Enciclica Fides et Ratio del Papa Giovanni Paolo II (i due Santi protettori di Romano), 3. per la quale egli avrebbe indetto un Convegno cui andò Ausili (si aiuta!) 4. il quale (Cosimo Ausili) avrebbe condotto a lui Padre Magni (si mangia!) compagno di studi filosofici del Papa prima che lo divenisse; 5. che avrebbe invitato Maria Grazia (omesso) (Maria fa la Grazia!) a contattare Romano, uno con il quale, secondo lui, lei si sarebbe riconosciuta (la fede dotta, di S. Antonio…, ecco Antonio!). Come negare che la catena di cause felici che, dalla Legnani porta alla (omesso), abbia nella (omesso) l’essenza pino della Legnani, rivolta tutta ad AR, Amodeo Romano? È pazzesco? No, è così: Dio stesso si diverte, la vita è bella e il Creatore è meraviglioso!
Da Giovanni e Tresina nacque poi ancora Emilia, forse per un errore, o forse a dimostrazione d’un amore reale che, alla fine – per quanto nato per forza – era fiorito anche tra i due futuri nonni di Romano. (Nei tempi pieni succede anche questo). Del resto lei, sposandosi, aveva fatto infine anche sua la logica della violenza che avevano tutti assunto, al punto da aver favorito per tutta la vita, secondo il desiderio di tutti, che Nicolina, l’altra proprietaria di tutto, restasse per sempre zitella. (Tutto si adatta). Nicolina, erede del padre di primo letto, fu educata nello stesso rispetto alla proprietà da conservare indivisa, secondo i dettami di suo nonno. Non si sarebbe dovuta perciò sposare, altrimenti il marito avrebbe vantato diritti. Lei accondiscese, del tutto plagiata da quella cultura, ma pretese in cambio l’istruzione, per sé e le sorelle, come la ribellione naturale, di quelle donne, contro il medioevo che ancora imperava in quei costumi. (Perfino Nicolina si adattò). Accadde però che Rosina, intelligentissima, si ammalò di tifo e che il dottore decretò che, con un cervello così debilitato, non sarebbe stato prudente farla studiare! Così il padre – approfittando di quanto toccato a Rosina – decise che, per una pura questione di giustizia tra le sorelle, neppure loro si sarebbero dovute istruire. Era ritenuto normale, allora e in quel luogo, che le donne restassero ignoranti. (Nuovo adattamento). “Altrimenti si mettono a scrivere agli innamorati!”… così aveva dichiarato Mauro una quarantina d’anni prima, impedendo a sua figlia Tresina l’istruzione, quando, ospite lei, e per tutta la giovinezza, dei Lebano, una coltissima famiglia di zii di Sessa, visse tra maestri e professori di riconosciuta fama. (Tra gente colta dovette adattarsi all’ignoranza!) In quella famiglia era ritornato, dagli Stati Uniti d’America, Peppino, un violinista che possedeva uno Stradivari e si era esibito come solista al Metropolitan di New York. In quella famiglia arte e cultura esistevano perfettamente allineate con i tempi, eppure se a Teresa Russo fossero stati insegnati perfino i rudimenti del leggere e dello scrivere, suo padre Mauro l’avrebbe certamente tolta di lì, privandoli così loro dell’aiuto reale che lei gli dava nel governare la casa. (Così s’erano adattati anche loro a non istruirla). Teresa visse in mezzo agli artisti ed assorbì inevitabilmente l’essenza, da quei Lebano, di Sessa. Peppino Lebano era un suonatore di violino che sembrava veramente un angelo, egli e quel suo strumento che era il migliore che vi fosse al mondo 28. (Lei però adattò il suo gusto).
28. Con riferimento a Romano, i Lebano (riferiti a Teresa) sarebbero stati l’ebano, l’essenza della Maria Teresa Legnani, diplomata in clarinetto, strumento pregiato se di ebano. La Madonna infatti avrebbe “pensato a lui”, al piccolo moribondo Romano, in modo complesso, preservandogli la vita e dando a lui figlio, prima in sposalizio reale Io Anna, caro, la Scaglioni e poi, in seconde nozze, due puri e perfetti connubi artistici, con 2 opposte figure di nome Maria Teresa (ciascuna una Teresa voluta da Maria): • una prima, la Maria Teresa terrestre, grande artista in poesia e pittura, che – in tema di Cori della Chiesa – aveva il nonno che suonava l’organo in Chiesa; • una seconda, la Maria Teresa «Celeste», grande artista in musica e canto, Maestra anche ai bambini dell’asilo (coetanei del Romano restato eterno bimbo d’asilo, non essendogli stato permesso che fosse corrotto il suo mondo ideale… per un dono di vita in più)…
25
26
25 è ¼ di 100 ed è la concretizzazione di 24/1 ore relative. Dunque è un assetto reale che corrisponde al tempo ¼, base della musica a 4/4. Così anche nel senso del racconto.
E’ il 26 che mette in atto il 25/1 nella durata 1 del tempo. Così la narrazione passa dai puri accordi operativi alle attuazioni concrete a pag. 26.
Ora Mariannina, vistasi mortificata dalle sue amiche in quell’occasione dei maiali, non ne volle più sapere di quelle abitudini e voleva sradicarsi da quei costumi. Tuttavia, se non avesse avuto il concreto aiuto di sua sorella Nicolina, non l’avrebbe spuntata 29. Fu Nicolina, la primogenita a rivolgersi al patrigno dicendogli: “Se mia sorella non può studiare perché costa troppo la faccio forte io, con la mia parte d’eredità!”. Messo di fronte a quel sostanziale affronto di Nicolina alla sua patria potestas, Giovanni non se la sentì d’essere da meno della figliastra e infine accondiscese a che quella figlia Mariannina, che tanto lo voleva, seguisse la sorella a Salerno, studiando per maestra nello stesso convitto di lei all’ultimo anno, che aveva sei anni di più, retto dalle suore.
“Mariannina ci va perché io, suo padre, lo permetto e a spese mie. Lei avrà lo studio com’eredità, le sorelle avranno la dote. Una sola volta che sia rimandata ad ottobre, lo sappia: niente più libri! Qui c’è bisogno concretamente di lei e delle sue braccia!” 30
(Mariannina concretizza il suo desiderio, grazie ad un aiuto che muove il padre dalla sua assunta posizione. Questo tempo è per lei fondamentale: insegnerà a Luigi che le diverrà marito, insegnerà ai figli, apprenderà bene il valore nutritivo del latte materno).
Perché sarebbero state fatte conoscere a Romano, due donne con quel nome? Ma perché la storia di Romano sarebbe esistita tutta tra Terra e Cielo. (Ecco ora l’assetto base concretato in Romano!) • Solo in terra ci sarebbe stata Giancarla, moglie per Sacramento. • Solo in Cielo ci sarebbe stata la Maria Teresa Celeste (in verità fisicamente molto somigliante a Giancarla ma con due occhi tutti suoi e straordinari, che aprivano al cielo), moglie per virtù di Dio (l’essere stata suora e sposa di Gesù, con Romano messo nei panni di Gesù); • in mezzo alle due, sarebbe esistita la via di mezzo tra terra e cielo, una MT che un po’ ci sarebbe stata e un po’ no, un po’ angelo e un po’ diavolo, ma tutto e solo in un disegno in cui le trame delle vite sono tutte interamente inventate e tutte fruibili poi da tutte le anime che lo desiderino. Di queste cose Romano si sarebbe accorto e le avrebbe evidenziate, essendo stato lasciato, nella sua fede, come uno che avrebbe creduto alla possibilità che esistessero queste cose incredibili, quasi fatate… un bambino, ma essendo stato fatto crescere per bene nella sua capacità di osservare il vero, specie quando è nascosto sotto i simboli. Romano avrebbe dovuto svolgere un ruolo importantissimo nel Disegno di Dio: quel Ritorno del Cristo che avrebbe spiegato tutto. Solo che stavolta costui non sarebbe stato un Dio, ma solo un povero Cristo perseguitato egli pure da tutte le autorità costituite. Queste cose qui le può scrivere solo un bimbo che veramente ci crede e non addebita niente a sé… oppure un adulto veramente matto! Chi è invecchiato nel suo cuore vede, in Romano, sicuramente il matto, perché ha perso la certezza, propria in un bambino, che tutto sempre si aggiusti provvidenzialmente, perché, per fortuna, ci sono mamma e papà! Chi invecchia nel suo cuore non sa metterci Dio, al posto di mamma e papà, e si fa fregare dal Maligno, e una grossa trave gli entra negli occhi: crede che le cose le fa lui, nel Cartone Animato da Dio. Povero matto Zio Paperone! Sei un adulto veramente matto… ma sei matto tu! Corri dietro ai tuoi soldi, cerci di riempire il forziere… e credi che lo fai tu! (L’assetto base di Dio). Per Romano ciò avrebbe simboleggiato che, senza una reale eredità, come quella dovuta a San Paolo 29. apostolo (in questo caso alla Nicolina reale erede di Nicola), la mortificazione non avrebbe indotto niente di davvero strepitoso. La sua vittoria assoluta sulle mortificazioni, sarebbe stata la conversione dei sapienti, concessa però solo per grazia ereditata da Dio, per intercessione della Madonna del “Ci penso io…” e del San Paolo attivissimo su di lui come il suo Affidatario. L’apostolo che voleva rispondere ai filosofi greci, perché certo ci avrebbe provato, a modo suo, se essi glielo avessero consentito. San Paolo vuole diffondere il Cattolicesimo in tutto il mondo e non solo ai Gentili, così ora il suo Santo Spirito urla incessantemente in Romano Paolo! Lo sta facendo ora: attraverso il rito Romano, quel cattolicesimo imposto da Pietro finito martire assieme a lui, e celebrato il giorno in cui è nato Romano. Così dietro ciò ci sono (in assetto) Pietro e Paolo e vinceranno.
(Compaiono le condizioni unitarie, per il comportamento di Mariannina)
Le altre sorelle così restarono ad Ostigliano, per il disbrigo di quei bisogni. Antonio, quando ebbe lui 10 anni, essendo maschio, doveva certamente studiare e naturalmente a Salerno. Egli era “il Marchesino”, così gli si comprò un quartino (un alloggio di quattro locali), perché stava bene il Convitto ma solo per le femmine non per l’erede. (Egli doveva fruire di condizioni unitarie diverse)
Mariannina, ormai agli ultimi anni delle Magistrali, divenne allora la sua tutrice e non abitò più in Convitto neppure lei, ma in Via Nizza, con il giovane fratello, che tutto voleva tranne che studiare. Suo vivo compito, affidatole dal padre, fu allora che egli ce la facesse e lei in più di un’occasione dovette veramente “legarlo sulla sedia”, per tenere a freno la sua eccezionale voglia d’andare invece a giocare a pallone 31. (Condizionamento addirittura con un vincolo fisico!) Antonio era giovinetto quando l’allegro rompiscatole e la filosofa sognatrice pubblicavano le loro novelle e leggevano l’uno quanto scritto dall’altra. (Entrata in atto delle condizioni oggettive).
Per curiosità e reciproca ammirazione – ma, Romano crede, per il DestinoAppendice, nota 1 – essi presto sentirono il bisogno d’entrare in corrispondenza diretta. (Senza la basilare condizione
dell’interesse soggettivo, nulla entra in atto).
30. Per Romano significherà che Sant’Anna (cui corrisponde per lui Giovanni, Ioannes, ioAnna) si sarebbe fatta garante, a condizione che fosse accettata e rispettata in toto la sua potestas sulla vita di Romano, votato a lei dalla mamma. Romano sarà riconosciuto da tutti, nel mondo, se sarà accettato il miracolo divino della vita donata a lui da Loro due (Maria ed Anna) mamme celesti, esattamente al pari di Mariannina, mamma terrestre! Se l’uomo non crederà al miracolo divino non crederà neppure a Romano. Basterà solo “una materia ad ottobre” – una pura eccezione – e l’uomo non saprà più riconoscere il valore dell’apprendimento fatto alla scuola di costui (la Nuova Scuola Italica, di filosofia della fisica), e continuerà a darsi da fare con le sue braccia, agitandole come fa un Paperino che crede che le agita veramente lui e non il suo Creatore Walt Disney. Finché l’uomo ha il delirio di potenza di credersi un FATTORE, se ne andrà a coltivare i campi. Quando capirà che è solo Dio a FAR TUTTO, allora si impegnerà ad esercitare la purezza del suo essere e realizzerà fin d’ora il Paradiso sulla Terra. 31. Poiché Mariannina avrebbe chiamato Romano anche Antonio (per l’aggancio al fratello maschio), ciò si sarebbe tradotto, per il futuro Romano, nel segno dell’esigenza di un vero rigore, cui ella avrebbe costretto lui, come legandolo ad una sedia: con il sacrificio per un’assistenza amorevole, impostagli in ben dieci anni di vita, nella sua vecchiaia… e la dottrina di Sant’Antonio datagli in contraccambio. Romano sarebbe stato un appassionato calciatore come lo zio e svogliato studente come fu lui. Sopravvissuto grazia all’amore della mamma, avrebbe dovuto curarla, per la giustizia dell’amore riconoscente, che dà il centuplo. Tutto il risultato, ottenuto apparentemente da Romano, sarebbe stato possibile solo grazie all’assistenza – al vincolo – imposto dall’affetto per sua madre, che avrebbe liberato la sua vita da tutte le altre occupazioni. (Così a pag. 26 la presenza, nel vincolo 25/1, muove e fa esistere la sua libertà).
27
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3×3×3 è tutto il volume del solo spazio. Mancando il tempo, qui è in atto una dissociazione, una pura teoria, che per esistere deve porsi come 27/1 tra 28 enti. Così a pagina 27 c’è il volume, cioè tutto, nella sua sola teoria.
Essendo 28 in Assoluto la relazione 27/1, essa esiste nella durata intera. Vediamo che cosa succede nel racconto
Prima di andare avanti con il racconto, bisogna addentrarci ancor meglio nella conoscenza di Mariannina Baratta, filosofa sognatrice. (Teoria della conoscenza). Nacque il 29.6.1909 (martirio dei Principi della Chiesa SS. Pietro e Paolo). Era stata affidata, da sua madre Teresa, alla Madonna e alla sua Santa Mamma Anna, con l’atto del Battesimo, che non è una pura formalità, in quanto ai nomi assegnati ai bambini, è una vera delega, ad un Santo, di indirizzare e proteggere la vita del bambino a lui o a loro affidato 32. Gli interventi che la Madonna e Sant’Anna faranno rispetto alla vita della loro protetta, faranno di lei una sorta di madonnina umana, e saranno fatti con lo scopo grandioso di imporre umanamente, con la Ragione trasmessa dallo Spirito Santo di Dio, l’affermazione del Cristianesimo Cattolico tra tutte le genti. (Pura teoria mistico religiosa). Questa umile Mariannina, che voleva farsi sposa di Cristo, sarebbe stata la terrestre che sarebbe entrata in questo divino gioco, tutto basato sugli affidamenti. (In teoria). Mariannina si faceva chiamare decisamente Anna – così d’ora in poi avrà anche per noi questo nome scelto da lei – e, fin da subito, chiamò Gino il suo amico milanese, perché a lei il nome Luigi non piaceva: il Luigi che c’era a Ostigliano passava per lo scemo del Paese. La madre di Romano aveva di queste stranezze. (Caratteristiche del suo credere). Il suo stesso nome aveva voluto fosse Anna perché in quei tempi andava per la bocca di tutti il canto “La Marianna la va in campagna finché il sole tramonterà… tramonterà, tramonterà… Chissà quando, chissà quando ritornerà?!”. Il fatto che la Marianna andasse in campagna la portò a volere un nome diverso, perché tutti, sentendo di “Marianna”, cantavano quella canzoncina e a lei dava fastidio la stessa idea della campagna. Si può voler mutare nome per questo? 32. Nacque il 29 giugno, data importante e Satana cercò di confondere le idee, facendola registrare il 27 giugno in Comune, dal Padre sme morato, data in cui non c’erano particolari riferimenti ai Principi della Chiesa. Il Battesimo è un fatto importantissimo, dal momento che questi affidi sono considerati da un Dio che attribuisce enorme importanza, nel caso specifico di Mariannina, alla Regina, a Maria, e ad un’umile mortale, sua madre, Sant’Anna, Annina nei confronti della grande Maria. Maria è considerata “Madre di Dio”, “Immacolata”, “Assunta in cielo”, “Specchio della giustizia”, “Aiuto dei peccatori”, “Sostegno degli afflitti” e in tante, tante altre determinazioni inserite, a poco a poco, dal Cattolicesimo, tra i Dogmi della sua Fede. Il Protestantesimo si oppose a ciò, per cui Dio, ove riconosce la Madonna, conferma la delega di Cristo a San Pietro: di legare e di sciogliere, con la tanto discussa “Infallibilità” dei Papi, cui molti, nella stessa Chiesa Cattolica sono indotti a dar poco peso, nel “folle” tentativo di mettersi d’accordo con le altre Fedi sorelle. Ebbene attraverso questa delega Battesimale, data da Teresa (affidata alla Santa Teresa del Bambin Gesù”) alla Madonna e a Sant’Anna, succederà un evento assolutamente straordinario: questa bambina sarà una umana madonnina. E tutte le virtù delle Grandissime protettrici, saranno attivate a suo sostegno. Se proprio i cattolici non crederanno possibile che questo sia il risultato concreto ottenuto con il Battesimo dei nomi, si ricredano! In specie i Sacerdoti o le Autorità ancora più in alto, della Chiesa, e in specie l’attuale Arcivescovo Dionigi Tetta Manzi, che Dio (grazie a Maria) manderà innanzi, come una tetta dalla quale tutti gli uomini potranno assumere il latte vitale, quando diverrà Papa Giovani Paolo III, nel 2004. Perché Amodeo inserisce questa “apparentemente pazza” profezia, del Tettamanzi come Papa? La sua tesi si poggia sulla scienza… Come mai questa follia della ragione, che rischia di compromettere la credibilità delle sue molto serie argomentazioni? Lo fa giacché egli ha ricevuto le verità scientifiche esattamente come questa “apparente follia”: per pura fede! E non si lascerà intimorire dalla ragionevolezza o dal timore, perché il suo compito non è di giudicare cosa sia prudente o no di dire: egli non è un opportunista! Sente in se stesso il bisogno sovrumano di affermarlo e l’afferma. Poi chi vivrà vedrà! (Vedete? Questa pagina 27 è un volume di teorie senza ancora riscontro nel tempo!)
Delle stranezza 33 d’Anna si accorse, fin da subito, sua madre. Teresa, devotissima alla Madonna e veramente assistita dalla Santa Teresa del Bambin Gesù cui era stata affidata con il Santo Battesimo, la sera faceva recitare le preghiere alla piccola Anna. La invitava a ripetere, assieme a lei, a Teresa (Santa guida, tutta finalizzata al Bambin Gesù), e rivolgendosi decisamente a Maria, cui era devotissima: “Madonnina mia, fami diventare brava!”. E la piccina: “Madonnina mia, fammi diventare brava!” “Intelligente!” “Intelligente” “Santa!” “Santa” “e vecchia!” “Vecchia no!” strillava la bimba, con un’intensità tale (opponendosi al comune detto “fammi diventare santo e vecchio”) che a sua madre parve strano. Era insolito che in una bambina, così piccola, fosse così chiaro e vibrante il senso del degrado della vecchiaia! Allora, nel tentativo di condurla a ripetere quella formula, Teresa cominciò ad estendere, ogni sera di più, la lunghezza delle preghiere, per vedere se la bambina si distraesse, al punto che, almeno una volta, acconsentisse a chiedere alla Madonnina di farla divenire “santa e vecchia”. Si giunse a preghiere interminabili. Teresa si divertiva a pregare così, con quella figlia così docile e ben disposta a seguirla, in quelle interminabili tiritere e, tuttavia, sempre fulminea in quella sentitissima ed imprevedibile reazione “vecchia no!”. Se il marito non fosse intervenuto… pregherebbero qui ancora! Madre e figlia si divertivano nel pregare la Madonna! Quanto debbono essere piaciute, a Maria, quelle preghiere fatte così, semplicemente, da mamma e figlia, nella gioia e nell’attesa, a Maria alla quale piacciono i Rosari! Preghiere che però spesso sono partecipate a fatica, con le Ave Maria e i Salve Regina sgranati ad uno ad uno, nel calante conteggio, nell’ansia che quella sorta di pia tortura ad un certo punto finisca! (Ecco che cosa è successo di incredibilmente positivo in relazione alla Teoria della Fede per la Madonna; messa in atto ne è venuto un intrattenimento a tu per tu con Maria, gradevolissimo, quasi un gioco d’amore! Posto che la Madonna esista, come le deve esser piaciuto!) Come vedremo, non si prega invano, e in specie come fecero Mariannina e sua Madre, pregando con allegria e suspance la Mater Domini, con uno sconfinamento sempre in là nel tempo, certo, con un fine preciso: ché Mariannina, almeno per una volta, chiedesse alla Madonnina sua, Bambina come lei, di farla divenire vecchia e santa. 33. Una stranezza che poi Romano credette, con gli anni, d’aver capito. Sua madre avrebbe avuto una vita lunga e difficile nei suoi ultimi anni, preda del morbo d’Alzheimer, che consiste nella prematura morte d’una gran quantità di cellule cerebrali o dei tessuti della comunicazione nervosa. Quest’evoluzione è contenuta già nei geni e la madre di Romano, già da piccina, presagiva l’incombere bieco del suo estremo futuro, al punto che l’idea che esso si realizzasse addirittura per preghiera trovava la fiera opposizione di tutto il suo essere.
29
30
29 è il moto di 1 nel 30, o il 27/2 che avanza con un fronte quadro. Si tirano le somme.
30 sta ad indicare 33 +3, la quantità di moto relativa al volume. E questo è anche il senso della pagina 30, che mostra i comportamenti e gli assetti assunti dalle persone nel loro ambiente
“Non torturare più questa bambina!” le intimò il marito, Giovanni, e lei finalmente smise, rassegnata. “Mariannina non vuole assolutamente pregare che la Madonna interceda a farle sperimentare anche la vecchiaia!”, constatò sua madre, consacrata alla Santa Teresa del Bambin Gesù, con il suo santo Battesimo, di quando era piccola lei e suo padre Mauro Russo e sua moglie l’avevano messa nelle Sante mani di una Santa veramente innamorata di Gesù bambino, tanto da volergli dar vita, nuovamente, se fosse potuto dipendere da lei. Però, intanto, con quelle interminabili preghiere, arrivate a durare quasi mezz’ora, le più lunghe, Mariannina era stata portata a chiedere alla Madonnina sua tutte le virtù che potessero esistere sulla Terra, nell’Universo, nella Fede, nella Speranza, nella Carità… in tutto quanto abbia la buona sorte di esistere, compreso nell’Opera Omnia del gran Dio Creatore di tutto quello che esiste. (Un volume immenso di qualità morali, in concreta richiesta!) Fu un fatto importantissimo, nell’esistenza di Mariannina Baratta, perché Maria, pregata in quel modo assolutamente accattivante da mamma e figlia, che ripetevano entrambe la stessa preghiera, l’una mettendosi amabilmente nei pani dell’altra, risultò praticamente costretta dalla preghiera, a concedere con il massimo della gioia tutte quelle virtù. (Un volume immenso di qualità morali, in concreta concessione!) Mariannina fu fatta crescere avendo nel cuore queste Sante Virtù. Studiò dalle suore, restò tutta chiusa nel suo proposito di avere una vita importante, ma non per sé: per realizzare progetti importanti, avendo precise responsabilità, tra le Suore, volendo esserne la Madre Badessa, o tra i problemi della vita, volendo essere una costruttrice di case, un Ingegnere. Così, a cavallo tra il Sacro e il Profano, disponibile come chi sia come una madonnina che senti i Valori e li conserva e custodisce dentro di sé. (Quanti doni!). Fu così una persona attenta, concreta, disponibile, pronta a sacrificarsi fino in fondo per il bene della sua famiglia. Una figura eccezionale, come educatrice ed esemplare maestra. Sensibile e capace di entrare nelle singole questioni, non avendo mai prevenzioni, preconcetti, non ritenendosi mai una donna con la risposta pronta, già fatta ed adatta a tutte le circostanze, come un chiavistello. Una vera maestra, di come si deve essere e deve vivere, per sé, la propria famiglia e quella degli altri. Un figlio affidato a lei avrebbe ricevuto un privilegio immenso: si sarebbe sentito davvero come un piccolo bambino Gesù, perché avrebbe identificato sua madre veramente ed esattamente come la sua personale Madonna, una persona a cui affidarsi alla cieca, certo di trovarsela sempre al suo fianco come aiuto. Mai – davvero mai! – uno scatto di collera o di impazienza, sempre quella dolce premura di chi ti dice: “Abbi fiducia, io ci sono e sono con te.” Spiegato dunque per bene come questa Mariannina Baratta fosse divenuta davvero una madonnina terrestre, in cui il suo pseudonimo, adottato da lei scrittrice, era quello di filosofa sognatrice esattamente per il suo accorgersi di esistere nel mondo dei sogni, in cui il sogno più grande era la filosofia della sua vita, assunta grazie alla Fede ed alle reali protezioni celesti di Maria, Anna e Santa Teresa del Bambin Gesù, possiamo passare ad osservare come fu che questa madonnina incontrasse il suo bravo Spirito Santo, incarnato in un uomo reale.
Si trattò veramente di questo, di un santo spirito e di una madonnina: lo dicono gli stessi nomi affidati da Dio a questi personaggi non certo per caso, e lo si desume dalla verità dei gesti delle loro intere vite e dai frutti che hanno portato. Luigi era assistito da un Re: San Luigi, re cattolico dei Francesi. Il suo cognome, che indica la famiglia cui questo umano re apparteneva, era, per volere di Dio, stato determinato in Amodeo, una dichiarazione di amore per Dio: “Io amo Dio”. Anzi, ancora più allargata, perché qui Dio è Deo, è Zeòs, è Zèus, è il Dio per tutti, Cristiani e Pagani…, in quanto Dio è un Ente Assoluto che domina tutte le fedi, apportando a ciascuna le doti specifiche che Egli vuole. Luigi Amodeo, nel senso stretto attribuibile all’onomastica, è la figura umana dell’ideale sposo della madonnina umana, costruita con tutte le virtù perché le aveva chieste gioiosamente e fiduciosamente, seguendo sua madre nella preghiera. Qui occorre solo un lettore di grande fede, per capire e sentire quanto Dio ami tutto ciò e quanta speranza Egli stesso ci metta… Anna Baratta e Luigi Amodeo, pilotati da questa Divina Provvidenza che li voleva reali sposi, cominciarono a scriversi da luoghi diversi, per quell’ammirazione suscitata nell’uno dalle novelle scritte dall’altra: egli da Milano ed ella da Salerno. Alla filosofia sognante della madonnina si sarebbe aggiunto uno Spirito allegro e rompiscatole, come quello dello Spirito Santo che mise incinta Maria e fu anche per lei un grandioso Allegro rompiscatole, perché aprì a Gesù, il Reale Figlio di Dio sulla Terra. Luigi confidò alla madonnina che aveva fatto solo la sesta elementare, ma che gli sarebbe piaciuto avere a che fare con i libri, perciò nessun altro lavoro gli piaceva che quello legato allo sviluppo ed all’attività dello Spirito. (Luigi si propone davvero a questa madonnina così attenta ai valori dello Spirito, come lo Spirito stesso che li amava. Non sono vuote parole. Lettori, meditateci su, avendo un minimo di Fede che Dio veda e provveda, con la sua Infinita e Buona Provvidenza!)
“Un libraio sta cercando un bibliotecario, per il riordino della sua libreria, qui, a Salerno. Non è un gran lavoro e non credo duri in eterno…” gli scrisse Anna nel 1931, avendo colto fino in fondo l’esigenza che Luigi aveva di occuparsi degli argomenti spirituali legati alla cultura dell’uomo. “Vengo” rispose Gino e piombò lì da Milano, subito innamorandosi di lei, appena vide e riconobbe in lei tutti i valori dello Spirito che egli veramente amava. “Che peccato che tu non abbia studiato!” gli riconobbe Anna, osservando come il suo Spirito restasse intrappolato nella mancanza di luoghi reali, in cui esercitarsi vivendo. “M’insegni tu?” le domandò lui. A chi altro doveva rivolgersi, se non alla madonnina che li aveva avuti realmente in dono, in quelle estenuanti ma sentitissime ed attente preghiere alla Madonna, consorte (stessa sorte) dello Spirito Santo? Come avrebbe potuto lei rifiutarsi? Accettò con piacere. Ma non per lui, per il bene del Suo Spirito, che non doveva restare avvilito. Sotto la sua guida sapiente, in un solo anno, Gino, Spirito veramente dotato, fu promosso, da privatista, alla terza media (tre anni in uno solo) e l’anno successivo conseguì il diploma alle magistrali (l’intero programma di 5 anni in uno solo, con tutte le materie e i classici in italiano e latino). Lo Spirito di Luigi era umanamente molto dotato se in due soli anni aveva potuto assumere quanto altri impiegano quattro volte in più di tempo.
31
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31 indica l’attuazione, l’assetto del 30/1, nel tempo 1. Nella pagina 31 c’è l’assetto base, la divisione dei compiti tra i Lui e le Lei. Ed anche la dinamica necessaria per l’incontro tra diverse persone.
32 è 25 ed indica tutto il moto unilaterale nel complesso. Esattamente il moto dell’animo descritto alla pagina 32, come se si fosse fatto intenzionalmente… Sì, lo ha fatto però solo la Provvidenza di Dio!
Ora Luigi era lo spirito in persona, Mariannina solo colei che ne avrebbe condiviso la sorte e accadde veramente così: quando ci fu, poco dopo, il concorso magistrale, si presentarono assieme e lo superarono entrambi (stessa sorte). Ma Gino lo vinse (il privilegio) ed ebbe subito la cattedra, mentre la sua stessa maestra, che aveva avuto la sua stessa sorte (ed era la sua consorte, in quello spirito di comune vittoria) dovette aspettare che arrivasse il suo turno, essendo risultata ai primi posti, tra gli esclusi dalla graduatoria degli idonei. Anche la madonnina umana non ha il primato, la Chiesa non glielo dà, nel matrimonio, perché le sue Virtù Sacre sono quelle della mamma e non quelle dell’antagonista all’uomo dappertutto: sul lavoro, nella vita 34. Il maestro Amodeo ebbe l’incarico ad Acquanoceta, una frazione di Felitto, in provincia di Salerno, mentre la Maestra Baratta faceva supplenze ad Ostigliano. In ogni fine settimana egli faceva 30 km di strada, a piedi, per raggiungere lei ad Ostigliano, riconoscendo in lei in persona, tutti i valori del suo Spirito. Poi prese una bici. Non erano fidanzati. A lei Gino piaceva e non piaceva, perché la donna – era una madonnina! – si sentiva alquanto refrattaria al matrimonio. Gino era riuscito a starle così vicino, ad Ostigliano, solo perché si era astutamente conquistato le simpatie d’Antonio, il fratello di lei, che ormai era divenuto un giovanotto e col quale egli faceva interminabili gite in bicicletta. Un giorno però, dopo anni, Teresa si chiamò in disparte sua figlia e le domandò: “Questo qui che cosa ci fa, sempre qui intorno? O te lo sposi o lo mandi via” 35.
Anna cercò allora di “liquidare” il suo Gino, che ci rimase malissimo e le scrisse una lettera così straziante che lei infine cedette… A che cosa cedette, questa terrestre madonnina? Allo Spirito Santo che alberga negli uomini e abitava moltissimo in Luigi Amodeo. Mariannina cedette alle possibilità offerte dalla letteratura a chiunque ne sappia fare un uso davvero buono e convincente, suscitando valori tali da non potere essere disattesi da chi è tenuto al rispetto assoluto di essi... e lei, madonnina, vi era tenuta. Lettori, mettetevi nei panni reali di uomini liberi! Mariannina Baratta e Luigi Amodeo lo erano ed avevano attivato, tra loro, tutto l’umano aiuto che è possibile, per la promozione dell’anima e della vita. Certo, avevano i limiti di essere Creature, ma erano persone che erano davvero guidate dal rispetto dei valori, immensi, legati alla promozione umana. La vita ne aveva fatto dei maestri di bambini, e già questo la dice lunghissima se si considera quanto sia importante incidere, nei momenti iniziali della vita, quelli che poi devono aprire alla speranza di un’esistenza tutta costruita a partire dai valori e non dalle cose che valore non hanno, ma il fascino indotto dal Diavolo. Questo lusinga ed affascina, con le sconcezze attribuite alle cose pure, come a quelle del sesso, che non sono schifezze, ma i gesti purissimi che Dio stesso ha destinato al momento più importante, quello in cui sembri che da essi discenda la vita 36.
34. Chi antepone questa uguaglianza alla differenza che esiste tra un maschio e una femmina, travisa il Destino di Dio. Le conseguenze, di questa cottura lenta operata da Satana, nell’illusione della giustizia tra i due sessi, starà nella disgregazione della Santa Famiglia, in cui l’uomo Giuseppe fece il falegname e la donna Maria fece la mamma di Gesù, attenta soprattutto alle questioni amministrative di quella Santa casa, sorretta dal lavoro di San Giuseppe. 35. È la concretezza e il pragmatismo di Teresa, che si impongono all’idealismo di Mariannina e forzano la situazione, affinché si determino le scelte. Nella corrispondente vita di Romano sarà la forzatura delle due controverse Marie Terese della sua vita a fargli assumere rinunce reali rispetto al contesto ideale, per il privilegio di quanto è immediato. La prima riuscirà a togliere di mezzo un matrimonio. Ma era una necessità: Romano si sarebbe dovuto trovare alla fine a tu per tu con la sola sua madre, c he gli aveva salvato la vita, e avrebbe ricevuto, da lei e da quanto fatto per lei, il dono più grande che una mamma possa fare ad un figlio: il successo in ogni campo. A far capire a Romano come Maria Teresa Mazzola lo avrebbe salvato da morte, il destino gli farà vedere come lei avrebbe salvato da morte non solo lui, ma tutti gli abitanti della casa, la sera che avrebbe svegliato, con una telefonata di Addio, lui che già dormiva Romano con l’appartamento già inondato di gas. Anche la seconda Maria Teresa, quella celeste, lo salverà due volte ed imporrà tutte le sue scelte. La prima salvezza sarà stata quella di liberarlo da un voto capestro fatto a Dio. La seconda sarà quella salvezza definitiva, della vita, per tutti, quando egli da solo sarà l’anima di tutti i cristiani riuniti che canteranno le lodi del Signore. Infatti, lei sarebbe stata la tramite involontaria, ma reale, tra lui e i Papi… Se Teresa non avesse forzato Mariannina tutto ciò non sarebbe accaduto. Se Teresa non avesse affidato la figlia a Maria e a Sant’Anna, lei non sarebbe stata agganciata a Maria. Se non avesse accettato Amodeo, non sarebbero avvenute queste incredibili nozze tra la Madonna terrestre e lo Spirito Santo terrestre, nel cognome Amodeo, che esprime lo spirito di Amore di Dio. E tutti gli altri segni, che solo la fantasia di un bimbo ingenuo riuscirà a scovare, in questo allegro progetto di Dio, di togliere all’uomo la paura, sarebbero stati vanificati.
36. È duro, per chi è in cielo, lo scendere in terra. Mariannina aveva i suoi sogni, ma fu vinta dall’affetto di lui. Sarà davvero lo Spirito dell’Amore a vincere questa battaglia, perfino oltre i propri sogni, per dar la meglio a quelli degli altri che ti vogliono bene. Romano sarà capace di ciò più e più volte, ma solo con Giancarla, la sua moglie sacramentale, che riuscirà a passare sopra tutto, tradimenti, umiliazioni, ingiustizie e conserverà sempre, del suo sposo, la più profonda ammirazione e comprensione, però alla fine mettendosi in disparte. Giancarla si sarebbe messa da parte solo perché – per destino – Romano avrebbe dovuto trascorrere gli ultimi anni della sua vita, a tu per tu con sua madre, con la sua personale madonnina, sempre più docile, sempre più nelle sue mani, infine esattamente come egli era stato nelle sue da bambino. Un contraccambio d’amore identico ed esattamente rovesciato nelle sue parti. Romano avrebbe letto un infinito amore in quello sguardo così fiducioso e convinto, di lei verso lui, come di una figlia verso una mamma e un padre insieme… come una madonnina di fronte al Suo Gesù. Accadrà e sarà stupendo: il figlio, senza figli perché sacrificato, che ha per figlia sua madre, in una stupenda circolarità dell’amore che riceve esattamente quello che dona, anzi di più, in una crescita prodigiosa, fino al centuplo del centuplo. Con le altre figure importanti, messe davanti a Romano dal destino, succederà che Anna Badari baderà sempre e solo a quanto le passerà per la testa, essendo sempre assolutamente inconvincibile, finché si ucciderà, da se sola. Daniela Forlin sarà parimenti inconvincibile, anzi, convincerà lui sulla via della rinnovata speranza in Cristo: sarà la potentissima Forza lineare che raddrizzerà interamente il suo percorso tortuoso, di un cristiano che prima credeva che Gesù fosse purtroppo solo una bellissima utopia. Anna Ramazzotti avrebbe potuto essere una Anna in grado di ramazzare via la Maria Teresa Mazzola, ma occorse l’Anna Badari, per badare a farlo riprendere, quando le andò a genio di farlo. Entrambe queste due Anne, in apparenza pagheranno il loro fallimento, uccidendosi; ma, in verità, decidendo di andarsene dritto in Paradiso, avendo concluso la loro opera di ancora della salvezza di Romano. La Maria Teresa sarà inconvincibile! Un muro opposto a tutte le buone intenzioni. Ma sarà un contrasto assoluto benedetto da Dio, in assoluto: le dovrà tutto… anche a lei. Tutto a ciascuno che educò Romano.
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33 è la trinità all’interno della trinità. E questo è il testo appropriato finito in questa particolare pagina.
34 è la realtà in atto del 33/1, in atto nel tempo 1. Ed eloquente è il testo finito in questa pagina.
Madonnina dell’uomo e Spirito Santo dell’uomo si sposarono il 30.4.’37, nella pienezza (30) della realtà (4) della realtà di Gesù (33/4, 33+4=37 in Assoluto). Egli, nato il 7.7.1907 più ella, nata il 29.6.1909, sono 2 la cui somma delle cifre di nascita è 66. Lei insegnava ad Ortonovo di Lucania (un nome che ritornerà nella vita del figlio e determinerà il titolo di questo libro). Fecero il viaggio di nozze a Roma e lì concepirono un figlio, lo Spirito Santo dice il 4.5.’37 (come la realtà 4 in pieno moto 5, della realtà di Gesù 37, la cui somma delle cifre è 19, la cui somma è 10, dunque 1, l’inizio). Il figlio dei 2 la cui somma natale è 66 nascerà il 25.1.1938 dopo 266 giorni di gestazione, e sarà per Provvidenza un 2° Gesù, che vivrà in tutto 33+33=66 anni. La concezione avviene in una pensioncina all’ombra della sede del Cattolicesimo: la Basilica di S. Pietro, tomba del primo tra gli Apostoli. Attenti: questo libro è un Codice scritto dallo Spirito e, nella pagina 33, morte di Cristo e resurrezione, si annuncia la concezione del figlio (nato il giorno della conversione di S. Paolo) della madonnina dell’uomo, nata nel dì dei SS. Pietro e Paolo martiri. Concepito così, Luigi ed Anna ne approfittarono, quando, nove mesi dopo, il loro figlio nacque, per imporgli il nome di Romano, come quello del Santo che era stato posto a protettore estremo del cristianesimo… un Santo importantissimo, martire per avere difeso per partito preso S. Lorenzo arrostito dai Satana (i Romani persecutori del Cristianesimo) Era lo stesso nome che già il Duce dell’Italia aveva dato, quando gli era nato, al suo primogenito Romano Mussolini, che diverrà un musicista. 37
Nel disegno di Dio per Romano, c’era un ben diverso primato, rispetto a quello relativo al figlio del Duce dell’Italia: era relativo al Duce di tutto, cioè a Dio. Il Signore aveva concretizzato in una donna, nata nel 29 giugno, una figura eletta e tutta simbolica, di una madonnina dell’uomo, nata nel giorno del martirio dei Papi e che nel 2004, da morta, avrebbe espresso un Papa (il Tettamanzi), per quello che le sarebbe successo in vita al seno e che l’avrebbe tenuta anzi alla Madonna, nel gesto dell’allattamento a suo figlio, tanto doloroso da invocare assiduamente la Madonna. L’allattamento dolorosissimo di Romano, espresso tra le invocazioni “Madonna!” avrebbe allevato quel figlio, come in comune tra lei e la vera Madonna, tanto che poi Maria l’avrebbe miracolato nel ’40 (pienezza della realtà a 4 D), dandone notizia in un sogno di una bambina, allorché Romano stava per morire d’un male incurabile e fu salvato. Costui sarebbe stato in futuro così pieno di Spirito Santo che, dopo un’estasi provata nella notte, nel 20.10.2002, in un giorno particolarmente atteso dalla Chiesa per l’Annuncio dello Spirito Santo, sarebbe stato portato a dare, al Monsignore Angelo Centemeri, da 20 anni capo della Chiesa di Saronno, proprio questo ufficiale comunicato:
Con Paola Vecchi non serviranno montagne di scritti: Romano inizierà addirittura qualcosa come “Le mille e una notte”, centinaia di novelle allegoriche scritte a vuoto, perché questa figura avrebbe dovuto provare il generale discredito, per portarlo a Saronno, dove sarebbe stato preso molto sul serio dalla MT Celeste. Costei lo avrebbe preso molto sul serio, ma solo per la presa che avrebbe avuto, su lei, l’affetto suo, che la disturbava, essendo restata, di fatto, anche se non nel sentimento, la sposa inavvicinabile di Cristo, ed avvertendo istintivamente le sue attenzioni come una sorta di “sacrilegio”. 37. Anche la nota è la 37, della concezione nel 37, in questo libro che è un Codice dello Spirito. Questo aggancio al figlio del Duce fu coerente alle loro misere umani intenzioni, ma sarà proprio l’ombra della sede del cristianesimo Romano a determinare, nel loro figlio, l’essenza del Paladino del Cattolicesimo dei Papi di Roma, che un giorno lo solleciteranno ad entrare in azione, in risposta ad una precisa lettera Enciclica: la Fides et Ratio. Il cristianissimo Romano, sarà il vessillo del Cristianesimo Romano e gli darà i potenti mezzi della Ragione vera. Lo si scrive e lo si scriverà ancora tante volte, perché lo si tenga sempre bene a mente: Romano Antonio Anna Paolo Torquato Amodeo va considerato puramente un programma nominativo di Dio, secondo un convertito in Cristo (nato nel giorno del S. Paolo convertito) attribuito come figlio ad una attribuita madonnina nata nel giorno del martirio dei Principi della Chiesa e chiamato ad interloquire coi Papi, tanto che lo Spirito Santo presente in Romano, nel 2004 arriverà ad eleggere Papa Amodeo Nuovo Luigi (Papa Dionigi, uno che ha il nome di suo padre, finito nell’83 per l’arrivo del Papa a Milano) e che porta il segno dell’allattamento doloroso e pio fatto a lui dalla “tetta” della Madonnina dell’uomo, Mariannina, sua madre, anzi a Maria supplice (Tettamanzi). Fu fatto per scandalizzare e fare inferocire a morte i troppo sapienti e presuntuosi: coloro che credono di essere in grado di “fare qualcosa”, essendo invece alla stessa stregua del Paperino di Walt Disney, che da sé non fa nulla. Ve l’assicuro, a pagina 33, io, l’anima, lo Spirito Santo di questo cartone animato. Tutto ciò sarà attuato da lui, Romano “soldato dello Spirito” (come il “legionario” S. Romano, che agì d’istinto e fu solidale alla vittima Santa S. Lorenzo), una persona gestita in 266 giorni, come un 2° Cristo esistito 66 anni = 33+33 e che morrà il 9.6.2004, a 500 gg. dal suo compleanno.
“Monsignore, lei stesso ha detto, nell’Omelia, che lo Spirito Santo è presente in mezzo a noi e desidera parlare. Ebbene, le parla ora. Dio ama questa città di Saronno, perché vi si trasporta la Santa Croce con una particolare devozione della Chiesa e del popolo. La scelse così tra tutte per l’evento del “1.000 e non più 1.000”. Si trattò di un intervento diretto dello Spirito Santo, per un mutamento radicale di indirizzo di Dio: non si rivolgerà più all’uomo solo come ad un bambino che possa credere soltanto per fede, ma come ad un adulto il quale, grazie al progresso fattogli fare nella scienza, ora è in grado di capire con la Ragione Vera, espressa dallo Spirito Santo. Ebbene nel giorno del Trasporto della Croce, del 24.10.1999, nel primo Convegno al mondo sull’attuazione dell’Enciclica Papale “Fides et ratio”, attraverso me, benedetto apostolicamente due volte dal Papa, me nato nel 38 e rinato veramente in Gesù (giacché da 38 giorni mi alimentavo e vivevo solo di Cristo, con Cristo e per Cristo), Dio svelò all’uomo tutti i misteri, nel Convegno e in un libro intitolato “Se Gesù parlasse oggi in parabole”. Il segno, perché ciò sia creduto, è questa profezia che le faccio: «A due mesi esatti dalla Santa Pasqua del 2004, sarà fatto Papa Dionigi Tettamanzi ed assumerà il nome di Giovanni Paolo III. Diciassette giorni prima ci sarà una paralisi e il trapasso del Papa Giovanni Paolo II»” Dove mai Romano avrebbe preso l’ardire di fare questa profezia? Dal fatto che, arrivato a convincersi che tutto fosse scritto in un disegno, era stato portato poco a poco dallo Spirito Santo a leggere e decifrare sia il Passato che il Futuro, dai segni riguardanti la sua famiglia, particolarmente legata, da Dio, alla storia dei Papi e dei SS. Pietro e Paolo. A pagina 36 ci sono i testi della liturgia di tal giorno. Nel Vangelo i Farisei chiedono a Gesù: “Fino a quando terrai l’animo nostro sospeso? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente!” L’annuncio dato da Romano a Monsignor Centemeri fu chiaramente in quella stessa linea, perché gli disse di essere colui che, pieno di Spirito Santo, stavano aspettando in fine millennio, e di essere rinato in Cristo. Tutte queste espressioni sono accettate dalla Chiesa quando sono intese espresse in modo figurato. Ma Romano non le disse così: le comunicò seriamente e ben conscio del momento storico in cui tutto ciò stava accadendo.
35
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35, pari a 7×5 esprime la libertà 7 in tutte e 5 le linee dell’avanzamento delle 4 dimensioni reali, quindi sono le condizioni assolute della libertà della massa. Alla pagina 35 di questo libro scritto in evidente Codice dalla Divina provvidenza (essendo stata automatica l’impaginazione) c’è esattamente espresso questo risultato: il massimo della libertà soggettiva, che è quello di riuscire ad essere un uomo come Gesù.
36 è 62, il fronte di avanzamento del flusso che ha tutto lo spazio da –3 a +3 per lato, quindi è lo spazio che, se si moltiplica per 10, diventa i 360° di tutta la rotazione dello spazio in 10 tempi decimi. Alla pag. 36 impaginata “casualmente” dallo Spirito Santo, ci sono le letture della Chiesa nel 20.10.2002, Giornata Missionaria e tutta centrata sull’Annuncio (che poi Romano farà a Mons. Angelo Centemeri, inserito alla pagina 34, e tutto atteso nella liturgia, come potete vedere). Introduzione: In questa domenica siamo invitati a rivolgerci al cuore della nostra Chiesa ambrosiana, la cattedrale. Nello stesso tempo siamo chiamati a riconoscere nella fede una dimensione missionaria inderogabile. La comunione di vita col Signore ci renda pietre vive di una casa accogliente per ogni uomo in cerca di Dio. Inizio Assemblea liturgica: Con pietre vive ed elette tu edifichi o Dio, alla tua gloria un tempio eterno; effondi la tua santità sulla nostra cattedrale e fa’ che quanti in essa invocheranno il tuo nome sperimentino il conforto della tua protezione. Per Gesù Cristo, tuo Figlio, nostro Signore e nostro Dio, che vive e regna con te, nell’unità dello Spirito santo, per tutti i secoli dei secoli.
Parte prima Due soli anni di normale vita, per Romano, se Mariannina non avesse voluto essere come una madonnina, umana e pura, com’era piaciuto a Dio e alla Madre vera del vero Cristo Gesù, ma … lei volle e Romano fu come Gesù
Prima lettura. Dal Libro del profeta Baruc. Israele, quanto è grande la casa di Dio, quanto è vasto il luogo del suo dominio! È grande e non ha fine, è alto e non ha misura! Là nacquero i famosi giganti dei tempi antichi, alti di statura, esperti nella guerra; ma Dio non scelse costoro e non diede loro la via della saggezza, perirono per la loro insipienza. Chi è salito al cielo per prenderla e farla scendere dalle nubi? Chi ha attraversato il mare e l’ha trovata e l’ha comprata a prezzo d’oro puro? Nessuno conosce la sua via, nessuno pensa al suo sentiero. Ma colui che sa tutto, la conosce e l’ha scrutata con l’intelligenza. È lui che nel volgere dei tempi ha stabilito la terra e l’ha riempita d’animali; lui che invia la luce ed essa va, che la richiama ed essa obbedisce con tremore. Le stelle brillano dalle loro vedette e gioiscono; egli le chiama e rispondono: “Eccoci!” e brillano di gioia per colui che le ha create. Egli è il nostro Dio e nessun altro può essergli paragonato. Egli ha scrutato tutta la via della sapienza e ne ha fatto dono a Giacobbe suo servo, a Israele suo diletto. Per questo è apparsa sulla terra e ha vissuto fra gli uomini. Parola di Dio. Salmo Responsoriale: Ai tuoi servi sono care le pietre di Sion. Signore, ascolta la mia preghiera, a te giunga il mio grido. I miei giorni sono come ombra che declina e io come erba inaridisco. Ma tu, Signore, rimani in eterno, il tuo ricordo per ogni generazione. R Tu sorgerai, avrai pietà di Sion, perché è tempo di usarle misericordia; l’ora è giunta. Poiché ai tuoi servi sono care le sue pietre e li muove a pietà la sua rovina. R I popoli temeranno il nome del Signore e tutti i re della terra la tua gloria, quando il Signore avrà ricostituito Sion e sarà apparso in tutto il suo splendore. Questo si scriva per la generazione futura e un popolo nuovo darà lode al Signore. R Il Signore si è affacciato dall’alto del suo santuario, dal cielo ha guardato sulla terra, per ascoltare il gemito del prigioniero, per liberare i condannati a morte: perché sia annunciato in Sion il nome del Signore, e la sua lode in Gerusalemme. R Seconda lettura. Dalla seconda lettera di San Paolo apostolo a Timoteo. Carissimo, il fondamento gettato da Dio sta saldo e porta questo sigillo: Il Signore conosce i suoi, e ancora: Si allontani dall’iniquità chiunque invoca il nome del Signore. In una casa grande però non vi sono soltanto vasi d’oro e d’argento, ma anche di legno e di coccio; alcuni sono destinati ad usi nobili, altri per usi più spregevoli. Chi si manterrà puro astenendosi da tali cose, sarà un vaso nobile, santificato, utile al padrone, pronto ad ogni opera buona. Fuggi le passioni giovanili; cerca la giustizia, la fede, la carità, la pace, insieme a quelli che invocano il Signore con cuore puro. Parola di Dio. Vangelo. (Gv. 10.22-30). In quel tempo ricorreva a Gerusalemme la festa della dedicazione. Era d’inverno. Gesù passeggiava nel tempio, sotto il portico di Salomone. Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: “Fino a quando terrai l’animo nostro sospeso? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente”. Gesù rispose loro: “Ve l’ho detto e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste mi danno testimonianza; ma voi non credete, perché non siete mie pecore. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. Io e il Padre siamo una cosa sola”. Parola del Signore. Conclusione della liturgia della parola. O Dio forte ed eterno, che vivi ed operi in tutta la creazione, proteggi con speciale benevolenza il nostro duomo, costruito secondo la tua volontà e a te dedicato; vi si infranga ogni avverso potere e lo Spirito santo doni ai suoi figli di offrirti il servizio di una coscienza pura e di un cuore lieto ed operoso. Per Cristo nostro Signore. Amen!
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Capitolo unico
38 è 100/3 (valore del Tutto diviso nelle 3 persone, ossia 33), condizionato al 5, al pieno morto 1 della realtà a 4 dimensioni. Ottimi gli auspici per Romano, nato nel 38 e di cui si sta parlando a pagina 38, in questo incredibile libro, che è un Codice dello Spirito
Dalla qualità della mamma… quale sorte per il figlio?
Non ho memoria dei primi anni di vita di Romano. Perché dovrei averne io memoria? Ma perché io, che qui mi scopro nel gesto di scrivervi questa storia, sono l’anima stessa di Romano, il suo Spirito Santo, costretto, da circostanze essenziali, ad osservare tutti i pensieri e la vita di costui, per formarmi su di essi, interagendo con le vicende che io vedo accadere, fino a divenire lo Spirito Santo di Dio, per la stessa richiesta dello Spirito di Romano. Ciò perché Dio ascolta le preghiere sante, e concede tutto di sé. Sbaglia chi crede che quanto avuto da Romano non sia conquistabile da tutti e pertanto la sua sia una “pretesa così grande da rasentare il massimo peccato dell’ambizione”. Sbaglia! Dio vuole dare tutto a ciascuno, ma desidera che l’uomo stesso lo chieda e si faccia piccolo. La sua pretesa capacità fattiva (di una vita intesa come un “fai da te”) contrasta essenzialmente l’entrata in te del vero Creatore. Tu “pretendi” che Egli entri a modo tuo e secondo il tuo giudizio; Egli invece lo fa a modo tutto suo e dando sempre molto di più di quanto l’uomo gli chieda. Così questo testo è dello Spirito Santo, con un Codice che inserisce gli argomenti alle pagine e alle note giuste per numero (nel significato dei numeri relativi, che sono riferiti all’Ordinamento Assoluto della realtà del Creatore Assoluto). E’ un racconto imparziale ed illuminato, perché io, lo Spirito, osservo e trascrivo per dettatura ciò che vedo davvero succedere in Romano, per sentimenti, pensieri, parole ed opere: alcuni giusti ed altri no e postigli a futura lezione 40.
(37/1 è la quantità relativa riferita al numero assoluto 38, e qui è descritta la nascita di Romano nel 38. È anche tutto il moto del volume 3 nel 40, realtà in base al ciclo 10 e per ciò si tratta del cammino che Romano inizia e riguarda tutta la vita)
Romano nacque come un piccolo Gesù umano a Felitto, dopo il matrimonio del 30.4.’37, tra Luigi Amodeo e Mariannina, simbolici piccolo Spirito Santo umano e piccola umana madonnina. Vide la luce dopo una gestazione di 266 giorni, essendo stato concepito il 4.5.1937. Questa narrazione dello Spirito appare a pag. 37, numero della Realtà Assoluta di Gesù, terzo del “centuplo quaggiù” (100:3=33) e riferito ai 4 tempi Assoluti del Dio 3/1, come il 33/4 che esiste in Assoluto tra 37 Enti. Il Codice dello Spirito lo descrive qui.
Questo simbolico piccolo umano Gesù, concepito all’ombra della Tomba di Pietro, nacque nel dì 25, attribuito alla nascita del vero Gesù dalla tradizione della Chiesa Cattolica (una cosa arbitraria se la Chiesa non fosse stata abilitata dallo stesso Gesù a “sciogliere e legare sulla Terra” così che lo sia poi nei Cieli…, cosa contro cui si ribellano i Protestanti). Il Romano, affidato per Battesimo al San Romano difensore dei martiri, non nacque in dicembre. Questo piccolo Gesù non era veramente Gesù. Era un suo doppione umano ed era giusto che venisse per secondo, nel mese immediatamente successivo al dicembre, cioè gennaio. Quel 25 gennaio lo stesso Cattolicesimo celebra la Conversione di San Paolo. Perciò Romano, figlio di Mariannina, nata nel giorno del martirio dei SS. Pietro e Paolo e nato nel giorno della Conversione dell’apostolo delle genti fu chiamato anche Paolo. Ebbene, nella zona di Felitto, quel 25 gennaio del 1938 ci fu – come tante volte gli raccontò suo padre con gran meraviglia e compiacimento – una vera aurora boreale: fenomeno del tutto insolito in quei luoghi del sud dell’Italia 38. All’annuncio che gli era nato un bel maschietto, a Gino sfuggì di mano un gran bottiglione di vino rosso: come per un vero battesimo nell’allegria 39. 38. Seguitano i segni: il 25, stesso giorno di Gesù secondo la tradizione di quella Chiesa Romana che ebbe la delega, con San Pietro, di sciogliere e legare. Questa Chiesa riconobbe nel 25 gennaio la Conversione di San Paolo, l’apostolo delle Genti che avrebbe aperto la via di Gesù ai Gentili. Se non fossimo virtualmente nel Cattolicesimo, questi segni sarebbero puri arbitrii, ma non è vero: qui valgono, anche se sono solo segni… perché sono disegni, progetti del Dio Creatore e non dell’uomo, incapace di creare qualcosa o di mutarla. Sull’aurora boreale Gino giurava: l’aveva vista, e gli era parsa un segno. La data 25.1.1938 è particolare: la somma delle cifre è 29, la cui somma è 11, la cui somma è 2. Questo 2, relativo ad 1, esiste in Assoluto come il 3, simbolo della perfezione Trina di Dio. Tutte le persone e le date di importanti nascite, per Romano, rimandano al 2 nel relativo e al 3 in Assoluto. Nascita della sposa reale, Giancarla 1.11.1943. Nascita della MT, sposa immaginaria, 3.10.1960. La data in cui credette di sentire la voce di Dio 11.3.1987 corrisponde al 3 di per se stesso. 39. Romano sarebbe stato non solo l’erede di un “allegro rompiscatole”, ma il suo battesimo si sarebbe immischiato anche con il vino rosso che simboleggiava il martirio di Gesù, non tragico però: gioioso, seppure inferto con durissime mortificazioni.
40. Allo stesso modo che se fossi l’anima del Paperino d’un cartone animato da Walt Disney, e mi fosse stato dato di osservare tutte le sequenze disegnate interamente da lui (e non certo da me, che tuttavia le faccio mie). Se io fossi intrappolato in quel fumetto come Paperino, crederei di fare io tutto quanto disegnato invece dal Creatore della storia. Poiché il Disegnatore ha disegnato una storia di per sé incredibile, ma del tutto attendibile e verosimile, io, Romano-Paperino, mi riscopro pieno di volontà fattive che vedo realizzate, proprio tutte le volte che le ho, e proprio tutte le volte che nulla d’altro si frappone ad impedirmene l’attuazione. Ho un bel credere che sia io davvero ad andare da Paperina, muovendo le mie gambe! Sono solo effetti cinematici di sequenze disegnate così, una di seguito all’altra, dal disegnatore che io arbitrariamente attribuisco alla mia capacità di fare e faccio pertanto mie, come se le avessi fatta da me. E se, da bravo Paperino, desidero cose opposte alla volontà fattiva di Walt Disney, osserverò in che modo plausibile le cose che io ho liberamente desiderato… non si possono realmente realizzare. Desidero fare un salto di 100 metri? Libero di desiderarlo, ma non potrò essere libero di farlo, perché il mio Creatore non me ne ha dato i mezzi. Niente d’altro è possibile fare a me, l’anima di Romano Amodeo, che osservare ed attivare liberamente il mio spirito, nel puro desiderio che tutto accada secondo i miei gusti. Il gusto è l’unica cosa lasciata interamente libera, da Walt Disney, per il suo Paperino... La trama della storia e gli stessi pensieri fattivi che la giustificano, non sono liberi. Così, visto che la storia osservata è obbligata, io ho deciso di raccontarla come se fossero la storia e i pensieri d’un altro, perché è davvero così. Il destino sono i fotogrammi, disegnati già tutti da lui e che corrispondono a quanto “veramente” vedrò accadere, perfino i miei supposti pensieri liberi, persino questa storia che credo di star qui liberamente narrando e che è scritta interamente dal destino voluto da Dio... Posso sforzarmi finché voglio, adesso, mosso dal disgusto o dal gusto che provo, ma se veramente il prossimo periodo sarà pensato e scritto con una lettera T maiuscola, io – il puro osservatore ed interprete, essenziale perché questa storia appaia poi essere – potrò sforzarmi finché vorrò, ma solo così sarà. Infatti: Tutta la sequenza delle cose che veramente accadono sono il disegno. Noi, unicamente, ne ignoriamo la fattezza, ma esso non dipende da noi, perché il fotogramma che viene dopo non è questo fotogramma che si modifica e diviene diverso, ma è uno del tutto nuovo; e nessuno di noi è il possibile creatore d’un mondo nuovo e reale, per com’esso è poi visto nel presunto futuro reale
39
40
39 è un numero importante che indica quanto manca, posto 1, a tutte le 40 dimensioni della realtà a ciclo 10. E il testo alla pagina, coerentemente, descrive come stanno veramente le cose
40 indica le dimensioni reali del ciclo numerico esistente, e il testo a questa pagina indica la stessa cosa, in modo figurato: come stanno realmente le cose.
Io – narratore ed interprete – so solo che molto costò, il personaggio di nome Romano, a sua madre Anna, in sofferenze, perché lei aveva molto latte per allattare, ma anche una mastite che le rendeva atroce quel gesto. Ve ne scriverò facendovi conoscere le intenzioni, insite nei pensieri e nei gesti, e le metterò in evidenza attraverso il carattere corsivo delle parole. Ciò lo farò ad evidenziare la parte libera del Libero Arbitrio dell’uomo, che, in se stesso, è solo come il Paperino del tutto schiavo, per il resto (fuor che nelle sue proprie intenzioni), in un fumetto così disegnato dal suo Creatore… il quale se dà “sue volontà” a Paperino, poi esse sono davvero sue. Infatti le intenzioni non si scontrano con i gesti, sono puri e liberi desideri fattivi. La mamma non desiderò togliere il figlio dal suo seno, in memoria della sua sorellina Vittoria, morta per mancanza d’alimento. Spesso piangeva, invocando la Madonna con tutto il suo desiderio, mentre suo figlio Romano le poppava via latte e sangue, arrecandole molto dolore, che avrebbe potuto disgustarla fino a farle desiderare altro. Non accadde così. Nel libero arbitrio del suo gusto e disgusto, Mariannina (Maria nel suo stesso nome, oltre quello d’una piccolissima Anna), desiderò invocare Maria la grande, Maria, la Madre di Dio, e l’invocò sempre, quando più forte era il dolore e le strappava dalla gola un “Madonna!” intriso di sofferenze. Romano fu allattato “come tra lei e la Madonna”! Anna sapeva inoltre, dai suoi studi, quanto preservasse in salute, ad un figlio, l’alimento materno e non volle toglierglielo, chiedendo con ciò salute per il suo figlio, a ciascuno di quei “Madonna!”. Però desiderò che mai più avrebbe sofferto così, e confermò, con tutta la volontà della sua mente, che il suo personaggio chiudesse bottega, sessualmente, con suo marito. Confermò con tutto il suo gusto e disgusto la decisione osservata assumere dal suo personaggio di giovane madre: che “un figlio solo le bastava”. Questo, per una madonnina umana, era una ribellione spaventosa! La madonnina terrestre sarebbe dovuta essere la madre di tutti i figli che Dio voleva darle, attraverso il sesso tra lei e il marito. Questa madonnina, invece, rifiutava di fare, nel suo piccolo ambito, come la Madonna celeste che era la Madre di tutti i viventi nel suo contesto senza limiti. E si giustificava, Mariannina, nel suo cuore, giudicava d’avere la coscienza pulita, per avere voluto nutrire ed allevare quel figlio unico “come si deve!”, soffrendo. Ecco, tutte le virtù chieste alla Madonnina vera, in tutte quelle preghiere fatte con sua madre Teresa, venivano in tal modo a non essere più “piene, assolute”: il Maligno era entrato anche nella vita di Mariannina e l’aveva cotta al fuoco lento dell’opportunismo, secondo il quale quello che è bene, per la vita di Romano, non lo è per quell'altra che poi potrebbe crescere, nello stesso modo e non può, perché una mamma non vuole. Terribile condanna a morte, di Mariannina, agli altri figli che Dio voleva mandarle e lei non voleva! 41 (Non era simpatico ma, posto uno, così stavano le cose per gli altri!) 41. Proprio in questo modo Satana corrompe gli uomini: gli fa credere giusto, assolutamente giusto, quello che non lo è! Mette in mezzo una personale opportunità per la quale, grazie ad alcune cose fatte da te, sei abilitato a non farne della altre. Così l’uomo diventa ingiusto ed egoista: vede solo quello che possiede al momento e non si accorge di quello che perde. Vede l’uovo oggi e perde di vista la gallina domani. Perché si mette a gestire la sua piccola vita personale, mentre Dio vuole concedere a ciascuno anche tutte le altre vite che gli mancano, per esserle tutte, ed essere il suo grande erede.
Affinché Mariannina rientrasse in se stessa, e si accorgesse che, acchiappando, in quel modo, per se stessa, quel piccolo Gesù che Dio le aveva dato, lei perdeva, uccideva tutti i bambini che non sarebbero nati più…, affinché lo capisse, Dio decise di ucciderle Romano. Richiamata allora dalle terribili questioni della vita e della morte, finalmente capì che, come lei aveva deciso di uccidere il futuro, Dio le stava uccidendo quel passato di cui lei si era arbitrariamente appropriata, come se fosse cosa sua, visto quanto le era costato! Così lei sentì, in modo secco e perentorio, essere un vero castigo di Dio ciò che subito parve accadere dopo lo svezzamento: all’età di due anni, Romano si ammalò gravemente di broncopolmonite, un male in quei tempi incurabile, perché la Penicillina non era stata ancora scoperta. (Mariannina capì che le cose stavano come una punizione data da Dio). Non c’erano che palliativi: impacchi caldi di semolino ed altro, su quel povero e piccolo torace, che alla mia anima è parso essere veramente il mio e invece era un puro e semplice prestito, di un personaggio da interpretare. La sua persona indemoniata (di Mariannina), si sforzava di incolpare Peppina Mollo, che aveva tenuto in ammollo, all’umido, il piccolo troppo scoperto, portato su e giù sulla terrazza, in una giornata fredda. La libertà della sua persona (la Madonna che aveva dentro di sé e la guidava) la portava invece a dissentire grandemente da ciò: non se lo sentiva vero. Doveva recitare solo un profondo, intenso mea culpa, perché non aveva desiderato altri figli oltre quello, appropriandosi, a tal punto, della libertà apparentemente concessa a lei da Dio, che non avrebbe condotto alla concreta possibilità d’averne altri… e li avrebbe uccisi lei, con il suo libero desiderio, cotto a puntino sulla griglia di Belzebù. “Ma come si fa?” sobilla Satana. Sì, solo Satana, l’Ingiustizia in persona, facendolo credere vero. E l’uomo, cotto a fuoco lento da Costui, perde la fede di essere tutta la vita e crede di essere solo se stesso. Non si accorge di essere come il piccino in una famiglia, e vede nemici ed altra cosa che fratelli… i fratelli che gli portano via parte della mancetta (ne avrebbe di più se fosse solo) e vede ostili i genitori (che potrebbero dargli ben di più). Così, pur condividendo la buona e cattiva sorte di tutta la famiglia umana, ogni suo membro, cotto a fuoco lento da questo Cattivo Giudizio sobillato dal Maligno, intende se stesso come una cosa tutta a sé stante, e perde l’idea dell’armonia del tutto, in cui egli realmente, veramente giace, come una sua parte viva ed essenziale… necessaria, perché se proprio egli mancasse, il TUTTO non sarebbe perfetto. Satana mette in mezzo altri ragionamenti, del tipo: “Tutti sono importanti ma nessuno è essenziale!” “Ma come? Se io non ci fossi… in Dio ci sarebbe un buco, perché io sono afflato di Dio e, senza me, alla Perfezione mancherebbe il mio afflato.” Vedete come Satana corrompe gli spiriti e gli fa credere vero quello che non lo è: tutti siamo essenziali! Non lo siamo solo nel suo misero regno…in quello di Satana, in cui sembrano comandare la forza più che l’amore e vale l’esclusione. Ma poi tutto ciò, lo vediamo, porta alla morte di ciascuno. Perché CREDERE a questo Maligno che corrompe e cuoce a fuoco lento la speranza che l’uomo, ciascun uomo, sia l’erede di Dio? Eppure l’uomo gli crede: è talmente ingolosito da quel poco che Belzebù gli mette innanzi, che non arriva a scorgere altro, e tenta di acchiapparlo, disposto a giocarsi tutto, tutto il resto che Dio gli vuole dare. Ma dov’è la libera intelligenza, in questo? O, non la Fede… basa la semplice intelligenza, per capire che vale l’ecologia e che se l’uomo non protegge tutto il resto che c’è, alla fine perderà se stesso e la qualità della sua stessa vita.
41
42
41 è il numero assoluto in cui si attua la realtà ciclica 40 come il relativo 40/1. La Provvidenza ha impaginato a caso qui questa realtà in atto nel suo punto davvero critico. Dalla scelta di Mariannina dipende la sorte del Romano Costruito da Dio come un nuovo Gesù umano e ragionevole, pieno di Spirito Santo.
42 è in Assoluto il relativo 40/2 che indica l’intero percorso reale, 10 del 10, su 2 linee. La Provvidenziale impaginazione lo presenta a pag. 42 come il contenuto di tutto il movimento
Questo è il momento decisivo della storia narrata in questo libro. Tutto dipende dalla scelta di Mariannina. Lei è stata costruita come una madonnina che ha avuto dalla Madonna tutte le sue virtù chieste da lei e da sua madre. Ora, avuto il suo figlio come un dono se lei se ne approprierà, traendo a motivo la sofferenza che gli sarà costato per allattarlo, degraderà se stessa a livello di tutti gli uomini che accampano diritti, di fronte a puri doni di Dio. A quel punto Dio porterà Romano in Paradiso. Il bambino, con tutti i Santi cui è stato affidato non può avere un brutto destino. Resterà nel mondo e sarà come un nuovo Gesù umano solo se la mamma accetterà di essere una madonnina umana capace di allevarlo nei sani principi. Il destino di Romano dipende da sua madre e da chi lei desidera essere: una donna disposta ad affidarsi alla Provvidenza di Dio o una che desidera amministrarsi a suo piacimento.
Mariannina sentiva che ora Dio la stava punendo, per insegnarle che vita e morte non sono scelte veramente possibili, veramente attribuite alla persona; anche se tuttavia così Dio lasciava credere, nella realtà dell’apparenza, affinché tra il desiderio di fare e il fare, calati in un divenire apparente, ciascuno sembrasse poi essere libero, avere responsabilità. E sentiva che questo era fatto per saggiare il cuore, la sua coscienza libera, affinché scoprisse l’esistenza del suo stesso Creatore e si rivolgesse a lui. Solo questo desidera davvero, il Creatore che aveva dato vita all’essenza di lei: che ella la riscattasse da se stessa e s'accorgesse liberamente di Chi l’aveva creata e sapesse come ogni evento dipendesse da Lui… Quindi lei, Mariannina, doveva chiedere aiuto al cielo, pregare intercessioni, se voleva avere un disegno più gradito a se stessa. All’uomo era proposta ogni possibile dinamica perché egli rifuggisse da quella oggettiva (la trama della vita) e abbracciasse quanto in essa ci fosse di vero ed essenziale: la dinamica soggettiva (l’essenza che dà vita a quella stessa trama) 42.
42. Mariannina, rientrata a pieno nei panni della santa madonnina umana, rigettò Satana dal suo cuore e si rese disponibile alla volontà assoluta di Dio ed assolutamente da rispettare. Costi quel che costi. Dio e la sua volontà era il Signore. Lo aveva nuovamente riconosciuto ed accettava di gradire solo il bene e l’amore per tutti che Egli gradiva, facendo splendere il Sole su tutti e non negandolo ai presunti cattivi. Si accorse quanto fosse cattivo l’uomo quando diventa arrogante e fa figli e figliastri, santifica alcuni ed altri ne brucia come indemoniati: 10.000 sacrificati (ma a Satana, non a Dio) dalla “Santa” Inquisizione di Thomas Torquemada nella sua vita, “Inquisitore Generale le della Castiglia”, un gran Sacerdote che aveva assunto quell’arroganza! O, no! No, occorre mitezza, occorre fiducia, dare l’altra guancia a chi ti schiaffeggia, affinché capisca che non sei un nemico che l’ha sfidato e che gli vuole impedire i gesti liberi. Solo così, se riuscirà a capire chi veramente sei, ti abbraccerà, finalmente! Devi rispettare anche i cattivi. Solo così possono diventare buoni… se non li contrasti. Se lo fai s’incattiviscono ancor di più. E se l’imbrigli con la forza, ti verranno contro con più decisione, perché tu stesso confermi la validità di quei metodi assurdi. Ma chi oggi pensa che ciò vada fatto? Oggi l’uomo è cotto a puntino da Satana e crede che occorra la forza. Occorre un nuovo San Romano, che s’opponga alla cottura dei santi… giacché tutti gli uomini sono santi in potenza. Lo sono, se si riesce a tenere sotto controllo le lusinghe indotte dai Valori Sbagliati. Ecco cosa avevano fatto, la madonnina e il suo Spirito Santo terrestre: un nuovo e piccolo Gesù terrestre affidato a quel Santo Celeste. Ma non solo: lo avevano affidato a San Pietro e Paolo martiri nel giorno in cui il bimbo era nato. San Romano martire doveva proteggere quei martiri! Poi lo avevano battezzato ancora Antonio, Anna e Torquato. Gli avevano dato 5 stupendi Santi protettori, e il Battesimo valeva, era un vero affidamento e non una barzelletta! Quale barzelletta, con quelle figure morte tutte e sacrificate in seguito all’amore di Dio?! Già entrambi i genitori erano idealmente idonei, per come essi stessi erano affidati, ma questo figlio aveva veramente di tutto per essere la grande speranza del Cattolicesimo. Dio però aveva deciso di sacrificare questa speranza. Il piccolo Romano stava per morire e con lui la stessa opportunità di riconoscere veramente Dio nella sua Ragione Vera, quella che – unica – può essere opposta umanamente alle regioni povere di Satana, affinché il Maligno sia esorcizzato del tutto e resti definitivamente sconfitto. O, non una sconfitta con la forza! Con l’Amore. La Chiesa, ammaliata da Satana, lo immagina, invece, vinto con la forza e relegato all’Inferno, come eterna giustizia dell’Amore! Oh, no, non così! Non così!
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43 è in Assoluto il relativo 40/3 che fissa il volume, come un moto bloccato. Nella pag. 43 finirà, coerentemente a questo Codice, tutto l’impedimento possibile.
44 è la realtà della realtà! E simile è il senso profondo di questa pagina 44, emblematica, dello Spirito
A Felitto c’era un medico solo, che aveva cura dei 2.000 abitanti circa del paese, e faceva, per il piccolo Romano, quello che poteva, in pratica nulla di veramente efficace. Così io, l’osservatore, vidi peggiorare tutto, della mia persona, a vista d’occhio; e tutti videro nello stesso modo: un bambino che stava morendo. Oh ripeto, non sto parlando di me! Romano è una pura storia, inventata da Dio. Io non ne vado orgoglioso, io la sto solo animando e interpretando, perché sembri esistere. Anna era entrata in crisi profonda: aveva scelto, con tutta se stessa (anche con la parte veramente libera), che quello fosse l’unico figlio ed ora il Signore glielo portava via, per dare una lezione a quella parte libera. Era una durissima lezione, un vero castigo di Dio contro il suo desiderio d’opporsi all’avere altri figli, quando il disgusto, per il suo dolore, aveva prevalso sul gusto, d’una sua nuova maternità. (Vedete? La Provvidenziale impaginazione, attuata dal computer casualmente, non è affatto casuale. Tutto in questa pagina richiama all’impedimento)
Lo stesso Satana va trattato con amore, affinché capisca. Perché egli capisca, egli così assolutamente perfido, occorre un Amore assoluto e Dio ce l’ha. Satana non resisterà a Dio e Dio lo perdonerà. Sta cercando di farlo convincere, gli sta dando credito, anche a lui. Veda se gli conviene essere il Re di un Inferno, quando esiste un Paradiso, in cui anch’egli può entrare pentito. (L’impedimento espresso in questa pagina diventa anche quello di Satana a opporsi a Dio) Ma non la conoscete la parabola del Figliol Prodigo? E quale Figliol più Prodigo ci potrebbe essere, che Satana stesso, pentito, infine torni a servire presso Dio? Satana, negazione in assoluto, ha il nulla in assoluto. Si accontenterebbe del poco che ha ciascuno dei viventi! E infierisce, cercando di prendere da ciascuno quel poco di bene che ciascuno ha avuto. Non può. Satana nega il bene e quel bene, finito nel suo possesso, è bene nuovamente negato. Satana non è un pazzo. Solo un pazzo scambia il male per un bene. Dunque Satana va convertito, va esorcizzato e ci vuole San Romano, armato del crocifisso, che è l’atto più buono fatto da sempre. Lì Satana non può più, ed abbandona l’indemoniato. Ma è un abbandono limitato. Egli si sposta, va da un’altra parte, entra nei maiali e scacciarono Gesù per averli spostati in tal modo. No, Satana non va spostato: va vinto, va superato. (L’impedimento di Satana va sublimato) E va vinto con la Ragione Vera ed Assoluta: che finalmente la riconosca. Egli semplicemente è talmente povero dei valori buoni che non li conosce: bisogna amorevolmente insegnarglieli. Non occorre fare la guerra neppure a Satana, ma convincerlo, armati dal sacrosanto amore di Dio. E sarà vinto! E la speranza sarebbe stata proprio questo bambino, questo Romano Antonio Anna Paolo Torquato Amodeo che Dio stava per togliere di mezzo se la sua madre, la madonnina, non era pura, non rinnegava prima Satana. Un’anima assolutamente pura non più nascere da una che non lo sia in tutto. Sarebbe un compromesso e Dio non li vuole. O Romano nasceva da una madonnina vera, seppure umana, o ne avrebbe messo in piedi un altro e non sarebbe stato egli il nuovo piccolo ed umano Gesù. Ecco, la libertà! Se questa Mariannina, alla quale Egli aveva dato la libertà di essere se stessa, non desiderava liberamente di essere interamente di Dio, il Potere assoluto di Dio ne avrebbe tenuto conto, e sarebbe toccato, un giorno, ad un altro bambino, di essere il nuovo Gesù, che avrebbe convinto gli uomini, usando la loro stessa lingua: la Ragione. Dio aveva imposto ed esposto le cose chiaramente, con la Fede, ma gli uomini poi usavano la loro ragione e l’usavano anche quelli che si credevano fedeli, tanto che nessuno lo era poi fino in fondo. Ciascuno pensava di dover fare il diavolo a quattro per salvarsi, quando bastava solo lasciarsi fare ed accettare ogni cosa con amore, essendo miti e buoni con tutti, fino ad essere disposti a morire, ciascuno per il bene dell’altro.
Per l’ottima abitudine contratta, d’invocare sempre la Madonna, fin da piccina e per tutti i “Madonna!” invocati da lei, mentre aveva allattato soffrendo, cominciò a pregare così, mettendoci dentro il massimo dell’intenzione e della compartecipazione: “Madonna, tu hai provato che cosa significa perdere un figlio innocente. Mia è la colpa, l’ho capito. Dunque non serve più questa dura lezione di Dio. Mettiti nei panni di mio figlio, come se fosse il tuo Gesù. Vedresti che lui, a differenza di Gesù, morirebbe senza più un motivo, perché io ho già capito”. (La realtà della realtà di un inutile castigo) Se fossero state solo parole vuote di desiderio, se l’anima d’Anna non avesse riempito di Sì! Sì! Sì! quei concetti, attraverso il gusto estremo per quei pensieri, che credeva di fare lei (e non era così, lei era una semplice Paperina, come ogni storia della vita), non sarebbe giunta a toccare personalmente il cuore stesso di Maria, la Madre di Dio. Ella è riconosciuta grandiosa così, come Addolorata, solo nel Cristianesimo di Roma. Dio è questo che vuole, in ogni modo: che si riconosca questo attributo a Maria, chiamata Madonna, Mater Domini, Madre di Dio. Così Dio ascolta il cuore della Madonna e crea una trama virtuale, nel mondo, secondo la quale Maria appare intervenire, più d’una volta, in soccorso dell’umanità sofferente. Anche questo è un Cartone Animato da Dio, perché Dio è l’animatore in assoluto d’ogni cosa che si veda esistere ed accadere. Non siamo noi che esistiamo… è Dio! Dio è il motore dell’esistenza. In questo suo disegno, Gesù è il Figlio unico nel quale Egli si è compiaciuto, è il Figlio dell’uomo e di Dio, per come Dio stesso può essere presente, come creatura nel suo stesso creato. Ma anche Gesù è un Personaggio di Dio, come la Madonna, come i Santi, che hanno potere solo perché Dio li disegna così! E in questo modo ha disegnato anche Romano… uno che non c’è, ma è solo un disegno, fruibile poi da tutte le anime, esattamente come tutte le altre figure, sante o meno che siano state disegnate. (Questa finita qui è la realtà della realtà profonda degli uomini Santi di Dio) Preghiere intense, continue, d’Anna; candele, perennemente accese, all’altare a Lei dedicato, nella Chiesa vicino alla nostra casa a Filitto (così pronunciano Felitto, come fosse il luogo stesso dell’essere afflitto). Pensieri e gesti tutti confermati da Sì! Sì! Sì!, espressioni veramente libere della sua anima. Tuttavia erano preghiere e gesti che sembravano del tutto inutili: tutti vedevano peggiorare a vista d’occhio il mio personaggio, finché, una mattina, parve ai due genitori che egli stesse proprio per morire. Già alle 7 dell’alba Peppina, la giovane domestica, era corsa a chiedere l’intervento urgente del dottore… che non aveva certamente molto da fare in quel così piccolo paese. Quando, verso le sette e mezzo, sentirono bussare alla porta, gli Amodeo pensarono che egli fosse finalmente arrivato. Si trovarono invece davanti una delle bimbe cui Anna insegnava, alle elementari, e la madre di lei, che, chiedendo scusa per il disturbo, raccontò che era stato impossibile resistere all’estrema determinazione della giovane figlia, per un compito, veramente importante, che lei sentiva d’avere ricevuto in sogno. « La Madonna mi ha detto – esclamò la piccina – “Mi fa tanta pena il figlio della tua maestra. Domani, quando ti svegli, vai a casa di lei e dille di non temere più, perché ci penserò io! In cambio di un’ultima candela sul mio altare”. » (Ecco la realtà della realtà di tutto quanto toccato al personaggio Romano! La Provvidenza l’ha collocato in questa pagina essenziale!)
I genitori del piccolo moribondo ringraziarono, rammaricandosi in cuor loro – forse – che non fosse stato il Dottore a suonare alla porta. (La realtà della realtà umana del “fai da te”)
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45 è l’angolo che ha per tangente trigonometrica 1 e mette a fuoco la materia perfino del velocissimo elettrone. La pag. 45 mette a fuoco tutto nello stesso modo
46 è tutto lo spostamento delle 4 dimensioni reali sulle 50 del moto pieno, 25, della presenza 25. La Provvidenza, che ha sapientemente impaginato questo testo, inserisce tutto il percorso in questa pagina.
Forse si leggeva, nei loro volti, la delusione, tanto che la donna ritenne d’aggiungere: “Ho chiesto a mia figlia se ieri eravate a scuola e lei mi ha detto di sì. Allora le ho detto che non c’era bisogno di venire a disturbarvi fino qui, a casa. Ma non c’è stato verso: la Madonna le aveva detto di venire proprio qui … perciò, Signora, scusatemi, scusatemi del disturbo!” e se ne andò, trascinandosi dietro quella figlia sua che l’aveva messa in quel bell’impiccio.. Ma se la bambina non lo avesse fatto, aspettando di dirlo a scuola alla sua maestra, non lo avrebbe potuto; quella mattina non lo avrebbe potuto, e poi Romano, anni dopo, non lo avrebbe saputo e non avrebbe assunto coscienza di sé. (Non avrebbe messo tutto a fuoco)
Papà e mamma non dimenticarono quell’episodio. Molti anni dopo lo raccontarono a Romano. Egli accolse il racconto come una favoletta che gli sarebbe piaciuto se fosse stata vera. Solo con il tempo, vista tutta la sua vita, vi riconobbe una regia indiscutibile che toglieva di mezzo ogni dubbio. (Regia del percorso) Il sogno di quella bambina doveva corrispondere a verità, perché davvero la sua vita era divenuta una missione potente, per imporre, al mondo, il Cattolicesimo che sostiene i Sacramenti, i Dogmi e Maria 43. (Egli, persona reale, aveva oltrepassato il raggiungibile!)
Gli Amodeo restarono in trepida attesa del medico, con quel figlio che stava ormai chiaramente respirando sempre più a fatica ed ogni volta, forse, il suo ultimo respiro. In quel momento, che Anna lo abbandonasse per correre in Chiesa, doveva apparire a tutti – ed anche a lei – il rischio di una cattiveria, per essersi allontanata e non essere stata più lì, se fosse giunto il momento, estremo, dell’ultimo battito del suo piccolo cuore. Ci fu una lotta interiore, ma Anna sentì prevalere la fede: desiderò che fosse vero il sogno della sua scolara e la donna lasciò lì, il bambino, alle cure del marito. (Mise tutto perfettamente a fuoco: era vero e doveva crederci!)
Percorse le due rampe che portavano alla Chiesa del paese, accese non una ma sei candele, all’altare della Madonna e le fiammelle filavano, filavano in alto, in un modo così deciso che i pochi presenti osservarono – si seppe in seguito – che se la maestra stava chiedendo una grazia per il figlio, quello sembrava il segno, molto evidente, d’un Sì! Sì! Sì! Sì! Sì! Sì!, affermato sei volte. Tornata come un lampo a casa, Romano era ancora vivo “Ma il dottore perché non arrivava?” (E mise a fuoco quanto poco il medico credesse di poter ormai far qualcosa di valido per lui) Ci volle ancora un tempo senza fine, in cui speranza e delusione giocarono a rimpiattino e finalmente – verso le undici – il dottore si degnò d’arrivare, con ben quattro ore di ritardo, rispetto all’appello disperato ricevuto, alle sette del mattino, d’accorrere in soccorso del piccolo morente. Ma che ci poteva fare lui? (Aveva messo bene a fuoco quanto sfuggisse al suo potere!) Aveva tardato così perché era talmente persuaso, che il bambino fosse spacciato, che non voleva assistere, del tutto impotente, egli, il medico, al decesso del suo piccolo paziente. Il Dottore si sorprese molto di trovarlo ancor vivo, ma – appena lo vide – non temette più che gli morisse davanti, tanti sintomi aveva, in sé, d’una prodigiosa ripresa già avvenuta, già chiaramente in atto: “Questo bambino ha incredibilmente superato la sua crisi mortale. Ora vedrete che tra qualche settimana sarà del tutto guarito!” (Aveva messo bene a fuoco il miracolo!). Fu così. (Aveva messo bene a fuoco quanto da quel momento in poi sarebbe accaduto)
Ci fu poi lo stesso un lungo periodo di cure ricostituenti: fiumi d’olio di fegato di merluzzo, centinaia di iniezioni e una cura del sole di cui è restata memoria per le foto di Romano nudo, che passeggia, sulla piccola terrazza. S’era ammalato a causa di Peppina, poi dissero, mentendo: gli sembrava troppa grazia che la colpa fosse stata perdonata. (Aveva messo bene a fuoco l’eccezionalità dell’evento, ma non se ne sentivano degni, ed era vero: chi lo è?)
43. Solo con il tempo Romano si accorse di come fosse diverso da tutte le altre persone: egli era restato veramente un bambino, con tutti i pregi e tutti i difetti di un bimbo. Se si scontrava perennemente con gli altri, tanto da essere accusato di essere un eterno bastian contrario, era perché aveva una differenza fondamentale rispetto agli altri. Egli credeva ciecamente nella Provvidenza di Dio, che faceva veramente tutto e non solo alcune cose, quelle ritenute eccezionali e secondo le quali poi solo “Dio vede e provvede.”… come se intervenisse solo eccezionalmente in aiuto. (Egli, persona reale, aveva oltrepassato il raggiungibile!) No, tutto era fatto da Dio. Perfino il pensiero. Tutto ciò che accadeva, distribuito nel tempo di un apparente divenire, era un essere per frammenti uguali e distinti, e nessuno diveniva mai un altro, ma ciascuno era sempre sostituito da un altro, in una pura visione relativa. Una scoperta fondamentale, perché, su quella base, è poi possibile costruire un castello di conseguenze che portano alla libera accettazione o al rifiuto secco, fattibile solo in base ai desideri e ai gusti liberi della singola persona. Giacché Romano arrivò a verificare esattamente il vangelo di Gesù, per come integrato dal Cattolicesimo, capì che il così tanto temuto contrasto, tra Fede e Ragione, sarebbe stata una questione puerile, inconsistente, quando, alla Fede cieca, si fosse sostituito lo stesso Dio, espresso dalla Ragione vera, capì che, in base alla Ragione vera, tutte le Fedi avrebbero potuto scoprire l’unica vera. In che modo? (Percorso per imporre il Cattolicesimo) Semplice: Amodeo era arrivato a capire che la vita eterna altro non era che la somma di tutte le vite facenti parte dell’Opera Omnia di Dio Creatore. L’al di là era l’al di qua riveduto e corretto. In esso io posso superare il mio io e immettermi a vivere un’altra trama di vita, come adesso vedo quella affidatami da vivere, ed animare d’interpretazione. Io supererò il mio limite attraverso ciò che è accaduto al mio prossimo. Ma se, nella vita reale, non esistono la Confessione e la Comunione, io non potrò avere perdonati i miei peccati e non potrò personalmente mettermi in contatto con l’essenza di Gesù. Potrò ottenerlo tramite l’esperienza altrui, ma la mia diretta no, e quello sarebbe un limite per la mia persona, anche se non per la mia anima. Pertanto è perfetta quella religione che contiene Confessione e Comunione già nei gesti della vita reale. Nel mio Paradiso non può entrare la Comunione della mia persona con Cristo, se essa non è vi stata immessa come un preciso Sacramento oggi dalla Chiesa abilitata da Pietro per delega di Gesù. Ecco perché quello che la Chiesa lega sulla Terra è poi legato nei cieli! La Chiesa che rispetta la delega data a Pietro è perfetta e attua su questa Terra l’indispensabile permessa perché ciò sia esistente anche nei cieli. (Percorso che autorizza il Cattolicesimo) Per questo nella Bibbia si parla di un Paradiso Terrestre, da cui l’uomo si è staccato quando ha volontariamente tradito un ordine di Dio.
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Sulla pagina 47 ci sarà il volume del moto libero, mancando 3 al 50 che è il moto di 25 (del presente) nel 25 (il presente)
48 indica la realtà complessiva da –4 a +4, e riguarda questioni dello spirito, perché 2 dimensioni appartengono allo Spirito, allo stesso modo che un piano, avente la sola superficie e nessuna profondità è solo una pura idea.
Per questo la Terra può ritornare ad esserlo, quando l’Ordine di Dio sarà restaurato, ma non come fatto nell’Inquisizione: con la bontà, la carità, la mitezza, la fede in Dio Fattore e nella sua Assoluta provvidenza. Per farlo realmente occorre che questo Ordine sia ragionevole. Dopo il primo momento, in cui Dio ha preteso di essere seguito come da bambini, che credono ciecamente nei genitori, è finalmente arrivato il momento colto e maturo, in cui Dio appaia per quello che è: la Ragione Vera. Dio non è Fede dell’esistenza, è la sua Ragione stessa. (Dio è il volume del moto libero) I mezzi messi in mano ad Amodeo sono stati così potenti che Amodeo, alla fine, si convinse: la sua vita era un vero miracolo ed una cosa veramente unica. Come se Gesù fosse ritornato sulla Terra e nelle vesti umane, del tutto umane, giacché l’uomo doveva arrivare a Dio e poteva farlo, ora, camminando interamente sulle sue gambe… ma solo per voler di Dio. Non diffidò di se stesso, Amodeo. Era consapevole di essere niente e nessuno e che tutto era accaduto meravigliosamente calatogli dall’alto. Per di più non se ne sentiva e non ne era degno. Non ne era all’altezza…, ma se Dio aveva deciso così, certamente stava bene così: voleva dimostrare il suo miracolo di far diventare un genio un vero bambino imbecille. (Dio era il ragionevole motore di tutto) Ora un discorso veramente riscontrabile avrebbe richiesto conoscenza esatta e precisa di tutto. Era ciò la stessa ragione di questa storia, fatta scrivere da Dio a lui, in apparenza, sulla sua vita. Ove tutto apparisse: la debolezza dell’uomo, la sua vanagloria, il suo essere veramente poca cosa. Ecco allora il perché di tutta una spiegazione dei sentimenti provati, della loro povertà, delle lotte fatte, contro se stesso e la sua natura e non solo contro quella altrui. Chi avrà occhi per vedere vedrà. (Che Dio è il ragionevole motore di tutto) Chi non vorrà udire non udrà, perché non c’è miglior sordo di chi non vuol sentire, neppure davanti a fatti così eccezionali come quelli trattati in questo libro, che si occupa anche di scienza, per dare materia valida, di riscontro esatto, alla scienza. Questa è una nuova via di evangelizzazione, non alla Scientology, ma a partire dal vangelo preciso di Gesù Cristo, nel preciso contesto del cattolicesimo dei Papi di Roma. È la via fornita da Dio miracolosamente, attraverso un miracolato che, se sua madre non avesse scelto per la purezza, il piccolo Romano sarebbe morto come una persona qualunque. Poiché la madonnina terrestre rientrò nel suo personaggio virtuale, toccò anche al sopravvissuto Romano di entrarvi come un virtuale bambino Gesù terrestre, sostenuto dalla Ragione del Santo Spirito, per divenire l’esorcizzatore di Satana e la speranza del Cattolicesimo di Maria, consorte del Santo Spirito. Coraggio, Cardinal Tettamanzi! Anche tu sei solo un’anima che sta vivendo i gesti di un personaggio virtuale. Il tuo diverrà Papa Giovanni Paolo III nel 2.004 e si occuperà proprio lui di ciò. (Perché Amodeo inserisce questa “pazza” profezia, del Tettamanzi come Papa? La sua tesi si poggia sulla scienza… Come mai questa follia della ragione, che rischia di compromettere la credibilità delle sue molto serie argomentazioni? Lo fa giacché egli ha ricevuto le verità scientifiche esattamente come questa “apparente follia”: per pura rivelazione! E non si lascerà intimorire dalla ragionevolezza o dal timore, perché il suo compito non è di giudicare cosa sia prudente o no di dire: egli non è un opportunista! Sente in se stesso il bisogno sovrumano di affermarlo e l’afferma senza timore di smentite... Tutto quello che egli ha scoperto – ed è vero, credetegli! – egli non l’ha fatto da sé, allo stesso modo: lo ha ricevuto per pura rivelazione… Amodeo va incontro ad una possibile mortificazione di tutto quello che egli ha scritto, così come i cristiani andavano a farsi sbranare dai leoni, credendo che in tal modo avrebbero avuto la vita eterna! (Dio è il motore libero) C’è ancora oggi chi lo creda? Uno c’è: Amodeo. E va incontro, nello stesso Spirito Santo, alla sua mortificazione, se questa notizia dettatagli, affinché egli la dicesse, non dovesse risultare vera. Lo fa perché la vita gli ha dato estrema fede in una esperienza tutta sua sola e così piena di segni anormali e straordinari, che non potrà essere altro che come fattogli sapere… Poi chi vivrà vedrà! Forse Dio vorrà mortificarlo. E, se lo vorrà, Dio farà bene! Dio solo farà come vorrà, come sarà utile e come sarà meglio che sia. Amodeo non ci tiene ad essere un profeta, ma solo lo strumento che Dio vuole che egli sia, e ora, sentendo di dovere scrivere, scrive, sotto dettatura, e non sta a preoccuparsi di cosa avverrà.
Amodeo ha infinita Fede nella Divina Provvidenza! E se Dio vorrà che appaia come uno con molti limiti, farà bene: egli li ha!) (E’ la sua realtà complessa) Cardinale Tettamanzi, già incontrasti Romano Amodeo, che stava cercando il Papa e trovò concretamente te, colse te a Cogliate, nel settembre del 1999, quando ti mandò anche il libro “Se Gesù parlasse oggi in parabole”. Incontrò con te il Papa del futuro: dal 2.004. Dietro quell’incontro del 1999 c’era sotto tutto un disegno, ed è questo: profezia. Le cose scritte dal personaggio Amodeo sono scientificamente impeccabili, ma incomprensibili per chi parte solo dalla Fede e non conosce le ragioni scientifiche. (Nel riquadro la realtà complessa da sviscerare) Vedi, futura Santità, Satana inganna gli uomini perché gli mostra l’effetto, nella fisica oggettiva e non la causa essenziale. Così l’uomo credette a lungo che il Sole girasse attorno alla Terra, finché Galileo (al quale il Papa Santo di adesso ha chiesto scusa) non dimostrò che era il soggetto vedente a girare in senso inverso. Ma devi sapere che l’avanzamento (nell’apparente futuro del tempo) è in assoluto una retrocessione oggettiva, indotta come l’effetto apparente… da Satana: un imbroglione! Ed è così perché il nostro “io”, sta già salvandosi ed andando alla radice di Dio, collocata nell’estremo passato del “Fiat lux”. Il nostro io, con la sua essenza, sta andando di là e il Diavolo ti mostra l’effetto antitetico, del corpo che va alla sua morte! Quando l’uomo capirà scientificamente questo che cosa significa, tutti dovranno credere nella risurrezione, perché è già in atto! E la verità di Satana sarà finalmente esorcizzata ed Egli non si potrà più permettere di cuocere a fuoco lento i Santi come San Lorenzo e tutti gli uomini, tutti altrettanti Santi, nella loro anima assolutamente pu ra! Un puro punto di vista, così piccolo da non poter contenere nessuna impurità! Se non hai compreso questo, Dio allora vuole aiutarti a capire, o prossimo Papa, facendoti sapere (prima che accada) che cosa accadrà! Affinché poi tu abbia fede certa e poi faccia studiare con attenzione quello che Amodeo ti ha scritto, sotto dettatura di Dio. Amodeo ha scritto tutto sotto la dettatura dei Santi Romano, Antonio, Anna, Paolo e Torquato, Santi di Dio e resi tali dal Cattolicesimo di San Pietro, testata d’angolo d’una vera delega data a Roma: il potere ai tempi di Gesù trasformato in potere religioso. Roma è la Gerusalemme cui il Vignaiolo affidò la raccolta, dopo che coloro ai quali l’aveva concessa prima ne uccisero il figlio! L’Italia è la nuova vigna. La stessa lingua italiana è ideale! L’intelligenza di adesso è chiamata mente, e mente davvero, con le menzogne di Satana, che fa scorgere gli effetti opposti alla causa: la potenza di Roma anziché la bontà dell’Amor. Chiama l’individuo io, un Dio cui manca solo la dimensione D di Dio. Non a caso Dante Alighieri è uno dante ali ai lunsinghieri pensieri, che scrisse la Divina Commedia, ed essa è veramente tale. È un Dio allegro, che gioca perfino con i nomi, come il tuo, caro Tettamanzi (tettarella messa innanzi da Mariannina). Roma, fu chiamata così da Dio in quanto sarebbe stata, oltre che Amor, anche l’Orma, il Ramo, l’Armo, l’Aroma… dei SS. Pietro e Paolo, martirizzati lì. E Voitila lo chiamò così perché aprì al Voi di là, un Papa che avrebbe aperto all’al di là spiegato dalla Ragione. Non pensi al Papa Pacelli durante la II guerra Mondiale? al Papa Roncalli come ad una ronca collocata sopra (on) le calli di Roma a riaprire alla Bontà? Al Papa Luciani come a luci che lucìan… (per Maria) se Dio volesse o avesse voluto così… A Papa Montini, uno che ha aperto al mondo e alla vendemmia nei tini, poi, del Voi di là che sarebbe venuto dopo lui. Ecco la storia della salvezza: “la pace falcerà i colli di Roma, appena nella luce, e montagne d’uva nei tini e il Paradiso terrestre grazie al seno di Mariannina”. Essa è scritta profeticamente nei cognomi dei Papi: la “pace”, “ronca” sui “colli” (di Roma), che (appena) “lucìan”… e un “mondo” (d’uva) nei “tini”, “Voi di là” e, “anzi”, il “seno” di Mariannina (la madonnina, madre di Romano)! Se volete ridetene! Dio finalmente si vuol far conoscere anche come un grande burlone. Giacché la morte cesserà infine d’impaurire e tutto sarà una Divina Commedia, composta ad arte, per la nostra libera interpretazione e lo dirà il figlio di Mariannina! In quanto a costui, egli non dice niente da sé e lo riconosce, non si dà nessunissima gloria. Alla mia anima sarebbe potuto toccare di impersonare Barbablù… e non sarei stato meno amato: Satana è stato fino a questo punto… esorcizzato dal San Romano, primo angelo custode di Romano Amodeo (che ne ha poi altri 4… e che Santi!) Dovrebbe essere un genio infinito, il personaggio di Amodeo, per avere scoperte tutte le verità che sta svelando, nella fisica e nella metafisica delle relazioni assolute. C’è sotto la mano di Dio e di tutti i suoi Santi… e lo vedrete. Se non in questo mondo, nell’altro, quando a tutti apparirà la verità: che siamo in un disegno assolutamente obbligato… se ciascuno se ne andrà a nascere esattamente dove e come nacque.
49
50
49 è 7×7, ossia il piano delle libertà. La pagina 49, è tutto il cammino di 1, nel 50 che è il verso singolo e reale, dei 2 che valgono 100 e sono il “centuplo quaggiù” promesso a tutti da Cristo, oppure l’intero avanzamento 25 della realtà ¼ di 100. Ed è quanto lo Spirito Santo impaginatore di questo libro, scritto a riguardo della sua vera realizzazione umana, ha espresso in questa pagina 49. Tutto il cammino dello Spirito Santo di cui sarà stato pervaso Romano porterà alla realizzazione in Terra del Paradiso Terrestre.
La pagina 50 è vuota di racconto… Riguarda solo questioni dello Spirito. Perché? È così perché essa è l’affermazione di un puro momento di svolta, di trapasso, tra un prima e un poi che non hanno durata. È come un volume che non abbia “tempo”, ossia denominatore, in assoluto. Il 50 che si realizza nel tempo unitario, è 50/1 e, in assoluto, si avvale di 51 entità, e le troveremo nella pagina a lato, che presenta, in atto unitario, il primo limitato obiettivo dello Spirito di Romano: la Santa Famiglia dei suoi affetti personali. È una estensione di 33 anni, quanto la parte intera di 100/3, ossia del “Centuplo quaggiù” promesso dallo Spirito di Gesù, uno Spirito che è pari ad 1/3 della Trinità di Dio e durerà in vita vera 33 anni. Gesù promette all’uomo la casa dei suoi affetti terreni, perché mette l’uno contro l’altro, padre contro figlio, figli contro genitori… il tutto in una gara appassionante, che deve portare a riconoscere la priorità dell’amore rispetto a quella del rispetto per la giustizia. La vita di questo vero Figlio di Dio sarà necessariamente tragica, nella sua fine, perché Gesù deve impersonare il dramma dell’uomo, tradito dagli amici ed ucciso veramente dalla sua Chiesa. Ma deve farlo vedere, poi, superato, in una vera risurrezione. La vita di Romano supererà questa fase di 33 anni. Coinvolgerà, nell’assoluto rispetto dei valori della prima vera, anche quell’ 1/3 del “centuplo quaggiù” che riguarda lo Spirito Santo di Dio: altri 33 anni. In essi la presenza non sarà più vera e reale, ma “immaginaria”, “spirituale”, una vera e propria “invasione spirituale”, dello Spirito Santo, nello Spirito personale di un uomo che lo abbia appassionatamente cercato in tutta la sua vita e che Dio abbia voluto così fosse: riempiendo la sua esistenza di una quantità impressionante di segni: l’ultimo dei quali la capacità “profetica”, la conoscenza del cosiddetto futuro. Così Romano, il doppione di Cristo (nel senso dello Spirito Santo assunto in sé), morirà per il mondo a 66 anni (forse solo “spiritualmente”, realmente chiudendosi in Clausura) e risorgerà, egli pure. Ma solo nello Spirito Santo della sua Famiglia umana e in modo del tutto simbolico: “come” dando vita nuova a suo padre e a sua madre, ma in verità, eleggendo, in forza dello Spirito Santo presente in sé, la figura che reggerà la Santa Chiesa Cattolica, nella persona del Cardinale Dionigi Tettamanzi.. Questa morte “solo al mondo”, sarebbe secondo l’idea che a Romano fosse concessa tutta la vita, tutto il “centuplo quaggiù”: anche quell’ 1/3 che ancora resterebbe (oltre il Figlio e oltre lo Spirito Santo), per quel contatto assoluto e solo con il Padre. In questa pagina 50, ideale moto di tutta la realtà umana, a Romano sembra possibile sia destinata una vita reale di 100 anni esatti, di cui l’ultimo terzo attraverso una “spirituale morte per il mondo”. Sembra, ma in ciò non c’è alcuna capacità di scorgerlo attraverso segni. Tutto quanto di dissimile fosse scritto in altre parti del libro, in quanto alla certezza, è superato da questo che è espresso in questa pagina, pari ad ½ del 100, a quell’ “in mezzo del cammin di nostra vita” che porta gli Spiriti Eletti a riconoscere la vita come una fondamentale Divina Commedia, in cui tutto sembra ancora sia possibile, anche se non lo è. Di certo, in base ai segni, sembra esserci solo una paralisi, il giorno 25 maggio 2004, ossia 17 giorni prima che siano trascorsi i 60 giorni esatti dopo la Pasqua del 2004; forse toccherà al Papa, forse a Romano. Di certo il Tettamanzi sarà Papa 60 giorni esatti dopo la Pasqua del 2004, ossia il giorno 11 giugno 2004. Romano sarà morto il 9.6.2004, nel suo personale “Venerdì Santo” collocato 60 giorni dopo quello di Cristo, che – per dove stabilita la Pasqua dalla Chiesa Cattolica nel 2004, cioè l’11 aprile – sarà il mercoledì 9 di giugno. Questa data è collocata esattamente 500 giorni dopo il 25 gennaio 2003, in cui Romano compirà esattamente 64 anni e sono 500 giorni (la parte intera e reale di 10 3) posti come un valore unitario, di riferimento, rispetto alla pienezza del tempo che è data dal numero 64. Probabilmente dopo il 25.gennaio 2003 ci sarà da attendere un periodo finale di 500 giorni in cui il Romano “come” Gesù, sarà riferito essenzialmente a Gesù in persona.
Parte seconda Sopravvivenza straordinaria data a Romano Antonio Anna Paolo Torquato Amodeo, nel definitivo esorcismo a Satana e nell’affermazione assoluta del Cattolicesimo sulla Terra: qui ed ora il … Paradiso Terrestre.
51 attua tutto il moto unilaterale della presenza, 50/1. Nulla di più indicativo del titolo posto a questa pagina 51
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52 attua tutto il moto a 2 D (la questione puramente spirituale di un’area sprovvista di spessore), della presenza, 50/2. Questa pagina è stata impaginata vuota di testo e contiene la fotografia di Mariannina Baratta, l’umana madonnina che ha sempre avuto cure ed attenzioni tali per Romano da riuscire a farlo adottare a figlio dalla umana Madre del Dio resosi umano nel Figlio Gesù Cristo.
Il primo, limitato impegno di Romano: la sua famiglia, il suo affetto. Una promozione personale, di 33 anni, nella fede d’una vita sua e “fai da te”.
Mariannina Baratta, prima assolutamente nella vita, e poi castigata da Dio fino ad essere stata ridotta una vera idiota e ad essere messa all’ultimo posto tra tutti, interamente alla mercé di quel figlio che aveva allattato tra mille “Madonne” e che era riuscita a far adottare a figlio dalla Madonna. Lei, costruita da Dio come una vera e piccola madonnina dell’uomo, nata il 29 giugno del 1909, giorno del martirio dei Principi della Chiesa, nel Disegno ineffabile di Dio sarebbe stata la persona umile scelta a dare la sua impronta alla grande svolta che Dio avrebbe offerto all’uomo sul finire del millennio. Assieme a lei viveva suo figlio Romano, che aveva scelto deliberatamente d’abbandonare ogni avuto potere, ogni bene e ricchezza, per una vita fattiva da spendere interamente al servizio del prossimo e nel dare spazio in se stesso a Gesù. Ci era riuscito talmente bene da essere diventato egli pure un “povero Cristo”, una perfetta nullità, ricca solo, come sua madre e come Sabato, di una connaturata fede nei valori assoluti di Dio. Istintiva in Sabato, concreta in Mariannina, ed assolutamente impulsiva ed illuminata in Romano, che si buttava ormai come San Romano, per partito subito preso, nei panni di tutti coloro che vedeva ingiustamente perseguitati e cotti a fuoco lento dal Maligno. Dio avrebbe rispettato la promessa della rinascita dello Spirito Santo il 24.10.1999 nel Convegno della Fides et ratio. Attraverso 3 “ultimi delle Beatitudini”: Sabato, morto da 69 giorni alla fine del dì dell’Assunzione della Madonna; Mariannina, ai suoi ultimi 5 mesi di vita e Romano ai suoi ultimi 5 anni (l’oracolo è che morrà 2 mesi dopo il Venerdì Santo 2.004, per risorgere in Spirito con suo padre Amodeo Neo Luigi e sua madre in Dionigi Tettamanzi, Tetta materna anzi la Madonna.
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Capitolo 1
54 è un numero che indica tutta l’oggettività costruita con la velocità assoluta 3/1, perché esprime il volume di due cubi (uno positivo l’altro negativo) aventi 3 di lato, oppure di uno solo racchiuso dalla circonferenza 54, oppure l’onda, avente volume 54. Nel nostro caso avremo in questa pagina descritte tutte le questioni oggettive, tra le quali la nascita di Benito. Questa pagina, che segnala la nascita di Benito, introduce quel figlio che Mariannina non voleva ma che farà apprezzare le verità segnalate al fratello dalla Fede, quando se ne sarà convinto. Lo si osservi: questo stesso libro è un Codice, che alle pagine significative esprime gli eventi che gli corrispondono.
Il Paradiso della prima vita (1 esprime l’interezza, mentre il 53 della pagina esprime il valore assoluto del rapporto relativo 50/3 che condiziona l’intero moto 25 della presenza 25 alle tre dimensioni del volume. Nella pagina ci saranno descritte dinamiche globali)
Era il 1940 e non si erano ancora chiuse le scuole, quando Romano guarì dalla broncopolmonite ed iniziò la sua nuova vita, procrastinata dalla Madonna, che aveva detto alla scolaretta della mamma che a quel suo piccolo… ci avrebbe pensato lei, Mariannina, che aveva responsabilizzato se stessa, scampato il pericolo, tenne fede alla sua promessa fatta alla Madonna e non si oppose più al destino d’una giovane coppia, che è quello secondo l’ordine “crescete e moltiplicatevi”. Restò subito nuovamente incinta e il prossimo figlio era previsto per il febbraio del 1941. (Dinamica globale, che mette al mondo un nuovo essere)
Romano aveva per amico Gianni Ivone, figlio del padrone di casa e più grande di lui di 3 anni 44. Rammento quella volta che il ragazzo, afferrato l’amichetto per le gambe, lo lasciò cadere a testa in giù. Il bimbo si ferì a tal punto nella bocca che sanguinò a lungo e dovettero essere bevute gran sorsate di latte e sangue (di nuovo, ma stavolta il suo) per far cessare l’emorragia. Un’altra volta, mentre Romano correva dietro di lui, Gianni aprì una porta all’improvviso e il bimbo, che lo tallonava, si ritrovò la porta di taglio contro la fronte e una ferita di cui resta ancora, dopo tanti anni, la piccola cicatrice. In entrambi i casi sembrò un involontario gesto, ma tutte e due le volte fu un vero attentato alla vita del piccolo Romano. Sarà una componete costante: il diavolo tenterà più di una volta di toglierlo di mezzo. (Dinamica globale: era veramente così e ci avrebbe tentato tutta la vita e in tutti i modi) Un giorno il bimbo fu spinto a scavalcare il muro di quella terrazza, per scendere in un precipizio di molti metri. Si sarebbe sfracellato se una persona presente non l’avesse afferrato decisamente per un braccio. Aveva poco più di tre anni, come avrebbe potuto non cadere, se avesse scavalcato quel muro e si fosse messo a scendere lungo una parete senza appigli 45! Anni dopo i suoi parenti saranno tanto convinti dell’esistenza di un maleficio contro di lui che cercheranno di togliergli il malocchio.
44. Per quel gioco di enigmistica, Gianni Ivone ha una certa qual assonanza con un Giovanni Giovane e Diavolone, un misto di protezione, in Giovanni, nonno di Romano e di avversione in quell’Ivone di Ivan il terribile, diavolesco, che metterà a repentaglio più di una volta l’incolumità del suo amichetto. 45. Questo episodio è come la tentazione di Gesù fatta da Satana: “Buttati dalla torre e Dio manderà a proteggerti i tuoi angeli”. E Romano, che a tre anni non aveva poteri per difendersi, se soprattutto quella doveva essere la storia, che riproducesse le stesse tentazioni date a Gesù sull’alba del suo attivismo profetico, che poteva fare? Si inerpicò sul muro e si sporse con i piedi già oltre di esso. Quando l’acchiapparono era già con la metà del corpo calata oltre il parapetto.
Ricordo ancora solo poche cose dei primissimi anni del mio personaggio: le interminabili ricerche di mozziconi di lapis razzolando tra le montagne (per lui piccolo) di trucioli, che il falegname produceva piallando, nella sua piccola bottega, di fronte alla casa in cui abitava il bimbo. Ecco la parte buona che emergeva in lui: la scoperta dei tesori tra i rifiuti, perché quei lapis erano un mezzo tutto suo per disegnare gli scenari della sua fantasia. E rammento quella volta che Romano fu portato ad Ostigliano, al capezzale di suo nonno Giovanni… il macabro divertimento di Donna Tanina 46, la proprietaria della casa, che si faceva chiamare “nonnina” ma che intanto gli faceva mimare la posizione stecchita del nonno Giovanni, rigido nel suo letto di morte. Il 17 febbraio del 1941 Gino mostrò al piccolo figlio un grande scatolone – lo rivedo ancora, lì, con la mente, sull’armadio della camera da letto – e gli raccontò che, dentro di quello, gli avevano portato un fratellino, comprato al mercato di Salerno. Così io appresi della nascita di Benito (stavolta il nome del Duce in persona), cui fu dato il nome di Benito Vittorio Anna Vincenzo Giovanni 47. Il fratellino, attribuito a me, dal Disegno del Destino, comparve puntualmente nove mesi dopo che la madre attribuita a me, per ringraziamento alla Madonna, aveva riaperto il suo domestico cantiere, ben disposta ad un altro e doloroso allattamento. Un evento che non fu però necessario: non soffriva più allattando, anzi poté finalmente assaporare le dolci sensazioni che si accompagnano a questo dono, meraviglioso, che una mamma fa, a suo figlio, per farlo crescere. Svezzato anche Benito, Romano lo portava in giro, sulla terrazza, nella sua piccola automobile a pedali, mentre le pareti, nere d’asfalto, erano tutte scarabocchiate dai disegni che vi faceva sopra con il gesso, a copia dei disegni fatti e con bello stile dal suo primo maestro: il padre. 46. Questa donna Tanina, caramellosa, si comportò in quell’occasione proprio come il tannino, uno zucchero che serve per conciare le pelli, e stava tentando di conciare demoniacamente per le feste il mondo ideale di Romano, senza però riuscire a cambiare il bambino nella sua pelle. 47. 5 Santi protettori anche a Benito, tutti improntati all’augurio di una vittoria nella Seconda Guerra Mondiale. Ma Benito sarà un Duce ben diverso. Lo attende quello che al momento (2.002) neppure si sogna: ha sempre contrastato Romano nella sua ricerca scientifica. Orbene, quando la profezia fatta da Romano confermerà la bontà delle verità delle sue molte affermazioni avute per pura rivelazione, s’impegnerà a studiare quanto scritto dal fratello e, superdotato d’intelligenza, forte della sua laurea in fisica, farà riconoscere le verità portate alla scienza dalla Fede, e si prenderà un Nobel in Fisica, dato a lui e alla memoria del fratello. La data del 17.2.41 sarà letta da Romano come un dono, fatto a Mariannina, del 2° figlio, per il sacrificio fatto da lui: di avere sorpassato, di 17 giorni, il digiuno di 40/1 giorni (in assoluto 41) fatto dal Cristo
55
56
Con 5 che indica tutto il moto in un verso che esiste nel ciclo 10, il 55 lo attua in due cifre, ed è il moto del moto, la passione, o addirittura la corsa, come si vede nel testo.
La pagina 56 aggiunge il complesso da –3 a +3 al 50 che indica tutto il campo a senso unico. Nel significato della pagina 56 troveremo un riassestamento complessivo.
Molti di questi ricordi si sono conservati grazie alla passione di Luigi Amodeo per la fotografia. Aveva acquistato una Rolleikord, ne andava fiero ed aveva inventato e costruito una macchina per stampare le fotografie, ingrandite mediante la stessa lente di quella macchina. Era un trabiccolo di legno, dotato d’un soffietto a tenuta di luce, nel quale era infilata la macchina fotografica, dopo che le era stata rimossa la parte retrostante, quella che occorreva aprire per il caricamento dei rullini 6 per 9. Facendo andare su e giù il soffietto, realizzava gli ingrandimenti che voleva e che poi distribuiva ad amici e partenti, fiero del suo risultato. (La passione)
Questo episodio, dell’autonomo e straordinario apprendimento della lettura, che all’apparenza potrebbe essere giudicato insignificante, ha pesato invece in un modo grandissimo su tutta la vita di Romano, anche per quanto riguardò la sua formazione. (Vedete?
Qualche rara volta Peppina Mollo, la domestica che era stata incolpata di aver fatto ammollare (ammalare) Romano, lasciandolo in ammollo, al freddo della terrazza, in una giornata troppo fredda, e che chiamava “Don Romano” il bimbo, in segno di rispetto, si recava a casa dei suoi parenti ad Ostigliano. Il piccino, molestato da Satana e reso piuttosto irrequieto, incosciente del pericolo e perfino irresponsabile, era portato, per precauzione, da sua madre, con sé a scuola, affinché se ne restasse buono e tranquillo a giocare in fondo all’aula, mentre lei insegnava alle elementari l’abc della scrittura. (La sfrenatezza) Erano in verità rare e distanziate volte, che non duravano che pochissimi giorni. Così, una mattina, uno dei giovani allievi stentava a leggere una frase scritta sulla lavagna… e il piccolo Romano, dal fondo dell’aula, esclamò contro di lui uno spazientito “Ma come sei scemo!” di cui fu immediatamente rimproverato dalla mamma: “Come ti permetti? Credi che sia facile?” “E che ci vuole?!” “Allora provaci tu!”. Ricordo che Romano lesse la frase con naturalezza. Era stato capace – mettendo assieme quelle rare occasioni sparse qua e là per apprendere – d’imparare da solo a leggere! Fu per i genitori una vera meraviglia, perché non riuscivano a comprendere come il piccino fosse potuto riuscirci, con così pochi e spezzettati frammenti d’insegnamento, rubati ad altri qua e là, quando, secondo loro, lì, in fondo all’aula, egli avrebbe dovuto solamente pensare a giocare. Aveva imparato da sé cogliendo al volo cose sparse qua e là! Per loro si era trattato di una sorta di impossibile miracolo, perché quel loro figlio non aveva ricevuto sufficienti elementi, per capire. Si misero in testa, da quel momento e in modo indelebile, che quel loro figlio aveva una eccezionale capacità di raccapezzarsi. Quando, nel resto della vita, altri professori diranno loro che hanno un figlio modesto nell’intelligenza, se non addirittura cretino, Gino ed Anna non saranno assolutamente scalfiti nel loro giudizio. Ed anche quando lo vedranno esitare nelle scelte, non assumere un passo deciso nelle cose, come se egli non avesse compreso ancora bene il loro significato né il suo vero compito, anche allora gli faranno un attestato di una fiducia assoluta. Credettero che quel Romano, cresciuto, probabilmente stesse captando cose che ad essi fossero sfuggite, giacché così dinamico come era non si decideva ancora a mettersi… oh, non in cammino, a correre! (Avete notato il senso della velocità, in questa pagina 55?) Erano educatori formidabili, Luigi e Mariannina Amodeo, capaci di cogliere l’essenziale, in una persona e tali da non essere ingannati dalle circostanze della vita.
Ci si riferisce alle conseguenze, della vivacità del gesto, rispetto alla condizione della vita).
Il mio personaggio “deve” avere provato, in quell’occasione, tanta gioia, per una scoperta libera e indipendente, che poi in tutta la vita, ogni volta che si è trattato di imparare, ha desiderato di rifare quella stessa esperienza, di libertà ed indipendenza, fatta allora. Quando Romano iniziò ad andare irregolarmente a scuola, a Felitto (un anno prima degli altri, visto che già sapeva leggere), e poi davvero in tutte le regolari occasioni della sua vita, è stato così sempre uno studente infastidito dalle lezioni metodiche e ordinate. Non gli piaceva quando ci fosse solo da fare la fatica di memorizzare le indicazioni altrui e quasi nulla da capire in modo personale, quello che così intensamente gli era piaciuto e di cui si era profondamente inorgoglito con se stesso. Era così infastidito a mettersi ad apprendere, con metodo, le lezioni altrui, che Romano non voleva studiare così, non voleva sollecitare la mia e sua memoria in una fatica che in quel modo per noi era del tutto priva di gusto 48. Ora è il caso di introdurre una riflessione, su queste annotazioni che sono state aggiunte dopo di avere provveduto alla prima impaginazione automatica fatta dal computer. Si nota e lo si sta facendo osservare (a costo di spezzettare il racconto) che non è possibile che esista sempre corrispondenza tra i sensi dei numeri e le argomentazioni, se qualcuno non ce l’ha messo. Ma chi? Non certo intenzionalmente lo scrivente: egli ha attivato regole automatiche dopo di avere stabilito il corpo 14. “Chi” ha programmato la scrittura di quest’opera, realizzata nell’estate del 2002, ha isolato Romano da ogni cosa. Persone che avevano bisogno di lui non lo hanno chiamato, gli è stato staccato il telefono ed è stato tenuto come in stretta clausura. La pagina prossima è la 57 che aggiunge il moto libero 7 a tutto il moto 50, quindi c’è da aspettare la descrizione di un moto abnorme… ed è così: addirittura la Guerra Mondiale! Si scrive di Luigi antifascista che è divenuto Segretario del Fascio, nel segno della libertà più sfrenata, che tenta anche di divenire omicida… E non è stato fatto apposta, se non dallo Spirito.
48. Fu il modo con il quale il Diavolo poté attentare alla sua costruzione. Belzebù sapeva che da questa persona sarebbe venuta la sua sconfitta e tentò di intrigarlo in tutti i modi, facendolo essere sempre uno studente svogliato. Però lo sapete il proverbio “La farina del Diavolo va tutta in crusca”. Così furono proprio le difficoltà frapposte da Satana a sviluppare la risposta autonoma di Romano, che era messo in grado di aggiungere il suo, a sanare quanto bastava i deficit. Così Romano, proprio per la lotta dovuta fare contro questo avversario del Bene, rinforzò la sua personale capacità di Bene e non fu vittima dei vari tentativi fatti di stroncarlo. Ne saranno fatti per una quantità abnorme e il lettore li vedrà, li conoscerà, descritti da me, l’osservatore che li ha visti da dentro la sua persona. Così questo improvvisare il Bene, laddove il Male ha impedito la sua regolare ed ordinata acquisizione, è divenuto un esercizio cui assieme siamo stati costretti per tutta la vita, io l’anima osservatrice, e quel progetto dato a me da osservare come la storia della vita di Romano Amodeo, che ha consentito esiti brillanti fino alla terza media, e poi soluzioni rese sempre più problematiche, quando gli argomenti sono diventati sempre più complessi.
57
58
57 indica la massima libertà del moto della presenza… e nella pagina si parla addirittura della II Guerra Mondiale
58 presenta l’8 come un assetto complesso, tra –4 e +4, per cui il moto si assesta su due fronti. È quanto accade nel senso delle cose raccontate a pag. 58.
Gli anni tra il 1938 e il 1945 furono segnati dalla Seconda Guerra Mondiale. Mussolini, dopo due anni di attesa, l’aveva alla fine dichiarata e l’Italia, impreparata del tutto, nonostante il grande sfoggio d’armate e cannoni, l’aveva, alla prima, persa e poi, alla fine, vinta nel solito modo di chi cambi bandiera. La Nazione era stata spaccata in due e la Repubblica di Salò, in cui il Fascismo tentava di resistere, vassallo dei tedeschi, era combattuta dal resto dell’Italia, schieratasi con i Liberatori dell’America. Luigi Amodeo, che a Milano, da giovane, una volta era stato costretto a trangugiare mezzo litro d’olio di ricino, dai fascisti con cui evidentemente non familiarizzava, quando assunse il suo ruolo di maestro, a Felitto, ed entrò nell’apparato dello Stato, dovette assumere anche l’abito fascista, con quella sotterranea opera d’omologazione al supposto bene pubblico che avveniva in quei tempi. E – per i propositi del Fascio di possedere una “casa” nelle varie località – essendo il maestro, oltre il Podestà, l’unica figura di spicco, dell’apparato pubblico in quel luogo, aveva dovuto malvolentieri prendere in consegna la chiave d’una “casa”, che poi ad altro non si riduceva, che ad un bar, in cui la gente disputava interminabili partite a scopa e che doveva chiudere alla mezzanotte. Anche Romano era stato coinvolto, come risulta da una foto, in cui indossa la sua brava divisa di “Balilla”, mentre spara con un cannoncino di legno. Lo stesso nome di Benito, fatto assumere al fratello, era il chiaro segno che il Fascismo, alla fine, era riuscito a plagiare anche quel mio fiero papà che, ai suoi tempi milanesi, era stato “purgato”. Il suo ruolo preciso era quello di “Segretario politico”, un compito ingrato, perché un’autorità di quel tipo, in un paese, si metteva in mezzo tra le due solite parti, in cui ogni paese è sempre stato diviso, nelle sue interminabili beghe, facendo da terzo incomodo. Per di più Luigi Amodeo era anche un “forestiero”, e il suo non guardare in faccia ad alcuno, non era piaciuto a nessuna delle due parti. Così al travaglio del Fascio, sopraggiunto con lo sbarco degli Americani a Salerno, in casa Amodeo si rasentò la tragedia. Fu quando una colonna d’americani passò per Felitto; qualcuno tentò una vendetta contro il milanese e dispose una fila di pietre attraverso alla strada, come se vi fosse teso un agguato. I motociclisti della Militar Police, che precedevano la colonna dei mezzi blindati, visto quello sbarramento, che poteva far pensare anche ad azioni della resistenza, liberata in due minuti la strada, indagarono immediatamente per scoprire cosa vi fosse sotto. “La mano del Segretario Politico” gli risposero, indicandogli dove abitasse 48. 48. Nel parallelo tra la vita del vero Gesù e questa di questo umano Romano secondo Gesù, le cose sembrano diverse, ma la questione essenzialmente è la stessa. Gesù dovette scappare in Egitto perché egli sarebbe stato un Re, e qui l’autorità del luogo è piegata ad intervenire per mettere nei guai il padre di Romano giacché questo protetto dal San Romano esorcista, darà vita a chi esorcizzerà il Diavolo convincendo gli uomini, con la ragione, della stupidità delle tesi demoniache. Le Ragioni del Diavolo vogliono mettergli in estrema difficoltà la famiglia e tentano di fargli uccidere il padre, essendosi Satana accorto di come quel suo figlio avesse troppi protettori nella sua persona, essendo addirittura sopravvissuto alla sua stessa morte. Non si stupisca il lettore di questo continuo immettere il cosiddetto Sacro nel cosiddetto Profano, giacché le cose stanno in verità così: tutte le cose apparentemente profane si sorreggono per motivi assolutamente sacri. Il difficile è scoprirli con spirito di verità.
Così due MP irruppero in casa per prelevare il milanese, ma uno dei due masticava un po’ d’italiano, e Gino un po’ d’inglese… e si capì il vero. (Accordo in positivo). Fallita questa ripicca, gli avversari fecero in modo che uno del luogo (che una volta era stato costretto ad uscire a mezzanotte dalla “Casa del Fascio”, sia perché era ormai ora di chiusura, sia perché era ubriaco, sia perché non voleva proprio andarsene), denunciasse chi lo aveva fatto, sia di violenza, sia d’abuso di potere. Costui era anche il padre d’un eroe antifascista morto in Spagna, ai tempi di Franco. (Accordo in negativo). Così, approfittando di questa “violenza”, esercitata dal Segretario politico fascista contro un eroe, Gino fu processato ed anche condannato con la condizionale, in quei tempi in cui la Giustizia era veramente troppo pervasa dal bisogno d’esprimere simboli e di dare lezioni assolute, così che poi chiunque avesse la sfortuna di finirvi “sotto”, pagava sempre, ben oltre le sue stesse e personali responsabilità. (Accordo in positivo-negativo). Ho cominciato a conoscere così, di fatto, l’odio della gente per chi è diverso ed è ritenuto superiore: la superiorità è in molti casi una colpa, che gli stupidi non perdonano mai a chi sentono averla. E quando la sorte gli dà modo di disporre di chi è reputato migliore, si ripete l’antico rito della crocifissione. (Accordo in negativo tra chi è diverso). Nell’ottobre del 1942 Luigi Amodeo pensò bene d’andarsene da Felitto, avuto il trasferimento in un paese vicino a Salerno e Romano, con il resto della famiglia cominciò dall’anno successivo un lungo pellegrinaggio, non avendo mai modo di restare troppo tempo in un luogo, tanto da mettervi le radici 49. (Accordo in negativo: come per la fuga in Egitto di Gesù). 49. Uno che deve essere allevato, dalla sorte, come un pensatore solitario, deve essere costruito in solitudine, ma non assoluta: una che gli faccia balenare i valori, tanto da affezionarvisi sempre, ma mai tanto da imprigionare ad essi poi definitivamente il cuore e la mente. Ma questa stessa cosa è anche una straordinaria lotta del Male contro il Bene. Questo Romano che fugge da Felitto assieme alla sua famiglia è come il Gesù che deve andarsene in Egitto, perché l’attentato fatto contro il padre, rientrava nell’orditura del Diavolo contro la vita di Romano. Il suo avversario non era San Luigi, ma il San Romano già tante volte chiamato in causa in tutti i tentativi di liberare qualche ossesso da Lui. Sarà il Diavolo che, nel tentativo di consentire una base di successo al Romano, lo manderà in giro da tutte le parti, tentando di farne un disadattato. (Accordo in negativo, tentato da Satana). Ma non ce la farà, perché San Romano è aiutato da una schiera impressionante di protettori e tra essi c’è la stessa Madre di Dio, perciò tutte le sue azioni saranno alla fine tutte armi a doppio taglio contro di Lui. Se il Diavolo, tutto sommato, non fosse un vero sempliciotto, ed anche piuttosto stupido, non cadrebbe in questo tranello tesogli da Dio, che lo usa come succede tra i due poliziotti, quello buono e quello cattivo, in una associata strategia di accertare la verità. (Accordo in positivo, per quanto faccia Satana) Solo che in questo caso del Diavolo, egli non fa la parte del cattivo… lo è davvero. Però è stupido, non ha niente di suo e si avvale solo del potere degli stupidi che gli credono e si lasciano fuorviare non attraverso le azioni (quelle sono decise da Dio, e non sono cattiverie: perché uno scrittore non è cattivo se scrive un giallo che contiene omicidi e buono se scrive solo romanzetti rosa…). Gli indemoniati si lasciano fuorviare sotto il profilo ideale, credendo che sia un bene quello che è un male. Un animo che cade in una simile trappola dà forza a Satana. Se l’uomo non cade nel tranello, Satana resta impotente. È così allora che si può vincerlo concretamente: dando all’uomo da conoscere una Verità a prova di bomba. Chi scrive questo si è già del tutto liberato del fascino del maligno, ed era proprio ciò che a Satana non sarebbe piaciuto accadesse. Il 59 riprende il moto. È il tratto percorso da 1 nel 60 (lo spazio complessivo).
59
Il senso, e lo vedrete, sarà lo stesso, per via del Codice con cui il testo è stato voluto da Dio.
Nel 1943-44 la famiglia si riunì ad abitare Salerno, in una casa in cui c'era un ampio giardino, con un'incudine da fabbro. Non ricordo altro, di quella permanenza di quasi dieci mesi, tra i sei e i sette anni di Romano, se non i primi autonomi esperimenti di fisica, condotti in quel giardino, martellando ore ed ore sui fili di ferro, posti sull’incudine, fino a renderli così caldi da non potersi più toccare. Fu una permanenza molto breve, di nemmeno un anno. Negli ultimi mesi del 1944, con l’inizio del nuovo anno scolastico, la famiglia si spostò fuori città, tra Salerno e Vietri sul Mare, a “Villa Cajafa”, in una casa posta a 100 metri a picco sul mare, tre ampi locali ed un bel giardino 50. Vi si accedeva attraverso un viale che, una volta – quando quella era stata veramente una Villa – era contornato da colonne. Nel 1945 ne restavano una o due, presenti nella cartolina illustrata fotografata da lì, un giorno, da un editore che voleva una bella visione della cittadina di Salerno, adagiata sulla sponda del mare, con il porto e il suo molo a zig zag.. Chi oggi, 2002, si reca in quel luogo, a godersi proprio lo spettacolo di cui si scrive, e lo ha visto prima, com’era un tempo, poco manca che piange: dove c’era un’ampia distesa di mare oggi esiste il porto commerciale. E stata realizzata un’ampia cementificazione di un gran tratto ed oggi vi fanno orribile mostra di se cataste di container e tutto l’osceno disordine di un orribile infrastruttura portuale. (Un moto del cuore). Salerno ha pagato uno scotto terribile al detto antico: “Si Saliern’ avesse o puort’ Napule fosse muort’”, se Salerno avesse il Porto Napoli sarebbe morta… …e fu così che uccisero Salerno. (Un moto addirittura letale). 5
50. Fuggito dall’afflizione che ci fu a Filitto, ecco il nostro umano nuovo Gesù tornato… in Palestina a modo suo, non va a Caifa, o colà dove avrebbe poi avuto a che fare e pesantemente con Caifa, il capo del Sinedrio. L’umano piccolo nuovo figlio di Maria, va a Villa Cajafa. Per Romano si tratta non di una Terra. Egli non è Dio, è solo un piccolo uomo che abita in una casa, perciò la sua Palestina si riduce ad una villa. Perdoni il lettore il seguitare di questo gioco infantile. Lo sappiamo bene: Romano non è Gesù e Caifa e Cajafa sono cose diverse. Però sono stranezze, e qui si vuol seguitare a farle notare, giocando con i nomi, facendo rilevare la somiglianza anche delle situazioni. Seguitiamo allora a giocare: a Felitto = afflitto. Salerno, sta per Romano che sale dall’inferno dell’afflizione. È un breve intermezzo, in cui l’incudine lo ha ben bene riscaldato e temperato, per cui alla fine è giunto a Vietri sul Mare = Vi è, tris, alma, re, un qualcosa che identificherà questo soggiorno di Romano come il suo Paradiso, un luogo in cui egli vi è come un re, con la sua libera anima, sparsa dappertutto (tris). C’è con le tre dimensioni dell’anima, come un re. Di fronte a Villa Cajafa, come a vegliare su quel piccolo Paradiso, c’è la Madonna degli Angeli, un piccolissimo santuario. Va notato: in buona parte della sua vita, Romano vivrà in vicinanza di segni di venerazione per la Madre di Gesù. Qui a Salerno ebbe di fronte proprio la sua Madonna, perché egli, strappato da Lei alla morte a due anni, era restato nel suo intimo con il candore d'un angelo, nonostante tutte le birichinate che erano legate all’esperienza sua concreta, nel mondo del limite e del peccato, perennemente intrigato da Satana.
60
Capitolo 2 (Anche per i capitoli i numeri significano sempre quello: 2 è l’Assoluto di 1/1, entrambi i versi del flusso nel tempo lungo una linea. E sarà il senso di questo capitolo: il tempo del Paradiso dell’Infanzia dorata. Per di più, a pagina 60, indica tutto il complesso della presenza da –30 a +30, tutto in positivo)
Era la primavera del 1945 e Romano stese i suoi giocattoli sul muretto del giardino della nuova casa, in Villa Cajafa, affinché i ragazzi della sua età li vedessero e desiderassero giocare con lui 51. Il giardino non era granché, lo dico ora, dopo averlo rivisto da adulto. Ma allora, per un ragazzo grande la metà dell’uomo d’adesso, sembrava il doppio d’adesso. Un viottolo centrale, nella sua lunghezza ed uno che lo incrociava a metà. In mezzo, un'aiuola, con una grande pianta di fico, inclinata tanto che si poteva salire sul suo ampio tronco camminando, nell’ora di raccoglierne i frutti o tutte le volte che un bimbo, come Romano, volesse farlo per puro gioco 51. Appena usciti dalla casa nel giardino, a destra c’era un arancio, al suo fianco un limone ed altre tre piante d’arancio, sparse in disordine qua e la, completavano tutti gli alberi di quel luogo. Il giardino era cintato da un alto muro che apriva due o tre ampi squarci alla visione, interrotto da colonne quadre sormontate da ornamentali vasi di cemento, che una volta avevano contenuto fiori, e che erano inchiodati su un ferro annegato nel capitello. Con terrore dei suoi genitori, ogni tanto Romano si inerpicava lassù e di lì, ritto a 2 metri d’altezza, riusciva a vedere Salerno, coperta, in basso, alla visione, da una siepe che proteggeva un viottolo da un pauroso strapiombo, d’una cinquantina di metri.
51. Viene in mente, per analogia del Gesù in Palestina (a Caifa) che cercava i bambini e diceva: “Vengano a me i bambini!” Questo gesto, di mettere in evidenza mezzi da condividere con tutti, ha accompagnato poi Romano in tutta la sua vita. Sempre ha cercato di stringere legami, con la gente, ma soprattutto con i bambini, dando a ciascuno l’idea d’una convenienza ad essergli amico, d’una vera opportunità a divenirlo, tanto da dare a tutti il coraggio. (Vedete come questo è il vero Paradiso, delle intenzioni buone, di tutta l’esistenza?) Mi accorgo che questo atteggiamento vive ancor oggi in Romano e il Nostro è messo veramente in crisi quando, essendo frainteso, il gesto, che è di pura evidenza, non è compreso come l’offerta d’un qualcosa da condividere, ma di cui fare sfoggio: pura mostra d’avere chissà cosa, o d’essere chissà chi, rispetto agli altri. (Vedete come il vero Paradiso, delle intenzioni buone, purtroppo non è da tutti ed è spesso travisato?) Il gesto non è capito soprattutto da chi – non avendo mai avuto nulla di ciò che gli è offerto – non è mai stato tentato dall’idea di poter avere qualcosa come quella, da condividere o – se l’ha avuta – si è ben guardato dal pericolo di perderla, mettendola in comunione. (Ma chi ha avuto il Paradiso? Pochi: gli eletti) 51. Nel Paradiso di Romano bimbo, in quel giardino di Villa Cajafa, il percorso era a croce, e in mezzo c’era l’albero di fico nel quale tante volte Gesù cercò un sollievo dalla fame. Sarà così anche per Romano, lì, al centro esatto di quella croce. Quante volte ci salì, si infiammò nudo la pelle del corpo, irritata dalle foglie grandi e ruvide di quella grande pianta. Giungerà a tagliarla anche Amodeo, quando non darà più frutto… (Chi
ha avuto un Paradiso l’ha trovato nella mortificazione di sé e nella capacità di ricevere bellezza da fuori.)
61
62
Il 61 è il 60 (spazio del ciclo numerico) che entra in atto nel tempo 1. Troveremo le azioni espresse nel Paradiso dorato di Romano.
Il 62 aggiunge l’intero tempo dell’attuazione unitaria 1/1 che ne richiede 2, e si attua al volo, nel tempo, come flusso e riflusso. Per Romano significa volare e rischiare tutto.
I genitori avevano ragione ad aver paura, perché quel figlio si comportava talora come un diavolaccio imprudente, come se intenzionalmente cercasse il pericolo… ma non era lui, era Satana che lo tentava. Egli però non cadeva. Dalle aperture del muro di recinzione, si vedeva in basso la Torretta, poi, più in giù, un grande palazzo con ampie terrazze merlate, digradanti, che fiancheggiava la strada tra Salerno e Vietri sul mare. A circa duecento metri in linea d’aria, c’era una cappella votiva chiamata la Madonna degli Angeli, e in fondo, a chiudere la visione, la collina che digradava sull’ampia distesa del mare sul quale Villa Cajafa si ergeva a picco.
Romano faceva il Tarzan e correva continuamente pericoli. Aveva appeso funi sulle piante e tra l’una e l’altra. Era vivace, intraprendente, uno da tenere a freno, perché davvero imprevedibile e spesso sconsiderato. Una volta cercò di costruire una casetta sull’arancio più grande. Per tirar su legni, in una cesta legata per il manico, dovette usare due mani; così in bilico incerto, in piedi su un ramo, perse l’equilibrio e cadde da tre metri, sulla schiena 53.
Certe nottate l’aria era così secca e tersa che il cielo appariva pieno di milioni di stelle. La Via Lattea si mostrava con tutta la sua ricchezza di luci, distinguibili punto per punto. Allora la vista era perfetta e l’aria non era quella inquinata d’adesso. Quando certe sere tornavano da Salerno, a tarda notte, Romano restava incantato, a vedere quel cielo stupendo, e gli veniva un forte desiderio di mettersi a passare la notte intera all’aperto, a contemplarlo 52… (Vedete? Azioni e realtà esistenti e belle estese… all’infinito).
52. In nessun altro luogo poi Romano è riuscito a vedere un universo così ricco e infinito, che susciti un desiderio come quello, specie quando, per l’assenza della Luna, tutto era nelle migliori condizioni per essere così visto e goduto. Ma forse era anche perché quello che accade a Romano in questo periodo, coincise davvero con lo stare realmente in quel Paradiso terrestre in cui si sarebbe dovuto trovare, se la pietà di Sante Mamme non l’avessero ancora trattenuto nell’Inferno della vita singola, quando la verità è il Paradiso delle vita in perfetta comunione tra tutti i singoli che conservano il loro valore e l’esaltano. Al Romano non fatto morire ai 2,5 anni, segue un periodo di 10 anni paragonabili al Paradiso, poi un secondo di 1 paragonabile all’Inferno, uno di 2 al Purgatorio, e poi tutto un variare di situazioni belle e brutte fino ad un ultimo periodo, di 2,5 anni, nuovamente in Paradiso, con il quale culmina i 33 anni corrispondenti alla vita di Gesù, di cui solo gli ultimi, raggiunta la maturazione, furono decisamente usati nella evangelizzazione. E vedremo in che modo sarà per Romano. L’organizzazione di questi 33 anni ne ha 2,5 di vita, di veramente grande successo, ai due estremi, e in mezzo 28, in cui l’esperienza è stata puramente formativa, attraverso la conoscenza intera del Bene (10 anni), del Male (10 anni) e del rimedio (8,5 anni). Non sono numeri a caso. Intanto, lo si anticipa: questo Paradiso idilliaco dell’infanzia di Romano culminerà con la sua Prima Comunione, fatta il 25 agosto del 1951 al famosissimo Santuario della Madonna di Pompei, quando Romano, nato il 25 Gennaio avrà esattamente 13,5 anni. Terminerà cioè quando, superati i 2,5+10=12,5 anni, si deve trovare per intero (come 1 anno compiuto) nella nuova posizione, che esiste esattamente a 13,5 anni compiuti. Il suo accesso all’Inferno accade di lì a poco, sempre in quell’agosto del 1951. Romano vedrà accadere sulla spiaggia, ad un solo metro da sé, un fatto atroce: una donna messa incinta e rifiutata dal suo compagno, ucciderà il suo uomo con un pugnale. Vedrà una Mamma divenire assassina! Questo episodio segnerà l’accesso di Romano nel suo personale Inferno della vita, e sarà la fine della sua condizione idilliaca. Pochi giorni dopo si trasferisce a Milano. Per lui e per quello che risultano essere sempre i nomi dei posti in cui si reca, Milano è Mi la no! e indica l’augurio e il proposito di non trovarcisi, mai, all’inferno! Non ci credete? Andrà ad abitare in Via Larga, (dove Gesù disse che la porta stretta portava in Paradiso), fuori casa e fuori di tutto, un vero disadattato, ma a fin di bene. (Vedete? Anche nella nota sono descritte le azioni di una realtà
di salvezza ottenuta in modo travagliato, sudato, guadagnato ed estesa… all’infinito)
53. Stavolta Belzebù riuscì a tirarlo giù… qualche Santo forse si era distratto, o non voleva che il “poliziotto cattivo e stupido” la smettesse di agire, vedendo che non riusciva mai a concludere nulla. I Santi sapevano benissimo quanto Satana fosse illuso, ma dovevano dargli un contentino, lasciargli credere di possedere un Dominio Vero, Eterno, altrimenti tutti i servizi fatti fare a lui, con il lavoro nero, sarebbe parso li avesse fatti Dio. Dio in questo è anche un gran furbetto e gioca, in apparenza con la dabbenaggine di Mammona, lasciandole credere tutto quello che fa comodo a Lui, pur di salvare poi tutti… e perfino quella babbea che gli è stata così funzionale, essendosi prese tutte le colpe, povera Mammona…
(Vedete qui come vola alto, Romano? Afferma addirittura che il male è Dio stesso che lo mette in mezzo per castigare ed aiutare ad avere meriti… altrimenti che potrebbe addurre l’uomo a sua compartecipazione, se non l’adesione sudata al bene? Interviene sul complesso –30 +30 e lo mette tutto in positivo, dicendo che così è anche tra –1 e +1, e che non sono il Diavolo e Dio, ma un’unica salvezza.) Perché in verità, nell’esistenza in assoluto, non ci sono né colpe né meriti. Tutti gli eventi sono puramente illusori, virtuali, e relativi come dei romanzi, per intenderci. Lo scrittore gioca sulla trama per rendere il romanzo avvincente. Il bene e il male che ci mette dentro sono solo questioni del tutto relative al contenuto del romanzo. Non esistono di per sé. Cose che, all’interno del romanzo, valgono in tutto, ma solo lì! Dio è chi fa venire un terremoto che uccide migliaia di persone...è solo Lui! Cattivo? No, i morti vanno nel Paradiso della vita ed escono dal suo Inferno. Già, ma la sofferenza? Be’ sembra reale, una cosa che tocca veramente te, ma non è vero. Infatti basta una medicina e lo stato d’ansia se ne va, basta una puntura antidolorifica e ti possono squartare che non senti più alcuna sofferenza. L’anima che sente e quel corpo che patisce sono davvero due cose staccate. Quando uno muore e se ne va nell’al di là è come se prendesse un poderoso anestetico contro tutti i dolori, tanto che quando rivedrà a modo suo la vita non soffrirà del male ma gusterà del bene. Con le gioie, infatti, non succede la stessa cosa. Un antidolorifico non ti toglie la contentezza, anzi! Devi essere solo istupidito per non essere in grado di gioire più. Quindi lo scrittore non ha colpa se Don Rodrigo è cattivo nei Promessi Sposi, perché egli non c’è, in assoluto non esiste. Ma si può rappresentare in teatro, relativamente; e se l’attore messo nella sua parte non si accorge che c’è un distacco tra lui e Don Rodrigo e si crede veramente lui… commette lo stesso errore indotto da Satana: non ti accorgi che tu sei solo un’anima e quella è solo una storia. Una cosa è l’essenza e un’altra il divenire di un’essenza: la seconda è solo una illusione momentanea, come la vita. Però, essendo ciascuno intrigato così dal Demonio, da non accorgersi di essere inseriti all’interno di una storia che non dipende da noi, allora Dio è costretto a dare un nome a quest’intrigamento, ed è il Diavolo: una percezione, in negativo, del positivo. Se c’è il positivo c’è allora anche il negativo, giacché le due cose si giustificano l’un l’altra attraverso una storia relativa e passeggera, come può essere il cantare una canzoncina. Io mi accorgo che ne posso cantare molte. Ma la vita, canzoncina essa pure, termina con una creduta morte di ogni canzoncina. Errore immenso, perché poi le canteremo tutte, ad una ad una, ma prima dobbiamo uscire da dove siamo entrati, dobbiamo rendere lo spartito e prenderne un altro. La vita eterna saranno tutti gli spartiti che potremo prendere, reali allo stesso modo. Se si capisce come la morte n on ci cacci altrove, ma è come se ci facesse vedere solo dietro l’angolo la stessa cosa, ma nel modo giusto (il risultato del disegno e non l’incasinato ordito che vediamo oggi) noi dovremmo essere lieti di andarcene prima possibile. Come bella diverrebbe allora la vita, perché ci libereremmo di tutti i beni, per andarcene via il più presto possibile e tutti avrebbero tutto in grande abbondanza, perché se io sono solo nel dare a tutti, tutti sono moltissimi nel dare a me. Io più del mio non posso dare, ma posso ricevere una quantità illimitata.
63
64
La differenza del 63 rispetto al 62 è che ora si sposta un volume e non un’area di influenza, e vedremo che a Romano mancherà il fiato. La paura di Satana è nei gesti più che nelle intenzioni.
64 è un numero importantissimo: è tutto il tempo, essendo 26. Nella narrazione è espresso il comportamento complessivo tenuto presente.
Il colpo secco, sul torace, a Romano caduto dall’albero di arancio, fu uno dei tanti tentativi fatti dal Diavolo per accopparlo. Si sarebbe potuto rompere la spina dorsale, caduto sulla schiena da tre metri di altezza. Gli tolse solo, ma del tutto, la capacità di respirare. Si alzò, si sforzava, ma non riusciva a prendere fiato, mentre i suoi giovani assistenti ridevano, un po’ per il sollievo alla paura, un po’ perché non capivano, visto che si era ben drizzato da solo e prontamente sulle gambe, che non stava per niente recitando la scena di chi stesse soffocando. Poi Qualcuno intervenne e Romano poté riprendere nuovamente a respirare, altrimenti sarebbe riuscito finalmente a togliere concretamente di mezzo il suo nemico. Perché Romano era avversato da Satana come un personale nemico, mentre, a Romano, Egli faceva solo concretamente pena. Non ne ha mai avuto paura, non ha mai cerato di andargli contro in modo personale, convinto che la peggiore vittima di quello che fa è lui stesso e che finché non si ravvede è un infelice che deve gioire solo del male altrui. Di conseguenza Romano non ne ha mai temuto le azioni, sapeva come fare per trasformare la vita in un Paradiso 54.
La sera Mariannina non amava andare in giro da sola per le stanze della casa di Ostigliano, perché avvertiva molte presenze indiavolate, entro quei locali. Aveva il dono di queste percezioni insolite e ingiustificabili. Aveva fatto, ad esempio, un patto con un’amica che la prima che andava all’al di là tra loro due, si presentasse per un saluto all’altra. L’amica morì davvero, mentre Mariannina era ad Ostigliano e, rispettando l’accordo, le apparve che la salutava, da fuori alla finestra, sospesa nell’aria. Mariannina ignorava che fosse morta, controllò il giorno dopo e seppe che era veramente trapassata 55.
Sua madre Mariannina invece sì. Ne aveva una gran paura. Raccontava che una volta l’aveva concretamente visto. Aveva l’aspetto di un caprone che gli apparve all’improvviso materializzato nel soffitto di una casa e che, per apparire in modo corporeo incastrato nel soffitto, aveva fatto cadere anche dei calcinacci. Le aveva anche detto: “T’appauri?” Eh, sì, le aveva messo addosso una paura bestiale. Lei aveva chiamato aiuto e le persone accorse avevano visto solo i calcinacci che prima non c’erano. 54. Per trasformare la vita in un Paradiso bisognava come “odiarla”, sperare che finisse presto... e allora sarebbe diventata eterna, comoda e bellissima, perché i beni, non più trattenuti gelosamente, avrebbero cominciato a girare e ciascuno ci si sarebbe imbattuto un mucchio di volte. Se tutto il denaro girasse freneticamente, quanto ne avremmo e quanto ne spenderemmo! Così è il bene. Ma per possederlo… bisogna darlo via. Sono le posizioni assurde di Gesù Cristo, ma, per dirle così, bisogna averle fatte davvero proprie, fino al punto che si esista giammai con una sola verità, ma sempre con due e diametralmente opposte. Questo all’uomo non sembra, dice che “La verità è una sola!” Invece non è vero: la verità è un binomio, con in mezzo un segno di uguaglianza. A = A, questo è vero e sono 2 opposti, non uno, perché A da sola è un’esistenza vera e dissociata, ma non è una Verità. (Vedete? La Verità eretta a concretezza, qui a pag. 63). Orbene Dio è una Verità, un Ente N/N = 1, in cui da una parte c’è il Dio 1, e nel primo membro ci sono due valori uguali ed opposti: Numeratore = Figlio e Denominatore = Padre, mentre la frazione è lo Spirito Santo che li mette in relazione inversa (trascendente) ed unificante. (Dio eretto a concretezza, qui a pag. 63). In questa Relazione il Diavolo non c’é. Entra in ballo se qualcuno non crede in quella verità, e tutto quanto è sottratto ad 1 diventa forza del Male. (Vedete? Il Diavolo eretto a concretezza, qui a pag. 63). Ciascuno di noi è 1/N, e il tutto è N. Quando io do tanta importanza ad 1/N da voler togliere a tutti e voler prendere solo io, tutto quanto ho voluto togliere al mio prossimo (ad N) è un enorme male, ed è nel segno dato al potere del Diavolo. Sempre comunque questione di volontà fattiva, perché siamo sempre alle solite: noi non facciamo nulla, è solo una sorta di test, anche se molto realistico. E Gesù lo disse chiaro, per rilevare l’importanza del desiderio nel peccato: “Se desiderate una donna non vostra avete già fatto adulterio dentro di voi.” (Vedete? Il desiderio eretto a concretezza, qui a pag. 63).
(Notatelo: la nota 55 in questa pagina, di per sé esprime il massimo moto poss ibile su due cifre, come in questo caso dei fenomeni paranormali. Ma, essendo la nota finita in questa Emblematica pagina 64, il testo riguarderà la spiegazione reale di tali fenomeni, perché il 64 definisce le cose nel loro pieno modo. Non a caso Romano, figura emblematica, a 64 anni, si recherà da Monsignor Centemeri e gli dirà: “Colui che tutti stavano aspettando per la fine dei tempi sono io e la fine riguarda il mutato atteggiamento di Dio, che intende smettere di trattare l’uomo come un bimbo che debb a credere solo per fede. Adesso lo ha fatto crescere nella conoscenza scientifica e può capire secondo lo Spirito Santo che ha parlato in me il 24.10.1999”.)
55. Perché tutte queste strane cose, nella vita? Perché ce le mette il Signor Creatore, che ama che le sue Creature si scervellino con tutti i casi possibili ed immaginabili, verisimili ed inverosimili.
(Vedete? Anche nella nota si accenna al comportamento complessivo tenuto presente, al perché ci sono queste stranezze, queste situazioni complesse e quasi ingiustificabili nella vita) L’esistenza del paranormale partecipa a rendere quell’idea del magico e dello stregato, che rientra nei casi di una fantasia della vita che Dio poi rende semplicemente reali immettendoci dentro un attore, in quelle storie assolutamente paradossali ed esse sembrano vere. Il bello così non è tanto che esista anche il paradossale, ma che esista anche quello che è del tutto ordinario, perché noi lo crediamo, ma è solo una messa in scena della nostra anima, su una trama scritta interamente da Dio e che noi semplicemente facciamo nostra calandoci perfettamente nella parte. Anche i pensieri sono obbligati. È obbligato tutto quanto richieda tempo per esistere. Perché il tempo di una apparente trasformazione o evoluzione di una cosa, non è nulla di tutto questo, perché sono solo cose diverse e aggiunte l’una all’altra. Quando si è capito che la vita è davvero come un film di milioni di fotogrammi che ci sono tutti e che diventa un film d’azione solo se lo fai girare, e vedi un solo fotogramma alla volta, sostituito dagli altri in sequenza, a 16 al secondo, solo quando lo hai capito puoi prendere veramente le distanze da quest’oggetto… Non sei tu. Tu sei un soggetto e non un oggetto percepito da dentro e in movimento. Io che comprendo il divenire nella sua scomposizione analitica, esorcizzo anche il Diavolo che opera in questo “di più” che implica il divenire apparente dell’essere in modo tale che puoi migliorare o peggiorare. Se capisci che sei tutto, bene e male e che non migliori né peggiori, ma domini tutti e due, esorcizzi definitivamente Satana. Mariannina, pur essendo virtuosa, temeva Satana, fino al punto che le è realmente apparso, evocato proprio da lei, perché non era riuscita ad uscire dalla trappola tesa dal divenire della storia. Dio glielo aveva evocato – nella storia proposta a lei da vedere – in relazione esatta alla sua paura esistente in quella storia in movimento emozionale nel tempo. La storia è un agguato, ma non deve atterrirti, perché è solo una questione oggettiva, mentre ciascuno di noi è essenzialmente un puro punto geometrico di osservazione, privo di qualsiasi spazio .
65
66
Capitolo 3
66 è il complesso del complesso sulle due cifre, ove il complesso è –30 +30 e –3 +3. In pratica qui c’è tutto lo spazio dell’attuazione del 64. La descrizione nel pro e nel contro.
(Il 3 indica il percorso base spaziale, anche nel numero del capitolo e nei suoi argomenti. A pag. 65 il moto è accentuato, è complesso da –30 a +30 e il massimo possibile +5)
Erano giovani felittesi che avevano voluto seguire il loro antico maestro, e che la famiglia ospitava, ed assisteva negli studi medi e superiori, che potevano fare solo a Salerno. In tutto una piccola comunità di tre adulti e sette ragazzi, dieci persone, che potevano vivere in quella casa che Gino aveva incrementato nelle possibilità ricettive, tramezzando gli ampi locali con divisori di legno e masonite. (Ognuno è divenuto 2, in pro, ma la metà nel contro) I tre studenti tornavano a casa loro, quando veniva l’estate e la famiglia Amodeo riceveva da Milano due graditissime ospiti: la sorella di Gino, Antonietta Amodeo e la sua figlia dodicenne, Fiordaliso Venturelli 57 detta Lisetta, che passavano con loro l’estate a fare i bagni. (Appare il pro e il contro nel primo amore). Per andare al mare si scendeva per 100 metri circa, passando o per una scorciatoia che era un viottolo tra rocce molto ripide, o per la strada, passando per la lunga scala del quartiere Olivieri. Gli stabilimenti per i bagni erano lì sotto, una decina, collocati tra il vecchio porto e il tratto roccioso verso Vietri sul Mare. Il viottolo era agevole all’andata e percorrendolo sembrava di vivere liberamente, in mezzo alla natura e i suoi giusti sentieri; meno agevole era al ritorno, quando il caldo picchiava e l’arrampicata faceva sudare, al punto da vanificare tutta la frescura ottenuta con i bagni della giornata. (Appare il pro e il contro nelle scorciatoie). Si affittava una cabina, per tutta l’estate, al bagno Lido, e spesso si restava al mare tutto il giorno, mangiando nella cabina, o sotto la tettoia antistante. Cabine ampie, che permettevano la presenza d’un tavolo per sei persone. Lisetta era una ragazzina vispa, con una vocina graziosa, e scatenò la prima vera e sola gelosia di Romano per suo fratello. Sì, perché i suoi anni cominciavano già a consentirgli innamoramenti e lei era l’accadimento, il fatto nuovo d’ogni anno. La cuginetta giocava però solo con Benito, che aveva cinque anni meno di lei ed era, per tutti, un paffuto e simpatico frugolo. Anche lo zio Antonio, quando andava a trovarli, vedeva solo Benito e non aveva parole o attenzioni che per lui. Alcune sere Gino si cacciava nella prima sala, chiudeva ogni luce e quella diveniva l’occasione per stampare e sviluppare tutte le fotografie che aveva fatto, e che ingrandiva, con l’ingranditore costruito da lui. Certe volte tutti erano invitati e dovevano assistere alle sue operazioni, quasi nel buio assoluto, quando le pellicole d’una volta erano sensibilissime a tutte le radiazioni luminose, escluso una luce rossa, così fioca, che non faceva scorgere quasi nulla. Nel buio, quasi assoluto, quando Lisetta cominciava a giocare con Benito, faceva divenire Romano così geloso di lei e del fratellino che ne soffriva terribilmente. (Gli appare il pro e contro nell’amore).
Nel 1946 Gildo, Antonio, Teresa e Mimì erano divenuti amici di Romano a 8 anni, ma non per l’esposizione che aveva fatto dei suoi giocattoli, bensì essendo gli unici ragazzi che abitavano nelle case vicine. Il primo viveva nella Torretta posta alla metà del viale che dalla strada portava alla “villa”, gli altri tre nell’unica casa situata a fianco di quella presa in affitto dagli Amodeo. La mattina doveva percorrere a piedi, o con la filovia, quel chilometro circa, di distanza, che c’era tra la casa e la scuola elementare di Salerno, cui era iscritto alla terza. Fece lì fino alla quarta, poi sostenne e superò l’esame d’ammissione alla media. Non ricordo nessun compagno di scuola in quei due anni alle Elementari. Rammento solo che lì c’era la refezione e che, per l’appetito, Romano imparò a gradire proprio in quell’occasione la pasta e fagioli, scotta e densa, che era servita loro dalle mense, presentata non certo in un modo ideale, ma così soddisfacente rispetto all’appetito, che gli è rimasto finora, da allora, il gusto per tutto quanto ha oltrepassato di gran lunga la cottura e si presenta come un polpettone che per altri è immangiabile. In quella casa la famiglia Amodeo accrebbe di numero. Gennaro ed Anna, sua sorella, figli di Rosina Baratta, erano venuti ad abitare con noi. “Salvami questo figlio dalla strada” aveva detto Rosina a sua sorella Anna, a proposito di Gennaro, perché era, ad Ostigliano, vivace per lo meno quanto Romano. Nessuno riusciva più a trattenerlo o a moderarlo e girava sempre come un ragazzaccio per il paese, non volendo in alcun modo pensare ad andare a scuola. Una volta che Romano e il cuginetto, avevano, nel suo paese, avuto di che discutere, egli, pur più piccolo d’un anno e mezzo, per superare la differenza d’età e di forza, non aveva esitato a chinarsi in terra, raccogliere un sasso e reagire minacciandolo con quello. Romano non aveva veramente nulla di così violento contro di lui, ma fu abbastanza perché si intendessero a fondo, una volta per tutte, tanto che, dopo quell’unico chiarimento, non c’è stato mai più, in tutta la loro vita, nessun diverbio, nemmeno uno e che Gennaro è stato per Romano come un vero fratello. (Dite? Non è il massimo moto possibile?) Anna aveva invece due anni più di Romano, ed era con gli Amodeo per dare una mano, in cambio dell’aiuto dato da loro, e per riceverla a sua volta, avviandosi ad un lavoro che, ad Ostigliano, era senza sbocco. (Dite? Non è il massimo risultato possibile?) Poi c’erano, oltre a Peppina Mollo, la domestica ormai venticinquenne, Sabato Lingardo 56, Vincenzo di cui sfugge il cognome e Galasso di cui sfugge il nome. (Ebbene Sabato sarà il massimo risultato possibile: uno Spirito buono che aiuterà Romano sempre, ogni volta) 56. Sabato Lingardo sarà la conferma, per Romano, del detto: “Dio non paga il Sabato”. Un giovane che ardeva come un lingotto d’oro di buoni propositi e di pensieri gentili, dell’anima, ma terribilmente disadattato, quasi come se Dio non lo ripagasse di tutta la bontà del suo cuore. Sabato sarà un grande amico di Romano e gli confermerà addirittura, dall’al di la, le sue teorie, usando Mariannina (mezza morta per il Morbo di Alzheimer) come un reale terminale, collocato sui due differenti versi della vita, ed utilizzabile come tramite.
57. Fiordaliso Venturelli sarà per Romano una vera premonizione, scritta nel nome. Egli chiuderà il suo percorso sentimentale, che inizierà con questa sua cuginetta di nome Fiordaliso, con una medium che sarà chiamata Fiordaliso dalle anime di cui scriverà i messaggi. Come a significare che verranno tempi belli, in cui saremo tutti fratelli, in questo gioco di enigmistica, che prosegue, con tutti i nomi significativi nella vita di Romano, tutti eccezionalmente descrittivi di ciò che davvero accade o è promesso, in bene o in male. Questa Fiordaliso che si fa chiamare Lisetta, non è augurale, è come lisa, anche se è graziosa, infatti farà penare Romano, di una gelosia e di una afflizione che qui, in Paradiso, è una cosa lisa e superata… Lettori, non dimenticatevi che chi qui scrive è un allegro rompiscatole… di ogni buon senso comune!
67
68
67 è l’attuazione libera del 66/1, che deve esistere nel tempo intero 1 e nella pagina ci sono i tentati rimedi, momentanei e definitivi.
68 è lo stato d’arrivo complesso, definitivo e reale della libertà di moto 67. Nella pagina 68 ci sono gli assetti definitivi, tra bene e male, vita e morte, anche di Romano.
Non sapendo come fare per porre fine a questo stato, aveva sperato che, prendendo in giro il suo fratellino, sostenendo che ci teneva in modo particolare, quegli smettesse e gli desse il modo di patire di meno. Romano non aveva mai provato, prima, alcuna gelosia per suo fratello; era stato per lui stesso un grazioso dono concessogli dalla vita. Essa venne in sostanza solo quando, avendo superato l’età della fanciullezza ed essendo avviato ormai ad essere un ragazzo, non poteva più essere trattato come un bambino, ma lo desiderava. Lo desiderava perché si sentiva allo stesso livello di suo fratello. Fu una gelosia ché durò solo finché suo fratello fu piccolo. Poi, per buona parte della vita, Romano e Benito sono stati sempre d’accordo, finché Romano non si è allontanato troppo dalla logica del mondo. I tre anni di differenza che c’erano tra loro, quando Benito era piccolo e grazioso come tutti i bimbi, per Romano erano solo una questione d’anagrafe, erano come se davvero non esistessero, perché egli si accorgeva d’essere ancora e veramente piccolo come lui. Un bambino ha un cuore semplice e vorrebbe per sé soltanto l’essere amato. Ma è facile amare un bambino e fargli tante moine, meno facile amare, allo stesso modo, un giovinetto che vorrebbe essere invece ancora trattato così. Romano allora non capiva per quale motivo accadesse questo. La risposta che si dà oggi è sicura: ancor oggi si sente un bambino nel suo cuore e nel quadro morale dei suoi sentimenti. Quest’aspetto, da quando doveva morire bimbo, non l’ha visto evolvere in sé, come se Dio, consentendo al miracolato un surplus di vita, non volesse tuttavia consentire, all’anima d’un bambino, di perdere quella sua semplicità, per la quale Gesù esclamò: “Se non diventerete come bambini, non entrerete mai! (nel Regno dei Cieli) ”.
Alla fine dell’anno, quando il maiale era ingrassato con tutti i rifiuti dei pranzi della famiglia, serviva lui da pranzo. La povera bestia, nel modo disumano che si usava per non contaminare le carni con il sangue, doveva morire dissanguata. Il suo cuore vivo doveva disperatamente pompare sangue finché uscisse tutto dalla gola, mentre era stato appeso a testa in giù e gli era stato prodotta una mortale ferita, attraverso la quale il liquido rosso usciva ed era raccolto, per farne poi il sanguinaccio, un cibo piuttosto prelibato che incoscientemente era mangiato, senza il collegamento a chi l’aveva dovuto donare, in quel modo così orribile e terribile. Per nulla crudele invece era la sorte delle gallinelle, allevate a fare le uova, che poi la famiglia mangiava, crude, cotte, in tutti i modi. Alcune uova erano covate affinché generassero nuovi polli e, a questo punto, la sorte diveniva crudele per i poveri maschi, allevati fino a divenire a loro volta cibo della famiglia Amodeo, nelle circostanze delle feste. Gino si godeva interamente i figli, in quel luogo così appartato, nel quale si ritirava dopo d’avere insegnato a Nocera Inferiore. Trascorreva a casa tutto il pomeriggio e lo dedicava a Romano e Benito, organizzando giochi con loro. La domenica la famiglia andava a Salerno e lì avevano cominciato a partecipare ad una gara, organizzata da un chiosco che aveva, in bella mostra, una bicicletta, primo premio, bambole e tante, tante bottiglie di tutti i tipi: vini, spumanti, liquori. Erano staccati e venduti i biglietti d’una lotteria e i vincitori dovevano scegliere una busta, contenente l’indicazione dei premi, tra i quali la stessa bicicletta. Poi il banditore iniziava una divertente trattativa, in cui proponeva la scelta tra premi, offerti da lui, in cambio di quello ignoto nella busta, oppure no: la busta. Egli evidentemente sapeva quale fosse il premio misterioso, ma chi aveva scelto quella, tra tutte le altre buste, lo ignorava, così arrivava ad offrire questo, più questo, più quest’altro ancora, in cambio e metteva in difficoltà chi doveva rinunciare a tutto quel ben di Dio offerto, in cambio d’una scelta che, alla fine, magari consisteva in una spilla da quattro soldi o in una bottiglia di vino da quattro lire. (Nella lotteria della vita, invece, saranno tutti per uno ed uno per tutti, tutti vincenti tutto). Alla fine della lunga serata, il gioco diveniva più interessante: il biglietto costava il doppio, le buste erano limitatissime e tra queste c’era senz’altro la bicicletta. I vincitori erano pari al numero delle buste messe lì da scegliere, perciò la bicicletta toccava sicuramente a qualcuno. Allora chi aveva la buona sorte di vincere una delle fasi delle diverse lotterie, che portavano a selezionare tutti i partecipanti alla sfida finale, finiva in un vero dilemma: quello che il banditore offriva o la busta? Alcune volte, anzi, molte volte, la mia famiglia aveva vinto e la casa era piena di bottiglie di Strega e altri liquori entrati in casa in quel modo. Alcune volte, nell’ispirazione del momento, erano state accettate le offerte, in altre si era stati cocciuti nell’andare a vedere il premio riservato dalla sorte e contenuto in quell’indicazione ben sigillata, che non c’era modo che il banditore sostituisse di nascosto, rimanendo fiduciariamente in mano di chi l’aveva estratta. La famiglia Amodeo aveva puntato spesso a vincere la bicicletta, ma non ci riuscì mai. Ammaliato da quel gioco, Romano, che, appena riceveva uno stimolo, subito era coinvolto in modo creativo ad intervenire egli pure, costruì un banchetto, con bamboline, ed altri giocattoli fatti da lui, e faceva il giro delle famiglie, di quel luogo, per farli giocare al suo gioco della busta. (A 68 anni dalla nascita Romano sarà già in cielo, a fare tutto ciò)
(Ecco la risposta definitiva all’azione dell’Amore: il Regno dei Cieli, e Romano vi sarà stabilmente, quando avrà gli anni di questa pagina: 67)
Questi rapporti, critici per Romano, riguardavano di massima solo le presenze estranee e quelle occasionali, per gli atteggiamenti discriminatori che assumevano. All’interno della famiglia e dei legami resi più stretti dalla quotidianità dei rapporti, Romano espandeva – come un bambino – tutta la sua eccezionale creatività, dominando in lungo e in largo, con la notevole e schietta esuberanza, d’ogni bimbo che si senta amato. Il giardino della casa era oggetto d’interminabili partite a bocce, con suo padre e Benito, lungo il vialetto centrale, che s’interrompeva contro la gran pianta di fico, collocata al centro del giardino e contornata da un’aiuola; sporadicamente vi partecipava anche Anna, troppo impegnata dalle pratiche domestiche. Dopo un po’, avevano convenuto come quel vialetto, in terra battuta, fosse troppo irregolare, allora lo avevano zappato, avevano setacciato tutta la terra, in modo da eliminare ogni sassolino e infine avevano ricreato il piano, in modo che fosse il più possibile simile ad un campo per il gioco delle bocce, rimettendo in sesto le piastrelle, che facevano da margine. Anna pure era intervenuta a modificare quello spazio all’aperto, chiamando dei muratori che avevano creato, in calcestruzzo composto da soli sassolini, un ricovero chiuso ad un’estremità, di fianco alla finestra del bagno, che prendeva aria sul giardino, un lungo corridoio lungo tutto il fianco a monte, ed un altro ricovero chiuso dall’altra parte. Nel primo aveva iniziato a far crescere un maiale e nell’altro una torma di galline, che razzolavano, nel lungo corridoio posto tra le due rudimentali stalle.
69
70
Capitolo 4
Il numero 70 è la libertà del 30 (il volume ciclico) nel 100 (del 10 ciclico). Qui, a pag. 70 tutto deve girare, vorticosamente libero.
(Il 4 del capitolo indica tutta la realtà, nello spazio e nel tempo. Il 69 della pagina indica l’intero percorso di 1 punto di vista, libero, nel 70)
Romano pensò che se avesse appoggiato le ginocchia sulla parte interna della ruota, poteva abbracciarla e farsi così scarrozzare... Che cosa ci voleva? Detto fatto. Si trovò così abbrancato ad un'auto che, superata quella curva, aveva imboccato il lungo rettifilo che passava poi sotto il paese e ne usciva. In quel tratto e nonostante il fondo della strada fosse in terra battuta e sassi dagli spigoli taglienti e vivi, l’automobile prese a correre… Come poteva ora scendere? Non gli sfiorò neppure l’idea di mettersi a gridare in modo da attirare l’attenzione del guidatore e far sì che si fermasse. Decise che, se non mollava la presa, sarebbe stato portato via chissà dove e decise di farlo, finché era in tempo. Non aspettò un’altra curva, in cui la velocità fosse inferiore e, mentre il veicolo FIAT procedeva, forse a 50 chilometri l’ora, si lasciò cadere sulla strada. Appena mollò la ruota della FIAT…, che Romano “fiat” una ruota! le ginocchia toccarono il suolo, gli fuggirono di sotto e tutto il corpo iniziò a rotolare furiosamente, con capriole in una sequenza così veloce… che gli sembrò d’essere divenuto lui una ruota. Rotolò per una decina di metri, in quel modo e si alzò graffiato da tutte le parti, ma miracolosamente incolume. (Come rotazione, raccontata a pag. 70, non c’è male vero?).
Nel 1945 Romano aveva sette anni e frequentava il secondo anno nella scuola elementare, andando con la madre a Raito, un paesino della Costiera Amalfitana, poco oltre Vietri, dove lei aveva avuto il trasferimento. (Piena libertà, con sua madre). Il bimbo aveva iniziato la scuola a 5 anni, un anno prima degli altri, sapendo già leggere e, essendo figlio di maestri ed essendo quelli momenti di grossi cambiamenti nella vita della famiglia, che nel giro di due anni aveva cambiato ben due volte alloggio, era stato praticamente aggregato alla madre e la seguiva, là dove lei svolgeva il suo lavoro. Nelle vacanze invernali la famiglia si recava ad Ostigliano, ove trascorreva a briglia sciolta il lungo periodo d’assenza dalla scuola legato alle festività. (Piena libertà, nello svago). Romano aveva sette anni quando vide un giorno, in cucina, sua zia Giovannina china sul fuoco del grosso camino della casa, intenta ad alimentarne le fiamme per cuocere un pranzo. Le si avvicinò di soppiatto, vedendo quel grosso sedere che lei aveva, così voluminoso rispetto al suo, e le diede una manata dall’alto in giù, sulle natiche. Lei diede in un urlo, ma solo per dargli la soddisfazione d’aver ricevuto un grave affronto da quel nipotino birbante. (Piena libertà, nei riguardi altrui). Così piccolo, Romano girava in lungo e in largo per quella casa e certe volte, nel bottaro, si calava nel grano tenuto dentro a tini giganteschi, che per fortuna sua non erano tanto profondi da sommergerlo interamente, mentre vi sprofondava. (Piena libertà d’esperienza). Rapito, si fermava a studiare la produzione dell’olio d’oliva, che era fatta in quella casa, con due macine in pietra che giravano in coppia e strizzavano il succo, tra i feltri a più strati in cui erano state disposte le olive. (Piena libertà negli interessi). Le sere in cui la nonna, intorno al fuoco del camino, si metteva a raccontare le sue storie di Piruontolo, versione ostiglianese del ragazzetto furbo e tonto allo stesso tempo, che ne subisce e ne fa di tutti i colori, erano per Romanuccio una delizia… Forse lei le raccontava alludendo a lui. (Piena libertà nella fantasia). Romano era curioso, attento, voleva conoscere le cose. Così, a sette anni, una sera bambini e bambine si trovavano a dormire assieme in un gran letto. Con somma precauzione, affinché la bella Teresina, la cuginetta che tanto gli piaceva con quel suo volto fine e gentile, non si accorgesse, sollevò il suo gonnellino, le scostò le mutandine con le dita, e osservò, a lungo, estasiato, com’era fatta lei a differenza di lui. Lei nel suo sesso, lei che per fortuna del bimbo seguitò a dormire per tutto il tempo, non accorgendosi di nulla. A quell’età chi non ha mai giocato al Dottore? Ma a lui piacevano di più le pazienti Battezzate Teresa. Santa Teresa del Bambin Gesù attraeva questo bimbo, novello figlio salvato e fatto pertanto suo dalla Madonna, in tutti i modi, leciti e illeciti. (Piena libertà negli interessi).
Romano, quand’ebbe otto anni, osservò come la strada in fondo a quel paese avesse una strettoia e una curva ad angolo, alquanto stretto, che induceva le pochissime Balilla che vi passavano a rallentare, fino ad andare a passo d’uomo. Le Balilla avevano la ruota di scorta montata sul fondo, all'esterno, in modo verticale. (Piena libertà d’osservazione).
Le altalene, che passione! Passando una fune tra gli alberi, vi si aggrappava e si lasciava dondolare, spingendosi con tutta la forza che aveva. Sognava le liane di Tarzan, sempre più alte e lunghe. (Come ciclo, raccontato a pag. 70, non c’è male vero?). Gli anni crebbero a 9 e si accorse come la grande vigna, che ricopriva l’ampia terrazza della casa dei nonni, nascesse sul terreno, posto cinque metri sotto e vi salisse, con un unico fusto. Provò a saggiarne la forza e notò che esso reggeva al suo peso. La casa, in un punto, aveva un passaggio obbligato e chi transitava, per entrare in casa, doveva poi passare nuovamente di lì, per uscirne. Allora decise di giocare uno scherzo alla nonnina, a Tresina che sempre scherzava con lui quando, per farglielo bere crudo, gli diceva “Hai fatto l’uovo” e l’estraeva dalla mano portata tra le sue piccole cosce. Sua nonna era lì, in quel punto della casa… Allora passò davanti a lei, entrando. Si diresse velocemente sulla terrazza, si aggrappò al fusto di quella vite e si calò per 5 metri fino al suolo; entrò nella casa e passò nuovamente davanti alla nonna. (Come giro, raccontato a pag. 70, non c’è male vero?). Lei non si accorse come fosse entrato due volte senza prima uscire. Romano ripeté allora l’operazione e le passò dinanzi di nuovo. Niente. Fu al terzo passaggio, sempre più ravvicinato nel tempo, perché Romano procedette sempre con maggiore velocità, quasi giungendo a lasciarsi cadere, mentre era aggrappato alla vite, che la nonna notò, sbigottita, la stranezza… Ma come faceva? E lo seguì, di soppiatto. Lo vide nuovamente scavalcare l’alta ringhiera della terrazza, aggrapparsi a quella che, per Romano, era davvero come una liana dei film di Tarzan, che tanto gli piacevano, e si spaventò a morte, perché quel nipote non aveva ancora 10 anni, li compiva il mese dopo, a gennaio, il giorno 25. (Finalmente si era accorta del giro, raccontato alla pag. 70 del moto libero). Quella vite fu tagliata e la terrazza restò senza una copertura che, per quasi un secolo, l’aveva protetta dai raggi del sole, portando anche una notevole quantità d’uva, quando era la stagione. Il Diavolo aveva attentato alla vita di Romano e dovette contentarsi della vite.
71
72
71 blocca la rotazione al tempo 1. Nel Codice di questo libro è così.
72 sblocca nuovamente le cose, nel senso del reale avanzamento. È 9×8, tutto l’avanzamento 9 del complesso unitario da –4 a +4 della realtà.
A dieci anni, Romano fu accompagnato con Benito e lasciato lì, ad Ostigliano, nell’attesa dei genitori che sarebbero arrivati più tardi, prima di Natale. Lo zio Antonio aveva avuto a lungo, nel portone del palazzo della famiglia, un biliardino a gettoni. Per giocare occorreva mettervi mezza lira e le palle, che entravano nelle buche, rotolavano sul davanti del tavolo, ove potevano essere raccolte ed impiegate nuovamente. Dopo un certo tempo esse erano imprigionate dal tavolo e non rotolavano più lì davanti, per essere riutilizzate. (Lo vedete il moto bloccato, a pag. 71 che lo blocca?) Il ragazzo si domandò come mai. Facendosi aiutare dai cugini suoi coetanei, riuscì a sollevare il pesante piano, di quel tanto che lasciò scorgere come un’asse fosse calata dall’alto, a sbarrare il movimento delle palle. (Romano scopre il blocco, descritto alla pag. 71 che blocca i moti). Infilava allora sotto una manina e, sollevando quella barriera, le palle rotolavano nuovamente fuori, e si poteva ancora giocare. (Così Romano lo sblocca). Non si pose minimamente il problema se fosse o no corretto farlo e lo fece. Iniziarono, egli e i suoi cuginetti, a giocare a lungo senza rinnovare il gettone a tempo. Poi quel biliardino fu ceduto al proprietario del bar di fronte, ubicato nella stessa piazza. (Il bel gioco si bloccò, il tutto descritto alla pag. 71 che blocca i moti). Romano aveva osservato come la finestra del locale fosse lasciata spesso aperta e come desse nello spazio posseduto dalla famiglia dei nonni, sotto la gran terrazza. Così, un giorno in cui il locale restò chiuso, a capo della solita decina di giovani seguaci delle sue sempre originali ed imprevedibili gesta, arrampicandosi, e facendo arrampicare tutti loro nel locale, passando attraverso la finestra, iniziarono a giocare a quel biliardino, nel modo che sapeva, sollevando la sbarra che imprigionava le palle. (E così Romano sblocca l’ostacolo). Queste, rotolando, facevano rumore. Tutti i ragazzini facevano rumore e la gente seduta sul gradino dell’uscio sbarrato, udivano perfettamente come nel locale fosse entrata, chissà come, una torma di ragazzini. Uno dei ragazzi prese un’aranciata e, quando uscirono, se la portò dietro. Per berne il contenuto fu rotto il collo della bottiglietta di vetro. Proprietario di quel bar era Vincenzo Minella, un brav’uomo che era anche il conducente del biroccio che, nelle occorrenze, s’incaricava d’andare a prelevare coloro che arrivavano alla stazione ferroviaria di Rutino, a sette chilometri di distanza, per trasportarli ad Ostigliano. Arrivarono i genitori, e Romano, vistili dalla terrazza fermarsi alla casa di Gennaro, che distava un centinaio di metri più sotto, si buttò di corsa per lo stretto viottolo che là conduceva, a braccia aperte verso Gino suo padre che, intanto, stava salendo a piedi per quella scorciatoia. Non riuscì a giungere ad abbracciarlo, perché trovò uno schiaffone così violento che lo stese a terra. A causa del Minella, suo padre lo menò di brutto, anzi di bella. (E così Romano fu bloccato lui, nella sua corsa e nella sua gioia d’avere incontrato il padre). Restò sbalordito non immaginando che cosa aveva fatto di così orribile… Non ebbe il tempo di darsi una risposta che il padre gli ordinò: “E adesso vai a trovare i cocci di quella bottiglietta e portali da me. Poi chiedi scusa, a nome di tutti, al Signor Vincenzo, e dagli quanto occorre per pagarla. Li tratterrò dal tuo mensile!” (Così il padre sbloccò la brutta situazione ingeneratasi con Vincenzo Minella). Messo così di petto, di fronte alle sue colpe, trasecolò con se stesso. Certo che era stato un furto! La cosa non gli si era mostrata in quei termini, mentre essa avveniva. Era parsa solo la riconquista d’una possibilità che era stata negata, per quel gioco loro, portato via dalla casa di suo zio e chiuso in quel posto, in cui non si poteva più entrare.
Il male? Bah, il cervello di Romano ora riusciva a capirlo, ma il cuore no. Il cuore non aveva mai cercato di rubare, ma solo di superare delle difficoltà. (Il cuore aveva una giustificazione superiore).
L’anno dopo, ad undici anni, Romano portò ad Ostigliano, nel solito periodo delle vacanze, dieci cartine di piccoli botti acquistate a Salerno per 10 lire e cominciò a venderle per 12 volte tanto. Erano rettangoli di cartoncino in cui erano imprigionate, in 12 fila di dieci, delle piccole quantità d’esplosivo che, se era colpito, faceva un piccolo botto. Insomma piccoli petardi, che non potevano essere di nessun pericolo. Aiutato dai cugini, ne aveva già venduti la metà. Poi era andato con loro al fiume, lontano alcuni chilometri, a raccogliere e far raccogliere vimini, perché gli avevano raccontato che erano vendibili, a caro prezzo, a chi poi con essi intrecciava ceste. Tornato, fradicio, di sudore e dell’acqua del fiume con la quale avevano giocato, si era messo a giocare a palla nell’ampio portone della casa dello zio Antonio e all’improvviso si vide tra le fiamme. Portò immediatamente le mani contro la tasca dei pantaloncini nella quale i petardi, strofinandosi tra loro, avevano preso fuoco, e premette con forza, spegnendo, contro la sua coscia, le fiamme che lui solo vedeva. (E che movimento!) Si ustionò terribilmente e dovette accorrere il dottore che, con una pinzetta, gli asportò la pelle bruciata e nera, combinata con lo zolfo di quel materiale esplosivo. Nudo dalla cintola in giù, si vergognava, perché ora Teresa, la bellissima cuginetta che aveva un anno e mezzo più di lui, lo stava osservando e vedendo lì, davanti a tutti, così com’era fatto lui, stavolta, nella sua intimità... (E che movimento… di forzato castigo!) Fu una punizione di Santa Teresa del Bambin Gesù, che subì per quello che aveva fatto lui a lei e di soppiatto, alcuni anni prima, osservandola nel suo sesso, così come lei ora osservava lui nel suo, ma il tutto nella grande ufficialità, con la gente intorno a guardare! Ci vollero 3 mesi perché l’ustione, profonda, si rimarginasse, crosta dopo crosta e quel liquido giallastro che restava sempre sotto, finché scomparve. Prodotta per gli spari, gli restò una cicatrice in rilievo, a futura memoria, a forma esatta di pistola, sulla coscia destra, all’attaccatura dell’inguine, all’altezza di quella tasca che aveva contenuto i petardi. Solo dopo decenni si sarebbe appiattita, afflosciandosi. Ogni volta che Romano arrivava ad Ostigliano, a casa dei nonni, tutti gli adulti entravano in fibrillazione, perché ne inventava sempre una più del diavolo, essendo veramente imprevedibile. Le conseguenze poi, quando si faceva male, le aveva tutte sul suo corpo. Giunsero addirittura al punto di fargli togliere un malocchio che qualcuno, certamente, doveva avergli messo addosso... e non avevano torto: era il Maligno, che sempre tentava quell’angelo innocente e lo portava a commettere una quantità enorme di malefatte, ma che egli compiva sempre nella più candida delle intenzioni, fregando sempre il Maligno! Così Romano, si vide unto dalla zia ‘Ndina, la compagna di zio Mauro, che, con una lucerna, alimentata dall’olio che umidificava uno stoppino, pronunciò chissà quale formula magica, per togliergli quella maledizione… (E che movimento! Tentare di bloccare il Diavolo che tentava sempre di metterlo in difficoltà, puntando sulla sua innocenza!)
Non servì a nulla, ci voleva ben altro… solo un altro destino, meno essenziale.
73
74
Il 73 blocca nuovamente il moto libero 72, nel tempo 1. E così nel testo.
Il numero 74 riattiva il moto e presenta le condizioni reali.
Romano perdurò nel restare incosciente di fronte ad ogni pericolo. (Primo blocco). Non n’avvertiva in alcun modo la paura e seguitò ad essere fatto così, per tutta la vita, lanciandosi sempre in acque dove avrebbe potuto perfino annegare, pur avendo imparato il nuoto alla perfezione. Queste bravate non avvenivano solo ad Ostigliano. A Salerno, in villa Cajafa, ai ragazzi era proibito d’andare nello spazio retrostante alla Torretta. C’era un motivo, evidentissimo: quel luogo dava su un precipizio d’una ventina di metri, che era protetto solo da una sbarra di ferro, messa ad un’altezza tale che i ragazzi potevano tranquillamente passarvi sotto e precipitare nel baratro. Vincenzo Pastore, che gestiva quel luogo, assumeva aspetti terribili, con quei ragazzi, nel tentativo d’apparire spaventoso e non permettergli d’andar là. Tutti lo temevano. Spinti da Romano, quando i ragazzi si recavano lì e all’improvviso accorreva Vincenzo, da tutti creduto lontano, i ragazzini erano tanto intimoriti da darsela a gambe più che potevano. Scapparono come lepri anche quella volta... ma Romano non fuggì. Restò ad attendere l’arrivo di quell’uomo grande e grosso che, strillando come un ossesso, afferrò da terra una mazza e con quella si scagliò contro quel ragazzino di dieci anni. Il bimbo non si mosse, non arretrò, alzò semplicemente la mano, ad afferrare il bastone calato nel suo minaccioso fendente. (Romano glielo bloccò!). Lo afferrò, e quello si ruppe, restandogli nella mano sollevata, perché non era davvero un bastone, quello di Pastore, ma solo il gracile fusto d’una pianta di granoturco, con la quale avrebbe potuto solo tenere a bada delle pecore e non un leoncino come lui. Vincenzo mai e poi mai avrebbe afferrato un vero bastone, per colpire, così, un ragazzino. Era un brav’uomo, che voleva solo far paura, e ci riusciva, assumendo atteggiamenti credibili e tremendi. Paurosi per tutti, ma non per Romano, che non aveva temuto alcun pericolo da quel Pastore ed aveva sollevato la sua debole e piccola mano, ad evitare il gesto, così temibile, d’un tipaccio veramente furibondo. Evidentemente non aveva presagito alcun male, nonostante tutte le più terribili e minacciose sembianze volute assumere da Vincenzo.
Quell’acqua entrò tutta, in un’auto scoperta, addosso al conducente e a chi altro era mal capitato su quella vettura. (Oimé col moto che non è restato bloccato!) Stridore di freni, l’auto si bloccò… ma per farne scendere il conducente, inferocito, che, recuperati i metri di distanza percorsi nella frenata, si diresse correndo verso i due ragazzi. Gildo si spaventò, scappò, e l'uomo gli si buttò alle costole, inseguendo quel povero innocente, che aveva avuto paura, e non quell’incosciente ragazzo, che era restato invece esterrefatto, stupito dalla conseguenza di quel gesto, che egli aveva fatto senza malizia e nessuna intenzione di dar luogo ad una simile e così sgradita conseguenza. Gildo riuscì, per fortuna, a non farsi raggiungere, altrimenti avrebbe pagato a troppo caro prezzo le colpa del suo amico Romano. Colpe che il Diavolo avrebbe voluto scaricare sulle spalle di Romano, ma la sua innocenza di base aveva disarmato ogni pericolo per lui.
Un’altra volta, Romano stava andando, con Gildo, l’amico che abitava in quella torretta, a prendere il latte. Aveva circa undici anni e l’incarico era d’una certa responsabilità, perché il lattaio era a Salerno, ad oltre un chilometro di distanza. Con due bottiglie, di quelle di vetro con il collo largo, che si usavano una volta ed erano chiuse con la stagnola, Romano e Gildo percorsero la strada che, da Vietri, porta a Salerno, frequentata da un certo qual traffico, anche in quei tempi, perché era l’unica via di comunicazione. Giunti all’altezza del quartiere Olivieri, lavarono le bottiglie ad una fontanella, che fiancheggiava la strada. Romano ne riempì una e non la svuotò. Alcune centinaia di metri dopo, mentre sopraggiungeva un’automobile, si voltò di scatto e, nelle strana concezione che aveva lui dei veicoli, come se fossero degli inespugnabili carri armati, decise di lavarne uno, e fece il gesto di svuotargli contro quella bottiglia. Rivedo ancora, nella mia memoria osservatrice, il fiotto compatto che ne uscì, brillare al sole come un grappolo di cristallo. (Un cristallo bloccato luccicante nell’aria!)
Sembrava essere incoscienza! Pura incoscienza del pericolo e di che cosa fosse il male in se stesso, fatto a se stesso e ad altri. Questa caratteristica, di Romano, era senza alcuna possibile giustificazione, perché, per altri versi, era un ragazzo intelligente, attento, insomma che appariva del tutto normale. È solo pensando al fatto che Romano era veramente un sopravvissuto, alla stessa morte, e che quindi realmente non ne aveva più paura, né d’essa, né dei pericoli inerenti alla salute e alla vita, che può darsi una spiegazione, ragionevole, ad un comportamento in apparenza del tutto irragionevole. (Romano si era definitivamente sbloccato da questa generale paura). Si capisce anche facilmente che questa è una ragione che s’imposta sulla stessa irragionevolezza. Non è infatti nemmeno pensabile, che si possa realmente sopravvivere alla morte, avendone come già fatta la personale e concreta esperienza! Un accertamento che ti faccia capire che non si muoia morendo; fino a portare, tutto ciò, ad una sostanziale e personale scomparsa del male stesso, quale il sublime spauracchio. Romano non temeva né i pericoli, né l’incapacità di resistere al dolore, per quanto grandi essi fossero, e questa è restata una costante in tutta la sua vita. Il pericolo più grande, in assoluto, corso da Romano negli anni della sua fanciullezza, fu al mare e fu quello d’annegare. Qui Satana ci provò di brutto a farlo morire. Aveva 10 anni e non sapeva ancora nuotare. La spiaggia di Salerno era infida, molto ripida e c’erano i pali, con le funi, ad indicare il limite delle acque sicure, là dove si toccava. La pendenza del fondo sabbioso, nei giorni successivi ad una fortissima mareggiata, per il sommovimento generato da enormi cavalloni, era tale che non si toccava, non c’era più appoggio, anche prima dei pali e delle funi. Gennaro propose a Romano, proprio in una di queste occasioni, una gara del tutto speciale: avrebbe lanciato in acqua uno zoccolo di sughero e si sarebbe visto chi, tra loro due, sarebbe riuscito ad acchiapparlo per primo, mentre galleggiava sull’acqua finalmente piatta e tranquilla, dopo le mareggiate dei giorni prima. Tirò lo zoccolo abbondantemente all’interno dell’area di sicurezza e, al “via!”, i due cugini si lanciarono in mare per raggiungerlo. (Ecco, questo movimento sbloccato sarebbe stato quello vincente per Satana, se tutti i Santi non avessero protetto Romano!)
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75 indica la misura colma dello spazio percorso dal 25 (la presenza 1/4) nel 100. Il racconto segue queste indicazioni, e mostra il guadagno ottenuto dal rischio.
76 indica un assetto spaziale stabile. È tutto lo spazio percorso nel tempo unitario.
I due cuginetti si ritrovarono all’improvviso, inaspettatamente, entrambi là dove non si toccava più, fatti appena due passi e ancora del tutto carichi della loro inerzia di moto, che li portava sempre più al largo. Romano, evidentemente, già sottratto miracolosamente alla morte otto anni prima, non doveva ora morire, così, annegato, in seguito ad un evento di questo tipo. Così, pur non sapendo assolutamente nuotare, riuscì per prima cosa a girarsi e, poi, a tornare a riva, percorrendo, chissà come, quei sei o sette metri che, ormai, si erano frapposti alla salvezza, a causa dell’abbondante abbrivo dovuto allo slancio della corsa, una distanza veramente proibitiva per chi non sa per niente nuotare. Avendo salvato miracolosamente se stesso, salvò dalla morte anche il cugino, perché corse subito a chiamare la zia Emilia che recuperò Gennaro, restato ancora lì a dibattersi, con le braccia fuori e la testa di cui si scorgevano solo appena i capelli. (E che vantaggio!). Il ragazzo aveva ancora, nella mano destra, lo zoccolo di legno della sua quasi mortale vittoria, lì in quello stabilimento balneare chiamato Lido, un posto ove, lì, io dò la vita (a mio cugino) e non la si porta via a me… io Amo Dio e ho moltissimi angeli custodi! E che nomi! Perciò io riesco a mutare il male in bene… (Che vantaggio essere esorcista!). Il giorno dopo Romano, entrando in acqua, s’accorse di galleggiare. (Che vantaggio!). Aveva imparato da solo che, se si adagiava a testa sotto, tenendo il respiro, sdraiato sull’acqua come se fosse su un lettino, il suo corpo restava in quella posizione e non affondava. Ecco, non è strano? Un altro si spaventa… Romano invece impara a nuotare. Iniziò allora a stare così, a lungo, in apnea, sdraiato sull’acqua. In fondo al Lido, lo stabilimento frequentato dalla sua famiglia, c’era una zona il cui fondo era scoglioso. Si recava là e si metteva in quella posizione, osservando ad occhi aperti gli scogli sottostanti, tutti coperti d’alghe. Prudentemente controllava l’altezza dell’acqua ed ogni qualvolta che gli sembrava che il fondale stesse per divenire troppo profondo, prima che lo fosse, metteva giù il piedino e si tranquillizzava, scoprendo che c’era ancora piede, come dicevano i ragazzi. Aggiunse al galleggiamento a poco a poco la falcata, ampia, il movimento delle braccia, ed imparò a spostarsi a volontà. Sapeva finalmente nuotare. Di tutto questo era stato capace da solo, istintivamente, il mese prima, ma, in più, in quell’occasione, si era dovuto anche girare, invertendo l’abbrivo, l’inerzia, quanto spingeva nel verso opposto. Imparò a nuotare bene, con sicurezza. L’esercizio fatto, quando tratteneva il fiato, sempre più a lungo, mentre era immerso a testa in giù, gli diede la fiducia d’avere una notevole autonomia, così iniziò ad immergersi, a nuotare sott’acqua, riuscendo a percorrere tratti sempre più lunghi prima d’emergere. Visto che una ne pensava e cento ne faceva, per la capacità acquisita, decise di giocare un simpatico scherzo – secondo lui! – alla zia Emilia. La chiamò, per farle vedere come fosse capace di nuotare sott’acqua. Aveva già studiato tutto un tragitto protetto alla vista, perciò prese un gran fiato, s’immerse e percorse una notevole distanza, fino ad emergere sotto una barca capovolta nell’acqua, che conservava al suo interno una bolla d’aria respirabile. (Colma una misura sott’acqua impossibile, imbrogliando la zia).
Stette lì il tempo d’un altro respiro e s’immerse nuovamente, invisibile a tutti, emergendo dietro una barca posta ancora più lontano. Viaggiando sott’acqua e sempre emergendo in modo da non essere scorto, uscì poi tranquillamente, a quasi cento metri dal punto di spiaggia in cui si era immerso, lì ove sua zia non aspettava più ormai che riemergesse, sicura che gli fosse venuto un malore e fosse annegato. (È tutto lo spazio percorso) Risalito a riva, rientrò a piedi in quel punto, trovandovi la grandissima agitazione di persone che avevano temuto fosse annegato, allarmate e chiamate tutte in soccorso, dalla zia. Si avvicinò da dietro a lei e le domandò: “Cosa c’è? Che succede?”. Quando Emilia lo vide non seppe che pensare, se punirlo o abbracciarlo, perché non riusciva a darsi una ragione di come, immerso e non riemerso più, ora, quasi 5 minuti dopo, sbucasse miracolosamente dalle sue spalle. Emilia era l’ultima figlia dei Baratta “Marchesi” d’Ostigliano, ancora studiava, ed era la sorvegliante dei ragazzi in assenza dei genitori. Saputo alla fine cosa il nipote avesse fatto, per scherzare in quel modo così cattivo e feroce con lei, non riusciva a perdonarglielo, perché le aveva provocato una paura senza confronti, non solo per l’affetto che aveva per lui, ma anche essendo tutti i ragazzi sotto la sua personale responsabilità. Un giorno Romano ci provò, anche con il padre. Gli rivelò che sarebbe andato a nuoto fino ad una barca molto in là nel mare (troppo, per Gino che si manteneva appena a galla) e che avrebbe saputo raccogliere la sabbia dal fondo, anche da lì. (Era nuovamente tutto lo spazio percorso finché durava con il fiato). Il padre glielo proibì. Romano fece finta d’ubbidire, ma, appena potette, giunse a nuoto fino lì, salì su quella barca e si mise a gridare come un ossesso perché il padre l’udisse. Quando riuscì ad attrarre la sua attenzione e vide che egli lo guardava, seguendolo attentamente, prese un gran respiro e si tuffò dalla barca, per raggiungere il fondo. Non fu facile, perché dovette immergersi a buona profondità, le orecchie cominciavano a fargli male per la pressione, né aveva pratica delle compensazioni che fanno i nuotatori subacquei. Il fondo nemmeno si vedeva. Tenace ed ostinato come sempre, finalmente lo vide, s’infuse coraggio, lo raggiunse, n’abbrancò una manciata con la mano, poi percorse il tratto in risalita, facendo forza a se stesso per resistere. (Era nuovamente tutto lo spazio percorso finché durava con il fiato).
Arrivò in superficie e finalmente respirò, salì nuovamente sulla barca e, gridando a gran voce “Papà!” gli mostrò la sabbia, raccolta con la mano, mentre egli la faceva cadere. Ritornò a riva. Il padre gli si avvicinò complimentoso. Meritava un premio, per quella sua bravura, così gl’intimò di seguirlo in cabina e Romano lo fece, aspettandosi chissà cosa. Giunti lì, Gino chiuse la porta, sfilò la cinghia dai suoi pantaloni appesi agli uncini e, con quella, iniziò a sferzare senza pietà quell’avventato del figlio, che teneva per mano con la sinistra e gli girava intorno, nel tentativo di rendere meno dolorose le cinghiate che gl'impartiva con la mano destra. Fu la seconda ed ultima volta in cui suo padre lo picchiò. La prima era stato lo schiaffone per quella storia della bottiglietta d’aranciata sottratta a Don Raffaele. Ora aveva ritenuto che questa fosse l’unica lezione valida e memorabile che gli potesse dare, affinché evitasse, in futuro, gesti così pericolosi.
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77 è l’assoluta libertà su 2 cifre. Il Perdono da dare detto da Gesù.
78 blocca la libertà assoluta, riducendola a quella relativa al tempo 1, ad un assetto complessivo.
Mentre il figlio era sotto e tardava così a riemergere, ad un certo punto Luigi aveva avuto l’estrema paura, se non la certezza, che egli fosse morto. (Libertà assoluta!) Questa capacità di nuoto subacqueo di Romano presto fu usata da Gildo, Antonio, Mimì e gli altri compagni che aveva. Sapevano tutti nuotare e così, percorrendo quasi mezzo chilometro di distanza, si recavano sotto la costa di Vietri sul mare, dove avevano iniziato a calare massi, in previsione d’un nuovo porto. C’era un tratto già posato, lungo una cinquantina di metri e, profittando dell’acqua tranquilla che questa sponda riusciva ad assicurare, erano stati collocati allevamenti di cozze. Consistevano in funi, in cui un estremo era tenuto in superficie da un galleggiante e l’altro pescava fino al fondo. Le cozze vi si arrampicavano, o erano collocate lì, non si sapeva bene; infatti, ogni fune aveva cozze di dimensione diversa, alcune erano ancora piccolissime, mentre, su altre funi, esse erano tali che la canapa poteva essere recisa, fatta a pezzi e portata al mercato. I ragazzi nuotavano fino lì e si fermavano a distanza, tanto da non destare l’attenzione di chi vigilava su quell’allevamento. Ad un certo punto, cominciavano a giocare, spruzzandosi acqua, ed uno degli amici, su segnale di Romano, gli dava una gran calata. Il ragazzo percorreva sott’acqua la gran distanza fino ad una fune e, se era fortunato, trovava grosse cozze da staccare, con le dita, anche tagliandosele leggermente… ma non se ne preoccupava. Ne riusciva a staccare qualcuna, l’infilava nel costume, e poi rientrava, sempre percorrendo sott’acqua il tragitto fatto prima. Riemergeva tra gli amici, dava loro quel magrissimo bottino e, dopo un’altra calata, il gesto era ripetuto. (Disinibizione assoluta!) È un gesto che si chiama furto. Ma Romano non avvertiva minimamente questo significato. Se uno glielo avesse detto, spiegato, fatto capire, che quello era veramente l’azione d’un ladro, non lo avrebbe compiuta, senza ombra di dubbio. Non era un ladro né voleva esserlo. I ladri non gli piacevano… Ciò si poteva spiegare solamente con il fatto – concreto e reale – che a Romano mancava la percezione stessa del male. Quello che faceva non gli si manifestava come peccaminoso o sbagliato. Aveva come il presentimento, nella sua condizione mentale, di quanto avrebbe poi creduto e teorizzato fermamente da adulto 58. Quanti giochi su quella spiaggia di Salerno, collocata tra il vecchio porto e la costa ripida di Vietri sul Mare: interminabili gare a tappi d’aranciate e gazzose, che erano combattute sulle originali piste a gironi (come quelli del Purgatorio dantesco). Le costruiva Romano, per tutti, sempre più alte, con cumuli di sabbia, attorno ai pali che sorreggevano le cabine. (Libertà assoluta nella creatività!)
A causa della pendenza della spiaggia, sulla battigia il piano di calpestio delle cabine giungeva fino a quasi tre metri d’altezza, permettendo ai ragazzi di giocarvi tranquillamente sotto, all’ombra del sole così cocente a quella latitudine. Le cabine erano ampie, spaziose, permettevano, a chi le aveva a nolo, di mangiarvi dentro, con tavoli, sedie. Quanti cocomeri divorati in quel luogo nel quale, alcune volte, un fornello scaldava le paste asciutte e gli altri alimenti portati da casa. Cabine che erano come una piccola casa e permettevano il soggiorno, dall’alba al tramonto, consentendo un pranzo che aveva la stessa spesa d’uno preparato a casa. Questi ambienti, costruiti in legno, erano accostati a due a due, e serviti da corridoi laterali. Il piano delle cabine era al livello della spiaggia, a monte; poi, a causa della pendenza della riva, esso diveniva, poco a poco, un’immensa tettoia, issata sui pali di legno, per tutti i ragazzi e gli adulti che preferivano la sua ombra decisa, che toglieva ogni riverbero, a quella incerta degli ombrelloni. (Ed è stato descritto il generale assetto della spiaggia).
58. « che il male in se stesso non esiste, allo stesso modo del bene in se stesso, perché sono puri gesti, azioni essenziali, che assolutamente non possono essere compiute quando il divenire in se stesso non esiste, ma è solo la differenza tra due condizioni, entrambe esistenti: una causa A e un effetto B. Due entità, A e B, uguali ed opposte e non una che diventa l’altra. Pertanto se sembra un male che A diventi B, sembrerà un bene quando la stessa B diventerà la A. Quando esistono entrambe, sia A, sia B, il miglioramento o il peggioramento, ossia il bene e il male, sono solo e veramente una pura idea. L’idea di chi crede che l’una diventi veramente l’altra, sia in un caso, sia in quello opposto. Idea del tutto sbagliata, perché A e B restano per sempre uguali e ben distinte tra loro. Pertanto bene e male sono solo un’idea, ma poi saranno realmente un’idea sbagliata ma importante quando tutta l’esistenza sarà intesa, e riconosciuta, come ideale e reale nella sua pura essenza.»
Per capire come, fin da piccolo, Romano stranamente riuscisse a dominare ogni paura, perfino del dolore, basta considerare questo episodio. Si ferì, facendo il bagno, con un chiodo arrugginito che era sul fondo sabbioso. La sua gamba s’infettò e l’infezione infine si concentrò, tutta, in una glandola linfatica posizionata all’attaccatura dell’inguine, che divenne grossa e richiese l’intervento del chirurgo. Bisognava passare uno stoppino, nella glandola e, facendolo scorrere, in essa, da un lato all’altro, asportare tutta l’infezione contenuta nel suo gonfiore. L’intervento doveva essere compiuto in casa e tutti si erano messi addosso al ragazzino, per tenerlo fermo, sul tavolo da pranzo trasformato in tavolo operatorio. Erano in molti, adulti, lì, tutti attorno, a cercare d’immobilizzarlo, e non ci riuscivano, perché Romano non voleva subire quella violenza, fatta in quel modo, da tutti e si dibatteva più forte di loro. (L’assetto mentale di Romano era di non subire le forzature). Visto che doveva accadere, il ragazzo si arrese e spiegò a quei grandi che dovevano stare tutti indietro, perché da solo sarebbe stato capace di stare fermo; da solo avrebbe resistito al dolore, durante tutto l’intervento, fatto senza anestetici. Dovevano togliersi dattorno e lasciarlo libero. (L’assetto mentale di Romano era di resistere da sé se era libero). Suo padre lo conosceva bene e, per quanto a tutti sembrasse impossibile che un ragazzino, così piccolo, sapesse mantenere una simile promessa, gli diede credito e comandò a tutti che si facessero indietro e ne lasciassero le mani, le gambe, il busto, ogni cosa che, nella tema d’un movimento, doveva restare ferma, in quel bambino, mentre il dottore avrebbe bucato esattamente là dove andava bucato. Romano restò fermo, immobile. L’osservazione di quanto era fatto, al suo corpo, creò per la prima volta, in modo cosciente, il significato della netta divisione che esiste, tra chi osserva e chi patisce, tanto che se l’io si mette ad osservare, e riesce a farlo con vero distacco, attua in modo autorevole lo stesso distacco che poi i farmaci e gli anestetici riescono a fare mediante la chimica. (L’assetto della mente, tra l’io osservatore e l’io che patisce).
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Capitolo 5
80 è l’intera realtà complessa per cicli. E qui è descritta nella dotazione superlativa.
(5 è la presenza in atto della realtà 4/1. Tutto il capitolo descrive la realtà in atto, di Romano 79 è lo spostamento libero di 1 nel complesso 80, così Romano si stacca dall’insegnamento materno, nasce il problema dei viaggi dopo le medie, deciso per libera votazione. I genitori si spostano per concorso)
Romano, tra il 1946 e il 1948, quando fu più grandicello, si staccò dall’insegnamento materno e frequentò la terza e la quarta elementare a Salerno. Sostenuto in quarta classe, nel giugno del 1948, l’esame d’ammissione alla media, entrò nella scuola di Largo del Campo nell’ottobre di quell’anno, da cui sarebbe uscito col il diploma nel giugno del 1951. I suoi genitori, poco alla volta, abbandonarono la vigilanza su di lui, nel tentativo di dargli responsabilità, e Romano, gradualmente, iniziò a studiare sempre meno. La memorizzazione delle materie lo annoiava a morte e cercava di ridurre la sua applicazione sempre più all’essenziale, stando attendo soprattutto alle lezioni e non studiando quasi nulla a casa. Le sue pagelle soddisfacevano i suoi genitori, essendo tra i più bravi della classe, con la mia media che sfiorava il 7. Tra gli studenti della media era presente un’attenzione ed un affetto reciproco tale che una volta che Romano ebbe un 5 cui rimediare, l’intera classe insistette con il professore perché fosse interrogato di nuovo e potesse tornare ai suoi soliti livelli. Sostenne l’esame di terza e poco mancò alla media del 7, essendo il terzo della classe, pur essendosi preparato pochissimo, cioè solo le volte in cui i suoi genitori gli stavano particolarmente addosso con la loro sorveglianza, tanto che non poteva evitare di studiare. L’anno successivo si sarebbe dovuto iscrivere ad un Istituto di media superiore, ma a Salerno c’era solo l’Istituto Magistrale ed i suoi genitori sognavano possibilmente altri studi, sia per lui, sia per Benito, o, almeno, di dare ad entrambi una scelta maggiore. Di conseguenza Romano sarebbe dovuto andare ogni giorno a Napoli, percorrendo 50 km col treno, se la famiglia non si fosse spostata di lì. Si decise per il trasferimento e – come si usava “democraticamente” tra loro – la questione fu posta ai voti: su un bigliettino ogni membro della famiglia doveva indicare se preferiva vivere a Napoli, a Roma oppure a Milano. Ho virgolettato l’avverbio perché poi il voto del padre valeva per due, in forza della sua paterna autorità, tanto che i due genitori valevano assieme 3 voti e i due figli solo 2. Chiaramente Gennaro ed Anna, aggregati alla famiglia Amodeo, non avevano voce in capitolo su queste scelte… Nella famiglia Amodeo la scelta della città in cui trasferirsi in futuro, tra Napoli, Roma e Milano, fu unanime per Milano, con 5 voti a 0. Ora si trattava d’ottenere il trasferimento, di papà e mamma, da un capoluogo di provincia ad uno di un’altra regione… cosa veramente così proibitiva che i due maestri decisero di rifare a Milano il Concorso magistrale già fatto anni dietro a Salerno. Se l’avessero vinto e fossero entrati in graduatoria, avrebbero ottenuto d’insegnare a Milano, o in provincia, a seconda delle scelte concesse ai vincitori, nel rispetto della loro graduatoria di merito. Vi furono circa 9.000 partecipanti e i posti erano solo alcune centinaia. Per Gino ed Anna giocavano a loro favore i punti di merito conquistati in 13 anni d’insegnamento (dal 1937 al 1950), ma anche molti altri erano nelle stesse loro condizioni.
Milano e la sua provincia erano un luogo ambito in tutta Italia, il che giustificava l’alto numero stesso dei partecipanti iscritti a quel concorso, ma, a vanto delle caratteristiche genetiche della famiglia Amodeo: sui 9.000 che parteciparono, Gino fu il primo in assoluto ed Anna la nona, a sua volta prima tra tutte le donne. (Un complesso d’eccezione) Così, con l’inizio del 1951, la famiglia si sarebbe trasferita a Milano, città d’origine di Gino e per questo cara ai suoi due figli, che erano già a Salerno accaniti tifosi del Milan, la squadra di calcio che giocava in serie A ed aveva il nome stesso della città (l’altra, l’Inter, era venuta fuori da soci dissidenti del Milan e da sempre era ormai la sua spina nel fianco). La Salernitana, che giocava nelle serie inferiori, per Romano e Benito, nati le salernitano, quasi non esisteva. (Complessivi interessi da “tifo” calcistico). Lo sport che però colpiva interamente tutta la fantasia era il ciclismo. Fausto Coppi compiva le sue gesta e tutti gli uomini di casa toccavano il settimo cielo quando alla radio si sentiva che “Un uomo solo è in fuga”. (Complessivi interessi da “tifo” ciclistico). Dopo due stagioni formidabili, Coppi poco alla volta aveva cominciato a risparmiarsi, accusava ritardi, metteva tutti in apprensione: “Ma cosa aspetta? Mancano solo poche gare ancora…” Poi finalmente si decideva e riusciva a recuperare minuti di ritardo, nell’ultima salita, o in quella del giorno dopo, quando pareva ormai fuggita la grand’occasione del famoso tappone. Romano e Benito erano piccoli, ma il loro tifo per Coppi non era inferiore a quello d’un grande. Quando veniva la stagione giusta si attaccavano alla radio e partecipavano al giro, al Tour de France. Su quella primitiva radio un giorno era stata trasmessa, qualche anno prima, la notizia che Mussolini era stato ucciso. Romano, che aveva solo 7 anni, era stato colpito dalla gioia che parve cogliesse i suoi genitori, che pure erano stati tanto convinti assertori e difensori che i nomi dei due figli erano stati Romano e Benito. Certamente avevano riconsiderato ogni cosa, alla luce della divisione fatta dell’Italia con la Repubblica di Salò. Quella notizia, in sostanza, era parsa il migliore e possibile augurio che la guerra finisse. (Complessità degli interessi politici). Gino un giorno realizzò con uno straccio dei rudimentali guanti per il pugilato. Egli n’aveva tirato un po’, a Milano, da giovane, e ora cercava di giocarci con i figli. Ebbene Benito era più ficcante del fratello che aveva tre anni più di lui. Romano non riteneva d’avvalersi della sua forza e il fratellino, fiducioso, andava allo sbaraglio contro di lui e lo costringeva a retrocedere. (Complessità nella lotta fraterna). Ogni tanto andava a trovarli lo zio Antonio. Una volta, vista una palla di gomma, iniziò a palleggiare con quella ed essa restava sempre sospesa, ora sospintavi da un piede, ora dall’altro, ora da un ginocchio, dalla testa… non cadeva più per terra. Romano ne restò impressionato e più d’una volta, ricordando la bravura di quel suo zio, quando nessuno lo vedeva, provò a farlo anche lui. No, era troppo difficile e, stranamente, per un tipo come lui, accorgendosi come non vi riuscisse, subito si arrendeva. (Complessità della cinematica calcistica, troppa per quell’età; anni dopo sarebbe stato come lo zio).
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81 è la messa in atto della complessità 80/1, nel tempo 1. È 34, la tridimensionalità a 4 D. Nella pag. 81 è la libertà occorrente per liberarsi dai difetti.
82 è l’attuazione di 34. Nella pagina 82 è descritta la lotta per gioco e secondo le regole come lo strumento dell’educazione di Romano alla realtà spaziale di un bimbo.
Suo zio era un fumatore accanito. Frugandogli di nascosto nelle tasche, Romano osservava la bellezza di quei pacchetti di sigarette. Le tirava fuori, quando il pacchetto era aperto, belle, bianche, con il filtro che sembrava d’oro. In una delle mattine che andava a scuola, percorrendo i gran tratti di strada a piedi che portavano alla Media di Largo del campo, solitamente acquistando lo spasso, dei cartoccini a forma di cono nei quali i negozianti avevano messo semi di zucca, crudi e senza sale, da mangiare, uno per uno, strizzandoli tra i denti e facendo uscire il seme dalla sua rigida e fragile scorza, Romano vide che erano in vendita anche le sigarette. Ne ordinò un pacchetto, affermando che erano per suo zio. Tanta era stata la naturalezza del gesto e così il negoziante sapeva che il suo spasso non era fumare, ma passare il tempo con quei semi, che gli diede quanto chiesto da quel bimbo di 12 anni. Romano si chiuse nel gabinetto di casa, quando vi giunse e, tratta fuori una sigaretta, iniziò a tirare grosse boccate. Non aspirava il fumo, era contro il suo stesso istinto, ma, entrato nella sua bocca, lo estrometteva sbuffando, soffiando, in tutti i modi, per cercare di capire ed assaporare il gusto che ci mettevano gli altri. Dopo un po’ lo raccontò a Sabato, ed anche il suo amico, che aveva 4 anni più di lui, lo seguì in quel luogo, che divenne una fumeria. Il fumo usciva dalla finestra, sul giardino e Gino si accorse di che cosa stava accadendo. Allora chiamò Romano e gli domandò: “Perché ti chiudi e fumi di nascosto? Vuoi fumare? E fallo pure davanti a tutti noi!” Saputo che era una cosa lecita e permessa, in quel modo, da sua padre, il fumare perse l’ultimo interesse che Romano aveva saputo provare, fumando in quel modo, ed era l’ebbrezza d’una sorta di sfida ad un divieto. Così non fumò più. Ora non è che Gino voleva che fumasse, ma conoscendo molto bene suo figlio, ne aveva capito gli interessi ed aveva usato la psicologia nel modo giusto, per correggerlo senza inibirlo, anzi, proprio attraverso il senso dato a lui della sua libertà. (Libertà dai vizi)
Quando quel pallone era gonfiato, la fessura stretta da questo cuoio e i lacci che la chiudevano rompevano l’uniformità della sfera ed erano un marchio che restava sulla fronte a qualsiasi calciatore avesse colpito il pallone, di testa, in quel punto. Così erano tutti i veri palloni, che erano usati nel gran gioco del calcio, d’una volta, quando ancora, per gonfiarli e sgonfiarli, non esistevano le siringhe, ma bisognava operare così come descritto. Romano, poggiatosi a suo padre, era stato battuto da Benito, sostenuto dalla mamma… Trovò allora un altro concorso, stavolta aperto a tutti e partecipò di sua iniziativa. Era stato indetto dalla Marga, la fabbrica della crema da scarpe. Ogni ragazzo che avesse mandato alla Marga un disegno della scatola con una frase riferita al prodotto, avrebbe ricevuto in premio il gioco Lotte di belve ai tropici. Romano inviò il suo disegno e lo ricevette. Era un bellissimo gioco che trovò tutta la sua dimensione nella famiglia Amodeo, con partite interminabili in cui leoni, tigri, cacciatori e mosche Tse-tse lottavano per il predominio, mettendosi in fila ed attraversando un guado. Giunte le sagome, imperscrutabili come fossero carte da gioco, al punto d’essere una contro l’altra, erano mostrate all’avversario e c’era una gerarchia di valori tale che il cacciatore mangiava tutti ma era vinto dalla sola mosca Tse-tse, mentre tutte le altre fiere dei Tropici, incontrandosi, determinavano, nel loro scontro, quale belva era mangiata dall’altra. Il vincitore era chi riusciva a superare in vario modo lo schieramento avversario. Era un misto degli scacchi, delle carte, del gioco dell’oca. Romano, visto il suo successo, decise di replicarlo più e più volte ed iniziò la frenetica produzione di disegnini, di quella scatoletta di crema da lucido e di pensierini, motti tutti diversi, di bambini dai nomi tutti differenti, ma abitanti tutti in Villa Cajafa, Via De Marinis, Vietri sul Mare, Salerno. Com’era accaduto la prima volta, vennero molte scatole di quel gioco, che poi regalò a parenti ed amici. Forse qualche scatola di Lotte di belve ai tropici ancora esiste, a distanza di mezzo secolo da allora, in casa dei suoi amici e parenti, che ne hanno interessato i figli e i nipoti.
Un giorno i suoi genitori spiegarono ai figli che potevano partecipare ad un concorso. Era dato in premio un pallone. Bisognava inviare un tema su un ben determinato argomento proposto dalla casa che lo aveva bandito. Barando in modo clamoroso, i due coniugi parteciparono loro al concorso, scrivendo Gino il tema per Romano ed Anna per Benito. Stranamente, l’allegro rompiscatole d’una volta compose un tema complicato, filosofico, mentre la filosofa sognatrice si comportò allegramente, usando il linguaggio semplice e suggestivo, quasi da rompiscatole, d’un bimbo che vuol sapere, chiede, pone un sacco di domande… Che strano, la vita! Rimescola sempre le posizioni! (Libertà dagli schemi) Vinse Anna, la filosofa sognatrice che si era messa nelle vesti d’un bimbo… che fosse un allegro rompiscatole. Vinse il pallone, premio unico, forse, in tutta Italia, sottraendolo ad un bimbo che, forse, se lo sarebbe guadagnato. Era un pallone di cuoio, con dentro la camera d’aria, che bisognava gonfiare, di cui si doveva legare il tubicino in gomma attraverso cui essa era gonfiata, perché poi fosse cacciato a forza all’interno dell’involucro di cuoio, attraverso una larga fessura che poi doveva essere stretta con legacci di cuoio.
Tra gli altri giochi, praticati nella famiglia Amodeo, c’era il tennis da tavolo. Gino passava interi pomeriggi, assieme ai due figli, in sfide incrociate, tornei ai quali poi partecipavano anche tutti gli altri ragazzi e giovanotti che erano ospiti della casa. Avevano un tavolo costruito da Gino con la masonite, che era poggiato sul tavolo di casa. Purtroppo i rimbalzi non erano molto regolari e le partite erano avventurose. Quante discussioni per una pallina che rimbalzava sulla retina e cadeva di qua o di là, oppure quando colpiva lo spigolo del tavolo e diventava imprendibile: “Che fortuna hai avuto! Non se ne può più!” e spesso Gino si accaniva in quel modo, soprattutto nei confronti di Romano che spesse volte lo sconfiggeva. Nei momenti delle feste erano le carte a farla da padrone. Si giocava a Marianna, a Tressette a ciapà-no, a scopa, a crepacuore. Il momento più importante e più atteso era per le partite fatte alla sera, con l’intervento anche di qualche ospite, e allora si giocava a Cucù!
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83 è in Assoluto la relazione 80/3, che condiziona il complesso al volume. Alla pag. 83 giochi, letture e sport seguitano a essere la realtà complessa infantile.
84 è spiccatamente la realtà 4 del complesso 80. E il gusto descritto cresce, matura. Il massimo della maturazione: la Prima Comunione alla Madonna di Pompei.
Erano distribuiti 5 pegni ad ogni giocatore, in cambio della posta messa in gioco da un gruppo solitamente numeroso. A quel punto ad ogni partecipante il mazzaro distribuiva una carta e, a partire dal primo giocatore cui l’aveva data, quegli doveva decidere se volere tenerla o cercare di cambiarla con chi veniva dopo di lui. Questi, ricevuta la domanda “passo”, era obbligato a scambiare con lui la sua carta, ma se aveva una figura poteva opporsi, scoprendola e dicendo "Cucù!" Nessuno sapeva quale carta era stata l’oggetto d’un tentato scambio. A quel punto il giocatore che veniva immediatamente dopo chi aveva detto Cucù! Doveva valutare la carta data a lui in precedenza dal mazzaro. Se essa era bassa, gli conveniva tentare di cambiarla, perché, alla fine del giro, tutte le carte sarebbero state scoperte ed avrebbe pagato chi fosse stato trovato con la carta più bassa. Al termine d’ogni giro, il mazzaro, che aveva egli pure la sua carta, poteva tentare di sostituirla con la prima del mazzo. Scoperte le carte, chi pagava lo faceva restituendo uno dei 5 pegni. Poco alla volta tutti i giocatori perdevano i loro pegni ed erano esclusi dal gioco, finché esso restava con due soli, che si contendevano testa a testa l’intera posta. Chi restava con pochi pegni, poteva sempre sperare d’aumentarne il numero, grazie alla buona sorte d’aver ricevuto, dal mazzaro, un Re di denari, la Matta.
Che spasso, poi, quando arrivava chi non sapesse pattinare! Romano glieli proponeva. Potevano adattarsi ad ogni scarpa, perché, sulla punta, avevano due ganasce, che si allargavano e stringevano ed imprigionavano le due estremità della suola di qualsiasi scarpa, non staccandosi così da essa. Erano pattini così scorrevoli, sulle mattonelle lisce dell’abitazione, che il malcapitato che non li aveva mai calzati, iniziava a scomporsi, in un modo assolutamente divertente, nel tentativo che i piedi non sfuggissero da sotto il corpo. Alla fine cadeva, impietosamente, con il sedere per terra e le gambe all’aria, divertendo tutti tranne che se stesso.
Altro gioco a denari era la Peppatencia, in cui sempre erano dati pegni ai giocatori, che poi, se erano perduti, li escludevano dal gioco. Esso stava nello scambio delle carte, pizzicate, in ordine e a scelta, una alla volta, tra quelle del compagno vicino; erano allora scartate quelle accoppiate, tipo due 3, due assi… Dal mazzo era stata esclusa una carta, e nessuno sapeva quale fosse: era la Peppatencia. Perdeva uno dei pegni, in ogni tornata, chi fosse restato con l’unica carta che si sarebbe accoppiata solo con quella. Altro gioco, sempre nelle feste importanti in cui si partecipava a soldi, era la Stoppa, una sorta di Poker addomesticato, italico, che aveva una sua serie di lanci e rilanci dello stesso tipo. I ragazzini, in quelle occasioni, erano i più interessati di tutti. Se le poste in gioco erano, in verità, ridicole per gli adulti, per loro piccoli, che dovevano gestire un mensile adeguato alla loro età, era un importo pari a molte volte quel loro stipendio. Romano partecipava a quelle serate allo stesso modo d’un adulto ad un Casinò, trepidando, per gli eventi buoni o cattivi assicurati dalla sorte. Lo stipendio mensile era tale da far fare esperienza valida, a quei ragazzi, di cosa fosse l’economia ed una buona gestione delle risorse. Con quel danaro Romano comperava lo spasso, il Corriere dei Piccoli e tutto quanto rientrava nell’orbita, accessibile, dei suoi interessi. Romano, tifosissimo di Coppi, avrebbe voluto avere una bicicletta, era il suo sogno! Ma era potuto giungere, con il suo mensile, solo a comperarsi dei pattini a rotelle, di produzione americana, con le ruote metalliche, ma scorrevoli tanto che li metteva ai piedi e pattinava, pattinava, in casa, girando tra i mobili, attorno al tavolo, apparecchiandolo, perfino, talvolta, con quelli ai suoi piedi.
Un giorno Romano vide i suoi amici stranamente animarsi. Corse tra loro e vide che stavano osservando, da lontano, un marinaio che, poggiato sulla porta della Torretta, la casa di Gildo, contro una ragazza, muoveva ritmicamente il suo bacino, dando grossi colpi alla pancia di lei. Tutti i suoi compagni erano in fibrillazione, davanti a quella scena, così attentamente spiata... Romano invece non capiva. Per quale motivo quel marinaio spingeva così? E perché tutti i suoi compagni erano così attenti, divertiti e ringalluzziti? Aveva 12 anni e non sapeva ancora nulla del sesso. Alla fine i suoi amici gli spiegarono che i bambini si facevano così e che anche i suoi genitori avevano fatto così per mettere al mondo lui. Romano decretò che non era vero, che era impossibile e chiuse l’argomento non solo con loro, ma persino con se stesso, tanto che non vi pensò più del tutto. Per quanto ne sapeva lui, i bambini erano un dono di Dio e gli uomini, qualsiasi cosa avessero fatto, non potevano certo incidere sul volere di Dio. L’estate del 1951 sarebbe stata l’ultima trascorsa nella casa di Via De Marinis (che, più che de’ Marinis, per Romano era de’ Mariis, così vicino alla Madonna degli Angeli ed a tutta la sua storia di salvezza data a lui da Lei). Sarebbe stato abbandonato quel piccolo mondo antico, in cui la famiglia Amodeo aveva vissuto il momento più bello e dolce della sua unione, avendo ogni cosa che si potesse desiderare, e non si trattava di condizioni materiali, ma di aspetti che riguardavano l’anima. Romano, Benito e Gennaro ebbero, il 25 Agosto del 1951, celebrata nella Basilica famosa della Madonna di Pompei, la loro Prima Comunione. Questo periodo concluse idealmente ed ufficialmente i 10 anni di Paradiso avuti da Romano, e che erano iniziati ai 3,5 di quando aveva imparato miracolosamente a leggere da solo. Ricevettero la Prima Comunione tutti e tre assieme i ragazzi, nei loro vestitini buoni fatti fare apposta, con i pantaloni lunghi, blu, per quanto riguardò gli Amodeo. Erano corti, e d’altro colore, quelli di Gennaro, che si vestì così come volle o poté permettersi la sua famiglia, carica di bambini e di un’anziana signora, Tresa Peparola, che ospitavano nella loro casa d’Ostigliano, come se fosse una nonna della famiglia. Era stata solo la domestica ed ora, vecchia e inadatta a servire, era servita a sua volta, come si usava, in quei tempi, in cui non c’erano di certo libretti di lavoro né mutue, ma un’attenzione ben maggiore alle persone, che non erano scaricate via, come oggetti inservibili, quando non servivano più. I Baratta, facenti capo a Guerino, non erano dello stesso ceppo della famiglia dei Marchesi, quella della madre di Romano e di sua sorella Rosina, che aveva potuto sposare Guerino Baratta senza nessun timore che fosse un consanguineo.
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85 è il massimo moto della realtà complessa 80. Ritorna l’attenzione alla Prima Comunione, ma c’è l’enorme negativo di un assassinio, per amore respinto, cui Romano assiste.
86 è l’assetto complesso, per linee, della realtà complessa, a due opposte dinamiche. Nella pagina 86 c’è la necessità di tenere sempre a mente quell’amore che ha ucciso.
A lungo termine le cose non stavano così: nel 1660, c’era stata, ad Ostigliano, una pestilenza così terribile che l’intero paese, di circa settecento persone, si era ridotto ad una sola sessantina, divisi in sole 4 famiglie di cui quella dei Baratta era una sola. Quella Prima Comunione, di cui restarono le foto, fu festeggiata con una visita a Capri, fatta su un vaporetto partito da Salerno. La “Grotta azzurra” affascinò Romano in un modo indicibile. L’acqua che l’uomo addetto faceva schizzare con il remo, percuotendone la superficie all’interno delle grotta, diveniva all’improvviso di azzurro luminosissimo, quando gli schizzi vi cadevano. Una sorta di meravigliosi fuochi d’artificio, fatti con l’acqua e con quel color turchese così bello, così tanto il colore della Madonna. Pertanto il Paradiso dorato di Romano si concluse con un nuovo tipo di battesimo: era entrato in Comunione reale essenziale con Gesù ed ora la cascata di acqua sprizzava scintille azzurre vivissime, fuochi d’artificio della Madonna! Altri fuochi d’artificio, quelli che invece erano lanciati dalla punta del vecchio porto, nella serata di San Matteo, quando si celebrava quel Santo, patrono di Salerno. Poco lontano da lì, ad Amalfi, si festeggiava invece San Marco, apostolo ed evangelista. Entrambi, Matteo e Marco, i due che avevano lasciato la memoria del Vangelo di Gesù, ed anche più o meno le vestigia dei loro corpi terreni, religiosamente celebrati in quei luoghi, quasi magici, dell’infanzia beata di Romano, nato egli pure in una terra magica per la filosofia, a Felitto, a pochi chilometri da Elea, la città natale del Filosofo Parmenide, certamente suo antenato.
Suscitava sempre in lui il bisogno di rievocarlo, come se, facendone ogni volta l’analisi, egli trasformasse una vera tragedia in un puro racconto, grazie al quale salvare, in un certo modo, anche se stesso, dalla morte, vista così crudele e così vicina, lì, in agguato, mentre egli ancora giocava, immerso ancora nel suo mondo infantile ed ovattato… Il suo personale Paradiso terrestre, a Salerno, fu concluso così: con una tragica morte, nelle ultime settimane della sua permanenza in quel luogo. Prima d’andare, egli stesso, a Milano (Mi, Io, la? No!) a morire e risorgere più o meno tragicamente, in una serie impressionante di mortificazioni terribili, date a lui e a quel suo mondo ancora del tutto incontaminato, in cui la morte, aveva fatto il tuo tragico capolino 59. E tutto ciò poi – questo Romano lo avrebbe capito molto, molto più tardi – affinché nel futuro lontano, a tutti apparisse in che modo egli si fosse fatto… come da sé!
“Addio monti sorgenti dalle acque ed elevati al cielo…”! In un giorno dell’ultima settimana d’agosto, in cui restò a Salerno, Romano ed altri giocavano, ad una di quelle gare a tappi imbastite da lui, stando bene all’ombra sotto quelle cabine… e fu allora che egli cominciò il suo ingresso, personale nell’Inferno della vita. Caddero improvvisamente dall’alto, a pochissima distanza da loro, due persone, che avevano iniziato a gridare e poi a lottare, furiosamente, di sopra, finché erano piombate giù. Romano vide, a quasi un metro da lui, braccia che roteavano a velocità tale che non riusciva a scorgere nemmeno il senso di quei gesti. Fu una scena fulminea, poi uno dei due fuggì, lasciando lì, alla sua vista sbigottita, l’altro, che si teneva con le mani il dorso, in un gesto d’estrema sofferenza, con una ferita di pugnale a forma rombica al centro della schiena; neppure sanguinava, ancora, finché l’uomo cadde riverso bocconi, quasi ai piedi del ragazzo. Ci fu, su tutta la spiaggia, un immediato fuggifuggi, di tutti: donne che chiamavano disperatamente i figli, mentre quell’uomo morì, ai piedi di Romano. Il ragazzo era restato lì impietrito, impressionato oltre ogni limite… Aveva 13,5 anni e non gli sembrava possibile che si potesse morire in quel modo. Sui giornali pubblicarono poi tutta la storia: una donna, messa incinta dal suo amante, era stata abbandonata da lui appena lo aveva saputo e lei, con il pugnale nascosto nel costume, lo aveva raggiunto al mare, reclamando le attenzioni che lui non le voleva dare più. Passare dalle parole ai fatti era stata una questione d’attimi. Per salvarsi dall’arma, che lei aveva impugnata in silenzio, egli aveva scavalcato il parapetto del corridoio delle cabine, lì così rialzate da consentire ai ragazzi di giocarvi sotto. Lei lo aveva seguito buttandosi giù senza esitare, cominciando a colpirlo furiosamente da tutte le parti, per lasciarlo infine lì, a morire… ad un passo da Romano . L’episodio colpì il ragazzo come una mazzata e s’impresse, indelebile, nella mente.
59. Ecco la sua classe di scuola media, il positivo che stava lasciando, da promosso con quasi il 7 di media. Il prof. è il sosia di Don Luigi Carnelli, futuro Parroco della sua Chiesa di San Giovanni a Saronno (l’altro luogo nel quale poi si intenderà nel suo Paradiso). Orbene in quest’ultimo il proprietario della povera casa in cui abiterà sarà il perfetto sosia di Monsignor Angelo Centemeri, capo della Chiesa di Saronno. Nella foto Romano è il secondo in basso da destra; ci sono il Prof. Carmelo Di Fini, R.Santamaria, G. Santamaria, M. Giordano, M. Casciello, e, ai lati di Romano, G. Buonocore e L. Preziuso. Insomma a… Caifa, aveva a che fare col Giordano, due Sante Marie, Buonocore e quant’è Prezioso, con prof. il prete… di Santa Rita da Cascia (la Chiesa di dove abitò in Viale Omero, il Paradiso inteso ai 16 anni). Altrettanto simbolicamente a Saronno, avrebbe avuto: un Reina a sinistra, a destra e sopra, davanti la nicchia della Regina, sul muro di Maria Car… Da qui, in mezzo alle “Regine”, la Mariannina “Madonnina” avrebbe abitato e sarebbe andata in Paradiso. In grande Don Luigi. Non è il prof. per tratti, espressione e portamento?
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Capitolo 6
88 è il volume complesso del volume complesso… tutto troppo complesso!
L’inferno della prima vita (Il 6 complesso, del capitolo, ma visto da +3 a –3, ove 13 è il volume reale, 12/1, visto per linee, 87 è il vuoto che resta, al 102)
L’aver vinto, nel 1951, il Concorso magistrale, sostenuto nel capoluogo lombardo, non garantì ai due maestri un alloggio per la famiglia. Alla fine del settembre di quell’anno, data del trasferimento della famiglia Amodeo, Milano era ancora in piena ricostruzione, dai danni ingenti dei bombardamenti, e non esistevano case in affitto, se non a prezzi tali da essere pressoché inaccessibili, almeno alle disponibilità della famiglia Amodeo. (Complessa carenza ambientale). Gino ed Anna trovarono una pensione in via Chiaravalle, a poche centinaia di metri da Via Larga 14, ove era ubicato il piccolissimo alloggio, al primo piano, affittato da sua sorella Antonietta, di cui Romano e Benito divennero ospiti. (Complessa situazione familiare). In due stanze, con i servizi sul comune ballatoio, abitarono così sette persone: loro due, più lo zio Giovanni, il capo di casa, zia Antonietta e Lisetta e due vecchi (Esterina, che zia Antonietta chiamava “nonna”, e Patto). (Complessa situazione di agibilità) Ai due ragazzi fu data una poltrona letto ad una piazza, situata nella sala in cui si mangiava. Con molto disagio vi dormirono entrambi, uno stando ai piedi dell’altro. (Sigh!) Il trasferimento da Salerno era avvenuto alla vigilia stessa dell’apertura della scuola. Romano piombò, all’improvviso, da un clima marino e ventilato, in cui si passava dalle nuvole al sole in un baleno, a quello uggioso della pianura padana. Per una intera settimana ci fu la “piuisna”, così chiamava la zia, che parlava sempre in dialetto milanese, quella pioggerellina leggera e insistente, caduta da un generale e persistente grigiore di cielo e d’ogni cosa… (Complessa situazione climatica) Era un mondo mai visto da lui, che gli mise addosso un’infinita tristezza e una spaventosa malinconia. (Insomma generale disadattamento). A scuola successe la stessa cosa: dai compagni festosi, amici ed attenti a lui, che aveva a Salerno, improvvisamente Romano si ritrovò tra estranei diffidenti, freddi, tristi e grigi come quella pioggia d’ottobre. Essere “spaesato”, in tutti i modi, divenne presto il suo habitat. Perfino le materie non gli apparivano più le stesse e, al primo dettato in inglese, fattogli alla quarta classe del Liceo-Ginnasio Berchet cui si era iscritto, scoppiò in un pianto dirotto e disperato. Quando la professoressa ritirò il suo foglio, egli non era stato capace di scrivervi nulla… Ma che inglese gli avevano insegnato a Salerno? Romano stupì tutti, per quel suo pianto ancora così tanto da bambino. Ma perché si comportava così? (Complessa situazione per la differenza nello sviluppo: egli era restato un bambino!) Era più giovane d’un anno dei suoi compagni, più piccolo di loro e meno sviluppato anche nel fisico. (Si sentiva anche l’anno in meno che aveva per l’anagrafe rispetto agli altri) Si ritrovava – e all’improvviso – per la prima volta lontano da quella sua famiglia che era stata l’intero suo mondo; era fuori dal suo clima, staccato dai suoi amici che lo avevano sempre accolto e rispettato; non capiva più nulla di quello che sentiva; era lontano, completamente, da ogni cosa con cui avesse dimestichezza. (Insomma generale disadattamento).
Un suo compagno, Belgiojoso, per quella strana cosa che spesso esiste tra i giovanetti, vedendolo così assolutamente frastornato, strinse un giorno le dita, come se serrassero un tubo, e prese ad agitare la mano su e giù, come a volergli significare che aveva fatto troppo uso d’un qualcosa da cui doveva cercare di astenersi. Non si doveva masturbare più – questo voleva cortesemente dirgli – se quel ragazzino, così più piccolo di tutti loro, voleva essere meno imbambolato. Romano, però, non sapeva ancora neppure a che cosa Belgiojoso si riferisse!… (Insomma mancanza generale delle conoscenze che avevano gli altri). Fu proprio per quel gesto, fattogli dal compagno, che poi scoprì che cosa fosse. Lo capì quando gli tornò anche alla mente quel marinaio visto davanti alla Torretta, che stava muovendo con quel ritmo preciso la sua persona, quel giorno, sulla porta della casa di Gildo. Quella sensazione, quando per la prima volta la provocò volontariamente a se stesso, s’accorse d’averla già provata e più d’una volta! Era accaduto proprio in quella classe, allorché mancavano cinque minuti alla consegna di qualche esercizio o qualche prova estemporanea… L’angoscia, di non essere in tempo, di essere impari rispetto a quello che gli era chiesto, lo inducevano in uno stato d’ansia, così intensa e spasmodica, che gli succedeva d’entrare in orgasmo. Lo aveva, fisicamente, nel modo peggiore, come un evento di cui percepiva l’insorgere e che – quand’era così – veramente l’infastidiva e lo molestava, oltre ogni dire. (Il complesso 88 va da –44 a +44, ma Romano sperimentava il percorso tutto in negativo). Su quegli argomenti, riguardanti la sessualità, i suoi genitori si erano sempre astenuti dal dargli ragguagli. Cosa sorprendente, in due maestri... Ma – come egli avrebbe creduto molto, molto tempo dopo – anche questa particolare sua lacuna rientrava nell’organizzazione di questa estrema e dura lezione che andava data al Romano Amodeo tredicenne. (Niente meglio del –88 porta a capire il +88). Sta di fatto che quell'emozione sgradevole, provata nei momenti in cui orgasmo significava solo l’essere del tutto impari ad un’azione, quando fu fatta liberamente da lui, rivelò allora il suo aspetto travolgente e tutt’altro che sgradevole! (+88). Così, senza sapere quasi né come né perché, Romano forse anche eccedette, e fu come quel suo compagno, avvertendolo, aveva cercato che egli non fosse. Tutto si mise contro di lui, anche i tentativi, rari e buoni, come quello fatto da Alberico, quel Bico Belgiojoso, che sarebbe stato suo vero amico molti decenni dopo. Poi c’erano gli atteggiamenti certamente cattivi e prevenuti; furono terribili, quando fatti da una professoressa di lettere, che, tradendo il suo compito, invece di aiutare, discriminava terribilmente alcuni, per il suo insano “odio” per i “terroni”. (A Romano qui toccò veramente di sperimentare il –88, da una Prof. che avrebbe dovuto essere imparziale).
Tale Romano le appariva, con il suo accento meridionale. Così assunse subito un comportamento di rigetto assoluto per lui. Questo disprezzo estremo toccò il suo apice quando lei dette in classe un tema che aveva per titolo “Parlate d’una vostra lettura che vi ha impressionato e dite quale insegnamento n’avete tratto”. Romano – tuttora impressionato per quella morte che aveva visto accadere, solo il mese prima, davanti ai suoi occhi – scrisse d'avere letto quel fatto di cronaca sui giornali e raccontò che implicava questioni d’un amore illuso, per una vita che sarebbe dovuta nascere e che aveva portato, invece, ad una terribile morte.
89
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89 è, posto 1, quanto manca ad un quadro di 90° di visuale. Nella pag.89 Romano è educato assistendo al ribaltamento esatto del suo punto di vista.
90 è il quadro esatto della realtà. Nella Pag. 90 Romano è costretto gradatamente a formarselo.
Tralasciò di raccontare, nel tema, che la sua forte impressione dipendeva dall’avervi assistito di persona e dall’essere stato fortemente scosso, dai gesti visti accadere sotto i suoi stessi occhi, ancora ovattati nella leggiadria mentale di un fanciullo. Lei avrebbe forse capito, se l’avesse specificato, e tutto il disastro che stava accadendo, a Romano, e che veramente lo stava mortificando in tutti i suoi beati valori della fanciullezza, forse non ci sarebbe stato. Però non era il destino per questo bimbo. Era vissuto, fino a poco prima, nel suo Paradiso Terrestre e sarebbe dovuto essere cacciato, ora, nel suo Inferno più terribile. L’Inferno in cui la porta, come il suo passaggio, la sua via, è una Via Larga, mentre sono strette e difficoltose le porte e le strade che aprono al Paradiso specificato da Gesù. L’umiliazione, l’ingiusta mortificazione sarebbero state la base unica ed assoluta per potere però poi risalire, avendone in apparenza concessa la più ampia libertà. Quindi un Inferno reale finalizzato tutto al suo reale superamento. Per chiarezza simbolica esemplare, questo destino, lo faceva abitare proprio in una via chiamata Larga e invece strettissima. Sarebbe stata allargata solo negli anni dopo, abbattendo la casa in cui egli aveva abitato. In quella sede stradale egli realmente abitò, come su una via simbolica, della sua esistenza cristiana. Non ci avrebbe fatto gran caso se, nel 1997, non si fosse spostato nuovamente da Milano, divenuta sua nuova città, in Via Larga 12, a Saronno e non vi avesse incontrato lo stesso ed identico ostracismo, in una Via Larga, altrettanto stretta, nella quale sarebbe stato travolto da tutti, stavolta anche nel fisico. L’umiliazione e l’ingiusta mortificazione, in verità, non t’arrecano alcun male, ma – con la maggiore forza possibile: quella dell’evidenza – ti indicano come ti piaccia assolutamente, fortemente, uscire da questo stato obbligato. L’io allora forma se stesso, liberamente assumendo, proprio in forza del suo libero arbitrio, la reazione che l’animo liberamente desidera e liberamente costruisce, al meglio. Edifica in tal modo il proprio personale quadro dei valori, delle cose che veramente piacciono e contano, a chi è calato in quella situazione, da patire, come un insegnamento. Quando Luigi Amodeo – il milanese suo padre – si recò a parlare con questa “prof.” di lettere, avrebbe potuto smontarne la sua prevenzione contro i meridionali, essendo egli chiaramente un milanese e da molte generazioni, ma non poté per un altro motivo: si trovò di fronte una persona che considerava Romano poco più che un vero imbecille. “Pensi un po’! chiamato a descrivere una lettura che aveva destato impressione – questo ragazzo si mette ad evocare questioni di donne messe in cinta, tradimenti, assassini… ma chi è? Cosa pensa? Quali turpitudini passano per la sua mente deformata?” Anche se, forse, Gino le spiegò che il figlio era stato impressionato a morte, da quell’evento cui aveva realmente assistito, egli non riuscì a smuovere d’un millimetro e in alcun modo questa tutt’altro che esemplare educatrice. Luigi Amodeo giudicò allora che, senza dubbi, il figlio doveva cambiare aria e andare immediatamente in un altro Istituto… Il tempo per farlo c’era, era appena la metà di dicembre e un trasferimento poteva ancora essere accettato.
Ma qui non comandavano le intenzioni, dettava legge il destino. Romano, infatti, s’ammalò di morbillo e il padre, di fronte a ciò, bloccò il suo proposito. Questa malattia sarebbe dovuta durare, di regola, un solo mese. Al termine Romano sarebbe rientrato a scuola, al finire delle vacanze di Natale e se ne sarebbe riparlato allora… No, non era questo il destino. Benito, costretto a restare a letto con il fratello ammalato di morbillo, fu inevitabilmente contagiato; così il mese di malattia del fratello e la quarantena che ne seguì, s'aggiunsero al mese di Romano. Il ragazzo tornò in IV ginnasio soltanto alla metà di marzo. Il programma, nel quale già stentava quand’era presente, era andato avanti e – trovatosi di fronte ad un buco divenuto una voragine – il tredicenne, divenuto quattordicenne il 25 gennaio, dal marzo in poi non riuscì più a raccapezzarsi di nulla. Di certo Romano avrebbe dovuto studiare. Ma non era stata mai la sua abitudine. Neppure nei periodi, a Salerno, in cui c’era stato l’occhio vigile di papà e mamma. Figurarsi ora, in casa di zia Antonietta, con il padre e la madre che non se la sentivano d’aggiungere anche la loro presenza a quella delle sette persone che soggiornavano tutte in quella casa, già così grandemente affollata. Lasciato veramente solo e in balia di se stesso, Romano ebbe impartita una tale lezione di disadattamento, dalla vita, che fu la lezione più grande che avrebbe potuto avere. L’ebbe proprio in quei momenti, così decisivi, della sua formazione personale. Noi tutti crediamo che il male nuoccia, faccia male sempre. La mia anima ha invece sperimentato, come meglio sperimentare non si può, e in questo preciso modo che io ho narrato, che alcuni mali, i più forti e quelli fatti per di più nel momento più difficile che possa esistere (quando tutto appare essere messo in discussione) si rivelano poi come lo stimolo più forte che ci sia, a voler raggiungere il bene. E’ poi anche la sollecitazione più efficace che esista, perché quel momento, in cui tutto pare essere messo in discussione, è anche il momento ideale per compiere ogni possibile cambiamento, nell’apparenza del divenire naturale delle cose. Il male, che Romano provò, si esprimeva con un solo termine: mortificazione. Fu veramente mortificato in ogni cosa, proprio nel momento della sua pubertà, quando questo passaggio, già per tutti traumatico, tra l’infanzia e la giovinezza, per lui assunse la valenza d’una assoluta catarsi, di tutto il se stesso precedente. Egli era vissuto nel suo Paradiso personale ed ora doveva scendere tra la gente, per ritrovarvi quello di tutti. Avrebbe dovuto individuarlo con una chiarezza così grande, da poterlo alla fine – dopo un cammino di mezzo secolo – indicare, svelare, far capire ed accettare, mettendo in campo una capacità apparentemente reale, d’affermarlo con fermezza, anche se in disaccordo con tutti gli altri scienziati e pensatori del mondo (eccetto Gesù), circa le questioni più importanti da perseguire nella fisica, nella filosofia e nella religione. Romano, se non fosse stato così mortificato nella sua persona, non sarebbe stato così attento, nella vita, ai valori d’ogni singola persona e non avrebbe intrapreso né portato a termine questo cammino solitario, in favore della vera libertà dell’anima. Romano adolescente, alle prese con questa in apparenza terribile mortificazione che ebbe in IV Ginnasio, dovette scendere a patti con il suo orgoglio, riconoscersi anche cretino ed intelligente, al modo che tocca a tutti. Era convinto, era certo d’avere doti sue, ma poteva finalmente accorgersi come tutti avessero le loro, solo che ciascuna era valida nel suo caso e possedeva pari dignità.
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91 in Assoluto attua il 90/1 e forma il quadro ideale, nei pro e nei contro. Qui a pag. 91 si rilevano i pro, perché manca 9 al 100, e resta la massa +1.
92 è quanto manca alla realtà complessa 8, del volume 23, rispetto a 102 Così a pag. 92 si rivelano i “contro”, perché, mancando 8, manca la realtà e resta ben poco
Le sue doti? Eh, si accorgeva d’averne! Un giorno fu interrogato in geometria e invitato a disegnare alla lavagna un triangolo. “Amodeo, dimostrami che la somma degli angoli interni del triangolo è di 180 gradi” ordinò, la professoressa di matematica, a lui che non aveva studiato nulla, di quel genere, ma che conosceva, per averle viste applicate dagli altri, le equivalenze tra angoli alterni e interni ed angoli corrispondenti. Così spiegò, in un modo diverso (ma anche più lineare e oggi dico “brillante”) il Teorema che aveva richiesto il genio d’un antico greco, il quale lo aveva dimostrato nel modo suo, quello riportato sul libro… “Ragazzi! Quante volte vi ho affermato che dovete studiare sul libro di testo? Amodeo, su che libro hai studiato?” domandò la professoressa. Il ragazzo negò l’uso d’altri libri di testo e fu mandato al posto con un bel 4, essendo stato giudicato un vero “bugiardo”. Come poteva esser mai, proprio lui, così incerto, uno che trovasse una soluzione nuova e diversa? La professoressa lo decretò assolutamente impossibile, tanto che non gli credette e ritenne giusto di punirlo severamente! Invece ciò era stato il frutto delle pure doti, date dalla natura alla sua persona, in quel modo preciso. Il Creatore lo aveva fatto così, e senza che egli ne avesse alcun merito. Che egli, in cambio, ne fosse però punito, a quel ragazzino parve sommamente ingiusto, ma non poteva pretendere che la professoressa accettasse di porre lui allo stesso livello d’un Talete, anche, se di fatto, era giunto, in altro modo, alle sue stesse conclusioni. La sua soluzione – anzi – era addirittura più brillante di quella di Talete che, per dimostrare il suo teorema, era ricorso all’aggiunta di due linee: la prosecuzione della base del triangolo e la parallela, da quel vertice, al lato opposto. Amodeo aveva tracciato una sola linea, solo la parallela alla base, nel vertice alto del triangolo, ottenendo l’angolo piatto corrispondente alla somma dei tre angoli interni 50.
Amodeo, in chimica, fu a dir poco disastroso! C’erano operazioni fondamentali, nei passaggi, che occorreva conoscere e che erano state spiegate nei due mesi della sua assenza. Egli ne ignorava perfino l’esistenza e non riuscì a riconoscerle nelle applicazioni che vedeva fare agli altri, perciò poi dovette affidarsi alla pura memorizzazione dei passaggi. Si capiva talmente bene com’egli ignorasse del tutto le regole, che non c’era passaggio che non facesse poi cascare il cosiddetto “asino”, e fioccavano voti assolutamente pessimi 51.
50. Questo fu uno dei primi miracoli immessi, dalla Provvidenza, nella vita di questo Romano Amodeo: a sconvolgere le idee di tutti coloro che credono che le cose nella vita accadono a partire dai propri meriti. Non è così: certe volte saltano fuori dei veri e propri fatti impossibili e straordinari, che fanno capire come, dietro ad ogni vita, esista il disegno di chi l’ha progettata (per bella o brutta che possa apparire) sempre in modo miracoloso… cioè autorevole. Il progetto sempre fatto da un Altro che è un creatore onnipotente. L’Amodeo adolescente (che sia come un Paperino che alla lavagna abbia risolto qualcosa che per la sua professoressa è impossibile abbia risolto lui) non è un genio, ma è solo come un Paperino al quale il suo Walt Disney ha disegnato quelle scene, che non c’entrano assolutamente nulla con la vera capacità di Paperino o d’Amodeo! Quando un imbecille (secondo la prof. di lettere) arriva con i suoi mezzi a porsi in geometria sul piano di Talete, è evidente che il merito non è suo e che stanno cominciando ad apparire i miracoli proprio nel momento della mortificazione più intensa, subita dall’Amodeo adolescente! È il Diavolo che ci mette la coda a non far riconoscere i meriti del ragazzo? No, sono ragionamenti di pura opportunità e di probabilità… e allora si capisce che sono proprio le ragioni di chi è cotto a fuoco lento nella convinzione che le cose accadano perché fatte relativamente da sé, anziché in assoluto dal Creatore. Resta sempre questa la questione base: chi viva in relazione ai Promessi sposi, assiste alla libertà apparente dei suoi personaggi. Ma questa relatività è solo apparente: è stato il Manzoni a decidere tutto.
Dopo altri tre soli mesi passati dal suo rientro a scuola, l’anno scolastico 1951-52 terminò. Amodeo fu bocciato a giugno con la media esatta del 3,5, quasi il dimezzamento dei voti conseguiti solo l’anno precedente, all’esame pubblico di terza media, sostenuto a Salerno 52. (La fine del capitolo 6, riguardante il riassetto, complesso, di Romano, per l’esperienza delle negatività dell’esistenza aggiunte a quelle condizioni felici vissute prima, e l’inizio del capitolo 7, rivela già nel numero del capitolo che le cose che vi saranno descritte si apprestano a muoversi liberamente, nel senso di una riconquistata libertà, che si raggiungerà col complessivo possesso della casa, al capitolo 8).
51. Quest’esperienza servirà, poi, a dimostrare che Dio ha il potere di trasformare un simile asino in chimica, in colui che sarà riconosciuto come uno dei geni assoluti della chimica, che l’avrà potuta ricondurre ad una tale perfezione ideale, da avere addirittura aperto il conteggio assoluto di tutte le quantità esistenti in natura. (Anche nella nota si rivela la pura nullità dell’uomo che deve tutto a Dio). Quest’affermazione, che oggi potrà lasciare il tempo che trova, sarà letta e riletta sempre più nei secoli a venire, a mano a mano che l’assoluto, nei modi comunicati da Amodeo (semplicemente grazie alla Provvidenza di Dio a suo riguardo), entrerà nella concezione scientifica e nell’interesse dell’uomo, che oggi ignora addirittura che uso farne, tanto è lontana dalle linee prioritarie della ricerca scientifica. Dio, con il risultato apparente della vita d’Amodeo, ha lanciato come un poderoso guanto di sfida alla presunzione di tutti quelli che credono che l’uomo sia capace di fare qualsiasi cosa “anche se Dio non vuole”. Amodeo afferma che tutto è determinato da Dio. Questo è il senso pieno della sua comunicazione, quando afferma che esiste un assoluto determinismo. (Anche nella nota si rivela il puro vincolo). Arriva poi anche a svelare come, proprio grazie all'estrema schiavitù, all’uomo poi possa essere perdonato tutto; tutto tranne l’edificazione del personale gusto, del suo libero abito morale. Questo è il peccato che Gesù rivelò sarebbe stato l’unico che non sarebbe stato perdonato all’uomo: il peccato contro lo Spirito; quell’aver voluto macchiare, liberamente, la veste candida del proprio “io”, assumendo, come quadro dei personali valori ideali, altri, graditi e gustati più di quelli dell’amore, della giustizia, della carità e di tutte le altre virtù morali e teologali. Dio non vuole togliere all’uomo il gusto o il disgusto che da sé si è voluto dare, nonostante che il Vangelo chiaramente diffidi il gusto per la vendetta, per l’odio e per la sopraffazione, e stimoli a perdonare, ad accogliere, a farsi prossimo. 52. Sulla base di questo “somarone” Dio ha voluto costruire lo sbalordimento di tutti i sapienti, affinché si accorgessero che non è Amodeo che fa ed agisce, anche se così sembra: il solo “buono a fare” è il creatore della storia di Amodeo! A questo servono i miracoli e a questa dimostrazione la vita, apparentemente libera, d’Amodeo, sarà votata, arrivando a risolvere tutte le questioni essenziali legate alla Perfezione, sia nel campo fisico, sia in quello metafisico e religioso.
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Capitolo 7
94 è la realtà poggiata sul quadro di riferimento. A pag. 94 è descritto esattamente questo quadro reale.
(7 è la libertà di moto del volume 3 nel ciclo 10, in linea, della realtà. Romano esce dall’Inferno. Il 93 della pagina toglie il 7 al 100 e determina la realtà di quanto resta)
Finalmente i genitori di Romano trovarono, nel 1952, una casa per rimettere insieme la famiglia: in Via Bernardino Verro, a Morivione, poco più in là della Centrale del latte. Nel periodo trascorso a questo indirizzo a Romano successe di dovere essere operato al seno. Il segno, allora non rilevato, fu di un forte collegamento con la maternità: infatti gli si erano gonfiate, con la pubertà, le glandole mammarie. Internato all’Ospedale di Niguarda, gli fu asportata solo la glandola sinistra e fu analizzata, nel sospetto che si trattasse di un tumore. Non risultò nulla di temibile, ma in verità fu solo un segno aggiunto, rispetto a quello che Romano avrebbe sostenuto un giorno: che sarebbe stato eletto Papa il Cardinale Tettamanzi, per motivi legati sia alla “Tetta” di sua madre, che l’aveva allevato nel dolore e supplicando la Madonna, sia alla sua stessa, come se egli stesso avesse dovuto allattare un giorno l’umanità, in nome di Maria e del suo Santo Spirito. (Questo quadro reale, indicato qui, in questa
Nel settembre del 1952 Gino insistette: il figlio doveva cambiare scuola. Romano però non volle, assolutamente, perché se là era caduto, nello stesso luogo intendeva risollevarsi: era per lui una questione d’assoluto orgoglio personale, egli non fuggiva mai, e non lo aveva mai spaventato di conoscere la verità, anche nei casi in cui poi essa era stata dura da accettare e digerire. Le cose, del resto, si erano messe in un modo così disastroso che non avrebbe potuto che riaffermare quella sua personale dignità, che aveva visto così eccessivamente mortificata, in tutti i modi. (Ecco la realtà di quanto resta). Pensate: il suo compagno di banco Michele Simone, durante le traduzioni, si difendeva da lui, erigendo barricate a metà banco, nel timore che copiasse da lui! Come erano lontani i tempi di Salerno, in cui tutta la classe aveva quasi eretto barricate perché un professore, troppo ligio, lo interrogasse di nuovo, dandogli il modo di riparare ad un semplice 5! (Ecco la realtà di quanto resta: l’osservazione di una esistenza complessa) Il gesto di maggior confidenza per Romano, facendo i conti d’un intero anno scolastico, era stata infine quella domanda buona fattagli a gesti… “Ti sei fatto?” avrebbero detto oggi, in quelle identiche circostanze, oggi che il sesso non è più un tabù e la droga sembra averlo egregiamente sostituito, nell’immaginario collettivo… Queste esperienze negative, fatte in quell’anno così importante della vita, corrisposero per Amodeo come ad un prato falciato, rasato a zero, che ha così poi prodotto radici poderose, in grado di sorreggere uno sviluppo, tanto maggiore, quanto più grande d’ogni immaginazione, era stata la mortificazione che era stata subita. Era accaduto per lui allo stesso modo che era toccato a sua madre. Se lei non avesse udito a 6 anni, beffeggiare se stessa con quel “passa la porcarella dei Marchesi” con cui la derisero le giovani amiche, quando la videro portare al pascolo i suoi maiali, non avrebbe mai voluto né potuto elevare da quella – forse – la sua condizione sociale, fino a divenire una maestra che tanto bene avrebbe fatto, proprio attraverso questo suo sano esercizio. (Ecco la realtà di quanto resta: la voglia di reagire alle mortificazioni). Anche a Romano deve essere accaduto così e – subendo il fascino di tutti i maestri – egli ha poi sempre puntato, prima ad affiancarli, poi a superarli… perché, per lui, il vero problema sono diventati, da quella volta e per sempre, proprio i maestri. Se fosse possibile erigere un monumento “alla riconoscenza per l’ostracismo”, avrebbe dovuto dedicarlo a quella sua professoressa di lettere. Proprio la sua assolutamente ingiustificabile avversione gli farà amare in modo assoluto tutti i veri professori, e desiderare di affiancarli, emularli, per essere egli come, secondo lui, essi avrebbero dovuto essere. Poiché il destino glielo concederà sempre, in tutti i casi egli cercherà di correggere i difetti rilevati in quei maestri, alcune volte riuscendovi, altre essendo cacciato via. Un vero maestro non discrimina nessuno: è attento a capire le doti di ciascuno e a svilupparle. Ogni persona, affidata ad un vero maestro, deve essere promossa fino ai limiti del suo possibile. (Ecco la realtà di quanto resta: la distinzione tra maestro e maestro).
pagina 94, è molto importante e significativo proprio in relazione alla profezia su Tettamanzi Papa).
Gli Amodeo abitarono al secondo piano d’una casetta di tre fuori terra e un sottotetto. Romano non volle cambiare istituto e nel 1952 s’iscrisse ripetente alla IV ginnasio, sezione E. Stavolta fu più fortunato, non fu costretto a saltare mesi di frequenza, visse di nuovo nella sua famiglia, gli toccarono professori non prevenuti nei confronti dei meridionali. Si fece finalmente amici: il compagno di banco, Fortunato Gallico, per tutto il ginnasio e il liceo. Davanti a loro c’erano Ferruccio Carugati e Pietro Saviano. Stabilì finalmente buone relazioni. Fu più volte ospite di Fortunato, in Via Mantova, ove i genitori che gestivano una polleria, e di Ferruccio, in Via Friuli. Ricordo una festa in casa di Saviano, che poco amava ricevere ospiti, avendo un fratellino molto mongoloide. La famiglia tornò a essere numerosa: venne Gennaro, che era restato a Salerno, mentre i due fratelli erano con zia Antonietta. S’aggiunsero Adriana ed Anna, sorelle di Gennaro. Molto fu aiutato, Romano, nel ritrovare la sua dimensione, dal ricostituirsi di questo forte nucleo di relazioni familiari. (Si ristabilisce il quadro reale e positivo dei valori necessari a Romano). Chi invece soffriva in silenzio, di questa situazione, era Gino. Il suo ideale era quello d’avere una famiglia tutta sua e chiusa, addirittura barricata in se stessa; invece sua moglie Anna, forzando la evidente bontà anche del suo cuore, gliela aveva sempre impedito. Se Romano aveva sofferto, nel periodo trascorso in casa della zia Antonietta, anche Gino ed Anna, vivendo da soli e non potendosi, durante la giornata, recare a trovare i figli, per non dar fastidio, avevano sofferto d’uno stato passato, all’improvviso, dalla sovrabbondanza all’assoluta povertà delle relazioni più care. Ora che la famiglia s’era ricostituita e che, per alcune settimane, era stata per conto suo, Gino si era illuso di potere forse godersi a fondo i suoi figli, di cui desiderava essere il primo dei compagni. Gino non aveva amici, non usciva in cerca di svaghi personali. Pur avendo a disposizione l’intero pomeriggio, cercava di passarlo vivendo con i figli, con la moglie. In tutto ciò s’era trovato la rivalità involontaria di chi, venendo là, aveva attratto l’attenzione d’Anna, poi sempre affaccendata, e dei figli, che preferivano giocare coi loro cugini, non accorgendosi di quanto il padre tenesse ad essere il loro primo compagno. Ciò gli capitava di credere specie ora, che aveva perso, egli pure, quella beata libertà dei tempi di Salerno, ed era chiuso in un piccolo appartamento, nel quale trascorreva tutta la giornata, alla ricerca di letture o altre occupazioni per la sua mente. (Insomma si ristabilisce la realtà positiva dei valori necessari a tutti, anche per idealizzare una Santa Famiglia).
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95 indica tutto il movimento (5) del presente (il quadro 90), e così la pagina 95.
96 esprime tutta la carica di moto che resta al 100 in base alla realtà a 4 dimensioni. È un numero importante, come il contenuto di carica della pag. 96
Anna, da quando si erano sposati, era stata ed era il vero perno della famiglia Amodeo. Teneva nelle sue mani la gestione delle entrate e delle uscite, lasciando al marito, per le sue cose, la metà di quanto portato a casa da lui. Assisteva anche alle sfuriate, certe volte, del suo Gino, e non rispondeva, gli dava il modo d’apparire, davanti a tutti, chi aveva l’ultima parola, quella più autorevole. Finita la buriana, magari anche con qualche giorno di tempo lasciato trascorrere, era lei a riprendere con calma l’argomento, con il marito a tu per tu. E lo portava a ragionare, ad accorgersi di come era stato eccessivo, fin quasi violento. Gino ne doveva convenire, perché la razionalità d’Anna era piena, autorevole, ben fondata; così egli le chiedeva scusa, mortificandosi, ammettendo i suoi errori e l’argomento era definitivamente dimenticato, essendo stato risolto, fin nelle radici, tra loro due. Ma spesso, finché questa chiarificazione non avveniva, Anna soffriva in silenzio e qualche volta anche piangeva, quando, in un momento di solitudine, pensava che nessuno la vedesse. Una volta Romano la scorse e volle sapere che cosa ci fosse. Lei si confidò con lui, che aveva allora solo 15 anni. Gli disse che, in quei momenti, lei non si sentiva felice. Sentiva addosso a sé la responsabilità d’ogni cosa, anche d’un marito che certe volte si comportava egli pure come un bambino capriccioso e maldestro. Era troppo il carico che lei aveva su di sé e Gino non l’aiutava. Lei non teneva nulla per sé, ogni cosa era messa nel bilancio familiare, dunque avrebbe desiderato più comprensione. E – in quel momento di sconforto – gli rivelò che suo padre, che voleva apparire così dinamico e pieno di sé, non la cercava più nemmeno come compagna, era come se la sua sessualità si fosse del tutto spenta. Pertanto non si sentiva più nemmeno una donna, una compagna, in quella casa, ma solo una serva, una serva di tutti, anche del marito, e questo in certi momenti era troppo e non ce la faceva più. Romano si stupì moltissimo nel sentire, per la prima volta, la madre parlare della sessualità tra loro due e in quei termini. Rispose a lei che egli non ci credeva, che non poteva essere, e la madre gli rivelò di come lo avesse sorpreso nell’atto febbrile di un’intima domanda, che Gino aveva fatta, spasmodicamente, a se stesso, per conoscere se c’era ancora o no, nella sua virilità. Fu l’unica eccezione ad una regola assoluta: il divieto d’affrontare, con i figli, i temi del sesso; l’unica dissonanza rispetto ad una regola assoluta rispettata sempre, da Gino ed Anna, nel loro insieme di coppia. Una eccezione, fatta dalla sola Anna, che si spiega solo per l’immensa stima e fiducia che lei sentiva in se stessa per quel figlio che notava così diverso da tutti (“Un bravo ragazzo” come lo avrebbe definito, in trance, già quando non parlava più da tempo ed a 15 giorni soli dal suo essenziale giro di boa). Una eccezione che si spiega per la sua capacità, sempre avuta, di presagire il futuro e di sentire così, in modo chiaro e distinto, come mamma e figlio fossero legati in una storia di vita e di morte molto più grande di loro, che andava ben oltre le loro figure personali. Si spiega, infine, per il suo rendersi conto di parlare non a chi le appariva essere lì davanti a lei, in quel momento (solo un insicuro ragazzo di 15 anni), ma quello che sentiva veramente egli fosse e in assoluto: l’anima libera di un sopravvissuto alla morte.
Tranne che alla madre – che gli stava parlando come si parla ad un essere umano di cui si ha stima, più che ad un figlio – in quel momento Romano appariva a tutti proprio quello che sembrava essere: una persona svogliata e mediocre, che seguitava a trarre poco profitto dallo studio. (La carica, ossia la tendenza del giudizio espresso dagli estranei, era questa). A scuola appariva uno sempre attento, o intento a leggere frettolosamente qualcosa che non aveva ben studiato a casa. La condotta era gratificata da un 10, la ginnastica cominciava a rivelare in lui buone doti ginniche, tanto da attribuirgli un 7, e poi tanti 5, che gradatamente divenivano 6 alla fine dell’anno, con qualche rarissimo 7. Proprio una estrema mediocrità, che passava per scarsa propensione allo studio, a detta di molti professori. Lo comunicavano spietatamente ai suoi genitori, nei colloqui che periodicamente avvenivano, prima della chiusura dei trimestri: quel loro figlio non era granché. (Giudizi tendenziosi e giudicati tali dai genitori). Per i professori “si vedeva che egli s’impegnava e studiava”, ma concludevano che “ogni botte, in sostanza, dà il vino che ha”. Non sapevano quanto poco Romano studiasse, né lo immaginavano minimamente, giacché, vedendolo sempre attento e tutto così “perbenino”, lo immaginavano così anche a casa: a passare ore su libri mal capiti, mal digeriti e dei quali poi dava stentate verifiche d’apprendimento. (Giudizi tendenziosi, caricati di negatività). Forse avrebbero cambiato nettamente giudizio se avessero saputo come egli a casa praticamente non studiasse quasi mai nulla e come tutte le sue risposte dipendessero dalla sua buona capacità di poggiarsi sempre su pochissimi elementi, per aggiungervi poi sempre una buona dose di contributo personale, per integrare gli inevitabili buchi. La chimica, comunque, sempre restò per lui pressoché un mistero. Non essendosi mai messo seriamente a cercar di capire i meccanismi con cui le molecole si combinavano tra loro, ed affidando così soprattutto alla memoria le combinazioni delle reazioni, non riceveva molti aiuti dall’intelligenza, ma solo quelli d’una memoria troppo poco esercitata nello studio metodico. (Tendenza assoluta di Romano era di studiare come voleva lui e provando a modo altrui faceva fatica, andava veramente contro la sua natura di assoluto “improvvisatore”).
Aveva ora l’età di tutti i suoi stessi amici, avendo perso quell’anno d’anticipo che aveva sempre avuto, avendo iniziato le elementari un anno prima degli altri. Si era sviluppato, in un anno solo, di quasi una decina di centimetri, tanto che ora essa rientrava nella media, mentre l’anno prima era stato il più basso di tutti i suoi compagni. A casa si occupava di attività quali il dipingere, il costruire le cose più strane, come ad esempio uno slittino. (Tendenza creativa). Ci fu nel 1953 una nevicata eccezionale, con la neve che restò a Milano per quasi due mesi, alta quaranta centimetri. Per andare al Berchet, partendo da Via Bernardino Verro, bisognava ogni giorno percorrere oltre un chilometro e mezzo. Si sarebbe potuto prendere il 24, da Via Vigentina, ma per raggiungere quella fermata occorreva fare quasi un chilometro, e quasi altri 300 metri poi dalla fermata al Ginnasio: si faceva prima andando a piedi. Così Romano vedeva, con quella neve, i ragazzi che, approfittando d’una leggera discesa esistente al parco Ravizza, vi sciavano. Resistette poco e comprò un paio di sci da fondo alla “Fiera di Sinigaglia”. (Doveva dare sfogo alla sua tendenza di agire per pura passione).
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97 è lo spazio di libertà del volume 3 nel “centuplo quaggiù” di Cristo e per Romano tutto ciò si rivela, a pag. 97, come lo spazio percorso mosso dalla passione.
98 è 100 sulla base dell’ingombro del tempo 2. È da intendere come il percorso di fondo.
Con quelli ai piedi passò ore ed ore a scendere e risalire quella ventina di metri in tutto di percorso, imparando così a reggersi in equilibrio e a svoltare tra i paletti conficcati per terra. La slitta serviva, invece, per la strada, ghiacciata, di Via Verro. Ebbe finalmente la tanto desiderata bicicletta. Se la fece a poco a poco, costruendone persino le ruote, avvitando, ad uno ad uno, le due fila di raggi e tirandoli in modo da ottenere poi un cerchio perfetto, esente da ondeggiamenti. Aveva avvitato tutti i canotti a sfera, del manubrio, del piantone dei pedali, dei cilindri delle ruote. La bici si sarebbe detta da corsa, ma aveva usato tutti i pesanti pezzi delle bici normali, da viaggio, fatta eccezione del manubrio. Tutti questi gesti gli restituivano, poco alla volta, quella sicurezza di sé che non aveva invece a scuola, ove era perennemente dedicato alla quadratura del personale cerchio, che alcune volte gli riusciva con facilità, altre no. Si accorgeva d’essere dotato di molta fantasia e i temi in classe cominciarono ad essere il primo suo vero “ferro del mestiere”. Laddove altri non avevano che cosa esprimere, egli riempiva con facilità estrema fogli e fogli di scrittura. Cominciava a rivelarsi in lui lo strano incrocio tra il rompiscatole e il filosofo che vive nel mondo dei sogni. Il latino va studiato, come il greco ed erano un’altra cosa, rispetto allo scrivere i temi. La matematica, in quell’istituto di studi classici, era a dir poco rudimentale e non destava grandi problemi nemmeno per lui. Una delle materie che più gli piaceva era “Religione”. Insegnante, nella classe, era un sacerdote che poi divenne anche il suo padrino quando, accortosi come Romano non fosse stato ancora cresimato, lo spinse a farlo, e ciò avvenne nella Chiesa di Via Santa Sofia, in cui egli aveva un incarico. Non ricordo il nome di chi fece Romano soldato di Cristo! Non ricordo, dei professori del Ginnasio, che i cognomi della Firmian, e della Bosisio, professoresse di lettere, ma quale delle due fu la professoressa “mangiaterroni” che l’anno prima lo aveva bollato come poco più che un perfetto imbecille? Non mi vergogno a scrivere di questo, perché, come ho cercato di spiegare, io non sono Romano e lo studio era – per questo personaggio con cui io spesso litigo – solo uno sgradito compito, una sorta di guado, dal quale doveva alla fine uscire; perciò tentava di farlo usando sempre il minimo della fatica possibile. A Romano interessava tutto, tranne quello studio che tuttavia era per lui il primo tra tutti i suoi compiti! Una cosa orribile e terribile, che io – l’osservatore della sua incredibile storia – non ho mai mandato giù. Perfino con i suoi genitori, Romano barava! Dava ad intendere loro che si applicasse… Tuttavia non credo che sia mai riuscito ad ingannarli veramente. Lo conoscevano e – stranamente – avevano una immensa fiducia nelle sue capacità; così lo aspettavano. Attendevano che sbocciasse a modo tutto suo e libero. Altri genitori si sarebbero messi di puntiglio, lo avrebbero controllato, gli avrebbero impedito che perdesse il suo tempo in attività collaterali che non inerivano la sua principale attività, di studente. I suoi genitori no: non volevano violentare i suoi tempi. “Ti hanno sempre fatto fare troppo quello che tu volevi” è stata l’osservazione recente d’una sua cugina, Barbara, che ha assistito, anni dopo, a come andassero le cose, a casa di Romano. (Giudizio espresso così, non avendo ancora avuto modo di apprezzare come la pura passione per l’imitazione di Cristo avesse portato Romano ben oltre ad ogni limite dell’immaginazione).
Eppure io – l’osservatore di questa storia incredibile – anche se in parte condivido questo giudizio di Barbara in generale, non lo sposo in quanto a Romano. Riconosco come, data la sua natura, egli sia stato moltissimo agevolato e favorito da quest’insolita pedagogia dei suoi due genitori. Perché ha poi fatto, nell’arco intero della sua vita, le cose giuste per lui, nel tempo in cui esse coincidevano, e realmente, con i suoi interessi, con molto giovamento per tutta la sua vita. Certo, in relazione ai giudizi espressi da lui. Se la cugina lo vedeva un fallito perché aveva investito tutto per Gesù Cristo ed era diventato povero, quello che per lei era un insuccesso per Romano era il massimo successo. Non tutti sono stati così fortunati. Romano ha veramente avuto la fortuna d’avere, attorno a se, questa straordinaria fiducia in lui, datagli dalla sua famiglia e soprattutto da suo padre e da sua madre, veri maestri di vita, che avevano tratto profitto dalla loro stessa esperienza, secondo la quale ogni cosa accade al momento giusto, ed esso è quando se ne hanno le forze, a condizione che il fondo umano sia veramente solido. A questo fondo essi hanno sempre puntato, prima d’ogni altra cosa: a fare di Romano e di Benito persone valide in assoluto e coerenti con i propri principi. Altra immensa fortuna, di cui Romano ha potuto a lungo avvalersi, è stata quella d’avere avuto, nuovamente attorno a sé, in Via Bernardino Verro, i suoi cugini. Gennaro era arrivato appena la famiglia aveva affittato l’appartamento per se stessa, in Via Bernardino Verro. (Ecco il percorso di fondo, per Romano: il ricostituirsi della grande famiglia). Nel 1951-52, mentre Romano e Benito erano stati ospiti della Zia Antonietta, Gennaro era restato a Salerno, a Villa Cajafa, assieme a Sabato, Vincenzo, la domestica Peppina e ad un altro studente, gestendosi come meglio potevano. Ora Peppina era venuta lei pure a Milano, per restarvi solo poco perché conobbe un buon montanaro che la volle ed andò via con lui, a Gurro, un paesino dislocato tra le Alpi. Quando Gennaro arrivò alla stazione di Milano e Romano gli cose incontro gridandogli “Ciao Gennaro!”, quegli, che aveva saputo dal cugino, e forse da molte altre fonti, di come spesso erano trattati i terroni, sapendo quanto terrone fosse il suo nome, zittì Romano, come se la gente, venuta così a sapere la sua origine, iniziasse a fargli dispetti. Gennaro scelse di divenire Perito Edile ed iniziò a frequentare, con buon profitto, l’Istituto Carlo Bazzi, che non era lontano da Morivione, il quartiere in cui abitavano. Venne con lui, a Milano, Anna, la sua sorella maggiore. Romano cominciò a stare nuovamente bene nella sua famiglia e in mezzo a questi suoi parenti. Nei loro riguardi, per essere accettato, non si trattava d’essere più o meno bravo a scuola, ma aperto, schietto, gioioso. A lui piacevano incredibilmente gli scherzi e una sera, avendo udito la mamma che invitava Anna ad andare in soffitta a prendere un grembiule in un cassone, egli fu più lesto di lei e ci si infilò dentro con una pila. Quando lei aprì il baule, nella penombra del locale, Romano accese il faro sulla sua faccia, atteggiata in una smorfia atroce, e lei scappò via urlando dalla paura. Sì, scherzi talora quasi spietati, come questo, ma non aveva ancora quindici anni e sentiva solo una gran voglia di ridere, correre ed essere gioioso. Ogni volta che si mangiava, tutti assieme, era l’occasione d’una festa, e si trattava d’ogni pranzo, ogni cena, nuovamente in 7 attorno allo stesso grosso tavolo del soggiorno.
99
99 è il 99/1 che è in Assoluto 100. È tutto il percorso di 1.
Una sera Romano lottò per Anna, lì, tra la neve, quando degli estranei s’intromisero nei loro giochi e fecero delle osservazioni su di lei, mentre i ragazzi andavano su e giù con la loro slitta lungo la Via Verro. Anna aveva 4 anni più del cugino, era ormai una bella signorina, impacciata dal suo seno rigoglioso, e un ragazzotto della sua età aveva avuto qualcosa da dirle in proposito: Romano lo buttò per terra e gli affondò il capo tra la neve. Lo fece, però, perché lì, sulla neve, tutti scherzavano e anche quella lotta fu un gioco. Benito aveva poco più di 10 anni e un temperamento quasi opposto a quello del fratello: attento, ligio, studioso, non lasciava mai nulla al caso, era sempre preparato e i risultati a scuola si vedevano, perché era tra i primi della sua classe. Il travaglio provato dal fratello, spostandosi da Salerno a Milano, non lo sfiorò minimamente: bravo a Salerno, bravissimo a Milano. Solo per Romano tutte le cose erano state diverse e lo erano tuttora. Infatti aveva legato solo con i 4 compagni di cui ho scritto, ma anche con loro tutto era sempre difficoltoso. Il giovane Amodeo era come una sorta Giano bifronte: così spavaldo a casa sua, così malsicuro e non disposto a giocarsi a scuola, nei rapporti umani. Era stato troppo scottato l’anno precedente, così toccato nel vivo di se stesso che ci vorranno circa 20 anni ancora, prima di riuscire ad essere, in mezzo alla gente, così come era a casa sua, se poi, a dirla tutta, c’è mai riuscito veramente. Benito sostenne e superò brillantemente gli esami di terza media, tra i più bravi della classe, Gennaro passò dalla seconda alla terza e Romano sostenne gli esami dalla IV Ginnasio al Liceo, essendo promosso ad ottobre e nel solito modo stentato. Per quest’esame la classe, dei poco più che 30 ragazzi della sezione E, fu divisa in 4 sezioni, e sostenne gli esami con le commissioni composte dalle 4 sezioni esistenti nel liceo Berchet: A, B, C e D. Sebbene esaminata in un modo così disarticolato, a conti fatti quella sezione risultò la più brillante di tutte, tanto ben preparata che il preside Joseph Colombo (un sacerdote rabbino) decise che sarebbe stato un peccato dividerla anche nel liceo: così vi avrebbe aperto la sezione E, che lì mancava… Pertanto, allegoricamente, Cristoforo Colombo la vara… come Giuseppe che porta Israele in Egitto (tragitto: sezione E per la storia della salvezza per i naviganti), e diventa così il San Cristoforo, il traghettatore del nuovo figlio di Maria, sulla strada della sua personale salvezza: vi incontrerà la Filosofia e la Fede. Passarono oltre due anni, abitando a Morivione, in Via Bernardino Verro dalla fine del 1952 al giugno del 1954. Finché ebbero, per ospite, Costantino Morra che aveva sposato Emilia Baratta, zia materna. A Morivione si era ancora sulla via del morire, dopo che la via Larga era stata quella larga dell’Inferno, che aveva portato Romano al vero e malaugurato Inferno del Mi-là-no! di Milano. Mentre veniva da Salerno, salvezza dall’Inferno. Queste cose strane sembravano “veri segni”, scritti nelle cose del mondo, a descrizione di una persona che sarebbe stata importantissima per il mondo, giacché sopravvissuta grazie ad un Pensiero della Madonna e che avrebbe avuto un Pensiero della madonna… (una particolare dotazione dello Spirito Santo di Verità), però essendo interamente umana, quindi con segni scritti tutti e solo nella natura e nei numeri. Anche questa pagina 99 lo esprime come tutto il percorso di 1 che abbia il centuplo quaggiù, e quindi si sposti in tutto di 99… finché arriverà lo zio Morra e morrà… ma saranno solo nozze, perché lo zio Morra che arriva a Morivione è in viaggio di nozze. Questo stesso libro, per la particolare coincidenza degli eventi con i significati dei numeri delle pagine, sembra un assoluto vaticinio… fateci caso, visto che lo evidenzio. Costa perfino 33 euro a produrlo!
100
Capitolo 8 (In questa pagina 100, lo Spirito Santo esprime il “centuplo quaggiù” per Romano. Il capitolo è 23, tutto il volume complesso. L’anno è il 54 che indica il pieno moto 50 della realtà a 4 D. La somma delle cifre di 1954 è 1+9+5+4=19, da cui 10, da cui 1, il tutto. Romano ha 24=16 anni, tutto il moto 8 del volume 8. Ove 1+6 è 7, tutto il moto del volume nel 10)
Nel 1954 agli Amodeo fu assegnata una casa popolare a riscatto, in Viale Omero, al numero 22. Il vero Inferno, dopo 3 anni, è finito. Come se, col possesso della casa, gli Amodeo risorgessero. Omero fu un O mero, un cerchio che si chiuse, tutto da riscattare. Romano aveva 16 anni. 22 è l’indirizzo spaziale, che somma 23 (il volume complesso del capitolo 8) al 24 (alla linea tempo dei suoi anni). Sono indicazioni davvero ideali. I Morra sposi vissero 1 mese in viaggio di nozze con loro in V. Bernardino Verro (Ber Nardo in una O che Verrà, un O vero, l’O mero, Omero. Bene, a questa pagina 100, in cui Romano entra in V. Omero, c’è un vaticinio: “Centemeri entrerà come importante teste”. Il 100 di Centemeri è come la O di Omero, è il centuplo quaggiù: è la chiusura del cerchio… e infatti Centemeri, Preposto della Chiesa dei SS. Pietro a Paolo di Saronno, sarà il perfetto sosia di chi è preposto alla proprietà della Casa in cui Romano e mamma… Saranno in via di Paradiso, morendo una nel 2×103 (pienezza del complesso) e l’altro sulla via di morire per il mondo il 2004 come 2004 = la pienezza dei 16 anni, in potenza. Il trasloco in Viale Omero avvenne quando gli zii ritornarono a Capizzo e, per sdebitarsi dell’ospitalità, portarono con sé Romano e Benito a casa loro, a partecipare a tutti i festeggiamenti che ci sarebbero stati, in accoglienza degli sposi. Questi sposi avevano riaggiustato i desideri del passato. Emilia era la figlia di Teresa Russo e Costanzo era il figlio del suo innamorato. Teresa era però stata costretta dal padre Mauro ad altre nozze (come una MT Legnani che sarebbe stata costretta da padre Maurillo ad altre nozze)… siamo al puro vaticinio! Sì, perché, nelle feste delle nozze, Romano incontra Teresa e si piacciono! Qui, a pagina 100, c’è, per Romano, il centuplo quaggiù! Il cognome di questa Teresa? Di Dario… DDT per scherzo, alludendo ad un insetticida, che se ci fosse stato ed avesse eliminato gli scarafaggi… questi due si sarebbero sposati. Lo zio “Morra” all’organo, invitò Romano a cantare con lui per il Patrono Santo Mauro…: “Oggi lieto e giocondo, su nel celeste regno, questo martire sì degno asceso è in gloria”... è un vaticinio! Romano amerà infine anche chi avrà amato solo Maurillo, sarà in un coro a dar man forte, solidale, missionario grandioso, e martire, quando “morrà”, e il suo centuplo quaggiù sarà un immenso Coro in cui sarà Maurillo, sarà Gesù, sarà tutti… e Teresa, per grazia di Maria, sarà una Maria Teresa immensa Maestra di questo Coro celeste. Se si considera che i nomi delle persone siano affidamenti precisi ed autorevoli, fatti ai rispettivi Santi protettori, e che questa Teresa è la nonna di Romano (e corrisponde a Sant’Anna), appaiono tutti i retroscena di induzioni e sollecitazioni sotterranee. Esse sarebbero state fatte ad opera della Santa Teresa del Bambino Gesù, così attratta da questo Romano che, se era vero l’intervento di Maria che l’aveva salvato e ne aveva fatto un altro figlio, avrebbe avuto piacere che la sua protetta si legasse a quest’altro figlio della Madonna. Feste, pranzi con una trentina di persone invitate e Romano e Teresa sempre lì… Questa storia avrebbe potuto assumere una piega precisa, perché tutto sarebbe stato favorevole a che Romano e Teresa cominciassero a fare sul serio. In Paradiso lo faranno. Nel Paradiso si avvera (e finché si vuole) ogni desiderio dello Spirito dell’Amore. 101 è in
101
102
Assoluto il rapporto 100/1 in atto nel tempo 1, che è un contro-tempo, un “contrattempo”, essendo 2 il tempo intero.
102 è nuovamente nell’equilibrio della fase 2, ed appaiono nella storia 2 grandi Spiriti.
La famiglia Di Dario era stata una delle poche veramente amiche degli Amodeo, nel soggiorno a Felitto e, se i due ragazzi si fossero impegnati, avrebbero visto confluire molte spinte, tutte rivolte in quella decisione assunta da loro. Non dimentichiamo però che il destino in agguato fa quello che vuole, attaccandosi ad ogni dettaglio! (In sostanza, in questa pagina 100/1 che attua il “centuplo”… Dio non vuole!) Accade, infatti, che un giorno, in uno di questi pranzi, Romano trovò nella zuppa del suo piatto uno scarafaggio caduto nel pentolone dal camino. Se la DDT avesse funzionato… Egli mostrò lo scarafone a Teresa, seduta al suo fianco e, senza che altri lo vedesse, lo scartò, sotto il tavolo e… mangiò ugualmente la minestra. Si portarono in tavola anche delle uova sode, l’unica pietanza mai piaciuta a Benito, che si rifiutò di prenderle, e Ciccio Morra, fratello di Costantino e molto sussiegoso, iniziò una personale filippica contro la cattiva educazione impartita ai due ragazzi dai loro genitori: “Non si rifiuta mai, in casa d’altri!”. Romano non ne potette più e, forte delle prove che poteva addurre, ribatté deciso: “Zio Ciccio, l’educazione l’abbiamo avuta, e buona. Se Benito non vuole le uova è perché proprio non le regge; io ho appena trovato uno scarafaggio nella minestra, e l’ho mangiata. Se vuoi vederlo è qui sotto il tavolo…” Ciccio se n’andò sui due piedi. Per quello scarafaggio e per quel Ciccio Morra… morrà tutta la ciccia possibile tra Romano e Teresa e caldeggiata da Santa Teresa del Bambin Gesù per lei…DDT inattivo. Il giorno dopo, infatti, Romano e Benito furono invitati a fare una gita ad Ostigliano. Romano non voleva andarci, ma dovette e, giunti là e nonostante v’imperasse il tifo, vi furono scaricati. Scrisse allora lettere infuocate a Milano e sua mamma, nonostante fosse indaffarata per il trasloco in corso, scese fino ad Ostigliano, per calmarlo: “Qual è il problema? Teresa? Vuoi andare a trovarla al suo paese? Vacci!” Romano andò dai Di Dario a Felitto, salutò lei, il fratello Bernardino (preannunciato dalla Via Bernardino Verro, in cui avevano ospitato i Morra), salutò Maria e la sorella più piccola e se ne tornò, prima ad Ostigliano e poi a Milano, con Benito e la mamma, troncando così sul nascere una storia che, se quell’insetto schifoso e Ciccio Morra non si fossero messi in mezzo, in quel modo così tragico per lo scarafone, tutto sarebbe stato diverso. Infatti, a Milano attendeva, ad accogliere i due ragazzi, la loro casa nuova, finalmente loro, acquistata con diritto di riscatto. Ma – quel che più riguarda la storia che sto raccontando – era in attesa lì, li Anna, quella Sant’Anna che l’aveva preso in carico quando Mariannina glielo affidò, prima ancora che nascesse, che si impose a Santa Teresa, e gli fece incontrare Liliana Cassani, che appena Romano vide gli fece sobbalzare il cuore in petto e cassare la memoria della Teresa sponsorizzata dalla Santa. A 16 anni si fa presto a scordare, specie quando il cuore ti sobbalza in petto come un muscolo impazzito al vedere una immagine leggiadra! (Il “contrattempo” a Teresa, fu l’apparizione di
Questa scelta fu, per la classe che era stata così brillante, un vero disastro: infatti, tutti i professori di nuovi corsi istituiti come questo dovevano essere assunti tra i precari, non essere già di ruolo, così ai ragazzi toccò di pagare, nel corso dei tre anni di liceo che seguirono, lo scotto del loro noviziato. Ma, nel disastro, ci fu anche qualcosa di assolutamente positivo, sotto il profilo dello Spirito: il professore di filosofia. Il suo cognome, Miccinesi, sì mise proprio come delle piccole micce, delle miccine, nella mente e nella fantasia di tutti, tanto è restato certamente nella memoria di molti. La sua materia era affascinante ed egli sapeva farne la cosa più importante tra tutte. Doveva insegnare anche Storia, ma a lui questo compito non andava molto a genio, tanto che tutte le sue ore erano dedicate alla filosofia. Solo in tre occasioni, durante tutto l’anno, si usavano entrambe le ore per questa disciplina: per interrogare a tappeto tutta la classe sui rispettivi tre periodi nei quali tutto l’argomento era stato suddiviso. “La Filosofia è nata con Parmenide, che postulò come, alla base d’ogni cosa, vi fosse il suo essere…” Spiegava, spiegava e voleva che tutti si prendesse appunti. Il libro di testo esisteva, ma era come se non contasse nulla, perché quelle che valevano erano le lezioni fatte in classe da lui. Bisognava prendere appunti e poi studiarli a casa, perché egli avrebbe interrogato in base ad essi e non a quanto scritto sul libro di testo. Romano prendeva gli appunti, ma poi non li rileggeva mai. Per quanto l’argomento colpisse in notevole modo la fantasia e i suoi interessi, non era mai in grado di memorizzare tutto quanto egli avesse sentito, perciò nelle interrogazioni, anche relative a questa materia, egli denunciava i limiti della carenza dello sforzo di mandare a memoria. Miccinesi se n’accorse e iniziò sue strane tecniche per indurre Amodeo ad essere più ligio, finché un giorno non ne potette più e sbottò in un modo memorabile: “Amodeo! Io non so come tu sia fatto. Ogni tanto ti do di quei cazzottoni così forti che smuoverebbero una montagna, e tu invece assorbi il colpo, reagisci come un cuscino di piume. Non so più come comportarmi con te! Per smuovere la tua indolente massa!” Il buon Miccinesi forse fu l’unico che lo capì veramente, ma una cosa ha ignorato, non avendo avuto modo d’appurarla. Che erano una trentina gli studenti della classe e tutti risentivano dei colpi che ogni tanto dava anche a loro, e si muovevano come egli voleva. Eppure il solo filosofo uscito fuori, tra tutti loro, è stato quell’Amodeo, che assorbendo i colpi, ne faceva tesoro e non ne disperdeva l’energia in apparenti movimenti esteriori. Amodeo si muoveva dentro e quest’energia ha poi lavorato a lungo e nel profondo, miccine, sì come vere micce di una esplosione futura, partecipando in modo veramente inatteso a costruire infine una davvero personale idea della giusta filosofia. Ci fu un altro, “toccato come Amodeo”, in quegli anni, per il quale il Miccinesi fu una miccia, sì, così. Si trattò del professore di religione. Oggi è un Monsignore ed ha svolto e svolge un ruolo di spicco nella cristianità: è Mons. Giussani, fondatore del movimento cattolico chiamato prima “Gioventù studentesca” e poi “Comunione e Liberazione”. Toccarono il Don Giussani d’allora la capacità “diabolica” che aveva il Miccinesi di catturare e accendere l’attenzione degli studenti. Quando spiegava filosofia non volava una mosca, mentre per la religione non succedeva la stessa cosa. All’interno della classe e senza che Romano lo sapesse, Don Giussani cominciò a coinvolgere, in modi giusti e sani, quelli che più sentiva vicini al messaggio del Vangelo che egli insegnava.
Liliana… Dio non voleva!)
Venne settembre, Benito iniziò la quarta Ginnasio allo stesso Liceo-Ginnasio Berchet in cui studiava il fratello e Gennaro cominciò la terza del diploma di Perito edile. Romano iniziò l’avventura del Liceo, nella nuova sezione E voluta dal Preside per non scompaginare quella che era stata di gran lunga la classe migliore dell’Istituto. Lo scotto “attuativo”, il contrattempo del destino, fu grande: professori non di ruolo.
103
104
103 indica tutto (il 100), a livello del volume. La pag. 103 comprende veramente il tutto, a livello di dotazione, perfino di preveggenza.
104 è la realtà 4 del centuplo quaggiù di Gesù.
Anche Don Giussani alla fine ha raccolto: da quella classe uscì Pierluigi Bernareggi, oggi è missionario in Brasile. Anche Bruno Quartana, architetto e poi frate. Ma uscirono soprattutto le idee nuove circa il vero bisogno, dei giovani, di trovare un tema religioso affrontato bene e che veramente li attraesse. Gran parte della nascita di CL fu dovuta, secondo me, testimone oculare, alle predicazioni filosofiche del Miccinesi. Amodeo non fu avvicinato da Don Giussani. Sebbene profondamente religioso, nessuno avvertì l’urgenza neppure d’invitarlo ad uno dei tanti incontri. Tuttavia uno dei dipinti che Romano fece in quel tempo è una crocifissione53 che molto risente, di fatto, del clima essenziale ed esistenziale che aleggiava, a mezza via tra la ragione e la fede, e che gli fece vincere il primo premio nel concorso finale di “arte” che era imbandito ogni anno nel Liceo-Ginnasio Giovanni Berchet, diretto da un preside rabbino. Un dipinto esposto poi al PAC, il Padiglione di Arte Contemporanea, in Via Palestro, in una mostra collettiva e a Trento, su iniziativa di Maria Grazia Chiesa (che nome giusto per Romano!). Queste due figure, opposte tra loro, di Miccinesi e Don Giussani, apparse con i loro giudizi nella vita d’Amodeo ai suoi 16 anni, quando era come un ammasso indistinto di creta, eserciteranno in vario modo una eccezionale importanza in tutta la sua vita. Il Miccinesi, sì, accese la miccia (miccine si) a Romano, per la filosofia, ma poi egli conoscerà i giusti e sani (gius sani) argomenti della fede quando conoscerà la forza lineare (for lin) di quella CL fattagli amare da Daniela Forlin, infima seguace di Don Giussani. Infatti, Romano oggi si ritrova ad essere un filosofo, che cala la filosofia sulla scienza e giunge, attraverso la Ragione dello Spirito Santo, all’assoluto “valore” di Gesù Cristo. 53. Questo dipinto, pubblicato a colori nelle prime pagine, risulterà una fenomenale premonizione. Resterà al posto del crocifisso, sulla parete della camera da letto nuziale. Sarà esposto in una galleria a Trento su iniziativa di Maria Grazia Chiesa. Restato via a Trento Anna Badari (come un Nume tutelare) vorrà andare apposta a portarlo via da Trento (e a Via Trento starà il suo ultimo nume tutelare). Questo dipinto esprimerà il simbolico passaggio di consegna da Cristo ad una natura sacrificata: Mariannina senza più Spirito e quello di Romano mortificato nel Convegno del 24.10.1999 (e il dipinto è sulla copertina di un libro stampato apposta). C’è Trasporto di tutta l’energia, dal Gesù in croce, allo Spirito della Natura, e in quel dì a Saronno si celebrerà il Trasporto della Croce. Sul cielo infiammato c’è l’annuncio I.N.R.I., ma si può leggere (non essendo stato voluto) anche I.A.R.I., con la croce posta su A.R. (Amodeo Romano, oppure Anna Romano), posti tra due Iesus. La particolarità immaginata è data da due scale: un sottoscala che porta alle croci ed una scala che sale sul davanti e porta in Paradiso. Orbene quando Amodeo e Mariannina saranno coloro che avranno realizzato il 24.10.1999 (nel pieno giorno 24, del pieno ciclo 10 mensile, dell’ultimo anno) il vaticinio del 1.000 e non più 1.000, saranno a Saronno in Via Larga 12 (quella del Paradiso dei 12 apostoli), in 3 locali: un magazzino (Purgatorio), l’abitazione, cui si accede da un sottoscala (Paradiso Terrestre), uno in alto, con una scala che porta là. È il Paradiso Celeste ora qui, cui mancherà da 69 giorni il discepolo Sabato Lingardo (ardo l’Ingegno di un “amo il Padrone del Sabato”, Amodeo, prima amato nel padre e poi nel figlio), morto il 16.8.1999 e realmente nel Paradiso Celeste al momento del Convegno, 69 giorni quanti ne mancano al 2.000… Sabato, “diseredato” del lascito della mamma perché giudicato infingardo dai fratelli, è ora direttamente dal “padrone del Sabato” e spiritualmente parteciperà, salutando e benedicendo l’evento atteso dall’uomo, essendo a lui dedicato il libro diffuso il 24.10.1999: “Se Gesù parlasse oggi in parabole”). Da quel sottoscala la mammina partirà per il Paradiso il 7.4 del 2.000, nel pieno moto (7) della realtà (4) del nuovo millennio. Abiteranno tra un prossimo che si chiama Reina (Regina) a destra, a sinistra e sopra; di fronte, su un muro di una casa di cui è proprietaria Maria, ci sarà il tabernacolo della Regina. Di fronte S. Giovanni Battista, in segno del padre di Mariannina.
Amodeo ha avuto – va riconosciuto – la davvero buonissima sorte d’udire dal vivo, al di là degli schemi e dei tentativi organizzativi, due potenti, differenti e in apparenza antitetici modi d’affrontare il tema d’un “credere” nella Verità. Furono espresse al meglio: dalla “ragione”, nell’ottica filosofica del Miccinesi e dalla Fede, nell’ottica d’un Giussani che ad un certo punto diventa il vero innovatore del cristianesimo, emulato poi da tanti altri movimenti validi che puntavano in vario modo a vivere, e far vivere realmente l’esistenza, a partire dalla fede vera in Gesù. Quello che verrà fatto nel Convegno del 24.10.1999 sarà davvero qualche cosa che partì molto da lontano, da quando fu dipinto questo quadro, sotto l’influsso del Miccinesi che accese la miccia filosofica e del Don Giussani, che accese quella religiosa. Il fondatore di Comunione e Liberazione la accese in modo prodigioso, proprio per l’ispirazione reale data con questo dipinto, che colse, con tanta lungimiranza, il segno degli eventi futuri, che non può essere altra cosa che il marchio impresso direttamente, in senso profetico, dalla Provvidenza di Dio. Si è scritto che il 24.10.1999 avverrà il tanto atteso evento dell’uomo, con il 1.000 e non più 1.000 attribuito a Gesù, che vagheggia ad un reale ritorno del Cristo…Ebbene si tratterà davvero d’un evento unico: dopo 2.000 anni in cui l’uomo è stato trattato da Dio come un bambino, che debba credere solo per Fede in Cristo, Dio (grazie ai progressi fatti fare all’uomo) ora può attivare il suo Spirito Santo e parlargli con la Ragione Vera, tanto valida da essere riscontrabile anche secondo i dettami della scienza dell’uomo. Così quest’evento, stimolato con l’enciclica Fides et ratio del 1998, e poi apostolicamente benedetto dal Papa (che assicurerà ad Amodeo le sue personali preghiere) avrà in se stesso la forza rivoluzionaria di cambiare interamente l’assetto della conoscenza delle cose riguardanti l’ “altro mondo”. Organizzato dalla NSI, in apparenza dalla Nuova Scuola Italica, ma in verità dalla “Nostra Signora Insigne” (dalla Madonna) e dal “Nostro Spirito Insigne” (il suo Divino Consorte), sarà il primo Convegno al mondo che concretamente attuerà quest’Enciclica sulla base dei valori dello Spirito Santo. Valori comunicati da Maria a 3 suoi figli umani, di cui una come lei, uno come Gesù ed uno come lo Spirito Santo. Questo ultimo presente in un uomo che fu diseredato dai fratelli dell’eredità della sua stessa mamma, vituperato da tutti, ma che era giunto a dire a Romano: “Io non so che destino ho avuto io: da piccolo seguivo tuo padre, ed ora seguo te!”. È meraviglioso come Dio si sia affidato così tanto a tre apparenti derelitti che hanno conosciuto veramente le pene del mondo come la vera beatitudine per l’altro mondo. Del Resto Gesù lo disse a Nicodemo: “Sei maestro di Israele e non conosci le cose del mondo… come posso spiegarti quelle dell’altro mondo?”. Infatti “mondo” ed “altro mondo” sono nella realtà delle cose, in una simmetria di accertamento che, posti entrambi, elimineranno il tempo, osservato scorrere in due versi esattamente opposti, e resterà l’Opera Omnia di Dio come un intero progetto simultaneamente dis ponibile di tutte le rivitalizzazioni che si vorranno attuare. Esse avverranno a volontà, se esisterà l’interesse personale a farlo. Ecco perché il Padrone si arrabbia (nei Vangeli) se l’uomo non corrisponde l’interesse al prestito ricevuto: esso sarà la dote dell’uomo stesso che, poi, grazie all’interesse acquisito, potrà far esistere il mondo che vorrà e secondo i suoi desideri. Così come uno che, avuta in eredità tutta la filmoteca delle vite, gioisca proiettando come si vuole e quando si vuole tutto ciò che corrisponda al suo personale interesse. Ecco, nel 24.10.1999 l’uomo capirà che cosa realmente lo attende come il possibile Paradiso, e sarà una conoscenza grandiosa, degno evento così intensamente sperato ed atteso. Lo realizzeranno, concretamente, tre derelitti maestri: una mamma (già maestra elementare) ridotta a deficiente; un figlio (architetto, maestro in filosofia della fisica) annientato nel successo della sua vita affettiva ed imprenditoriale; un amico onestissimo, di famiglia (un maestro elementare ridotto a vero “barbone”). Costui il 24.10.1999 mancava da 69 giorni quanti ne mancheranno al 2000, perché sarebbe stato presente, come grandissimo sponsor davanti a Dio: proprio egli – e chi mai l’avrebbe detto? – Sabato… affinché Dio, finalmente, ripaghi a ciascuno il suo Sabato! E Dio lo ripagherà, dando finalmente non più solo speranza nella fede, ma la certezza che derivi dalla Scienza secondo lo Spirito Santo di Dio. Meraviglioso!
105
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Capitolo 9
106 esprime la complessità in atto riferita al tempo intero. Controllate voi se le situazioni descritte non esprimono ciò
(9 è tutto lo spazio percorribile da 1 nel 10, mentre 105 è la realtà in pieno moto della sezione assoluta del flusso. Vedansi i significati)
Sotto il profilo sentimentale, Romano, nel 1955 si era ormai preso una cotta memorabile per quella bionda che gli aveva fatto sobbalzare il cuore in petto appena l’aveva vista alla fine d’agosto del 1954: Liliana Cassani; ma non gli riuscì, nonostante tutti gli immensi sforzi che seppe fare, di trovare alcun’intesa con lei. Per quel gioco enigmistico che stranamente è possibile nella strana storia di Romano, Lì lì Anna Cassa, cancella la novella intenzione, di Romano, di legarsi alla Teresa di un altro (di Dario). Ove il Lì, lì Anna è la sempre presente vigilanza di quella Sant’Anna, nonna di Gesù, cui la sua vita era stata affidata dalla madre, prima che addirittura nascesse. La famiglia di Liliana era composta da 4 persone: il padre un tassista, la madre casalinga, lei, che frequentava una scuola che non si sapeva bene qual fosse e Claretta, di circa 4 anni più giovane della sorella, alla quale sorellina Romano aveva fatto un ritratto, di profilo, che fu incorniciato ed appeso bellamente nel soggiorno di casa. Quando la Provvidenza non lo vuole, nulla accade. Romano ci provò, con timidezza, ma a lungo, per quasi tre anni, con la Liliana che gli aveva cassato Teresa dalla mente. C’erano momenti d’amicizia, in cui riparava per Lilli la bici e faceva altri lavoretti gentili e c’erano momenti in cui, essendo all’improvviso lei scorbutica e scortese senza nessun apparente valido motivo, le riportava i pezzi della bici che aveva sostituiti, li lasciava davanti alla porta ad evidenza di come egli l’avesse realmente aiutata e dunque non poteva essere trattato in quel modo così carico di disprezzo suonava il campanello e se n’andava prima che la porta si aprisse, cercando anche di spingere Liliana fuori dei suoi pensieri. Credette anche di goderne, come per una sorta di strana rivincita personale e di vera giustizia, quando, saputo finalmente a che scuola era andata lei, vi si recò alla fine dell’anno e lesse sui cartelloni che era stata bocciata a giugno, lei, con tutta l’aria che si era sempre data nei confronti di lui, sempre così attento e modesto rispetto a lei. Però, dopo un po’ e dopo aver fatto altre amicizie nel tentativo di staccarsi da lei, superato il tentativo di ribellarsi al suo stesso cuore, Romano si rifaceva nuovamente e stupidamente sotto, per ottenere da lei, immancabilmente, lo stesso trattamento di prima. Presto, con l’allargamento delle conoscenze e delle relazioni, si stabilì un giro vizioso di simpatie, che riguardavano due fratelli (Romano e Benito) da una parte, e due coppie di sorelle dall’altra (Liliana e Claretta da un canto e Giuliana a Pia dall’altro). Quattro unilaterali ed insoddisfacenti affetti incrociati tra fratelli e sorelle, tutti spaiati e respinti: Romano per Liliana e la sorellina per Benito, il tutto invano; Giuliana per Romano e Benito per Pia, il tutto invano. Invano e senza fortuna perché il cuore altrui, questo strano muscolo, era rivolto altrove. Romano cominciò a scrivere canzoni, registrandole sul suo “geloso”, accompagnato, nei momenti di riposo, da Nicola Andriola, un ragazzino a cui faceva il doposcuola e che sapeva suonare la chitarra. Ebbe anche la spudoratezza, con il passar degli anni, di presentarle in concorsi canori, piazzandosi anche ai primi posti. Cantava “Liliana, sei una bimba strana, ogni settimana tu muti, come il ciel…” Lei veniva qualche volta anche ad ascoltarlo e allora il volto di Romano si faceva ancora più rosso del maglione che indossava cantando.
Romano letteralmente moriva dietro Lillli, ma lei lo accettava relativamente; non voleva eccedere perché, come si seppe dopo (quando lei si sposò) era già da tempo legata ad un militare della marina che aveva conosciuto anni prima a Cattolica e che era sempre lontano. Romano era solo un amico, anche caro, ma aveva il difetto di sentire troppo per lei ed ogni tanto la metteva in difficoltà, così lei decideva di dargli una calmata e, essendo di intelligenza modesta, lo maltrattava, credendo con ciò di frenarlo. Ciò invece era per Romano un potente stimolo solo ad accanirsi, perché riteneva sommamente ingiusto ricevere solo gesti di scortesia e di cattiva educazione in cambio del suo affetto così garbato e gentile. Questa storia si è ripetuta all’infinito, nella vita di Romano, tanto che ad un certo punto ha anche creduto d’essere semplicemente antipatico. Solo pochi anni fa ha invece appreso, da un amico di quei tempi, che nel circolo dell’oratorio femminile Romano aveva delle vere fan, che lo seguivano con attenzione in tutte le sue cose, ma che lo ritenevano semplicemente irraggiungibile. Altro che irraggiungibile: in certi momenti di struggimento per un affetto non ricambiato si sarebbe aggrappato ad un cesso! Ma per anni non gli è mai accaduto, come se dovesse essere difeso dalle tante strane situazioni in cui si sarebbe inevitabilmente cacciato, data la sua impazienza e il suo perenne bisogno di giocarsi in tutte le situazioni affettive. Il primo vero bacio Romano lo dette alla bellezza di 19 anni, ad una ragazza di nome Sabina Giampietro, che abitava di fronte a lui. Scherzava sulla Sabina rapita dai Romani, ma il cognome GiamPietro, sempre per quello strano gioco enigmistico, rivelano la presenza di due forti custodi della vita di Romano: Giovanni Battista (Giambattista) e San Pietro, entrambi per vie della mamma. Non che fossero mancate anche reali occasioni, per comportarsi in modo diverso. Ma se invitava una ragazza al mare a fare una passeggiata e quella accettava, si trattava veramente e solo d’una passeggiata e deludeva piuttosto chi l’aveva accettata forse nell’attesa d’un altro che non arrivava né egli aveva in mente di concedere. Voleva, per l’educazione e il senso d’onestà infusigli dai genitori, che il sesso vero e proprio corrispondesse all’amore, ma solo a quello consacrato da un legame divino. Perciò, anche allorché era stato alquanto sollecitato dal suo stesso fisico, non l’aveva mai fatto direttamente e concretamente, in modo nudo e crudo; e barava, mentiva a se stesso perché certi balli erano, di fatto, una sessualità vissuta, forse anche realmente praticata, ma tenuta solo coperta, nascosta, disinibita. Insomma voleva ufficialmente, formalmente portare un vero dono a chi avrebbe sposato. Così deluse forse una Carmina, che aveva un petto così prorompente che mentre le insegnava a 17 anni nuoto a Castellammare di Stabia e le consigliò di prendere un gran respiro, le si ruppe il bottone che teneva il reggiseno e il costume le esplose, scoprendo tutte le sue grazie… Lei non fece una piega e rimise tutto al suo posto, accettando poi una deludente gita sulla costiera amalfitana. Forse deluse, sempre in quella cittadina e a 18 anni, Flora, bella e prosperosa lontana cugina, con cui ballò un interminabile ballo del mattone, per tutta un’estate, e poi più nulla. Deluse forse a 19 anni Virginia, una milanese dal volto assai bello, che abitava dove la famiglia Amodeo aveva affittato un box per le auto. Deluse forse Giuliana, per tre anni, e Santina, e, nella sua intera vita, una quantità enorme di ragazze e di donne, di tutti i livelli e tutte le culture, che avrebbero sperato di più da lui, e talune sarebbero poi giunte ad uccidersi…
107
108
107 esprime la libertà del “centuplo quaggiù”. Controllate il senso nella pagina, per osservare le azioni libere
108 indica la situazione complessa relativa al valore globale (l’area 100 del flusso).
Romano aveva imparato i rudimenti del ballo in televisione e poi alla scuola delle sorelle Penzo, tre sorelle che abitavano due piani sopra di lui e si erano date da fare per insegnar ballo a quei ragazzi che ne ignoravano persino l’abc. (Liberazione dall’ignoranza) C’era voluto un po’ prima che si formasse il gruppo degli amici, tra i giovani abitanti del numero 22 di Viale Omero. Poi i legami si erano stretti: c’era Mario Uliana, che abitava all’ultimo piano, Angelo Mazzola al quinto, il cui fratello, Carlo, più grande di loro e già studente universitario di Medicina, non si aggregò mai a quel gruppo di ragazzi che abitavano tutti sulla stessa scala B. In quella A, lì vicina, c’era Mario Fadelli. Questo gruppo si legò e cominciò a praticare insieme il tennis, in un club cui avevano tutti aderito, prendendone la tessera, che gli permetteva di giocare a volontà, ma che era lontano un chilometro dalla loro abitazione. (Liberazione dall’isolamento) Alcune sere le tre Penzo erano ospiti degli Amodeo, a vedere la televisione. Giuliana, la maggiore, stava vicino Romano e lui, nelle penombra, veramente giocava con lei, le infilava di nascosto, stando lì in mezzo a tutti, le dita nello stretto reggipetto, passando dalla manica della camicia e poi da sotto l’ascella. Ma quella volta in cui lui cercò di parlarne con lei, a viso aperto e mentre erano per la strada, forse per aprire un discorso che chissà che piega avrebbe assunto, lei negò spudoratamente perfino che ciò fosse accaduto… (E che libertà!) Sono le cose imperscrutabili che accadono nella vita e dalla cui somma poi si rivela il destino. Per Romano non era evidentemente quello il momento di stabilire affetti che si consolidassero in legami, perché doveva risolvere questioni ben più importanti per lui che riguardavano il suo sostanziale disadattamento con l’ambiente di tutti i suoi coetanei. Quando era rotta la distanza tra l’estraneità e la conoscenza (se non l’amicizia), per lui, a 16 anni, cominciava già ad essere tutto molto più normale, ma perché egli decidesse di rompere questa distanza era sempre una questione alquanto problematica e travagliata. Infatti, tanto era spavaldo e temerario a casa sua, così era insicuro fuori, e tuttora anche con i suoi amici, nonostante nel 1956 avesse ormai 18 anni. Era sovrastato e soffocato da un mucchio tale di motivazioni che lo rendevano talmente timido nel linguaggio, quando era a tu per tu, e doveva esprimersi in tal modo, da fargli rimandare sempre a dopo ogni parola, tutte le volte che invece doveva dirle. Quando aveva deciso infine di parlare con Giuliana di quei giochi così troppo intimi fatti nella penombra, aveva già dovuto vincere molte remore che aveva con se stesso, perché da quel momento non avrebbe più giocato. Le loro famiglie erano rispettabili, gli ambienti omogenei, tutti loro studiavano, per immettersi in una vita socialmente decorosa. (Liberazione dai complessi) Romano aveva bisogno reale d’allontanare il suo cuore da Liliana e forse aveva alla fine pensato che Giuliana Penzo lo aiutasse a mettere giù lì Anna , anziché lì li Anna, visto che in apparenza lei ci stava. Sì, ci stava, ma solo nel Penziero; in verità non volle più starci quando si ritrovarono alla luce del sole e toccò all’improvviso anche a lei d’affrontare un argomento difficile e certamente prematuro. Quando esistevano regole di comportamento, per Romano era diverso. Ma se doveva farsi sotto per cercare di conoscere qualcuno o d’avvicinare una ragazza, magari compiva tutti i passi per farlo e poi, giunto al momento di fare gli ultimi due e rivolgere un semplice “Ciao, come ti chiami?”, non lo faceva, restava bloccato, come se si fosse trattato di dover compiere chissà che grande impresa. Si faceva dominare da pensieri del tipo “E che farà? Che dirà? Che penserà?”
Vide suo fratello in questa stessa situazione, imprigionato per anni in un suo vero sentimento per Pia Penzo, la sorella di Giuliana. Per quanto loro due si parlassero e frequentassero la stessa compagnia, Benito tenne per anni tutto chiuso in se stesso (nel suo Pio Penziero) questo suo sentire, senza riuscirglielo mai a far conoscere. Romano ogni tanto gli parlava, cercando di spingerlo ad una maggiore audacia, e il fratello, che quando gli rispondeva così aveva egli pure solo 16 anni, si giustificava dicendo “Non sono sicuro di volerla sposare” (Più pio pensiero di questo!). In effetti, c’era stata una grande lacuna nell’educazione data dai coniugi Amodeo ai loro due figli: non li avevano preparati, per nulla, ad affrontare tutto l’aspetto legato alla sessualità. Romano aveva scoperto l’orgasmo per caso e, in primis, nel modo peggiore, venendo nei cinque minuti finali in cui bisognava consegnare un tema, una versione in classe, ed osservando così che gli succedeva qualcosa, nel suo sesso, per l’orgasmo stesso indotto dalla situazione. Solo poi quella stessa cosa era divenuta estremamente piacevole, quando era stata fatta scattare a volontà, ma prima era stata una sorta di vero e temuto incubo. Romano aveva avuto il travaglio di questa pubertà, che il fratello aveva potuto forse evitare, eppure anche Benito, con le ragazze, si ritrovava eccessivamente intimidito… Prima solo d’esprimere che “Mi piaci e ti voglio conoscere” doveva avere deciso addirittura “di volere sposare” quella ragazza! Anche Gennaro risentiva di questi limiti educativi. Pur essendo d’una famiglia numerosa, fatta da sette fratelli, dopo che era venuto con gli Amodeo a trascorrere tutta la sua preparazione scolastica, aveva risentito degli stessi limiti imposti a Romano e Benito dalla mancanza d’una preparazione a trattare come si deve con le persone dell’altro sesso. E sì che aveva 5 sorelle! Gennaro compì i suoi studi e si diplomò Perito Edile, nel 1956, e, per impedirgli di ritornare al sud, visto che già Anna, Adriana e perfino Teresa, sue sorelle, erano state a Milano nella famiglia Amodeo, i suoi genitori decisero di trasferirsi essi pure a Milano, affittando un appartamento a Piazza Insubria e lasciando a se stessa la loro casa d’Ostigliano. Iniziò a lavorare a Pertusella, ove anni dopo conobbe una ragazza, Giusy Fiadino e si fidanzò con lei, poi sposandola. A modo suo dimostrò di non essere stato troppo condizionato nella sua stessa educazione restrittiva, ma nel suo caso forse il contatto con le sorelle e le loro problematiche pesò meno di quanto sia pesato a Romano e Benito. Quella data a loro era una educazione che, attivata da due maestri, era stata finalizzata ad un “perbenismo” certamente eccessivo. Come se fosse sufficiente, nella vita, essere gente perbene per vedersi riconosciuti meriti e competenze. La vita non è così. Richiede la rottura d’ogni schema preordinato, perché se tu sei perbene e rispetti talmente l’autonomia del tuo prossimo e non ti muovi realmente invadendo lo spazio altrui, succede che raramente questo si muove verso di te. E ciò non per cattiveria. Per pigrizia, per attendismo, per mancanza d’abitudine. Nel mondo spesso non si realizzano amicizie solo perché mai nessuna delle parti ha cercato di fare il primo passo. Tutti si riducono a vivere di rimessa e poi lo accettano in un modo così supino che, quando vedono uno che si muove di per sé, cioè senza che ci sia una
109
109 è tutto lo spostamento del 100, ed indica la variazione del punto di vista personale.
ragione precisa di tipo oggettivo che ve lo costringa, sono portati ad attribuire tutto ciò non ad un vero interesse, ma ad un non volere assolutamente impicciarsi degli affari propri per propri motivi giudicati poi schifosi solo da chi ancora non è semplicemente entrato in quell’ottica. (Punto di vista personale) Quando ciò si verifica sotto il profilo dei sentimenti, ci sono persone che addirittura si offendono se un altro lo osa provare loro, per quanto sia purissimo; ed accade perché esse saltano il fosso e si sentono concupite, anziché semplicemente benvolute. Altre, per di più piuttosto sciocchine, al vedersi all’improvviso oggetto d’attenzioni da parte d’una persona alquanto stimata, mettono su quintali di vanagloria e di presunzione, e finiscono per maltrattarla e credere stupidamente che così si è ancora più grandi ed importanti, proprio per la capacità di disprezzo verso chi invece si apprezza: una contraddizione paurosa. Così faceva Liliana con Romano e così avrebbe fatto di recente una Maria Teresa tra le tante della sua vita. (Punto di vista personale) È difficile essere liberi, soprattutto nel campo degli affetti, ma i tuoi genitori non ti hanno veramente aiutato quando hanno fatto di te una persona troppo per bene, perché negli affetti sono più benvolute ed amate le cosiddette simpatiche canaglie. (Punto di vista personale) Anche quando la famiglia è unita, l’insegnamento che essa dà vale solo relativamente al suo interno. Bisogna saper introdurre i figli anche altrove. (Punto di vista personale) Quell’estate passarono le vacanze a Castellammare di Stabia, dove abitavano parenti lontani, di cognome Cesarano. A Romano toccò una disavventura: era con suo fratello a dormire nel pomeriggio, dopo pranzo, in cabina, e questa, dopo due bussate che non gli dettero nemmeno il tempo di aprire, fu fatta aprire dal bagnino ed un uomo adulto si scaraventò su Romano, investendolo di una gragnola di pugni. Il ragazzo si chiuse nella sua guardia, incassando tutto addosso e senza danni. Benito, svegliato dal putiferio chiese che cosa fosse successo, mentre quello, fatta la sfuriata, se ne stava andando e Romano gli rispose: “Non so questo cretino è entrato…” e si prese all’improvviso un cazzotto potente dall’aggressore che, all’udirsi chiamare “cretino” aveva avuto un ripensamento. Il pugno giunse a segno sull’occhio sinistro e l’anello che l’uomo aveva al dito tagliò profondamente la pelle alla fine dello zigomo. Con un centimetro di scarto l’anello avrebbe centrato l’occhio e stavolta il Maligno sarebbe riuscito a far qualche serio danno. (Punto di vista personale) Romano dovette essere portato all’ospedale e gli dettero dei punti. Restò sempre, per tutta la vita, con quest’occhio che si chiudeva in modo diverso dall’altro. Il motivo del pestaggio? Quell’uomo aveva visto muoversi qualcosa attraverso delle aperture nella parete ed aveva avuto l’impressione di essere spiato in quello che stava facendo nella cabina di fianco con la sua ragazza. (Punto di vista personale) Gli Amodeo passarono anche un’altra vacanza, anni dopo, a Castellammare e Romano ebbe miglior fortuna: fece balli interminabili e teneri, quelli “del mattone”, con una delle sue lontane cugine, di nome Flora. Anna e Gino andavano in quel luogo a fare la cura delle acque termali. Anna soffriva di ulcera allo stomaco e dolori di fegato e le cure le davano giovamento. Gino si curava dell’artrosi alle ginocchia. L’acqua meno disgustosa da bere, quasi buona, se ci si faceva l’abitudine, era chiamata l’“acqua della Madonna” ed era una fonte libera, alla quale si attingeva fuori delle Terme.
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Capitolo 10 (Questo numero 10 indica il ciclo intero. Anche la pag. 110 indica l’avanzamento 10 del 100. Tutto questo capitolo è coerente, come al solito, e completa la dotazione base dei mezzi della famiglia.)
Luigi Amodeo un giorno del 1955 arrivò con una cassetta e ne tirò fuori torri, cavalli, Re… aveva deciso che si dovesse imparare a giocare a scacchi. Allora tutto il gruppo, nelle ore libere, si dedicò ad apprendere quel bel gioco. (Completamento della dotazione base dei mezzi della famiglia) Romano l’apprese subito, a modo suo e senza studiarlo granché, riuscendo a mettere tutti in grande difficoltà. Giocava solo con tre pezzi alla volta, ma lo faceva con iniziative così temerariamente decise che entrava negli schieramenti avversari come nel burro. Durò solo poco questa sua supremazia: il tempo che Benito imparasse a condurre le cose secondo la sua capacità, che presto si rivelò straordinaria, divenendo invincibile. Aveva una gestione perfetta delle regole e, a differenza di Romano, che seguitava nelle sue iniziative ficcanti, azzardate, sempre troppo impulsive e premature, egli muoveva lentamente ma efficacemente tutto lo schieramento, tanto da avvalersi di tutti i pezzi in una organica opera d’attacco e difesa. (Completamento personale dei propri mezzi) Venne un giorno a trovare gli Amodeo il vicino di pianerottolo, Lamera, che aveva saputo di questa nuova passione sorta lì accanto e desiderava mostrare la sua abilità, avendo brillato in qualche torneo. Sfidò Gino e lo vinse, una due volte. Fu a quel punto che il padre propose al vicino di battersi con quel suo figlio più piccolo, che allora aveva 14 anni. Il vicino accondiscese per cortesia, di fronte ad un invito fatto in modo piuttosto garbato e perse. Allora confessò a se stesso che aveva preso sottogamba il ragazzino e pretese la rivincita, impegnandosi a ristabilire le giuste proporzioni. Perse di nuovo. Volle fare un terzo tentativo, dicendo a se stesso che – accipicchia! – doveva impegnarsi! Perché non lo faceva? Perse anche la terza volta e si ritenne così scornato che, pur invitato, non volle più andare a trovare i vicini per giocare a scacchi con loro. (Gran completamento personale delle evidenti capacità di Benito) Gli scacchi divennero il principale scontro tra Gino ed Anna. Non vi erano portati molto, né l’uno, né l’altro, perché commettevano troppi errori, d’attenzione di concentrazione, e spesso si trovavano a imbastire simpatici diverbi che vertevano le regole: “Pezzo toccato pezzo giocato”. Ma Gino, accorgendosi che qualche volta lei faceva la mossa di mangiargli un pezzo importante, come un fulmine lo riportava indietro, pentito della mossa. Ci restava male perché solitamente vinceva su sua moglie, ancora più distratta di lui e certe volte talmente filosofa sognatrice che non si riusciva a capire che razza di iniziativa strategica ci fosse nei suoi propositi, ammesso che una ci fosse. Certe volte erano pomeriggi e sere intere che, uno di fronte all’altro, giocavano su una scacchiera immensa, stando dall’una e dall’altra parte del tavolo da pranzo. L’arredamento era stato fatto da Romano, che aveva imposto e dipinto i colori alle pareti ed appeso i quadri dipinti da lui. (Completamento personale dei mezzi di Romano) In quella famiglia esistevano regole precise e tacite e, così, andavano tutti naturalmente d’accordo. A Gino interessava che si sapesse che il capo di casa era lui, che avesse sempre l’ultima parola. Ad Anna interessava d’essere lasciata in pace nel suo paziente servizio alla famiglia, assistita in ciò dalle nipoti che sua sorella Rosina le mandava, sia per farle impratichire con la vita di città, sia in cambio dell’accoglienza che avevano dato tutti a Gennaro, facendone come il terzo figlio maschio della famiglia.
111
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111 indica il tempo dell’unità, del ciclo lineare e dell’area, e completa la famiglia di ogni cosa che debba essere in atto, quale la mobilità, l’economia, l’attività domestica, l’aiuto reciproco
112 aggiunge il complesso da –6 a +6 3iferito al totale 100, per cui qui ci saranno valutazioni in relazioni a situazioni complesse.
Fece l’ingresso, nella famiglia, a questo punto, anche una lambretta. L’incertezza di scelta era stata tra le Vespe e le Lambrette, i due motocicli che furono, in Italia, per tutti, l’anticamera poi delle piccole automobili. Fu scelta la seconda, perché costava meno e piaceva di più anche in quanto era un prodotto realizzato a Lambrate, in sostanza a Milano. Per non tenerla in strada, i coniugi acquistarono anche un box, sempre con diritto di riscatto, situato al numero 5 di Viale Omero. Spesso la famiglia si spostava, su quella moto, percorrendo anche i molti chilometri di distanza che portavano al sud, altre volte viaggiava in treno, con la lambretta al seguito come bagaglio presso. Una volta Gino e Romano fecero in tre giorni il viaggio d’andata e ritorno tra Milano e Salerno. Allungarono i 1.800 chilometri complessivi anche di circa 200 km, a causa d’una dimenticanza: la macchina fotografica lasciata in un bar. Ritornarono, per l’insistenza di Romano e fortunatamente ritrovarono la cartella, con dentro quella Rolleikord così cara al padre e della quale egli si sentiva così orgoglioso. Nel bar nessuno si era accorto come fosse restata nascosta sotto un tavolo. Erano delle vere e proprie avventure, spesso fatte senza molti soldi, con solo quelli messi a disposizione dal padre, per l’appannaggio sempre avuto anche da lui da Anna, l’amministratrice d’ogni cosa. Romano convinceva il padre alla brutta figura, durante il percorso, di pranzi fatti al ristorante, ma con il solo primo ed un suo bis, per togliersi la fame, senza il secondo, che solitamente era il piatto costoso. La famiglia doveva fare i conti sapienti con l’economia. Le entrate erano solo quelle derivanti dagli stipendi di due statali e non si poteva essere nell’abbondanza. Ciononostante la capacità eccezionale d’Anna, riusciva sempre a tener fede a tutti gli impegni derivanti dai mutui, dalle rate della lambretta e dagli altri inevitabili costi come acqua, luce e gas. Un giorno lei spiegò a Romano come facesse. Entrando in cassa gli stipendi il 27 del mese, ella prendeva la metà di quello che sarebbe occorso alla fine del mese seguente e lo metteva via, poi gestiva come meglio la parte rimanente. In tal modo, quando arrivavano le date, attingeva ai saggi depositi fatti in precedenza. Con entrate a dir poco miserevoli, Anna Baratta stava riuscendo a fare il suo personale miracolo per famiglia, non facendo mancare mai niente a nessuno. Tutte le volte che aveva potuto, aveva lavorato di più. Subito dopo l’arrivo a Milano, in quell’anno nel quale i figli erano ospiti della cognata, lei aveva aderito alla mensa scolastica organizzata dal Comune di Milano, divenendo anche sue dipendente; poi svolgeva il doposcuola. Si abitava dal 1954 in una casa a riscatto, ma anche adesso, nel 1957, lei faceva il doposcuola, nell’edificio di Via Ravenna. Lo fece finché poté, per assicurare quante più risorse fosse possibile alla sua famiglia. Giunta a casa, iniziava nuovamente a lavorare, come massaia. Sapeva cucire a macchina, sulla sua Singer a pedali, poi sostituita da una elettrica che non le lasciò un ricordo altrettanto favorevole. In questo lavoro di massaia era aiutata in casa da Anna, che sapeva fare la sarta, da Adriana, sua sorella e sorella di Gennaro.
Anna si era infine fidanzata, ad un carabiniere, Nicola Renzi, che prestava servizio a Livorno. Una volta Romano fu ospite di lui, per una settimana. Giunse il momento che si sposarono ed Anna lasciò la famiglia. (Valutazioni in relazioni a situazioni complesse: che faccio? Ospito un’altra nipote oppure do retta a Luigi Amodeo che vorrebbe che la famiglia fosse chiusa su se stessa?)
Prese allora il suo posto, per qualche tempo, Teresa, chiamata da tutti Titina. Era quella cuginetta di cui Romano, quella notte di quando aveva 7 anni, aveva spiato furtivamente il sesso e che ora doveva sposarsi con Vincenzo, il figlio di quel Raffaele Minella che aveva raccontato a Gino l’azione della banda capeggiata da suo figlio, che era entrata nel suo bar ed aveva portato via un’aranciata. (Valutazioni circa questo caso complesso: “Che birba!”) Vincenzo, il figlio di quell’oste che aveva il calesse, era andato in America ed ora aveva chiesto in moglie Teresa, ma la voleva cittadina, disinibita, dunque toccava alla famiglia di Romano d’assicurare la sua evoluzione, nel senso richiesto dal futuro marito. (Valutava che era meglio avere come moglie una cittadina)
Romano e Titina divennero inseparabili utenti delle giostre che erano istallate nella piazza davanti alla Chiesa di S. Michele e Santa Rita, quando era la festa di quest’ultima santa. C’era un calcinculo, così chiamavano la giostra coi seggiolini volanti, in cui chi, girando, riusciva ad afferrare il fiocco posto sotto una gran palla sospesa lateralmente, faceva una corsa gratis. Romano si metteva dietro Teresa, divenuta piuttosto cicciottella con gli anni, e, facendola prima oscillare qua e là sul suo seggiolino attaccato lassù alla giostra ruotante, sferrava con un piede una spinta così vigorosa al seggiolino della cugina che quella volava, volava e afferrava il fiocco, facendo gratis la corsa seguente. Divennero una coppia quasi imbattibile. Dopo nemmeno due giri della giostra, Titina era stata già spinta fin lassù ed aveva in mano il suo fiocco. (La valutazione da fare qui è: questa situazione è complessa e rimanda al tandem che sarà costituito in Paradiso tra Romano e la Teresa pensata per lui da Maria, cioè Maria Teresa . Formeranno una coppia imbattibile, che prenderà sempre il “fiocco” di questa strana giostra che è la vita).
Ogni tanto, mentre era aggrappato al seggiolino di Teresa e volteggiava con lei, con tutto il mondo che gli girava intorno, gli veniva da ridere, ricordando l’infanzia, quando aveva spiato a lungo come fosse fatta quella bellissima cuginetta sua, e lei non s’era accorta di nulla… o forse no? (Romano vedeva girare il mondo attorno a loro e gli verrà da ridere, quando si accorgerà che tutto il mondo girerà attorno alla coppia formata tra lui e Maria Teresa, egli come l’anima del gran Coro del cattolicesimo e lei come la grande maestra, che vorrà a tutti i costi fare Santa).
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Capitolo 11
stata per Romano la prima occasione per ricominciare a trovare stima e riconoscimenti nei suoi mezzi. Era stato selezionato perché in ginnastica aveva l’unico 7 della pagella e si stava rivelando uno tra i più bravi di tutti, eseguendo nel migliore dei modi il salto della cavallina, la salita alla pertica, il quadrato svedese, il salto in alto e tutte le altre pratiche solitamente fatte alla scuola. Chi selezionava i giocatori da impiegare nelle varie partite di Basket non era il professore di ginnastica, ma il capitano d’ogni squadra, scelto dai compagni. La squadra di Romano era scelta nei suoi elementi e diretta da Giovanni Bravi, un ragazzo alto ed aitante che militava nella pallacanestro giocata nelle divisioni minori. Romano, nei tre anni di partecipazione, ebbe, nell’ultimo anno, la soddisfazione di vincere il titolo di Campione, con la sua terza E. Per la Pallacanestro era piccolo, con il suo metro e 71. Dotato d’una sufficiente elevazione riusciva tuttavia a far suoi molti rimbalzi. Cominciò ad avere anche altre soddisfazioni. Ad ogni fine anno c’era, al Berchet, una gara finale in cui ciascuno degli studenti, dando segno della sua abilità nei vari campi, presentava le sue opere di tipo artistico e culturale. Vincendo la foltissima concorrenza, tra i circa 750 studenti di quel Liceo-Ginnasio (5 classi, 5 sezioni, per circa 30 ragazzi per classe), Romano si aggiudicò due volte il titolo di migliore, sia in scultura sia in pittura. In quegli anni non aveva mai provato a giocare al calcio. Iniziò quando, sollecitato dal fratello Benito, patito spettatore del Milan, lo accompagnò in un paio d’occasioni e gli venne il forte desiderio d’emulare i calciatori, in quella loro pratica così coinvolgente. Non sapeva dove né come cominciare. Fece allora come tutti, andò in un prato a qualche centinaio di metri dalla sua abitazione, in cui, messe due pietre per terra a rappresentare la porta, i ragazzini si sfidavano in interminabili partite giocate con addosso gli abiti d’ogni giorno, che si bagnavano di sudore, divenendo fradici e puzzolenti, senza la possibilità d’un lavandino o d’una doccia. C’era lì vicino l’Oratorio della Chiesa di S. Michele e Santa Rita, con un campetto piccolissimo, ma che aveva le porte, gli spogliatoi, ma Romano addirittura ne ignorava l’esistenza, non lo aveva mai visto, pur andando a quella Chiesa regolarmente tutte le domeniche. Il campo era ubicato in Via Panigarola 11, nel retro della Chiesa e non si vedeva, percorrendo Viale Omero, quando Romano andava a messa. Del resto egli non frequentava l’Oratorio, non lo aveva mai fatto in vita sua, da quando era nato, perché in tutti i posti in cui era stato, anche quando aveva abitato in Via Bernardino Verro, la Chiesa e i suoi luoghi era sempre stata troppo lontana per essere frequentabile nel quotidiano. In quel prato di periferia, che accoglieva per lo più ragazzini, Romano era di gran lunga favorito dalla sua mole di diciassettenne e riusciva a recuperare tutte le volte che ragazzi notevolmente più piccoli ma anche notevolmente più capaci di lui, lo scartavano come un birillo, gli facevano il cosiddetto tunnel, facendogli passare la palla tra le gambe e scavalcandolo. Ebbe così modo, in tappe molto accelerate, di imparare i fondamentali di quel gioco dai ragazzi molti più piccoli di lui, che, a poco a poco, non riuscirono più a fargli tunnel né a scartarlo come un birillo. Posseduta la loro stessa abilità, la lotta divenne impari, così iniziò a cercare i suoi coetanei, che giocavano anche in quel campetto, quando arrivava la sera ed uscivano dai loro luoghi di lavoro. Attorno a quel prato c’erano le case popolari e i giovani che le abitavano scendevano lì, a dare quattro calci al pallone, prima dell’imbrunire.
1956. In presenza di regole certe, tutto è più facile, anche prendere a calcinculo la cugina e farla volare fin lassù, in paradiso, ove c’è un fiocco da ghermire prima degli altri. In una sala da ballo in cui ogni cavaliere possa invitare una dama, è semplice chiedere a quella di danzare con te. Non è così semplice farlo in una via, perché lì la regola è che ciascuno vada dritto per i fatti suoi. Specie poi quando desideri parlare a chi finge di non vederti per dimostrarti uno stupido disprezzo. Nello sport esistono queste regole precise ed inoppugnabili. Così un timido può riuscire a vincere questo suo stato d’impaccio praticando dello sport, specie di gruppo, perché le regole lo portano a gareggiare, attivando una prassi che gli permette, anzi lo spinge lo stimola allo scontro, alla gara, alla competizione. Fuori di questa pratica, nella vita, scontro, gara e competizione ci sono ugualmente, ma il tutto si svolge fuori delle regole. Così chi le segue, mentre gli altri no, appare sempre schiacciato e sovrastato dagli eventi, appare essere sempre impari al cimento che sembra essere la vita. Romano molto dovette allo sport, soprattutto al calcio, quando, intorno ai 17 anni, cominciò a praticarlo. Il suo fisico era adatto a tutte le pratiche agonistiche e ne passò molte in rassegna: ciclismo, pattinaggio, nuoto, pallacanestro, atletica leggera e pesante, tennis. In tutte arrivava presto a volersi cimentare in competizioni che rivelavano una sua spiccata predisposizione, ma in nessuna ha speso tanta tenacia come nel gioco del calcio. Al liceo cui stava andando era il terzino destro nella squadra della sezione E che partecipava al campionato interno di pallacanestro, tra tutte le 13 squadre del liceo (quando la prima classe della sezione E aveva iniziato ad esistere), le 14 al secondo anno e le 15 nel terzo ed ultimo in cui egli vi partecipò. Nella piccola palestra del Liceo Ginnasio Giovanni Berchet, situato in Via Commenda, c’era appena un metro, tra il bordo del campo e le pareti ed era una muraglia di ragazzi e ragazze che seguivano in modo appassionato le vicende di questo torneo maschile, tifando a più non posso. All’inizio d’ogni partita i giocatori della squadra di Romano si stringevano a gruppo e, restando così abbracciati, in circolo, in mezzo al campo, lanciavano il loro grido di battaglia che era “Occi, Occi… min! Occi, Occi… min! Occi, Occi… min! min!! min!!!” in onore di “Occimin” il nomignolo affibbiato al prof. Miccinesi, che vagamente assomigliava, nel volto, ad un cinese. L’essere stato inserito in quella rappresentativa che schierava 5 giocatori in campo, sui 10 d’ogni squadra che partecipavano alle partite restando a turno 5 ai bordi del campo, era
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Poco alla volta Romano cominciò ad emergere anche tra loro e si fece promotore di sfide. Una volta, per rendere più ufficiale una sfida, improvvisò due porte, in quel parto, costruendole con le travi di legno fattesi imprestare nel vicino cantiere che stava realizzando una pista di pattinaggio nell’area limitrofa. Due porte ed un gran lavoro per metterle su solo per una sfida tra due squadrette da nulla, con perfino il campo segnato alla bella e meglio con il gesso. In questo periodo nacque Paola Vecchi. Qualcuno lo invitò a giocare con lui all’Oratorio. Fu così che Romano vi si introdusse, timidamente, conoscendo Don Celeste Dalle Donne, il suo Assistente, entrando a poco a poco nel Circolo Giovanile Anni Verdi, che aveva sede in quel luogo e che aveva, oltre al minuto campo di gioco del calcio, anche due sale per l’attività del tennis da tavolo, del calcio-balilla e del biliardo. Conobbe Pozzoli, il Presidente, Renato Mariano, quella macchietta di Sferlazza! Romano s’iscrisse al Circolo. Per la gavetta che aveva fatto in quel campetto di periferia, era entrato in quel luogo già capace almeno come ciascuno di loro nel gioco del pallone, e cominciò a parteciparvi, sudando le sue brave camice, ma ora potendosi lavare e, quando fu l’occasione, mettendosi per la prima volta in vita sua, a 18 anni, in mutandine, maglietta e scarpe bullonate. Quelle partite erano combattutissime, cariche di rivalità, specie tra quanti frequentavano l’Oratorio ed i ragazzi che vi venivano saltuariamente, solo per partecipare a queste sfide, e che giocavano seriamente al calcio, nelle giovanili delle squadre, tesserati, inquadrati in quella pratica che poteva portarli anche nelle serie maggiori e forse in quella serie A che era il sogno di tutti. C’era molta rivalità tra chi era dell’Oratorio, del Circolo Anni Verdi, e questi che esprimevano la preparazione fatta nelle scuole di calcio delle varie squadre giovanili. Erano vere battaglie in cui si opponeva entusiasmo ad entusiasmo, scuola a scuola. La scuola di Romano non era stata praticamente nessuna delle due, era stata la cosiddetta scuola della strada, scuola che era stata per lui acceleratissima e tuttavia veramente idonea a fare di lui uno che aveva ormai tutti i mezzi per primeggiare, in quel campo, tra i suoi compagni. Grazie ai meriti sportivi conseguiti in quel Circolo, cominciarono ad essergli attribuiti anche meriti d’altro genere e si trovò presto eletto come un membro del suo Consiglio. Allora cominciò ad assumere iniziative e quella, che sorprese gli altri più d’ogni cosa, fu la proposta che il Circolo organizzasse una sua squadra per partecipare al calcio sul serio, quello giocato sui veri campi e ad 11 giocatori. Don Celeste, che nel Circolo aveva la funzione importante dell’Assistente ecclesiastico e moderatore d’ogni cosa, non si oppose a che si facesse il tentativo. Non si oppose Renato Mariano che in quel tempo era il presidente, e fu iscritta, con molte titubanze di tutti, tranne che di Romano, la squadra ai campionati organizzati dal CSI, il Centro Sportivo Italiano, l’ente avente fini ricreativi e educativi nell’apparato che si riferiva alla Chiesa. Si temettero sfaceli che non ci furono mai, risultandosi piazzata, la squadra e per anni, sempre ai primissimi posti, pur non riuscendo mai a vincere un proprio girone.
realizzare un foglio, sul quale mettere pubblicità a pagamento e che andasse a degli sponsor da individuare e cui poi far giungere le notizie sulle fortune grandi e piccole della squadra. Aveva inizialmente pensato ad una tessera, che certamente sarebbe costato far stampare, che però potesse servire anche come la testata, a più colori, di quel foglio, poi da comporre con il ciclostile dell’Oratorio. Informatosi dei costi, la cosa sembrava proibitiva. Allora ne parlò con il maestro Paletta, che s’intendeva di stampa e lui gli fece conoscere che c’erano in giro delle macchine di stampa, chiamate pedaline, che potevano stampare tipograficamente nel formato d’un giornaletto. Gli consigliò d’informarsi e Romano riuscì a trovarne una, posseduta da un tipografo del quartiere, che sarebbe stato disposto a darla via per poco, circa 80.000 lire. Romano ne parlò con Don Celeste ed ottenne il permesso, se la comprava, di farla sistemare in una delle sale in fondo all’oratorio. Nel tentativo di coinvolgere tutti i ragazzi affinché tifassero per la loro squadra e ne seguissero i risultati, lanciò una sorta di totoscommesse abbinata alle partite di calcio del suo torneo del CSI, si chiamava “totocircolo”, ma non dette una gran resa, sotto l’aspetto economico. Non si spaventò e in breve decise d’acquistare quella pedalina e di pubblicare una rivistina locale, intitolata “Corvetto Sud”, in cui avrebbe parlato dei problemi di quel quartiere, scrivendo articoli, raccogliendo la pubblicità e informando così anche la gente delle gesta della squadra Anni Verdi. Affrontava l’aspetto delle stampa con tale naturalezza come se avesse già saputo, dalla storia letta della sua vita, che nel suo destino la stampa e tutto quello che le è inerente sarebbe stato in un certo senso l’aspetto vincente del suo impegno, anche se consistente tutto in un vero sacrificio. Si mise a stampare il primo numero, componendolo tutto a mano, lettera per lettera nel compositore dei caratteri. Finita la pagina, legava le righe di piombo, le impacchettava e le stringeva con una morsa in una cornice, aggiungendo tutti gli spessori, poi la montava là dove i rulli, dopo aver macinato l’inchiostro denso tipografico fino a renderlo impalpabile, lo depositavano in uno strato sottile sulla parte in rilievo dei caratteri, per determinare la pagina stampata attraverso quell’impronta. Bisognava spessorare, taccheggiare, perché il piano della stampa doveva aderire in ogni punto della pagina, altrimenti sarebbero restati dei buchi; infine si potevano stampare, ad una ad una, le circa ottocento copie d’ogni pagina, attraverso una serie di movimenti coordinati, in cui un piede pedalava, una mano posava il foglio immacolato e l’altra lo portava via quando su di esso era stato stampato con l’inchiostro. La parte più brutta era il dovere smontare la pagina per rimettere, ad uno ad uno, ogni carattere al suo posto, in modo che le lettere fossero ben raggruppate ed accessibili, quando si trattava di iniziare a comporre una nuova pagina. Venne fuori un lavoro faticosissimo e interminabile, perché i quartini, che erano stampati solo in una delle 4 pagine, dovevano essere girati ad uno ad uno tre volte per essere stampati nelle altre 3… poi andavano accavallati in gruppi di 4 e cuciti. Grossa fatica, ma infine il primo numero uscì, fatto di 16 pagine. Uscì il mese dopo anche il secondo, e costò nuovamente la stessa fatica. Il terzo non fu più composto a mano, bensì in linotipia, un sistema che fondeva le righe in un blocchetto, e la composizione avveniva ticchettando sulla tastiera, come su una macchina da scrivere, fatta però a caro prezzo da terzi che avevano in dotazione quelle macchine.
Fu nel 1957 il primo contatto, d’Amodeo, con la stampa e il giornalismo. Per riuscire a finanziare la squadra dell’Anni Verdi, che sosteneva trasferte, aveva costi che gravavano tutti sui giocatori, maglie e scarpe incluse, Romano ebbe l’idea di
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Questo lavoro si rivelò tanto massacrante, e le persone disposte a farlo così poche, che Romano alla fine rinunciò a proseguire e si trovò per la prima volta in vita sua a fare il conto con i debiti. Non sapeva come fare per uscirne e presto divenne per lui un tormento. Alla fine restituì quella pedalina a chi gliela aveva venduta e fu aiutato da Benito, che aveva anche partecipato in parte, con Renato Mariano, all’esecuzione di quel giornaletto. Benito, per aiutare suo fratello, attinse ai suoi risparmi di formichina e rinunciò alla sua bella raccolta delle 500 lire d’argento, di cui andava così orgoglioso; Romano vendette la sua collezione di francobolli; infine Gino ed Anna si attivarono, come un Deus ex machina, e con ciò si riuscì a chiudere definitivamente una avventura che si era trasformata in un incubo. Visto da questo lontano punto di vista, collocato nel terzo millennio, non si sarebbe trattato d’una chiusura definitiva: sia Romano sia Benito avrebbero riaperto e ripreso in vario modo questo loro travagliato rapporto con la stampa, di cui ebbero l’avvisaglia in questo preciso modo, quando erano ancora così giovani. Corvetto Sud fu, nel lontano 1957-58, il primo tentativo d’un giornaletto locale, fatto a Milano. Un tentativo non capito da nessuno, essendo troppo in avanti rispetto ai tempi. Solo qualche decennio dopo, intorno agli anni ’70, i quartieri avrebbero avuto i giornali di zona, nella stessa città, ma avrebbero dovuto attendere che si sviluppasse in Milano l’idea del Decentramento amministrativo.
Capitolo 12
Una notte Benito stette malissimo. Si dovette chiamare con urgenza il dottore e dovette essere ricoverato d’urgenza all’ospedale. Finì sotto i ferri, per sua fortuna, d’un medico che, toltagli l’appendice, giudicò che il suo stato non doveva essere tale da avergli provocato tanti dolori da aver bisogno d’un ricovero urgente durante la notte, così, in via sperimentale e tanto per vederci con più chiarezza, tagliò di più, esplorò e si trovò davanti la vera causa: un secondo appendice, che possedevano, sembra, gli uomini primitivi e che si chiama Diverticolo di Nekel. Era accorso anche Carlo Mazzola, che si era laureato medico e rivelò come, inciso il secondo appendice, gonfio come un palloncino, era scoppiato imbrattando tutti loro e tutta la sala. Romano appena ebbe anche lui qualche sentore d’un dolore localizzato in quella zona del corpo, senza aspettare che divenisse un fenomeno acuto anche per lui, decise di farsi operare e in quattro e quattro otto si tolse una volta per sempre il problema. Lo fece in un momento in cui il campionato di calcio era finito e in modo da non perdere nessuna eventuale partita. Queste si giocavano, fortunatamente, la domenica mattina, altrimenti sarebbe stata messa in crisi una delle pratiche che più tenevano vicine tra loro i due fratelli: la partita del Milan. Erano abbonati ai popolari e, una domenica sì ed una no erano puntualmente sugli spalti di San Siro. Per quanto Romano e Benito avessero sollecitato il padre a seguirli in questa loro passione, Gino, stranamente non aveva aderito. Stava poco a poco divenendo pigro. Si animava solo per le gite, che ormai facevano con due lambrette, perché ne aveva acquistata una nuova per sé, cedendo la sua ai suoi figli. Così i ragazzi andavano alle partite su questa loro moto sventolando un’enorme bandiera del Milan, interamente dipinta da Romano, che effigiava un enorme Diavolo rossonero.
Intanto si era avvicinato l’esame di maturità, del giugno 1957. Dopo un triennio in cui tutti i professori, tranne il Miccinesi, si erano alternati, le condizioni di preparazione della classe erano divenute terrificanti. Era stata la migliore classe alla V ginnasio, ed era divenuta ora senz’altro la peggiore, presi dentro al turbine degli avvicendamenti e anche dell’inesperienza dei docenti. Il professore di Latino e Greco era stato un anziano, sull’orlo della pensione, soprannominato dalla classe Robusto per la sua stazza possente: non gli importava che i ragazzi copiassero e allora una versione in classe era divisa in tre pezzi ed in ogni fila di banchi se ne traduceva uno, poi i tre frammenti erano composti. Alla fine la versione comune era perfetta e lui: “Ragazzi, se fate così debbo dare un 6 a tutti e un 8 a nessuno”. A nessuno però importava d’avere 8. Per fortuna l’ultimo anno, al posto di Robusto era venuto un altro professore, che si era atterrito per lo stato cui si erano ridotti pressoché tutti ed era ripartito da zero in quelle due materie. In Italiano la professoressa era chiamata la scagnozza, per il fare che aveva, spesso indispettito e minaccioso d’una cagna che digrigni i denti… ma era tutta un’autodifesa, assunta da una persona alquanto debole ed incerta che, per darsi un contegno autorevole, non riusciva a trovare nessuna forma migliore di quella; ottenendo anche poco perché Romano, ad esempio, aveva trascorso l’ultimo anno senza mai leggere nemmeno una volta una riga del Paradiso Dantesco, all’infuori di quando gli toccava farlo in classe. Amodeo cominciò a preoccuparsi, seriamente, dell’esame di maturità, solo quando l’ebbe a ridosso, e s’accorse che era restato così poco tempo che neppure poteva semplicemente leggere di sfuggita tutto quanto era previsto in programma. La possibile tragedia ci fu al momento del tema in classe. Furono date tre tracce: la prima, di Storia, necessitava di date da citare e situazioni da conoscere bene; idem per il tema che trattava Storia dell’arte. Romano sperava nel terzo tema, quello che poteva avere a soggetto un argomento di cultura generale di cui si potesse scrivere senza avere altre basi conoscitive. Invece questo terzo fu sulla Divina Commedia, con il titolo “Dante conserva nei Beati del Paradiso la memoria della vita”. Il più accessibile tra i tre era quest’ultimo e Romano impostò la questione sul senso maggiore che si ha, del bene, quando si ricordano le fatiche sostenute per meritarlo. Fu così brillante nella dimostrazione di questa tesi, sostenuta solo filosofeggiando, che, sui circa 150 temi delle 5 terze del liceo, il suo fu uno dei soli due che ebbero un 7. Come fece? Evidentemente era agguerrito su quest’argomento. Non aveva letto una riga della Divina Commedia ma aveva già una tale padronanza rispetto a quella problematica… che avrebbe avuto solo 50 anni dopo! La preparazione all’esame di storia consistette nella lettura, che con gran pazienza la madre incoraggiò, mettendosi al suo fianco, di tutto il libro nel pomeriggio prima dell’esame.
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Il Miccinesi, nominato membro interno, avendo la coscienza sporca per avere del tutto saltato il programma di storia per ben tre anni, per privilegiare la sola filosofia, chiamò, ad uno ad uno, i suoi allievi e si fece dire una domanda che, se gli permettevano, egli avrebbe rivolta a ciascuno. Amodeo la scelse, ma il giorno prima dell’esame, dato il poco tempo, perché l’indomani c’erano ben 5 materie su cui prepararsi…, lesse solo due o tre volte quell’argomento. All’esame gli fu chiesto per quale motivo i Russi avessero sempre cercato di mettere un piedino nel Mediterraneo, e veramente, su quel tema, andò a nozze. La domanda del Miccinesi sembrava perfino superflua, ma, visto come Amodeo avesse soddisfatto tutti, si cercò di dargli l’ottimo e il Miccinesi tirò fuori la domanda tra loro convenuta. Amodeo non ricordò più niente, c’erano troppe date, troppi eventi… Andò in un panico tale che non gli veniva più nemmeno in mente il nome della Macedonia, tanto che i professori cominciarono a suggerirgli, simpaticamente: “Ci sono le sigarette… c’è la frutta…” Niente! Evitò per un pelo la bocciatura in storia proprio per quel tentato imbroglio organizzato con il Miccinesi! La preparazione della trigonometria fu iniziata la stessa mattina dell’orale e Romano seppe imparare così bene tutta questa materia, in sole tre ore, che durante l’esame risolse poi facilmente i tre problemi che gli furono sottoposti e che richiedevano l’applicazione delle regole che così velocemente aveva imparato. Ancora una volta Romano ebbe la conferma che con la questione d’angoli, seni, coseni, tangenti e così via, aveva una dimestichezza come se avesse da sempre trattato e conosciuto quella materia. È solo alla luce del futuro che a Romano Amodeo sarà permessa un’esperienza del genere, ma, da come andarono le cose nel 1957, fu evidente che, per Romano, imparare tutto un libro in tre ore sole, fu possibile con una facilità addirittura irrisoria, giacché quelle cose le doveva sapere già! Quegli argomenti, imparati così di corsa gli restarono talmente impressi nella mente, da ricordarseli poi, a distanza di decenni e da non averli mai più dovuti studiare! Questa sarebbe stata la cosa più incredibile di tutte: la memoria d’un futuro intero di studi che si sorresse solo su un passato e senza mai null’altro studio, sui libri di testo, che quello fatto nelle tre ore precedenti l’esame! Ricordando come a 12 anni avesse risolto ex abrupto il teorema di Talete, c’era solo da riconoscere che su questo argomento Romano sapeva già tutto prima ancora d’averlo studiato. Certe soluzioni entreranno nella sua mente, con il tempo, addirittura dormendo e sognando, dopo tutta una giornata in cui ne avrà cercato invano la soluzione. Sono i misteri della mente umana, incomprensibili se non si considera che una parte dell’io viene dal cosiddetto futuro e ci rende edotti d’esso prima che esso avvenga… e se non si pensa al fatto che il nostro io già contenga, in potenza, tutta la Comunione dei Santi, ossia già abbia in sé il “tutto in uno”, tanto che a Romano potessero svelare le cose sia Talete, sia Pitagora, per quanto riguarda il passato ed altre entità per quanto riguarda la conoscenza trasmessa dal futuro. Romano però, nonostante tutti questi virtuosismi, nel 1957 non poté evitare una Maturità Classica conseguita soltanto ad ottobre, essendo stato rimandato in greco e in fisica!
Si doveva imporre a questo punto una scelta: che cosa avrebbe fatto all’università? Non gli piaceva assolutamente studiare, lo aveva capito, dunque, anche se professioni come quella del medico gli piacevano per l’aiuto che avrebbe potuto dare alle persone, implicavano attività che obbligavano ad un continuo studio d’approfondimento e d’aggiornamento, essendo in gioco la salute e la vita delle persone. Non conosceva neppure che si potesse divenire architetto; lo seppe per la prima volta quando, a rivelargli che egli avrebbe scelto questa via, fu Quartana, il suo rivale più accanito quando, alla fine degli anni scolastici, gli studenti del Liceo avevano gareggiato in base alla loro arte. Per Romano Architetto era il titolo onorifico dato ad un ingegnere, ad un costruttore che fosse riconosciuto piuttosto bravo. Si decise a divenire alla fine anch’egli architetto, come Quartana, non tanto e solo perché attratto molto egli pure da tutte le forme dell’arte, ma anche perché, una volta conseguita la laurea, non avrebbe dovuto impegnarsi poi a studiare per sempre. Fare progetti e creare, per lui non sarebbero stati una fatica. Quell’anno dette un addio anche alla lambretta. Fu una vera tragedia. Stava percorrendo Corso Lodi ed aveva con sé il suo amico Fortunato Gallico. Aveva terminata la discesa che c’è, del cavalcavia che scavalca il treno, ed aveva imboccato il tratto rettilineo, quando, da dietro la lunga fila delle auto parcheggiate sulla destra, uscirono, aperte a ventaglio, tre persone: due bambine, tenute per mano da un’anziana signora, loro nonna. Forse trascinata da una delle bimbe, l’anziana donna si era portata oltre le macchine e, data la loro bassezza, si erano presentate di colpo tutte e tre, davanti a Romano che sopraggiungeva a buona andatura, essendo del tutto sgombera la strada. Amodeo azionò i freni, non potendo deviare la sua traiettoria per evitare l’impatto. La lambretta si arrestò, più che possibile ed egli fu sbalzato addosso alla donna, che si trovò con la testa tra il suo costato e l’asfalto. La poveretta fu conciata in modo pietoso, fratturata da tutte le parti. Fu ricoverata in Ospedale. Nessun danno, per fortuna, alle due bambine e a Fortunato; nessun danno a lui. Accorsi Gino ed Anna, cercarono di proteggere loro figlio, non gli permisero d’andare a trovare quella donna, com’egli avrebbe desiderato, per non metterlo davanti allo spettacolo desolante cui assisteva chi la vedeva. Non aveva ferite mortali, ma, per l’età, le si erano rotte le ossa in più punti. Ebbe piaghe da decubito, che le indussero una bronchite, che poi fu letale per lei. Ora Romano aveva sulla coscienza sua la morte, seppure indiretta, di questa donna e l’attesa d’un processo per omicidio colposo, perché il decesso fu legato all’incidente. L’avvocato consigliò alla famiglia di non dargli più in mano un veicolo come quello: troppo pericoli per chi viaggia su due ruote, sia per sé, sia per gli altri. Era vero: quando Romano aveva attivato i freni, l’arresto che su un veicolo a 4 ruote sarebbe avvenuto in pochi metri, su quella moto in cui il corpo del conducente era così eretto, così spostato in avanti, l’arresto era divenuto problematico. Non si sapeva dar pace, soprattutto perché quella donna se ne era andata senza ricevere neppure una visita, dal suo involontario investitore, se non proprio assassino.
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Capitolo 13
L’università è il posto ideale per chi non vuole studiare: non vi sono le interrogazioni. Ma poi è lo stesso: i professori che non vedono la tua faccia, non la riconoscono in sede d’esame e se debbono stangare qualcuno stangano te. Intanto esistono altre cose e l’università te le offre. A Romano l’occupazione più gratificante divenne il calcio che vi si giocava: un torneo tra una decina di squadre del Politecnico, dieci d’ingegneria ed una d’architettura, per il rapporto che allora esisteva tra la massa degli uni ed il gruppo alquanto più sparuto degli altri, poco meno di 150 iscritti. Romano già era diventato il leader assoluto del Gruppo Sportivo Anni Verdi che, all’oratorio, partecipava al campionato ad 11 giocatori organizzati dal Centro Sportivo Italiano. Ne era diventato tutto: giocatore, capitano, allenatore. Egli giocava al calcio indossando la maglia con il numero 10, era la mezzala che di solito si incaricava dell’organizzazione del gioco d’attacco. Correva incessantemente anche su e giù per il campo e trovava anche il modo di farsi presente in zona di conclusione, segnando molti gol. Era ambidestro, non per natura ma perché in una occasione, giocando in una partita a sei giocatori sul campo dissestato dell’oratorio di Chiaravalle, si era fratturato il malleolo del piede destro per una violenta storta causata da una buca. Era stato immobilizzato a lungo dal gesso e poi per un anno gli era restata una strana paura a sollecitare il piede destro in azioni violente, cosicché aveva usato il sinistro, che tra l’altro era molto più potente. All’università aveva aderito fin dai primi giorni alla sollecitazione d’Enrico Panzeri, che gestiva la squadra d’architettura chiamata “dei Brocchi”. Si era subito imposto nel suo ruolo ed aveva partecipato a tutto il campionato, segnando molte reti. Questa attività l’avrebbe condotta ininterrottamente per tutti gli anni in cui sarebbe rimasto iscritto ai corsi. In una partita giunse a realizzare cinque reti. Poi prendeva parte ai tornei a giocatori ridotti che si giocavano soprattutto d’estate. All’oratorio aveva la sua squadra, formata dai suoi amici del numero 22 di Viale Omero, e si chiamava “Ventidue”. Era un numero che era diventato importante per lui da quando era andato a vivere in quella via a quel numero, aveva l’abbonamento al tram che aveva quel numero, e tante altre cose, ad un certo punto anche il numero degli anni 55. Riccardo Passer era il suo compagno più promettente, in quella squadra che aveva in porta Mario Fadelli, in difesa Benito suo fratello e Angelo Mazzola ed all’attacco Mario Uliana, con lui in mezzo a dirigere e concludere le azioni. Non era granché, questa squadra. Benito, che intanto aveva superato brillantemente il ginnasio ed era egli pure un liceale, non sentiva un gran trasporto per giocare al calcio; si divertiva di più a vederlo praticare dagli altri ed aveva raggiunto una notevole competenza, azzeccando sempre i suoi giudizi su quelli che sarebbero divenuti campioni in quello sport. Era un patito d’Alberto Schiaffino, giocatore venuto al Milan già anziano, impiantato nel famoso Gre-No-Li di Green, Nordhal e Liedholm, quando Green era stato ceduto. Benito si innamorò, appena ne vide il talento, di Gianni Rivera. Lo seguiva sedicenne nelle fila dell’Alessandria, collezionando tutti i ritagli di giornale che parlavano delle sue
Romano Amodeo, nell’ottobre del 1957, s’iscrisse al Politecnico di Milano, nella Facoltà d’architettura 54. Si applicherà pochissimo, tanto che impiegherà 12 anni a laurearsi, nella primavera del 1969.
54. Leggendo la vita in base al destino di chi debba essere un Gesù terreno, che voglia realizzare la Casa di Dio sulla Terra, concretamente, questo personaggio aveva scritto nel suo Provvidenziale destino quello di divenire Architetto. Si iscriverà alla Scuola esistente, ma non ne sarà conquistato, non vi dedicherà anima e corpo. Come mai? Non è convinto della sua “bontà”, non riesce a percepirla come la sua missione. Il piccolo Gesù naturale, che appartiene alla natura dell’uomo, deve fare esattamente come il Gesù divino che, prima di mettersi a diffondere il suo Vangelo, deve rispettare 30 anni di silenziosa preparazione. Nessuno si è mai chiesto il perché Gesù, ad un certo punto, dopo una vita apparentemente pigra, improvvisamente si sia deciso ad entrare in azione. Il comportamento terreno, naturale, di quest’altro figlio della Madonna, ma naturale, vicino alla umana comprensione, farà scorgere come, prima di potere avere qualche cosa di nuovo da comunicare, si abbia bisogno di possedere quanto si debba trasmettere agli altri. Quando l’argomento da trasmettere è del tutto nuovo non basta la Scuola fatta dagli altri: indurrebbe gli stessi inceppi, gli stessi errori. Allora la Provvidenza di Dio immette una attenzione limitata alle lezioni altrui e realizza per prima cosa la persona, in grado di potersi liberamente esprimere in relazione alle cose insegnate dagli altri. Se non fosse così, il soggetto sarebbe imprigionato dall’insegnamento oggettivo, senza avere mezzi autonomi. Così vedremo come, in Romano e nella sua preparazione come costruttore degli alloggi in cui fare condurre la vita, si metta in primo luogo l’interesse per la vita. Essa è una gara, che rispetta e non rispetta le regole, perciò a Romano è proposto lo sport, come il contesto, ben regolato, in cui i vari soggetti gareggiano tra di loro. Il calcio, tra tutti, consente di esprimere il singolo a servizio di una squadra, che si avvale e punta sulle doti del singolo. Il calcio diventa per lui così l’interesse riconosciuto fondamentale. Esso riesce perfino a fargli superare il disadattamento provato in pubertà, quando nessuno seppe valorizzarlo; lo può, grazie a nuovi valori, che egli può esercitare essendone stato ben dotato dalla natura, tanto che possa primeggiare. Romano avrebbe potuto giocare in squadre a livello superiore, ma si appassionerà ai suoi amici, alla sua squadra modesta e inizierà a riconoscersi tra la gente che Dio mette al suo fianco, tanto che, per dar lustro a se stesso, non ne cerca di migliore. Poi ci sono gli affetti. Nella lotta amorevole con l’opposto sesso, egli è condotto per mano, poco a poco, così come gli suggerisce la stessa natura. I suoi genitori non gli diranno nemmeno cosa il sesso fosse ed egli vi impatterà da solo, quando è il momento giusto. Potrà fare la sua libera esperienza. Maturerà a poco a poco l’idea della sua casa, della sua distinta famiglia. Quando infine deciderà di acquistare l’abitazione della sua famiglia, questo gesto sarà simile a quello di Gesù che decise di realizzare la Casa della famiglia di Dio. Romano inizierà questo momento avvalendosi di 12 anni di università, come i 12 apostoli di Gesù: persone educate alla normale Scuola del mondo; tra di essi ci saranno pescatori e anche esattori delle tasse, il che per Romano starà ad indicare che egli si avvarrà di tutto: del bello e del brutto che avrà imparato per indirizzarle il tutto al bello: come si costruisce la casa migliore per la propria famiglia umana.
55. Sentiva importante questo numero e lo era. Il 25.1.1960, mentre stava compiendo i 22 anni esatti, era concepita una vita che sarebbe nata il 3 ottobre a Saronno ed avrebbe realizzato l’armonia assoluta, artistica, della sua esistenza. Egli stava misteriosamente presagendo l’importanza di questo evento del suo Paradiso.
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gesta, già quando nessuno avrebbe immaginato quale e quanta strada avrebbe percorsa in quello sport e quant'altra poi in politica per i meriti sportivi. Aveva collezionato anche le monete d’argento, di 500 lire, che aveva risparmiato sullo stipendio, per poi donarle tutte al fratello in quella prima esperienza delle tipografia. Quando Romano voleva avere più probabilità di vincere, specie ai tornei estivi, sia all’oratorio sia nei campi comunali, allestiva una squadra più forte del “Ventidue”, attingendo da tutte quelle in cui giocava: nel CSI ed al Politecnico. In un torneo Ramazzotti la sua squadra, in una partita di quelle frenetiche a 6 giocatori, che duravano venti minuti e in cui bisognava correre, correre, correre, vinse per 7 a 0 ed egli realizzò tutte e 7 le reti, di sinistro, di destro, di testa, al volo, in acrobazia, in furbizia. Giocava a quel torneo anche il fratello di Sandro Mazzola, ma non era stato apprezzato quanto lo fosse stato lui, per quel suo fenomenale exploit.
dopo. Aveva davanti una ventina d’ore per studiare ex novo 150 pagine di testo, zeppe di questioni geometriche. Sapendosi versato in questa materia, si cimentò nell’impresa disperata e ne uscì con un 18 striminzito che, date le condizioni, equivaleva per lui molto più che avesse avuto un 30 e lode in condizioni normali. Ancora una volta Romano riuscì a compiere una impresa d’una difficoltà enorme, perché quel libro di 150 pagine di geometria descrittiva era d’una notevole complessità ed era addirittura inimmaginabile l’idea di studiare 10 pagine ogni ora che equivalevano a 6 minuti per pagina, appena il tempo d’una rapida scorsa. Non si scoraggiò e ce la fece, nel solito misterioso modo che per Romano si ponevano tutte le scienze relative alla qualità dello spazio.
Nel 1958, mentre frequentava il primo anno d’architettura, ci fu la causa per l’investimento in Corso Lodi e la morte ed esso conseguita. “Imputato alzatevi!” così fu dato inizio al processo per omicidio colposo contro Romano. Una buona stella veramente l’assistette, perché il Giudice designato ascoltò le parti e stabilì alla fine come non ci fosse luogo a procedere, “perché il fatto non costituisce reato”; insomma assoluzione piena, perché Romano aveva fatto, analizzati i vari aspetti, tutto quelle che avrebbe potuto fare. Lo stesso Giudice aveva rifiutato la testimonianza di due persone che avevano sostenuto com’egli stesse procedendo sul veicolo senza minimamente guardare. A favore di Romano testimoniò Fortunato Gallico, mentre quelli contro erano stati colti in evidente contraddizione perché avevano detto d’avere osservato la scena dal primo piano di quel corso, dalle case di fronte, quando, sul luogo, i grossi alberi fronzuti non lo permettevano in alcun modo. Il giudice consigliò loro di ritirare la loro deposizione altrimenti li avrebbe incriminati per falsa testimonianza ed essi la ritirarono. Approfittando del risultato così eccezionalmente favorevole, Anna e Gino si accordarono con la controparte, affinché non ricorressero. E questa, anche perché spaventata dal tentativo che avevano fatto di trovare false testimonianze, acconsentì, pur di chiudere definitivamente la triste questione. Per non restare fuori corso fin dal primo anno, nella Facoltà d’Architettura del Politecnico, bastava superare tre esami e tre soli Romano ne preparò, sugli 8 del corso. Ma, pur avendo risolto bene lo scritto dell’ultimo, ebbe la sgradita sorpresa di non essere stato ammesso per le questioni dette prima. La prova scritta non aveva selezionato come i docenti speravano, secondo merito, così avevano eliminato lo stesso tutti coloro che non conoscevano direttamente, ottenendo di fare sostenere l’orale solo ai pochi che essi volevano. Erano gli anni in cui i docenti facevano il bello e il brutto tempo, mancando molto ancora a quel ‘68 che poi cambierà radicalmente questi atteggiamenti dispotici ed arroganti, in cambio d’altri apparentemente più democratici ma solo a debite condizioni, le solite: d’essere qualcuno. Per non restare fuori corso fino dal primo anno, Romano poteva ormai solo sperare di sostenere e superare l’esame di geometria descrittiva e proiettiva, previsto per il giorno
L’ottobre del 1958 iniziò la frequenza del secondo anno, ben sapendo che il problema, risolto momentaneamente nel primo, si sarebbe presentato massiccio alla fine del biennio, in cui era previsto un catenaccio molto pesante: poteva essere lasciato indietro solo un esame, solo uno dei 18 del biennio. Lasciatolo indietro si sarebbe potuto iscrivere al terzo anno “sotto condizione” e la condizione era che se a gennaio non lo avesse sostenuto e superato avrebbe dovuto interrompere la frequenza e restarsene a casa. Nel 1959 Romano era troppo indietro nella preparazione, troppo poco disposto a trasformarsi di colpo in un secchione, così non ce la fece, alla grande, a superare quei 14 esami che mancavano ai 17, e nel 1959-60 restò meritatamente fuori corso, avendone sostenuto, nel corso di tutto l’anno, solo altri tre. Iniziò allora ad andare a lavorare da un architetto, Matteo Longoni, che si occupava d’arredamenti navali. Gli lucidava, mettendoli in bella, i disegni esecutivi che facevano. Preparava la base delle prospettive che poi un altro avrebbe messo in bella. Lo faceva secondo le regole della prospettiva, ma non seguiva quelle canoniche, ne aveva costruite alcune tutte sue che erano molto più veloci e maneggevoli perché consentivano immediatamente d’avere le dimensioni desiderate nei disegni. Entrò presto in buoni rapporti con l’architetto e divenne amico di Gino Colautti, il suo giovane assistente. Era un lavoro a singhiozzo, che faceva solo quando essi ne avevano bisogno. Anche Gennaro gli propose di eseguire qualche disegno prospettico per lo studio del suo collega ed amico, Edoardo Zanaboni, detto Edo. Ora lavorava per il suo collega, perito edile diplomatosi assieme a lui, che aveva aperto uno studio, approfittando del fatto che i suoi genitori gestivano una copisteria che era anche in grado di procurare clienti e lavoro. Così Romano disegnava le case come sarebbero state a costruzione finita, e Edo gli pagava quello che in cambio gli chiedeva. La novità di quell’anno 1959, in cui Benito aveva ormai 18 anni e poteva prendere la patente, fu l’iscrizione di lui e del padre alla scuola Guida Faini. L’auto era stata già acquistata, usata ed a rate, ed attendeva ora solo chi la guidasse. Romano non poteva iscriversi, in quel momento, perché questi corsi si svolgevano proprio durante la preparazione d’uno dei pochissimi esami del Poli che egli stava preparando.
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Nonostante le attese, né Benito né il padre ce la fecero subito: Gino fu bocciato in teoria e al figlio toccò un ingegnere che gli impose di ripresentarsi. Ci riuscirono solo dopo, assieme a Romano. Ora accadde che Mario Uliana, l’amico dell’ottavo piano, si era iscritto anche lui a quella scuola guida. Gli era stato fissato un giorno per l’esame pratico e non vi era potuto andare. Chiese alla Scuola Faini se poteva andarci da solo, senza aspettare il turno della Scuola, nel mese successivo. Gli risposero di sì, ma doveva trovare chi l’accompagnasse al Circolo sulla sua vettura. Mario propose a Romano di accompagnarlo e di fargli sostenere l’esame sulla 1.100 della famiglia Amodeo, Romano domandò il permesso al padre e tutto fu concordato. Poiché Mario non aveva l’abitudine alla guida di quella macchina, Romano la mise in mano all’amico fin da sotto casa e fece sì che egli attraversasse tutta Milano fino al Circolo Ferroviario, in cui gli esami si tenevano. Giunto là fece mettere in coda la vettura a tutte quelle delle Scuole guida che, davanti, stavano sostenendo l’esame. Faceva ripetere all’amico le operazioni che facevano gli esaminati, dando tutti i consigli: “Alt, sterza, controsterza, frena, ecc.”. Ad un certo punto l’ingegnere uscì dall’auto posta avanti e venne dai due: “Lei deve sostenere l’esame? Come si chiama? Vada via, è promosso”. Alla Scuola Guida si riseppe. Era la prima volta che quell’ingegnere aveva fatto una cosa del genere. Evidentemente Romano aveva date buone indicazioni al suo amico… “Vuole lavorare qua?” gli chiese Faini. “Come?” rispose Romano, che era stato promosso ed abilitato alla guida da neppure un mese. “Ho bisogno d’un istruttore, per un po’ di tempo. Io so come si comporta lei, sono io che gliel’ho insegnato e desidero uno che insegni le stesse cose insegnate da me. Questo finché non trovo uno che poi abbia il patentino”. Romano si trovò così ad essere l’istruttore della Scuola Guida Faini, senza neppure avere il patentino e a poche settimane da quando aveva preso la sua stessa patente. Ricordò come solo due anni prima lo avevano processato per omicidio colposo e come, attraverso una cosa così il destino gli stava forse facendo far pace, in un certo senso, con se stesso, per quella vicenda di cui si era incolpato, per non essere andato a trovare chi purtroppo poi era passato a miglior vita. Vide come la gente triboli, imparando a guidare. C’erano casi di persone che, pur avendo cultura e professione di rilievo, erano colte da tale panico che gli si doveva consigliare di rinunciare alla patente.
Intanto da qualche anno in famiglia era arrivato Vincenzo, figlio della sorella di Anna, Giovannina. Esaurita la famiglia di Guerino, ora fu cura dei coniugi Amodeo di prendersi cura di quella di Giosuè Baratta, stesso cognome, ma neppure questo parente stretto. Vincenzo studiò da maestro e stette in famiglia tutti gli anni delle superiori. Romano lo chiamava “il vecchio Quinta”, o “Quintone da Panicale” o “Quinta banda”. Il ragazzo lo tollerava con molta filosofia, non se ne dimostrava granché contento, ma sapeva che Romano lo faceva non per sfotterlo, ma perché era fatto così: gli piaceva scherzare 56.
Si recava al Politecnico ogni settimana a partecipare al Campionato di calcio. Alcuni giocatori della squadra dell’anno precedente, già avanti nel corso di laurea, si erano laureati, altri, matricole, avevano occupato il posto di chi non c’era più. La squadra proseguiva tra alti e bassi, con Enrico Panzeri, Giancarlo Prina, Romano Lorini, Augusto Cagnardi, Dario Caimi, Vittorio Marinoni, Alfonso Bordignon, Lucio Principi, Sandro Foresti, che vi giocava per l’ultimo anno, essendo sul punto di laurearsi… Cercò anche di impegnarsi e d’applicarsi di più agli studi, ma non ne aveva voglia. Forse spaventato alla stessa idea che avrebbe dovuto superare 12 esami per restare in corso, ne affrontò 3, superandoli sempre per il rotto della cuffia.
Più tardi, con Vincenzo, ci sarà Barbara, sua sorella, e ancora dopo Nicola Morra, il figlio di zia Emilia e Costantino, tutti e due per un breve periodo. Nel tempo breve della vita, Anna e Luigi Amodeo tennero nella loro famiglia Gennaro, per circa 10 anni, Anna per 6, Titina per 1, Adriana per 2, Vincenzo per 4, Nicola per 1, Barbara per 3. Poi c’erano stati Sabato Lingardo per 4 ed altri due felittesi, per circa 2 anni. Nel novembre del 1960 si iscrisse fuori corso, meritatamente, per il secondo anno consecutivo, perché gli mancavano ancora ben 9 esami per completare il biennio.
56. Ad una lettura fatta oggi, per quanto possa sembrare il gioco di una pura farneticazione, Romano avvertiva nel nome di Vincenzo un estremo pericolo, una sorta di “Quinta colonna” (Quinta banda). E sarà perché tutti coloro che incontrerà nella sua vita e si chiameranno Vincenzo determineranno il panico (Quintone da Panicale) di una sua patita povertà. San Vincenzo de’ Paoli, fondatore dell’Opera di San Vincenzo è il Santo che sta dietro alle varie persone che sono battezzate con il suo nome. Bisogna crederlo, perché la Chiesa cattolica, abilitata da Gesù a “legare e sciogliere”, quando determina con il Battesimo l’affidamento, esigendo che il nome sia assunto tra quello dei Santi, glielo affida “autorevolmente”. Dietro tutti i Vincenzo che Romano incontrerà egli presagirà l’esistenza di questo santo e dei suoi attributi. Tanto per far capire che cosa Romano subirà, da una persona chiamata Vincenzo Bassanisi, basterà dire che egli, difendendo Romano agli occhi di sua moglie Giancarla, diverrà importante, per lei, al punto che lei si chiederà se ama Romano oppure Vincenzo. Questo dubbio porterà alla morte dell’idillio nella casa di Romano, e per lui decreterà la fine dei suoi primi 33 anni di vita e il fallimento di tutte le attenzioni che egli avrebbe prima dedicato alla sua famiglia borghese. Un Santo che avrà svolto un’opera essenziale, in Vincenzo Bassanisi, quasi da “quinta colonna”, a favore del progetto di Dio di far interessare Romano non più solo alla sua casa personale, ma a quella di tutta l’umanità, la casa comune della vita sulla Terra. Un altro Vincenzo, di cognome Fiorinelli, gli opporrà così tanta malevolenza da costringerlo a scrivere questo libro, anziché a realizzare la completa sistemazione del Tempio Greco costruito realmente per lui a Cunardo. Romano ci rimetterà tutto il denaro della legittima ricompensa. E sarà ancora per causa di questa “Opera di San Vincenzo” che lo renderà proprio come una persona che dovesse essere aiutata dalla sua Opera. Davvero inspiegabile, altrimenti, il “perché” Romano chiamasse “Quinta banda” questo suo cuginetto di nome Vincenzo, che non aveva proprio nulla a che fare con alcuna che rimandasse al 5. Ma il 5 è quanto sposta di 1 tempo le 4 dimensioni fisse della realtà, e determina tutto il movimento apparente. Romano presagiva che i vari Vincenzo, animati da San Vincenzo de’ Paoli, lo avrebbero arricchito impoverendolo: della sua famiglia privata e del suo tempio privato (il Tempio Greco costruito per la Tavernetta greca). Ma Vincenzo Baratta, il “Quinta banda”, muoverà qualcosa? Sì, segnerà la liberazione di Romano dal suo personale Inferno e il passaggio nel suo personale Purgatorio. Accadrà nell’ottobre del 1960, quando Romano avrà 22 anni e 8 mesi… allorché a Saronno starà nascendo, e precisamente il 3 ottobre 1960, la futura banda musicale, la colonna sonora di tutta la vita di Romano, che, a tempo debito, lo introdurrà in un Coro della Chiesa, per essere poi, in Paradiso, la Direttrice di tutto il Coro dei viventi che Romano riuscirà a raccogliere tutto sotto il cattolicesimo e di cui sarà l’anima.
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Capitolo 14
All’Università Romano cominciò ad impegnarsi di più, ma doveva ancora scontare qualche non indifferente peccato… perché restava pur sempre nel Purgatorio. Così nell’ottobre del 1961 Romano si iscrisse ancora come fuori corso, per il 1961-62, e per la terza volta consecutiva, perché, nell’arco dell’anno trascorso, tra una quantità enorme d’attività, che aveva trovato molto più entusiasmanti, aveva sostenuto e superato i soliti tre esami cui ormai aveva preso l’abitudine, tanto che gliene mancavano ancora ben 6 al completamento del biennio. Decisamente non era lo studio la sua passione. I suoi genitori, conoscendolo fatto a modo suo tutto particolare, non gli forzavano la mano, avevano fiducia, sapevano che quando quel loro figlio si fosse messo a fare sul serio, avrebbe sfondato. Questa percezione l’avevano assunta dalla loro esperienza, avevano studiato attentamente la sua psicologia e si rendevano conto che ogni tentativo di violentare i tempi naturali, dello sviluppo di quel figlio, che ormai era un giovanotto, sortiva l’effetto opposto. Avevano sempre conosciuto la sua eccezionale intraprendenza e si chiedevano quando essa si sarebbe applicata anche al tentativo di farsi una strada nel mondo del lavoro. Di fatto si erano accorti come Romano agisse sempre e soltanto sulla spinta del gioco, come se fosse sempre presente, in lui, un fanciullino ostinato, che si rifiutasse assolutamente di crescere. Altri genitori, meno attenti di quelli che la Provvidenza assegnò al Nostro Paperino, del cartone animato di Dio, non sarebbero stati così indulgenti. Anni dopo Barbara, una delle tante cugine di Romano che ebbero modo di vivere di fianco a lui per qualche anno in quel periodo, avrebbero poi espresso critiche contro quei genitori, giudicati troppo permissivi con lui. Che caspita! Dopo 5 anni, Romano non aveva nemmeno provato a sostenere tutti gli esami previsti in soli 2! Quali altri genitori avrebbe accettato una simile svogliatezza senza cercare di porvi rimedio? Tutti quelli che auspicavano uno sviluppo libero! Ai primi di febbraio, del 1962, Romano aveva compiuto da poco i 24 anni. Longoni gli telefonò se aveva tempo, se gli dava una mano a preparare un concorso per la Raffaello, nave Ammiraglia della flotta italiana. Il tempo c’era, il desiderio anche, perché era un compito che sarebbe piaciuto a tutti. C’era una novità, nello staff dello studio: Anna Badari, una bellissima ragazza con i capelli nerissimi, che subito lo colpì. Questa donna, nello scherzo enigmistico sui nomi, che accompagnano la vita di Romano, sarà un Nume tutelare, sarà Sant’Anna, intenta a badar all’Individuo di cui ci stiamo occupando. Scherzi a parte in tutta questa storia tutto reggerà su questo aspetto delle attenzioni poste o non poste 57.
Il Purgatorio della vita in più, di Romano, spesa per la sua casa. Il 3 ottobre del 1960 accadde, lontano dalla conoscenza immediata di tutti, un evento importantissimo per il futuro potenziale di Romano. Vide la luce, a Saronno, una bimba concepita il 25 gennaio 1960, vent’anni esatti dopo che egli era stato svezzato nel 1940 56. 56. Questa bambina fu affidata, con il Battesimo, alla Madonna (madre di Gesù) e a Santa Teresa (del Bambino Gesù), tanto che fu battezzata Maria Teresa. 38 anni dopo, questa donna sarebbe stata chiaramente, evidentemente determinate, per lui, l’1.1.1999, quando gli avrebbe aperto concretamente le vie del successo, facendo da involontario tramite tra lui e due Vicari di Cristo, nel mondo: i Papi Giovanni Paolo II (allora vivente) e il Cardinale Tettamanzi (allora Arcivescovo di Genova e futuro Papa Giovanni Paolo III nel 2004, quando il primo dei due sarà stato assunto in cielo e beatificato). Amodeo lo scrive non discriminando quello che sente di dover dire, in base all’opportunità o meno… di correre rischi. Questa nascita (al momento, nel 1960, in apparenza assolutamente ininfluente, ma veramente causa, semplicemente oscura, di un enorme vantaggio tutto espresso in sola e pura potenza di entrare poi in atto) cadde quando Romano aveva 22 anni e 8 mesi e 9 giorni. L’ingresso, nel mondo, seppure in un altro luogo e senza in apparenza neppure nessuna reale relazione diretta, di un vero e potenziale “motivo di salvezza” per lui, ebbe la virtù, la potenzialità in se stessa, stabilita autorevolmente da Dio (nel suo assoluto progetto dell’esistenza di tutti) di strapparlo potenzialmente dal suo l’Inferno e di dare inizio al suo potenziale e personale Purgatorio, che sarebbe durato fino al 1968. Nel 1960 Romano aveva trascorsi i 2 anni e rotti che avrebbe dovuto potenzialmente concludere morendo a quella età, più altri 10 di un potenziale Paradiso e 10 di un potenziale Inferno, il periodo intero (10 anni) poggiato su due tesi intere e contrapposte. Mentre era in atto la gestazione di Maria Teresa nel grembo materno, in Romano era in atto quella del suo “io” in potenza. E quando lei vide la luce, Romano riuscì a venir fuori, dal suo potenziale Inferno e a cominciare ad emendarsi, nel suo potenziale Purgatorio. Si libererà del tutto quando, finita questa penitenza, stabilirà, nel 1968, di mettere in piedi la casa in via Lattanzio, per la sua personale famiglia, in cui alloggiare con la sua futura moglie Giancarla, uscendo dalla sua fase preparatoria. Nel 1968, a Saronno, Maria Teresa uscirà solo dall’infanzia e si accingerà ad essere una giovinetta. Fasi diverse della vita, ma un destino che li legherà in modo indissolubile, grazie proprio alla sfasatura dei tempi, come in un vero Canone musicale. Perché così importante, per Romano, questa Maria Teresa? Perché sarebbe stata una sposa terrena, naturale di Cristo, per un periodo intero (di 10 anni) ed egli era il naturale Cristo sulla Terra, per come Dio e la Madonna lo avevano voluto. Perché era Maestra di un Coro della Chiesa (e Romano avrebbe realizzato il Coro di tutto il Popolo di Dio). Perché era Maestra di bambini (e Romano lo era restato, da quando era sopravvissuto). Perché Dio li aveva disegnati in un disegno di immensa e relativa liberazione reciproca. Perché proprio lei? Perché aveva tutte queste doti, datole da un Dio che fa quello che vuole, essendo Egli il padrone della Legge. Noi si può cercare solo di trovare giustificazioni plausibili alle scelte di Dio, perché esse sono assolutamente ragionevoli, essendo Egli la Ragione Vera di tutto. Ma, in questa disamina, bisogna essere assistiti dallo Spirito Santo di Dio. La cosa che verrà giudicata più importante, in questa pagina, è la profezia sul prossimo Papa e sulla data in cui avverrà, mancando, per le altre verità annunciate, solo il possibile riscontro… ma sono altrettante verità e saranno credute quando il Cardinal Tettamanzi, nel 2004, sarà Papa Giovanni Paolo III. Tutti coloro che comunque non crederanno, sapranno quanto ci sia di vero , di certo, dopo la morte.
57. Anna Badari, il grande amore, entra nella vita di Romano mentre Maria Teresa ha 2,5 anni ed ha superato l’allattamento. Maria Teresa inizia lo svezzamento e a badare a sé e Romano, che avrà in lei il suo più forte motivo essenziale (l’armonia, la musica), inizia a vivere l’essenza del suo libero amore per una donna reale. Oh, non è lei… ma chi lo può dire, ove le verità non sono le storie ma i personaggi, le anime, che le danno animazione? E sono i Santi. Maria Teresa è animata dalla Maria figlia di Sant’Anna e madre di Gesù e da Santa Teresa che amava il Bambino Gesù. Chi può dire, in tutta onestà, che sotto l’aspetto esteriore di Anna Badari non ci fosse sotto già lei, animata da tutte e tre? Egli era o no un figlio naturale di Maria?
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Accomodatosi al suo tavolo da disegno, venne da lui Gino, l’assistente dell’architetto, e gli confidò d’essersene perdutamente innamorato. Per non danneggiare le sue speranze, Romano, andando contro a tutto il forte desiderio che ne aveva, stette quanto più possibile lontano da lei e non le badò. E allora fu lei che cominciò a badare a lui come individuo, ad andare al suo tavolo, tutte le volte che poteva farlo. Romano però le opponeva il più ferreo dei possibili catenacci e seguitò a farlo a lungo, finché capì che per il suo amico non c’era nulla da fare e che, se avesse seguitato in quel modo, avrebbe rinunciato, di certo stupidamente, a trattare una persona che molto, molto gli interessava. Stessa estrazione sociale, quasi la stessa storia, perché anche il padre d’Anna aveva avuto noie ingiuste e vessazioni alla caduta del fascismo. Badarono così l’uno all’altro, riconobbero di volersi bene e si fidanzarono, una sera che era andato ad accompagnarla a casa, con la macchina che si era fatta prestare dal padre. Nei giorni che seguirono Romano la portò a casa sua, poi andò a casa di lei a dichiararsi alla sua famiglia. Il padre era un laureato in chimica e gli svelò che non si opponeva, ma consigliò di non prendere troppo sul serio sua figlia, di non prendere tutto per oro colato quello che passava per la sua bocca: era troppo giovane con i suoi 19 anni e non sapeva ancora neppure lei quello che voleva. Gli parvero esagerazioni, perché era chiarissimo, a lui, che cosa la figlia volesse. Oh, invece lei non voleva Romano, ma quel personaggio tutto pieno di mistero che per tanto tempo, negandosi, aveva assunto per lei dimensioni colossali. Lei non lo rivelò a lui, ma appena aveva smesso di resisterle buona parte del fascino suo se ne era andato. Poi quel lavoro finì, e si videro solo per uscire, le sere e il sabato e la domenica. Quando non si vedevano c’erano lunghe telefonate. Romano, restato fuori corso, aveva deciso d’arruolarsi ed aveva fatto domanda d’andare come allievo ufficiale. Fu chiamato alla selezione. Stando lontano scrisse che “aveva dovuto lasciare un liquido secreto e secreto”. Non l’avesse mai fatto! Quando tornò e ne parlarono lei cercò di farlo vergognare della sua mancanza di stile. Anche quella volta che aveva portato un poco di pane biscottato e lo aveva avvolto nella carta da giornale! Ma insomma che sudicione era? Anna usava questi metodi per mettere in condizione di inferiorità qualcuno, quando aveva deciso di farlo. Venne Agosto e lei e la sua famiglia affittarono una villa al mare, a Tirrenia. Egli la seguì, stando a Livorno e percorrendo ogni mattino ed ogni sera in macchina la piccola distanza che separava i due luoghi. Usava l’automobile che suo fratello Benito gli aveva prestato: una 500 rossa fuoco. Era un regalo che aveva ricevuto da papà e mamma al conseguimento della sua maturità al classico, con voti molto brillanti, e l’aveva data al fratello perché egli gliela aveva chiesta e Benito gli voleva bene. C’era sempre stata tra loro due una grande solidarietà, non avevano mai avuto un solo diverbio, nel corso di tutta la loro vita, il che è tutto dire. Mentre erano sulla 500, una sera lei provò a spingere le cose tra loro oltre certi limiti e Romano non ci stette. Con lei si trovava benissimo, si intendeva su tutti i campi, ma non voleva guastare le cose anticipando i tempi. Soprattutto per i motivi detti dal padre: lei non sapeva cosa voleva e certe volte si capiva che era così sgarbata perché qualcosa le era girata storta.
Tornati a Milano la prima cosa che Anna fece fu di piantarlo. “Perché?” Le domandò Romano, per avere finalmente spiegazioni. “Mi sono innamorata d’un altro”... aveva badato ad un altro! Era vero e l’altro, spiegò, era Alessandro Foresti, quel suo amico che aveva giocato a calcio con lui nella squadra d’architettura, ora già laureato architetto, che veniva anche lui a dare una mano, ogni tanto all’architetto Longoni, eseguendo prospettive davvero favolose, di piscine e sale, cabine e tutto quanto di bello esista sulle navi. “Il guaio è che a lui non interesso minimamente”. Romano capì dove aveva sbagliato con lei; Foresti, infatti, era il tipo esatto che era egli stato finché non le aveva badato non le aveva dato retta, per riguardo al sentimento di Gino. Capì che per conservare il suo fascino avrebbe dovuto seguitare a starsene alquanto sulle sue, a non badarle più, come era accaduto all’inizio: Anna amava l’irraggiungibile, chi si negava a lei e non chi, avendo finalmente deciso di dare se stesso, si dà…, anche se poi neppure interamente. Decise allora un’operazione disperata: “Posso aiutarti. Se vuoi organizzo io delle gite e lo invito. Usciamo in quattro, ci penso io a portare un’altra ragazza”. E fecero così. Romano iniziò a sfoderare tutto il fascino che aveva, portando delle ragazze molto belle che spasimavano per lui e una volta riuscì a portarsi dietro persino quella Liliana cui per tanti anni era invano corso dietro. Anna non era una stupida e si accorgeva come tra lui e quelle persone che portava, esistevano storie, più o meno del passato, e cominciò ad ingelosirsi, così come egli sperava. Contemporaneamente Romano prese ad aiutarla a prepararsi per un esame che lei avrebbe dovuto tenere per divenire professoressa d’arte: un paio di sere alla settimana era a casa sua come docente, le insegnava la prospettiva. Anna aveva due fratelli, Nino, maggiore di lei, che studiava da ingegnere al politecnico e Maria, più piccola di lei d’un paio d’anni, pertanto diciassettenne. Strinse di più l’amicizia con Nino, lo mise in contatto con il Signor Fabbro, della Scuola Faini, che cercava un ingegnere per dar forma a delle sue macchinette per i caffè, a gettoni. Iniziò a frequentare con lui Judò, nella palestra del Gigoro Kano. Nel novembre di quel 1962 Romano cominciò finalmente a frequentare le materie del terzo anno del corso di laurea in Architettura. Nel corso dei mesi – datosi un po’ una mossa, spinto dall’affetto per Anna – aveva superato cinque dei 6 esami che gli mancavano, così s’era iscritto sotto condizione di Elementi d’architettura II. Con Sandro Foresti, l’amico di cui Anna si era invaghita, le cose, nonostante le gite, non si erano affatto sviluppate (egli restava per lei un forestiero) e lei ricominciava ad accorgersi di come Romano pure fosse un tipo alquanto autosufficiente ed indipendente. Sul finire di dicembre cadde così in crisi, si mise a piangere, non sapeva più cosa volesse: “Tu pure te ne sei andato!”, lo rimproverò e Romano più non poté seguitare in quel modo. Le rivelò che l’amava sempre, come prima, che stava in disparte solo a causa sua ma che, se lei fosse stata diversa, non ci sarebbe stato alcun valido impedimento a che le cose tornassero esattamente come prima. Insomma Romano le badava sempre. “E allora non vediamoci più!” concluse imprevedibilmente lei, troncando ogni contatto con lui e non volendo badargli più. Veramente di punto in bianco e a malincuore sembrava che Romano si dovesse arrendere… a quel suo vero Purgatorio delle passioni.
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Gli sembrava come se le pareti della sua casa si fossero aperte, ribaltate verso l’esterno e fu colto da un vero terrore della piazza, del cielo libero. Vera “agorafobia”. La delusione era profondissima, perché egli era certo che avrebbe recuperato l’amore d’Anna. Lei lo amava, come faceva a non accorgersi? Perché si comportava così? Il padre glielo aveva detto: “Anna ancora non sa cosa vuole”... non le badi troppo, chi le bada lo fa a suo rischio!
Al Gigoro Kano vedeva sempre Nino, cintura verde, mentre egli era ancora bianca. Alla fine d’ogni lezione ciascuno poteva sfidare chi voleva. Romano, che si faceva rispettare nonostante il suo livello iniziale, una sera sfidò il grande maestro giapponese. Quello fece con lui quello che voleva: riusciva a fargli assumere istintive difese che poi volgeva tutte a suo vantaggio, facendolo volare. Era perfino bello osservare come sia sempre possibile volgere a proprio vantaggio le situazioni se si possiede la giusta tecnica. Sfidò anche una cintura nera italiana, un uomo di circa 120 kg. Costui tentò d’entrare nella guardia di Romano e lui si difese istintivamente, bene, nel suo solito, restando in piedi. L’altro allora entrò mettendoci più forza e Romano si rimise, con maggior forza nella stessa posizione che già aveva sperimentato efficace, resistendo. Allora la cintura nera feci ricorso a tutta la massa e la forza del suo corpo ed entrò con tutta la sua decisione, facendo saltare i muscoli sulla spalla di Romano, che resistette bellamente ma invocò aiuto, affermando che era restato bloccato. Si preoccuparono tutti, tastarono la sua spalla e notarono muscoli finiti fuori posto. Allora fu attuata una soluzione imprevedibile. Il grosso uomo spiegò che avrebbe camminato sul suo torace. Doveva stare a pancia sotto ed irrigidire tutti i muscoli del costato. Lo facesse, altrimenti avrebbe rischiato la rottura delle costole. Se la sentiva? Romano acconsentì. Si mise come gli aveva detto e quello gli salì addosso e, con piccoli passettini laterali, camminando coi suoi piedi nudi sul suo dorso, a cominciare dalla vita fino alle spalle, usò i suoi 120 kg per spianare il groviglio e rimettere ogni muscolo al suo posto. Il Gigoro Kano faceva pagare agli iscritti al Politecnico la metà. Saputo che Romano era restato fuori-corso, pretendeva la retta per intero, e allora egli smise d’andarci, perdendo l’ultimo contatto, settimanale, che aveva con le persone della famiglia d’Anna. Salutò Nino, dicendo che probabilmente non si sarebbero più né visti né sentiti.
La condizione di Romano peggiorò ancora di più quando, nella sezione degli esami di gennaio, a lui, fuori corso sotto-condizione successe d’essere bocciato a quell’esame senza neppure averlo fatto! Più castigo di questo… è impossibile. Era sorta una discussione se far sostenere o no, per pure ragioni di tempo, l’esame orale agli otto che mancavano, e tra essi c’era Romano. Allora egli aveva insistito, dicendo che doveva assolutamente sostenere e passare quell’esame, perché era sotto-condizione d’esso. Un assistente allora gli prese il libretto ed entrò tra i colleghi. Romano sperava che discutessero e gli dessero il permesso e ci restò male quando lo stesso assistente gli restituì il libretto, dicendogli, con fare sconsolato: “Mi dispiace”. Quando Romano seppe, alcuni giorni dopo, che era stata fissata una seduta straordinaria, per quell’esame, tirò un sospiro di sollievo e tentò di iscriversi. In segreteria gli fecero notare però che egli non poteva: aveva già sostenuto quell’esame in quella sessione ed era stato respinto. Alla sua incredulità gli mostrarono il suo stesso libretto sul quale, quei bravissimi assistenti che gli avevano risposto “Mi dispiace” gli avevano messo un bel “Respinto”, come se avesse sostenuto quell’esame e fosse stato bocciato. Cercò allora di parlarne al professore, spiegandogli che non era giusto un simile comportamento, che si mettesse una mano sulla coscienza, in nome di Dio: non aveva fatto l’esame e l’avevano respinto perché voleva farlo ed ora che poteva farlo… non poteva più perché l’avevano respinto! Questo galantuomo non volle mettersi una mano sulla coscienza... in nome di Dio! Romano non ebbe tempo né modo di mandare accidenti o maledizioni contro l’assoluta mancanza d’umanità di costui (non era neppure sua abitudine, non lo è mai stata), che quegli ebbe un incidente mortale sul suo motoscafo, che – a quanto si seppe – esplose all’improvviso, per un imprevedibile ritorno di fiamma 58. Così, nel gennaio del 1963, Romano dovette interrompere di frequentare il terzo anno ed iscriversi come fuori-corso per la quarta volta.
58. La morte è passata molte volte attorno a Romano, direttamente ed indirettamente. Almeno in una decina di casi ci furono veri e propri attentati alla sua vita… ma sembrava che egli fruisse di una particolare protezione celeste. Lo noterà in tutta la sua esistenza. Lo noterà perfino sua moglie che, ad un certo punto, crederà che qualcuno gli avesse gettato addosso delle potenti maledizioni, essendo veramente troppe le disavventure che gli capitavano… non poteva assolutamente essere un caso! Quasi tutte le persone oneste che si rivolgeranno a lui per avere vantaggi e poi dubiteranno della sua buona fede e ne umilieranno l’apporto, subiranno enormi insuccessi. Sopravviveranno e prospereranno, invece, al momento, solo gli irrecuperabili, coloro che lo avrebbero fatto con malignità. I maligni l’avrebbero fatta momentaneamente franca, gli onesti sarebbero giunti a pagare spesso con morte subitanea. Amodeo giunse a credersi e a temersi uno strano angelo vendicatore, che sembrava prendersela solo con i buoni.
Romano a 19 anni, con i cugini Cesarano, di Castellammare di Stabia
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Capitolo 15
Giancarla aspettava gli altri per entrare, stando con una sua amica davanti al botteghino, lei con il suo volto esile e pulito, molto grazioso, i suoi capelli ricci e marroni e quegli occhioni grandi grandi e belli, che le notò subito. Romano aveva tanto bisogno e desiderio di non pensare più a nulla di serio che una volta tanto gli riuscì d’essere brillante, divertente. Gli riuscì perché non aveva nessuna particolare mira a risultare simpatico a quel gruppo e, per tutta conseguenza, potendo essere se stesso, riusciva finalmente ad essere come non cercava d’essere. Riccardo organizzava quegli incontri perché aveva uno scopo: gli piaceva quella Giancarla che appena Romano aveva visto davanti alla cassa era piaciuta anche a lui. Lo si capiva: interessava molto a Riccardo. Perciò il suo amico cominciò a ridere e scherzare con tutte e 6 le ragazze lasciando in pace questa… non badandole. Ma era ancora lei, scaglionata sotto mentite spoglie! E si comporterà nello stesso modo Era giunta finalmente a Romano anche la spider che aveva avuta in regalo dai suoi genitori, quell’auto sportiva che sarebbe molto piaciuta alla sofisticata Anna e che per questo gli era stata comperata, da Anna e Gino che, capite le sue difficoltà con quella ragazza che a loro pure piaceva, cercavano di dargli qualche vantaggio. Con la spider Romano divenne irresistibile, ma non già con quella ragazza per la quale l’aveva voluta, che ormai non vedeva né sentiva più, ma con queste sette colleghe del Riccardo Passer che stava cercando di far passare la cotta a Romano, e invece finirà per passarla a lui, essendo storicamente un tipo che amava chi non le badava. Romano, infatti (come già l’anno prima) si accorse sempre più che Giancarla piaceva molto anche a lui e che lei faceva di tutto per porsi alla sua attenzione e farsi notare. Andavano al palazzo del ghiaccio e Romano faceva giri con tutte e non con lei, allora andava lei a cercarlo, lo prendeva par mano, lei più brava di lui, in quello sport che praticava da anni. Lo aiutava a stringergli gli scarponi, gli faceva piccole scene di gelosia per il fatto che lui vedesse tutte e non lei, accompagnasse in macchina tutti tranne lei. Quando organizzarono una gita a Lanzo d’Intelvi, dove Riccardo aveva una piccola casa, tutte le ragazze erano in fibrillazione, per sapere chi sarebbe stata portata sulla spider e Romano lasciò tutti di stucco, perché andò in quel posto portandosi dietro Virginia, una mora dal volto bellissimo che sempre aveva sperato che egli le facesse qualche seria avance. Virginia Milanesi si era illusa anche questa volta e si accorse come Romano avesse fatto “godere lei tra tutti i litiganti” (una forestiera della Virginia, anche se milanese) solo perché non sapeva che pesci prendere con loro e non con lei: lei era solo una mossa strategica; e non ci stette, cominciò a tenere il broncio. Romano si arrabbiò e lasciò tutti di sasso a Lanzo, riaccompagnandola subito a casa. Poi tornò a Lanzo, come una saetta e da solo. Il ritorno se lo aggiudicò Giancarla, non si sa in base a quali accordi tra loro. Si era ripresentata, insomma, la situazione dell’anno prima e Romano si trovò adesso a dover resistere ad una corte che Giancarla cominciò a fargli, prima discretamente, poi sempre in modo più chiaro e deciso. Quando si accorse che Riccardo non era veramente nel cuore di lei, accadde come già era accaduto l’anno prima e si lasciò prendere, stavolta dall’iniziativa di Giancarla, di Io Anna Caro la Scaglioni, ossia Io, Anna, caro, quella travestita da Scaglioni, La Scaglioni, che si comporta però nello stesso modo di Anna. Possibile che tutte le persone siano sempre la stessa? Sì, e sarà la strabiliante sorpresa in Paradiso, quando ci accorgeremo che tutti i personaggi saranno interpretabili dagli stessi
Nel gennaio del 1963 che desolazione, non sapere come riempire di nuovo l’esistenza senza di lei, Anna Badari! La decisione d’abbandonare la ventenne al suo destino fu lenta e sofferta. La chiamava ancora tutte le sere, ai primi di gennaio, per sentirsi ripetere: “Ma non ci eravamo già detto addio?”. Si chiese come mai non riuscisse a dominare se stesso. Aveva deciso che non era più il caso di continuare, ma non ci riusciva, diventava nervoso, accendeva una sigaretta e ciò lo rendeva ancor più agitato fino a non poter resistere e, tornata lei dal lavoro, riceveva la solita telefonata, perfetta fotocopia della precedente. Provò allora a non fumare più e cessò così anche di chiamare Anna, nel gennaio del 1963. Nell’inattività forzata dall’essere stato escluso dai corsi che aveva già iniziato, cominciò nuovamente a lavorare, facendo prospettive per lo Studio di Edo, in cui lavorava Gennaro. “Gennaro, come va?” “Non chiamarmi più così, chiamami Gen. Va bene. Giusy è una brava moglie. È solo qui che non mi trovo molto bene. Quando ci sono venuto dovevamo essere poco meno che soci, ma adesso io faccio il mio dovere e lui diventa sempre più un capo che semplicemente mi usa”. Un giorno incontrò Riccardo Passer, il suo amico che abitava allo stesso suo indirizzo e che tante volte aveva giocato con lui, a calcio ed egli gli domandò: “Ma dove eri finito?” Gli spiegò d’Anna, che aveva monopolizzato tutta la sua vita per tutto quel tempo. Riccardo gli consigliò che si doveva solo distrarre e che ci avrebbe pensato lui, e che così, grazie a lui, Passer, gli passerà… Era in un gruppo d’amici della sua ditta di Corsico, la Norton, e se voleva si sarebbe potuto aggregare. Romano colse l’occasione, voleva che gli passasse. Così iniziò, intorno ai primi di marzo del 1963, a frequentare un gruppo in cui c’erano circa sette ragazze, andando con Riccardo e la sua compagnia al Palazzo del ghiaccio. Vide per prima, tra loro, una bella ragazza battezzata Ioanna Carola Scaglioni.59 59. E avrebbe dovuto diffidare, Romano, perché sarebbe stata un’altra forma assunta da Sant’Anna per Battesimo: Io, Anna, caro, la Scaglioni, una Anna presentata ora al caro Romano sotto l’aspetto, lo scaglione del solo arrosto e del niente fumo… quando il badare è a rischio… è un sintetico BadaRi, del tutto inaffidabile. In una vita in cui le storie sono intercambiabili… Romano s’imbatteva sempre contro la stessa solfa di chi poi avrebbe assunto ancora altre parvenze, laddove vale, in assoluto: il prossimo come se stessi.
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attori, essendo delle pure e semplici “partiture”. Un’anima sarà Anna Badari e Giancarla Scaglioni, e Maria Teresa così come un cantante potrà cantare tre diverse canzoncine… Questo sarà il Paradiso della vita: tutto quello che ora appare del prossimo come la sua vita reale, poi potrà essere una parte fatta propria da tutti, esattamente come il canto di una canzoncina! Perciò bisogna “amare il prossimo come noi stessi”: lo saremo se l’ameremo. Romano le fece un ritratto e una sera si presentò con quello al bar di Via Vetere gestito dai suoi genitori, nella zona di porta ticinese. Tuttavia non si decideva a farsi avanti del tutto. Allora ne parlò con Gennaro, suo cugino, che era fidanzato con una ragazza che non appariva essere al suo stesso livello. Lo fece perché Giancarla non corrispondeva del tutto a quello che aveva creduto essere un suo sogno: era una impiegata che aveva fatto solo filo alla terza media, poi due anni d’avviamento; distava forse troppo dalla sua cultura, allo stesso modo che Giusy da quella di Gennaro. Voleva sapere come il cugino si trovava in una condizione alquanto simile. Ne ebbe una buona impressione: la vita era fatta di cose concrete, d’arrosto e non di fumo. Del resto, la lezione avuta nell’esperienza d’Anna gli era bastata: tutto quell’apparente intendersi, i botta e risposta all’unisono, la stimolazione reciproca della fantasia e della mente erano solo fumo, pura apparenza; il fumo può riempire la vita per un poco, ma essendo privo di sostanza non può durare. Giancarla, invece, gli sembrava che gli volesse davvero bene in un modo sostanzioso. Per quale motivo? Era premurosa, gentile, cercava di darli con semplicità quelle piccole e concrete cose che a lui materialmente servivano. L’unico sforzo che Anna aveva fatto per lui, in quel senso, era stato quello di regalargli una cravatta. Se non ci fosse stata l’esperienza con Anna, tuttavia Romano non sarebbe arrivato a questo punto, non lo avrebbe ritenuto accettabile, perché tra lui e Giancarla era il colloquio a ridursi ai rudimenti. Dunque Giancarla (Io, caro, la Anna) fu, per certi versi, imposto dalla Anna (che ancora bada al Romano Individuale). Il che sarebbe un puro e debole scherzo enigmistico, senza alcun valore e molto debole da sostenere nella sua possibile verità, se si trascura il valore reale, derivante dal reale affidamento, della vita di Romano, a Sant’Anna… Romano era più complesso di Giancarla, troppo più complesso di lei. La sua esperienza, i travagli avuti con i suoi coetanei nel momento della sua formazione, la lotta che aveva cominciato a fare su tutti i campi per ritrovare anche fuori della famiglia quella condizione di benessere che provava solo quando si sentiva al sicuro tra i suoi, avevano reso molto particolareggiato il suo spirito, analitico, forse troppo per chiunque. A Romano non interessava granché la vernice d’una quotidianità che non scendesse dentro agli argomenti, per decifrarne le cose essenziali, tutti i perché e i percome nella loro forma e nella loro essenza. Tutte queste cose non dicevano invece nulla a Giancarla, perché lei era semplice e in cuor suo desiderava semplici cose. Allora Romano decise di sottoporla ad una sorta di crudele ma necessario test. Se lei avesse riconosciuto d’avere bisogno di studiare, di crescere, se avesse accettato d’approfondire la conoscenza del mondo e delle cose, avrebbe superato la sua stessa condizione attraverso la buona volontà che avrebbe dimostrato di volerci mettere. Glielo propose e lei accettò, superando quel test.
Così iniziarono a studiare storia, a partire da quella antidiluviana. Studiavano nel retro del bar dei suoi genitori. Lei dimostrava di impegnarsi, così Romano vinse ogni sua remora e, anche se l’animo di lei e la sua fantasia non riuscivano ad andare dietro al suo cuore, decise che quella era la donna giusta per lui: l’amava. Per lei aveva dimenticato Anna in una sola settimana e si era accorto che aveva addirittura smesso di pensarla fin da quando l’aveva vista per la prima volta al Palazzo del Ghiaccio. Le voleva bene e prese a sentirla come una cosa sua. Si dichiarò ai suoi genitori, che l’accolsero a braccia aperte. La più entusiasta era Clara, la nonna di Giancarla, che abitava in piazza Insubria assieme al marito, Guglielmo, ottime persone, che si vedeva erano piene d’amore vero e reciproco. Senonché dopo un poco Giancarla non volle studiare più. Cominciò ad assumere comportamenti strani, tanto strani che Romano cominciò a chiedersi se per caso la storia non si stesse ripresentando di nuovo. Allora, prima che le cose raggiungessero limiti invalicabili, affrontò la ragazza, le parlò e – come temeva – si accorse che le cose non erano forti come credeva che fossero, tanto che si lasciarono. Era accaduto come prima: perso il fascino del mistero tutto era diverso e molto meno attraente. Erano le due pomeriggio di una tristissima domenica di giugno. Da quando avevano cominciato a mettersi insieme si erano isolati dal gruppo degli amici. Romano aveva parlato francamente anche con Riccardo, gli aveva chiesto che cosa egli ne pensasse ed egli, dopo d’aver commentato che a suo giudizio non sembravano fatti l’uno per l’altra, aveva detto però anche che per lui stava bene così, che non aveva niente in contrario a che si legassero… sarebbe passata anche a lui, a Passer. La prima cosa che venne in mente a Romano, quando venne via da quella chiarificazione con Giancarla, fu di rintracciare Riccardo e gli altri amici, per ripassargli la palla. Sapeva che dovevano esser andati su qualche fiume, egli ed altri di Viale Omero, e si mise a cercare di sapere dove, telefonando ad Angelo, ma a casa sua non sapevano dove fosse andato. Non lo sapeva neppure la madre di Riccardo. Fu solo sul tardo pomeriggio che Angelo, saputo d’essere stato cercato, gli telefonò e gli rivelò, in modo struggente, che Riccardo era annegato quello stesso pomeriggio. Romano telefonò immediatamente a Giancarla e lei volle esserci, volle seguirlo mentre si recava su quel fiume, l’Adda, alla ricerca dell’amico il cui corpo non era stato ancora ritrovato. Si rividero e, nella tragedia toccata al loro comune amico, quella che era stata la loro decisione, di non vedersi più, andò del tutto dimenticata. A Romano ne capitano di tutti i colori. Perfino questo suo amico sembra morto per ripassare nuovamente a lui quella palla, che doveva essere la sua, di Romano. Una cosa scandalosa solo a pensarla. Ma se Riccardo non fosse morto, tutta la storia di Romano non sarebbe stata più quella. La morte, poi, è solo una apertura verso il Paradiso, perciò Riccardo Passer fu come un Angelo che, svolto il suo compito, se ne tornò felicemente da Dio, volando via, come un passerotto gentile. Il giorno dopo Romano ed Angelo ritornarono sull’Adda, in cerca del loro amico. Riccardo era annegato in una pozza d’una decina di metri di diametro. Non si erano accorti neppure della sua esistenza quando, in sette, avevano camminato lentamente, prudentemente, con l’acqua torbida che arrivava solo alle loro caviglie, fino ad una specie di
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isolotto, sul quale avevano riposato. Dopo qualche tempo avevano deciso di tornare alla riva e lo avevano fatto correndo, sicuri ormai del fatto loro. Ma non si erano accorti d’aver leggermente cambiato percorso e in tre erano caduti in quella pozza, frutto degli scavi per l’approvvigionamento della sabbia e della ghiaia, del vicino stabilimento. Tutti e tre quelli che vi erano sprofondati all’improvviso non sapevano nuotare. Due di loro avevano cominciato a gridare, mentre Riccardo cercava di far tesoro dell’ultima lezione datatagli da Romano quando, solo la settimana prima, aveva appreso che lui, brillante in tutti gli sport, non sapeva nuotare. Romano si era proposto immediatamente all’amico, quasi presagendo il pericolo che egli stava per correre e avevano deciso d’andare all’Idroscalo. Riccardo aveva poi cercato di rimandare, essendo la giornata molto nuvolosa, ma l’altro era stato inflessibile: non andavano certo a prendere il sole. In una sola seduta Romano gli aveva potuto insegnare a galleggiare, ma quando l’amico assumeva la posizione verticale non gli riusciva più di rimettersi come prima. Quella fu la causa per cui morì. Appena trovò la buca si era ricordato della lezione avuta e galleggiava, mentre gli altri due gridavano aiuto. Tutti si mobilitarono per salvare questi due, mentre nessuno, a quando fu poi riferito, mosse un dito per lui. Ad un certo punto forse cercò d’allungare un piede, per vedere se la buca fosse terminata, perché l’acqua era in movimento e lo aveva trascinato un poco a distanza. Forse anche temeva d’essere portato in mezzo al fiume da quella corrente. La buca non era purtroppo terminata e il suo tentativo di trovarne il fondo lo mise in condizione per cui cominciò ad affondarvi. Lo videro alzare la mano, inghiottito e riemerso alcune volte, finché non lo videro più. Nessuno, tra oltre cento persone, si era mosso per lui. Se Romano fosse riuscito a trovare e a raggiungere gli amici, Riccardo non sarebbe annegato. La sorte aveva anche creato la condizione per cui egli potesse accorrere, attraverso quella separazione con Giancarla; la sorte aveva anche messo in piedi un tentativo in extremis di insegnargli a nuotare… Chi può riconoscere che cosa ci sia di veramente libero, nello stesso piano di Dio, nel determinare una o l’altra sorte? Quando Romano ed Angelo giunsero l’indomani in quel luogo, i sommozzatori erano in acqua e vi si immergevano, cercando il corpo dell’annegato. Non lo trovavano. Allora i due amici si recarono alcuni chilometri più a valle, noleggiarono una barca e il pescatore che la guidasse e cominciarono a risalire la corrente, portandosi da una riva all’altra, scrutando ogni insenatura, ogni deposito che potesse avere fermato un corpo trasportato via dalla corrente. A mezzogiorno erano risaliti invano fino al punto dell’annegamento. Si trovavano dall’altra parte e, guardando la sponda opposta videro che i sommozzatori erano andati via. “L’hanno trovato!” pensò Romano. Attraversarono il fiume e, notando un ghirigoro dell’acqua, suppose: “Probabilmente l’hanno trovato qui” facendo cenno con la sua mano. Il corpo di Riccardo era lì, dove la sua mano stava indicando, a soli 50 metri dal punto nel quale i sommozzatori l’avevano cercato invano per tutta la mattinata. Ebbe un sussulto, nel vedere il corpo dell’amico, a circa 1 metro appena sotto il pelo dell’acqua. Bastò il remo, poggiato dal pescatore sotto la salma, perché venisse in superficie. “Ma è lui?” domandò Angelo. Nella condizione della morte, ogni vivacità, spenta in quel viso che sempre l’aveva avuta, lo rendevano irriconoscibile.
Ora si dice il destino! Sì, il destino. A Romano solo, che, come in una premonizione, già aveva cercato di insegnargli il nuoto, ora solo a lui il destino di Dio concedeva di recuperare, in questo incredibile modo, il corpo del suo caro amico che ben tre sommozzatori avevano cercato invano, pur essendo proprio lì dove essi lo cercavano. L’eccezione era Romano; era lui a sentire, a presagire oltre il livello della normalità, e probabilmente aveva udito anche l’ultimo grido dell’amico, che nell’attimo della morte lo aveva disperatamente cercato, desiderato, per la sua salvezza, l’unico che si sarebbe mosso, come ormai Riccardo perfettamente sapeva, ora che aveva passato il guado, facendo il suo bravo giro di boa intorno al punto della morte. A quel suo amico, morto tragicamente così, toccò così di colmare, con il suo, tutto l’improvviso baratro che era sorto tra Romano e Giancarla. Riccardo come un angelo di salvezza per Romano, un altro angelo sopravvissuto alla morte, a due anni e mezzo. Volle essere trovato da lui, un angelo sopravvissuto, di fatto, e dall’altro amico, un Angelo, di nome, e Mazzola, di cognome. Nel suo futuro, Romano avrà a che fare con un altro angelo, di cognome Mazzola, che lo salverà realmente, della vita, per ben due volte. Il fatto è che l’uomo non se ne accorge, ma tutti, sulla Terra, siamo veramente come angeli, l’uno per l’altro… Non ci credete? Ma perché siete distratti dalle storie, dalle trame, dai personaggi, e non vi accorgete che chi li sta animando sono tutti spiriti angelici, interpreti celestiali che sono puro afflato dell’essenza del Dio Creatore. La tragicità dell’evento, che riguardò Riccardo, creò qualcosa di cui Romano e Giancarla riuscirono a parlare a lungo, e riempì quel buco che all’improvviso si era mostrato così tanto preoccupante che tutti e due avevano giudicato fosse più opportuno di smettere ogni progetto tra loro.
Giancarla con la nonna Clara Raggi, in Benedetti
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Capitolo 16
Romano aveva pensato d’utilizzare il disegno già fatto, facendone fare un controlucido riprodotto nel sistema automatico su una carta chiamata Topalar, molto simile al lucido. Avrebbe corroso tutti i pezzi del disegno che dovevano essere ripresi e modificati, nel lato in cui c’era la gelatina, che poteva esser attaccata dagli acidi fino ad essere del tutto rimossa. L’intervento di ristrutturazione, che riproduceva i palazzi progettati da Bico, sarebbe stato disegnato nella superficie opposta del Topalar. Questa tecnica avrebbe fatto risparmiare tutta la fatica e il tempo di ridisegnare quanto sarebbe stato conservato dell’antico, una parte chiaramente significativa. Dopo un po’ Romano capì che la tecnica adottata non era efficace. Sulla superficie del Topalar, diversa da quella della carta da lucido, gli inchiostri di china, ma soprattutto i pennarelli che egli aveva usato nel disegno, non attaccavano allo stesso modo. Pertanto non riusciva a dare la stessa qualità grafica agli interventi di ristrutturazione, che risultavano troppo differenziati rispetto al resto, tanto da non aiutare, ma contrastare l’integrazione tra il vecchio e il nuovo a cui tutti miravano. Mancavano solo 8 giorni all’appuntamento con lo Sceicco e occorreva una scelta coraggiosa. Romano l’assunse, decidendo che avrebbe lavorato ininterrottamente, giorno e notte fino al termine di quel disegno. Se era bravo e riusciva a rispettare il piano di marcia, ce l’avrebbe fatta. E ce la fecero, sia lui sia Bico, lavorando entrambi spasmodicamente, l’uno a progettare interventi, l’altro a inserirli prospetticamente sul lucido. Romano disegnò ininterrottamente, perfino mentre mangiava i panini e beveva. Terminò in tempo il lavoro, che fu tutto copiato in eliografia e pronto appena un’ora prima che gli Architetti si recassero all’aeroporto. Fu sulla base di quelle copie, attaccate sui muri, che lo Sceicco approvò quell’importante lavoro degli Architetti milanesi 60.
Quell’estate del 1963 Romano fu ospite a Carrara dei nonni di lei Clara Raggi e Guglielmo Benedetti. Bellissime persone, ma anche a giudicare dai nomi, e quanto di buon auspicio, per il Romano cui essi si riferiscono: chiari raggi di sole, guglie ed elmi benedetti. I nonni di Giancarla, che avranno sempre moltissimo affetto, quasi una venerazione, per lui, affittavano, da anni, sempre lo stesso appartamento, per trascorrervi la stagione estiva. Erano di quelle parti, avevano vissuto a lungo là fino a quando Guglielmo, che lavorava alla Caproni, non era caduto dall’aereo, sopravvivendo miracolosamente anche lui. Si erano trasferiti a Milano subito dopo la guerra ed avevano avuto una casa popolare in piazza Insubria, con l’ingresso in Via degli Etruschi. Romano aveva 25 anni ed era ancora alquanto indietro negli studi. Era evidente che non si sarebbe sposato prima di laurearsi, per cui avrebbero avuto degli anni per riconoscere con esattezza se la loro coppia poteva funzionare oppure no. Nei lunghi anni di fuori-corso era rientrato in contatto con quel suo amico della disastrosa IV ginnasio di 12 anni prima, Bico Belgiojoso, che era stato già allora l’unico che aveva cercato d’aiutarlo, facendogli capire che non doveva giocare troppo con se stesso. Bico si era laureato architetto; era il figlio di Ludovico Barbiano di Belgiojoso, famosissimo architetto dell’ancor più famoso studio BBPR (che oltre al BB, si avvaleva di Peressutti e del Rogers, molto rinomato). Bico richiese a Romano d’eseguire una grossa prospettiva a volo d’uccello della città di Kuwait. Il suo Studio aveva l’importante incarico di ristrutturarla e occorrevano due grosse visioni: una dello stato esistente e l’altra di come Kuwait sarebbe apparsa a cose fatte. Dovevano essere riprodotte tutte le case della città. Erano state eseguite una montagna di fotografie, tanto che ogni palazzo era visto da tutti i lati ed ora occorreva un disegno di circa due metri quadrati, in cui ogni casa potesse apparire riconoscibile dalla facciata e dai suoi dettagli, avendo qualche centimetro quadrato di superficie a disposizione. Non esistevano fotografie dall’alto, per cui i tetti esistenti dovevano essere tutti capiti e riprodotti come meglio fosse possibile. Questo lavoro sarebbe stato importantissimo perché lo Sceicco avrebbe potuto capire e valutare l’intervento soprattutto attraverso queste due grandi vedute di insieme. Romano aveva portato in visione le prospettive che aveva fatto, per l’architetto Longoni e per lo studio Zanaboni, in cui lavorava suo cugino e si era accordato con loro: se la sentiva. Il tempo per farlo non era però molto. Lavorando su un grosso tavolo da disegno occupato interamente dalla carta da lucido, poco alla volta tutta la città di Kuwait prese forma. Tutti ne furono molto soddisfatti. Il bello venne dopo. Lo studio BBPR prese troppo tempo, come sempre succede, negli studi preliminari, tanto che la fase attuativa fu circoscritta in un tempo troppo esiguo. Bico, pressato ora lui dall’orgasmo del tempo che passava troppo velocemente, iniziò finalmente a procedere in modo spedito.
Nell’ottobre del 1963, finalmente Romano potette iscriversi, per la seconda volta, al terzo anno d’architettura, ma stavolta non più sotto condizione, perché aveva superato quel benedetto esame nel quale a gennaio era stato bocciato senza averlo neppure fatto 61. Ai primi del 1964 l’architetto Longoni si fece nuovamente vivo e Romano andò a lavorare da lui per un brevissimo periodo, approfittando della sospensione dei corsi per la sessione di gennaio. Rivide Anna Badari e lei tentò di recuperarlo, chiaramente pentita per come si era comportata l’anno prima 62.
60. Questo è veramente un potenziale Purgatorio, per Romano. Oltre al lato affettivo, in cui cominciano a concretizzarsi situazioni di un certo rilievo, le stesse condizioni del periodo corrispondente al potenziale Inferno evolvono per il meglio. Bico Belgiojoso nel primo anno del potenziale Inferno gli aveva consigliato di non farsi le seghe, ed ora assiste, nel periodo della correzione dei giudizi come egli si faccia tutt’altro che seghe se riesce a disegnare, seppure spasmodicamente, ininterrottamente per una settimana notte e giorno e ad essere la punta di diamante della rappresentazione del loro lavoro di illustri architetti. 61.
All’università Romano cominciò a rientrare in corso.
62. Sotto il profilo sentimentale, riuscì a resistere al ritorno dell’Anna, che era stata così importante per lui, tenendo ferma la sua scelta per Giancarla e dimostrando di tenerci di più all’arrosto che al fumo.
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Ci rimase malissimo, perché Romano la freddò con poche parole: “Troppo tardi, mi spiace, voglio bene ad un’altra e credo la sposerò.” Anna fece buon viso a cattiva sorte e prese le distanze, senza prenderle mai del tutto. Sorvegliava quello che accadeva, da lontano. Sapeva anche lei che mancava ancora molto alla laurea di Romano. Passato il breve periodo di lavoro insieme, ogni tanto lei si faceva viva, con delle scuse, sempre più inverosimili, ed era per sapere, in sostanza, come stessero andando le sue questioni di cuore. Riceveva la notizia, ed era vera, che tutto procedeva a dovere. Come andava, veramente? Andava avanti con serenità. Il rapporto non era uno di quelli che impegnavano molto il pensiero di Romano. Non nel senso che egli non tenesse a Giancarla, ma non accadeva come era sempre accaduto in tutti i suoi innamoramenti: che dimenticava per essi ogni cosa, smetteva di fare tutto il resto e si dedicava anima e corpo solo a pensare e spasimare per chi aveva nel cuore, quasi come se si fosse ammalato 63. Gli era venuto, grazie a Giancarla, anche il desiderio di laurearsi al più presto e fece realmente lo sforzo di mettersi a studiare con maggiore lena.
Ora che Romano osservò l’ansietà, l’emozione nel padre, ebbe di lui una dimensione tutta nuova, che molto avvicino il suo stesso ed autorevole genitore a se stesso, tanto che gli toccò, a questo punto, di mettersi quasi al suo stesso livello umano ed emotivo, purgando anche quel senso buono del distacco e della lontananza data dalla diversità dei ruoli tra padre e figlio. Luigi Amodeo vinse quel concorso e divenne Direttore. Dovette accettare in seguito, come primo incarico, d’andare dove c’era posto, e fu mandato a Lanusei, in Sardegna. La famiglia restò a quel punto senza il suo indiscusso capo e Romano e Benito persero anche la compagnia di quel grande amico loro che il padre era sempre stato, giocando con loro e stando con loro, tutto il tempo che poteva strappare a quei figli che, come tutti, cercano sempre più altrove i loro spazi.
Gli diede l’esempio Gino, suo padre che, compiuti i 25 anni di insegnamento, era abilitato a sostenere l’esame per Direttore Didattico. Il padre decise allora di prepararsi, ed iniziò a studiare con lena. Dimostrando al figlio come si fa, quando ci si impegna sul serio, Gino, a quasi 50 anni, ricacciò la testa tra i libri e si mise a prepararsi accanitamente. Romano l’accompagnò a Roma, quando ci fu la prova del Concorso e sentì per suo padre un affetto strano, quasi paterno, quando lo vide emozionato come un ragazzo, assumere tutti gli atteggiamenti che ben aveva visto in sé e negli altri.
63. Questa era stata l’esperienza solita che aveva sperimentato, Romano, del suo innamoramento: una sorta di sottile ed infernale lotta, giocata tutta sul filo dell’incertezza, d’una conquista da farsi giorno per giorno, piena di preoccupazioni per ogni cosa che facesse l’altra e tante domande a se stesso, del tipo “Mi ama? E allora perché ha detto questo, fatto quest’altro?” Domande tutte cavillose, sul mi pensi? non mi pensi? che certamente rendevano l’affetto turbinoso, ma anche nevrotico e, in sintesi, insoddisfacente, anche se moltissimo accattivante, ma che dava spesso vere e proprie pene di Inferno. Con Giancarla, all’improvviso e per la stessa assenza di motivi futili che potessero frammettersi, restava la certezza d’un amore solido, poggiato sul desiderio di dare cose, dare vantaggi, dare occasioni, piuttosto che di sostenere un sacco di sciocchezze, quelle che coloro che si amano spesso anche dicono, senza poi fare nulla di concreto per chi amano. Insomma non c’era fumo, in quell’affetto, e questo è già il sintomo di una correzione, di un Purgatorio relativo ai giudizi sullo stesso concetto dato all’amore. E se Romano non avesse sperimentato cosa era significato, in tutta la sua vita, il fumo, quando c’era stato, senza l’arrosto, non sarebbe stato tranquillo, non si sarebbe nemmeno inteso innamorato. Mentre invece lo era: voleva bene alla sua Giancarla, la sentiva veramente sua e quel pensiero faceva passare sopra, minimizzava, assolutamente, tutto quello che mancava. Le cose stavano bene anche così. Anzi, se, nonostante la mancanza di fumo (quel fumo che tanto gli piaceva), le cose proseguivano, significava proprio che la quantità d’arrosto era più che abbondante e soddisfacente.
Il Direttore Didattico Luigi Amodeo, in gita con suoi maestri, a destra la moglie Mariannina
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Capitolo 17
Romano si rassegnò. Dopo alcune settimane di muco giallastro che usciva abbondantemente dalle narici, il mal di testa passò e l’episodio di questa sinusite acuta, indotta dall’acqua salata ristagnata nelle cavità della fronte, fu superato. Partendo, aveva scritto tre lettere al giorno alla sua Giancarla. Se la sentiva così sua che, anche se lei non riusciva a seguirlo, ora che erano restati soli, le scriveva ed esternava tutto quello che aveva nel cuore e che a voce non gli riusciva 65. Lei cominciò ad andarlo a trovare tutte le settimane, percorrendo i chilometri da Milano a Vercelli. Gli portava crostate, dolci e tutto il suo affetto sincero. A Vercelli era imminente il giorno del giuramento e Romano, vedendo un suo amico dubbioso su cosa regalare alla sua giovane moglie, propose di fargli il ritratto, vestito da militare: sarebbe stato un bel pensiero per la moglie. Appena gli altri videro la notevole capacità che aveva Romano di dipingere ad olio un ritratto somigliante, in mezza giornata, tutti cominciarono a volerlo essi pure. Così cominciò un periodo di fervida produzione pittorica, con due ritratti al giorno, che faceva a 10.000 lire l’uno, qualcosa come 100 euro d’adesso.
Giunse il 1965. Ormai erano già trascorsi due anni da quando Romano e Giancarla si erano fidanzati, ed egli doveva ancora, oltre che laurearsi, andare a fare il servizio militare. In quegli anni il Nostro Paperino, del cartone animato di Dio, aveva un suo studente che suonava la chitarra e lo aveva accompagnato alcune volte quando aveva cantato sul palcoscenico “Liliana, sei una bimba strana…”. Era il figlio del Maresciallo Andriola, che esercitava a piazza Novelli, in Milano, nell’Aeronautica. Parlando con lui, Nico gli aveva detto che suo padre era riuscito a far prendere nell’aeronautica alcuni militari che poi erano stati trasferiti a Milano. Se ci fosse riuscito anche con Romano, egli avrebbe potuto frequentare i corsi mentre era occupato lì solo al mattino. Ne parlarono e decisero che, per combinare questa cosa, Romano, che sarebbe dovuto partire in ottobre, anticipasse la chiamata ad agosto, tanto da fare il CAR fuori durante il periodo estivo e da poter essere richiamato poi a Milano in ottobre, quando serviva per poter frequentare il Politecnico. Non funzionò e Romano si vide costretto a partire per l’esercito e a interrompere gli studi 64. La cartolina gli giunse a bruciapelo, nell’estate del 1965, e restavano solo pochi giorni da poter passare in vacanza. Si recò con Giancarla a Carrara e l’ultimo giorno stette a lungo in verticale, a raccogliere cozze che crescevano liberamente sul fondo del mare. Gli entrò un vagone d’acqua nelle fosse frontali e stagnò lì, per un raffreddore, quando nel pomeriggio tornò a Milano prendendo tutto il vento sulla sua spider. Gli venne un mal di testa spaventoso, non riusciva neppure a muoversi. Carlo Mazzola, il fratello d’angelo, medico, gli fece fare una lastra e risultarono intense opacità ai seni frontali ed etmoidali. Su quella base, a suo giudizio, lo avrebbero rispedito subito a casa, ma doveva evitare di curarsi e partire così. Lo fece e partì. Fu trasferito dalle parti d’Albenga e non gli riuscì di farsi visitare, perché là era solo un punto di smistamento. Solo quando una settimana dopo giunse al suo Corpo, a Vercelli e fu visitato, il medico gli negò il ricovero.
64. C’è il proverbio “Il Diavolo fa le pentole ma non i coperchi” e questo fu proprio il caso per affermarlo. Questo Diavolaccio della svogliatezza, che rende pigro Romano e gli allunga all’infinito la conclusione dei suoi studi, adesso mette in mezzo anche un periodo di interruzione non prevista, nel tentativo di non fargli centrare l’obiettivo della laurea. Questo Gesù naturale, umano, dovrà essere un costruttore di case in concreto, perché esse poi esistano anche nel Regno dei Cieli, e i valori satanici diventano un vero freno. Ma a questo punto siamo non più nel periodo dell’Inferno e vedremo come tutta questa difficoltà nuova immessa a tradimento nella vita del nostro personaggio svolgerà una funzione essenziale per liberarlo da tutta una serie di limiti che gli derivavano da un perbenismo di maniera.
Erano soprattutto i sottufficiali di complemento che li volevano e la richiesta superava di gran lunga la possibilità di realizzarli. Venne il giorno del giuramento, venne Giancarla, si fece festa, assieme anche al resto della famiglia, venuta tutta lì a Vercelli. Momenti molto belli e sereni, che lo consolavano, d’aver dovuto interrompere tutto e partire, così a bruciapelo, per l’esercito, con la domanda in Aeronautica andata interamente buca e l’interruzione degli studi, per un anno 66. Erano lì, nella saletta dei sottufficiali, uno d’essi in posa, Romano che lo ritraeva e gli altri a guardare, quando la porta si aprì ed entrò un personaggio tanto importante che tutti scattarono sull’attenti. “Ah, tu sei qui? Vieni con me.”. Romano dovette seguirlo e quel capitano lo fece salire sulla sua auto; davanti a lori si spalancarono le porte che, a Romano, sembravano più invalicabili d’una prigione.
65. Ecco il senso del Purgatorio. La lontananza, messa in mezzo da Belzebù come un elemento per togliergli la compagna che gli consentiva libertà di pensiero, non lo libera affatto, ma lo mette in condizione di riuscire ad esprimersi con lei, una volta che non ci deve essere un dialogo ma un monologo. Le lettere sono infatti monologhi, e ad un periodo aggiungi un altro senza attendere prima la risposta interlocutoria. 66. Romano era un tipo ligio e corretto, che non avrebbe mai e poi mai cercato di fare il furbo… Doveva essere rotto in questo suo schema e il servizio militare è stato per lui proprio la rottura di tutto il suo perbenismo quasi fine a se stesso. A scuola era stato l’unico ad avere infilato un filotto d’oltre 10 dieci in condotta, uno dopo l’altro e, in tutta la vita, era sempre stato un ragazzo veramente perbene, che non andava mai fuori dalle righe, sempre corretto, leale e “bamba”, ossia quasi tonto, secondo l’espressione dialettale milanese, che rende, meglio di tonto, il senso di come era Romano. Bamba ha in sé anche il senso di rimbambito, di coglione, ma non per stupidità, per un eccesso di semplicità e di tontaggine. Insomma uno che è menato per il naso come si vuole, tanto è credulone ed assieme permissivo.
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Il Capitano Zarra accompagnò la giovane recluta a casa sua e gli dichiarò, mostrandogli tutte le pareti nude: “Vedi? Qui serve la tua opera! T’ho cercato fin dal giorno del giuramento, quando ho sorpreso un militare con un quadro che gli avevi fatto tu ed era lui fatto e finito” 67. Gli comprò tele, colori e voleva che dipingesse copiando dalle cartoline. Romano si oppose, perché, in quel modo, si sarebbe bloccata tutta la sua capacità di leggere, da sé, luci e colori; voleva dipingere dal vero. Allora passarono alcuni giorni alla ricerca del soggetto e poi il Capitano cominciò a venire al mattino, lo accompagnava alla mensa, ove riceveva bistecche e il necessario per un giorno, poi andavano in un castello situato a Trino vercellese, dove Romano restava a dipingere fino al calare della sera. Allora il Capitano ripassava a prenderlo e lo portava, ospite con sé, alla casa della sua fidanzata, una prosperosa ragazza bionda, piuttosto timida. Dopo una settimana di questo andazzo, superata anche il buon Zarra la sua timidezza, rivelò a Romano che voleva che gli dipingesse un ritratto della sua ragazza, bella in carne, così come era lei. E Romano iniziò una serie di pose; se la studiò in tutti i modi e lei, pazientemente sorrideva, piegava il capo, come egli le diceva; poi passò ad eseguirne il ritratto. Iniziò dipingendone il busto, nudo, per il quale lei non aveva posato. Lei non viveva lì da sola, ma con la sua famiglia, padre e madre che, dopo un po’, si fecero coraggio e gli domandarono: “Ma… deve venire così?” “No, non temete, dopo saranno dipinti dei veli, che lasceranno intravedere il colore dell’incarnato. Per poter dare l’effetto della trasparenza, bisogna dipingere prima quello che c’è sotto”. Insomma il Nostro Paperino, del cartone animato di Dio, stava rompendo quella sua incapacità ad uscire dagli schemi, cominciava a sperimentare il senso d’una libertà prima mai provata. Il Capitano fu allontanato per una esercitazione in Sardegna e il gruppo fu trasferito dalla Centauro alla Legnano. Con questo riassetto Amodeo, che avrebbe dovuto specializzarsi come radiofonista conduttore, avrebbe dovuto fare il corso (che Zarra non gli faceva fare) a Cremona invece che a Vercelli. In assenza del Capitano fu trasferito a Cremona assieme a tutta la sua classe. Tornato il capitano, lo cercò. Seppe dal Maggiore (suo unico superiore) che era a Cremona e cercò di farlo rientrare, dicendo al comandante che dovevano ristrutturare quella caserma e che a Cremona c’era Amodeo, la persona adatta, un architetto. Tanto insistette e fece che il maggiore un giorno si recò apposta a Cremona, per prelevarlo. Ma a Cremona Amodeo era divenuto utile nell’ufficio Oatio, che organizzava le esercitazioni, ed aveva ripreso a dipingere anche forsennatamente, essendo tornati alla carica tutti i suoi antichi committenti. Non lo fecero venire via, allora il Maggiore lo chiamò e gli domandò: “Ti fanno andare a Milano a fare gli esami? Come vanno gli studi? Non temere, quando tornerai a Vercelli sarai trattato benissimo. Abbiamo bisogno di te”.
Se nonché l’uomo propone e Dio dispone. Amodeo prese una bronchitella da nulla e il medico di lì lo spedì all’Ospedale militare di Milano. Come non c’era riuscito, quando stava veramente male, così lo avevano mandato praticamente a casa, adesso che non aveva niente di serio. A Baggio era una pacchia: c’era uno scritturale Brunelli, che si era imboscato fin dal primo giorno e serviva il comandante medico del reparto fino all’una, poi si cambiava in abiti borghesi e ne usciva per il portone, passando spavaldamente davanti a tutto il corpo di guardia che, se lo avesse fermato, finiva male per lui. Nessuno mai lo aveva fatto, in mesi e mesi. Per essere imboscati occorreva essere utili. Restare a Milano in quel modo gli sarebbe piaciuto, così Romano cominciò a chiedersi cosa potesse fare, per essere utile in quel luogo68. Vide alle pareti della cappella una serie di dipinti di nessun pregio, incollati ai muri come se fossero la Via crucis. L’umidità aveva ridotto i Santi effigiati ad una serie di lebbrosi, per le parti di colore che si erano staccate, lasciando le tele piene di buchi. Andò dal cappellano e si offerse di restaurarli. Ne aveva sistemati già tre, in modo egregio, quando fu messo in uscita per il giorno dopo. Ne informò il cappellano, dicendo che purtroppo la sua opera finiva lì. Il sacerdote si diede immediatamente da fare; lo fece spostare da lì in un altro reparto, diretto da un certo Colonnello Festa, che era stato a lungo in causa con Renato Rascel, che aveva accusato di Plagio, per la sua “Romantica”, vincendola anche, nella prima tornata, perdendola nella seconda ed ora era in attesa del terzo e definitivo giudizio della Giustizia. Per restare a lungo presso l’ospedale Militare, in quella veste, Amodeo avrebbe dovuto coinvolgere direttamente il Colonnello Festa. E – fatto non indifferente – avrebbe dovuto essere uno che non era sollecitato dal proprio reggimento a rientrare in caserma… guarito. Allora si fece coraggio e insinuò al Colonnello che poteva tentare di non farsi richiamare. Era in buoni rapporti con il Capitano, avendogli dipinto molti quadri. Subdolamente gli stava mettendo nell’orecchio la pulce “se lo ha fatto a un Capitano può ben farlo ad un Colonnello” 69.
67. Il Capitano Zarra, in tutta questa vicenda, assomiglierà molto al personaggio di Zorro, un fuorilegge buono, sempre presente, amico e potente, a proteggere Romano, da dietro le quinte dell’ufficialità. Questo è davvero il Purgatorio, anche degli atteggiamenti stupidamente autorevoli.
68. Quando prima si è parlato di Zorro, alle prese con situazioni stupide, sono quelle che Romano trovò veramente sotto le armi. Negli Ospedali erano mandati, come truppa, degli analfabeti, tanto che i medici che avevano bisogno di essere assistiti dovevano necessariamente cercare di imboscare qualcuno. Solo che Romano che cerca di imboscarsi, specie dopo le grandiose offerte di aiuto fattegli dal Maggiore, comincia a vivere meno di riflesso rispetto a quanto fanno gli altri per utilizzarlo ed ottenerne i servigi. Egli, una volta che si rende conto che può renderne anche dove vuole lui, lo fa, cerca, non si sente impegnato dalle altrui promesse. È un modo reale per non soggiacere agli altri e purgare il proprio atteggiamento da una errato senso della sudditanza. Purgatorio, come si vede, ed anche assistito dai Santi che hanno la lebbra e devono essere risanati. Questo servizio che decide di fare ha una carica simbolica eccezionale, riferito a se stesso, perché, togliendo la lebbra a quei dipinti e restaurandoli nel loro aspetto, sarà come se veramente lo stesse facendo a se stesso. Appunto: la potenzialità esatta del Purgatorio… 69. Per il Colonnello Festa, fu come un invito a festa. La cosa strana, in questo servizio militare e che a Romano toccano cose attinenti alla sua arte. Anche questo colonnello, che ha in corso una questione con Renato Rascel in relazione alle canzonette, che anche Romano scrive, non sembra casuale.
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La pulce lavorò, così Romano si vide invitato a casa sua e fece un bel ritratto alla figlia molto, molto carina, poi iniziò a servirlo come scritturale, uno che gli preparava gli esami obiettivi e le anamnesi dei militari che entravano. Dopo un mese ebbe una lunga licenza di convalescenza e gli fu detto come rientrare in ospedale alla fine di questo periodo. Lo fece. Rientrò. Aveva iniziato da poco più d’una settimana un nuovo turno d’un mese cui sarebbe seguita altra convalescenza, quando, di punto in bianco, tutti gli imboscati dell’Ospedale di Milano furono mandati via. Il direttore aveva deciso questo provvedimento perché un architetto che Romano conosceva, sposato, arruolato, trasferito a Milano per via della famiglia, non contento, si era fatto ricoverare all’Ospedale e scavalcava il muro la sera, tornando a casa 70. Era stato sorpreso dai superiori, che molto avevano protestato con il Direttore dell’Ospedale e costui, a scanso di grane, aveva sgomberato l’ospedale da tutti coloro che vi esercitavano in modo anomalo. Romano fu uno di questi. Gli furono dati cinque giorni di convalescenza e poi il via per Vercelli. Decise che doveva giocare la carta di Cremona. Prima si recò a Vercelli e finì il ritratto alla fidanzata del Capitano Zarra, poi rientrò a Cremona e, di prima mattina, era stato nuovamente messo in partenza per l’Ospedale di Milano. Decise che, se non si fosse fatto vedere, la faccenda era forse troppo sporca. Così, con in mano la base del ricovero, si recò dal suo comandante dell’ufficio Oatio. Quello, quando lo vide con i documenti di ricovero in mano, quasi ebbe un colpo. Glieli strappò e chiamò immediatamente il suo collega di Vercelli, affinché inviassero fulmineamente una camionetta, a prenderselo in consegna. Ci volle lo spazio d’una sola ora e un’ora ancora più tardi eccolo a Vercelli, a tu per tu con quel Maggiore che gli aveva promesso un trattamento di riguardo. Fu terribile: “T’avevo promesso, ma tu hai voluto fare il dritto. Dimenticati di Milano!”. Per sua fortuna il Capitano gli era amico e l’accolse in fureria, ove fu trattato bene. Il Medico lo mandò a chiamare e gli raccontò che, per tutto il tempo che era stato via, aveva dovuto quotidianamente sorbirsi le avvertenze del Maggiore: “Lì c’è uno così e così… Guai a lei se, quando torna, lo manda all’ospedale!”. Massima fu allora la sorpresa di Romano, quando, pochi giorni dopo, lo stesso medico lo mandò a chiamare e gli annunciò che l’indomani lo avrebbe mandato all’ospedale, senza che nemmeno egli avesse marcato visita. Agitatissimo, il medico si sbottonò ad uno ad uno tutti i bottoni della sua divisa: “Vedi il mio torace? Io non dovrei essere qui! Invece sono qui e devo lottare ogni giorno con gli abusi di questo maggiore, perché vi sono malati che devono essere ricoverati ed egli si oppone.” 71
“Allora mi sono stancato – proseguì il medico – Sono andato a lamentarmi a Torino, dal Generale di Sanità ed egli mi ha detto che, appena si rifiuta di mandare uno solo all’ospedale, me lo faccia mettere per iscritto, nero su bianco e poi se la vedrà con lui… Perciò io ho deciso di mandarci proprio te!” 72 Romano gli osservò che sarebbe stato difficile che il Maggiore accondiscendesse. Tra l’altro egli non stava neppure male… Faceva nulla! Egli ve lo mandava. Avrebbe desiderato che quegli si opponesse e lo mettesse per iscritto. Solo il livore che aveva contro il Nostro Paperino poteva convincerlo ad un rifiuto scritto, e il medico ci sperava e molto. Invece il Maggiore non volle opporsi per iscritto, ma ordinò che gli fosse preparata la camionetta per l’indomani, giacché sarebbe andato a Torino egli pure, là dove andava Romano. Costui si intimorì: egli stava bene, non aveva più nulla e, sotto le armi, chi finge mali, che non ha, rischia perfino una reclusione a Gaeta. La mattina dopo il Nostro Paperino era lì, a Torino, al primo piano della palazzina in cui era stato ricoverato e vide un generale attraversare il cortile, venire a quella volta, salire a quel piano ed entrare nell’ufficio direttivo. Ebbe paura, si sentì come colto in flagrante… Ma fu l’ultima paura. Non era quello che temeva e mezz’ora dopo, rispondendo ad una delle domande trabocchetto, del tipo “C’è qualche architetto…? Bene, va a pulire il cesso!”, si ritrovò a dirigere l’allestimento della mostra della Sanità al padiglione del Lingotto, per quanto riguardava la Marina, l’Aviazione e l’Esercito, che presentavano un loro stand che facevano preparare all’ospedale, trattandosi di Sanità. Andava al Lingotto vestito dei panni militari e il Maresciallo del minuto mantenimento gli consigliò d’indossare gli abiti civili spiegandogli: “Non sta bene che questi generali sappiano che tu sei un ricoverato; è meglio che sappiano che sei un architetto civile.” Così costoro lo chiamavano: “Architetto, scusi, facciamo così o cosa?”… Ma se avessero saputo che stavano assumendo un comportamento così sottomesso nei confronti d’un semplice soldato imboscato, non avrebbero usato questo tono. Il Direttore dell’Ospedale di Torino, l’anno successivo, sarebbe andato in pensione e desiderò lasciare un ricordo, sostituendo l’alloggiamento del corpo di guardia al passo carraio, che era in legno, con uno in muratura. Occorreva un progetto, lo commissionò e Romano l’eseguì. Egli allora pregò il ricoverato di ritornare, alla fine dei due mesi di convalescenza che gli avrebbe dato. Ma come fare? Quando il reggimento in cui si ha stanza è sulla linea ferroviaria tra l’ospedale e la residenza civile, si deve rientrare al corpo. Vercelli era ben sulla linea Milano-Torino. Il Direttore suggerì a Romano di pensarci e la soluzione fu trovata.
70. Romano conosceva l’architetto Marinoni, che scavalcava il muro, perché aveva giocato a calcio con lui. Questo caso, relativo alla punizione per chi in sostanza faceva come stava facendo lui, fu una sorta di intervento atto a fargli considerare che il comportamento che stava tenendo era molto sopra le righe. E, come era giusto, fu punito, mandato via egli pure da dove era tornato, stavolta per vie traverse.
72. Osservate il destino. Romano doveva cominciare un militare sui generis, e parte da ammalato, avendone i presupposti… ma non va: non lo ricoverano. Viene ricoverato allora quando sta quasi bene. Ed anche adesso, che sta benone e che ci sono tutte le condizioni avverse a che egli torni in ospedale, la situazione evolve proprio nel senso di farcelo andare a tutti i costi, anche se egli non aveva marcato visita. Una volta che entra nell’Ospedale di Torino completa il giro di tutte le sue specialità, aggiungendo l’architettura e poi anche un incarico di docenza e l’incontro con chi subisce il suo fascino e si innamora di lui. Questo è veramente il Purgatorio per chi, come lui, deve ritrovare l’adattamento in tutte le cose che fa.
71. Anche questa figura, di un medico rivedibile che fa il suo dovere contrasta con l’atteggiamento di Romano, che aveva cominciato a badare ai suoi interessi. Sembrano casi emblematici, messi a bella posta.
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Amodeo scrisse a suo padre, Gino, che era Direttore didattico a Lanusei, in Sardegna e lo convinse a cambiare residenza alla famiglia 73. Così ebbe la licenza per Lanusei, e vi andò veramente, con tutti i suoi, a passare le vacanze estive assieme al capofamiglia. Trascorse, in estate, alcune settimane, con Giancarla anche a Carrara, ospite di Clara e Guglielmo Benedetti, i nonni di Giancarla e, in quell’occasione, salvò da annegamento Maurizio, il bambino dei coniugi Venturelli, zii della fidanzata. Erano seduti tutti su un pattìno, Romano, ai remi, e di fronte a lui, a partire da sinistra, Renata sorella di sua madre, Giancarla e infine Maurizio, che allora aveva circa 4 anni. D’un tratto Renata si mosse, spostandosi lateralmente verso il figlio e il pattino, troppo carico per resistere a manovre di questo tipo, si inclinò talmente verso Maurizio, che le due donne scivolarono in acqua, spingendo il bimbo in profondità. Romano aveva cercato di fare inutilmente da contrappeso, ma, vista la scena, fece come aveva fatto quella volta in cui suo padre l’aveva preso poi a cinghiate: si tuffò dall’alto di testa, per andare subito in profondità. Raggiunse e superò in un baleno il bimbo che si inabissava velocemente, senza scomporsi, senza respirare, come se, bloccato dall’emozione, seguisse attonito tutta l’improvvisa vicenda, quindi iniziò a sospingerlo verso l’alto, finché lo riportò in superficie in un modo così semplice e naturale che il bimbo pensò fosse avvenuto tutto da sé. Quasi nessuno aveva avuto neppure il tempo d’accorgersi dell’accaduto; nemmeno Renata che, non sapendo molto nuotare, stranamente non si era neppure preoccupata per il giovane figlio, ancora più inesperto di lei. La morte è certe volte così, ti passa accanto e neppure te ne accorgi, neppure gli dai peso. Ma se il Nostro Paperino, del cartone animato di Dio, guidato dal suo istinto, non avesse presagito quanto stava per accadere, quel giorno sarebbe stato fissato a fuoco nella mente di tutti. Si potrebbe credere che la gente, scampato un simile pericolo mortale, poi se ne ricordi… No, non accade. Un pericolo scampato passa nel dimenticatoio, al punto che non ti resta dentro neppure un bisogno, eterno, di riconoscenza e di gratitudine, per chi ha fatto solo il suo dovere, ma intanto quel gesto ti ha salvato la vita, oppure l’ha salvata a tuo figlio.
Finiti i due mesi di vacanza, Amodeo rientrò a Torino per la visita di controllo e per costruire quanto aveva progettato per l’Ospedale militare di quella città. Non potette farlo, perché, appena entrato all’Ospedale, il Maresciallo del Minuto mantenimento andò a trovarlo. Gli spiegò che aveva bisogno d’aiuto, per la sua figlia che era stata rimandata in fisica, all’esame di maturità… Se ne intendeva egli, di fisica? Si, se ne intendeva, ma gli rispose che era lì a costruire l’opera prima progettata. Ebbe, per risposta, che lo avrebbe imboscato nell'imboscamento. Non avrebbe fatto sapere al Direttore che egli era arrivato e, per la costruzione, ce la faceva da solo. Invece serviva un docente di fisica alla figlia e questo non poteva farlo lui. Amodeo acconsentì, e si trovò davanti una ragazza bellissima, che si innamorò di lui e si mise, con tanta lena, a studiare la fisica che, dopo un mese di preparazione molto accurata, lei superò l’esame addirittura con un 8. Potenza dell’interesse affettivo! Oh, non crediate che Amodeo abbia fatto lo stupido con lei! No, seguitava a pensare, con tanta buona volontà e trasporto, alla sua Giancarla. Lei non gli chiudeva la mente, non l’imprigionava in un amore strappato a forza di baruffe e tormenti, in atteggiamenti che poi non si sa se sono frutto d’amore o d’orgoglio. Giancarla era, per lui, proprio un affetto, così sicuro, che gli aveva spazzato via ogni bisogno d’averne un altro. Alla fine di questo periodo di strana docenza, lasciando un cuore alquanto infranto, ma promosso, Amodeo ebbe un ultimo mese di licenza di convalescenza e, nell’ottobre del 1966, terminò questo stranissimo servizio militare offerto… a chi gli serviva, più che alla Patria. Aveva dipinto, progettato, restaurato, diretto, rotto cuori e rotto anche, una volta per sempre, tutti gli schemi del perbenismo che lo avevano ingabbiato fino a quel punto. Senza, con tutto ciò, sentire d’essere divenuto disonesto. Si era semplicemente adattato alle circostanze e si era dato a chi aveva veramente più bisogno di lui, senza mettere in secondo piano i suoi interessi. La vita gli aveva consentito di trovarsi, a tu per tu, con persone importanti ed autorevoli, dell’apparato militare e le aveva potute tutte demitizzare e trattare quasi alla pari. L’ostacolo che Romano Amodeo avrebbe dovuto superare nella vita, era, infatti, in questa fase della sua costruzione personale, che il fascino indotto nei superiori e nei maestri in genere, non ingenerasse, in lui, alcuna inibizione: egli non avrebbe dovuto averla nei confronti di nessuno. Doveva purgarsi da questi difetti, e questa è per lui la fase giusta della sua vita, in cui, invertendo le precedenze, ritrova nuovi equilibri. Altrimenti non sarebbe mai divenuto capace d’affermare, con forza, insistenza e perseveranza, un’idea propria e del tutto nuova, rispetto a tutte quelle antiche e ben collaudate, della scienza ed anche della stessa Chiesa. Dall’anno della sua bocciatura, aveva cominciato a subire l’influsso dei maestri che potevano stroncarlo; e l’avevano fatto… ma solo nel momento del potenziale Inferno, per lui. Aveva cominciato a farne dei miti, delle persone con le quali sarebbe stato particolarmente difficile convivere. Per smantellare tale condizione, la prima tappa importante fu proprio questo periodo, sottratto alla vita normale, in cui era riuscito a navigare, secondo un piccolo cabotaggio, tra molte persone autoritarie ed anche prepotenti, trovando il modo di farsi rispettare per quello che egli era. (Questo testo, finito a pag. 150, è nel mezzo del cammino +300: della sicurezza di sé).
73. Anche questo del cessare di risiedere a Milano, toglie di mezzo anche il legame con il luogo del suo inferno, quel suo essere in “Mi là no!” io la no (all’Inferno)……. per carità di Dio. Comincia a risiedere a Lanusei che è davvero un venir via dall’Inferno: Là nun sei, non ci sei più… all’Inferno, sei nella bellissima Sardegna. Queste questioni di residenze, puramente simboliche, si rivelano simboliche anche attraverso le esigenze che suggeriscono a Romano che, se vuole avere delle licenze, deve andar via da dove abita. Come mai tutta questa esigenza? Deve fare una cosa importantissima: salvare la vita a Maurizio Venturelli. E perché proprio a lui? Lo si vedrà e capirà con il tempo: la vita di Maurizio sarà condizionata tutta da Romano, che, dopo di avergli salvato la vita, sarà anche il tramite delle sue future nozze. Accade questo per la Provvidenza buona di Dio che sa molto bene come la storia di Romano con Giancarla Scaglioni occuperà solo uno scaglione della vita, poi dovrà venire Venturelli ad aver cura di lei e niente ci sarà di più degno di quanto accada nel Purgatorio che sia Romano a farsi perdonare nel momento che questa è la condizione attuale che sta vivendo, salvando per Giancarla la futura salvezza ed aiuto per lei.
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La sicurezza in se stessi, nella vita, è una lenta conquista e, per ottenerla, bisogna certamente rovesciare l’ottica precedente, se ti aveva messo in difficoltà.
Capitolo 18
Anche Benito, a dimostrare che, in un certo verso, era entrato anch’egli in questa fase di riappropriazione della personale autonomia ed indipendenza, si era finalmente deciso ad aprirsi nei confronti dell’altro sesso. Era stato in Francia e n’era tornato con la novità di Claudette, una ragazza che cominciò a frequentare o, meglio, da cui iniziò ad esser frequentato. Quel periodo d’un anno, nel quale Amodeo si era staccato da tutto, lo staccò in parte anche dal Fratello, che aveva cominciato anch’egli ad emanciparsi. Claudette sarebbe venuta alcune volte a trovarlo, negli anni a venire. Era una ragazza alquanto chiusa, probabilmente con qualche problema esistenziale.
Il Direttore e i suoi due figli
Tornare a casa nell’ottobre del 1966, dopo il militare, seppure fatto così come lo fece Amodeo, avrebbe dovuto determinare un periodo di riadattamento… Per Romano non fu così. Quel periodo d’estremo adattamento, in cui si era barcamenato tra il compito e la sua violazione, costituirono la base d’una svolta decisa: da quel momento pensò ad affermarsi, a chiudere, uno dopo l’altro, tutti i buchi che esistevano nella sua vita, così come aveva fatto con i Santi affissi alle pareti dell’Ospedale Militare di Baggio. Attaccò l’università finalmente con decisione. Che caspita? Solo loro, approfittando della sua mansuetudine, avevano fatto di lui tutto quello che avevano creduto di poter fare, impedendogli di sostenere esami e con molt’altre ingiustizie, che avevano portato ad una vita universitaria lunghissima. Quello che aveva fatto, soprattutto, all’università, ed ininterrottamente, era stato di giocare al calcio, nei “Brocchi” d’Architettura, vincendo anche il campionato, in un anno. Quando riprese i corsi e s’iscrisse in ottobre al quarto anno, la sua antica squadra era in altre mani e allora divenne il capitano d’una nuova formazione che egli mise in piedi tra gli studenti d’Architettura. Si chiamava de’ “Gli assenti” proprio in quanto egli si sentiva assente rispetto alla sua vecchia squadra cui aveva come appeso il cuore, ma che ormai era stata interamente rivoluzionata. Il fondatore, Enrico Panzeri, si era laureato e aveva passato a lui il testimone, ma Amodeo poi era partito militare all’improvviso, non lasciando le consegna a nessuno, tanto che se Alberto Gambel non avesse preso l’iniziativa, la squadra si sarebbe sciolta. Alberto vi portò la linfa, tutta nuova, dei suoi amici, alcuni veramente bravi, tanto che quando Romano tornò, non giocava nei Brocchi più nessuno che egli conoscesse. Una parte dei cosiddetti vecchi la recuperò per gli Assenti, ma occorrevano rinforzi, ad evitare che, in aggiunta al nome, fosse poi anche una squadra di secondo livello. Per agire ben e in modo efficace, bisognava esser presenti, soprattutto nell’inizio dell’anno, quando gli studenti partecipavano alle prime assemblee e le matricole non si erano ancora accasate nelle rispettive squadre, ovviamente ragazzi che sapessero giocare, perché partecipanti ai campionati nelle varie categorie che esistono in questo sport. Si era a ridosso del 1967 e già l’aria che si respirava, nella facoltà d’Architettura, era quella del famoso e rivoluzionario ’68. C’era in corso un’Assemblea, affollatissima, e Amodeo si mise, con il taccuino in mano, a prendere nota di chi fosse disposto ad iscriversi tra gli “Assenti”. Ad un certo punto uno dei capetti di sinistra, che dirigevano l’assemblea e che stava tuonando fuoco e fiamme contro i padroni, che sempre rubavano e in favore della necessità d’una nuova risposta, della classe operaia, interruppe ciò e ironizzò: “C’è un signore che gira, con taccuino in mano e chiede, pensate un po’, se uno sa giocare al pallone! Se costui ha qualcosa da farci conoscere perché non viene a dircelo qui?” Amodeo non se lo fece ripetere, piombò tra loro e, preso il microfono, tenne una conferenza sullo sport calcistico al Politecnico.
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“Qui non si fa solo politica, si gioca anche al calcio!” Datogli il microfono, in segno di sfida, si erano subito pentiti, perché egli non lo mollò più se non quando lo credette, prendendo in modo così netto la distanza, con tutti loro, che se ne sbalordì egli per primo. Era entrato veramente nel Purgatorio di tutti i suoi comportamenti precedenti, prima eccessivamente osservanti delle altrui volontà, anche quando erano palesemente idiote... Si stavo come risvegliando! Si accorse che la rottura, avuta in quel servizio militare così sui generis, aveva giovato in un modo infinito al suo senso di sicurezza. Ripensò a com’erano state diverse le situazioni dieci anni prima, quando era soffocato, e non riusciva a trovare un solo spiraglio al suo bisogni di libertà e d’indipendenza. Strinse amicizia con Giorgio Raffaelli, uno studente anziano come lui ed altrettanto disadattato, ma altrettanto, anche, sicuro di sé… nel Purgatorio egli pure. Formarono assieme, loro due, un gruppo in Composizione Architettonica, così affiatato e così soddisfacente, che divenne uno dei gruppi piloti del corso tenuto dalla Franca Helg. Raffaelli era un filosofo, a modo suo, del “tutto è possibile, vediamo in quanti modi è possibile”. Amodeo era un impulsivo, che si avventava su ogni prima occasione e non se ne faceva lasciare una, senza essersi mosso. Tanto era avventato e determinato il secondo quanto era prudente ed inconcludente il primo e l’uno contemperava l’altro in modo ideale... il Purgatorio seguitava a correggere le brutte abitudini, perfino nel temperamento.
Con la prosperità indotta dalla capacità di quegli imprenditori, l’ingordigia della classe operaia era divenuta eccessiva ed aveva strappato percentuali del dividendo che avevano messo in crisi una macchina che aveva prodotto sempre più reddito e benessere a tutti, finché le risorse, restate in mano agli imprenditori, avevano consentito crescita dello sviluppo. Poi, dopo aver provocata la crisi ed avere assistito al fallimento che sempre tocca a chi è ingordo, ora costoro ne accusavano gli imprenditori. Era soprattutto l’accusa qualunquistica, che portava ad un netto scontro ideologico, quello che non andava proprio a genio ad Amodeo. Occupazioni dell’Università si susseguivano ad occupazioni. E qual era la motivazione? Cose giudicate fumose, da Romano, disordinate, tese solo al disordine fine a se stesso. Non si sbagliava: in quegli anni una certa sinistra stava pensando giunta l’ora di sovvertire l’ordine, attraverso il terrorismo. Vedete come questo libro è un vero Codice dello Spirito? Alla pagina 154, che, per il senso dei numeri, mostra nel 54 l’indice della realtà oggettiva 3×3×(3+3) e in 100 il suo pieno avanzamento della presenza, risulta descritta tutta la realtà oggettiva e vera delle cose, secondo l’idea comune. Sentivi ragazzi che ti sembravano per bene esaltarsi, con ideali più grandi di loro ed irrealizzabili; facili preda dei furbi, che poi sempre sono dietro e mandano avanti e allo sbaraglio i più ingenui, a fare il lavoro sporco. Amodeo si era finalmente rotto all’impaccio che, per anni, lo aveva preso, e cominciava a rispondere a modo suo, libero, senza subire i fascini di cui ora vedeva vittima gli altri, che facevano, tutto intorno, molti proseliti nelle varie direzioni, di sinistra e di destra. Era pronto, finalmente, a svolgere il suo libero ruolo, finalizzato alla costruzione della sua famiglia piccolo borghese, degli affetti umani, con le modestissime – se non nulle – finalità spiccatamente religiose.
Le cose si complicarono quando, a Romano e Raffaelli, nel 1967-68, mentre era iscritto al quinto anno, si aggiunse Romano Gozzi, che era tornato, a sua volta, dal servizio militare ed era stato assieme al Raffaelli durante il servizio d’Amodeo. In tre le cose non funzionavano più a dovere e il terzo, a turno, s’inframmetteva, impedendo la conclusione, rigorosa, della discussione a due ed aprendola a nuovi temi. Il tutto diveniva molto, molto più lento e meno efficace nella correzione, ma apriva a nuove situazioni, evitando l’eccesso nelle conclusioni, seppure a due 74. Alla Facoltà d'Architettura le cose erano profondamente cambiate, con il passare degli anni. Il nuovo clima aveva messo molta paura addosso a molti docenti e si cominciarono a sostenere esami di gruppo, in cui c’erano anche accozzaglie molto numerose, in cui i leader erano capetti politicizzati, che assicuravano, per sé e gli altri, il passi e il via libera, con un voto spesso politico. Romano non vi prese parte, tenne sempre distante la sua adesione al famoso ’68, di cui non condivideva la prepotenza, l’accusa generalizzata a chiunque si fosse dato da fare, nella vita, per organizzare gruppi di lavoro. Pensava che la classe operaia, senza le odiate fabbriche e gli odiati imprenditori che avevano pilotato il miracolo economico italiano, avrebbe seguitato a fare la fame.
74. Sembrò una perdita di tempo, ma non lo fu. Il nuovo arrivato era assistito egli pure da San Romano e presto fece lega con lui, determinando una tale fusione di intenti che produsse un salto di qualità e Romano Amodeo cominciò a sentire prossima la fine della sua preparazione.
“Il Paradiso?” “Lo vedremo a suo tempo… Più tardi che sia possibile, prego!” “Gesù?” “Una figura straordinaria, peccato che troppo lontana dalla verità della vita, troppo utopica, purtroppo utopica! Sarebbe meravigioso se fosse come dice lui, ma è meglio imbrigliare la libertà dei cattivi e impedire con la forza di farlo a chi cerca di darti uno schiaffo.” “La famiglia?” “Sì, l’unica oasi in cui è possibile comunicare l’amore, ed io voglio realizzare quest’oasi nella mia famiglia.”
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Capitolo 19
Il tasso del mutuo era fisso e, considerata l’inflazione galoppante che c’era, si poteva prevedere che quelle case, dopo cinque anni, avrebbero avuto un debito residuo d’una decina di milioni, mentre sarebbero valse più di cento. Conveniva acquistarle, come era convenuto dargli il latte trent’anni prima, perché così si preservava la salute di tutti anche se fisica allora, ed economica ora. Si stipularono così i due contratti e si attese l’inizio dei lavori.
Il Paradiso nell’amore per la propria casa.
Era il 1968. Finito il completamento della sua persona ideale e borghese, ora Romano poteva passare a definire il suo ruolo e a mettere su la casa dei suoi affetti personali. La prima cosa a cui si accinse fu la determinazione a trovare per la sua prossima famiglia il luogo in cui vivere, poiché mancava poco, ormai, alla sua laurea di Architetto. La soluzione, anche per la sua casa, come per la sua vita, venne da entrambi i suoi due genitori: non a caso erano soci separati, fin dai lontani tempi di Salerno, d’una cooperativa di case ai maestri, l’Incam, che stava realizzando un piano edilizio in Via Lattanzio 75. Essendo due i soci, potevano essere acquistati, a riscatto, due appartamenti. Romano si avvalse della quota della madre e scegliere per sé il più grande che c’era, di 150 metri quadri: esso sarebbe restato intestato a sua madre, essendo solo lei la socia. Cercò di convincere la sua famiglia a fare lo sforzo per acquistarne anche il secondo alloggio, che sarebbe stato acquistato a nome del padre, per potere stare vicini. Affermava che avrebbero potuto affittare quello di Viale Omero, ormai quasi del tutto riscattato, e che, con i soldi dell’affitto, pagarsi il mutuo della casa nuova. In modo tale non avrebbero speso danaro per comperare un altro appartamento e sarebbero stati tutti vicini. Gino non era molto convinto, Anna era più favorevole. Chiesero più di una volta a Benito che cosa ne pensasse, cosa desiderasse, ma egli non rispose: facessero loro. Romano li convinse: era un affare troppo evidente, per rinunciarvi: si anticipava solo il 10% e il 90% rimanente sarebbe stato un mutuo Cariplo pagabile in 15 anni. Fu come per il latte: il bimbo dava dolore a poppare, ma anche stavolta ebbe ragione la sua esigenza, ora di quello stesso bimbo che voleva che le due famiglie restassero unite. 75. Nel 1968 inizia l’ultima fase dei primi 33 anni della vita di Romano, tutta occupata dai ristretti obiettivi della realizzazione della casa dei propri affetti. I primi 30 anni, come per Gesù, anche per Amodeo furono solo una preparazione. Appena cominciò a pensare alla sua casa si ritrovò come il Gesù che aveva cominciato a pensare alla Casa del Padre. Il 1968 è 24 nella somma delle cifre, ed indica che il giorno è compiuto. Sarà anche per Romano Amodeo un periodo che durerà poco meno di tre anni, quanto il periodo che avrebbe dovuto avere la sua vita reale, di un bimbo morto a due anni e mezzo, per broncopolmonite. I nomi che cominciano a ricorrere sono quelli che già ricorrevano nel primo periodo della vita, in cui si parlava dell’allattamento e dei traumi che portavano alla mamma, che soffriva di mastite. Ora il problema non è il latte, ma Via Lattanzio, si è passati dai problemi della persona a quelli delle case della famiglia. E vedremo come stranamente Benito, che nel primo momento della vita della famiglia non era ancora nato, si estranierà dalle discussioni riguardanti via Lattanzio. Per la stranezza che esiste nella vita di Romano, nel 38-40 Mariannina dette il latte a Romano e nel 1968-70 gli dette Via Lattanzio, pagando l’acconto di una casa proprietà del figlio e intestata a lei. In questi due anni e mezzo di vita, dalla metà dell’68 a tutto il 70, Romano portò veramente in porto il progetto della sua casa… della mamma: l’acquisterà si laureerà, si sposerà, assumerà “il posto sicuro”. È un periodo, poggiato su tutti i valori ideali, che si chiuderà quando sua moglie deciderà di non seguirlo più nello sforzo fatto da lui e lo lascerà solo, arrivando poi, idealmente, a dubitare di amare lui.
La seconda importante tappa fu raggiunta ai primi mesi del 1969, quando Romano si laureò. Per superare tutti gli esami d’un corso di laurea di soli cinque anni, ne aveva impiegati la bellezza di 12, ma erano state tante esperienze così libere che ora giocavano tutte a suo favore, con tutti gli amici e le conoscenze che aveva fatto in tutti i campi 76. Cominciò a lavorare, assieme a Romano Gozzi che a Lodi aveva del lavoro e non poteva assumerlo e condurlo avanti per se stesso, non essendosi ancora laureato. Uno di questi era uno stand ad una delle tante fiere nei padiglioni della Campionaria di Milano, eseguito per la ditta Sordi, che, come se non c’entrasse nulla, produceva macchinari per il trattamento del latte, primo alimento dell’uomo. 77 La terza importante tappa fu il matrimonio. Si sposò il 4 giugno del 1969. Romano quasi non si accorse che stava per sposarsi, perché finì solo la sera precedente di allestire quello stand. Tutti i preparativi erano stati portati avanti, con molta capacità, dalla sua Giancarla. Alla mattina seguente si alzo e costatò, come se niente fosse: “E oggi mi sposo.” Erano trascorsi sei anni di fidanzamento.
76. Nella vita di questo figlio naturale della Madonna, la sua laurea dopo 12 anni di occupazione secondo la logica corrente della Scuola corrispose a quel riconoscimento acquisito presso il riconoscimento dato a Gesù dai suoi 12 apostoli, interamente costruiti nella logica umana. Marco era addirittura un esattore delle tasse. Al Gesù che si muove nel suo spazio e nel suo tempo, assieme ai suoi 12 apostoli per la costruzione del Ragno del Padre, corrisponde il Romano, difensore del cristianesimo terra terra, che si muove, nel costruire la casa dell’uomo, forte dei suoi 12 anni spesi per averne la capacità. Come Gesù avrebbe dovuto appoggiare la sua riuscita a quanto avrebbero fatto poi i suoi 12 apostoli, animati dalla Sua luce, così Romano avrebbe dovuto appoggiare la sua carriera umana di architetto sul risultato relativo ai 12 anni di preparazione, animati dalla sua intelligenza. 77. Anche a questo riguardo, l’attività di Romano comincia tramite la coppia di due soggetti di nome Romano, dei quali uno è abilitato e l’altro non ancora. E fu un segno evidente del fatto che quello cui Romano si accingeva era ancora secondo una ottica dimezzata: avrebbe pensato a fare i sordi (il denaro) lavorando per la Ditta Sordi. Ma il Destino è chiarissimo. Questa ditta era intenta all’alimentazione base dell’uomo e le risorse ottenute da Romano erano da destinare alla sua famiglia. Le cose saranno inoltre messe dalla Provvidenza di Dio in un modo così concatenato come se anche il suo matrimonio rientrasse nello stesso argomento: il potenziamento economico per se attraverso un’attività di promozione per la vita umana di tutti coloro che dovranno assumere l’alimento base per vivere. Questo Romano, nei panni di un figlio naturale di una madonnina umana, si preoccupa di quello che preme a tutti: le risorse economiche derivanti da Mammona, Dio Denaro che al momento la fa da padrone, ma il fine ultimo è la bontà, la raffinazione del latte.
157
158
157 indica tutta la quantità 100 (il “centuplo quaggiù”) in pieno movimento reale (50) e nel massimo della libertà a 3 D del volume (7). È un numero importante per la libertà reale in moto e Romano si sposa a pag.157.
158 presenta con 8 il nuovo assetto complesso (da –4 a +4) di tutta la realtà in moto reale. La pag.158, coerentemente, presenta il viaggio di nozze.
Il matrimonio avvenne nella Basilica di S. Eustorgio 78, a porta Ticinese e poi, come tradizione in tutti gli sposi di Milano, anche Romano e Giancarla si recarono nella “Chiesa degli sposi”, in corso Italia, nella quale già anni prima si erano travati per sposarsi da sé e davanti al solo Dio. Fu per loro come se fosse avvenuta una conferma, autorevole, di quella che era stata prima solo una loro pia intenzione. Al prete che gli chiedeva se voleva egli prendere in moglie la qui presente… egli rispose, molto sicuro di sé: “Si certo!” (Romano avvertiva l’assoluta certezza del gesto libero). L’intera cerimonia delle nozze fu ripresa privatamente con una telecamera, ma il destino avrebbe macchinato a togliere di mezzo ogni sua traccia, molti anni dopo, quando i due sposi, rivedendola, avrebbero potuto voler comportarsi differentemente da come avrebbe imposto loro, autorevolmente, la Provvidenza di Dio. Il pranzo fu in un bel ristorante, collocato in una traversa di piazzale Lotto. Erano ospiti tutti i comuni amici. Ad un certo punto lo zio Carlo Amodeo, che era divenuto cieco da anni, volle parlare agli sposi e salì su una sedia, pur essendo cieco, per essere più alla vista di tutti 79. Augurò fortuna, disse che conosceva Romano e si aspettava grandi cose. Dopo le nozze Luigi Amodeo pianse, tra le braccia di sua moglie: “Ho perso un figlio”. (Anch’egli avvertì il libero mutarsi nella realtà spirituale del figlio: aveva assunto la sua famiglia). Tra le persone che mandarono un presente e non presenziarono, per quanto invitate, ci fu Anna Badari, che regalò una lampada rossa.
Partirono per il viaggio di nozze con la Citröen, la famosa DS chiamata Lo squalo. Passarono la prima notte di quel matrimonio (donato ad un bimbo che non avrebbe dovuto neppure esserci, avendo nel suo destino umano la morte a due anni e rotti) a San Donato. Qui gli fu donato anche un episodio altamente simbolico e significativo di quello che sarebbe stato il loro matrimonio. Carichi di valige si recarono davanti all’ascensore. Per entrare fu data la precedenza alle persone ed entrò Giancarla, entrò Romano, che si girò immediatamente per prendere le due valigie piene di tutto, denaro, vestiti… ogni cosa. La “macchina” non lo consentì: le porte si chiusero immediatamente, senza che essi riuscissero a riaprirle per recuperare tutti i loro averi. L’ascensore iniziò a salire. Lo bloccarono. La cabina si fermava, ma non accettava di invertire il senso della marcia. Dovettero allora decidersi a pazientare, affinché le loro due persone, lasciate del tutto senza mezzi, facessero tutta la loro corsa verso l’alto, trascinati da quel movimento inarrestabile e, solo giunto al culmine, riprendesse a scendere. Avevano una grandissima paura che le due ghiotte valige facessero talmente gola a qualche mariolo da non ritrovarle più, visto quanto tempo era ormai trascorso… Ma quando giunsero nuovamente a quel piano, esse erano ancora là, ed accettarono di rientrare nuovamente in loro possesso 80. In quella prima notte, trovandosi nella camera 22 dell’albergo infine con la sua Giancarlina, la sua bella “Coccolinda” 81 sentì tutta la responsabilità assunta verso di lei: era gracile, esile ed avrebbe dovuto averne una grande cura. Se lo ripromise, nel profondo di se stesso: non l’avrebbe mai tradita e sarebbe stata la sua cara compagna per sempre! Doveva essere un Viaggio di Nozze viaggiante, ma dopo appena due giorni ogni fermata in un albergo si trasformava in una fatica terribile per spostare ogni cosa dall’auto in albergo. Romano cominciò ad avvertire lo stress della guida e di quei forzati traslochi di tutto. Resistette fino a Barcellona. Qui presero un battello per Ibiza. Incontrarono un mare con delle onde talmente lunghe e prese di poppa che la nave beccheggiava terribilmente e tutti cominciarono a stare male, perfino il personale di bordo.
78. Non è un segno da poco. Si tratta della prima basilica di Milano, quella in cui solitamente si recano tutte le Autorità religiose che desiderano avvicinarsi in modo ordinato alla città di Milano: prima di recarsi in Duomo si recano in questa Basilica. Anche la benedizione successiva, nella Chiesa degli Sposi, sebbene ordinaria per moltissimi, per loro fu davvero come il sigillo posto su un atto fatto prima di già e liberamente, come una pura offerta del cuore. 79. Nella vita di Romano tutto accadeva come simboli, di una chiarezza sorprendente, a giudicarli alla distanza del tempo. Un cieco che desidera essere visto, che chiamandosi Carlo è assistito da un Santo che in vita fu estremamente precoce, essendo stato eletto a Cardinale della chiesa ad appena 22 anni. 22 è il minimo della pienezza, in fisica relativa, perché deriva da 1.000:45,454545… ove 1.000, pari a 103 indica tutta la quantità unitaria della massa (i chilogrammi) esistente in tutto lo spazio unitario, e il 45 periodico è quell’eterna tangente che è unitaria, nella trigonometria, ove tg 45°=1. Bisogna che si capisca come i rapporti puri nella fisica lo sono dappertutto, giacché la morale dell’uomo si poggia sulle azioni fondate sulla fisicità. Ritornando allo zio Carlo e al suo messaggio di auguri, esso fu molto di più di quello che al momento sembrò a tutti, perché fu San Carlo Borromeo a comandare quel gesto affinché intervenisse direttamente per un importantissimo auspicio per i due sposi: non avrebbero dovuto perdere l’orizzonte della fede. E quell’evento che era già accaduto, quando Romano aveva avuto compiuto i 22 anni, il concepimento di Maria Teresa a Saronno, era stato per un intervento di San Carlo, che curava molto la famiglia Amodeo, per quello che doveva uscirne: la vittoria del Cattolicesimo di Gesù, divenuta l’unica vera religione su tutta la terra quando la verità scientifica della risurrezione, capita da Romano, sarebbe divenuto patrimonio acquisito da tutti gli uomini. Questo zio cieco di Romano ci vide più di tutti e ritenne di dover mettersi a dirlo da un punto elevato, a rischio di cadere.
80. Fu un chiaro segno! Il Destino li avvertiva che gli interessi si sarebbero presto divisi e che non ci sarebbe stato nulla da fare né altro rimedio possibile se non quello di assecondare gli eventi. Non temessero: anche se dopo arresti e ripartenze, non avrebbero perso nulla anche se avrebbero dovuto attendere il fine corsa. Quel segno fu notato moltissimo da Romano e Giancarla, per la paura che ebbero di aver perso tutto l’occorrente per il viaggio appena partiti e giunti solo a San Donato. Indicava che Romano avrebbe dato la precedenza alle persone e che ciò li avrebbero allontanati dalla ricchezza fino alla morte. Ma dopo di essa avrebbero ripreso il cammino inverso e visto come niente di quanto sembrava passato e finito, lo fosse. Avrebbero ritrovato ogni bene ad attenderli. Romano lo ha capito solo ora che sta rimeditando la sua vita. Giancarla non ancora. Entrambi hanno sempre saputo che tutto il bene vero nessun ladro potrà rubartelo. 81. Giancarla era Coccolinda. La presagiva linda come un cocco, un “uovo oggi”, gratuito (era un bimbo, e non avrebbe dovuto sposarsi), datogli dai SS. Giovanni e Carlo per la sua vita reale. Appare dalle date di nascita: 25.1.38 e 1.11.43. La somma dei giorni è 26 (l’attuazione 25/1 della realtà presente, ¼ di 100), la somma dei mesi è 12 (l’anno), degli anni è 81 (come 34, tutta la realtà spaziale). Maria Teresa Mazzola nata il 16.1.48 sarebbe stata la realtà in moto (l’ascensore), con le somme 41 (che attua il 40), 2 (il tempo) e 86 (90 –4, il quadro sottratto dal reale ascensore).
159
160
159 è lo spazio percorso da 1 punto su 160 (la realtà in assetto complesso. da –30 a +30). Quello che si sposta è il punto di vista in relazione alle cose della vita, ed è così a pag. 159
160 è l’assetto complesso da –80 a +80. E complesso è l’assetto assunto da Romano, descritto a pag.160
Non perché fosse superstizioso, ma Romano, pur nella buona sorte, cominciò ad avvertire subito una grande fatica e anche troppi segni di incertezza e di un presentimento non del tutto favorevole. Si accorgeva di essere fatto in modo insolito. Nei momenti in cui altri erano tanto distesi nella festa e nell’allegria, egli riusciva a captare le note storte e stonate e se ne rammaricava, ci pensava, ne intristiva. Erano vere premonizioni, di cosa ci fosse di sbagliato in quello di apparentemente buono che stava accadendo. Così anche in quel viaggio di nozze. Si accorgeva di risentire troppo della fatica e non avrebbe dovuto essere così. Dopotutto che cos’erano due grosse e pesantissime valige, più altre cose da spostare due volte al giorno, da scaricarle e ricaricarle? Egli odiava viaggiare con la roba. Ricordava con un vero terrore tutte le trasferte fatte da Milano al Sud, sempre stracarichi! Vederselo ora anche come un lavoro forzato, in questo evento che non avrebbe dovuto avere forzature gli appariva una nota altamente stonata e ne pativa l’impatto negativo molto al di là della fatica fisica. In effetti tutte quelle “cose” attaccate alle loro persone erano il vero ostacolo della vita libera. E il dovercisi attaccare così lo metteva in un profondo disagio esistenziale. Così scappò dal programma che avevano fatto, di un viaggio di nozze tutto fatto girando senza meta qua e là e desiderò di cacciarsi in un buco qualunque e di restarvi. Per fortuna sua ogni cosa rientrò nella pace ad Ibiza, dove restarono quindici giorni e fu finalmente la luna di miele che aveva sognato, senza più quegli stressanti tour de forze. Nel momento stesso del successo, cominciarono ad entrare in campo tutte le ragioni della successiva crisi, che molto presto avrebbe fatto azzerare tutta quella straordinaria certezza, espressa da Romano al Prete, sposandosi con quel suo “Sì certo!”, anziché con il semplice “Sì” che dicevano tutti. Questa cosa di sposarsi l’aveva voluta davvero con certezza, ed aveva voluto esprimerla, lì, davanti a Dio, nel momento stesso che prendeva come sposa quella donna. Ma l’aveva voluta anche prematuramente. Infatti, al momento delle nozze, la casa di Via Lattanzio, in cui Romano non avrebbe voluto e dovuto staccarsi da quella sua mamma alla quale doveva, non una, ma due vite, non era ancora ultimata. Per ovviare a ciò i due nubendi avevano cambiato idea e deciso di vivere per un po’ con i suoceri, nell’attesa che la casa di Via Lattanzio fosse ultimata e consegnata 82. 82. Fu la scelta che attuò la contraddizione delle ragioni profonde della sua storia. Fu come se Romano, allontanandosi da Via Lattanzio, si fosse allontanato da quel seno materno che l’aveva allattato con tenacia fino alla fine, pur attraverso tutto il dolore di sua madre. Infatti la famiglia di Romano traslocò da Viale Omero, per stare assieme a lui, ed egli li tradì, andando a stare con i suoceri. Era scattato l’opportunismo. E questo atteggiamento aveva fatto dimenticare tutte le promesse e le aspettative, specie nella mamma di Romano, che gli aveva pagato l’anticipo della casa, che aveva lottato con il marito, che aveva fatto di tutto per restare vicino a quel figlio che, pur se così legato a lei dal destino, per la vita e per la morte, se ne dimenticava. Non fu riconoscente. La durissima lezione che il Signore stava per dare alla madre (riprendendosi la vita di Romano, quando lei aveva tentato di venir meno al suo compito, non volendo avere altri figli), il Signore l’avrebbe data tutta ora a Romano, perché imparasse anche lui. Il suo successo sarebbe durato pochissimo: come quello regolare della vita concessa a lui (prima di esser tolto egli dal mondo, a 2,5 anni). E, per aggiunta, non avrebbe avuto lui i figli che la mamma (per il dolore provocato a lei da lui) non voleva più avere.
Sta di fatto che Romano e Giancarla avevano fatto i loro progetti, dimenticandosi di tutto quanto era stato fatto per loro: lei sarebbe restata a casa, secondo le speranze, appena la maternità ve l’avrebbe costretta, e allora sarebbe stato possibile vivere in Via Lattanzio. Ma fintanto che andava a lavorare a Corsico per lei era più agevole andarci da via Vetere. Sognavano entrambi d’avere figli, ma avrebbero avuto il castigo che Mariannina voleva dare agli altri suoi figli, oltre di lui, che non aveva meritato tutti quei privilegi: così non ne avrebbero avuti. La scelta di andare con i suoceri avrebbe impedito alla coppia di vivere a tu per tu la loro nuova realtà di sposati che avevano costituito la loro nuova famiglia. Quella decisione avrebbe danneggiato entrambi: Romano si sarebbe visto sottratti importanti momenti di attenzione, che erano necessari, soprattutto in un matrimonio in cui non c’era molto sviluppo del lato intellettivo, spirituale, e perciò era difficile il dialogo; Giancarla, seguitando a vivere a casa sua, non avrebbe avuto percepito granché della profonda modifica intervenuta nella sua vita, quando aveva deciso di seguire un uomo nella buona e nella cattiva sorte. In questo caso, tutto all’opposto, era stato il marito che aveva seguito lei e tutto stava diventando pericolosamente equivoco, nell’intelligenza dell’importanza di quanto avevano costruito assieme: una nuova casa. Tornati dal viaggio di nozze, giunti a Milano, ci fu un segno molto evidente in relazione a Via Lattanzio e all’allattamento: la Citröen, che aveva funzionato benissimo per tutto il tempo, si impiantò, davanti alla Centrale del Latte di Milano e dovette essere andata a prendere con il carro attrezzi dell’assistenza 83. Decisero così che era preferibile gestire in modo separato le rispettive entrate. Avrebbero concorso, ciascuno a modo suo, al bene della famiglia. I due neo sposi andarono a vivere al secondo piano di Via Vetere 14 e anche quel nome, vetere, fu un segno, per loro, che i tempi erano non solo maturi, ma addirittura già vecchi, perché avevano cominciato a confondere la loro coppia, evitando di coinvolgersi direttamente tra loro due ed andando a vivere presso la casa del padre, Mario, e non la loro, che pure avevano già ordinato.
83. Questo periodo di 2,5 anni, di successo, ricalca stranamente i primi 2,5 anni che avrebbero dovuto essere tutta la vita di Romano se Mariannina non fosse rientrata in quel ruolo di madonnina umana in cui il Disegno di Dio l’aveva configurata. Può sembrare stranissimo che quest’automobile che non si guastava mai avesse funzionato benissimo per tutto il viaggio di nozze e che, giunta a Milano e di fianco alla Centrale del Latte si impiantasse. Ma qui sembrerebbe di avere un Creatore bizzarro, che agganci i nomi proprio riguardo al Romano bimbo, che va a cercarli, con un atteggiamento così infantile come l’età fatata conservata alla sua mente. Il Latte e Lattanzio hanno in comune solo la stranezza del nome simile. Possibile un Dio che bada a ciò? Ma se Egli vuol farsi riconoscere da un bambino che cerca queste strane cose, Dio vi ricorre, e abbina i nomi travolgendo del tutto i loro tradizionali significati, per cui Latte e Lattanzio, nomi simili, si riferiscono allegoricamente al senso di quell’allattamento doloroso grazie al quale egli era sopravvissuto ed era costato a sua madre. Senza la casa di Via Lattanzio (pagata ancora da Mariannina) la loro avventura nuziale non vivrà, come non sarebbe vissuto senza quel latte… e l’auto è disegnata così impiantata presso la Centrale del Latte.
161
162
161 attua l’assetto complesso 160/1. E l’assetto messo in atto dagli sposi è la divisione descritta a pag.161
162 ripropone i rapporti come 160/2. La divisione attuata è descritta e motivata a pag.162
In via Vetere l’alloggio aveva due camere da letto un soggiorno e una cucina. I suoceri cedettero agli sposi la loro stanza grande da letto, e si sistemarono in quella piccola. Pina e Mario erano pressoché assenti, gestivano il bar al piano terra ed era veramente un impegno straordinario. Esso apriva prestissimo, per mano di lei, Pina e chiudeva tardissimo per mano di lui, Mario Scaglioni. Il suocero era di Rivarolo Mantovano, aveva una sorella, Palmira Scaglioni, chiamata Mira e spostata a Mario Balconi, che abitavano a Milano, in Via Mach Mahon, assieme alla mamma di Mario, Anna, abitante con loro. Anche questa soluzione, per quanto insospettabile, altro non era, per Romano, che la sua eterna condizione: quella di essere nella casa di un Mario, figlio di Anna. Sua moglie era esattamente come lui, figlio di MariaAnnina, tanto che Romano, legandosi a lei aveva in un certo senso come replicato la sua stessa origine anche dal lato della moglie, figlia stavolta di un Mario e non di una Maria. A perfetta riprova di questa situazione esattamente simmetrica, ora era la moglie di Mario a chiamarsi Giuseppina Benedetti 84. Romano assunse il cambio con naturalezza: era accolto bene da una famiglia d’ottime persone, piene di gran rispetto per lui, anche se, spesso, non capivano che cosa egli facesse. Per un mese Giancarla e Romano tentarono di gestire in comunione le risorse portate da ciascuno. Ma la situazione si rivelò subito troppo squilibrata. Da una parte c’era lui che puntava a correre anche grossi rischi, nel bisogno suo di raggiungere il successo al più presto; dall’altra c’era quello di lei, di gestire con oculatezza lo stipendio incassato a fine mese. Se avessero vissuto assieme, nella loro casa, forse si sarebbero accorti di più di essere un tutt’uno, invece, avendo lasciata l’idea di avere una loro casa, già questo portava idee diverse su quanto fosse giusto.
I segni avversi, presenti durante il successo, di Romano e Giancarla, cominciavano a rivelarsi veri: ad un solo mese dalle nozze la nuova famiglia già divise, di fatto, i due compiti e i due rispettivi interessi 85. La pietra dello scandalo, che determinò la divisione dei redditi fu il gioco d’azzardo. Romano, attivando la sua Ragione e il calcolo delle probabilità, aveva elaborato un sistema che giudicava abbastanza favorevole per vincere alla Roullette. Si rendeva conto dell’importanza del denaro e voleva trovare facili scorciatoie per procurarsene. Stabiliti i limiti di tempo e di ricavo che avrebbe dovuto ottenere, si recò a Campione d’Italia, senza dirlo a Giancarla che non l’avrebbe permesso, anche se l’ultima volta, tornando dal viaggio di nozze, passando per San Remo, avevano giocato assieme e vinto, ma solo per la protezione di San Carlo. Infatti avevano già perso tutto e restava solo un gettone. Romano, avendo sempre sentito un forte legame di buona sorte tra lui e il numero 22, aveva puntato allora tutto su quel numero secco, che era uscito ed aveva trasformato in grossa vincita tutta la perdita. Una cosa da non credersi. Avevano molto riso, per quello che era successo: un’altra cosa assolutamente simbolica e che era risultata notevolmente propiziatoria. Era accaduto questo: Romano si era scottato la schiena ad Ibiza e, nel viaggio di ritorno doveva cambiar pelle. Aveva sudato abbondantemente, transitando per la Francia, tanto da decidere che appena avesse visto il mare vi ci si sarebbe buttato dentro. Appena esso apparve, bloccò l’auto e vi si lanciò senza davvero minimamente guardarsi in giro: si ritrovò così a nuotare a lato dell’uscita di una fogna, tra gli escrementi di ogni tipo… uno schifo inverosimile. Poiché c’era la diffusa credenza che “il bagno nella merda portasse fortuna” avevano voluto verificarne la bontà e così, per puro senso dello scherzo, avevano tentato la buona sorte al Casinò di San Remo, appena rientrati in Italia. La fortuna gli venne all’ultimo colpo e grazie al 22, la camera della prima notte.
84. Il lettore ci stia attento. Queste stranissime circostanze, di situazioni così perfettamente ribaltate, indicano che Romano è come imprigionato nella sua Provvidenziale storia: comunque egli si muova o si giri egli si ritrova nei panni di un figlio di Maria. Ce l’ha come mamma e ce l’ha come suocero. E Giancarla è la sua simmetria al femminile, nella condizione umana. La sua è di essere figlia di Mario e Giuseppina (anziché di Maria e San Giuseppe). Per Romano tutto l’aspetto è concentrato nella sola mamma, Maria figlia di Anna (come Mario, figlio di Anna) perché il marito di Mariannina Baratta ha barattato (a modo tutto umano) l’uomo con lo Spirito Santo di un Dio espresso nell’uomo Luigi (dedicato con il Battesimo ad un Santo Re francese) e appartenente ad una famiglia che, per lo Spirito Santo del Puro Destino, dichiara se stessa come: io Amo Dio. Il lettore ci creda: tutto ciò non è a caso. Non è a caso che Giuseppina Benedetti sia figlia di Clara Raggi e Guglielmo Benedetti, ossia di luminosi raggi di luce e guglie benedette, elmo di protezione per l’uomo. Dite: San Giuseppe che cosa fu per la sua umana sposa Maria, se non quanto scritto chiaramente nei nomi dei genitori di Giuseppina Benedetti? Non fu un elmo benedetto per la casa di Gesù? Non fu, con il suo lavoro e la sua comprensione del mistero successo a Maria restata così stranamente incinta, un luminoso comprendere la luce che vi era contenuta? Un’altra cosa, importante anche questa: Mario e Giuseppina erano a servizio del pubblico, per come è possibile agli uomini, quando il luogo dell’accoglienza serve al ristoro e all’uso del tempo libero: un Bar. E, permettetelo, con Baratta centra moltissimo. La parola Baratta indica una persona atta al Bar. È chi è? Può essere solo Romano, questa persona, figlio di MariaAnnina, nel Bar di Mario figlio di Anna. E allora Romano andrà in questo luogo per la pura e semplice forza del Destino, dato dall’infinita Provvidenza buona di Dio, che volge tutto, tutto, tutto… sempre a favore del suo sorprendente disegno di salvezza per tutta l’esistenza. Anche la sorella di Mario, essa pure figlia di Anna, replica la condizione di Mario: lei è Palmira, donna admirabilis, e suo marito è Mario Balconi (presa di luce per quanto è ammirabile). Palmira…vale Giuseppina
85. Romano se ne sarebbe fatta una Ragione logica: presagendo che erano gli anni in cui già San Carlo era stato riconosciuto Cardinale. Ora San Carlo era il protettore di Ioanna Carola, un aiuto misto dato dal Battista e dal Borromeo in forza del Sacramento del Battesimo, evento importantissimo che, attraverso i nomi scelti per chi è battezzato, fa scattare un vero e proprio affido divino, celeste, perché Gesù autorizzò Pietro a “legare e sciogliere” sulla Terra promettendogli che sarebbe stato così anche in cielo. Giancarla e Romano, divenendo “consorti” avevano messo anche in comune i rispettivi Santi protettori. Al punto che San Carlo avrebbe badato a mandargli, dopo la sposa reale e terrena avuta per Sacramento nuziale, anche quella celeste (in Cielo cui le nozze terrene non contano più a “due a due” come limite, ma il limite è esteso ad una condizione plenaria valida per tutti, tutti sposati assieme). La sposa celeste “ideale” per Romano (perché lì ciascuno ha come suo Paradiso il suo ideale) San Carlo l’aveva fatta nascere anche per lui, sulla Terra, facendola concepire dai genitori (e il papà era un Angelo) al raggiungimento dei 22 anni esatti della vita di Romano. Questo concepimento sarebbe stato il dono fatto dalla sposa limitatamente terrestre (Giancarla) a quella terrestre (Maria Teresa) ma che valesse, come consorte, solo nell’idea paradisiaca e celeste di Romano. La cosa impressionante sarebbe stata che le due persone si sarebbero molto assomigliate nella fisionomia del volto e che sarebbero state diverse solo negli occhi. Giancarla li avrebbe avuti “grandi grandi e belli”, Maria Teresa li avrebbe avuti magnetici e tali da sprofondarlo in un vero Paradiso della sua immaginazione, fin sulla Terra, per quel color smeraldo, con lampi turchesi che veramente lo catturavano.
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163 attua l’assetto complesso 160/3 riferito al volume intero. E l’assetto intero messo in atto è la divisione ed il risultato d’insieme che ne derivò, descritto a pag.161
164 aggiunge al 100 che indica tutto il fronte, tutto il 64 che indica il tempo intero del suo moto, 26. Nella pagina, con una coerenza sbalorditiva, c’è la sintesi di questo successo nel tempo intero.
Orbene Romano andò a provare, poco dopo di essere tornato dal viaggio di nozze ed aver vinto allora per pura fortuna. Lo fece per verificare i suoi ragionamenti sul calcolo delle probabilità… una questione quasi scientifica e senza dir nulla a Giancarla. Non era qualcosa che non avesse già fatto con Giancarla, anzi quella volta si erano veramente divertiti tutti e due per come era finita così bene dopo quel bagno di… fortuna. Ce la fece, raggiunse i limiti prestabiliti, ma non se ne accorse e proseguì. Quel sistema fu tenuto in atto oltre i suoi limiti e scoppiò. Perse tutto il guadagnato. Non si affidò a nessuna cabala tipo 22, solo ad una Ragione estremizzata sul calcolo delle probabilità, che gli fece perdere quel poco denaro che si era portato. Era veramente un rischio minimo. Quando però lo disse a Giancarla lei, scavalcata stavolta nelle scelte e presagendo in un modo assoluto tutto quello che sarebbe accaduto nel suo futuro vero, quando Romano si sarebbe affidato ciecamente alla Provvidenza di Dio, stavolta nei rischi relativi al lavoro dell’imprenditore, cominciò a disperarsi moltissimo e in questo modo: “Oh Dio mio, che disgrazia ho avuto: un marito che rischia così i soldi che io guadagno! Io faccio fatica e lui li azzarda dietro calcoli impossibili! Oh come sono stata sfortunata!” La conseguenza secca fu che Romano, da quel momento, decise che mai più avrebbe messo in condizione sua moglie di poter esternare un simile lamento. Tutto quello che lei avrebbe guadagnato a modo suo, facendo l’impiegata, se lo sarebbe tenuto per se stessa e ne avrebbe fatto tutto quello che voleva, esattamente a come faceva prima che lo spossasse. Egli pure avrebbe fatto la stessa cosa. Se aveva queste “fregole” di aguzzare l’intelligenza per spingerla oltre il limite di quello che è possibile prevedere, sarebbero stati cavoli suoi. Se si volevano veramente bene ciascuno avrebbe dato all’altro quello che voleva e come lo voleva fare, nel massimo dell’autonomia decisionale. In sostanza questa libertà fu un attentato contro il loro proposito di formare un vero tutt’uno, espresso assieme. Sarebbe stato ugualmente un tutt’uno, ma se e come ciascuno avesse voluto, quindi il vincolo Sacramentale era scavalcato e la coppia avere attuato un compromesso disdicevole. Tuttavia, grazie a questa libertà singola, se ci vollero 12 anni, per raggiungere una laurea che ne richiedeva soli cinque, raggiunta la maturità e la capacità d’affermare se stesso, Romano Amodeo, partendo dall’assoluta mancanza di suoi personali mezzi e di suoi capitali, nel solo volgere di cinque anni, sfondò tutte le vie del successo, divenendo ricco ed apprezzato 86.
La sintesi e la cronologia delle conquiste, economiche e di prestigio, dal 4 giugno 1969, data del suo matrimonio, al gennaio 1975, è questa: Nel 1969 vinse un concorso nell’Ente pubblico ed entrò con tre colleghi al massimo livello tecnico nel Consorzio Intercomunale Milanese per l’Edilizia Popolare, il CIMEP, un Ente che consorziava un’ottantina di Comuni, tra i quali Milano. Nel 1970 iniziò in proprio, per conto suo e di terzi, la costruzione d’un complesso residenziale a Nicola d’Ortonovo, tra gli ulivi, in provincia di La Spezia, a pochi chilometri da Carrara, che concluse nel 1975. Nel 1971, presentatosi come indipendente, fu eletto Consigliere dell’Ordine degli Architetti di Milano Pavia e Sondrio, a soli due anni dalla sua Laurea e vincendo il ballottaggio con uno dei 15 Consiglieri uscenti.
Occorre un minimo di spiegazione del perché si trattò di 5 anni. Essi furono, per la metà esatta, 2,5 anni come il culmine dei primi 33 anni di vita vissuti nell’idea, tutta privata, della sua personale famiglia degli affetti, che doveva avere la priorità nelle attenzioni. Gli seguiranno i primi 2,5 anni in cui, come se fosse un Gesù risorto in forza dello Spirito Santo di Dio comincerà realmente a vivere dando la precedenza alla casa di tutti, essendo in un certo senso morta l’idea stessa della sua. Come morirà l’idea della sua lo vedremo. Per intanto quegli eventi di grande successo che sono già iniziati nel 1968 e che culmineranno con il passare dell’intero 1970 e ad un mese dal successivo Venerdì Santo di Gesù (egli che è nato il 25 del mese successivo a Gesù), comprendono ancora alcune importantissime azioni: l’assunzione ad un importantissimo Ente pubblico; l’inizio della costruzione personale di un complesso edilizio e l’inserimento nel Consiglio dell’Ordine degli Architetti di Milano Pavia e Sondrio. 86.
Fine dei 33 anni “fai da te”: nato il 25.1.38, come Gesù sfalsato di 1 mese, fino al Venerdì Santo 1941. Dopo la risurrezione: i secondi 33 anni finalizzati alla casa di tutti, tutti nel segno della Provvidenza di Dio. Nel 1972, trattando con i più alti livelli, della Gescal e dei Comuni, fu chi curò in prima persona, per la gestione delle case popolari a livello italiano, non un piano Ordinario, ma un Programma Straordinario d’interventi. (Avrebbe potuto iniziare i 33 anni, animati da quel Santo Spirito di un Dio di Amore per il povero e di Giustizia, che porta ad occuparsi del bene di tutti, dell’edilizia popolare, economica e degli interessi generali dei Comuni a lui prossimi, in un modo più evidente di questo?)
Nel 1973, a soli quattro anni dalla laurea, tentò la scalata di quell’Ordine degli Architetti, opponendosi in prima persona, con una sua lista indipendente, al Consiglio uscente di cui faceva parte e che inseriva interessi privati, politici, in un Ordine della sua professione di architetto, deputato all’etica! Nella prima votazione, in cui nessuno superò il quorum per essere eletto, con il 48% fu il più votato tra tutti ed 11 della sua lista furono tra i primi 15 da eleggere. Sarebbe stato, con i suoi 35 anni, il più giovane Presidente della storia dell’Ordine milanese se, nel ballottaggio e giocando sporco, il Consiglio uscente non avesse costruito false prove per politicizzare la sua lista indipendente, spaventando tutti per conservare il potere. Perse il ballottaggio per 11 a 4, ma fu un eroe della Giustizia. Ai 2,5 anni del nuovo blocco di 33 anni, morì in Romano l’uomo vecchio che lottava per il mondo e con i suoi esclusivi valori ed assunse la ferma determinazione di vivere a partire dalla fede in Gesù Cristo. Dal 1974 cominciarono 10 anni che furono per Amodeo potenzialmente un Paradiso, in cui tentò di riassettare il mondo in base alla forza dell’amore e della verità di Gesù Cristo. Per prima cosa lottò, infatti, per il riassetto delle carriere del personale all’interno del CIMEP, riuscendo ad imporre miracolosamente la sua linea di giustizia a giochi già fatti: quando già il Consiglio del CIMEP e tutti i dipendenti all’unanimità avevano già concluso l’accordo che penalizzava 4 categorie sulle 5 di tutti gli addetti. Qui si occupò dei mezzi di sostegno dell’uomo, affinché non venissero offesi per soprusi. L’1.1.1975 uscì il primo numero d’Architettura e Pianificazione in Lombardia (A e P), mensile tecnico, d’Urbanistica, di cui era Editore, Direttore e factotum e che divenne lo strumento tecnico attraverso il quale egli cercò concretamente di realizzare un vero e proprio pezzo di Paradiso sulla Terra. Cosa gli era successo? Aveva ritrovato interamente la fiducia nei suoi mezzi.
165
166
165 aggiunge al 100 che indica tutto il fronte, tutto il 64/1 che attua il tempo intero del moto 26. Nella pag. 165, con piena coerenza, c’è la spiegazione di questo successo attuato nel tempo intero.
166 aggiunge al 100 (la sezione) lo spazio 60 di 6 che indica il complesso unitario di quello ciclico, tutto su 2 cifre. E alla pag. 166 s’aggiungono Sabato, nome dello spazio di Dio e sua madre Stella (grandioso!)
Ora Romano riusciva finalmente ad essere, anche in pubblico, quello che era sempre stato nel privato della sua famiglia: un incredibile e coraggiosissimo trascinatore che non si arrendeva neppure di fronte all’evidenza. C’era riuscito quando, avendo avuto modo d’avvicinare, una dopo l’altra, tutte le figure rappresentative d’autorità e di prestigio, in tutti i campi, alla fine si era potuto collocare da pari a pari, al loro stesso livello, superando ogni senso di sudditanza psicologica e di timidezza nei loro confronti. Aveva avuto modo di sperimentare che ogni figura, per quanto esaltata e venerata potesse essere, apparteneva ad uomini che erano come lui, con le sue stesse virtù e le sue stesse debolezze. Allora non aveva più esitato a pensare con la sua testa, difendendo tutto quello che gli sembrava onesto, specialmente quando si accorgeva d’essere solo e di dovere trascinare tutti gli altri, aprendo un nuovo solco. In alcune di queste occasioni Amodeo, lottando contro il discredito di cui era chiara vittima chi non fosse di sinistra (pur non essendo di destra), in un momento in cui si guardava al ’68, da tutte la parti (da sinistra, da destra, dal centro e dagli stessi gruppi appartenenti alla fede cristiana), come ad un anno di vera luce, ne vide l’ombra paurosa e si oppose personalmente a tutti gli eccessi cui poté nella sua sfera d’azione. Egli aveva raggiunto una tale sicurezza interiore che non pativa i giudizi negativi e neppure le minacce, perfino sul piano fisico… e le ebbe: da coloro che, agendo nell’ombra, in quegli anni gambizzavano (sparavano alle gambe) gli avversari per demolirne la resistenza.
Aveva progettato e costruito un capannone a Rottofreno (in questo momento di crescita sfrenata vicino a Piacenza (idem, in segno di divina compiacenza). Aveva lavorato il solo aiuto di Sabato Lingardo, quel suo amico che, cresciuto con lui nella sua casa di Salerno, era divenuto maestro, molto a fatica, e che si era detto come il classico esempio di Dio che non paga il Sabato, essendo un reietto, pur essendo uno che ardeva del desiderio di bene come se fosse un lingotto prezioso…. La figura di Sabato era tutta particolare. Aveva denunciato grossi limiti a trovare accordi con gli altri. I suoi coetanei lo deridevano, per il suo fare goffo anche quando stava in paese, tra semplici contadinotti. Luigi Amodeo era stato il suo maestro e n’aveva apprezzato lo Spirito: i valori d’intelligenza e di pensiero, profondi, in quel ragazzo, stridenti rispetto poi alla sua capacità d’una posizione giusta tra i suoi coetanei. Svolgeva i temi denotando sensibilità, acume, gran bisogno d’aiuto affinché colmasse i suoi limiti. Pertanto il maestro più d’una volta era accorso in suo soccorso, dicendo ai ragazzi che quel Lingardo che essi deridevano era di gran lunga migliore di loro nel suo Spirito. Quando, per i fatti noti, Gino e la sua famiglia vennero a Salerno, i genitori di Sabato misero il maestro di fronte alle sue stesse parole: per quel ragazzo occorreva una promozione reale. Sabato fu accolto in Via De’ Marinis, in villa Cajafa e fece parte della famiglia per molti anni, assorbendone tutto il buono. Procedeva brillantemente negli studi, dando molto retta a tutti i consigli di cui il suo eterno Maestro era prodigo. Un giorno un suo amico, che faceva tutto quello che voleva a casa sua, fece diabolicamente balenare nella mente di Sabato che egli invece era in sostanza uno schiavo. Entrò in quella testa tutta particolare questa pulce e vi restò per tutta la vita in quanto si rese conto che era vero. Egli si era comportato bene fino ad allora solo per pura obbedienza. Allora provò a riscattare la sua persona e riaffiorarono, di conseguenza, tutte le difficoltà sue a trovare giusti equilibri in mezzo alla gente. Il maestro del suo Spirito, che lo seguiva, un giorno volle sapere che cosa ci fosse di nuovo, perché, all’improvviso, non era più capace di concludere nulla bene. Sabato gli rispose che aveva capito che andava bene, a scuola, solo quando s’affidava interamente ad un criterio che non era il suo libero, quindi così era come uno schiavo! Il suo maestro ci rimase male e, per insegnargli in modo drastico il senso delle cose, smise di insegnargli. Sabato, finalmente libero di seguire la sua natura, ne finì vittima. Riuscì stentatamente anche a divenire maestro e si trasferì a Milano egli pure, seguito da tutta la sua famiglia. Abitavano in Via Lanzone e la madre Stella Mucciolo aveva trovato lavoro come serva, ed uso questo termine nel senso grandioso dato da Gesù ai veri servi. Stella era una donna che era veramente come il mucciolo di una stella. Già durante la guerra aveva provveduto a proteggere dalla fame la famiglia Amodeo. Ora a Milano andava a trovare La Signora (come se incontrasse davvero una madonnina per lei, essendo la moglie del primo Spirito santo riconosciuto guida del figlio) e le portava ancora i poveri doni che provenivano dalla terra di Felitto, in cui era restato il marito agricoltore, un tipo scontroso e restio dal quale Sabato aveva ereditato l’incapacità a ben rapportarsi con gli altri. Una donna luminosa, Stella, per la sua grandiosa riconoscenza (aveva davvero riconosciuto in Anna e Gino, quelli che Dio aveva volto fossero: uno Spirito santo, guida del figlio, e “la Signora”) , degna madre del Sabato, buono, incompreso e bistrattato.
Molto “ragionevole” (compromissoria) si era rivelata la decisione presa all’origine di tutto, da Romano e Giancarla freschi sposi, di tenere staccata la gestione personale dei guadagni assicurati da ciascuno di loro con il lavoro e l’impegno. Romano poté assumere decisioni ed impegni nella massima libertà e seguendo il suo solo criterio. Non perché Giancarla fosse scriteriata, tutt’altro, ma i suoi fini e il suo ideale, che era quello d’un impiegata che gestisce al meglio il suo stipendio fisso a fine mese, contrastava con l’ideale d’Amodeo, di trovare nel mondo la posizione al massimo livello possibile, nel segno d’una sfrenatissima ambizione, che lo portava al tentativo di riuscirci gareggiando in modo onesto, attraverso il rispetto, i meriti e la giustizia. Per puntare a quest’obiettivo che in sostanza era di primato, Amodeo era sceso a compromessi con la sua fede cristiana; aveva mirato prima di tutto ai suoi interessi, sempre però onestamente, in modo coerente agli interessi di tutti, ma non messi al primo posto. Aveva affrontato tutto ciò col sano piglio dello sportivo, che segue il motto “vinca il migliore”. Ed aveva vinto sempre, a gioco molto lungo, in quest’esatto spirito, anche quando, a gioco corto, sembrava che avesse irreparabilmente perso; infatti, le sue idee vincevano ed altri concludevano felicemente quanto egli aveva iniziato, con molta fatica, come chiunque scavi un nuovo solco in un terreno ancora da dissodare. Quando si sposò Amodeo non aveva una lira. Appena laureato lavorava come poteva, aiutando l’amico Romano Gozzi, con sparuti guadagni. (E nella spiegazione c’è anche lo zampino di un San Romano aggiunto al suo, con una sinergia di intenti protettivi).
dell’attività di Romano, poteva esserci un luogo più indicativo?) ,
167
168
167 attua il 166/1, nel tempo 1. E alla pag. 167 Sabato, entra in atto con la libertà 7, che ha la sua unità.
168 attua il 166/2, nel tempo complessivo 2. E a pag. 168 ecco il complesso, delineato in forza dell’amore.
Avuto i primi incarichi di Supplenza, per il maestro Lingardo erano iniziati i guai. Cercava di comandare ai suoi alunni ma quelli, sentendolo incapace, cominciavano a non ascoltarlo per nulla; egli era terribilmente offeso da questo comportamento, era sconvolto dall’innocenza dei bambini che, con lui, erano come demoni. S’agitava e cercava di imporsi con la forza, ma più lo faceva più lasciava a vedere tutta la sua vulnerabilità, così i ragazzi infierivano, iniziavano a deridere lui che diveniva stravolto, gli occhi quasi fuori delle orbite. Il putiferio, scoppiato nell’aula attirava l’attenzione dei bidelli che chiamavano il Direttore e costui, entrando nella classe, assisteva ad un ossesso stravolto con nel volto chiari segni di impazzimento. Il Direttore chiudeva subito la porta e si recava a chiamare il Neurodeliri. Accorrevano gli infermieri con la camicia di forza, impacchettavano Sabato, ora addirittura inferocito contro quanti punivano in tal modo il giusto assolvendo tutti i peccatori. Il suo stato raggiungeva livelli così alti di parossismo che solo una scossa elettrica al suo cervello poteva talmente scuotere quello stato, da lasciarlo poi letteralmente scioccato, distrutto. Così era accaduto tutte le volte che il maestro Lingardo era stato chiamato per qualche supplenza e gli elettroshock si erano tanto susseguiti che alla fine era stato giudizio comune che Sabato non provasse più ad insegnare e che fosse risarcito da un’indennità, perché, dalla visita medico-legale risultò un danno permanente. (Questo Sabato, contro il quale si muoveva perfino l’innocenza dei bambini, era davvero l’emblema del Dio che “deliberatamente” non paga il Sabato). Romano era restato in contatto con lui e cercava di dargli una mano e di farsela dare da lui tutte le volte che poteva. E in tutte le occasioni sarebbero veramente venuti grandi doni, mandati dal cielo, a tutti e due…, però – come al solito – da decifrare con grandissima attenzione, perché a primo acchito sembravano sempre cose indegne. Lo aveva chiamato a Rottofreno e, assieme a lui, costruiva, facendo i lavori manuali, per il quale aveva propensione, essendo dotato d’alquanta forza fisica. Partivano da Milano, con la spider, e, dopo una giornata di lavoro, rincasavano. Anche lo stand della Sordi, alla Fiera Campionaria di Milano, era stato messo su con il contributo fattivo di Sabato. Ma Amodeo era messo in crisi da lui quando, in quell’ambiente, visto arrivare da lontano, l’amico iniziava a gridare “Romano, sono qui, sono qui!” facendo grandi gesti con la mano e facendosi notare da tutti per un comportamento strambo che, dal Lingardo, poi era trasferito a chiunque accettasse quei metodi suoi troppo sui generis. Così, a partire da quella volta, Romano gli dovette far riconoscere che non doveva fare così, quando erano tra la gente, perché la baldoria che egli faceva, contento di vedere lui (un amico che lo capiva e gli era anche grato per com’era con lui), poi gli si ritorceva contro. Sabato a quel punto, sentendosi rifiutato anche da lui per com’egli era fatto, con tutte le sue virtù (molte) e i difetti (pochissimi, ma che sembravano chissà che! Tanto clamore facevano…), s’immusoniva e il tentativo di reciproco aiuto restava sospeso. Amodeo dunque lavorava con quanto Romano Gozzi si procurava. C’era tra loro una sorta di società di fatto, e dividevano proventi esigui. Era evidente che quando Gozzi si fosse laureato avrebbe fatto da sé. Era così? L’amico gli consigliò di cercare l’autonomia. Si presentarono tre occasioni ed egli cercò di sfruttarle: due Concorsi per entrare nell’ente pubblico ed uno per entrare a fare il professore. Presentò tutte e tre le domande. Sostenne per primo l’esame per un posto d’Ingegner Capo nel Comune di Lodi. Vinse lo scritto, ma all’orale fu fatto interrogare dalla bestia nera di tutti gli esaminandi, un Commissario che voleva sapere il numero e la data d’approvazione d’ogni legge e provvedimento...
Quando, come in quel caso, uno degli esaminandi doveva vincere, la commissione non dava spazio alle sue interrogazioni. Così il concorso fu superato anche da Amodeo, ma vinto da un funzionario che già da molti anni era assunto come Vice in quello stesso ruolo. Presentò la domanda per insegnare e s’iscrisse al Concorso indetto dal Consorzio Intercomunale Milanese per l’Edilizia Popolare, un Ente che era nato su proposta del PIM (Piano Intercomunale Milanese) quando i Piani Regolatori cominciavano ad essere approvati dalla Regione Lombardia e si temette che il PIM, la cui approvazione prima era richiesta a Roma, fosse esautorato da quella funzione da una Regione in un certo senso gelosa del potere di cui il PIM godeva, avendo Milano e 80 comuni nei suoi ranghi, ossia la parte più importante della regione. Essendo stata promulgata la Legge 167, della Repubblica italiana, per l’Edilizia Economica e Popolare, il PIM favorì la nascita del Consorzio, previsto da questa Legge e formato dagli stessi comuni. Il PIM si sarebbe fatto così forza del CIMEP per proteggere il più possibile la libera scelta dei comuni di consorziarsi, da una Regione che probabilmente avrebbe tentato di minimizzare il potere fino ad allora assunto e rispettato a Roma. Nel 1969 esisteva già il Piano Consortile fatto dal CIMEP, attraverso l’operato di quattro Architetti che n’avevano avuto l’incarico come professionisti. Il più autorevole di loro era Andrea Balzani. Ora essendosi imposto questo Consorzio com’Ente locale, doveva avere un corpo di dipendenti assunti per concorso. Così il Direttivo aveva emanato un Bando Pubblico però facendo una pubblicità assolutamente invisibile, finalizzata al fatto che s’iscrivessero a partecipare al concorso solo i 4 architetti che avevano elaborato il piano e sapevano del bando. Né a Balzani né agli altri conveniva entrare nell’organico. Per quanto gli avessero assicurato che era tutta una formalità, non si fidarono, e non s’iscrissero. Ciò fece decidere il Consiglio, allora, ad emanare un nuovo Bando, con tutta la pubblicità di rito, e allora s’iscrissero 50 a parteciparvi. Messi alle strette avevano accettato d’entrare in gara, allora, anche due dei 4 architetti che non avevano partecipato quando l’avrebbero vinto in carrozza: Edoardo Di Marco e Fabrizio Schiaffonati. Segretario generale del CIMEP era l’avvocato Samek, figlio del Senatore Samek Lodovici, della Democrazia Cristiana che per più anni era stato eletto ad Abbiategrasso, ove era il primario dell’Ospedale. Era un amico intimo di Clara Benedetti, nonna di Giancarla. Scattarono questa volta le raccomandazioni anche per Amodeo e dovettero essere molto forti perché Romano fu uno dei 4 che vinsero il concorso, scalzando anche Schiaffonati, uno dei due professionisti già firmatari del Piano che avevano tentato in extremis d’essere assunti. Contemporaneamente Romano ricevette la comunicazione che la sua richiesta d’un incarico nella scuola era stata accettata: con ottobre avrebbe dovuto assumere l’incarico. Era dunque aperta la scelta tra la scuola e il CIMEP, come assistente di direzione del servizio tecnico, il livello più alto che esisteva nella pianta organica, perché la figura del Direttore non era inserita, essendo attribuita da Milano, Comune Capo-consorzio ed era l’Ingegner Calandra. Prevalse quest’ultimo perché erano stati messi in campo i parenti di Giancarla e non si poteva ora fare lo sgarbo, dopo l’aiuto ricevuto, di non accettarlo. Ora va osservato come, nella storia di Amodeo, la sua entrata in questo Consorzio diverrà la strada principale che gli portò poi tutto il resto. E come dovette questa provvidenziale occasione proprio a quelle figure in apparenza molto modeste, quali i coniugi Benedetti, nonni di Giancarla. (Davvero benedetti, per tutto quanto poi ne seguirà!).
169
170
169 attua il 166/3, tutto lo spazio. E a pag. 169 ecco tutto lo spazio delineato da quell’amore.
170 indica la piena libertà ciclica del tutto, che vale 100 (il “centuplo quaggiù di Gesù”) Nella pag. 170 è impaginata, apparentemente “a caso”, ma dalla Provvidenza, questa intera libertà.
Tutte le persone con nomi così bene auguranti come quelli di Clara Raggi e Guglielmo Benedetti saranno per Romano aiuti formidabili. Porteranno, in questo caso, la luce del sole, lei e un elmo di protezione e sante guglie benedette, cime impensabili di successo, per lui. La cosa saliente, al di là di queste bizzarrie enigmistiche legate alla nomenclatura, sarà che la loro onestà ed avvenenza era stata tanto grande ed apprezzata che una figura importante come il Senatore Samek Lodovici li aveva praticamente adottati come gente di casa. Quest’amicizia era derivata dalle condizioni di salute di Clara, che era stata a lungo in giovinezza nell’Ospedale d’Abbiategrasso ed aveva toccato il cuore del Senatore, che poi l’aveva trasformata in una cara amica di tutta la sua famiglia. Sta di fatto che se questi raggi di luce e queste benedizioni sacre e protettive o non fossero esistite tutta l’esistenza di Romano avrebbe preso la diversa strada possibile, quella dell’insegnamento, che gli era stata aperta perché egli la scegliesse. (Appunto: via, spazio). Se avesse dato retta solo a se stesso Amodeo avrebbe scelto l’insegnamento. Troppo era vissuto tra i maestri, troppo dominato dalla riverenza per loro per non desiderar d’essere finalmente egli pure un Professore. (Ma doveva riconoscenza e ciò l’indusse ad una via “obbligata”). Se quest’incarico fosse stato dato prima che comparisse l’occasione del CIMEP e che si mobilitassero i parenti della moglie, non è dato conoscere oggi quale sarebbe stata la storia di questo personaggio. Romano Amodeo entrò nel CIMEP sul finire del 1969 e iniziò ad andare nella prima sede, al penultimo piano del grattacielo dell’Ufficio Tecnico del Comune di Milano e poi nel corpo basso, alla sinistra guardando il centro. Fu incaricato di cercare una sede nuova, provvisoria, dovendo sgomberare il CIMEP da quello stabile del Comune di Milano. Indicò un ufficio al settimo piano in Via Fabio Finzi, di fronte al grattacielo Pirelli e dovette provvedere in fretta e furia ad arredarlo. Infatti, i 4 assistenti tecnici si erano suddiviso in questo modo il campo d’azione: Cioni Mori e Giamberini si sarebbero occupati della Pianificazione, Di Marco avrebbe seguito la progettazione esecutiva e Amodeo avrebbe seguito e diretto tutti gli interventi in corso. Pertanto era suo compito preciso quello di provvedere anche ad arredare gli uffici dell’Ente. Trasferiti in quella sede, il Consorzio già aveva scelto dove sarebbe andato più in là: aveva affittato due interi piani in un palazzo in Via Fabio Filzi, ed essi dovevano essere sistemati in modo definitivo. L’ing. Calandra (la calandra è una sagomatura, e così sarà con Amodeo, ben indirizzandolo) chiamò Amodeo e si fece disegnare una soluzione. Completata quella, se ne fece disegnare una seconda. Quando esse furono ritenute in numero sufficiente dal Direttore del Servizio, iniziò a mostrarle al Presidente del Consorzio, Cannarella, poi al vice presidente e poi giù ai vari consiglieri. Non decidevano quale scegliere e intanto i mesi passavano. Ad un certo punto il Cannarella chiamò Amodeo e gli comunicò, in modo secco: “Architetto, le diamo due mesi, faccia come vuole lei e ci faccia entrare!”. Carta bianca da parte di una direzione che si piegava a lui come una cannarella. (E la via era quella del pieno spazio di azione, condotto secondo il suo personale criterio e il senso 169 di questa pag. 169, in c ui la libertà del ciclo 70 era ridotta al 69 che tiene i conti del parere pieno, 100, di 1 ).
Amodeo scelse tutto, distribuzione, arredamento, ditte esecutrici dei lavori. Attribuiva gli incarichi e poi il Consiglio direttivo deliberava per gli stessi. Rischiò molto, perché chiunque avrebbe potuto sollevare eccezioni e sarebbe risultato d’avere fatto più di quanto fosse il suo compito non avendo avuto nessun incarico scritto. Non aveva protettori, non li aveva mai avuto fin da quando assunse il suo posto, in quanto Emilio Samek, Segretario Generale nel momento del concorso, aveva preferito dimettersi e dedicarsi ai suoi interessi politici, di sinistra e tutti diversi da quelli del padre senatore. (Quindi era libero anche da un dovere avere riconoscenza e dunque obblighi). I nonni di Giancarla lo avevano conosciuto fin da piccolo e lo chiamavano “Milli”, come faceva tutta la famiglia… ma erano già altri tempi: il giovane “Milli” aveva percorso molta strada con le sue gambe, perché aveva assunto una linea diversa. Affermava che le questioni di cui il CIMEP si occupava erano da seconda linea, a lui interessavano le prime, voleva essere dove contava davvero. (Vedete? Anche Milli qui si comporta da libero). Il CIMEP, infatti, non contava molto. Era sorto come un sussidio del PIM e riceveva dal PIM le linee di fondamentale intervento. Avrebbe dovuto localizzare le aree, negli 80 comuni tra i quali Milano, che sarebbero state destinate agli interventi d’edilizia economica e Popolare, ma non lo faceva. Erano i Comuni a scegliere e poi passavano i disegni che, controllati, avevano applicato il cartiglio CIMEP. (Libertà anche dei Comuni). Giocava tutto a vantaggio dei Comuni che palleggiavano la responsabilità delle scelte, con i propri cittadini, delle aree messe ad esproprio, dicendo loro: “è stato il CIMEP”. (Si liberavano della responsabilità delle scelte rispetto ai cittadini). L’incarico d’Amodeo era invece operativo e dava soddisfazione. Nei due mesi la nuova sede era stata sistemata e arredata, spostando anche tramezzi ed aprendo nuove porte senza che il Comune di Milano, nella cui giurisdizione ricadeva pur sempre quell’edificio, neppure lo avesse approvato. Ma se fossero subentrate grane l’Ing. Calandra, Capo Ripartizione del Comune di Milano avrebbe provveduto ad eliminarle. (Pensate! Libertà perfino dall’obbligo di fare i progetti preliminari e obbligatori!)
Amodeo aveva cominciato a disporre d’uno stipendio fisso ed aveva potuto cominciare a guardarsi in giro sul migliore metodo per farlo fruttare al meglio. (Libertà della gestione delle risorse… Ma voi, siete liberi di accorgervi come ci sia un necessario disegno, un vero e proprio Codice, nella disposizione di questa narrazione? Il testo impaginato automaticamente a questa pagina – che indica, in altro modo, con 170 la piena libertà di moto di chi occupa il volume 30 e si trova nel 200, che è l’intero spostamento 100 della presenza 100 –, in ogni suo periodo esprime la libertà di chi esiste in una realtà che occupa volume.)
171
172
Capitolo 20
172 presenta la libertà 170 condizionata a due tempi e a due persone.
(20 è lo spazio 10 percorso dal ciclo 10. La pag. 171 attua nel tempo 1 la libertà 170/1. Così nella narrazione, capitolo e pagine mostrano la libertà espressa dal ciclo 70 ai vari livelli dimensionali)
1970-‘71. La situazione, della sua vita nella nuova famiglia, lo spinse a darsi da fare in ogni modo fuor d'essa. Se Amodeo avesse trovato una moglie non come Giancarla ma come Anna Badari, si sarebbe dovuto mobilitare per lei, a causa dell’incapacità sua di badare a se stessa. Giancarla, infatti, si dimostrò molto, molto più autosufficiente. (Ora è libero d’entrare in atto). Andava a lavorare a Corsico alle 7 di mattina e salutava il marito, con un bacio frettoloso, quasi per non svegliarlo del tutto. Rincasava solo a sera. Attendevano lei e me i suoi genitori, con la tavola da pranzo imbandita su uno dei tavolini del bar, nel vano collocato di fronte all’ingresso, nel quale c’era il bar vero e proprio ed un tavolo da biliardo. Si mangiava tutti assieme e le conversazioni erano relative a com’era passata la giornata, com’era il tempo, cosa stavano facendo i nonni, la zia Renata, i parenti soprattutto del lato materno, perché anche Mario, il padre, che aveva una sorella, veniva in second’ordine in quella famiglia in cui le cose importanti sembravano essere solo quelle relative al ramo femminile. Mario era anche un po’ geloso di questo fatto, aveva sempre patito un poco la dimensione molto ingombrante assunta soprattutto da Clara, sua suocera. Queste parzialità avvenivano passando sotto silenzio gli argomenti che interessavano meno, quali ad esempio la famiglia di Mario. (Modi di gestire la libertà in atto). Romano si rendeva conto di tutto ciò e non provò nemmeno a portare in campo la sua personale famiglia, inducendo a discutere quotidianamente di cosa facessero Benito, Anna, Gino, eccetera. (Adattò liberamente se stesso alla libertà in atto in quel luogo). Accortosi di come ci fosse poco interesse, in sostanza, per le sue cose, perché essi erano in sostanza d’un altro mondo, Romano aveva presto tirato i remi in barca e stava ad ascoltarli, evitando di prendere l’iniziativa e di introdurre i temi cari a lui. Se fossero stati soli, egli e Giancarla, non sarebbero certamente stati senza parlar tra loro, almeno mentre erano a tavola. (Sarebbe stata differente la libertà in atto). Finita la cena, Pina si metteva a pulire i piatti nella cucina, ricavata di fianco al locale in cui si era mangiato e Romano e Giancarla salivano due piani di scale e si godevano, in perfetta solitudine, l’appartamento, fino a quando sul tardi, Pina attraversava il corridoio, salutava e s’infilava stanca a letto. La mattina toccava a lei d’aprire molto presto, dunque andava a dormire. (Tutte azioni liberamente in atto in quel luogo). Gli sposini facevano quello che piaceva alla sposa e lei accendeva il televisore e si cacciava in una visione tutta solitaria dei film e di tutto quello che la Rai passava nel 1970. Se Amodeo cercava di prendere parte a quella visione commentandola, facendone un qualcosa di condiviso attraverso le parole o i giudizi, gli veniva per tutta risposta un bel segno di tacere, con la mano o la voce. (Giancarla era libera e gl’indicava che doveva adattarsi). Allora stava in silenzio anch’egli, lì, vicino a lei e, dato che le voleva bene, poggiava la sua testa sulla sua cosca e vedeva lo spettacolo stando sdraiato sul divano, finché si addormentava. Quando Giancarla n’aveva abbastanza, spegneva il televisore, svegliava il marito ed andavano a dormire nella camera da letto grande, lasciata loro dai genitori. (Ancora descrizione dei comportamenti liberi in atto, sia nell’imporre, sia nell’accettare).
Romano non era molto stimolato da questa vita a due, tuttavia non era indotto neppure a ribellarsi perché questo era il modo d’amare di Giancarla. Si sentiva amato e si vide presto spinto ad una gran libertà di movimento, perché una moglie di questo tipo non lo obbligava ad occuparsi di lei, ma quasi ad uscire di casa in cerca d’altri interessi. Oh, non altre donne… lei si sarebbe molto dispiaciuta: altre occupazioni. Così Amodeo iniziò a partecipare ai consigli di Zona, divenendo esperto della Commissione della Zona 1 del decentramento amministrativo, nella sezione del Centro Storico. Ebbe allora l’idea di mettersi veramente a costruire un complesso abitativo nella zona di Carrara. (La libertà a due appare dal fatto che Romano pensò nuovamente alla casa di loro due). L’idea l’aveva già lanciata agli zii di Giancarla che credevano che occorresse chissà quanto denaro per realizzare una villetta… Spiegò loro quanto, secondo i suoi calcoli. “Davvero così poco?” Non gli credevano, ma se era così ci stavano essi pure. Così iniziò a girare per trovare per prima cosa un terreno sufficientemente vasto e che costasse poco. Aveva individuato addirittura una montagna, in vicinanza di La Spezia, in cui avrebbe potuto costruire la lottizzazione d’un villaggio. Il proprietario era stato più d’una volta con lui a mostrare tutto. La difficoltà erano i costi delle opere d’urbanizzazione, che Romano giudicava eccessivi per le loro tasche piene quasi solo d’aria. Un giorno, quasi distrattamente, il proprietario rivelò che aveva anche un pezzo più piccolo, circa 5.000 metri, che erano posti sulla via, ma c’erano dei tralicci dell’alta tensione che non permettevano di realizzare nulla. Romano volle vedere quel terreno e si accorse che era vero che c’erano i fili di ben due reti dell’alta tensione, che passavano ad alta distanza, ma tra le due c’era abbastanza spazio da fabbricarci un’ampia casa, tenuto anche conto dei metri che, per ragioni igieniche, dovevano essere rispettati come distanza. Non chiedeva molto, ma certo il costo a metro era quasi dieci volte più caro di quello relativo all'altra area, vista tra i monti di Castelnuovo Magra. L’area sorgeva in località chiamata “Colletto” perché era un piccolo colle che fronteggiava il colle vero su cui si ergeva Nicola, un piccolo aggregato avente caratteristiche d’un certo interesse storico e contraddistinto come frazione d’Ortonovo, uno dei paesi sorti nel momento delle coorti. La zona era quella dell’antica Luni, situata in comune di Sarzana. Fatto il piano economico, Romano s’accorse che tutti gli intenzionati a partecipare alla costruzione erano senza soldi. Occorreva almeno uno che avesse un minimo di capitali. Cercò tra gli amici e si dichiarò disponibile il fratello d’Enrico Raho, uno dei compagni d’una delle tante squadre di Romano, che partecipava al sabato al Torneo aziendale CSI. (Così quella casa per sé e sua moglie, divenne anche la casa per altri, secondi rispetto a loro due).
Il promotore di queste attività calcistiche era stato Ivo Cavaglieri, un ragazzo che abitava anch’egli in Viale Omero, ma nel secondo palazzo, che faceva capo al 24 ed era quello in cui era abitato Riccardo, in cui abitava tuttora la Famiglia Cassani, con Claretta, restata sola dopo il matrimonio di Liliana e che per un certo tempo aveva corteggiato, con molta discrezione, ma inutilmente, Benito. Enrico Raho era uno dei perni della squadra “Esse”, sponsorizzata da quella ditta in cui egli lavorava, con il fratello Claudio. Orbene Enrico aveva come fratello maggiore Rinaldo e stava appunto cercando di realizzare una villa da qualche parte, in collina o al mare. (Le libertà si mettono assieme, e diventano possibilità di intervento).
173
174
173 è la libertà chiaramente di tutti i terzi che partecipano.
174 è la libertà reale, legata alle 4 dimensioni della realtà, una questione oggettiva/soggettiva.
Portato a vedere quel luogo, gli piacque, perché da quel colletto si godeva la bella vista di tutta la pianura sottostante e, in fondo, del mare di Marinella di Sarzana e del golfo, che iniziava da lì e poi diveniva Lerici e le cinque terre. Rinaldo Raho era d’origine egiziana ed era il titolare d’una ditta d’Import-export. Aveva una buona dotazione di danaro liquido e poteva anticipare la sua parte, che consentiva di coprire quanto occorreva, per acquistare il terreno ed iniziare i lavori. Prudentemente Romano convinse il proprietario a presentare, a suo nome, il progetto edilizio disegnato dal Nostro Paperino architetto, nel cartone animato di Dio. Avrebbe comperato la proprietà solo sulla base del progetto approvato. Lavorando egli nel CIMEP, domandò al suo amico Romano Gozzi, che nel frattempo si era laureato, se gli firmava il progetto. Avrebbe potuto anche firmare egli stesso il progetto, ma avrebbe dovuto chiedere il permesso. Ora non gli andava di farlo a vuoto, perché, dato in vincoli che c’erano in quel luogo poteva anche accadere che gli bocciassero il progetto a causa della vicina Nicola, per ragioni paesaggistiche. Disegnò allora un complesso che sembrava esso pure un agglomerato di casette, pur essendo in sostanza una costruzione di 4 piani fuori terra, più un quinto di box. Attraverso un sapiente uso dei volumi, la costruzione a 4 piani non appariva esserlo, in quanto in nessun luogo erano stati messi 4 piani uno sull’altro, ma sempre e solo due. Chiamò il luogo “Villa Colletto” e presentò il progetto firmato dall’amico e da dal proprietario del terreno. Fu approvato, in tempi molto ristretti, così un gruppo di 7 persone formate da Romano Amodeo, Giancarla Scaglioni, Mariannina Baratta, Sergio e Renata Venturelli, Emilia Baratta e Rinaldo Raho, direttamente o su delega sottoscrissero l’atto d’acquisto. (Come espressione della libertà, erano 7 quanta la libertà dei terzi nel 10). La costruzione iniziò nella primavera del 1970. Amodeo aveva fatto sbancare un pezzo di collina da un ruspista, abbattendo molti ulivi ed aveva fatto scavare le fondazioni nella parte più bassa, spostando tutti i detriti giù, in una scarpata in cui esisteva un bosco d’acacie. Queste piante furono sotterrate fino alla metà della loro altezza e il piano realizzato con quelle macerie, non affidabile, fu lasciato a futura strada interna. Nella parte solida dello sbancamento erano state tracciate quattro lunghe trincee, alte circa un metro e mezzo, che sarebbero state riempite con il calcestruzzo portato fino lì da una pompa e dai camion che portavano il calcestruzzo preconfezionato, nello stabilimento che sorgeva a qualche chilometro da lì, sul fiume. Il primo compagno che Amodeo ebbe anche in quest’opera fu Sabato Lingardo. Qui avrebbe potuto gridare “Ciao Romano!” finché avesse voluto, ché nessuno l’avrebbe udito. C’era sul terreno un vecchio bunker dell’ultima guerra, perché lì c’era una delle postazioni della linea difensiva, l’altra era sul vicino Monte Marcello. Amodeo c’era entrato, l’aveva ripulito ed ora vi passava la notte tra il Sabato e la domenica. Quella volta aveva preso il lunedì di permesso, perché la centrale di betonaggio era chiusa il sabato e la domenica. Era domenica, l’appuntamento era stato già preso per le sette del mattino, quando cominciò a piovere. L’acqua avrebbe fatto franare la terra negli scavi e non si sarebbe potuto gettare le fondazioni se non rimuovendo il terriccio caduto nelle buche. Allora Amodeo decise di ritornare a Milano, e di rimandare il getto alla settimana seguente. Giunti egli e Sabato quasi a Carrara, dispiaciuti per l’inconveniente, Romano si voltò verso il paesino di Nicola e vide un bellissimo arcobaleno. (Come segno di un “via libera” dato da “terzi” autorevoli).
Non ci pensò due volte e fece dietro front. L’acqua cessò di cadere e, lavorando febbrilmente, le buche furono svuotate dell’argilla che vi era caduta per la pioggia. Operazione resa pesante dalle pale che Amodeo aveva acquistato, con il manico di ferro perché durassero più a lungo. L’argilla si attaccava a queste vanghe e quando, da dentro la fossa, si faceva il gesto di buttar via la terra dalla pala, l’argilla rimaneva appiccicata alla vanga. Si doveva bloccare di colpo il manico e solo allora, per l’arresto improvviso, l’argilla si staccava dalla pala. Se non si staccava di molto ricadeva nella buca e si era punto e daccapo. Terminato finalmente lo sgombero, si rintanarono nel bunker. Quando alle sei del mattino Romano s’alzò, l’attendeva un’amarissima sorpresa: era ripreso a piovere durante la notte ed ora si udivano, distintamente, i rumori prodotti dalle sponde di terra, che franavano nuovamente sul fondo e lo riempivano di poltiglia. Saltò sull’auto e corse alla centrale di Betonaggio, ma lì seppe che erano già partiti, sia la pompa sia il grosso camion che conteneva sei metri cubi ormai da utilizzare, perché era stata già messa l’acqua. Quando giunse in località colletto i camion erano già lì. Allora decise che avrebbe svuotato nuovamente, ad una ad una, le fondazioni e che, a mano a mano che l’avesse fatto, sarebbero state immediatamente riempite di calcestruzzo. A dirsi era più facile che a farsi, perché erano lì solo in due: egli e Sabato. Si misero nuovamente all’opera, quasi col coraggio della disperazione. La buona sorte fu dalla loro. Cessò di piovere e si ruppe la pompa. Così ebbero alcune ore di vantaggio e riuscirono, a pomeriggio inoltrato, ad avere svuotato tutte le fondazioni della melma depositata sul loro fondo ed aver messo al posto di quella i sei metri cubi contenuti nell’autobotte. (La reale capacità soggettiva aveva vinto, alla fine, sulla realtà avversa ambientale e il complesso tra –2 e +2 si era risolto in modo tutto positivo).
Quel giorno restò nella memoria di Amodeo, perché non ricordava d’aver fatto mai, in realtà, una fatica come quella. Si rese conto che, se un buon giorno si vede dal mattino, quella costruzione di Villa Colletto gli avrebbe riservato più d’una sorpresa, e non si sbagliò. Presto Sabato cominciò a pretendere egli pure un pezzo di quella costruzione. Se fosse stato possibile Amodeo l’avrebbe fatto, ma in primo luogo Sabato non aveva alcuna risorsa, in seconda tutto era stato già preordinato nelle rispettive proprietà. Romano aveva sottoposto a ciascuno dei proprietari l’approvazione della sua parte della villa. Sabato prese ad immusonirsi e quello che era stato un nuovo tentativo di coinvolgerlo in qualche cosa che avrebbe potuto fare benissimo, anche con sua soddisfazione, si rivelò un nuovo fallimento. (Realtà di Sabato: lo Spirito, del disadattamento in sé). Sabato aveva un confine netto tra il subire passivo della volontà altrui e il farsi subire a sua volta. Non riusciva a trovare una via di mezzo. O ascoltava oppure doveva essere ascoltato. E poiché Amodeo era uno dei pochi che cercavano sempre d’ascoltare le sue ragioni, allora egli doveva ascoltarle sempre, anche quando erano inascoltabili. (Realtà ardua con Sabato!)
Restato senza aiutante, Romano ne trovò uno molto più interessato: Sergio Venturelli, che veniva a dare una mano a chi stava costruendo anche la sua casa. Iniziarono allora e proseguirono per tre anni, dal 1970 al 1973, settimane in cui ininterrottamente Romano e Sergio partivano il venerdì sera da Milano e vi tornavano la Domenica sera. (Una realtà assolutamente rispettata, con Sergio, qualsiasi tempo facesse).
175
176
175 presenta tutto il moto 5 della libertà espressa da 170. Alla pag. 175 c’è tutto il lavoro organico.
176 mostra l’assetto complesso (tra –3 e +3) riferito alla libertà 170, come un bilanciamento di arrivo.
Un giorno si presentò lì Silvano Cappetta, un muratore, e si propose d’aiutare quel lavoro fatto tutto nel fine settimana. Fu arruolato. Consigliò Franco, un manovale, che lavorava in segheria, e fu aggregato quello pure. Infine fu aggiunto un anziano, piuttosto malmesso, soprannominato “Zuì”, che abitando lì vicino, spesso portava via il legno dal cantiere. Gli si affidò l’incarico di fare il guardiano. Costui era così indigente che si fabbricava il vino con l’aceto, molto allungato con l’acqua. Dopo alcuni mesi, in cui aveva cercato di realizzare anch’egli qualcosa, con la sua zappetta, aveva quasi assunto una condizione accettabile, di forza e di salute. Qualche volta, quando pioveva e non c’era ancora modo di lavorare al coperto, in qualche attimo di riposo, raccontava, stimolato da Silvano e Franco, le sue avventure di quando era stato in Africa. “Zuì” era la forma contratta di “Zurigo”, un posto in cui aveva passato parte della vita assieme alla Teresa, sua moglie. Ebbene quest’omino che sembrava un fuscello aveva per figlio un uomo grande e robusto che, una volta, smantellò due metri cubi di roccia a forza di possenti colpi inferti con una mazza di molti chili, che batteva una decina di volte in ogni punto, prima che lì la roccia prima si segnasse e poi cedesse. Probabilmente suo figlio aveva un altro padre e la Teresa aveva dato, a lui così mingherlino, un figlio forzuto e gigante.
Con una certa emozione, tutti i martedì sera, iniziò a partecipare alle sedute. La sede dell’ordine era in Via San Nicolao, vicino alla stazione delle Ferrovie Nord. Essendo l’unico che era entrato da indipendente, in quel Consiglio che era stato nominato, per il resto, tutto attingendo dalla lista presentata dai Consiglieri uscenti, Amodeo non era tenuto a rispettar nessuna condizione imposta dagli altri. Così assistette a come quel Consiglio fosse in mano alla politica della sinistra italiana. Non era d’accordo che in un’istituzione obbligatoria, che aveva il titolo di Magistratura di secondo grado, esistessero scelte che si poggiassero sugli argomenti della politica. Osservò quest’aspetto con molto disgusto perché nelle scelte che spettava fare all’Ordine per la nomina di rappresentanti, le selezioni erano decisamente imparziali. (Romano vide i pro e i contro…). L’Ordine degli Architetti era stato presieduto per una quantità enorme d’anni da Gattermajer; al suo interno erano stati inseriti grossi calibri che avevano fatto il bello e cattivo tempo in una gestione dell’Ordine mossa dal capitale e dal potere economico. Questa classe di marpioni era stata allontanata dopo il ’68, con la presa di coscienza della base ed ora il Consiglio che presiedeva quest’organismo era l’espressione di questi architetti della sinistra italiana che si erano fatti presenti, partecipando numerosi alle elezioni, ma che, tuttavia, per riuscire a portare cinquecento persone a votare ai seggi dovevano fare sempre molta fatica, a causa del disinteresse di quanti, non condividendo quelle idee precise, si erano dedicati all’assenteismo. C’erano architetti rinomati, tra i Consiglieri. Professori della Facoltà d’Architettura e gente di spicco. Amodeo ebbe modo di sedere al loro stesso fianco, di trattarli a tu per tu e di convincersi che tutto quello di straordinario che aveva attribuito a questi ruoli di particolare significato e rappresentanza, non corrispondeva poi ad una trasformazione dell’uomo che era chiamato ad occupare quel ruolo e restava sempre uguale a se stesso, pieno di difetti e virtù come qualsiasi persona. (Vedete? Romano sta bilanciando i valori della sua esistenza libera!) Il proverbio “Non c’è Napoleone in casa sua” era insomma vero: chi ha familiarità con le figure potenti finisce per accorgersi come tutti gli attributi possono fare d’una persona anche un potente, ma ciò non trasforma in potente l’uomo che non lo è, perché l’attributo è una cosa e la persona che lo riceve è tutt’altra cosa. Nell’operazione cui Amodeo era chiamato nella vita, quest’elezione in questo consesso diventa importantissima, perché egli era vittima del fascino delle persone illustri e dei maestri e un giorno sarebbe dovuto giungere a contraddire addirittura riconosciuti geni, in ogni campo, della scienza e della filosofia. Per farlo e porre all’attenzione del mondo intero il suo solitario giudizio egli avrebbe dovuto avvicinare ad una ad una tutte le figure da lui venerate, avrebbe dovuto conoscerle lavorando al loro fianco, fino a non venerarle più, pur non cessando di rispettarle per tutto quanto erano state capaci di compiere personalmente. Con questa elezione al Consiglio dell’Ordine degli Architetti, terminano i primi 33 anni di vita di Romano Amodeo, con il pieno successo nella sua professione e nella sua vita burocratica. (Vedete? Questo conto si chiude con un bilanciamento e alla pagina 176 che indica esattamente quello nel senso dato
1971. L’avere impegnato ormai ogni fine settimana in quest’attività di costruttore e i cinque giorni feriali nell’attività al CIMEP ad Amodeo evidentemente ancora non bastava… tanto che nel 1971 decise d’entrare come Consigliere nell’ordine degli Architetti cui era iscritto. Quest’idea gli venne quando ricevette la convocazione per partecipare alla votazione. Andato per la prima volta ad eleggere il nuovo Consiglio, pensava che ci fosse molto interesse per la nomina di quell’organismo di rappresentanza della sua categoria, ma non era così: a distanza quasi fissa, riceveva una comunicazione che, non essendo stato ancora raggiunto il quorum del 25% degli iscritti ammessi a votare, era nuovamente aperto il seggio, presso l’Ordine, il giorno tot. Alle ore tot. Dopo due o tre inviti, fu stuzzicato dall’idea di farsi eleggere. Si era mosso in ritardo, comunque ci provò lo stesso. Fu il disinteresse generale a sollecitare il suo interesse. L’attività nel Consorzio lo aveva portato alla ribalta, cominciava ad essere conosciuto, aveva moltissimi amici, di tutte le estrazioni, molti parecchio legati a lui soprattutto per l’attività sportiva che avevano praticato assieme, prima nei Brocchi e poi negli Assenti. Gli amici n’avevano apprezzato lo zelo e l’accanimento che sempre aveva messo in tutte le sue iniziative quando si era deciso ad intraprenderle. Così fece sapere in giro che se l’avessero votato avrebbe partecipato volentieri ai lavori del Consiglio dell’Ordine e sollecitò tutti quelli sui quali contava ad andare ai seggi e ad inserirlo tra i 15 consiglieri da eleggere. Il Consiglio uscente si era ripresentato per intero e Amodeo, da solo, avanzò la sua candidatura. Il quorum dei votanti fu raggiunto. Allo spoglio risultarono subito eletti 14 dei 15 consiglieri e Amodeo risultò il quindicesimo, ma non fu eletto, perché non superò il 50% delle preferenze di tutti coloro che avevano votato. Fu necessario il ballottaggio ed Amodeo lo vinse, entrando in Consiglio, tra architetti famosi, egli che aveva 33 anni ed era stato laureato appena due anni prima di quel dicembre 1971. (L’organica attività di Romano sarebbe stata molto determinata anche dall’Ordine Architetti, e rientra in questa pagina 175 che numericamente indica tutto il moto libero, ¾ di 100, del totale 100, per lui - guarda caso - nato nel 25 e quindi ¼ di 100).
al numero dimensionale! Tutto ciò ad ennesima conferma che questa impaginazione fatta apparentemente a caso dal Computer, non lo è, non è fatta a caso, ma secondo un Assoluto Criterio, che desidera essere scoperto e che, scoperto ha portato ad aggiungere tutte queste fastidiose ma utili annotazioni).
177
178
177 indica la libertà della libertà, il che significa, in parole povere, che la spiega per quel che vale.
178 evidenzia l’assetto complesso da –4 a +4 della realtà interamente libera. E in questa pagina eccola, per Romano: quella famiglia per cui aveva detto “Sì certo!”
Solo che è accaduto anche un grave inconveniente, che si è presentato anche come un grande peccato spirituale. (Vedete? La libertà condotta in questo modo ha portato ad un peccato) Il bisogno di una casa sua aveva portato Romano a costruire personalmente una casa per la famiglia, dopo che quella di Via Lattanzio era stata affittata ad Ambrosio (nettare degli Dei, dei gelosi), a Nicola di Ortonovo: Villa Colletto (sarà un nuovo orto della vita conseguente ad un letto di morte, spirituale, per tutto quello che era riservato alla sua singola famiglia). Ortonovo era anche il luogo in cui Mariannina insegnava quando Romano aveva iniziato addirittura la sua vita e non la casa che darà inizio alla sua seconda vita. L’inconveniente ed il peccato fu che Giancarla non seguì Romano che andava a costruire a Nicola e dissociò alquanto il suo interesse da una casa che il marito stava facendo proprio per la loro famiglia. Giancarla si comportò così come conseguenza del peccato di non aver potuto meglio sviluppare il senso della loro unione. Senza Romano lei restava a casa con i suoi, come era stato già per tutta la sua vita. Sarà questo peccato di Giancarla, contro il loro essere un tutt’uno, che chiuderà, con un una morte della poesia che esisteva tra loro, la vita della loro singola famiglia. Non si vedevano quasi più nemmeno, tanto era impegnato Romano. Ma i fine settimana avrebbero potuto passarli sempre assieme, se lei avesse voluto… Non volle e la poesia morì. Questo evento può avere la data precisa del mese dopo il Venerdì Santo del 1971, se Romano era costretto a ripetere l’esperienza di Gesù a modo tutto nuovo ma sempre antico. Essendo nato il 25 esatto del mese successivo al dicembre (in cui la Chiesa Cattolica colloca tradizionalmente la nascita di Gesù) la morte spirituale della poesia, delle nozze di Romano e della fine della sua famiglia personale (dopo avrà quella di tutti gli uomini), può essere benissimo datata un mese esatto dopo quella della morte di Gesù. Tanto non si trattava di una morte fisica, ma solo di un’idea del fine che è posto sotto i gesti dell’uomo. Da quel momento in poi il fine di Romano non fu più l’esistenza della sua famiglia borghese, ma quella della grande famiglia di tutto il genere umano. Se non fosse crollata la prima idea, non sarebbe potuto sbocciare la seconda, con la ricchezza con cui essa realmente rifiorì. Dite: non è strano che questo cambiamento inizi proprio mettendosi a costruire una casa nel Comune di Ortonovo? In provincia di La Spezia, come il condimento, di massima, della nuova coltura? L’Ortonovo in cui sua madre insegnava quando Romano iniziò la sua vita? Quest’ultimo era in Lucania, l’altro, in Liguria, l’aveva iniziato con Lingardo… Non vi sembra che per quanto riguardi questa vita di Romano questi nomi si assomiglino troppo, quasi nel proposito che egli, così curioso, poi li notasse e ci ragionasse su, fino ad accorgersi di esistere assieme a tutti in un vero e proprio Assoluto Disegno? (Ecco, per tutto quello che vale, la conclusione della presunta libertà: essa sta nel riuscire ad accorgersi che Dio è l’unico che “fa” e determina tutte le cose e che il cosiddetto creduto “fai da te” non è assolutamente libero)
179
180
179 è l’assetto complesso 180 (da –90 a +90) in cui 1 occupa un posto e si muove di 179 unità. Esse indicano tutto il tragitto residuo, e questa pagina sintetizza esattamente questo
180 è il complesso da –90 a +90, ove 90 è ¼ di giro o il moto 9 percepito nei decimi della presenza. Pag. 180 pertanto mostra idealmente il complesso dei due momenti di massimo cambiamento nella vita di Romano, corrispondenti a quello, nei primi 33 anni in cui da Salerno abbandona il Paradiso di Villa Cajafa, e quello, nel 2° gruppo di 33 anni, quando il Papa arriva e lo mette sottosopra, col papà in Paradiso.
La morte, a 33 anni, del credere che la vita sia propria e “fai da te”. L’impegno, rinnovato nel sociale, e sempre a più vasto raggio.
Ecco il segno della vita di Romano. In questo momento è l’ultimo sprazzo del suo Paradiso nella sua Salerno, in cui era salito dall’Inferno dell’afflizione, in Felitto ed abitava a Palazzo Cajafa (la sua Caifa). Eccolo mentre si tuffa, dallo scoglio numero 22 di un tratto di mare che oggi non c’è più: spazzato via prima da una alluvione e poi dalla cementificazione dell’uomo. Se si tuffasse oggi così, in quel luogo, andrebbe veramente sottoterra, perché ci sono le banchine del porto commerciale, con cataste di container uno sull’altro. Lo scoglio appare nella foto solo con il 2 che lo riguarda come una persona che avrebbe scelto di vivere secondo Cristo e di buttarsi allo sbaraglio. Ecco: si immergerà nel suo inferno personale, per risalirne poi a vantaggio di tutti, fattosi così piccolo ed insignificante come valore riconosciuto a se stesso da riuscire ad accogliere nella sua anima addirittura il Valore di Gesù, affinché portasse i tempi nuovi promessi con il mille e non più mille.
33 anni di vita rifondata, nella fede che tutta la vita è un dono della Divina Provvidenza.
Ed ecco l’altro segno: il funerale del padre, morto 15 giorni dopo la prima visita ufficiale del Papa Giovanni Paolo II alla Città di Milano. Si noti, alla sinistra: Sabato Lingardo, l’anima buona che sempre accompagnerà la Famiglia, facendole il dono immenso della sua stima, particolarmente valida, perché offerta da un Padrone del Sabato, presente in questo ultimo delle Beatitudini grandiose di Dio, che porrà per primi gli ultimi.
181
182
Capitolo 21
182 in Assoluto è il relativo 180/2, relativo ai 2 tempi di un controllo incrociato che fa scoprire il vero. In piena coerenza nel testo a pag. 182 c’è l’analisi della complessità delle situazioni.
(21 è la libertà 7 del volume, nelle 3 componenti dello spazio, 7×3, quindi indica tutta la libertà in blocco. Pag. 181 attua il 60×3 nel tempo 1, ed è nel testo la libertà d’un architetto che vuol operare nel sociale)
La difficoltà sarebbe stata quella di realizzare tutte le relative infrastrutture, primarie, quali strade fogne eccetera e secondarie, come le scuole ai vari livelli, per i nuovi lotti. I Comuni poggiavano i loro interventi sui contributi dei cittadini. Ma quando si realizzavano complessi notevoli e affluivano persone da tutto l’intorno e spesso da Milano, non potevano certamente i residenti accollarsi gli oneri per realizzare le infrastrutture ai nuovi arrivati. Pertanto l’azione politica degli amministratori aveva portato all’accordo che gli oneri d’urbanizzazione fosse equamente spartiti tra la Gescal e i Comuni. Il piano riguardava interventi in oltre duecento lotti, essendocene diversi per ogni Comune. Lotti che potevano essere paragonabili a quartieri, con molte case, scuola materna, elementare, media. Pertanto l’accordo del Fifty-fifty andava controllato nel rendiconto totale, giacché, nel singolo svolgimento, le situazioni potevano anche essere attribuite tutto a carico del Comune o della Gescal, in quanto il CIMEP avrebbe poi fatto da mediatore, dando ai Comuni quanto avessero speso in più della Gescal per motivo d’opportunità. Cominciarono così ad essere preparati e presentati tutti i progetti. Amodeo cominciò a trattare con importanti funzionari dell’Apparato statale, e, nel piccolo, a tenere la contabilità di tutti i lotti, nel proposito che quell’accordo politico fosse rispettato. Ne riconosceva e condivideva l’importanza: i Comuni non potevano essere messi in crisi solo perché a Milano servivano addetti e questi si sarebbero insediati in modo massiccio nei piccoli Comuni dell’intorno, oberandoli così di costi non certo addebitabili alla popolazione che, prima, vi risiedeva e che si vedeva, poi, anche invasa da gente sconosciuta, di diverse tradizioni e diversi costumi, con disagi personali che Romano ben conosceva, avendoli sperimentati sulla sua pelle come un vero e potenziale Inferno. Negli incontri di riepilogo degli interventi più piccoli, Amodeo vedeva l’arrivo del Direttore di quel suo servizio, l’ing. Calandra. I funzionari della controparte prendevano allora in mano le questioni e proponevano: “Qui è opportuno che tutti i costi siano attribuiti ai Comuni…”. Amodeo si rivolgeva al suo Direttore e gli faceva presente come la Gescal stesse troppo sbilanciando tutto e come, da un certo punto in poi, sarebbe stato indispensabile accollare tutte le spese a questa Gestione, altrimenti l’accordo del Fifty-fifty saltava e diveniva non più attuabile, nel concreto, a causa delle ripartizioni già concordate e degli impegni relativi già presi. L’ing. Calandra, che era un politico, in certe occasioni, più che un tecnico, gli rispondeva con un “Ma sì, poi vedremo..” ed Amodeo, tecnico e per nulla politico, gli ribatteva che poi non avrebbero più potuto vedere. L’ingegner Calandra avrebbe voluto che fosse il Cannarella, con il peso della sua Presidenza, a far rispettare un accordo preso in chiave politica. Amodeo sosteneva che spettava ai tecnici, che n’avevano avuto l’incarico, di controllare il rispetto di quegli accordi politici. Calandra era il Direttore e, ad un certo punto, Amodeo smetteva d’insistere. Colse allora la prima occasione in cui partecipò, finalmente, il Presidente del CIMEP Cannarella, e Amodeo, prendendo la parola nonostante Calandra cercasse di farlo tacere, rivelò come non si poteva più procedere così, perché stava saltando la fattibilità di tutto il faticoso accordo preso tra le due parti.
Il 1972 fu il primo anno della nuova vita di Romano Amodeo, impostata sui valori sociali, con particolare riferimento alla casa reale dell’uomo. A riprova, lavorando da architetto e trattando con i più alti livelli, della gestione delle case per tutti i lavoratori italiani e dei Comuni, gestì per il CIMEP il Programma Straordinario d’interventi delle case popolari della Gescal 87. Fece risparmiare, con la sua personale tenacia, 1 miliardo di lire ai Comuni, una cifra che, equiparata ad oggi, sarebbe colossale. Succedeva che in Italia grandissime risorse, prelevate dalla tasca dei lavoratori, erano accantonate per realizzare le case popolari. Esisteva un ente che gestiva queste risorse e si chiamava Ges (come gestione) Ca (che stava per case) L (che si riferiva ai lavoratori. Gestione delle case per i lavoratori). Questa Gestione si poggiava su una legge dello Stato, legge che, per assicurare che i fondi fossero impiegati, stabiliva che essi, pur conservati dalle Banche, non dessero alcun reddito per l’Ente stesso. A questo punto in verità il reddito c’era lo stesso, ma finiva a chi, avendo veste decisionale, sceglieva questo o quell’Istituto di Credito come depositario delle risorse finanziarie. Era di sommo interesse per ogni Banca avere capitali così, che non dessero interesse ai titolari, per cui questi interessi c’erano lo stesso, ma finivano ai partiti, quando non alle persone dei partiti o della stessa Gescal. Erano restati così bloccati fondi immensi, ed era un vero scandalo. Allora era stato varato un Programma Nazionale d’interventi, che utilizzasse queste scorte finanziarie non ancora utilizzate. Si chiamava “Piano Straordinario”. I comuni consorziati nel CIMEP, forti del numero e dell’importanza d’un gruppo che conteneva al suo interno il Comune di Milano, erano riusciti ad avere un grandioso stanziamento e si doveva procedere all’attuazione del Piano. Furono mobilitate le competenze tecniche dell’Ente: l’Ingegner Calandra, come il Direttore del Servizio, e l’architetto Amodeo come chi avrebbe condotto all’atto pratico tutta la trattativa sotto l’aspetto tecnico. Era un aspetto fondamentale, perché i tecnici sono coloro che attuano il disegno degli amministratori. In questo caso quelli del Consorzio erano riusciti a compiere qualche cosa d’importante, a favore dei Comuni: impedire che gli interventi, indotto con tutti questi capitali, mettessero le Amministrazioni locali in difficoltà.
87. Dite voi se, per un uomo che aveva deciso d’essere un costruttore della casa reale dell’uomo, ci potesse essere una struttura più esemplare di questa, ad esprimere la casa per tutti quelli che lavorano. Ma non si trattava d’un piano Ordinario, questo era Straordinario, a sottolineare che l’intervento dell’architetto Amodeo non sarebbe rientrato nella norma, ma sarebbe stato un intervento Straordinario della Provvidenza di Dio. 182 in Assoluto è il relativo 180/2, relativo ai 2 tempi di un controllo incrociato che fa scoprire il vero.
183
183 subordina il tutto, 180, al tutto 3, per cui a pag. 183 ci sono le decisioni globali.
Cannarella fu alquanto sorpreso di quanto sentiva, ne volle sapere di più, ed Amodeo presentò il consuntivo delle ripartizioni fatte fino a quel punto: 70% a carico dei Comuni e solo il 30% a carico della Gescal. Presentò anche il quadro degli interventi che mancavano e dimostrò come solo se, da quel momento in poi, il CIMEP avesse giocato la sua autorità, i conti potevano essere pareggiati. Cannarella volle entrare nei dettagli, si documentò e dovette concordare che era vero. Così si dovette alla tenacia d’Amodeo ed alla sua meticolosità se ai Comuni e, conseguentemente, al CIMEP fu fatta risparmiare una montagna di denaro. Amodeo era stato il solo ad avere spinto in questa direzione. Non lo aveva aiutato nemmeno il Segretario Generale del CIMEP, Dottoressa Raffaella Marchesi, alla quale più d’una volta aveva chiesto che il Consiglio discutesse di come stessero andando le questioni inerenti all’accordo del Fifty-fifty, tra il CIMEP e la Gescal. Quando, anni dopo, arrivò finalmente il Comune di Milano, con gli oneri d’urbanizzazione relativi al Piano Straordinario, il solo comune di Milano risparmiò un miliardo di lire. E ad Amodeo toccò d’udire, in una riunione, la dottoressa Marchesi che declamava trionfante: “Sono riuscita a fare risparmiare un miliardo di lire al Comune di Milano!”. In tutto questo frattempo, Amodeo viveva un’attività convulsa. Mattine e pomeriggi dei giorni lavorativi era al CIMEP, o in qualche cantiere. Il lunedì sera era alla commissione urbanistica del Centro Storico, Zona 1 del decentramento amministrativo di Milano. Il martedì sera era all’Ordine degli architetti. Il mercoledì e il giovedì restava a casa, se qualche impegno non subentrava, la sera, per qualche convegno o altro che lo interessasse. Il venerdì, appena cenato, assieme a Sergio Venturelli partiva per l’avventura di Nicola d’Ortonovo, dove si trasformava in factotum e impalava, legava ferri, tirava su muri, per rincasare stanchissimo la domenica sera 88. In quell’anno fu Amodeo che, avendo proposto il Consiglio di cambiare sede all’Ordine degli Architetti, trovò vicino a casa sua, in corso Italia, quasi sui bastioni, una bella e dignitosa sistemazione, in locali che permettevano anche una sala in cui potessero svolgersi piccoli convegni ed attività che corrispondessero maggiormente agli interessi reali degli iscritti. Si stava sempre più convincendo, vedendola in atto, di come lì si facesse solo tanta, troppa politica. Cominciò a desiderare un cambiamento e si riprometteva che se ne sarebbe occupato al momento del rinnovo del Consiglio, che, durando 2 anni in carica, avrebbe dovuto ripresentarsi alle urne nel 1973, ossia l’anno seguente. 88. Questo nuovo tratto della vita di Romano Amodeo cominciò alla grande, con un impegno assolto in tutte le direzioni esistenti del sociale, giacché la stessa casa che stava costruendo a Nicola di Ortonovo non era solo per se stesso, ma per parenti, più o meno stretti (mamma e zio della moglie) ed amici, insomma per tutti. Se questo non è un deciso impegno nel sociale, volto a superare le difficoltà dell’uomo di avere un luogo per la propria famiglia, io non so che cos’altro ci dovrebbe essere.
184
Capitolo 22 (22 è l’attuazione del volume 7×3 nel tempo intero. La pag. 184 evidenzia le condizioni reali 60×3+4)
Il 1973, per Romano, fu il secondo anno della nuova vita spesa nel sociale, quella in cui il successo nasce dal sacrificio personale e da una lotta che sembra essere persa, perché realizza il successo degli altri con un eccesso di carichi sulla propria persona. Alcuni mesi prima delle votazioni per la nomina del nuovo Consiglio dell’Ordine degli Architetti, ricevette una telefonata da un suo amico, l’architetto Carlo Invernizzi. “Puoi venire mercoledì in Via Nirone, ad un incontro presso la sede cittadina della Democrazia Cristiana? Ci stiamo occupando dell’Ordine degli architetti ed abbiamo appreso che tu, attuale Consigliere, sei iscritto alla DC.” Era vero. A Romano era toccato di iscriversi per fare un favore ai suoceri. Uno dei frequentatori del bar era Pippo De Nuzzo, un infermiere che lavorava alla Clinica Ronzoni, di Milano. Egli, facendo giocare il suo ruolo tutte le volte che gli ammalati dovevano essere ricoverati, faceva talmente pesare il suo intervento che tutti erano convinti d’entrare non perché ci fosse posto ma per la raccomandazione di Pippo. Chiedeva in cambio solo che, come egli sosteneva il loro bisogno, tutti sostenessero il suo quando si trattava d’eleggere il Segretario della Sezione Colonne della DC, chiamata così perché situata in prossimità delle colonne di san Lorenzo. Era una sezione pressoché fantasma, che non faceva quasi nulla di nulla se non partecipare poi alle nomine di più alte attribuzioni fatte ne partito, con la forza del numero dei tesserati. Quindi chi si iscriveva unicamente perché qualcuno, nella sua famiglia, aveva dei problemi di salute, non era tenuto a buttare via altro tempo che quello una tantum del momento del rinnovo delle cariche nella sezione Colonne, il cui Segretario era Pippo. Nella famiglia di Giancarla il problema sanitario riguardava Clara Benedetti, che ogni tanto necessitava di interventi. Ma talora anche Pina, non stava bene e faceva comodo che, chiamato Pippo, il posto ci fosse immediatamente. Romano aveva dovuto pagare egli pure questo pedaggio, anche se gli seccava, perché non aveva mai voluto aderire a partiti in vita sua. Gli rimproverava proprio d’essere partiti presi. Li vedeva farsi guerra su idee che erano ritenute assolutamente sbagliate solo per il fatto d’appartenere agli schieramenti opposti. E ce n’erano tanti, in quell’epoca, che diveniva impossibile districarsi. La guerra arrivava fino all’aspetto portato avanti dai tecnici: lo vedeva nelle commissioni cui partecipava, perché gli stessi tecnici, prima di intervenire, ci tenevano ad essere informati della fonte delle varie istanze. Per cui si giungeva all’assurdo che la stessa cosa che era sacrosanta se fatta dall’uno, diveniva inaccettabile se fatta dall’altro, vuoi che fosse la necessità di realizzare parcheggi, vuoi che fossero altre licenze che dovevano avere assenso o rifiuto tecnico. Tutto questo era insito nella logica stessa che aveva portato Amodeo a prendere la tessera della Sezione Colonne, e si chiamava con una parola molto semplice e significativa: clientelismo. Amodeo rispose a Invernizzi che ci sarebbe andato e ci andò. Chi aveva promosso quell’incontro era stato l’ing. Giacomo Elias.
185
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185 aggiunge al 180 il 5 che sono tutte le componenti in moto in un verso. La pag. 185, coerentemente, mostra il tutto nel massimo sviluppo degli eventi.
186, aggiunge da –3 a +3 a 180, e si ha una situazione sommaria e complessa, come il senso della pg.186.
Questo laureato insegnava al Politecnico nella Facoltà di Ingegneria e che era riuscito a convincere i quadri della DC che bisognava fare qualcosa, in quanto l’Ordine degli architetti era di sinistra e faceva in modo evidente quella politica. Alla riunione partecipavano poco meno altre venti persone, tutte architetti. Amodeo spiegò, su richiesto, che da dentro il Consiglio il giudizio che si poteva dare era proprio quello. Egli era disgustato che la politica fosse presente anche lì, con le sue brave clientele che rendevano poi difficile la giustizia e l’imparzialità ad una Magistratura di secondo grado come era considerato ogni Ordine. Aggiunse che già si era riproposto di tentare di dare una correzione a tutto questo e come il momento giusto sarebbe stato nell’atto delle votazioni per il rinnovo del Consiglio. L’ing. Elias spiegò che quello era proprio l’argomento per cui tutti erano stati convocati quella sera: si doveva preparare quelle elezioni, in modo che l’esito fosse secondo quanto non solo pareva giusto ad Amodeo ma era veramente giusto: l’Ordine non doveva occuparsi di politica 89. (Massimo sviluppo degli eventi è un obiettivo da raggiungere) Quasi tutti i presenti concordavano con questo giudizio, per cui si decise di passare ai fatti. Ciascuno si desse da fare nel suo campo e tra le sue conoscenze e proponesse i nomi più idonei a dare quella svolta. L’incontro si ripeté due volte. Nel primo Amodeo segnalò una serie di nomi di persone con le quali egli aveva parlato e che erano convinte della necessità d’un Ordine imparziale. Gli altri fecero altrettanto. Nell’incontro successivo risultò evidente, ad Amodeo, che una cosa erano le parole, un’altra i fatti, giacché tra i papabili da presentare al voto erano state inserite le figure professionali che erano state spazzate via dalla rivoluzione del ’68. Delle persona segnalate da lui, eccetto se stesso, nessuna figurava tra questi papabili e c’erano, in cambio, quelle persone che in passato avevano fatto grande incetta di incarichi e di privilegi, favorendo soprattutto se stesse. Decise immediatamente che egli non ci stava. Così telefonò al suo amico, che lo aveva invitato la prima volta, e gli lasciò registrato sulla segreteria che egli non era d’accordo sugli intenti revisionisti e restauratori che aveva visto in allestimento. Facessero quel che volevano, ma senza di lui. Amodeo non fu più chiamato. (Avevano deciso che il massimo sviluppo facesse a meno di lui). Questo che stava accadendo fu la classica goccia che fa traboccare il vaso. Infatti, a mano a mano che le elezioni si avvicinavano, per Amodeo era diventato sempre più incerto se mettersi a fare una guerra accanita e molto organizzata contro chi faceva politica in una struttura che era una Magistratura. Decise di sì e che non si sarebbe più dovuto presentare da solo, ma con un gruppo forte ed agguerrito, che riuscisse nell’intento, piuttosto improbabile, di rimuovere da lì la politica, specie in quel momento in cui tutto era reso politicizzato: perfino l’accettazione nella Clinica Priva Ronzoni! (E’ la pagina delle massime intenzioni.) 89. A questo punto compaiono, nella vita di Amodeo, le questioni relative alla giustizia di chi ha il compito di amministrarla. Egli fa, in un certo senso, un salto di qualità, perché passa dalla condizione dell’utente a quella di chi deve vigilare sul retto comportamento di chi usa le risorse. Questo livello dell’esperienza relativa al sociale, diventa per Amodeo una lotta assoluta, nella quale impegnare tutta la sua fede nella forza autonoma della Giustizia. E lo farà nel contesto di quei costruttori che sua madre voleva essere, quando, nei suoi sogni, voleva diventare un “ingegnere.” (Come si diceva: massimo movimento decisionale).
Ma quando Amodeo assistette al tentativo di restaurazione, si ribellò, contro la sinistra e contro la destra e decise che si sarebbe battuto affinché nell’Ordine degli Architetti non si facesse più politica 90. (Visto? Ora si evidenziano gli opposti del complesso contro cui battersi!). Egli avrebbe creato un terzo schieramento, del tutto indipendente, e si sarebbe visto quali fossero all’atto pratico le intenzioni della base. “Volevano essere gestiti da una Magistratura che faceva politica?” Amodeo non credeva che questa fosse la volontà della maggioranza degli architetti iscritti all’Ordine, ma, per riuscire nel suo intento doveva riuscire a smuovere questa maggioranza affinché si recasse alle urne ed esprimesse la sua volontà. Era una base impotente solo perché rassegnata a quell’andazzo, e poteva muoversi se solo avesse avuto la reale speranza d’un possibile cambiamento vero, in senso democratico. (Osservazione della situazione complessa anche tra gli iscritti). Sapeva che il Sindacato Architetti, fondato e presieduto da Alberto Scarzella, aveva queste stesse sue idee e allora decise un’alleanza, attraverso un appoggio esterno: avrebbe candidato solo una decina di persone ed avrebbe incoraggiato gli Architetti a completare i 15 nomi obbligatori affinché la lista non fosse annullata, con preferenze prese dalla lista presentata dal Sindacato. (Anche la sua lista avrebbe rispettato un complesso di spinte). Telefonò a Scarzella e raggiunse un accordo in tal senso. Anche il sindacato avrebbe scritto, sui volantini, che gli intenti della lista d’Amodeo erano molto simili a quelli del Sindacato, per cui completassero i 15 nomi attingendo da queste due liste. (Complessità!) Romano iniziò un intenso periodo di colloqui, scelse ad una ad una le persone che sarebbero state in lizza con lui. Non gli importava che fossero aderenti ad un partito o no, ma che non puntassero a caratterizzare politicamente una struttura che non lo doveva essere. In quella lista furono inserite persone come Epifanio Li Calzi, che poi sarebbe divenuto sindaco ed era comunista, altre socialiste, come il suo amico Romano Gozzi. Era anche difficile trovare figure veramente capaci che, in quel momento in cui tutto era politicizzato, fossero fuori della politica. (Complessità!) Compose il proprio schieramento con 11 nomi e preparò il suo manifesto, che annunciava il loro programma indipendente. In fondo c’era il consiglio d’aggiungere i 4 nomi, che mancavano ai 15 da indicare per forza, prendendoli dalla lista del Sindacato Architetti liberi professionisti. Gli telefonò allora, un’altra volta, quel suo amico che l’aveva invitato alla DC: “Ma perché non sei più venuto? Perché stai facendo così? Vieni a spiegarcelo?” (Si erano accorti che la situazione era diventata complessa).
90. Amodeo non era nessuno, all’interno dell’Ordine degli Architetti… Da dove gli arriva o da cosa nasce una ispirazione del genere? Come può anche lontanamente presumere di essere in grado, egli che non è nessuno, di mettersi in mezzo a queste questioni di una politica a livello nazionale? Interviene perché crede nelle Ragioni della Giustizia. È il Santo Spirito di Dio, ossia la convinzione assoluta che quanto sia giusto abbia in se stesso la forza per imporsi, al di la degli schieramenti e dei punti altrui di forza. È una vera e propria fede che l’uomo non possa nulla se quello che decide o organizza non sia giusto. Chi ha tanta fede nella forza della Giustizia, crede nello Spirito Santo di Dio, in quanto la stessa Giustizia altri non è che un Dio onnipotente. Pertanto non è sbagliato dire che è lo Spirito di Giustizia la forza in cui Amodeo confida in assoluto, che crede più forte del misero opportunismo dell’uomo. (La realtà non è “umana”, ma “complessa”)
187
188
187 aggiungendo 7 a 180, aggiunge tutta la libertà del volume, pertanto a pag. 187 sono descritti gesti assolutamente liberi dai normali condizionamenti.
188 assume ora un equilibrio complesso da –4 a +4, che mostra una realtà complessa ma ordinata.
Amodeo sapeva molto bene che si sarebbe “cacciato nella tana del lupo”, ma se ne infischiò ed accettò di cacciarvisi. Il mercoledì seguente era lì, con una quantità dei suoi manifesti, che distribuì a tutti i convenuti. “Il perché non sia venuto più potete leggerlo chiaramente nel programma. Il mio non è chiaramente il vostro!” (piena libertà di lui, iscritto DC di agire diversamente dalla DC). Dopo un silenzio durato cinque minuti, il tempo di leggerlo, cominciarono le proteste: “Ma che vuol dire? Cosa significa questa cosa qui? Ma che porcheria è questa!” L’ingegner Elias si alzò, si assentò, mentre infuriava questa buriana e Amodeo taceva. Tornò alcuni minuti dopo, e guardò l’architetto con uno strano sorriso. “E’ qui presente l’architetto Amodeo?” domandò poco dopo l’usciere, entrando nella sala. Nessuno, oltre le persone lì presenti, sapeva che Amodeo era lì, in Via Nirone. Non lo sapevano neppure i suoi familiari. “Chi era mai?” Era l’ing. Ferdinando Passani, democristiano di quella stessa corrente dell’ing. Elias, che era divenuto presidente del CIMEP, dopo l’uscita di scena di Cannarella. Sollecitato chiaramente dall’Elias – era quella la ragione del suo sorrisetto – il Passani così parlò, ad Amodeo: “Ma che combina? Una volta che la DC tutta unita decide di fare una cosa buona come questa, perché lei si apparta e si mette a fare a modo suo?” “Presidente, la DC sta cercando di fare un gioco sporco che a me non va. Io non voglio la politica nel Consiglio che rappresenta l’Ordine degli Architetti e mi sto battendo per questo. Invece la DC desidera proprio che politica si faccia, solo vuole che essa sia la sua o, quanto meno, che non sia messa così fuori gioco come è ora.” “Ma no! Su, architetto Amodeo, faccia quello che io le chiedo: si metta d’accordo. Non le dico di rinunciare alle sue idee, ma possibile che non ci sia, tra i tanti architetti iscritti alla DC, chi condivida idee sagge come la sua? Ci provi e vedrà che li trova.” Amodeo non promise nulla al Presidente del Consorzio da cui dipendeva il suo lavoro, il suo stipendio e la sua stessa personale possibilità di carriera. Erano in 4 architetti ad essere assistenti di direzione e se l’ing. Calandra non fosse più potuto essere il Direttore d’una struttura in cui non fosse in pianta organica, il suo sostituto sarebbe venuto fuori da un ballottaggio tra loro quattro. Perché allora farsi inutilmente nemico l’Ing. Ferdinando Passani? Evidentemente la DC teneva molto a questa faccenda dell’Ordine ed era seriamente preoccupata per quello che lui stava facendo, altrimenti questi non si sarebbero mossi in quel modo, non avrebbero organizzato quella bella messa in scena. Tornò nella sala e restò in silenzio. Così accadde, secondo il copione che l’Elias chiaramente allestì in sua assenza, mentre egli parlava con il Passani, che, ad una ad una, si levarono voci che ora cominciarono a commentare in modo alquanto diverso da prima il contenuto del programma “C’è anche del buono”. “Sì, tutto sommato questa idea è anche condivisibile…”. “Anzi è proprio giusto così!” A quel punto prese la parola l’ing. Elias e concluse la manfrina: “ma perché soli 11 nomi? Non possono diventare 15? Qui c’è gente che evidentemente condivide i contenuti del tuo programma!” (Avete visto? In questa pagina delle assolute libertà si ribalta ogni cosa!) Era successo quello che succedeva sempre: appena un presunto nemico diveniva un possibile alleato, le stesse cose assumevano un altro senso e da terribili prima divenivano stupende poi. (E qui lo si rileva, perché quest’assoluta libertà del tutto è il senso del n. 187 della pagina).
Amodeo non fiatò, finché parlarono tutti. Infine fu laconico e spiegò ai presenti che non aveva, per rispetto a tutte le persone della sua lista, la facoltà di inserire cambiamenti a sua libera discrezione. Però promise che ne avrebbe parlato agli altri. Gli segnalassero intanto i 4 nomi che mancavano; egli avrebbe parlato ad uno ad uno con loro per accertarsi della verità dei loro propositi: “Perché qui ho udito, espressi dalle stesse persone, due giudizi diametralmente opposti e bisogna conoscere quale delle due opposte versioni corrisponda alla verità.” (Vedete? Accetta di inserire i 4 nomi che per lui erano come fossero il –4! Ma che Codice!) La prima cosa che Amodeo fece, quando fu a casa, fu di telefonare a Scarzella. Gli domandò consiglio. Alberto era una persona stimata e rispettabile, lo aiutasse a scegliere nel modo migliore, perché qui erano state fatte sollecitazioni da parte del Presidente del Consorzio da cui dipendeva e la questione era divenuta personalmente scottante. (Complessa). Scarzella fu eccezionale: gli consigliò d’aver cura soprattutto della sua carriera; quello che stava per tentare di fare all’Ordine era una cosa così prematura e difficile che avrebbe rischiato di rovinare o compromettere il suo futuro per combattere una lotta contro i mulini a vento. Non valeva la pena che facesse il Don Chisciotte. Che dunque facesse come sol poteva: il Sindacato sarebbe andato per la sua strada e lui doveva andare per la sua! 91 Ebbe in seguito la conferma che quella seduta in Via Nirone era stata organizzata apposta per recuperare quanto più possibile la sua iniziativa, che lo avevano giudicato un avversario temibile che era meglio non avere. Seppe anche che quella gente stava continuando ad incontrarsi, perché intendeva giungere ad un compromesso politico con il Consiglio uscente. Agendo su leve di partito, stavano cercando di far sì che il Consiglio dell’Ordine uscisse da un accordo politico tra i partiti… il solito compromesso, più o meno storico. (Compromesso per eccellenza, in questa pagina della realtà complessa). Conosciute queste intenzioni e saputo chiaramente che non avrebbe mai corso il rischio d’essere agganciato al carro della DC, Amodeo fece in modo che i quattro architetti DC, di cui erano stati segnalati i nomi e con cui aveva parlato francamente, fossero accettati dagli altri 10 ed aggiunti agli 11; così completò il suo schieramento indipendente, presentando una lista completa, con 15 candidati. (Completa e complessa) Successe però che l’accordo interpartitico, cercato dall’ing. Elias, fu bellamente snobbato da tutte le altre parti: veri bidoni, perché andavano agli appuntamenti presi con tutti solo gli esponenti della DC… Insomma fu un vero fallimento, e l’Elias, per dimostrare ai suoi referenti che a qualcosa di importante era pur riuscito, inviò su carta intestata DC una lettera alla cinquantina d’architetti che risultavano iscritti alla DC e che diceva in sostanza “Sta per rinnovarsi il Consiglio…, va a votare per la lista d’Amodeo che è una lista d’amici”. (L’ing. Elias combinò un bel “casino”, ed è descritto nella pag. il cui n. li contiene). Amodeo, da parte sua, aveva mobilitato tutte le sue conoscenze. Attivando e facendo scattare una sorta di Catena di S. Antonio aveva informato tutti il più possibile della sua intenzione d’eliminare la politica dall’Ordine. 91. Lo noti molto bene, il lettore. Amodeo è richiamato ad una scelta opportunistica. Se egli fosse stato integro avrebbe dovuto dire no all’Ingegner Elias e al suo Presidente del Cimep. Invece fece egli pure una scelta opportunistica e Dio non lo premierà, in quanto questa scelta farà sconfiggere Amodeo. Non si può servire due Padroni, avverte Gesù. Amodeo tentò di farlo e si accorgerà come non sia giusto fare i furbi.
189
190
189 è lo spostamento 9 di 1 già collocato all’interno del 190 che è una nuova sistemazione. Coerentemente a pag. 189 si spiega tutto quanto succede ad 1 che poi è Amodeo.
190 è il percorso su 200 del ciclo intero 10. Quindi a pag. 190 ci sono determinazioni piene.
Il Consiglio uscente presentò una sua lista di 15 nomi. Amodeo una di 15, il Sindacato una di 5, e poi c’erano ancora altri candidati, proposti in ordine sparso. Andò tanta gente a votare come non c’era mai stata e il discorso si risolse fin dalla prima tornata con questo esito: Amodeo fu chi ebbe più preferenze tra tutti, il 48% dei votanti, una percentuale che, essendo inferiore al 50% non eleggeva, in quella fase, nemmeno lui. Dopo Amodeo, tra i 15 più votati, c’erano altri 11 nomi della sua lista. Il Consiglio uscente aveva inserito solo 3 nominativi tra i primi quindici che, se fossero stati eletti in quella fase, avrebbero portato ad una stupefacente vittoria d’Amodeo. Sarebbe stato il più giovane presidente della storia dell’Ordine degli Architetti di Milano Pavia e Sondrio, con i suoi 35 anni. Ma, ciò che sarebbe stato ancora più eccezionale, sarebbe divenuto Presidente a soli 4 anni dalla sua laurea e dall’iscrizione all’Ordine. Moltissimo aveva giocato, in tutto ciò, la funzione che aveva nel CIMEP, senza la quale tutto il castello non sarebbe stato nemmeno iniziato, nella sua costruzione. E lo doveva alla moglie, a quella moglie che, standosene in disparte, gli dava modo di scaraventare tutta la sua energia sui fini che, volta per volta, sceglieva come i suoi personali obiettivi. Una moglie che lo seguiva orgogliosa e in un certo senso stranita, per quell’incredibile arrampicata che Amodeo stava facendo sulla via del successo. “Avete visto che porcheria?” fu il commento che udì dai suoi avversari, recandosi il martedì seguente in Consiglio. “Sì, un vero schifo. Ma abbiamo commesso un grave errore che non dovremo ripetere, al momento del ballottaggio. Siamo ancora in tempo. Dovremo far sapere che è entrato in campo il partito della DC, dirlo in una bella assemblea di denuncia, e poi fare effettuare il voto, subito dopo. Non dobbiamo far votare nessuno che non abbia prima udito quello che è successo!” “Non potete fare tutto ciò” rispose Amodeo. “Non potete, la prima volta che siete messi chiaramente in minoranza, convocare una assemblea di giudizio nel bel mezzo d’una votazione. È contro a tutte le regole democratiche. Poi dovete pensare che questo non è solo l’Ordine di Milano: gli iscritti di Pavia e di Sondrio devono potere aver modo di votare senza rincasare all’alba. Inoltre, essendo in discussione tutti e 15 i posti, e non si deve strangolare l’espressione libera del voto impedendo la partecipazione a chi non possa essere presente in un momento troppo breve.” Nessuno gli badò. Allora, mentre gli altri organizzavano il riscatto, scrisse: “Illustre Presidente dell’Ordine e membri del Consiglio, chiedo ufficialmente che nel ballottaggio il seggio resti aperto almeno per un intero giorno, al fine di potere far votare anche chi risiede lontano o non può esser presente in un orario troppo ristretto”. Consegnò la richiesta al Presidente dicendogli che avrebbe scritto a tutti gli architetti per comunicare loro l’esito del voto e che avrebbe reso, in quella occasione, di pubblico dominio anche la risposta data dal Presidente e dal Consiglio. Vide il Presidente d’allora, che non si era ripresentato nel nuovo biennio tra i 15 candidati, leggere il foglietto, con la mano che gli tremava letteralmente, per l’emozione. Amodeo lo notò. Egli, un bravo architetto, un maestro, “stava tremando per lui!”. Gli sembrava di non credere ai suoi occhi e anche si accorse che veramente gli dispiaceva. Nonostante la scelta di strozzare il voto fosse una chiara ammissione di faziosità, Presidente e Consiglio decisero ugualmente che non si doveva permettere la votazione a chi non avesse udito prima una pubblica e vibrante denuncia.
“Dunque è questa la vostra risposta che devo far conoscere? È un no?” domandò Amodeo. Nessuno gli rispose. (Silenzio assenso, era chiarissimo. Voleva anche una risposta?) Si unirono in seguito a porte chiuse e partirono al contrattacco. Procuratasi una delle 50 lettere su carta intestata DC, spedite dal Segretario Cittadino ai soli 50 iscritti alla DC, decisero che occorreva fotocopiare quella lettera e spedirla a tutti e 2.000 gli architetti iscritti all’Ordine, affinché la vedessero: era una prova incontestabile. Se ci fosse stato allegato un biglietto che spiegava come quello fosse un documento fatto a sua libera iniziativa dalla DC e spedito ai suoi 50 iscritti e che quella era la prova, tutto ciò sarebbe corrisposto alla sacrosanta verità. Ma fu spedita la lettera senza nessun allegato e tutti furono indotti a pensare che la DC avesse deciso di scrivere a ciascuno di loro, per portare avanti lo schieramento d’Amodeo. In questo modo – che definire equivoco e truffaldino non è azzardato – l’intervento d’Amodeo, che puntava a rimuovere la politica dall’Ordine, fu fatto passare come l’intervento politico della peggiore specie; che è quello che, mentre afferma una cosa, sostiene l’altra. Amodeo era una sorta di Cavallo di Troia. A quel punto Amodeo si rese conto che, tiratovi dentro con le pinze, era divenuto l’oggetto d’un grosso scontro tra la DC e tutti gli altri partiti dello schieramento politico. Poteva resistere alla manovra d’aggiramento solo reagendo con forza e facendo apparire l’enorme aggressione alle regole democratiche, attuata dai suoi avversari, che avrebbero dovuto essere i tutori stessi della deontologia, ossia del retto comportamento su cui erano tenuti per legge a vigilare 92. Scrisse così a tutti gli Architetti, spedendo circa 2.000 lettere ed avvalendosi ora, per farlo, proprio della struttura di quella DC che lo aveva maldestramente compromesso, facendo così a se stessa anche il più clamoroso degli autogol. Decise che, coinvolto suo malgrado nella politica, non era possibile a lui ora altra lotta se non su quel territorio nel quale era stato tirato per i capelli e in tutti i modi. Ci si era messo perfino il suo datore di lavoro! (Vedete come tutti i nodi vengono al pettine in questa pagina intera nel “ciclo 10”?) Su quelle lettere, spedite da Via Nirone e con i soldi della DC, Amodeo piegò come il Consiglio non avesse mai ritenuto lecito, in passato, di interrompere una votazione con un’assemblea straordinaria; lo faceva ora che era stata la prima volta in cui era stato battuto. Spiegò come la lista, che faceva capo a lui, avesse, al suo interno, rappresentanti di tutti i partiti, anche comunisti e socialisti, perciò quella non era la lista della DC. Ribadì come il suo scopo fosse davvero quello di togliere la politica dall’Ordine: questo era ciò che era gradito non solo alla DC, ma lo avrebbe dovuto essere per chiunque conoscesse come l’Ordine fosse una Magistratura. (Questo era il percorso giusto del tutto! Ma è così anche nei numeri! Il tutto è 100, quando avanza di 100 e contiene in esso la presenza intera 10, ci deve essere la quantità data da 200 –10 =190. E questa giustezza è affermata nella narrazione contenuta in pag. 190! Si seguita a mostrarlo, ribadendo che tutto ciò è senza dubbio voluto, ma non certo da chi crede di avere impaginato a lui il testo grazie alla casualità portata dalla macchina).
92. Altro errore d’Amodeo, opportunistico. Si lasciò aiutare e coinvolgere, pensando che ormai la frittata era fatta. Decise di cavalcare la tigre. Queste sono operazioni che funzionano anche bene a piccolo raggio, ma poi diventano sempre una palla al piede. Non si può avere due padroni. Alla fine tutto è sempre smascherato.
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191 attua nel tempo 1 lo spazio 190. E così accade anche ne testo a pag. 191.
192 aggiunge 2 tempi, pertanto presenta i pieni giudizi… Ma la smetto di fare questi rilievi ad ogni pagina, perché tutto combina sempre, notatelo da voi, sulla stima che 1 è quanto è in atto, 2 evidenzia le affermazioni, 3 il tutto, 4 la realtà, 5 il suo pieno moto, 6 l’assetto complesso per linee, 7 il massimo moto libero, 8 la realtà complessa, 9 quanto manca al nuovo ciclo 10.
Denunciò con parole di fuoco il tentativo infame mosso contro lo schieramento che aveva stravinto il primo turno e s’iscrisse, con un telegramma, a parlare, in quest’Assemblea che avrebbe preceduto il ballottaggio e che mai e poi mai avrebbero potuto indire così: nel bel mezzo d’un voto, se i paladini delle norme deontologiche e democratiche fossero stati veramente tali. (Attua la piena denuncia dei fatti e dei misfatti). Tutti i partiti ordinarono, a coloro che erano inseriti nella lista d’Amodeo, di darsi alla latitanza e non farsi vivi in sede di ballottaggio. Epifanio Li Calzi, comunista ed uno del ’68, anche se non avesse preso la parola e fosse stato solo lì, avrebbe testimoniato con la sua sola presenza che Amodeo affermava la verità. Idem il socialista Romano Gozzi sollecitato a non presentarsi dal suo partito, per lasciare tutta sola la DC, da arrostire a fuoco lento. Messa in questa situazione, la stessa DC ora era atterrita per quello che stava accadendo: l’isolamento più completo. Cominciò a spingere Amodeo affinché lo scontro frontale fosse ricomposto in un accordo di compromesso; ma Amodeo fu stavolta inflessibile e si rifiutò, riscattando interamente la sua assoluta indipendenza, perché a questo punto fu la DC a giudicare non conveniente, sconveniente, un comportamento così intransigente come quello che Amodeo aveva, troppo poco incline, anzi, per nulla, ai compromessi della politica. (E’ attuata la piena libertà di percorrere spazi operativi, per Amodeo, perché la DC si dissocia). A dimostrazione di che cosa accadde in questa lotta che ad un certo punto Amodeo si trovò a dover sostenere contro di tutti, ci fu il massimo concorso: quando fu l’ora del ballottaggio, i presenti erano oltre 900. In quell’Ordine occorreva, in precedenza, un mese e quattro o cinque chiusure e riaperture dei seggi, perché fosse raggiunto il quorum di 500 votanti, corrispondente al 25%, dei 2.000 iscritti, necessario per eleggere un Consiglio. Nella sala, stretta e lunga, le prime cinque o sei fila erano tutte occupate dai giovani architetti che erano usciti sull’onda del ’68 dalla Facoltà d’Architettura 93. Contro quelli d’Amodeo (10/1) si mobilitarono tutti (come fossero 200 –10/1): • i Consiglieri uscenti, dell’Ordine; • tutti i partiti (DC inclusa, che aveva preso le distanze da un comportamento così intransigente: in politica non ci si comportava così, pertanto la DC aveva ricominciato a ruffianare gli altri partiti dello schieramento, per evitare, in tutti i modi, uno scontro frontale, e finalmente affermava la verità, giurando che con quella lista non c’entrava per niente); • tutti i docenti d’Architettura (che si erano sentiti provocare da un professore d’Ingegneria, qual era l’Elias, il firmatario di quella lettera ai 50 DC, loro acerrimo avversario nel Politecnico); • tutti i laureati delle ultime generazioni che erano al seguito di questi docenti ed erano schierati con l’ultrasinistra; • infine tutti gli iscritti all’ordine, i più distratti; coloro che erano caduti nella trappola, tesa loro dai consiglieri uscenti, con l’invio della lettera su carta intestata DC. 93. La passione che Amodeo ci mise riparò alle incertezze che manifestò, accettando il compromesso con la DC, anche se di essa egli poi accettò solo coloro che condividevano quelle sue idee. E la gente colse il senso dell’eccezionale importanza di quello che stava accadendo, altrimenti non si sarebbe mossa di casa, come al solito. Capì che cose importanti stavano per essere decise sulla loro testa, e decise di non lasciarsi esautorare, come aveva sempre fatto in precedenza. Una cosa era evidente: uno scontro frontale tra il bene e il male. Chi fosse il Bene e chi rappresentasse il male variava dalle idee, ma lo scontro fu chiarissimo
Tutti costoro avevano organizzato il loro bravo tam-tam per convogliare quanti più alleati potessero quella sera al Circolo Socialista di Via De Amicis 94. A favore d’Amodeo… nessuno, tranne la Verità. Amodeo aveva spiegato a tutti le sue ragioni, e – ad un certo punto – aveva addirittura cominciato a telefonare – Albo nella mano – ad ogni iscritto, conosciuto o no, amico o nemico, esprimendo queste semplici parole: “Non m’importa per chi e che cosa tieni, ma qui si sta strozzando il voto ed è necessario che tu venga ad esprimere quanto desideri!” Amodeo – come s’era iscritto, con il telegramma – ebbe primo la parola e fu l’unico a sostenere e difendere la sua azione, parlando per quasi mezz’ora e narrando la cronistoria dell’accaduto. Gli altri interventi, numerosi, che seguirono furono tutti contro di lui… anche se poi sostenevano le sue stesse ragioni: “I partiti non dovevano impicciarsi dell’Ordine!” Amodeo denunciò con coraggio e chiarezza il Consiglio uscente d’un comportamento oltraggioso d’ogni deontologia e regola democratica; e la prova era quella stessa assemblea voluta dal Consiglio nel bel mezzo delle elezioni, la prima volta che la sua linea di potere era stata chiaramente battuta. Pretendeva che si facesse un’indagine, giacché questo era un modo che oltraggiava le norme sulle quali l’Ordine stesso doveva sorreggersi. Chiese, anzi pretese d’essere giudicato egli stesso per primo e sottoposto ad una castigo esemplare, se fosse stato riconosciuto egli chi avesse violato le norme del retto comportamento. “Sì, lo faremo! E vedrai che cosa ti succede!” gridavano minacciosi coloro che occupavano le prime fila, e che erano temibili, perché quel “cosa ti succede” in quei tempi significava gambizzazione, per quell’ultrasinistra che puntava a destabilizzare ogni cosa usando l’intimidazione personale e il terrorismo 95. 94. Amodeo aveva scatenato sostanzialmente il Diavolo, il suo acerrimo avversario. Furono usati mezzi demoniaci contro di lui ed egli si schierò contro alla grande massa come una pecora condotta al macello, lasciata sola e abbandonata da tutti coloro che, quando Amodeo riprese in mano il proposito dell’intransigenza, si defilarono, essendo gli eterni fautori dei compromessi. È in questo voler restare solo che Amodeo rientrò nelle posizioni giuste e si sbarazzò anche di tutti coloro che avevano aderito per sole ragioni di compromesso. Dopo lo sbandamento, indotto dalla paura di che cosa gli sarebbe potuto succedere al Cimep, se si inimicava il Presidente, non avrà più paura di restare solo, quando la DC, spaventata di restare sola ed accerchiata, cercò di fare pressioni, nuovamente su di lui, affinché si accordasse con gli avversari, al fine di evitare lo scontro frontale. Così si inimicò lo stesso coloro che aveva cercato di conservarsi alleati, nella speranza di non dovere essere sfavorito al Cimep, quando si sarebbe trattato di quale dei 4 architetti mettere a capo, al posto dell’ing. Calandra. 95. Amodeo ebbe vere e proprie minacce di essere colpito nel fisico. Quelle persone non scherzavano. Individuavano dei simboli e li colpivano per inserire il timore nei comportamenti dell’uomo. Questo Amodeo che si comporta in un modo così spavaldamente coraggioso aveva di tutto per attirarsi addosso una vera gambizzazione, affinché il coraggio notevole dimostrato da lui fosse evitato da chiunque altro avesse voluto riprovarci. Amodeo stavolta sfidò un Diavolo potentissimo, che agiva correntemente, in quei tempi e godeva di tutta la libertà di farlo, da parte di Dio. Perché non fu colpito? Perché Dio e tutti i protettori di Romano furono più forti del male. Tutte le volte, e ormai erano moltissime, che ci avevano provato avevano dovuto arrendersi.
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Giancarla, che era andata incuriosita a quell’incontro, gli raccontò che la gente, vedendo lui così audace e bello, in quella giacca colore avana, combattere infervorato come un leone e sparare accuse clamorose, esclamava, in corridoio, d’essere ammirata dal coraggio, dalla tenacia, e dalla combattiva rettitudine che non potevano non riconoscergli 96. Virtù che non bastarono. Allo spoglio dei voti risultò che il verdetto della prima votazione s’era esattamente ribaltato: Amodeo era sceso dal primo al 4° posto nelle preferenze ed aveva apparentemente perso la sua partita per 3 eletti contro 12. Invece si trattò d’un successo senza precedenti, perché quell’uomo era la stessa persona di quel tredicenne, umiliato e vilipeso, nei tempi in cui aveva abitato in Via Larga. Suo sostenitore era divenuto, ora, quello stesso Bico Belgiojoso che gli aveva consigliato – venti anni esatti prima – di non farsi le seghe.
Intanto sul finire del 1970 erano state consegnate alla famiglia dei suoi genitori ed a lui le case prenotate in Via Lattanzio. Avevano scelto due appartamenti posti di fronte, ma su due palazzi diversi. Ascoltando il parere di Romano, i suoi genitori e Benito si erano trasferiti da Viale Omero in Via Lattanzio e quell’appartamento della loro giovinezza, era stato affittato. Benito, dopo avere frequentato per un anno Giurisprudenza, si era iscritto poi a Fisica, ed era divenuto dottore in questa disciplina. Voleva fare cose grandi per l’umanità, dissalare l’acqua del mare per spegnere la gran sete dell’uomo, scoprire i segreti della natura. Ma non era questo il suo destino: ricevette un’offerta d’entrare alla Società Italiana Resine, entrò in un gruppo di tecnici altamente specializzati, che poi passò all’Italcementi e fu a poco a poco portato a divenire un grosso esperto delle dinamiche produttive, un consulente sempre più ricercato. Aveva sfruttato la sua capacità, manifestata già da ragazzo negli scacchi, di sapere gestire al meglio situazioni molto complesse. Si era anche dato a giocare a scacchi entrando in un Circolo che partecipava alle competizioni sociali. Nelle gare egli, al livello iniziale, vinceva sempre il suo scontro. Passò al secondo livello, e vinceva ancora; ma si era accorto come ora dovesse avvalersi anche dei risultati cui erano giunti gli altri, studiando le loro partite, imparandole a memoria. Dopo anni che i due fratelli non giocavano più assieme, Benito aveva sfidato una volta Romano, assicurando che ora non c’era più gara tra loro: lo avrebbe sconfitto anche giocando alla cieca. Era vero e lo dimostrò. Avendo davanti una tastiera vuota, egli mosse il fantomatico schieramento che aveva di fronte ed era presente solo nella sua prodigiosa memoria, mentre Romano, in un altro punto della stanza, mosse lo schieramento concreto e reale dei pezzi; e vinse Benito. Gran cervello, quello di Benito Amodeo! Molto dotato dalla natura a gestire le situazioni certe, laddove le regole erano ben note, ben definite e inappuntabili. Tutto l’opposto del fratello Amodeo: casinista, avventuroso, sempre alle prese con questioni che non conosceva, che erano più grandi di lui e che, dopo l’ebbrezza, momentanea, del trionfo, lo portavano inevitabilmente sempre a perdere, avendo egli cercato sempre troppo, desiderato sempre troppo, senza badare assolutamente ai costi ed alle spese da tollerare e subire in conseguenza. Anche adesso che la vita stava dimostrando quanto anche Amodeo fosse dotato di mezzi, la sua situazione era resa sempre instabile e mai assolutamente definitiva. In questo modo l’esercizio di Romano, ad aggiungere sempre più tenacia alla tenacia, era eterno e stava durando da tutta la sua vita. Era in questo modo che il destino lo stava preparando, lentamente, passo dopo passo, ad intervenire su scala sempre più allargata e con ambizioni sempre più grandi, sempre più irrefrenabili.
Amodeo prese parte, pertanto, come uno degli eletti, nel successivo Consiglio, ma come il capo d’una opposizione che neppure esisteva. Infatti, gli altri due eletti, avevano già preso le distanze nettamente e non si riconobbero mai nella sua linea d’azione, tanto che, così com’era avvenuto nel primo biennio, anche nel secondo ad Amodeo restò solo il senso d’una partecipazione, del tutto personale, alla vita di quest’apparato. Così alla fine risultò composto il Consiglio, che sarebbe restato in carica fino al 17 dicembre 1975 (… con Raffaella presidentessa) 97 Presidente: Raffaella Crespi. Segretario: Gianfranco Facchetti. Tesoriere: Enrico Magistretti. Consiglieri: Romano Amodeo, Arturo Belloni, Ferdinando Belloni, Amedeo Clavarino, Antonio Dugnani, Alberto Ferrari, Marco Lucchini, Antonio Monesteroli, Vincenzo Montaldo, Aldo Monzeglio, Fulvio Raboni e Alfredo Viganò.
96. Questa persona era la stessa che, esattamente nel 1952, poco più di 21 anni prima, avevano considerato senza nerbo. Il professore di filosofia lo aveva paragonato ad un cuscino che assorbiva tutti i colpi, assolutamente privo della capacità di reagire… Ma che cosa è successo a cambiare Romano fino a trasformarlo in una persona coraggiosa, indomita, capace di reggere il confronto contro le masse e di non arretrare di un centimetro? Solo la fede nel valore della Giustizia. Ora egli crede davvero che la Giustizia valga molto di più di tutti gli ingiusti che le si mettano contro. Non vede le persone, vede la forza della Verità. Questo si chiama solo possesso dello Spirito Santo, la stessa virtù che fece andare i martiri a farsi mangiare dai leoni, all’interno degli anfiteatri Romani. Chiederete da dove derivi questa forza. Un martire che va a farsi sbranare da un leone è convinto di essere più forte della morte che gli sta per venire. Non teme la morte, non la considera una vera esperienza, ma solo una parvenza. È lo Spirito Santo di Dio che infonde tanta fede nella Divina Provvidenza che il martire ha fede in Dio oltre alla morte che sembra impossessarsi di lui. 97. E a me – il narratore di quest’incredibile trama, di cui già conosco il futuro – viene in mente un’altra assemblea, che ci sarà nel 2001, tra circa trent’anni, quando le sole e sparute 35 persone d’un Coro parrocchiale (… con Raffaella presidentessa) pretenderanno d’intimorire e mettere in ridicolo questa stessa persona, facendosi forza del loro numero e dei suoi schietti sentimenti!
Benito aveva ancora rapporti con Claudette, ma era alquanto preoccupato, perché temeva che lei potesse un giorno buttarsi giù da quel settimo piano in cui ora abitavano i resti della famiglia Amodeo. Un giorno, intorno ai 31 anni, incontrò Mirella, una bella e bionda laureata che assomigliava a Grace Kelly, l’attrice divenuta regina di Monaco e fu preso dalla sua bellezza e dalle sue molte altre virtù. Si fidanzò con lei e fece sapere che presto si sarebbe sposato con lei, il che avverrà, nel 1974, nella cappella retrostante la Basilica di S. Ambrogio. Andranno ad abitare nella piazza di fronte a quella stessa Chiesa.
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Nel 1973 Amodeo era giunto ormai a mettere il tetto a “Villa Colletto”. Lavorando senza nessuna interruzione, nei week-end e nel mese di ferie che gli davano al CIMEP, aveva costruito, al piano terra, le cantine, al primo piano due appartamenti, uno intestato alla mamma, d’oltre 100 metri quadri con un ampio ed esclusivo giardino ed uno a se e Giancarla, subentrati come proprietari alla zia Emilia. Costei non aveva più voluto partecipare all’iniziativa quando aveva visto il suo, che aveva giudicato troppo modesto per i suoi gusti, essendo un appartamento di circa 80 metri quadri, sprovvisto di giardino. Al piano sopra questi due appartamenti, c’era quello di Rinaldo Raho, quasi duecento metri quadrati ed un gran giardino a suo esclusivo uso. Nel piano sopra questo c’era il grande appartamento per Romano e Giancarla, costruito su due piani, con un’ampia terrazza con piscina al livello più basso e una panoramica posta sopra a tutta la casa. Di fianco ad esso, e sempre su due piani, c’era l’appartamento riservato a Sergio, con una terrazza antistante, ad uso esclusivo, ed una al piano soprastante. Nel 1973 i lavori erano ultimati al rustico e nell’estate Amodeo aveva passato le intere giornate sul tetto, a sistemarvi le robuste tegole rosse in cemento. Tutta la costruzione era stata realizzata in Cellublock, blocchi di cemento e lapillo, resistentissimi e notevoli anche sotto il profilo della coibenza termica. Erano manufatti di cm 30×25×50, che pesavano quasi trenta chili l’uno e che era possibile posare con pochissima malta. Romano aveva acquistato una betoniera e, dopo quell’incresciosa esperienza che aveva fatto quando aveva gettato, con Sabato, una parte delle fondazioni, aveva provveduto ad impastare da sé tutti i calcestruzzi. Il sabato mattina si riapriva il cantiere, che era restato chiuso per tutta la settimana. Romano e Sergio erano già lì dalla sera precedente. Nei primi tempi, nel 1970, avevano soggiornato ancora in una delle sale nel bunker, ma ad un tratto, con l’arrivo della bella stagione e dell’aria più carica di vapore acqueo, questo si condensava, contro le pareti fredde del bunker, tanto che avevano trovato, all’improvviso, giunti da Milano, tutto fradicio d’acqua. Passata la notte all’addiaccio, avevano poi cercato e trovato alloggio nel paese di Nicola, presso la Signora Geltrude. Ogni tanto arrivavano là, a trovarlo, Gino e Anna, Benito e raramente Giancarla. Ma nelle ferie estive, come sempre avevano fatto, la famiglia Benedetti prendeva in affitto un appartamento a Marina di Carrara e Giancarla faceva i bagni, assieme a loro, mentre il marito era lì tutto il giorno sul tetto. C’erano anche Luigi Luccini, sua moglie Silvana e Cinzia, la loro figlia, che vivevano per conto loro, ospiti del loro amico Monguzzi, che abitava a Milano nella loro stessa casa di Via Antonelli e passava egli pure l’estate a Marina di Carrara. La sera Luigi Luccini veniva a prelevare Amodeo e gli amici andavano a mangiarsi una pizza o a bere, o a mangiare un gelato. Luigi Luccini era ben lieto di mettere a disposizione la sua vettura per portare in giro gli amici. In una occasione erano venuti a soggiornare, nella costruzione in corso, anche Valeria e Umberto e avevano dormito tutti in tende piazzate all’interno della costruzione che era ancora allo stato di rustico. Romano faceva fatica. Giungeva lì ed aveva solo due giorni a disposizione. Se pioveva doveva lavorare sotto l’acqua, protetto come poteva sotto impermeabili che mai lo coprivano del tutto. Ricordava una volta che pioveva a dirotto ed era lì, a testa in giù, a legare, con il fil di ferro e la tenaglia, i ferri d’una gran trave della sua casa. Per l’umido o
chissà per cos’altro, era stato colpito dalla periartite alla spalla destra, nello snodo con il braccio, che ogni tanto gli bloccava il movimento. Se fosse stato un dolore, si sarebbe messo ad osservarlo. Ma quel male interveniva all’improvviso, quando il braccio compiva un ben determinato angolo di rotazione, con una fitta che passava subito superato quell’angolo. Se faceva finta di nulla ed insisteva, la parte s’infiammava e il braccio si bloccava. La cura era un gel e impacchi a freddo, per togliere l’infiammazione. C’era quasi sempre anche il fastidioso rumore di quella betoniera a nafta, che scoppiettava impastando l’agglomerato. Romano aveva fatto venire solo una volta ancora l’autobotte con il cemento preconfezionato e, in due ore di fatica, aveva cementato tutta la Via del Colletto, che, con tutti quei sassi rotondi e antichi e la sua notevole pendenza, era troppo sdrucciolevole. Aveva dovuto acquistare un pezzo di terreno dai Benelli per realizzare una scalinata ampia ed indipendente che portasse alla casa che sarebbe stata dei suoi genitori. Durante l’anno il lavoro trovava la partecipazione di quella che era divenuta la squadra dei costruttori. Come muratori Romano e Silvano, come manovali Sergio e Franco, come manovale aggiunto e guardiano “Zuì”. Romano stava portando lentamente avanti questa costruzione, nel poco tempo che gli restava per le altre attività che conduceva. Un fabbricato che prevedeva, per sé e la moglie, in sostanza tre appartamenti, perché quello all’ultimo piano era stato fatto con due ingressi come due distinti alloggi intercomunicanti attraverso una porta e l’affacciarsi dell’uno nell’altro, dettagli facilmente modificabili ove si fosse voluto distinguerli nettamente. Volendo aggiungere anche l’appartamento intestato alla mamma, Amodeo stava realizzando – senza spendere una lira oltre quello che guadagnava al CIMEP – una proprietà che valeva molto denaro. Aveva l’appartamento di Via Lattanzio, che era di fatto suo, anche se era intestato alla mamma, che era la socia dell’Incam costruttrice. Era suo perché aveva tirato di tasca sua il 10% che era stato richiesto come anticipo dalla Cooperativa costruttrice. Ora, come aveva previsto, quell’appartamento, di 150 metri quadri, valeva per lo meno 70 milioni, a causa dell’inflazione, mentre il mutuo residuo era per un importo di 10. Sfruttando l’inflazione e la sua gran capacità di lavoro, Amodeo stava arricchendo. Con quella casa aveva assunto impegni con sua madre, impegni, questi, da poco (una mamma è sempre una mamma); con lo zio di Giancarla, si trattava d’impegni un tantino più seri (perché uno zio acquisito non arriva mai a capirti e giustificarti, se occorre, come può solo una mamma), e molto seri con l’unico estraneo del gruppo, quel Rinaldo Raho che, mettendoci l’anticipo aveva consentito l’avvio concreto del tutto. Ora il Raho stava prendendo tempo. Aveva prenotato ed acquistato le piastrelle, ma non dava il via ad eseguire i lavori, prendeva tempo perché la sua ditta d’Import-export era in un momento di scarsa liquidità a causa d’un forte deposito che lo Stato italiano aveva voluto fosse fatto a garantire le operazioni internazionali. Romano, senza saperlo, era posto in cattiva luce, da Rinaldo, con la signora Raho sua sposa, una donna autoritaria che faceva rigare dritto il marito in virtù d’una indubbia autorità che lei riusciva ad avere nei suoi confronti. La consorte gli chiedeva come andassero i lavori e quando quella benedetta casa sarebbe stata ultimata e Rinaldo le rispondeva che Amodeo non si decideva ad eseguire i lavori per lui, mentre era vero che era lui che li teneva fermi, perché se essi erano fatti poi andavano pagati. Rinaldo non voleva far conoscere alla moglie come la sua liquidità fosse divenuta praticamente inesistente. Forse temeva d’essere lasciato.
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Tutto sembrava scorrere normalmente, in quel fine anno del 1973. Ma un giorno, parlando con Marinella, un’intima amica di Giancarla, Amodeo seppe da lei qualcosa che avrebbe cambiato tutto. “Stai attento, Romano, stai lasciando troppo sola Giancarla e lei sta nutrendo qualche dubbio se voglia ancora bene a te più che a Vincenzo!” 98
Fu una scelta molto, molto pericolosa ed impegnativa. Infatti, aveva assunto impegni con terzi di realizzare quel complesso, cedendo, soprattutto a Rinaldo Raho, eppoi a sua mamma e a Sergio, appartamenti ad un prezzo minimo stabilito nel 1970, in un momento d’alta se non altissima inflazione. Ora finché egli andava a Nicola e lavorava, teneva sotto controllo personale tutti i costi, perché lavorava facendo ogni cosa, il muratore, il ferraiolo, tutto e non solo l’architetto, e ciò gli era riconosciuto, al punto che fino al 1973 era riuscito a non assumere alcun impegno di spesa, personale, con le banche. Decidere d’affidare il completamento dell’opera, le cosiddette finiture, ad un impresario, significava assumere dei costi ora anche per se stesso e quindi la doverosa sottoscrizione di mutui con gli Istituti di Credito, mutui poi da pagare. Insomma non poteva pagare più il lavoro fatto per i terzi barattandolo con il lavoro fatto da se stesso, se più non lo faceva. Per cui anche se non portava avanti i lavori per sé e li portava avanti solo con i terzi, spettava poi a lui pagare questi. Ora la mamma, ed anche lo Zio Sergio, capivano come i costi ora fossero più alti a causa dell’inflazione della lira. I dieci milioni del 1970 corrispondevano ora a decine di milioni. Lo aveva visto nella sua casa di Via Lattanzio, che nel 1968, quando era stata prenotata e si era sottoscritto l’impegno, valeva 12 milioni e ora, nel 1973, valeva 5 volte tanto. Mamma e zio non avrebbero avuto difficoltà a capire che non potevano avere in consegna un bene, prodotto ad un costo, pagandolo ad un terzo di quel costo. Certamente anche Rinaldo avrebbe poi pagato a lui, ma Amodeo avrebbe dovuto far capire anche a lui l’impossibilità a non aggiornare i prezzi in base all’inflazione della lira. Le conseguenze del blocco dato da Rinaldo ai lavori riguardanti il suo appartamento erano la causa del maggior costo d’adesso. Romano propose allora a Silvano Cappetta 99. di mettere su lui una ditta, visto che tante volte aveva invidiato il fratello che n’aveva una. Poteva considerare quello di Villa Colletto un primo lavoro, cui dedicarsi tutte le volte che glielo avrebbero consentito i tempi morti determinati dagli altri. Sì, perché Cappetta doveva cercare d’assumerne altri: quello di Villa Colletto era un lavoro da farsi in estrema economia, ora ancora di più, non andando a lavorarvi più, personalmente, né Romano, né Sergio. Sergio, poi, pagava l’incremento dei costi, rispetto al pattuito, con quel suo lavoro di manovalanza. Non andando Amodeo, non sarebbe andato neanche lui. E Romano si sarebbe dovuto caricare dei maggiori oneri derivanti a lui dal mancato lavoro di Sergio, perché quanto prodotto dallo zio sarebbe stato prodotto dagli operai di Cappetta. Silvano accettò e Romano, avendo fatto i mutui, cominciò a stare più vicino a Giancarla. Si accorse che aveva forse chiesto troppo all’amore d’una moglie, ma poi subito cercò di correre – ancora più drasticamente – ai ripari e inventò d’essere in crisi anche lui. Confessò che aveva un debole per una ragazza, di nome Maria Grazia Vanni 100.
Per andare a costruire, nei fine settimana, “villa Colletto”, Giancarla restava sempre sola. Avrebbe potuto seguire il marito, tantopiù che egli vi andava assieme a suo zio Sergio, ma lei aveva preferito restarsene, durante ogni anno, ad intristire in malinconia a Milano. L’eccezione erano solo i periodi di ferie, nei quali, mentre lei, i suoi parenti e i suoi amici erano al mare, Amodeo era al lavoro, ma poi passavano insieme la sera e la notte. Giancarla non poteva rimproverare il marito d’averla lasciata sola in tutti i fine settimana, perché spazio in macchina c’era sempre stato per lei, dunque lei non era neppure d’accordo con chi buttava ogni croce su Romano, accusandolo di lasciarla troppo sola. Nel suo ufficio di Corsico, c’era un solo amico, Vincenzo Bassanisi, che non accusava Amodeo, e a lei, tutto sommato, questa cosa piaceva; trovava conforto nel sentire difendere le ragioni che portavano il marito a tutto quel suo daffare, in ogni dove… era pur sempre per la famiglia, per loro due, e non poteva rammaricarsene… “Perché lei non lo seguiva?” era ogni tanto la domanda che le faceva Vincenzo. Giancarla, trovando conforto in queste parole di lui, alla fine gli si era affezionata. Così si era confidata con la sua amica Marinella e questa, comprendendo come Giancarla stesse per correre un serio pericolo, aveva giudicato opportuno di mettere in guardia Amodeo: se egli ci teneva a conservare l’amore di sua moglie, doveva smettere d’assentarsi così tutte le settimane e starle più vicino. Romano prese molto sul serio questa soffiata. Forse, se non lo avesse fatto, sarebbe cambiata tutta la storia delle sua vita. Infatti, organizzò le cose, da quel momento in poi, in modo da non andare più ogni settimana a 220 chilometri da Milano. Da un esame che Romano avrebbe fatto poi, alla sua vita, si sarebbe accorto come questo dubitare, di Giancarla, del suo affetto per lui, fu come se avesse decretato la fine del primo tratto della vita di Romano, a 33 anni esatti. In effetti da quel momento comincerà a fare debiti, sempre più grandi che si gonfieranno fino al punto da distruggere del tutto il loro matrimonio e la loro stessa possibilità di vivere sotto lo stesso tetto. 98. Si può veramente dire che alla fine del 1971, con il rifiutarsi di Giancarla di seguire Romano impegnato nella costruzione della loro casa, sia iniziata la distruzione non solo della loro casa, ma della loro vita insieme. Non dell’affetto, ma della vita di uno di fianco all’altro, conseguita ad una perdita della poesia nuziale. La loro casa iniziò da quando decisero di metterla su assieme, in via Lattanzio, nel 1968, e sarà finita due anni e mezzo dopo, con questo abbandono di Giancarla, che non volle seguire il marito e per questo poi ebbe tutti i suoi traumi. Traumi che furono noti nel 1973, quando Giancarla era andata in crisi, lo aveva saputo la sua amica e lei poi lo aveva riferito a Romano. Questa soffiata di Marinella a Romano fu l’intervento più abile riuscito a Satana. Sì, perché indusse Romano a modificare il suo piano e a non pensare più direttamente alla costruzione della sua casa, egli che era architetto e costruttore. Delegare ad altri il suo compito gli costò un indebitamento dal quale non si sarebbe più sottratto. Puntando sui sentimenti confusi di Giancarla, Satana confuse e intimorì Romano, che si comportò da opportunista e non pensò più a realizzare direttamente la sua casa.
99. Cappetta, chi acchiappa tutto quel che può. Romano avrebbe dovuto diffidare solo dal nome. Ma allora non badava a queste sciocchezze, dei nomi all’apparenza casuali. Perché mai un nome avrebbe dovuto avere un senso solo rispetto a lui? 100. Maria Grazia Vanni gli rimarrà davanti V anni, 5 anni. Come una vera spina nel fianco di sua moglie. E sarà così per Grazia di Maria che pensava a difendere Romano, riconquistando Giancarla con la gelosia.
199
200
Attenti! In questo libro in Codice dallo Spirito Santo, il 199 è tutto lo spazio, percorso da 1, nel 200, che è l’intero moto 100 della presenza 100 che chiude i conti. Pertanto nella pagina sono descritte situazioni tutte in linea di una piena definizione. Vediamole.
200 è tutto il moto 100 della sezione 100, quindi è tutto il moto nel tempo. Stesso valore nel senso degli avvenimenti narrati, in cui tutti i conti sono chiusi definitivamente.
Maria Grazia lavorava alla Opus Proclama, una società di pubblicità avente sede a Milano, nel palazzo di fianco a quello in cui era alloggiato il CIMEP, in Via Pirelli. Romano e Maria Grazia lavoravano in due uffici posti a non più di 5 metri l’uno dall’altro, allo stesso ottavo piano, nei due distinti palazzi. Avevano cominciato a salutarsi, poi si erano incontrati al bar sottostante l’ufficio e si erano conosciuti. (E’ tutto lo spazio, percorso da 1
Detta la cosa, però, al Senatore Lodovici, primario d’Abbiategrasso, quegli aveva commentato schifato: “Uh, come con le bestie!” e bastò ciò perché l’idea passasse, per il resto della famiglia, come cosa turpe e volgare, da non farsi, cui non pensare nemmeno, a causa del commento del loro grande e sapiente amico. (E il conto fu chiuso!) Ora se Giancarla avesse acconsentito a trasferirsi dalla Norton di Corsico al CIMEP, sarebbero stati superati tutti gli ostacoli che sarebbero sorti nel loro futuro... Ma lei assolutamente non volle: “Verrei a fare la moglie impiegata, del marito Architetto!”. Insomma non le andava d’apparire sua moglie, data la sua condizione d’impiegata… Capì che Giancarla aveva avuto anche lei i suoi bravi problemi, esattamente simmetrici ai suoi! E se Riccardo non fosse morto, proprio quel giorno che si erano lasciati proprio per questo, ora la storia sarebbe stata tutta diversa. Già: causa-effetto d’un altra causa e d’un altro effetto, il tutto in una relazione assolutamente irresolubile... meglio non provarci più! (E il conto fu chiuso!) Romano pensò che in sostanza Giancarla, con lui, non si era nemmeno sposata! Non si era mai coinvolta del tutto. Era restata a casa sua come a guardare una vita che dopo le nozze non le era cambiata per nulla; aveva avuto, solo in più, dal momento di quel “Sì certo!” di lui, uno che stava con lei sul divano mentre lei vedeva per conto suo la televisione ed uno che le stava nel letto e con cui faceva all’amore fisico, senza giocare nulla, troppo, della sua anima, nel tentativo d’una fusione d’intenti. (E il conto fu chiuso!) Neppure signora Amodeo, si faceva chiamare! (E il conto fu chiuso!) Per forzare la moglie a trasferirsi al CIMEP cominciò a far pesare sempre più il dichiarato sentimento ch’egli diceva d’avere per Maria Grazia Vanni (Un conto restato volutamente
che lavora ed opera nel mondo reale delle amicizie, fatte e da farsi).
Romano inventò di sana pianta questa love story tra se stesso e la ragazza. Lo fece per dare, a modo suo, incasinando sempre più tutte le situazioni, una forte scossa alla moglie e farle capire che poteva andare in crisi anche lui, anzi, c’era dentro proprio adesso. Romano cercava di raggiungere, con ciò, anche un altro scopo ritenuto da lui importantissimo, addirittura essenziale per la loro vita di coppia: voleva che sua moglie andasse via da quel posto lontano, addirittura fuori Milano e fosse assunta al CIMEP. Se egli l’avesse chiesto al Presidente Ferdinando Passani, egli, che tutto sommato gli era in credito, da quella volta che gli aveva chiesto un favore, lo avrebbe reso possibile. (E’ tutto lo spazio, percorso da 1 che vuole ingelosire la moglie).
Il lavorare allo stesso luogo avrebbe fatto superare tutte le difficoltà esistenti nella coppia: di non avere argomenti di comune interesse di cui parlare. Il bene c’era, ma il colloquio assolutamente no. Se Giancarla fosse venuta al CIMEP, marito e moglie avrebbero passato assieme tutta la giornata. Per Amodeo era importante, ma, in modo molto evidente, si palesò che per Giancarla non lo era. Lei teneva al suo posto, al quale era stata assunta fin da quando aveva 16 anni e che era diventato tutto il suo mondo. Come faceva, Romano, a volerla estraniare da quello? E Romano invece pensava: “Mi chiede ‘Come faccio?’ Ma sto cercando di salvare la nostra esistenza! Come fa lei, piuttosto, a non capirlo?” Romano s’accorgeva, presagiva che la loro unione avrebbe corso seri pericoli: di restare una sovrastruttura, una impalcatura del tutto vuota di contenuti vitali, se non facevano il possibile per venirsi incontro. E che caspita? Egli aveva smesso d’andare a Nicola… lei non voleva far nulla? (E i conti sono messi nel bilancio di 1, ma saranno chiusi poi a pag. 200). Nel fidanzamento non era stato così: Giancarla si era mossa, era andata ogni settimana a trovarlo fino a Vercelli... Come mai, dopo, tutta questa estrema incapacità, prima di seguirlo nel lavoro a Carrara ed ora nel lavoro a Milano? Probabilmente si era stancata anche lei di trovare linee d’intesa che non si trovavano… da sole. (E’ tutto lo spazio, percorso da 1 che vive nel mondo reale delle intese personali). Se fossero venuti dei figli, forse i figli sarebbero stati l’argomento di comune interesse, ma anche in questo versante, e senza nessun motivo, figli non ne venivano. Dopo un poco avevano pensato che ci potesse essere qualche problema, così si erano affidati agli esami. Fatto quello seminale ad Amodeo, c’era una piccola oligospermia, ma gli spermatozoi che c’erano, erano vivi e vegeti, dunque non dipendeva da lui. Fatti gli accertamenti a lei, anche la sua condizione era del tutto normale, per quanti esami avesse fatti. Si era fatto l’amore quando avevano detto i dottori, i due sposi si erano messi come da istruzioni, in questa posizione, in quella, con cuscini, con tutto… ma sempre senza alcun risultato. Dopo un po’ passava la pazienza e non si procedeva più a sottoporsi ad esami. Ad un certo punto ad Amodeo era venuta anche l’intenzione che il suo sperma inseminasse artificialmente gli ovuli di lei, per poi impiantare ovuli fecondati.
aperto, con Vanni che durerà V anni, 5 anni).
Quando Marinella gli aveva ventilato l’idea che lei potesse distrarsi, egli aveva modificato tutto, assunto impegni gravosi, cercato di starle vicino. Lei, invece, non voleva far nulla, neppure controllare la situazione in cui si trovava il marito sul suo posto di lavoro. Dopo un po’ cessò di chiederle se si trasferiva al CIMEP: lei gli rispondeva seccamente di smetterla. Lo avrebbe fatto per pura gelosia? (E il conto fu chiuso!) Oh, il piano di ingelosirla riuscì, ma per essa sua moglie non ritenne lo stesso che valesse la pena di marcarlo più da vicino nella sua vita d’ogni giorno. Ora Maria Grazia Vanni aveva tutt’altro cui pensare, aveva già un fidanzato che si chiamava Gabriele e assieme partecipavano a gare d’atletica leggera. Lei ora si allenava particolarmente al salto in lungo, allenata da Giorgio Coretellezzi, un giovane ingegnere. Romano prese a seguirli, a stare realmente vicino a loro e forse anche cercò, per una ripicca interiore, di trasformare in verità quella bugia che aveva inizialmente detto a sua moglie… Se lo meritavano, sia Maria Grazia, che era una bella e forte ragazza, una vera atleta, sia lei, che non stava facendo veramente nulla per impedirgli una storia come quella. Certo a lei ciò era bastato, se non altro, per spazzare dalla sua mente l'idea stessa di Vincenzo, ammesso che mai sul serio lei l’avesse avuta e supposto che Marinella vaneggiasse quando l’insinuò, cambiando da quel giorno tutta la sua vita. Romano si era avvicinato più che aveva potuto ai suoi amici della Norton, ma lei non aveva fatto altrettanto per avvicinarsi al mondo degli amici di lui, eppure aveva conosciuto Giorgio, aveva conosciuto Romano Gozzi… (E il conto fu chiuso!) Ma non era una colpa: accadeva così anche nella famiglia dei suoi genitori, in cui i parenti e le cose importanti erano solo quelli del mondo della sposa. (E il conto era chiuso!)
201
202
Capitolo 23 Il Paradiso in potenza della vita nuova
202 è l’Assoluto del relativo 200/2 che condiziona tutto il moto al tempo complesso, da –1 a +1. Nella narrazione si tratterà di questioni relative allo spirito, perché il tempo è una pura “creazione” della mente umana, a dar senso al n. 2.
(23 è il volume dello spostamento 10 del 10, è la relazione 20/3. Il numero 201 attua il 200/1 in modo propositivo, di apertura e non di chiusura. Tutto questo è coerente sia al capitolo che alla pagina)
1974. Dice Gesù nel Vangelo che il Regno dei Cieli è come un mercante che, trovata una perla di gran valore, vende tutto quello che ha e la compra. È quello che successe a Romano dopo che praticamente si ritrovò, dopo il 1973, ad avere pienamente raggiunto, a 35 anni, tutta la maturità: divenne tanto libero e in apparenza capace, che, trovato qualcosa che giudicò valesse ancora di più, fu in grado di fare un bel fagotto di tutto quello che aveva creduto, voluto e raggiunto e di cambiare diametralmente direzione, “convertendosi”. (Vedete? 201 attua il 200/1, il tempo passato e concluso, in modo propositivo). Convertendosi a che? A Gesù Cristo, al suo Vangelo che afferma che i beati non sono i vincenti, ma coloro che perdono per ottimi motivi. (L’iniziativa di Gesù supera il tempo passato e concluso, capovolgendo i termini). Chi sono? Quelli delle famose Beatitudini del Vangelo di Gesù; chi vuole se le legga. Al CIMEP, in quel 1973 così nevralgico, per lui (per tutta una serie d’enormi contrasti che gli diedero gioia e sofferenza, trionfo e sconfitta e la piena padronanza di se stesso) fu assunta, per concorso, come impiegata, una certa Daniela Forlin, una bella ragazza di Seveso, semplice, schietta, leale, coraggiosa, che si preoccupava di dare retta a chi non capiva. Oh, non con discorsi, ma con la pura e semplice testimonianza che dava, dall’alto della sua vita onesta e profondamente cristiana. (La novità di un incontro decisivo e che ribalterà tutto!). Romano non capiva ancora un gran quantità di cose, circa il Cristianesimo. Era divenuto, per l’educazione ricevuta, dalla famiglia e dalla vita, uno sempre più “tutto d’un pezzo”, così profondamente sicuro di se stesso e dei suoi mezzi che se riteneva giusta una cosa, anche da solo e contro l’idea di tutti, non era messo minimamente in crisi dal fatto che tutti la pensassero diversamente da lui ed iniziava a farla. Diceva che la sua responsabilità stava nel seguire il suo finale giudizio, senza chiudersi però le orecchie per non sentire il parere degli altri, ma senza poi seguirlo se e finché non ne fosse restato convinto. E concludeva dicendo: “Chi agisce in base ad un pensiero altrui di cui non è affatto convinto, e non per fare una semplice prova, ma per la pura sfiducia verso la propria capacità di ben ragionare… accetta d’essere veramente un cretino!” Chi arriva ad essere così e poi si confronta con quello che Gesù chiede… anche a lui, si accorge d’aver detta anche a Lui tutta una serie di no e d’averlo fatto per una ragione ben precisa: “Gesù chiede troppo.” (La valutazione base definita e che muove molte persone). Gesù è ritenuto, in tal modo, una bella e splendida utopia, irrealizzabile nel nostro mondo che è ragionevolmente costruito sulla base d’altri valori. Amare i nemici? Perdonare chi ti fa del male? Offrire l’altra guancia a chi ti schiaffeggia? Rinunciare al lecito guadagno, per darlo a chi non se l’è guadagnato? Dare anche il mantello a chi ti chiede una tunica? Odiare la propria vita per amarla? Porsi ultimo per essere primo? (Le valutazioni basilari e ben consolidate che muovono purtroppo molte persone).
La conclusione logica cui si arriva, quando si parte impostando i propri giudizi sui cosiddetti luoghi comuni del mondo, è: “Il Cristo Gesù che pretende questi atteggiamenti, è davvero esagerato, chiede veramente troppo.” (Questione relativa allo spirito) “Ma tu, Amodeo, chi credi d’essere?” Solo uno che desidera essere un giusto giudice.” (Questione relativa allo spirito) “E non ti accorgi d’essere invece un giudice molto, molto parziale, se – dovendo giudicare per il meglio – ti metti in mezzo ed intaschi per te delle risorse che sono invece di tutti?” (Questione relativa allo spirito della Giustizia suprema) “Come di tutti? Io ho guadagnato quello che intasco: è mio.” (Spirito della Giustizia umana) “No. Dio t’ha dato la forza e i mezzi per ottenerlo. Riesci a produrre un 60% che attribuisci al tuo merito e giudichi pretesa di Gesù il 40% che manca, giacché hai l’assurda pretesa che quel 60% che credi d’aver fatto tu… non sia dovuto a Dio! ” Questa chiacchierata tra Amodeo e Daniela Forlin non avvenne mai. Fu solo il senso dato, alla fine, da Romano, quando conobbe, a poco a poco, le ragioni profonde che permettevano alla Forlin e non a lui, d’avere quel bell’aspetto che egli non aveva. Si convinse che erano ragioni molto, molto più valide, in assoluto, delle sue. Daniela Forlin era una bella ragazza, nel fisico, nella morale, nella facilità con la quale era cristiana vivendo. Se fosse stata meno attraente e non ci fossero stati tutti questi motivi messi assieme, Amodeo non avrebbe sentito stranamente sollecitato anche il suo cuore. Si accorse, infatti, che egli amava, in tutto, il modo d’essere di lei; avrebbe voluto che quest'abito morale e mentale fosse interamente il suo e s’impegnò affinché lo divenisse. Daniela fu, con lui 35enne, come suo padre con lui a 10 anni, quando lo schiaffeggiò per avere rubato – senza sapere che fosse appropriazione indebita – una bottiglietta d’aranciata nel bar di Vincenzo Minella. (In relazione allo Spirito lei seppe chiarirgli molto bene le idee) Parlando e confrontandosi con lei e poi con tutti i ragazzi di Comunione e Liberazione conosciuti grazie a Lei, Amodeo, che fu, al Liceo, diretto allievo del Don Giussani fondatore di CL, non ricevette grandi benefici direttamente da lui, ma dai suoi infimi seguaci… Iniziò a partecipare agli incontri che si tenevano in Santa Maria alla Fontana e in Via Stelvio: di preghiera e di meditazione sulla vita, in cui i ciellini portavano le loro esperienze. A poco a poco egli, così tenace nella difesa dei suoi valori, ebbe la possibilità di rimetterli tutti in discussione, e li approfondì, fu pervaso lentamente da quella speranza d’un potersi lasciar fare da Dio, secondo il suo progetto. (Ecco il ribaltamento dei valori: il progetto di Dio!) Come mai un effetto, così ritardato, della catechesi di Don Giussani? Accadde giacché tutto si realizza quando appare la piena libertà che possa accadere. Dio, al cui ferreo progetto ogni cosa è sottomessa, disegna la trama della vita in modo assolutamente attendibile: un Amodeo qualsiasi, che faccia parte del suo disegno animato, può cambiare sicuramente rotta e convertirsi…, ma solo quando ne ha, in apparenza, acquisito la piena libertà. Amodeo deve avere dei beni, perché un mercante – come scritto nel Vangelo – li possa vendere per acquistare la perla, assimilata da Gesù al Regno dei cieli. (Le questioni relative allo Spirito Santo sono possibili solo quando è fatta l’esperienza reale… 200/2). Per questo è solo a 35 anni che Romano – divenuto ricco di se stesso – ha finalmente qualcosa da vendere, per potere seguire Gesù. (E qui il rapporto è 33/2, che attua lo spirito del 33). 203 attua ora il volume, anziché lo spirito di una sezione ideale. Quindi saranno narrate situazioni di quantità, di massa.
203
204
203 attua ora il volume, anziché lo spirito di una sezione ideale. Quindi saranno narrate situazioni di quantità, di massa.
204 pone in aggiunta ora le 4 condizioni reali e a pag. 204 ci saranno tutte questioni molto realistiche
Amodeo ritrova tutta la sua speranza, di seguire interamente Gesù, quando gli è fatto capire una ragione diversa dalla sua: che Romano è “ben poca cosa, quasi nulla”, giacché non si è fatto da sé, quindi quella sua ricchezza deve essere rilanciata, non gli appartiene. È solo allora che il Signore fa compiere, ad Amodeo, tutto il bene che sembra fatto da lui, nell’apparenza che domina i fenomeni del divenire, in quel cartone animato: giacché – in apparenza – Paperino ne è stato messo realmente in grado. (La quantità della spirituale qualità). Il progetto di Dio – come quello di Walt Disney – è veramente sensato, rispetta tutte le regole dei rapporti di causa ed effetto, tanto da permetterne addirittura una scienza; ma ogni regola ha, poi, anche la sua doverosa eccezione (ed è quando Dio mostra l’esistenza dei miracoli, per far capire come, di quelle regole imposte, Egli sia il padrone e non la prima ed assoluta vittima).
I dipendenti rinunciavano all’aggancio, approvato anche dal Comitato di controllo sugli atti dei Comuni e che era così un dispositivo vigente. (Questa era la realtà in essere!) Amodeo osservò che si era stati troppo frettolosi e che non si doveva concludere l’accordo su quelle basi. Essendo assente il geometra Manicone, che aveva diretto la trattativa, gli altri due rappresentanti non seppero cosa ribattere e Amodeo fu incaricato di portare avanti lui le operazioni. (Questa fu la realtà posta in essere!) La Commissione ristretta del CD ignorava l’esistenza della delibera d’aggancio e gli spiegò come i rappresentanti sindacali non ne avessero mai parlato. (Questa era l’amara realtà!) Amodeo svolse anche un’indagine presso il Comitato di Controllo, nel quale aveva per amico quel Brunelli conosciuto all’Ospedale di Baggio, nell’anno del militare. Seppe da lui che quell’aggancio Comune-CIMEP, riguardante le carriere, era forte e che un provvedimento che si fosse poggiato su quella base, sarebbe stato sicuramente approvato dal Comitato. (Questa era la realtà in essere e che volevano eliminare!) Ritornò Manicone, seppe dell’accaduto, si mise a far fuoco e fiamme e volle che si riunisse nuovamente l’assemblea sindacale. Qui attaccò Amodeo, affermando che: “Gli architetti lavorano anche fuori, ma bisogna pensare ai disegnatori, alle dattilografe, a chi vive esclusivamente dello stipendio del CIMEP. La strategia sindacale è quella dei piccoli passi. Bisogna concludere l’accordo raggiunto, che è il massimo risultato possibile, strappato a Consiglieri che non ci sentono molto.” (Questa fu la reale bugia posta in essere!) Prese la parola Amodeo: “Nel breve periodo in cui ho gestito l’incarico, mi sono accorto che i Consiglieri neppure sapevano che esiste l’accordo che stiamo vanificando. Non c’è nessuna ragione per la quale proprio le figure più deboli rinuncino a 30.000 lire il mese, per concludere un accordo suicida. Questa è la verità. Se non credete a me ma a Manicone, peggio per tutti. Io non desidero rompere l'unità sindacale, perciò, se doveste essere tutti d’accordo con lui e non con me, firmerò anche io assieme a tutti, ma mi riterrò in diritto ed in dovere d’agire a quel punto come un singolo e seguiterò a battermi, a titolo personale, per difendere le ragioni della giustizia.” (La realtà di Amodeo, assoluto combattente per i buoni ideali!) Si passò ai voti e tutti, credendo più a Manicone che a lui, firmarono l’accordo. Amodeo, come aveva detto, aggiunse la sua firma, sottoscrivendo quell’accordo capestro. A questo punto una persona normale si sarebbe arresa: il Consiglio aveva incaricato 5 Consiglieri di condurre la trattativa ed essa era stata approvata dai dipendenti all’unanimità. Non esisteva ragione possibile che le cose passassero in modo diverso da quello e più favorevole, soprattutto per l’accettazione unanime fatta da tutti. (La realtà di credere nell’impossibile!) Eppure Amodeo non si scoraggiò, giacché esistevano, secondo lui, delle ragioni superiori valide secondo lo Spirito di Giustizia e cominciò a farle conoscere a tutti i Consiglieri. Gli dimostrò come il riassetto dei dipendenti del Consorzio non era una questione a se stante ma c’era una deliberazione, vigente a tutti gli effetti, che stabiliva come le posizioni dei singoli addetti dovessero essere esattamente riferite a quelle del Comune Capo del Consorzio. Se il Consiglio approvava il riassetto firmato dall’unanimità dei dipendenti, non rispettava le norme vigenti nel loro Spirito di Verità. Lo Spirito Santo assistette evidentemente Amodeo, al punto che il Consiglio direttivo approvò due dispostitivi: quello sottoscritto dai dipendenti, ed uno, del tutto nuovo, che si poggiava su una tabella d’aggancio fatta preparare appositamente ad Amodeo e rispettosa della delibera in vigore, cioè della Legge Superiore che esisteva. (Questa era la realtà in essere: una legge Superiore, che esiste
Gesù aveva rivelato come “chi si toglie dalle tasche il suo guadagno e lo dona ai poveri è perfetto”. Lo aveva consigliato al Giovane ricco, che pur pagava le decime e desiderava la perfezione; ma a condizione di seguitare ad essere ricco… “No, non si può servire due padroni!”, rivelò Gesù. E Romano si accorse, così, finalmente, che la condizione posta dal Cristo era assolutamente vera. Bisognava perciò “Chiedere, pregare di riuscire a seguire Gesù con tutto il proprio io”, affinché quel tanto che ancora era inibito in lui, potesse riscattarsi, essendo stata finalmente rimossa ogni difficoltà prima frapposta: da un giudice ingiustamente fazioso, senza che egli volesse esserlo e senza neppure accorgersi d’esserlo stato. Il 1974 fu il primo anno successivo ai primi 2,5 anni della nuova vita, quella in cui Romano aveva cominciato ad anteporre l’interesse per gli altri a quello di se stesso e della sua famiglia, cercando di definire un nuovo e concreto assetto dell’esistenza. Coerentemente con questo nuovo obiettivo fu l’anno in cui al CIMEP venne definito il riassetto delle carriere e degli stipendi di tutto il personale. I dipendenti CIMEP costituirono un sindacato indipendente e credettero che valesse la pena di portare avanti e di concludere un riassetto autonomo. (Quantità di stipendio per ogni ruolo). Chi aveva forzato per questa decisione era stato il Geometra Manicone, cui mancava poco per andare in pensione. Egli era entrato per concorso in questo Ente perché, nella normativa CIMEP, si andava in pensione e si percepiva quanto l’ultimo stipendio. Furono nominati a rappresentanti tre geometri. Chiesero che si raggiungesse un accordo e il Consiglio incaricò una commissione ristretta di 6 Consiglieri a trattare. I tre rappresentanti del Sindacato CIMEP esposero ai dipendenti gli obiettivi, ne ebbero il mandato e su quella base la trattativa iniziò. Giunti vicini ad un accordo, la questione tornò nell’assemblea perché se ne discutesse. Amodeo notò delle discordanze, tra l’incarico ricevuto dai rappresentanti, e la linea che, poi, era stata realmente portata avanti e volle andare a fondo in questa questione. Si accorse così che i tre geometri, con la loro condotta, avevano fatto gli interessi soprattutto della loro categoria. Era stato abbandonato il favorevole aggancio delle retribuzioni a quelle corrispondenti nel Comune di Milano, che prevedeva per tutti i ruoli (tranne il geometra) 6 anni d’anzianità a favore del dipendente consortile. Conoscendosi già gli stipendi accordati ai dipendenti comunali, tutti quelli del consorzio, eccetto quelli dei geometri, ci perdevano circa 30.000 lire il mese. (Quantità).
a ben regolare tutte le umane cose!).
205
206
205 indica tutto il moto della massa, con il 5 aggiunto al 200. Nella pagina 205 il senso è lo stesso: estremo sviluppo.
206 aggiunge lo spazio complesso da –3 a +3. Nel senso di pag. 206 si aggiunge il volume complesso, fatto di contraddizioni.
La tabella d’Amodeo fece salvo il livello raggiunto dai geometri, (per una posizione un tantino equivoca che lo consentiva) e portò tutte le altre categorie ad un incremento di 30.000 lire mensili rispetto all’accordo sottoscritto da tutti all’unanimità, incremento che derivava dal rispetto dell’aggancio esistente. (Estremo sviluppo). In conformità a quella tabella, preparata da Amodeo e giudicata, da tutto il Consiglio, “veramente giudiziosa”, il Direttivo del CIMEP deliberò una seconda soluzione al riassetto e propose all’Assemblea dei dipendenti di scegliere tra le due. (Estremo sviluppo). Apriti cielo! Manicone si mise a protestare che non era giusto. Sostenne che il riassetto approvato dai dipendenti era stato un accordo equilibrato tra tutte le categorie, perciò ora non era accettabile che ben 4 su 5 avessero 30.000 lire in più il mese e solo quella dei geometri restasse stoppata sul valore di prima! (Estremo sviluppo dell’ingordigia). Bisognava dare 30.000 lire in più anche ai geometri. Manicone non si vergognò del fatto che, per guadagnare 30.000 lire in più di pensione, aveva portato tutti a perdere altrettanto! Non si vergognò d’avere sostenuto in precedenza che era riuscito ad ottenere il massimo dalla trattativa e che tutti dovevano frettolosamente accettare quello, finché erano in tempo… Se era veramente il massimo, come mai adesso di sua iniziativa il Consiglio Direttivo proponeva sbalorditivi aumenti quasi a tutti? (Estremo sviluppo della ragionevolezza). Invece, attaccò Amodeo accusandolo d’avere le sue leve politiche, che le aveva messe in azione e che si era macchiato della grave colpa personale d’essere andato contro un accordo sottoscritto da tutto il personale! (Estremo sviluppo della malignità). Poco ci mancò che gli credessero anche in questa occasione, perché, quando fu nuovamente indetta l’assemblea per scegliere quale delle due tabelle il personale volesse, passò la linea d’Amodeo appena per un voto di scarto: 16 a 15. Ciò significò che ben 12 persone, sulle 15 che avevano votato per l’accordo sottoscritto all’unanimità in seguito ad affermazioni false, non erano molto capaci di ragionare, o erano palesi vittime del Maligno che animava abbondantemente quel geometra. (Estremo sviluppo dell’incosciente timore dei deboli). Erano degli imbecilli? “No!” si rispose Amodeo. “Solo persone confuse. È difficile in molti casi arrivare a scorgere il vero. Specie quando esso è troppo evidente, tanto evidente… che non lo vedi.” (Estremo sviluppo nell’esperienza fisica: quanto t’è sempre davanti non lo scorgi più, attento soprattutto alle
Amodeo, pensando a ciò ch’era stato consentito, gioiva, consapevole d’essere stato in grado, grazie a Dio, di fare l’impossibile. (Aveva risolto una cosa molto complessa in senso positivo) Il risultato tangibile era che tutti, anche i più indifesi, come i disegnatori e le dattilografe, grazie a 3 anni d’arretrati, si ritrovarono quasi un milione e mezzo di lire in più. Pochi anni prima, nel 1968, Romano aveva acquistato il suo appartamento di 150 metri quadri, in zona abbastanza centrale di Milano, impegnandosi per 11 milioni di lire, appena 7 volte di più del milione e mezzo in più avuto da tutti, grazie alla sua ragione ed alla tenacia. Certo, si era fatto dei nemici, ma il nemico di costoro non era lui, era colui per il quale, confusi, lo avevano scambiato. (Restava una cosa molto complessa nel senso dell’amicizia).
variazioni).
Questo intervento fu miracoloso e possibile per lo Spirito Santo di Dio che sostenne la verità. Fu il primo segno prodigioso della capacità assunta, grazie a Dio, da Amodeo, da quando si era decisamente convertito a voler attuare sulla Terra un mondo, di amore e di Giustizia, che derivasse dalla fede nei valori di Gesù. (Estremo sviluppo della fede nella potenza di Dio). In questo 1974, si crearono tutte le premesse grazie alle quali Amodeo poté invertire, in modo veramente deciso e integrale, la rotta assunta nella sua vita. (Estremo sviluppo della massa). Accade in tutte le questioni più importanti della sua vita. Abbiamo appena visto un grande successo, che però gli creò nemici: infatti, molti dipendenti del CIMEP, sobillati finché Manicone restò nell’Ente e non andò in pensione, restarono con le idee confuse. Lo stesso Pietro Saviello Barbato, che era suo amico, dopo la votazione ammise: “Avrei preferito nessun aumento di stipendio ma che le cose non fossero state trattate in un modo così sporco” ed attribuiva la sporcizia ad Amodeo che aveva avuto dalla sua solo l’arma del rispetto delle norme vigenti. 206 aggiunge lo spazio complesso da –3 a +3. Nel senso di pag. 206 si aggiunge il volume complesso, fatto di contraddizioni.
Buona parte dei dipendenti, di coloro che ne avevano capito la grande amicizia, spinsero allora Amodeo a rappresentarli sindacalmente. Ora c’erano nel Consorzio cose ingiuste, come alcuni geometri, assunti e pagati come disegnatori, che, avendone il titolo, facevano i geometri a tutti gli effetti. Quando il CIMEP tentò di fare un concorso pubblico per posti di geometra, Amodeo si oppose, minacciando lo sciopero e affermando che l’Ente doveva bandire concorsi interni, che regolassero le posizioni in atto. (Complessa l’assunzione di nuovi, senza il rispetto di chi già c’è). Poi accadde una cosa che spiazzò il Consorzio, che temette d’essere soppresso com’Ente inutile. Allora il Direttivo, per dimostrare con i numeri la capacità operativa dell’Ente, pretese che solo il CIMEP avesse titolo per eseguire gli espropri sui lotti della 167. Chi avrebbe dovuto svolgere un mare di pratiche erano soprattutto i geometri, chiamati ad un laboriosissimo lavoro, in Catasto e all’Ufficio del Registro, per individuare tutti i proprietari. (Complessa la situazione di chi vuol fare tutto senza averne le forze!) Ecco allora che tutto divenne molto difficoltoso e che il piccolo gruppo dei dipendenti del CIMEP fu impari rispetto al bisogno. L’ing. Ferdinando Passani, Presidente del Consorzio, mandò a chiamare Amodeo. “Amodeo, sempre qui io e lei in mezzo a queste questioni! Lei è rappresentante sindacale e come tale adesso mi impedisce d’assumere i geometri. Lei è anche il responsabile degli espropri, che vanno a rilento. Come la mettiamo? Mi dica lei come possiamo uscire da questo stallo in tempo breve! Non se ne può più! Abbiamo scelto di fare gli espropri per dimostrare che non siamo un Ente inutile e ora sembra che, proprio a causa di questa scelta, lo siamo per davvero. Su, si muova e faccia una proposta sensata!” Amodeo ci pensò, cercò nel suo Ordine professionale tutte le figure che potessero fare al caso, sentì, a sua esclusiva iniziativa, architetti, ingegneri, geometri e compose una gruppo di tecnici di varia estrazione, che si impegnava, nel giro di due soli mesi, a spazzare via tutto l’arretrato che esisteva. (Complesso intervento, rispettoso però di ogni ambito e preesistenza). Si recò dal Passani e gli comunicò che aveva la brava proposta che gli aveva richiesto. Il Presidente gli rispose che egli aveva fatto già fin troppo, a titolo personale. Che Amodeo presentasse questa proposta per le vie tradizionali e gerarchiche. La desse alla Dottoressa Raffaella Marchesi, Segretario Generale dell’Ente. Amodeo lo fece e la Marchesi, trovandosi una cosa come questa tra le mani, non la capì del tutto e non ne fece nulla. Allora Amodeo cominciò a scrivere lettere ufficiali in cui la metteva davanti alle sue chiare responsabilità, se un meccanismo, efficace come quello che aveva proposto, non era neppure portato in discussione. (Complessa manovra affinché la Marchesi facesse il suo dovere. Fate attenzione alla differenza dei contenuti in questa pagina: qui davvero si tratta più di linee di influenza che di interventi veri e propri).
207
208
207 realizza la libertà di moto delle linee programmatiche: è una assoluta libertà di rovesciare le proprie posizioni
208 attua la realtà complessa da –4 a +4. Nel senso del racconto ci saranno questioni piuttosto complesse.
Di fronte ai documenti scritti lei presentò in Consiglio la questione in questi termini: “L’architetto Amodeo, responsabile del Settore espropri, per risolvere la situazione di forte arretrato, ha scelto e organizzato un gruppo di tecnici che, assunto l’incarico, assicura d’eliminare tutto l’arretrato in soli due mesi.” Suscitò un bailamme incredibile: “Come? L’Architetto Amodeo dà incarichi? Ma li diamo noi! Qui succedono cose dell’altro mondo!” (Protesta contro l’assoluta libertà assunta da Amodeo di rovesciare le loro facoltà di diritto). Amodeo, sapute queste reazioni, ci restò malissimo. Passati i tempi di Cannarella! Aveva dato a suo criterio tutti gli incarichi e solo grazie a ciò avevano potuto sistemarsi nella sede nuova in cui ora essi erano! Egli aveva dato in più di un’occasione prova d’estrema serietà ed ora, che aveva risposto solo ad una sfida del Presidente Passani, gli accadeva di sentire questo. Allora tirò i freni. Avvertì quella squadra che aveva costituito che il Consorzio non ci stava, con la stessa e dovuta sollecitudine che egli aveva chiesto loro. Chiese loro scusa e gli fece comprendere che non dipendeva da lui. Poi si mise in attesa degli eventi. (Assoluta libertà di Amodeo di rovesciare le sue posizioni con i collaboratori) Dopo circa sei mesi in cui, ogni volta, il Consiglio ritornava sulla stessa questione del “come si permette?” uno dei Consiglieri pretese dalla Marchesi che tirasse finalmente fuori i nomi. Con rincrescimento il Segretario generale fu costretto a farlo e quando i Consiglieri lessero i nomi, esclamarono: “Ma cosa c’è qui che non va?!” (Assoluta libertà di rovesciare le loro proprie posizioni!) Essi avevano temuto che Amodeo scavalcasse e tagliasse via tutti i tecnici che già lavoravano per l’Ente in forza del clientelismo. Trovati ciascuno, nell’elenco, i clienti che gli stavano a cuore, si erano accorti che quell’elenco andava approvato, e l’approvarono. Quando il Consiglio tentò d’attivare il meccanismo a suo tempo messo in piedi da Amodeo, il dispositivo non esisteva più e il Consorzio seguitò a restare con l’arretrato e a dare gli incarichi, come sempre aveva fatto: solo ai tecnici clienti, senza risolvere il problema in modo ideale e una volta per tutte. (Assoluta libertà di fare tutto il proprio comodo). Amodeo aveva avuto così ragione, ma gliela avevano data, stavolta, quando era troppo tardi, con il solo risultato di disamorarlo. (Assoluta libertà data a lui da Dio affinché lasciasse il CIMEP) C’era un motivo preciso in tutto quanto stava accadendo. Doveva accorgersi che un tecnico, in quella struttura, serviva quasi del tutto solo a motivare le scelte che gli Amministratori avevano deciso per tutt’altre ragioni. Infatti, quando erano poste serie opposizioni, tecniche, mosse contro le scelte degli Amministratori, esse erano sempre messe a tacere. Un tecnico era libero solo se era allineato perfettamente con le decisioni di chi sceglieva per ragioni politiche. E questo non doveva stargli più bene. Avrebbe dovuto lasciare il Consorzio. Chi l’obbligava a restare? (Assoluta libertà di lasciare un posto sicuro e prestigioso).
In questo nuovo quadro di interessi, divenuti prioritari nel momento stesso della sua conversione, egli cercò di capire dove stava il grosso della spesa sostenuta dall’Ordine, tanto da vedere se non fosse possibile minimizzarla, prima che si procedesse al quel raddoppio. Accertò così come si spendesse oltre la metà del provento delle quote, per stampare il “Bollettino” dell’Ordine degli Architetti. Allora cercò e trovò dei pubblicitari che erano disposti ad assumersi interamente tutto questo costo, se gli si lasciava mettere su pubblicità. Chiunque sia nel settore può capire che prospettiva fantastica fosse stata proposta da Amodeo, perché solo in questi tempi esistono pubblicazioni che si sostengono interamente con la pubblicità, ma hanno una tiratura enorme e sono distribuite gratuitamente nelle metropolitane e in tutti i grandi punti di passaggio… Amodeo, agendo in modo molto illuminato, aveva anticipato di 50 anni questi tempi d’oggi, ma con uno strumento assai più debole, sotto l’aspetto pubblicitario, perché raggiungeva appena 2.000 lettori. (Vedete? Si tratta della complessa condizione che vincola la stampa alla pubblicità, ove
Nell’Ordine Architetti era Consigliere per il secondo biennio. Dopo d’avere sfidato tutto il Consiglio precedente, fino al punto da volerlo far cacciare, era stato sconfitto da loro, che erano riusciti in modo malandrino a confondere le idee agli elettori. Ora tutto quello che egli proponeva, nell’esercizio della nuova gestione, era rifiutato, per partito preso. Un giorno fu posto in discussione, sempre nel 1974, il raddoppio della quota d’iscrizione all’Albo. Erano problemi che riguardavano oltre 2.000 architetti, che di punto in bianco si sarebbero visti costretti a spendere il doppio per esercitare la libera professione. (Assoluta libertà di fregarsene degli interessi altrui, pur di gestire più soldi).
la pubblicità non piace a tutti, giacché disturba la lettura).
“La pubblicità sul Bollettino? Ma che schifo!” fu il commento altezzoso di quel Consiglio prevenuto. “Fate presto – ribatté Amodeo – a decidere in questo modo incidendo sulle tasche della gente! Una proposta, eccezionale come questa, non può essere rifiutata. Gli parlerò io e, se questi pubblicitari accettano, mi avvarrò io di questa offerta, realizzando una rivista per gli architetti.” (Si tratta di una situazione ancora più complessa, di fronte ad un giornale nato lì per lì). Lo guardarono come si guarda un demente e probabilmente pensarono: “Com’è possibile che uno si comporti così e, che, seppure per puro puntiglio contro il nostro stesso puntiglio, di punto in bianco decide di fondare una Rivista? La vedremo!” (Ossia: “Amico… la situazione è più complessa di quanto tu creda!”)
Così nacque Architettura e Pianificazione in Lombardia, un mensile d’informazione tecnica nel settore urbanistico: per un molto forte punto d’orgoglio, suscitato in lui dalla mancata accettazione di un’offerta favolosa. (Amodeo raddrizzò tutto: non –4 e +4, ma da –4 a +4, cioè 8). I pubblicitari accettarono l’offerta d’Amodeo e aderirono al suo progetto perché lo conoscevano personalmente: erano suoi amici. Lavoravano nella Opus Proclama, un’azienda pubblicitaria ed erano Maria Grazia, due suoi zii, che si occupavano di pubblicità con una loro ditta, Gabriele Alberti, il suo fidanzato, e un altro che lavorava sempre come procacciatore di pubblicità nella stessa Opus in coppia con l’Alberti. Essi accettarono la proposta di realizzare Architettura e Pianificazione in Lombardia (A e P) anziché il Bollettino dell’Ordine, perché conoscevano Amodeo e cercavano d’assecondarlo, avendo anche moltissima fiducia e stima in lui. (Assoluta importanza dell’amicizia a raddrizzare quanto è complesso!) Nonostante tutta l’incredulità del Consiglio dell’Ordine, la rivista A e P era sorta, nel gennaio del 1975 ed era anche bella… in complesso! Allo stesso TG1 essa fu presentata, come la novità che riguardava il milanese, cogliendo l’occasione per far presentare dall’architetto Amodeo, il suo direttore e editore, anche il Piano di intervento CIMEP per la Città di Milano, in relazione a tutta l’edilizia popolare in zona di recupero. Chi aiutò Amodeo a farlo fu l’Assessore all’Urbanistica del Comune di Milano, Antonio Velluto, che era anche un consigliere del Cimep che aveva molta stima di Amodeo e per natura era molto attento a tutto quanto accadesse nell’editoria. La comparsa sul TG1, in un servizio di ben 5 minuti, fu per Romano un vero successo.
209
210
209 è lo spazio percorso in linea da 1 punto, sulla base del moto 100 del piano 100. Ciò instaura il massimo dell’avanzamento del punto di vista in tutte le situazioni ed è quanto è descritto a pag. 209.
210 è un numero importante: attua nel ciclo 10 il moto 100 del piano 100. Questa attuazione instaura condizioni nuove.
Giancarla seguiva orgogliosa tutta la crescita del marito, ma poi non accettava di prendervi parte, come se si vergognasse del suo stato, ma questa non è la verità; lei era fiera di quanto faceva il marito, ma voleva solo i suoi spazi d’autonomia. (Massima stima). Era restata sconcertata per la questione di Maria Grazia e vedeva nel tentativo editoriale fatto dal marito qualche cosa in cui c’era troppo lo zampino di lei. (Massima attenzione). Le cose, invece, non erano andate così. Ad una completa stima delle cose, sembrava che il destino, dopo d’avere dato tutte le occasioni, a Romano Amodeo, di congratularsi con se stesso per tutti i suoi successi, stesse ora creando le basi sempre più evidenti per un possibile distacco, che nascesse da un puro e semplice disamoramento. (Massima interpretazione). Romano doveva essere preparato, con molta gradualità, ad una solitudine sempre più grande, perché il suo compito sarebbe stato di riuscire un giorno a capire ed esprimere da solo cose importantissime, a cui sarebbe potuto arrivare, in apparenza, solamente restando solo e nella più assoluta e personale delle concentrazioni. Anche per questo, forse, Dio non ha voluto che avesse dei figli. Del resto… può un bambino di due anni, che non era previsto nel piano originale di Dio, avere una sua discendenza? Non c’erano motivi validi che si opponessero a che Romano e Giancarla avessero figli loro, a detta dei medici!
Invece di lavorare a Villa Colletto in economia, quando non sapeva dove mandare gli operai, li mandava lì. Non era capace o non voleva controllare l’efficienza del suo personale e quello che doveva costare 10 costava 100. (Attuazione che instaura condizioni nuove). Cappetta aveva lasciato un giorno un assegno in bianco a Romano e se ne era perfino dimenticato. Chi trattò un possibile accordo fu suo fratello, che esibì tutti i cartellini delle ore che i muratori avevano impiegato in Villa Colletto. (Attuazione con tutte le carte in chiaro). Partecipò a queste discussioni anche Anna Baratta, nel tentativo di aiutare il figlio e, alla fine, si intesero per 70, ma anche quello era davvero troppo. Invece Cappetta, il fratello di Silvano, diceva che non era vero e che Romano si era veramente approfittato dell’amico. Allora Amodeo trasse di tasca l’assegno in bianco firmato da Silvano e lo mostrò al fratello: se avesse voluto avrebbe scritto qualsiasi cifra, su quell’assegno ed avrebbe messo in condizione Silvano di dovere egli a lui, con un documento che era ancora più forte di tutti quei bollettini di ore di lavoro. Quel suo fratello trasecolò e tirò un enorme sospiro di sollievo quando Amodeo, con fare deciso e per dimostrargli che egli e non il fratello rispettava lo Spirito della Bontà e della Giustizia, strappò quell’assegno. (Chiarificazione che instaura condizioni nuove ed esatte di stima). Se non altro era riuscito a convincere quella persona che uno solo si era alquanto approfittato dell’amico: ma era stato Silvano Cappetta.
Che tutto stesse spingendo in modo fortissimo per un deciso cambio di rotta appare anche da quello che successe in relazione a Villa Colletto, di Nicola. (Massimo cambiamento). Egli doveva raggiungere un accordo con Rinaldo Raho, che aveva bloccato i lavori e che, data l’inflazione, ora riprendevano con costi resi molto maggiori anche perché l’esecuzione era stata messa tutta nelle mani di Silvano Cappetta. Rinaldo Raho, persona per bene, avrebbe capito. Non era possibile che la sua villa di oltre 200 metri quadri, finita in questi periodi da Cappetta, gli venisse a costare i 25 milioni pattuiti nel 1970, senza che l’importo fosse aggiornato al valore inflazionato della lira. L’accordo non fu possibile perché Rinaldo Raho un giorno, abbassatosi sotto una finestra che il vento aprì mentre era chino, si rialzò e lo spigolo perforò un neo della schiena, che iniziò a sanguinare. Si trovò, per sua somma sfortuna, in quel momento, la sua consorte in ospedale con sette costole rotte, tanto che non pensò a se stesso ma a lei. (Massima sfortuna). Solo quando la moglie tornò a casa volle far osservare da un medico la sua schiena. Fu prelevato immediatamente un frammento e risultò essere un terribile tumore maligno. Fu scorticato fino alle ossa, si intervenne sulle glandole, ebbe un trattamento a dosi rinforzate di chemio, ma non ci fu nulla da fare e morì. (Massima strada percorribile). Lasciò una moglie convinta che la responsabilità di tutti i ritardi nella costruzione della sua parte di Villa Colletto fosse stata di Amodeo, invece che della penuria di liquidità in cui era finito il marito, quando lo stato aveva preteso forti depositi da parte di chi importava ed esportava. (Massima disistima). Sua moglie presto si legò nuovamente con un tipo che, istruito da lei, cominciò a tentare di dimostrare a lei che egli era tutt’altra pasta rispetto a quella debole di Rinaldo, e Amodeo si trovò in difficoltà. Difficoltà che divennero grandi più ancora quando Cappetta, dopo d’aver tergiversato per oltre un anno, si decise finalmente a presentare i conti. Chiese ad Amodeo la bellezza di 100 milioni.
Messo in questa situazione, Amodeo si ritrovò davvero ad una svolta. Quello che guadagnava al CIMEP non bastava a pagare gli impegni che era stato costretto ad assumere. Doveva aumentare i suoi guadagni, oppure vendere qualcosa di quello che aveva costruito, appianando tutta la sua esposizione. (Attuazione che instaura condizioni nuove economiche). Si trovò così al finire del 1974. Il capitale in immobili era di gran lunga superiore ai suoi impegni, tutti presi con le banche con mutui sulle case. Era moderatamente ricco, perché aveva un patrimonio che, valutato in euro, oggi sarebbe pari almeno ad un milione. Riguardava un appartamento di 150 metri quadri a Milano, un box nello stesso luogo e tre appartamenti a Nicola d’Ortonovo, per oltre 400 metri quadri tra interni e terrazze. Era come architetto in un Ente di grosso rilievo, in un ruolo che lo faceva coccolare dagli 80 i Comuni del Consorzio, per il semplice motivo che il CIMEP era in grado di fare sovvenzioni a favore dei Comuni, che toccava espressamente ai tecnici come lui di istruire. Il mensile A e P, oltre che un grosso strumento della cultura tecnica nel campo dell’urbanistica, in grado di dare lustro e notorietà sempre più grande, poteva anche divenire la concreta possibilità, non solo perché aumentassero le entrate e si appianassero i bilanci, ma anche di dare lavoro diretto alle persone e prepararle alla vita, avendo ben più possibilità di farlo di quanto poteva stando al CIMEP. (Attuazione che instaura condizioni nuove nella sua azienda). Che voleva fare? Attento a tutte le sfide, spinto dalla semplicissima testimonianza di Daniela Forlin, una pulitissima ragazza di 22 anni (un numero che sempre faceva miracoli su di lui), si accorse, all’improvviso e prese coscienza di avere cominciato la più grande sfida, in assoluto, che avrebbe mai potuto combattere: quella contro il prevalere di se stesso rispetto agli altri, perché aveva visto “la perla” del Regno dei Cieli e si era accorto che voleva acquistarla con tutto il desiderio del suo cuore. In questo momento nevralgico della sua vita abbandonò decisamente l’uomo vecchio e indeciso e volle vivere nel reale tentativo di costruire un pezzo di vita pulita sulla Terra. (Attuazione che instaura condizioni nuove nel suo stesso essere, però il tutto sempre in chiave programmatica, in quanto per l’attuazione di ciò necessita il n. 210/1, cioè 211 dati ).
211
211 attua il 210/1 nel tempo 1. In tal modo i programmi entrano tutti in atto e sono descritti, coerentemente, a pag.211.
212
Capitolo 24 Vendere tutto per comperare la perla (24 indica tutte le ore del giorno, pienezza del tempo e grande svolta, perché è tutto lo spazio percorso da 1 nella realtà presente, che è sempre ¼ di 100. La pag. 212 ribadisce il concetto, perché 210/2 condiziona la situazione ideale alla pienezza del tempo presente complesso, che va da –1 a +1. Il testo, come sempre, segue nei contenuti quanto descritto dai numeri.)
Dopo i 2 anni e mezzo della vita rifondata nel sociale, a 33 anni.
L’impegno minimo di fare un piccolo Paradiso e 10 anni di beata attuazione
1975. Amodeo tracciò un severo bilancio: tutta la precedente bramosia di successo personale lo aveva portato ad avere valori soggettivi, beni immobili ed un’azienda editoriale, che pubblicava il mensile Architettura e Pianificazione in Lombardia. La Ditta era nata nel momento in cui, Amodeo, aveva affermato, con la maggiore forza possibile: il valore di se stesso e di tutto quello che faceva. I valori soggettivi, la consistenza essenziale – di Amodeo quale “un individuo avente possessi” – si erano poggiati su tutti i difetti, enormi, di chi ad un certo punto non era andato più neppure a messa la domenica: poiché quelle giornate erano trascorse a costruire un possesso di beni immobili, costruiti lontano da casa… e il tempo era troppo breve, perché egli santificasse la festa. Un’essenza, quella di Amodeo, poggiata sul vizio d’una persona che, per accumulare per se stesso il massimo, aveva trascurato la famiglia e si era dato anima e corpo al lavoro fattivo ed al successo personale: suo e delle sue idee. Ebbene sembra che il piano del destino, qui deciso per Amodeo, oltrepassi e sublimi ciò, per trasformare in un possibile e grandioso strumento di bene, soggettivo ed oggettivo, che valga per tutti, proprio quest’enorme energia soggettiva, che lo ha caratterizzato per anni e gli ha concesso la conquista e il possesso dei mezzi, nello spirito e nella materia. I primi assunti nel 1975, per A e P, furono Maria Grazia Vanni e Fabio Cozzi. Lei si licenziò dalla Opus Proclama ed iniziò ad aiutare Romano, in qualità di Segretaria di Redazione della Rivista. La prima sede di A e P fu in casa degli zii di Maria Grazia, che abitavano in Via Palmanova, avendo là anche il loro ufficio, che si occupava di pubblicità consegnata porta a porta. Poi sorsero difficoltà a restare in quel luogo, e Amodeo trasferì tutto nella sua casa sfitta di Via Lattanzio, che, dopo d’essere stata per due anni data ad Ambrosio, un suo compagno del Liceo, gli era stata restituita. Romano, a questo punto, decise che doveva far cambiare nettamente rotta alla sua vita e che doveva impiegare tutte le risorse, materiali e spirituali che la buona sorte gli aveva messo nelle mani, perché fossero dedicate a realizzare un piccolo pezzo di mondo, nuovo e pulito, interamente possibile se dipendeva dalla sua libertà. Non voleva ricercare più nulla che fosse strepitoso e glorioso per se stesso, non gli interessava più la ricerca del suo potere personale. La sua vita doveva servire a dare testimonianza: nel piccolo e nel concreto, come una fede operosa che non brillasse neppure per particolare eroismo, ma fosse opera assidua, condotta nel silenzio delle azioni quotidiane. Quello di immensamente buono e positivo, che aveva ricevuto da CL, non doveva tenerlo per sé, doveva trasmetterlo agli altri, doveva testimoniare a sua volta, affinché altri fossero ora aiutati da lui a capire, in una staffetta operosa in cui il testimone passasse di mano in mano.
213
214
213 in assoluto è 210/3, il che condiziona l’ideale alla quantità. Come sempre i contenuti osservano il senso dei numeri.
214 in assoluto è 210/4 nel relativo, il che condiziona l’ideale alla realtà. E sempre i contenuti sono nel senso dei numeri.
Oh, Amodeo non intendeva ottenerlo con discorsi e proclami, ma interamente con le opere. Aveva osservato come egli non fosse stato conquistato da una teoria, ma solo a partire dall’esempio calato nella concretezza della vita d’ogni giorno. I cristiani che erano ancora come Romano era prima, intendevano che Cristo pretendesse l’eroismo! Aveva finalmente capito come invece Gesù chiedesse una sola cosa: d’avere fede e di lasciarsi aiutare. (Il contenuto di ogni cosa stava tutto lì).
Però intanto Amodeo aveva cominciato a sostenere che viveva per gli altri ed era disposto a perdere ogni cosa per loro. “E noi?” osservava sua suocera. “Noi chi siamo?”. (Il che condiziona l’ideale alla realtà). Romano aveva cominciato a non percepire più i conflitti insiti nell’amore: poteva amare tutti senza che, quanto dato all’uno, fosse tolto all’altro. Egli amava, anche, chi avvinceva alla sua azione e convinceva a farla insieme, pur se essa era faticosa ed impegnava fino all’ultima delle personali risorse. In quel caso egli costava veri sacrifici a coloro cui voleva bene, perché essi erano davvero come alleati al suo fianco, erano un supporto che non era stato imposto da lui ma dall’avvincente e convincente amore che altri avevano per lui. (Il
Coerentemente a tutto ciò l’architetto Amodeo chiese al CIMEP, ed ottenne, d’essere messo in aspettativa per un anno. Avrebbe intanto cominciato a testimoniare, a quelli che aveva intorno e dipendevano da lui, niente di più e di diverso che la sua vita mutata, ora dedicata interamente al bene per loro. (La quantità del tempo messo a disposizione stava tutta lì). Fu anche aiutato, in questa scelta, dal fatto che ebbe modo d’accorgersi come il suo supposto potere, in quell’Ente, fosse solo apparente e legato ad un ruolo più che alla sua diretta persona. Chi decideva erano gli amministratori. Aveva di certo partecipato, negli ultimi tempi, a dare con gli altri, in quell’ambiente, la testimonianza d’un cristianesimo vissuto anche nella fedeltà alla preghiera. Lo aveva fatto quando, di mattino e mezzogiorno, recitava le Lodi, assieme al piccolo gruppo di Daniela Forlin, Wilma Menegaldo e, qualche volta, Rosangela Sottocorno. Ma, in quel CIMEP, la sua possibilità non era come avrebbe potuto essere nella ditta A e P, in cui tutto dipendeva dalla qualità e dalle quantità delle sue scelte di vita. (Qui c’era tutta la quantità del beneficio). Valeva di più la pena vivere bene, in un piccolo gruppo, che faticosamente, in uno immenso, in cui quel gesto di fede e d’un volersi mettere nelle mani di Dio, era anche accompagnato dall’ironia e dal disprezzo di qualche Dirigente. Questi giudizi, sull’ottimizzazione del suo impegno, avevano alla fine favorito la sua decisione: d’abbandonare quel CIMEP che, pur così tanto, era servito alla sua crescita. Sentiva giunta l’ora che egli partisse, che finalmente cominciasse il suo vero e libero cammino, in cui, in apparenza, tutte le scelte sarebbero dipese interamente da lui e dall’aiuto della Provvidenza di Dio. (Qui c’era tutta la quantità delle scelte possibili di attuazione). Da quel momento Amodeo divenne veramente un altro, irriconoscibile rispetto a prima e incomprensibile per quanti aveva avuto sempre intorno. (Mutò del tutto). Giancarla non era stata conquistata da CL, per quanto fosse stata invitata a molti gesti riconducibili a quell’idea del cristianesimo. Tuttavia lei s’accorgeva di dover essere lieta che egli avesse incontrato Comunione e Liberazione. Vedeva i benefici evidenti che ciò stava portando alla sua vita nuziale. Quella gelosia, che egli aveva voluto ingenerare, in lei, per Maria Grazia, s’era notevolmente spenta, anche se ora era lei a stare, di fatto, accanto al marito durante la giornata. (Qui è espressa la quantità del beneficio anche rispetto a Giancarla). Giancarla era nella condizione, alquanto dubbia, di chi credeva e non credeva. Da una parte sentiva che il pericolo, che aveva visto in quella ragazza, non esisteva, ma dall’altra vedeva come Amodeo ora dicesse a tutti, persino ai suoi genitori, d’aver deciso di vivere per chi dipendeva da lui e da lui, ora, dipendeva proprio lei. Si rendeva conto di come il marito, per quella svolta decisa che aveva dato alla sua vita, ora fosse anche notevolmente più attento e premuroso con lei, sua moglie.
che condiziona la realtà all’ideale, in cui quando la realtà è l’amore esso trasforma la realtà nell’ottica di Gesù Cristo).
Io, lo Spirito narratore di questa storia, osservo che è proprio così, che è interamente vero: quando una persona arriva a credere veramente importante il senso e l’esperienza del sacrificio personale, allora non si spaventa se trasmette agli altri anche questo sacrificio. Se si concepisse valido solo il sacrificio di se stessi, in fondo non lo si intenderebbe come un’esperienza utile e valida per tutti. (Il che condiziona, nuovamente, la realtà all’ideale di Gesù Cristo). Nella vita, poi, occorre anche il coraggio di voler fare un’esperienza nuova. Se nessuno non si butta mai, per provare altre logiche fuor che la propria, mai altre ne avrà! Infatti, spesso, è solo la prova diretta e personale che può far cambiare idea alla persona, tanto da migliorarla. (Discorso molto realistico!). Questa era la risposta che anche Amodeo dava – in sostanza – a quanti, della sua famiglia, si vedevano all’improvviso messi in crisi, da un possibile coinvolgimento, reso possibile proprio per l’affetto che avevano per lui. Amodeo, pertanto, desiderò d’essere ancora più ambizioso. Trovata la perla che valeva di più, cercò di comprarla, mettendosi a servizio del piano di Dio: il vero ed assoluto padrone, il Walt Disney che disegnava il suo cartone animato. (Era realmente un cristiano!). Solo Walt Disney avrebbe potuto rendere veramente libero lui, Amodeo, la sua creatura interamente schiava di quel disegno. (Il che condiziona l’ideale libertà alla realtà dei fatti). Amodeo doveva capire che cosa volesse Walt Disney da lui, mentre disegnava le sequenze dei suoi gesti e – se fosse riuscito a volere le stesse cose del suo disegnatore – solo in quel ristretto caso, sarebbe stato libero anch’egli! Era come in una gabbia e non doveva sforzarsi ad uscirne, ma a vivere laddove era stato messo, nell’assoluta certezza che tutta la sua esistenza, quindi il suo possibile bene, dipendeva da Walt Disney! Immaginate un Amodeo che presuma d’esser libero di fare differentemente da come gli fa fare il suo disegnatore? Sarebbe sciocco, vero? Eppure l’uomo, posto nelle stesse ed identiche condizioni, rispetto al suo stesso creatore, presume di poter avere una libertà tutta sua e che non gli è data da nessuno! (Il che mette in campo la reale ed imperante mancanza di fede in Dio). Romano dovette così chiedersi quale fosse quel piano e gli parve evidente, era testimoniare al suo prossimo la sua creduta convinzione: “Il nostro bene, la nostra fortuna, dipendono solo dal Creatore assoluto della nostra realtà, la Divina Provvidenza”. Il suo prossimo era chi lavorava con lui, in quel momento e chi lo avrebbe fatto in futuro, mandato dal destino. La testimonianza doveva essere il lavoro reale, concreto, affidabile, utile per la vita, materiale e spirituale, come la Provvidenza buona indotta dalla Causa Assoluta che soprintendeva a tutta la realtà concreta. (Quanto realismo!).
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215, assoluto, vale il relativo 210/5 che condiziona il ciclo intero in moto a tutto il moto 5. Nella pag. 215 ecco allora narrate le massime condizioni di sviluppo dell’iniziativa.
216 aggiunge a 200 il 16 che è 24 ed indica tutta la realtà complessa. Ecco allora nella pagina il complesso del moto ideale
Aveva un anno d’aspettativa dal CIMEP, per lavorare a fondo nella rivista. Doveva farne pertanto una fonte reale di reddito per gli addetti; passato quell’anno, la Provvidenza stessa avrebbe determinato i passi futuri: sarebbe restato, sarebbe rientrato? Amodeo sapeva che dipendeva solo dai propositi del suo disegnatore. (Massime condizioni di sviluppo dell’iniziativa). Pertanto nessuna violenza, ma il massimo credito a quel suo disegnatore che gli stava consentendo di vivere… Come avrebbe più potuto credere d’essere odiato? Gli era nata dentro un’immensa fiducia, e sarebbe stato un folle a non averla, giacché quel disegnatore era l’unico che lo stava tenendo in vita, anche se sembrava che gli mandasse guai e sventure… (Massime condizioni di sviluppo della fede nella Provvidenza). “Caro mio Walt Disney! E’ inutile che t’atteggi a cattivo, con me. Io non ci casco più! Ho capito che tutto, tutto, tutto, tutto… quello che io sembro fare da me, lo stai facendo solo tu. E allora ti do credito. Lo meriti! La vita è una conquista che tu vuoi che io faccia, superando le difficoltà ed essendo libero. Così tu me le mandi. Solo se tu non mi dessi niente da superare, non ameresti che io riesca a vincere. Dunque, caro mio, voglio volere assieme a te, voglio volere tutto!” (Massime condizioni di sviluppo dell’umana pretesa, e Gesù invaderà Romano). Per quell’ambizione suprema, che l’aveva invaso, Amodeo decise che quella Ditta doveva divenire un luogo in cui si accogliesse il bisogno dei ragazzi: di lavorare per le necessità del vivere, ma soprattutto per la costruzione del modello ideale in base al quale poi sarebbero vissuti. Doveva essergli infuso il gusto assoluto per il bene: attraverso gli assaggi che egli, il proprietario, avrebbe propinato. Dovevano sentirsi amati, dovevano trovare anche loro il coraggio d’innamorarsi di tutto quanto fosse giusto, nobile e bello. (Massime condizioni di sviluppo della personalità delle persone).
Per finanziarsi, Amodeo mise in vendita una parte delle case che aveva costruite. La liquidità era indispensabile, ma non avrebbe fondato quella sua impresa sulla priorità del reddito e del vantaggio dell’impresa. (Massime condizioni di sviluppo dell’altruismo). Egli intendeva seguire i consigli di Gesù al giovane ricco: desiderava vendere, darne il vantaggio ai poveri, e seguire il Maestro. (Massime condizioni di sviluppo dell’altruismo per Fede in Gesù). Il vantaggio l’avrebbe dato gestendo egli le risorse, esercitando il controllo sull’uso buono – secondo Gesù – di quei mezzi, dati proprio a lui, dalla Provvidenza, che aveva giocato sulla sua precedente ambizione per metterli proprio in mano sua. (Massima prudenza). Insomma Amodeo iniziò a sentire solo in affido quanto la buona sorte gli aveva messo a disposizione. Se, gestendo le risorse per aiutare il suo prossimo, le avesse impiegate anche tutte, non le avrebbe certamente perdute, ma avrebbe accumulato un tesoro nei cieli. Detto in parole povere, avrebbe trasformato i suoi averi: in valori morali, idee che viaggiavano, assimilati nella mente di tutti quanti li avessero incontrati, avendo potuto concretamente ricevere il testimone da lui, nella grande staffetta del bene contenuto nella vita. Che ce la facesse – lo sapesse bene, non si scoraggiasse! – non dipendeva da lui, ma dai tempi di maturazione di quelli cui l’avesse consegnato: anche Don Giussani, incontrato da Romano a 17 anni, era infatti riuscito a dare il testimone a lui solo venti anni dopo! La testimonianza buona era un vero seme, impiantato nella parte migliore dell’anima, che avrebbe dato i suoi frutti, nel tempo e nel luogo della maturazione voluta dal provvidenziale destino d’un Dio infinitamente giusto e buono. Dio non poteva non dare a tutti il bene immenso che Amodeo comincia a sentire ricevuto concretamente da Lui.
Dio l’avrebbe dato a tutti, in quanto lo stava dando a lui! Se una sola persona non avesse ricevuto per lo meno altrettanto, Dio non sarebbe stato imparziale! (E’ il complesso del moto ideale, perché abbatte tutte le differenze tra il singolo e il complesso)
Amodeo aveva capito l’errore sostanziale della gestione presuntuosa della vita, da qualunque pulpito fosse fatta, perfino dalle Autorità Ecclesiastiche: era la presunzione più grande che si potesse avere, quel peccato contro il quale lo stesso Gesù, pur essendo Dio, si scagliava quando affermava che “Neppure egli era buono, ma solo il Padre!” (E’ il complesso del moto ideale, tra il Figlio immesso nel creato ed il Padre Creatore unico buono a fare le cose).
Romano pertanto iniziò il suo gesto di buona volontà e d’aiuto per il prossimo, sapendo che non doveva attendersi altri risultati se non quelli che gli sarebbero venuti – Deo gratias! – dalla Provvidenza buona di Dio, che gli avrebbe mandato riconoscenza o ingratitudine secondo i suoi sublimi scopi. Lo sapeva: uno scopo era sublime quando andava sub limen, oltre i limiti delle sembianze, tanto che i mali apparenti fossero solo beni reali. Ma se non avesse saputo anche come potesse essere, non ne sarebbe stato convinto… Sapeva che era in atto una assoluta partita tra un Paperino del tutto incapace e il suo creatore che voleva, amava conferirgli assolutamente capacità. E allora gli sottoponeva un test, e se Paperino avesse gradito la risposta esatta, ce l’aveva fatto da sé. La risposta esatta in ogni caso era il gradimento del bene. (E’ descritto il complesso esistere del moto ideale dell’uomo). Chi gradisce il male è solo un traviato… ma Dio saprà farlo raddrizzare… apparentemente da sé. In che modo? Mandandogli due esperienze esatte e contrarie: se da una parte lavora solo il 10% della giornata e riposa il 90%, dall’altra accade l’opposto. Tanto che tutti lavorano il 100%. (E’ descritto il complesso evolversi della realtà complessa poggiata sugli opposti). Così Dio riesce ad essere buono e giusto in modo perfetto. Concede, finito il compito che ha richiesto una vita, un’altra vita, percepita in modo esattamente invertito e che serve da riscontro. È la partita doppia dei commercialisti, è la tesi-antitesi che permette la sintesi esatta, è l’Inferno-Purgatorio che apre le porte del Paradiso. Il padrone dà un denaro sia a chi ha lavorato dal mattino sia a chi sembra di non avere lavorato per nulla, giacché quello che non c’è in una dinamica, esiste nella dinamica contrapposta. Insomma Dio consente a tutti di ravvedersi. Il suo metodo è perfetto. (E’ risolto il difficile bilancio Amore = Giustizia, finalmente su basi paritetiche!). Amodeo comincia ad essere certo della fiducia e l’accorda, perché ha capito come sussistono le cose in assoluto: non c’è il singolo, anche egli è la coppia conscio/inconscio che stanno tra loro come n/n=1, il soggetto unitario. S’instaura, per lui una formidabile fede, che comincia ad appoggiarsi anche sulla ragione, per credere, e non solo sulla parola di Gesù. Capire perché abbia ragione quel Gesù che è creduto follia della ragione, secondo lo stesso San Paolo, porta ad una ragione complessa e non più lineare. La nostra realtà unitaria si poggia non su una sola ragione, ma su due, e sono uguali e contrari, esattamente nel modo 1/1 che è il prodotto tra due inversi: 1+1×1–1. (Risolto il complesso Fede-Ragione). Tutto questo castello, dei buoni propositi d’Amodeo, non doveva corrispondere a parole o proclami… doveva essere semplicemente vero. (E’ risolto il complesso rapporto tra la parola e l’azione, d’accordo solo se poggiate sulla verità).
Amodeo mise così in vendita le case di Villa Colletto, ma nessuno degli altri personaggi del cartone animato volle acquistarle. Doveva esserci un motivo… e c’era: costruite in collina, in una bellissima posizione panoramica, le case distavano dal mare circa tre chilometri e Pippo, Orazio e Clarabella erano pigri. (Anche la realtà d’una vendita reale è complessa!).
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217 attua il 216/1 nel tempo 1. Le situazioni complesse sono attuate nel tempo di decisioni, ed è il senso di pag. 217, in cui il 7 indica le condizioni di estrema libertà
218 attua il 216/2 nel tempo 2. Le situazioni complesse sono attuate nel complesso delle decisioni, ed è il senso di pag. 218, in cui il n. 8 indica le condizioni complesse esistenti tra le –4 e le +4 dimensioni della realtà complessa
L’unica offerta che Amodeo ebbe fu quella dei suoi due amici Maria Grazia e Gabriele. Essi s’impegnarono ad acquistare, pagandolo poco alla volta, quell’appartamento che la zia Emilia aveva rifiutato, in quanto era il più piccolo di tutti e l’unico dal quale non si vedesse nulla di particolarmente bello! (Le condizioni di estrema libertà le hanno solo i suoi amici!) I due fidanzati cominciarono ad andare là e Amodeo venne loro incontro in tutti i modi: praticò una grande apertura circolare nel bel mezzo d’un muro ed arredò gli ambienti in modo rustico e moderno: calcestruzzo a vista e moquette, mobili in muratura, il tutto realizzato con pochissime risorse. (Le condizioni di estrema libertà, anche sue rispetto agli amici!) Venduto in quel modo, l’appartamento non dava nessun risultato reale, eppure fu l’incontro tra persone che desideravano aiutarsi, ed era questo ciò che soprattutto contava: stavano facendo una esperienza validissima! (Le condizioni di estrema libertà reciproca!)
Amodeo aggiunse così chi battesse i testi, affiancandoli a Maria Grazia, Fabio e Gabriele, che curavano la pubblicità e gli aspetti gestionali e commerciali della ditta. Anche Romano batteva forsennatamente sulla tastiera! Egli che già scriveva, personalmente, tutti gli articoli: d’una rivista che pubblicò 48 pagine nel primo numero, più la copertina. (Le
Senza capitali, per Amodeo la gestione si rivelò molto più difficile del previsto. Inoltre, nel cartone animato da Dio, l’Italia stava per attraversare una crisi che sarebbe durata anni e che sarebbe divenuta sempre più grave. (Le condizioni di reale libertà in atto nel Paese!) Il Paese aveva superato il momento gravissimo del terrorismo, ma c’era, in tutto il mondo, una paurosa recessione che si ripercuoteva anche in Italia. L’inflazione galoppava al 20% – sempre nel cartone animato – e tutte le aziende cominciarono a spendere per fare scorte, essenziali, spendendo capitali enormi. Per gli stampatori conveniva comperare la carta l’anno prima e usarla l’anno dopo, quando sarebbe costata il 20% in più comprarla. Altra scelta in atto era quella di ridurre al minimo tutte le spese superflue. La prima che tutti ridussero riguardò la pubblicità, che restò solo sugli strumenti di collaudata efficacia. (Le condizioni di reale libertà rispetto al settore pubblicitario). Far mettere pubblicità, su A e P, si rivelò così difficile che Amodeo si convinse che era meglio non provarci più e puntare tutto sulla diffusione del mensile. (Le condizioni di estrema libertà di Romano lo portano a rinunciare a quella che era stata intesa come la fonte prima del reddito dell’impresa!)
Con campagne promozionali ed iniziative coraggiosissime bisognava far sì che i lettori si abbonassero. L’abbonamento postale era il solo modo per ricevere A e P. Non poteva uscire in edicola: era una rivista troppo specialistica e tecnica e ci sarebbe stato un reso, così alto, che avrebbe superato il costo della distribuzione. La conseguenza di questa trama, ordita dal disegnatore, per Amodeo, fu che Romano cominciò a conoscere terribili fine-mese, in cui si concentravano tutte le uscite e doveva pagare gli stipendi. Il primo numero d’A e P, stampato a Padova dalle Arti Grafiche Antoniane in 8.000 copie, costò 8 milioni che, secondo gli accordi, avrebbe pagato solo sei mesi dopo, in modo che prendesse, nel frattempo, il cosiddetto giro. Fu composto interamente a Padova, in fotocomposizione e risultò che quasi il 50% del costo derivava dalla fotocomposizione e dall’impaginazione grafica. Allora – come era conseguente – Amodeo puntò immediatamente a realizzare tutto ciò in casa. Si attrezzò d’una Composer dell’Ibm, che scriveva in caratteri tipografici usando la pallina, su un supporto molto simile al Topalar, che ben conosceva, e che poteva essere usato al posto delle pellicole.
situazioni complesse sono attuate nel complesso delle decisioni d’attuare il completamento del l’organico)
Iniziò – finalmente! – ad aiutarlo anche sua moglie Giancarla. Fin dal secondo numero, infatti, lei è elencata tra i collaboratori. Le pagine d’A e P erano divenute 64 di testo, più 16, esterne, tutte a colori e piene di pubblicità, in gran parte regalata, a chi regalasse, a sua volta, abbonamenti agli architetti loro clienti. In marzo uscì un numero doppio, 3-4, di 52 pagine e 4 di copertina a colori. Il grosso scoop ci fu in quei mesi. Milano stava discutendo sul suo Piano Regolatore Generale e – quando ci fu la presentazione per la prima discussione in pubblico, alla Sala della Balla del Castello Sforzesco – Amodeo aveva realizzato un manifesto che riproduceva, a 4 colori, la grande planimetria affissa al tavolo degli Amministratori! Roba da Premio Pulitzer! Una parte delle sue ragazze offriva il grande manifesto, leggibilissimo, a tutti i presenti che si abbonavano al suo mensile. Fu un successo strepitoso perché moltissimi architetti, per avere l’anteprima assoluta del Piano, si abbonarono ad Architettura e Pianificazione in Lombardia. Ci fu anche chi osservò: “Ma questi qui come si permettono? Chi li ha autorizzati!” Ma Amodeo spiegò che era un vero servizio fatto all’informazione, roba veramente da premio Pulitzer. (Le situazioni complesse, tra il lecito e l’illecito, furono attuate nel rispetto del servizio). Nel maggio 1975 al gruppo delle dattilografe s’aggiunge Giusy Fiadino, la moglie del suo fratello-cugino Gennaro. Il mese dopo si aggiunse Franco Provenghi. Nel novembre arrivarono Anna Cordara e Cristina Volpini. In tutto uscirono nel 1975 nove numeri. (Ecco crescere il complesso dell’organico).
La grossa delusione, per Amodeo, fu suo padre, Luigi Amodeo, Direttore Didattico negli ultimi 20 anni della sua vita. Era andato in pensione nel 1975, dopo avere iniziato come insegnante nel 1935. Per tutta la giovinezza aveva desiderato di scrivere e pubblicare novelle sui giornali dell’Italia e, ora che aveva un figlio editore e direttore d’una rivista, apprezzata e qualificata nell’ambiente degli architetti, la cui redazione era situata nel palazzo di fronte a quello in cui egli viveva, un figlio che aveva un terribile bisogno di collaboratori in gamba come lui…, inopinatamente non partecipava e lo lasciava solo, del tutto in balia della sua personale… capacità. (Ma ne aveva, veramente, Amodeo?) Romano aveva cercato di coinvolgerlo in tutti i modi. Ma il padre, che anni prima aveva cercato e trovato tutte le occasioni per essere il primo tra i compagni dei suoi figli, aveva rifiutato d’accorrere in suo aiuto, proprio ora che suo figlio ne avrebbe avuto moltissimo bisogno. Luigi Amodeo conosceva molto bene, infatti, come egli stentasse. Non si avvaleva di giornalisti, sarebbero costati troppo. Tutti coloro che si aggregavano ad A e P erano ragazzi da costruire come forze di sussidio: dattilografi, impaginatori. Egli li stimolava anche a produrre documentazione, ma non ne erano capaci. Così Amodeo, nel giro d’un anno, aveva scritto i testi di tutti i servizi, per oltre 500 pagine complessive. Un lavoro pesante, ma non impossibile: la Rivista puntava alla documentazione, perciò molti testi erano documenti prodotti da Enti, gruppi, singoli. (Ed ecco la situazione, piuttosto complessa, esistente rispetto a suo padre, nel complesso del suo immenso e personale impegno produttivo).
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219 è il percorso di 1 punto nel 220 che è il moto ciclico (10) del ciclo 10 relativo alla sezione ciclica 100. Coerentemente, come il solito, facciamo notare come il contenuto presenti tutto il percorso del punto di vista personale.
220 indica il ciclo intero (10) del flusso complesso da –10 a+10 dell’area totale (10×10) gli argomenti, in questo libro scritto secondo un evidente codice, ripropongono lo stesso senso come una problematica nel pieno del suo sviluppo.
Sul primo numero di A e P fu indicato chiaramente il programma di documentazione e Romano iniziò dalla struttura del CIMEP e dal suo modo d’operare, stabilito dalle leggi, i cui testi furono riportati. Tra la pubblicità c’erano le ditte costruttrici di Villa Colletto, come l’impresa Silvio Silvano Cappetta, Mana, falegnameria artigiana, Pastine Silvano, l’idraulico, Lorenzini l’elettricista. Nella pubblicità della Cellubloc ci fu una foto in cui fu presentata una truppa straordinaria di costruttori che stavano usando i blocchi: Silvano, Franco, Zuì con l’aggiunta di Giancarla, nel gesto d’impalare, Renata, in quello di misurare una parete con il metro da carpentiere, e il marito, Sergio, nel gesto di sigillare i blocchi d’una parete.
Quasi tutta la pubblicità apparsa su A e P – anche quella! – era venuta per l’interessamento di Amodeo stesso anche in questo settore. Infatti erano cominciati dissapori tra Gabriele e Maria Grazia e le cose, che non andavano bene tra loro, si ripercuotevano in parte sul lavoro di Gabriele per A e P. Ad un certo punto litigarono in un modo così sonoro che Gabriele non si fece più vedere in ufficio. Altro complesso in massimo sviluppo: Giancarla s’era finalmente avvicinata al mondo del lavoro del marito! Ora qui avrebbe potuto avere un posto di rilievo, quello che avrebbe desiderato, ma non si fidava e continuava a restare legata alla Norton di Corsico. Le sue prestazioni avvenivano la sera. L’ufficio era in quella che doveva essere la loro casa, per cui, andando là ad aiutare il marito, aveva l’impressione di stare a casa sua. Cominciò a venire in aiuto anche Luigi Luccini. Era un turno serale che si rivelava spesso necessario ed indispensabile a coprire alcune necessità. Si eseguivano lavori assunti per conto terzi, che potevano essere fatti con la Composer IBM. La loro amica Neda Giannetti aveva una copisteria che si avvaleva tutta di quelle macchine. Giancarla, che non capiva né condivideva la necessità che uscisse la Rivista, era convinta che vi potesse essere utilità nel lavoro di battitura per conto terzi, proprio come faceva Neda. .I tre erano ancora lì e Valeria, collega della Norton, telefonò affranta: “Mi ha piantata. Ma perché non vado bene mai a nessuno?” Valeria era una collega di Giancarla e di Luigi Luccini, che era divenuta anche una comune amica di Romano, come Umberto, che l’amava da anni in silenzio. Questa donna assumeva, specie con costui, l’atteggiamento supponente di chi la sa lunga, mentre, all’atto pratico, era quasi del tutto acerba nelle relazioni con l’altro sesso, era una che, per quanto adulta, ancora praticamente ignorava cosa fossero amore e corteggiamento. Quell’atteggiamento, di chi si tiene su, intimoriva Umberto e lo bloccava. Un giorno si era presentato a lei un dirigente d’azienda, un certo Giorgio che lei neppure conosceva, un tipo ricco, che viaggiava in porche e che era restato vedovo. Aveva una figlia e cercava una compagna adatta a che le facesse da mamma. Saputo di lei, le propose di sposarlo, perché sua figlia aveva bisogno di una come lei. Questa donna, messa di fronte ad una cosa così particolare e inattesa, sentitasi all’improvviso lusingata, aveva molto sorpreso tutti, accettando. Avevano cominciato a frequentarsi e lei aveva già iniziato ad assumere, con la bambina, gli atteggiamenti dell’educatrice. Così, quando il padre domandò alla figlia se la gradiva, lei gli fece capire che voleva una mamma e non una maestra ed egli, senza pensarci due volte, le aveva telefonato dandole il benservito, pochi minuti prima che lei avesse telefonato in Via Lattanzio, dove sapeva che i suoi amici erano al lavoro, anche a quella tarda ora. Era sconsolata e chiedeva conforto. “Ma come nessuno ti vuole? – le osservò Romano – Sono anni che Umberto sta morendo, poveretto, per te! Dimmi, come hai trattato Umberto? Non te l’ha mai detto?” “Si, molti anni or sono, forse, ci stava provando e io mi misi a ridere. Poi niente più.” “Ascolta me: vieni in gita con Umberto, me e Giancarla domani che è domenica? Umberto ancora non lo sa, ma quando saprà che ci sei anche tu credo che verrà senza dubbio! Bene, se vuoi dargli un poco di coraggio, mentre sei nel posto indietro in macchina con lui, io ti consiglio di fare una semplicissima cosa, e credo basterà: poggia la testa sulla sua spalla.”
Come mai Luigi Amodeo non aiutò suo figlio?! La prima risposta è che Amodeo non doveva avere la vita comoda! La trama della sua storia puntava a farne un eroe vero, quello che mai avrebbe creduto di poter diventare, ma – per arrivarci in modo plausibile – egli avrebbe dovuto apparire personalmente capace di compiere addirittura miracoli impossibili, così impossibili che poi Paperino smascherasse la presenza del suo stesso Disegnatore! Compito grandioso, per Paperino… ma era quello che Paperino aveva scelto: che apparisse il vero artefice e non lui! E il Disegnatore lo avrebbe assecondato, essendo la sua precisa volontà che esattamente quello fosse il desiderio di Paperino. Luigi Amodeo aveva preferito dedicarsi a nuove passioni: la radiotecnica (costruendo radio e televisori dopo che aveva frequentato per corrispondenza la Scuola Radio Elettra, di Torino), e la falegnameria (acquistando banco di lavoro, morse, frese, pialle, colori mordenti, lucidi, insomma ogni cosa che fosse utile a quello scopo). Romano si domandò il perché, pur conoscendo il padre il bisogno che aveva di lui, passasse tutta la giornata, a poca distanza da lui e senza d’essere nemmeno tentato dalla curiosità ad andare a vedere come fosse combinato quel suo lavoro. Eppure sapeva che aveva dovuto lasciare il CIMEP per farlo. Solo anni dopo lo avrebbe appreso, da sua cugina Barbara, che allora abitava con i suoi genitori: egli si era convinto che Romano avesse fatto tutto quel cambiamento solo a causa delle sottane di Maria Grazia. Quello che era sfuggito a tutti era questa verità troppo profonda per essere allora distinguibile: Luigi, divenuto libero, stava simbolicamente diventando quel falegname che era stato San Giuseppe per Gesù, e stava divenendo cultore dell’elettronica, impersonando lo Spirito Santo umano, che, sotto il profilo fisico, appare un flusso elettromagnetico cerebrale. Romano invece pensava che probabilmente il padre non volesse incoraggiarlo, in un’impresa che non condivideva perché, secondo lui, non prometteva nulla di sicuro nel reddito. Come faceva il figlio a voler lasciare un posto sicuro e importante come quello che aveva al CIMEP, al massimo livello della pianta organica, per dedicare, com’egli diceva, la vita a quei quattro ragazzi che lo derubavano del suo futuro? Tutti questi giudizi logoravano chi li udiva e avrebbero logorato anche Amodeo, se non avesse capito, fin dal principio, che egli non si sarebbe dovuto aspettare nulla, in cambio di quello che avrebbe fatto: nemmeno riconoscenza. E quei ragazzi che lavoravano per lui, non ne avevano. Non si davano da fare nel modo di Amodeo. Anche Gabriele, che avrebbe dovuto procurare pubblicità e che viveva di quello, non riusciva a cavare molti ragni dal buco e per questo non si dannava l’anima.
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A pagina 221 si mettono in atto i propositi di pagina 220 e si realizza il volume 21, dato da 3 libertà 7, in linea, relative al volume a 3 dimensioni. Così accade nel racconto.
In questa pagina 222, il Codice attuato dallo Spirito Santo che ha veramente realizzato questa impaginazione che sembrerebbe casuale, mostra l’avanzamento 2 nel 20 e nel 200 come il massimo movimento in atto, nel complesso, ed è infatti descritto il rientro di Romano nell’Ente pubblico e l’avvenimento così tanto sperato da Maria Grazia, agevolato proprio da Romano, così come egli aveva agevolato anche quello tra Umberto e Valeria descritto alla pagina 221. Nei numeri, 2 è il tempo ½ della realtà data solo dal 4. Così questo pieno sviluppo in questa pagina 222 riguarda solo gli altri. Sarà la pagina 444 che descriverà tutto lo sviluppo reale per Romano e sarà espresso in una lettera di ringraziamenti per tutto quanto avrà avuto e sente che avrà da una persona precisa divenuta tutto per lui… Un tutto fatto di niente, proprio nell’idea che il complesso, che compone il tutto, è in assoluto un tutto di niente, un qualcosa che è assolutamente spirituale e virtuale, ma tale da dare anche reale concretezza di benessere.
Valeria non commentò e rispose che sarebbe venuta. Il mattino dopo anche Umberto acconsentì e la gita ci fu. Ad un certo punto Amodeo, guardando nello specchietto retrovisore, vide che il capo di Valeria era poggiato sulla spalla d’Umberto e pensò… che era fatta. Infatti, si sposarono appena tre mesi dopo. Con l’avvicinarsi dell’anno nuovo e tutti i soggiorni che vi aveva fatto lavorandovi di sera, e il sabato, e la domenica, a Giancarla era finalmente venuto il desiderio di vivere in quella sua casa. Avevano avuto a disposizione, e sfitto, quel grande appartamento di 150 metri quadrati per oltre tre anni, e sempre lei aveva preferito restarsene a casa con i suoi, dove era vicina ai pullman per Corsico e dove, soprattutto, aveva chi la servisse di tutto punto: la brava Pina. Temeva la difficoltà del tragitto tra Via Lattanzio e Corsico. Avendola sperimentata ed avendo visto che tutto sommato non era una grande impresa, aveva rimosso l’ultimo ostacolo. (Visto? A pag. 221 anche Giancarla mette meglio a fuoco la sua piena libertà). Così Amodeo decise di cambiare sede alla sua ditta; trovò in Via Colletta al 65 un ufficio idoneo e lo prese in affitto. Pose anche mano a completare l’arredamento in Via Lattanzio. Sono gesti, atti, conseguiti ai precedenti propositi e li realizzano. Goffi e Boraso, i falegnami che confinavano con il bar dei coniugi Scaglioni, erano stati già incaricati dei lavori. Amodeo aveva fatto realizzare, su suo disegno, le travi che reggevano una grossa porta scorrevole in legno. Anche tra l’ingresso e l’anticamera, era stata istallata una porta scorrevole. In quell’appartamento c’era un soggiorno gigantesco, triplo, in cui uno dei vani poteva essere usato a studio e separato momentaneamente attraverso la chiusura della grossa Modernfold, che attraversava tutto il locale. Queste strutture esistevano già quando era stato trasferito là l’ufficio. Una volta, infatti, mentre Romano era al telefono ed era nella strana posizione, tutta in bilico, di chi poggiava un gomito sul tavolo e l’altro su uno scaffale vicino alla finestra, aveva avvertito chiaramente un terremoto e vedeva la parte bassa della grossa Modernfold ondeggiare ritmicamente, trascinata dal rapido ondeggiamento di quel piano alto del palazzo. Anche se l’ufficio era traslocato lì vicino, il che consentiva di tenere lo stesso numero di telefono, non c’era tuttavia fretta di spostare l’abitazione da Via Vetere in Via Lattanzio. Stava per finire, per Amodeo, l’anno d’aspettativa che aveva avuto ed avrebbe dovuto scegliere se rientrare al CIMEP o dimettersi definitivamente. Anna e Gino Amodeo decisero d’immischiarsi e si misero in contatto con Barbara, la figlia della sorella, Giovannina, che a Salerno si era diplomata maestra d’asilo e stentava a inserirsi in strutture pubbliche, guadagnando pochissimo nelle poche occasioni che trovava un’occupazione. Le scrissero chiedendole se avrebbe avuto interesse a venire a Milano. Avrebbe vissuto con loro ed avrebbe aiutato Romano. Per le questioni economiche se la sarebbe visto lei con il cugino, ma egli certamente le avrebbe dato molto di più di quello che guadagnava a Salerno. Così sua mamma definì a Romano l’aiuto possibile a lui. (ed è narrato nella pagina delle definizioni della libertà di 1 nel 222, che è 222 –1 = 221. Con 1, Barbara, basta 221 a tutto il movimento della realtà complessa in moto unilaterale, da –1 a +1, di Romano).
Avendo lei acconsentito, i genitori affrontarono l’argomento con il figlio. Ad Amodeo stava benissimo, avrebbe aiutato la cugina e quella di sicuro gli avrebbe dato una mano molto più di tutti gli altri. In questa pagina di azioni in atto come trascurare questa? Poiché Romano pensò che avrebbe trovato in sua cugina Barbara una persona di cui si potesse fidare interamente, concluse che poteva rimandare a dopo la sua scelta di rinunciare per sempre all’Ente pubblico e rientrare nel CIMEP allo scadere dell’anno d’aspettativa. Un giorno Maria Grazia Vanni si confidò con Il Nostro raccontandogli che tra lei e Gabriele le cose si erano incrinate soprattutto perché l’allenatore di Lei, un ingegnere, era diventato sempre più significativo ai suoi occhi. Gliene parlò a cuore aperto e gli domandò consiglio. Romano cercò di capire che cosa lei volesse. No, Gabriele era ormai lontano dalla sua mente, lo considerava solo un bamboccio immaturo e capriccioso e assicurava che tutto era veramente finito tra loro due quella volta in cui egli aveva cercato di sequestrarla e di prenderla con la violenza. Era Giorgio Cortellezzi il suo ideale, ma non sapeva come fare a farlo dichiarare. Giorgio era conosciuto da Amodeo, perché più d’una volta aveva parlato con lui dei metodi d’allenamento di Maria Grazia in salto in lungo, una pratica alla quale lei si era appassionata e che le dava anche qualche soddisfazione. Romano non le anticipò niente, ma il giorno dopo andò a cercare Giorgio e lo trovò al Giuriati. Non rivelò nemmeno a lui d’essere andato lì apposta ma, parlandogli come per caso, gli domandò lo stesso e senza mezzi termini che cosa ne pensasse di Maria Grazia. Gli spiegò che s’era accorto di come egli guardasse e trattasse in un modo speciale quella sua dipendente; non certo come si fa con una propri atleta… Come mai allora non le diceva niente? Giorgio rispose che non dipendeva da lui, che era lei che non gli sembrava molto chiara. Allora Romano gli fece capire che lei sentiva molto per lui, ma era anche sconcertata dal fatto che lui non l’avesse mai invitata a casa sua, a conoscere sua madre. Il giorno dopo Maria Grazia era esultante. Appena vide Amodeo gli rivelò che Giorgio l’aveva finalmente invitata a casa sua.
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Capitolo 25
Ora 224 indica il tempo pieno (24 ore) aggiunto a tutto il 100 spostato nel tempo. E ciò appare nella pagina: il limite umano ed il compimento dei tempi delle esperienze.
(225 è la presenza reale, ¼ del flusso della sezione ciclica, il “Centuplo quaggiù” di Gesù, pienezza del tempo. 223 mette in atto le condizioni relative al 222/1. In questa pagina si attua il 222, nel tempo 1 del suo riferimento unitario, e – come si osserva – è il capitolo 25 che indica il pieno tempo della presenza di Romano. Tutto quello che è descritto è perfettamente coerente con il tempo base dell’esperienza di Romano, ma, ripeto, non è stato fatto volutamente, è stata solo la Provvidenza, a segnalare che qui esiste e comanda.)
Nel gennaio del 1976, la nuova sede della rivista fu trasferita, da Via Lattanzio, in Via Colletta, al n. 65, a duecento metri di distanza. Era un grosso locale con un’anticamera e un bagno, al piano seminterrato d’una casa di civile abitazione. (Attuazione Barbara Baratta era arrivata da Salerno, Il Nostro si apprestava a rientrare nel CIMEP. Così si presentava la situazione quando uscì il primo numero del secondo anno di A e P. Nella grossa sala Romano aveva ricavato una camera oscura e trovavano posto, oltre al tavolo luminoso, le prime tastiere della fotocomposizione. Le macchine di fotocomposizione stavano facendo ovunque il loro ingresso, lento ma trionfale, conquistando tutti i mercati specializzati alla stampa. Costavano un’occhio della testa e non era nemmeno pensabile che una simile attrezzatura potesse servire a tradurre in materiale fotocomposto il lavoro d’una o due tastieriste. Per quanto veloci potessero essere, il costo a battuta sarebbe stato troppo alto. Su cinque posti di scrittura, il discorso cominciava ad essere commercialmente valido. Le prime tastiere che furono acquistate erano cieche, a nastro perforato; bisognava scrivere senza nemmeno vedere che cosa si scriveva. Poi c’era una macchina che leggeva il nastro, lo visualizzava e correggeva, perforando un nuovo nastro. Le novità del 1976 – oltre Barbara Baratta – furono Linda Borroni (che era stata, con Maria Grazia Vanni, in quell’ufficio della Opus Proclama di fronte a Romano, quand’egli era nel CIMEP), Giorgio Cortellezzi e Romano che dopo l’aspettativa rientrò nel Consorzio. Linda era ella pure un’atleta, bionda, bella ed aitante, anche se dal corpo più tozzo di quello di Maria Grazia. Una volta che lo sportivissimo Amodeo si cimentò con loro due, le due gazzelle, con la loro lunga falcata e la spinta che davano ad ogni passo, staccarono facilmente lui, che aveva dieci anni esatti più di loro due, ma, soprattutto, il passo corto che era caratteristico di tutti i calciatori, come sostennero loro, forse per giustificarlo. L’entrata di Giorgio, in redazione, non fu come dipendente. Giorgio era un ingegnere, aveva il suo lavoro, ma ogni tanto ora veniva a dare una mano alla sua fidanzata ed all’assente Romano, che era rientrato al CIMEP. Romano rientrò negli uffici di Via Pirelli intorno al marzo del 1976. Tornò nuovamente in contatto, quotidiano, con Daniela Forlin e le svelò che non riusciva a portare a pieno avanti il suo impegno di testimonianza nella fede, specie ora che era rientrato nell’Ente e le persone erano come abbandonate a se stesse, senza esempi che fossero significativi sotto il profilo del cristianesimo inteso come CL l’intendeva. Ci sarebbe voluto, oltre lui, almeno un altro ciellino. (In questa pagina si definisce davvero il tempo base: la fede). Daniela propose sua sorella Anna, che fu una vera pietra viva della Ditta, con il suo esempio. Con il rientro nel CIMEP il dado, almeno per il momento, era stato tratto, ma chi adesso doveva veramente fare i numeri era Amodeo… Nato il 25, egli doveva farsi in 4!
Romano non ce la faceva a preparare i servizi per Architettura e Pianificazione. (Aveva completato tutto il tempo di cui disponeva).
Preparato un numero doppio per il gennaio-febbraio ’76, uno normale, il n. 15, del marzo, pubblicò un numero doppio per l’aprile-maggio, il 16-17. Sulla sua copertina riprodusse la fotografia di Paola, la sua nipotina che era nata il 26 gennaio dell'anno prima, a Benito e Mirella. Paola aveva in mano una copia d’Architettura e Pianificazione e di fianco c’era la scritta “Sedici mesi e tanta volontà di crescere”. Paoletta, nata assieme a questa rivista, crebbe, ma A e P s’impiantò in quell’esatto momento e non riuscì più ad uscire, nonostante fosse stato preparato e in più di un’occasione, il numero successivo. (Aveva completato il suo tempo). Infatti una dipendente del CIMEP, Daniela Brovidi, in aspettativa, tentò di dare una mano, preparando, sotto la guida di Amodeo, la base del numero successivo, già interamente sistemato, sia nei testi, sia nelle foto, ma esso non fu fatto stampare e fu decretata la fine. La causa di questa scelta fu un’ennesima svolta che Il Nostro volle dare a tutta la situazione: A e P era diventato un fior all’occhiello che portava via a lui ormai troppo tempo. La sua azienda aveva cominciato a dare vero lavoro alle persone, macchine costose erano state acquistate in leasing, ed occorreva un lavoro che fosse remunerativo il più possibile. (Vedete? Il tempo-limite produce un avanzamento, una modifica d’indirizzo).
In questa situazione, nell’incertezza se cessare o no di lavorare nell’Ente pubblico, bisognava che le persone si abituassero ad un lavoro quanto più possibile metodico, automatico ed indipendente da quello che avrebbe fatto Amodeo. Non che egli fosse entrato in crisi e stesse facendo marcia indietro rispetto ai suoi obiettivi. Tutt’altro. La rinuncia ad A e P lo toglieva da un ruolo di rilievo, perché avrebbe cessato d’avere voce in capitolo nel campo della cultura architettonica ed urbanistica. (Dunque una modifica altruistica). Presagendo come presto o tardi si sarebbe licenziato dall’Ente e si sarebbe dedicato interamente alla sua azienda, la rinuncia a pubblicare A e P avrebbe significato il definitivo abbandono d’un campo, l’architettura, per prepararsi al quale aveva speso addirittura 12 anni della sua vita. In quei mesi Maria Grazia Vanni sposò il suo Giorgio Cortellezzi e si licenziò. La Vanni fu, nella storia del Nostro Paperino, personaggio del cartone animato di Dio, una ragazza, molto importante, che entrò nella sua vita, riuscendo solo in parte ad avvicinare tra loro, maggiormente, Romano e Giancarla. (In questa pagina-limite, vedete i cambiamenti?). Fu una persona che aveva avuto molta fiducia e s’era licenziata dal suo posto alla Opus Proclama per seguirlo, aveva tentato d’acquistare uno dei suoi appartamenti al mare ed era stata aiutata a trovare, infine da lui, la sua giusta collocazione, di fianco a chi amava e stimava: il suo Giorgio Cortellazzo. La Vanni, restata a contatto con Romano per circa V anni, gli fu recisa secca dal coltellaccio di San Giorgio, solitamente famoso solo per la sua spada, quando si trasferirono da Milano un paio d’anni dopo. Quell’estate i coniugi Amodeo andarono a Nicola in casa loro, e Luigi Luccini e Silvana furono ospiti, nella stanzetta vicino alla piscina. Quella casa, anche se non ancora finita, per lo meno, era abitabile. La piscina sulla terrazza, voluta da Amodeo, non era stata ancora attivata, anche se erano stati posati i rivestimenti in lana di vetro che impedissero il passaggio dell’acqua nell’appartamento sotto dei coniugi Unito. (Anche qui un progresso).
225
226
Anche il 25 aggiunto al 200 indica un nuovo assetto pieno (1/4 di 100). E così nei gesti narrati: il Meeting, il matrimonio della Signora Raho, l’impegno economico.
226 attua il 225 nel tempo 1 del 225/1 che rende effettivo il numero. In questa magistrale impaginazione dello Spirito i significati compresi nella pagina rimandano, come sempre, al significato relativo al numero della pagina 226
Andarono anche, nell’ultima settimana del mese, tutti e quattro al Meeting di Comunione e Liberazione. Romano frequentò, mentre sua moglie e i suoi due amici parteciparono molto di sfuggita a quella che era la più grande espressione, nel corso dell’anno, del Movimento. Per quanto sforzi il Nostro fece, non riuscì a coinvolgere Giancarla come aveva sperato, avendolo visto quanto avesse giovato alla sua propria vita. In Villa Colletto, la Signora Raho, morto il marito Rinaldo, era già convolata a nozze con quel tipo con il quale Romano aveva avuto molto da discutere, perché non aveva voluto riconoscere come era giusto i lavori fatti da Cappetta e pagati profumatamente da Amodeo. Romano non aveva insistito più di tanto: se erano disonesti… peggio per loro. Egli non aveva di che incolparsi; Rinaldo era morto e solo egli avrebbe potuto chiarire il vero con la moglie. In ultima analisi, poi, la sua proprietà, in Nicola d’Ortonovo, valeva pur sempre più del doppio dell’impegno complessivo che aveva assunto con le banche. (Un nuovo assetto pieno) Questa era una cosa che tranquillizzava molto il Nostro. L’azienda, per quanto vissuta dai dipendenti non con il fuoco sacro che ci avrebbero potuto mettere, non produceva né perdite né guadagni. Gli unici costi che, nell’anno, non erano pagati, erano quelli che derivavano dalla pura inflazione. Nel 1975 l’esposizione con le banche era di circa 150 milioni di lire. L’anno dopo, con un’inflazione del 20%, si era a 180 con 30 milioni in più di lire in debiti per essere a quel livello pagando tutti i costi del lavoro. Debiti relativi a mutui, aggiunti ai precedenti. (Il
Ciascuna ditta cercava d’individuare, al proprio interno, i rami che si erano rinsecchiti per la siccità e li tagliavano. Non si trattava solo di settori di produzione, ma anche di persone. Era dappertutto in atto una sottile gara, con i sindacati, per riuscire a licenziare il personale meno produttivo e non s’inserivano più i giovani, come accadeva un tempo. (Il
nuovo assetto pieno, personale, in ordine all’economia)
Se la banca dava 150 milioni, era perché riconosceva alle proprietà il valore almeno doppio di quello, ossia di 300 milioni. Questa proprietà, l’anno dopo, s’incrementava del 20%, cioè di 60 milioni, e il valore cresceva a 360, con la conseguenza di potere avere altri 30 milioni come un mutuo aggiunto. Si aveva l’impressione che i 30 milioni di debiti in più derivassero dalle perdite dell’azienda, invece erano conseguenza solo del livello dell’esposizione e dell’altissima inflazione ch’esisteva allora in Italia. Ora i costi, pagati da Amodeo, erano più alti dell’inflazione, erano intorno al 25%. Facendo il calcolo, sull’ammontare di 150 milioni di prestito in lire, il costo medio del 25% annuo porterebbe a questa previsione di crescita dell’esposizione in 10 anni: 187, 234, 292, 366, 457, 572, 715, 894, 1.117, 1.396, dal che si vede che in 10 anni un importo si moltiplicherebbe circa per 9,3 volte. Lette in questi termini le prospettive sarebbero state terrificanti. Se Il Nostro, animato da Dio nel suo realistico cartoon, non avesse abbassato questo tasso di crescita, avrebbe potuto reggere solo se l’inflazione fosse proseguita per sempre sui valori del 20% annuo. Sembrava che così fosse, non si vedeva in che modo l’economia italiana potesse riprendersi, perciò Romano non si preoccupava più del dovuto. Da quando era uscita Architettura e Pianificazione, la situazione nel suo intorno non l’aveva assolutamente favorita, perché era cominciato il ristagno anche in edilizia e c’era stato il blocco delle costruzioni, con quello che segue quando ciò succede: il freno nei consumi di tutto quanto riguarda la casa, dall’arredamento a tutti i prodotti collaterali. Romano era rientrato nel CIMEP anche per l’incertezza che regnava dappertutto. Passato il primo momento, in cui le aziende avevano cominciato a non investire più grossi capitali nella pubblicità editoriale, e optavano per quella di massa, televisiva, era cominciata, dappertutto, un’opera di ristrutturazione, delle ditte, al ribasso. (Il riassetto industriale, in economia).
riassetto industriale, in economia, per come posto in atto)
Amodeo riprese a portare a casa il suo stipendio ed esso, tante volte, era quanto impediva alla classica goccia di far traboccare il vaso. (Il riassetto personale di Romano, in economia, per come posto in atto)
I momenti di difficoltà dei fine mese erano divenuti una costante cui si era abituato, ciononostante l’abitudine non riduceva di certo la fatica. Nel periodo trascorso al CIMEP, dopo d’essere rientrato dalla sua aspettativa, ebbe modo di riprendere tutti i contatti, con gli amici di Santa Maria alla Fontane a di Via Stelvio. Riprese a pregare, di mattino e a mezzogiorno, con Daniela, Wilma Menegaldo e qualche volta Rosangela Sottocorno. (Il riassetto spirituale di Romano, per come posto in atto) Si buttò a capofitto a parlare di fede, nel tentativo di testimoniarla, con tutti al CIMEP, secondo un’opera missionaria che troppo leva faceva sulla parola, anche se non era la sua ma quella di Gesù. Poco alla volta vide, recuperata a pieno, nei suoi amici, quell’immagine che Manicone aveva deturpato. Alcuni di questi, come Onofrio Alemanno e Corrado Di Battista divennero e poi furono a lungo la mano concreta della Provvidenza. in più d’una occasione. (Il riassetto del credito spirituale di Romano, per come posto in atto)
E quel Geometra Pietro Saviello, divenuto ora Architetto studiando la sera, e dimessosi egli pure dal CIMEP, andò a cercarlo perché componesse e stampasse per lui il suo importante libro “Il Piano di Zona per l’Edilizia Popolare”, nel quale sviscerò tutto l’argomento, dando agli operatori tutti i consigli tecnici per la migliore attuazione, egli che aveva fatto parte del primo tra tutti i gruppi che l’avevano gestito come libero professionista. (Il riassetto esplicativo di una materia complessa ed importante nell’economia edilizia, per come posto in atto) La pag. 226 indica l’attuazione della 225/1, e in questa pagina sono narrati tutti i provvedimenti dei vari operatori, intesi come le realtà presenti (come 25), che qui entrano in atto, nel tempo 1 del denominatore. Lo si osservi, sono espressi tutti gesti, sia per questioni di ordine materiale che spirituale. Queste osservazioni sono fatte fare proprio per fare osservare al lettore come l’impaginazione automatica abbia prodotto un estremo ordine narrativo ed una assoluta corrispondenza tra i numeri dei capitoli, delle pagine e delle note con gli argomenti trattati. E ciò perché qui il caso non c’entra minimamente, ma è stato proprio un Ordine imposto dallo Spirito, affinché sia riconosciuta una sacralità a quest’opera, sia per i contenuti morali che scientifici.
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Capitolo 26
fa sul posto di lavoro, dove si riceve un compenso per la produzione e non per rivolgersi a Dio! Altre volte Il Nostro Paperino missionario veniva e profittava, di quei pochi momenti che poteva distrarre alla presenza nel CIMEP, per fare interrompere a tutti il lavoro ed iniziare chiacchiere di commento e giudizio sulla vita. Tirando in ballo sempre Gesù, anche per argomenti mille miglia lontani dalla religione. Non si comportava bene e dava il cattivo esempio! Faceva conoscere sempre i suoi affari, la sua situazione d’impegno, di difficoltà? Ma perché?! Erano fatti soltanto suoi e doveva tenerseli per se stesso.
1977. Romano restò più d’un anno al CIMEP e Daniela gli propose d’assumere sua sorella, Anna Forlin, che era ben disposta ad andare fin da lui, provenendo da Seveso, come anche lei faceva ogni giorno. Anna stava cercando lavoro e si sarebbero aiutati a vicenda. Fu come il cacio sui maccheroni: Anna iniziò a lavorare, in Via Colletta, inquadrata in un primo tempo sotto la Ditta A e P di Romano Amodeo Editore, la cui contabilità, piuttosto ingarbugliata, era seguita da un pensionato, conoscente dei Luccini ed abitante in Via Antonelli. Uno dei Clienti era divenuto nel 1977 Il Sole 24 ore, che commissionava le pellicole d’alcuni libri che occorreva battere ed impaginare in fotocomposizione. Amodeo era entrato nelle simpatie del responsabile, Gianni Maraboli, che, appena poteva, dava da preparare ad A e P libri editi da quella casa, di cui produrre le pagine, fotocomposte e in pellicola. Il lavoro per conto terzi accrebbe, sempre più, e Daniela, per aiutarne il disbrigo, propose anche Aldina Podenzani, una ragazza di Lodi che lei aveva conosciuto e che secondo lei avrebbe corrisposto ai desideri di Romano: che quel luogo fosse un ambiente sano, cristiano, insomma il piccolo pezzo di mondo, nuovo e pulito, che egli desiderava realizzare. Così Aldina, si aggiunse al gruppo, una ragazza piuttosto taciturna, seria, gran lavoratrice. Nonostante vi fosse un deciso sviluppo, nessuno intorno a lui, della famiglia, approvava la sua testardaggine nel continuare a tenere in vita quel gruppo. Barbara era divenuta un elemento importante, ma non aveva la preparazione né la voglia per essere interamente quello che Il Nostro avrebbe desiderato che fosse. Lei, da parte sua, vedendo molto spesso intervenire lui a indirizzarla, si era persuasa che il cugino ci tenesse più alla sua personale iniziativa, che non voleva perdere, che alla perfezione delle cose. Avendo intuìto, in modo erroneo, che fosse quasi un dispiacere, per Amodeo, se lei gli avesse preso la mano, agiva con eccesso di timidezza. Al cugino interessava, invece, semplicemente che le cose fossero fatte bene, chiunque fosse a farle così, e meglio, molto meglio se fosse stato un altro che risparmiasse la fatica a lui. Si sentiva, poi, nell’ingrato ruolo dell’informatore. Lei vedeva e soffriva per una sorta d’indifferenza che notava nelle persone che stavano lì in ufficio. A suo modo di vedere, se la prendevano troppo comoda. Aveva tentato anche di correggere quest’atteggiamento, rimproverando il troppo lassismo che vedeva, ma poi non se la sentiva di raccontare ciò a Romano, che giudicava la causa stessa di quell’atteggiamento, essendo, se l’avesse fatto, una spia. Cosa significava, quand’egli arrivava al mattino presto, che prendesse il libro delle Lodi per pregare assieme ad Anna, Aldina e Giusy? Prega in Chiesa, chi lo desidera e non lo
Romano aveva tentato d’attivare in tutti i modi i vari canali che aiutassero il lancio della rivista: aveva cercato chi potesse aiutare l’iniziativa nelle altre province, creando delle redazioni staccate che fossero in grado di fare il lavoro di redazione che a lui era divenuto impossibile. Gli mancava il tempo: doveva spenderlo sempre più per tenere in piedi l’aspetto economico e finanziario. La liquidità, eterno problema, era fronteggiata a breve, medio e lungo termine. Nel breve era per l’aiuto che gli dava qualche parente o amico, per risolvere una improvvisa carenza. I proventi di certi lavori come i libri arrivavano solo ad opera ultimata, e ci volevano mesi; i costi evidenziatisi nel frattempo andavano pagati e potevano esserlo solo con operazioni di vera emergenza. C’era uno strozzino che vendeva quadri e, se avevi bisogno di 900.000 lire, te le dava se t’impegnavi, a comperare una crosta, per altrettanto denaro. Firmavi quattro assegni, raddoppiavi il tuo bisogno e ti mettevi in casa una tela anche ben dipinta, ma che certo non valeva 900.000 lire. Per quanto ciò fosse un qualcosa da non fare, era invece da fare senza dubbio se quell’importo serviva a pagare una cambiale di cui si evitava così il protesto. La tipografia Antoniana di Padova, dopo sei mesi, aveva cominciato a mettere all’incasso i sui titoli, ed adesso arrivavano ancora, anche se la rivista non c’era più; lo stesso era per le rate del pagamento delle macchine fotocompositrici, e le cambiali, nel momento in cui Barbara entrò ad aiutare la ditta, infuriavano a ritmo intenso. Era lei che correva di qua e di là a pagarle, quando si poteva. Quando, invece, al momento non si poteva, erano lasciate andare provvisoriamente in protesto, ma poi esso era cancellato, con una procedura che divenne, sempre più, una consuetudine. Un titolo con scadenza datata a fine mese, era pagabile in banca fino all’1 del mese dopo, altrimenti era protestato il giorno 3 da un Notaio e restavano 5 giorni utili, fino dunque all’8 del mese, per pagarlo in banca. Questa era, per Romano, soprattutto la Cariplo e bisognava andare in Via Monte di Pietà, dove c’era lo sportello per pagare i titoli andati in protesto e dal notaio mandati là, perché si desse modo, ai ritardatari, di poter sapere dove rintracciarli. La Banca aggiungeva, al timbro del protesto messo dal notaio con tanto di data, un timbro suo, con la data del pagamento effettuato. Si doveva portare allora l’effetto pagato al Tribunale di Milano, nella Cancelleria fallimentare. Qui si doveva compilare, su carta bollata dai diritti giudiziari, gli estremi della vicenda, scrivendo i dati specifici su un grosso timbro messo da quegli uffici su quella carta a risparmiare la fatica di scrivere il testo, sempre uguale, della domanda.
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Così il tutto era rimandato, dal Tribunale, al Notaio che aveva elevato il protesto, e quegli, alla metà del mese, controllati i titoli pagati, le date in cui ciò era avvenuto e dunque la regolarità della vicenda, cancellava del tutto il protesto che aveva messo il 3, ed era come se esso non fosse mai esistito. La cosa strana era che la domanda di cancellazione doveva venire al più tardi il giorno successivo al pagamento, altrimenti non era accoglibile; strana perché per una cambiale protestata il 3 e pagata in banca il 4, doveva essere richiesta la cancellazione entro il 5. Se la richiesta non fosse stata presentata in tal giorno, c’era il controsenso che non poteva essere più cancellato il protesto, di quel titolo, pagato il 4, e che avrebbe potuto benissimo essere pagato l’8, con tutto il diritto di chiedere la cancellazione il 9. Era la Cariplo che, in quei casi, non aiutava, perché sarebbe bastato far cambiare il timbro del pagamento effettuato il 4, per mettere quello relativo al giorno 8, e la questione sarebbe stata semplicemente risolta. Invece le Banche non aiutavano, e tante volte non si capiva perché. Nella febbrile corsa tra gli sportelli, un giorno, l’impiegato della Cariplo ubicata proprio sotto al CIMEP, dichiarò ad Amodeo che lo si sarebbe dovuto iscrivere nel Guinnes dei primati, per il “Giro da Banca a Banca.” Infatti, prelevato l’incasso versando un assegno, spesso doveva con quello pagarne un altro in un’altra banca per poi tornare a quello stesso sportello per completare un’operazione successiva. Tutto ciò portava via una quantità enorme di tempo. Quel che è peggio è che Il Nostro faceva poi brutte figure, con tutti: amici, parenti, conoscenti. Stretto dal bisogno, era costretto a chiedere, presto o tardi, l’aiuto in denaro, a tutti. Ma è chiaro: prima d’acquistare una crosta dallo strozzino e di raddoppiare la tua esposizione, ne parli con chi forse ti può aiutare ad impedirtelo.
Ricco. Gli faceva notare come egli avrebbe voluto ma non avesse potuto comportarsi esattamente come comandava Gesù. Aveva cercato di seguire la sua indicazione e di mettere in vendita i suoi beni, da molto tempo, ma non dipendeva da lui che nessuno li volesse. “E allora che fai? – continuava – accetti con fede quello che la Provvidenza ti manda!”… e cominciava a quel punto a far vedere a chi stava cercando di capirlo, come, in effetti, questa benedetta Provvidenza lo assistesse davvero e proprio in quel campo economico. Tirava fuori, per dimostrarlo, un raccoglitore e mostrava tutte le cambiali finite, prima, protestate e, poi, messe in regola. Cominciavano ad essere così tante da avere, una sull’altra, lo spessore d’un grosso libro e non sapeva che, nel tempo, sarebbe divenuto quello di un’enciclopedia. Per Romano era miracoloso e frutto evidente, della Provvidenza, ogni cosa che gli accadeva in extremis e come una salvezza giunta inattesa e imprevedibile. Per il 30% delle sue cambiali si rivelavano essenziali, quei pochi giorni di ritardo, tra la scadenza e l’ultima data perché un momentaneo protesto fosse cancellato. Considerata la quantità dei casi, possibile che fossero sufficienti solo pochi giorni, per riuscire a pagare sempre (e spesso attraverso vie apparse inaspettate e all’improvviso) quello che prima non s'era potuto pagare mai? Romano citava, come un miracolo della Provvidenza, lo stesso intervento di Barbara, dei cinque milioni fattisi spedire dalla madre per lui e alla sua insaputa. “Provvidenza? – interloquiva Barbara – Un corno! Sono stata io! Avrei voluto vedere come la Provvidenza t’avrebbe soccorso se non t’avessi aiutato io!” Barbara aveva ragione, ma, nello stesso tempo, anche torto, a detta di Amodeo: “La Provvidenza agisce solo attraverso la libera predisposizione delle persone. Non fa certo spuntare il denaro dal nulla; qualcuno deve ben cacciarlo fuori. Ma che la Provvidenza non incida sui cuori delle persone e non le spinga ad entrare in campo, Beh, questa è tutta un’altra questione!”
Presa dentro alla morsa di queste operazioni di bassa finanza, Barbara avrebbe fatto poi il callo, ma all’inizio, saputo d’una difficoltà che sembrava più grande della capacità di Romano di superarla, telefonò di sua iniziativa alla mamma Giovannina, ad Ostigliano, e Amodeo ebbe così un aiuto inaspettato, di 5 milioni di lire, grazie proprio a lei! Una cosa di questo tipo si fa però una volta, quando si crede che sia proprio inevitabile; quando poi si vede che il bisogno si ripete due, tre volte fino a divenire la regola, passa la voglia di farlo, perché hai l’impressione che quegli aiuti non servano che a tamponare provvisoriamente una falla impossibile da chiudere. Pertanto tutti quelli che vedevano Romano finito in questa morsa, per la carenza cronica di denaro liquido, si chiedevano chi gliela facesse fare, ad andare avanti in quel modo! Ma egli non voleva andare avanti in quel modo! Aveva messo in vendita i suoi beni e non c’erano purtroppo acquirenti. Dunque doveva accettare la situazione, come uno scotto personale, un costo obbligato da pagare: la crisi perpetua e la continua brutta figura. Ora, in una persona che, fino a poco prima, aveva tenuto moltissimo alla sua immagine, questa cosa sembrava stranissima. Chi gliene parlava, per sapere come mai, proprio uno come lui, accettasse di vivere in un modo così miserabile e miserevole, sotto l’aspetto dell’economia, si sentiva investito – come risposta – dal Vangelo di Gesù. Amodeo gli rivelava che lo chiedeva a lui Gesù, ma a lui come a tutti. Per fargli capire in che modo, raccontava allora la parabola del Giovane
Le emergenze, di questo tipo, acute, venivano poco a poco appianate e risolte prima a medio termine e poi a lungo quando Romano, essendo aumentato il valore dei suoi immobili, a causa del deprezzamento della lira, riusciva ad ottenere da una Banca un mutuo aggiuntivo sui vari appartamenti che aveva. Risolti quei problemi, non c’era tempo per respirare e ne saltavano fuori subito altri. Non c’era un fine mese – per lui – che non fosse stentato e tribolato. In questa situazione per Amodeo era difficile dover decidere quando avrebbe dovuto rinunciare allo stipendio fisso che il CIMEP gli passava, per mettersi a remare, con forza, assieme a tutta la sua ciurma, abbandonando ogni sicurezza proveniente da quel posto fisso, che sarebbe stato il sogno per molti. Era, infatti, al massimo livello tecnico tra i dipendenti di ruolo, godeva d’ampia facoltà di spostarsi a sua discrezione, era perfino riverito dai Comuni in cui andava, perché il CIMEP erogava poi quattrini, in base ai giudizi emessi da lui. Quel posto gli aveva permesso di divenire Consigliere dell’Ordine, e quasi il Presidente degli Architetti di Milano e non di Canicattì! Soprattutto i suoi genitori cercarono, più d’una volta, di dissuaderlo dal lasciare quel posto sicuro. Fosse prudente! Pensasse alla sua vita! Pensasse alla vecchiaia! Si raccomandava con lui in tal senso specie sua madre che in modo evidente pensava a tutto questo a partire da se stessa. Appena aveva potuto, aveva cominciato a pagare, mensilmente, per ottenere anche la pensione del Comune di Milano, per il quale aveva
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gestito per cinque anni la refezione. Si era assoggettata al pagamento dei contributi integrativi di ben 14 anni, per arrivare ai 19 necessari, per avere la pensione minima dal Comune. E Gino, suo marito, dissentiva: “Ma goditi questi soldi! Chi ti assicura che arrivi a goderne?” Tra Anna e Gino c’erano vere discussioni, già su questo semplice argomento; figurarsi quante ce n’erano, sullo strano e scriteriato modo adottato da Romano, dal 1975 in poi, nella gestione della sua vita! Un ragazzo che aveva fatto sempre di testa sua, ed al quale non si poteva mai dire nulla, tanto, se non era di quell’avviso, non seguiva mai i consigli, all’improvviso si mette a vivere non volendo più seguire il suo criterio… ma quello di Gesù! Era quanto gli avevano insegnato? No! Da dove aveva tirato fuori questo desiderio di sacrificio personale, proprio egli che – pur di non sacrificarsi mai a studiare – ci aveva impiegato 12 anni a laurearsi quando ne bastano solo 5, o, al massimo 6! Avevano sbagliato in qualcosa? E – se sì – in che cosa? E iniziavano a discutere. Il padre era più severo. Anna lo sapeva quanto avesse amato i libri, nella sua giovinezza, quanto gli fosse stato a cuore scrivere. Ebbene si arrangiasse con la rivista! Non si aspettasse il suo aiuto! Voleva, per quella cosa lì, mettere in crisi un posto d’oro? Lo facesse, ma non sperasse incoraggiamenti. Anna era più comprensiva. Stranamente si aspettava moltissimo, anche andando contro ragione, da quel figlio di cui aveva sempre inteso rispettare tutte le fasi dello sviluppo, senza violenza da parte sua. Era stata scottata quando per colpa sua stava per essere punito, piccolo e innocente. E lo sentiva ancora tale: piccolo e pieno di buone intenzioni, pronto, generoso. Stava emergendo in lui questo lato sorprendentemente altruistico e – in perfetta buona fede – non giudicava proprio che fosse una colpa, un qualcosa da cui proteggerlo e salvarlo. Doveva però essere più prudente, meno avventato, insomma doveva crescere, quel fanciullino di suo figlio, crescere anche nel cuore e non solo nell’intelligenza. Doveva riuscire a rapportarsi alla vita, che non permette d’essere affrontata con il cuore d’un bimbo. Gesù stesso predicava che il Cristiano doveva essere anche furbo e scaltro come un serpente, e non solo disposto a morire per un amico.
“Se Dio c’è, perché non ti fa vendere qualcosa?” gli dicevano per fargli poggiare nuovamente i piedi per terra. Chi aveva cominciato a giudicarlo come uno che non ha assolutamente i piedi per terra era stata proprio Barbara, la persona che più di tutte assisteva al continuo miracolo di cambiali pagate sempre, sempre, sempre… quando sembrava che non ci fosse più il tempo né il modo per pagarle. “Ma è troppo! Se tu avessi dei soldi, finirebbe tutta questa miseria! Dio non ti aiuta, perché non sei povero, hai i mezzi, ma non te li fa vendere. Perché non te li fa vendere? Romano, non credere che sei aiutato! Sei perseguitato da chi tu sostieni che ti soccorre: infatti, se ti mandasse un compratore e tu azzerassi il costo del denaro, avresti smesso di perdere tutto il tempo in queste baggianate e penseresti al lavoro, dove vuoi e con chi vuoi. Così mi sembri solo uno schiavo, che non è libero di fare nemmeno quello per cui ha abbandonato ogni cosa o medita di farlo… e sto parlando del CIMEP”.
Giancarla era d’accordo con loro: “Ma perché non chiudeva quella ditta e non restava al CIMEP? Tutta la colpa era di quella ditta!” e, pensando e dicendo questo, non esprimeva la verità, anche se credeva di dirla. Infatti, i 150 milioni, di passivo, che esistevano nel 1975, erano oneri che necessariamente si erano aggiunti, negli ultimi due anni, non a causa della Rivista, bensì dell’interruzione del suo lavoro, a Villa Colletto d’Ortonovo. Interruzione che era avvenuta a causa del suo bisogno che il marito le fosse più vicino. Alla base di tutta questa condizione c’era stato il suo non volerlo seguire nella fine settimana lungo il percorso Carrara-Milano. E la prova – quasi come per un castigo di Dio – Giancarla l’avrebbe avuta anni più tardi quando, per tenere in vita un rapporto dello stesso tipo, sarebbe stata costretta, per anni, a fare questo stesso e preciso percorso, che non aveva voluto fare, quando aveva quasi la metà degli anni ed avrebbe evitato tutto quello che poi sarebbe accaduto. La Provvidenza di Dio esisteva! Amodeo la stava costatando esistere, proprio nei momenti in cui tutti avrebbero visto – e vedevano realmente in lui – uno del tutto abbandonato da Dio.
Romano viveva ancora in Via Vetere, con Giancarla e i suoi genitori ed egli, così pervaso dei contenuti di CL, non aveva mai cercato un contatto con la Comunità ciellina che esisteva, in quella zona, e faceva capo alla Chiesa di San Lorenzo. Un giorno si seppe che un malvivente era entrato in casa di Don Angelo Cassani e gli aveva fracassato il capo con un estintore. Era un sacerdote che intendeva il suo apostolato secondo la linea di Don Giussani, insomma di CL. Romano intese quest’evento come un preciso richiamo, a lui troppo pigro, di chi? Ma della Provvidenza! E si recò all’ospedale, si fece largo tra tutti coloro che l’assistevano e passò la notte al capezzale di questo sacerdote, che non conosceva e che era in rischio di morte, con il cranio fracassato e la necessità d’un serio intervento chirurgico al cervello. Gli tenne la mano nella sua, gli suggerì di confidare nella volontà di Dio: “Coraggio, coraggio, Don Angelo! Su, faccela!” Il sacerdote, operato, guarì, e Il Nostro Paperino ciellino entrò tra loro, portando la sua esperienza, stupendo tutti, per quest’estrema chiarezza di cui dava segno. Raccontava loro come avesse del tutto abbandonata la pretesa d’un progetto suo e che quell’azienda, in cui egli operava, n’era il segno: sarebbe esistita solo finché Dio avesse voluto; egli non avrebbe mai chiesto e scaricato sui dipendenti il bisogno che la sostenessero. Sosteneva che “se una struttura chiede, a chi vive in essa, di farsi eccessivo carico dei suoi bisogni, diventa una pericolosa sovrastruttura. Sembra, così facendo, mettendo carichi troppo pesanti su chi non può tollerarli, che in tal modo si difenda il posto di lavoro di chi vi opera, in quanto la struttura diventa in apparenza più forte. “Ma se io facessi così avrei fatto proprio quello che noi diciamo di non fare: un bel progetto personale, addebitato poi agli altri... No! Finché le sostanze messe in mia mano, da Dio, basteranno a sorreggerlo, questo lavoro esisterà. Se non basteranno, avrò compiuto il mio compito e dopo toccherà ad un altro. Ma, fino allora, sarò stato una risposta valida, autentica ed immediata, per chi sarà restato con me. Io confido nella Provvidenza ed Essa difenderà questa cosa sua, finché essa sarà utile al progetto di Dio che passa in questo modo attraverso di me.”
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La gente si stupiva, in quanto questo benedetto progetto personale, da non fare, era una questione difficile per chi, essendo datore di lavoro, un “progetto” doveva pure averlo fatto. E Amodeo cercava di fargli capire meglio, dicendo: “La stessa Chiesa sbaglia quando non confida, in modo assoluto, sulla Provvidenza di Dio e fa il suo bravo progetto umano…” erano i tempi in cui imperava, nella Chiesa, il finanziere Marcinkus. Erano quelli in cui Padre Pio tribolava per il tentativo fatto, da una parte della Chiesa veneta, di sottrarre a lui e destinare ad altri scopi, le offerte che egli riceveva soltanto per erigere la sua Casa della Misericordia…
Ci fu anche un’altra conseguenza: una famiglia di quella Comunità forse avrebbe acquistato un appartamento in Villa Colletto. Cominciò a passarvi un’estate, poi si sarebbe visto. Romano aveva fatto sapere, a Don Angelo, tutto quello che stava accadendo, attraverso l’intervento della sua persona, e si stava chiedendo se quella Comunità, così viva, non dovesse essere, nei piani della Provvidenza di Dio, la proprietaria, ultima, di tutte quelle case che Romano aveva costruito per conto di se stesso, e che ora erano sfitte e del tutto inutilizzate… “Che peccato! Con tanto bisogno che esiste, nel mondo, di case!” La Comunità ciellina di San Lorenzo avrebbe potuto crearvi una multiproprietà, lasciando a turno alle famiglie l’uso d’un bene reale... “Sarebbe stata una meraviglia!” Certo, ma non era la volontà di Dio, e non avvenne così. Nemmeno la famiglia cui, pure, il luogo era piaciuto, parve in grado di dare una mano in tal senso.
Come doveva operare, un imprenditore che non facesse un progetto? Doveva stare con le orecchie e tutti i sensi aguzzi, per cogliere qual fosse, nelle diverse situazioni e circostanze, la volontà di Dio, al fine di divenirne un umile strumento. Così Romano fece altre conoscenze, attraverso quelle persone di CL che frequentavano la Chiesa di San Lorenzo. Erano le membra d’una Comunità viva che aveva seguito il loro Don, quando egli era stato mandato via da una Chiesa il cui Parroco non amava CL. Era stato mandato lì, a San Lorenzo e la Comunità lo aveva seguito trasferendosi di casa, in molti, per stare in comunione con quel Don Angelo che, poi, un malintenzionato aveva ridotto in fin di vita, richiamando, di fatto, Amodeo ad una minore pigrizia: “Se intendeva veramente dare testimonianza, perché non la dava nella Comunità cui apparteneva, vivendo a due soli passi dalle Colonne di san Lorenzo?” Conobbe così, un giorno, attraverso loro, Ivo Deitinger, che era attento alle questioni dell'occupazione e delle cooperative di produzione e lavoro. Romano gli spiegò come il suo lavoro procedesse ad impulsi, come talora, anche se raramente, la richiesta superasse la possibilità d’essere esaudita: si doveva, in quei casi, opporre un rifiuto a possibilità di lavoro … “Che peccato, con tanti ragazzi che cercano lavoro!” Venne così, a loro due, l’idea che potesse sorgere una Cooperativa, di persone che avrebbero potuto farlo loro, quel lavoro, e che, nel frattempo, ne cercassero anche per se stessi, in modo del tutto autonomo. Gli fu presentata Marilena Fraschini, una bella giovane mora, riccia riccia, leale e piena di volontà fattiva. Lei s’informò del lavoro che Romano svolgeva, seppe come alcune volte le macchine, così costose, fossero sottoutilizzate. Da cosa nasce cosa, ma sempre nel volere della Provvidenza, così fu fondata la Cooperativa Astralon, di cui Il Nostro fu socio, ed a cui mise a disposizione gl’impianti, nei tempi liberi, affittandoglieli, liberando la Cooperativa dai pesanti costi per acquistarli e trovando anche chi partecipasse indirettamente ai suoi costi del leasing. Anche la sede dell’Astralon fu messa in Via Colletta al 65, ma in un altro appartamento che venne libero, per non creare pericolose confusioni e intrallazzi tra la ditta individuale Romano Amodeo e la Società Cooperativa Astralon. Romano insegnò a Marilena l’uso delle macchine e l’esistenza dell’Astralon fu la conseguenza che derivò, ad Amodeo e a tutto il gruppo, dal Don Angelo cui era stato fracassato il capo da un malintenzionato.
Gli anni a venire avrebbero dimostrata la presenza o meno, d’un qualsiasi Disegno di Dio, diverso da quello molto desiderato da Amodeo: che Villa Colletto divenisse la casa al mare dell’intera Comunità. A giudizio del Nostro Paperino, sarebbe stata la soluzione ideale, in quel momento, anche per sé e la sua famiglia, perché non avrebbe dovuto più alienare quel bene, che tanto gli era costato costruire, e l’avrebbe posseduto, in piena libertà e comunione, con quelle bravissime famiglie e persone di Comunione e Liberazione. Se Il Nostro Paperino imprenditore, nel cartone animato di Dio, fosse riuscito a vendere qualcuno degli appartamenti di Villa Colletto forse il suo impegno sarebbe stato troppo facile: la Provvidenza voleva che divenisse capace delle cose sempre più difficili, e gli mandava situazioni sempre più incasinate. Così era costretto a rincorrere i pagamenti in un modo così martellante che, se non fosse stato spinto da fini superiori, si sarebbe stancato da gran tempo. Si convinse che forse era stato troppo indeciso e lento nella sua azione, e si licenziò definitivamente dal CIMEP: doveva navigare in quelle acque procellose e forse, solo così, sarebbe riuscito ad uscire anche da quella tempesta. Quando lo fece, diede un gran dolore ed una gran preoccupazione ai suoi genitori, vissuti per tutta la vita come dipendenti dello Stato, e che avevano tirato un enorme sospiro quando, sette anni prima, aveva vinto anche egli il concorso ed era entrato in quell’ente pubblico. Cercarono di dissuaderlo fino all’ultimo momento, ma egli fece loro presente che doveva essere molto chiaro: aveva scelto di stare assieme ai suoi dipendenti e non poteva dare loro l’impressione di preoccuparsi eccessivamente per se stesso. Quando si dimise definitivamente dall’Ente pubblico, chiuse i conti con A e P e s’iscrisse alla camera di Commercio con una nuova posizione: la ditta individuale Romano Amodeo. In tal modo gl’impiegati ripartirono praticamente daccapo, assunti dalla nuova ditta.
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Capitolo 27
Amodeo andò in visita allo stabilimento che avevano a Gaggiano, elaborò un’offerta complessiva all’Ordine e fu accettata. Così il destino – che ora Il Nostro Paperino profeta, nel cartone animato di Dio, chiamava con sempre più decisione la Provvidenza – non gli permise di staccarsi del tutto dalla sua professione, anche se, in un certo senso, ora vi partecipava a latere, come un puro osservatore esterno, che aveva solo il semplice compito d’illustrarla al meglio, a tutti gli Architetti. La trama della sua storia non gli permise di staccarsi da quell’ambiente che gli aveva fatto, un giorno, un’accanita ed ingiusta guerra, e che, ora, era costretto a scendere a patti con lui. In quell’ambiente, dal quale s’era allontanato alla fine del 1975, con disgusto suo e alquanta soddisfazione degli altri (che perdevano una spina nel fianco), era accolto ora come una sorta di salvatore, per togliere il Bollettino dalla posizione, angusta ed asfittica, in cui si trovava. Tutto ciò come se quell’A e P (che aveva dovuto mettere su, quando gli avevano impedito quell’accordo sul Bollettino) fatto il suo tempo, passasse il testimone nuovamente all’Ordine, gli restituisse quel compito che, fin dall’inizio, gli doveva appartenere, secondo le intenzioni d’Amodeo. Questo era un contributo che avrebbe dato quasi del tutto Romano, così come era stato per A e P, ed avrebbe anche preso il posto, con le sue entrate mensili, costanti ed affidabili, di quello stipendio fisso che Amodeo decideva di perdere, licenziandosi dal Consorzio. Più volte l’amico Scarzella gli venne incontro, nel corso degli anni, anticipando il costo delle fatture, e questo era uno dei tanti miracoli della Provvidenza che il solo Paperino, Romano Amodeo, riconosceva, con fede.
1978. Questi dipendenti erano venuti ed andati anche via, a mano a mano che le date della vita avevano bussato alla porta di ciascuno, in un senso o nell’altro, come Gabriele Alberti, Maria Grazia Vanni, Fabio Cozzi, Franco Provenghi, Anna Cordara, Linda Borroni, Daniela Brovidi e una ragazza di 16 anni, il nome che sfugge, ma il volto no, d’una indimenticabile bellezza, che non se la sentì mai di dare del tu ad Amodeo… l’unica. Andati via Maria Grazia e Giorgio nel 1976, nel 1977 ritornò Gabriele Alberti, per un brevissimo periodo: aveva la sua nuova fidanzata, una bella mora, Susanna, che dopo un poco sposò, e volle che Amodeo fosse il suo testimone. Venne Daniela Finotti, dopo che Gianni Maraboli, il responsabile dei libri del Sole 24 Ore, fece capire ad Amodeo d’avere bisogno d’un aiuto da lui: c’era una ragazza in gamba, amica sua e voleva che imparasse quel lavoro… l’assumeva lui? La cosa era stata presentata un po’ come un ricatto, perché le commesse provenienti da quella fonte era le più remunerative, tra tutte quelle che i vari clienti passavano ad Amodeo. Quella ragazza, bella, bionda, alta e slanciata come un’indossatrice, prese servizio nel luglio del 1978 e rimase per molti anni. Romano, cessati i due periodi in cui era stato Consigliere dell’Ordine degli Architetti, non si staccò del tutto dalle questioni dell’Architettura e del suo Ordine, perché ora il Presidente divenne quell’Alberto Scarzella, già fondatore e capo del Sindacato Architetti Liberi Professionisti, che cinque anni prima era stato per qualche tempo suo alleato, nella votazione del 1973. Scarzella poté concludere quanto Il Nostro Paperino legalitario, nel cartone animato di Dio, aveva intrapreso, riuscendo ad imporre i nuovi obiettivi: quelli che avrebbero dovuto essere per legge e che il clientelismo nella politica aveva a lungo impedito. Scarzella fu chi vinse la dura battaglia iniziata, quattro anni prima, dal suo amico, che l’aveva persa solo per un vero scippo. Un giorno il nuovo Presidente dell’Ordine gli propose la soluzione di quello che era stato il casus belli, che aveva portato alla nascita di A e P: “Vuoi occuparti tu della preparazione del Bollettino degli Architetti?”. Si trattava di prenderne in mano tutta la realizzazione, dalla battitura dei testi, all’impostazione grafica, alla stampa e alla distribuzione. A e P era stato, tutto sommato, un bel biglietto da visita, distribuito a tutti, ed ora erano gli stessi Consiglieri dell’Ordine a chiedergli d’intervenire a loro sostegno. Una clamorosa rivincita. Amodeo cominciò a sentire le offerte degli stampatori. Non si sarebbe avvalso della Tipografia Antoniana, a buon mercato ma troppo lontana. Andò da lui uno dei tre fratelli Jodice, in Via Pirelli, negli ultimi giorni della sua permanenza al CIMEP e fu impressionato dell’ambiente e dal suo ruolo in esso. I prezzi delle Arti Grafiche Jodice erano competitivi;
Avuto nuovamente tutto il tempo a sua disposizione, Il Nostro Paperino missionario, nel cartone animato di Dio, cominciò a vivere la quotidianità come egli intendeva essa fosse, affinché altri, vedendola, avessero un giorno ritenuto di ribaltare anch’essi la loro vita. Così come egli aveva fatto, dopo d’aver visto la vita quotidiana, prima di Daniela Forlin, e poi di tutti coloro che aveva potuto conoscere a CL. Tornato nella sua ditta e lasciato definitivamente il CIMEP, Romano vi riportò il rinnovato impegno che aveva assunto, dopo d’aver respirato nuovamente, e finché la Provvidenza aveva voluto, l’aria stessa che respirava Daniela Forlin, cui aveva aggiunto tutta la straordinaria passione che egli ci stava mettendo, come quella di chi si è davvero innamorato di quanto ha visto, che Dio gli chiede e vuole, e così “desidera vendere tutto per comperare la perla” del suo Regno. Questa carica rinnovata si manifestò nel modo più esteriore come i gesti di preghiera compiuti ora tutte le mattine, assieme ai suoi dipendenti che volevano liberamente essere con lui, come Anna Forlin, Giusy Baratta e Aldina Podenzani. Invece Barbara Baratta e gli altri non volevano. Pregare non era un obbligo, era semplicemente un riconoscersi, in una vita voluta da Dio e che il Signore solo veramente conduce; era un assentire, al suo disegno, per quella fede secondo la quale “un Dio che ti ama non ti dà mai serpenti.” “Quale mamma ad un figlio che le chiede un pane, gli da una serpe?” parole di Gesù. L’intento di Amodeo era chiarissimo e si chiamava solo testimonianza. Solo vedendolo essere, a qualcuno sarebbe potuto nascere un desiderio analogo a quello che era nato in lui. Sarebbe accaduto solo quando i tempi fossero stati maturi, per
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ciascuno. Non c’era la pretesa di calare, su quella gente, uno stampino marchiato CL, in forza del loro bisogno d’un lavoro che desse i mezzi per vivere: sarebbe stato il peggiore dei ricatti. Romano, pertanto, non era avvilito dal fatto che, tranne pochi, gli amici non pregassero, o non si dichiarassero innamorati, essi pure, della bellezza d’un Regno di Dio che potesse essere calato, fin da subito, proprio lì in mezzo a loro. Romano stava cercando di fare proprio questo: trasformare quel luogo in un piccolo paradiso dell’amore, in cui non fossero le parole o i proclami a farla da padrone, ma i gesti concreti visti fare per amore e non per puro dovere. Quei suoi figli – per lui che non ne aveva – vedevano e si rendevano ben conto di quanti sacrifici egli stesse facendo e con gioia, per tenere in vita, per loro, quell’opportunità di crescita e formazione, a partire da sani principi. Romano non li nascondeva e Barbara ne soffriva: erano fatti suoi, perché si abbassava, denudandosi in quel modo pietoso e vulnerabile, in mezzo a loro? Barbara costatava che – nonostante le buone intenzioni che pur riconosceva al cugino – tutte quelle argomentazioni, di cui aveva piena la bocca e il cuore, non portavano a nulla di concreto e tangibile. S’infischiavano di lui, in molti. Non facevano, di quel posto, quello che egli credeva. Era una ditta di persone che non s’impegnavano come avrebbero dovuto, tantopiù sapendo quali fini spingessero chi stava reggendola in modo tale da rimetterci perennemente del suo e anche di quanto doveva essere della sua famiglia. A conti fatti, Barbara s’era accorta di come tutti traessero da quel lavoro il necessario per vivere e di come Romano seguitasse a rimetterci, di tasca sua, affinché essi guadagnassero. Una persona che fosse almeno giusta, in quella condizione, avrebbe dovuto impegnarsi quasi allo stremo, per l’ardore che ci metteva per primo il titolare; invece non lo faceva. Quale “Paradiso”, allora? Che “Provvidenza”? Era solo gente che non meritava nulla. Oh, non tutti. Lei salvava Anna, Aldina, Daniela e pochi più. Giusy? Sì, volenterosa. Ma lì occorreva ben altro! Occorreva fare come faceva lei, che si metteva con la testa china sulla tastiera e sfornava chilometri di battitura…
tutto fuori della realtà; soprattutto però di quel lavoro, che esisteva tutto al di fuori d’ogni logica che fosse ammissibile!
Vennero, in quel frattempo, a lavorare da loro, Angela Minella, la bellissima e giovanissima figlia di Titina Baratta, la cugina che Il Nostro aveva fatto volare sul calcinculo e che era cugina anche di Barbara. E venne Emilio, il suo futuro marito; impararono quel lavoro e stettero in Via Colletta, a collaborare per qualche tempo, prima di ritornare al sud e sposarsi giovanissimi. Alcune volte, trovandosi anche di sera, a discutere, Emilio con Luigi Luccini, emergeva quel furbesco comportamento dei meridionali, che venivano al nord dell’Italia per trovare un lavoro degli Enti pubblici e poi facevano di tutto per ritornare alla terra d’origine. Luccini non approvava, lo giudicava un approfittarsi, e criticava Emilio, la cui vita sarebbe stata molto breve, perché la bella Angela sarebbe restata vedova prima di arrivare ai suoi 25 anni. Barbara, a disagio per quanto osservava attorno a se stessa, non avrebbe resistito molto ancora in quella condizione; era disgustata, anche di Romano, per il suo essere del
Così, con il Nostro Apostolo che – per dare testimonianza, a tutti loro, del suo amore, aveva abbandonato l’Ente pubblico – Barbara Baratta vi entrò. La sua necessità, di stare in quel luogo, era esistita quando Amodeo era al CIMEP. Ora non c’era più, ora che il cugino era presente e che faceva tutto quello che voleva, senza dare nessun ascolto ai suoi avveduti consigli, detti a lui esclusivamente per il suo bene! Secondo lei Amodeo era troppo testardo! Costui affermava d’aver cercato di mettere lei a suo agio… Ma in verità non le aveva mai dato modo, di scegliere con la sua testa! Era sempre intervenuto a correggere e modificare tutto quello che lei faceva. Il Nostro inconcludente – secondo Barbara – non era capace di delegare ad altri la sua responsabilità… Dunque che cosa ci stava più a fare in quel luogo? Barbara trovò, alla fine, quel ruolo suo, che cercava, e per il quale aveva preparato la sua specialità, entrando nella struttura scolastica. Si era anche fidanzata, con Gigi Flocco, un professore che aveva conosciuto grazie a Giusy Fiadino, moglie di Gennaro, cugino anche suo. Quando si giunse al commiato, Barbara rimproverò Amodeo di non averle dato con esattezza quello che le spettava e non lo lasciò avendo l’animo in pace: secondo lei il cugino sognatore si stava comportava ingiustamente proprio e solo con lei, una delle poche che avevano veramente cercato d’aiutarlo... Delusione, in Amodeo? No: era certo che questi giudizi sarebbero stati rivisti, alla fine, da tutti e che sarebbe stata stabilita l’esatta verità: “Il Giudice ultimo, Dio, non lascerà nell’uomo le idee errate e dettate dalla sopravvalutazione di tutto quanto è accaduto. E si vedrà come la cosa più importante sia stata non tanto l’efficienza, quanto la speranza.” A casa dei genitori di Romano giudicarono con tristezza il comportamento di Barbara. Lei, che aveva avuto tanto da ridire contro l’agire di tutti, era stata accolta come una figlia nella loro casa, non come una serva, ma si era sentita come una controllata e perennemente sotto giudizio. L’avevano tenuta con loro in cambio di nulla e solo per l’aiuto che stava dando ad Amodeo e per il quale era pagata allo stesso modo di tutti. Perché questo suo malessere? Romano li supplicò di non esprimere giudizi, all’oscuro della verità, ossia di quanto anima le coscienze e le intriga, facendo scontrare frustrazioni e speranze, desideri e paure, sempre alla luce di un gusto personale ed assolutamente libero. Gesù affermò che, prima di giudicare un fratello, bisognasse togliere la trave che c’era nello sguardo di chi lo stava vedendo con gli occhi, e non nella mente. “Mamma, papà, ognuno fa tutto quello che può, solo che il meglio ciascun lo farà solo quando ne sarà capace, essendo divenuto finalmente libero. Non giudicate male Barbara! Non se lo merita assolutamente. Vi garantisco che ha fatto veramente tutto il suo meglio e so che io, oggi, posso essere un buon estimatore delle situazioni. Se avessi giudicato quattro anni or sono no, avrei dato anche io troppo peso al guadagno spicciolo, a chi esso spetti e a chi no, e a tante altre cose futili come queste. Oggi no. Oggi so che le risorse guadagnate, da ciascuno, sono veramente di tutti. Chi crede ancora nei meriti personali però s’inganna, e lo capirà solo quando giungerà il momento in cui possa capirlo. Io sono tranquillo: sento che lo capiremo tutti e che è solo
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questione di tempo. La fede vera è che Dio sia buono con tutti e riesca anche a salvare la dignità di ciascuno, nessuno, nessuno escluso!”
Che si perda è impossibile, in eterno. Per sempre ci sarà solo la vittoria, contro tutto quello che di relativo ci ha oppresso. Perciò anche una morte, che sembra il momento più terribile, della sconfitta definitiva della vita, sarà vinta. Sulla parola di Gesù, che la vinse, ma anche sulla base di un sentimento, di una sensazione assai viva, in Amodeo, che alla vita non sia possibile l’esperienza d’una sua cessazione. Presto anche Pasqua Solla, che era stata impiegata dal Dell’Antonio, stette per qualche tempo con Amodeo. Si aggiunse al gruppo anche Simona, che abitava nella stessa scala in cui era stato l’ufficio, in Via Lattanzio 16.
Gli telefonò un’amica ciellina, della Comunità di San Lorenzo: “Mia sorella ha un figlio che cerca lavoro; ha bisogno di vivere in un luogo come il tuo, prendilo con te!” Così Amodeo assunse Piero Vitti, il 2 marzo del 78. Aveva avuto piccoli problemi con la droga e il disadattamento, quelli che, quando sono gravi, si curano con i centri d’accoglienza e di recupero dei tossicodipendenti… Piero non era a questi livelli, ne era molto, molto lontano, e aveva bisogno solo di un luogo pulito, in cui vivesse la speranza. La ciellina s’era rivolta ad Amodeo, esattamente con quell’attesa, delle cose buone che nascono dalla fede che si riconosce vissuta. Romano fu veramente aiutato da questo soccorso chiesto a lui: perché ebbe modo di parlare, a lungo, con questo ragazzo ed anche con quella che poi sarebbe diventata sua moglie. E i due giovani erano conquistati, idealmente avvinti da quel modello concreto, che vedevano imbastito a grosse linee e che riuscivano a cogliere nella stessa tensione emotiva di Amodeo. Piero Vitti e la sua capacità di sentire, fu per lui, un conforto grandioso, dopo la tristezza e la malinconia che inevitabilmente seguì all’abbandono di Barbara. Il ragazzo domandò aiuto, a Romano, anche perché sistemasse la casa dei suoi genitori, in cui viveva alle porte di Milano ed anche queste brave persone dettero, in quel momento, il segno dell’attenzione per Amodeo, che la Provvidenza metteva in essere, con chi, come lui, non era un eroe, ma solo un animaletto impotente, che cercava, con le sue forze che non c’erano, di voler vivere secondo il giudizio di Gesù. L’attività del Bollettino dell’Ordine s’era intanto sviluppata nella mole e nell’impegno. Quando Amodeo l’aveva preso in cura, il suo direttore era l’arch. Giulio Redaelli, che era preciso, scrupoloso nel mantenere i tempi della redazione dei testi, d'una rivista nella quale usciva anche la pubblicità, curata dallo studio di Dell’Antonio. Con Redaelli Direttore, la rivista aveva rispettato le dimensioni che erano state previste in 32 pagine di testo. Redigevano i testi, all’inizio, una coppia d’architetti, maschio e femmina, di cui sfugge il nome, ma, anche qui, non il sembiante: lei una ragazza mora e bellissima. Cominciava a collaborare con loro, facendo i piccoli passi iniziali, anche Luciana Calvano, una splendida architetta bionda, messa su bene, molto dinamica e intraprendente, laureatasi nel 1977. Quando le due ragazze venivano in Via Colletta, generavano non poca animazione, pur tra le belle dipendenti della Romano Amodeo, tra le quali spiccava Angela Minella, dal volto bellissimo e dolce, Anna Forlin, Aldina, Daniela… Tutte ragazze belle e per il Nostro scrutatore bellissime, perché egli riusciva anche ad intuirne l’animo, quella sottile guerra che eternamente si nasconde tra il “Lo faccio o non lo faccio; mi scopro oppure no; mi affido oppur mi nego.” Quanto è bello un pensiero che s’articola e si sviluppa, cercando la luce! Spesso chi osserva veramente un altro lo vede anche chiudersi e non trovarla, questa fede buona che azzurro vi sia oltre le nubi, ma non ne è atterrito, giacché quell’azzurro c’è. La lotta è la vera bellezza, anche quando essa sembra che porti ad una sconfitta.
Romano aveva perso, con Barbara, una preziosa alleata, che aveva agito sempre con correttezza e criterio. Gli serviva una figura così, ma ciascuno deve poter seguire il cammino della sua personale Provvidenza. Spettava a lui, ora, adeguarsi e realizzare un bel quadro di tutta la situazione, per decidere le cose più opportune da farsi. Fu proprio in quel tempo che la Provvidenza, in cui Amodeo credeva ormai ciecamente, gli mandò un’offerta strabiliante: 180 milioni di lire, se vendeva il suo appartamento, in Via Lattanzio, in cui non si era ancora neppure trasferito, anche se consegnato ormai da oltre sette anni. Dio t’induce in tentazione, Dio ti prova, fino allo stremo, ma non perché è una carogna, bensì perché è infinitamente buono, con ogni suo Amodeo. Così alla Sua creatura (a Amodeo che sempre domandava, egli pure, a Dio, come mai non gli facesse vendere nulla, di quello che aveva, per poter comperare la perla…) il Provvidente Creatore offrì l’occasione di vendere non un bene che fosse superfluo, ma addirittura la casa in cui, finalmente, stava per andare a vivere la sua vita (dopo sei anni trascorsi come un ospite a casa dei suoceri; un ospite anche se essi l’avevano trattato sempre come un figlio), un bene che però egli stesso, di fatto, aveva considerato a lungo superfluo. Siamo nel 1977 e gl’impegni finanziari, del Nostro Paperino imprenditore, nel cartone animato di Dio, avevano assunto, in questa data, l’entità di quasi 300 milioni di lire. Si erano raddoppiati, rispetto al 1975: un’escalation pericolosissima. Era in atto, inoltre, nella situazione generale del cartone animato italiano, il tentativo, fatto da Bettino Craxi, andato al Governo, di far rientrare dall’inflazione l’economia del Paese… quasi un sogno. Finché perdurava l’inflazione galoppante, Il Nostro economista si sentiva – ed era – al sicuro: lo stesso sistema bancario appianava i disavanzi indotti, essenzialmente, dal costo degl’investimenti sostenuti negli anni precedenti. La metà dell’incremento annuo del valore delle case che possedeva, consentiva ad Amodeo un mutuo aggiuntivo ed esso era sufficiente a ristabilire le cose, riportandole sul solito livello, di pagamenti solo angoscianti, ma sempre rispettati, grazie a Dio. Archimede Pitagorico Craxi, nel cartone animato di Dio in vesti di Walt Disney, scelse un’efficace e disperata linea d’azione: lanciò i BOT, i CTC, e tanti altri titoli, ad un tasso d’interesse che, all’inizio, superava di qualche punto lo stesso 20% dell’inflazione. Successe allora che il denaro divenne la cosa che desse, in assoluto, più utile e tutti cercarono di trasformare, in denaro corrente, i loro beni, per acquistarne titoli garantiti dallo
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Stato: guadagni altissimi e sicuri, per di più esenti dalle tasse! Insomma l’ideale, in quel momento in cui il capitale, in ogni modo investito, non dava molte garanzie di reddito. Le aziende avevano eseguito tagli paurosi, licenziando e mettendo in Cassa integrazione operai, divenendo magre ed efficaci più che potessero, ed ora lo Stato consentiva guadagni, di quest’entità ed esentasse, a chi gli desse i suoi soldi. Chiunque avesse beni (privati, aziende, le stesse Banche) li mise in vendita e, all’improvviso, le case, che s’erano sempre rivalutate, recuperando sull’inflazione della lira, non seguitarono più in questa linea, ma addirittura si deprezzarono del 20%. Amodeo si ritrovò – in questo insolito gioco del Monopoli – ad avere attinto dalle Banche più del 50% del valore che ora era attribuito alle sue case! Bloccato questo valore, costretto a non più essere adeguato all’inflazione, Amodeo non poteva più avere mutui integrativi che compensassero la svalutazione della lira. Allora dove avrebbe potuto assumere le risorse, necessarie a coprire il sicuro disavanzo, derivante tutto e solo dall’inflazione? Egli aveva interessi passivi da aggiungere ogni anno, e corrispondevano grosso modo alla svalutazione della lira. Un capitale 100, che gli costava il 25% di interessi passivi, diveniva in un anno 125, circa quanto valeva quel capitale l’anno dopo. Ma, per arrivare ad avere quel 125, Amodeo doveva assumere nuovi prestiti, per 25. Non poteva arrivarci non pagando le sue fatture di lavoro… chi avrebbe più lavorato per lui? Doveva solo assumere altri prestiti. Ma ora chi glieli avrebbe dati, con uno Stato Italiano entrato così pesantemente in quel gioco del Monopoli? Tutte le valutazioni che Giancarla aveva fatto fare, all’esperto della Norton, il Dott. Cattagni e che avevano portato alla conclusione “Deve chiudere la Ditta!”, erano giudicate negativamente dal marito, da quel presuntuoso di Amodeo, che non accettava neppure i consigli di un esperto… Ma il fatto non era tanto questo: della presunzione. Il Nostro era disposto a giocarsi tutto a Monopoli, pur di far vincere gli altri! Che avrebbe dovuto fare, volendo far vincere gli altri? Smettere di giocare per la paura di perdere il suo? Ma non era più suo! Non lo era da quando si era persuaso che il suo compito era solo quello di non appropriarsene, ma di tenerlo in gioco, finalizzato alla possibile vittoria, almeno di qualcun altro che non fosse lui. Questo è semplice altruismo, allo stato puro, assolutamente disinteressato. Pico de’ Paperis Cattagni, nel cartone animato da Dio in veste di Walt Disney, gli viene a sostenere che la colpa è quello che egli – Paperino sommo giudice – considera esattamente il suo merito? Allora Pico non ha capito niente! Egli intendeva vendere la perla, donarla ai poveri e seguire Gesù. Non l’aveva neppure potuta vendere… aveva solo messo a rischio, i suoi presunti beni personali, che passassero ad altre persone… Ebbene? Doveva temere di perdere quello che voleva spendere per arricchire le idee delle persone, aumentare in loro la fede, farne dei convinti seguaci di Cristo? Quel danaro sarebbe stato speso benissimo! Dopo non l’avrebbe avuto più, ma avrebbe viaggiato nell’essenza del mondo, che è lo spirito che l’indirizza e sorregge! Non si può avere “La botte piena e la moglie ubriaca”! Inoltre – caro Pico de’ Paperis – non si trattava neppure di disavanzo da lavoro, ma il confusionario Paperino aveva fatto sempre un tal casino, mescolando le carte tra tutte le cose – proprie e degli altri, dell’edilizia e dell’editoria – che era facile sbagliare giudizio ed attribuire poi a Cesare quello che era solo di Pompeo. Alla base del disavanzo c’era solo la sua esposizione precedente: i 150 milioni impegnati per realizzare Villa Colletto per sé e per gli altri e che non erano stati equamente
ripartiti. Ai genitori non era stato il caso di chiederli; a Sergio Venturelli neppure, perché aveva lavorato; a Rinaldo Raho come fare? era morto e Paperino avrebbe dovuto litigare in quel modo: a morte, con i suoi eredi, Nembo Kid e la Donna Ragno che, con Walt Disney, non c’entravano neppure. Soppesata l’offerta di privarsi ora della sua casa, che qualcuno voleva acquistare, Amodeo, che già da tempo era entrato nell’ottica morale, religiosa, che tutto gli fosse affidato solo perché ne facesse il miglior uso per tutti, aveva capito che in questa circostanza il miglior uso era quello proposto da Gesù al Giovane Ricco: “Vendi tutto, donalo ai poveri e poi seguimi!” Gesù non aveva detto “tutto eccetto la tua casa”. Ora, se Paperino lo scrupoloso fosse stato coerente con quelli che erano stati gli accordi presi con sua moglie Paperina nel 1969, appena un mese dopo il matrimonio, avrebbe avuto il diritto di fare di testa sua... E fu esattamente quello che fece. Ora – però! – in questa “testa sua” d’adesso, gli altri e i loro desideri legittimi erano divenuti… più importanti di lui. Si era imposto il Paperino altruista, nel cartone animato di Dio. Quella era la casa cui teneva sua moglie… Era un possesso che non era intestato a nessuno dei due ma alla madre di lui, e che era sicuramente suo, di Paperino saggio investitore, giacché acquisito con i soldi derivanti dalla sola sua iniziativa. Perciò l’anatroccolo poteva disporne come meglio credeva giusto, ed era che fossero rispettate le intenzioni, le affezioni, le idee di Giancarla. Domandò pertanto a lei d’esprimersi con chiarezza. Paperina la discreta non rispose nulla. Allora egli lo domandò a Pina, e sua madre esclamò: “E anche la casa adesso vuoi vendere? Ma perché non chiudi la tua ditta? Povera figlia mia!”. Per lei, Paperino era solo prepotente ed egoista. Romano riferì questo colloquio a Giancarla e si accorse così che, per quanto ella si trovasse bene a casa dei suoi genitori, teneva pur sempre a quella casa! “Beh, Giancarla mia, allora ascoltami bene. Io per amor tuo e rispetto per la tua volontà, non la venderò, ma sappi che inizia da questo momento un periodo incerto, del quale io non posso più garantire l’esito felice. L’Italia tutta è entrata in un difficile momento. Il denaro non esiste più, ne sta facendo incetta il Governo, con i BOT al 20%. Dovrò dare una sterzata poderosa a tutto e mettermi a rincorrere la mia esposizione che galoppa. Se riesco ad essere più veloce, del crescere dei debiti, ce la farò, altrimenti perderemo non solo quest’appartamento, ma ogni cosa. Non vendo la casa, ma, da oggi in poi, tutto diventa assolutamente fuori controllo. Lo devi sapere e lo devi ricordare, che tu, proprio tu, hai scelto il rischio, il tutto per tutto.” “Ma perché non chiudi, molto più semplicemente, la tua Ditta?” “Se lo facessi, resteremmo con nulla fin da adesso. Ci sono molti impegni da pagare: per il 60% del valore attuale di tutte le case che abbiamo. Non si riesce a vendere che questo appartamento. Se non lo vendiamo, e restiamo senza una ditta che ti dà almeno il modo di far girare il denaro, con che cosa paghi gl’impegni? Accetteresti solo di fallire, e fallire subito, quando è proprio tutto e ancora da vedere, dal punto di vista che hai tu.”
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Fu in questo esatto modo che, entrambi i coniugi, si ritrovarono accomunati in una lotta che furono disposti a sostenere, pur di non perdere…, anche se mossi da due intenzioni diametralmente opposte: Paperino filantropo era pronto a giocarsi tutto per il bene della gente e Paperina realista fu pronta a giocarsi la stessa cosa per non perderla.
Capitolo 28
Quello che di veramente positivo accadde, subito dopo lo scampato pericolo che la loro casa fosse venduta, fu che Paperino e Paperina vi andarono finalmente ad abitare. Non c’era stato mai motivo per lamentarsi dell’ospitalità, nella casa di Mario e Pina Scaglioni, ma soprattutto Romano ne aveva alquanto sofferto. Buona parte della mancanza di dialogo, che i due coniugi avevano avuto, era dipesa dal fatto che, sposandosi ed andando egli a vivere là, nulla di significativo era successo per la moglie, che si era adagiata nella stessa condizione di prima. Non che ci fosse rivalità, ma la presenza continua, dei genitori di lei, aveva impedito di parlare del tutto, a marito e moglie, che già poco dialogavano tra loro, per la mancanza di argomenti ideali e comuni. Paperino e Paperina, in questo cartoon di Dio in veste di Walt Disney, notarono la profonda differenza quando cominciarono a vivere per loro conto. La loro unione si rinsaldò e con più lena cercarono d’avere un figlio: iniziarono una nuova serie di visite, per vedere di trovare il motivo che ostacolava la fecondazione e di porvi rimedio... Ma come? Se dipendeva solo da Walt Disney?! Loro medico era il prof. Acerboni, della clinica Mangiagalli. Una volta, per vedere se le tube erano aperte, provocò un fortissimo dolore a Giancarla, perché fu insufflata dell’aria che aveva il compito di gonfiare quelle come se fossero palloncini. All’esame chiamato post-coital-test tutta la mobilità degli spermatozoi di Amodeo, dopo una notte d’amore, al mattino era cessata: morti, defunti; forse era solo questione d’una pura e semplice acidità per la quale sarebbero bastati i lavaggi termali. Ma Acerboni non lo prescrisse e nulla fu fatto anche questa volta…
1978-‘79. Il Nostro Paperino revisionista, nel cartoon di Dio in veste di Walt Disney, pensava all’occasione che aveva avuto, di risolvere drasticamente le sue pendenze economiche e che vi aveva rinunciato forse troppo frettolosamente. Era inevitabilmente portato a riesaminare le proprie scelte perché, con la penuria di liquidità che aveva, la situazione era divenuta insostenibile. Il disastro sembrava essere già giunto alla porta e bussare con insistenza. Ci voleva poco: bastava solo non riuscire a pagare una cambiale e non avrebbe trovato più credito da nessuna parte. Si recò dai genitori e, nei panni di Paperino Figliol Prodigo, nel cartoon del Dio dei Vangeli, li supplicò di un immenso favore: “Voi sapete d’avere solo due figli e che saremo i vostri eredi. Sapete bene come voi non volevate comperare questa casa, quanto io abbia insistito e che enorme affare voi abbiate fatto. Non volevate comperarla, vi contentavate della casa, molto più modesta di Viale Omero. Bene, proprio considerando che avete due case solo grazie alla mia insistenza d’allora, tornate ad essere come volevate, con una sola casa: non quella, questa che vale di più e lasciate a me, ora, quella che vale di meno, come la vostra eredità. Altrimenti io temo di finire rovinato. Se non entrano almeno 30 milioni entro breve tempo, io salterò e perderò tutto. È una necessità contingente, come se fosse un guado, ma se non la supero perdo tutto quello che ho fatto dal 1970 in poi.” “Hai la tua casa…” osservarono. E il Nostro Figliol Prodigo: “Non posso venderla, mamma! A parte che è intestata a te e, come sai bene, l’ho pagata finora io. Non posso venderla perché darei un grande dolore a Giancarla e a tutta la sua famiglia. Se fosse stato per me io l’avrei già venduta. In un momento, così difficile come questo, mi era giunta anche un’offerta molto vantaggiosa. Ma ho dovuto rinunciarvi. Io non sono solo, ho una moglie cui voglio bene e che non desidero deludere.” “Ma c’è anche Benito, tuo fratello! Non ci sei solo tu…” , era vero, c’era l’altro fratello, nella parabola del Figliol Prodigo. “Benito erediterà per intero questa in cui vivete, che vale molto di più.” Il padre non voleva. Non stava più tanto bene, Gino, non era più lui: gli era venuto un disturbo all’equilibrio che certe volte non gli consentiva di camminare. Anna riuscì a capire le ragioni del figlio e convinse il marito. Furono essi stessi che si diedero da fare per cercare un acquirente e lo trovarono. Dettero il magrissimo ricavato a Romano: 30 milioni. Con quelli però il figlio riuscì a superare quell’ostacolo e ad appianare l’improvviso buco, che si era aperto, e che il sistema bancario non aveva più potuto coprire, non essendo più aumentato il valore delle case intestate a Romano e Giancarla. Valutata la situazione, Amodeo decise che doveva bruciare le tappe per non più trovarsi nella stessa situazione l’anno successivo. Iniziò a chiedere fidi commerciali, portafogli clienti, aprendo molti conti in banca. Stabilì tutta una serie di relazioni con amici e aziende che si prestavano a far emettere titoli di pagamento inesistenti, che egli portava allo sconto. Poi ci pensava egli stesso a ritirarli al momento giusto, non facendo fare brutte figure di insolvenze a chi lo aiutava.
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Una di queste ditte era l’Arti Grafiche Gorlini. Era gestita dal Dott. Zanocco e da sua figlia Paola, che avevano cercato di sostituirsi alla titolare, la Signora Zanocco, quando era morta, lasciando in crisi una tipolitografia che aveva avuto una storia, alquanto lunga e anche gloriosa. Romano cercò di dare un aiuto, come poteva; conobbe e divenne amico di Carmen Lombardi, Antonella Dall’Oglio, Loredana Russo e tutti gli altri dipendenti della stamperia. Conobbe Paola Barazzetti di Saronno, che aveva la funzione di direttrice esecutiva d’un gruppo editoriale, non meglio qualificato, che avrebbe dovuto far decollare le edizioni, dopo la morte della titolare. Conobbe il Prof. Michele Colabella, un cliente che faceva loro comporre e stampare libri su Bonefro, e il Professor Potì, un altro autore che si occupava d’una matematica innovativa che sapeva solo lui. In un momento in cui necessitava d’impellente aiuto, attraverso la Gorlini, venne fuori, un giorno, uno dei proprietari d’un bel mensile che da decenni era stampato da quelle Arti Grafiche: un ometto anziano e piuttosto claudicante, di cui sfugge il nome, che, saputo delle difficoltà impellenti che in quel momento Amodeo aveva, divenne uno dei tanti finanziatori mandati a lui dal cielo e all’ultimo momento, l’ultimo d'una schiera inesauribile, sempre in rinnovamento. Il Nostro Paperino economista, sempre nel cartoon del Dio Walt Disney, stava provando a fare timida concorrenza allo Stato, cercando fondi e offrendo più di quanto rendessero i BOT. Chiedeva prestiti che, in cambio d’un deposito di 10 milioni, garantivano un puro reddito di 200.000 lire mensili. In un anno l’investitore incassava 2.400.000, pari al 24%, ma era molto di più perché sarebbe stato solo il 24% se tutto l’interesse fosse stato corrisposto alla fine dell’anno. Fece ottimi affari chi provò ad aver fiducia e si accordò con Romano, come Maria Proietti, che l’aveva sostenuto molte volte, quando, essendo egli in gravi difficoltà, andava da lei al quarto piano della casa di Via Vetere, in cui egli stesso abitava con i suoceri. Un giorno gli telefonò un amico ciellino, di quelli di S. Maria alla Fontana, che gli raccontò come un suo conoscente cercasse validi investimenti. Avendo saputo che egli cercava fondi, gli segnalava questo nominativo: Giuseppe Volpe, che andasse a trovarlo e vedesse lui. Giuseppe Volpe, molto religioso, ebbe fiducia di Amodeo e fu uno dei primi che gli dettero fondi di rilievo, consentendogli così di superare la difficoltà ingenerata nel sistema creditizio con l’emissione dei Titoli di Stato a prezzi astronomici ed esentasse. La necessità vera, in questo momento, trovato il modo d’esporsi con i privati, e di sostituire così i non più possibili incrementi dati dai mutui aggiuntivi dello Stato, era che l’azienda incrementasse la sua capacità di produzione. Anche se in apparenza l’esposizione aumentava, era tuttavia sempre abbondantemente al di sotto del valore della proprietà immobiliare. L’aumento era tutta o quasi inflazione della lira. Ma, anche così, per riuscire a ridurre l’investimento al di sotto del 50% del valore immobiliare, essendosi bloccato il valore delle case, doveva bloccarsi anche il disavanzo, comunque generato. Altrimenti non ce l’avrebbe fatta, come aveva detto alla moglie, ad acciuffare le lepre sempre più veloce dei costi che levitavano. Infatti l’esposizione avrebbe avuto percentuali sempre più alte ed avrebbe raggiunto, presto o tardi, il 100% del valore delle case.
Per farlo occorreva innanzitutto un vero stabilimento, spazioso, in cui potessero trovare comodo posto le persone e i modelli, sempre più aggiornati, della macchine fotocompositrici. Senza un’attrezzatura adeguata, non ci sarebbero stati possibili utili, non sarebbero serviti neppure i miracoli cui assisteva ad ogni fine mese. Romano trovò quanto cercava ai primi del 1979, in Via Colletta al numero 29. Acquistò un laboratorio, molto mal messo, e cominciò a predisporre i lavori di ristrutturazione. Era intanto giunta la metà del maggio 1979 e stava per ricorrere il decennale delle nozze del Nostro Paperino ufficiale. Nozze che, essendo state celebrate il quattro del mese di giugno, erano in un periodo solitamente turbolento di Romano, tra stipendi, cambiali, protesti e poi protesti da farsi togliere. Decise che era proprio il caso di ritornare con Giancarla ad Ibiza, dove avevano passato la luna di miele. Per farlo doveva finanziarsi in tempo. Così telefonò all’amico Romano Gozzi e gli propose il compromesso di vendita di quel laboratorio, per 20 milioni. Più avanti esso sarebbe stato annullato, ma intanto questi quattrini gli avrebbero consentito di coprire tutto, in tempo, e di ritornare ad Ibiza. L’amico acconsentì e, a questo punto, iniziarono tutta una serie di cose molto strane, in questo cartoon del Dio Walt Disney: il Gozzi, Paperon de’ Paperoni, gli dette distrattamente un assegno di 20 milioni intestato a Romano Gozzi anziché Amodeo e senza girata (prima grossa distrazione). Paperino il distratto, non controllò (seconda). La Provinciale Lombarda respinse il versamento di Amodeo, e allora egli telefonò al suo amico e gli esclamò: “Bei fessi siamo stati!”. Egli raccomandò all’amico di andare da lui assolutamente l’indomani mattina, perché poi sarebbe partito e non sapeva quando sarebbe ritornato. Alle sette Amodeo fu là e ricevette un altro assegno, stavolta giusto. A questo punto ecco la terza sciocchezza che Paperino l’ottenebrato fece: decise d’andare a farselo cambiare in contanti in quella banca, La Popolare di Lodi, in cui non era minimamente conosciuto. Sapendo già, per esperienza fatta, che le banche, in quei casi, arrivavano a cambiare solo fino a 500 mila lire! Come un vero incosciente, ci andò lo stesso: a perdere tempo, è ovvio! Altrimenti a che altro fare? La Popolare era ancora chiusa e allora entrò nella Chiesa, a Piazza della Vittoria. C’era un prete nel confessionale e Paperino il pio si confessò. Quello gli dette un foglietto, da leggere dopo, per penitenza. Romano lo lesse. C’era scritto testualmente: “Dio ti ama fin dal principio del tempo e quello, apparentemente perduto, non è perso, è solo tempo d’attesa e di maturazione! È fatto per il tuo bene!” “Cavoli che bello! Vale anche il tempo perduto! Lo leggerò più tardi ai miei dipendenti in ufficio!”, esclamò Peperino l’entusiasta, conquistato dall’idea.. Entrò in Banca. Quando allo sportello l’impiegata, ricevuto l’assegno, gli domandò: “Lei è conosciuto qui?”, al Paperino ottenebrato cascarono come delle cataratte dal cervello (che l’avevano ottenebrato e indotto a fare la sciocchezza di quel tentativo senza alcuna possibilità) e fu feroce contro la sua stupidità: “Ma sono rincoglionito? Cosa sono a fare qui? A perder tempo?” L’impiegata notò il trasecolare del Paperino perplesso e gli domandò:
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“Vuol parlare con il Direttore?” Paperino l’attendista parlò col lui e quegli: “Aprirebbe il conto qui?” e Paperino il sincero: “Ne ho già sette, sono di Milano”. Al che il direttore: “Poco male, poi lavora con l’agenzia di Milano. Accetta se le do 20 milioni di rosso e 20 di fido?”. Paperino il miracolato rispose subito di sì e l’altro riprese: “E l’assegno versato stamani le serve tutto? Può lasciare qualcosa sul conto?”. Al che il Paperino del tutto è possibile, in questo cartone animato di Dio, propose: “Sta bene un milione?” Così il Paperino, di questo fumetto, divenuto Gastone il fortunato, in un momento in cui le Banche non davano assolutamente soldi a nessuno (compravano, esse per prime e vi erano costrette, i Titoli di Stato…), uscì da quella Banca, in cui ad un certo punto era andato veramente a perdere tempo (nel tentativo assurdo di farsi cambiare 20 milioni in contanti!), con 19 milioni in contanti, 20 di rosso e 20 di portafoglio commerciale. Fu allora che si ricordò del foglietto datogli da leggere dal prete, per penitenza. Lo rilesse e scoprì che quello che stava per succedergli, stavolta gli era stato rivelato addirittura per iscritto. Più tardi Paperino il testimone mostrò in ufficio a Daniela quel biglietto.
cui ci sono decine di migliaia di persone. L’incontro accade nel momento giusto, quando le due parti si stanno cercando, per risolvere i rispettivi problemi. Se quest’incontro non fosse stato voluto e deliberato dal Dio Walt Disney, ancora una volta, tutta la trama della vita del Nostro Paperino sarebbe cambiata. Infatti l’ingresso, di Vittorio Del Grossi, Deus ex machina – ma impotente, nella Ditta Romano Amodeo, animata da un Paperino altruista il cui Dio non era il denaro per se ma per gli altri – segnò tuttavia una svolta, di primaria importanza, sotto l’aspetto tecnico.
A questo punto Paperino e Paperina, in un modo così eccezionalmente favorito – baciato! – dalla Provvidenza del disegnatore Dio Walt Disney, potettero partire, ai primi di giugno, per Ibiza, nel tentativo d’una nuova luna di miele. Essa ci fu e non ci fu: sovente erano tesi, pronti alle schermaglie. Fecero quel che potevano, Paperino e Paperina, ciascuno avendo forse troppo la testa in problemi dai quali non riusciva del tutto a staccarsi (sembravano problemi veri, ma erano solo situazioni virtuali, che esistevano soltanto per virtù del Potere Assoluto che reggeva quel loro mondo, e lo affermavano nel sacrosanto rispetto dell’equilibrio di ogni cosa, assicurato dall’espressa volontà di Walt Disney). Al Paperino imprenditore occorreva soprattutto un Direttore che si occupasse efficacemente della produzione. Il Dio Walt Disney, Disegnatore del fumetto attivò la Provvidenza e fu il fratello a indicare a Paperino la via che poi fu presa. Accadde in Via Lattanzio, dove Benito, Mirella, Paola e i due gemelli Marco e Andrea, si erano trasferiti, in un appartamento che i genitori di Mirella avevano comperato e regalato alla famiglia di lei. Romano raccontò della tensione morale che stava mettendo in quello che stava facendo e Benito gli consigliò a quel Figliol Prodigo di stare attento: presto le persone che lavoravano con lui, persa la carica iniziale, avrebbero perduto anche il senso concreto di ciò che egli facesse, per cui avrebbero colto solo gli aspetti negativi. Conosciuta l’intenzione del fratello, di ristrutturare in modo serio la sua attività, Benito aggiunse: “Ho incontrato, proprio domenica scorsa, Vittorio Del Grossi, alla partita del Milan. Abbiamo parlato anche di lavoro. Fa quello che cerchi tu, ma non è soddisfatto della sua attuale sistemazione; perché non lo senti? Vittorio potrebbe forse fare proprio al caso tuo”. Ecco in che modo la Provvidenza, del Dio Walt Disney, combina le cose, nel suo fumetto animato: così, quasi per caso… facendo incontrare due vecchi amici, in un catino in
Michela Lombardi, una delle prime dipendenti, brava volenterosa, il resto lo vedete tutti
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Capitolo 29
A pag. 250 tutto è fatto! Posto 103 il tutto, ¼ del tutto è 250 ed è il valore reale della presenza, quella secondo la logica comune di tutti. E così è narrato che tutto è completato.
(Il Capitolo 29 è il percorso di 1 nel 30 ed è una realtà concreta in movimento. La pagina 249 indica 103/4, la realtà presente della massa, nel tracciamento, nel percorso programmato 250 –1, della sua unità 1)
1980 - 1981. Il Nostro Paperino imprenditore, nel cartone animato del Dio Walt Disney, lo chiamò, s’incontrò con lui nei primi mesi del 1980 e gli espose tutta la situazione. Vittorio Del Grossi rispose che non era preoccupato dei problemi di Romano. Ci sarebbe stato anch’egli e la sua mano si sarebbe sentita. (Linea programmatica) Vittorio cominciò ad occuparsi così della Romano Amodeo nei nuovi uffici in allestimento, al numero 29 di Via Colletta. (Completamento della struttura) I locali erano nel cortile in fondo, cui si accadeva attraversando un altro piccolo cortile, al primo piano d’una palazzina che ne aveva due fuori terra, con un ballatoio esterno. Per comperarli Amodeo aveva speso una ventina di milioni, ma valevano molto di più. Non avevano i servizi, erano da ristrutturare e, nello stato in cui erano stati acquistati, avevano l’aspetto sciatto e insignificante di laboratori molto mal messi. Annesso a ciò c’era tutta la soffitta del primo palazzo su strada, 200 metri quadrati al 5° piano fuori terra, dai quali si sarebbe potuto realizzare una discreta mansarda. Queste modifiche per Paperino architetto e impresario non erano state un problema. Aveva costruito nel laboratorio al primo piano un servizio, una camera oscura finalmente come si doveva, e pavimentato tutti e 110 i metri quadri con piastrelle in monocottura. Nel momento dei preliminari con Vittorio, stava completando la sistemazione. Alle pareti mise tutti scaffali, armadi e le Compugrafic dell’ultima generazione che esisteva allora, nel 1980. Foderò il soffitto di pannelli di polistirolo decorati che non facevano passare il calore e nel sottotetto sovrastante questa palazzina ricavò, da una parte un locale cui si accedeva con una scala, e dall’altra un ripostiglio e un rudimentale sistema di condizionamento ad aria, che immetteva aria fredda, d’estate, nei locali sottostanti. Due grossi tavoli luminosi 100 per 140, sui quali eseguire i montaggi delle pellicole e tutta l’attività di grafica, sedie, poltroncine e, nella sala in fondo, uno specchio a tutta parete che dava l’impressione d’un ufficio lunghissimo e spazioso. L’ambiente, diviso in tre sezioni, aveva, a sinistra, un’anticamera che dava sul servizio e la camera oscura, al centro, un ampio locale lungo 10 metri e largo 5, nel quale sarebbe stata eseguita tutta la composizione e la grafica e, in fondo, visibile attraverso una parete nella quale Romano aveva ricavato una grande apertura circolare, un locale lungo 6 e largo 5 metri, in cui sarebbe stata la direzione e la segreteria. Questo locale, situato nel mezzo delle due palazzine disposte ad angolo retto, prendeva aria da un ampio lucernario, che illuminava anche il locale più piccolo sovrastante, cui si accedeva con una scala interna. L’attrezzatura era finalmente degna d’un moderno stabilimento e anche le persone erano, e dovevano diventare, idonee ad assicurare un’ottima resa. (Completamento da fare). Fu data una sterzata, secca e decisa, nella direzione dell’efficienza e della professionalità. Bisognava riuscire ad acchiappare quella lepre del disavanzo che cresceva, però senza andare oltre quanto fosse giusto e normale, per i dipendenti. (Tutto, come fatto notare, è espresso, a pagina 249 in completamento della presenza ¼ di 1.000=103).
Vittorio Del Grossi, assunto l’1.3.80 in cat. A/1, aveva esperienza e capacità direttiva. Era pagato profumatamente, perché aveva anche un bel nero a compenso del compito piuttosto essenziale e pesante, ma reale di procacciare e curare un lavoro adeguato. La Romano Amodeo fotocomposizione divenne la ditta che Barbara avrebbe definito finalmente “seria”. La gente stava concentrata sul lavoro e tutti si erano mobilitati, sollecitati da Vittorio, a voler “dare una mano a Romano”. Il quale aveva dato a Vittorio quel compito di dirigere l’apparato tecnico che Barbara era certa egli non avrebbe mai ceduto a nessuno. Il compito, specifico di Romano (Paperino economo, nel cartone animato di Dio, non dimentichiamolo mai), era quello, essenziale, di far quadrare tutti i conti. I fine-mese assunsero poco a poco entità tripla, perché la produttività fu quasi moltiplicata per tre, triplicarono i costi e, come si sperava, anche le entrate. La ditta, nonostante ciò, seguitò ad avere lo scopo datole dal Paperino missionario. Era stata messa però in atto una netta suddivisione di compiti tra il braccio e la mente. Il braccio era tutto l’apparato esecutivo, che doveva trarre i benefici derivanti dalla ragione di tutto quell’operare e la mente era tutto quanto vi era nella tensione morale di Amodeo: che tutto fosse funzionale e servisse al corpo e all’anima. Quando qualcuno sollecitava un aiuto, era egli, il Paperino benefattore, l’arbitro assoluto, e faceva sempre uno strappo, in ogni situazione, al fine di potere assumere il bisogno del suo prossimo. Cosa che era, nel giudizio di tutti, come se facesse salire, ancora un’altra persona, su un tram già abbastanza pieno; ma l’indicazione, l’imposizione data dal cuore, più che ancora dalla mente, era che bisognava fargli posto, bisognava far bene. Il cuore di Amodeo era restato ancora quello di Qui, Quo, Qua, i tre nipotini per i quali tutto era possibile fare ed ottenere, se si voleva bene (e si usava il Manuale delle Giovani Marmotte, alias il Vangelo); basta che tu ami davvero il prossimo tuo come te stesso, perché il Paradiso è questo. Alla momento dell’entrata in campo di Vittorio, Deus ex machina operativo, sopravvivevano, del vecchio organico di Via Colletta 65, solo Anna Forlin, Daniela Finotti e Michela Lombardi. Le altre persone se n’erano andate tutte, tranne Giusy Baratta, cui Romano comprese di dover rinunciare, nel momento in cui decise una stretta vigorosa, che non voleva imporre a quella sua cugina acquisita, perché aveva intuito che ne avrebbe patito, sotto il regime imposto da Vittorio, e non voleva che accadesse. Rimase mortificato, quando si vide costretto, da Walt Disney, a rivelare a Gennaro: “E’ meglio che Giusy non mi aiuti più…” Si rammaricò, perché dette forse l’impressione d’averlo fatto per se stesso, e non era affatto vero, l’aveva fatto per Giusy. Lei ed Anna erano state le più sensibili, sempre, a quello che cercava di far capire, in quelle preghiere e quelle riunioni che Barbara non approvava… Aveva affetto, Paperino, per quella cugina acquisita. I dipendenti furono inquadrati in un nuovo organigramma, ripartito da zero. Michela Lombardi, essendo, in quel momento, solo la terza dipendente, fu assunta senza difficoltà, nominativamente e come apprendista: le fu insegnato tutto quanto ancora non conosceva e divenne in breve capace e pienamente all’altezza del compito assegnatole, una vera forza. Il lavoro crebbe e venne Carla Forte a provare; fu assunta il primo giugno.
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L’amica di tante vacanze e tante serate, Silvana Barattieri, già in pensione e moglie di Luigi Luccini, già aiutante anche quando il laboratorio era al n. 65, era tentata di rimettersi a lavoro, seriamente, a libri e voleva provare ad occuparsi in modo deciso del lavoro fotografico fatto in camera oscura; fu provata. L’anno dopo furono assunti: Rosi Franzelli (2.2.81) una ciellina, che si sarebbe occupata della contabilità e del lavoro di segreteria, Giusi Feroldi (18.2.81) nel ruolo di grafico, Carmen Lombardi (16.3.81) che lasciò la Gorlini che stava andando in crisi, Marco Fecchio (2.6.81) grafico, Maria Teresa Casirati (2.9.81) altra ragazza di CL che subentrò a Rosi. Silvana, dopo la prova, si convinse che valesse la pena di ricominciare a lavorare e fu assunta il 2.7.81 come fotografa. Era stato agganciato al carro, con la mansione di fattorino, anche Giuseppe Farina, un uomo valido anche se già in pensione. Mentre il corpo lavorava duramente, la mente, guidata dal cuore, vigilava che non si eccedesse, che gl’intenti fossero sempre quelli per cui esisteva quel luogo. Una divisione netta di compiti che realmente accadde con l’entrata in campo di Vittorio. L’amico di tante partite, che giocava in porta, venti anni prima, nella squadra del Circolo parrocchiale Anni Verdi, di cui il Paperino sportivo era stato già l’anima, era entrato in campo, con lo stesso scopo con il quale aveva lottato, tanti anni prima, nel campo sportivo: per evitare che la squadra subisse i gol a causa del Paperino puro attaccante, nel cartone animato di Dio, nei panni di Walt Disney. E anche ora la sua funzione, tutto sommato, era la stessa. Ad Amodeo serviva un moderatore. Lo era stato Raffaelli all’università, che aveva moderato di prudenza la sua grinta, con risultati encomiabili per entrambi. Amodeo era un attaccante puro, nato così per vocazione, nel disegno di Dio, e si scopriva inevitabilmente agli attacchi altrui, non badando affatto alla difesa, perché era, nel suo giudizio, solo l’ardimento l’arma della vittoria, alla difesa ci avrebbe pensato la Provvidenza del Dio creatore sommo ed arbitro unico di quella comune storia. Come avrebbe potuto, un Dio Buono, non difenderla? Vittorio era allora il difensore d’ufficio, perché comunque uno vi doveva essere! Altrimenti sarebbe poi parso, ai miscredenti, che Amodeo non avesse usato ogni mezzo e modo, per vincere e sopravvivere nella dura lotta per la vita, in cui sembra che anche si perda. Nell’essenza ultima delle cose, per Paperino profeta la sconfitta era impossibile: anche Gambadilegno, la Banda Bassotti e Amalia, la strega che ammalia, seguitavano ad esistere nei fumetti di Walt Disney, amati dal loro creatore alla stregua di tutti gli altri, anche se non portati ad esempio del bene ma del male. Lo spirito, l’intesa tra loro due, Romano e Vittorio, attaccante ed estremo difensore, era veramente quello giusto: il portiere capiva profondamente l’amico e ci stava mettendo davvero anch’egli l’anima, per rendere quel corpo, che gli era stato affidato, una delle migliori difese che esistessero in Milano; la comandava egregiamente, come sanno fare tutti i bravi portieri. Il salto tecnico, nella qualità, fu notato da tutti. I clienti antichi avevano rinnovato la loro fiducia, ed altri furono mandati dalla Provvidenza, come la Melchioni, che cominciò a servirsi della sua Ditta perché il Paperino onesto conducente aveva danneggiato involontariamente, facendo manovra, la macchina del Dott. Sardano, che gestiva tutte le commesse per la Melchioni ed aveva lasciato il suo biglietto da visita, invece di far finta di niente e d’andarsene, come fanno molti: colpito da tanta correttezza, quel Direttore volle servirsi della Romano Amodeo fotocomposizione.
Divennero clienti il Gruppo Editoriale Fabbri, che faceva realizzare il fumetto di Candy-Candy e molti libri e riviste, La Pirola Editori, che dava da fare manuali e altre cose sulla normativa, Mondadori e tanti altri che Amodeo perfino giunse ad ignorare. Aveva messo nelle mani di Vittorio ogni cosa e questo braccio era quello ideale per la sua mente. Una mente che aveva costantemente le sue gatte da pelare, nel solido modo: le scadenze del fine mese, divenute adesso ancora più impegnative. La ditta produceva, stava in piedi, ma non riusciva, nonostante ciò, ad inseguire come si sarebbe dovuto la lepre degl’interessi passivi, che fuggiva ancora più veloce. Quanto era entrato di denaro fresco, dalle vendite, i 30 milioni dell’eredità dei genitori, era andato assorbito dall’acquisto del laboratorio di Via Colletta 29, in cui ora la ditta poteva lavorare come si deve, dunque un acquisto necessario ed anche estremamente vantaggioso, che però aveva assorbito quel rimedio che era provenuto dalla bontà dei genitori. Così l’esposizione pregressa, non frenata, aveva cominciato a levitare. Nel trend cominciato nel ’75 con 150 milioni e che era, lo si ripropone in milioni, con di fianco le date: 187 (1976), 234 (1977), 292 (1978), 366 (1979), 457 (1980), 572 (1981), 715 (1982), 894 (1983), 1.117 (1984), 1.396 (1985), nel 1981 Paperino l’indebitato, nel cartone animato di Dio, avrebbe dovuto essere a quota 572 milioni, e invece era finito oltre, sfiorando i 600. La causa era stata l’assoluta mancanza di denaro a basso costo. Non erano più possibili i mutui bancari, ma solo le operazioni di scoperto e di portafoglio commerciale. A conti fatti farsi scontare l’anticipo di 3 mesi, tra interesse chiesto dalla banca, bollo della cambiale e quanto c’era di resto, costava circa il 40%, perché all’interesse vero e proprio, che si aggirava sul 25%, si aggiungevano i costi fissi che incidevano moltissimo. L’interesse pagato per lo scoperto di conto, tutte le volte che si andava oltre, portava ad una penale che alzava l’interesse al 29%… cose da strozzini. Poi c’era il salasso, vero e proprio, derivante dalla tecnologia che necessariamente si doveva usare ed aggiornare: le macchine. Ogni due anni uscivano modelli nuovi e ogni volta bisognava mandare a monte leasing di 5 anni, pagando pesanti penali. Romano s’accorse che l’ingresso di Vittorio aveva al momento accelerata la crescita per il bisogno d’un giro ancora più grande di capitali, essendo aumentato il giro del lavoro. Di solito questo, nel gioco del calcio, non succede: i giocatori restano sempre dello stesso numero. In questo gioco la squadra che doveva operare aumentava anche doverosamente sempre nel numero e ci volevano più divise, di tutti i tipi, sportive ed economiche. Paperino arbitro giudicò che il tutto non era aumentato, però, come si era sperato, e allora decise di mettersi anch’egli a correre ai rimedi, aggiungendo impresa all’impresa. Un giorno Romano, Giancarla, Luigi Luccini e Silvana partirono per un lungo giro in Italia Meridionale: si sposava Barbara Baratta con Gigi Flocco e Luigi Luccini era stato richiesto da lei come l’autista che accompagnasse la sposa, con la bella Mercedes argentata imprestata loro dall’amico Monguzzi. Colsero l’occasione per un giro fino in Sicilia. Giancarla si era libera e brillante solo in compagnia di quegli amici, sempre ospiti al mare, sempre compagni di tanti fine anno. Era ancora viva, nella memoria, quella sera in cui Luigi Luccini aveva avuto le attenzioni d’una bella ragazza dai capelli rossi e ricci ricci, in uno dei tanti cenoni cui avevano partecipato tutti e quattro. Amodeo aveva mille preoccupazioni nella testa, per delle
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scadenze, allora, addirittura di fine anno, mentre Luccini aveva questa rossa che gli si strofinava addosso… Poi si era scoperto che era un travestito e Romano, vincendo sui pensieri, si era scombiccherato dalle risate. Luigi Luccini assomigliava ad Ugo Pagliai, un attore che in quei tempi era finito ogni settimana in televisione perché interpretava il personaggio principale nello sceneggiato a puntate, che parlava della storia della “Baronessa di Carini”. Quell’anno del matrimonio di Barbara Baratta, tornando verso Milano, i quattro amici si fermarono a pranzo ai Castelli Romani. Il Nostro Paperino, in vena di giocare, cominciò a chiamare Ugo il suo amico e a parlare della Baronessa di Carini, di set, ed altri argomenti teatrali, tutte le volte che passava il cameriere. Tanto fece che ad un certo punto venne al tavolo il proprietario del locale, gli chiese scusa per non averlo riconosciuto subito e portò colui che credeva fosse Ugo Pagliai in visita dappertutto. Poi volle che firmasse il libro delle celebrità che erano passate per quel luogo e Luigi Luccini firmò Ugo Pagliai. Nel ritorno, tutti e quattro risero per centinaia di chilometri, evidenziando tutte le moine che avevano fatto a tutti, dopo che lo avevano scambiato per chi non era. Non erano mai stati prima così allegri, nei venti anni ormai che si conoscevano.
Profittando delle sue grazie e del suo fare accattivante, era riuscita ad appioppare al Paperino affascinato dalla bellezza femminile, però al 75% del costo, un Fiat 131 nuova, che tuttavia ne aveva sempre una. Faceva parte d’uno stock d’auto che dovevano andare in Germania e non erano state accettate per questioni imprecisate. Restate già in strada e fuori quota, potevano essere vendute con forti sconti. Susan affermava di vivere sotto una spada di Damocle: aveva avuto anni prima una macchia nera nel cervello e se si fosse sviluppata avrebbero dovuto toglierla chirurgicamente. Anche il marito era un venditore d’automobili. Coordinati ed istruiti dalla Barazzetti, i due coniugi si misero a raccogliere la pubblicità di AL. Ci riuscivano abbastanza, ma il fatto d’essere nuovi nel settore, si rivelò per loro un ostacolo più grande del previsto. Romano si avvalse di Susan e poi del marito, perché un giorno lei gli confidò che la mandavano via dall’esposizione della Fiat, in cui lei aveva un suo ufficietto, in bella vista, nel quale vendeva le vetture, volendo, il Concessionario Fiat, usare anche quello spazio per l’esposizione dei nuovi modelli. L’aiutava a trovare un lavoro? Paperino Lancillotto, così come disegnato dal suo Dio Walt Disney, non poteva non farsi avanti lui! Anche la necessità d’aiutare la Susan licenziata ebbe il suo rilevante peso nella nuova dimensione che aveva assunto la ditta Amodeo, diventando anche Agenzia di pubblicità. Assieme alla necessità di aiutare anche l’altra bella persona: Paola Barazzetti restata senza lavoro per il fallimento della Gorlini. Una gran brava e bella donna, Paola Barazzetti, alla quale egli voleva bene e che si lasciava amare nel rispetto, senza che temesse che il Paperino galante si trasformasse in Paperino mandrillo. Se lei avesse assunto una difesa, in quel senso, ed avesse iniziato a diffidare di lui, avrebbe ingenerato una tale risposta automatica, verso di lei, per dimostrarle che era onesto, che Paperino puro si sarebbe appassionato a lei, nella difesa estrema dei suoi purissimi intendimenti. Non accadde, perché non era questa la trama voluta dal creatore di questa storia a fumetti. Ma accadrà, negli anni a partire dal 1997, in cui la trama dovrà, per il volere preciso dell’arbitro delle umane cose, assumere un’altra e decisa piega. Cominciò a lavorare, in quel settore, anche Enrico Goglio, che aveva egli pure rappresentato, fino a quel momento, solo la vendita di motociclette. Goglio abitava anch’egli al n. 16 di Via Lattanzio, dove ormai da anni vivevano Romano e Giancarla. Assunto assieme a Beppe Pirola, Enrico indicava come non solo la bellezza femminile mobilitasse Paperino, ma il bisogno espresso dalle persone. Anche se Paperino sprofondava, intenzionalmente, nell’occhio delle donne, perché trovava nei risvolti della loro anima quel segno, opposto al suo, che gli ridava il senso stesso dell’unità che, come si sa da N/N=1, è la perfetta combinazione di due entità opposte di “segno”… in un simile ed unitario “disegno”.
Amodeo propose all’Ordine Architetti di curare egli stesso la pubblicità sul Bollettino. La proposta giunse in un momento opportuno, perché anche l’Ordine stava cercando di far assumere al mensile una maggiore consistenza. Infatti era stata creata una Consulta Regionale tra tutti gli Ordini e gli altri, avendo visto la bontà della Rivista degli Architetti di Milano, da quando era stata gestita da Amodeo, avevano pensato d’agganciarvisi. Fu stabilito un accordo secondo il quale Amodeo s’impegnava tassativamente a diffondere il mensile in 15 giorni dalla consegna di tutti i testi, e l’Ordine accordava a lui anche la raccolta della pubblicità. Era un patto di ferro grazie al quale il mensile doveva essere affidabile sotto l’aspetto pubblicitario. Era un’esigenza comune, sia dei lettori, sia di quanti affidavano i messaggi destinati ad uscite precise. Il nuovo direttore, seguito a Redaelli, colse l’occasione che ora uscissero 9.000 copie e fossero uniti assieme tutti gli Ordini della Lombardia, per fare del mensile, chiamato ora AL (Architetti Lombardi), di 80 pagine anziché le 28 del Redaelli. La conseguenza fu che, nonostante la Calvano si fosse fatta una valida esperienza, i redattori non riuscivano a rispettare i tempi e questo preoccupò notevolmente Amodeo, perché un mensile, che non è puntuale, non raccoglie come dovuto, perché scontenta tutti. Era in affitto, a Via Colletta n. 29, un piccolo ufficietto, al prezzo di 500.000 lire al mese. Era su strada. Paperino l’attaccante, nel cartoon disegnato così da Walt Disney, l’affittò e ne fece il reparto dedicato alla pubblicità. Dopo gli anni terribili, ora la pubblicità sulla carta cominciava nuovamente ad assicurare possibilità di resa. Fu incaricata di curare questo servizio Paola Barazzetti, che Romano aveva conosciuto dalla Gorlini e che cercava ora d’occuparsi, visto le arie di fallimento che tiravano in quel luogo. Amodeo aveva già assunto Carmen Lombardi, che lavorava lì ed era la sorella di Michela, prima aggiunta dell’era di Vittorio Del Grossi. La Barazzetti era pagata a rendimento e doveva preparare la schiera dei pubblicitari. Tra i primi rinforzi furono Susan Marinkovic e il marito Giuseppe Pirola, detto Beppe. Susan! Bella e dolce bionda jugoslava, che non s’era occupata mai di questo settore, ma aveva venduto le automobili nella vicina sede della Fiat.
L’ufficio, proprietà del Dott. Benvenuti, mise a contatto Amodeo anche con uno dei suoi più forti finanziatori. Il Nostro Paperino finanziere gli sottopose un piano d’investimenti, che egli trovò molto interessante. Egli avrebbe impegnato 70 milioni, ma desiderava la garanzia d’un mutuo. L’appartamento di Romano era già impegnato al 50% e non aveva capienza aggiuntiva. Amodeo ne parlò ai suoi genitori, sottopose le tabelle e fece vedere quali fossero i costi attuali che era costretto a pagare per il denaro impegnato. I suoi genitori allibirono, di fronte a questo loro Paperino Figliol Prodigo, vedendo come, in certi momenti, i costi si erano aggirati addirittura al 30% annuo.
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Pensarono che si erano liberati della casa di Viale Omero per aiutarlo e si rendevano conto che il sacrificio gli aveva consentito di non saltare letteralmente in aria, ma che ora, se non cercavano di fare essi stessi ancora qualche cosa – ammazzargli il vitello grasso – si metteva molto male per quel loro figlio che – mannaggia! non ascoltando – era andato via dal CIMEP, la sua Casa paterna. Lo rimproverarono e Amodeo gli dimostrò, calcolatrice alla mano, che tutta la difficoltà aveva avuto inizio dai 150 milioni che egli s’era trovati sul gobbo per la conclusione della costruzione di Villa Colletto. “Tu stessa, mamma, venisti con me e vedesti come Silvano Cappetta volesse 100 milioni e gliene demmo solo 70”. Quei soldi io non li ho potuti recuperare da nessuno, né da Raho che morì, né era giusto li accollassi a Sergio, che aveva lavorato per tre anni tutti i sabati per tenere controllati i suoi costi. Per arrivare a 150 io ho aggiunto solo altri 80 che ho speso per me, in mutui fatti fare sulle mie case”. I suoi genitori, valutato il tasso che Paperino debitore pagava, decisero che l’offerta del Dott. Benvenuti era molto buona: il costo non superava il 17% annuo, era allo stesso livello del Prime rate che le banche facevano pagare, in quei tempi, ai clienti privilegiati. Così, sulla casa dei genitori dei due fratelli di quella Parabola, intestata al solo Luigi Amodeo e che sarebbe stata del solo Benito, quando i genitori fossero morti, in quanto il Figliol Prodigo Paperino aveva già avuto la sua parte, fu aggiunta una ipoteca di secondo grado, per 70 milioni, a favore d’Ermenegildo Benvenuti, e il danaro fu ancora dato a chi già aveva avuto la sua parte: era niente più ed altro se non il vitello grasso della Parabola. Il Benvenuti controllava la situazione, sia perché era il proprietario dell’ufficio, sia perché aveva una azienda collocata proprio di fianco, al civico 29: la Manes, in cui lavorava il figlio ingegnere e che si occupava di macchine termiche. Inoltre stava vedendo il forte momento di sviluppo dell’azienda, che aveva preso in affitto i suoi locali su strada; aveva abbastanza competenza anche per capire che AL era un veicolo molto forte, nel settore, arrivando a tutti e 9.000 architetti della Lombardia. I 70 milioni servirono a coprire l’inflazione d’un anno, ma non ad eliminare i problemi che erano all’origine di tutto: l’esposizione. Infatti, pur essendo una bella cifra che entrò, andò a coprire ed a sostituire impegni a tassi più gravosi, e ad Amodeo restò perennemente il fabbisogno, la fame e la sete, affinché gli si affinasse il gusto nel disegno voluto dalla Forza Sublime che regola le umane cose. Egli doveva capire, sempre più, l’importanza essenziale dei mezzi, fino a divenire egli stesso il mezzo più efficace nell’intenzione di Dio: uno scienziato sublime (intento alle questioni assolute), e che fosse anche l’apostolo, che avrebbe dato a tutti i concreti mezzi, per arrivare a Cristo con le umane risorse della ragione. Insomma un profeta. Questo era il disegno sorprendentemente audace, di Dio, su questo eterno affamato ed assetato di mezzi! Romano, infatti, seguitava a trovarsi in situazioni difficili, in tutti i suoi fine mese, come se questa fosse una precisa penale, uno scotto, che egli dovesse accettare e amare, per essere reso idoneo al suo gran compito, uno davvero senza precedenti nella storia dell’uomo. Ormai aveva rischiato quasi un migliaio di volte di finire sul libro dei protesti, e sempre era stato salvato in extremis, da una Provvidenziale mano, che si era levata amica, all’ultimo momento: vuoi che fosse quella turpe d’uno strozzino, che accettasse di rilasciargli un prestito, vuoi che fosse quella santa, d’un vero amico che gli desse senza chiedere nemmeno gl’interessi.
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Capitolo 30 (Il 30 è il completamento del volume 33 fatto dalla presenza 3. E’ il suo Valore Assoluto ed osservate come sia finito, in questo capitolo, il valore assoluto della Fede di Romano)
1982: la somma delle cifre è 20 ed indica il percorso completo, per Romano. Anche la pagina 256 aggiunge 6, tutta la realtà complessa (da –3 a +3) al quarto di 103 che indica la presenza in atto, di tutto il volume. Orbene, ogni persona, quando vedeva che Paperino il cristiano (sempre li: nel disegno animato da Dio), per riuscire ad assumere il suo nominativo, l’integrava nella categoria C/1 dell’operaio specializzato e lo pagava per tale… si rendeva conto che era finita in un posto irreale e quasi collocato fuori della normalità. La sua persona, che doveva imparare ancora il lavoro, era pagata da specializzata! Dimostrava allora grandissima riconoscenza a quel riconosciuto buono, per la sensibilità che aveva dimostrato e l’aiuto che aveva dato; nel mentre Vittorio badava ad inquadrarla nel lavoro, insegnandole tutto. L’idea che il nuovo assunto riportava, era che, per lui – proprio per la sua persona – era stata fatta una eccezione, ed era molto riconoscente per il privilegio. Ora accadeva che (magari pochi mesi dopo la sua assunzione) Amodeo privilegiasse ancora un’altra persona… Tutti si guardavano e dicevano tra loro: “Ma come? Un altro?”. Allora il penultimo assunto cominciava ad essere dubbioso sul privilegio concesso a lui... Ancora mesi dopo, se fosse stata fatta salire ancora un’altra persona, su quel loro affollatissimo tram, allora anch’egli, dimenticandosi cosa aveva pensato quando egli era stato privilegiato ed accolto, si metteva ad osservare, assieme a tutti gli altri: “Ma come? Ancora un altro?” e il privilegio per lui non esisteva più! Una storia infinita e ciclica. In 15 anni passeranno per l’ufficio di Romano oltre 50 persone. 50 perché, ad un certo punto, molte di queste, pagate troppo rispetto alla loro stessa preparazione, divenute veramente specializzate a spese della ditta, si avvicinarono al titolare e gli dissero: “Ti devo parlare”. Significava – dopo un poco Amodeo lo capì – che era comparso chi, per avere una persona divenuta così brava, era ora disposto a pagarla ancora di più. A quel punto, il Nostro Paperino esattore, in questo disegno animato dal Dio Walt Disney (non lo si scordi mai), gli potrebbe osservare: “Amico, ho investito su di te, quando, voi tutti, eravate convinti che fosse uno sproposito; come fai ora a non sentirti impegnato a fruttare, a vantaggio d’un organismo che, lo hai visto, aiuta chi ha bisogno di crescere?” Potrebbe dirlo, ma non lo dice. Gli dice invece: “Vai con Dio”. Risponde così perché il compito assunto da Romano è stato quello di prepararlo; ed è stato compiuto, al meglio. “Ma che criterio del cavolo è mai questo?!” Il criterio c’è, c’è proprio, ed è questo:
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“Quella persona, se, neppure in un ambiente così, ha preparato, per prima cosa, il suo abito mentale, al bisogno che esista la riconoscenza, oh, non è colpa di nessuno, è solo un segno che il seme è stato piantato e che non sono ancora questi i tempi della sua maturazione libera (vedete il 7, indice di libertà, aggiunto a 250?). Il seme, però, è buono; il terreno pure, dunque il raccolto ci sarà! Ma nei modi e nei tempi che solo Dio vorrà e conosce.” Dunque assoluta Fede nella bontà di quanto accade: Dio non tradisce mai. Esistiamo grazie a Lui! La sua Provvidenza è sublime: supera i limiti delle apparenze. Vedete che assoluta libertà di pensiero, in queste 7 pagine aggiunte alle 250? Nessuno, di quelli che restano nella Ditta – però – rimane mai contento del fatto che Amodeo risponda così a chi lo ha sfruttato e lo lascia. A loro sembra che questa sia una estrema debolezza. (Invece il vero libero è chi non è piegato dai metodi altrui). Finiscono per non sentirsi al sicuro, all’interno d’una impresa che ha un titolare che la pensa così… Ci sono entrati grazie a lui che la pensa così, ma ora ciò gli sembra che sia una grande sfortuna. È il generale atteggiamento – badate! – dell’uomo nella sua vita: è stato beneficiato, ne ha la prova, esiste… e poi giunge a diffidarne. Ma in forza di che arbitrio? Il Libero Arbitrio? Sì: il gusto da acquisire nella persona. Chi è stato voluto, affinché esistesse, è oggetto del fermo proposito di Dio che si doti di un suo gusto personale. Dio si lascia mettere in crisi, pur di permettere che egli, ente relativo, abbia un gusto relativo tutto suo. (Ma vedete? Aggiunte 7 pagine a 250, qui si parla del “libero arbitrio”… in questo Codice). Nel caso di Paperino arbitro, egli, per assumerli con la loro inefficienza, ha forzato parecchio la mano a Vittorio, ma ora le stesse persone pensano: “Per fortuna che c’è Vittorio!” Vittorio, per chi non era già capace, era come il Diavolo, loro nemico, il difensore di ciò che già esisteva e lo amministrava con il primato della forza, fino ad usarla tutta. Tutta, fino a che ce ne fosse, il che equivaleva alla morte. Egli gonfiava l’utile, portava in casa beni, sostanze, ricchezze. Argomenti che non sono il fine ultimo di Dio, ma sono solo strumenti volti all’accoglienza, al privarsene, al darli ad un altro, fino a divenire poveri di se stessi e tutti carichi del valore di Dio. Chiamati e ingolositi da quanto avevano avuto, queste persone erano state invase dal delirio di onnipotenza, portate ad illudersi che fossero ora essi a fare, dopo che Dio li fece e li abbandonò a se stessi, con il libero arbitrio di fare a proprio modo, e avendone la piena facoltà! Che errore macroscopico nei vari Pippo, Pluto e Topolino! Una volta che sono stati creati, essi vivono ancora e solo se il loro Creatore seguita a dar loro vita, aggiunge fotogramma a fotogramma. la Creazione, in questo campo, non è mai un’indipendenza! Mai! Sbaglia moltissimo, Gambadilegno, se crede se stesso il colpevole delle malefatte che compie, e sbaglia Topolino se crede che è lui, in collaborazione con il Commissario Basettoni a sgominare la banda Bassotti. È tutto e sempre il Creatore che seguita a creare. Ove tutto accade per creazione, il tempo che passa segna solo il perdurare della Creazione di un Dio che fa nuove tutte le cose, aggiungendo situazione a situazione, modificata nella forma, ma non nell’essenza. L’essenza è nuova, perché l’attimo nuovo che “è” non è quello di prima che è diventato questo. Quel tempo era una cosa e questo tempo è un’altra cosa. (E il testo insiste sulla libertà dell’umana presenza...) Su questi argomenti la vita è chiamata a riflettere, su questi misteri bisogna meditare, perché la soluzione esiste. E non ci si stupisca che poi questa soluzione scaturirà, con chiarezza espositiva, da chi già la aveva trovata e si comportava in conseguenza: dal
Paperino assoluto credente, che confidava solo nella divina Provvidenza che aggiungeva creazione a creazione, a modo tutto suo. Paperino l’aveva capito: egli non era un Creatore, ma solo una sua Creatura, ed esisteva, attimo dopo attimo, solo grazie a Lui. (L’8 non è più libertà, esprime presenza complessa, da –4 a +4, quindi si parlerà ora di assetti complessivi, in questa pagina di Codice, che aggiunge 8 ad ¼ di 103). “Come si può esemplificare una cosa simile nel campo fisico, dopo che l’hai mostrato in quello morale?” (E’ la richiesta di come stanno in sé le cose). Ecco come: Dio come un fondamentale magnete, dall’irresistibile fascino ed attrazione. Il suo esistere, nell’unità relativa, come un giro, tale che Il Nord (il Padre) vada sul Sud (generando il Figlio) mentre sta esistendo anche la rotazione inversa, del Sud che è andato al Nord (trascendenza, Spirito Santo, che è Signore e dà la vita unitaria chiudendo il circolo unitario. Posto l’essere, trinitario, di questo Assoluto potere magnetico, da lì c’è un lungo filo, sul quale è trasmessa l’induzione elettromagnetica. Se Dio ferma la sua rotazione, si blocca istantaneamente l’induzione. Perché l’onda elettrica del cervello, esista, deve essere istantaneamente in atto chi induce questo fenomeno, che è veramente elettromagnetico in quanto interferisce con l’onda elettrica portata dallo strumento che esegue l’elettroencefalogramma. (Le cose stanno nel modo in cui sono indotte ad essere). È di una semplicità assoluta. Ma l’uomo, con una trave enorme nell’occhio (la sua pretesa di essere egli a fare) non crede di essere fatto in questo modo: sempre nuovo e diverso. Eppure assiste al mutarsi della sua essenza. Lo attribuisce allora al divenire delle cose anziché all’esserci, simultaneo, di tutta la catena della vita, da quel profondo del tempo da cui Dio l’induce. (Vedete? Si afferma che la presenza è un volume complesso che è tutto e non solo la sezione temporanea che noi vediamo come facendo la TAC ad un corpo). Perché io che vivo indotto dai genitori indotti dai nonni indotti dai bisnonni e così via, siamo tutto il filo della vita. E deve esserci tutto, non devono esserci tagli o essenze che non ci sono più, altrimenti io non ricaverei quell’energia come non la ricevo se dalla centrale al mio apparecchio il filo non c’è e non è intero, senza interruzione alcuna. Con calma e con la Fede, tutto quanto spiegato sopra sarà finalmente capito. E Paperino sarà creduto il genio più grande della storia dell’uomo. E sarà una verità nel relativo e un errore in assoluto. Infatti, sarà geniale solo il personaggio creato da Dio, perché l’essenza di chi lo vede non è il personaggio, non è il filo, ma l’energia di Dio, che vi avanza per induzione sul filo ed osserva, vive, e partecipa. Punto e basta. Paperino sarà pure il genio più grande che esista, ma “io” sono solo il lettore di una bella storia di Dio e non devo confondermi assolutamente con questa storia, al punto da credere poi, alla fine anche io, che sia io ad averla scritta e che essa dipende da me. È la posizione più umile che esista, messa alla base della storia più grande che esista e possa riguardare una Creatura comune che sia vissuta! (Implica il complesso uomo-Dio). Così succede, alle 22 e all’improvviso, che il personaggio Romano debba correre a Torino. Cambierà un assegno con Armando Errichiello, della Sideltronic: 5 milioni contro 5 milioni. Perché? Il motivo è che l’indomani arriva, sulla Cariplo, un assegno di 5 milioni, ed occorre versare del contante per coprirlo. (La realtà complessa, vista ora nel campo pratico). Il giorno dopo, il Nostro Paperino, di questo disegno di Dio e solo di Dio, versa l’assegno d’Armando, sulla Popolare di Lodi, presso la quale ha un fido. Preleva in cambio 5 milioni, in danaro liquido, e li porta alla Cariplo, per pagare, in contanti, l’assegno arrivato.
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Certamente Romano non avrà dato ad Errichiello un assegno della Popolare di Lodi, ma della Cariplo. (L’incremento 9, ora mostra tutti i movimenti di 1, Romano, nel ciclo 10). 5 giorni dopo, se non trova il modo di coprire più stabilmente questo scoperto di conto corrente, deve rifare un giro, così con altre persone e su altre banche. Giri mostruosi fatti da Amodeo pur di permettere a chi si è preparato, a sue spese, d’andare a mettere a frutto altrove la sua preparazione… (di spostarsi di 9, altrove).
(10 pag. aggiunte a 250 indicano il limite raggiunto e la nuova condizione risultante). Una volta gli successe questo: aveva lasciato andare in protesto 10 milioni… non li aveva. Li recuperò e pagò la cambiale, ritirandola il giorno dopo il protesto. La legge sulla cambiale prescriveva che, dalla data del protesto, il titolo fosse pagabile per 5 giorni e che, se il giorno dopo d’essere stato pagato, si fosse chiesta la cancellazione del protesto, essa sarebbe stata concessa. Doveva essere tassativamente il giorno dopo che la cambiale era stata pagata e ciò risultava dal “pagato il…” che la banca timbrava sul retro dell’effetto. Ora c’era una norma stupida: una cambiale protestata il 3 avrebbe potuto essere pagata fino al giorno 8, e il 9 si sarebbe potuto ottenere la cancellazione. Ma se fosse stata pagata il 4 e il 5 la cancellazione del protesto non fosse stata chiesta, il protesto non sarebbe più stato tolto. Non si poteva neppure rendere la cambiale alla banca perché aggiornasse la data del timbro, come se il pagamento fosse avvenuto il giorno 8 anziché il 4. Ora questo fu proprio ciò che successe quella volta ad Amodeo: pagò i 10 milioni il giorno dopo il protesto e poi, l’indomani, si dimenticò di chiedere la cancellazione. Due giorni dopo se n’accorse, piombò in Tribunale, ma il Cancelliere gli affermò che non si poteva fare più nulla. Solo il notaio, sapendo la cosa, poteva risolverla: era lui chi dichiarava se l’effetto era stato pagato o no entro i 5 giorni da quando il titolo era stato protestato. Paperino il tenace, in questa vicenda del cartone animato solo da Dio, si mise a cercare il notaio. Si trattava del Notaio Sessa di Milano. Era purtroppo in ferie. Riuscì, facendo ricerche, ad avere il suo numero e gli telefonò al mare, assicurandogli che aveva bisogno solo d’incontrarlo per 5 minuti. Accettava per favore di riceverlo? Dopo la protesta “che era in vacanza!”, accettò un appuntamento per le 3 del pomeriggio a Sestri Levante, dove trascorreva le ferie. Grossa corsa in autostrada e, alle 3, Amodeo fu ricevuto solo dalla moglie del notaio, che non volle sentire ragioni. Sancì: “Chi sbaglia paga”. (Vedete? La condizione risultante!). Amodeo tornò avvilito perché, con un protesto di 10 milioni, perdeva tutti i fidi e praticamente avrebbe dovuto chiudere la sua ditta. Allora si mise a pregare, chiedendo perdono, al Signore, della sua disattenzione: “Ho peccato contro di Te! Tutto ciò che faccio, cercando di dare ed insegnare il lavoro, e testimoniando l’impegno della mia vita, lo sto facendo essenzialmente per Te e nell’apparenza concreta delle cose per gli altri. Come posso essere perdonato?” Volle confessarsi, nella prima Chiesa che trovò, per lavarsi, del tutto, appena giunse a Milano. Era tornato da 5 minuti in Via Pietro Colletta, quando squillò il telefono. Era il Cancelliere del Tribunale, che l’aveva rintracciato chissà come e che gli raccomandava di portare in Tribunale il titolo lunedì, che egli avrebbe provveduto a fargli cancellare quel protesto. (Vedete? Romano ha sorpassato il limite, ma la nuova condizione, che lo salva su nuove basi è il pentimento e l’amor di Dio, che davvero lo salva in modo eccezionale). Lunedì Romano andò in Tribunale e rientrò in bonis. Ritenne di ringraziare quell’uomo e, saputo dove abitava, inatteso, gli fece visita e portò ogni ben di Dio: vino, salami, prosciutti… Il Cancelliere si commosse e Amodeo volle allora sapere come mai l’avesse chiamato, dopo che gli aveva già detto di non potere fare assolutamente nulla. Il Cancelliere rispose che non aveva mai fatto prima una cosa del genere; ma, intorno alle 4 del pomeriggio, era stato indotto a pensare a lui, a provare così tanta pena che aveva proprio dovuto mettersi a cercarlo.
In alcuni giorni, del 1973, Romano arrivò a movimentare, in una sola mattinata, quasi mezzo miliardo di lire! (E’ oppure no la pagina di movimenti addirittura “folli”?) “Ma perché tutto questo? Lo faceva per pura follia?” No. Amodeo lo faceva per pura Fede. E, mentre andava a Torino a fare il suo giro vizioso, avrebbe potuto legittimamente osservare – notatelo bene! – stavolta a Dio: “Ma come? Sto preparando tutto per te… e tu, tu che puoi molto di più di chi io preparo e mi lascia, mi lasci pure tu, in mezzo a queste difficoltà? Io voglio vendere tutto, per comperare la tua perla; ma perché nessuno compra le mie case? Eccomi sballottato come una pallina di flipper. Mantieni il tuo impegno o mi stufo e non ti seguo più!” Romano si sarebbe potuto lamentare di tutto quel 9 di moto! Invece prega così: “Signore, sembra che io vada a battere moneta falsa a Torino, che dura solo una settimana… Ma non è così. È eterna, vera, autentica moneta, della tua zecca! Tu mi stai saggiando, per vedere se io ci sto, a pagare con la mia sofferenza. Sì io ci sto! Sei buono, Signore e non m’inganni, non m’induci in tentazione. Grazie e benedizioni a te, ché mi hai spiegato il mondo, nella sua essenza.” Così quelle ore di viaggio erano, all’improvviso, per il Nostro Paperino fedele, d’una bellezza estrema; tanto che spesso, pieno del senso dell’amore di Dio, Amodeo piangeva, ma di gioia e commozione. Estasi? Se non lo era, le assomigliava molto e Amodeo finiva in questo stato più d’una volta; proprio mentre altri si sarebbero rivolti spazientiti al Signore credendo che non l’aiutava, egli si accorgeva di ricevere il massimo e ringraziava! Succedeva allora che, di fronte ad una persona così, Dio diventava chiaro, chiarissimo, gli lasciava addirittura messaggi scritti, come era successo nel 1969; gli si presentava di persona, come credette di credere con le due persone che l’attesero sul suo cammino e vollero incontrarlo apparentemente senza un perché. Due marocchini non erano Gesù e la Madonna? Ma che ribattere, allora, di fronte ad una Banca che si comporta come fece la Popolare di Lodi nel 1979? Che dire se non che fu un fatto assolutamente straordinario? Cos’è d’altro un miracolo? (Vedete il massimo movimento 9? Queste pagine sono scritte in Codice) Ora se fatti, di questo genere, accadessero raramente a Paperino, Romano Amodeo potrebbe affermare che è stato per puro caso. Ma quando, invece, episodi come questo sono la regola, e tutte le volte che egli non sa più come farsi togliere un protesto sbucano fuori dei soldi, assolutamente inattesi e addirittura contati, allora comincia a non essere più possibile una combinazione fortuita, casuale.
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Si ricordava d’aver visto altre volte la sua faccia, allora era stato in archivio. Dopo quasi un’ora di ricerca tra le molte scartoffie, fu sicuro d’averlo individuato e infine aveva trovato il numero sulla guida del telefono. Amodeo osservò mentalmente la scena: egli che si pentiva e pregava Dio sull’autostrada, e il Cancelliere che doveva assolutamente aiutarlo in Tribunale … Ma questo racconto non è ancora finito. Infatti, il mese dopo, ad Amodeo, protestato, arrivò la comunicazione d’esserlo stato, senza che fosse scattata la cancellazione. Gli venne un colpo. Corse in Tribunale. “Ma no! Il protesto è stato cancellato. Vedi?” e il Cancelliere mostrò la cancellazione sulla sua matrice. Poi girò il foglio e, in fondo, vide segnata un'altra cambiale, di 10 milioni, a carico d’Amodeo. “Erano due?” No era una, ma il Notaio Sessa, di Milano, s’era sbagliato. Ora Dio metteva, nelle mani del suo amato e fedele Paperino, il Notaio e la sua inflessibilità del “Chi sbaglia paghi”. (In questa pagina con 11 oltre ¼ di 103, il 10 è interamente definito: è 10/1. Quando poi c’è in mezzo Dio, finisce per aver torto anche chi, al momento, appare aver ragione) Romano si recò dal Notaio, gli ricordò l’episodio del mese prima, di come era stato trattato con durezza, egli che sperava esistesse solo un pochino di misericordia. Aggiunse: “Invece mi fu risposto che chi sbaglia paghi, Beh, sa, Notaio? Chi ha sbagliato… dopotutto è stato lei.” “Come io?!” “Sì, il suo Studio Notarile ha segnato due volte la stessa cambiale!” “Impossibile!” No, possibile, controllò e vide che lo avevano veramente fatto. Trasecolò. Ed Amodeo a lui: “Dottore, io che chiedevo misericordia per me, ho misericordia per lei. Mi basta solo che lei ammetta, pubblicamente, il suo errore”. Grandioso Paperino! E il Notaio Sessa dovette farlo, innumerevoli volte. Romano aveva sbagliato e il protesto non gli fu cancellato: risultava sempre tutte le volte. Però Dio aveva trovato come stupendamente perdonarlo: sempre, il Notaio Sessa, era tenuto ad avvertire che era stato solo un suo molto increscioso disguido. Ed era la verità! Come era potuto intervenire il Cancelliere? Mosso da Dio come avrebbe dovuto e potuto risolvere la situazione se non nel solito modo che Dio segue? Addossò la colpa a se stesso innocente. Dichiarò che si era sbagliato lui! (Vedete che assetto davvero saldo? 10/1). Nel nostro mondo paga sempre il giusto per il peccatore e riesce così a sostenerne le difficoltà. Le mortificazioni del proprio io sono lo strumento più potente che esista per arrivare a Dio. E per forza! È il suo eterno merito: egli toglie potenza alla sua, che è infinita, e la dà a noi, buoni a nulla, aggiungendo esistenza ad esistenza. Ora, se a qualcuno questo episodio può sembrare del tutto inventato, controlli. Questi atti notarili sono conservati. Da una ricerca seria può risultare che questo racconto è interamente vero. Tutti potranno poi rivederlo e riviverlo, in Paradiso, se rientrerà nei loro interessi. Per ora ci è bastato ancora una volta verificare come il racconto finisca sempre nella pagina che definisce alla perfezione quel preciso contenuto. Ora l’aggiunta di 12 circoscrive tutto il volume per linee, 6 positive e 6 negative. Vediamo in che modo la narrazione lo conferma.
Volete conoscere un altro fatto assolutamente insolito, al punto tanto che possa essere un miracolo? (Quale, ad esempio, che –6, la mancanza, diventi esso pure l’opposto: +6) E quale potrebbe essere se non il caso d’un sacerdote che, nel 1987, vedendo e confessando per la prima volta Romano Amodeo, lo sconosciuto proveniente da un’altra Parrocchia, saputolo in grave difficoltà, si fece prestare 20 milioni “dalle sorelle” e glieli dette, immediatamente e senza nessuna garanzia? (Non li aveva, non li doveva e li dette!) Il nome di questo sacerdote? Don Francesco Mambretti, confessore del Duomo di Milano. La mano stessa della Provvidenza. Chi desidera si accerti se è vero e saprà che è vero. È poi tanto vero che paga sempre il giusto per il peccatore che questo episodio risulta anche al Tribunale di Milano, nella Cancelleria Fallimentare, perché Romano fallì e non potè ripagarlo. Chiunque desidera lo può accertare, perché entrò nelle istanze di iscrizione al passivo di una causa dibattuta al Palazzo di Giustizia di Milano il 30 settembre del 1987. È una brutta cosa, vero? Anch’io l’ho creduto, finché non mi sono visto invadere da Gesù Cristo fino ad esserne il reale doppione tanto atteso a fine millennio. Questo Sacerdote avrebbe acceso un credito addirittura con una figura di Dio e al di là di metafore. Quali fortune ne avrà in cambio in Paradiso, per aver sostenuto il costo di un povero Cristo? (Quale volume, sostenuto così per linee, vedete? Sempre più in grande!) Ad un certo punto la frequenza di questi eventi, veramente fuori dall’ordinario, fu tanto evidente che Romano volle avere una testimone. (Chi accertasse tutto il ciclo 10 esistente nelle 2 linee, il dare e l’avere, così 10/2, in assoluto richiedente 12 dimensioni). Avvenne questo. Al 15 del mese Amodeo incassò i 15 milioni che gli mancavano per il fine mese. Ora Goglio, amico e dipendente, che aveva investito 15 milioni nella sua ditta, gli riferì che sapeva come gli accordi prevedevano due mesi di preavviso, ma se non aveva questa somma, perdeva una grand’occasione. Romano si mise nei suoi panni e restituì il denaro, anche aveva altri 5 modi per rifarsi entro la fine di quel mese. Ma niente funzionò. Non trovò aiuti e nemmeno strozzini. Fu protestata una cambiale di 15 milioni esatti. Quando arrivò il quarto giorno dal protesto e l’indomani sarebbe stato l’ultimo per pagare il titolo e farsi cancellare il protesto, non seppe più come fare e a che santo votarsi. Allora chiamò Antonella Dall’Oglio, sua segretaria in quel momento e le raccontò tutto. Alla fine le comunicò: “Ho bisogno della tua testimonianza, perché domani io e te ci ritroveremo qui, per vedere in che modo imprevisto e straordinario Dio avrà fatto uscire questi soldi”. (Insomma voleva attestato il perfetto bilancio 10 in partita doppia). Poi se n’andò a casa a mangiare, lasciando sconcertata Antonella. Colà giunto, ecco – sorpresa! – Pietro Saviello Barbato, il suo amico del CIMEP che s’era licenziato. Si era mosso senza avvertire, andando da lui per la prima ed ultima volta, attraversando tutta Milano. Aveva in tasca un assegno che aveva firmato già da 15 giorni e che era intestato a Romano Amodeo. (Vedete? Il bilancio lo pareggiò la Bontà). Pietro aveva pensato da sé e ben da 15 giorni che “forse servivano al suo amico”, lo aveva cercato senza riuscire mai a parlarci, finché si era deciso che non poteva più attendere e che doveva andare personalmente da lui! Anche Saviello non poté esser mai ripagato da Romano di tanta generosità! Dio vuole saldargli i conti in Paradiso, per avere aiutato quel suo povero Cristo! Ed eccolo là, questo straordinario messo della Provvidenza infinita, d’un Dio che aspetta sempre l’ultimo momento, per fare sospirare e benedire il suo aiuto! Chi non ci crede, senta quest’architetto di Milano, senta Antonella.
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In quanto a lei, un’ora dopo, rientrato in ufficio, Romano la chiamò immediatamente e le comunicò: “Ti avevo annunciato che avremmo visto domani. No, ecco, è accaduto oggi!” e scoppiò a piangere, davanti a lei, come un bambino di due anni. (Ora state attenti, mentre una pagina che termina con 2 indica un bilancio, quella che termina con 3 indica sempre un volume. Infatti, la narrazione assume proprio quest’aspetto). Il fatto, ancora più straordinario, stava nella costanza di questi interventi e nel loro numero. Dal 1975 al 1986 Amodeo dovette fare protestare migliaia di cambiali al Tribunale di Milano (sono rintracciabili) e l’unico protesto che subì, fu per quella cambiale di 10 milioni, regolarmente pagata, di cui si è appena scritto. Sui valori medi, riferiti al calcolo delle probabilità, non si può scherzare. C’era un mese di preparazione per pagare un titolo. Se non ci si riusciva in 30 giorni e poi era assolutamente necessario riuscirci in 5, era del tutto improbabile che, su mille volte, si riuscisse sempre a pagare, per aiuti giunti ogni volta in extremis. Pagare in questo modo era inoltre molto oneroso. I rimedi – a protesto avvenuto – derivarono tutti da eventi eccezionali, perché, altrimenti, Amodeo si sarebbe fatto aiutare prima, dalle stesse persone e avrebbe risparmiato moltissimo, sia in denaro, sia in fatica, sia in tempo. Sono state per Amodeo vere mani della Provvidenza: sia quelle dei santi, sia quelle degli strozzini, sia, tra i due estremi, quelle di tutti. Interventi tutti ricostruibili, se un giorno qualcuno ci si vorrà mettere, indagando, chiedendo a queste persone.
Questa pagina, 200 +26 conferma l’evento eccezionale del tutto pieno: il flusso 100 sui due versi, riferito ad una coppia intera espressa davanti, dietro, a destra, a sinistra, sopra e sotto… da tutte le parti, come una Madonna e il suo Gesù. Questo libro stesso è un segno!
Ecco i principali nomi delle persone che hanno aiutato economicamente Amodeo tra il 1975 e il 1987, in ordine d’intervento e avendo escluso parenti e strozzini: Antonio Barassi (Castelveccana), Romano Gozzi (Lodi), Alberto Scarzella, Onofrio Alemanno, Corrado Di Battista, Pietro Saviello, Eduardo Di Marco, Giulio Fiorese (Besnate), Giovanni De Bastiani (Seveso), Vittorio Del Grossi, Enrico Goglio, Giuseppe Farina, Peppino Citterio (Corsico), Luigi Luccini, Maria Proietti, suo fratello, sua cognata, due sue amiche, Neda Giannetti, Serafino Quadri (Pozzo d’Adda), Lina Putelli (Varese), Luigi Sansone, Cesare Merola (Lodi), Spiridione Macchiarulo (Cologno Monzese), Giulio Redaelli, Sabato Lingardo, Giuseppe e Donata Volpe, Giovanni Lanzarini, Franco Dolfini (Paderno Dugnano), Armando Errichiello (Torino), Mauri, Giuseppe Farina (Torino), Giuseppe Ortenzi, Ermenegildo Benvenuti, Francesco Tagliarini, Riccardo Tagliarini, Renzo Vivian (Arese), Luciano Bidoli, Michele Colabella, Graziano Pallini Dagna (Marinella di Sarzana), Elda Scarzella, Armando Savastio, Don Francesco Mambretti con le due sue sorelle, Giuseppe Jodice (Rosate), Carlo Alio (S. Giuliano Milanese), un amico della Gorlini, e ancora altri di cui sfugge il nome, comparsi e poi spariti, persino dalla memoria. Sono più di cinquanta, per almeno 600 interventi di salvataggio, tutti in extremis. A questi si aggiungono una decina di parenti e altrettanti strozzini, che hanno colmato la differenza per arrivare a 1.000 protesti evitati – Deo gratias! – in extremis.101 Vedete? La pagina 263 ha espresso ora il volume degli aiuti più che l’appianamento dei conti! Non è stato fatto apposta, ma è così… Dio vuole dar segno che è un suo Codice. 101. Ora che nessuno pensi, per favore, che qui si voglia far credere che Paperino si sia meritato tutto ciò. Perché mai Paperino dovrebbe avere più meriti di Gambadilegno, la Banda Bassotti, Pico De Paperis, Orazio, Eta Beta, Qui Quo Qua, Nonna Papera, Zio Paperone, Rokerduk, Clarabella, Topolino, etc. etc?
Un giorno, infine, a Romano accadde un fatto normalissimo, per il modo in cui avvenne, ma che egli intese e sentì in un modo davvero incredibile e straordinario. Aveva da poco superato l’ingresso dell’androne di Via Colletta e stava per raggiungere il cortile in fondo in cui era il suo ufficio, che gli vennero incontro due persone. Avevano l’aspetto dei marocchini e sembravano un figlio, di circa 20 anni e sua madre. “Buon giorno, Romano!” “Vi serve qualcosa?” “No. Volevamo incontrarla.” Romano domandò perché, per qual motivo. Gli risposero che avevano solo desiderato d’incontrarlo e lo avevano atteso, sapendo che sarebbe passato da lì. “Posso fare qualcosa? Vi serve qualcosa?” Le due persone gli sorrisero amabilmente un’ultima volta e andarono via. A Romano restò dentro la domanda: “Ma cosa volevano?” ma anche il sentore, assolutamente straordinario, d’aver avuto un incontro importante, come se fosse avvenuto fuori del tempo e del suo spazio, anziché su quel percorso, reale, che lo stava portando verso il suo impegno. Quella cosa che aveva appena vissuto, non aveva, infatti, alcun senso reale. Raggiunse il suo ufficio al primo piano e notava che era pervaso, questo sì, d’un senso profondo, di pace e di gioia come se coloro che lo avessero atteso e voluto incontrare personalmente fossero stati Gesù e la Madonna. Non lo rivelò a nessuno, per molto tempo; ma anche adesso, che io ne sto qui scrivendo – lo giuro – ho gli occhi che mi si sono riempiti di lacrime 102.
102. Quest’episodio giunse alla fine dei 10 anni della conversione di Romano. Egli aveva praticamente iniziato una nuova vita nel 1971 e si era convertito alla fine del 1973. Questo 1983 segna il culmine dell’ultimo periodo intero (10 anni) della seconda vita di 33 anni programmata per lui dal Provvidenziale disegno di Dio. Quest’evento, quest’incontro con le due persone aventi i possibili tratti somatici dei palestinesi, percepito di straordinaria importanza da Romano Amodeo, segna come il saluto, per lui, per la fine e il distacco dal momento eccezionale che ha vissuto, animato veramente dallo Spirito Santo di Dio, tanto che ogni evento della sua vita, per quanto triste ed allarmante fosse, riusciva a dargli il segno chiarissimo non dell’abbandono, ma della bontà e della vigile presenza proprio del Signore. In questi 10 anni Romano volle vivere veramente nelle mani della Provvidenza di Dio. Comincerà, da questo momento, un nuovo periodo di 10 anni in cui Romano scenderà nuovamente nell’Inferno della sua vita e si concluderà quando, nel 1993, esattamente 10 anni dopo, egli si riscatterà in modo meraviglioso da se stesso, facendo un voto capestro a Dio: di togliergli il credito di tutto il mondo, finché egli sarebbe vissuto, pur di far vivere una ragazza avviata chiaramente verso la morte. Questi 10 anni di un potenziale Inferno cominceranno con la distruzione della sua famiglia di origine e la vendita di quella sua casa di Via Lattanzio che sarebbe dovuta essere il luogo dei suoi affetti familiari. Poi proseguiranno con la novità, terribile, di Romano che decide di “darsi una mossa” e di mettersi lui a provvedere, facendo soldi, attraverso un finanziamento dello Stato concesso a chi realizzava Programmi di innovazione tecnologica. Riuscirà nei suoi personali piani e si accorgerà dove lo avranno portato: a distruggere interamente la sua stessa persona, che si macchierà del più grande tradimento possibile: quello di quella donna che con un “Si, certo!” aveva dichiarato di voler sposare sacramentalmente davanti a Dio. Dopo l’incontro di Romano con chi ha intuito come la Madonna e Gesù, c’è ora l’entrata reale in scena del Santo Padre.
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Egli venne a Milano e accadde un segno preciso: si paralizzò il papà umano di Romano che morì 15 giorni dopo. Tra i Papi e gli Amodeo c’è un disegno di corrispondenza, che volle la nascita di Mariannina il 29 giugno, nel giorno del martirio dei Santi Principi della Chiesa e la nascita di Romano il 25 gennaio, in quello della Conversione di San Paolo. Pertanto l’Oracolo è che il Romano adottato dalla Madonna nel 1940 sia un doppione di Cristo, che uscirà di scena al doppio degli anni del Cristo, quando avrà 66 anni. Essendo nato esattamente il 25.1.1938, Romano uscirà dal mondo due mesi dopo il Venerdì Santo del 2004, il 9.6.2004. Ci saranno prima 15 giorni di paralisi, riferiti stavolta al trapasso del Papa… Romano uscirà di scena forse morto, forse entrando in clausura... Comunque due mesi esatti dopo la Pasqua, il giorno 11 giugno, risorgerà in Spirito il Papa, che sarà Dionigi Tettamanzi e si chiamerà Giovanni Paolo III. Con Romano nato nel segno di un Principe della Chiesa, il Papa risorgerà come il papà e la mamma, Amodeo (Nuovo papà) Luigi sarà Dionigi, e la Tetta (di Mariannina) anzi la Madonna, sarà Tettamanzi. (perché quel seno dolorante e i “Madonna!” di dolore mentre Mariannina allattava Romano e pregava, indussero la Madonna stessa ad adottarlo a figlio naturale, tanto che poi lo miracolò) Con Dionigi Tettamanzi Papa, la Mamma di tutti imporrà la vittoria del Cattolicesimo nel mondo e lo Spirito Santo, riconosciuto Ragione Vera di ogni cosa, sostituirà le varie Fedi precarie del mondo.
Capitolo 31
Dopo i 12 anni e mezzo della vita di Romano, rinata il ‘71 nel sociale, a 33 anni.
Arriva il Vicario di Cristo, introduce 10 anni di ferro e fuoco abbattendo l’obiettivo minimo di Romano Amodeo: deve essere quello massimo!
Il Papa, arriva, e papà se ne va La pagina 10+ 162, di questo libro profetico, indica un flusso assoluto, che si ripeterà. Nel marzo 1983 una chiamata straziante: “Corri, papà sta male!”. Luigi Amodeo, nel dì in cui Milano fu in festa perché il Papa vennne in visita nella città, fu trovato rannicchiato, rigido, paralizzato, pugni stretti e occhi imploranti soccorso.103 Trasportato d’urgenza all’ospedale di Via Francesco Sforza, restò a lungo con il braccio destro piegato e sollevato, come se s’aggrappasse a qualcosa in alto che solo egli vedeva. Molto dopo si rilassò. Riusciva a spostare solo gli occhi, e l’indice della destra in un tic, dell’unghia che grattava quella del pollice, un gesto minimo gesto che Romano poi si ritrovò in più occasioni a ripetere automaticamente, come se fosse unito in ciò a suo padre. Gli furono tutt’intorno, ad assisterlo, per come si poteva. Gli vennero piaghe da decubito, perfino sui talloni dei piedi. Ma capiva. La sua mente era vigile ma non avvertiva il senso tragico della sua sorte. L’unico gesto libero, che non si sa da dove sia emerso come possibilità, fu quando Giancarla, osservando come non gli fosse dato nulla da mangiare, gli osservò in modo scherzoso: “Ma vogliono farti fare penitenza!”. Dal suo volto rigido emerse una risata ultraterrena, divertita, attinta veramente a chissà quali energie dell’altro mondo. Luigi Amodeo aveva capito! La sua penitenza era per il bene di tutto il mondo e non patì assolutamente il suo stato, assistito meravigliosamente dallo Spirito Santo! Aggravò, progressivamente. Si doveva cercare d’alimentarlo per bocca, a poco servirono le flebo. Ma il cibo, sebbene liquido, spesso invadeva i polmoni e allora soffocava. Pochi cucchiai che ingurgitava sembravano un successo. 103. Fu un fatto contrastante e stridente. Romano lo notò in modo nettissimo: quella Chiesa che egli amava era in festa perché il Vicario di Cristo entrava nella città e suo padre che si stava inesorabilmente avviando alla morte. Gli sembrò una cattiveria e non capì il segno prodigioso della provvidenza. In quel tempo Romano non aveva assunto consapevolezza dei segni premonitori, ignorava l’importanza della sua famiglia Amodeo, resa da Dio come quella santa di un nuovo umano Gesù con un padre guidato da San Luigi Re e una madre MariAnnina adottata dalla Madonna come sua facente funzione. Amodeo aveva cercato di realizzare il suo Paradiso nel piccolo della sua azienda, anche se la vocazione che aveva nel suo cuore era assoluta ed immensa. Aveva avuto 10 anni di felice esperienza ed ora il suo modello ridotto doveva essere demolito, doveva essere messo a ferro e fuoco. Fu idealmente il Vicario di Gesù a prendersi carico di questa umana figura, di Luigi Amodeo, un maestro e Direttore Didattico adottato a facente funzione dello Spirito Santo, che era stata per Romano l’eccezionale guida ed esempio, per la sua formazione di uomo. Certo per come andarono le cose il Papa fece i suoi giri e Luigi i suoi altri, non entrarono in contatto se non per la condivisione dello stesso tempo. Ma in questo mondo dei valori, in cui le cose valgono solo per esserci, indipendentemente da chi le ha, la simultanea presenza, di cui Romano avvertì allora chiaramente lo stridore, introduceva veramente allo stridore dell’esistenza apparente, in cui un padre muore ed egli, Romano, entra nel personale Inferno della sua vita. Questo Papa gli aprirà la strada dello Spirito e poi bloccherà anche lui come già fatto per il padre, e non si sa se per morire o una miracolosa guarigione due mesi dopo Pasqua assieme al Papa Tettamanzi. Il braccio di Luigi, attaccato a qualche cosa, era il segno del collegamento cui ci si sarebbe dovuti attaccare.
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Dopo 15 giorni d’un vero calvario, la domenica intorno alle 13, fu portato in sala di rianimazione. Si trovò intorno Romano, mentre moriva. Morì una, due, tre volte, ogni volta riportato in vita dal massaggio cardiaco dell’infermiera, che gli poneva le mani sul petto e schiacciava con forza, ritmicamente, facendo sobbalzare tutto quel corpo in un estremo atto di violenza, finché il suo cuore riprendeva a battere, per fermarsi di nuovo, dopo una decina di colpi. “Basta!” intimò Romano “lo lasci morire!”. Gli sembrava che s’infierisse, contro di lui inerme, impedendogli fino all’ultimo, quel suo ingresso, che si era meritato, nella risurrezione promessa a tutti da Gesù. Anna, che lo aveva seguito e combattuto, soprattutto guidato nel corso di tutta la sua vita, si ritrovò d’un tratto senza più uno scopo. Quando seppe che egli era morto mentre lei non c’era, si addolorò, avrebbe voluto tenergli la mano fino all’ultimo, ma era toccato a Romano e non a lei. Cadde in uno stato di prostrazione profonda. Sembrava un automa e diceva che la sua vita era finita, che il suo Gino non c’era più, a darle uno scopo, anche un ostacolo contro cui lottare, tante volte, ma il compagno, proprio quello che era stato con lei da quando l’aveva conosciuta, senza un attimo d’esitazione o di pentimento. Si era dimenticata dei momenti in cui aveva detto che non ne poteva più, che non ce la faceva. Ora, soltanto ora, si rendeva conto di chi e di che cosa aveva dovuto occuparsi, invece di quanto avrebbe voluto. Lei voleva essere una madre Badessa o un ingegnere! a lei, che si sentiva una filosofa sognatrice, era toccato d’essere il perno assoluto d’una famiglia, da gestire usando tutto il criterio che occorre nella vita reale, per se stessa e per tutta, tutta la sua famiglia, altro che filosofia ed altro che sogni! Non si sapeva che fare per consolarla, e ci pensò, ancora una volta, il destino, la Provvidenza buona che ricorre ad ogni cosa per aiutare. Prima cominciò a paralizzarsi a lei un piede mentre camminava: all’improvviso esso non si articolava più, si rilassava e sbatteva per terra, inciampando. Poi cadde. Riuscì a chiamare soccorso e fu portata all’ospedale in Via Sarca, alla Bicocca, con la rotula del ginocchio destro ridotta a piccolissimi frammenti. Specializzati in quegl’interventi, al Paolo Pini le scopersero il ginocchio, legarono in una matassa di filo tutti i frammenti e ricucirono, sicuri che sarebbe restata una grave menomazione, specie considerando i suoi 75 anni. Ignoravano la volontà di Mariannina e la sua capacità di reazione. Quando la piccola grande donna si rese conto che avrebbe potuto trascorrere il resto della vita come una vecchia zoppa, recuperando la grinta di quando, bambina, rispondeva “Vecchia no!” alle preghiere fatte fare da lei alla Madonna, rispose a se stessa: “Zoppa no!”. Passò in seconda linea la morte del marito e la sua solitudine e si dedicò tutta a guarire, a non restare zoppa. Gl’infermieri e i rieducatori restavano strabiliati a vedere quanto fosse capace di forzare sempre più i tempi verso la definitiva guarigione. E ce la fece, non le restò che un ginocchio decisamente più grosso dell’altro e la grande ferita del taglio, ma neppure l’accenno d’una zoppìa. Romano vide in ciò il modo, ineffabile, con cui la Provvidenza aveva soccorso sua madre, attraverso ciò che tutti avevano chiamato una nuova disgrazia.
fosse ora all’avanguardia, avesse le macchine, le persone giuste e la conduzione ideale, quello che essa arrivava a produrre, d’utile, non bastava più in alcun modo. Aveva nel 1983 circa un miliardo di lire in finanziamenti e pagava 270 milioni d’interessi all’anno. La ditta non dava un utile di questo genere: significavano 22,5 milioni al mese che erano portati via solo dagl’interessi. Discusse con Giancarla la situazione. La mamma, Anna, era restata sola nell’appartamento di fronte. Essendo nata nel 1909 aveva 75 anni ed aveva bisogno di compagnia e d’aiuto, allo stesso modo di loro due. Perché non vendevano quella loro casa ed andavano a vivere con lei, occupandosi di lei? Giancarla, che era buona, decise di acconsentire, più che per tutto il resto, per l’affetto verso Anna, cui voleva un gran bene. Fu messo l’avviso e un commerciante di frutta, che aveva lo stand nel vicino Ortomercato, fece l’offerta migliore. Entrarono 250 milioni ed andarono a risolvere la situazione, ma il beneficio netto fu solo della metà circa della cifra, perché la parte relativa alle ipoteche fu incamerata dalle banche. 103
Mentre sua madre pativa queste cose, Amodeo stava patendo il suo personale calvario e giunse ad un punto nuovamente nevralgico. Nonostante la nuova struttura della sua Ditta
103. La vendita “volontaria”, cercata come una propria iniziativa, di quello che era stato voluto come l’alloggio in cui vivere l’amore della sua famiglia, per Romano, figlio naturale della Madonna, che ha solo il compito modesto d’un Paradiso da fare nella vita, significa la rinuncia al suo possibile personale Paradiso. L’aveva alla fine avuto, abitava in quella casa! Ma volle, ecco “volle”, “desiderò” fare egli qualche cosa di tutto suo. Si “arrogò” di questa scelta. Non si mise a pregare che Dio facesse quel che volesse. Non pregò, non chiese a Dio che facesse egli la sua volontà e “volle” lui, Romano, cominciare a trafficare con i valori della vita. Satana si era impossessato anche del suo cuore. Al lettore non deve sfuggire questo aspetto dei desideri e della loro importanza. Quando l’uomo desidera fare anziché lasciarsi fare, affidando se stesso interamente alla volontà di Dio, diventa arbitrario. Il Peccato Originale ripiomba sulla persona e la cuoce al fuoco lento di Satana, che lo illude che tutto dipende dalla sua capacità, per cui non ha più l’atteggiamento giusto di chi prega Dio affinché egli faccia secondo i desideri espressi in una pura preghiera. L’uomo non intende più se stesso in questo modo che corrisponde alla verità delle cose e si vede autorizzato, addirittura incaricato a sostituirsi a Dio nell’azione. Il suo essere cristiano lo porta a dire questa vera Bestemmia: “Dio vuole che faccia io quello che Egli ha solo affidato al mio Libero Arbitrio, perché mi ha voluto libero”. Questa è una bestemmia di cui l’uomo non si rende conto, perché è una affermazione che falsifica la volontà di Dio. Dio vuole dalla sua Creatura solo che essa si accorga che solo attraverso la Sua Creazione essa ha vita, dunque la chieda a lui. Dio non ama la presunzione di quell’amministratore che, avuto in mano il denaro di Dio crede che Dio glielo abbia dato per farne quel che vuole, liberamente. Dio vuole una sola cosa: che ci si ami tutti senza alcuna distinzione per i presunti meriti e le presunte virtù. Il Giudice assoluto è solo lui e l’uomo, che ignora la schiavitù delle persone, condannando i cattivi condannano Lui che tali li ha voluti per fargli alla fine superare quel loro stato, da sé, avendone merito. Non spetta all’uomo di entrare nel campo per strappare la zizzania. Così si guasta tutto il campo ed anche il buon grano. Ecco, il peccato di Romano che lo caccia nel suo potenziale Inferno, anche in questo secondo blocco di 33 anni in cui vive per perseguire risultati validi per tutta la famiglia umana, è quello di esser voluto entrare in questo campo, con le sue personali intenzioni fattive e senza che egli avesse, come faceva prima, rimesso ogni cosa nelle mani della Provvidenza di Dio.
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Il beneficio fu grandemente inferiore a quello che sarebbe stato se il bene fosse stato venduto 6 anni prima, quando c’era stata l’offerta d’acquistarlo per 180 milioni 103. A conti fatti e considerando che Amodeo aveva pagato di media il 27% d’interesse sul danaro utilizzato, questo è il trend di sei anni, a partire dai 180 milioni che erano stati offerti, meno i 30 avuti per la vendita di Viale Omero. Quindi per un impegno di 150 milioni nel 1977: 190 (1978), 241 (1979), 307 (1980), 390 (1981), 495 (1982), 629 (1983). Nel momento della vendita, anno 1983, l’esposizione era di 1 miliardo. Se Romano avesse venduto nel 1977, a parità di condizioni, avrebbe avuto nel 1983 un debito di 371 milioni, quanto 1 miliardo meno 629 milioni. Avendo venduto ora, 1 miliardo meno 250 milioni portava a 750 milioni. La differenza tra 750 e 371 era di 379 milioni, ed era la perdita secca che c’era stata, non avendo venduto al momento opportuno. Il problema, che sarebbe stato quasi del tutto risolto se nel 1983 l’esposizione fosse stata di 371 milioni (equivaleva a 8,3 milioni al mese d’oneri finanziari, perfettamente tollerabili), al livello di 750 milioni era ancora abbastanza grosso e corrispondeva a 16,8 milioni al mese d’oneri finanziari. Affinché Giancarla, nella sua nuova abitazione, si trovasse come a casa sua, Amodeo avrebbe spostato in casa di sua madre tutti i loro mobili, dando a lei l’impressione d’essere ancora tra le sue cose. Iniziò così una ristrutturazione della casa d’Anna, furono spostati i muri, rifatto quasi tutto, e costò una decina di milioni. Costò anche molta fatica fisica a tutti, anche a Pina, che andò molte volte a far opera di manovalanza, portando via decine e decine di secchi di macerie per aiutare i suoi due figli.
A partire da quando si sposò, Benito e la sua famiglia si tennero religiosamente in se stessi i loro ben motivati rospi. Ci fu una sostanziale divergenza di vedute: per Gino era il figlio che doveva fare il figlio e portare da lui i nipoti, mentre, per Benito, egli doveva fare il nonno affettuoso, alla stesso modo di come lo era stato da padre. E Anna? La tanto equilibrata Anna? Non prese posizione e, non facendolo, i rospi restarono in chi li aveva. Gino morì e non ebbe la gioia di poter avere avuto per una notte un nipote a dormire con lui in casa sua. Quando i tre ragazzi, nati tutti e tre nel 1975, furono in grado di spostarsi liberamente in quello stesso condominio in cui abitavano, andarono più volte a trovare i nonni, ma erano visite fuggevoli, non avevano avuto il modo di gustare i nonni neppure loro. Così stavano insieme tutti, nelle festività di rito, e gli uni tenevano dentro le amarezze che anche gli altri serbavano. Poi, quando i genitori vendettero l’appartamento di Viale Omero per anticipare a Romano la sua eredità, a Benito non lo raccontarono, e questo figlio aggiunse in sé un altro e ben motivato rospo. Un altro n’aggiunse quando non gli fu chiesto se egli fosse d’accordo che Romano e Giancarla andassero a vivere con la madre, in quella casa che, secondo quanto gli aveva poi detto Romano, sarebbe stata la casa che avrebbe ereditato solo lui. Ci rimase, ancora, malissimo quando i genitori, perché fosse accordato al fratello Romano il prestito di 70 milioni dal Dott. Benvenuti, misero in garanzia quella casa che avrebbe dovuto toccare a lui per eredità. C’era più d’un motivo, come si capisce, per avere risentimenti, per un difetto di riguardi verso di lui. Ora sarebbe bastato parlarne e tutto si sarebbe risolto, ma nessuno lo fece e il malessere, ad un certo punto, era divenuto la regola che imperava tra le famiglie, mentre i sorrisi splendevano, affinché nessuno restasse offeso e ciascuno seguitasse a tenere il tutto religiosamente chiuso in uno scrigno rugginoso. Romano non era così e faceva perfino fatica ad immaginare che si potesse essere così. Egli era restato nel cuore, il piccolo di sempre. Queste cose erano fuori della portata della sua logica. Aveva bisogno? Chiedeva. Non stava a mettere il carro davanti ai buoi. Spesso gli altri erano profondamente a disagio con lui proprio per questa sua schiettezza, che era giudicata sempre eccessiva. Adesso anche, che io, l’osservatore, sto scrivendo questa storia che vedo, imprigionato nei panni troppo stretti di questa piccola figura, osservo come Romano scriva, con le sue mani che battono questa tastiera, cose che saranno sgradevoli forse per Benito. Il Nostro Paperino le pensa e le dice. L’altro, il fratello, poi farà come potrà, ma avendo udito e letto tutto quello che è nel cuore di Romano, che gli vuol sempre bene, da sempre, a partire da quando lo vide per la prima volta e seppe da papà che l’avevano portato in quella scatola, posta lassù sull’armadio, avendolo comprato al mercato. Il cuore di questo Paperino è restato sempre di un piccolo e non arriva a capire che senso reale abbiano il riserbo, la prudenza, l’accortezza, il pudore, la discrezione e i silenzi. Capire è difficile, spesso impossibile, ma la sorte è sempre generosa e Romano è certo, nella sua assoluta fede, che: “Giorno verrà in cui ogni cosa sarà chiarita. Quel momento sarà per tutti d’una gran gioia e d’un infinito sollievo, perché sarà un perfetto giustificarsi, reciproco, allorché ognuno arriverà a comprendere interamente le ragioni dell’altro, essendo riuscito realmente e finalmente a mettersi veramente nei suoi panni.”
La solidarietà e le attenzioni di tutti, eccetto stranamente Benito, confortarono Giancarla, che si sentì a casa sua anche in quella casa di fronte. Benito si era messo da molto tempo in un atteggiamento stranissimo, immotivato se riferito a quei genitori che aveva avuto sempre così vicino. Ma era una questione vecchia, nata da incomprensioni assurde in una famiglia che si era sempre capita. Situazioni che nascono quando non si ha il coraggio di parlare, di tirare fuori i propri rospi.
103. Ora i benefici sono modestissimi. La differenza tra la vendita voluta fare ora e quella che avrebbe fatto cinque anni prima era sostanziale. In quel tempo era stata la Provvidenza di Dio a proporre quella vendita. Invece in questo momento fu Romano che volle attivarsi per cercare che il bene fosse messo in vendita. Se Romano avesse accettato di vendere la stessa casa quando una proposta gli era come “caduta dal cielo”, avrebbe fatto un sacrificio, e sarebbe stato anche molto gradito a Dio, perché nulla è più caro di quel qualcosa cui tu devi rinunciare perché vi sei chiamato. Abram che accetta che sia sacrificato il figlio e lo porta sull’altare non sta facendo nessun peccato, nessun omicidio, ma si sta sacrificando di quant’egli ha di più caro: la sua stessa eredità. Dio lo impedì, avendo accertato la giusta disposizione di Abram, che anteponeva ad ogni umano valore il valore attribuito dal Dio dei valori e non da lui stesso. Differente è il caso delle persone che, farneticando e non essendo interpellate veramente da Dio ma Dal Diavolo, portano al sacrificio degli altri. La “Santa” Inquisizione che immolò tutti i presunti indiavolati, per vincere Satana fu quanto di più forte ebbe Satana stesso, ossia il male Impersonato, nel suo Valore Assoluto.
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Romano sogna il momento in cui, proprio qui, su questa Terra finalmente risolta in vero Paradiso, i suoi genitori e Benito, i nonni e i nipoti, saranno finalmente l’un per l’altro tutto quello che avrebbero desiderato e che non sono riusciti ad avere ed essere. Crede che saranno proprio quei rospi (restati eternamente impressi nell’animo loro) a dargli quell’eterna rivincita, che tutti loro si meritano e che sempre vorranno avere. Crede fermamente che tutti gli uomini meritino d’essere salvati da Dio: per le sofferenze imposte a ciascuno da Lui e – se altro non bastasse – per quelle inferte al solo Gesù Cristo, dal progetto, immodificabile ed eterno, d’un Dio. Crede fermamente che questo progetto non fallirà, per nessuno, perché Dio è potere vero ed assoluto. Così – quando afferma questa sua assoluta fede – come non leggere nel Amodeo che io sto vedendo mentre le scrive, l’essenza, perdurante, d’un bimbo che sente su di sé l’assoluto affetto dei genitori e di Dio, dal momento che lo ha visto e lo conosce? 104
Capitolo 32
104. Anche nel momento in cui Amodeo sarà nell’Inferno della vita, egli non sarà coinvolto personalmente da quest’Inferno, anche se assisterà a cose fatte da lui come da uno che meritava ampiamente di esservi finito. Chiederete: “Come mai? Non è una contraddizione rispetto a quanto scritto prima, e che cioè Amodeo si è meritato di finire in quest’Inferno, perché si è dato da fare personalmente con le sue pretese fattive?” La risposta è che, sì, questo peccato lo commise. Ma anche Gesù lo commise, e si redense allo stesso modo. Infatti, ad un certo punto, Gesù desiderò di non bere il suo amaro calice, tanto che ne chiese la grazia al Padre. La differenza tra il Dio Gesù che non può peccare e il peccatore Romano, sta nel fatto che al desiderio di Gesù fu connaturata la preghiera a Dio “Che avvenisse secondo la Volontà del Padre e non del Figlio”. “Connaturata” significa simultanea, il che corregge l’errore nello stesso momento in cui esso si pone come tale. In Romano, figlio naturale e terreno della Madonna, non esiste questa “connaturazione”. Romano “prima” vuole con la sua volontà, e “poi” riconosce che l’unico arbitro di tutto è Dio Padre ed è giusto che sia così. Per Romano, calato nel tempo di un divenire e non ancora presente in un “essere in assoluto” come è per Gesù, il suo stesso essere è peccaminoso, perché è staccato dalla sua origine e dalla sua fine, è insensibile alla Ragione Assoluta di tutte le cose ed essa deve divenire la sua conquista personale, nei modi, modestissimi, di chi è calato nella relatività del tempo e deve compiere i suoi ragionamenti articolandoli tra un prima ed un poi. Detto ciò, questo “poi”, in Amodeo c’è, c’è subito, quando riconosce: “Io sono solo come Paperino nel Cartone Animato da Dio”
1984. L’attività pubblicitaria relativa ad AL, Architetti Lombardi, dopo tre anni, andò in crisi. La causa fu tutta attribuibile ai redattori che, nel desiderio di realizzare una vera rivista, avevano accresciute le pagine fino ad una ottantina, con la conseguenza di non riuscire più a tenere il passo con le date di pubblicazione, a causa della mole degli articoli che dovevano preparare. Susan Marinkovic, suo marito Beppe Pirola e Enrico Goglio, aiutati anche da Amodeo e coordinati da Paola Barazzetti, riuscivano nel loro intento di raccogliere la pubblicità, ma poi avevano tutte questioni con le ditte inserzioniste, che desideravano che gli annunci comparissero in un mese e uscivano invece mesi dopo, a causa dei ritardi cui si poneva rimedio con i frequenti numeri doppi d’AL. Romano, più d’una volta, fece osservare alla Segreteria dell’Ordine lo stato estremamente difficile in cui quel veicolo veniva a trovarsi; fece notare come egli avesse scalato per ogni numero una quota di costi che avrebbe dovuto controbilanciare con i proventi della pubblicità e come quelle entrate fossero state vanificate dal mancato rispetto degli accordi, tassativi, che erano posti alla base del contratto. Egli aveva l’obbligo di fare uscire il mensile entro 15 giorni dal termine della consegna dei dattiloscritti, con la condizione capestro che se avesse tardato d’un solo giorno non avrebbe ricevuto alcun pagamento per il lavoro tuttavia eseguito. Lamentò come, di fronte ad un simile rigore, essi pure fossero tenuti al sicuro rispetto degli accordi: che il giornale fosse un mensile ed uscisse nelle date prestabilite. Sul contratto aveva voluto, per garanzia, che fosse tenuto sempre pronto un numero speciale, di leggi e disposizioni riguardanti l’architettura e la professione, che potesse essere utilizzato per coprire eventuali buchi redazionali; e non era stato mai preparato.. Precisò che in tre anni aveva dovuto veder vanificati, così, quasi 100 milioni di lire di sconti che aveva fatto già in fattura, all’Ordine e secondo il contratto, e che non era negli accordi ora che quest’imponente cifra restasse come una sua perdita. Non ci sentivano. Il Consiglio in carica in quel tempo non era più quello che aveva curato l’accordo, così Amodeo avrebbe dovuto rivolgersi ad un Tribunale, per fare rispettare quegli accordi e, se lo avesse fatto, quell’importo gli sarebbe stato certamente riconosciuto, ma sarebbe dovuto entrare in una nuova guerra. Dopo attente considerazioni, preferì avere lavorato per gli ultimi anni pressoché gratis, al mettersi a litigare nuovamente con l’Ordine degli Architetti. Per quanto ne sapeva avrebbe messo in difficoltà gli attuali consiglieri per colpe non loro, ma della comprensibile volontà del Direttore: che AL fosse una bella rivista, corposa, invece d’un mensile scarno di sole 32 pagine. Se, per far questo, i redattori non erano stati in grado d’uscire ogni mese e lo avevano danneggiato, non era colpa del Consiglio Direttivo, ma d’una Redazione che lavorava gratis, d’una Calvano bravissima, simpatica e molto volenterosa, ma che lo faceva anche lei solo nel tempo libero… La causa, più che la colpa, stava nel dilettantismo che esisteva là, tra
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persone che dovevano dedicare solo quanto concesso dalla loro libera professione d’architetti. Pertanto se avesse compiuto un’azione decisa per fare valere i suoi diritti, si sarebbe inimicato tutto quell’ambiente, perché avrebbero giocato a palleggiarsi le responsabilità. Amodeo non voleva più guerre, una già l’aveva fatta, dodici anni prima, ma non per difendere i suoi personali interessi. Decise così che, dopo un decennio in cui si era prestato come Direttore tecnico editoriale e, scendendo nel dettaglio, come fotocompositore, impaginatore, fotografo e grafico del mensile del suo Ordine, poteva ritirarsi in buon ordine, lasciando almeno un buon ricordo. Fu spinto a questo anche da un fatto che molto lo addolorò: Susan dovette essere ricoverata all’Istituto dei tumori, perché quella spada di Damocle che le pendeva sul capo aveva deciso di cadere. La massa nera che risultava alle lastre nel suo cervello aveva preso a gonfiarsi e i medici ritenevano ora necessario l’intervento chirurgico, per asportarla. Fu operata, perse del tutto l’uso della parola, perché dovettero toccare quella parte della materia grigia che comanda quella funzione. All’ospedale aveva ora, al posto dei bei capelli d’oro, una fasciatura di garze che le coprivano il gran taglio che avevano dovuto fare alla calotta cranica; sorrideva, muta e triste, con quel suo visino dolcissimo e il gran turbante bianco. Fu necessario un anno per rieducarla faticosamente a parlare e, quando infine ci riuscì, venne la morte. Quell’ufficio di pubblicità, nei locali affittati dal Benvenuti, fu chiuso.105 Le Arti Grafiche Gorlini chiusero invece con un fallimento. Il Dott. Zanocco, commercialista e non esperto come la moglie, pur aiutato dalla figlia Paola, non era riuscito a proseguire nell’attività. Romano gli aveva tentato di dare aiuto in tutti i modi e si trovò preso in mezzo, tra la dirigenza e i dipendenti, essendo divenuto personale amico di tutti.
105. E’ veramente una vita da Inferno quella che sta a poco a poco montando su per Romano e che era cominciata dal momento che morì suo Padre e volle vendere la sua casa. La morte di Susan Marinkovic e la fine di un periodo di rivincita durato esattamente 10 anni (con quell’Ordine degli architetti che aveva voluto mandarlo all’Inferno e poi l’aveva spedito in Paradiso, quando le idee giuste di Amodeo, perché erano secondo uno Spirito di Giustizia erano state fatte vincere ad Alberto Scarzella) segnano in modo nettissimo il ribaltamento esatto delle situazioni. La morte di Susan e l’abbandono dell’Ordine hanno una chiarezza simbolica assoluta. Il Su San che muore porta a un giù, peccatore, l’Ordine che è abbandonato porta al Disordine. Per Romano, che deve essere per destino il costruttore della casa terrena, umana, del Paradiso e, in quanto tale è stato fatto laureare architetto, l’affermarsi del disordine nello stesso Spirito Etico del suo essere architetto significa veramente l’ingresso sempre più avanzante nel disordine dell’assoluta mancanza di etica. Tutto ciò introduce ad una sola cosa: Romano comincerà a darsi da fare, umanamente intrallazzando, per giungere ad avere finanziamenti dallo Stato. Da costruttore di case si trasformerà in costruttore di cose per le quali egli non ha la qualifica. Egli non è un Tecnico dei Computer e cercherà di divenirlo, piegando a se stesso le altrui competenze. Vorrà a tutti i costi costruire una capacità che egli non ha. I suoi 12 apostoli, della sua missione erano gli anni che l’avevano preparato come architetto e non come altro. Romano Amodeo, senza che se ne rendesse conto, stava divenendo arrogante al punto da pretendere riconoscimenti che non erano addebitabili alla sua qualifica.
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Assunse nella sua ditta le persone che potette, e presero servizio Loredana Russo e Antonella Dall’Oglio, mentre Carmen Lombardi era già venuta via da là tempo prima, agli accenni della tempesta, e si era aggiunta a sua sorella Michela. Maurizio, il cugino di Giancarla, veniva spesso in ufficio, attratto da Michela, che aveva conosciuto e le piaceva molto. Ci voleva poco! La ditta Romano Amodeo raccoglieva un tal fiore di bellezze che molti, fornitori e assistenti alla manutenzione delle macchine, venivano volentieri in Via Colletta solo per lucidarsene gli occhi: Anna, Daniela, Michela, Giusi, Carmen, Marilena, Simona, tanto per citarne solo alcune oltre Michela, erano ragazze da far mozzare il fiato e sarebbe parso a tutti che Amodeo le avesse scelte in un concorso di bellezza, anziché perché mandate lì, semplicemente, da un destino che non avrebbe mai potuto essere così selettivo. Uno dei visitatori, attratti da quelle ragazze, era Sabato Lingardo. Quando egli veniva, nasceva spesso un gran disordine, perché portava da bere a tutti e Vittorio certe volte fremeva. Ora abitava in un piccolo appartamento datogli dal comune di Milano, in una traversa di Viale Romagna. Era in pensione e la sua gioia consisteva nell’offrire a tutti da bere. Risparmiava accanitamente sulla pensione, andando a raccogliere gli scarti del mercato, e mangiava pane ammollato nell’acqua, avendo persi tutti i denti. Coglieva l’occasione, per andare in Via Colletta, da un piccolo commercio che aveva intrapreso: vendeva rotoli di nastro adesivo, un prodotto largamente in uso nella ditta Amodeo Alcuni clienti della Gorlini passarono ad Amodeo: il professor Potì, matematico innovativo, e Michele Colabella. Potì scriveva libri nei quali portava avanti un suo nuovo metodo d’indagine matematica, ma a Romano parve che certe volte desse i numeri, quando, nella composizione dei testi, cambiava con troppa disinvoltura le formule, nella loro espressione matematica. Gli ricordava per un certo senso il commendator Barassi, buonanima perché morto da poco, che si batteva disperatamente per l’ecologia, avendo egli pure come la mania di mettersi in mostra, per questioni così vitali per l’uomo. Se le formule del Potì fossero state esatte, sarebbe stato un genio e ad Amodeo sembrava così, ma solo quale uno patetico e incompreso, che non si rassegnava al fatto che nessuno gli desse retta. Anni dopo si sarebbe ricordato del Potì, ma a quel tempo mai e poi mai immaginava che un giorno avrebbe forse potuto trovarsi nell’identica sua situazione. Il Prof. Colabella, invece, aveva tutto per apparire un serio ricercatore, innamoratissimo del suo paese, Bonefro, nel Molise. N’era divenuto lo storico. Insegnava in una scuola media di Milano e divenne una vero amico del Nostro Paperino quando, avendogli Amodeo confidato un suo momento di crisi acuta, si vide offrire spontaneamente un aiuto economico non richiesto… uno dei tanti e soliti fatti anormali che gl’impediva sempre di restare definitivamente protestato, dopo che lo era stato in un primo momento. Altro grande amico Luigi Scipione. Per conto della Galleria d’Arte contemporanea, Romano curava i cataloghi degli artisti, mentre Scipione era l’addetto alla segreteria. Quanti amici meravigliosi ha avuto Amodeo, con cui confrontarsi e attraverso il cui esempio buono, migliorarsi! Amodeo aveva conosciuto il Sansone attraverso Lina Putelli, una poetessa di cui le Arti Grafiche Gorlini avevano pubblicato molti libricini di poesie.
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L’incontro, di Romano Amodeo, con la Putelli, fu uno di quelli magici. Già molto anziana, viveva con una sorella, entrambe nubili, in una sua casa nella parte alta di Varese, in un bel condomino alberato. Lei era diventata vate di suo fratello Aldo Putelli, del quale voleva pubblicare un libro dei disegni e dipinti. Aldo era stato ricoverato in un campo di concentramento nazista, aveva molto sofferto e Lina, poetessa e romantica, aveva una venerazione per lui, così bravo e importante, morto purtroppo da anni. Non andava dimenticato, perché, con l’intera vita, solitaria anche la sua, aveva dimostrato ed annunciato l’importante necessità per l’uomo che non facesse più guerra e si dedicasse ad un’opera di recupero di tutti i suoi valori positivi. Romano amò Lina appena la vide, per quella sua passione tenera che animava il volto vecchio e provato dagli anni e lo illuminava dell’immensa bellezza dello spirito. Si piacquero appena si videro, perché anche Lina intravide la stessa cosa in quel giovane imprenditore che lo faceva inseguendo egli pure un suo sogno. Romano prima le pubblicò alcuni libretti di poesie scritte da lei, poi passò a realizzare l’opera per il fratello. Ne venne fuori una bellissima pubblicazione che costò a Lina 22 milioni di lire, una cifra rilevante. Ecco, questo importo sarebbe restato a lungo, tra loro, come un mistero. Anche altre persone sarebbero restate apparentemente colpite lungo il cammino di Romano, ma io, che sono l’osservatore e il narratore di questa vita e la conosco già, in tutto lo sviluppo presente e futuro, posso premettere una rivelazione. Romano terminerà la sua vita senza riuscire a pagare i suoi debiti, cosa che avrebbe desiderato oltre ogni dire. Tutto questo sarebbe apparso a tutti coloro che in parte furono e saranno ancora chiamati a sostenere il suo cammino, come una pecca di Romano. Ma quando si accorgeranno, alla fine, che cosa avrà voluto per loro la Provvidenza di Dio (che restasse un debito di Romano e come avrebbero vantato questo credito rispetto alla sua figura “unica”, di una comune persona, che sarebbe però stata invasa a tal punto da Gesù e dal suo Santo Spirito, da non cogliervi quasi nessun’altra differenza che il tipo dei miracoli fatti…), allora capiranno di che grande privilegio avranno goduto dalla loro buona sorte. Gesù faceva i miracoli guarendo gli storpi e togliendo all’umanità le malattie, mentre attraverso la figura di Romano li avrebbe fatti svelando le verità nascoste da Dio ed assolutamente inimmaginabili dall’uomo e togliendo a lui ogni incertezza. Gesù in se stesso come l’espressione di Dio venuto a dividere (per dare un senso alla persona di ciascuno), ritornato poi presente in Romano (la cui anima gli avrebbe fatto interamente posto, facendosi piccola piccola) Gesù, riapparso tra gli uomini avrebbe riunito quanto prima aveva diviso, superando quel momento nel quale, per mettersi fianco a fianco con le persone, aveva dovuto realmente morire. Con il suo ritorno in Romano non ci sarebbe stato altro che la mortificazione dello Spirito, ma sarebbe giunta in un allegro rompiscatole, abbattendo ogni paura ed eliminando l’intera tragicità della vita, fatta finalmente vedere per quello che è: un’opera virtuale di Dio, in cui la sua Virtù si trasforma in vita reale per l’uomo. Ecco, in questa pagina 275, in cui ne mancano 25 alle 300 che indicano il “centuplo quaggiù” sulle 3 linee generatrici dello spazio, il numero 275 indica tutto il cammino di chi è nato nel 25 (Gesù e la sua ripresentazione in Romano). E, facendo osservare come questo libro sia scritto davvero in Codice, dallo Spirito Santo, esattamente in questo spazio di racconto è espresso il senso concreto delle due presenze del Cristo: in Gesù come la presenza in se stesso e in Romano come nell’umile “soldato dello Spirito Santo” che avrebbe accolto in sé quello di Gesù e di Dio, per comunicarlo, da uomo, alla ragione dell’uomo.
Cinzia Luccini, la figlia di Silvana Barattieri e Luigi, era stata assunta nella struttura che gravitava su Via Colletta. La Cooperativa Astralon, costituita anni prima, seguitava, infatti, ad usare i macchinari messi a loro disposizione da Amodeo. La bella Marilena, che quando c’era aggiungeva anche la sua alle altre bellezze, veniva a lavorare lì, usava le macchine ed era chi teneva la contabilità per la cooperativa. Una cooperativa iniziata per fare chissà che cosa e che, nonostante non avesse altri costi fissi che l’affitto della sua sede al n. 65 della stessa via, era restata a lungo con la sola Marilena al lavoro. Poi avevano deciso d’assumere, finalmente, una persona. Cominciavano con prudenza, estrema, con una apprendista e questa sarebbe stata Cinzia. Fecero domanda per l’apprendista ed indicarono che essa avrebbe lavorato presso la ditta Romano Amodeo. Vennero subito lì gl’ispettori, incuriositi dal fatto strano di chi chiede d’assumere una persona per poi farla lavorare da un’altra parte. Cominciarono ad indagare sui rapporti tra la cooperativa Astralon e la Romano Amodeo ditta individuale. Marilena fece vedere le fatture del noleggio delle macchine, spiegò come Amodeo avesse voluto favorire il loro lavoro, come lei da anni lavorasse come socia e come adesso si volesse introdurre un’apprendista. Gl’ispettori se n’andarono, tutti soddisfatti. Pochi mesi dopo la ditta individuale si vide accusata d’avere cercato d’evadere le tasse, dividendo il lavoro su due tronconi. La conseguenza fu una pesante multa. La cooperativa, senza dir nulla a Romano, pagò la multa, ritenendosi la causa di quell’intervento. Anni dopo, quando Amodeo lo saprà, si vedrà affibbiare una multa colossale per avere evaso i contributi da dare a Marilena, per tutto il tempo che lei aveva dichiarato d’aver collaborato come socia della cooperativa. Non potette opporsi, perché l’avere pagato quella multa era in se stesso una ammissione di colpa; né potette comunicarlo all’Astralon, perché la cooperativa si era ormai disciolta 106. Cinzia, aveva lavorato nell’Astralon per due anni e fu assunta da Romano, che diede lavoro anche al suo ragazzo.
Tutto quanto Romano aveva intentato sembra ora condannato ad andare distrutto. Aveva cercato di aiutare le Arti Grafiche Gorlini ed erano state chiuse per fallimento. Aveva cercato di dar vita alla Cooperativa di produzione e lavoro Astralon e il tentativo stesso di aiutarla lo mise in crisi con l’ufficio del Lavoro. Il tentativo dell’Astralon di pagare per quello che è un loro errore si ripercuoterà contro Romano con una condanna nemmeno più revocabile. Sta vivendo davvero una esperienza infernale per gli esiti, che hanno cominciato ad essere tutti sfavorevoli. Chiederete di chi sia la colpa, ed essa fu di Romano. Ma la causa di essa fu il Maligno, che si era infiltrato facendogli credere che tutto dipendeva da lui, anche se egli sapeva benissimo come non fosse vero, dipendendo ogni cosa dalla Provvidenza di Dio. Chiederete allora ancora come sia possibile che uno creda in un modo e poi faccia nell’altro? La risposta è così semplice da essere perfino scontata: le cose non accadono in base al nostro credere. Se crediamo scemenze, non si realizzano. Credo di fare un salto di 100 metri? Posso provarci finché voglio e non ci riuscirò mai. Ma se credo di fare quella stessa cosa che Dio stesso vuole che accada, perché io commetta l’errore e lo capisca, presto o tardi, allora crederò di averlo fatto io, ma non sarà stato veramente così. Nel relativo della storia dei promessi sposi Renzo e Lucia sono liberi, ma in assoluto no. E la loro libertà è solo quella storicizzata dal Manzoni. Così noi tutti esseri relativi a questo mondo. Ci sembrerà di essere liberi per il “senso di libertà” che Dio ci avrà saputo donare, donandoci un “io esisto”. 106.
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Ci fu un momento in cui in Via Pietro Colletta, n. 29, gravitarono poco meno di trenta giovani e meno giovani: 15 assunti a libri, il resto come agenti di pubblicità.
Non fu così, non furono abbandonate, ebbero modo anche quelle persone di dare un valido contributo. Prepararono bei libri e fecero il meglio che fu loro possibile.
Il periodo tra il 1980 e il 1985 fu soprattutto quello degli anni di Vittorio Del Grossi. L’amico di Amodeo gli fu amico, com’era successo a Barbara Baratta, fino a quando Romano non fece un’esperienza molto al di fuori, anche della capacità sua, pur grande, di capirla. Un giorno – era il 1974 – Vittorio andò pertanto dal suo titolare e gli dichiarò: “Basta, mi sono stancato! Vuoi andare bene? Allora ascolta me: costei? Via! Quest’altro? Via! …” e fece una lista di proscrizione: dei buoni e dei meno buoni, se non cattivi 107. Dichiarò che se Amodeo seguitava a tenere nell’organico persone che vanificavano tutto il lavoro ch’egli procurava a fatica, non poteva mai aspettarsi di risolvere la sua situazione economica. Gli spiegò dettagliatamente come tutto il lavoro che faceva fare a quelle persone inquadrate nell’organico della ditta non portava veramente alcun frutto, era come se non ci fosse. Romano aveva deciso d’avvalersi di lui già da tempo e gli diede retta: lasciò alle dipendenze della Romano Amodeo, in Via Colletta quanti aveva voluto e trasferì in altro luogo, sotto la sua diretta responsabilità tutti gli scarti di Vittorio. Rispose al Del Grossi che lo scopo suo non era quello di fare soldi, ma di dare il modo di lavorare a chi cercava di farlo: se alcuni non erano bravi come serviva, non era motivo sufficiente perché fossero abbandonati. Proprio però per dargli retta, visto che lo aveva fatto capo e non dargli il dispiacere di vedere vanificato il suo lavoro, che restasse a lavorare lui con i bravi, giacché, dei meno bravi, si sarebbe occupato egli in persona, Amodeo. Il titolare della Ditta convocò il personale e quando fece sapere come sarebbe stata aperta una succursale in Via Varese, nella sede dell’Ex Gorlini che era fallita e che “Costei, costei, e costui…” – le persone scartate da Vittorio – sarebbero andate là, proprio esse si arrabbiarono molto che Romano togliesse loro Vittorio e li mettesse allo sbando 108.
Romano aveva iniziato da tempo lo studio del problema delle macchine dedicate alla composizione elettronica dei testi: era troppo grande la loro obsolescenza. Le ditte costruttrici giocavano sulla difficoltà del loro uso e costringevano gli utenti ad un furioso e perpetuo aggiornamento, ogni volta dovendo eliminare del tutto il sistema vecchio giacché inconciliabile con il nuovo. Ora il problema eterno di Amodeo era la liquidità; ebbene c’era una legge dello Stato che finanziava l’innovazione tecnologica. Era possibile avere stanziamenti anche di miliardi che costavano per cinque anni solo il 2% e che poi sarebbero stati restituiti in 10 anni a tasso fisso: 8%. Questa legge riconosceva il costo degl’immobili, del personale e delle macchine per cinque anni. Dato che Romano spendeva circa 300 milioni l’anno per il solo personale, se avesse fatto in modo che esso facesse della sperimentazione, aveva già pronti 1,5 miliardi di giustificativi sui quali poter avere il 90% circa di rimborso, dunque 1,35 miliardi di lire. Per cinque anni avrebbe pagato un interesse di soli 27 milioni l’anno, pari a 2,25 il mese e sarebbe riuscito a risolvere il suo problema, che era sempre il solito: pagava troppo alto il costo del denaro. Allora intraprese tutta una serie di nuove amicizie finalizzate a trovare una possibile via esecutiva di questo progetto. Venne in ufficio Lanzarini, un tipo che non godeva molto della fiducia di Vittorio, vennero altri, e l’amico di sempre restò sconcertato: “Cosa cavolo stava facendo Amodeo? Non vedeva che tipi erano?” Essendo una persona rispettosa, Vittorio non se la sentì mai di consigliare all’amico: “Sta attento che questi ti menano in giro!” Poi Amodeo aveva iniziato a trafficare con i leasing: sembrava prendere macchine che non gli servivano e usare i noleggi con riscatto come una sorta d’anomalo finanziamento. Era venuto in ufficio Renzo Vivian, un procacciatore che neppure lui godeva eccessivamente della stima di Vittorio. Insomma, dalla morte del padre e da quando poi si era trasferito nella sua nuova casa, secondo Vittorio, Romano era troppo cambiato. In effetti, buona parte della sua disamina era corretta, ma la questione era che occorreva fare approvare dal Ministero dell’Industria un Programma d’Innovazione tecnologica e che Amodeo stava cercando di toccare tutti gli aspetti della questione per poterne venire a capo. Era proprio questa cosa del Programma – era questo! – che a Vittorio e a tutti sembrava la cosa più assurda e fuori del mondo. Che un laboratorio di fotocomposizione, seppure avente un laureato per proprietario, potesse trasformarsi – zaff! – in un Ente che fosse riconosciuto capace d’una innovazione tecnologica nel campo dei computer, infatti, era assoluta fantascienza! Romano pensava d’ottenere un miliardo di lire dal Ministero dell’Industria! Follia! Chi cavolo glielo aveva messo in testa? Cosa volevano da lui i vari Lanzarini, Dolfini, Bidoli, Errichiello, Farina, Vivian, la Sideltronic, Tagliarini e chi più ne ha più ne mette? Se una azienda cerca di fare una cosa così, per primo deve sapere che cosa… perché nessuno ti dà soldi su una pura fantasia! E che cosa poteva venire in mente ad Amodeo di
107. Questo evento fu molto significativo, a far vedere a Romano come tutte le virtù, corrispondenti al tempo precedente, si trasformassero in arbitrii fatti contro la persona. A fin di bene, sempre a fin di bene, ma ciononostante scelte arbitrarie, che passavano sopra al loro essere quello che solo Dio gli aveva concesso di poter essere. Vittorio Del Grossi, che era stato il portiere che doveva evitare agli avversari di fare i gol, diventa uno che desidera comandare e formare la squadra. È il massimo guaio che viene in ogni squadra, perché le persone devono stare a rispettare il loro ruolo e non stravolgerlo. Romano, che, pur finito all’Inferno, ancora non ne era del tutto contaminato, si opporrà a questa logica, in un modo stranissimo: rispettandola nei confronti del solo Vittorio, ma non in assoluto, perché giudicò che esistesse anche il diritto di non essere esclusi, da parte di coloro che erano esclusi da lui, nella pretesa che ciò corrispondesse al bene di Romano. Come se il suo bene fosse l’azienda prospera, prima che le persone per le quali essa esisteva; tutte le persone e non solo a quelle brave. 108. Chi capisce il Romano “buono”, all’Inferno? Quivi i condannati prediligono chi li condanna!
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fare e di saper fare, di tanto importante, che lo Stato Italiano la riconoscesse talmente di pubblica utilità da dargli, quasi gratis, tutta quella barca di soldi? Come si vede le domande erano serie e alquanto fondate 107. Questo fu il percorso gnoseologico per Romano e questo è il fine di quest’inferno sempre più assoluto in cui la Provvidenza Buona di Dio lo caccerà, per renderlo idoneo, poi, veramente al massimo, avendo conosciuto il massimo del possibile negativo, ossia dell’Inferno. Vittorio però commise lo sbaglio d’avere ad un certo punto sottovalutato non tanto Romano, quanto la sua buona stella. Il comportamento mite che Amodeo usava con le persone, che per il Nostro Paperino era secondo l’esercizio d’una vera forza, per il Del Grossi era secondo la manifestazione d’una vera debolezza. La logica del mondo, di Vittorio, era ben diversa da quella che invece cercava di seguire il suo titolare: quella di Dio! E Romano lo faceva perché giudicava la logica di Dio veramente molto migliore di quella del mondo. Va bene, d’accordo. Ma la logica di Dio non è di mettersi a stravolgere le cose! Il tuo lavoro è fare il fotocompositore? Ebbene fa quello! Dici, secondo CL, di non avere un progetto e ti metti a fare un Programma? Cambia la dizione, ma tra Programma e Progetto non c’è molta differenza. E allora, Amodeo, come la metti?
Romano “la metteva” affermando che il suo compito era d’aguzzare la mente ed era quello che stava facendo, nella massima delle libertà. Dio poi non ti chiede d’essere un coglione. Ti chiede d’essere il meglio che puoi. E il meglio non significa essere uno che vince, o arricchisce: il meglio è chi vive nel tentativo concreto d’aiutare gli altri. Allora egli stava usando proprio questo meglio e tutto quello che stava facendo era proprio per consentire, con il frutto del suo lavoro, il guadagno anche delle persone meno brave, quelle che, nella logica di Vittorio, sarebbe stato giusto mandare via perché vanificavano tutto il guadagno. Certo, dal punto di vista microscopico di chi ha l’occhio corto, una lira guadagnata su un lavoro è pur sempre una lira, ma nella concezione offensiva, sempre molto all’attacco, d’Amodeo, i piccoli colpi della malasorte erano quisquilie di fronte alla vittoria assoluta. La sorte di queste persone messe all’indice da Vittorio andava allora risolta in modo grandioso. Non sarebbe stato possibile cavare sangue dalle rape? D’accordo. Ma allora Vittorio non si stupisse che il rimedio cercato da Romano prescindesse dal guadagno che queste persone riuscissero a procurare. Però ci si dovevano provare, bisognava dargli credito e dargli il modo; e ci doveva essere uno che prendesse a cuore questa loro vita 108.
107. Questi che venivano rimproverati a Romano erano i suoi veri peccati. Romano, seppure adottato umanamente dalla Madonna come un figlio naturale, quando fece sì da risparmiarlo dalla morte, non era un Dio come Gesù, ma una persona modestissima che esisteva nella logica dei giudizi di tutte le persone fornite di capacità di ben ragionare. Questi giudizi espressi contro la logica di Romano erano veri. Romano non era più lui dalla morte del Padre. Lo avevano notato anche loro. Non stava dando loro più quella chiara testimonianza che gli dava prima. Adesso gli pareva per quello che era divenuto: uno che si barcamenava, cercando di fare anche il furbetto, quando gli conveniva. Oh, non con loro, ma con le situazioni in cui essi erano coinvolti. Romano era caduto nello stesso limite in cui era caduto in precedenza, quando lottava per se stesso, aguzzando il suo ingegno. Ora non lo faceva più per se, ma per le persone della sua azienda, ed era già meglio. Ma non corrispondeva ancora al bene per tutti. La sua azienda e le persone che vi lavorano non erano il tutto. Romano doveva poter riuscire ad abbandonare anche questa struttura che si era scelta come il suo Ortonovo, da quando aveva cominciato a costruire la sua azienda anziché la sua casa costruita ad Ortonovo. È stato cacciato all’Inferno non da un Dio Vendicativo delle colpe, ma perché provi nuovamente, umanamente, che cosa gli succederà, così capirà molto meglio grazie ai suoi errori, ma solo dopo che, in questo secondo tratto di vita, ha avuto modo di capire benissimo che il Paradiso sta nell’accettazione assoluta del Disegno di Dio, come il massimo dei beni possibili. Per questo la nuova vita e la prima erano iniziate entrambe con il Paradiso. L’inferno, piazzato nell’esperienza umana dopo che ti è fatto balenare il Paradiso, non ti imprigionerà, se hai capito veramente che cosa sia il valore che esiste nel Paradiso. Così l’inferno, più terribile ti si mostrerà, più ti susciterà una grande ribellione, essendo tu stato reso capace di giudicarlo in base al vero valore che prima ti è stato ben impresso nella mente. L’inferno diventa prima un enorme Purgatorio e poi, purgati tutti gli errori della comprensione, avrai nuovamente il Paradiso, essendotelo personalmente guadagnato. Dio vuole che tu te lo guadagni e lo soffra. Solo in tal modo esso diventa veramente tuo.
108. Nel loro relativo questi argomenti di Romano valevano, perché, seppure nel piccolo campo, egli stava cercando di far affermare i valori assoluti. Considerato, invece, tutto ciò in assoluto, esso era un nuovo peccato, perché puntava solo ad una piccola struttura. Oh, certo nella speranza che si allargasse. Ma intanto essa entrava in competizione ed in rivalità con tutte le altre. Animato, fondato da CL, Romano aveva assunto, in un certo senso, le stesse pretese cielline di realizzare una piccola parte di mondo pulito, perché si avesse l’idea stessa di che cosa esso significasse. CL l’aveva ottenuto, ma poi lo difendeva contro l’Azione Cattolica e contro tutti quelli che non appartenevano a tutto ciò. La difesa diveniva involontariamente un’offesa per chi la pensava differentemente e non si trovava più di fronte a persone veramente caritatevoli, ma chiuse sulla difensiva, timorose che il loro bicchiere di acqua pulita si guastasse. Il progetto, fatto da Dio, sul solo Amodeo, andava molto al di là di questo. Amodeo avrebbe dovuto abbandonare la difesa di ogni organismo, per difendere solo tutta l’umanità, giacente nell’identica condizione: erano tutti pupazzetti di un cartone animato, in qualsiasi ente, più o meno illuminato, essi fossero stati introdotti dal Dio Creatore. L’umanità avrebbe dovuto rispondere come un unico blocco. Ma, fatta l’esperienza del bene singolo, fattagli fare ora quella del bene per il piccolo gruppo, ora Dio vuole che Amodeo passi a considerare tutto il blocco della vita e deve fare ancora molte amare esperienze, prima di riuscire a riscattarsi fino a questo punto. Infatti crede ancora troppo alla sua onesta, alla sua propria e non come ad un dono datogli così da Dio. Dovrà assistere allora a come Dio, gradatamente, gli toglierà interamente quel dono, fino a fare di lui il peggior traditore che esita: quello di chi tradisce la sua stessa compagna, assunta per Sacramento.
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Ora le questioni accadute in questi due anni, dal 1984 al 1985, furono così intricate che se le si dovesse raccontare per esteso occorrerebbe un libro per ciascuno dei due anni. Dunque non ci provo neppure, ma Amodeo riuscì a creare due aziende e una delle due fu intestata a Giancarla Scaglioni, sua moglie, che divenne titolare d’una ditta individuale. In essa lavorarono un gruppo di persone che se la cavarono molto di più di quanto dicesse Vittorio. Quello fu un attestato grandioso di stima e di fiducia, espresso da Giancarla a suo marito, perché si trattava d’una ditta individuale: la GSA, Giancarla Scaglioni in Amodeo, iscritta alla Camera di Commercio come GIESSEA di Giancarla Scaglioni. Fu arredato un bellissimo ufficio in Via Varese al n. 14 e vi fu svolta soprattutto attività editoriale, pubblicando libri. La divisione in due dell’organico fu l’occasione, molto utile a Vittorio, per vedere come, divenuta la Romano Amodeo quella ditta che era interamente come l’avrebbe fatta lui, accertatosi come ci fosse l’utile e com’egli fosse un vincente, fosse giusto decidere di mollare un perdente, per il quale il denaro prodotto era come versato in un pozzo senza fine. Così un giorno, nel 1985, anche Vittorio, gli rivelò: “Romano, ti devo parlare.” In questo libro scritto in Codice, in cui alle pagine corrispondono i sensi relativi attribuibili, 281 sono 200 +34, cioè la realtà su base trinitaria riferita al tempo pieno dello spostamento della presenza del “centuplo quaggiù” di Gesù. Questo numero 281 pertanto indica l’assoluto compimento di una fase di esperienza nel tempo, e a niente d’altro può corrispondere l’abbandono di “Vittorio Del Grossi”: all’inizio di una “sconfitta alla grande”.
Interno della casa di Via Lattanzio, riadattata. Uno dei dipinti sul muro.
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Capitolo 33 (33 indica tutto il percorso nelle decine e nelle unità, insomma la morte, e in questo capitolo è finita la morte, il fallimento della sua azienda)
1985. Il Programma d’innovazione tecnologica studiato da Amodeo cercava di risolvere un gravissimo problema nazionale: la mancanza di dialogo tra i computer. Chi entrava, come aveva fatto Romano, nell’orbita della Compugraphic, vi restava imprigionato e non poteva passare ad altre case. La schiavitù di fatto derivava da macchine così difficili e particolari nel loro uso che quanto imparato per l’una non valeva per l’altra. Di conseguenza, se Amodeo avesse voluto passare ad una macchina della concorrenza, doveva accettare l’idea d’impegnare un gran tempo perché il personale conoscesse gli altrui metodi. La cosa incresciosa era che, ogni biennio, una casa come la Compugraphic sfornava nuovi modelli e che neppure i loro nuovi dialogavano con i vecchi: bisognava buttare via macchine costose (e parzialmente acquistate con leasing quinquennali) dopo soli due anni, pagando costi sproporzionati. Amodeo studiò il modo d’ovviare quest’inconveniente. Fece un Programma nel quale evidenziò la soluzione. Essa fu riconosciuta possibile da un esperto e allora il Programma fu presentato al Ministero dell’Industria. Il Ministero, valutato l’impatto della nuova tecnologia sul territorio, riconobbe la qualifica d’alta tecnologia, che significava un riconoscimento del 90% circa dei costi. Fu firmato un Contratto e la sperimentazione cominciò, svolgendo la traccia del Programma. Ditte specializzate, esterne, prepararono le macchine, portando avanti lo sviluppo ideato da Romano Amodeo. Infine una Commissione ministeriale venne a controllare se il Programma era stato svolto o no. Nel caso d’Amodeo riconobbe che il successo era quantificato non pieno, ma raggiunto solo al 95% e fu scorporato così il 5% dello stanziamento. Il progetto era stato approvato per 1,2 miliardi di lire. Vittorio, quando decise d’andarsene, così spiegò la cosa ad Amodeo: “Ho due figli che si appressano all’età del lavoro. Io so che se ti dico di prenderli tu li assumeresti; ma sarebbero loro a non voler venire. Con una ditta intestata a me, invece, probabilmente li avrò al mio fianco e questa per me è la soluzione ideale. Tu cosa ne dici?” “Vai, Vittorio, ma ti dico di più: a te spettano tre mesi di preavviso, visto che sono cinque anni ormai che lavori qui. Va via fin da stasera e ti pagherò i tre mesi come se avessi lavorato. Non desidero che questo periodo diventi, senza che tu lo faccia apposta, un’occasione tale che tutti i clienti, che conoscono te, poi seguano te. Così da domani andrò io al tuo posto e forse si affezioneranno anche a me prima che tu sia in grado di cominciare a lavorare con questa ditta che, immagino, devi ancora mettere in piedi.” Il giorno dopo e, di punto in bianco, Vittorio uscì da un percorso che per cinque anni li avevano rimessi nuovamente insieme. Avevano anche ricostituito la squadra di calcio, in memoria dei tempi passati, iscrivendola ai tornei CSI nella categoria “tempo libero”. Non era più l’Anni Verdi, ma la Romano Amodeo e sarà un’esperienza che proseguirà, avendo fatto a meno di Vittorio Del Grossi, per degli anni, fino a quando giocheranno, in questa
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squadra, i due diciassettenni nipoti di Romano: Marco e Andrea, figli di Benito e nati nel 1975; dunque fino al 1992. Questo gravissimo inconveniente ritardò paurosamente i tempi per la definizione del Programma d’innovazione tecnologica e fu per Romano una grandissima perdita. Quella definizione che sarebbe stata possibile entro la stessa fine di quell’anno, slittò al 1986. Romano dovette spostare una quantità enorme di milioni da pagare di mese in mese, oberandosi ogni volta dei costi aggiuntivi per i rinnovi. Fu così costretto a prendere in seria considerazione l’offerta di 150 milioni fattagli dal Dott. Tagliarini, che voleva che suo figlio Riccardo entrasse come socio. Il giovane venne a far pratica ed assistette a tutte le fatiche fatte da Amodeo in quel periodo, tanto da scoraggiarsi e scoraggiare il padre. Poco dopo fu aiutato miracolosamente da Don Mambretti, che, confessando lui sconosciuto e non richiesto, gli dette immediatamente e spontaneamente 20 milioni fattisi prestare a sua volta dalle due sorelle. Finalmente il 28 maggio il Ministero dell’industria emise la prima tranche di contributo versando 450 milioni su un conto di transito. Romano Amodeo riconobbe a se stesso: “Sono stato bravo! Sono finiti finalmente tutti i miei guai”.
buchi fatti nella barca, buchi così grandi che sperò solo d’affidarsi ai risultati della sua innovazione tecnologica.
La Provvidenza aveva da sempre sostenuto Romano ed aveva fatto sì che veri miracoli facessero sorgere capitali quando non ce n’erano affatto… Ebbene, fu proprio in quest’occasione, che Amodeo ebbe sul conto 450 milioni di lire e giudicò: “Sono stato bravo!”, che non riuscì più a pagare, con quelli, appena 40 milioni di cambiali a fine mese! Fu proprio da quel momento che esclamò convinto: “Sono finiti finalmente tutti i miei guai”, che vide che essi cominciarono sul serio e che andò tutto in rovina. Il destino di questa persona è fuori da ogni norma e gli accadono le cose più impossibili: quali il pagare quando non ha nulla (e salvarsi) e il non riuscire a pagare poco quando ha molto (e perdersi). Tutto, nella logica delle cose, poi ha dei formali perché. Fu in questo modo che Romano non poté disporre del denaro suo. A Roma erano stati consegnati su un conto di transito e dovevano giungere a Milano depositati sul suo conto. Il Credito Artigiano non volle dare ad Amodeo soldi già versati sul suo conto a Roma e non ancora pervenuti materialmente a Milano. Romano lasciò andare i 40 milioni in protesto, sicuro di pagarli, in quanto il Credito glieli prometteva ed assicurava di giorno in giorno. Arrivato il 5° fatidico giorno dalla data del protesto, la banca non volle dargli nulla, per quanto fosse già suo. Amodeo ebbe la disposizione dei fondi solo il giorno nove del mese di giugno e non potette più acciuffare le farfalle, irrimediabilmente sfuggite ad ogni possibilità di controllo. La conseguenza fu che tutte le banche gli revocarono molte centinaia di milioni di fido e dovette utilizzare quel denaro, più altro che dovette procurarsi, per tappare gli enormi
Non era ancora finita! Con il Programma pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, qualcun lo seppe e pensò bene di boicottarlo 109. Tornò in luglio da Nicola d’Ortonovo, dove aveva concesso in affitto uno dei suoi appartamenti (per avere del denaro almeno da lì) e ci mise disgraziatamente otto giorni in più, per il ritardo di chi doveva entrare: un maestro impegnato con gli esami. Durante questa sua assenza, forzosa e più lunga del previsto, entrarono i ladri nello stabilimento di Via Varese e quando vi si recò, trovò la sparizione, il saccheggio e la devastazione delle macchine che erano state costruite e portate là perché fossero messe tutte assieme a formare una macchina sola. Doveva divenire, in un grosso mobile rec che conteneva le 27 apparecchiature, un unico computer, in grado di leggere i dischetti delle varie case costruttrici, formattati diversamente.. Le tre sciagure una dietro l’altra: l’uscita di scena di Vittorio, il protesto avendo il denaro e il pretesto del boicottaggio, furono il chiarissimo segno del destino che era finita un’altra importante tappa della costruzione di Romano Amodeo. Tutta così è stata costruita la vita di questo personaggio: con conquiste e stroncature, a livelli sempre maggiori, per aspera ad astra C’è, infatti, sempre nell’ombra, il progetto elaborato da un Altro; la Fede in quest’Altro deve portarlo a credere. Vedremo che è così e scopriremo anche qual è questo progetto. Per adesso dobbiamo solo osservare quali terribili conseguenze piombarono – tutte assieme – su Amodeo, fin quasi a stroncarlo.
109. Ecco un nuovo gravissimo peccato, fatto a fin di bene, ma sempre gravissimo peccato: la falsa testimonianza. Un peccato inconfessabile, perché altera in parte la verità ed afferma bugie a fin di bene. Quale falsa testimonianza? Che questi eventi dipendessero dai gesti degli uomini più che dalla virtù dell’immaginazione di un Dio che li aveva immaginati. Romano si metterà a dire che dei malfattori gli avranno rubato, gli avranno creato dei danni, eccetera eccetera. Dirà il falso, perché nessuno avrà veramente fatto nulla di tutto questo, essendo tutta la vita una sacrosanta finzione, voluta tutta da un Dio creatore che inserisce il male solo per far comprendere il bene. Il suo peccato fu, a questo punto, quello di immaginare se e gli altri come Dei, divinità che avessero fatto quanto in assoluto stava in una pura e semplice immaginazione, espressa però come verità. Romano si comportò come se avesse ricevuto dagli uomini questo danno anziché dal suo giudicare se stesso e gli altri capaci di commetterlo. Supposta questa reale capacità, egli era giustificato nel suo fallimento! Era lo stesso comportamento che era stato di sua madre quando, supposto che lei aveva sofferto (allattando lui) le pene dell’inferno, giustificava il fatto che non volesse altri figli come lui, per ripetere la stessa dolorosa esperienza. In verità lei non aveva allattato nessuno. Questi gesti erano pure idee del Dio assoluto, che esistevano concretamente nella relatività del loro essere, nell’illusione del credere vero il divenire di una parte del tutto anziché l’esistenza simultanea di tutte le parti viste e considerate poi una sola alla volta e confrontate, nel bene e nel male, a seconda della loro diversità. Allo stesso modo posso affermare che tutti questi gesti qui narrati come eventi, non lo siano e siano solo l’espressione di una pura capacità dell’immaginazione di chi si metta a fare il Dio della situazione.
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Capitolo 34
Nell’ultimo giorno della smobilitazione, mentre tutti erano tesi e nevrotici, Sabato offrì ai presenti da bere e il suo gesto rasserenò gli animi: quell’uomo che stava peggio di tutti, si dimostrava notevolmente il migliore. Giancarla pagò personalmente lo scotto per questa chiusura, quando il marito non fu più in grado assolutamente di farlo. Dimostrando senso di partecipazione e coerenza, lei si assunse, facendosi forza del suo lavoro, tutte le gatte da pelare lasciategli dal marito e che sarebbero dovute essere solo di lui. La sua era una ditta individuale e lei ne rispondeva con tutto, anche se era stata solo una prestanome. Aveva sempre disposto per conto proprio delle sue entrate della Norton e decise in modo molto nobile che, trovandosi costretta a ballare a causa del suo nome, dovesse farlo senza neppure far tanto le mosse d’essere un’eroina; infatti, non fece mai pesare al marito i carichi assunti 110. Ciò non toglie, però, che quando egli poneva in campo la possibilità, sempre più concreta, che si perdesse ogni cosa, lei sprofondasse in una terribile crisi. Ricordando come erano andate le cose, forse anche lei ricordava come, quando ancora vivevano in Via Vetere e si era aperta la possibilità di vendere la casa di Via Lattanzio, in cui non erano mai andati ad abitare pur essendo stata consegnata da sette anni, Amodeo avesse spinto affinché fosse venduta. Il marito accettò di non farlo, ma l’avvertì molto chiaramente che, da quel momento, iniziava una lotta serrata di cui non avrebbe garantito l’esito felice... poi però recentemente l’aveva anche persuasa che non correva rischi personali ad iscrivere alla Camera di Commercio una ditta intestata a sé; questo non era stato vero, anche se egli non lo aveva fatto apposta a lasciarla in quella difficile situazione. Ora, per come si erano messe le cose, seppure in una condizione che personalmente era difficile, esse potevano ancora evolvere in modo felice: il Programma d’innovazione era valido ed offriva vere possibilità di scavalcare le strozzature esistenti nel sistema. Romano era però caduto in uno stato di frustrazione estrema e non aveva potuto giovarsi del conforto di Giancarla, perché lei era addirittura atterrita; se Romano la lasciava stare, senza dimostrarle i segni della sua costante preoccupazione, lei riusciva a ritornare serena. Vedendolo, poi all’improvviso, teso e funereo, se chiedeva al marito: “Ma che hai?” ed egli, non potendone più, tirava fuori nuovamente il suo rospo, ecco che lei ricadeva in un abisso di disperazione, ancora più profondo ed era doloroso vederla in simile stato. Romano non poteva dirle più niente e non ce la faceva a resistere, perché era troppo lancinante la sua solitudine e il senso di miseria ed abbandono.
1986. Amodeo, il Paperino di quest’incredibile cartone animato di Dio, volto a fare di lui un grande e tenace combattente per le verità di Gesù Cristo e quelle assolute, non si arrese subito. Profittando di quanto era restato in Via Colletta al numero 29, tentò la resistenza. Sarebbe stata inutile, ma sarebbe stata salutare, perché avrebbe affinato la sua tempra, fino ad estremizzare talmente le situazioni che poi, la sconfitta, sarebbe stata la condizione di una vera tabula rasa, ideale per ogni costruzione superiore, che non fosse inficiata dal sopravvivere, ingombrante, dei precedenti presupposti. Questi sarebbero esistiti nei valori, ma non nelle forme del nuovo edificio. Per far capir meglio è come se ad un costruttore sia consentito di costruire più palazzi, sempre più grandi e complessi. Ciascuno, prima della costruzione del successivo, è interamente abbattuto e lascia il valore delle esperienze, tanto che la nuova costruzione ne tiene conto. Amodeo proseguirà, di edificio in edificio, fino all’ultimo e, quando arriverà lì, avrà scoperto come stanno tra loro le relazioni assolute, che soprintendono all’esistenza fisica e qual sia il Criterio con il quale Dio realizza il mondo fisico e concede il Paradiso, come la soddisfazione morale. Per firmare il Contratto con lo Stato aveva dovuto costituire una Società di capitali (250 milioni versati), che aveva chiamato Romano Amodeo s.r.l.. Infatti il Ministero non aveva voluto sottoscrivere un accordo con una ditta privata, vietato dalle norme. Con gl’impegni che aveva, la ditta individuale non poteva trasformarsi in S.r.l., perché avrebbe dovuto avere l’assenso di tutti i creditori e chi avrebbe acconsentito a perdere le garanzie derivanti dagl’immobili in cambio solo d’un capitale versato? Allora il Nostro Paperino aveva venduto il Programma e il know-how alla S.r.l. e tutti i pagamenti, fatti alla S.r.l., avvenivano attraverso fatture che la ditta individuale presentava alla società. Alle dimissioni di Vittorio, Amodeo aveva riunito tutto il personale nella sede di Via Colletta e in Via Varese erano state portate avanti solo le attività relative al Programma d’innovazione tecnologica. Il disastro in Via Varese aveva salvato fortunatamente tutto quanto collocato in Via Colletta e su questa base si poteva tentare di resistere. La ditta GIESSEA di Giancarla Scaglioni, ubicata in Via Varese, fu subito chiusa. I materiali che vi si trovavano furono trasferiti in un box che Sabato Lingardo, l’amico fidato, aveva affittato a Rozzano. Altri furono sistemati a Lodi, in un locale messo a disposizione di Romano Gozzi. Chi si prestò per trasportare il tutto fu Carlo Alio, dell’Aligraf, la tipografia che aveva stampato i libri della GIESSEA e il cui titolare era divenuto un amico.
110. E anche 110 e lode a Giancarla Scaglioni, una figura ammirevole, una persona che è stata solo messa in mezzo, per certi versi impietosamente, da Dio, ad accompagnare un marito creduto illuso d’un insano e lodevole proposito di voler fare l’eroe a tutti i costi. Egli doveva fare realmente i conti con la piccola lunghezza della sua gamba. Romano, invece, cercava di estenderla fino alla dimensione del tutto e lei, modesta e consapevole dei suoi mezzi, non poteva stargli alla pari, perché egli volava troppo in alto con la sua troppo ambiziosa fantasia. Anche Giancarla, in fatto di segni, non scherzava: figlia di Mario e Giuseppina Benedetti (donna e speculare alla sacra famiglia) era nata il 1° novembre, giorno di tutti i Santi e affidata per Battesimo a Giovanni Battista e a San Carlo Borromeo, un Santo, Cardinale a soli 22 anni.
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Non poteva neppure parlarne molto con le persone dell'ufficio: non voleva che, spaventate come non era il caso che fossero, cercassero di mettersi al riparo prima del tempo, cercando un altro lavoro nel mentre erano essenziali per questo.
Don Francesco Mambretti, mandato da Dio – e da chi altro, se no? – in suo soccorso, quella volta che, perfetto sconosciuto, si era confessato da lui, ora lo cercava, con insistenza, e Amodeo non aveva assolutamente la faccia di parlargli. Un giorno che il sacerdote aveva gridato con la ragazza che gli aveva risposto, Amodeo era uscito mortificato sulla sua macchina, in cerca veramente della morte, d’un ostacolo contro di cui scaraventarsi con il suo veicolo. Si era trovato d’un tratto sotto l’abitazione d’Armando Savastio ed era passato da lui; gli aveva raccontato tutto, e Savastio, che pure era in credito di 30 milioni con Amodeo, l’aveva veramente salvato dalla morte, ricordandogli che il denaro non era nulla, che la sua vita era ciò che valeva e che sapeva per certo che non era lui che doveva spiegargli queste cose: “Te lo dico io che devo avere da te ancora di più. Ora se sapessi che io riceverei quello che ti ho dato a prezzo del tuo sangue, io avrei ribrezzo di quel denaro”. Parlava così, Armando, perché sapeva bene che Amodeo aveva tenuto sempre a scorta d’ogni brutta evenienza, un’assicurazione di quasi due miliardi sulla vita, e che se quel giorno Amodeo aveva cercato di morire era perché sapeva che era l’unico modo che aveva, in quel momento, per restituire al bravo sacerdote quello che ora egli temeva gli fosse stato rubato. Armando era un ateo, e salvò quel giorno il credente Amodeo da un cappio terribile e maligno tesogli involontariamente da un meraviglioso credente 111.
Cosa era successo alla fede di Amodeo? Un’involuzione. Si accorgeva d’avere compromesso involontariamente persone che ora gli si ritorcevano contro, con cattiveria, accusandolo di mala fede. Aveva ricevuto una lettera anonima, pesantissima, e vi aveva intuito la mano di Volpe. In essa era scritto che egli aveva preso in giro tutti, perfino i giudici, ma che non sperasse di farla franca, sarebbe stato punito. Un giorno Parrinello, il marito di Vanda Baratta, la sorella di Gennaro, Anna, Titina, Adriana, accolti ed ospitati per anni in casa, era venuto nel suo ufficio e lo aveva colpito con due schiaffi simultanei, tiratigli con entrambi le mani, davanti a tutti. Affermava che il cugino li avesse imbrogliati e fosse la causa di Vanda che stava impazzendo. Aveva già versati mensilmente in tre anni 70 milioni per l’acquisto d’una parte di Villa Colletto che stavano già usando da quel tempo, per sentirsi annunciare che non poteva più venderglielo, perché sarebbe intervenuta la legge a sottrarglielo, con una revocatoria, perché, dopo il fatto del furto dei macchinari, rischiava molto di fallire. Lello aveva, a casa sua, un assegno in bianco, della S.r.l. a firma di Romano, per 70 milioni, pari all’intera cifra ricevuta; glielo aveva lasciato come un pegno del suo obbligo, che intendeva rispettare nel futuro, quando avrebbe potuto. Romano aveva agito correttamente. Avrebbe potuto dirgli: “Dammi i 30 milioni che ancora devi darmi che facciamo subito la vendita” e lo avrebbe così consegnato nelle mani del curatore quando fosse fallito, perché quella vendita sarebbe stata certamente annullata. Ma a quel punto Parrinello avrebbe versato ancora altri 30 milioni e, se avesse voluto quella casa, l’avrebbe dovuta pagare di nuovo tutta. In quante cooperative edilizie era successo proprio questo! Nonostante il suo comportamento molto corretto e giusto, gli toccò d’essere schiaffeggiato e d’udire che Vanda stava uscendo fuor di testa, letteralmente impazzendo, per il tradimento fatto a lei dal cugino! Maria Proietti, che tante volte era stata il suo aiuto, la mano stessa della Provvidenza di Dio nei suoi confronti, gli telefonava insistentemente facendogli pesare quelle due amiche che gli avevano dato cinque milioni in cambio dell’offerta d’otto e che, restate senza nulla, ora si lamentavano a loro volta con lei. Volpe, terrorizzato dalla paura di perdere il suo denaro, era divenuto senza volerlo ma realmente un persecutore accanito, che telefonava a lui, scriveva lettere, gli rammentava come avesse investito tutto su di lui, persino la sua liquidazione. Per la carità di quel Dio in cui credevano entrambi, non lo trattasse in modo così spietato!
Erano queste le terribili pene di Romano: il risultato che aveva ottenuto, orribile, proprio egli che era animato dal proposito di dare testimonianza di fede, alla gente, nella Provvidenza, attraverso i gesti della vita. Dopo gesti così evidenti di favore che aveva voluto perfino Antonella Dall’Oglio come testimone, all’improvviso ecco il più sconfortante degli abbandoni, addirittura tre in rapida successione: dall’amico, dal sistema bancario, dalla fortuna. Sì, la fortuna. Quando gli erano state portate le macchine dell’innovazione, nell'ufficio di Via Varese, si era rivolto al suo assicuratore e gli aveva annunciato che aveva questi prototipi, parte d’un Programma valutato più d’un miliardo dallo Stato. Voleva assicurarli. Come poteva fare? Il consulente ed amico – Osvaldo Massignan – gli rispose che, se non erano pezzi in commercio, sarebbe stato un bel problema.
111. Sempre volendo far notare i nomi che Romano incontrò e quel che fecero di rilevante per lui, ecco cosa ne pensa Romano: “Grazie a Don Francesco Mambretti, esco dai guai e mi rinfranco, avendo egli assunto con me retti atteggiamenti da Mamma, poi che mi fa? M’imbratta quel che ha fatto, al punto da farmi cercare il suicidio, per dimostrare la mia assoluta intenzione di non avere portato avanti interessi personali e di fargli avere il denaro di cui ora faceva accuse. Chi impedirà tutto ciò, salvando la mia vita armandomi di sane idee difensive, sarà una persona savia e senza astio, Armando Savastio. Fu esattamente quel che avvenne e riguardò importantissime questioni, veramente di vita e di morte!
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Per quanto avesse pagato per le polizze, solo in conformità a una perizia d’un perito del Tribunale gli sarebbe stato corrisposto qualcosa in caso d’incidenti. Erano 27 prototipi diversi e occorrevano dunque 27 perizie, dal costo non indifferente. Romano doveva fare mettere insieme finalmente le differenti parti in una sola, e sarebbe stato un perfetto macchinario per la lettura di tutti i dischetti che c’erano in commercio e il trasferimento dei dati letti su un unico computer, dal quale poi potevano essere nuovamente scaricati su ciascuno di quei terminali e memorizzati sui dischetti. Assemblato il tutto in un gran mobile rec, avrebbe dovuto far valutare da un perito tutto quell'insieme, perché doveva venderlo, dalla ditta individuale alla Romano Amodeo s.r.l. che aveva la titolarità del progetto con lo Stato italiano 112. Era una vendita da sé a se stesso e il perito del Tribunale doveva garantire che non stesse valutando come oro della pura acqua fresca. Dovendo avere la necessità, d’avere questa perizia appena fosse completato l’assemblaggio – ed erano previsti solo due mesi – giudicò che poteva anche rischiare per un tempo così breve, risparmiandosi di spendere il costo di ben 27 perizie. Ora se proprio in questo tempo così breve gli avevano sottratto i prototipi e non era coperto dall’assicurazione, era solo una vera e grande sfortuna. Quella Provvidenza che l’aveva assistito, perché ora gli si era rivolta così contro? Riducendo lui in quello stato pietoso era distrutto tutto il tentativo che egli aveva desiderato di fare, che era solo quello di dare testimonianza.
“Tu ti disperi per queste persone che rivendicano da te il loro denaro. Ma non sono tuoi amici! Gli amici sono quelli, come me, che desiderano che tu viva a costo di non ricevere più quello che ho dato a te io. Tu non mi hai convinto, non mi hai lusingato in modo tale da costringermi. Se io ho accettato è solo colpa mia, ammesso che una ci sia. Tu non hai nulla di che incolparti. Non sentire tue colpe dove esse mancano.”
Che tipo di testimonianza era ora la sua? Quale, data ad un sacerdote che l’aveva aiutato in modo meraviglioso? Solo testimonianza d’ingratitudine e di falsità.
112. Avrebbe dovuto “fare”, avevano “fatto”, potrebbero “mettere in atto”… ma chi? Che cosa, se tutto questo esisteva solo nel progetto fantasioso della creazione di un Dio? Eppure Romano si dava da fare, si rivolgeva al Massignan, ne considerava i relativi consigli. Sì, relativi a qualcosa che non esisteva nemmeno ed era solo esistente nella fantasia di un Dio. È questo il gravissimo peccato fatto da Amodeo in questo periodo: crede veramente a tutto quello che sta vedendo compiersi attribuendolo come conseguenza di una sua volontà. Pirandello scrisse “Così è se vi pare..” ed espresse il vero, nella sua sostanziale relatività all’apparire. È l’uomo stesso che vuole esistano cose che non sono vere, ma esse, una volta poste in essere, in tal modo relativo, poi esistono: come una parvenza di verità a tutti gli effetti, anche se tutti questi gesti sono in se stessi delle assolute bugie, come quelle mandate in scena su un palcoscenico, supposte vere e verosimili, ma frutto solo della creazione di uno scrittore. Ecco, a questo punto della sua vita Amodeo immaginò se stesso come un Dio, e si intese autorizzato a dir falsa testimonianza, cessando di ricondurre la verità di ogni cosa al Dio Creatore ed attribuendola agli uomini. Peccato orribile, che rischierà di farlo morire. Perché era andato così in crisi con Don Mambretti? Perché non riusciva a scorgere tutto questo in un meraviglioso di Dio, come gli capitava sull’autostrada, quando gli mandava tutto quel denaro costruito apparentemente come fasullo. Adesso non riesce a farcela perché questa costruzione fasulla non c’è, e allora l’inventa.. ma non può. Egli non è Dio e questo gli fa assumere l’idea del rigetto della vita come una dimostrazione del suo non tenerci ai soldi. Contraddizioni laceranti, derivanti tutte dalla falsità assunta in se stessa: percepiva in se stesso la presenza di Satana ed egli, il suo esorcizzatore, avrebbe inteso di scacciarlo uccidendo sé stesso come il suo ricettacolo.
Era vero quello che gli aveva detto Armando:
Veramente quel giorno – e non se ne rendeva conto – ancora una volta la meravigliosa mano di Dio aveva condotto i suoi passi verso quella casa, proprio mentre egli andava cercando solo di dare testimonianza, con una morte, che potesse dare a tutti quello che avevano offerto in aiuto della sua opera. Giancarla aveva avuto da Romano – e la conservava – una lettera, molto precisa, in cui era scritto e segnato tutto quello che avrebbe dovuto fare lei, se egli fosse morto. Perché altrimenti non avrebbe potuto districarsi tra le richieste di tanti che avrebbero preteso ciò che non era giusto. Ogni giornata che Amodeo stava vivendo in questo modo disumano era un qualcosa che lo faceva sentire braccato, inseguito, da una ridda di cani ringhianti. Il cane è il migliore amico dell’uomo, ma quando è inteso così, è una paurosa insidia per la mente. Anche una compagna è così, ma quando ti accorgi che è addirittura più vulnerabile di te e che non ti è lecito chiederle aiuto, capisci che diventa essa stessa il tuo nemico più grande, perché allora non c’è rimedio, non c’è sollievo, c’è solo una terribile solitudine quando ti basterebbe udire, da lei, soltanto: “Coraggio, non sei solo, io resto con te!”. Ottobre 1986. È proprio in questa chiave – d’un impossibile aiuto che ti possa dare la tua compagna – ecco allora che la lunga mano di Dio ti aiuta in modo irregolare, andando contro alla sua stessa regola, perché il Dio dell’Amore è il padrone del Sabato. Arriva in ufficio, un giorno, una poetessa e pittrice di bei disegni in pennarelli, professoressa alla scuola superiore, per farsi realizzare un libretto di poesie da regalare agli amici. Afferma che la manda un amico comune: l’architetto Daniele. Si chiama Maria Teresa Mazzola. È una persona piena di problemi e di complessi, che da venti anni è in analisi. Bella, dolce, audace e insieme timorosa di tutto, uno di quei tipi da sempre piaciuti ad Amodeo, che ha sempre avuto il sesto senso per imbragarsi in tutte le situazioni più complesse e disperate che esistano. Questa donna ha, su Romano, il potere, chissà perché, di distrarlo da qualsiasi pensiero e accade che riesce ad attaccarsi a lui, ad invaghirlo e a liberarlo, alla fine, in un modo addirittura insospettabile ma autentico. Accadono anche quelle cose intriganti di cui Amodeo è sempre stato vittima designata: essere voluto e poi rifiutato, quel misto d’amore ed odio che mette il suo stato in quella perenne alternanza emotiva che riesce a catturare il suo interesse.
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Se la sorte non intrigasse in questo modo Romano, egli non potrebbe essere distratto dai vanagloriosi propositi di fuga che talora ha nel cuore, che sono quelli che portano alla preghiera che gli sia concessa una morte che mandi tutti soddisfatti di lui, per quanto ha fatto questo bravo giovane che ad un certo punto si è messo a vivere così per l’amore del prossimo e che purtroppo è morto. La Provvidenza di Dio lo sta salvando proprio – e non si accorge – da questo tipo di tentazione, estrema, che è possibile all’uomo, quando anche per un progetto inteso in favore di Dio, ma sostanzialmente dell’immagine che all'uomo resta di se stesso, costui reputa preferibile di morire. Romano stava facendo quello che era stato il peccato di sua madre, Anna, quando, per amor di lui, aveva reputato giusto che Benito, o altri, non nascesse. Per Amodeo non si trattava della mancata esistenza di Benito. Nel suo casi, per amore verso una missione, la stava intimamente e profondamente tradendo senza volere. Sarebbe stato portato ad osservare questa morte in se stesso; avrebbe visto tutta la miseria umana sua, d’un uomo che – per salvare la speranza stessa della salvezza della propria vita – l’avrebbe egoisticamente negata a sua moglie, preferendo un’altra donna a lei. La Provvidenza aveva allestito – anche per Romano – il castigo e la mortificazione più profonda, che sarebbe consistita nel rigetto di quella promessa nuziale che, quando il sacerdote gli aveva chiesto d’esprimere, aveva ritenuto di farlo con un “sì certo!” invece che con il semplice “sì” che tutti dicono. Anche a sua madre la morte del Romano bambino era stata offerta da Dio per la vita e non per la morte, essendo stata costruita per la sua mente come una vera mortificazione, che è sempre la più grand’offerta che possa essere fatta per la vita.
anche nel Sabato di Dio? E a chi gli evidenziava che oltrepassavano un limite proibito, Cristo rispondeva che il Padre e il Figlio erano i padroni di quel loro giorno. Per quell’insulto alla loro legge, le Gerarchie religiose si sarebbero stracciate le vesti e Gesù sarebbe stato mortificato davvero, messo a morte davvero, e questa sarebbe stata la gloria che sarebbe derivata a lui, da quella mortificazione che gli sublimava la vita nella morte 113.
Così, raggiunto questo punto del suo destino, avendo avuto la gioia e il piacere sommo d’avere potuto dare la propria risposta libera, ora Amodeo deve assistere alla morte ed alla sua sconfitta: di tutti i valori che ha in sé e di cui ha la colpa d’essersi appropriato; deve incontrare il suo personale calvario. Non solo attraverso il giudizio dato dalla gente che, come diceva Armando, non può incidere mai fino a questo punto sulla vita d’un altro, nemmeno se è un sacerdote; ma anche attraverso il giudizio, assai più terribile, di sé su se stesso e la personale nullità. Dopo d’aver avuto la buona sorte d’abbattere la mitizzazione che aveva fatto degli altri, ora Amodeo doveva abbattere la sua, il mito che aveva inconsapevolmente fatto anch’egli di sé, e doveva riconoscersi un nulla come tutti: altrettanto infedele, traditore e peccatore. In parole povere, egli attribuiva una sorta di perfezione al suo atteggiamento, che non attribuiva a se stesso ma che tuttavia postulava esistesse. Nemmeno questo era vero e, per riconoscerlo, avrebbe dovuto assistere ad un se stesso che avrebbe cominciato a compiere una serie interminabile di errori. Era la punizione e l'insegnamento più terribile di Dio, per una creatura, cara come tutte, ma questa nel modo del particolare disegno, chiaro e distinto, che aveva tracciato per lui: la sublimazione, attraverso una catarsi. Strana una liberazione assoluta da ogni limite che fosse fatta in questo modo, attraverso il peccato? Ma non era forse analoga cosa al lavoro che Gesù faceva e faceva fare
113. Nel caso di Amodeo, questo che gli succede va oltre ogni senso comune. Questa figura gli è presentata dall’architetto Daniele, che, nella fede cristiana, fu uno dei quattro profeti principali di Israele. Dunque la Maria Teresa che si dichiarò andata da lui, mandata da Daniele, era una figura simbolica. Il suo battesimo l’aveva affidata alla Madonna, madre di Gesù e a Santa Teresa del Bambin Gesù… e fu mandata a lui come figlio naturale della Madonna e nuovo Gesù, tutto umano, naturale e per nulla divino, come lei, Maria Teresa, una donna e non quelle due Sante di cui una addirittura la Regina. Può stare in piedi? Può reggere una supposizione talmente fuori dell’ordine naturale delle cose? Lo si deve giudicare solo dai risultati, perché Gesù affermò che ogni albero è giudicabile solo dai frutti che porta. Orbene, sotto questo profilo, Maria Teresa indusse il tradimento di Romano a Giancarla. Se il destino di Romano fosse stato chiuso nella sua famiglia, Maria Teresa avrebbe indotto un grave peccato. Invece spaccò quel vincolo e protese Romano oltre quel vincolo, senza mai togliergli dalla mente il suo valore. Anzi lei lo sottolineava. In tutti i momenti nei quali lei avrà più successo e soddisferà Romano, egli tenterà di riscattarsi da lei. Pertanto questa inviata di Daniele corrispose alla salvezza di tutto, ma solo in relazione allo scavalcamento di un vincolo e di un limite naturale, dal quale Romano doveva essere reso libero. Si chiamava come le sue due nonne, e il loro nome significava l’affidamento alle stesse immense Entità, per cui era da credere, senza tante possibilità di errori, che l’intera stirpe vigilava su un nipote al quale Dio avrebbe messo in mano il destino del Cristianesimo Cattolico. Se si prescinde da questi frutti, portati da Romano, si prescinde dall’importanza assoluta della sua stessa vita. Ma una volta che dai frutti si capisca una vita destinata a grandi cose, allora sono giustificabili anche le grandi cose che avvengono a suo riguardo. A scanso di equivoci, una sera Maria Teresa gli salverà veramente la pelle, a lui e a tutti gli abitanti del caseggiato, in quanto gli telefonerà quando già dormiva e il suo alloggio, in Via Teodosio (Criterio di Dio) era già tutto inondato dal Gas. Pertanto questa Maria Teresa è un angelo della salvezza, che userà i suoi mezzi fisici per salvare Romano dai suoi problemi reali e fisici e – svolto in 2,5 anni anche lei il suo compito – si eclisserà, lasciandolo pronto all’imminente Purgatorio. Maria Teresa fu una figura appartenente al suo Inferno della vita, infatti userà le armi della seduzione fisica, del Diavolo. Ma da quest’Inferno Romano uscirà, istruito a dovere, per scorgere il Paradiso in una nuova Maria Teresa che gli apparirà nel Purgatorio e l’introdurrà poi davvero al Paradiso della vita, tutta spirituale, che comincerà ad esistere quando anche lei si sarà tolta di torno, in un modo inequivocabilmente sublime, tale che consente siano scavalcati tutti i limiti relativi ai ceppi che impediscono, fin da subito, l’esistenza per tutti del Paradiso. La realtà del Paradiso è già questa che stiamo vivendo, ma noi siamo così ottusi e resi ciechi, dalla trave negli occhi di un errato giudizio, che non ce ne accorgiamo. E, alla fine, corretto il giudizio, recupereremo tutta la verità, di questa vita, come del Paradiso dei sogni e di tutta l’umana speranza nel Dio dell’Amore e della memoria.
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Capitolo 35
innocenza nei confronti delle difficoltà, prendevano le distanze dicendo: “Te l’avevamo detto…” Ma io non avevo bisogno di cercare colpe o motivi: dovevo essere solo incoraggiato a credere ancora e sempre nel domani, dal momento che ero costretto assolutamente a vincere. Per restare fedele a tutti questi amici, a mia moglie, a mamma, a mio fratello.. se non avessi vinto, sarei dovuto giungere ormai solo all’estrema rinuncia di me, come a dimostrargli che avevo fatto proprio tutto il possibile. Mia moglie non ne sapeva ancora nulla. Ed io non ne parlavo, sia per timore che, richiamato alla coerenza della mia vita e alla fedeltà verso lei non sapessi più resistere e perdessi quell’unica speranza promessa dal canto della sirena, sia perché non ero più realmente coerente con me stesso e non sapevo più che cosa fosse giusto fare; se vivere da quel momento esclusivamente per gli altri (e così probabilmente morire), o ricominciare a vivere per un domani che, fondato sul mio stretto bene personale, finisse per non escludere né me né gli altri. E, nell’ipotesi che tutto il nuovo che mi stava capitando potesse presto finire, non era proprio neppure il caso di dare dolori inutili da aggiungere e nuove angosce alle vecchie già così intollerabili. Pertanto stavo fuggendo dalla mia dura realtà, consapevolmente e assistevo all’insorgere, nella mia vita quotidiana, di momenti che costituivano un taglio, assoluto, con tutti i miei stati d’animo che mi accompagnavano durante il lavoro e le difficoltà connesse con i debiti. Questi momenti di fuga erano meravigliosi: sapevano prendermi in maniera assoluta. Quando riudivo il canto della sirena non c’era ragione, non c’era memoria, non c’era riconoscenza che tenesse. Era una storia così avvincente alla vita, da sembrare vitale in se stessa e immortale. Invece, passati pochissimi giorni… “Ti devo parlare”, mi dice MT al telefono: “E’ finita. Io non cerco avventure: non credo alla nostra storia”. Era bastato che il suo psicanalista l’avesse messa in guardia. L’impegno fu allora di non chiamarci più, ma durò una giornata. Io scrissi un sonetto:
1987. Della prima parte della sua vicenda con MT Mazzola, Romano scrisse un libro, intitolato “Margherite impossibili”. Ne stralcio alcuni brani. . «« Il canto della sirena. Avete mai udito il canto d’una sirena? È il canto di cui si racconta nelle storie dei marinai, che compare nella vita, la distrae e l’avvince. È apparsa nella mia, nell’ottobre del 1986, in un momento veramente particolare (ecco qualcosa di speciale occorreva pure che vi fosse perché io incontrassi una sirena). Avvenente, bionda, statura media, una frangetta sugli occhi marroni, 35 anni, una grazia ed una tenerezza che realmente colpivano. Ciascuno, in fondo al desiderio, ha proprio questa massima aspirazione nella vita: una persona che sappia essergli realmente vicina, con la sua delicatezza e il vigile amore. Non servono dopo tutto opere eccezionali, solo una continua presenza amorevole. È il massimo cui ciascuno di noi aspira. Se poi hai la percezione di un’effettiva possibilità da parte tua anche di realizzarti attraverso il bene fatto a chi accompagni, e vedi che la conseguenza è un nuovo bene, gioia riconoscente legata proprio ai tuoi gesti, sei, in una parola, felice. Era proprio la promessa contenuta nel canto di questa delicata creatura che, oltre che poetare, dipingeva, da vera artista. Non assegnamole un nome, chiamiamola semplicemente MT. Quello vero non ha importanza, anche se in una poesia poi l’ho chiamata Maria Tristina. Io ero in un momento veramente critico della mia vita, in cui facevo progetti di morte e tutto pensavo mi sarebbe potuto succedere tranne che… innamorarmi. E invece, per quest’apparizione improvvisa, come preso da una forza che mi trascendeva, mi venne un desiderio d’avere ancora un avvenire, di cantare pur io, di far poesia e, dopo un silenzio di decenni, mi unii al canto che udivo. Ed era poi come se dimenticassi d’essere già sposato; con una donna di cui ero stato il primo amore e che era stata la mia compagna fin dai suoi 19 anni: fedele, generosa, altruista, paziente, che vedeva in me quasi il suo Dio, ormai da oltre 20 anni. Ma accade, quando si sente il canto d’una sirena e quando il navigante è, per di più, un naufrago che ha la sensazione d’essere ormai in una condizione di solitudine disperata ed estrema. Io realmente ero così e non percepivo più il bene che moltissimi avevano per me, perché esso era costruito secondo il loro metro e non il mio grandissimo bisogno di quel momento. Io, più che mi si volesse bene, ma da lontano, avevo bisogno che chi mi volesse bene fosse lì, al mio fianco, in quei difficili momenti e mi dicesse: “Coraggio! Non è finita, non disperare, ci sarà ancora un domani!” Invece tutti, pur amandomi molto, proprio perché da me in concreto coinvolti nei miei stessi guai, erano impauriti, contratti, silenziosi; non avevano più nemmeno la forza e l’ardire per tentare d’infondermi coraggio. Per giorni interi non mi parlavano. Chiedevo aiuto e quella piccola parola di conforto tanto preziosa che avrebbe potuto essere detta, restava serrata nelle gole dei miei cari, degli amici. Al più, come a dimostrare la propria
Maria Tristina, che ami le rose che non cogliesti, come il tuo Gozzano vivendo, sogni e, non sognando, cose tremende temi e già fuggi lontano. Mossette allegre e titubanze ombrose sorrisi e risi e pianti piano piano ami e rigetti e, adulta, non hai pose da grande. Lasci… e cerchi con la mano. E scorre la tua vita altalenante di paura in paura, di carezza in carezza. Tu sei splendida amante, personetta gentil, tutta dolcezza e tutt’ardore. – Tu vuoi speranze? Tante!” – Ma tu non vuoi sognar, tu vuoi certezza.
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Erano ormai 20 anni che si sottoponeva alla psicanalisi, ed era restata tanto asservita da questo metodo, che non sapeva più cosa volesse. Poiché io ero attratto da persone così cariche di problemi, l’idea, anche, che potessi esserle utile, arrivava a dare qualche giustificazione al dolore che avrei dato a mia moglie quando glielo avessi detto e se lo avessi fatto, perché questa storia viveva veramente di nulla e come era cominciata, così sarebbe potuta finire di colpo, come quella prima volta che mi aveva detto “E’ finita.” Avevo il terrore che mia moglie venisse a conoscere la mia condizione, perché non vedevo io stesso chiaramente in me: come era possibile che una persona con i miei principi, che non aveva mai fatto male a nessuno nella sua vita, decidesse di farne proprio a lei? Lei che aveva accettato per amor mio il suo ruolo di vittima numero uno; che aveva avuto l’unico torto di non capire come (nella condizione che io stavo attraversando) non avevo tanto bisogno che mi pagasse l’assistenza malattia, o un debito (che faceva quasi di nascosto, per non umiliarmi) ma che fosse solamente presente al mio fianco, viva e in carne ed ossa, con una parola di conforto, nel momento stesso in cui dovevo sopportare i pesi più penosi della situazione. Ma, in quei momenti, lei era lontana, nel suo lavoro fuori città. L’ultimo semestre era stato terribile. Per lo stress non andavo più a letto la sera (non mi affascinava l’idea che mi risvegliassi, di nuovo, di lì a poco – il sonno era come un taglio nel tempo – per affrontare di nuovo una giornata di tensioni). Sfinito restavo a guadagnar tempo sul divano, davanti al televisore, passando di programma in programma, sperando che il giorno dopo se ne stesse il più lontano possibile, finché mi addormentavo. All’inizio, ogni tanto veniva a chiamarmi, ordinandomi quasi d’andare a letto, poi ci aveva rinunciato, ben convinta che, cocciuto come sono, in certi momenti per risolvere i problemi dovevo restarmene da solo. Non sospettava che si stesse sviluppando in me qualcosa di molto pericoloso addirittura per la mia vita. Quando era apparsa MT sul mio cammino ero in una situazione limite. Non ne potevo più ed avevo perso tutto il mio equilibrio, arrivando a volte perfino a chiedere a Dio che mi facesse morire. Chi mi aveva fatto più bene di tutti, paradossalmente, era chi rischiava di farmi più male adesso che non sapevo come evitare di deludere, come ricambiare, mentre sapevo che avrei solo causato sofferenze ancora più grandi. Quando poi lei, mia moglie, metteva avanti qualcuno dei danni che avrebbe patito anche lei per le garanzie date in mio favore, si metteva alla stregua di tutti coloro che mi perseguitavano, rinfacciandomi la fiducia che avevano riposto in me. Che cosa dovevo fare? Dovevo smettere di fuggire. MT era una fuga dalla realtà, il suo era proprio il canto d’una sirena che ti alletta e poi t’imprigiona. Ma, ogni volta che stavo per lasciarla, ero preceduto e succedeva che lei lasciasse prima me e ciò mi sconvolgeva al punto che non volevo più lasciarla. Avevo trascorso in ufficio una notte. Non tornai a casa. I miei sapevano che ero andato a Padova, ed erano preoccupati perché non ero tornato. Tentarono di chiamarmi a tarda ora in ufficio. Sentii il telefono squillare a lungo; non me la sentii di rispondere perché avrei dovuto dare spiegazioni. Ebbi degl’incubi. Quando, nel dormiveglia, percepii in un attimo che tutto questo mi avrebbe portato a perdere mia moglie mi svegliai del tutto esclamando atterrito: “No!”. Al mattino del sabato, 21 febbraio 1987, mi alzai presto: girovagai e alle 10 fui da MT a scuola. Non sapevo assolutamente in che condizioni l’avrei trovata e non mi chiedevo che cosa sperassi veramente. MT era tranquilla. Andammo a visitare una mostra al Palazzo
Reale. Poi ci fermammo in centro, all’aperto, a bere un aperitivo ed a gustare alcune patatine. Spiegai bene a MT la mia condizione economica e del perché ci fossero buone speranze. Non era vero, ma stavo ingannando me stesso, cercando io di vederle buone a tutti i costi. Sì, c’erano speranze. La mia ditta era sempre aperta e questo era un segno che ancora contassi di mettere a partito quanto avevo programmato in favore dei computer. Andai a casa a mangiare: c’era solo mia madre e si tranquillizzò nel vedermi. Affermò che avevo tenuti tutti in pensiero. Mangiai in fretta e tornai in ufficio. Si sparse la voce che ero tornato. Ricevetti la visita di mio fratello. Avendogli confidato la mia situazione, mi consigliò d’attendere e di non confessare nulla. Mia moglie, che aveva perso di me le tracce da alcuni giorni, aveva deciso d’affrontarmi: venne nel mio ufficio intorno alle 16, “Romano, cosa sta succedendo?” domandò seria. Io non risposi. “Non mi vuoi più bene? C’è un’altra donna?” “Sì”, risposi, non potevo più mentire né tacere. Cadde in uno stato terribile di sofferenza e cominciò a disperarsi chiedendosi e chiedendomi “Ed ora che faccio, dove vado? Oh, Dio, io non ho più niente!” Furono due ore di pianti, cui si aggiunsero presto i miei, veramente disperati, pure i miei. Si vedeva che ero in una terribile situazione: ebbe pena di me. “Ma tu, chi ami?” “Io amo lei” aggiunsi “ma non l’ho fatto contro di te; io ti voglio bene, come sempre: io voglio che tu sia felice e non voglio perderti.” Ero veramente in una situazione pazzesca. Lei se n’accorse e prese a consolarmi. Non so dove abbia potuto attingere tanta forza, tanta dignità, tanta umanità da volermi soccorrere in quel momento. Cercò d’interrompere i miei singhiozzi convulsi: “Non fare così, ti prego! Io ti voglio bene, voglio che tu sia felice. Chiamala, falla venire qua, le voglio io stessa consigliare di non aver paura, di vivere con te, di farti felice”. Non ci sono commenti. Accettai di recarmi a casa con lei. Tentavamo di dirci e di darci tutta la nostra solidarietà e la nostra stima. Volle che dormissimo insieme, nel nostro letto nuziale “senza far nulla, ma stammi vicino, ti prego”. Io non potevo evitare di seguirla. Stava dimostrando in quel momento tanta attenzione per me quanta sarebbe bastato, se n’avesse fatto un miglior uso in precedenza, a non farmi andare mai in crisi, a farmi affrontare spavaldo tutte le difficoltà, sicuro d’essere seguito e capito dalla mia donna. Fu impossibile dormire insieme: infatti, allorché lei tentò di parlare con me mi assalì un tale pianto convulso che non le rimase che lasciarmi solo; lei dormì con mia madre. Nei giorni che seguirono alla mia confessione cercai d’essere il meno duro possibile con mia moglie. Mi fermavo a dormire a casa, ma nel letto degli ospiti. Lei cercava di parlarmi, al mattino, prima d’andare al lavoro, facendo tardi in più di un’occasione. Ora che lei aveva capito, lei cercava di correre ai ripari. Ma era tardi: non avrei potuto in quel momento cedere in alcun modo ai suoi tentativi di recupero. Ma le asserivo la verità, dichiarandole di volerle bene e che non le rimaneva altro che aspettarmi, se nonostante tutto teneva a me e voleva avere ancora speranze: avrei potuto cambiare, chissà. Inoltre io e l’altra c’eravamo lasciati già due volte, avrebbe potuto finire, presto. Portavo ancora la fede. Da
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quando nel ’69 me l’aveva infilata al dito non me l’ero tolta nemmeno una volta. Me la sfilai, con tristezza, la baciai e la riposi con cura nel cassetto del mio vecchio comodino. Guardai il segno che mi era rimasto al dito, una piega addirittura della pelle. Mi sarebbe rimasto a lungo, come ad ammonirmi che il passato non si cancella mai. »»
Capitolo 36
Maria Teresa Mazzola, la smazzolatrice della vita di Romano
1987. Con MT Mazzola, Amodeo avrebbe sperimentato tutto il fallimento di se stesso. Messo di fronte alla paura e al dolore, fece come il Pietro che rinnegò Gesù, dicendo “Non lo conosco”. Anche Romano finì per rinnegare ogni nodo che aveva annodato quando, cercando di seguire Gesù, su di lui aveva buttato tutte le sue reti. Deciso a sperimentare fino in fondo quello che gli stava accadendo, scelse di provare a vivere con MT. Comperarono un gran letto e il 2 marzo ‘87 fu issato nel grande alloggio che lei aveva a Milano in Via Tunisia113 bis . Maria Teresa viveva là con la madre e il fratello, e Amodeo fu accettato in casa, a vivere con loro, ma come un ospite: non gli fu data la chiave di casa, né egli la pretese. Visse una settimana dando spazio a tutta la sfrenata voglia che aveva di vivere e far vivere, facendo all’amore una ventina di volte. La domenica pomeriggio, dopo una simile attività forse eccessiva per un uomo di 49 anni, ebbe la spudoratezza di partecipare all’incontro settimanale di calcio che disputava con la sua squadra al torneo “tempo libero” del CSI. E lo strano fu che giocò anche bene, riuscì ancora a correre. Fece con lei dello spirito sul fatto che lei l’avesse… allenato a dovere. Quella sera, dopo la partita di calcio, Amodeo e MT si amarono nuovamente e in quella data, otto di marzo, provò lo scoppio di riso più allegro e intenso della sua vita. Dopo finì, divenne confidente, divenne serio. Pose l’attenzione sul suo quotidiano, pieno di tensioni e di momenti veramente difficili da vivere: egli desiderava solo stare con MT perché, quando ciò avveniva, come era accaduto poco prima, toccava il cielo con un dito. Il suo tono fu così esplicativo che descrisse una vita d’inferno. Stava tirando fuori subdolamente la verità, perché vedeva bene che la stava spaventando, ma voleva sapere chi avesse veramente davanti, avendo lei. A lei, ricca e timorosa d’esser povera, giunse a insinuare che neppure a lei, se avesse voluto, sarebbe stato possibile tirarlo fuori dai debiti. Era come una miccia accesa, lunga, lunghissima, ad un esplosivo. Romano accese quella miccia per vedere se poteva fidarsi di lei. Aveva notizie di come Giancarla stesse male, avesse avuto bisogno del dottore. E aveva deciso di metterle su un piano di parità. MT aveva avuto il privilegio, ricambiato, di un’esperienza che aveva provato solo nel suo lato dolce. La vita non era solo questo. Che conoscesse anche la verità da cui Amodeo stava fuggendo. Che conoscesse come lei rappresentasse un fuga. Così anche lei fuggì. Romano stesso le dette l’occasione perché l’indomani, 9 marzo, andò a Padova a prendere un libro da realizzare per Piccin e insinuò che sarebbe tornato tardi. “Che faccio, ti citofono?” “No, per favore!” “Allora ci vediamo domani” “Domani sono da Daniela”. 113.bis Che brutti auspici: il letto, appoggiato in piedi alla parete, cadde rovesciando molte cose. Poi c’era la Via Tunisia, che per Romano significava: Tu non sia mai!
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Ecco, aveva chiuso la porta ad Amodeo, alla prima avvisaglia della verità. Se lei non gli apriva, egli avrebbe passato la notte altrove, tornato a Milano, e non più da lei. Notatelo: a pag. 299 Romano sta raccontando che vuol chiudere i conti al 300… questo libro è tutto un vaticinio. E l’indomani che Romano non la chiamasse, perché non sarebbe stata a casa. Romano non la chiamò. L’indomani, il giorno 11 di marzo, in ufficio lo avvertirono che MT gli aveva chiesto di chiamarla da Daniela, tra l’una e le due, e gli dettero il numero. Erano due giorni che sua madre, nell’intervallo del pranzo del mezzogiorno, gli riferiva come Giancarla fosse stata male, tra sabato e domenica: continuava a svenire. E continuava a sospirare, allucinata, il “suo Romano, che voleva il suo Romano!”. Queste notizie lo rattristarono. Giancarla soffriva disperatamente per averlo lasciato andar via, per avergli detto di provare ad essere felice almeno lui. Telefonò a casa di Daniela oltre il limite massimo: “Sono tutto sottosopra; mia madre mi ha riferito che Giancarla stava per morire… Ti telefono questa sera”. Che le telefonasse era una bugia, non lo avrebbe fatto. I racconti di sua madre e la situazione di crisi che aveva montato deliberatamente tra sé e MT, lo avevano richiamato con forza al passato e questo per lui significava, in quel momento, il suo naufragio definitivo. Non poteva, rifiutato l’ultimo appiglio, più assolutamente reggere alla situazione di prima. Aveva per di più consentito che in lui montasse la tensione ed ora era agitatissimo. Aveva deciso che quella sera l’avrebbe fatta finita e che avrebbe attuato il piano pazzesco che aveva costruito da gran tempo. Avrebbe avuto un incidente fortuito, con il quale avrebbe perso quattro dita: pollice ed indice delle due mani. Lo so, è una cosa pazzesca, ma Romano, a quanto pare, era veramente impazzito. Aveva perso assolutamente il senso del giusto e dell’ingiusto ed ora era come un veliero nelle tempesta. MT era riuscita a riportarlo per gran tratti come in un porto, ma non era affatto un riparo sicuro: egli voleva andare a casa. Dopo d’avere rimesso in sesto le vele, rinforzato le sartie e preso fiato, Amodeo doveva riprendere nuovamente il suo mare procelloso e arrivare nel suo porto. Solo che, dopo il rilassamento, ora non ce la faceva più a pensare che avrebbe trascorso anni, forse decenni ancora in questa situazione. Voleva vivere e voleva uscirne subito, immediatamente, perché non ce la faceva più a resistere così. Così si sarebbe infortunato. Aveva preparato tutto, meticolosamente: una taglierina acquistata apposta, cui aveva fatto aggiungere un gran piombo sul manico, affermando che non premeva con la giusta forza sui fogli e che quel peso avrebbe consentito di fare meno fatica. L’aveva fatta issare al piano alto dell’ufficio, su un tavolo che era pericolante in una gamba. I suoi dipendenti, specie Farina, gli ripetevano che era pericoloso, si sarebbe potuta ribaltare se la gamba cedeva. E allora aveva fatto mettere libri sul tavolo dalla parte della gamba opposta a quella, tanto che il peso fosse sulle tre gambe e il tavolo non s’inclinasse. Faceva ancora freddo e in ufficio c’era una stufetta elettrica, di quelle a filamento incandescente e ventilatore. La teneva alle sue spalle. La dinamica dell’incidente sarebbe stata quella di chi, trovandosi seduto davanti alla taglierina, per l’improvvisa caduta dei libri dal tavolo e il cedimento della sua gamba, si trovasse all’improvviso la pesante taglierina venire addosso sul tavolo che gli veniva addosso. Sarebbe stato schiacciato, mentre la sedia si ribaltava, se non avesse cercato d’allontanare in tutti i modi quel gran peso dal suo costato. Avrebbe effettuato una spinta
verso sinistra, per evitare di restare sotto e la taglierina si sarebbe messa di sbieco ed avrebbe urtato violentemente per terra. Il contraccolpo avrebbe fatto scattare il saltarello delle sicura e la gran mazza, a causa del contrappeso, si sarebbe mossa di colpo in avanti attivando il meccanismo di chiusura delle lame. Disgraziatamente, per afferrarla così come si poteva, alla bell’e meglio, e spostarla verso sinistra, le dita sarebbero finite sotto le lame e sarebbero schizzate via. Il tutto sarebbe finito addosso alla stufetta e la carta sul tavolo (e le dita) avrebbero preso fuoco. Questo piano era stato preparato e poi rimosso, fin dalla memoria, allorché MT era entrata in scena, distraendo così Romano, salvandolo per un po’ e riuscendo poi addirittura a fargli mutare indirizzo. Ma adesso, che l’aveva definitivamente lasciata, aveva deciso che non avrebbe più vissuto nella situazione di prima: troppo intollerabile, troppo angosciante. Dall’incidente, a conti fatti, avrebbe avuto un risarcimento di più d’un miliardo, tutto sarebbe stato risolto e ciò gli sarebbe servito anche da dura lezione: che un’altra volta non coinvolgesse più gli altri nelle sue questioni. Sì, perché tutta l’angoscia di Amodeo era provocata dagli altri. Egli non aveva colpe se erano restati danneggiati, ma lo colpevolizzavano e per lui questo loro atteggiamento era la fonte d’un immenso ed intollerabile dolore. Avrebbero avuto quello che reclamavano e sarebbe restato anche abbastanza per la moglie. Era l’11 marzo 1987, mercoledì. Telefonò a Luigi Luccini, dicendogli se andava lì la sera che gli doveva parlare. L’amico assicurò che sarebbe passato verso le nove e mezzo. Notatelo: è la pagina 300, che esprime il pieno 100 sulle 3 linee xyz del flusso e qui Romano farà veramente il pieno: parlerà a Dio e ne udirà la reale risposta. Quando Luigi Luccini suonò al citofono, Romano gli aprì e corse a mettere in atto il suo folle disegno: egli ci avrebbe messo più d’un minuto ad arrivare e c’era tutto il tempo. Infilò le dita, con attenzione, sotto le lame mentre con la testa sollevava la pesante leva che attivava il movimento, cui aveva agganciato una treccia d’elastici. Spostò la testa e gli elastici si tesero, controllò con attenzione che le dita fossero in posizione giusta. Ora occorreva fare ancora un piccolo gesto, quello di tirare indietro la testa. L’elastico e il gran peso attaccato alla leva della taglierina avrebbero attivato il meccanismo ed avrebbe avuto tranciate nette le sue quattro dita. Luigi Luccini, chiamato là, sarebbe stato solo il testimone di quella sciagura, colui che avrebbe spento le fiamme e lo avrebbe portato all’ospedale, evitandogli di morire dissanguato, chissà, dopo un probabile svenimento. Ecco, tutte le prove che il Signore aveva dato nella vita ad Amodeo, d’essere sempre al suo fianco, dovevano essere tanto evidenti che, in questo momento estremo, egli si ricordasse di Lui e chiedesse pregando: “Dio, che faccio?” E udì, nettamente, chiaramente: “Aspetta!”. Udì Dio rispondergli! La data? 11.3.1987 la cui somma è 30, il decimo di pag. 300 e la Trinità del ciclo intero 10! Perché sommo le cifre? Perché i numeri decimali son logaritmici, dilatati per 10. Oh, era chiaro che non era Romano ad aver risposto a se stesso! Se egli avesse parlato a sé avrebbe detto: “Manda tutti all’inferno, se non ti capiscono e tu arrivi a gesti così!” Romano credette di sentire davvero, il giorno 11 di quel marzo 1987, la voce di Dio, che stavolta gli aveva ordinato così: semplicemente, categoricamente ed autorevolmente. Era tanto imperativo che non gli restava che ubbidire. Abbassò lentamente la testa riportando la sbarra nella posizione iniziale e scese ad aspettare l’arrivo dell’amico. “Cosa c’è?”
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“Vieni a vedere” e lo portò al piano di sopra, a fargli costatare che cosa l’aveva chiamato a fare. Gli riferì che, però, qualcosa glielo aveva impedito all’ultimo momento. “Ma tu sei pazzo! Questa gente mandala a cagare!” Luigi Luccini era più esplicito. Non si poteva finire così. Lo aveva conosciuto come una persona capace, gli aveva visto fare una carriera strabiliante, poi la stranezza di tutto quel darsi da fare per tenere in piedi quella baracca dicendo di farlo per Gesù. “Romano, ti ha rovinato Gesù!”.
(un “Io amo Dio”) per avergliela mostrata, questa verità suprema dell’essere d’ogni cosa, da lui riconosciuta presente nella realtà del sacrificio estremo. Cosa per altri assurda, contraddittoria, pretesa addirittura mostruosa. Perché ringraziare un Dio che ti chiede il sacrificio di quanto tu hai di più caro? Ti ama un Dio in apparenza così crudele? Questa conoscenza, in Amodeo, Dio l’avrebbe fatta passare attraverso l’armonia dei numeri, essendo Egli stesso un Dio Uno e Trino, costruito proprio su quel numero 1 che mancava al 3 e che Amodeo doveva inserire, riconoscendolo come la parte essenziale del tutto, quella combinazione che, partendo dalla crescita delle tre facce reali, portava ad un solo volume. Einstein l’aveva già fatto nella natura, aggiungendo la dimensione t, tempo, alle tre xyz dello spazio; ora tutto ciò andava riconosciuto nell’essenza posta alla stessa base della natura: l’anima del suo osservatore. Romano doveva mettere in pratica quello per cui aveva sempre pregato, anche ora che era teso alla scoperta vera della sua assoluta nullità. Scoperta che si fa solo quando si assiste al crollo di tutti i valori attribuiti a se stesso: solo allora il soggetto, l’“io” diventa capace d’ascoltare “Dio”, solo quando ha tolto di mezzo quella sua ingombrante dimensione “D” che, aggiunta ad “io”, fa di se stesso quel “Dio” che assolutamente non si è mai. Non era un caso che egli fosse crollato, in questa storia così emblematica, proprio nel momento in cui, con orgoglio, aveva detto a se stesso: “Sono stato bravo, ce l’ho fatta!”. E non era invece mai crollato prima, quando, inerme, aveva atteso il pane quotidiano d’un aiuto, che lo tenesse in vita, da chi gli aveva dato vita e continuava a farlo. Ciò perché il progetto, costruito da un Dio perfetto, è perfetto. Dove stava questa perfezione? Essa c’era e non si vedeva. Spettava a Romano trovarla e vi sarebbe riuscito. Perché quel giorno che Dio gli parlò impedendogli un male fatto a se stesso, Luigi Luccini lo aveva sfidato, dicendo all’amico: “Chi ti ha tradito è stato Gesù”. Il maestro non ti tradisce quando ti rende sempre più difficile il compito, e Gesù, essendo la perfezione eretta a maestra dell’uomo, te ne dà sempre uno che tu possa e sappia superare. Devi solo crederci sempre e sperare, pregare che avvenga senza che Dio t’induca a tentazioni poste troppo oltre la tua capacità. Ma non è così, Dio non ti dà quanto ti è impossibile superare. L’uomo deve capire meglio il “Padre nostro” e, mentre si dice “dacci oggi il nostro pane quotidiano, rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori e non c’indurre in tentazione ma liberaci dal male e così sia”, l’uomo fedele, credente, deve intendere con tutto se stesso in questo modo: “tu ci dai il nostro pane quotidiano, tu rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitore e tu non c’induci in tentazione, ma ci liberi dal male e così è”. Pura Fede. Romano doveva recuperare tutta la sua fede, anche dopo che Dio gli aveva sottoposto la tentazione suprema: quella dell’esistenza d’un bene che fosse stato fatto da lui, da Amodeo e non da Dio. Questo, infatti, era stato il neo che aveva caratterizzato l’ultimo tratto della sua vita, da quando aveva convertito il suo cammino, nel 1975: desiderava che fosse egli stesso a dare testimonianza di vita. La sua tragedia, ora, dipendeva proprio dal fatto che non riusciva a superare la mancanza di stima della gente. Questa, invece d’apprezzare questo suo impegno, aveva finito per giudicarlo come il ladro della peggiore specie, quello che è cattivo e disonesto e t’inganna fingendosi onesto e buono.
Romano capì che doveva smettere di lottare, doveva lasciare che i suoi desideri trovassero pace. Non poteva fare colpi di testa, in questa situazione. MT gli aveva salvato la vita, per mesi. Era la sola che riuscisse a distrarlo dai brutti propositi, non doveva rifiutarla. Egli doveva solo riuscire a fare ordine su tutto ciò, senza fretta, senza colpi di testa, senza chiedere a se stesso sacrifici che non poteva sostenere. Era veramente un povero uomo, incapace ormai di tutto, e non gli restava che aspettare, secondo l’ordine ricevuto, che quella tempesta passasse. In un mondo a quattro dimensioni, in cui ne appaiono e c’è posto solo per tre, egli doveva lentamente trovare il modo e il luogo per inserire la quarta. Doveva trovare come l’accordo musicale, che è composto da quattro note suonate assieme, doveva fare come se avesse aperto le tre facce d’un cubo in crescita positiva, spianandole attraverso le rotazioni dei tre angoli retti: solo allora avrebbe visto, compreso sullo stesso piano, il quarto piano mancante, quello d’un tempo di confronto e di raccordo tra i due piani estremi, che dettavano il tempo unitario dei 4/4 della musica. La soluzione che Amodeo avrebbe trovato e che doveva aspettare di trovare era solo quella appena descritta: l’armonia musicale presente nello spazio fisico dell’esistenza. La vita non era un solo istante; proprio come aveva letto a Lodi sul foglietto di penitenza datogli quella mattina da un sacerdote come il messaggio scritto di Dio, tutto era stato voluto fin dal principio del tempo ed era tempo, musica, in cui le note hanno una durata ben definita e sono quattro bianche e tre nere, perché tutto il movimento, sulla base del tempo ¼ era di ¾. Un progetto numerico, assolutamente perfetto, era alla base della costruzione del mondo. Egli un giorno aveva ringraziato il Signore d’avergli fatto conoscere tale mondo, attraverso il senso di salvezza riconosciuto nelle sciagure. Così ora non doveva soffrire, a vedere anche l’ultima, quella impossibile da tollerarsi. Impossibile perché è la rinuncia perfino a se stesso: perfino alla libertà, per lasciarsi fare interamente da Dio, nei suoni e nelle pause voluti da Lui. Gesù visse questo nel momento del presunto abbandono di Dio, fatto anche da Lui, quando invocò: “Allontana da me questo calice!”; ma superò il pericolo della fede in se stesso più che in Dio, aggiungendo “pero non la mia, sia fatta la tua volontà”. Abram superò questo stesso impaccio quando Dio gli propose di sacrificare a Lui Isacco. Egli lo portò sul monte perché colà fosse immolato addirittura quel figlio donatogli a tempo scaduto dalla bontà del Signore. Chi approva la bontà in un simile Dio e chi approva la bontà nella scelta fiduciosa d’Isacco? Come il grande patriarca Abramo sarebbe stato scelto da Dio come padre delle moltitudini, per quella estrema fiducia nel Dio che gli chiedeva la morte del figlio, così adesso il piccolo e insignificante Romano sarebbe stato scelto da Dio come il conoscitore del mondo e dell’altro mondo. E lo avrebbe fatto per quei ringraziamenti rivolti a lui da Amodeo
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Romano aveva preteso dagli altri il rispetto per quanto non era sostanzialmente vero. Si doveva ricordare di come Gesù, pur essendo Gesù, dicesse “l’unico buono è il Padre”. Romano doveva smantellare davanti ai suoi occhi la propria figura, grandiosa, buona, generosa, come se queste virtù fossero veramente sue e non solo affidate a lui dalla buona sorte d’un Dio che così aveva voluto. Questa era la penitenza che ora doveva accettare, la più grande mortificazione che fosse possibile a lui giunto a questo punto: di scoprire d’essere una merda. Non doveva lottare più contro questa mortificazione che avrebbe ricevuto dalle circostanze e dalla gente, perché stavolta l’avrebbe ricevuta da se stesso e nel peggiore dei modi: attraverso tutto il male che avrebbe visto, preferito da sé, al bene che pure ottimamente conosceva qual fosse. Non avrebbe avuto l’alibi che gli aveva detto Armando: “Non ti hanno capito”, perché si sarebbe accorto, con estrema amarezza, di volere, di volere personalmente tradire tutti i suoi valori, così come aveva fatto Pietro, prima che il gallo cantasse tre volte… per la paura derivante dalla sua mancanza di fede. L’apostolo pianse amaramente ed ora sarebbe toccato a Romano, di piangere amaramente sulla sua miseria umana, nell’osservare in se stesso veramente un miserabile. “La porta della salvezza è molto stretta”, aveva detto Gesù. E Pietro: “Ma allora chi si salva?”. Al che Gesù aveva aggiunto: “Ma non temete, quello che è impossibile a voi è possibile a Dio”. L’aver fede in un Potere Assoluto consiste proprio in questo: avere fede nella possibilità che accada l’impossibile. E accade, non temete, perché è impossibile solo alla creatura, non certo al Creatore di tutto quanto è possibile ed impossibile alla creatura. L’avere fede nella verità dell’ordine “aspetta”, che intanto aveva impedito ad Amodeo d’osservare il compimento di un’assurdità compiuta in apparenza da lui, significava il credere in una risalita e in un recupero a lui impossibile, specie dopo d’essere divenuto un miserabile traditore. Credere che Dio è capace ti toglierti questa miseria che neppure essa è un tuo merito. L’uomo non è in grado d’avere meriti, né in bene né in male, per meriti e demeriti suoi. È la più profonda lezione da capire: l’uomo, di per se stesso, non è nulla, è capace di nulla. Tutto, sia nel bene, sia nel male, è un dono di Dio. Anche il male; il male più ancora del bene, perché stimola alla salvezza portata da un altro, alla richiesta d’aiuto. Invece il bene induce alla tentazione dell’autosufficienza e della contentezza di se stessi. Dio è il padrone unico del fare, e d’un disfare talmente assoluto che faccia rientrare ogni cosa apparentemente fatta, presente in atto, nel campo della pura virtualità di quanto esista solo in potenza, fino darti l’eredità di tutta la virtù senza macchia e la potenza per ricondurre in atto un’eterna avventura esistenziale, giocata tutta tra la potenza e l’atto: ciò che la fede cristiana chiama “vita eterna”. Bisogna allora credere, proprio quando sembra che il fatto sia irreparabile, che Dio sappia risolverlo e lo annulli fino alla stessa radice del suo esistere, per dare poi i frutti, di questo apparente estremo castigo in cui si è stati indotti, attraverso la stessa richiesta provocata e suscitata in noi attraverso il male: “Dio, vieni a salvarci!” Questo è ciò che – dettogli da Dio – Romano doveva aspettare, allo stesso modo di tutti gli uomini: l’evidenza che Dio avrebbe salvato tutta la sua creazione. Ora, nel 1987, Amodeo ancora non sapeva con chiarezza come tutto questo si sarebbe avverato. Lo avrebbe visto ed io qui ve lo sto narrando.
Non sapeva che cosa dovesse aspettarsi, in concreto. Perché quello che Romano aveva cercato di fare, anche nel momento di compiere quel gesto inconsulto, non era direttamente per se stesso. Era per gli altri, ma perché si accorgessero che egli era stato buono… dunque era per se stesso, in modo indiretto. Non vedeva, per come si erano messe le cose, in qual altro modo, all’infuori di quelli pazzeschi cui era stato per ricorrere ben due volte, avrebbe potuto ottenere quei risultati che egli voleva. In che modo, semplicemente aspettando? Che cosa si doveva aspettare? Gi tornò in mente quel foglietto letto quasi dieci anni prima: “Il Signore ti ama e perfino il tempo in apparenza perduto è solo tempo d’attesa”. Aveva avuto nella sua vita tante prove che Dio rispetta le sue promesse, che si mise allora nuovamente ad aspettare e, come faceva quando doveva sentir male e non poteva evitarlo (si metteva ad osservarlo minuziosamente), si mise ad osservare e a cogliere per bene tutta quella sua miseria, in se stessa e in se stesso, per vedere in verità di che cosa il tutto fosse fatto e fosse fatto egli pure.
Un dipinto di quel periodo: l’occhio della coscienza.
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Capitolo 37 Il 12 marzo 1987 Amodeo ritornò a vedere MT, e il giorno dopo le regalò una spilla Liberty anni 40, di fattura statunitense, che le piacque molto e la rese molto contenta. Non tornarono a vivere insieme. La domenica successiva invitò Giancarla a vedere la sua partita di calcio, poi andarono a pranzo a Como. Giancarla fu cara, gentile, premurosa e volle assolutamente offrire lei. Settantamila lire di pranzo. Gli faceva la corte e Romano gradiva le sue gentilezze. Non era un mistero che le volesse bene: gliene aveva sempre voluto, anche se ultimamente lei era divenuta per lui poco più che una sorella. Aveva quel giorno una sensibilità particolare al sole indotta dai farmaci che aveva preso la settimana prima: “Sono proprio sfortunata, sono così brutta proprio il dì in cui vorrei essere più bella”. A sera telefonò alla Mazzola raccontandole che aveva preso una botta sull’alluce giocando alla partita, che era voluta andare a vederlo la moglie e che egli restava a casa a dormire. Lei, come era prevedibile, si turbò, ci restò male. Il 16 marzo, seduti al bar di fronte alla Casa dello studente, MT gli dichiarò: “E’ finita, sono triste, ma è finita. Non sento più niente per te”. Egli rispose: “E va bene”. Si alzarono e andarono via, senza consumare niente. Poi lei aggiunse: “Ti chiedo la promessa d’aver cura di te, di non fare sciocchezze”, perché egli le aveva raccontato che cosa avesse cercato di fare in quel giorno 11 di marzo. Romano andò prima in ufficio, poi, zoppicando, tornò a casa di lei, per rimuovere quel grosso letto che vi era stato portato il 2. “Sta male, lo farà un’altra volta” ribatté la madre. L’indomani mattina le telefonò, leggendole tre poesie che egli aveva composto e lei gli rispose che gli avrebbe scritto una lettera. Fu una lettera d’apertura, il cui senso, in sintesi era questo: “Io sono una persona ferita che preferisce i dolori già noti della fine d’un amore a quelli ignoti d’un amore difficile. Forse ho avuto troppa fretta: proviamo ancora, chissà! Vediamo di costruire un rapporto con più calma e meno precipitazione… Se vuoi ancora… Se non sei ritornato con tua moglie…”. Romano ebbe l’idea d’andare lontano, dove si potessero esprimere tutto, con calma e chiarire definitivamente cosa volessero. Pensò a Venezia, perché gli venne in mente il film “Anonimo Veneziano”, sulla fine d’un amore a Venezia. Così l’indomani, 21 marzo, alle 14, partirono, prendendo lo stesso treno sul quale il 2 febbraio lei l’aveva accompagnato mentre andava da Piccin e s’erano dati i primi baci in una carrozza vuota. Ora c’era una signora.
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Si sfidarono ad una gara di poesia libera e lei scrisse: “Strada ferrata impedito amplesso a me stregata dal tuo sesso da una viaggiante verso meta austera. È questo il primo giorno giorno di primavera e questa sera quando saremo a letto ci sarà questo amplesso benedetto”
Quella sera si amarono veramente sette volte. Amodeo dichiarò a se stesso che non era possibile essere lasciati il lunedì “perché lei non sentiva più nulla” e ritrovare poi tutto questo sentore il sabato. L’indomani, visitarono la mostra d’Arcimboldo, oziarono per le calli, sedettero ai bar, stettero bene, dimenticarono tutto, finché Romano non riaprì quel tema, doloroso, di Morte a Venezia, ed iniziò a parlare di quanto era successo, per trovarvi una possibile logica. Allora si ruppe di nuovo tutto. Andarono egli avanti e lei dietro lamentandosi finché giunsero al treno. Ma non partirono, andarono nuovamente in albergo e fu una serata davvero molto triste. Da parte sua, la moglie di Amodeo viveva queste situazioni essendone molto allarmata. Luigi Luccini probabilmente le aveva confidato che cosa fosse stato per fare Romano e lei stessa si rendeva conto che la sua situazione era tutt’altro che tranquilla. Intanto una cosa era successa e veramente importante: gli affari e gli aspetti economici erano finiti tutti in secondo ordine. Fintantoché la questione vitale era quella sentimentale, la sua prepotente esistenza impediva l’angoscia per il resto. Romano invitò la sua consorte a prendere una pizza e lei gli rispose: “Smettila di trattarmi come un burattino!”, ma la domenica 29 volle lei sapere perché l’avesse invitata. Le rispose che gli era parso normale tra loro due. Presero parte alla discussione la madre di lui e Mira Balconi, la sorella del padre, l’unica che non gli avesse voltato le spalle, e la questione si complicò, perché stavano cercando tutti e tre di farlo tornare alla ragione 114.
114. E come avrebbe potuto? Non dipendeva da lui. Il suo destino avrebbe dovuto liberarlo, a poco a poco, da tutti i vincoli esistenti nel mondo. Sarebbe dovuto essere, alla fine, a tu per tu con quella sua mamma che gli aveva salvato la vita, con la quale avrebbe trascorso tutta la vita dal 1973 al 2.000, dunque per 17 anni, un numero importantissimo, che indica il pieno nel rapporto 16/1 come la quantità 24=16, valore massimo di uno spazio percorso nei due suoi versi e in base ai concetti di uno spazio a 3 dimensioni e di un tempo ad una. All’interno di questo periodo di 17 anni che avrebbe trascorso con la mamma, 10 (un ciclo intero dell’esistenza, l’ultimo della vita di Mariannina) ne avrebbe trascorsi da solo, perché Giancarla sarebbe stata tolta autorevolmente di torno, pur senza essere tolta per il valore affettivo, che poi era la sola cosa che veramente sarebbe contata. Di fronte a queste ragioni, superiori alla vita comune, quelle di Mira, una figura veramente ammirevole, l’unica che non emarginò Romano per quello che aveva fatto, di Mariannina e di Giancarla non potevano umanamente avere speranza di prevalere.
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Allora Amodeo, per la riprovazione manifestata contro di lui, se ne uscì di casa e fu ospitato gratuitamente dall’amico Romano Gozzi in una delle stanze dell’Hotel Lodi a Lodi, di sua proprietà. Vi restò 4 notti 115. Il 2 aprile volle tornare dalla Mazzola e stette con lei; l’indomani, venerdì, all’Hotel Lodi tutte le camere erano occupate, così fu costretto all’una di notte a tornare in Via Lattanzio. Il 10 aprile, di fronte a MT che gli diceva di non sapere più cosa volesse, Amodeo la lasciò lui. Lei stette male, vomitò. Stette male anche tutto il giorno dopo. Il giorno dopo gli domandò se andava da lei ed egli lo fece. Andarono sull’Adda e lì Amodeo le propose: “Riconosciamo che siamo separati! Non va bene così. Che vuol significare tutto questo prenderci per poi subito lasciarci? Smettiamo anche con le intimità. Poi vedremo.” Fecero progetti per le vacanze di Pasqua e trascorsero tre giorni a Grantola, tra Luino e Ponte Tresa, ospiti della sua amica di Via Vanvitelli, figlia dell’avvocato Dell’Ora. Romano portò un lungo lenzuolo preparato con la cementite e dipinsero. La Mazzola non stava bene, era ridotta ad uno straccio, ansimava dopo soli pochi passi che fossero più spediti del solito. Così, al ritorno, non si videro che il 28, al Giamaica, un locale nel quale avevano fatto un patto di ritrovarsi sempre, anche se si fossero lasciati, perché gente instabile come erano loro due avrebbe sempre avuto modo di ritrovare un’armonia, anche decenni dopo. E proprio quell’appuntamento consentì a lei di chiarirsi le idee: gli voleva bene, ma aveva un’ansia terribile derivante dalle condizioni economiche di lui. Quella notte, restata sola, non riuscì a dormire neppure avendo raddoppiato la dose già alta dei tranquillanti. Queste sollecitazioni che MT faceva ad Amodeo lo spronavano nuovamente a vincere la sua battaglia del lavoro, ora con lo scopo di tranquillizzare lei. Così, tentando di dare tranquillità a lei esponendo plausibili ragioni, egli le trovava anche per se stesso. Le scrisse una lettera il primo maggio, in cui le dettagliò la sua situazione economica, che poi non era così terribile come aveva detto a lei nel tentativo di spaventarla: restavano sempre le proprietà immobili che aveva a bilanciare circa un miliardo d’investimenti in lire.
Solo che erano beni invendibili. Poi le suggerì che il problema vero era lei: non aveva più la capacità d’autocontrollo e la madre, lo psicanalista, lo psichiatra e perfino le amiche, erano coloro che finivano per decidere al posto suo. Lei, toccata sul vivo, tentò d’affermare la sua autonomia e dichiarò a tutti che la smettessero, perché lei “voleva bene a questa persona”. E a Romano esclamò: “Ora io non ti lascio più. Da questo momento in poi, se uno di noi due lascerà l’altro, sarai tu”. Sull’onda di queste sicurezze iniziarono a cercar casa e trovarono due possibili alloggi nella via che faceva angolo con la sua abitazione di Via Tunisia. Poi, tanta era stata la sua sicurezza, il 7 maggio, atterrita da tutto quello che stavano organizzando insieme, gli comunicò per telefono quello che mai più gli avrebbe detto: “Ti lascio”. L’artefice di questo ravvedimento era stato il Monteverdi, lo psicanalista, che s’impicciava degli affari non suoi fino al limite della denuncia 116. Romano non restò molto convinto d’essere stato lasciato, le ritelefonò quasi subito e lei gli dichiarò: “Sono disperata!”. Tutto ricominciò, ma solo per poco. Passata la disperazione le mancavano ora gli stimoli del sesso, bastonati dalla cure cui la stava sottoponendo lo psichiatra, con pillole ed altro che inibivano la libido. Rimessasi e smesse le medicine, si convinse di desiderarlo con tanta forza che gli comunicò d’avere ora deciso di lasciare il Monteverdi, che cercava sempre di condurla verso l’assenza d’ogni legame, come l’ideale condizione per lei. Ricominciò a pensare alla casa, alle ferie con lui, a quando si sarebbero messi a vivere insieme… Sì, perché Amodeo viveva sempre a casa sua, in Via Lattanzio, assieme alla madre e alla moglie. Si parlavano per telefono, ma un giorno Anna rivelò al figlio che non gradiva che egli telefonasse a lei da casa sua, così Romano, che già era andato via di casa più d’una volta, sfilò dal suo mazzo le chiavi di quella casa, le rese a sua madre e se ne andò. Riprese a stare con la Mazzola, in due in quel letto ad una piazza e mezza in cui lei ora dormiva, dopo che era stato rimosso il letto grande di quella settimana di fuoco. Ripreso lei il possesso della sua libido, furono nuovamente notti di fuoco.
115. Nulla succede a caso nella vita. Che proprio Romano sia intervenuto a dare albergo a Romano non fu un fatto casuale. Era proprio San Romano il solo che condivideva in pieno il senso sovrannaturale di quello che stava accadendo. Romano doveva essere reso capace di esorcizzare Satana ed avrebbe potuto farlo solo se avesse sorpassato tutto: il senso del bene e del male nei quali le stesse figure assolute del Male e del Bene erano state suddivise, arbitrariamente. Sì, perché nulla evolve liberamente in natura. San Romano lo sapeva proprio per il suo essere un martire contrario al martirio e che non temette di essere martirizzato egli stesso per questo, perdendo la testa. Romano Amodeo non la avrebbe persa a causa di una donna, come era già successo al Battista. Doveva dunque divenire superiore a queste beghe umane, tutte esistenti in un relativo divenire che in assoluto non aveva nessun senso. Orbene l’aiuto proprio di Romano fu importantissima testimonianza di questo sublime intento del san Romano esorcizzatore, che era posto e giaceva tutto, ma non vi annegava, nelle questioni relative.
116. In questa partitura teatrale, la figura del Monteverdi fu quella del Maligno. Egli si rendeva conto di quanto Romano abbisognasse di Maria Teresa per riuscire a esorcizzare la sua vita dai suoi stessi affetti, divenuti non più adeguati allo sviluppo che Romano avrebbe dovuto avere. Questa Entità, dall’apparente aspetto ecologico di un monte verde, richiamava all’oggettività della natura uno Spirito Santo che era all’origine di quella visione relativa. Il mestiere di strizzacervelli del Monteverdi era ideale per mettere in atto tutti gli ostacoli che il Diavolo avrebbe voluto mettere davanti alla crescita di Romano Amodeo. Solo che il Diavolo è la stupidità, o la Ragione Falsa in persona, giacché Dio è la Ragione Vera in persona… Il Diavolo è veramente un idiota assoluto, che non sa mai quello che fa, tanto che il Monteverdi non si rendeva conto che tutti gli ostacoli che egli frapponeva a Maria Teresa, si ripercuotevano in modo assolutamente favorevole sulla vita e la crescita di Romano.
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Ci fu un lungo periodo di serenità, l’ultimo, giacché un giorno Amodeo dovette correre in ufficio perché erano andati a scollegare la luce a causa di un’insolvenza. Era stata solo una svista, ma gli operai non avevano sentito ragioni. Fu un fatto che impressionò Maria Teresa, e cominciò a farsi nuovamente mille domande. Il Monteverdi, che non era stato lasciato, agendo a quel punto a tutta forza come un mantice sulla sua insicurezza, la portò nuovamente a scegliere per la dignitosa solitudine e a comunicare ad Amodeo: “Sono triste, è finita.”.
Capitolo 38
Maria Teresa Mazzola, ritratta in un’estate a Riva degli Etruschi.
Romano scrisse entro il 6 luglio 1987 “Margherite impossibili”, la storia dei primi sei mesi tra lui e la sirena, e glielo inviò. Lessero insieme dei brani, ricominciarono a vedersi. Prese in affitto l’appartamento in Via Franchetti 117, che avevano scelto, ed andò ad abitarvi, ma non riuscì a restarvi per una questione sorta tra il proprietario e Romano Gozzi che aveva fatto da mallevadore, ma solo fino ad un certo punto. La brutta figura incattivì la madre della Mazzola e la stessa figlia. Egli cercò di parlarle al telefono, ma la madre non volle passargliela. Lei andò a Marchirolo ed egli corse là, per incontrarla, ma anche là trovò lo stesso Cerbero che lo impedì. MT era stata chi lo aveva salvato avendogli saputo dare momenti di fuga ed ora proprio lei lo cacciava in nuovi dolori legati alla sua incertezza, facendogli provare nuovi e orribili patimenti, che in certi momenti divenivano intollerabili. Si mise ad osservare se stesso quanto soffrisse, e riuscì a calmarsi, a darsi una ragione: stava bene così. Gli stava bene così, a lui che aveva date le stesse pene a sua moglie! Romano si diede anima e corpo a sistemare le sue cose. Il suo programma d’innovazione doveva essere ancora collaudato. Con le poche macchine sopravvissute all’azione di boicottaggio, perché rimaste in Via Colletta, aveva messo a disposizione ogni cosa per dimostrare l’esecuzione di quanto aveva programmato. 117. Ricompare San Romano in relazione all’appartamento in Via Franchetti, in cui Romano stava cercando di affrancare i suoi affetti, avvalendosi dell’aiuto extra datogli dal San Romano che agiva anche spingendo il suo omonimo amico. Fu uno strano aiuto molto contrastato, in quanto il proprietario concesse l’alloggio grazie alla sollecitazione fatta da Romano Gozzi, una gola profonda che agiva sempre nello strano modo di chi collabora dicendo di no. Anche in questo caso “gola profonda” si impegnò, tanto che Romano provò per un po’ a vedere che cosa succedeva se egli abitava dietro casa di Maria Teresa, poi impedì che proseguisse, dopo la rapida esperienza fattagli fare. Esperienze di libertà, ma tutte fuggevoli. Roamano Gozzi svolse sempre questo ruolo in tutta la vita del suo omonimo amico: sia all’università, sia quando furono soci, sia tutte le volte che Romano aveva avuto bisogno che lui l’aiutasse finanziariamente. In quei casi Romano Gozzi lo ascoltava, gli faceva esprimere tutta la sua condizione del bisognoso, dopodiché gli faceva con belle maniere una seria lavata di capo e non lo aiutava per niente. A suo modo di vedere lo aveva già fatto e non si può aiutare in eterno. Quando si verifica una roba simile si attiva una dipendenza che diventa perniciosa. Pertanto “Gola profonda” sembrò più di una volta un grande duro di cuore, perché disse tutta una lunga serie di “No!”, ma lo fece esattamente nello spirito di San Romano, che intendeva sempre esorcizzare il male tutte le volte che lo vedeva, espresso nelle sue varie forme. Questo suo amico, Romano Gozzi, lo fece con tanta serietà in tutta la sua vita che finì per scoppiargli il fegato e dovette subire un trapianto: egli non digeriva alcune situazioni, e le somatizzava proprio nel fegato. Sposatosi con Lia Bussi, non poté esimersi ai suoi appelli. Lei bussò a tal punto che lui ne ebbe spappolata la capacità di digerire una vita come l’Inferno. Essendo difeso dal San Romano che l’incitava a esorcizzare il mondo, pur arricchendo, non vi riuscì e somatizzò irrimediabilmente proprio nell’organo che nell’uomo serve a digerire quanto deriva dall’alimentazione: il fegato.
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La sua iniziativa aveva riguardato più l’hardware che il software, perché la sua iniziale macchina doveva essere in grado di leggere tutti i differenti dischetti in uso alle varie case che servivano la fotocomposizione, tanto da accentrare i dati per poi decentrarli su qualsiasi altra macchina. Un testo poteva così passare da dischetto a dischetto di sistemi differenti. Non essendoci più i 27 lettori di dischetto dovette correre ad un ripiego, passando ad una trascodifica che inerisse di più l’aspetto della programmazione. Cominciò ad approfondire l’aspetto del linguaggio dei computer e s’impratichì a tal punto delle regole base che riguardavano l’intelligenza artificiale che questa sarà poi la base di tutto il suo futuro ragionare, anche rispetto all’intelligenza dell’uomo. Con una macchina trascodificatrice, poté dimostrare come fosse in grado di passare agevolmente da un linguaggio all’altro, liberalizzando in un certo senso il mercato per come aveva inizialmente inteso. I due ispettori venuti in settembre a controllare per conto del Ministero dell’industria conclusero nella loro relazione che la Romano Amodeo S.r.l. era riuscita per il 95%. Fu possibile così ricevere il saldo finale. Con l’accredito del Ministero, Romano si recò dalla Mazzola e le mostrò il libretto con quasi duecento milioni sul conto, ma lei non fece una piega. Questa cifra, rilevante, entrò ed uscì con la stessa velocità con cui vi era entrata: consentì però di risolvere alquante questioni restate in sospeso. Consentì di pagare tutti i dipendenti che, da un po’ di tempo, erano finiti in condizioni difficili ed erano andati in molti da Amodeo a dirgli: “Ti devo parlare”: Daniela Finotti, Carmen Lombardi, Maria Teresa Casirati 118, Giusi Feroldi e Marco Fecchio, una vera ecatombe.
Erano tuttavia presenti ancora, in settembre: Anna Forlin, Michela Lombardi, Carla Forte, Silvana Barattieri, Anna Lombardi l’ultima delle tre sorelle entrate in ditta, Gloria Bianchi, Giorgio Conti, Anna Cortese, Paola Giangualano, Cinzia Luccini, Giovanni Stefanelli, Loredana Russo, Anna Vian e Agnese Tiziani, con il già pensionato Giuseppe Farina. Della squadra entrata in azione con Vittorio sopravvivevano solo Michela e Carla, essendo Anna Forlin e Silvana già attive fin da prima dell’80; per cui l’uscita di Del Grossi aveva causato una grande perdita anche di capacità produttiva. Si erano dovute assumere e preparare altre persone, dalle quali non si potevano pretendere miracoli. La Mazzola, attraverso amicizie, aveva messo Romano in contatto con il Dott. Giovanni Napodano, presidente dell’Ordine dei Commercialisti ed egli, ai primi d’ottobre dell’87, ritenne ancora possibile che si procedesse ad un piano di vendita degl’immobili, teso ad evitare il fallimento. Gl’immobili avevano tutti ipoteche, ma la sua figura, stimata dalle banche, avrebbe potuto garantire che, raccolte le offerte sufficienti a pagare tutto, si procedesse alle vendite nonostante le ipoteche. Anche le Banche convennero che i beni, venduti sul libero mercato, avrebbero fruttato di più che se messi all’asta. Fu fatto il tentativo di vendita, con offerte irrinunciabili d’acquisto, per un anno. La Compugraphic, giocando in anticipo, e saputo che in ditta erano recentemente arrivate buone risorse, aveva presentato al Tribunale una richiesta di fallimento per la ditta individuale. Il Tribunale diede un tempo ultimativo a pagare i 15 milioni richiesti. Il giorno prima di questo termine, alla metà d’ottobre, Amodeo andò a Padova, da Piccin, che gli doveva anche di più di 15 milioni: ne ricevette solo 8 milioni, che non bastavano. Deciso a tornare alla svelta a Milano per vedere in che altro modo tentare di provvedere, alla stazione trovò la sorpresa d’un improvviso sciopero dei treni e si accorse che faceva in tempo solo a recarsi a Venezia, da dove sembrava che sarebbe potuto tornare a Milano in aereo. Giunto a Venezia, seppe che neppure quel mezzo era disponibile. Stava cercando di capire cosa fosse meglio fare quando vide per caso una pubblicità del Casinò di Venezia. Osservò che le aveva provate tutte, aveva rischiato in ogni modo con la sua azienda ma che non aveva mai rischiato in modo deciso al gioco. Aveva studiato sistemi probabilistici al totocalcio, alla stessa Roulette, ma si era sempre limitato a simulare al computer, concludendo che i sistemi vincenti non esistevano. Giocando poche volte e assistiti soltanto dalla fortuna si poteva anche vincere, ma giocando molto si entrava inevitabilmente nei valori medi, largamente perdenti. La costante perdita media di tutti i giocatori è alla base del costante enorme guadagno fatto dalle case da gioco. Romano sapeva bene tutto ciò, ma aveva solo 8 milioni e gliene servivano 15 per non fallire la mattina dopo. Vista per caso quella pubblicità mentre si chiedeva come e cosa fare, si decise d’affidarsi a quella sorte. Mettendo in atto il sistema che meno aveva visto perdere nelle simulazioni fatte al computer e giocando a 500.000 lire a colpo nella giocate semplici (rosso, nero, pari, dispari, ecc.), uscì dal Casinò con 25 milioni in tasca e 17 di pura vincita. Tornò in taxi e gli costò come uno di quei colpi.
118. Vi chiederete forse come mai Maria Teresa Casirati non fece su Romano nessuna particolare presa, dato che si chiamava essa pure MT… Intanto non è vero. MT Casirati riguardava casi rati, ossia ben regolati dal raziocinio. Era una ciellina come lui, si occupava di fargli la segretaria, era a conoscenza di tutti i suoi segreti, ma il tutto nel massimo della condivisione e della ragionevolezza. Romano era intrigato dai casi pazzi e non da quelli in cui la ragione affermava la sua normalità. Romano aveva lo Spirito Santo del Lancillotto protettore dei deboli e dei bisognosi. Ricordate? Gesù aveva già detto di essere venuto a cercare i peccatori e romano aveva bisogno di Marie Teresa peccatrici o piene di limiti da redimere e da salvare. Per questo sarà conquistato meravigliosamente dall’idea di salvarne due: una incapace di scegliere, l’altra che sceglieva sempre con troppa impazienza, esattamente come faceva lui. A riprova verrà a conoscenza di una quarta Maria Teresa, di cognome Francese. Ma anche questa, pur avendo con lui una grandissima familiarità, sarà una persona troppo equilibrata per suscitare il suo interesse. Le Marie Terese che avvinceranno Romano fin nei più piccoli meandri dell’anima e del corpo saranno figure per certi versi dimentiche di Maria e Santa Teresa. La prima addirittura atea, la seconda che si era svestita da suora. Le altre due MT erano molto religiose, persone del tutto in regola rispetto agli “Sponsor”, tanto che Romano l’esorcista non era naturalmente chiamato in causa ad esorcizzare un bel niente. Infine esisteva Maria Teresa Baratta, sua cugina, figlia di Antonio, ma erano stati sempre troppo lontani perché si verificassero eventuali scintille. Romano provò a proporsi come suo aiuto, mettendo anche a repentaglio la sua incolumità, per non farle perdere le terre di Ostigliano, per usucapione da parte di un mafioso siciliano, ma lei non ci sentì.
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La mattina dopo rispettò il suo impegno e decise che, essendo in credito con la buona sorte, poteva anche arrischiare quello che gli era rimasto. Tornò a Venezia e vinse 10 milioni, poi 15 la sera dopo e si trovò con 42 milioni di vincita. Si recò dal fratello e gli mostrò quel bel mazzo di biglietti di banca. Benito ricordò che quel denaro gli sarebbe potuto servire a risolvere le difficili situazioni personali che gli erano rimaste in sospeso. Ma Romano aveva visto che il suo sistema funzionava: la sequenza di segni consecutivi che lo avrebbe fatto sballare, arrivava puntualmente, ma accadeva solo quando aveva già vinto parecchio, e allora smetteva. Andò da un orefice di Venezia e si fece costruire una spilla d’oro e rubini copiando quella bigiotteria in stile Liberty che alla Mazzola era piaciuta e che gli aveva restituito, quando si erano lasciati a fine giugno. Fece in tempo a pagarla sul finire d’ottobre e poi – appena pagata quella e all’improvviso – vide che tutto gli si voltò contro: accadevano le sequenze più improbabili che ci potessero essere, infilate di 15 eventi negativi tutti di fila, il che è tutto dire. Un giorno aveva una sola probabilità di perdere su tutti e 37 i numeri, 0 incluso, e vide la pallina schizzare contro il lato opposto, fare una traiettoria volante verso di lui, come quelle che vedeva fare ai palloni, calciati dai calci d’angolo e che prendeva molte volte egli di testa, grazie al suo colpo d’occhio. Ebbene, quella pallina che volava verso di lui, mentre sorvolava il centro, piegò nettamente da un lato e andò ad incastrarsi, come se un magnete potente l’avesse attratta imprigionandola, nell’unica casella che lo faceva perdere. Smise di giocare, perché quella sera perse, essendosi così accanito, tutto quello che aveva portato. Ma si era talmente convinto che ad un certo momento avessero cominciato a marcarlo scorrettamente, che il giorno dopo tornò con una calamita, per vedere se la pallina che usavano fosse sensibile all’attrazione magnetica. Non volle far la prova e preferì non andare più al casinò. Infatti, non era nemmeno molto sicuro che quella serie d’eventi così improbabili avesse all’origine un imbroglio. Quanti ne aveva osservati a proprio favore, fino a chiedere ad Antonella d’essere testimone? Ora gli era stato concesso d’osservare al prodigio di quella pallina deviata senza ragione perché capisse che non doveva più giocare. Infatti, stava cercando, con 10 raddoppi, di passare da 1 milione ad 1 miliardo. Nella serie: 2, 4, 8, 16, 32, 64, 128, 258, 512, 1024. era già a 64, essendo già arrivato a 6 raddoppi; gliene mancavano solo 4. Smise comunque il 28 ottobre, restando in vincita: non era fallito e gli era restato un gioiello. Quel gioiello fu donato il 29 a MT, e lei, ricevuto un dono così costoso, giudicò che poi la situazione di Amodeo non dovesse essere così temibile come a volte le sembrava; ed ebbe inizio un nuovo e tormentato periodo. Se Romano non fosse rimbecillito lo avrebbe dato alla moglie l’1 novembre, per il suo compleanno. Lo avrebbe donato a quella moglie che, senza rimproverarlo per i guai dati a lei in relazione alla GIESSEA, aveva speso molti milioni per pagare multe e risolvere altre grane, indotte a lei da quella ditta per la quale aveva solo accordato, al marito, la funzione del prestanome. Si era dovuta sentire anche tutte le pretese di quei creditori che, non pagando Amodeo, pretendevano ora da lei.
Se Romano fosse rimasto coscienzioso, non si sarebbe comportato mai così! Ma poi pensava anche che, se il marito lo fosse restato e non fosse diventato ad un certo punto più egoista, si sarebbe ucciso per non deludere gli altri, come era stato già sul punto di fare. Perciò Giancarla, volendogli veramente bene, aveva capito la difficilissima situazione del marito e lo giustificava, lei sola, mentre tutti gli altri gli davano addosso, sostenendo che non si sarebbe mai e poi mai dovuto comportare così con lei. Un po’ più duro, con gli altri, sì, certamente! Ma con lei, suo moglie, mai e poi mai! Avevano anche loro la loro brava parte di Ragione. Il Romano sopravvissuto al suo personale progetto… di non fare un personale progetto, lo aveva fatto più alla grande di tutti ed ora Dio aveva deciso che andasse umiliato in ogni modo, per salvarlo da quella sua colpa, e il modo peggiore era proprio di fargli assistere alla dura realtà che egli, così scioccamente vanesio e presuntuoso, avrebbe tradito persino chi meno se lo meritava, ossia sua moglie. Romano viveva, in questi mesi del 1987, in Via Lattanzio ed abitava con la madre e la moglie, dormendo egli nel letto degli ospiti e lei in quello nuziale. Fisicamente lontani, ma solo in apparenza, perché tra i due letti c’era solo una parete di non più di 10 centimetri... di fatto erano sempre restati a trascorrere tutte le notti vicinissimi l’uno all’altro, ma senza accorgersene. E sarebbe stato così anche per il resto della vita. Si erano verificate le condizioni espresse simbolicamente a San Donato quando, sposati ed entrati nell’ascensore, erano restate fuori tutte le loro valigie. Non c’era stato verso di ritornare sui propri passi. Avevano dovuto attendere solo la fine della salita, ma dopo sarebbero scesi ed avrebbero ritrovato ogni possesso. Così sarebbe stato per loro due e nulla sarebbe andato perduto di quello che veramente era esistito tra loro due come un autentico valore. Sul finire del 1987, Napodano rivelò ad Amodeo che non poteva fare altro che fallire: le case erano stata poste in vendita ma non c’erano state proposte a livello tale che il raccolto potesse saldare tutti i debiti. Quindi, se voleva riscattarsi dai suoi impegni, non gli restava che affidare tutti i suoi beni al Tribunale, chiedendo il fallimento per se stesso e per la sua ditta individuale. Il commercialista gli dichiarò che, lo sapeva, era una scelta amara da accettare, ma doveva rendersi conto che se solo fosse fallito l’anno prima, quando aveva patito il furto, ora avrebbe avuto un 25% d’interessi in meno, quelli maturati nel frattempo. Più aspettava e meno riusciva a coprire con il ricavato delle vendite. Fallendo adesso, probabilmente gli sarebbe restato ancora qualcosa, per sistemare al meglio i suoi impegni personali.
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Capitolo 39
quello umano dello stesso Romano, che appariva d’avere rinunciato ad ogni cosa che avesse una dignità, per divenire un vero miserabile agli occhi di tutti e dei suoi. Infatti non era solo Amodeo a sperimentare in se stesso questo pesantissimo giudizio su se stesso, erano anche coloro che egli aveva intorno ed ai quali aveva, un giorno, voluto dare tutt’altra testimonianza. Un giorno giunse una lettera minatoria e si capiva che era mandata da Volpe. Un altro giorno la segretaria dell’ultima generazione, Agnese Tiziani, riferì che aveva trovato messo sottosopra un cassetto. Poi fu sfondato il lucernario da ignoti. Romano corse dall’amministratore della casa denunciando questi fatti e chiamò i carabinieri, che però non vennero, saputo che nulla era stato portato via. Sbarrò il lucernario con tavole di legno. Una settimana dopo udì un miagolio. Trovò 5 gattini, nascosti nel sottoscala dietro dei cartoni: uno piccolissimo bianco e nero che miagolava disperatamente, e 4 classici soriani più grandicelli, muti e rannicchiati tra loro. Si capì così che due grosse gatte incinte erano le colpevoli dello sfondamento del lucernario. Rimaste intrappolate in ufficio, avevano partorito di nascosto e in date differenti, poi avevano approfittato d’una porta aperta ed erano fuggite per andare a mangiare. I gattini non erano ancora capaci di leccare il latte da una ciotola e furono lasciati entro uno scatolone vicino alla finestra aperta e protetta da sbarre, inaccessibili a una persona ma non a un gatto. La speranza era che durante la notte le mamme venissero a prendersi i figli. Al mattino i gattini erano ancora là. La scatola allora fu portata in cortile e lasciata lì per tutto il giorno e la notte. Al mattino non c’era più neppure la scatola. Romano chiese e seppe che alcuni tra i vicini, infastiditi dai miagolii, li avevano portati nel recinto di dietro, che era pieno di gatti. Corse là, entrò spostando una tavola. Gli si presentò lo spettacolo dei 4 soriani che, vedendolo, cominciarono a miagolare e a corrergli incontro, mentre l’altro, quello più piccolo, era lì in terra ormai morto. Romano li raccolse tra le braccia e li adottò. Li portò in ufficio; avevano gli occhi quasi chiusi dalle lacrime asciugate e indurite. Li lavò, riempì di latte un contagocce e lo spruzzò nella bocca d’un gattino: quello serrò la bocca, succhiando disperatamente. Il metodo valido fu così trovato e tutti e quattro furono salvati. Sembrarono ad Amodeo il segno evidente d’un destino buono: anche in quell’ambiente, in cui tutto sembrava stesse andando allo sfacelo, era stato donato ancora, a lui, di poter salvare delle vite. Si riusciva a nascere e crescere anche là, anche tra le macerie. Del resto non è la merda il concime migliore per un fiore? I gattini furono tenuti ancora un poco nella scatola, poi in un piccolo recinto realizzato nell’ufficio. Impararono a mangiare e a vivere mentre i dipendenti, ad uno ad uno, uscirono lentamente dalla scena, ultimi tra tutti: Giorgio Conti e Agnese Tiziani.
1988-‘89. Amodeo, seppure a malincuore, dovette seguire il suo sensato consiglio. Presentò la sua istanza e il 3 maggio 1988 il Tribunale di Milano comunicò la sentenza dichiarativa di fallimento, fissando il 30 settembre per la chiusura verbale di verifica dei crediti. Fallita la ditta individuale, proseguiva il lavoro della Romano Amodeo S.r.l.: i clienti c’erano e le speranze pure. Sennonché sul conto della S.r.l. – come un fulmine a ciel sereno – arrivò all’improvviso un assegno di 70 milioni da pagare. Era quell’assegno che Amodeo aveva dato a Vanda e Lello Parrinello, perché lo tenessero come una pura garanzia. Così Mariannina Baratta, che era divenuta, per il fallimento di Romano, l’amministratrice momentanea della s.r.l., fu costretta a chiedere il fallimento – prima che vi fosse costretta da altri – anche della società che per il 95% era del figlio e il 5% di Giancarla. Se Amodeo fosse stato quel disgraziato che Lello e Vanda accusavano essere, egli non avrebbe messo mai in mano loro quell’assegno, ed ora si sarebbero trovati a vedersela con il curatore fallimentare, che gli avrebbe chiesto di pagare 100 milioni perché non avrebbe mai creduto che ne avessero già pagati 70, ad un milione al mese, per comperare quella casa e toglierla così dalle case messe all’asta. Questo provvedimento si chiama revocatoria. Essendo stati tali, invece, loro due, vanificarono l’unica ed ultima speranza che ancora restava a Romano per raddrizzare la situazione. Portarono all’incasso 70 milioni mentre era in atto l’accordo di non versarli, e era un atto l’accordo che glieli avrebbe resi la zia, Mariannina, a 500.000 lire al mese, tanto che in un anno avevano avuto restituiti già 5 milioni da lei. A parte che avevano anche goduto di quella casa al mare e avevano creduto di non dover sottrarre nulla, Mariannina in persona, con il versamento di quei 70 milioni tondi tondi, s’intese derubata di quei 5.000.000 che lei stessa si era come tolti di bocca, per restituirglieli e si sentì trattata come peggio non si sarebbe potuto: per di più, da una sua nipote, che era la sorella di Gennaro, Anna, Titina e Adriana tenuti per anni ed anni come veri figli in casa sua. Di fatto era successo che, non contenti che fosse già in atto la restituzione del loro debito, era subentrata un’irresistibile bramosia di vendetta in Lello e Vanda, secondo la quale dovevano punire Amodeo. Col senno di poi si può sostenere che Romano con loro sbagliò? Doveva farsi dare da Lello e Vanda gli ultimi 30 milioni che ancora gli spettavano e fare l’atto di vendita? Insinuate che poi si sarebbero arrangiati loro quando egli fosse fallito? La ragione umana ragiona così. Quella di Dio afferma che si deve essere buoni, anche se poi si passa per cattivi e si ricevono schiaffoni. Da questa logica qui, almeno in questa circostanza, Amodeo non sembra d’essersi scostato. L’amara conseguenza fu, purtroppo, che a partire dal maggio 1988 si prepararono a restare senza un lavoro le ultime tra le 14 persone che avevano combattuto fino all’ultimo e tra queste Anna Forlin, la sola che aveva vissuto tutti e tre i momenti di questa esperienza fuori del comune, iniziata in un modo e finita in un vero fallimento, d’ogni valore, ultimo
Dovendo lavorare per vivere, Romano aveva deciso che era giunto il momento d’avvalersi dell’offerta che gli aveva fatta Benito. Il fratello, seguendo le sue vicissitudini, gli aveva consigliato fin dall’ottobre del 1987 di tenere di scorta una azienda di salvataggio. Se Amodeo gli permetteva d’aiutarlo ci avrebbero pensato egli e un suo collega, il Dott. Aicardi. Romano li aveva ringraziati e aveva risposto che facessero quello che
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potevano, ma che comunque egli sperava di non averne bisogno, perché le sue due ditte erano ancora in piedi. Così, sul finire del 1987, alle prime avvisaglie che Amodeo avrebbe inevitabilmente chiesto il fallimento, essendosi deciso a rivolgersi al Napodano, era stata costituita la Compel s.r.l., azienda grafica. Benito aveva intuito bene: Amodeo non ce l’avrebbe fatta. Egli conosceva già quella situazione che il commercialista ancora ignorava: le case costruite a Nicola erano difficili da vendere; inoltre il fallimento d’una ditta si sarebbe ripercosso sull’altra, intestata a Romano per il 95%. Come poteva sperare il fratello di non perdere anche la seconda se falliva la prima? L’intuito di Benito avrebbe fallito se Lello e Vanda non fossero, in un certo senso, usciti di senno. Così Amodeo sollecitò la Compel s.r.l. affinché intervenisse: occorreva un piccolo impianto di fotocomposizione per servire i clienti che fossero da lui recuperabili. Ora Aicardi aveva aderito solo per fare un favore a Benito e costui si sarebbe dovuto impegnare a pagare personalmente quasi 200 milioni se la ditta non avesse poi funzionato. Come faceva lui, l’unico a lavorare in una famiglia con 5 persone a carico?
Mentre si facevano tutte queste cose per lui, Romano trascorse settimane al fianco d’Elda, conoscendo anche chi l’aveva finanziata, Anna Ramazzotti, comproprietaria della casa dell’Amaro omonimo, una bella signora con cui egli entrò immediatamente in simpatia. Il lavoro relativo alla biografia era stato diviso in quattro parti ed avrebbe occupato alquanto tempo. Completata la raccolta d’un certo quantitativo, lo si sarebbe composto al computer e poi lo si sarebbe stampato e consegnato, perché fosse controllato. L’ufficio di Via Teodosio fu arredato utilizzando una parte delle Modernfold in legno che già erano state impegnate nella prima casa di Amodeo in Via Lattanzio, quella venduta nel 1983. Il locale alto al piano rialzato, era stato frammezzato con un soppalco e, lottando con i centimetri, Romano aveva creato al piano terra la zona di rappresentanza e nel soppalco uno spazio nel quale aveva collocato uno dei grandi tavoli luminosi del suo laboratorio in Via Colletta, che aveva potuto riscattare dal fallimento, aiutato da Romano Gozzi, che aveva rilevato tutte le attrezzature mobili per soli 5 milioni. L’aiutante in questi lavori d’arredo fu Sabato Lingardo. Lottando con la sua pinguedine, l’amico fece l’impossibile, specie quando rivestirono il soffitto utilizzando il grande specchio che Amodeo aveva in fondo al suo laboratorio e che copriva tutta la parete. Ora una parte di quello specchio era contro il soffitto, avvitata. Posta sopra il tavolo luminoso, permetteva a chi stava lì di non sentirsi soffocare per la bassezza dell’ambiente. Il locale al primo piano era destinato alla fotocomposizione. Una porta, aperta tra questo locale e il corridoio del vicino appartamento, lo mise in comunicazione con questo: un ingresso, due grandi camere, un bagno e una grande cucina. Al pavimento fu messa una moquette rossa e tutto l’arredamento costò 10 milioni, anticipati da Alberto Scarzella. All’affitto mensile di 500.000 lire si aggiunsero altre 1.300.000 lire. Lo stesso Alberto firmò il 4 luglio 1988 il contratto di Leasing con la Solfina, anticipando 5 milioni circa come corrispettivo.
Proprio allora Alberto Scarzella offrì all’amico Romano il compito di riordinare tutto il lavoro fatto dalla madre Elda, che aveva scritto una imponente autobiografia. C’era l’intenzione di trasformarla in un libro. C’era un finanziamento di 20 milioni per questo lavoro. Se la sentiva? Amodeo ringraziò l’amico, accettò il lavoro come una vera manna della Provvidenza, e fece conoscere ad Alberto come egli fosse mal combinato; Scarzella, persona generosa come sua madre, gli assicurò che l’avrebbe soccorso lui, in cambio dell’aiuto che tante volte avevano ricevuto da lui. Fu trovato e preso al volo, in Via Teodosio al n. 2, un ufficio piccolo, due stanze una sull’altra, collegate da una scala a chiocciola, affittato per mezzo milione al mese. Divenne immediatamente la casa dei quattro gatti. Quando il loro salvatore arrivava lo assalivano, cercando d’arrampicarsi sulle sue gambe mentre egli al lavandino apriva per loro le scatolette. Ci davano dentro con quelle loro unghiette, di cui ancora non avevano capito la pericolosità; così Amodeo aveva anche tutte le braccia segnate dai graffi. Seppe quasi subito che, nello stesso indirizzo, si affittava anche un appartamento al primo piano che, se fosse stata aperta una porta, avrebbe comunicato con il locale di sopra, del futuro laboratorio. In previsione del giorno in cui la casa di Via Lattanzio sarebbe stata espropriata, quella sistemazione sarebbe stata ideale. Nel frattempo Romano avrebbe anche visto come si sarebbero messe le cose tra lui e la Mazzola. Alberto così sostituì Benito come socio della Compel s.r.l., e l’altro socio, sostituito d’Aicardi, fu quell’amico di Amodeo, Armando Savastio, che già una volta gli aveva salvato la vita, quando voleva buttarsi con l’auto contro un muro; cercò di dargli anche ora, generosamente, un possibile futuro, impegnandosi a seguire tutta la contabilità della ditta.
Quel nuovo assetto mise addosso nuove speranze anche in MT. Quando Romano era là, a mettere giù il testo dattiloscritto del libro della Elda, lei, se poteva, andava da lui e dipingeva. Era un appartamento abbastanza vicino alla sua scuola, per cui faceva ogni tanto una capatina, per un rapido saluto. Lo inaugurarono, un giorno, ufficialmente, invitando i loro amici: Daniela e suo marito. Fu servita una gigantesca insalatona, tutto quello che loro due sapevano fare come cuochi. Comunque, tra loro, il fuoco scottava sempre, sotto la cenere. Infatti venne l’estate del 1988 e la Mazzola partì per un giro all’estero; assicurò che vi andava con una amica. Ma quando ritornò, corse disperata a cercarlo, confidandogli d’essere andata in uno di quei viaggi organizzati per trovare un compagno. C’erano state il doppio delle donne ed aveva vissuto un periodo d’estrema rivalità, di tensione così grande, che per lei quella esperienza era stata un incubo. Cosa stava cercando tra quelli, quando lei ne aveva uno che era meglio di loro? Lo supplicò d’essere perdonata. Era andata a fare quell’esperienza anche per istigazione della madre, alla quale non faceva da tempo più sapere nulla di Amodeo, per l’avversione netta che lei aveva manifestato contro di lui da quando aveva lasciato intendere che nemmeno le risorse loro sarebbero bastate ad appianare i suoi debiti. Non era vero, possedevano beni che valevamo molto di più della sua esposizione e se avessero voluto lo avrebbero salvato facilmente.
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Per quanto questo elemento, dei soldi e d’una possibile salvezza che derivasse dall’aiuto della famiglia Mazzola, fosse possibile, Romano più d’una volta si chiese se per caso non fosse stato il denaro la molla che gli aveva fatto superare tante questioni difficili sorte tra loro due… Voleva capire se stesso e capì molto bene che questo aspetto non era stato mai considerato importante da lui: nei primi tempi aveva creduto addirittura che lei vivesse stentatamente con i proventi del suo lavoro d’insegnante, tanto che le aveva fatto pagare quel libretto di poesie, per cui si erano conosciuti, la metà di quello che valeva; lo aveva fatto “per darle una mano”, così come era possibile a lui. Avrebbe potuto chiederle: “Ma di che ti preoccupi, se io ce la faccio o no a mantenerti, tu che hai tanto da poter mantenere facilmente tutti e due?”. Non glielo aveva mai detto. Ma quel giorno, con lei che gli chiedeva d’essere perdonata, giunse a dir questo: “Ti rendi conto che tua madre gioca sulla mia situazione e t’impedisce di fare quello che tu vuoi? Tu hai tanto denaro da poter fare a meno del mio. E allora perché ti viene messa in mente costantemente la paura che io non possa mantenerti? Tu non hai bisogno né di me, né di nessuno, e stai veramente mantenendo in vita, già da venti anni, una persona più costosa ed impegnativa: il Monteverdi. In 20 anni gli hai dato forse più di 150 milioni e in nero. Accorgiti! E poi ribellati! Non mettere la testa nelle fauci di chi è palesemente uno che se ne approfitta, se non altro evadendo le tasse.” La professoressa, capita la lezione, si decise intanto ad affrontare la madre e le ordinò di smettere di fare guerra ad Amodeo, perché lei gli voleva bene. Dopo andò con lui a Tirrenia. Amodeo portò le tele e dipinse una quantità enorme d’immagini, quasi tutte di lei. Vissero in un bungalow d’un residence tra i lecci, un periodo alquanto sereno. Giocarono anche a tennis, parlarono con la gente, specie con quelli che agganciavano lui mentre dipingeva. Insomma procedeva tutto e sempre così, secondo un “ti prendo, ti lascio” più o meno pronunciato che, mentre intrigava un tipo come Romano, anche lo portava ad accorgersi di come egli fosse veramente un miserabile, perché sempre gli veniva in mente Giancarla, che aveva affittato una comoda casa a Corsico, a poche centinaia di metri dall’ufficio e che ancora preferiva fare un lungo e scomodo viaggio per andare a vivere a Milano, assieme a lui, sua suocera e una famiglia di gattini. Romano sentiva però sempre più una pesante responsabilità anche nei confronti di Maria Teresa, anche se vedeva sempre più distintamente come mancasse tra loro due ogni presupposto d’una possibile stabilità e fedeltà... e la sua analisi era sempre più incisiva e spietata. Fatto lei il discorsetto a sua madre e poi allo stesso Monteverdi, tutto per un po’ sembrò andare bene, finché stettero per conto loro al mare. Poi, tornati nel quotidiano – e all’improvviso – le cose peggiorarono nuovamente. Romano non capiva come mai lei mutasse atteggiamento spesso in modo così repentino, ma era perché si dimenticava, ogni tanto, di come due volte alla settimana lei andasse dallo psicanalista. Quando era seduta là cominciava a cercare cosa raccontare e così, anche se una questione non era importante, presto lo diventava, a forza di scavarci dentro, allo stesso modo che succede con il prurito che, quando ti gratti eccessivamente, diventa sempre maggiore fino ad essere intollerabile. Questi atteggiamenti alla fine stancavano e, finalmente, Amodeo non ne potette più e, per la prima volta, alla fine di quel 1988, pregò Dio che lo salvasse da quell’impossibile ed
ingiusto amore che aveva finito per imprigionarlo così. Non aveva ricevuto nulla di serio e affidabile ma gli era stato tolto tutto quello che di buono prima aveva avuto: la lealtà, la rispettabilità, la famiglia. MT era stata come un bulldozer che aveva spianato tutta la sua esistenza, demolendo tutto quello di buono e cattivo che egli aveva costruito. Fu una preghiera ascoltata immediatamente. Soli tre giorni dopo, ai primi del gennaio 1989, lei gli rivelò che s’era innamorata d’un altro: un avvocato cui si era già dichiarata e che la voleva. Era uno dei tipi che lei aveva sempre sognato, un professionista stimato, con tanto di studio in corso Europa. Da un poco ci provava ma non riusciva ad agganciarlo; poi, il giorno che era stata da lui accompagnata sotto casa e gli aveva detto “Questo palazzo è per un pezzo mio” lei divenne irresistibile ai suoi occhi. Occhi veramente molto interessati e lei lo sapeva: così anche la Mazzola incontrò il suo bel dorato castigo. Romano tirò un respiro di sollievo: le cose si erano risolte da sole. Pensava di riprendere la sua vita, ma lei ritornò sotto e teneva i piedi in due scarpe: le sue e dell’avvocato. Il Nostro Paperino, allora, andò nel suo studio, fingendosi raccomandato dalla Mazzola e proponendogli una consulenza. Gli fece pena, perché egli – un pacioccone – non sapeva nulla di loro due. Allora, una sera che sapeva che erano insieme, si presentò sull’uscio della casa di lui e bussò: fu una scena incredibile; lei, smascherata senza pietà, si buttò ai piedi dell’avvocato dicendo di non cacciarla, che era disposta ad essere la sua schiava. Romano restò a parlare con lui due ore. Gli raccontò come lei fosse una ragazza incerta, di cui tutti si approfittavano e che stava a loro due, adulti, di mettere le cose nel modo che fosse più giusto per lei. Niente altro a lui interessava d’udire e decise che, essendo così semplice, si sarebbe approfittato egli stesso. E lo fece: impose a lei la schiavitù che lei gli aveva offerto. Si faceva solo quello che egli voleva, se no la lasciava. E, Amodeo, “Via!” Così Amodeo, costrette le cose a mostrarsi nel loro viso aperto ed anche spietato, nel febbraio del 1989 tornò ad essere chi aveva sempre voluto afferrare il toro per le corna. Si era veramente e finalmente liberato: ora c’era un altro e se la vedesse lui d’aver cura di lei. Stette con più gusto a casa sua, in Via Lattanzio, con la mamma, Giancarla e 4 gatti che presto restarono in 2, in quanto riuscirono a trovare delle famiglie che li vollero per sé. Restarono Bambo e Teo, due fratelli che giocavano tra di loro tutto il giorno. Il 12 aprile del 1989 il Geom. Gino Mutti iniziò le operazioni peritali. Tra le macchine inventariate nel fallimento della ditta individuale, per 150.000 lire, ci fu la taglierina in ferro che l’11 marzo di due anni prima, in una terribile sera – per un “aspetta” che provvidenzialmente fu udito da Romano – non era stata fatta funzionare. Andarono nel fallimento 4 appartamenti in Villa Colletto a Nicola d’Ortonovo, e a Milano un appartamento di 128 mq, un box di 17 mq, un laboratorio di 117 mq, un sottotetto di 200 mq. Romano si era sempre dichiarato pronto a spendere tutto quanto che aveva per comperare il tesoro, la perla. C’era finalmente riuscito, ma nel modo con cui le cose si erano concluse, tutto era andato perduto, anche la perla.
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Infatti Giancarla non spiccò gran salti di gioia per tutto quello che aveva saputo. In secondo luogo perché troppe volte Amodeo aveva detto d’essersi liberato, ma, in primo, perché era ora lei ad avere un altro affetto: Gianfranco, abitante a Carrara. Era restata a vivere con Romano, ma si era sempre più sentita umiliata e delusa, tradita in tutte le più grandi speranze che aveva riposte nel marito. Poi sua mamma, mamma Pina, si era ammalata di tumore e dopo un lungo anno di sofferenze nel 1988 era morta. Al funerale Romano era andato seguendolo da lontano, messo ormai all’indice da tutta la famiglia di lei, eccetto Mira Balconi. Tutti conoscevano le crisi che lo avevano angosciato, ma non gli avevano perdonato d’essere divenuto un simile miserabile con sua moglie. Non faceva nulla che Maurizio fosse vivo perché un giorno egli l’aveva salvato da annegamento. Essendo stato salvato, era ormai un dettaglio insignificante, di nessun peso, perché egli non era morto, quella mattina. Questo passava nella mente e nel cuore di Amodeo, costretto a seguire il corteo funebre stando a 100 metri da tutti. Giancarla, lei sola, era corsa ad abbracciarlo, quando l’aveva visto. La morte di Giuseppina Benedetti aveva messo Giancarla nella condizione in cui era stato Romano quando si era fatto aiutare dall’amore che MT gli mostrava, in un momento in cui egli aveva bisogno che qualcuno ancora vedesse qualcosa di buono nella sua persona. Si era trattato d’un puro istinto di sopravvivenza. Così, in perfetta simmetria rispetto alla sua, successe anche a Giancarla. Incontrò d’estate al mare, a Marina di Carrara, Gianfranco: un uomo che, con lei che disprezzava ormai se stessa, dimostrava di scorgere in lei tanta bellezza, tanti valori che lei credeva d’avere perduti. Provò sulla sua pelle che in queste situazioni l’uomo, giunto al momento più basso della sua fiducia, si aggrappa miserevolmente alla mano amica che gli è porta, con tutta la disperazione e la speranza di salvezza che egli ha nel cuore. Per una pura questione di sopravvivenza. Tuttavia se non ci fossero stati Luigi Luccini e Silvana a spingerla, lei non si sarebbe fatta convincere. Quei due amici furono determinanti. Così era già qualche tempo che lei andava su e giù a Carrara, per tenere in piedi, come per un suo specifico castigo di Dio, un rapporto anche per lei d’emergenza, ma dal quale sentiva ormai che dipendeva interamente la sua vita. Se Giancarla avesse fatto, ormai quasi venti anni prima, quello che faceva adesso per tenere in piedi questo affetto, ed avesse seguito Amodeo e lo zio Sergio, quando andavano a Carrara e c’era sempre posto per lei sulla macchina, non sarebbe successo nulla di tutto quello che vi sto raccontando. Ma era questa e non altra la trama che era stata preparata per tutti dal destino: ciascuno, commesso il suo apparente delitto, doveva trovare il suo apparente castigo. Ma non per castigo, bensì per una possibile promozione, ottenibile solo quando l’anima si fosse messa con tutto il cuore ad implorare Dio affinché venisse a salvarla. Romano non avrebbe fatto quei 150 milioni di debiti che non aveva più potuto rimontare, se sua moglie fosse andata su e giù con lui, a Carrara venti anni prima. Ora avevano perso tutto. Con la richiesta di fallimento tutti i beni erano stati rimessi al Tribunale perché fossero messi all’asta e con essi fossero pagati tutti i debiti. E lei aveva
ormai assunto l’impegno con un altro uomo, perdendo anche suo marito. Perdendolo lei, per la sua costante incapacità di seguirlo. Infatti, riuscitosi a liberare lui, dopo una lotta acerrima durata tre anni, ora non era più libera lei. Tuttavia, anche se lei aveva affittato ed arredato un appartamento a Corsico, viveva ancora sotto lo stesso tetto del marito, sentiva ancora che quella era la sua famiglia e restavano tutti e due uniti da quello di buono che c’era sempre stato tra loro: l’indipendenza. Ciascuno aveva portato quello che gli era stato possibile, senza mai pretendere dall’altro quanto fosse oltre la sua libertà, ed ora, con altri affetti conflittuali che erano entrati in scena, per essi in sostanza non era mutato nulla di quello che veramente era esistito, esisteva tra loro ed era sempre contato: si volevano bene. Dopo un po’ Teo e Bambo dovettero essere castrati, perché avevano preso l’abitudine di marcare il territorio ed allagavano la moquette da tutte le parti. Dopo non lo fecero più e restarono due simboli viventi, per Romano, con la loro vivacità e la loro allegria, d’una vita che riesce a nascere con vigore, anche in mezzo alle macerie, se la Provvidenza gli dà quel minimo che le serve per non morire. Il povero micino bianco e nero, che aveva salvato gli altri 4 miagolando disperatamente, mentre gli altri se ne restavano muti, aveva avuto segnata dal destino un’altra sorte, in apparenza peggiore; ma in realtà era stato l’unico tra tutti e cinque ad avere assunto la dimensione straordinaria del salvatore.
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Capitolo 40
Anna Ramazzotti era entrata in quella storia d’Elda sui venti anni, come assistente volontaria del Villaggio della Madre e del Fanciullo fondato da Elda Mazzocchi in Scarzella. Avevano tifato tutti, al Villaggio, affinché la giovane coronasse il suo sogno d’amore con uno dei dottori, e ci era riuscita. Dal loro matrimonio erano nati due figli ma aveva poco più di due anni il maggiore che il marito, facendo il sub, immersosi, non era più risalito. Lei aveva vissuto tutta la vita pensando a loro. Si era trasferita a vivere in Svizzera, nel timore che fosse attuato un loro rapimento, cose che andavano di moda in Italia per tutte le persone alquanto ricche. Nel 1990 mancava poco alla sistemazione dell’ultimo figlio, alla sua laurea e Anna poteva forse ricominciare a pensare a se stessa. Aveva una notevole stima ed ammirazione per Romano, di cui aveva sentito la storia, raccontata dalla Scarzella, madre di quell’Alberto che era stato testimone di tutto quello che lo aveva visto come promotore di gesti coraggiosi, all’Ordine degli Architetti. Questa donna ammirava le persone come Amodeo e sarebbe veramente stata colei che lo avrebbe potuto facilmente risollevare anche sotto il profilo economico, se Romano e lei si fossero legati, unendo così assieme due figure belle, sotto il profilo morale. Anna Ramazzotti sapeva anche che Amodeo era ormai diviso ufficialmente dalla moglie, già da due anni, da quando egli aveva chiesto il suo fallimento. Aveva così pensato ad Amodeo. Ma egli, in quel momento, aveva già troppi problemi con due donne per aggiungerne uno con una terza, anche se questo fosse poi corrisposto alla sua fortuna. L’essersi tirato indietro fu giudicata la risposta migliore, che gli dava in questo modo la sorte, alla domanda che un tempo Romano si era fatto a riguardo della Mazzola: no, non si era attaccato a lei per questioni venali. Perché se Amodeo fosse stato uno che anteponeva la sua condizione economica a tutto, non sarebbe mai venuto via dal CIMEP, non si sarebbe mai messo in quelle acque procellose fino ad annegare. Ed ora che la sua buona stella gli aveva messo sulla sua strada questa donna meravigliosa e ricchissima, come una poderosa ancora di salvataggio, egli, per quanto le piacesse molto, in tutti i sensi, aveva tirato dritto. E lo aveva fatto perché aveva già troppe donne nel cuore per mettersene una terza. Egli si accorgeva, nonostante tutto quanto gli accadeva, d’avere sempre scolpito nel cuore quel vincolo sacramentale che aveva assunto nel 1969, quella prima promessa alla quale non poteva aggiungerne altre senza sentirsi profondamente a disagio e in colpa.
(Il numero 40 indica il completamento della realtà di un ciclo e, in questa capitolazione è finita, sembrerebbe casualmente, ma è solo segno della Provvidenza, che vuol far notare l’eccezionale significato di questa storia, la fine di una storia con una persona che ebbe un gran ruolo nell’esistenza di Romano, salvandolo almeno due volte dalla morte e che, finito il suo compito, si defila. Anche il numero di questa pagina ha lo stesso significato: 300 è tutto il percorso, 23 è tutto quello, 3, di 10+10. Nelle pagine 24, che indica la completezza delle ore, e 25, che indica la completa presenza, ¼ di 100, è la fine.)
Nel 1990 morì anche la madre di Maria Teresa Mazzola. Romano era restato ad attendere e forse a sperare che sua moglie, visto che il tempo passava e la sua storia sembrava decisamente finita, tentasse di sganciarsi anche lei da Gianfranco. Ma la moglie, da cui era ormai separato ufficialmente, non era come lui: se aveva deciso di farsi aiutare, poi non avrebbe tradito chi l’avesse fatto. Resosi conto che quella strada d’un possibile ritorno era sbarrata, non cercò di forzarla. Forse se l’avesse fatto ci sarebbe riuscito. Ma non volle: doveva essere lei, nella sua libertà, a scegliere il suo destino. Decise allora di telefonare alla Mazzola, se non altro per porgerle le sue condoglianze. Bastò questo per innescare il terzo periodo della loro storia, che si credeva sempre finita e sempre risorgeva dalle sue ceneri. Tornarono nuovamente amanti. Ora era anche Lei a tenere i piedi in due scarpe, perché l’avvocato era divenuto una sorta di tutore e Amodeo era chi le dava invece le gioie fisiche che una donna desidera. Romano stette a questo gioco, perché gli piaceva far l’amore con lei ma anche perché si era incolpato d’averla costretta, quella sera, a fare una scelta obbligata che lei non voleva fare certo in quel modo. Fu un periodo ancora abbastanza lungo, che durò circa un anno. Via Teodosio divenne un nido d’amore, il luogo anche in cui dipingevano insieme. Amodeo aveva insistito a fare mostre di Pittura, sponsorizzato da Maria Grazia Chiesa, la direttrice di D’Ars, rivista tecnica d’arte, amica della Mazzola e poi divenuta anche sua grande amica e sostenitrice. Inseguendo la risposta alla domanda di Luigi Luccini, in arte Amodeo aveva fondato il movimento che aveva denominato Pantareismo, dal “Panta rei”, tutto scorre, d’Eraclito. Fece in questo tempo una mostra a Trento. Un giorno, mentre la Mazzola era ad aspettarlo in macchina, Romano salì dalla Ramazzotti, che gli dette il saldo di 5 milioni per il libro che ormai aveva redatto sulla storia d’Elda Scarzella. Era l’ultima volta che quel loro lavoro di riordino, durato mesi e finito ormai da qualche tempo, dava a tutti e due l’occasione di trovarsi assieme. Lei gli si avvicinò con atteggiamento più che amichevole, stava come per abbracciarlo, con la sua bella anima se non con quel corpo pure straordinario che aveva, d’una signora ancora molto giovane. Romano intuì tutto ciò come una chiarissima proposta, un desiderio che cominciasse tra loro un vero incontro, dopo che tra loro era esistita solo una evidente grande stima e simpatia. Si sentì a disagio, lei se ne accorse, si frenò. Eppure ad Amodeo lei piaceva: era una bellissima figura, degna di quella Elda cui aveva concesso che fosse scritta al meglio la storia della sua vita.
Sulla fine dell’anno e il principio del 1991, Romano giunse così alla stessa decisione già assunta in passato: almeno MT doveva scegliere tra lui e l’ingegnere. Non si possono tenere i piedi in due scarpe! Egli non ci stava più d’andare avanti in questo modo. Il Nostro Paperino le aveva dato oltre un anno affinché lei capisse, con calma, chi fosse lui, Amodeo e che cosa potesse darle; e chi fosse l’altro. Dunque che si decidesse, altrimenti lo faceva lui e se ne andava. Stavolta la Mazzola scelse con decisione lui. Lei però non aveva il coraggio di dirlo all’altro e allora lo fece ancora una volta Romano, procurando nuovamente all’avvocato la stessa grossa sorpresa che aveva ricevuto la prima volta, perché tutto si poteva attribuire ad un tipo come MT, così naturale e così pulito, tranne che avesse assieme due uomini. L’avvocato allora andò su tutte le furie, si precipitò in casa di lei e iniziò a scaraventare per terra tutte le cose da sopra i mobili; e Maria Teresa – che aveva la
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vocazione della schiava, più che quella d’essere una compagna – di fronte ad un “padrone” di questo tipo, si decise come la prima volta e scelse nuovamente lui. Ai primi mesi del 1991 questa storia, tortuosa e distruttiva, aveva avuto finalmente termine. La Mazzola era stata un terremoto che aveva sconquassato l’esistenza della vita di Amodeo tanto da ridurlo in solitudine, perché Giancarla, per quanto abitasse ancora con lui, ormai era d’un altro, non era più quella sua Giancarla del cui amore era andato fiero per 20 anni. Era così, eppure abitava ancora sotto il suo tetto, assieme a sua madre… perché? Bisognerebbe chiedere a Dio, perché la sua fantasia nell’organizzare la trama delle singole vite e le sue tante cose è senza fine. Romano le dichiarò: “Finalmente sono libero! E tu?” La risposta che ebbe fu: “…E io no!” Romano, per chiudere con un giudizio questi ultimi 3 anni della sua vita, credette, con molta convinzione, che se non avesse cambiato i suoi comportamenti e si fosse ostinato a cercare la coerenza a tutti i costi, probabilmente sarebbe morto. La Provvidenza allora gli aveva concesso una nuova vita, che era cominciata a 50 anni. I primi 50 erano finiti ed ora iniziava una cosa del tutto nuova, che sarebbe come partita da zero. A dimostrazione che non era per nulla vero, ma anche per riagganciarlo al suo stesso passato, la Provvidenza decise altrimenti: che la sua vita non sarebbe stata né spezzata, né divisa. Già, perché a questo punto, nella vita di Romano successe un incredibile ritorno. Gli telefonò Anna Badari, la prima ragazza che voleva sposare ancor prima di Giancarla e gli domandò aiuto. Era tornata nel 1991 da Trento, in cui aveva abitato da quando si era sposata nel 1974 e aveva con se una figlia di 14 anni, Lucy. Lei era già in pensione, ma guadagnava poco, l’aiutava Amodeo a trovare un lavoro?
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Capitolo 41 (Il 41 del capitolo inizia un nuovo ciclo della realtà, come pure il 326 della pagina e spunta, dal lontano passato, il primo amore, per un incredibile ritorno di fiamma a 30 anni di distanza dalla prima volta. Lo si creda: tutto questo combinare dei numeri con il racconto non è stato voluto)
1991. Anna Badari, dopo che si era lasciata con Romano nel gennaio del 1963, si era pentita, ma non ne aveva fatto nulla per riavvicinarsi. L’anno dopo aveva incontrato Amodeo nuovamente dall’Architetto Longoni, ed aveva cercato di riagganciarlo. Saputo che egli si era fidanzato, ci era restata male. Era restata in contatto con lui, sperando che ritornasse, ma non accadde. Quando egli si sposò, gl’inviò un regalo, ma non andò al suo matrimonio. Iniziò un periodo piuttosto tormentato. Essendo molto bella aveva molti inviti ad uscire e lei accettava, ma, dopo neppure una settimana, si traeva in disparte, nulla andandole più bene. Giunta all’età di 28 anni, si era chiesto se voleva restare forse zitella. E si rispose che doveva andare meno per il sottile e accettare la prima proposta seria ed accettabile che le si fosse presentata. Così aveva sposato alla fine Gianmaria Trintinaglia, un farmacista. Era andata ad abitare con lui vicino Monza, lei esercitando il ruolo di professoressa d’arte ed egli facendo il farmacista in una località vicina. Nel 1974 era sposa da un anno quando egli ebbe una Farmacia Condotta nel trentino e andò ad insediarvisi. Lei restò da sola a completare l’anno scolastico. Un giorno di quell’anno aveva telefonato a Romano se poteva andare a trovarla, perché voleva far cimentare i suoi allievi in una delle questioni d’architettura che trattava al CIMEP. Romano era andato da lei, portando Giancarla e si era passata tutta la serata parlando del lavoro. Una settimana dopo lei aveva richiamato Amodeo, per dirgli se poteva ritornare da lei, ma, per favore, da solo, perché la volta precedente era stata molto a disagio per la presenza di sua moglie. Romano lo riferì a Giancarla e, avendo lei grande fiducia in lui, gli permise d’andare. Il motivo vero per il quale Anna aveva voluto vederlo era stato che lei tra pochi mesi sarebbe andata Via dalla Lombardia in cui aveva sempre vissuto, e voleva salutare, come spiegò: “La sua giovinezza”. Amodeo era il suo simbolo e quindi voleva dirgli “Addio”, sentendo che, con lui, salutava quanto di meglio aveva avuto in quegli anni trascorsi a Milano. Lo aveva avuto sempre nel cuore, ma, ultimamente, era stata sul punto di morire, le avevano dovuto operare la tiroide, togliere un’ovaia, un mucchio di glandole e si era, chiesta, in quella occasione, perché aveva rinunciato alle cose migliori. Si era così convinta che doveva assolutamente incontrare di nuovo Romano, almeno per dirgli addio. Fu una serata molto dolce e romantica, in cui rammentarono le loro esperienze, le loro speranze, nel rammarico che la vita poi fa quel che crede e sconvolge ogni cosa, nel segno d’un destino insormontabile. Si salutarono con un abbraccio. Tempo dopo, Anna fece sapere d’avere avuto una bambina e che l’aveva chiamata Lucy.
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Due anni dopo iniziò a telefonargli frequentemente e gli raccontava che non stava bene, che voleva vederlo. Amodeo era anche andato una volta da loro e aveva conosciuto Gianmaria e la piccola Lucy. Le cose non andavano bene tra loro due e forse Romano era stato chiamato per ingelosire il marito. Nelle telefonate che seguirono lei gli aveva confidato che il loro matrimonio era in crisi, gli chiedeva consiglio e Amodeo suggeriva la pazienza, di considerare che aveva una bambina. Consigli inutili perché si divisero quando Lucy aveva due anni. La Badari restò lì a Trento, dove aveva avuto la cattedra d’insegnante d’arte. Telefonava a Romano con frequenza ed egli aveva per lei sempre parole buone e d’incoraggiamento. Lei nel 1978 gli annunciò che aveva dei risparmi e che voleva investirli. Non sapeva in che cosa, e Amodeo, che aveva cominciato ad assumere cifre in prestito pagando interessi ancora più alti dei BOT, le propose questo sicuro affare per lei, perché gl’interessi superavano molto quelli dei Titoli di Stato. Da quella volta Anna non lo chiamò più. Romano pensò che era stata messa in crisi dalla richiesta che egli le aveva fatta d’un finanziamento e osservò a se stesso che Anna seguitava ad essere per lui il solito fumo, che, appena vai a cercare l’arrosto, vedi che assolutamente esso non c’è. Ne aveva avuto l’ennesima prova.
Quello che più di tutto impressionò Romano fu lo stato mentale che le vide: una persona come congelata, irrigidita, quasi un oggetto. Provò quasi un rancore contro la vita che l’aveva deturpata così riducendola in quel modo. Romano, non sapendo come veramente sciogliere quella sagoma di ghiaccio, l’abbracciò, la strinse al suo petto, poi cominciò a riandare alle ultime cose che erano loro appartenute. Rivelò che poco era mancato a che egli si dividesse da Giancarla, in quel primo anno in cui si erano separati, ma il destino non lo aveva voluto. Raccontò della morte del suo amico Riccardo e trasse fuori da un cassetto una sua poesia che aveva descritto quell’episodio. Lei lesse e scoppiò a piangere come può piangere una statua: le uscivano le lagrime dal volto impietrito, tozzo, gonfio, irriconoscibile risultato d’una vita cattiva. Non sapendo come altrimenti aiutarla, Romano le spiegò che poteva dare, se lei lo voleva, una mano a lui. Da tre anni avevano aperto la Compel s.r.l. e le mostrò l’ufficio dall’altra parte della parete. Poteva offrirle un lavoro in nero perché già Amodeo aveva fatta lì l’esperienza di darlo anni prima ad una amica di MT, che aveva imparato ad usare quella macchina, ma poi era andata via perché si era lasciata con il suo Briciola e si sposava con un altro. Inoltre i soci non volevano assumere nessuno a libri. Il lavoro esisteva e Romano da solo non poteva fare tutto. Anna poteva dargli una mano, qualora se la sentiva di farlo così, in nero. Lei accettò, parve lentamente sciogliersi. Nei giorni che seguirono Anna si trasformò. La fiducia che stava ritrovando nuovamente specchiata sul volto di Amodeo le dava quel calore nuovo che riusciva a sciogliere la sua rigidità. Si rilassò, tornò ad assumere quella libertà che aveva, di spaziare con la fantasia, sui sentieri anche della poesia e dell’arte. A Romano parve sempre meno gonfia, sempre più avvicinarsi a quell’immagine che gli era restata dentro…, finché esse coincisero. Si accorsero, all’improvviso, tutti e due, di volersi ancora bene, di volersi ancora e quella ritrosia che un tempo aveva impedito a lui di rispondere al richiamo del sesso, che l’esperienza con la Mazzola aveva interamente frantumato, non ostacolò più i loro gesti. Si ritrovarono nel grosso letto che era stato acquistato per MT e che ora era in quei locali. E la casa di Via Teodosio, già nido d’amore con la Mazzola, fu all’improvviso il nido con Anna. Il lavoro d’ufficio, che avevano cominciato, fu interrotto: passavano intere giornate a letto, facendo ininterrottamente all’amore, dalle 9 del mattino fino alle 5 del pomeriggio. Nemmeno con MT era stato così. Qui non c’era ansia, non c’era la necessità di controllare l’orgasmo, sempre latente, sempre minaccioso, che poi portava a ripetuti gesti d’amore, fino a sette volte per giorno. Con Anna il sesso era dolcezza, armonia. Un amplesso durava ore ed ora e alla fine d’una giornata si era raggiunto l’orgasmo non più di due volte. Ma come con la Mazzola il tutto era una sorta di sfida al possesso, e si articolava nella stessa nevrosi che c’era in quel loro gioco sottile, per cui era in sostanza l’attimo dell’orgasmo vissuto in comune il momento che veramente dava piacere, con Anna era sommamente gradevole ogni singolo gesto, ogni movimento del corpo, come se ci fosse un incontro ogni volta che il pene entrava nella sua vagina. Questo era veramente amore, perché coinvolgeva tutto l’essere, nel sentimento, nella fantasia, nella passione, fuse assieme meravigliosamente nella dolcezza.
22 anni dopo questo ultimo contatto, Romano ebbe, a casa sua, la chiamata d’Anna, una sera. Gli raccontò che era ormai in pensione, che aveva fatto uno sforzo e con i suoi risparmi aveva comperato una abitazione a Milano, in Via Marostica, ed ora viveva lì con Lucy. La ragazza era una patita del calcio. Conosceva Amodeo una squadra di calcio femminile? Romano non ne conosceva, le suggerì a chi rivolgersi. Qualche mese dopo ricevette una seconda telefonata e in essa Anna gli chiedeva se potesse aiutarla a trovare un lavoro in nero. Lei ormai era in pensione, raggiunti i 19 anni di minimo ci era andata, ma quanto percepiva di pensione, più gli alimenti che riceveva da Gianmaria, non bastavano a lei e alla figlia perché passassero una vita agiata. Romano allora le consigliò d’andare da lui in Via Teodosio, così ne avrebbero parlato a quattr’occhi. Quando la vide entrare, intorno al marzo del 1991, provò una terribile stretta al cuore. L’aveva lasciata l’ultima volta che l’aveva vista, nel 1976, ed era ancora una bellissima donna dai capelli nero corvino, molto somigliate a Rossana Schiaffino e assieme a Silvana Mangano, un favoloso misto delle due. Quella che gli si presentò era una donnetta grassoccia, tozza, con il volto gonfio e tutti i capelli bianchi 119.
119. Anna riapparve per la seconda volta nella vita di Romano ai 21 anni della seconda vita concepita nel 1970 e cominciata nel ‘71. Era apparsa nella prima vita agli stessi 21 anni della vita aggiunta a quella regolare di 2 anni e mezzo che sarebbe dovuto vivere, se sua mamma non avesse accettato, in cuor suo, di essere una vera madonnina e di accettare tutti i figli che Dio avesse voluto mandarle. Anna riuscirà a togliere Maria Teresa dalla testa di Romano e a ricollegare tra loro le sue due stesse vite, lacerate da una profonda rottura.
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Fu una luna di miele di circa quindici giorni vissuti così, tutto il giorno ad amarsi. Un miele che finì all’improvviso, il giorno dopo che Amodeo portò Anna a conoscere due amici che avevano il negozio in quella zona: Anna Albani e suo marito Lino Raspa. Romano discusse con quegli amici e Anna vide che la sua omonima gli teneva testa, lo confutava ed egli, sol per questo, non si offendeva nel vedersi contrastato, anzi si sforzava di venirle incontro e di farsi capire. Così, la mattina dopo, Anna Badari riprese tutti i suoi vestiti che aveva portati nell’armadio di quella casa e li riportò a casa sua in Via Marostica. Gelosia? No, probabilmente era convinta che Romano non accettasse d’essere contraddetto. Quando lo aveva fatto a 19 anni poi egli se ne era andato e non lo aveva avuto più. Nel vederlo il giorno prima contrastato da un’altra, senza che egli la ripudiasse come amica, forse si era chiesta perché solo lei subiva, da lui, tutte quelle violenze… Possibile? No, non poteva essere questo! Non c’era stata assolutamente violenza, gli aveva regalate le sue mutandine nere, era stata libera e aveva cooperato in ogni cosa. E allora? Gli tornò in mente quello che gli aveva raccontato: del fastidio che provava, di notte, quando il marito la cercava. Si era ammalata. Aveva dovuto rivolgersi ad uno psicanalista e questi le aveva spiegato che il problema della sua vita era che ella non tollerava fisicamente il marito. Per questo doveva lasciarlo. Altrimenti avrebbe seguitato a soffrire di malattie psicosomatiche. Malattie dell’animo che si ripercuotevano sul fisico. Da quel giorno Amodeo tirò i freni; le cose non furono più le stesse e ricominciarono a lavorare più che a pensare all’amore. Il lavoro più importante da fare era vendere la casa in cui Romano viveva con la mamma e Giancarla, in Via Lattanzio. Era la possibilità restata per recuperare qualcosa dal fallimento. Anche quel bene era finito inglobato, perché Luigi Amodeo, cui era intestato, morì nel 1983 senza aver lasciato testamento e quel bene finì ai tre eredi, un terzo a ciascuno: la vedova e i due figli. Pertanto era stato inglobato nel fallimento di Amodeo per la quota di proprietà che vi aveva, un terzo. Su quell’appartamento gravavano ancora l’ipoteca dell’Incam costruttrice, quella di 70 milioni a favore di Benvenuti e quella a favore di Tagliarini, che aveva prestato 150 milioni a Romano in attesa che lo Stato pagasse secondo il contratto. Era stato potuto, dopo il furto, evitare il fallimento, trasformando le pretese del sistema bancario, che esigeva il rientro, in garanzie relative a quell’immobile; tanto che su di esso gravavano in tutto ben 450 milioni d’ipoteche. Romano aveva chiamato allora suo fratello e gli aveva detto: “Benito, questo appartamento sarebbe dovuto essere tuo quando mamma fosse morta, ma se lasciamo andare avanti le cose così, esso è interamente mangiato dal fallimento e dalle ipoteche. Io però credo che, adesso che il fallimento è in atto, è possibile riscattarlo e ancora ottenere fondi dalla sua vendita. Certo non è facile, ma forse, a operazione conclusa, possono restare disponibili anche 100 milioni. Questi potrebbero essere molto utili a me e alla mia ripresa. Tu scegli: io mi sento impegnato a che tu abbia in morte di mamma un appartamento come questo. Questi 100 milioni potrebbero essere l’inizio della mia ripresa. Tu sai come posso far fruttare il denaro, costruendo.” Benito rispose: “Non voglio che i miei figli mi rimproverino che ho avuto un fratello e non anche loro. Pochi maledetti e subito. Mi contenterò di quanto tu dovessi riuscire a ottenere dalla vendita di questo appartamento. Chiudiamola lì con l’eredità. Poi c’è un’altra cosa: capisco che mamma, venendo via dalla sua casa, deve abitare con te. Allora io, erede di lei costretta fuori di casa sua, parteciperò ai costi del suo affitto con 300.000 lire al mese di contributo.”
Anna Baratta, la guida di tutta la famiglia, alla data di questo discorso tra i due suoi figli, aveva 80 anni e già dava segni d’instabilità mentale. Romano e Giancarla vivevano con lei e dovevano preoccuparsi: usciva e quando rincasava ne aveva sempre una. Si perdeva, o aveva le gambe graffiate perché era finita sulla scarpata d’una ferrovia e tra i rovi. Le fu chiesto che cosa ne pensasse, se si vendeva quella casa, che ormai era perduta e si dava il ricavato a Benito, se andava a vivere con Romano in Via Teodosio. Anche così mal ridotta il suo immenso cuore rispose, senza esitare: “Sì, mi sta bene”. Per vendere quella casa, che nel 1983 era stata rivoluzionata da Amodeo e Giancarla che vi erano entrati come ospiti, occorreva un condono che non esisteva. Oppure il progetto d’una sistemazione che partisse dal vecchio stato di fatto. Dopodiché occorreva fare i lavori in pochissimo tempo, in modo che sparissero tutti gl’interventi non condonati, prima d’un controllo sullo stato di partenza. Prima però occorreva un acquirente, perché nessuno avrebbe acquistato un bene in fase di ricostruzione. E occorreva il riscatto dal fallimento. Allora erano stati messi gli avvisi e Anna Badari raccoglieva le offerte che arrivavano per telefono, o faceva altri lavori di battitura. La ditta aveva un piccolo impianto di fotocomposizione. Al tempo in cui Anna era giunta nell’ufficio della Compel, nel 1991, questa ditta aveva già 4 anni di vita, essendo stata fondata il 17.09.1997 dal notaio Lainati ed aveva sede nominale in Via Lattanzio 16. Il contratto Leasing con la Solfina datava 2.2.89, dunque erano già due anni che la ditta tentava di dare a Romano una concreta possibilità di ripresa, attraverso i due soci Scarzella e Savastio. Ma, senza aiuti, si era rivelato arduo. Amodeo doveva fare tutto e, con quello che guadagnava, era stato possibile solo pagare l’affitto, il leasing delle macchine e poco altro. Nel momento in cui Anna Badari era arrivata, si era in un momento di stallo, e si stavano aspettando che le offerte per la casa ci fossero. Aveva parlato al suo grande amico e gli aveva spiegato come la cosa più utile che forse potesse esserci era quella che egli, Amodeo, si desse da fare per la vendita dell’appartamento, prima che ne scattasse la messa all’asta. Alberto si era dichiarato ben disposto a firmargli il progetto di ristrutturazione ex art. 26. Romano aveva spiegato al fratello che, ove avesse dovuto interrompere il suo lavoro per occuparsi della vendita della casa, Alberto avrebbe anticipato lui tutte le somme per pagare i leasing, ma che poi quelle somme gli sarebbero state restituite con i ricavi della vendita. Questo doveva essere tassativo. Benito si doveva impegnare, prima d’intascare denaro per sé, a restituire all’amico le somme che egli spendeva per rendergli possibile quei 100 milioni puliti. Benito s’impegnò. In luglio, telefonò Romano Gozzi, da Lodi e gli propose di realizzare un pavimento in seminato alla veneziana nel ristorante in costruzione nel suo albergo. Iniziò così un periodo in cui sembrava si fosse ritornati veramente al passato: non solo avendo a che fare con Anna Badari, ma anche con Romano Gozzi, suo compagno all’università, e poi socio per quasi un anno. Il rapporto con entrambi divenne quotidiano, stretto, nel lavoro e negli affetti, così come era accaduto in gioventù, trenta anni prima. E prima ancora che Amodeo si sposasse. Come se il destino, nel tentativo di fargli realmente recuperare il rapporto con Giancarla, stesse attuando le stesse premesse che poi a lei avevano portato. Un sarto, quando deve chiudere uno strappo, va a prendere di solito i due lembi …
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Il Gozzi aveva pensato d’aiutare l’amico fallito e, sfruttando il suo senso artistico e la sua grande versatilità – che da sempre gli riconosceva – aveva pensato che, assieme, sarebbero stati capaci di fare qualcosa che mai nessuno dei due aveva provato a fare. Allora il Nostro Paperino affittò un monolocale a Lodi e, profittando che Lucy era in vacanza dal padre a Trento, portò Anna a Lodi, a vivere con lui. Dopo trent’anni ebbero così finalmente la loro famiglia, con lei che faceva la donna di casa, preparava da mangiare ed egli che veniva all’ora del pranzo; finita poi la giornata lavorativa, trascorrevano insieme la sera e la notte. Il lavoro di cinque operai si svolgeva, nel cantiere, agli ordini d’Amodeo, che alla fine aveva saputo imporre all’amico la tecnica ideale, secondo lui. Il Gozzi temeva il lavoro di levigatura e che i colpi prodotti dalla macchina che l’avrebbe realizzata, spaccassero il pavimento in graniglia riempiendolo di fessure. Per evitarlo, Amodeo aveva fatta mettere la rete elettrosaldata su tutti e 120 metri quadri del pavimento. Poi aveva rivestito, di pannelli di truciolato di 2 cm, tutta la superficie. Aveva disegnato su di essa il motivo decorativo ed aveva ritagliato i pannelli secondo il disegno. Impastata la graniglia colorata, era sollevato un pannello ed era messa al suo posto. In tal modo tutto restava perfettamente in piano. Era stata completata una metà del lavoro, secondo le indicazioni d’Amodeo, e i due amici avevano concordato di concedersi un periodo di vacanze dal ferragosto fino alla fine del mese, in cui il cantiere fosse chiuso. Andato a casa il 14 agosto, Romano non trovò Anna. L’attese a lungo. Alle 23 provò a chiamarla e la trovò a Milano. Lei se ne era andata all’improvviso, senza esprimere nulla. Allora Amodeo saltò sulla sua automobile e corse in Via Marostica dove abitava lei. Le citofonò, lei domandò chi fosse e poi gli chiese cosa fosse andato là a fare. “A prenderti, su, vieni!” “No, ci vediamo domani.” “Fammi salire!” “No, ci vediamo domani.” “Senti, se non mi apri, non ci vediamo né domani né mai più!” “Va bene.” Romano, incollerito da far paura, tornò come un razzo a Lodi, prese tutti i vestiti che Anna aveva là, li caricò sull’auto e ritornò in Via Marostica alle prime luci dell’alba. Li consegnò alla portinaia, affinché, per favore, li desse ad Anna Badari. Ritornò a Lodi, andò al ristorante dell’albergo in costruzione, riaprì da solo il cantiere e quel giorno posò da solo tanto quanto di solito era fatto da 5 operai. Venne, di sera, il suo amico Gozzi e lo trovò lì al lavoro. Si urtò: “Ma non si era detto che oggi qui era chiuso? “Sono pagato a mese, e allora sii contento che ti ho fatto quanto 5 persone!” “No, non sono contento. Avrei preferito che tu non lo facessi.” “Beh si fa presto” rispose Amodeo e, afferrato un badile, tanta era la rabbia che aveva in corpo, che iniziò a disfare tutto quello che aveva fatto. Quand’ebbe finito, dopo due ore, andò dal Gozzi, che era restato esterrefatto, e gli comunicò: “A settembre vedi d’ultimare tu quello come credi. Se io qui, fatto responsabile da te, non lo sono, allora fai tu.” E se ne andò.
Anna qualche giorno dopo l’andò a cercare, volle fare la pace, che andassero in ferie a Vasto, come avevano deciso. Lo fece, non trovarono gli amici. Ma lui era restato troppo disgustato dal fatto che lei non lo avesse fatto salire a casa. L’idillio era finito. Ritornò, a fine mese, anche dal suo amico e gli rivelò che non era suo costume piantare mai nessuno in asso; era lì, ma, da quel momento, sarebbe restato solo agli ordini, privo assolutamente d’alcuna iniziativa. Il suo amico gli fece allora notare che quello che aveva fatto nel suo metodo non era stato fatto bene: i due strati erano staccati, si sentiva dal rimbombo quando si colpiva la superficie con una mazzetta. Volle fare di testa sua. Cambiò sistema ed oggi chi va al ristorante dell’Hotel Lodi, può notare, se fa attenzione, una parte dello stupendo pavimento che esiste senza fessure e l’altra che è tutta fessurata. La prima eseguita da Amodeo, la seconda dal Gozzi. Alla riapertura in settembre, dopo le vacanze, Romano era andato a Lodi da solo, lasciando Anna a casa sua, anche perché era rientrata Lucy. Tornato anch’egli a Milano dopo quindici giorni, riprese con Anna il lavoro in Via Teodosio e, a poco a poco, la situazione tra loro si normalizzò. Ma Romano reclamò concretezza, le impose un ultimatum: lo voleva sul serio o no? Solo allora lei ne parlò finalmente con Lucy e la ragazza, cascando dalle nuvole alla domanda “Che dici se mi sposo?” rispose molto decisa: “Piuttosto mi butto dalla finestra”. La madre, che, a 19 anni, in sostanza aveva smesso perché il padre non voleva, a 49 anni smise, stavolta perché fu la figlia a non volerlo. Cessò anche l’impiego. Dandoci sotto e con molta fortuna, Amodeo riuscì a perfezionare anche la difficilissima questione riguardante Via Lattanzio: per prima cosa aveva ottenuto al momento della stima che il Geometra Mutti la stimasse il meno possibile: 203 milioni; per seconda ottenne che il fallimento accettasse 1/3 dei 180 milioni da Marianna Baratta e si facesse da parte; per terza che tutte le banche accettassero a ritenersi soddisfatte con 10 milioni soltanto; per quarta trovò chi fosse disposto a comperarla al giusto prezzo di mercato e per ultima rese vendibile il bene con l’art. 26, passando alla sua fulminea ristrutturazione. Alla fine d’una operazione piuttosto complessa e impegnativa, riuscita perfettamente, a Benito toccò un assegno di circa 220 milioni. Dimenticandosi che doveva per prima cosa mettere a posto quanto aveva speso Scarzella, usò tutta la somma per pagare le sue tasse. Toccò a Romano chiedere scusa al suo amico e dirgli di pazientare, perché suo fratello, appena possibile, avrebbe saldato i suoi conti. Fu un momento difficile per tutti: per Romano e Giancarla uscire da quella casa fu uno strazio, ma passarono il loro grande dispiacere in sottordine perché ci fu una scena ancora più straziante: Mariannina voleva portare in Via Teodosio tutti i suoi tesori, che aveva messi nella vasca da bagno. Erano le bustine di cellofan che raccoglieva sempre, per risparmiare, con le spese dei mercati. La povera donna, in stato di grande confusione mentale per il dolore che stava provando, si attaccava disperatamente agli unici beni che le erano personalmente rimasti. Tutto ciò dopo una vita dedicata interamente alla famiglia e dopo che era stata personalmente capace di comperare tre case e due box con una incessante opera d’accanita risparmiatrice e perennemente lottando contro tutti i gradassi della famiglia Amodeo. Con l’abbandono da parte di mamma e figlio, di Via Lattanzio… per amore, Dio giudicò finito l’Inferno, essendo finito lo svezzamento di Romano in via Lattanzio.
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La pagina 333 indica la pienezza di un cammino, e puntualmente, in questa pagina, si termina una fase e ne inizia un’altra, nella trama della vita di Romano.
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Capitolo 42 Il Purgatorio della vita spesa per pochi altri
Dopo i 20 anni, nella vita rinata nel sociale a 33 anni.
L’atto di puro amore della madonnina per il figlio che non voleva nascesse (lascia per lui Via Lattanzio) svezza il “figliol prodigo” Romano e lo libera dal suo decennale Inferno: per 5 anni di Purgatorio.
Nel 1992 abbandonarono la loro casa: Amodeo, che aveva 54 anni, Mariannina che ne aveva 83, e i due gatti Teo e Bambo, che ne avevano 4. Giancarla l’aveva lasciata poco prima, andando a vivere a Corsico, nella casa che da tempo aveva affittato e sistemato. Con l’abbandono di Via Lattanzio e di una vita divenuta un Inferno, iniziò il Purgatorio di questa vicenda che segnò i loro destini. Accadde quando Mariannina fece l’estremo gesto d’amore per quel figlio che non voleva temendo di doverlo allattare soffrendo, vendendo la sua casa in Via Lattanzio per dargli l’eredità da viva. Abitarono mamma e figlio, ridotti finalmente a loro due soltanto, in Via Teodosio, un nome che significa Zeus doxis, la “Ragione di Dio”, il suo “Criterio”. 120 Mariannina non era più lei, il morbo d’Alzheimer aveva cominciato già da qualche anno a farle perdere colpi. Seguì Romano in Via Teodosio e cercò di tenere sotto controllo la demenza senile che si accompagna a questa malattia. Si rendeva conto che la sua mente era sempre meno presente a se stessa, che svaniva la memoria e, per difendersi, lasciava scritti ovunque promemoria, su chi fosse lei, chi i suoi familiari, ove abitasse. Per un po’ cercò d’essere indipendente e il figlio la lasciò provare. Ma lei si perdeva spesso e quando le chiedevano dove lei abitasse si confondeva. Portava scritto sempre tutto con sé, in modo che, quando necessitava, tirasse fuori i suoi pro memoria; poi si dimenticò anche di quelli. Gestiva ancora lei tutti i suoi conti e cominciava ad essere un disastro perché non trovava il denaro e allora incolpava il figlio d’averlo preso. Ogni tanto era in preda allo sconforto, ricordava la sua vita passata e, messa a confronto con quella attuale, entrava in crisi ed accusava Romano d’avere rovinato ogni cosa, d’averla portata lì. Diceva che voleva andare a casa sua. La vendita della sua casa risultò costarle moltissimo. Romano per farle capire che quella era ormai la sua casa scrisse sugli armadi bianchi, in maiuscolo: ABITO QUI. Alcune volte, chiamata a leggere, quando più non ricordava d’essere in quel luogo, leggeva le prime tre lettere di quella scritta come Anna Baratta Insegnante. In poche parole ella pure si sforzava di interpretare dei codici nella lettura...
120. Tutta la nomenclatura che accompagna i luoghi in cui Romano ha abitato ha sempre rivelato delle vere e proprie strane premonizioni, quasi un gioco bizzarro: A Felitto = afflitto. Salerno = si salva Romano dall’Inferno dell’afflizione; Vietri Sul Mare = vi è tris, con l’alma di un re; Villa Cajafa = a Caifa, la sua Terra del paradiso; Via Larga Milano = la via Larga dell’Inferno, dove io la no! per carità!; Via Verro = Verrò via dall’Inferno; Viale Omero = via di un mero leone; Lanusei = là non sei; Via Vetere = la via vecchia della prima vita; Via Lattanzio = la via nuova del Latte, dell’inizio del nuovo impegno sociale; Via Franchetti = la via dei franchi progetti; Via Teodosio = la via del Criterio di Dio. Poi mamma e figlio saranno a Piazzale Cuoco e saranno messi a lenta cottura; poi saranno a Saronno, nuovamente in Via Larga, ma sarà la via veramente stretta del Paradiso. Un gioco, se fosse un puro caso a regolare le umane cose. Ma laddove tutto è secondo un progetto, che sia questo anche un segno del destino? Tutti i segni sono a pagina 6.
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Allora Romano scrisse tutto in lettere minuscole. Ad un certo punto fu evidente: Mariannina non poteva più essere lasciata sola, doveva avere qualcuno che la tenesse sempre per mano.
Anche questo gesto è da Purgatorio: Romano era costato moltissimo a sua madre, sotto tutti i punti di vista ed ora, attraverso il senso della riconoscenza filiale cominciava a mettere riparo ad ogni cosa Quella Mariannina che, pregando la Madonna affinché suo figlio non morisse era riuscita a toccare il suo cuore e lo aveva salvato e sarebbe stato il sostegno della sua vecchiaia. Da questa scelta coraggiosa spuntò fuori, per Amodeo, un tempo più grande ed importante di quello che si aspettava ed iniziò con più decisione a scrivere quel libro al quale da tanto tempo aveva pensato. La convivenza era però difficile. Mariannina in certi momenti non capiva e doveva sentire, percepire a modo suo le cose che le accadevano intorno. Così Romano si accorse di come, quando lei giungeva al momento più acuto della sua instabilità, poteva essere richiamata alla serenità ed alla pace solo se vedeva lui ancora più disperato di lei. Fu proprio con le dimostrazioni di dolore che Romano più di una volta dette a sua madre che riuscì anche a purgare sempre le paure e le incertezze di lei. Scattava allora, recuperato chissà in quale luogo recondito in quei momenti, il suo senso materno e, vedendo il figlio piangerle davanti, disperato, riusciva ad avere la meglio sulla sua malattia e lo consolava, gli diceva di non fare così, lo accarezzava con quelle sue mani piccole e nodose e piene di vene. Successe più volte. In una di queste fu presente Sabato Lingardo, che s’impressionò vedendo il suo amico così disperato, ma poi comprese tutto, quando vide che era stato necessario fare così perché la Signora Anna recuperasse il suo equilibrio e si calmasse. Un vero Purgatorio! Non era sempre così, erano, quelli che si verificavano nel 1991, ancora i momenti iniziali; ma quando, specialmente nelle ore di sera, essi cominciavano a manifestarsi, c’era da aspettarsi un montare delle situazioni, fino a rasentare il parossismo.
Un giorno si fece sorprendentemente viva MT Mazzola, e propose ad Amodeo di uscire insieme a cena, solo come amici. Romano accettò. Vissero un po’ il ricordo di tutte le loro cene, quando andavano a mangiare al ristorante cinese d’Inzi ed Inscia, che si chiamava Fortuna. La sera finì, trascorsa simpaticamente. Si salutarono come due cari e vecchi amici. La sera dopo Amodeo era già a letto, assieme ad Anna. Già dormiva. Ad un certo punto squillò il telefono, situato nel corridoio d’ingresso. Era la Mazzola, e gli esclamò: “Basta è la fine, non ho chiuso occhio tutta notte; non vediamoci più neppure come amici!”. Al che Romano l’interruppe: “Aspetta un momento!” Si era accorto che c’era una gran puzza di gas. Corse in cucina e vide che tutti e sei i fornelli erano aperti ed esalavano a pieno volume. Sua madre, che aveva l’abitudine, acquisita in una vita intera, di controllare sempre alla sera che il gas fosse chiuso, al controllo di quella sera – eseguito a rovescia – li aveva lasciati tutti e sei interamente aperti. Tornò da MT e le rivelò: “Mi hai detto che è finita, ma con questo sappi che hai salvato veramente la vita, a me, a mia madre e forse a tutto il palazzo. Qui c’era acceso tutto il gas!” Come era strana la vita! Questa Maria Teresa Mazzola, che era stata un bulldozer, gli aveva salvato la vita due volte. Nella prima forse Amodeo non si sarebbe tratto fuori dalla sua condizione di responsabilità, e sarebbe morto, soffocato dall’essere incapace a scavalcare le rigidità della vita. Perché ora fosse più chiaro ed evidente il senso della salvezza portata a Romano da questa donna, ora la Provvidenza mostrava che lei gliela aveva salvata davvero, quella in carne ed ossa. Del resto ora Romano era nel Purgatorio e una salvezza si mostrava in modo chiaro ed evidente, con il suo vero aspetto e non uno controverso come a prima, nel quale il positivo andava ricavato dal negativo. Quella di lei, Maria Teresa, fu l’unica telefonata di quella sera e se non gli avesse telefonato per dirgli proprio “E’ finita” sarebbe proprio finita per davvero tutta la sua vita! Romano, dopo quella sera, prese l’abitudine di lasciar sempre chiuso il gas con la chiave centrale che era situata sul balcone, fuori della portata della mamma. Lo apriva per cucinare e lo chiudeva subito dopo. Romano, con i suoi 54 anni, ne aveva ancora una buona dozzina per rifarsi un avvenire, prima dell’età della pensione. Ma il suo fallimento era ancora ben lungi dall’esser terminato e non poteva emettere fatture, né più se la sentiva di coinvolgere amici. Allora prese una decisione a suo modo eroica: il suo lavoro sarebbe stato da quel momento in poi sarà solo quello d’aver cura di sua madre.
Sabato prese a venire con frequenza. Amodeo gli domandò aiuto, gli spiegò che la mamma doveva camminare, che questa era la sua forza. Quando si muoveva, tutta la circolazione del sangue era agevolata e il cervello ne aveva a sufficienza, per non dare i numeri che dava quando tutto era intorpidito. Iniziò anche a tentare di cucinare: bisognava lasciargli campo interamente libero, perché gli serviva tutta la cucina e lavava facendo schizzare acqua dappertutto sul pavimento. E se Romano gli diceva: “Perché fai tutto questo disordine?” s’immusoniva, rispondeva che dopotutto era solo acqua. Romano aveva chiesto il suo aiuto perché aveva cominciato finalmente a scrivere la famosa risposta a quanti la pensavano come Luigi Luccini, e cioè che fosse stato Gesù a rovinarlo, a tradirlo. Il primo modo che scelse, per sostenere che, nel mondo, domina l’equilibrio, fu con la poesia. Ultimò la prima parte d’un poema di centinaia di sonetti. Qui riporto i primi 4.
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Rabbiosa onda s’abbatte sugli scogli e si ritrae schiumando; dopo un momento nuovo impeto infrange e ancor raccoglie il suo ardire per protrarre il cimento all’infinito. E nulla la distoglie dall’assalto: né il molo di cemento né l’arenile piatto che or ne raccoglie la furia e la tramuta in lambimento su su, oltre il bagnato, fino all’orme recenti che cancella; e del segno di passi e di tutte l’altre forme sulla rena, con accanito impegno, il flusso ed il riflusso uniforme liscia battigia fan d’acquestre regno. Infuria il mare e, di libeccio il vento rompe l’onda alla cima e strappa schiume bianco-verdastre. Ogni bagliore è spento per gli addensati nembi oliva e brume oscure che fanno scorgere – a stento, in pieno giorno – quel tenue barlume di ocra, blu, marrone che il violento scenario in questa luce fioca assume ove prima fulgeva azzurro intenso di cielo e mare e giallo e verde in terra. E il turbine sconvolge il cubo e denso vapore degli ammassi, o li rinserra e piove; e lampi e tuoni dall’immenso fragor, nell’atmosfera scesa in guerra. Un acre odor di salsedine e iodio portan nell’aria i poderosi venti, nebulizzando. Del sapor di sodio, aspro, del mar, mordace il gusto senti in bocca e gola. E il tuono, odi; o degli scrosci dell’onde i potenti fragori che rompono agli approdi; o il vago mugular dei turbolenti sibili, che, vedi, van sollevando vapori ed acqua e odori e schiuma e sabbia. Ti scarmigliano – hai freddo – e sta scoccando il lampo – e acceca – così lo sai: la rabbia degli elementi ogni senso va usando, ma proprio ogni senso… che tu abbia. Tra i crespi ondosi (con accanimento
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e paura, sperando che gli giovi, contro quella tempesta, l’ardimento) sta un, sorpreso lungi dai suoi covi, e avanza, affronta il mar, patisce il vento con le sue vele in panna. E che riprovi ancora, e che resista (oltre lo stento e la fatica) e dove mai ritrovi tanto ardire, forse si può capire: tanti elementi avversi e tanti inciampi tempran la resistenza. Anche se l’ire è incerto, egli sen va sfidando lampi e fortuna e il rischio di perire in cerca d’un rifugio ove si scampi.
Da questi quattro sonetti s’intravede lo sviluppo di tutta l’opera: la natura è percepita, nel flusso e nel riflusso del suo ondeggiare, dai sensi dell’uomo. La tempesta della vita porta tutti a cercare il porto in cui scampare. L’autore è una persona presa alla sprovvista dalla tempesta, ma il tutto gli dà coraggio, perché gli eventi avversi ne han temprato la resistenza. Romano voleva scrivere una storia dell’uomo e della sua avventura esistenziale, una sorta di nuova Divina Commedia. Scrisse la prima parte, poi si accorse che non c’era bisogno della poesia, per superare gli scogli della ragione con la fantasia e le altre virtù legate dell’immaginazione: bastava l’intelligenza. Così passò alla prosa e alla geometria, iniziando ad occuparsi delle condizioni equilibrate, perché, per intuito, l’equilibrio assoluto era il punto d’arrivo d’ogni condizione. Romano passava tutto il tempo suo libero non a studiare che cosa ne avessero pensato gli altri. Rifuggiva assolutamente da questo modo e cercava di tirare fuori ogni cosa solo dai suoi ragionamenti e dalla sua esperienza. Diceva che se tu fai un solo passo ed è saldo, non ti devi bloccare se qualcuno, chiunque egli sia, ti dice semplicemente che non lo è senza riuscire a dimostrartelo. E finché nessuno dimostra l’errore, devi tentare d’aggiungere un altro passo al primo, fino a percorrere un cammino tutto tuo, che sia interamente controllato dalla tua intelligenza in base ai tuoi personali presupposti. E, detto questo, cominciò a recuperare il modo secondo il quale funziona l’intelligenza, nella convinzione che, se l’intelligenza usa un modo, tutto quello che è prodotto da lei in quel modo è conformato esattamente così. Sembra una cosa ovvia, ma la fisica che ancora non è riuscita a determinare un modello perfetto ed assoluto cui è poi riferita tutta l’imperfezione del mondo, non ha ancora scoperto il perfetto metodo numerico che la mente umana usa, altrimenti ci sarebbe arrivata. La domenica Amodeo andava quasi sempre al Cimitero, a portarvi la mamma, in visita sulla tomba del papà. Un giorno vide mimose esposte dappertutto e capì che era la festa della donna.
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Decise di regalarne un mazzetto ad Anna Badari, quando sarebbe passato, come al solito, vicino alla sua casa. Incaricò sua madre di consegnarglieli lei, rispondendo lei al citofono. La mamma ci riuscì e si avviò verso Anna. Dopo un po’ la Badari scese, si avvicinò a lui restato sulla macchina e gli ordinò: “Vieni su, c’è mio marito, così mettiamo in chiaro alcune cose.” Romano non capì cosa ci fosse da mettere in chiaro, tuttavia la seguì al quinto piano, dove lei abitava. Salutato Gianmaria e scambiati i convenevoli di rito, Anna e il suo ex marito, che si era nel frattempo risposato, cominciarono a parlare di Lucy. “Tu tieni troppo nella bambagia questa ragazza. Ha 14 anni e neppure un’amica, un amico. Scuola e casa, casa e scuola. No, devi farla muovere di più.” A questo punto Romano s’intromise: “E’ vero. Tu sai che cosa ci fu in giovinezza tra me ed Anna, ebbene lo scorso anno avevamo deciso di riprovarci e lei non ha detto nulla a sua figlia. Poi quando glielo ha chiesto, forzata da me, lei le ha risposto che piuttosto si buttava dal quinto piano.” “Che errore, Amodeo! Dovevi entrare in simpatia alla ragazza, farti accettare. Solo dopo poteva essere fatta quella domanda!” “Hai ragione, io lo dicevo ad Anna, ma lei neppure l’informava che io esistessi. È vero: lei tiene troppo fuori Lucy da tutto.” Gianmaria prese da solo l’iniziativa: “Lucy, Romano è un buon nuotatore e tu non sai nuotare. Vuoi farti insegnare?” La ragazzina rispose di sì, al che Amodeo precisò: “Lucy, non credere che questo sia un sottile stratagemma perché io voglia farmi accettare da te a causa di tua madre. Tra me e lei non c’è più niente, se io lo faccio lo faccio solo per te.” Andarono una volta sola al Lido, ma faceva freddo. Scelsero di giocare al tennis, altro sport che lei non conosceva. Due volte la settimana affittavano un campo che era situato proprio lì, in Via Marostica e giocavano. Romano fu costretto a forzare quel braccio destro che ogni tanto gli doleva per la periartrite che si trascinava ormai da quasi venti anni. La violenza del colpo e i muscoli tesi, mentre passava il punto che sempre gli doleva, alla lunga furono più forti delle calcificazioni e queste si frantumarono. Romano guarì. Mariannina ed Anna stavano ai bordi del campo e Romano e Lucy giocavano; questa fu la falsariga di tutta la primavera, fino a che giunse agosto.
tornato, ma certo sarebbe rimasto via qualche mese, per non dare troppo strapazzo alla mamma andando e tornando troppo presto con l’automobile e il caldo. Ebbe l’idea di chiederlo prima ad Anna Badari, se lo faceva lei. Che non facesse sforzi, però! Se non poteva badare a loro lo avrebbe detto alla portinaia: già altre volte le aveva lasciato la chiave. Anna rispose che lei non amava molto i gatti, ma che tuttavia l’avrebbe fatto lo stesso. Romano, sicuro d’avere scelto per il meglio, partì in macchina, con la mamma, per il sud. Partirono in automobile in tre: Amodeo, sua madre e Sabato. Maria Teresa, figlia dello zio Antonio e di Maria Borgia, erede con la sorella Elsa del patrimonio lasciatole dal padre, già morto da qualche anno, aveva consentito che questi loro parenti occupassero la vecchia casa in cui Mariannina aveva vissuto la sua giovinezza. Romano imbiancò in cambio un locale, dopo d’aver sigillato qualche crepa nelle pareti, in quel palazzo ormai abbandonato a se stesso e gestito da un siciliano che puntava ad impadronirsi di tutto per usucapione. Era riuscito a strappare una concessione e, a chi aveva offerto un dito aveva alla fine strappata la mano, tanto che ora diceva in giro che era tutto suo. A Maria Teresa mancava la voglia di mettersi a combattere per quelle proprietà e rimandava d’anno in anno il rendiconto, con il rischio piuttosto consistente di vedersi alla fine espropriare tutto attraverso l’intimidazione e la prepotenza, fatte in maniera sottile, con il sorriso sulla bocca e il coltello nella mano. Cominciarono un primo giro, e Sabato fu con loro. Quando passavano in vicinanza di Felitto cominciava ad insistere che si andasse là. Alla fine ci andarono e la Maestra Baratta tornò dopo oltre 40 anni in quel paese dal quale era quasi dovuta scappare, dopo l’arrivo degli Americani con lo sbarco a Salerno, per evitare il rancore di taluni del luogo. Cercarono chi avesse memoria, ma non trovarono nessuno dei suoi scolari, nel breve tempo che si fermarono in quel paese, restando nella casa d’una zia di Sabato. In quell’occasione passarono anche per la casa Di Dario e Amodeo incontrò la sua antica fiamma di quando aveva 16 anni. Stavano lì, lui e lei, e cercavano di far pace con il tempo, ritrovando l’affetto della giovinezza, quando arrivò Sabato come un terremoto, facendo tanta moina che Romano dovette salutare ed andar via. Teresa non si era sposata; aveva passato tutta la sua vita in quella casa collocata cinque chilometri fuori del paese, e forse per lei quel breve periodo trascorso a Capizzo con lui era stato molto più importante. Lei non aveva incontrato nella sua vita l’equivalente di Liliana per Amodeo, una persona che riuscisse a causare un taglio netto con il tempo appena passato. Il ricordo che aveva lasciato in lei, Romano lo capì, era stato lungo e tenero, anche se tra loro non ci fu mai neppure un bacio. Sabato aveva fatto tutto quel pandemonio perché voleva che Romano e la mamma si fermassero a casa sua. Quando costatò che egli gli rispose che dovevano fare ancora un largo giro, Sabato s’immusonì, cominciò a protestare e pretese che Amodeo lo facesse scendere, ‘ché egli se ne sarebbe tornato a Milano. Sabato era fatto così: i suoi amici dovevano fare come diceva lui, altrimenti cessavano d’esserlo. Non arrivava a capire che in certe condizioni bisogna stare tranquilli, e non lo era stato, immischiandosi in un incontro tra lui e Teresa che necessitava d’una delicatezza che non c’era stata, a causa della sua inopportuna intromissione, Non ci sarebbe stata un’altra occasione e forse loro due dovevano avere il tempo di salutarsi per sempre, come la sorte non gli aveva mai concesso.
Romano decise che in agosto avrebbe portato la mamma a vivere un poco nel meridione. Vi mancava da oltre 20 anni. Ad un certo punto della sua vita, Mariannina aveva cominciato a raccontare che non voleva più tornare in quelle terre. Quando Amodeo glielo propose nel 1992, lei non si oppose, perché probabilmente aveva dimenticato quei fieri propositi. Non potevano portare Teo e Bambo, e allora riempirono la grande vasca (di 50 per 70 cm) del contenuto di sette scatole di croccantini. Una vasca della stessa misura era stata riempita della loro terra, e la vasca da bagno era stata lasciata piena fino all’orlo affinché avessero sempre da bere. Romano voleva incaricare la portinaia dell’altra scala, che già si era prestata una volta d’accudire quei gatti, di passare ogni tanto a dare un’occhiata. Non sapeva quando sarebbe
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Restati soli, Romano e sua madre fecero una bell’esperienza, soprattutto per lei. Amodeo la portò a trovare tutti i suoi parenti, perché – andato via Sabato – aveva iniziato una sua ricerca storica sugli antenati della famiglia e coglieva l’occasione della visita di Mariannina per attingere tutte le informazioni sul comune passato. E quella gente, rivedendo lei vecchia, minuta, bonaria e sorridente, le facevano festa come si fa ad un bambino, allietandola ancora di più. Erano andati a Perito, Orria, Capizzo, Sessa, a trovare famiglie che avevano conosciuta la mamma quand’era bambina e che da allora non l’avevano più vista; dopo un po’, a mano a mano che si trovò antenati in quasi tutti i paesi del Cilento, cominciò a sentirsi presente come se egli fosse stato già là e fosse ovunque, insieme a quei trapassati che erano stati tutti nonni, per lui. Fu la prima volta che Romano intese se stesso come la sua stessa origine, come un’essenza inserita in una struttura essenziale, che collegasse tutti in una cosa che esisteva in comune, anche se poi era storicamente distinta in modo singolare ed individualistico. Ad Ostigliano durante la giornata, furono ospiti, a pranzo e a cena, della zia Giovannina, la mamma di Barbara. Le due sorelle passavano, assieme, tutta la giornata e Mariannina faceva disperare Giovannina, ogni tanto, perché, invece di fare le cose, le disfaceva. Quando si propose di cucire un lenzuolo glielo ridusse, nello sconcerto dell’altra, tutto in pezze della dimensione d’un fazzoletto. Romano sapeva che la mamma era al sicuro e, per passare il tempo nel migliore dei modi, si era dato da fare per conoscere la storia dei suoi antenati. Sua madre gli aveva sostenuto che, in epoca borbonica, in famiglia c’erano stati altissimi funzionari del governo di Napoli, e voleva attingere notizie dirette. Si rifece vivo Sabato, che, andato via in quel modo infelice, si era subito pentito e telefonava ogni giorno in casa di Giovannina per avere notizie; non riuscendo mai a parlare con Amodeo e rendendosi conto che era restato a vivere in quella che per anni era stata la sua famiglia e che si era ritrovato nuovamente solo, aveva deciso alla fine di scendere nuovamente al sud per riprendere il filo di quanto aveva interrotto. Ma si trovò di fronte ad un Romano che si era imbarcato in una delle sue tante improvvise passioni e che non lo degnava dell’attenzione che voleva lui e secondo la quale dovessero passare il tempo andando di qua e di là, come piaceva a lui. Romano invece si chiudeva nell’ufficio d’un Comune e vi restava finché quello non chiudeva, poi doveva trascrivere tutte le annotazioni sui suoi quaderni e non era questo l’occupazione ideale per Sabato, così non resistette che due giorni e andò nuovamente via. In agosto erano aperti solo i Comuni e Amodeo vi trovò gli atti che esistevano prima dell’unità d’Italia, quando Napoleone aveva messo a capo suo fratello e da allora era stato istituito il registro dell’anagrafe obbligatoria anche in questa parte dell’Italia. No, nessun “viceré” era esistito in famiglia, ma molte figure che erano state importanti in quel luogo, amministrandone i paesi. Scoprì così che quel suo trisavolo, il Baratta che tutti avevano accusato d’essere un debole, che non sapeva farsi pagare le tasse, tanto che poi aveva dovuto risponderne di tasca sua, vedendosi espropriare tutte le proprietà, era stato uno dei capi dei famosi Moti cilentani, d’insurrezione contro i Borboni e per la creazione dell’Italia unita. Aveva l’incarico, datogli dalla struttura borbonica, di raccogliere le tasse e non lo faceva per danneggiare il Regno di Napoli, accampando la scusa che in paese non volessero pagare e che egli aveva a disposizione solo la pittima, una persona che stesse alle costole di chi fosse insolvente e gli rammentasse l’obbligo, in tutte le situazioni, e quindi con
brutte figure laddove il pagamento del dovuto era un titolo d’onestà. In un ambiente in cui nessuno pagava, la pittima non aveva alcun potere. Quando i Borboni gli ebbero espropriato quasi tutto, rivalendosi su di lui, cercarono più d’una volta di catturarlo, con la gendarmeria mandata da Napoli, perché avevano saputo come fosse stato tra i capi di quei moti insurrezionali. A riprova, molti decenni dopo, fu trovato un sottotetto pieno d’archibugi e schioppi che erano stati raccolti e tenuti pronti per la rivolta armata; armi che furono immediatamente fatte sparire per la paura che ancora era rimasta nei discendenti. Il figlio maggiore, vedendo da Perito, il paese di fronte, venire i gendarmi o avvisato di quanto stava accadendo, si caricava in quei casi il vecchio padre sulle spalle e lo nascondeva in qualche fienile nella campagna. Tutti in paese furono solidali e nessuno fece la spia, contro quell’eroico patriota che riuscì a morire a tempo debito e nel suo letto. Restati vivi solo i due figli, il minore, che si sposò, cominciò a raccontare ai discendenti che tutto quanto era stato loro; così il padre dei cinque Baratta maschi di cui si parla all’inizio di questa storia, aveva ritenuto giusto che la famiglia si riprendesse il suo. Così si spiegava perché essi avessero portato avanti anche metodi crudeli: gli sembrava di farlo come per un senso di legittima rivendicazione e di giustizia. Avendo perso il senso stesso degl’interessi comuni, patriottici, che avevano portato il bisnonno a lottare per l’Italia a costo di perdere ogni possesso personale, i discendenti avevano gettato il discredito su di lui: era un debole che non riusciva a farsi pagare, ci aveva rimesso del suo e chi non aveva pagato si era comperate poi le terre con quei denari. Ora era giusto, nella loro ottica rivendicativa, che pagassero i figli per quei padri, anche a costo di subire strozzinaggio e soprusi da parte loro. Con un certo senso di giustizia, ora, Romano ne parlava con quelli che incontrava e che n’erano i discendenti: avevano avuto nella loro storia comune un eroe e un patriota e ora andava riabilitato. Ci avrebbe pensato lui, in futuro, scrivendo un libro di documentazione. Romano riuscì a risalire ai suoi antenati sparsi in tutti i paesi fino al 1802. Dopo agosto aprì l’archivio di Vallo della Lucania e qui si accorse che esisteva veramente un tesoro di notizie: atti di nascita e stati delle anime che risalivano fino a poco dopo che il Concilio di Trento aveva, ai primi del 600, resa obbligatoria la registrazione delle nascite, dei battesimi, dei matrimoni e dei decessi in tutte le Parrocchie amministrate dalla Chiesa. Colpito davvero da una ricerca che dava risultati interessantissimi, Amodeo presto iniziò a portar fuori di quall’archivio, con il tacito consenso del sacerdote che l’aveva fondato e gestito da oltre 40 anni, libri e documenti da fotocopiare. Andava a farlo ad una quarantina di chilometri da lì, a Battipaglia, per non ingenerare pettegolezzi. Un giorno portò con se la madre, alle tre del pomeriggio e la pregò d’attenderlo mentre egli faceva alcune copie. Quando le ebbe finite Mariannina era scomparsa. Si mise a cercarla dappertutto, chiamò carabinieri, questura, gli ospedali. Niente, si era come dissolta. Continuò a girare a piedi e in macchina riuscendo a trovarla alla stazione ferroviaria solo alla 11 di sera. Nelle otto ore in Cui Romano l’aveva cercata nella cittadina, lei, allontanatasi e dimenticatasi dove fosse, aiutata da qualcuno aveva preso un treno, era andata a Salerno, poi, tentando d’andare a Milano aveva sbagliato, grazie al cielo, prendendo il treno che portava nella direzione opposta. Ancora per la pura carità di Dio, un controllore era subito salito, dopo Salerno e l’aveva fatta scendere alla prima stazione, proprio a quella di Battipaglia in cui aveva iniziato il pellegrinaggio in direzione della sua casa.
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Lei non aveva danaro con sé, ma aveva tuttavia in mano due biglietti: uno NapoliBologna e l’altro Salerno-Milano, entrambi ceduti, chiaramente, da persone che l’avevano vista in crisi e che avevano cercato di darle una mano in quel modo. Il biglietto NapoliBologna doveva averlo ricevuto da qualcuno che lo aveva già, mentre l’altro le era stato donato chiaramente da qualcuno che, invece di metterla nelle mani della polizia, la stava mandando sciaguratamente chissà dove, spendendo per di più il costoso biglietto relativo ad un tragitto di 900 chilometri. La Provvidenza le aveva fatto fare un bel viaggetto e poi l’aveva fatta tornare esattamente al punto d’inizio, mentre Amodeo proprio di là stava passando. Tornarono a Milano, carichi di 30.000 fotocopie preziosissime, verso il 10 d’ottobre. Si aspettavano d’essere accolti con festa dai due gatti Teo e Bambo, lasciati in quella casa alla cura d’Anna Badari. Scoprirono invece che la luce era stata tagliata e che essi non c’erano. Romano pensò che Anna, stanca d’andare avanti e indietro, li avesse portati con sé. La chiamò al telefono e le domandò: “I gatti sono con te?” “No. Ma dove sei?” “A casa; siamo arrivati adesso da Salerno.” “Ma io non ci sono più andata!” “E allora sono morti!” Si fece prestare una candela e, alla sua fioca luce, vide i due gatti a pochi centimetri l’uno dall’altro, morti stecchiti, per la fame e per la sete. Anna, sicura, chissà per quale ragione, che Amodeo tornasse finito agosto, aveva tolto, in quella data, dal grande vassoio, tutti i croccantini lasciati lì (che sarebbero bastati forse per un anno) e li aveva riposti nelle scatole. Aveva inteso fare pulizia e, ai primi di settembre, si era messa ad attendere che Romano tornasse e la ringraziasse. Non sentendosi trattata così, non si era più preoccupata nemmeno d’accertare che Amodeo fosse realmente rientrato, sicché i gatti, ai quali aveva portato via l’alimento, erano morti. Romano, quando vide in terra i due micetti ai quali si era così affezionato, cadde in ginocchio e pianse su di loro, come non aveva fatto per il padre. Non chiamò più Anna, ma pensò soltanto che quei due gatti, che anni prima aveva salvato dalla morte, avevano pagato ora con la vita affinché egli ricevesse un severissimo insegnamento: quella era la donna nelle cui mani aveva inteso, e per due volte, di voler riporre la sua vita! Quella Anna Badari che abitava in Via Marostica era stata sufficientemente ostica a Maria Teresa, tanto da averla rimossa dagli interessi di Romano, ma ora era stata ostica tanto da martirizzare Teo a Bambo, all’Amodeo bambino, in via Teodosio, che identificò se stesso in quei due gatti, sacrificati dal Criteri di Dio (Teo doxis) affinché egli si decidesse a rimuovere anche lei dal suo cuore.
Capitolo 43 Venne il 1993. Benito gli propose di studiare la ristrutturazione del suo appartamento. Aveva bisogno d’un prestito e lo avrebbe potuto avere dalla Banca presentando un progetto di sistemazione della casa donata dai suoceri in via Lattanzio. Romano ne discusse con tutti loro e fu trovata la soluzione, che comportava la demolizione interna di tutte le pareti. L’appartamento, di 128 metri quadrati, aveva due servizi separati. Si decise di spostare quello piccolo e vicino alla cucina, nella zona notte. “Quanto tempo ti ci vuole?” “Posso farcela nei due mesi estivi, mentre voi siete in ferie” rispose Romano che aveva pensato di non demolire le pareti, ma semplicemente di spostarle. Non s’intesero bene e gli lasciarono l’appartamento con i mobili e le pareti tutte piene d’oggetti vari e di scaffali e mensole d’ogni genere, avvitate ai muri. Per tagliare le pareti studiò la realizzazione di due cavalletti, con rotelline a cuscinetto a sfera sotto la base. Avrebbe passato i cavalletti sotto la parete, l’avrebbe imbullonata in modo che restasse perfettamente verticale; poi avrebbe tagliato il muro con un grande disco, in modo che restasse appoggiato sui cavalletti. Poi, grazie ai cuscinetti a sfera. Avrebbe traslato la parete fino al punto esatto in cui doveva essere riposizionata. A parte l’enorme polvere, il lavoro fu molto rischioso per la sua incolumità: ogni tanto il disco rotante, agganciandosi contro i lati del taglio, ne usciva con tutta la forza della sua rotazione, rischiando di tagliare tutto quello che incontrava. Due volte Amodeo lo bloccò a solo qualche centimetro da una gamba che, se fosse stata urtata, sarebbe stata tagliata peggio che se l’avesse toccata la lama d’una motosega. Presto si trovò a non avere più spazio per camminare, tra mobili a tutta altezza, accumuli di vestiti e pezzi di muro che cercavano la loro giusta nuova posizione. Per spostare le pareti doveva avere sgombero il percorso e per ottenerlo doveva ogni volta spostare la stessa roba. Impiegò il doppio del tempo che aveva preventivato, ma soprattutto a causa della lentezza delle operazioni. Si pentì di non aver detto al fratello che, dovendosi spostare tutte le pareti, gli desse un appartamento sgombero. Le forze lavoro in campo furono un idraulico, per spostare le tubazioni dei servizi e un elettricista. Tutto l’intervento lo fece da solo. Stette nei ristretti limiti del bilancio, perché l’intera ristrutturazione, che la banca aveva valutato 150 milioni, ne costò solo 22, eccetto i pavimenti in parquet che poi vollero mettere. Mentre Romano era al lavoro, sua madre era accompagnata da Sabato, che restava con lei in Via Teodosio. Alcune volte Mariannina voleva andare con il figlio e tentava di dargli una mano; lei, piccola e mingherlina, era alle prese, assieme al figlio, con una parete d’oltre una tonnellata da spostare, loro due da soli. Quando due mesi dopo la famiglia di Benito tornò, il lavoro grosso era pressoché fatto, ma restavano le piastrelle dei bagni, i ritocchi dell’intonaco, piccolissimi dettagli in relazione al grosso che era stato fatto. Tentarono di convivere mentre egli completava il suo lavoro, ma c’erano troppa polvere e disordine ed avevano tutti poca voglia di fare sacrifici, così andarono a vivere tutti in un Residence. Romano si sentì rimproverare d’avere fatto
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male i suoi calcoli e d’averli costretti a spendere altro denaro. Aveva fatto una fatica terribile a rispettare tutti i grossi armadi, ma una sera Benito e Mirella discutevano, perché stava per arrivare il venditore dei mobili nuovi e avevano raccomandato che ci fosse spazio per smontarli. Così, affinché non litigassero, a Romano toccò di fare spazio a quelle stesse armadiature che gli avevano complicato ogni cosa, per la loro altezza a tutta parete. Se avessero deciso prima, che poi li avrebbero dati via, egli li avrebbe smontati, anziché impazzire per spostarli senza rovinarli e muovere le pareti con tutti quegli armadi. Romano aiutò il fratello, dedicandogli quattro mesi, ma Benito si rifiutava di dare retta ai suoi studi sulla composizione del mondo. Ci aveva provato qualche volta ma la lettura degli elaborati di Romano era giudicata impossibile da Benito. Gli diceva: “Ti devi decidere se vuoi parlare per te o perché gli altri ti capiscano. Se vuoi quest’ultima cosa devi usare il loro linguaggio”. Il ragionamento non faceva una grinza, ma la visione che Amodeo stava cominciando ad avere del mondo era rivoluzionaria. Egli non partiva dallo studio oggettivo, ma da quello soggettivo della mente umana. L’uomo vede e concepisce prospetticamente tutte le cose, ma il termine “prospettiva” non appartiene alla terminologia della fisica. Quando una intensità, come quella della luce, varia in funzione inversa al quadrato della distanza, questa è una chiarissima condizione prospettica, ma la fisica non sa “giudicare” che è una condizione dipendente da chi osserva e dalle sue regole prospettiche. La fisica parte dal fatto che, se a distanza 1 una intensità è 100, a distanza pari a 10 volte essa è 1/100, e questo “di per sé”, ossia non in relazione all’osservatore, o a qualsiasi “cosa” che percepisca prospetticamente quella intensità. Le difficoltà incontrate con il fratello, portavano all’approfondimento di 10 righe di testo, su una quantità di più pagine. Quando due mesi dopo Benito riusciva a trovare ancora un paio d’ore e desiderava proseguire su quel testo, Romano, avendo colte tutte le difficoltà a capirlo del fratello, aveva già rigirato il tutto in un modo che fosse più comprensibile. E Benito, che si trovava un testo tutto nuovo e diverso, affrontato da un differente approccio, arrivava come la prima volta a non potere andare oltre le solite 10 righe. Un giorno Romano si lamentò con lui, dicendogli: “Io ti ho dato 4 mesi, rischiando anche di farmi male, per la polvere o una parete che mi cadesse addosso, ma tu non hai voluto darmi un giorno solo d’attenzione”. “Ma dove vuoi arrivare? Non l’ho fatto di proposito. – gli rispose Benito, laureato in fisica – Non hai laboratori, non hai nulla; come ti salta in mente di potere arrivare a capire qualcosa di nuovo? Stai semplicemente perdendo tempo. Ora che a te piaccia, mi sta bene, ma che tu pretenda che ti si dia retta e si perda tempo con te è tutta un’altra questione!” Ma Romano pensava: “E perché mai? Io sto affrontando la questione a partire dalle pure possibilità dell’intelligenza a darsi una immagine delle cose. Questo approccio, che io sappia, non è stato mai affrontato e risolto con soddisfazione da nessuno. I miei ricordi di Filosofia mi segnalano che Pitagora aveva una percezione di questo tipo, quando diceva che alla base della realtà stava il numero. Ma non si era chiesto perché. O se lo aveva fatto ignorava il calcolo binario. Eppure quel genio era arrivato a riconoscere che il mondo consisteva, si poggiava su un fondamentale dualismo”.
Romano stava imboccando la via giusta, lentamente, e non gli servivano laboratori per osservare come la natura fosse una rappresentazione del cervello. Se il cervello ragionava per numeri, attuando lo stesso meccanismo del computo binario che vale nell’intelligenza artificiale, quello che doveva vedere era secondo i numeri. Ma era così solo a causa del cervello e non della cosa vista in se stessa. Ora l’uomo era riuscito già a scoprire che alcune qualità erano del tutto inventate dal cervello, come la luce e i suoi colori. Ma non riusciva ancora, secondo lui, a fare un ragionamento ancora più essenziale: che tutte le qualità – e non solo le luci e i colori – fossero così come apparivano nella loro qualità oggettiva solo a causa del cervello. Tra esse dunque anche il tempo e lo spazio, come categorie della percezione umana. Lo aveva già detto il grande Emanuele Kant! Ora perché invece per la fisica il tempo e lo spazio erano cose in se stesse? Romano discusse con un credente, e che era anche un fisico, e gli diceva che la massa e lo spazio erano costanti universali oggettive. Non riusciva, pur essendo un credente in Dio, a vedere queste entità come una emanazione soggettiva di Dio, perché, quando faceva il Fisico, il suo cervello si divideva in due, ed usava un linguaggio retrogrado per esprimere invece concetti nuovi. Come si fa a spiegare l’elettricità, tanto per prendere una cosa scoperta negli ultimi secoli, senza introdurre quanto gli è caratteristico? “Io non posso spiegare una mela con una pera!” semplificava di brutto Amodeo. Si mise a scrivere allora un libro nel quale cercò d’essere ordinato. Cominciò dicendo che i sensi dell’uomo danno tutti quanti una immagine qualitativa che non esiste di per se stessa, perché è solo una rappresentazione. Poi passò ad evidenziare un metodo di possibile analisi: individuò quello che chiamò “il cubo d’Amodeo” e che era un cubo ridotto a pura superficie. Si mise a controllare tutti gli atomi con tutti gli elettroni in modo da spianarli virtualmente. Per fare questo non occorrevano laboratori, perché i processi virtuali sono una pura estrapolazione dalla realtà e non si possono sperimentare, se non come il cervello li mostra: a tutto-tondo. Ma era evidente che istantaneamente, in un flusso come un fiume, in cui lo spostamento dell’acqua nel tempo era il movimento, si dovesse porre presente la sua sezione, come la quantità della presenza. Essa non dipendeva dal movimento, ma solo da condizioni geometriche. Il cubo, ridotto a piano, era per Amodeo una rappresentazione virtuale di quanto esistesse istantaneamente come presenza, indipendentemente dal tempo in evoluzione. Facendo questa operazione cominciò ad accorgersi di strane relazioni che venivano a porsi, e ritenne d’essere arrivato ad una buona determinazionne, sufficientemente chiara anche per i Fisici. Solo che chi avrebbe dovuto valutare questo lavoro si sarebbe dovuto mettere di buzzo buono a seguire meticolosamente il filo della logica usata. Invece uno studioso importante, che non ha tempo, saltabecca di qua e di là, vede in una pagina qualche cosa che è così nuovo che a lui sembra una affermazione del tutto gratuita e tira via dritto, cambia lettura. Romano pubblicò questo libro e lo intitolò L’Universo Impensato. Il esso introdusse l’universo negativo, che esiste al pari di quello positivo (che noi vediamo con il suo aspetto materiale ed è lo stesso universo formato dal suo aspetto antimateriale). E qui cominciano le terribili limitazioni dell’intelligenza. Quando un bravo e famoso giornalista arriva a sostenere che “Milioni d’anni or sono, la materia vinse la sua battaglia
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con l’antimateria” – e sto parlando di Piero Angela – significa che ancora non appartiene alla cultura contemporanea quello che appartenne a Pitagora: che il mondo ha realmente due aspetti anche se è vero che se ne vede solo uno. Noi vediamo l’universo materiale perché poggiamo l’osservazione sul suo aspetto antimateriale. Altrimenti nulla apparirebbe muoversi: principio fondamentale della dinamica chiamato d’azione e Reazione. Ora non occorre essere grandi competenti della Fisica per affidarsi a un principio generale come è questo. Allora deve essere capito per forza che noi vediamo un movimento sempre perché lo riferiamo a quello opposto. L’universo materiale che noi conosciamo è materiale ed antimateriale. Pertanto su quel libro si poneva l’attenzione su quella che è la causa del nostro materiale apparire. Una causa reale, che esisteva, che aveva uno spazio. E allora dove era, visto che non si vede? Quel libro arrivava a spiegare dove potesse essere, e poneva l’esempio d’una clessidra. La prima parte la boccia piena, dunque di materia, la seconda piena della mancanza della materia. Noi non vediamo mai la materia spostarsi dall’altro versante perché questo è il fenomeno più veloce che esiste. Ogni volta che l’elettrone compie un giro va a finire dall’altra parte e noi vediamo come elettrone quello che prima era un positrone invisibile. Come se la clessidra si svuotasse a velocità assoluta e fosse ruotata e noi assistessimo poi all’alternanza di tutto nella natura. Scritto questo libro, Amodeo inviò una lettera a Maurizio Costanzo, di questo tenore: “Per le cose che si presume io abbia scoperto, devo essere una sorta di nuovo Leonardo!”. Costanzo, che coglie sempre il modo di ridere e deridere di queste cose, non si lasciò scappare l’occasione di prenderlo in giro e lo invitò l’8 ottobre del 1993. Quella era una puntata dedicata ai casi paradossali. C’era un signore con la voce da gallinaccio che si stupiva come non lo prendessero come attore, ed altri casi così. Secondo Costanzo, c’era anche un architetto che diceva che lo avrebbero chiamato un genio al pari di Leonardo. Dunque tutto da ridere. Avvenne che D’Agostino (già schiaffeggiatore di Sgarbi), uno scienziato presente e un altro, che avrebbero dovuto avere la funzione di ridicolizzatori d’Amodeo, stettero zitti e lasciarono questo compito al solo Costanzo che di fisica non capisce nulla. Per alleggerire la questione proposta cercò di metterla un poco sul ridere. Ma si vedeva che Amodeo non ne rideva affatto: aveva la grinta che già avevano osservato all’Ordine quella sera, quando ne avevano ammirato la tenacia e la buona fede. A nessuno piacque il tentativo di Costanzo di deridere Amodeo. Quando Romano tornò a Milano trovò molte persone inferocite contro l’atteggiamento di quell’ancor man, che doveva attaccarsi a cose banali che rischiavano di banalizzare un argomento forse non del tutto chiaro, ma che era tutt’altro che ridicolo. Anche Benito, in quel tempo, cominciava ad avere i primi dubbi che quelle notate dal fratello fossero pure scemenze. Presentava conteggi e schemi mai visti e che risultavano perfetti alla cifra. Sempre cose paradossali, come ad esempio l’interpretazione della costante “e” logaritmica, che conteneva in se stessa la quantità esatta numerica del volume della Terra (10,8 ×1020 m3) e del suo anno siderale: 365 giorni, 6 ore 9 primi, 9 secondi e 54 centesimi di secondo. Come la riduzione di Pi greco a 360, attraverso l’aggiunta di tutti i valori costanti della fisica espressi nel loro valore assoluto e del modo umano di vedere in prospettiva decimale. Diceva a quel punto Benito che forse le cose non stavano come diceva il fratello ma qualcosa di vero doveva esserci.
Arrivò a consigliare al fratello di portare il libro ai Costa, due docenti di Fisica della Facoltà di Fisica di Milano. E Amodeo lo portò. Ora tutto questo stava a indicare che, in un modo o nell’altro si stava aprendo uno spiraglio per il successo e Romano aveva cominciato a capire che cosa dovesse aspettarsi, secondo quel comando “Aspetta!” che ebbe l’11 marzo 1987: un premio nobel in Fisica. Una cosa addirittura insperata, ma aveva saputo conformare la realtà aggiungendo ad essa quel lato immaginario che la matematica deve aggiungere per definire le funzioni di giro e che la fisica aveva scoperto esistere. Già risultava alla Fisica che l’atomo fosse poggiato su una esatta simmetria tra la materia, percepibile, e l’antimateria impercettibile. Nei modelli c’erano elettroni e positroni, neutroni ed antineutroni, protoni ed antiprotoni, quark e antiquark… Ora Amodeo aveva saputo collocare il settore dell’antimateria, nello spazio della materia: era dall’altra parte. Era l’altro cono della clessidra, quello vuoto. E il pieno passava furiosamente da un cono a quello opposto e noi a vedere sempre quello pieno, quindi tutto poi appariva ruotare. L’antimateria era la stessa materia, ma quando stava dall’altra parte. E, usando i numeri, 2+23=10 era la ragione della bontà assoluta del sistema decimale per chi, come l’uomo, vede poggiandosi su un complesso d’una unica clessidra che furiosamente gira attorno al suo centro. L’atomo era quello. Una incredibile semplificazione. Basata sul fatto che noi contiamo, cerebralmente, vedendo l’unità, ossia la quantità 1, come il prodotto di due mezzi, come: 1/2 × 2/1 = 2/2 = 1/1. In modo tale che il tempo 2, sommato al volume che ha anche 2 come lato, quindi a 23=8, porta a percepire il volume 8 in due tempi aggiuntivi, tanto che i tempi devono essere 10. Di conseguenza 10 è il ciclo intero d’una esperienza in linea, relativa a un cubo complesso, positivo-negativo o materiale-antimateriale, poggiato sulla percezione in 2 tempi, mezzo dopo mezzo. A Amodeo stavano aprendosi le porte, seppure in modo anomalo, passando attraverso una iniziale derisione. Ora accadde questo: la mattina dopo 9 ottobre 1993, c’era la replica del Maurizio Costanzo Show e Romano, per farsi bello con quell’Anna che l’aveva snobbato l’anno precedente, al punto da disinteressarsi che i suoi gatti morissero, le telefonò per dirle d’accendere il televisore e sintonizzarsi su canale 5. Trovò al telefono una persona che non aveva affatto questo nella testa e che gli rivelò: “Temo che Lucy stia per morire.” Si era ammalata d’anoressia. Una ragazza messa bene in salute, con la quale Romano l’anno prima si era tanto impegnato al tennis che era guarito per sempre dalla sua periartrite, ora era ridotta a pesare 28 chili. Era accaduto che aveva perso l’appetito e in un anno era scesa da 54 chili a 28. Romano cose subito da loro e gli venne una stretta al cuore a vedere lo scheletro d’una testa con quasi la sola pelle e gli occhi nelle orbite. Non aveva più muscoli, si sorreggeva ancora in piedi ma chissà come. Cominciò ad andare a trovarle perché si era dato delle colpe precise: era divenuto l’unico compagno di quella ragazza e a causa dell’assassinio dei gatti lei pure era stata messa all’indice da Romano, lei che non c’entrava niente con le scelte cervellotiche di sua madre.
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Era stato grossolano, non aveva pensato che un adolescente si affeziona. E sì che anche lui a quell’età aveva avuto grossi problemi a trovare punti di riferimento! Perché non era stato più attento, più sensibile?! Doveva allora correre ai ripari e cercava di fare quello che poteva, ma poteva ben poco. Anna e la figlia si spostarono, nel novembre del 1993, a Trento, perché suo padre voleva controllare la situazione da vicino: era pur sempre un farmacista! Romano allora andava con sua madre a Trento, cercava di farle svagare e sempre, senza dare l’impressione di premere, cercava di mettere in condizione Lucy d’assumere calorie, in forma liquida se non voleva i cibi solidi. Mariannina, una sera che era in albergo a Trento, prese una storta e camminava a fatica. Volle tuttavia stare ella pure di fianco alla ragazza, di cui intuiva la grave difficoltà. Fu in uno di quei viaggi che fecero mamma e figlio a Trento che Amodeo, che profittava stranamente di quei momenti per farsi esami più o meno approfonditi di coscienza, fece un importantissimo voto a Dio:
Vedeva come questo riuscisse a richiamare il fortissimo suo senso materno e come poi accarezzasse suo figlio, di cui ancora una volta riusciva a percepire l’affetto e l’importanza. Quei momenti erano veramente terribili: lei lo accusava d’avere rovinato tutti, di rubarle il suo stipendio. In effetti, Amodeo aveva dovuto prendere in mano lui la situazione, perché trovava denaro nascosto sotto il materasso, e – quel che è peggio – bollette di riscossione della Pensione che erano scadute e per le quali bisognava fare domanda perché fossero date nuovamente. Aveva dovuto prenderla in consegna a tempo pieno: non si sentiva di lasciarla più sola. Non lavorando più in alcun altro modo che desse reddito e non avendo più nemmeno donne a cui pensare di dover dare un avvenire, si era messo a studiare sempre più nel tempo lasciato libero da sua madre. Ma – intendiamoci – non studiare nel senso di leggere libri di fisica. Parlava della Relatività d’Einstein senza averla mai nemmeno letta. La capiva a modo suo, per come vedeva che si era alla fine espresso 121. Quando Amodeo, trattata la relatività in termini fisici, cominciava a passare a quelli metafisici, diveniva difficilissimo che fosse seguito ed accettato dai Fisici. Ma lo faceva. Passava a giudicare l’essenza stessa delle cose in termini numerici, perché, allo stesso modo di Pitagora, si era accorto che fosse in atto un bel progetto numerico, comprensibile anche secondo l’astrazione pura ed assoluta dei numeri in se stessi come una vera forza creatrice della quantità relativa (i numeri realmente contati) a partire dal metodo del conteggio, inteso come regola.
“Signore, tu lo sai quanto io tenga a concludere il disegno che mi sembra tu abbia fatto per me. Lo sai che io so ormai d’essere nulla e che tutto questo che sto ricevendo è solo in ragione di questo tuo disegno. Ebbene, se mi è possibile esprimere un voto, io vi rinuncio. Non farmi prendere sul serio da nessuno finché io viva, ma tu salva questa ragazza.” .
Dio ama queste grandiose offerte di sé che l’uomo ogni tanto gli rivolge… Romano aveva cercato Anna a Trento, per avvertirla che non poteva andare là, essendo precarie le condizioni di sua madre, a causa di quella storta. Ma non l’aveva trovata. Allora provò a chiamare a Milano e seppe che erano tornate. Si arrabbiò con lei: “Ma caspita, se mamma stava bene, adesso io e lei saremmo lì a Trento! Perché, sapendo bene che saremmo andati là, non hai ritenuto d’avvertirci che eri tornata a Milano?” Anna non rispose. E allora Romano: “Senti, sembra che io ti debba pregare per darti un aiuto! Allora facciamo così: se hai bisogno che io ti aiuti chiedimelo! Il mio numero di telefono lo conosci” e smise di parlare. “Va bene!” Non chiamò più. Successe che Gianmaria strappò la figlia alle cure della madre, che era ripartita per Milano portando con sé la figlia. (Il “miracolo” fece capo ai nomi di San Giovanni e della Madonna, i soliti “affidatari” di Romano: il nonno materno e la mamma adottiva) Solo dopo si seppe che il marito di Anna era corso a riprendersi la ragazza e che l’aveva internata in una clinica, facendola dormire per un mese ed alimentandola in modo intensivo con le flebo. Quando Lucy fu fatta svegliare pesava 10 chili di più, si trovò ad essere più forte e seppe riprendersi. (Un “miracolo”… con tanto di spiegazione razionale.) Romano apprese questa notizia da Maria, la sorella d’Anna, alla quale aveva spiegato perché non chiamasse più Anna: il Nostro Paperino non voleva pregare nessuno. Ormai lo conosceva. Se gl’interessava, si facesse viva. Non lo fece. Romano passava le sue giornate, nel 1993, avendo cura della mamma, e Sabato era divenuto quasi di famiglia. Non si spaventava più, quando Romano, trovandosi improvvisamente di fronte a momenti critici di sua madre, dava chiare dimostrazioni alla mamma di soffrire più di lei.
121. Si era fatta l’idea che Einstein aveva cominciato bene, quando, tra le cose fondamentali, aveva aggiunto la dimensione t del tempo alle 3 dello spazio, xyz. Queste erano le dimensioni d’una rappresentazione reale, quale potesse essere un quadro, o – meglio – la sezione trasversale del flusso d’energia nel tempo. È chiaro che questa sezione è virtuale e schematica. Un Fisico che chiedesse “dove essa è come sezione” dimostrerebbe di non essere capace di ragionare per schemi mentali. Ma noi dobbiamo fare così. Quando misuriamo un volume, qualsiasi forma esso abbia, lo misuriamo in metri cubi e non in volumi cilindrici o altro, quando c’è da misurare un cilindro o altro. Il metro cubo è un modello ideale allo stesso modo della sezione d’un flusso ideale d’energia nel tempo. Ecco, le 4 dimensioni d’Einstein erano la sezione istantanea della massa d’energia. E la superficie di pertinenza di questa massa era un’area che aveva la velocità assoluta c, della luce, come il lato. Pertanto l’energia E era la massa della sezione istantanea del flusso avente per area c2. La Relatività generale era semplicissima, dunque, ed era questa. Ma Einstein era arrivato a questa formula in un modo difficilissimo, attraverso equazioni che Amodeo non si è mai messo a studiare nemmeno una volta, perché voleva usare un metodo assai più semplice e coerente con quelle 4 dimensioni reali. Chiaramente questo 4 era un indice, un esponente. E, riferendosi alla base 10, quanto tutto il ciclo 10, dato da 2+23, 103 erano i 1.000 dm3 contenuti nell’unità dello spazio, cioè in 1 m3, e la velocità contenuta in queste 4 dimensioni era il rapporto interno 3/1 in cui le 3 dimensioni dello spazio si riferivano alla dimensione 1 del tempo. Se Einstein fosse stato conseguente al suo inizio, avrebbe concluso che la velocità c doveva avere la quantità numerica 3/1 e che la c2 doveva corrispondere a 9. Avrebbe concluso che la famosa E=mc2 in assoluto doveva valere E=m9, tanto che la massa m, quando valeva 1 e si spostasse di tutto lo spazio 9, desse per risultato il ciclo intero in linea che deve per forza essere 10.
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Dio era il metodo, la regola del conteggio operativo. Dunque era il padrone del Sabato, come diceva Gesù, perché quella regola era semplicemente imposta dal Potere Assoluto, ossia da Dio.
Benito non mantenne mai quella promessa. Il motivo? Forse questo ragionamento: “Mio fratello percepisce senza lavorare la pensione della mamma.” Ma Romano avrebbe voluto vedere se nella sua famiglia avrebbero mai accettato di mettersela a carico! E anche questo, con il tempo, lo vedrà. Ma non lo accerterà in un modo fazioso: in uno che gli salverà nuovamente la vita. Lo vedremo al momento opportuno. Per adesso, quello che conta, è che Benito fece orecchio di mercante alla sua promessa. Come mai? Perché era scattata quell’offerta capestro che aveva fatta a Dio, dicendogli di non farsi prendere sul serio più da nessuno fino al resto della sua vita, ma che il Signore, per favore, salvasse Lucy! Romano, che aveva interrotto il lavoro per vendere la casa, si trovò senza casa e senza l’aiuto di chi aveva aiutato. Aveva sottratto qualcosa al fratello? No. Era stato il fratello a volere il ricavato della vendita, dicendo “Pochi maledetti e subito”. Ma era stato così anche per Amodeo, in relazione a Viale Omero: erano stati pochi benedetti e subito. Ora, di recente, aveva anche fatto, al fratello (e per così poche lire che poi avevano deciso di poter cambiare anche tutti i mobili), quello che un altro avrebbe fatto pagare molti milioni, anche se non certo i 150 riconosciuti dalla Banca come un valore accettabile per quell’intervento. Dite che Romano era suo fratello e che non doveva certo approfittarsene? Ma anche Benito era suo fratello allo stesso modo… Dei due chi stava veramente male era Romano con sua madre (e dovevano stare attenti perfino al mangiare). Eppure fu Romano che alla fine aiutò moltissimo Benito e che, solo a causa di quel voto, fatto a Dio, da Romano, non fu minimamente considerato né preso sul serio nel bisogno che diceva avevano mamma e figlio. Pur rimanendoci male, Romano però non colpevolizzava Benito. Cominciava a capire come nessuno di noi sia libero davvero. Poco alla volta stava arrivando alla concezione d’una vita determinata assolutamente da Dio, in cui la responsabilità umana era veramente solo quella di Paperino. Ditemi: “Paperino sarebbe colpevole se un giorno uccidesse Paperina? Si, relativamente! Perché in assoluto il colpevole di un simile evento sarebbe solo Walt Disney! E allora non era concepibile che Romano si offendesse per gli atteggiamenti relativi del fratello. Egli, come tutti, faceva quello che poteva, ossia proprio niente, così come Paperino ed ogni personaggio d’un cartone animato non facevano proprio niente… niente altro se non quanto il suo disegnatore aveva disegnato per loro. “E allora dove lo mettiamo il libero arbitrio?” ribatteva qualcuno. E Amodeo: “Lo mettiamo! Lo mettiamo! Io mi arrabbio a morte quando il mio personaggio mi fa schifo! Quanta collera, quanta lotta metto contro me stesso, senza riuscire a vincere, quando il destino, ossia il Creatore in Assoluto, vuole altrimenti di quanto io desidero fare!”
Amodeo si accorse presto che, con la semplice pensione della madre, quell’appartamento che stavano occupando era troppo caro: non ce la faceva a gestire il ménage quotidiano. Cercò di ricordare a suo fratello la promessa che gli aveva fatta quando la madre aveva abbandonato casa sua per fargli avere qualcosa, finché si era in tempo. Se scattavano tutte le ipoteche che c’erano su quella casa, 450 milioni, non sarebbe restata una lira. Ma fino a che non avessero sfrattati madre e figlio sarebbero stati là ed avrebbero risparmiato di spendere 1.800.000 lire il mese, ammesso che a Romano passasse il ticchio di volersi risposare. Ma gli era passato. Ora doveva aver cura di sua madre. Fatte tutte le esperienze e ritornata soprattutto a fare quella d’Anna, aveva cominciato ad apprezzare ancora di più la Giancarla che aveva sposato. In questo modo la buona sorte aveva ricucito lo strappo nella vita di Amodeo. Era tornato ad essere quella persona rispettabile che viveva in solitudine sempre più grande, perché sua madre diveniva sempre meno una interlocutrice e sempre più una presenza fortissima, ma muta.
Einstein dunque aveva scelto un percorso più difficile per arrivare a scoprire come, quando le unità di misura sono state agganciate ad un sistema metrico decimale, esse sono contate esattamente secondo i nostri schemi concettuali e i numeri che noi vediamo corrispondono agli schemi della mente o delle convenzioni del tipo del SMD quando si appoggia allo stesso ciclo numerico e lineare della mente e del calcolo matematico che abbiamo in uso. Amodeo cominciò ad accorgersi che le costanti della Fisica si avvicinavano a numeri semplici. Ad esempio la velocità c risulta 299.792.458,1 m/s che si avvicina a 3 moltiplicato 108. Il perché l’aveva scoperto. Quando il ciclo intero è 10, esso è il logaritmo dell’antilogaritmo. Ciò accade in quanto l’unità è sempre il prodotto tra due enti inversi. Allora la base antilogaritmica da cui risultava il 10 era il 1010. Questo dato era il valore assoluto dello spazio, dunque il volume complessivo. Quanto valeva la sezione del flusso di questo volume? 102. E allora la profondità assoluta del volume complesso poteva essere solo 1010/102=108 e questa era la ragione del 108 nella velocità assoluta della luce! Semplice, semplicissimo. Essendo la profondità assoluta 108 e l’unità il metro, la velocità assoluta doveva riguardare 108 m per ogni asse della terna xyz. Dunque la simultanea velocità della terna era 108 m/s, e quanto era tutta su un asse solo, allora diveniva per forza 3/1 dovendo percorrere 3 lati nel tempo 1. Einstein si sarebbe dovuto accorgere che la velocità assoluta doveva essere 3/1. Se ne era accorta la religione, sostenendo un Potere Assoluto Uno e Trino. Poiché il Potere Assoluto altro non è che Dio, Dio è Uno e Trino, simultaneamente, e si capisce anche perché, in che modo: come un unico volume contenuto tra tre facce diverse e interattive, tanto che il volume poi è la combinazione dei 3, ossia il prodotto. L’unità di Dio è data così dal prodotto, ossia dalla relazione tra Padre, Figlio e Spirito Santo. La qual cosa, espressa in termini fisico-filosofici indica la combinazione tra la causa, l’effetto e la loro netta inversione di ruoli, che ripristina l’unità. Insomma Dio come una ruota, in cui il punto A non va in quello opposto B se simultaneamente B non va al punto A. Prevedere che esista solo A che si sposti in B senza il valore opposto significa negare la funzione circolare.
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Ecco, tutto il lavoro d’analisi, fatto fare, dalla Provvidenza, al Romano che credeva d’avere meriti perché resisteva e benediceva invece d’opporre un “No!” a Dio, avevano sublimato la vita, collocandola non nelle azioni, ma puramente nelle intenzioni, nella parte veramente sublime degli uomini. Sublime perché le intenzioni possono essere e sono libere. Le azioni no! Ed è proprio dalla lotta, tra le intenzioni e le azioni, che può derivare la libertà perfino per un Amodeo!
Come mai? Semplice: per il voto capestro fatto a Dio da Romano, il suo amico che gli aveva sempre creduto ed aveva sempre avuto fiducia in lui in tutti i momenti, preferì perdere sicuramente 20 milioni che rischiarne altri 50 se Romano non avesse pagato 600.000 lire al mese in cambio di quel milione ed 800.000 lire che pagava ogni mese! Una cosa in se stessa addirittura assurda, ma, quando Dio lo vuole, fa passare per buone delle vere assurdità. Romano allora chiamò Maria Proietti e le spiegò che poteva avvalersi di quell’occasione, perché egli avrebbe pagato il mutuo e lei avrebbe avuto in proprietà quella casa, come un primo momento della restituzione degl’investimenti antichi fatti da lei. Andò a visitarla e non le piacque. Non accettò l’idea di divenire proprietaria di quella casa assumendosi solo 50 milioni di lire come un mutuo che non avrebbe pagato lei. Tutti i tentativi fatti da Romano in quella linea andarono falliti, e la caparra di 20 milioni fu purtroppo persa.
Restato allora senza quel contributo, Amodeo pensò di cercare un modo di risparmiare sulla spesa: doveva cercare un alloggio meno caro. Guardatosi intorno conveniva di gran lunga comperare, con i soldi buttati via per l’affitto, un piccolo alloggio fuori Milano e pagarlo con un mutuo. Dandosi da fare aveva trovato in un paesino in riva al Po una casa ampia, con giardino, al prezzo di soli 40 milioni. Facendo un mutuo veniva poco più di mezzo milione il mese. Ma ormai egli non ne poteva più fare. Era più facile trovare chi prestasse del denaro, magari garantito da Benito. Ne parlò a Sabato ed egli rispose che forse il fratello aveva abbastanza danaro da rendere possibile quell’acquisto. Convocato in Via Teodosio, Saruccio Lingardo, il fratello di mezzo di Sabato, che poi aveva anche Mario, il più piccolo, sentita attentamente la questione, saputo che se poteva se ne sarebbe parlato con Benito ed egli gli avrebbe dato, se occorrevano, le garanzie, tagliò corto, dicendo che i soldi li aveva, ma erano già tutti investiti e non si poteva attingervi. Romano notò che l’amico Sabato cercò di convincere il Fratello, ma quello fu categorico e gli dichiarò che non si poteva. Sabato tornò alla carica, dicendo che la famiglia Amodeo era stata sempre cara alla loro mamma, morta da qualche anno e che lei si sarebbe fatta in quattro per accontentarla. Rosario tenne le sue posizioni: quando non si poteva, non si poteva. Peccato! Peccato veramente. Se lo avesse saputo prima! Un buco nell’acqua. Come mai? Non rischiava nulla… Ma Rosario non gli credette, e la ragione assolutamente valida era che Romano aveva fatto quel voto di non essere preso più sul serio da nessuno. Qualche tempo dopo Romano trovò in Viale Monza, a Milano un piccolo appartamento che si poteva acquistare per 70 milioni. Lo giudicò un affare. Bisognava versare un anticipo di 20 milioni e il resto sarebbe stato pagato con un mutuo. Ne parlò quasi per caso al suo amico Michele Colabella, e quegli aveva a disposizione, in quel momento, quella cifra e generosamente l’anticipò. All’atto di fare il mutuo, la banca si rifiutò di concederlo a Mariannina, troppo vecchia. Non poteva concederlo ad Amodeo, fallito. Benito era troppo carico già dei 150 milioni del mutuo fatto sulla sua casa… Il Colabella non se la sentì d’assumerselo egli stesso. Sapeva che rischiava di perdere l’anticipo, tuttavia non si volle caricare di quell’impegno.
Poco tempo dopo entrò in trattativa per un’altra bella occasione: un appartamento in prossimità dell’Arco della Pace. Cointeressò allora Spiridione Macchiarulo che concluse l’affare e comperò per 150 milioni un bene che valeva almeno il doppio, ma che non era libero. Non poté però partecipare alle spese, perché dovette rimanere in via Teodosio, e con quello che pagava lì d’affitto, di auto e spese varie, riuscivano appena a mangiare, con la pensione di sua madre, che non era bassa, ma equivaleva ai 3/2, a quasi a tutto l’affitto. Un affitto che era giustificabile quando la Compel era attiva. Ma Romano, per aiutare il fratello nella vendita di via Lattanzio, l’aveva disattivata e si era trovato a quel punto con un costo troppo elevato non più fronteggiato da altre entrate che la pensione della mamma. Dato poi il peggioramento del suo stato di salute, egli non poteva lasciarla più a se stessa e quindi era impossibilitato a dedicarsi al lavoro se voleva che sua madre evitasse di farsi male. I conti sulle spese per la casa erano facilissimi da fare, ma Benito, a causa soprattutto del voto capestro fatto da Romano per salvare Lucy non l’avrebbe capito nemmeno se a sua madre avessero tolta la pensione. Era vero. Benito non era stato mai così. Con tutti era sempre una persona di parola, ma con il fratello, all’improvviso, gli si era obnubilata la mente, al punto che non capiva assolutamente come facesse a perdere il tempo in tutte quelle cose prive assolutamente di sbocchi e quindi senza alcun senso. C’erano ormai libri scritti, relazioni e conteggi così minuziosi che se Benito avesse solo provato a credergli per un solo momento, si sarebbe innamorato delle cose che stava facendo Romano. Perché erano quelle che voleva fare lui, quando aveva scelto di laurearsi in fisica, per occuparsi di problemi sociali di prioritaria importanza, quali la dissalazione dell’acqua marina, per saziare la grande sete dell’umanità. Romano se ne ricordava, perché una volta Benito gliene aveva parlato con entusiasmo. Il primo anno si era iscritto a legge, poi aveva cambiato facoltà proprio per perseguire questi fini socialmente importanti.
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Gli interessi di Romano riguardavano il fabbisogno energetico e non erano meno importanti, ma, essendo cose intraprese da chi aveva fatto quel voto, per salvare Lucy, se prima incontravano poca fiducia, dopo non ne ebbero più alcuna.
Capitolo 44
Questo era il Purgatorio che Romano doveva scontare, per liberarsi poi, alla grande, di tutti i limiti, se Dio, dimostrandosi più generoso di lui, un giorno avesse giudicato completo il tempo del suo Purgatorio 122. Tutte le ricerche che Amodeo fece, per risolvere la situazione relativa all’alloggio in un modo diverso dall’affitto, risultarono vane. Trovò alla fine un piccolo appartamento in Piazzale Cuoco 123 e lo affittò per 900.000 lire il mese, nel marzo del 1994, con fitto bloccato per 4 anni.
Il trasloco, da Via Teodosio 2 a Piazzale Vincenzo Cuoco n. 8124, fu verso il marzo del 1994, dalla cooperativa di Walid, un laureato egiziano divenuto amico di Amodeo. I mobili furono sistemati tutti in una stanza e, nell’altra, venne piazzato il letto grande, quello dell’amore con Maria Teresa, quello dell’amore con Anna ed ora veramente quello dell’amore tra una mamma e il suo figlio che sarebbe già dovuto essere un angelo del cielo. È quest’idea che comincia a farsi sempre più strada in Romano. Ha cominciato a vedere la simbolica e reale trama della sua vita, perché si sta avvicinando sempre più a spiegare con la ragione le verità di Gesù.
122. Romano non lo sapeva, ma tutto stava evolvendo misteriosamente alle sue spalle e proprio in quella direzione. Il Signore non aveva salvato solo l’anoressica Lucy, ma anche quella donna che era stata concepita quando lui aveva compiuto i 22 anni, ed era lì, ad attenderlo, come in felice agguato, in un punto già tutto prestabilito del futuro. Quella ragazza, dall’83, quando egli era entrato nel suo Inferno potenziale, era entrata in Convento, a far penitenza ella pure. Dopo 10 anni, contemporaneamente all’entrata di Romano nel suo Purgatorio, lei si era ammalata di anoressia ed era uscita dall’Inferno delle libertà in cui era entrata per voto; era stata mandata a casa, essendosi gravemente ammalata di una lunga anoressia durata due anni e mezzo. Quando Romano nel principio del 1994 fece il voto a Dio di salvare Lucy, Dio salvò anche questa persona, legata a filo doppio con Romano, per un destino radioso che avrebbe riguardato entrambi, ma che si sarebbe rivelato a lei solo in Paradiso. Prima, vivendo, lo avrebbe presagito il solo Romano ed avrebbe avuto milioni di prove che avrebbero accertato come proprio per grazia di questa persona, graziata da Dio mentre egli pregava per Lucy, sarebbe stato graziato egli pure, liberato dal suo voto e rilanciato alla grande, rispetto addirittura a due Papi: uno l’attuale e l’altro quel Cardinale Tettamanzi che nel 2004 sarebbe divenuto Papa Giovanni Paolo III. Nel momento in cui è il racconto, la primavera del 1994, Maria Teresa è finalmente in guarigione e si sta aprendo nuovamente alla vita. Ha il problema analogo a quello di Romano. Egli sta cercando una casa ed ella sta cercando di rientrare nella sua famiglia, rinunciando al suo voto religioso. Tutti e due stanno incontrando le stesse difficoltà per gli identici negativi giudizi espressi sul loro operato. Romano non è creduto a causa del suo voto e lei riceve assolute incomprensioni a causa del suo tentativo di rinunciare al suo voto. Due voti dati entrambi per la vita, ma quello di Romano per far vivere una persona, quello di Lei per farla vivere religiosamente, morendo per il mondo, una cosa che non piace a Dio, quando è scelta come la fuga da una delusione di amore: Gesù non è un tappabuchi. Così quella scelta, ideale per molti, per lei era stata un vero Inferno, tanto che alla fine, dopo tutto il periodo intero dei 10 anni d’Inferno, se ne era ammalata. Dio ha messo le cose tra queste due persone in modo che si aiutino sempre meravigliosamente, e neppure volendolo, tanto da far chiaramente capire, alla fine ed a tutti che è stato proprio Dio a volerlo...
124. Considerando gli indirizzi in cui Romano abitò, bisogna rilevare che anche i numeri sono stati sempre eloquenti al massimo secondo una bizzarria assolutamente simbolica, spiegata dai numeri dimensionali. In viale Omero, un mero O (un cerchio perfetto), abitò al 22, che esprime davvero, in numero di dimensioni, la perfezione del cerchio. Risulta dalla divisione 1.000:45,454545...=22 che rivela quanto volume (quanta parte dei 1.000 kg presenti nell’unità del volume) esiste sempre (periodicamente), sulla tangente di 45° corrispondente ad 1/8 di angolo giro (il valore inverso, 1/8, del punto di arrivo che sarà 8). In Via Lattanzio 16, il latte indica la base dell’alimentazione e il 16 è la quantità base dei dati in linea da considerarsi come un numero intero. È dato da 24, ossia da una realtà il cui criterio è la base 2, elevata alle 3 dimensioni dello spazio più la quarta del tempo. In Via Teodosio abitarono al 2; il nome indica il Criterio di Dio ed esso è dato dalla logica binaria del n. 2, base di tutti i calcoli appartenenti alla realtà della natura complessa. In Piazzale Cuoco abitarono al numero 8; il nome indica il valore intero della cottura a fuoco lento nel mondo. Come in Via Lattanzio era 24, qui è il 23=8 che indica solo il volume, ed esprime la realtà complessa (4 reale +4 immaginario). In sostanza è il 16 (di V. Lattanzio) diviso il 2 (di V. Teodosio). Ed anche il disegno, il simbolo 8, mostra un mero O raddoppiato, uno sull’altro. Pertanto, in Piazza Cuoco 8, si completa e raddoppia quanto era iniziato come un raddoppio del 2 in Viale Omero, e ciò grazie al Criterio assoluto di un Dio composto da Padre e Figlio (nel nostro caso, si tratta di mamma e figlio, di Mariannina e Romano). Si trasferiranno in Via Larga 12, per un nuovo inizio in una casa della famiglia (è di Barbara Baratta). Il numero non è il 22 di Lattanzio, ma il 12. In Via Larga a Milano c’era stato il solo Romano, quindi non 2 e 2, ma 1 e 2. Questo 12 riguarda solo Romano e vale come i 12 lati che chiudono un cubo o i 12 apostoli di Gesù, o i 12 anni della preparazione universitaria di Romano o 2 volte i 6 anni del fidanzamento con Giancarla, che esprimono un intero spazio complesso (+x+y+z-x-y-z) relativo a 2 persone. Via Larga indica per Romano il segno di una esperienza complessa (Inferno-Paradiso), perché Romano l’ebbe trasferendosi dal Paradiso di Salerno all’Inferno di Milano, ma l’avrà anche trasferendosi dall’Inferno di Milano al Paradiso di Saronno. A Saronno (12, 1+2) comincerà il Paradiso virtuale di Romano (1) e reale di Mariannina (1+1) che vi morirà e sperimenterà anche il reale verso di ritorno (1 in andata +1 in ritorno reale verso il Principio Assoluto, Dio). A Milano, in Via Larga 14, il solo Romano sperimentò il valore negativo 14, per cui al 12 di Saronno si aggiunse il 2 della Mariannina che mancava. 14 indica la svolta 7+7 tra un 7 (percorso libero del volume 3 nel 10 intero) e un 7 percorso libero inverso… Il primo 7 fu in Paradiso, a Vietri, nel Palazzo Cajafa (a Caifa, in Israele, Città Santa del Cristianesimo). Il secondo 7, a Milano, fu trascorso dal 51 al 58, la data in cui, a 20 anni smise la litigiosa frequenza scolastica e passò tre anni di costretta libertà, finché uscì dal suo Inferno.
123. In questo piazzale Vincenzo Cuoco Romano entra definitivamente in cottura e ne uscirà quando si trasferirà a Saronno nel 1997 ed incontrerà veramente un Vincenzo Cuoco.
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Alle due di notte un frastuono. Amodeo si guardò in giro e non vide sua madre. Corse nella stanza vicina e giaceva per terra, sotto una tavola, per fortuna illesa. Era andata a gabinetto e non aveva più ritrovato la via della camera da letto. Romano si accorse che in Via Teodosio si tornava in quella camera andando verso destra, dopo d’essere andati nel bagno, mentre qui bisognava girare verso sinistra. Allora è costretto a sbarrare il corridoio davanti al wc, in modo che lei, di notte, possa andare nel bagno e poi sia costretta a rientrare nella camera giusta. Una notte, però, erano verso le tre, suonò il citofono. Svegliatosi Romano non vide in letto la madre, non era nel gabinetto. Scavalcò la barriera e vide la porta aperta. Rispose al citofono e la portinaia gli gridò: “Corra che c’è qui sua madre nuda che cerca d’uscire in strada!” Era scesa di gradino in gradino, dal settimo piano fino al piano terreno e per fortuna, cercando d’aprire il cancello, aveva citofonato alla portinaia. Romano allora sbarrò meglio il corridoio e chiuse a chiave la porta, prima chiusa solo da dentro, con la manopola. E cercò d’abituarsi a svegliarsi prima. Così gli riusciva d’accorgersi quando la mamma stava per uscire, e allora la bloccava con la voce. Ma, puntualmente, una voce dal piano di sotto urlava: “Basta!” Divenne un vero Purgatorio. Sotto abitava una zitella che aveva l’udito di Nembo Kid. Allora Amodeo mise la moquette per terra, attutendo un po’ la trasmissione del suono, ma fu un provvedimento che non risolse mai la situazione, perché in certi momenti bisognava urlare per bloccare al volo un gesto pericoloso che sua madre faceva alzandosi di soppiatto. Per cercare di tenerla sveglia Romano la portava al gruppo della terza età in Parrocchia. Anna seguiva con fiducia il figlio e stava bene, in mezzo a quella gente, anche se non era in grado di scambiare chiacchiere con nessuno. L’unico con il quale lei riusciva ancora a parlare era Amodeo, e non tanto perché fosse il suo unico riferimento ma perché veramente lo intuiva al suo servizio e questo senso le dava pace. Quando da bambina gridava “vecchia no!” sua madre già sapeva che sarebbe stata in questo stato e non voleva giungervi anche per preghiera. Quando in tutta la vita aveva voluto accumulare più pensioni era perché sapeva che ne avrebbe avuto bisogno lei e suo figlio, ridottisi a vivere a tu per tu. Quando diceva “Io da vecchia voglio andare in un ospizio perché non voglio gravare su nessuno” era perché già sapeva quanto avrebbe gravato su Romano. Ma ora che vi era dentro si accorgeva che il peso per lei era meno pesante, e forse soffriva per quello che si accorgeva di dare una persona come lai, che non aveva voluto mai appoggiarsi a nessuno. Ecco, nella vita ciascuno incontra il suo castigo e Mariannina aveva trovato proprio quello giusto ed esatto per chi aveva sostenuto gli altri, anche con un certo senso di giustizia e di far bene: ora le toccava di farsi mantenere e faceva penitenza, forse per la presunzione che anche lei aveva avuto d’averlo fatto da sé. Ciascuno trova il suo castigo perché la Provvidenza castiga le persone cui vuole bene. È una logica rovesciata perché noi non stiamo andando in avanti nel tempo, ma all’indietro. Noi siamo come su una macchina che proceda in retromarcia e che, abituati come siamo a vedere così crediamo che in quel modo si vada in avanti. No si va all’indietro. Il vero avanti inizia dopo la morte, quando si ritorna all’origine e si rientra nell’originale potenza. Il vero
avanti è il miglioramento, è il riequilibrio, per cui questa vita che vediamo è la reazione all’avanzamento che già adesso c’è, nell’anima che va solo verso Dio e vede il corpo avviato alla tomba. Romano dovette molto all’osservazione accurata fatta a suo madre per accorgersi dei due versi della vita: quello dell’essenza che vede e quello del corpo visto da qual moto essenziale. Infatti, è proprio qui, che una parte del cervello di sua madre era in apparenza già morta, che si rese più evidente come spesso essa viaggiasse all’indietro nel tempo rispetto al figlio. Per mettere in ordine un letto lo disfaceva tutto, apriva i cuscini, ne tirava fuori la lana, spargendola ovunque come neve, poi aveva finito. Da brava sarta durante la vita, aveva fatto orli su orli alle lenzuola, ed ora seguitava: disfaceva tutti gli orli. Cominciava da un piccolo punto e, appena trovato modo di rompere il filo, pezzo dopo pezzo toglieva tutto l’orlo. Ma, Amodeo ne era certo, nella sua ottica rovesciata ella aveva ancora continuato a mettere orli laddove invece al figlio sembrava li levasse. Ora tutto questo non avrebbe senso se la vita non fosse espansa contemporaneamente anche nella direzione del tempo. L’uomo è un tutt’uno: in ogni punto dello spazio-tempo esiste quanto è appropriato a quella data d’esistenza. Tutta la struttura è come se fosse un’insieme di rulli che semplicemente girano, e sono tanti: chi vi si mette sopra è trasportato, ma i rulli girano ancora anche quando il soggetto osservatore è posto su un altro rullo. E la vita dell’uomo è il suo insieme. Sua madre lo dimostrava e il cartone animato era fatto in modo che il Paperino-Romano osservasse questi fenomeni nella sua mamma, affinché li capisse. Si rendeva sempre più conto che, per lui, la vita era stata tutta un insegnamento e che ora la principale maestra l’aveva davanti a sé. Si rendeva conto sempre più che le doveva la vita tre volte: per averlo messo al mondo, per averlo salvato da morte e per quello che stava facendo proprio adesso che si era azzerato del tutto per lei. Lo sentiva, Romano, l’amore di sua madre. Lo guardava con l’anima e, forse, lo sentiva veramente suo proprio per quello che aveva saputo fare: desiderare che fosse come Gesù, perché lei, la Madonna, lo prendesse più a cuore. Lo aveva salvato ed ora eccolo che salva lei! L’amore è uno scambio ineffabile che non si capisce mai dove e da chi inizi, se non si capisce che alla sua base c’è la circolarità assoluta d’un Dio Uno e trino. Bisognava ricordarsene quando le cose invece non filavano lisce; allora Mariannina cominciava a parlare e a ordinare che voleva andare a casa sua. La scritta sulle pareti e sulle parti in vista “abito qui” cominciava a non funzionare più. Bisognava allora darle la soddisfazione d’andare a casa sua. Magari alle due di notte occorreva alzarsi e uscire in strada, fare qualche centinaio di metri e poi ritornate allo stesso posto di prima. Vuoi che la circolazione del sangue camminando avesse fatto affluire più sangue al cervello, vuoi che si dimenticasse, il rimedio funzionava.
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Il 29 giugno del 1994 Amodeo, pagata la tassa di lire 365.000, presentò al Ministero dell’Industria, del Commercio e dell’Artigianato, Ufficio Italiano Brevetti e Marchi di Roma la domanda che fosse brevettato il suo Motore a fusione nucleare dell’idrogeno 125. Romano era passato allo studio di questo progetto perché si era accorto che l’impatto della sua teoria si era come arrestato, da quando aveva pregato per Lucy, offrendo la rinuncia a tutto il suo successo perché lei fosse salvata da Dio. Aveva saputo che Lucy era guarita e non era mai riuscito a vederla ristabilita, perché lei era ormai via, a Trento con il padre farmacista. Anna Badari, sua madre, era restata sola e per conto suo. Aveva visto Romano disposto una seconda volta a legarsi a lei, ma evidentemente non era destino. Trovava ostacoli nella teoria; ad esempio i Costa, docenti di Fisica ai quali, attraverso Benito aveva fatto giungere il libro l’Universo Impensato, erano stati bene educati nel riceverlo, per rispetto alla famiglia degli amici della figlia, ma poi non gli avevano assolutamente dato retta. E quando si rivolgeva per consulenze, anche a pagamento, non riusciva a trovare neppure così – pagando per il disturbo – chi fosse disposto a dargli retta. L’idea pertanto di farsi brevettare per intanto la teoria, gli era parsa la cosa più opportuna. Quel periodo, da quando si era trasferito da Via Teodosio a Piazzale Cuoco, fu passato molto studiando. Gli costò caro, perché non usò per mesi l’automobile e non si accorse che era scaduta l’assicurazione. Ridotto senza più assegni per riscuotere la pensione della mamma, andò con lei alla posta che curava i conti correnti, collocata lontano e fu fermato. Risultò la mancanza dell’Assicurazione e gli fu sequestrato il veicolo. Ne rientrò in possesso solo tre mesi dopo e fu costretto a pagare multe salate e una forte cifra per il ricovero della vettura. Il guaio era derivato dal fatto, anche, che l’assicuratore aveva mandato gli avvisi al vecchio indirizzo e che Amodeo, abituato ormai ad essere avvisato, non aveva saputo che fossero scaduti i termini.
125. Questo fu il sunto: « Settore produzione energia meccanica, termica, elettrica. Ovunque si studia di produrre energia dalla fusione dell’idrogeno, senza riuscirci a condizioni vantaggiose. Questa invenzione ci riesce. Un cilindro, raffreddato da circuito idraulico, è luogo d’un campo magnetico indotto da avvolgimenti elettrici e flusso di corrente alternata o raddrizzata. Tale campo orienta gli atomi di Deuterio (o anche Trizio, o miscelati) in modo che si dispongono per piani paralleli tra di loro. Una progressiva pressione esercitata sul liquido ottiene che gli atomi, piatti, s’infilino tra loro con movimenti nello stesso piano non ostacolati granché in quella direzione dalle linee di flusso delle correnti elettrostatiche. Al sovrapporsi i nuclei vengono a contatto ed avvengono principi di fusione con aumento di volume e calore. Uno stantuffo mobile, artefice progressivo delle pressione, si solleva per effetto della dilatazione di volume e produce lavoro utilizzabile; il suo sollevamento scopre sistema valvolare di scarico della pressione e d’alimentazione del liquido. Alla fuoriuscita della pressione indotta dalla fusione il pistone si riabbassa e il processo diviene ciclico. Si produce energia dinamica (attraverso pistone e gas) e termica; entrambe trasformabili agevolmente in energia elettrica. »
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Capitolo 45 (Il numero 45 è 1/8 dell’angolo giro di 360, e qui è finito a pagina 360. Ebbene è quell’angolo in cui la tangente trigonometrica è uguale ad 1 ed è questo angolo di visuale che permette perfino di mettere a fuoco e bloccare la vista di un elettrone, la particella tangente ed unitaria dell’atomo. In questo capitolo, dunque, e in questa pagina, la vita fa un decisivo punto fermo e ricomincia a fissare le idee. È il compito del Purgatorio, quello che corregge gli errori ed è quanto accade ora, nella vita di Romano Amodeo.)
1995-‘96. I due nuovi parrocchiani, trovatisi in Piazzale Cuoco abbastanza vicini alla Chiesa, cominciarono ad essere sempre più frequenti al gruppo della terza età e ad andare anche alle catechesi, facendo ammenda dei propri limiti. Conobbero Gigi Rocco 126, (una roccia, come Pietro) un pensionato che seguiva il movimento dei focolari e che ogni mese gli dava un foglietto di meditazioni scritte da Chiara Lubich. Divenne presto un carissimo amico. Gigi abitava di fronte al Parco Alessandrini e spesso riceveva a casa sua la visita di Romano e sua madre. Faceva accomodare la mammina (la chiamava così, riconoscendola come una madonnina madre di tutti) in una comoda sdraio ed iniziava con Amodeo una appassionata conversazione sulla vita, sulla fede, sulla scienza. Pubblicava egli stesso una piccola dispensa che chiamava scuola povera nella quale cercava d’introdurre nei bambini l’osservazione sulla geometria, sui numeri. Gigi era una persona polemica con il sacerdote, che diceva troppo poco attento e spesso nelle catechesi iniziavano vere discussioni tra lui che attaccava il cattivo senso artistico del Parroco e costui che tollerava male il tono accalorato assunto dal Rocco. Finché gl’impose di non andare più alle catechesi. Gigi serviva, durante le messe, ed aveva avuto il permesso di distribuire la comunione. Romano ottenne il risultato esattamente contrario e a Gigi fu tolto anche quel servizio di cui andava felice, quando un giorno avvicinò il Parroco e cercò di fare in modo che Gigi fosse riammesso alla catechesi. Nelle catechesi Amodeo stava recuperando anche l’adesione alla sua fede nuovamente praticabile, ora che non aveva più relazioni che andassero contro al suo essere sposato con Giancarla. Stava recuperando il senso della missione nella sua vita. Una sera, durante una di questa catechesi si trattò il tema dell’accoglienza, e Romano parlò brevemente della sua storia, di come avesse accolto il bisogno dei ragazzi in cerca d’una sistemazione nella vita. Uscito, secondo una delle prove che la Provvidenza aveva iniziato a rimettergli sul cammino, in questo Purgatorio della sua vita, fu avvicinato, verso il maggio del 1995, da un uomo in visibile stato di crisi. Si chiamava Umberto e supplicava aiuto, affermando che non possedeva più una casa. Amodeo lo accompagnò subito nella Parrocchia vicina, dal Parroco che ancora non aveva avuto il tempo di ritirarsi nel suo alloggio. Umberto fu interrogato attentamente e ricevette il consiglio di rivolgersi alla Caritas cittadina.
126. Gigi, Luigi Rocco, è lo Spirito Santo del San Luigi Re dei francesi che ritorna come un Padre sulla vita di Romano e la scalda con un altro importante Movimento cattolico, quello dei Focolari. Per Romano, architetto terreno del Regno di Dio, fatto laureare in Architettura, il focolare è il centro, il cuore della casa e Gigi lo scalda e rischiara con i pensieri della Chiara Lubich. È davvero una figura piena di Spirito Santo, questo Luigi Rocco, rocca del cristianesimo. Grida con parole indistinguibili, esercitando il controllo sugli atti della Chiesa e distribuisce la Comunione ai fedeli. Sua nipote, avvocatessa, aiuterà gratuitamente Sabato Lingardo, nel tentativo, che sarà inutile, di ottenere giustizia dai fratelli.
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Romano aveva sperato che si facesse un po’ di più per questa persona così visibilmente bisognosa d’essere accolta e gli dette il suo numero di telefono, dicendo di chiamarlo tutte le volte che aveva bisogno. Cominciarono così telefonate disperate, di quest’uomo che stava male, piangeva, diceva d’essere sofferente. Aveva trovato alloggio presso le suore di madre Teresa, a Baggio, tuttavia diceva di non essere contento, perché egli cercava una famiglia. Ben sapendo in che fastidi si sarebbe cacciato, Amodeo volle sapere prima sua madre che cosa ne pensasse. Lei sorrise, mansueta, a dimostrare il suo assenso. Andarono tutte e due a trovare Umberto. Lo portarono fuori a mangiare una pizza. Non gli raccontarono ancora del loro proposito di dargli ricovero, di fargli posto nella camera che era adibita a studio di Romano. Quella sera telefonò Sabato. L’amico gli chiese il favore d’ospitare per una notte Lia, una donna ch’egli aveva incontrato alla stazione e che dormiva là nella notte, su una panchina della sala d’aspetto, quando Amodeo gli svelò la sua intenzione d’ospitare Umberto. Doveva andare là la mattina dopo, se Romano voleva conoscerla e gliela avrebbe presentata. “Sabato a me non interessa conoscerla. Interessa a te che io la conosca?”. Era così, Sabato voleva far vedere a questa donna che aveva anche amici. Così, la mattina dopo, Amodeo e sua madre furono all’appuntamento. Sabato venne da solo, affermando che lei non era voluta venire. Poi, in un nuovo atteggiamento di speranza, ritornò sui suoi passi, per fare un nuovo tentativo. Questa volta l’aveva convinta. Fu così che conobbe questa donna di cui Sabato si era innamorato e al cui fianco passava le notti, dormendo egli pure sulle panchine della sala d’aspetto della stazione. Salirono entrambi sull’automobile e Romano chiese alla donna, piuttosto arcigna e scorbutica, come stesse, di che cosa avesse bisogno. Lei si presentò: si chiamava Lia, era italiana d’origine jugoslava e aveva bisogno d’un Lavoro, che Sabato continuava a ronzarle intorno e le dava fastidio. Lei non cercava avventure con uomini, doveva solo lavorare. Le sarebbe andato bene un posto come cameriera, come aiuto in casa. Un’idea balenò nella mente di Amodeo. Sabato aveva un appartamento che da tempo era divenuto inabitabile, perché riempito di cianfrusaglie fino al punto da non potervi più accedere. Tanto che era costretto a passar fuori la notte. Un suo amico tempo prima era riuscito, con uno stratagemma, a farsi dare le chiavi di casa e, in assenza di Sabato, aveva svuotato tutto l’ambiente, in modo che potesse nuovamente entrarvi. Il risultato fu che non ricevette ringraziamenti, ma fiere accuse d’avergli portato via i suoi beni. Facendo leva sul cuore di lui, Romano suggerì al suo amico: “Mi è venuta un’idea. Tu sai che sto per ospitare da me Umberto. Non gliel’ho ancora detto. Io ospito a casa mia Lia, che può darmi una mano ad aver cura di mamma mentre io sono impegnato con te se tu accetti di sistemare casa tua, in modo che diventi un’abitazione possibile. Dopo si vedrà: o Lia verrà a stare con te e io al posto suo ospiterò Umberto, oppure tu accogli in casa tua Umberto.” Si decise che la prima cosa da fare era d’andare a conoscere Umberto, e partirono per la casa d’accoglienza in cui egli era ospitato. Sabato si commosse talmente, quando vide quest’uomo, conciato assai peggio di lui, che dovette essere sorretto, perché gli erano, all'improvviso, mancate le forze e stava par cadere in terra. Umberto, saputo che si stava facendo qualcosa per accoglierlo in una casa, era felice, avrebbe atteso gli eventi.
A Lia fu ricavato un posto letto su una brandina chiudibile posta nello studio, fu spiegato come aver cura della mamma e Sabato e Amodeo iniziarono i lavori di sgombero. In 30 metri quadrati d’alloggio era stipato l’inverosimile. Cassette della frutta, strati di giornali uno sull’altro, ombrelli rotti, tutte le cose rifiutate che Sabato raccoglieva in strada e portava in casa, erano state accolte da Sabato nel loro bisogno d’amore. L’amico intendeva risistemarle, ripararle, identificandosi, probabilmente, in ciascuno di quei pezzi che, con un po’ di cura in più, nessuno avrebbe buttato via. La sua storia personale era simile ad ogni cianfrusaglia che era affastellata in quella casa: nessuno l’aveva voluto e tutti l’avevano buttato via. Il fatto è che era difficilissimo trovare un accordo con lui. Sabato o ascoltava in modo supino gli ordini altrui, o li dava lui. Non esisteva una via di mezzo. Anni prima la mamma di Romano aveva cercato di dargli una sistemazione definitiva, parlandone con Adriana, sua nipote, e si erano fidanzati. Fu un’esperienza disastrosa perché, una volta che Sabato vide d’essere stato accolto, concluse che se una donna lo amava doveva fare quello che egli diceva, e divenne un tale assurdo tiranno che Adriana dopo pochissimo tempo cambiò idee. Gli dichiarò categoricamente di non volerne sapere più niente, ma Sabato non n’era convinto, le ronzava continuamente attorno nel tentativo di recuperarne l’affetto. Forse l’affetto esisteva ancora in Adriana, perché Sabato era fondamentalmente una persona con il classico cuore in mano, ma non certo le intenzioni di prima di sposarlo. Dovette intervenire energicamente Gennaro ad allontanare Sabato, con le brutte. Loro due erano convissuti per anni in casa Amodeo; Sabato si ritenne talmente mortificato dal gesto minaccioso di Gennaro che non osò più avvicinarsi alla sorella. Tutti i tesori erano messi nei sacchi neri dell’immondizia e portati giù in cortile. Presto arrivò Saruccio, il fratello, a dare una mano. Era commosso, diceva, perché Amodeo faceva tutto questo per il suo amico. Le sorprese cominciarono in quel momento. A mano a mano che gli strati di macerie erano controllati e insaccati, emergevano scatolette di cartone con dentro soldi: biglietti di taglio vario, anche da centomila. Sabato per un poco usava quel modo per conservare il denaro, poi la scatola finiva ricoperta da questa pioggia d’ogni cosa e restava sepolta, perduta anche nella memoria. Saltò fuori anche un assegno di 2,5 milioni, a firma di Romano ed intestato a Sabato, che Romano aveva dato al suo amico come ricevuta di un prestito a scadenza illimitata che Sabato gli aveva fatto anni prima, appena trasferiti in via Teodosio (e prima del suo recente voto capestro a Dio), quando si era accorto come a Romano e a sua madre stesse mancando anche il necessario per vivere! Rosario, nel vedere un debito di Romano nei confronti del fratello, a causa di quel Voto lo giudicò una sorta di truffa, fatta da Romano, a discapito del fratello che, troppo buono, dava via sempre tutto agli altri! Avrebbe voluto anche che gli desse 40 milioni, pensa un po’! Trovando ora anche del denaro contante, Romano e Rosario stabilirono che bisognava portare a casa del fratello quel denaro, per evitare di commettere lo stesso errore di chi li aveva smarriti già una volta e casualmente infilarli in un sacco da portare in cortile. “E’ la Provvidenza, che sta mandando i soldi, per costruire poi anche i mobili, in questa casa che non li ha!” esclamò Amodeo. Avrebbe cercato il modo, non facile, di aiutare egli l’amico per l’acquisto d’un letto, un armadio e un tavolo, restituendogli (e chissà come?) il suo… se non fossero saltati fuori così.
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Saruccio aveva portato a casa, oltre quell’assegno di Romano, più di due milioni di lire, raggiunti a poco a poco, a causa dei ritrovamenti archeologici, quando la casa fu finalmente svuotata e tutte le famiglie di scarafaggi furono sfrattate. Ci volle una quindicina di giorni e quasi un centinaio dei sacchi neri dell’immondizia. Finito tutto, pulito e imbiancato, Romano andò in falegnameria e ordinò i pannelli di truciolato nobilitato, fatti tagliare su misura, con cui realizzare il letto e gli armadi. Firmò un assegno della mamma, scoperto. Poi spiegò a Sabato che Saruccio portasse il denaro che era stato trovato durante lo sgombero, perché doveva versarlo in banca. Rosario, per costringere Romano a restituire il denaro che doveva a Sabato, si diede alla latitanza e Amodeo fu nuovamente costretto a spiccare i soliti salti mortali perché quell’assegno, sul conto della mamma, andasse a buon fine. Dopo d’esserci riuscito, chiamò Sabato e si lamentò molto del comportamento del fratello. Fu solo allora che Sabato rivelò che quel suo fratello aveva da parte un capitale di quasi duecento milioni lasciato in eredità a loro tre, i figli, dalla mamma loro quando era morta. La brava donna li aveva risparmiati durante tutta la vita, facendo la domestica a Milano. Appena morta, Sabato, Rosario e Mario avevano deciso che questo capitale fosse conservato momentaneamente da Rosario. Quella volta in cui, 2 anni prima, Sabato aveva chiamato il fratello in Via Teodosio, quando Romano necessitava di 40 milioni per comprare una casa in riva al Po, Sabato stava cercando di fare in modo che il fratello gli desse una parte di quanto spettava a lui. Per questo aveva insistito. “Sabato, ma perché non ti fai dare la tua parte? Vivi come un disperato. Non credi che se ti metti in ordine hai anche più successo con le donne? Questa Lia, per la quale stiamo facendo tutto questo, non credi che ti starebbe più volentieri al fianco se sapesse che hai una piccola quantità di risorse?” osservò Amodeo. Al che Sabato: “Rosario ha cercato più d’una volta di darmelo. Io gli assicuravo che era meglio che li tenesse lui e Saruccio insisteva, dicendo proprio quello che mi stai dicendo tu.” “Non l’hai fatto… Perché?” “Vedi, io ho le mani bucate.” “Sì, ma se poi non puoi dimostrare con i fatti la riconoscenza che senti di dovere alla maestra Baratta, a mia madre, con i tuoi soldi…, se pensi che tua madre si sarebbe fatta in quattro per aiutare La Signora – ti ricordi? L’ha sempre trattata come se fosse una Madonna, mia madre! – dimmi, a cosa mai ti serviranno questi soldi? Bada era solo un prestito che avrebbe garantito Benito. Io sono fallito ma egli no. Secondo me tu devi farteli dare. Anche se tu vuoi buttarli via, sono tuoi ed è un tuo diritto. Tu poi non li hai mai buttati via. Hai sempre aiutato la gente bisognosa, ed io ne sono buon testimone. Tu sei chi si comporta bene e non tuo fratello che li venera e crede che debbano servire solo per il proprio tornaconto personale.” Rispose Sabato: “Non credo ci siano problemi, perché quando io li rifiutavo, certe volte Saruccio si arrabbiava moltissimo e mi assicurava che gli veniva voglia di buttarli via! Protestava, asserendo che non rispettavo le volontà di nostra madre, che era preoccupata soprattutto per me.” Sabato, s’infuse coraggio, e rivelò a Rosario che aveva finalmente deciso di prendersi la sua parte d’eredità. Fu così che venne fuori la verità: non glieli voleva assolutamente dare, perché era straconvinto che se fossero finiti in mano di Sabato sarebbero perso trasmigrati
nelle tasche di Romano. Allora tanto valeva che restassero nelle sue, giacché il fratello autentico era lui. Sabato fu persuaso, allora, da Romano ad andare da Donatella Rocco, parente dell’amico Gigi, avvocatessa e lei iniziò una serie di trattative che non sortirono alcun effetto. Rosario Lingardo, agendo nella logica di chi, in questo caso, per il voto fatto a Dio da Romano non gli poteva assolutamente credere, si rivelò all’atto pratico e senza sua colpa il più disgraziato dei fratelli: impedì a Sabato di spendere il suo denaro, non dandoglielo. Iniziò a non voler vedere più il fratello, a trattarlo come se fosse stato Sabato il disgraziato che solo egli era davvero (ma pensava, in buona fede anche lui, che lo doveva fare, per correggere quel fratello dalle mani troppo bucate e troppo buono). Così, alla fine, il più buono tra loro due cedette e tornò a riverire Rosario che, ogni tanto, in segno di magnanimità, gli girava qualche abito smesso. Finita la sistemazione intorno al giugno del 1995, l’appartamento era finalmente decoroso. Sabato n’era contento, ma rimpiangeva anche i tesori suoi ai quali per amore aveva dovuto rinunciare. Ora era in condizione d’alloggiare come si deve e d’ospitare a casa sua, o Lia, o Umberto, secondo gli accordi presi. Lia non volle, preferiva stare con Amodeo. Chiamava “mamma” la madre di lui ed aveva atteggiamenti rispettosi che un poco contrastavano con quel suo volto grossolano e duro. Neppure Umberto volle: preferiva stare con le suorine di madre Teresa di Calcutta, anziché con quell’anormale persona, che, perfino per Umberto, stava peggio di lui. Lia divenne la governante. Non era mai stata una lavorante, fin dal primo giorno Romano aveva chiaramente espresso che quello non era un lavoro, era pura accoglienza. Lei facesse quello che voleva. L’unica cosa importante era tener d’occhio Mariannina ed accompagnarla un po’ a camminare; ma la faceva se lo voleva, puro scambio di favori. A lei stava bene così. Aveva trovato in un certo senso una casa e una famiglia, pranzi e cene regolari e poteva anche cercarsi con calma un lavoro. Spiegò ad Amodeo il perché non avesse documenti: glieli avevano rubati alla stazione. Aveva fatta la denuncia? No. Allora bisognava farla, in modo che le dessero dei duplicati. Così Romano si trovò immischiato nelle bugie di Lia e seppe, poco alla volta, che era sposata e separata. Arrivò a dirgli il nome e il recapito del marito ed accettò che fosse chiamato. Quell’uomo quando finalmente ebbe notizie della moglie che da tempo stava cercando, volle andare a trovarli e venne da lontano. Fu contento, Mario Visintin, d’aver ritrovato la moglie ed anche di come si era sistemata, tra brave persone. Un giorno l’amico Michele Colabella, lo storico di Bonefro, chiamò Amodeo e l’incaricò di risolvere il suo problema: la sua piccola abitazione in Via Pietro Custodi era assediata dai libri. Romano gli suggerì che avrebbe dovuto realizzare un anello che girasse per tutto il locale nella parte alta delle pareti, tanto da avere libero sotto. Occorreva realizzare una struttura che fosse forte e resistente al peso enorme dei libri. Michele gli affidò l’incarico di realizzarla mentre egli sarebbe stato a Bonefro, finite le scuole e per il periodo estivo del 1995. Amodeo, essendoci Lia ad aver cura della mamma, avvalendosi dell’aiuto di Sabato, costruì quanto dovuto, poi telefonò da lì a Bonefro e si accordò di sistemare anche il pavimento dell’altro locale, perché i muratori che negli anni precedenti avevano aggiunto un massetto di 10 cm, non avevano messo sotto la rete e, in
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quei pavimenti sostenuti da travi di legno, ciò aveva procurato quelle crepe nelle piastrelle di cui tanto Colabella si lamentava. Romano dovette rinunciare, dopo poco, all’aiuto di Sabato, volenteroso ma sempre piuttosto problematico. Si avvalse allora di Walid, un immigrato che aveva conosciuto durante il trasloco da Via Teodosio a Piazzale Cuoco. In breve Romano, aiutato dalla giovane forza di Walid, smantellò tutto arrivando fino all’assito e poi realizzò un pavimento in graniglia colorata, come aveva già fatto all’Hotel Lodi del suo amico Gozzi. Mise tre strati di reti, una sull’altra ed ottenne una tale rigidità che poi poté mettervi sopra tranquillamente il nuovo tramezzo tra il bagno e la zona cucina. Tornò Colabella e cominciò a convivere anch’egli con le difficoltà. Amodeo, facendo una terribile fatica, egli e Walid, ad issare, su per le scale, un enorme specchio di due metri per tre senza che si sbeccasse o si rompesse, ne rivestì una parete, in modo tale da dare uno sconfinato senso di spazio. Michele aveva però una sorella cui non piacevano gli specchi, perciò, a costo di contrariare l’amico, gli chiese di toglierlo, perché la sorella aveva anche paura che si rompesse. Romano afferrò la mazzetta e dette una tale botta allo specchio che quello neppure si scheggiò. Allora, sempre davanti allo stupefatto amico, vibrò un secondo colpo, ancora più energico. Lo specchio, incollato egregiamente con il silicone, assorbì come nulla anche questo secondo colpo. Fu così che Michele si decise di lasciarlo lì, sarebbe stato tinteggiato e avrebbe fatto contenta la sorella. Dopo un poco vennero fuori altri problemi. Ora va detto che lì Romano non stava facendo un lavoro retribuito. Michele lo aveva aiutato in passato tante volte perdendoci anche del denaro, quindi quello era il minimo che poteva fare in cambio. A quelle condizioni, che impiegasse un giorno, un mese o un anno, non c’era proprio di che dolersi. La sorella iniziò poi a riferirgli che Michele stava divenendo nervoso per quel lavoro che non finiva mai, così egli fu costretto a mettere l’amico alle strette. Per sistemare quasi interamente un appartamento, anche questa volta non era stata impiegata più che una novantina di giorni, eppure il disagio era degli altri e non di lui e dei suoi aiutanti che sfacchinavano. Memore già dell’esperienza con Benito, forse Amodeo fece pagare a Michele un po’ del malumore che gli era restato dentro, nei confronti di chi è aiutato e non lo capisce. Lasciò l’amico in due giorni, di malo modo, affermando che il resto se lo facesse fare da chi era più veloce di lui. Tutte le volte che Romano aveva tentato di deviare dal suo compito, pur se nel tentativo buono d’aiutare il prossimo, aveva ottenuto alla fine l’assoluta mancanza di riconoscimenti. Gli successe anche dopo poco, perché al piano terra di quella casa c’era una galleria d’arte. Avevano apprezzato il bellissimo pavimento realizzato da Amodeo e la titolare aveva un problema con sua mamma, che doveva sistemare una casa a Paderno Dugnano, ad una ventina di chilometri a nord di Milano. In breve Romano e Walid assunsero il lavoro, nel settembre del 1995 e poi, giocando sulla buona fede, gli dettero, dopo oltre un mese di lavoro e la sistemazione d’un intero piccolo fabbricato, quel tanto che bastò ad Amodeo solo a pagare Walid, e lo fecero perché non avevano riconosciuto ben fatto un lavoro fatto veramente con poco o nulla di denaro. La proprietaria era una Anziana dottoressa che era stata anche consigliere dell’Ordine degl’ingegneri: non fu una sufficiente credenziale dell’onestà e Romano, nonostante fosse stimato, non fu per nulla considerato per tutto il lavoro che aveva fatto.
Romano cominciò a chiedersi da che cosa stesse derivando questa sostanziale incomprensione nei suoi confronti. Nel campo delle sue ricerche peggio che peggio. Dapprima veniva anche qualche accenno di riconoscimento, ma poi tutto si metteva sicuramente a pollice verso. Succedeva anche di trovare simpatia, quando provava con i docenti, ma solo finché l’interlocutore non capiva che era messa in gioco la sua cultura per la pazzesca illusione d’un architetto d’avere qualche cosa da comunicare e da aggiungere, nel campo della fisica. Appena capito che, anche se consulenza pagata, essa mirava ad un simile uso della cosiddetta cultura accademica, di questa era sbarrata ogni porta. D’un tratto capì perché: aveva rinunciato per voto a che il mondo lo capisse, quando, perché fosse fatta salva la vita a Lucy, aveva rinunciato ad ogni possibile riconoscimento per se stesso. Lucy era stata salvata, pertanto adesso avrebbe visto come non sarebbe riuscito a cavare più un ragno dal buco, anche se, nel momento in cui era andato in televisione, sembrava che chiaramente ci fosse attenzione per lui. Ora queste attenzioni erano assolutamente vietate. Lo stesso Costanzo, che si era impegnato, in trasmissione, a richiamarlo per sapere che cosa fosse successo dopo che era stato visto da tutte le parti, non rispettava la promessa; non rispondeva neppure alle sue lettere, per quanto interessanti esse fossero. La Provvidenza stava castigando Amodeo al rispetto delle promesse fatte con l’adesione di tutta l’anima: non voleva colpe per la morte di Lucy. Le avrebbe avute, perché non si può trattare in questo modo una adolescente: probabilmente aveva molto contribuito ad ingenerare nella fanciulla quel malessere che l’aveva poi portata all’anoressia. Fu in quest’esatto momento, ed era il luglio del 1995, che Romano ricevette una telefonata da quel versante: era la madre d’Anna Badari che gli chiedeva notizie della figlia e che si dichiarava preoccupatissima della sua sorte, perché era divenuta magra quasi com’era stata Lucy. Romano si spazientì, s’incupì: “Ancora?” Questa donna, che gli aveva fatto morire i gatti e che aveva avuto messa a rischio di morte per mancanza d’alimento la figlia, ora era anche lei punita in questo stesso modo? Romano si mosse subito e andò in Via Marostica alla casa d’Anna. Citofonò. Fu fatto salire. Trovò Anna che si gingillava davanti a lui con un maglia di lana, aperta sul davanti, afferrandone i lembi e facendosi cingere con quella i fianchi, tanto da mostrare chiaramente quanto fosse magra! L’invitò a fare un giro in automobile e tardò finché giunse l'ora di cena. Non si oppose ad andare in un ristorante e mangiò normalmente. Incoraggiato dal fatto che almeno lei mangiasse, quando era in sua compagnia, l’invitò ancora nei giorni seguenti e sempre cercava l’occasione buona perché si consumasse qualche pietanza. Fu quando Amodeo le svelò che ospitava in casa Lia, e che si trattava d’un aiuto, che Anna cominciò a sperare ancora che lui la soccorresse. Così gli rivelò in che condizione disperata ella fosse. Guarita Lucy era restata a vivere a Trento con il padre e lei era rimasta sola. Chiaramente era avvilita, a terra. Una sera in una taverna era stata avvicinata da un uomo
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che aveva cominciato a corteggiarla. Lei era in uno stato così pietoso che afferrò al volo l’occasione che la sorte le mandava e divenne sua amante. Solo quando ritornò serena, grazie a lui, si rese conto di che cosa avesse fatto. Quello era un cafone siciliano, un muratore grossolano che mancava di qualsiasi senso di finezza. A Romano, in un attimo, balenò il ricordo di quando, giovane, trovandosi di fronte a lei che si lamentava della mancanza sua di finezza per aver avvolto un pane in un giornale, aveva pensato “Anna meriterebbe di trovare uno che fosse veramente un bifolco!”. Ora lei gli stava rivelando che l’aveva trovato! Tutti i tentativi che lei faceva, ormai da tempo, per toglierselo di torno naufragavano miseramente. Raccontò che lei gli faceva scenate terribili, rimproverandolo della sua volgarità e sembrava che il muratore patisse il colpo. Invece si caricava solo di tutta la grinta che poteva metterci nel fotterla e alla fine lo faceva, violentandola. Quell’uomo trovava una scusa, assicurava che voleva solo parlare, ma, arrivato ad essere poi solo con lei, le saltava addosso e la stuprava. Ora Anna stava chiedendo soccorso a lui. Amodeo solo poteva aiutarla. Nino, suo fratello, no. Lo avrebbe ucciso! Solo Romano aveva la capacità d’affrontarlo e metterlo al suo posto. Romano lo affrontò, poche sere dopo. Fu in strada, davanti a casa di lei, dove egli era in agguato da tempo. La vide arrivare sulla 131 gialla di Amodeo, scendere. Si avvicinò a lei e Romano a loro due: “Questa donna non è sola, ha me per amico. Non ne vuole sapere più di cose di questo tipo, dunque alla larga!” “Io però non ho fatto nulla di male.” “D’accordo; ma lei vuole essere lasciata in pace. Anna, diglielo qui davanti a me!” “Sì, lasciami in pace!” “Sentito? A buon intenditor poche parole. Hai capito?” Dopo suggerì ad Anna di risalire sulla sua macchina e di andare via di lì. “Anna, tu devi allontanarti da questa casa. Ti do io il modo di stare alcuni mesi nel sud dell’Italia. Così costui si stancherà d’appostarsi.” La convinse a passare quella notte in albergo. Fu quando si trovarono finalmente in una pensione che aveva posto e vide che sarebbe restata sola che cambiò idea. Chissà, forse aveva sperato che loro due tornassero assieme… Decise che era meglio se tornava a casa sua. Non volle sentire ragioni. Giunti intorno all’una di notte davanti a casa sua, il muratore era ancora là, ma Anna riuscì a sgusciar via e ad entrare nel cancello, richiudendolo dietro di sé; Amodeo si allontanò verso casa. Passò di fianco ad un bar e vide una pantera lì appostata. Percorse un altro chilometro, poi ritornò sui suoi passi ed andò dagli uomini di quella pattuglia. Spiegò la situazione, di costui che non si sapeva rassegnare a mollare la presa. I poliziotti gli spiegarono che potevano intervenire solo se chiamati dalla parte lesa. Un terzo non poteva denunciare nessuno per atti di questo tipo. Allora il Nostro Paperino chiese la cortesia che lo seguissero. Il posto era a neppure un chilometro di distanza, bastava che il muratore vedesse la loro macchina dietro la sua. Furono comprensivi e lo seguirono. Il muratore, vista una pantera dietro la 131 gialla si diede alla fuga. Due giorni dopo Anna raggiunse Romano che era impegnato in quel tempo a sistemare l’appartamento di Michele Colabella. Lo trovò esattamente come un muratore; gli domandò in modo secco:
“Hai chiamato la polizia?” “Sì, Anna. Con persone così o attui il metodo di tuo fratello Nino, e vai in galera, o fai intervenire le forze dell’Ordine che mandano in prigione gli altri! Questa persona deve sapere che tu sei difesa e che non sei sola.” Anna lo salutò e non si fece più viva. Forse la cosa che più aveva inciso era d’aver visto che, dopotutto, anche Amodeo faceva il muratore. Un giorno di novembre del 1995, Sabato Lingardo entrò in casa e voleva parlare con Lia. La donna, assumendo un atteggiamento sprezzante nei confronti suoi, si chiuse nello studio, in cui dormiva e non volle dargli retta. Romano cercò di convincerla: “Lia, parla con Sabato! Non dimenticare che tu sei qui perché egli è come un mio fratello. Abbi un pochino di riconoscenza con lui e non trattarlo scortesemente.” “No, egli non entra in camera mia.” “Quella non è la camera tua, è il mio studio. Apri e sii bene educata con Sabato.” “No. Io non apro.” “Tu invece apri.” “No” “Chiamo i carabinieri?” Nessuna risposta. La stanza restò chiusa a tutte le sollecitazioni di Romano. Così Amodeo chiamò le forze dell’ordine, che – era evidente – giammai si sarebbero mosse per una questione del genere. L’indomani Lia fece fagotto ed andò via, dopo d’essere restata quasi sei mesi in quella casa. Non se ne seppe più nulla. La pazzia aveva preso nuovamente il sopravvento sulla saggezza e la moderazione. Umberto seguitò a telefonare i suoi messaggi di soccorso disperato, ma egli pure aveva avuto, offerta da Sabato, l’occasione che cercava e l’aveva rifiutata. Dopo un po’ non chiamò più. L'appartamento di Sabato ricominciò a riempirsi di tutto il resto che egli cercava di salvare: ombrelli rotti, scarpe, borse rotte, tutto il possibile rottame che gli arrivava sotto mano e suscitava in lui il suo terribile senso di pena. Continuava solo ad introdurre rifiuti… se almeno ogni tanto avesse scartato qualche cosa! Sabato l’aveva portato a conoscere i suoi dottori al centro Psicosociale dal quale si faceva controllare e seguire. C’era una dottoressa che cercava di renderlo responsabile e si rese colpevole d’una gran colpa, nel tentativo d’indirizzare al meglio il Lingardo. Fu ventilata la possibilità che Sabato, Romano e sua madre si unissero assieme a Sabato, in modo da seguirlo con attenzione, ma la dottoressa decise che non era il caso: Lingardo che la doveva fare da solo. Le condizioni di Mariannina si erano ridotte ad un punto tale che Amodeo si decise a fare una domanda d’invalidità, nel 1996. Fu riconosciuto il 100% e lo avvertirono che da quella data avrebbe avuto il sussidio d’accompagnamento. Andavano giornalmente a fare lunghe passeggiate, per il parco Alessandrini, lungo il Mercato ortofrutticolo, fino a che Mariannina si stancava e si calmava, perdeva quel senso d’agitazione che ogni tanto l’assaliva quando si rendeva conto del suo stato.
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Un giorno del 1996 Sabato pretese che Romano telefonasse ad uno studioso che aveva conosciuto, che metteva avvisi alla stazione e cercava cavie per esperimenti. Amodeo, piuttosto scottato da certi strani amici di Sabato, lo fece, seppure a malincuore: conobbe così l’autore di tutte le scritte “emosistemi” dipinte sui muri delle strade, che si dimostrò molto interessato alle sue teorie. Un giorno lo chiamò, annunciandogli che voleva andare a trovarlo a casa e gli fece sapere che avrebbe portato con sé un tipetto sveglio, un ragazzo che definì molto, molto interessante. Fu così che Amodeo conobbe, assieme all’amico del Lingardo, l’Architetto Salvatore Mocciaro127, che si dimostrò molto interessato agli studi di Romano e gli telefonò moltissime volte, chiedendo spiegazioni di tutti i tipi. Mocciaro fu l’unica eccezione, quella che solitamente “confermava la regola”: che nessuno “gli desse retta”. Non sembrerebbe del tutto vero che fosse il solo a prestargli attenzioni, dato che, alla fine, Amodeo riuscì a trovare anche chi si mise con pazienza a leggere tutti i suoi scritti, per controllare se le affermazioni andavano contro alle verità della scienza… Invece era vero, in sostanza, perché non fu considerato lo stesso. Questo consulente fu scoperto nella bacheca di Fisica in via Celoria, ed era un esperto in fisica e matematica che si offriva per la preparazione privata degli studenti universitari. Al prezzo di 100.000 lire l’ora iniziò così un lungo controllo, durato un anno. In esso risultò una cosa, prima di tutte le altre: la ricerca di Romano Amodeo nasceva dall’universale e scendeva nel particolare, mentre il metodo scientifico attuava esattamente la linea opposta. S’identificano dei campi d’azione che sono ben precisi, quando dal grande si passa al piccolo. Non sa mai dove può considerare finita la ricerca, vale a dire se mancano relazioni in quel campo del tutto nuovo, chi invece parte dall’interno verso l’esterno. Così succedeva che nelle affermazioni di Amodeo erano trovati errori. Sedendosi però, egli e il suo consulente, allo stesso tavolo per controllare le varie tesi, la vista dall’alto di Romano faceva sempre rilevare che, nei vari casi di giudizi negativi, erano mancate condizioni esistenti, la quali, introdotte, mutavano il giudizio da negativo a positivo. Quel professore era piuttosto bravo e capace, ad allargare l’esame e ad introdurre le nuove condizioni, così ogni volta doveva ammettere che aveva giudicato a primo acchito errato quanto non lo era. Questo modo di procedere si manifestò per tutto l’anno. La teoria d’Amodeo era sempre oggetto di rifiuto da parte di chi non era aiutato da lui a scorgere le condizioni mancanti. Era questa la causa dei vari rigetti che Il Nuovo Cimento, rivista dell’Associazione Italiana Fisici, faceva sulla base d’expertise segreti. Amodeo avrebbe dovuto sapere, in ogni singolo caso, che cosa non avessero considerato che esistesse e fosse in atto, per avergli negato la pubblicazione dei suoi articoli. Pertanto, anche se dopo un anno il consulente dichiarò che la sua teoria era scevra d’errori, condizioni oggettive impedivano che fosse presa in considerazione, e Amodeo seguitava a fare buchi nell’acqua: nessuno lo prendeva sul serio. 127. Salvatore Mocciaro, un “mocciaro”, organizzatore di “mocci” (di bambini) che li cura e ne è salvatore. Realmente questo ruolo avrà nella vita di Romano. Gli organizzerà i siti su Internet ed avrà sempre cura della sua persona, aiutandola e salvandola in più di un’occasione dalle insidie del Purgatorio.
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Ci volle oltre un anno a che questo consulente riuscisse a concludere che non c'erano errori, ma egli stesso non se la sentì d’assumere iniziative, sembrandogli sempre la teoria d’Amodeo per certi versi gratuita, come un bel modello che poi non servisse all’atto pratico di sforzarsi d’introdurre, non riuscendo a vedere né immaginare grandi ricadute in termini di vantaggi, e anche questo era un bel non credere, un deciso non prendere sul serio anche dopo avere scoperto la mancanza d’errori. Una soddisfazione riuscì a togliersi e fu con il calcio. Aveva iscritto il torneo al campionato dell’Endas, giocato alle Lavanderie di Segrate ed aveva messo in squadra i suoi due nipoti: Marco e Andrea. Il campionato procedette senza infamia e senza lode, come i tanti giocati in quegli ultimi anni, in cui non aveva mai cessato di praticare il calcio. Ad un certo punto anche i suoi giocatori ebbero da ridire contro il fatto che tutti si alternavano, tranne le persone della famiglia Amodeo. Romano li riunì e chiarì che tutti i soldi per le iscrizioni, per i campi e per le spese arbitrali le affrontava lui e lo faceva per il piacere di giocare con i suoi amici. Lo capivano? bene, altrimenti bene lo stesso. Iniziarono a protestare, così fece qualcosa che non aveva mai fatto in vita sua: sciolse quella squadra e tesserò immediatamente tutti i giovani amici dei nipoti e la squadra si ritrovò con tutti sedicenni e il capitano di 55 anni suonati. Chi si trovò più a disagio di tutti fu egli stesso, perché quei ragazzini correvano molto ed usavano poco il cervello a differenza sua che ormai correva poco e ragionava forse troppo. Questo provvedimento, preso anche nel calcio, dimostrava davvero che gli si era presentata nella vita una situazione tutta nuova: nessuno lo capiva più, nemmeno gli amici del calcio con i quali giocava ormai da anni e che non avevano avuto mai da obiettare prima sulle scelte che faceva nella sua squadra, finanziata da lui e impostata da lui secondo le sue direttive. Ebbe delle rogne anche con i giovani ragazzi che avevano occupato il posto degli altri, i quali, trovandosi tutti tra coetanei, non si fidavano molto di lui che avrebbe potuto essere quasi il loro nonno e non capivano quasi niente dei consigli che gli dava e non gli passavano la palla che raramente. Romano comunque fu contento, perché trascorse molto tempo assieme a quei due suoi unici nipoti maschi, che non aveva visto che nelle feste comandate. Marco era cresciuto in altezza e giocava con molta calma, da centrocampista, Andrea era restato d’altezza media ed era un attaccante, frenetico e scattante, molto di più di quanto fosse stato lo zio alla sua età. Avevano ereditato la passione per quello sport, ma, a differenza dei fratelli Romano e Benito, Marco e Andrea, pur essendo gemelli, erano uno interista e l’altro milanista. Nella lunga attività, Amodeo aveva conquistato trofei, targhe e un mucchio di medaglie: ormai era sempre premiato con la coppa per il giocatore più anziano, in tutti i tornei cui prendeva parte. Specie a San Donato presso I Riberesi, ragazzi di Ribera in Sicilia, che avevano ricostituito un gruppo, la loro squadra e gestivano un campo ceduto loro dalla Snam, nel quale per alcuni anni Romano era stato ospite con la sua squadra. Perfino Maria Teresa Mazzola una volta era stata a festeggiare la partecipazione ad uno dei tornei estivi, che sfociava poi in un gran pranzo offerto da Matteo Chinzi in mezzo a tanta, tanta allegria. Quanti amici ormai aveva, in giro: ragazzi che erano stati con lui, al lavoro o alle tante iniziative che aveva assunto nella sua vita. Perché in certi anni aveva partecipato contemporaneamente a 3 campionati di calcio: all’università con i Brocchi e gli Assenti, al sabato con la Esse di Raho, Cavalieri e Vivian; alla domenica con l’Anniverdi.
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Si era allenato giocando ed era sempre stato un organizzatore imbattibile, uno che entrava dalla porticina e diveniva presto il numero uno in tutto quello che faceva… Arrivato però, a questo punto, era finito in stallo, bloccato in ogni cosa: lavoro, sport e sentimenti. Il voto capestro che aveva fatto a Dio per Lucy si faceva sentire.
Capitolo 46
Disegno a colori di Paola Vecchi
Il 25 gennaio del 1997 erano quasi tre anni che il Nostro Paperino e la mamma si erano trasferiti in Piazzale Cuoco, e si festeggiava il compleanno di lui. Romano stava spiegando da dieci minuti a sua madre, che accompagnava nella solita passeggiata, che l’apparente solitudine, lo starsene nel piccolo proprio guscio, quando è per amore, ha il palcoscenico enorme di tutti gli uomini che siano mai esistiti. Sono tutti nascosti e contenuti nel polo positivo di quell’onda elettromagnetica che è il nostro “io”, comune riferimento di tutti gli uomini esistiti ed esistibili: in una sola parola, Dio. “Mamma, non siamo soli… tutti sono con noi!” Fu proprio allora – come per dimostrare la verità che stava affermando – si levarono intorno a loro, sbucati quasi dal nulla, degli estranei, a far loro veramente festa. Dapprima tre ragazzini, pieni – come angioletti – di dolcezza e gioiosa ammirazione per la sua mamma ottantasettenne; e poco dopo, nel bar Fortuna di via del Turchino, ecco Paola Vecchi, una avvenente e sconosciuta frequentatrice del bar, che alla prima occasione e saputo che fosse il suo compleanno, s’inserì, con una bottiglia di spumante offerta a tutti da lei in suo onore. Paola gli si presentò subito come una festa degli occhi e dello spirito, con la sua intraprendente spudoratezza e la sua chiarissima intenzione di dominio delle situazioni, che lasciava tuttavia chiaramente intendere il suo forsennato bisogno di vero aiuto che aveva, un soccorso che le venisse da chi fosse sufficientemente attento ai suoi autentici e profondi messaggi. Io non ricordo se ci sia stato un passaggio attraverso le vie formali del “Lei”…, ricordo solo il tu dato ad Amodeo, tanto fu istantaneo l’aggancio. Poi vi furono telefonate, gli lesse le sue poesie e le sue novelle e si accorse che la prima impressione aveva corrisposto esattamente alla sua verità. Romano scrisse un libro su di lei, raccogliendo tutte le sue poesie e le sue novelle ed aggiungendoci la sua personale reazione emotiva. Non le dette del Lei quando l’incontrò e fu perché gli parve d’averla già vista e conosciuta da sempre. Lei, infatti, non metteva distanza tra le persone, usava consapevole la sua avvenenza e andava dritta allo scopo, che poi non sapeva neppure lei con sicurezza quale fosse, agitando il complesso delle sue virtù e risorse e superando alla grande ogni formalismo. Romano vide in lei fin da subito, la “donna”, l’interlocutrice esatta per l’uomo, laddove si voglia l’incontro, ma anche l’appassionante scontro con l’altro sesso, per il suo essere femmina, compagna e rivale. La donna è perennemente in bilico, tra l’essere femmina e l’essere mamma, e non accetta veramente d’amare se non “sente” anche la bramosia di chi voglia possederla, a cui poi si concede solo però se alla fine ciò indica la sua stessa vittoria. È insomma un vero e proprio antagonismo, quello che s’accende tra gli opposti poli e che poi sfocia in tutte le possibili forme d’adattamento tra le due parti.
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Paola Vecchi aveva la nostalgia d’un padre che non aveva mai avuto e Romano fu adottato a padre, da questa ragazza che aveva 16 anni meno di lui e che cercava, disperatamente, di coronare il suo sogno d’amore con il suo Marcello. Romano aveva così risposto ad una “lettera a suo Padre” che Paola aveva scritto: “Domani sono nove giorni che ho compiuto 59 anni: ormai credo che il mio carattere non cambi più. Eppure anche io, dopo d’aver terremotato in lungo e in largo la mia vita e d’essere cambiato nel colore della pelle come un camaleonte, sento di non essere molto diverso da quel ragazzo che sognava grandi cose, e anche io pongo oggi tante domande e assieme tante risposte che credo d’avere trovate. Una sola risposta io non ho ricevuto nella mia vita: “perché a tanti che non li desideravano sono stati dati figli e a me no?” E allora me li sono presi, adottati, quasi senza neppure che essi lo sapessero. Così ne ho avuti quasi 50, ed ora mi accorgo che quello più bello e desiderato, e che non sapevo nemmeno d’avere, mi si è aggiunto spontaneamente, come un dono della vita, nel giorno del mio compleanno. Sei una figlia arrembante, che da subito ti sei fatta largo nel mio sentimento e a cui ho voluto bene con gratitudine, senza che io nemmeno sapessi perché. Solo poi ho capito, quando mi hai scritto, il giorno 8.4.1984, una lettera che solo poi io ho ricevuto, il perché di questa breccia che si è aperta e attraverso cui sei penetrata tu e la tua vita. Paola, questa può sembrarti solo una finzione, ma io sento davvero vibrare dentro di me il tuo stesso sangue, tu carne della mia carne, frutto d’un mio momento d’amore…”
Eppure Paola lo cercava, si vedeva che aveva molto affetto per lui. Anche sua figlia Chiara, di nove anni, si era attaccata ad Amodeo quando, per un breve tratto, aveva intuito che potesse anche divenire suo padre. Paola era una delle pochissime persone che riuscivano a parlare con Mariannina e, soprattutto, a far parlare lei. E allora l’ultraottantenne raccontava della sua infanzia, le unica cose che ricordava ancora nitidamente. Una sera Paola domandò a Romano un favore ed egli, assieme a sua madre, percorsero quasi duecento chilometri per farglielo. Quando Amodeo rientrò a casa e si presentò, con sua madre, sul suo uscio di casa, lei – che era dentro con Giuliano, e non doveva esservi – non lo volle fare entrare, né tirò fuori la testa dalla porta. Romano le scrisse una lettera annunciandole che non sarebbe più passato da lei e che sua figlia non lo chiamasse, se per caso aveva bisogno. Chiamasse chi sapeva lei. Iniziò a scrivere allora, uno al giorno, una serie interminabile di racconti e glieli infilava nella casella della posta: una specie di Mille e una notte, i cui personaggi erano solitamente animali. In pochi mesi ne scrisse quasi 100, e fu un peccato che andarono distrutti quando, legatasi lei finalmente con chi aveva veramente nei pensieri, Marcello, per fargli piacere li stracciò tutti. Anche questa fu una cosa che addolorò Romano, perché egli aveva promosso lei, cercando di riportarla al livello del diploma che lei aveva, mentre per sbarcare il lunario si era ridotta a fare i servizi nelle case; l’aveva promossa stampando le sue poesie e le sue prose, mentre lei, per fare contento un altro, distrusse le sue. Legatasi a Marcello, una sera però fu coinvolto, perché Paola lo chiamò in soccorso: egli l’aveva picchiata, le aveva buttato addosso indumenti in fiamme e, dopo averla afferrata per il collo nel tentativo quasi di strozzarla, non voleva andarsene dalla casa che lo aveva ospitato. E Amodeo si trovò nuovamente nella condizione in cui si era già trovato con Anna e il suo muratore. Marcello fu fatto andare via e Paola attingeva forza dall’equilibrio di quel suo mancato padre. Mancato perché l’adozione, che pure era stata tentata, non poté avvenire a causa d’una legge che l’impediva quando non vi fossero almeno 18 anni di differenza d’età, e tra lui e Paola erano 17 anni e tre mesi. Quando lei tornò sui suoi passi e si accorse che amava Marcello, lo sentiva – ed era per quel senso infame dell’amore datogli dal nonno – perché egli la picchiava, cominciò a servirsi di Romano facendo balenare al suo compagno che fosse un temibile rivale, non come un padre, un amante. Quando lei litigava perché Marcello non aveva fatto quello che lei sperava facesse e decideva di piantarlo, piangeva sulla spalla di Romano e il Nostro Paperino sapeva talmente calmarla e rimetterla in sesto che lei subito si scordava del malessere nei confronti di Marcello e chiudeva immediatamente la questione, come se quanto le avesse dato Romano glielo avesse dato lui. Accettava da questa persona di tutto, perfino d’essere picchiata. Allora si ribellava e, per sbattergli in faccia il pericolo, gli assicurava che Amodeo l’indomani sarebbe andato a vivere con lei. Poi stava male, sveniva o fingeva d’essere svenuta e sua figlia Chiara lo chiamava disperatamente al telefono: “Vieni Romano, la mamma sta male!” E Amodeo percorreva in un baleno i quasi 200 metri di distanza tra le due case e la trovava ancora lunga e distesa per terra.
Ma neppure questo era il destino. Il rapporto si macchiò, perché lei cominciò ad usare Amodeo mettendolo in mezzo in un primo tempo tra lei e Giuliano. Romano preparò per Paola l’edizione d’un libro così bello che lei non se lo sarebbe mai immaginato, eppoi lei lo deludeva, perché, chiamata a fare la sua parte nella redazione di quest’opera, si comportava con estrema sufficienza, tanto che Romano si urtò per la prima volta con lei proprio quando glielo finì e lasciò le copie tutte al bar Fortuna, perché gliele dessero. Lei, che pure lo ammirava, si comportava talora come se non lo prendesse assolutamente in considerazione e questo dispiaceva ad Amodeo. Lei gli telefonava, lamentandosi che Giuliano aveva approfittato di lei, e lo aveva fatto in strada, prendendola quasi con la violenza ed egli le consigliava di lasciarlo, di non dargli più corda. Ma poi veniva a sapere che gli aveva dato una delle poche copie del libro stampate in formato grande, A4. Paola non era capace di capire un amore normale. Era stata allevata dalla nonna, a cui la madre l’aveva affidata dopo d’essere stata messa in cinta da un avvocato che poi l’aveva abbandonata. Suo nonno la picchiava e poi l’accarezzava e Paola aveva imparato da lui a capire l’amore in quel modo: se uno non usava la violenza con lei non riusciva a catturare le sua attenzione, non lo vedeva proprio. Romano, che cercava di farle capire come l’amore fosse ben altro, si accorgeva di non riuscire per l’assoluta mancanza di potere che all’atto pratico aveva su di lei chi non alzava mai la voce e neppure mai le mani, nemmeno per uno schiaffo. Ecco, se Romano avesse usato le maniere forti, forse solo allora sarebbe stato capito, perché solo allora lei avrebbe prestato attenzione a lui e all’autorevolezza delle sue parole.
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La doveva sollevare di peso, portare sul divano, farla rinvenire, se era svenuta davvero. Allora cominciava a muovere prima gli occhi sotto le palpebre chiuse e lentamente le sollevava, dicendo “Dove sono? E cosa fai tu qui?” Tirato dentro non come un padre, Romano assunse presto i connotati diversi, ma non si amarono neppure una volta, anche se per lei questo non era un gran problema: aveva avuto due mariti e una figlia da ciascuno, ma Simona era già grande e viveva con il padre. Ad un certo punto Amodeo fu così coinvolto nelle beghe di Paola che fece sul serio con lei, cercò di mettere ordine nella sua vita, e di dare anche un avvenire migliore a Chiara, che gli si era affezionata. Ma neppure sotto questo profilo aveva più armi adeguate: non lo prendeva sul serio. Si ricordò all’improvviso del voto che aveva fatto a Dio “Non farmi più prendere sul serio da nessuno, ma salva Lucy”. La spiegazione doveva essere questa! Un giorno dovette intervenire con i servizi sociali perché qualcuno aveva mandato lettere anonime velenose nel tentativo di farle sottrarre Chiara. Fu determinante la sua immagine e le affermazioni che egli fece, perché quella lettera non fosse considerata dal Tribunale dei Minorenni. Anche lo psicanalista della Vecchi aveva voluto conoscerlo e alla fine gli aveva rivelato che quella donna non avrebbe mai potuto capire le qualità che egli aveva; n’era ammirata ma per lei non contavano. Lei prendeva sul serio solo gli uomini che le volevano bene maltrattandola!
Tutta la linea, dal principio fino a me, deve essere attiva elettricamente, se io seguito ad essere indotto in quel modo. Dunque tutto esiste e coesiste, passato e presente. Ma allora anche il futuro, che è solo un evento che ancora non è stato visto. Questa è la dimostrazione scientifica dell’esistenza di Dio. E la risurrezione è l’inversione del flusso elettrico, sul filo della vita, quando il Nord del polo magnetico, finito sul Sud, poi ritorna a Nord. Il Nord che si sposta sul Sud è la causa che appare divenire l’effetto e noi tutti, vivendo, stiamo vedendo solo e sempre in questo modo. Per vedere l’effetto che rientra nella causa dovremo aver raggiunto e superato il punto estremo del percorso; e quel punto è la morte in quel senso, in quel verso – uni-verso – che tutti gli altri continuano a vedere nell’Universo. Allora l’elettrone che torna indietro è la dimostrazione scientifica di quella risurrezione che il nostro flusso elettrico (l’anima) vedrà quando inizierà a manifestarsi l’altra direzione, quella mossa dallo Spirito Santo, che trascendendo dal Nord che diventa Sud o dal Figlio che genera il Padre, mette in atto l'esistenza inversa, quell’unica che riporta il Figlio nel Padre e chiude il circolo. La risurrezione del nostro flusso elettrico sarà la percezione a ritroso nel tempo, una percezione che sarà reale e che sarà consentita dal fatto che le stesse cose sono percepite tuttora a rovescio da chi sopravviva. È veramente il caso dello Jo-Jo. Chi ha svolto tutto lo spago e ha causato la rotazione del corpo, ora dalla stessa rotazione è costretto ad assistere al riavvolgimento dello spago. La stessa rotazione, per un Jo-Jo che avesse uno spago più lungo, porterebbe ancora al suo svolgimento. Per cui, dato lo stesso giro corporeo, si assiste allo srotolamento o all’avvolgimento solo a partire da quanto è personalmente lungo il filo d’ogni singola vita. Il corpo comune, visto girare realmente, sono tutti i corpi liberi dell’universo, visti realmente dotati di rotazione, di spin, da quello dell’elettrone a quello della Terra e di tutti quanti, astri e pianeti.
Anni dopo la stessa Paola si chiederà, stupita con se stessa, come mai non lo avesse preso sul serio: Romano aveva tutto per essere considerato con la massima attenzione… Ma lei non sapeva che c’era quel voto capestro fatto a Dio, che avrebbe difeso Amodeo dall’esser preso sul serio da tutti. Se Paola l’avesse considerato con l’attenzione che forse anche si meritava, Romano sarebbe stato afferrato nuovamente in una prigione di cose da fare, e con urgenza, perché quella famiglia aveva un mucchio di problemi; mentre l’unica, vera e sola cosa che ancora egli doveva fare, eccetto le attenzioni per la mamma, era d’aver cura dell’altra sua Mamma, la Madonna, che l’aveva fatto restare in vita perché sostenesse, con la sua, il Verbo di Gesù. Infatti, Amodeo, con tutte le sue ricerche, stava arrivando proprio a questa conclusione: affermare la fondatezza del messaggio cristiano a partire dalla ragione. Gesù andava creduto in un modo tutto nuovo: perché aveva affermato la verità. Romano stava andando con decisione contro la logica del mondo, per confutarla, scientificamente. Secondo i contenuti espressi dalla scienza, secondo Romano, si doveva arrivare a credere nella vita eterna dell’anima; e ciò perché essa si manifesta com’energia elettrica e tutta l’energia è riconosciuta e posta essere eterna proprio dalla scienza, attraverso il principio di conservazione dell’energia. Con l’io come attività elettrica cerebrale si arriva a capire che anche l’io, come tutti i fenomeni elettrici, era un fenomeno indotto. L’induzione è una catena che si trasmette di primario in secondario in terziario, ecc., tutti circuiti chiusi e non comunicanti tra loro, come attimi ciascuno eternamente relegato nella sua data. Se allora io ricevo induzione, e seguito a riceverne, è perché in fondo a tutto, al principio dei tempi, c’è un Potere Assoluto che seguita ad indurre l’attività elettrica esistente sul tutto l’insieme. Se mio padre fosse veramente morto adesso, io da chi ricevo corrente indotta adesso?
Dunque non era in potere di Paola di prendere sul serio Amodeo, per quanto serio e attendibile potesse mai essere. E Romano farà ad un certo punto di tutto per farsi accettare da questa ragazza, ma non ci riuscirà. Anche se Paola prenderà sempre sul serio la sua buona fede, non prenderà mai sul serio lui. E ciò non gl’impedirà d’occuparsi delle cose di Gesù. Romano, accorgendosi di non potere sperare più d’essere veramente preso sul serio, cominciò però ad accorgersi anche che stava assistendo solo ai fiaschi che faceva nelle sue intenzioni, per cui ad un certo punto cominciò a ragionare così con Dio: “E’ un po’ ingiusto! D’accordo, sono stato io a rinunciare a tutto, e tu mi fai vedere d’averlo gradito, ogni giorno. Il contraccambio però non lo vedo mai: Lucy, graziata dall’anoressia, è via a Trento” Un giorno di maggio del 1997 ottenne un appuntamento con il professor Fazio, docente di Fisica che era stato anche uno dei professori di Benito. Stettero a parlare quasi due ore e il Professore rivelò ad Amodeo che aveva fatto un lavoro meraviglioso. Esso aveva una sola difficoltà: era troppo vasto. Era un nuovo sistema così completo e generale che avrebbe fatto fatica a far capire. Per riuscirci avrebbe dovuto spezzettare tutti gli argomenti e porli all’attenzione uno dopo l’altro. Per carità: non provasse a presentare tutto assieme che avrebbe solo generato un impatto assolutamente negativo
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trovando l’assoluta impreparazione del mondo scientifico ad accogliere questo nuovo quadro di riferimento. Parole, come si comprende, molto lusinghiere. Se si aggiunge che Fazio aveva dichiarato ad Amodeo che era disposto senza alcun dubbio ad aiutarlo, si comprende come quest’importante professore della Facoltà di Fisica di Milano aveva capito bene. Benito, sentito che il fratello sarebbe andato a presentare il suo lavoro al suo professore d’una volta, si era messo probabilmente le mani tra i capelli. Fu veramente stupito quando Romano gli raccontò come fosse andata e quanti elogi e complimenti avesse ricevuto da quel professore di cui conosceva la severità. Allora, per la prima volta, cercò d’andare un poco più a fondo, nell’osservare il lavoro del fratello, perché gli chiese di portare anche a lui quanto aveva dato al professore. Fu Benito che cercò d’istruire l’illustrazione del nuovo metodo di calcolo inventato dal fratello. E Amodeo portò a Fazio quanto redatto da Benito. Il suo vecchio professore fece tutta una serie d’appunti, e Romano cercò di svilupparli. Ma era difficile ed estremamente complesso. Quanto richiesto da Fazio, di spezzettare gli argomenti, era reso impossibile dal fatto che la costruzione tutta nuova di Amodeo si puntellava tutta nel suo insieme, si autogiustificava. Quando un sistema è complessivo, ogni singola parte non sta in piedi da sola. È come pretendere che stia in piedi solo un pezzo d’un arco che è sorretto solo quando c’è tutta la volta. Nel bel mezzo di queste cose s’inserì nuovamente un problema di cuore, di sentimenti e Romano, avendo deciso di dover mettere chilometri tra lui e Paola Vecchi, partì di nuovo per il Sud dell’Italia, sospendendo, alla metà di giugno del 1997, i lavori con il Professor Fazio e non riuscendo più a riprenderli al suo ritorno. Il docente non rispose più ai suoi appelli, alle sue chiamate. Romano si rese conto che anche questo comportamento era divenuto incomprensibile, per un assoluto voltafaccia senza nessuna spiegazione. Non riuscì più, per quanto ci avesse provato, a mettersi in contatto con quel professore.
Capitolo 47 Giugno 1997. Fu per Paola Vecchi che Amodeo, un giorno alla metà del giugno 1997, abbastanza addolorato, prese in macchina con sé sua madre e partì per il Sud. Viaggiò fino a Vasto, andò a trovare i suoi amici Anna Albani e Lino Raspa che da due anni si erano trasferiti lì da Milano. I due amici, saputo che voleva restare un po’ via da Milano, gli proposero un villaggio di Bungalow sul mare. Era ancora chiuso, ma fecero uno strappo e dettero un ricovero a Romano e sua madre. Nella camera c’era un letto a castello ed egli si mise in alto. La mamma, mentre egli era lì sopra, si alzò e, rigida come un pezzo di legno, perse l’equilibrio e cadde di schiena per terra, rischiando d’urtare la nuca contro lo spigolo d’una sedia. Ancora una volta la Provvidenza impedì che si facesse male. Al mattino, per assicurarsi che la mamma non si allontanasse mentre egli andava a fare la spesa, cercò delle tavole e le legò alle quattro piantane del letto, in modo da creare un recinto da cui non potere uscire. Uscì, si allontanò solo un attimo, senza chiudere l’uscio. Quando tornò dopo dieci minuti, sua madre vagava seminuda sul bordo della scogliera. Era riuscita chissà come ad uscire dal suo box e dal bungalow. La ricondusse all’interno, le diede una zuppa di latte e biscotti, quelli frolli che vi si scioglievano dentro, la rivestì e la portò con sé a Vasto, non fidandosi più a lasciarla da sola. Si assentò un attimo per entrare nel supermarket e la lasciò in macchina. Poi si mossero. Aveva percorso nemmeno mezzo chilometro che Mariannina gli s’inclinò addosso. La guardò, si atterrì: aveva gli occhi aperti e incoscienti, strabuzzati, la bocca aperta e il corpo afflosciato, da persona svenuta. Fermò la macchina e, reggendo il suo corpo morto, afferrò il suo capo, lo chinò in avanti e lei vomitò quel latte che le aveva provocato una improvvisa congestione. Tornò al Bungalow; lei non si reggeva in piedi. Dovette prenderla in braccio. I proprietari di quel luogo di villeggiatura che avevano fatto uno strappo, in giugno, perché la loro licenza partiva con il luglio, lo videro e lo seguirono. Quando videro il recinto protettivo realizzato sul letto basso, s’impressionarono e dichiararono che non gli stava più bene che restassero lì. Gl’intimarono d’andar via, gli resero il denaro già accettato. Amodeo cercò d’opporsi, proprio facendo notare il momento di fatica patito dall’anziana sua madre, ma fu più forte in loro la paura che lei morisse lì che le stesse minacce di Romano che li avvertiva che se sua madre fosse stata male, dopo d’essere stata cacciata in quel modo, sarebbe stato ancor peggio. Telefonò ai suoi amici e li avvertì che si sarebbero mossi da Vasto. Amodeo vide che sua madre si era ripresa, e cercò un alloggio che le consentisse una visita medica e soprattutto il riposo, affinché si riprendesse da quell’episodio acuto che aveva rischiato di farla morire. Trovò posto in un albergo. Per quanto sua madre si reggesse sulla gambe, compiva passetti lenti e malfermi, tanto che si decise a prenderla in braccio. Con lei così entrò nell’albergo domandò ospitalità e che fosse mandata loro la guardia medica. In quel luogo furono gentilissimi; il dottore arrivò in nemmeno mezz’ora d’attesa e la visita confortò
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in pieno Romano. La pressione era giusta, il cuore pure, pativa solo una gran fatica indotta certamente dalla crisi avuta al mattino. Stesse tranquilla lì un paio di giorni e poi, se fosse occorso, il dottore sarebbe ripassato. Non ci fu bisogno. Assumendo yogurt e omogeneizzati di carne, i cibi più digeribili per lei, si riprese, iniziò a camminare normalmente e Amodeo tirò un gran respiro di sollievo: il peggio era passato. Non era venuto al Sud per fare una passeggiata. Se avesse trovato le condizioni opportune, vi sarebbe rimasto. Tutto questo viaggio era stato fatto in base ad un cieco affidamento alla Provvidenza. Aveva un milione, e non sarebbe bastato a far nulla. Era andato allora a Campione d’Italia, con sua madre e, lasciatola in macchina per un breve attimo, dopo avere accuratamente chiuso il veicolo in modo che non uscisse, s’era affidato interamente alla sorte. Entrato, puntò il milione sulla prima terzina e divennero tre milioni; lasciò i tre sullo stesso posto e divennero nove. Con questa cifra aveva potuto arrischiarsi a partire per il sud. Attraversò l’Appennino. Passò per Bonefro e fece visita a Michele, con il quale alla fine si era riappacificato. Proseguì per Salerno andando dalla zia Emilia. Lei fu molto contenta d’avere un poco con se la sorella. Romano descrisse tutti gli accorgimenti che doveva fare per evitare che lei si facesse male, e sembrarono esagerazioni. L’indomani domandò alla zia se poteva assentarsi, voleva andare nei paraggi in cerca d’una sistemazione che gli permettesse di restare al sud. Lei ne fu contenta; ma quando Amodeo tornò intorno alle 4, trovò tutti in gran fermento. Sua zia iniziò a lamentarsi con lui, perché Mariannina aveva letteralmente dato i numeri e si erano atterriti tutti. Quando la mamma vide suo figlio, tornò ad essere la persona serena che era stata vista da sua sorella il giorno prima e restarono, cenarono, andarono a letto. Al mattino furono svegliati da Emilia: “Ve ne dovete andare, stanotte non siamo riusciti a chiudere occhio, Anna è entrata in corridoio e ha svegliato tutti.” Furono praticamente cacciati di casa, con le buone. Una cosa inaudita, giustificabile solo per la precoce vecchiaia d’Emilia, che cominciava a dare – Romano li vedeva – i primi segni di disturbo che riconosceva, avendoli visti nella madre.
cose che egli e la mamma ricevevano e i lavori fatti da lui. Mangiata la foglia, dette addio a quelle persone, che trovarono anche molto da lamentarsi per le macchie lasciate da Mariannina, che aveva allagato d’urina il materasso. Lei già portava i pannoloni, ma le davano fastidio e, con quelle mani che lavoravano sempre in modo disfattivo, quando più incombevano i suoi bisogni, tantopiù cercava di toglierseli. E spesso vi riusciva e – finalmente libera – bagnava lenzuola e infradiciava il materasso, fino a far passare l’acqua sotto il letto e sul pavimento. Giunti in Piazzale Cuoco, quando il suo stato era divenuto più grave, era stata visitata dall’USSL e riconosciuta invalida al 100%. Amodeo era ancora in attesa di ricevere il primo contributo per l’accompagnamento.
Si fermarono attorno a Capaccio, in un grande albergo che in quella stagione di giugno era ancora deserto. I proprietari si dimostrarono comprensivi verso loro due. Avevano saputo della versatilità di Amodeo, di come cercasse un modo per vivere al sud ed essi avevano bisogno d’una figura così. Gli proposero una collaborazione. Avevano nel cortile in fondo una palazzina incompleta di cui era stato costruito un solo piano e “Lei architetto – suggerirono – potrebbe edificare il secondo”. Per il momento avevano dei locali molto umidi; poteva rifare l’intonaco marcito? Romano era incerto se fermarsi in quel luogo. Poi vide, in una delle pareti dell’albergo, una nicchia all’altare della Madonna, e intuì di doversi fermare. Fu il momento buono perché Mariannina si rinfrancasse. Nell’ampio giardino lei poteva avere modo di camminare libera, quando voleva. C’era un prato che stavano zappando e lei si provò a sollevare una zappa divenuta troppo pesante per lei. Le era ritornata del tutto la sua salute e la sua debole forza. Quando si fu del tutto ripresa, dovettero venir via di lì. Perché Romano pretese di fare i conti dopo la prima settimana e vide come non ci fosse equilibrio tra la valutazione delle
I due, rimessisi in viaggio, percorsero pochi chilometri ancora più a sud e, chiedendo informazioni ad un bar lungo la strada, seppero che loro stessi avevano una casetta in riva al mare, che potevano affittargli a poco prezzo. Quello che era più interessante, era una costruzione iniziata e lasciata a mezzo, che egli avrebbe potuto finire e, se gl’interessava, acquistare pagandola poco a poco. Si fermarono in quella villa. Romano andò con sua madre a vedere il fabbricato lasciato a mezzo e vide che era sotto sequestro. S’informò e, essendo competente, capì che il sequestro poteva essere tolto, mettendo in regola il progetto edilizio e pagando una piccola multa. Quell’occasione, ancora una volta, gli era stata mandata dalla sorte e, volendo cogliere tutte le indicazioni che riceveva, decise nuovamente d’affidarvisi. Doveva andare però prima a Milano a sistemare qualcosa d’importante, e i titolari del bar proposero due persone della famiglia, che erano infermiere ed avevano esperienza degli anziani. Conosciutele, si fidò di mettere nelle loro mani sua madre, e in un giorno fu a Milano. Andò a fare un saluto a Paola Vecchi, tranquillizzandola per essere fuggito così all’improvviso da lei, ma le spiegò che non ne poteva più: doveva mettere chilometri tra di loro, perché il suo modo di trattarlo non gli piaceva. Aveva voluto essere per lei un padre, ma lei glielo aveva impedito, ponendolo al livello d’un amante che poi non lo era stato mai. Completò quello che doveva fare e ripartì subito nuovamente per il Sud. Per vera fortuna poté evitare un gravissimo incidente, alle porte di Roma e tornò così vivo e vegeto da sua madre. Nelle 24 ore di sua assenza tutto era stato normale. Trascorse tutto luglio in quel luogo e, giunto al momento di stabilire un accordo complessivo per la ristrutturazione di quella casa e il suo soggiorno alla villetta al mare, appena vide la stessa sperequazione tra il lavoro dato e quello ricevuto, che già avevano fatto a Capaccio, salutò con cortesia anche questi e lasciò perdere di nuovo ogni cosa: n’aveva abbastanza di doversi difendere; desiderava stare con gente che fosse onesta di per sé e non grazie ai controlli. Arrivarono allora ad Ascea. Trovarono una stanza, nel paese, che una famiglia affittava e quell’anno i soliti inquilini non erano potuti venire. Dato che l’agosto era già inoltrato e non avevano ancora affittato la stanzetta, concordarono un prezzo ridotto e gli Amodeo restarono lì. Seppe dal locale ufficio della Tecnocasa che c’era in vendita per pochissimo una casetta, a 100 metri dal paese, sulla strada. Lo vide, gl’interessò, ma fu tenuto in ballo per
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tutto il tempo, finché gli spiegarono che i proprietari erano troppe persone e non riuscivano ad accordarsi tra loro. Intanto aveva cominciato a fare lunghissime passeggiate con sua madre, sempre mano nella mano. Lei, respirando l’aria di casa sua, quell’atmosfera salsoiodica tipica degli ambienti marini, stava riacquistando vigore. Cominciarono ad andare in uno stabilimento, nel quale c’era anche un ristorante alla mano. Presto una delle ragazze che servivano ai tavoli lo notò, cominciò ad essere più gentile del normale, si mise a parlare con lui. In quei tempi, mentre sua madre riposava su una sdraio, il Nostro Paperino scriveva. Elaborava sempre i suoi sistemi filosofici poggiati sulle verità fondamentali della scienza. Quella ragazza – si chiamava Ketty – s’incuriosì; lei era vissuta fino all’anno prima a Roma, si sentiva che n’aveva ancora la cadenza. Ma era di quelle parti, d’un paesino poco lontano, Rutino. In breve nacque tra loro una simpatia, Amodeo vide in lei una persona che cercava di promuoversi, di crescere e tutte queste persona avevano sempre su di lui un fascino grandioso. Si accorse che stava, grazie a Ketty, mettendo a tacere il disturbo che sempre provava nel ricordare Paola. Una mattina si alzò con l’idea che dovesse tenere una conferenza in quel luogo. Era un luogo famoso, quello in cui era nata, duemila e seicento anni prima, la filosofia: l’antica Elea della scuola eleatica di Parmenide e Zenone. Era la scuola che affermava che a base d’ogni cosa c’era il suo essere, e a queste stesse conclusioni Romano era stato portato dalle meditazioni personali di tutta la sua vita. Concepì che in quel luogo potesse rinascere l’antica scuola eleatica; l’avrebbe chiamata Nuova Scuola Eleatica. Intendeva parlarne, in una conferenza e si recò all’agenzia della Tecnocasa a parlare con il responsabile. Non c’era, c’erano solo le due bellissime sue impiegate, con le quali era entrato in confidenza. Quando il capo giunse, Amodeo gli domandò a chi si dovesse rivolgere per organizzare tutto ciò. Si sentì annunciare che era la titolare della pro loco di Velia e si recò lì. Lei non c’era... Insomma! Aveva trascorso tutta la mattina girando a vuoto! All’improvviso decise d’andare a trascorrere il resto della giornata a Novi Velia, il paesino nel quale era Parroco Don Zennaro, il responsabile dell’archivio di Vallo che anni prima gli aveva permesso di fotocopiare tutto quello che aveva voluto. Don Zennaro era morto, lasciando le sorelle, una delle quali sposata con l’ing. Ugo Fabroni, e la figlia d’Ugo, una simpatica ragazza che quattro anni prima aveva mostrato molta simpatia per lui e tutte le sue idee. Andò allora a trovare Ugo e seppe da lui che era divenuto il segretario di tutte le pro loco del Cilento. La persona che doveva mettere in calendario le sue conferenze non era la titolare della Pro loco di Velia, ma era proprio lui. Romano, che cominciava ad osservare tutti gli strani segni della sua vita, concluse quella giornata esattamente nel segno dell’idea che alzandosi gli era balenata nel cervello. Il suo alter ego, la sua presenza negativa, che veniva dal futuro, gli aveva segnalato che a sera si sarebbe imbattuto in questa cosa, e l’io di qua, che sta ancora andando verso la morte, per non essere da meno, aveva assunto quell’indicazione trasmessa dal futuro come una sua idea fattiva, riferita al futuro. Questo convalidava le sue teorie, proprio quelle che erano l’oggetto delle conferenze che voleva fare in questo luogo.
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Il giorno dopo Romano fu nuovamente – egli e la madre, coppia sempre indivisibile – all’ufficio della Tecnocasa. Spiegò alla bella Maria Cristina, cui aveva fatto il ritratto, la stranezza di quanto gli era successo il giorno prima e di com’egli volesse, se ci riusciva, riaprire l’antica scuola eleatica di Filosofia. La ragazza gli rivelò che suo zio aveva una villetta sul mare collocata proprio sotto la rupe d’Elea antica. Erano due villette e lei, con la sua famiglia, abitava in una delle due, mentre le risultava che l’altra stavano cercando d’affittarla, ma erano incerti se farlo per tutto l’anno o solo per il periodo estivo. Lo accompagnò a vederla. Era una costruzione ad un solo piano fuori terra, collocata a solo 100 metri dal mare sabbioso di Velia, il nuovo nome dell’antica Elea. Solo il prezzo era un po’ alto, ma quella costruzione poteva divenire anche benissimo la sede della nuova Scuola Eleatica di Filosofia della fisica, ossia d’Epistemologia che vi avrebbe fondato. Nello stesso tempo il suo amico Ugo, di Novi Velia, gli propose un appartamento alle porte di Vallo della Lucania. Ma anche di costituire con lui una società, perché egli aveva modo di ricevere molti incarichi e poi bisognava che qualcuno facesse i progetti. Stando tranquillo in quella casa, assieme a sua madre, avrebbe potuto eseguire la progettazione, mettere le firme, ed egli, Ugo, avrebbe provveduto alle varie esecuzioni, essendo ingegnere. La cosa avrebbe potuto funzionare, ma solo se Amodeo avesse avuto un aiuto. In quel momento gli premeva di coinvolgere quella ragazza della trattoria, che sempre gli sembrava fargli le fusa, sempre più seguirlo con interesse, attratta da lui anche per com’egli era: un uomo di 59 anni, ma al quale n’aveva dati non più di 40, fino a quando non aveva appreso, molto sorpresa, la sua età. Ciò in quanto Romano, pur nelle sue tribolazioni, sembrava miracolosamente protetto dall’invecchiamento. Aveva ancora tutti i capelli castani, mentre suo fratello Benito, nonostante i suoi tre anni in meno, li aveva già abbondantemente brizzolati. Una volta, era andato dal medico dell’assicurazione per un esame globale e quello quasi non stava nella pelle – come se si trattasse di lui – nel vedere come fosse ben conservato quest’Amodeo: la sua età fisiologica era d’almeno 15 anni minore di quella cronologica. Romano propose a Ketty di diventare la sua assistente. Bisognò andare dal padre, a Rutino, e ci andò. Al padre Amodeo più che un uomo di cultura e di scienza parve un esaltato, perché aveva iniziato a parlargli di resurrezione dopo la morte e d’altre baggianate di questo tipo; così sconsigliò la figlia d’azzardarsi in quell’avventura. Anche il bagnino dello stabilimento sconsigliò Ketty e – quello che fu forse più incisivo – anche il figlio del proprietario; entrambi si decisero a farsi avanti con lei. Il risultato fu che quella ragazza, di punto in bianco, fu tolta di mezzo, non si vide più e non si seppe che fine avesse fatto: forse se n’era tornata a Roma. Stava ad Amodeo, adesso, di decidersi. Poteva scegliere d’insediarsi a Vallo della Lucania, per esercitare la sua professione, ma non poteva contare sulla presenza e l’aiuto di quella splendida Ketty che soprattutto si prendesse cura di sua mamma quando egli avrebbe
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dovuto lavorare… e poi chissà?!… Oppure poteva insediarsi sotto la rocca dell’antica Elea, a 100 metri dal mare, per una full immersion nella natura, nella storia antica e nella filosofia.
milione di miliardi di volte un possibile parente. Ossia che ci sarebbero così tante linee diverse di comunicazione per arrivare alla famiglia di Parmenide. Come potrebbe questa famiglia non essere antenata, non solo d’Amodeo, ma di chiunque? Si può arrivare addirittura a presumere che tutti i geni di Parmenide sono rappresentati in ciascuno di noi che discende da ciascuno di tutti loro. Questo “mucchio” è la Comunione dei Santi, è quel livello antico che ad un certo punto accomuna, veramente tutti in uno, sotto il profilo dell’esistere in potenza. Il difficile da capire è come arrivarci realmente: ritornando all’indietro realmente, appena varcato il punto della morte
L’alternativa, nel Nord dell’Italia, poteva essere Saronno, in provincia di Varese. Qui Barbara Baratta, la sua cugina ed aiutante tra gli anni 1986-89 e Gigi Flocco avevano quote di proprietà in una società che possedeva, nel cortile d’una cascina di Cassina Ferrara, estrema periferia della città, due stanze senza servizi, situate distanti tra loro, ed un magazzino ricavato nel fienile della vecchia cascina. Un giorno lo avevano chiamato e gli avevano proposto d’abitare lì, gratis. Bastava che egli migliorasse un poco la sistemazione di quei locali che, al momento, non avendo i servizi, non erano assolutamente abitabili. Romano aveva accolto l’offerta di Barbara con molta gioia. Ricordava quanto s’erano aiutati, a partire da un qualcosa che i due cugini avevano in comune (erano nati entrambi il 25 gennaio, seppure a decenni di distanza tra loro) ma anche da vedute molto distanti tra loro, che si poggiavano su una caratteristica unica, che apparteneva ad entrambi e che non dava adito a molte possibilità d’intendersi: la cocciutaggine. Barbara era stata lieta di potere offrire a sua zia Anna l’ospitalità che aveva avuto in casa sua, quand’era ancora ragazza. Neanche a farla apposta – ma esiste il destino, o meglio la Provvidenza, non c’è assolutamente da dubitarne! – il padre di Maria Cristina lavorava nella zona del Saronnese e cercava un monolocale che non costasse le 800.000 lire al mese che egli già spendeva. Una delle due stanze di quella proprietà in Cassina Ferrara poteva andare benissimo per i bisogni del padre. Allora fu raggiunto un accordo che, se l’affitto della casa al mare fosse stato ritoccato, fino a rientrare nelle possibilità di Romano, che non voleva spendere più delle 900.000 lire al mese che spendeva già a Milano, la cosa si poteva fare. I due fratelli s’intesero tra loro e conclusero che, anche per loro, si poteva fare. Ma occorreva, nel frattempo, che quella stanza a Cassina, così com’era stata descritta, contenesse almeno un cucinotto e il bagno, cosa ritenuta possibile da Amodeo. Fu così che Romano prese la sua decisione: si sarebbe momentaneamente trasferito a Saronno, avrebbe sistemato le cose, e poi avrebbe lasciato definitivamente il Nord per ritornare là dove erano certamente vissuti tutti i suoi antenati, quelli antichi, proprio dei tempi d’Elea. Tutti gli abitanti di quei luoghi erano suoi antenati, non poteva essere che così ed ora era come se lo reclamassero. Ora tante affermazioni di Romano Amodeo sembrano insensate… Come fa a sostenere di discendere, se non proprio da Parmenide, almeno dal suo ceppo? Lo dice in base a questo semplice calcolo: ogni secolo ci sono tre generazioni, nonno, padre e nipote. Nei 26 secoli di distanza dai nostri giorni, rispetto al IV secolo avanti Cristo in cui visse Parmenide, il calcolo 26×3=78 quantifica 78 generazioni. Ora ogni 10 generazioni, partendo da 1, il numero degli antenati diventa 1.024, come possibile vedere: 2, 4, 8, 16, 32, 64, 128, 256, 512, 1.024 Allora 78:10=7,8 indica che occorre passare di mille in mille per 7,8 volte. In 78 generazioni della vita, 1 persona discende da 1.000.000.000.000.000.000.000.000 antenati. Il numero significa un milione di miliardi di miliardi d’antenati. Tanti dovrebbero essere gli antenati se le linee generazionali non si fossero mai intersecate. In quel tempo, ammesso pure che abitassero 1 miliardo di persone – cosa sproporzionatissima – ciascuna d’esse sarebbe un
Alla fine, proprio quando il Nostro Paperino era andato al Sud per restarvi, le cose si misero – proprio al Sud – in modo che Romano tornasse al Nord e scegliesse Saronno. Ma sarà la storia che si ripete, perfino noiosa. Come nel 51 Amodeo sarebbe partito dal Sud per arrivare in Via Larga e ricevere la fondamentale lezione della sua vita, così nel 1987 sarebbe partito dal Sud per andare ad abitare nuovamente in Via Larga e fare una esperienza altrettanto fondamentale. Entrambe sotto l’egida della mortificazione, una esperienza che però non è qualcosa che dà la morte, ma – tutto al contrario – qualcosa che parte proprio da lì, dalla morte, per dare addirittura la vita eterna e la gloria, così in cielo come in terra. Come Amodeo uscì da Via Colletta portando con se 4 gatti trovatelli, così uscì da Piazzale Cuoco portando con se Tigre, un cane trovatello, un cucciolo di 10 mesi. Anche Tigre gli venne come lo stesso augurio d’una vita che sempre si ripropone anche quando si smantella ogni cosa della vecchia… anzi di Vecchi, di Paola, la causa intima del suo allontanamento da piazzale Cuoco. Era tornato, infatti, da poco e stava facendo i preparativi per trasferirsi a Saronno, quando Paola gli telefonò per un favore: “Abbiamo trovato un cucciolo in strada, io ho già un cane, lo tieni tu per la notte? A quest’ora il canile è chiuso. Lo porterai tu là domani. Puoi?” Andò a prendersi il “cucciolo”: aveva pochi mesi ma era un cane di grossa taglia già interamente sviluppato. Gli fu messo un guinzaglio da Patrizia, la portinaia delle case in cui Paola abitava, e Tigre lo seguì docilmente fino al settimo piano e si accucciò sulla moquette, ai piedi di Mariannina. Più tardi Paola lo invitò a portare un po’ a spasso il cucciolo; avrebbe condotto lei anche il suo e sarebbero andati nei prati li vicino. Quando si ritrovarono là, suggerì a Romano di togliergli il guinzaglio: lì, era sotto controllo. Il cucciolo cominciò ad avvicinarsi agli altri cani e successe una cosa strana: ogni volta che un cane adulto lo molestava, Tigre correva a difendersi mettendosi dietro Amodeo. Il suo istinto gli diceva già con molta chiarezza che egli sarebbe stato sicuramente il suo protettore. Romano si lasciò commuovere da questi chiari segni di riconoscimento che stava avendo da quell’animale. La mattina andò al canile senza di lui e spiegò che aveva trovato un cane “così e così” e che se il padrone lo avesse cercato gli fosse detto che il cane era da lui. Quel cucciolo
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doveva avere un padrone, essendo ben educato al contegno da tenere in una casa. Non voleva lasciarlo nel canile per non traumatizzarlo. Gli risposero che non doveva fare così. Doveva portare là il cane e lo avrebbero visitato, tatuato nell’orecchio e tenuto in custodia. Se il padrone non lo avesse reclamato entro 10 giorni sarebbe stato a disposizione di chi lo volesse. Egli, se lo voleva, poteva prenotarsi e sarebbe stato senza dubbio assegnato a lui. Fece così. Cinque giorni dopo andò a vedere se il padrone lo aveva prelevato e vide che il cane era ancora nel suo box. Ma il cane si era accorto, ancor prima che arrivasse, che egli stava per giungere, tanto che gli fece una gran festa appena gli apparve da lontano, oltre la rete di protezione del box in cui era rinchiuso. Tigre adottò Romano per suo Padrone e Signore e gli dette tutta la comprensione che gli uomini più non gli davano, in modo evidentissimo, se n’era accorto, da quando aveva fatto quel voto a Dio perché salvasse Lucy. Seguitava però, e già da un po’ di tempo, ad osservare questo, a Dio, nelle sue preghiere: “Non mi sembra che ci sia molta giustizia! Vedo l’incomprensione per me ogni giorno, ma non posso vedere ciò che io ho chiesto in cambio: Lucy, graziata dall’anoressia, è via a Trento”
Il locale era stato tramezzato con l’armadio, messo per traverso, in modo da avere uno spazio di servizio ai due lati della porta: uno nel quale era il lavandino, l’altro un localino, il futuro gabinetto, che divenne la cuccia di Tigre. Subito Romano decise che doveva rinunciare ad uno dei due lati del letto, affiancandolo tutto contro il lato della finestra, dalla parte dove dormiva la mamma, in modo che, se avesse tentato d’alzarsi, sarebbe dovuta passare sul suo corpo. Non avendo ancora il telefono, Giancarla, che mal tollerava di restare senza sue notizie, gli regalò un telefonino a ricarica, vista la cattiva volontà di lui ad attrezzarsi in quel modo. A Romano era restata dentro un’avversione intima per l’invadenza di quanto consentito dalla Sip e poi della Telecom, che gli aveva disturbato molti tratti della vita, sempre con grane e problemi da risolvere, spesso dalla soluzione a dir poco ardua. Un telefonino l’avrebbe reso sempre reperibile e questa sensazione gli impediva quel minimo di indipendenza che sentiva di avere quando era lontano dalla postazione fissa delle linee telefoniche. Accettò il dono della moglie e lo usò. La cosa buona fu, in quest’ultima sua residenza in Via Larga 12, a Saronno, che ora aveva quasi di fronte la Chiesa e, di fianco al suo ingresso, una nicchia con la statua della Madonna. Romano cominciò a frequentare assiduamente la Chiesa, e cominciò a partecipare alle catechesi. In una di queste, Maria Rosa Cogliati, che dettava i canti in Chiesa, alla domenica, nella messa del pomeriggio, e che lo aveva sentito cantare, l’invitò ad aggiungersi ai membri de Coro della Chiesa. Era stato sempre un solista, ma perché no in un Coro? Acconsentì. Gli fu spiegato come dovesse recarsi a poca distanza da lì, sempre in Via Larga, dove c’era la Scuola Materna. Ma ci sarebbero andati insieme, si dettero appuntamento per il lunedì successivo, davanti alla Chiesa.
Nel settembre del 1997 Sabato ebbe cura d’assistere Mariannina, mentre Amodeo cominciò ai primi di settembre del 1997, il suo trasloco, fatto in cinque o sei viaggi d’un furgone condotto da un privato che abitava in vicinanza di Piazzale Cuoco. L’ultimo spostamento trasportò anche Anna e Sabato. Giunsero di sera, sul finire di settembre 1997. Tentarono d’introdurre un letto che aveva il cassero in legno, passando per la strettoia che immetteva nella stanza al primo piano e il letto s’incastrò nello spazio angusto davanti alla porta. Tentarono spingendo e dando colpi. Accorse chi abitava al piano di sotto, molto anziano, magro, iniziò a lamentarsi che era stato rotto il suo muro. Sceso al piano di sotto, Romano fu assalito dalla scortesia d’una signora sulla sessantina, che iniziò ad urlare contro di lui. Perse le staffe e, quasi naso contro naso iniziò a protestare anch’egli che “Sì, chiamassero la polizia…” non aveva di che aver paura di loro. Questa fu l’accoglienza al primo ingresso nella casa di Via Larga, al numero 12, di Saronno, località Cassina Ferrara. Romano, Anna e Tigre si sistemarono al piano terra, nel locale più piccolo: in tutto 17 metri quadri, un lavandino con l’acqua corrente ma senza lo scarico, con al suo posto un secchio, poi da svuotare a mano. Il servizio era all’esterno, a 20 metri di distanza, davanti al magazzino. Compresero, pochi giorni dopo, che neppure quello aveva lo scarico, perché il pozzo perdente, dopo una nevicata e l’eccessivo ammollo del terreno, era crollato e i proprietari avevano preferito interrarlo. Prima di spostarsi là, Amodeo aveva dato una sommaria sistemazione a questo locale, così la prima notte non fu il disastro che era stata quella del trasloco in piazzale Cuoco, quando Anna aveva rischiato d’essere schiacciata dai mobili, essendosi infilata nel locale sbagliato. Non c’era molto da sistemare in 17 metri quadrati. Collocato il famoso letto grande contro la parete, restava appena lo spazio per passare da un lato e da una parte e, ai piedi del letto uno stretto passaggio tra il letto e il tavolo.
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300 indica tutto il volume della terna, moltiplicato per il fronte assoluto 100, mentre 80 è tutto il volume complesso, spostatosi interamente di 10, ossia quanto l’intero ciclo. Il 7 aggiuntivo indica la libertà del volume 3, nel ciclo 10. Pertanto questo numero significa esattamente la libertà acquisita dal volume. In questa pagina tale libertà apre al Paradiso la vita di Romano, rivelando la perfetta corrispondenza con il significato del numero.
Il Paradiso terrestre ed il Coro di chi canta per Gesù
Dopo i 25 anni e mezzo, nella vita rinata nel sociale a 33 anni.
8 anni di Paradiso per Romano! Bisogna insegnarlo con una via melodica: l’addita una già sposa di Cristo, Maestra di bimbi e Cori della Chiesa; lo insegna la Nuova Scuola Italica, maestra nella filosofia della fisica. Ecco: questa è la via nuova per tutti! La reclama il Papa con un’Enciclica e, per Romano, sarà la Gloria del suo personale Calvario!
Capitolo 48 Il 19.10.1997 (la cui somma sintetica è 1), entrò nel Coro di Cassina Ferrara e non immaginava che cosa avesse preparato per lui la Provvidenza che sempre aveva ringraziato, qualunque cosa gli mandasse: l’inizio del suo potenziale Paradiso, degno 1. La pagina 388 dista 12 da 400, ed indica la via Larga 12, i suoi anni di preparazione universitaria, come i singoli apostoli della sua Laurea. 388 è tutto il tragitto in un centuplo quaggiù (la sezione 102 del flusso ciclico) che esista sulle 3 D dello spazio oltre la D 1 del tempo. Ciò a prova che le pagine di questo libro, anche se in apparenza stabilite dal caso, non lo sono e sono un codice nel codice stabilito solo dallo Spirito Santo. Romano andò a presentarsi dalla direttrice del Coro, una donna avvenente, dall’apparente età di 35 anni, castano biondo, con una frangetta. Quando seppe che si chiamava Maria Teresa, chiese a se stesso: “Ancora?” e fu una vera premonizione, perché se l’ultima MT gli aveva scombussolato la vita, irretendolo in una enorme quantità di questioni terra-terra, questa seconda donna, con lo stesso nome e il volto vagamente assomigliante a quello della mamma di Maria Teresa Mazzola, ma anche di sua moglie Giancarla Scaglioni, lo avrebbe appassionato, nell’anima, al punto da aprirlo finalmente al Paradiso della vita, in armonia con tutti: lo avrebbe introdotto nel Coro di una celeste e divina melodia, finalizzata tutta alla liturgia della Chiesa Cattolica di Gesù. Lei gli domandò quale fosse la sua voce e Amodeo rispose d’ignorarlo, allora lei partì da una nota, a metà della tastiera dell’organo elettrico, e l’invitò a seguirla. Scese, sempre più, verso le note basse, finché lei si ritenne soddisfatta e decretò: “Basso!” Così Amodeo seppe d’essere quello. Si stupì, non lo avrebbe mai creduto, perché solitamente egli cantava al di sopra di quella che era la nota suonata per prima dalla maestra… Non lo capirà, ma questa Maestra avrebbe cercato di tenerlo in basso, in tutti i modi, affinché poi fosse alzato. Le prove c’erano ogni lunedì e si stava preparando la celebrazione del Natale. Romano fu aiutato soprattutto da Sergio Ventura, un basso dalla voce sicura che gl’insegnò le parti, facendosi seguire… e il nome era quello giusto per un servigio volto al futuro. Romano non era abituato alla contemporanea partecipazione di tutte le voci e delle differenti linee melodiche, spesso si faceva portar fuori; l’aiuto datogli fu prezioso. Ogni giorno portava a spasso sua madre, facendole fare il giro dell’isolato, lungo circa un chilometro; un giro che ripeteva talora anche due volte. Poi doveva portare a fare i suoi bisogni anche Tigre. Tigre era esattamente come lui: si avventava sulle persone per leccarle e le spaventava tutte. Ma il colpevole in Romano, era l’impulsivo San Romano, un soldato dello Spirito Santo che decideva immediatamente di schierarsi e contrapporsi a fin di bene. Il resto del tempo Amodeo cominciò a trascorrerlo al computer, come già faceva a Milano, redigendo con lo stesso impeto le sue solite relazioni, che limava, correggeva, integrava, divenivano enormi, troppo enormi (e qui spingeva San Antonio il colto). Passava allora a farne una sintesi nuova, scarna, e ci riusciva (grazie a San Paolo); ma poi cominciava a riguardare anche quella, ad espanderla, approfondirla e diveniva una avanzata versione della precedente. Attraverso questo sistema corresse gli eccessi di slancio
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e avventatezza. Con questo modo così caotico d’operare, infatti, Amodeo le stava veramente provando tutte, perché ogni volta che assumeva una linea e poi la sviluppava, essa era seguita da un secondo ciclo, in cui la partenza era già più precisa, essendo la sintesi di tutto il primo sviluppo. In tale modo, ciberneticamente, ossia sbagliando e correggendosi da solo, stava centrando, sempre più, il suo risultato specifico: erano i numeri, le dimensioni della realtà e il suo assetto attraverso le quantità, concepite poi come qualità e costanti fisiche dalla mente umana. In questa pagina, mancano 11 numeri a pagina 400 e Amodeo apre al 1011 della Nuova Scuola Italica, scrivendo, nella nota 128, che il 1012 era...
Amodeo sostiene invece che non si è fatto da sé! Afferma che a questa conclusione è stato portato come il Paperino del cartone animato, disegnato da Walt Disney. Questo Creatore è quel Criterio Assoluto, che si esprime per numeri dimensionali, cui vengono conferiti concetti quantitativi e qualitativi dalla mente umana. Amodeo si riconosce in un progetto di sviluppo e costruzione della sua personale apparente capacità, gestito in modo meraviglioso, da una Provvidenza che lo ha a poco a poco fortificato, sempre a livelli più alti, fino a quelli sublimi (posti al di sopra dei limiti delle apparenze) dei valori assoluti. Affinché ripartisse, ogni volta, dal livello più alto raggiunto, la Provvidenza che è presente in questo Assoluto Criterio, chiamato Dio, lo ha stroncato ai vari livelli, consentendogli nuovi sviluppi, dalle basi raggiunte prima e senza il rispetto per i risultati acquisiti precedentemente, secondo ottiche che erano solo propedeutiche. La scuola ha ostacolato e fortificato questo metodo, perché ha sempre tentato d’inserire il programma di uno studio preordinato, ai vari livelli d’età 129. Ebbene, vedete come a 10 pagine dalle totali 400, Amodeo ha iniziato a parlare del Criterio Assoluto in atto, che è quello del conteggio spazio-temporale poggiato sul numero 10, radice quadra del centuplo quaggiù di Gesù. Amodeo doveva volare alto, altissimo e dunque doveva restare sempre più solo, ma non senza niente: con l’amore vivo nel suo cuore, sempre per più persone, fino poi ad appassionarsi a tutte; e con la ragione, del suo pensiero filosofico e religioso. Passionalità e razionalità, fuse in una perfetta e simbiotica armonia.
Avrebbe dovuto cominciare a ristrutturare i locali, perché l’intenzione era quella d’andare al sud, a fondare ai piedi dell’antica Elea, la Nuova Scuola Eleatica. Ma si accorse che, strada facendo, sul filone iniziale della realtà presente come essere, si era sempre più inserito il significativo apporto dei numeri, già stimato da Pitagora come l’essenza della realtà. Capì allora che egli stava mettendo insieme e fondendo tra loro le idea-forza di quelle due scuole, arrivando non solo a sostenere, ma a dimostrare che la realtà era un modo di essere (un Criterio Assoluto), che si estrinsecava per quantità definite, e quindi secondo i numeri che le conteggiavano. Dunque decise che la sua non sarebbe stata una Nuova versione della sola scuola d’Elea, ma anche della Scuola Italica, quella fondata a Crotone da Pitagora, intorno al VI secolo avanti Cristo. Così, essendo Elea in Italia, il nome esatto era Nuova Scuola Italica, N.S.I.. Ci sarebbe stata una importante componente in più, rispetto al mixaggio di quelle due filosofie: il Vangelo di Gesù, il cui Dio era la prima espressione, assoluta, d’una regola generale (un Criterio Assoluto), poggiata sui numeri 1 e 3, dell’unità, il volume, ottenuto tramite la perfetta combinazione dei suoi tre lati componenti. In un tale rapporto, intimo e reale, da dare per risultante, il 3×3=9, tutto il movimento lineare dell’unità, quando essa esiste nel ciclo immediatamente superiore, della decina. Chi affronta per la prima volta questa lettura, ha l’impressione, netta, che Amodeo stia dando i numeri, con una estrema leggerezza. 128 Non è così. Questo risultato è il frutto di tutta la sua preparazione, ed è stata necessaria una vita. Una vita perché sembri che questo personaggio dal nome di Romano Amodeo, si sia fatto nella piena libertà dei suoi mezzi. 128. Il Dio d’Amodeo, l’idea forza su cui tutta la natura è assettata, secondo la progressione lineare del tempo, è la quantità 1010, essendoci in tutto 10 linee di tale sviluppo. Il quantitativo totale, espresso in linea, è così 10×1010=1011. Ciò è quanto risulta. Però, poiché la presenza era un fronte istantaneo in avanzamento nel tempo, la quantità assoluta presente era 1012 e questo la diceva molto lunga sui 12 lati che chiudono un cubo o sui 12 apostoli che Gesù si scelse per concludere il suo vangelo… ma anche sui 12 anni di università che erano serviti a lui, invece dei 5 necessari a tutti. Egli era stato ostacolato dal suo interesse per gli altri problemi che entravano nella vita e si imponevano per quello che valevano. Il risultato, di tutta la sua esperienza, aveva così ora portato alla sua scuola: il frutto della sua preparazione e delle sue esperienze per periodi interi (10 anni) belle e brutte, in cui all’iniziale ideale di una famiglia beata era subentrato prima quello, limitato, di una azienda beata, per finalizzarsi come ora: una beatitudine da offrire a tutti gli uomini e poggiata sui doni dello Spirito Santo.
129. Fino alla media Amodeo ha avuto i suoi risultati, con i suoi mezzi. Il disastro del tempo di Via Larga, ha stroncato questo risultato. Amodeo non è ripartito da zero, ma dalla convinzione raggiunta, all’età della terza media, che con i suoi mezzi ce la faceva. È cominciato così questo terzo momento di sviluppo. L’ideale è divenuto il maestro, per l’aggressione fatta, contro la sua ricerca libera, dai maestri di una cultura preordinata. In questa fase Amodeo ha sviluppato gradualmente la sua libera capacità, sempre secondo i suoi metodi ed i suoi tempi, d’affiancare ad uno ad uno tutti questi maestri della cultura prefabbricata. Per compiere quest’opera ha impiegato tutto il tempo dai 13 ai 33 anni. È stata un’operazione niente affatto lineare: doveva smantellare molti tabù, derivanti dal fascino, eccezionale, dei maestri, per la sua mente. Il suo servizio Militare è stato il primo momento di grande smantellamento, del perbenismo e del rispetto delle regole insegnate a lui dai suoi genitori. A questa fase di raggiungimento della convinzione dei propri mezzi, è seguito il collaudo sul campo. Così Amodeo ha osservato una grande contraddizione, nel campo della conoscenza: l’uomo non è libero; eppure all’uomo tutto è possibile. Ha scoperto che il mondo è retto da un Criterio unificante, che opera in tutti i campi e regola ogni sviluppo che appaia nel tempo. Lo ha riconosciuto come Dio. Si è accorto come Gesù abbia espresso alla perfezione questo Criterio, nel campo della morale, ed ha cercata di seguirla, accettando finalmente un Maestro vero. Il resto è venuto da sé, attraverso le mortificazioni, lo stesso sistema imposto a Gesù da Dio, attraverso una vita che derivi dalla morte. Proprio Amodeo, costruito come strenuo difensore del suo io libero, contro ogni maestro, orientata la sua libertà, bene allenata in tutta la sua vita di lotta contro i maestri pieni di limiti, è stato così reso lo strumento ideale per spiegare la verità di Gesù all’uomo.
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In questo disegno, comincia, proprio a Saronno e in Via Larga, l’ultima mortificazione che Romano Amodeo deve avere, prima dell’assoluta glorificazione del suo personaggio, senza valore, ma messo là, dalla stupefacente Provvidenza di Dio, che è in grado, d’elevare a genio, persino una vera nullità (come Amodeo ben sa d’essere) per servire al suo prossimo. Una persona lo mortificherà in questo modo e lo salverà in assoluto, senza fare mai niente volontariamente in positivo per lui, ma solo in negativo. È Maria Teresa Legnani, la Maestra del Coro, la sua nuova MT, quella «Celeste amica» dello svincolo e della salvezza. Bene, a pag. 391, a 9 da 400, adesso si scrive di chi lo salverà in assoluto. Notatelo: questo 9 è c2, il quadrato della velocità assoluta della luce, è un fronte 3×3 corrispondente all’assoluta presenza, nel 400. Dovrete pazientare, cari lettori, perché sarà un tormentone, una passione in tutti i sensi, sia nel gradire, sia nel patire. La chiamerà in vario modo: «Occhi verdi» e «Smeraldy» (per i suoi occhi stupendi color verde smeraldo), «Cicciobella» (quando farà il bellimbusto), «Celeste amica» e MT la «Celeste» (per come se la sentirà sempre nell’anima) e «Peperina» (per come se la sentirà sempre piccante nella minestra) 130.
Maria Teresa la «Celeste» divenne il sublime tormentone, aggiornato, del Romano che abitò nuovamente in via Larga. La Via Larga è quella stretta. Lo era la via Larga dove Amodeo abitò in Milano, in pratica in mezzo alla strada, che poi fu allargata demolendo quella casa. Lo era questa, e vedrà quanto sarebbe stata stretta, fino al rischio della vita! (Ma la via stretta porta a Dio).
130. Chi è questa nuova MT, che verrà a sconvolgergli nuovamente la vita, per consentirle di assestarsi su basi sempre più evolute? Anche il numero della nota parla da solo: è 100 (il centuplo), più tutto lo spazio tridimensionale dato dal ciclo 10. Questo libro è veramente un codice, tutto quanto. Maria Teresa è una persona seria e determinata, precisa e concisa, bella e brava, brillante, divertente, aperta, ricca di verve, di giovialità e di carisma…, quando vuole (3), oppure chiusa, scostante, gelida ed ostile (1/3). Di tutte queste virtù e questi difetti, Romano intuirà le virtù, mostrate agli altri, e sperimenterà personalmente i difetti, tanto che il 3, conteggiato in terzi, equivarrà veramente a 9, a tutto il possibile spostamento di 1 nel ciclo 10. Questa presenza per lui sarà una forza assoluta. Figlia d’un Angelo e un’Angela, a poco più di vent’anni, delusa dall’amore terreno, lo scelse per Gesù (ha scelto l’assoluto). Non era questo il destino finale, preparato per lei dal Signore: Gesù la vuole sulla Terra, perché è in arrivo un altro Gesù che deve essere spinto al massimo. Così Gesù, dopo il periodo intero di 10 anni, la fa ammalare, non assimilare più i cibi, deperire a vista d’occhio. Fu a questo punto che la trama, della sua vita, fu intrecciata in un modo virtuale e straordinario con quella dell’esistenza di Romano Amodeo, salvato da Maria e a cui Lei pensa come ad un suo figlio naturale. Nel 1993, lei soffriva d’anoressia quasi da due anni; ed era stata mandata a curarsi a Saronno, in famiglia, in Via Trento. In quello stesso anno Amodeo, per conto suo e in un altro luogo, a Milano, senza nemmeno sapere che lei esistesse, fece un voto a Dio per un’altra persona, ammalata dello stesso male: “Signore, tu sai quanto io tenga alla mia riabilitazione. Ebbene non farmi prendere più sul serio da nessuno, ma salva Lucy dall’anoressia e falla vivere.” Lucy e Maria Teresa guarirono simultaneamente. Via, a Trento, Lucy, a Via Trento Maria Teresa, affidata per Sacramento a Maria (Madre di Gesù) e a Santa Teresa (del Bambino Gesù), nata da 2 Angeli nel nome dato per Sacramento e perciò MT la «Celeste». Dio dimostrò a Romano, con la guarigione di Lucy nel 1994, di aver gradito il suo voto e, presentandosi come all’incasso, per sei anni bloccò tutto il credito che Amodeo già stava cominciando a riscuotere: la notorietà di scienziato e filosofo, la credibilità in ogni cosa che facesse, in ogni affetto che sentisse. Ad un certo punto, però, Romano cominciò a rivolgersi così a Dio: “Non tutto mi pare giusto, o mio Signore: io ho accettato tutti i rifiuti, in cambio di un’unica gioia; ma subisco quelli ogni giorno, e non assaporo mai quest’unica, poiché la ragazza che è guarita da anoressia è via, a Trento, abita là e io non la vedo.” Così Amodeo incontrò – come una personale giustizia – la Maria Teresa «Celeste» abitante a via Trento. Romano seppe tutto ciò solo dopo che s’appassionò a lei. Ma accadde come era già stato in Via Larga a Milano, quando aveva 13 anni, che i Maestri erano divenuti il suo grande fascino e tormento, e dunque la causa prima di ogni sua esigenza di crescita. Così una sposa di Cristo fu tolta, di fatto, dal Convento, per essergli data come «sposa celeste» e sarà veramente così!
Quando Romano seppe che la Maestra «Occhi verdi» era guarita da anoressia, nel momento stesso in cui era stata risanata Lucy, per la quale egli aveva fatto il voto capestro di non essere creduto più da nessuno, si rivolse a Dio così: “Signore, grazie! Non mi hai mostrato Lucy guarita, ma una persona cui mi sono appassionato ben di più. Hai esaudito al meglio la mia preghiera. Ora è giusto così: patisco l’insuccesso, nei miei tentativi d’affermare i risultati delle mie ricerche, ma almeno gioisco nel vedere quanto è bella una vita, guarita da quel male.” Solo che Amodeo, mentre pregava in tal modo, ancora ignorava tutto il resto…, della straordinaria trama ordita dal destino: che proprio dall’esistenza, nuda e cruda, di questa donna, piena d’inspiegabile disprezzo per lui, sarebbe stato riscattato anche il suo voto. La Provvidenza avrebbe tramato in questo modo: con Amodeo che pregava Dio di salvare una vita, ne salvò due: 1. attraverso Lucy, Dio avrebbe accettato l’offerta; 2. attraverso Maria Teresa avrebbe reso il centuplo, ma in cambio della rinuncia di Amodeo proprio alla comprensione di lei, per la quale egli avrebbe barattato il credito del mondo, come già aveva fatto con Lucy. Dio accetta il sacrificio, ma quando e come Egli l’ha deciso, per i suoi vari Paperini e «Peperine»131. Queste due persone – così essenziali l’uno alla salvezza dell’altra –, nella trama, ineffabile, del destino, non si capiranno mai, anzi “Mai e poi mai!” Questa trama si sarebbe poggiata su uno squilibrio molto evidente tra una persona appassionata ed una che disprezza questo stato. E, tutto ciò, non per questioni di malvagità o di bontà, dell’una o dell’altra parte: ma solo per la meravigliosa forza del destino, che usa tutte le storie dell’uomo, nessuna esclusa, come strumenti di bene. Come se le vite fossero film, di tutti i generi: d’azione, di sentimento, d’umorismo o d’orrore. Questa che ho qui espresso, dunque, è la “tesi” della trama ordita da Dio. L’ho espressa in anticipo, affinché il lettore ne controlli la verità, nel corso di tutta la narrazione, chiedendosi se questa presunzione corrisponda o no a verità. 131. Il tutto in una fantastica e straordinaria vicenda, paragonabile ad una Divina Commedia della vita: in cui le storie e i personaggi sono tutti virtuali, anche paradossali, come quello di Romano Amodeo e quello di MT, qualunque cognome ella abbia… tanto per lui saranno sempre indici di notevoli demolizioni, fatte tutte con l’apparenza d’una negazione, ma ognuna imposta a lui assolutamente a fin di bene! Il tutto nel segno d’una salvezza, uguale e reciproca: • Il disegno d’un Paperino che salva in modo virtuale (pregando per un’altra) la salute di lei e scioglie anche lei dallo stesso “voto”: della rinuncia al mondo; • e il disegno – in perfetta simmetria – d’una MT (virtualmente salvata da lui) che salva in modo virtuale (senza volerlo, puramente essendoci) la salute di lui, che l’ha salvata; e lo scioglie dal voto della rinuncia a tutto il credito del mondo.
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L’impressione che Amodeo destò quando giunse a Saronno nel settembre del 1997, fu quella della brava persona, venuta a vivere, con sua madre ammalata d’estrema vecchiaia, in condizioni di gran disagio e povertà. Quando egli cercava di correggere quella sensazione che egli dava, per dove e come viveva, parlandone, descrivendo le grandi gesta del passato e quelle imminenti, otteneva il semplice risultato di convincere che era un vero fallito. Il vero fallito è chi, partito con passi più grandi del dovuto o senza il bacio della fortuna, ridotto in miseria, non riesce più a correggersi e a ripartire. Chi non lo conosceva e lo vedeva passare, mano nella mano, con sua madre, vestiti entrambi in modo sciatto e trasandato, ricavava l’impressione d’una grande indigenza. Un giorno, mentre camminavano sotto la casa di Don Luigi, di fianco alla Chiesa, si affacciò, al primo piano, la madre del prete, che non li conosceva, li vide e, impietosita, chiamò: “Voi due, fermatevi, aspettate un momento!” L’attesero; lei aprì il cancello, tra la casa e la Chiesa e, tesa la destra verso lui: “Tenga!” Erano un mazzetto di banconote da 100.000 lire, che la coetanea d’Anna cercò di dare, mossa a pietà da quanto aveva visto. I due la ringraziarono, rifiutarono e spiegarono di non essere così indigenti. Era vero. Ora il denaro non gli mancava: alla pensione della mamma si era aggiunto l’accompagnamento, così entravano 3 milioni e mezzo di lire ogni mese, senza più uscite per l’affitto di casa. Mancava loro solo il tempo o la volontà per rendere abitabile e confortevole quello spazio minimo in cui stavano, privo dei servizi. Così egli si arrangiava, ricorrendo alle attrezzature del vicino Centro Sociale ed ella ai pannoloni che ormai teneva notte e giorno. Tigre, il cane, scaricava nel suo prato, posto oltre il cimitero. Avevano per le emergenze una tazza da campeggio, in plastica, avuta dai proprietari e cugini Barbara e Gigi, in cui feci e urina finivano in un serbatoio poi da svuotare; era collocato nel vano in cui, su una coperta posta a terra, dormiva Tigre. Il problema maggiore derivava dall’incapacità di Mariannina di star ferma con le mani, che lavoravano perennemente per disfare ogni cosa, soprattutto gli orli dei lenzuoli e delle coperte anche pesanti. Così, tutte le volte che sentiva la necessità d’evacuare, iniziava a litigare con il pannolone, per toglierselo sfilacciandolo. La chiusura adesiva, ottenuta incrociando i due lembi, era stata deliberatamente messa dietro, dove lei non arrivava con le mani, perciò lei provava a logorare l’oggetto per levarselo. Se vi riusciva, dopo una paziente e tenace attività notturna, scaricava tutto nel letto. Se Romano si svegliava, doveva subito provvedere, raccogliendo gli escrementi dal lenzuolo, cambiandolo, lavando il materasso e asciugandolo con un aspiratore adatto ai liquidi. Il materasso, inevitabilmente cominciava a puzzare, per quanto fosse stato lavato accuratamente, con la poca acqua da usare in un ambiente in cui lo scarico a mano era nei tombini del cortile. Fu acquistato subito un altro materasso e un altro supporto a doghe di legno. Amodeo dispose un letto sull’altro, di traverso, in modo che l’inferiore sporgesse di quanto bastava a fungere da divano. Acquistati i materiali dal “fai da te” di Saronno, costruì un recinto facile da collocare attorno al letto di sopra, in modo che, quando sua madre era coricata, fosse come un bimbo in un suo box perfettamente protetto.
Non tolse la robusta plastica di protezione al nuovo materasso, così da impedire all’urina d’entrarvi, cosa che non riusciva mai perfettamente con i teli di plastica: Mariannina, nel suo perenne lavorio notturno, li sfilava, per quanto fossero imboccati in profondità e, logorandoli accuratamente in un punto, tagliuzzando con le sue piccole unghie, li bucava; poi, cacciato un dito nel buco, lo rendeva un varco e il telo, per quanto robusto fosse, doveva essere sostituito. Sabato Lingardo, dopo i primi giorni del trasloco, era tornato a Milano. Viaggiava molto e, anche se andava all’estero, si teneva in contatto giornaliero, telefonando in tutte le ore, anche di notte. I suoi messaggi erano laconici: “Ciao Romano! Come stai? E la mammina?” Lingardo era molto parco, nell’uso del telefono, perché si teneva analogamente collegato con molte altre persone: tutte quelle che non lo mandavano all’altro paese se l’orario era inopportuno. Ed erano chiamate quasi sempre gratuite, perché aveva preso l’abitudine di saggiare ogni apparecchio che incontrava, a monete o a schede, perché spesso vi erano lasciati i resti che poi egli usava al momento. Cassina Ferrara, pur essendo integrata con la città di Saronno, era, per le sue tradizioni, come un paese; così i fatti diventavano presto di dominio pubblico, trasmessi dal tam-tam del pettegolezzo minuto. Gli abitanti del cortile, ai primi del 1998, raccolsero firme, per sloggiare Amodeo e la madre da lì. Davano fastidio, per il cane, per il puzzo di urina che esalava da quella stanza, e che, volendolo, sentivano anche oltre la porta chiusa. La cosa non riuscì giacché non firmarono tutti: si rifiutarono Barbara Edyta Gorzawska e Vincenzo Fiorinelli, i due cuochi che abitavano di fianco ad Amodeo. Barbara, una venticinquenne e bella valchiria polacca bionda, dal volto pulito, era stata l’unica gentile che aveva accolto con ospitalità la nuova famiglia, offrendo una tazzina di caffè al vicino, quando egli aveva iniziato a fare i primi lavori. Vincenzo, un quarantenne napoletano di razza, robusto, altezza media, spavaldo e praticone, come la maggioranza degli uomini di quel luogo. Non erano sposati, convivevano da anni, ed erano presenti in casa quando gli altri erano al lavoro, per quel loro mestiere che si svolgeva nel tempo libero degli altri. Ogni tanto era possibile uno scambio di parole, ma anche Vincenzo si era sempre rifiutato d’entrare nella stanzetta, per i miasmi che non sopportava, indotti anche da Tigre. Tutto, in Cantoria, proseguiva ordinatamente, e Romano guardava con crescente interesse il lavoro della sua Maestra, facendo del suo meglio per cantare come diceva lei, all’unisono con gli altri, a bassa voce tanto da sentirli, egli che aveva sempre fatto il solista e s’era preoccupato, fino ad allora, della qualità del suono più che del suo volume. La Maestra era piuttosto attenta, con tutti: la prima volta che egli mancò ad una prova, quella successiva gli domandò il perché; e una sera, mentre aspettavano, davanti all’uscio, che l’asilo fosse aperto, gli domandò chi egli fosse. Romano le spiegò, in cinque minuti, la sua insolita storia: come fosse stato ricco, celebre e avesse lasciato tutto per realizzare un concreto aiuto al suo prossimo, un lavoro condotto per anni così disinteressatamente, da non aver retto alla malasorte quando ignoti gli derubarono macchinari ed altro per centinaia di milioni di lire. Avrebbe potuto riprendersi ma, divenuta sua madre bisognosa d’aiuto, aveva deciso di rinunciare a tutto, persino ad una
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pensione dignitosa, per prendersi cura di tutto quello che gli era restato di buono: lei. Però Dio l’aveva ricompensato, ed ora si aspettava grandi cose, soprattutto nel campo della fisica. La Maestra s’informò a che riguardo e, sentito che era la relatività, aggiunse che lei non ci capiva nulla. Notate come a 5 pagine (tutto il movimento concreto) dalle 400, la quantità di Romano si staglia esattamente, e lei la distingue.
Ottenne però un risultato veramente inatteso: da quel giorno fu per lei come se fosse divenuto invisibile. La Maestra passava in rassegna le persone del Coro e – giunta alla sua – aveva l’abilità di “saltare” la sua vista, come se – lì in mezzo – non ci fosse stato nessuno. Lei aveva creduto d’avere già capito tutto: quella persona, così vecchia per lei, ci stava provando: con lei notevolmente più giovane. Bisognava fargli capire, immediatamente, che lei non lo vedeva nemmeno. Amodeo, a 4 pagine (il valore reale) da 400, stila il suo ideale.
In un mercoledì, aggiunto ai lunedì per completare il programma relativo alla Pasqua, lei domandò chi potesse trascrivere le note d’un canto sul pentagramma, escludendo quanto non interessasse. Si propose Amodeo. Le copiò, disegnando tutto, perfino il pentagramma e l’indomani, incontrata casualmente la Maestra, mentre passava, con altre donne del Coro, davanti al numero 12 della via in cui egli abitava, ebbe modo di darle il foglietto. Visto come egli avesse disegnato perfino il pentagramma, lei l’apprezzò, anche se lo giudicò un tonto; lo ringraziò con garbo estremo e rivelò alle altre persone: “Se voi lo conosceste! Ha una storia incredibile, così inusuale che, forse, varrebbe la pena che, una sera, ci trovassimo insieme per ascoltarla nei suoi dettagli!” Fu un notevole segno che quei cinque minuti di colloquio erano stati sufficienti a che lei capisse di trovarsi di fronte come ad un mistero: quell’uomo, che sembrava scostante nell’aspetto e che certamente mandava anche cattivo odore, era in quella condizione, per sua libera scelta e si aspettava grandi cose. Un giorno Romano l’incontrò mentre lei, dall’altro lato della strada, stava compiendo lo stesso percorso verso l’asilo. La Maestra lo salutò, ed egli, attraversata la strada, le domandò di lei. Che lavoro faceva? Come passava il tempo, dello svago e del divertimento? Lei rispose che andava a Milano, ad insegnare da Maestra elementare in un Istituto retto da suore e che, in quanto a divertimenti…, stava a casa. Romano non era fiero di come aveva disegnato quella partitura: sapeva che il computer l’avrebbe fatta perfettamente, così acquistò, nel negozio d’articoli musicali, un programma che abilitasse il suo calcolatore a scrivere musica. Preso poi dall’entusiasmo, per quell’interesse crescente che stava provando, acquistò una pianola professionale. Con quell’attrezzatura, finalmente idonea, cominciò a trascrivere tutti i canti che il Coro preparava. Individuata la sua parte da basso, la faceva anche suonare, attraverso la pianola: una due, tutte le volte che voleva, mettendo la sequenza in circolo. In tal modo non ebbe più bisogno di seguire Sergio Ventura, oppure Ambrogio Busnelli, i bassi più bravi, perché il computer eseguiva il canto alla meglio, anche simulando la voce; così esattamente come era scritto ed essendo un maestro paziente all’infinito, che ripeteva finché egli avesse bene imparato. Come travolto dall’improvvisa bellezza del canto corale, Amodeo ci si buttò dentro, come aveva sempre fatto, in tutta la sua vita, per tutto quanto gli era piaciuto: con impeto ed entusiasmo. In questa pagina 395, Amodeo si butta per intero, con tutto il suo stesso 300 (l’interesse), il suo 90 (la presenza) ed il suo 5 (tutto il suo tempo: ½ di 10). Un giorno, notato il profondo cambiamento intervenuto su di sé, a riguardo della musica, attinse anche alla poesia e scrisse dei versi sulla Maestra del Coro, riconoscendola la causa del suo grande cambiamento. Piacendogli il risultato, credette di far ossequio anche alla Maestra, e un giorno che l’incontrò, andando alle prove, diede a lei quella poesia.
La Maestra del Coro Ci sono al mondo tante cose belle; una di queste è certamente il canto. Ma non sapevo già - tra tutte quelle di fare parte, di un Coro, soltanto all’imbrunire… che, grazie ad esso, nelle mie sere, io riprovassi l’incanto di cieli tersi e rilucenti stelle… Maria Teresa ci sta sempre accanto, è la nostra insegnante e noi il Coro di Cassina Ferrara. Ci addestra in modo abile, con un lavoro paziente, armonioso! Di lei, maestra amabile - con ciascun - m’innamoro; sull’infinito… lei: nostra finestra!
Le intenzioni della Maestra erano buone, ma il metodo scelto da lei, per portarle avanti, fu proprio quello giusto, per un tipo come lui, per ingabbiarlo in una rete sempre più fitta di pensieri su di lei e di sofferenze, per non vedersi trattato alla stregua degli altri. Fu esattamente il suo comportamento discriminatorio, che manifestò vedendosi prediletta, che scatenò in Romano la più crescente delle sue passioni, che gli procurava sempre un maggiore interessamento e un patimento proporzionato alla discriminazione che poi subiva, per aver fatto il contrario di ciò che è il discriminare. Fu lei – assolutamente non volendolo! – a farlo appassionare e sempre più a se stessa. Che cosa le aveva scritto, Romano, dopotutto? Niente d’offensivo e tutto nel segno del puro stupore, della schietta ammirazione e della lode. Aveva usato il verbo “amare”, ma egli aveva scritto “con ciascun m’innamoro”, e non “io solo”. Lei era la loro bella e brava Maestra, chi spalancava loro, a tutti loro, la finestra verso l’infinito di Dio, in un Coro della Chiesa. Questa prima forma d’ostracismo durò fino a quando, una domenica, Amodeo si trovò a cantare in Chiesa, alla messa delle diciotto, fianco a fianco con Nadia, il migliore soprano del Coro della Cassina. Udendo lei che cantava a volume spiegato, tirò fuori finalmente anche la sua bella voce piena e venne una grande armonia tra le due parti, come fatte apposta, dalla natura, per cantare assieme. La stessa Nadia lo notò, al punto che, trovandosi il giorno dopo assieme a Romano e alla Maestra, davanti all’asilo e in attesa d’entrare, rivelò alla Direttrice del Coro:
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“Dovresti sentire che voce che ha!” Nadia fissò bene il tutto a 3 dimensioni e mise a fuoco bene il volume di Romano, in questa pagina 400 –3=397. Riguardò il volume vocale. La Maestra non poté evitare di notarlo e, da quella sera, grazie al giudizio lusinghiero di Nadia, egli cantò come sapeva e fu stimato anche da lei, per la sua voce, che finalmente – aumentato il volume – lei cominciò a sentire. Una sera Fiorenzo Banfi fu costretto a cantare da solo, dalla Maestra, che voleva capire chi stesse stentando tra i tenori, in un brano; così tutti s’accorsero che era lui. Fiorenzo provò tale mortificazione, avendo inteso d’essere stato come messo alla berlina, che decise di non partecipare più al Coro. Romano corse a cercarlo, per convincere l’amico a recedere da quelle ingiuste intenzioni: MT non l’aveva fatto certo per mortificarlo, ma perché chi stava sbagliando potesse correggersi. Il solo modo per eliminare un errore è che esso sia notato. “Sì, sarà come dici, ma io faccio solo ciò che posso. A che serve farmi fare brutte figure davanti a tutti? No, io non vengo più. Maria Teresa l’ho vista bambina, ragazza, signorina; sono stato io e non i suoi genitori che l’ho accompagnata con la macchina a Milano, perfino quando partì per farsi suora e i suoi non volevano; mi conosce, sa il mio carattere.” All’inizio della prova successiva, Amodeo raccontò alla Maestra: “Ho parlato con Fiorenzo, ma è rimasto mortificato, per essere stato costretto a manifestare agli altri una sua difficoltà.” Lei gli rispose torva, come se ce l’avesse anche con lui: “Quando anch’io andrò via da questa Cantoria, essa non si fermerà, farà a meno anche di me. Tutti sono utili ma nessuno è indispensabile!” E anche qui, la presenza tridimensionale della maestra, posta come negazione, è esattamente a pag. 397. Questo libro è veramente tutto un simbolo, tradotto in gesti e persone.
Lei si rivolse a Nadia, che era lì in quel momento, e rivelò: “Io sono fatta così! Vado a prime impressioni. Se non mi viene fin da subito, non riuscirò mai più a dare del tu!” Nadia le rispose: “Io non faccio fatica a dargli del tu”. La Maestra ribadì: “Io non lo farò mai.” Romano, il lunedì successivo, portò la telecamera e filmò tutta la prova. Issò la macchina da presa su un treppiede posto in alto, su un tavolo; e ogni tanto, nei momenti in cui i bassi non cantavano, saliva e movimentava la ripresa fissa, azionando il teleobiettivo e facendo così, con lo zoom, primi piani, delle persone del Coro e della Maestra. Lei non s’interessava di cosa facesse, ma una sola volta, che credette di non essere ripresa e cacciò lo sguardo nell’obiettivo, trasalì in modo evidente, come se fosse stata colta sul fatto. Romano, osservando a casa sua il risultato della ripresa, capì che poteva fare un ritratto alla Maestra, bloccando le immagini sul videoregistratore, come se lei posasse. Le fece così tre ritratti, su cartoncino adatto ai colori ad olio: uno di fronte, uno di tre quarti ed uno di profilo, nel gesto di dettare il canto. Gli piacquero, l’incorniciò e telefonò nuovamente a casa sua, chiedendo di lei, per dirglielo ed offrirglieli. Si sentiva autorizzato a chiamare a casa sua, giacché gli era stato dato l’elenco di tutte le persone della Cantoria, Maestra e Don Luigi inclusi, con i rispettivi numeri telefonici. Ciò significava, era ovvio, che, se ci fosse stato bisogno, si poteva chiamare ciascuno a casa sua. Se no perché erano stati dati a loro quei numeri? “Chi la desidera?” rispose una voce di donna, con tono molto gentile. “Sono una persona del Coro della Cassina.” “Un attimo, vedo se c’è – e, data una voce, per sapere se Marì fosse presente, aggiunse: “No, è già uscita”. Il giorno dopo Romano fece un gran pacco, in cui mise una lettera di spiegazioni, i tre dipinti incorniciati e, quale segno della verità di quanto aveva spiegato, il libretto (di poesie e novelle) che aveva pubblicato a Milano per Paola Vecchi. Aveva deciso infine di non darglieli di persona; l’avrebbe messa certamente in difficoltà. Giudicò che lei avrebbe visto e considerato il tutto – nel migliore dei modi e in piena libertà – solamente se non fosse stata costretta ad assumere, così sui due piedi e davanti a lui, atteggiamenti dettati dalla pura buona educazione, che è in uso tra tutte le persone civili. Così telefonò a casa sua verso le due del pomeriggio, quando era certo che lei fosse a Milano. Rivelò, alla donna che gli rispose, d’avere del materiale da lasciare per la Maestra del Coro. Lei gli spiegò come dovesse portarlo al numero 2 di via Trento e, dopo pochi minuti, lei raccolse il pacco dalle sue mani. Nella lettera di spiegazione, Romano rivelò il perché di quel dono. Era venuto a Saronno per fuggire da una donna che aveva voluto come figlia e lo aveva invischiato, come uno strano amante, in una storia impossibile, da cui doveva prendere le distanze. Lei, la Maestra, lo aveva aiutato, perché con la sua grazia e l’evidente impegno che profondeva in quello che faceva, aveva catturato il suo interesse, liberando felicemente i suoi
Approfittando del fatto che le cose si erano normalizzate, Romano una sera le telefonò e le fece sentire la musica, suonata dal computer, d’un Santo che egli aveva composto e che avrebbe avuto piacere che il Coro, se lei giudicava opportuno, imparasse e cantasse. “Bello! Mi piace” fu il suo commento; e aggiunse: “Mi faccia avere la musica.” Amodeo portò in Cantoria il suo computer a pile, e, fermatisi un momento, dopo le prove, lei osservò la musica, udì il suono e concluse così: “La partitura è troppo difficile; mi dica: questa parte qui chi la fa? Io, poi, non sono in grado di giudicare se l’armonizzazione è corretta; non rientra nella mia preparazione musicale.” Romano ne ammirò la grande modestia: la Maestra non aveva esitato ad ammettere che la musica le piaceva…., ma che non l’avrebbe eseguita, neppure in cambio d’un sostegno economico alla Cantoria, perché lei non si sentiva all’altezza di giudicarne la correttezza. Lei aggiunse: “Una volta io stessa composi un canto e lo detti ad un musicista affinché lo giudicasse: aveva molti errori!” Gli dava del lei, si rivolgeva talora a lui, quando indicava le persone in mezzo al Coro, chiamandolo “Signor Romano”. Una sera il cantore domandò il permesso di portare una telecamera e filmare una delle loro prove. Lei rispose: “Faccia come vuole…” E Amodeo: “Per favore, posso avere il tu, come è per tanti altri?” (400 –3 =397)
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pensieri. Sul libretto allegato era riportata quella storia. Ora egli si era accorto come, dopo quella poesia che le aveva dato mesi prima, lei, di proposito, non l’avesse più degnato d’attenzioni. Facesse dunque ella stessa, adesso che riceveva addirittura questi tre dipinti, tutto quello che riteneva più opportuno di dover fare. Egli non s’aspettava nulla in cambio, per cui se lei non avesse voluto neppure parlarne, gli stava bene! Che facesse pure così! I suoi non sarebbero stati né i primi, né gli ultimi sentimenti buoni e silenziosi, d’un allievo per la sua Maestra! Il lunedì seguente, alle prove, si cantò come al solito e per tutto il tempo. Amodeo non notò nella Maestra nessuna reazione, capì così come lei avesse scelto il riserbo e la salutò come faceva sempre, accingendosi a uscire. “Romano, un momento!” Egli attese. Quando tutti se n’andarono, lei gli spiegò: “Tutto va bene, ma la cattiva educazione no! Le voglio parlare di quello che ha fatto, ma anche darle una cattiva notizia: io sto bene così!” (scritta a pag. 399 è la coerente verità di 1 “io” reale: 400–1 =399) Romano le obiettò che forse lei non lo aveva capito. Non le aveva fatto nessuna proposta. Quindi le domandò: “Le ha fatto piacere?”. E lei, senza alcuna titubanza: “Sì!” Al che egli dichiarò: “Ecco! Solo questo io volevo! Essere amici”. E lei, con estrema sicurezza: “Sì, ma solo in Cantoria!” 132 (E’ la sua singola verità: pag. 400 –1 = pag. 399) Avviatisi per uscire, avevano intanto raggiunto Nadia, che si apprestava a chiudere l’asilo. Egli salutò entrambe e si allontanò, per ritornare da Mariannina, chiusa nel suo recinto a prova di fuga. Si mise al computer a comporre musica, e Tigre, mentre Romano lavorava, restava in estatica sua ammirazione, con la grossa testa appoggiata sul tavolo, di fianco al calcolatore, sempre desideroso d’una carezza, se quel suo riconosciuto Dio aveva la misericordia di fargliene. Quel cane era il suo compagno ed assistente più fedele, qualsiasi cosa Amodeo facesse. Anch’egli stava bene così! (400 –1=399) Si rese conto che non sarebbe mai stato un vero amico, per la sua Maestra, se seguitava a dimostrare così tanta differenza d’età. Si rasò, finalmente, quel pizzetto che già tante volte Benito aveva sollecitato fosse eliminato dal suo viso, affermando che non gli donava, che l’imbruttiva e l’invecchiava. Era vero: il suo volto riacquistò, di colpo, 15 anni d’apparente giovinezza, quel vero inganno che dava a tutti quelli che non lo conoscevano e che, con la sua faccia pulita, gli attribuivano al massimo 50 anni.
Vanitoso per il risultato ottenuto, ne parlò con la sperata amica MT, alla fine della prova seguente, quando tutti si concedevano un attimo per parlare d’altro: “Con quel pizzo Nadia mi aveva dato 67 anni, sette in più di quelli che ho!” Al che lei, pronta: “Romano, bisogna credere a chi dice la verità!” (il che, scritto a pag. 400 è il segno evidente di una reale verità di terzi) E il Nostro pensò: “Lo dice calcando la voce, come se Nadia dicesse una bugia intenzionale! E perché mai dovrebbe farlo? O invece, forse, mi vuol far capire che è impossibile che sia cambiata una prima impressione?” Il martedì successivo, tentando d’essere “amico in Cantoria”, di loro due così palesemente amiche, spiegò a Nadia e alla Maestra che Gesù suggerisce che “a chi ti chiede un mantello devi dare anche la tunica, a chi ti chiede di fare un miglio di strada con lui, tu devi farne due.” Allora MT, prontamente esclamò: “Sì. Ma non speri mai di fare un giro in macchina con me!” (dichiarazione che, finita su pag. 400, è da intendere il segno di una dura ma reale verità) Lo decretò mentre saliva sull’automobile di Nadia, per fare un giro con lei. 133 Romano fece copie della registrazione della prova e le regalò a tutta la gente del Coro. Quando l’offerse anche alla Maestra, ella assolutamente non la volle, giacché, spiegò, non aveva un videoregistratore. Romano insistette, sostenendo che un giorno l’avrebbe posseduto, ma lei fu ferma: così dimostrò, a Maria Rosa Cogliati, che era assieme a loro in quel momento in cui stavano andando verso l’Asilo per le prove, che lei non ci stava ad accettare quello che avevano accolto, e con piacere, tutti gli altri. Pochi giorni prima del giugno 1998, nell’imminenza della fine delle prove, la Maestra propose di fare come si faceva in molte altre cantorie: una cena d’arrivederci o una puntata in pizzeria. Potevano venire anche i parenti e sarebbe stato un gesto molto simpatico. Al che Amodeo udì nettamente Nadia comunicare, ad alta voce e rivolta a lei: “Verrà anche il mio fidanzato segreto!” (anche questa dichiarazione, finita a pag. 400, è da intendere segno di una dura reale verità che avrebbe fatto soffrire). Si andò alla pizzeria La vela. Romano portò in macchina Enrica Brambilla, che gl’indicò la strada. Lei, l’unica che, un giorno, offrì un pacchetto di biscotti alla sua mamma. La Maestra era davanti all’ingresso della pizzeria, del tutto afona, per aver fatto troppo uso dell’ugola con i bambini della sua classe: “Che bella voce!” esclamò Amodeo. E lei rispose con un “Grazie!” strozzato. Fu la prima volta che, per andare a mangiare una pizza, il cantore vide che erano stati fissati i posti a tavola, addirittura con i bigliettini. Non l’intese come una ricercatezza, ma come uno squallido e volgare stratagemma organizzato così, fatto apposta contro di lui, dalla Maestra e da Nadia, affinché questo non gradito loro “amico” se ne stesse alla larga. (E’ segno di verità di terzi, qui a pagina 400). Infatti si ritrovò collocato il più lontano possibile da loro due.
132. L’atteggiamento della Maestra fu molto corretto. Lei aveva scelto una linea di rinuncia rispetto agli affetti del mondo quando si era fatta suora. Una malattia l’aveva costretta a smettere e aveva avuto come l’impressione di “non aver avuto la medaglia” per aver provato ad essere brava. Considerava chiuso ogni atteggiamento che implicasse la sua intimità emotiva con un uomo, perché in effetti, anche se non se ne rendeva conto, era restata molto fedele alla promessa che aveva fatta a Gesù. Pertanto che Romano non cercasse di invadere spazi della sua vita privata! Non aveva nulla in contrario a che, solo in cantoria, lei fosse la maestra e lui l’allievo. Punto e basta. (Questa nota 100 +25 indica tutto il moto in più della presenza 100).
133. E qui qualcosa a non torna più a Romano, perché quell’amicizia che lei ha con Nadia a lui è negata. Quel giro in macchina lei lo fa con la sua amica, e glielo sbatte in faccia, quasi come una ostentata sfida a non provarci. Questi atteggiamenti per Romano sono stati sempre veri inviti a nozze, e, tirandosi la zappa sui piedi, proprio la Maestra lo cominciò a far deviare dai sani propositi e a pungolarlo, nel tentativo di provare a voler fare giri in macchina con lei. La cosa sconvolgente è che questi eventi, finiti a pagina 400 sono tutti reali e veri.
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Nadia, invece era vicina a MT, e, tutt’intorno, non c’era nessun altro possibile “fidanzato segreto”… all’infuori che la Maestra del Coro.134 Egli aveva provato a dare a tutte e due l’occasione di una cara amicizia – ad entrambe! – e quello era il risultato che aveva ottenuto: “Tu stai alla larga da noi due.” Era stata la Maestra a volerlo, gli spiegò Nadia tempo dopo: “I giovani con i giovani, i vecchi con i vecchi.” In una situazione così, sei portato anche a scherzare sull’intimità della pura amicizia e la poni come un “fidanzamento segreto”... Bel fidanzamento! Si vedeva lontano un miglio che quelle due donne frustrate avrebbero avuto bisogno proprio d’un uomo come si sentiva lui, Romano! Che facesse loro capire come fossero belle e desiderabili! Nadia aveva talora la purezza d’una Madonna. MT due occhi che rimandavano lui al Paradiso. Per aggiungere scherzo allo scherzo, Nadia, quella sera, cominciò proprio a sostenere, con insistenza, che lei doveva cercare un uomo. Dove si trovavano i maschi? Sì, forse in una sala da ballo. Però uno che non superasse di dieci anni i suoi trentatré (e per Romano erano proprio quelli che lo avevano portato esattamente nell’Inferno della sua vita!). Amodeo, a quel punto, non ne poté veramente più. Lo avevano messo in disparte, le due amiche che sentiva più care, lì, tra tutte ed alle quali avrebbe gradito di stare vicino. Avrebbe preso in pugno allora la situazione, in un modo singolare: avrebbe offerto egli, a tutti, quella bella pizza che gli stavano facendo andare per traverso! Emarginato così, sarebbe stato egli a pagare! Quale santo proposito! Esistevano anche motivi ben più importanti e profondi: era il 4 giugno, l’anniversario delle sue nozze con Giancarla. Subito – rifiutato in quel modo, anche nell’amicizia che gli era stata promessa, con quel “Sì, ma solo in Cantoria” – gli era venuta, nell’anima, un fortissima e struggente nostalgia, per quello che aveva avuto e non aveva più. Doveva rivelare, a tutti, come avesse questo sentimento, nel suo animo, per sua moglie! Quanto ancora gli fosse caro. Notatelo, lettori, in che coincidenze accadono questi fatti, con quali moniti la Provvidenza invii tutti i suoi segnali, ad Amodeo. Sarebbero casuali solo se si verificassero una volta tanto. Ma per lui non è così: egli deve sempre riflettere su tutto quello che gli capita e la realtà lo intriga, in tutti i modi, rispetto a tutte le passioni che possano esistere nella mente. La riflessione che gli impose quel giorno riguardava le sue nozze e il “fidanzamento segreto” di Nadia significava per lui, alludeva ad una cosa contro la natura divina delle sue stesse nozze con Giancarla... Nadia e la Maestra, persone sante e virtuose, con quelle parole erano solo segni per lui, da Dio! Il Nostro Paperino, disegnato così dal suo Creatore Dio, nel tentativo di gestire le sue esperienze, si alzò dal tavolo e si recò dal titolare della pizzeria. Chiese quanto fosse il costo di quella ventina di pizze, perché voleva pagarle egli stesso. 134. Ma che cosa erano? fidanzate? Loro due? Nadia? NoDio! Oh, no, o Dio! Erano semplicemente solidali. Due frustrate che avevano stretto alleanza. Nadia era un’altra persona purissima e castigata da Dio! Dio castiga, in apparenza, chi ama. Nadia a torto si sentiva poco attraente, per una malformazione fisica, aveva un volto bellissimo come la sua anima. Maria Teresa era frustrata dalle esperienze dell’amore terreno, negato a lei per chi ella voleva, dalla famiglia, o imposto dal fidanzato d’una sua amica, chiusa in camera con lui per un ora prima di partir suora! Aveva con piena ragione scelto l’amore puro per Gesù! Nadia e Maria Teresa s’erano estraniate dal mondo reale, non riuscivano più a incontrare il piccolo cuore d’un uomo, anche se, scherzando così, sembravano esorcizzare il loro stato umanamente difficile.
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Dovette forzargli la mano, giacché si erano accordati diversamente. Gli dette uno degli assegni del conto della mamma, che consentiva, a lui fallito, di potere gestire ancora il libretto di un conto corrente bancario. Quando più tardi Nadia andò a pagare, tornò e domandò chi lo avesse già fatto. Amodeo annunciò allora d’essere stato lui, giacché avevano partecipato – senza sapere d’essere stati tutti invitati – alla sua festa per l’anniversario delle sue nozze, avvenute esattamente il 4 giugno del 1969. Avevano celebrato i 29 anni della sua felice ricorrenza. Non ci fu verso, nessuno volle accettare quella novità e Romano dovette riprendersi l’assegno. Vedendolo fortemente contrariato, tanto che egli annunciò che allora se ne andava via, gli vennero incontro, promettendogli che, dopo, avrebbe offerto, da un’altra parte, un rinfresco, o un gelato. Si ritrovarono così, poco dopo, seduti attorno ad un tavolo della gelateria, in un giardino dietro Corso Italia. La Maestra non era lontana da lui e poteva ascoltare la sua voce. Allora fece come tante volte aveva fatto lei: finse di non curarla ed attaccò un’interminabile e noiosa chiacchierata, con il marito d’una corista, seduto alla sua sinistra, a proposito dei Testimoni di Geova, aggressori delle coscienze. Sì, perché era veramente arrabbiato, contro tutte le violenze patite, da chi aggredisce la coscienza ed inibisce il bene! Perché impedire a lui di vivere un’amicizia che sentiva davvero autentica? I testimoni di Geova, contro cui si stava scagliando, erano, in quel caso, Nadia e la Maestra, che avevano sputato sulla sua amicizia per loro, cianciando scemenze! Gli raccontò che quando quegli “invasori” andavano da lui, egli faceva con loro patti chiari, dicendogli: “Avete qualche cosa da comunicare a me? Anche io a voi. Allora prima un patto: parlate voi ed io vi ascolto, poi mi ascolterete voi, per lo stesso tempo…” Ebbene succedeva che, quando attaccava lui, li metteva talmente alle strette che essi non ne potevano più e non vedevano l’ora di scappare.” “Poveretti!” uscì di bocca alla Maestra, sebbene non avesse nemmeno un filo di voce… Si era messa nei loro panni ed aveva fatto veramente bene, perché lui stava rimproverando proprio lei, di non avergli voluto concedere il tempo che spettava anche a lui, se era un amico e se quella era una attività che si stava ancora svolgendo in cantoria… Due giorni dopo Amodeo cercò d’informarsi, se la Maestra aveva recuperato la sua voce e le telefonò a casa, dimentico di quanto lei gli aveva detto: “Amici solo in Cantoria!”… ma no, se ne ricordava, ma se lei non rispettava i patti, non li avrebbe osservati più neppure lui. “Chi la vuole?” rispose una voce femminile. “Romano.” “Oh Madocine!” e quella donna gli attaccò su il telefono, con una immensa ed ingiustificabile villania. (Oh non fu ciò! Il Diavolo individuò la Madonna dietro di ciò!) Restò sbalordito. Che cosa aveva indotto quelle persone a divenire improvvisamente così villane con lui?! Non aveva fatto nulla di male; avevano accettato tre dipinti e, invece d’una naturale riconoscenza, contraccambiavano con tanta maleducata scortesia! Ma di che l’accusavano? Forse d’essere un molestatore? Egli non aveva pressato né molestato nessuno! Queste cose stimolavano, fortemente, un tipo come lui, a non accettare stati di fatto assolutamente ingiusti ed ingiustificabili. Se quella gente si comportava così con lui, credendolo un debole privo di nerbo, si sbagliava di grosso! Facendo così con lui, essi si tiravano da soli la zappa sui piedi!
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Così si sentì costretto a scrivere una seconda lettera alla Maestra e le spiegò il suo stato, la sua condizione. Egli non era un cascamorto. Non voleva combinare proprio nulla con lei. Neppure lo avrebbe potuto: era sposato in chiesa, e, anche se divorziato dalla moglie, per lui, cattolico, quel divorzio non esisteva. Poi non aveva un bel nulla da poter offrire, in quanto a risorse economiche. Aveva solo sua madre da curare e un grande compito da portare avanti in tutt’altra direzione… Pertanto Romano si rivolse a lei a cuore aperto, sapendo che mai lei avrebbe potuto equivocarlo. E, così come egli si sentiva libero di scriverle, così riconosceva a lei tutta la libertà di non leggere e cestinare le sue lettere, se non le gradiva, o di porgli un alt deciso a che seguitasse in questo modo che aveva assunto, comunicando unilateralmente con lei. Più chiaro ed esplicito di così non avrebbe potuto essere, ma la Maestra del Coro non rispose nulla, né gli fece mai alcun cenno, né di assenso, né di dissenso, e neppure di aver ricevuto quelle lettere. Allora Amodeo insistette, visto che lei non gli aveva intimato: “Non scrivere!”. E scrisse, usando quel mezzo, tutto unilaterale, per comunicare con lei, senza avere mai risposte; rivelò sinceramente quel crescente suo appassionarsi, che gli stava accadendo. Lei non gli rispose mai, nemmeno una volta, né a voce gli disse di smettere. Un giorno, però, Amodeo andò in crisi nel Coro: Maria Rosa Cogliati gli aveva osservato che correva troppo; e c’era poi Ambrogio Busnelli che, talvolta, cantava a modo suo. Ormai Amodeo, aiutato dal computer, era in grado di cogliere le differenze e si accorgeva come, spesso, l’amico andasse dietro ad altre versioni di quei canti, imparate e cantate nella sua lunga attività di corista. Romano non volle rispondere, in Cantoria, a Maria Rosa, né voleva fare rimproveri ad Ambrogio, così scrisse alla Maestra di chiarire lei presto la cosa. Le domandò di spiegargli come avrebbe dovuto cantare, nell’imminente festività di San Giovanni, quando Ambrogio, con la sua voce possente, avrebbe attaccato una versione diversa dalla loro. Doveva seguirlo, o provare a farsi seguire? E se Ambrogio non lo faceva? Era sicuro che MT avrebbe assunto provvedimenti. Invece, alle prove, non ci fu nemmeno un accenno, da parte della maestra, a quei problemi suscitati da lui. Eppure lei gli parlava! Una volta gli consigliò di non stare piegato in quel modo, mentre era seduto su uno scanno della Chiesa, perché la voce non sarebbe uscita bene, con il diaframma così schiacciato… Un giorno, in cui stava infilando una sua lettera nella cassetta postale della Maestra, una donna di quella famiglia, forse la stessa dell’‘O Madocine’, l’apostrofò con la stessa estrema maleducazione e l’identico sgarbo: “Lei non osi più mettere posta in questa casella!!!” E il Nostro: “Ma che cosa ho fatto di male, per meritare questo? Che le ho fatto?” La donna girò sui tacchi, non lo degnò d’una risposta e lo lasciò lì, come se egli fosse un cane rognoso o una persona inacidita dalla vita… come lei. Avrebbe dovuto smettere? E perché? La Maestra non aveva certo bisogno che altri facessero il lavoro nero per lei. Probabilmente avevano cominciato a lottare contro di lui come era già accaduto quando avevano distrutto, una ventina d’anni prima, il romanzetto sentimentale della ragazza ed avevano trasformato due innamorati… in un prete e in una
suora, come nelle barzellette! Se avesse smesso di scriverle, solo per questo, si sarebbe sentito come un verme, che avesse considerato validi quei metodi coercitivi ed assolutamente inaccettabili, fatti contro di lei, da chi avrebbe dovuto invece volerle veramente bene, cioè lasciarla libera di vivere le proprie scelte e non le loro. Perché seguitavano a volere opprimere la sua libertà? E come faceva, la Maestra, a gradirli? Oh, non li aveva graditi, era andata a farsi suora. Ma poi aveva visto nell’Ordine più limitazioni ancora che in famiglia, dunque tanto valeva accettare queste imposizioni da quelli di casa, che, almeno, erano persone che le volevano bene a modo loro e lo facevano a fin di bene, seppure nella loro ottica spesso dura da accettare! Da quel giorno Romano cominciò a scrivere, alla sua Maestra, usando la posta ed attaccando il francobollo. Venne così il 28 giugno, Festa di San Giovanni Battista, ultimo impegno per la Corale e giorno del: ”Rompete le righe!” Romano, come aveva temuto, si trovò in seria difficoltà con Ambrogio. Privo delle indicazioni che aveva richieste, non seppe che fare, e s’impappinò vistosamente. Ne restò così mortificato da decidere che, se le cose non cambiavano, egli non avrebbe più accettato di partecipare al Coro in quelle condizioni. Alla fine dell’ultimo canto della messa, mentre tutti si apprestavano a trovare l’occasione per un commento, un saluto, un augurio di “Buone vacanze!” e un sentito “A rivederci a settembre!”, Amodeo si defilò, senza salutare nessuno, tanto avvilito e mortificato si sentiva. Scrisse una lettera, di dimissioni dal Coro, alla Maestra. In essa fece sapere come avesse ormai capito che, per motivi che certamente non dipendevano da lui, lei non lo accettava in alcun modo, non lo tollerava e probabilmente si sentiva veramente infastidita da lui. Egli non desiderava tutto questo, non lo gradiva: un Maestro deve sentirsi a suo agio con tutti. Avrebbe preso parte, nuovamente al Coro, solo se lei gli avesse rivolto il chiaro e preciso invito: “Vieni a cantare! Tu non mi dai fastidio!” Fu l’unica volta che invocò la cortesia d’una risposta. Evidentemente pretese troppo, perché l’attese invano: la famiglia di «Smeraldy» aveva adottato – come metodo legittimo e valido contro di lui – l’alterigia, la cattiva educazione, il disprezzo inferto, con estrema determinazione, a chi aveva il solo difetto di cercare un incontro con quella persona, fondato sull’assoluto rispetto umano. A quel punto Romano, che era stato sempre molto gentile con loro, non si pentì d’esserlo stato. Capì solo che doveva esserlo non solo con loro, ma con tutti nello stesso modo. Decise così che avrebbe fatto il ritratto anche a tutte le altre persone della Cantoria, e più di uno a ciascuna, come aveva fatto alla Maestra. Questo gesto nacque da un giudizio molto severo: «Peperina» e la sua famiglia non meritavano, in alcun modo, la grande predilezione che egli aveva loro manifestato. Di certo non erano cafoni – si vedeva molto, molto bene! – ma si comportavano, con lui, come se davvero lo fossero! Gli dispiaceva, non lo riteneva giusto e pensava così, tra sé e sé:
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“Mi avete scambiato per un corteggiatore? Dovreste sentirvene lusingati! Io sono un laureato… e voi? Io figlio d’una famiglia nobile… e voi? Io già Magistrato… e voi? Io il più votato e stimato nel 1973 tra i 2.000 architetti di Milano… e voi? Io ho vinto concorsi pubblici importantissimi… e voi? Ho avuto attestati e riconoscimenti dallo Stato! Che cosa avete fatto, voi, di grande e similmente riconosciuto – dagli altri e non da voi stessi! – voi che mi trattate come se il verme fossi io?” Il bello è che questa gente della famiglia di «Peperina», che l’irascibile Paperino accusava con tanta durezza, era composta da persone veramente per bene, e ciò è qui affermato per davvero, non per ironia! Non potevano capirlo, ma solo a causa del destino! Erano inglobate nel ruolo sprezzante che avrebbe dovuto avere la MT «Celeste» per Romano, finalizzato tutto al comune bene, ma alla grande: perché riguardava addirittura tutta l’umanità, proprio quella che qui era così disprezzata, mortificando… la sua. Dio è sublime! Sublime significa che scavalca i limiti, che ribalta il male assoluto nel bene assoluto, e tutto questo relativo accanimento, contro Romano, sarebbe stato piegato nel modo migliore: a vantaggio di tutto l’uomo… e di Cristo, il Figlio stesso dell’Uomo.
Capitolo 49
Così Amodeo si mise al lavoro e durante l’estate dipinse una quarantina di ritratti, singoli e di gruppo. Ne avrebbe fatto, prima, una esposizione all’Oratorio e, poi, avrebbe donato le opere a tutti i cantori. Per non mettere in difficoltà «Peperina», che probabilmente non aveva rivelato a nessuno di avere ricevuto quelle tre opere da Romano, ne dipinse altre tre, anche per lei, affinché non si notasse che trattava lei in modo diverso da come si comportava con gli altri. Il valore commerciale, di quello che Amodeo dipinse, superò i venti milioni, perché egli vendeva i ritratti di quella misura, dipinti su commissione, a mezzo milione di lire l’uno. Aveva sempre venduto quasi tutte le sue opere, fin da quando era stato al servizio militare e le richieste avevano sempre superato la sua stessa capacità d’evaderle.
Giunse domenica 6 settembre 1998 e l’indomani la Cantoria avrebbe riaperto i battenti. Amodeo si era dimesso dal Coro, non era stato invitato ed aveva deciso che non ci sarebbe più andato. Incontrò, alla messa delle 18, l’amica Nadia, che gli domandò: “Ci vediamo domani?” “Non credo” le rispose. “Perché?” “Motivi personali.” Finita la messa stava percorrendo, assieme alla mamma, il corridoio centrale, per uscire dalla Chiesa restata vuota. Era giunto in mezzo, quando la trama del destino fece ‘sì che la MT «Celeste» entrasse, percorresse la corsia laterale di destra, lo vedesse e gli sorridesse con molta, molta affabilità. Romano, fortemente sorpreso, rispose al saluto. Accompagnata a casa la mamma, la mise nel suo recinto e corse alla Chiesa, perché, improvvisamente, l’estrema cordialità di quel saluto gli aveva fatto balenare, in mente, l’idea che forse «Occhi verdi» non avesse nemmeno ricevuto le sue lettere... Forse quelle “così brave e protettive donne” della sua casa, che evidentemente intendevano difenderla da quel pezzente che – secondo loro – aveva osato alzare gli occhi su di lei, non si erano solo limitate a impartire a lui l’ordine di “non osare più d’imbucare le lettere”, ma le avevano anche materialmente sottratte alla lettura di lei... Per qual motivo? Già scritto: per difenderla da quell’Amodeo che si era sentito già sbattere in faccia il telefono con quel “O Madocine!”, fin dal sei di giugno, quando le sue missive ancora non erano neppure incominciate. Volle così chiarire le cose – immediatamente – con «Occhi verdi», perché lei, per come si era gentilmente comportata poco prima, certamente non ne aveva saputo mai nulla. Altrimenti lei, Maestra così precisa e inappuntabile, sarebbe intervenuta sulle questioni relative al Coro, sollevate da lui! Trovò la «Celeste amica» con Nadia, davanti alla Chiesa e, rivoltosi a lei: “Ti ho inviate delle lettere, le hai ricevute?” “Sì, ma dopo un poco mi sono stancata di leggere...”, stava probabilmente difendendo la sua famiglia… Romano non le credette. “Bene, allora sappi che, nell’ultima, ti comunicavo che non sarei più venuto a cantare nel tuo Coro per non infastidirti. Un Maestro deve stare tranquillo, senza che si debba difendere da presunti molestatori. Ti avevo scritto che sari venuto solo se tu mi avessi invitato a farlo, dimostrando chiaramente, con i fatti, che non credi che io ti molesto se vengo nel Coro.” E lei: “Io non invito nessuno. Il Coro parrocchiale è una istituzione libera. Non siamo pagati per fare quello che facciamo. Vero Nadia? Siamo forse pagate? Tu Romano fa’ quel che vuoi e non chiedere a me cosa vuoi o devi fare!”
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«Peperina» era visibilmente irritata e gli stava finalmente dando un bel “tu” deciso! Messa a tu per tu con le questioni, questo pronome saltava fuori… Proprio in lei che aveva sostenuto che non l’avrebbe mai fatto, con tanta naturalezza. Romano restò perplesso. Che centrava Nadia con un pagamento? Nadia era una corista come lui. Capiva che potesse esser pagata una Maestra, ma perché si accomunava ancora con costei? Allora domandò in modo ancora più diretto: “Vuoi che venga o no?” “Tu sei come gli altri; mi dispiace se non vieni perché tu hai una bella voce.” “Non ti do fastidio?” “Non mi fai né caldo né freddo. Fa’ quel che vuoi!” “Lo sai che in casa tua m’hanno attaccato su il telefono, che tua madre m’ha intimato, molto volgarmente, di non osare di mettere mai più corrispondenza nella tua cassetta delle lettere?” “Non fu mia madre, fu mia zia” Allora Amodeo tirò fuori dalla borsa, che aveva preso con sé, le fotocopie a colori dei quadri che aveva dipinto, anche a Nadia, in quei due ultimi mesi. Si vedeva che il lavoro eseguito era stato imponente. L’osservazione di «Peperina» fu: “Ah, ti sei divertito!” Questa osservazione, scaturita liberamente, gli restò a lungo nel cervello. Che cosa aveva voluto significare? Divertito a dipingere tutti quei ritratti o divertito, prima, con lei, ad aver dato a lei quelle tele, per le quali lei gli aveva anche dichiarato d’aver provato piacere nel riceverle… Opere che aveva ritenuto un dono prezioso, unico nel loro genere, mentre invece ora lo vedeva inflazionato in una maniera così evidente? Che egli l’avesse forse illusa, ed ora, di colpo, delusa? Fatto sta che, da quel momento, la «Celeste amica» assistette alla scena d’un Romano che portava – tra l’ammirazione di tutti – i suoi innumerevoli quadri alle prove, cogliendo l’occasione per ultimare quelli che non aveva potuto, non conoscendo molto le fisionomie loro ed aiutato solo, nella sua memoria, dalla registrazione televisiva, spesso inadatta allo scopo. Qualcosa di molto particolare dovette sicuramente essere scattato. nella mente notevolmente orgogliosa e selettiva, di Maria Teresa: delusione? Invidia? Gelosia? Aveva perso il primato, di lui e su di loro? Chi può conoscere che cosa si agiti, di consapevole ed inconsapevole, nella psiche umana?! Qui io posso raccontare solo che cosa capitò ad Amodeo perché io, la sua anima, sono stato il migliore testimone oculare possibile, ma forse anche io ignoro quanto esiste e sfugge: l’altro lato del mio io, che mi viene perennemente incontro e non so far altro che intuire, ma solo qualche volta. Forse io stesso ignoro tutta la verità… comunque sto facendo del mio meglio e vi faccio la cronaca sincera di quello che leggo, almeno nella mente di Romano.
Chi ritenesse, a titolo personale, che Romano meritasse un “grazie!”, glielo desse pure per conto suo. In quanto a lei, dichiarò che non avrebbe accettato le sue opere! (e ne aveva già accettate tre, con tanto di costosissime cornici)
Arrivò il giorno dell’inaugurazione della mostra, alla fine di settembre. Le persone del Coro, in un momento in cui il pittore era assente, chiesero alla Maestra cosa dovessero fare in cambio della sua opera, e lei esclamò loro testualmente: “Quello lì è matto! Se avesse bisogno delle cinquantamila lire d’un regalino, le verrebbe a chiedere a me. E io gliele darei!” In parole povere, convinse le persone che non dovevano assolutamente fare nulla per lui, come Cantoria; anche se il dono, di lui, era fatto a tutte le persone del Coro parrocchiale.
Un atteggiamento di questo genere è talmente senza motivo che è inaccettabile sia stato compiuto liberamente dalla Maestra. Solo il Destino può avere costretto una persona come lei ad assumere un comportamento così privo dei fondamenti stessi della riconoscenza umana, verso chi è stato così buono con te e senza chiederti nulla in cambio. Amodeo non voleva niente da lei, non le aveva chiesto niente altro se non di dirgli con franchezza se gli dava fastidio o no che fosse lì con loro. E allora quale altra possibile giustificazione, se non quella dovuta alla forza maggiore della volontà di Dio? Romano fu aiutato a montare la mostra da Enzo Vannucci, ed accadde un fatto chiarissimo e molto simbolico: i tre dipinti, che raffiguravano «Smeraldy», si rifiutavano di restare appesi e cadevano. Caddero ben tre volte e dovettero essere bloccati in modo diverso da tutti gli altri! Dio gli stava dando persino dei segni, inequivocabili, che la Maestra sarebbe stata solo una nemica di tutte le sue iniziative che egli avrebbe preso riguardo alla sua persona, ma non a causa di lei: era Lui, Dio! E, per fargli capire, faceva cadere anche quei dipinti, in un modo che certo non poteva essere addebitato al soggetto che vi era raffigurato. Romano aveva realizzato un unico pannello, con tutte le opere, accostate una all’altra, in modo da determinare come un immenso mosaico. La mostra era a tema: era l’offerta, al suo Coro, di un cantore giudicato come un lebbroso del sentimento, uno da evitare, come se, invece che offrire gratuitamente come faceva, desse invece solo per ricevere contropartite. C’era il chiaro invito, rivolto a tutti, affinché ritrovassero il senso generale di un volersi bene e di una comune appartenenza. Romano, presenziando alle sue opere, indossava una delle due maglie che aveva realizzato per l’occasione e che riproducevano a colori, intorno, una parte delle opere e, in mezzo, il volto di «Occhi verdi», ma sgranato in modo tale da potersi riconoscere la figura solo a notevole distanza. Quel bel viso apparteneva, a quanto sembrava, ad un cuore divenuto spezzettato nelle mille pietruzze d’un illeggibile e freddo mosaico. L’altra maglia era indossata da sua madre. E un registratore diffondeva la musica d’alcuni canti di Chiesa, scritti da Amodeo e fatti suonare al Computer! Un giorno vennero alcune persone e si fermarono a parlare con lui. Rivelarono che erano parenti della Maestra, e si mostrarono molto gentili con lui. Tutte le persone del Coro visitarono la mostra. Ma «Peperina» non vi andò, nell’assoluta determinazione di dimostrare a lui, agli altri e soprattutto a se stessa, che ella era superiore ad ogni cosa e non teneva assolutamente a niente di tutto questo. Avendolo notato, Romano le chiese come mai e le spiegò che, se voleva ancora vedere la Mostra, ormai chiusa, le avrebbe aperto apposta l’Oratorio, subito dopo quella prova. Lei non gli rispose nulla. Quando si finì di cantare, egli si rivolse a lei, dicendole che l’aspettava in Oratorio e lei gli rispose solamente: “Buona notte!” Il cantore chiese le chiavi a Don Luigi ed aprì apposta l’Oratorio e attese inutilmente la sua Maestra. Passò due volte di lì Isidoro Busnelli, e la seconda gli chiese che facesse lì, invece d’andare a casa, e Romano glielo spiegò.
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Infine si arrese quando riconobbe, molti minuti dopo, l’automobile di Nadia che, avendo portato a casa «Smeraldy», se ne ritornava alla sua. Si dispiacque: forse avevano anche riso di lui, visto lì davanti, ad attendere invano un puro segno di gentilezza. La dichiarazione della Maestra, che non avrebbe ritirato le opere che ritraevano lei, e il suo non riferire (piuttosto grave, visto l’atteggiamento che stava assumendo) che n’aveva già accettate tre, alcuni mesi prima, portarono Romano ad affermare a tutti che, finita la mostra, avrebbe fatto un bel falò dei ritratti non ritirati. Ciò creò perplessità, in molti: perché distruggere opere creative dello spirito? Maria Rosa Cogliati, seguendo l’esempio della Maestra, non volle ritirare le sue opere. Invece Nadia fu gentile, invitò Amodeo a casa sua e n’ebbe le confidenze. I dipinti più belli, fatti da Romano, furono proprio quelli riguardanti lei: n’aveva dipinti quattro, ma due non le piacquero, e non li volle. Romano, in un’esposizione del mercatino, di fianco alla Chiesa, in cui Nadia vendeva le merci a favore della Parrocchia, un giorno portò quei due ritratti, sui quali aveva ridipinto disegni astratti, nello stile del suo Pantareismo. Spiegò a lei che erano i suoi, ricoperti, che dovevano essere venduti, con il ricavato devoluto alla Chiesa. Dopo appena un’ora, egli stesso si recò al mercatino e li comprò, pagandoli 100.000 lire: erano un pezzo della sua vita, che voleva tenere per sé. Se a Nadia non erano cari, per il bene che egli vi aveva infuso dipingendoli, erano molto cari a lui. Egli sapeva che cosa gli erano costati, in passionalità e desiderio che risultassero belli, per lei che era bella. Quando Romano fu ospite da Nadia, le raccontò d’essersi appassionato ad «Occhi verdi», ma che era una questione tutta sua, del suo spirito, con la quale la Maestra non doveva sentirsi coinvolta, perché non c’era davvero nessuna intenzione di chiederle nulla o di ricevere nulla in cambio. Tutto finiva lì, nel suo solo cuore. Visto che erano così amiche, poteva fare a lui il favore di dirle che non aveva nessuna intenzione di mancarle di rispetto? Da come si comportò la Maestra, la prima volta che si videro, parve a Romano che Nadia l’avesse fatto, perché «Occhi verdi» aveva ricominciato ad essere gentile.
Invece, così, Dio accendeva – per sempre! – tra loro, una passione così grande che avrebbe portato di certo patimenti (perché non avrebbe avuto mai reali sbocchi nella cosiddetta vita reale), ma avrebbe indotto una sete eterna, di cui si sarebbero poi giovati entrambi, in Paradiso, dissetandosi all’infinito. Questo sentimento, di Romano, non avendo alcun possibile futuro, sarebbe restato puro, non sarebbe stato in contrasto con il suo terrestre matrimonio, non avrebbe oltraggiato nulla della sua fede. Al contrario era costruttivo, edificante, era qualche cosa di cui non si sarebbe dovuto mai vergognare e che l’induceva a cantare lodi in Chiesa al Signore. Per Romano era il massimo che avrebbe potuto trovare. E un atteggiamento, all’apparenza ostile, come quello della Maestra, era mandato a Romano da Dio proprio affinché egli se ne giovasse, in tutti i possibili e leciti modi. Romano s’accorgeva molto bene di come lei avesse assunto, all’improvviso e in esatta contrapposizione, il fortissimo bisogno di mostragli disprezzo. Ma, in una personalità complessa e controversa, come quella della Maestra, quell’atteggiamento corrispondeva solo al proverbio “Chi disprezza vuol comprare”… Lei per prima se ne rendeva conto ed allora si accorgeva che anche quel metodo che lei usava con lui non era così perfetto come le sembrava... E s’indispettiva con se stessa, entrava in lite, le si rompeva l’anima. Amodeo la destabilizzava. Sta di fatto che il dono, di quasi quaranta ritratti, forse non è stato mai fatto, da nessun cantore, ad un Coro parrocchiale. Eppure la sua Maestra osò schifarlo: non volle neppure andare a vedere la mostra, lei che però aveva accettato i suoi tre quadri e gli aveva anche affermato che n’era restata contenta, quando la faccenda non si era così aggrovigliata. Ci doveva essere per forza sotto qualcosa, ma Amodeo – fino a quel momento – ignorava che sotto ci fosse semplicemente la mano della Provvidenza di Dio. All’incredulità e alla non considerazione, per lui, da parte di tutto il mondo (offerta da lui al Signore, con un Voto capestro, per salvare una vita), Dio aveva sostituito soltanto l’incomprensione di lei, e aveva liberati – entrambi – dai loro Voti. Per Romano le situazioni si ripetevano, sempre a livelli superiori e sempre più tendenti al limite del sublime. Così, come nel suo potenziale Purgatorio Anna Badari portò involontariamente alla morte dei gatti, a causa della sua leggerezza, così, in questo potenziale Paradiso, lei, MT la «Celeste», a causa dell’indisponenza della sua parte «Peperina», portò involontariamente alla morte del suo cane, di Tigre.
Questa storia del perché, infine, lei avesse deciso d’assumere questo atteggiamento, Romano se lo spiegò solo addebitandolo al fatto che lei voleva difendersi dal giudizio malevolo della gente. Se dimostrava a tutti di disprezzarlo, non avrebbero fatto fantasie, perché, da come Romano si comportava, dovevano aver capito tutti come lei gli piacesse molto. Una sera, infatti, Maria Rosa Sposato era entrata, a sproposito, su quell’argomento con lei e le aveva suggerito: “Ma perché non vuoi le cortesie di Romano?” “Nemmeno se lo vedo vestito d’oro!”. Il motivo? Non lo sapeva neppure lei. Lo addebitava, mentendo a se stessa, alla differenza di anni, ma in verità dipendeva solo dalla Provvidenza, dal “destino”. Ora – sia a tutti chiaro – quando Dio sembra che voglia togliere, e in un modo così assoluto, sappiatelo bene: è proprio la volta che lo darà in assoluto, nel Paradiso, la condizione assoluta nella quale l’uomo si ritroverà, finalmente e perfettamente libero. Dio è un assoluto imbroglione benefico, che ti lascia credere che t’abbandona, solo perché ti ama e vuole che tu senta la sua mancanza. Così stava facendo anche con questi due. Lei – molto più di Romano! – era la causa di tutto l’appassionarsi di Romano. Se gli avesse dato amicizia o affetto, tutto sarebbe restato imprigionato in quei limiti.
Romano, solitamente, portava il cane nei prati esistenti dietro al Cimitero passando per la via Prampolini. Un giorno, nella speranza di vedere la sua «Peperina», questo «Paperino» del fumetto di Dio decise (avendolo disegnato Dio) di passare per Via Trento. Non la vide. Osservò invece il prato che cominciava a metà di quella via, nella parte sinistra della strada. Allora tolse a Tigre il guinzaglio e l’animale cominciò a correre, come faceva di solito, in quel campo in cui entrava per la prima volta. Se Amodeo non fosse stato chiuso, nei suoi pensieri, riguardo ai dolori che stava provando in quei giorni, sarebbe stato più attento, non avrebbe commesso l’errore di proseguire lungo quella via. Il cane, restato indietro, si portò allora sulla carreggiata e prese a correre a tutta velocità verso di lui. Raggiuntolo, per dimostrare al suo padrone quanto egli fosse intelligente e che aveva capito che, quella, era un’altra strada che portava al suo solito prato, per andarvi da sé, prima che vi fosse condotto, superò, di corsa, Romano, senza rallentare e
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senza ascoltare gli ordini del padrone che, presagendo stavolta il pericolo meglio di lui, prese a gridare con forza: “Tigre! Tigre!” Attirato dal suo destino inesorabile, il cane cercò d’attraversare la via che fiancheggiava il cimitero, un camion con rimorchio passò e Tigre fu travolto dalle ruote del trattore. Il camionista bloccò come poté, ma Tigre giacque riverso tra le ruote dell’avantreno e del rimorchio. Amodeo corse là e, all’improvviso, vide il suo cane sollevarsi, attraversare tutta la strada sebbene la spina dorsale si fosse rotta, venire fino a lui per un ultimo saluto. A Romano che gli riproverò: “Tigre, ma cosa hai fatto?!” Quel suo grande amico rispose, a modo suo, come faceva tutte le volte che, dopo ore di vera venerazione per lui e accanto a lui, Amodeo lo mandava alla cuccia: fece il gesto come di morderlo, come per dirgli, “Vado via malvolentieri, ne sono costretto! Vorrei restare ancora con te!”. Era l’ottobre del 1998. Che animali nobili i cani! Esseri semplici, sanno ogni cosa con chiarezza, conoscono chi considerare un amico e chi un nemico. Com’è diverso per gli uomini, i cui migliori amici saranno, alla fine, proprio i nemici al cui disprezzo si sia riusciti a contrapporre un bene appassionato! Questo pensò, in quell’occasione, perché si accorse che, con «Cicciobella», era esattamente così. E che, più lei lo disprezzava comportandosi da «Peperina», più egli s’appassionava a lei come a MT la «Celeste»! Non c’era alcun senso comune in tutto questo, se non si considerava una gran verità: che Romano, esattamente in questo periodo e a causa di lei, stava cominciando a sentire, a percepire la situazione definitiva, come realmente presente, anche nelle cose apparentemente passeggere ed espresse all’incontrario. Romano, arrivato a Saronno e stando vicino a lei, aveva cominciato a vivere di già nel suo potenziale Paradiso. Erano passati gli anni del potenziale Purgatorio, iniziato in Via Teodosio 2 e riusciva già a sentire lo stato definitivo che esisterà in questa stessa realtà, quando tutti la vedranno ripulita e secondo i loro desideri di bene. Così, pur trovandosi davanti la sua ferma opposizione, egli smascherava la situazione finale, che sarebbe esistita tra loro, in Paradiso, ossia quando ciascuno avrebbe avuto la possibilità che egli aveva già adesso: di sentire tutte le cose nel loro lato volto al meglio. Egli presagiva già, in questa vita, l’amore, vero e grandioso, che lei gli avrebbe dato allorché sarebbe divenuta libera, anche lei, come Romano era già adesso: d’uscire da tutti gli schemi rigidi, che imprigionano l’esistenza, ed in base ai quali ami solo chi ti ama, e non certo chi ti odia e disprezza. Chi agisce in questo modo, quasi automatico, non è persona libera: la libertà vera consiste nel non lasciarsi costringere, dal male, a voler male a chi tu vuoi bene, per libera scelta e vocazione. La libertà, allora sta veramente nel dare il bene a chi ti dà il male. Romano cominciava a sentirsi finalmente libero e si accorgeva, stupendosi, che lo stava essenzialmente liberando proprio questa donna! Con il suo assurdo e immotivato disprezzo. Le doveva immensa gratitudine! Potenza del San Romano, cui Amodeo era stato votato con il suo Santo Battesimo, quel Santo che la Chiesa riconosce come un grande esorcista del Male!
Certo, ogni volta che lei lo feriva, senza motivo, ci restava male e ne soffriva, ma poi la mente, proprio spinta da quella sofferenza, ritornava sull’episodio e cominciava a scorgervi i lati estremamente buoni: il suo bene per lei che sopravviveva e si rafforzava! Più schiaffoni prendeva e più si accorgeva quanto avrebbe desiderato l’opposto, allora valutava questo opposto, e lo viveva realmente. No, non era una sua immaginazione. Ondate di bene gli sgorgavano dentro, zampillando di freschezza e d’estrema pulizia. Si stava così tanto immergendo, in questo potenziale Paradiso terrestre, che l’impegno nel bene si rivelava facile, invitante, allegro. E spesso egli si commuoveva fino alle lacrime, scorgendo quanto bene quella donna, dall’apparenza così malvagia, sapeva suscitargli nel cuore come un’assoluta contrapposizione alla cattiveria. Le doveva gratitudine! Se avesse saputo, Romano, che doveva tutto ciò proprio al suo Santo protettore, al San Romano che si era opposto al sacrificio di San Lorenzo, e che ora si opponeva al male fatto su di lui, lo esorcizzava e lo trasformava in bene, si sarebbe rivolto di più, nelle sue preghiere, al Santo che gli era stato dato, come il suo primo nome, nel Battesimo. Nella lettera che Romano aveva scritto alla Maestra (quando le aveva regalato i primi tre quadri), aveva chiesto il suo aiuto, affinché lei, e il suo ascendente su di lui, lo liberassero dall’asservimento del suo pensiero a Paola Vecchi… Ebbene Romano ottenne da lei proprio questa grande grazia ed essa dipese tutta e solo dal disprezzo della «Peperina» per lui. Fu un evento che accadde proprio poco dopo la morte di Tigre. Solo ora, che Romano era a Saronno, Paola era riuscita a cogliere, finalmente e stranamente, quella dimensione diversa, che apparteneva a lui e a pochi altri. Gli telefonava frequentemente e, in presenza di problemi, quasi gl’intimava di recarsi a casa sua, percorrendo quella quarantina di chilometri di distanza tra Saronno, posta a Nord, e l’estremo sud di Milano in cui lei abitava, in Via Del Turchino. Una sera Paola lo supplicò più intensamente del solito: “Vieni, c’è davvero bisogno del tuo aiuto! Qui c’è Patrizia, la mia portinaia, che è veramente fuori di testa! Credo che solo tu le possa dare aiuto! Se tu sei cristiano come dici, non puoi non rispondere a questo appello!” Era una sollecitazione che era stata fatta alle 11 di sera del 1998, in ottobre, in un momento in cui Amodeo era profondamente deluso e rattristato per la morte di Tigre e per come la Direttrice del Coro aveva accolto male i suoi ritratti offerti alla gente della Cantoria e come fosse sgarbata con lui che aspirava solo alla gentilezza dei modi. Di fianco a questo rifiuto, come spesso aveva realizzato il destino per lui, ci sarebbe stato, adesso, a tempo scaduto, ciò che era mancato in precedenza, nel rapporto con Paola, e non solo con lei. Giunse all’abitazione di Paola Vecchi. Veramente Patrizia era fuori di testa. Stava soffrendo per una delusione d’amore. Oh, non quello, diciamo così: regolare, per il marito, ma per il suo amante, quello che al momento lei prediligeva. Per la sua esperienza con la Maria Teresa «carnale», la Mazzola, che gli aveva smazzolato via ben bene la sua virtù, Romano non si scandalizzava più, delle strane situazioni esistenti nel mondo, in cui le regole erano sovvertite, e si soffriva per la perdita di quanto sarebbe stato anche meglio perdere. L’uomo ha le sue passioni, giuste e ingiuste e spesso, quasi sempre, ne è veramente vittima e soggiogato.
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La cosa preoccupante, in quel momento, era lo stato emotivo di quella donna: una sfiducia, talmente forte in se stessa, che sarebbe potuta sconfinare nel tentativo d’un suicidio. Abitava, con il marito ed un figlio di 12 anni, lì accanto a Paola, perché era la giovane custode di quelle case popolari di via Del Turchino. Amodeo l’aveva conosciuta vagamente, quando aveva accettato di prendersi Tigre e questa donna gli aveva regalato il guinzaglio per quel grosso cane… che ora da poco era morto (ma come le cose e le situazioni sempre si legavano insieme!). Nonostante il suo domicilio fosse lì vicino e il marito la tenesse in casa, avendo accettato che lei non fosse ormai più sua (e Romano lo capiva, perché era capitato di sperimentarlo anche a lui), non poteva andare, in quello stato, a passarvi la notte. Era veramente fortissimo il pericolo che, lasciata a se stessa, si uccidesse. Così avrebbe trascorso la notte con Paola. Amodeo, chiamato a dare una mano, sarebbe stato lì a darla, anch’egli, per come sarebbe stato possibile. Intorno alle due del mattino, si decise di provare a dormire. Paola e la figlia, che aveva circa 10 anni, andarono nella camera da letto, in cui, incorniciato e in bella mostra, c’era il grande ritratto fattole da Romano, che raffigurava lei, nel gesto di dar latte alla sua piccola Chiaretta. Nell’altra stanza, il soggiorno, furono aperti a letto due divani, uno per Patrizia e l’altro per Amodeo. La donna piangeva, era scossa da fremiti, non riusciva a dormire nel suo letto… così s’infilò decisa in quello di Romano e gli si aggrappò, come a un’ancora. Gli si strinse contro e asciugò le lacrime sul suo collo, grata con lui che, in quel momento, capiva che le serviva disperatamente un uomo e non la scacciava. E fece tutto lei, o, per lo meno, ci provò: Amodeo si negava alle sue mani, che cercavano di toccarlo, gliele riconduceva attorno alle spalle, cercava di tenerla a freno. E allora lei riprese a piangere, di fronte anche a lui che, in quel momento, non capiva la sua disperazione e rifiutava un incontro reale, completo. Romano capì – e fu un comportamento ben strano per lui e le sue convinzioni – che non doveva fare tesoro di sé; così cedette al bisogno di lei, ma non volle farlo per finta: l’amò, con l’anima e il corpo, per tutta la notte, come fosse stata la sua vera compagna. Al mattino Patrizia era serena, dormiva meravigliosamente rilassata, nel suo divano letto. Paola si stupì di quanto beneficio avessero portato, su quel corpo sconquassato, solo poche ore di sonno. Preparò un caffè doppio a Romano e, con l’amica che dormiva, serena, egli se ne ritornò alle sue gatte da pelare a Saronno. Non poté pelarle, perché, il giorno dopo, fu Patrizia a telefonargli: aveva assolutamente bisogno di lui. Amodeo cercò di negarsi, ma quando lei scoppiò nuovamente a piangere, capì che adesso, divenuto come il metadone per un drogato, non poteva tirarsi indietro: egli l’aveva accettato di cuore e non era lecito, in alcun modo, lavarsi ora le mani di quella persona che aveva amato davvero e ininterrottamente per ore la notte prima. Andò a casa di lei. Fu accolto dal marito, che capiva benissimo tutto quello che stava succedendo. Lei dichiarò, al suo consorte, che doveva staccarsi un poco dalla sua vita, che doveva andare da Romano, che egli solo era la sua salvezza.
E il marito l’ascoltava in silenzio, disposto a fare e a concedere, egli stesso, ogni cosa, purché quella persona, cui egli voleva bene e che si era legata a lui per Sacramento, uscisse da quello stato critico per la sua incolumità e la vita. Mentre erano lì, giunse una quarta persona: un mongoloide. Era un abitante di quello stesso condominio che, conoscendo quanto a lei piacessero gli alcolici e il vino, l’attirava a casa sua e, con quella merce di scambio, riusciva ad avere tenerezza da lei. Ora era allarmato, perché Patrizia, la sua consolazione, andava via da quella casa, con Amodeo, il Lancillotto uscito chissà da quale fiaba, che la portava via, sul suo cavallo. Ci fu una scena assolutamente indefinibile, se tragica o comica, certamente pietosa e paradossale, con quest’uomo crudelmente colpito dalla sorte, che si attaccava, come un corpo morto, alla sua Patrizia che andava via su quel triste e doloroso cavallo bianco. Lancillotto, una volta che fu solo con lei, cercò d’usare la ragione, tentò d’attivare tutta la dialettica di cui era capace, per far comprendere, a quella donna, che egli era semplicemente Romano, un poveraccio ancora più povero di lei. E lo avrebbe visto: viveva in un buco, in cui lei non avrebbe mai accettato di vivere! Vi abitava assieme a sua madre, che era vecchia ed ammalata, che molti figli non avrebbero accettato di curare. In una stanza di 17 metri, che puzzava talmente d’urina, che il vicino non vi entrava, altrimenti stava male. Non riuscì a passare per sé stesso. Era ancora Lancillotto, agli occhi di lei, anche quando entrò in quel luogo mal odorante. Non convinta, voleva passare lì la notte. Amodeo aveva sperato che le sue condizioni, immediatamente, la disamorassero, le facessero fare una specie di doccia scozzese, perché, in quella condizione oggettiva, non valeva che egli fosse un Architetto, uno scienziato e un filosofo: era semplicemente un pezzente e morto di fame. Ma lei l’aveva conosciuto veramente. Aveva toccato con mano quanto fosse capace di dare la cosa più importante, quando serve, ad una persona: tutto se stesso, senza conservare nulla, senza negare nulla, senza temere nulla, neppure una malattia! Lei aveva sperimentato il massimo che è sperimentabile, quando si passa da una condizione d’estremo bisogno, all’incontro vero con quel bisogno assolutamente risanato. Lei e lui non avevano fatto sesso. Romano non le aveva dato l’elemosina della pietà o della misericordia: l’aveva veramente amata, vedendo in lei – una donna di cui altri in quello stesso momento avrebbero provato ribrezzo – solo una creatura del Signore, impaurita e prostrata, che doveva essere presa, amata, da chi le dicesse: “Coraggio! L’amore esiste! Eccolo! Io non ti sto scopando (che brutto termine!), non sto approfittando di questo momento in cui sei vulnerabile, ma ti sto dando me stesso, quello che io ho di più profondo e non si tratta della carne, sai? Si tratta del cuore, dell’anima, dell’umano bisogno dell’amore.” Patrizia l’aveva capito e questo nucleo, così forte, l’aveva rivestito di luce agli occhi di lei ed ora era il suo Principe che l’avrebbe salvata. Domandò del vino. Amodeo non aveva nulla da offrirle. Sarebbe bastata una bottiglia di rosso, da bere in due. Allora si ricordò di quei due vicini che aveva, Barbara e Vincenzo, e chiese loro quello che Patrizia voleva. Ricevette la bottiglia, forse nemmeno un litro. Patrizia ne bevve una metà con lui e, all’improvviso, l’alcool cominciò a produrre una reazione che Romano non si aspettava. Non sapeva quanti psicofarmaci lei stesse assumendo
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e quanto, quel poco alcool, contenuto in quel vinello, avrebbe formato una miscela infernale, micidiale in lei. Cominciò a pretendere, da lui, che riprendessero esattamente da dove avevano smesso la notte prima. Ma adesso accadeva in un modo nuovo, che non aveva niente di quanto era stato prima, ma si presentava solo come vizio e lussuria. Ad Amodeo tutto ciò non piaceva. Non poteva permettere che quella trasformazione, prodotta dalla chimica, attivasse il sesso come un prurito attiva il bisogno di grattarsi. Cercò di tenere a freno questo bisogno che si era scatenato in lei e, grazie al quale, il suo amante mongoloide riusciva di solito ad avere da questa donna – che, se si fosse tenuta su, sarebbe stata anche bella – quanto nessun’altra dava a lui, così menomato. Messo, in quel momento, al suo stesso posto, Romano provò una profonda pena, anche per quell’uomo che aveva visto lei, il suo unico amore possibile, allontanarsi su quel cavallo bianco… che egli non aveva. Decise di riportargliela. In quelle condizioni, lei non aveva bisogno di Amodeo e di quanto lui le aveva dato, che non era sesso. Le rivelò che, se non si comportava bene, l’avrebbe ricondotta a casa. La reazione di Patrizia fu inattesa: cominciò ad urlare e sbraitare, e gridava: “Bastardo! Sei un bastardo!”. Mariannina era lì, e non capiva che cosa stesse succedendo. Osservava lei, poi il figlio, con occhi dubbiosi, interrogativi, restando in silenzio, nel suo box. Romano dovette necessariamente calmare Patrizia. Le suggerì di mettersi a letto. Lei pensò d’averla vinta, che il suo Lancillotto, ridotto alla stregua del suo amante offeso dalla malasorte, avrebbe fatto come faceva costui e poi sarebbe stata bene. Romano, invece, quando si fu calmata, telefonò a casa di lei; domandò al marito come dovesse comportarsi. Lo aiutasse lui, che certamente aveva più esperienza, con lei, in situazioni come questa. Quello stupendo marito gli confidò ch’era addolorato, che le voleva bene, ma che quand’era così anch’egli era senza possibili rimedi. Per questo lei l’aveva lasciato ed egli la lasciava andare. Il suo rimedio era quella persona che aveva visto, quell’infelice che rendeva infelici tutti loro. L’attirava a se e la faceva bere, ed era divenuta un’alcoolizzata, che solo istituti specializzati avrebbero potuto aiutare come si deve. Ora, che si trovava in quella situazione, vedesse Romano di fare come si poteva, come era capace, perché soluzioni vere e proprie non esistevano. Romano fu lieto d’avere parlato con lui, perché, per come si era posto con sua moglie, gli era restato un che di comprensibile disagio, che quel colloquio dissolse interamente. Ne uscì più forte e saggio. La trattò come si tratta un’ammalata: con dolcezza ma con fermezza. Quando fu chiaro che, a lei, serviva una medicina chiamata sesso, egli gliela diede, ma stavolta le fece capire che era solo questo e che c’erano altri, migliori di lui, che potevano darle quant’egli, in questo momento, le dava solo per la profonda pena, che provava per il suo bisogno. Riuscì a dimostrare a Patrizia, insomma, non solo il senso del pene, ma della pena e questo, finalmente questo sentimento, le diede vergogna di sé. Patrizia si accorse che non era Lancillotto, ma era divenuto una specie nuova di disgustoso dottore, che le creava disagio, la stimolava ad assumere dignità e, delusa e mortificata, volle tornare a casa.
Qualche giorno dopo Paola pretese, nuovamente, che Romano andasse a trovare lei e sua figlia Chiara. Voleva essere informata di che cosa fosse successo, perché aveva saputo che Patrizia era stata portata a casa sua, a Saronno, e che erano successe altre cose sulle quali aveva necessità d’avere ragguagli. Romano andò la lei e le spiegò esattamente ogni cosa. Quando Paola seppe che, mentre lei dormiva con la figlia nella loro stanza, il suo amico aveva consolato la sua portinaia, per tutta la notte, e che quello era alla base della serenità che aveva visto nella sua amica, anche quando si era svegliata, ne restò veramente sconvolta. In primo luogo gli domandò come si fosse permesso, di scopare lì, nella sua abitazione. Gli fece notare come quella fosse una casa e non un casino. Lo rimproverò, ferocemente: d’essersi approfittato, così volgarmente, d’una persona in forte stato di debilitazione e di necessità. Non se ne vergognava? Ma erano solo scuse: lei aveva capito, finalmente, che Amodeo era un uomo in carne ed ossa e non un pura idealizzazione, insomma un fantasma… Come mai lei, proprio lei, che si era ben accorta di quanto egli le volesse bene, l’aveva tenuto a distanza per così tanto tempo? L’aveva stranamente fatto per tutto il tempo che egli aveva cercato, in tutti i modi, di farle capire come egli sarebbe potuto essere anche di grande giovamento, per lei e sua figlia. Romano aveva cercato di riportare lei, una diplomata, nel ruolo di chi usa l’intelligenza e la fantasia, più che le mani per fare i servizi che lei faceva, ridottasi a fare la domestica, dopo che l’aveva risparmiata un tumore maligno, che diceva guarito per intercessione di Padre Pio. Romano le aveva pubblicato il suo libro di poesie, cercando d’elevarla, di nuovo, nella sua condizione dignitosa. Sarebbe stato un formidabile strumento d’educazione e di preparazione per sua figlia Chiara. Ma perché non l’aveva visto prima, per quello che era? Si accorgeva d’avere avuto davanti agli occhi un vero schermo che le aveva impedito di scorgerlo. Poi si era allontanato, era andato prima al Sud, poi a Saronno, ed un giorno era venuto da lei, con le immagini della «Celeste amica», che non le erano piaciute per niente. Si, era una bella donna, indubbiamente! Ma quanta durezza in quel volto! “Questa qui, caro Romano, è una mangia…e stai in guardia, perché è cattiva, veramente cattiva!”. Povera MT «Celeste»! Paola era una sensitiva, aveva solitamente un bel colpo d’occhio, nel riconoscere le persone, ma stavolta si era sbagliata, assolutamente, con «Occhi verdi». Vedeva solo la superficie, tempestosa, di un oceano in meravigliosa e quieta armonia, nei volumi delle acque profonde. Amodeo glielo aveva chiaramente spiegato: “Quello che leggi, di duro, in questo volto è solo una grande sfiducia che vi è penetrata, per la deludente esperienza che lei ha fatto dell’amore. Hai ragione: lei ha bisogno d’amore, anche d’amore fisico, ma è divenuto, in questo momento della sua vita, il suo vero problema, perché ne ha paura. Io vorrei toglierle questo timore, oh, non per me, per lei, facendo per il suo Spirito come ho fatto per Patrizia: dandomi tutto, che faccia di me quello che vuole, e mi schiaffeggi se è solo questo che vuole. Io non voglio toglierle libertà! Se poi farà un uso sbagliato, di me, lo capirà, non è una stupida!”
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Lo schermo, che aveva protetto Amodeo dall’essere visto e considerato da Paola, era nel disegno d’una Provvidenza: che dimostrasse a Romano come tutto, ogni cosa, fosse una pura invenzione, una trama che esiste solo per virtù di un Dio gran Creatore di storie. Solo quando MT la «Celeste» avesse assunto, tutta su di sé, l’incomprensione per Romano, restituendogli in cambio la comprensione del mondo, solo allora il successo sarebbe tornato ad arridere, per Amodeo, e l’avrebbero visto e compreso. E la prova era adesso proprio lei, Paola Vecchi, che ora soltanto riusciva a vederlo come un uomo concreto, da quando «Cicciobella» era entrata in quel suo ruolo così ingrato, ma così importante, rivitalizzante e salutare per lui, della «Peperina». Non essendo Romano più protetto, da quello schermo d’invisibilità, Paola Vecchi cercò allora di prenderselo per sé. Si disse che se egli aveva fatto l’amore, a casa sua, con la sua amica, come mai lei no? E si mise a fare in modo da togliere di mezzo questa lacuna. Ora Romano, anche se era un Paperino di Walt Disney, era un uomo, fatto di carne ed ossa e Paola era una donna mica male… dotata di notevole fascino e attrattiva. Anch’egli – esattamente come Patrizia – aveva dentro, in quei giorni, una grande frustrazione, indottagli da «Cicciobella», che assumeva con lui il ruolo sprezzante, destinatole dalla Provvidenza, mostrandosi come «Peperina». Fu proprio il disprezzo per lui, di lei, che frantumò ogni ritrosia a che Paola ora concretamente l’amasse. E si ebbero, tutti e due, recuperando sul tempo stranamente perduto, anche se lei s’accorgeva che Romano, sotto-sotto, non era più suo. Lo percepiva della suorina, come la chiamava lei, quando voleva essere meno cattiva. Vi chiedete se e come ebbe termine questa nuova piega assunta dagli eventi? Oh, accadde nel solito modo provvidenziale, dovuto a cause di forza maggiore. Perché Amodeo avrebbe ceduto a quanto provava per quella donna, cui voleva sempre bene… Ecco, in Romano c’era questo di veramente strano: quando aveva provato amore per una persona, l’amava per sempre. Nonostante entrassero altre persone, poi, come suoi amori. Questi, anche questi, si sarebbero aggiunti per sempre, senza litigare assolutamente tra loro, come se Amodeo fosse, sentimentalmente, una vera puttana. Ma non era per questo, era perché Romano era restato sempre un bambino, nel suo cuore, un bimbo che ama sempre tutti i suoi giocattoli e, se ne perde di vista uno, quando lo ritrova, esso diventa il suo giocattolo del momento, che gli dà gioia, allo stesso modo di tutti gli altri, quando è il loro turno. Per un bimbo è così! Non può scegliere scartando un giocattolo che ama. Gli adulti lo fanno ed amano in modo selettivo. Lo rivelava l’esperienza: Romano era ritornato ad amare, ben trenta Anni dopo, Anna Badari (che era apparsa con tutto il disastro generato in lei dal tempo) ed aveva talmente nel cuore una immagine unica, che presto la vide come era lei una volta, indipendentemente dal trascorrere delle stagioni della vita e dalle rovine devastanti che avevano prodotto su di lei, sia nella mente, sia nel corpo. Così adesso, con Paola che finalmente gli dava non solo l’anima, l’amore eterno di Amodeo per lei correva il rischio d’irretirlo, mentre non era quello il suo destino. Il volere del destino, per Romano, era la solitudine. E una mortificazione, data a lui sempre a livelli più grandi, fino a poter porsi, all’attenzione del mondo, come un singolo assolutamente capace d’essere libero, da ogni vincolo e da ogni caparra inibitoria... perfino dell’affetto. Solo sulla base di questa assoluta libertà, egli avrebbe potuto perfezionare le sue osservazioni, sul mondo e sull’assoluto significato dell’esistenza.
Ecco come la Provvidenza distolse Amodeo e Paola da quello che stavano facendo. Accadde nuovamente un fatto senza spiegazioni plausibili: una porta doveva essere chiusa a chiave e non risultò più esserlo. Così, mentre Romano stava con Paola, uscì dalla stanza da letto la piccola Chiara che, assistito a qualcosa che non s’aspettava di vedere in quel modo, incominciò a piangere per la sua innocenza vilipesa. Che figura! Tutti e due! A conti fatti anche Romano uscì – come ne era uscita Patrizia – da quella storia impossibile, nello stesso identico modo: la vergogna, profondissima, di se stesso e il bisogno assoluto di ritrovare il sentimento di una dignità violata, innanzitutto rispetto a se stesso. Fu una mortificazione così profonda e così definitiva sorgente di benessere che Romano non andò più a trovare Paola e lei più non gli chiese d’andare a trovarla. Amodeo ritornò ad immergersi nella realtà tutta virtuale e positiva, possibile solo con la sua Maestra. Si era reso conto di una cosa importantissima: il particolare rapporto, instaurato con lei, non aveva nessuna possibilità che sfociasse in tutto quello schifo che, nonostante tutte le buone intenzioni, era accaduto, con Patrizia e con Paola, proprio nei giorni prima. Egli l’incontrava ogni lunedì e poteva donare a lei, il suo cuore, senza pericoli che si dovesse trovare mai, un giorno, ad averne vergogna, come era capitato quando l’innocenza di Chiara lo aveva sorpreso e mortificato come più non si può, come se fosse stato l’occhio puro di Dio... … e lo era stato, in quel Cartone Animato, che così Dio aveva voluto Creare, per i suoi vari «Peperini» e «Paperini», che invece si credevano liberi protagonisti! Così avrebbero imparato la lezione! Cominciò allora a pregare Dio, in modo ancora più appassionato, per la sua «Celeste amica», che poteva amare, senza nessuna speranza, ma con tutta la pulizia di se stesso: “Signore, rendila felice, mettila in grado di ribellarsi all’amore che asservisce. Io vedo la sua bellezza e la vedo frenata in una corazza di sfiducia e frigidità. Non permettere che sia così, Signore! Togli tutto questo non fidarsi di nessuno che è entrato nel suo cuore, lasciale sperare che esistano ancora persone affidabili e libere d’amare, senza pretese, senza caparre, solo perché l’altro sia felice. Oh, non chiedo d’essere io! Io desidero essere solo il mezzo, con questa preghiera: fai soffrire me, se qualcuno dovrà pagare un pegno, per questo dono che io ti chiedo di fare a lei! Se, affinché capisca, io debbo ricevere sempre schiaffi, ecco l’altra mia guancia, fa’ che la colpisca! Io non mi stancherò mai!” Affinché la Madonna intercedesse, Amodeo fece ardere decine di volte il numero di quelle sei candele, al suo altare, che bruciarono quel giorno in favore di lui, quando aveva due anni. Con tale Avvocata, Dio lo avrebbe certamente ascoltato, anche se non proprio nella forma voluta da Romano… Ma certo nella sostanza, che è poi la cosa veramente essenziale in ogni condizione e situazione. Vi chiedete ancora, cari lettori, il perché di tanto accanimento, di Romano, con questa persona? In apparenza sembrerebbe che non ci sia stato mai un vero perché: infatti, lei non l’ha fatto sperare, non si è mai sbilanciata in suo favore, si è persino infastidita e sempre più, con sempre maggiore apparente cattiveria, vedendo la sua incapacità e l’impotenza a domare quest’affetto suo per lei.
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Un motivo ci fu e fortissimo: Amodeo sentiva l’anima di questa donna dentro di sé, la presagiva, realmente. Quella donna dagli occhi dello smeraldo era molto bella, molto brava e quando cantava esprimeva tutta la sua luce. Era anche suscettibile, altezzosa, vanagloriosa, schifiltosa e sprezzante…, ma questa era solo la brutta copia terrena della MT assolutamente celestiale che egli conosceva nel suo cuore, perché vi abitava già. Se la sentiva dentro. Abituato ormai ad andare oltre il sensibile, Romano aveva ereditato una parte grande delle doti veggenti di sua madre, e cominciava realmente a sublimare la realtà di «Occhi verdi»… Sublimare, come già spiegato, significa andare oltre i limiti della percezione reale. Romano non credeva a quel che vedeva e riusciva a vivere anche e spesso solo dei sentimenti del suo cuore. E – per essere così – non aveva più bisogno d’una Maria Teresa carnale e terrestre come n’aveva già avuto una, la Mazzola, con la quale faceva all’amore per sette volte di fila, solo pochi anni prima. Non gli occorreva un’Anna Badari, che aveva amato nella mente e nel corpo, senza tuttavia essere mai riuscito ad avere in sé la sua anima, come ora aveva in sé l’anima di questa nuova persona. Questa «Occhi verdi», che Dio gli aveva messo avanti, da amare, era stata scelta così perché amarono, entrambi, Gesù – o almeno ci provarono – senza avere mai, nessuno dei due, “avuto una medaglia.”
Ancora in questo 1998, anche la ricchissima Anna Ramazzotti, che Romano avrebbe forse potuto sposare pochissimi anni prima, se la Maria Teresa terrestre, la Mazzola e sua moglie non fossero esistite, si lasciò asfissiare, da un sacchetto di cellofan. Lei scelse la stessa morte, per mancanza d’aria, che ebbe quel marito che tanto aveva sospirato e che le era restato sempre nel cuore, che era annegato facendo il sub. Aveva tentato un’impossibile storia con Romano, ed anche qui egli si sarebbe potuto porre come un angelo salvatore, se questa fosse stata la trama comune del destino. Amodeo seppe, della sua vicenda, poco dopo la morte di Tigre.
Ora sembrava che tutto si stesse finalmente mettendo a fuoco, nella vita di Romano Amodeo, e i segni che si accompagnarono a tutto questo furono anche tragici, furono anche tremendi. Il 23 dicembre 1997 sentì, dopo anni, l’esigenza di telefonare ad Anna Badari, per augurarle “Buon compleanno” ma non la trovò. Il 15 gennaio telefonò a Maria, sua sorella e seppe che anche il destino d’Anna si era compiuto: si era uccisa, buttandosi da quel quinto piano dal quale aveva minacciato di gettarsi Lucy se lei avesse sposato Romano! Ora era come se Dio fosse passato a saldare tutti i conti lasciati in sospeso. Dando l’impressione di punire con la morte, ma in verità concedendo, alle stesse persone, il modo di ritornare concretamente a lui, collocato realmente lì, al principio di ogni cosa. Per questa donna, Amodeo era stato l’unico che avesse tentato in tutti i modi di salvarla, dando a lei se stesso, come un angelo salvatore. Il 23 dicembre aveva presagito un pericolo ed ora ci pensava Dio a toglierla finalmente da tutti i guai dovuti alla sua inconsistenza. Aveva avuto ragione suo padre: Anna non sapeva mai cosa facesse. Il tipo di morte che aveva scelto, ai primi del 1998, fu un messaggio straordinario per Romano: si era pentita d’aver dato retta a Lucy e d’averlo respinto per la seconda volta, dopo che la sorte le aveva dato un’incredibile seconda occasione, a trent’anni l’una dall’altra, una cosa che non succede mai, nella vita, di correggere così una propria scelta. Così quel gesto, minacciato dalla figlia se avesse sposato Amodeo, in definitiva, piena d’un immenso sconforto, lo fece lei.
Conobbe Fiorella, a Saronno. Gli comparve una sera, di fianco, come un dono di Dio, in San Giovanni Battista, in occasione d’un concerto in cui suonava la tromba il cognato di «Occhi verdi». Amodeo in quel momento, in Chiesa, stava veramente pregando così: “Signore, dopotutto io che vorrei?! Solo una donna amica, che mi fosse vicina, qui, di fianco a me.” Gli si sedette vicino, nel mentre ancora pregava, Fiorella, che gli rivolse la parola. Il giorno dopo l’incontrò di nuovo, e seppe che aveva il problema del padre ammalato, ricoverato in una clinica troppo costosa. Romano, per una di quelle levate improvvise del suo genio, di cui spesso poi pagava le conseguenze, le propose di prenderlo in carico lui! Aveva già da curare sua madre; avrebbe sistemato quel locale al primo piano, che non aveva mai deciso di ristrutturare… Sarebbe stata la volta buona! Lei si dichiarò felice, esclamò testualmente che Dio proprio esisteva! E Romano andò, felicissimo, a riferire a Don Luigi che avrebbe aiutato quell’uomo. “Sta calmo, Romano! Quella famiglia ha molti problemi, non cantare vittoria. Ti cacci solo in un bel guaio!” Non successe, perché fu Fiorella ad affermargli che non si poteva fare. Tolsero allora l’ammalato dall’ospedale e lo portarono nella casa che essi avevano, in un paese a nord di Milano. Così un giorno l’uomo, non ben sorvegliato, uscì, andò con il treno a Milano e nel 1998 morì, alla stazione delle Ferrovie Nord, travolto da un convoglio. Anche qui Romano si era posto come un possibile angelo salvatore, ma era stato rifiutato e quell’uomo era morto. Romano si convinse che il Signore lo stava mettendo alla stretta finale, per fare ordine e pulizia, e temeva terribilmente quello che avrebbe potuto fare ora Dio, con questa MT «Peperina» che così lo disprezzava per le sue attenzioni terra-terra. Perciò Amodeo si ripropose che non l’avrebbe lasciata mai, che sempre avrebbe pregato per lei, offrendo costantemente a Dio, e tutta a favore di lei, la sofferenza sua grande, che nasceva dal disprezzo di lei per il suo affetto. Lo faceva anche perché, come già scritto, la sentiva concretamente presente nel suo cuore: parlargli, incoraggiarlo e spingerlo sempre più ad abbracciare con Fede il suo destino. Perché lì – in fondo al lungo tunnel dell’incoscienza – ciascuno poi avrebbe finalmente praticato il Bene Promosso dalla Provvidenza di Dio: e avrebbe avuto la gallina domani. Bisognava prima essere divenuti coscienti del bene e della possibilità di provarlo per tutti, senza che ciò significasse sottrazione per qualcuno.
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L’uomo non ama perché intende il suo bene essere esclusivo, invece non c’è nulla che è escluso dall’amore: è una fiamma che infiamma tutto e si alimenta d’ogni cosa, anche di se stesso: dell’amore per l’amore. Eppure, chi la pensa così è spesso emarginato, come se fosse un essere immondo, e non è allontanato dai malfattori: è diffidato soprattutto dagli onesti, perfino dalla Comunità dei credenti, che lo mortificano, talvolta, fino ad ucciderlo veramente. È la storia di Gesù, della pietra che, scartata dal costruttore, diventa testata d’angolo. Ma coraggio! Non è una storia di sconfitte: il sacrificio di se stessi, quando è per il bene altrui, è la più gran vittoria personale che possa esistere.
tempi ad oggi. Giungerà così veramente a “riconoscere” su quali numeri precisi si poggi l’umana rappresentazione dell’universo. La NUOVA SCUOLA ITALICA si pone come continuatrice, anche, di quella SCUOLA ELEATICA che fu fondata pressoché nello stesso periodo, ad Elea (in provincia di Salerno) dal greco Senofane e che sosteneva che al fondamento di tutta la realtà vi fosse il suo ESSERE. Non lasciatevi spaventare dalle parole. Questa SCUOLA è aperta per tutti: sia per la gente colta, istruita, che per la gente comune. E’ necessario, soprattutto, che si abbia una sana curiosità, e tuttora una discreta fiducia sulle possibilità dell’intelligenza umana: di riuscire a capire i misteri tuttora privi di spiegazione. Infatti questa SCUOLA giunge a spiegarli in modo veramente ragionevole e molto, molto semplice, pervenendo, con le sue sole povere gambe, agli stessi risultati cui è giunta la Fede per “rivelazione”… non certo dell’irrazionale! La NUOVA SCUOLA ITALICA ha lo straordinario, meraviglioso proposito di spiegare, in sintesi: perché quel treno sia partito, da dove venga, dove vada. Ma non sulla base – ripeto ancora! – di FANTASIE, o di FANTASCIENZA. A partire dal vero rispetto delle leggi scientifiche fondamentali. Nel primo incontro, infatti, il tema sarà imperniato sul VALORE DA DARE ALLE LEGGI DELLA SCIENZA. La domanda cui si tenterà assieme di dare risposta è: “Una Legge scientifica vale o no se – una volta che essa è stata stabilita con certezza – essa non è più verificabile da nessuno?” Ovvero: “Siamo noi autorizzati, possiamo progettare ragionevolmente la costruzione d’una casa se non potremo verificare mai che poi essa stia in piedi… giacché sarà costruita solo dopo la nostra morte?”
Mentre si dibatteva e si tormentava in tutte le passioni che riguardavano il suo sentimento amoroso, da tempo Romano stava anche predisponendo quanto occorreva a diffondere le sue idee scientifiche e filosofiche. Aveva fondato la Nuova Scuola Italica ed essa doveva cominciare ad esistere, con una sua attività concreta. Ottenne dal Centro Sociale la disponibilità di una sala e si accinse a presentare il programma nella città di Saronno. Avrebbe tenuto una serie di incontri-dibattito, con chi si fosse sentito di partecipare ai lavori e, ufficialmente, l’antica scuola di Pitagora e degli Eleatici sarebbe rivissuta, illuminata della fede portata dal Cristianesimo Cattolico. In settembre del 1998 fu affisso per le vie di Saronno il seguente manifesto:
La scienza può accertare… un “io” che risorga dalla morte? La vita è… come su un treno, che non si sappia di dove venga, dove vada, perché sia partito… In base alla SCIENZA (e non alla fantascienza!), si può trovare, oggi, qualche ragionevole spiegazione su questo tema che riguarda l’intero percorso della vita? Ne parlerò, con ragionamenti e parole davvero semplici, io, Romano Amodeo – un architetto, cristiano cattolico praticante, appassionato studioso di scienza, filosofia e religione. Ne parlerò per un anno, presso il Centro Sociale Cassina Ferrara, di Saronno, tutti gli ultimi giovedì d’ogni mese, per mezz’ora ed a partire dal prossimo 29 ottobre 1998, poi ne discuteremo. Ci appelleremo al sacrosanto rispetto di due fondamentali leggi scientifiche (la conservazione dell’energia e la legge statistica sul perfetto equilibrio che esiste tra le perfette alternative) per giungere a prevedere (nel modo ragionevole suggerito dalla scienza) quale sarà l’intero percorso della percezione umana: flusso, riflusso e sintesi conclusiva. Un percorso che riguarda la vita del nostro “io”, la cui esperienza sarà “complessa”, cioè formata da un primo tratto “positivo, reale” (la vita com’è da noi percepita ora) e da uno che per ora appare solo… in negativo (cioè non è percepibile, è solo “da immaginare”) ma che poi apparirà, sarà percepito in positivo! Ogni realtà naturale così fatta, come quella complessa (elettro-magnetica) del nostro “io” (onda positivanegativa, reale-immaginaria o elettro-magnetica) alterna sempre gli opposti. Lo fa sempre! Noi non possiamo tirarci fuori! Poi vi sarà l’inevitabile sintesi… come il Paradiso chiamato così dalle religioni. Con ciò si riapre un’antica scuola di pensiero, fondata 2.500 anni or sono dal greco Pitagora, e chiamata da lui SCUOLA ITALICA, perché fondata a Crotone, colonia a quel tempo della Magna Grecia, ubicata nella parte meridionale dell’Italia. In quella scuola di pensiero si sosteneva che la realtà fosse costituita su un fondamentale dualismo e che si esprimesse “per numeri”. Questa NUOVA scuola, che sorge ora a Saronno, si chiamerà NUOVA SCUOLA ITALICA, proprio perché continuerà il percorso conoscitivo di quell’antica, sulla base di tutta la scienza acquisita da quei lontani
Lo scopo iniziale è di riconoscere fino a che punto ci si possa servire delle nostre attuali leggi conosciute, per prevedere in modo “certo” quanto non potremo mai personalmente vedere “da vivi così”, trattandosi di quanto ci toccherà di vedere solo dopo l’apparente nostra morte. Coraggio, venite numerosi! Vi attendo. Romano Amodeo
Questo fu il programma previsto, per gli argomenti sui quali discutere, ragionando: 29 ottobre 1998: - La scienza può accertare… un “io” che risorga dalla morte? - Un “io” vivo è davvero un’onda cerebrale che non è ancora “piatta”? - Vi sono leggi fisiche che regolano onde come la nostra? 26 novembre 1998: - Conoscere come si comportano le onde come la nostra significa sapere anche come si comporterà la nostra, cioè il nostro “io”? - E’ vero che un’onda compone tra loro versi opposti? Cioè che è solo grazie ad un effettivo arretramento d’una metà, che l’altra può avanzare? 28 gennaio 1999: - Il nostro io “coscio” dunque avanza nel tempo solo perché un io “inconscio” sta retrocedendo, in questo stesso attimo? - Possibile che il nostro io “coscio” sia solo una metà del nostro io “complessivo”? - L’io “intero” è dunque un “complesso” a 2 parti? 25 febbraio 1999: - Se l’io “intero” è un complesso a 2 parti, perché se ne vede solo una? - Essendoci realmente il lato inconscio, lo vedremo un giorno in modo conscio? - Se sì… quando sarà?
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Uno specchio rovescia un’onda di luce… la morte è dunque come uno specchio per l’anima? La morte è ’interruzione che inverte il verso, e porta l’io ad un conscio reale ritorno al passato?
25 marzo 1999: - Dopo d’essere morti in un verso, ritorneremo sui nostri passi, e conosceremo l’io “inconscio” che c’è già ora ma non vediamo? - Com’è possibile? - Vuol dire che non è tutto finito? Vuol dire che nulla finisce? - Vuol dire forse che la realtà aggiunge solo fotogramma a fotogramma senza che mai l’uno… diventi davvero l’altro? - Vuol dire che il nostro è come un cartone animato già tutto disegnato da un suo Creatore? - E…la libertà? E… il libero arbitrio? - Non sarebbero quelle di “fare” ma solo di “compartecipare” più o meno? 29 aprile 1999: - Confermare allora Parmenide e Pitagora e non Eraclito? - Che significato dare allora al divenire? 27 maggio 1999: - Occorre dare ragione alle religioni e in primo luogo a Gesù? - La ragione, dunque, può portare alle stesse conclusioni che la fede?
Pertanto Romano Amodeo iniziò a compiere un completo riesame di tutto il pensiero filosofico, a partire dai suoi fondamenti e tentò esattamente quella sintesi tra la filosofia, disciplina della ragione umana e la fede cristiana, nella sua specifica tradizione del cattolicesimo dei Papi di Roma. Ma non si trattò solo di filosofia, si trattò anche di matematica, di geometria, di tutta la scienza dell’uomo, da quella fisica a quella delle varie discipline della medicina e della nuova scienza dell’intelligenza artificiale. . Nel novembre, a Santa Cecilia, la Santa della musica e del canto, tutte le cantorie saronnesi avevano un momento d’incontro, patrocinato da Monsignor Angelo Centemeri, preposto della Chiesa prepositurale di Saronno. Nella Chiesa di San Francesco i vari Cori parrocchiali cantavano assieme la messa, poi eseguivano due brani a testa. Per preparare quell’evento ci fu un periodo di viva tensione nella Corale di Cassina Ferrara: «Peperina» era preoccupata perché notava un calo della tensione nel gruppo dei cantori. Minacciò che, se non ci si metteva più impegno, non si sarebbe andati a cantare assieme agli altri, per fare solo brutte figure. Una sera, uscendo dall’asilo, rivelò ad Amodeo che quel Coro andava rifondato. Rivelò che, se si fosse decisa, sarebbe ripartita da zero, con un gruppo piccolissimo di sole 4 voci, poi avrebbe, a poco a poco, ristabilito il gruppo, poggiandolo su un’altra serietà e un ben altro impegno. Nella preparazione, una sera, Ambrogio Busnelli fu rimproverato di non seguire con attenzione, di sovrapporsi agli altri, seppure cantando in sordina, mentre i bassi dovevano restare in silenzio. Ambrogio aveva quel modo di comportarsi, evidentemente, non si rendeva conto che la profondità della sua voce era tale che, anche se il suo volume era tenuto basso, era udita in modo molto più distinto, di quanto egli supponesse.
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Si offese, protestò con forza eccessiva nei confronti della Maestra del Coro, che subì in silenzio il rimbrotto di lui, che aveva quasi il doppio della sua età e si mise in disparte, in fondo a tutti. Alla fine dichiarò che non sarebbe più stato tra loro, e che la sua lunga attività canora terminava lì. Romano andò a casa d’Ambrogio, gli spiegò le responsabilità enormi di chi guida un Coro e deve tenere ogni cosa in ordine. Bisognava mettersi nei suoi panni. Il problema d’ogni cantore era il suo unico, mentre la Direttrice n’aveva uno per ogni partecipante, e per motivi diversissimi tra loro, alcuni che non c’entravano minimamente con la musica e il canto. Gli ricordò come se ne fosse andato Fiorenzo Banfi, offeso perché, pur essendo un amico d’antica data e conosciuto nel suo modo di prendere le cose, era stato lasciato allo scoperto, una sera, e si era sentito umiliato. Gli ricordò come Sergio Ventura avesse abbandonato il Coro, non essendo d’accordo con le scelte dei canti, troppo poco rispettosi della tradizione classica del canto corale. Chi era persona matura, doveva cercare di mettersi nei panni della Maestra e remare assieme a lei, perché altrimenti tutto si sarebbe sfasciato. Bisognava capire che ciascuno ha i suoi difetti, anche chi dirige, ma, di fronte ad un eccesso di compiti, è quasi impossibile che qualcuno non si senta particolarmente preso di mira. Anche se accadeva, bisognava avere fiducia, e le cose si sarebbero messe, da sole, al loro giusto posto, nel tempo. Dunque rivedesse la sua posizione. Inoltre, rivolgendosi all’amico: “Io ho bisogno di te. La mia voce è potente, ma, senza la tua, perde quella profondità che tu hai molto più di me. Avevo Sergio, come punto di riferimento, ora ho te. Ma non solo io, Enzo e tutti gli altri bassi, ci riferiamo a te. Non puoi lasciarci senza il tuo appoggio.” Se i motivi di prima non avevano fatto molto breccia, in Ambrogio, questi lo convinsero. Entrò allora a dir la sua anche, sua moglie: “Se non viene a cantare lui vengo io, in Cantoria!” Il martedì successivo Ambrogio fu al suo posto. Restò tuttavia la tensione generale. «Cicciobella» era ipertesa, non le andava mai bene niente; era anche dimagrita nella figura. Enzo Vannucci, girandosi verso Romano, gli confidò: “Mi sento in colpa; credo che tra non molto ci lasci. Non dovevo consigliare a Maurizio di telefonarle, perché dirigesse anche a Cogliate!” “Non è stata una scelta solo tua, sta tranquillo. Comunque Maurizio mai e poi mai accetterebbe che lei lasciasse noi, dopo che, proprio da noi, è venuta la proposta d’avvalersi anche di lei. Questi sgambetti, sta sicuro, non li farebbe mai.” La «Celeste amica» fece tutto il suo possibile, perché le cose migliorassero. Già lei era impegnata ogni lunedì a Cassina e ogni martedì a Cogliate; aggiunse anche il giorno del mercoledì, nuovamente alla Cassina, affinché la preparazione fosse adeguata. Tuttavia, arrivati all’ultima prova dei due canti, per la Chiesa di San Francesco, sembrò decisa a non portarvi quel gruppo, ma non fu così: dichiarò solo che era delusa, non vedeva più amore nelle cose che i cantori stavano portando avanti. Romano decise che lei dovesse ricevere una prova concreta, che non era così: nella serata in cui tutte le Cantorie sarebbero state riunite in San Francesco, quella della Cassina si sarebbe presentata in bell’uniforme.
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Egli che, nella sua lunga attività nel calcio, aveva vestito ormai una ventina di formazioni, comperando maglie, pantaloncini e calzettoni, poteva stavolta comperare le venticinque divise necessarie per vestire questo Coro. Cercò quale divisa vi potesse essere, e concluse che un maglione unisex avrebbe potuto risolvere il comune problema, d’uomini e donne, di tutte le taglie. Trovò l’indumento giusto alla Standa; n’avevano il quantitativo che occorreva. Non stette a sentire nessuno, perché, se avesse coinvolto altri in quest’aspetto, sarebbe successo come le altre volte in cui le persone del Coro avevano affrontato il problema: l’impossibilità d’un accordo. Memore del proverbio che “A caval donato non si guarda in bocca”, le persone non avrebbero più avuto difficoltà. Gli venne un dubbio e telefonò a Nadia: “Per favore, chiedi alla tua amica se le sta bene che ci si presenti così in divisa, senza averle chiesto nulla. Inoltre desidero farti vedere il capo e chiedere se è di tuo gusto.” “Romano, chiamala tu.” “Io non le telefono più. Non posso più farlo, perché lei attribuisce sempre secondi fini che non ci sono. Io non la chiamerò mai più.” “Fa’ come vuoi!” E Amodeo s’azzardò a comperare l’uniforme. Venticinque capi che gli costarono 25.000 lire l’uno, già scontati, a causa del numero. L’addetta della Standa lo consolò, dicendogli che era stata un’ottima scelta: anche lei aveva comperato, per se stessa, quel maglione e le stava benissimo. Mentre era in quel magazzino, incontro Mauro Bronioli, assieme alla moglie e a loro due la scelta, di cui si stupirono – ma che faceva? Spendeva tutti quei soldi per loro? – tuttavia piacque molto. Romano distribuì rapidamente agli uomini la divisa, le donne invece, e non se l’aspettava…, non la vollero. Pazienza: si sarebbero messi in divisa solo gli uomini. Per completare quella risposta, che desse prova, alla Maestra del Coro, che non mancava lo spirito di corpo tra i suoi cantori della Cassina, si recò da un fioraio e fece spedire, a casa di lei, un gran cespuglio di margherite bianche, contenute in un vaso di terra: erano le sue eterne “Margherite impossibili”, che erano esistite per lui, fin dai tempi della Maria Teresa terrestre, la Mazzola. Aggiunse un biglietto, in cui si spiegava come dovesse rinfrancarsi: in quella corale c’era ancora l’amore, per quello che si stava facendo tutti assieme.
Aveva capito benissimo, chi fosse stato il materiale esecutore, di tutto in nome di tutti, cosa che ogni tanto Romano faceva, ponendosi come il galletto del pollaio. Quel gallinaccio doveva essere messo a tacere, e il modo migliore era di non dargli ascolto, l’assoluta indifferenza, per tutte le cose da cui si sarebbe atteso un sia pure piccolo e semplice “grazie”. Parlandone tempo dopo, la Maestra gli confidò che non si accorse nemmeno, della novità della divisa, indossata dagli uomini del Coro, tanto era preoccupata da questioni ben più essenziali. In quell’occasione, aveva veramente intenzione di rimeditare, ogni cosa che inerisse la Cantoria di Cassina Ferrara. Stava facendo i confronti, con l’altra che dirigeva: persone brave, serie, volenterose, per niente polemiche, che la tenevano in palmo di mano. Lì, invece, certe volte doveva venire ai ferri corti, perché le persona venivano a mancare all’improvviso. A San Francesco erano state assenti ben 5 persone! Ma sarebbero state 6 se Amodeo, che pure «Cicciobella» e Nadia criticavano, perché insisteva troppo con i cantori, per farli venire, come se fossero chissà chi… non avesse intuito che Mauro Bronioli, assente nell’ultima prova, non sarebbe venuto, ignorando l’appuntamento. Era stato, ancora una volta, Romano a telefonargli e a dargli l’indicazione. Secondo le due amiche, che si spalleggiavano troppo, nel gettare inutile discredito sulla volontà delle persone – e così facendo lo causavano loro stesse – bisognava non insistere. Se Amodeo non l’avesse fatto si sarebbero persi Ambrogio, Mario Atzori, Angelina Legnani e la sua amica e Pinuccia Borghi. Non riuscì a convincere invece Fiorenzo Banfi e Sergio Ventura. Specie Nadia aveva il difetto di disprezzare la buona volontà altrui, e «Cicciobella», che teneva conto del suo giudizio e che faceva, sempre più, il confronto con Cogliate, giunse a sostenere: “A queste condizioni, a che vale che noi ci si ritrovi anche il mercoledì, per preparare il Natale? Anzi, sarebbe quasi il caso che si facesse tutti una bella pausa di riflessione…” La pausa non ci fu, ma la riflessione cominciò a divenire il chiodo fisso di Romano: nei giorni che seguirono, scrisse lettere su lettere (che non spedì) alla Maestra, e le rimproverava le incongruenze, le contraddizioni: se erano così indietro tutti, come lei diceva, non era il caso di fare meno prove, semmai di farne ancora di più.
Nella serata a San Francesco, le donne erano in camicia bianca e gli uomini indossavano la divisa offerta da Romano: un maglione liscio, d’un azzurro carta di zucchero. Quando si ritrovarono il lunedì successivo, Amodeo portò il video registratore, con la registrazione che il Maestro Monticelli aveva fatta eseguire per tutte le corali. Una cosa risultò evidente: il volume troppo alto dell’organo, che copriva le voci e portava i cantori a strillare, più che a cantare, tanto che poi, più che un Coro, sembrava una kermesse a chi meno si facesse coprire dagli altri. Dei fiori e di quanto fosse stato fatto, per lei, in nome di tutti, la Maestra non parlò, non mormorò nemmeno un piccolissimo e semplice “grazie”, per la cortesia che essi avevano avuto con lei, con quel bellissimo fascio di margherite, da potere trapiantare nel suo piccolo giardino.
Il fatto è che «Occhi verdi» era, in quel periodo, veramente sovraccaricata: faceva due prove molto soddisfacenti a Cogliete, e due molto insoddisfacenti a Saronno, poi qualche volta, a Cogliate, doveva anche dirigere la domenica. Era una donna che si alzava presto al mattino e andava a lavorare a Milano; tornata certe volte, a casa, solo alle 7,30, alle 9 meno un quarto era impegnata, per 4 sere su sette, in un’attività che, per un Maestro, è pesantissima…, se la fa sul serio. Lo sforzo fatto da ogni corista, che era vero, perché doveva memorizzare e cantare bene la sua parte, era quadruplo per chi dirigeva, che doveva conoscerle, al punto tale, tutte e quattro, da riuscire a distinguere, all’interno delle singole 4 voci, chi era che faticava, per tirarlo a regime. Lo sforzo che faceva a Cassina Ferrara, con la metà delle persone, era doppio di quello che sosteneva a Cogliate, dove erano le persone ad essere il doppio.
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Poco a poco, comunque, la vicinanza del Natale, rinfrancò molti, ci furono meno defezioni e il clima divenne giusto: quello natalizio.
“A Cassina capisco…, sei di qui. Ma che ci vieni a fare a Cogliate? Romano, siamo seri: mi vieni dietro? Guarda che non mi va, perché io non ho alcun piacere, né interesse, che la gente chiacchieri, specie quando poi è a vuoto e non c’è nessun motivo per cui lo faccia. Dunque, tesoro mio, visto che mi hai chiesto io che cosa ne dico, ti preciso questo: se vuoi farmi un favore, lasciami perdere.” Sarebbe stata la cosa più coerente, con tutto quanto il resto. La sua stessa famiglia si sarebbe inquietata molto, con lei, per non averlo impedito; insomma gl’inconvenienti per la MT «Celeste» erano tali e tanti che questa mancata opposizione sua, non era ammissibile, non ci stava! Era una cosa irragionevole, stupida, masochista e perfino cattiva, se tutto il disprezzo suo, per Romano, aveva lo scopo buono di disamorarlo. Ma, in questa storia, ancora una volta – lo dovreste ormai sapere – non comandano Romano Amodeo o «Occhi verdi» o altri. Qui, e dappertutto, ciò che detta legge è la trama del destino programmato da Dio. In questo caso, infatti, era già fissato, dal profondo del tempo, un appuntamento molto importante, per questa storia di cui ci stiamo occupando: venerdì 1 gennaio 1999, presso la Chiesa di Cogliate.
Nel giorno della nascita del Redentore, sulla pedana in legno, che era collocata perché gli uomini vi salissero e vedessero la Direttrice del Coro, ci fu la solita ressa, ma stavolta erano tutti nella loro divisa. Nel momento dell’omelia, quando tutti andarono a sedersi nelle seggiole vuote lasciate per loro, restò un posto libero, di fianco a Romano (e non perché mandasse cattivo odore: erano tutti in tiro, nella loro divisa, nuova e pulita). Amodeo pregò il suo Amore (Dio), affinché la Maestra gli si sedesse accanto, a lui bastava questo. La «Celeste amica», ultima nel prendere posto, trovò libero solo quello e fu costretta a sedersi lì. Non gli rivolse una parola, tenne sempre la testa girata dall’altra parte e seguitò a parlottare, di tutto, con Nadia, seduta nelle fila davanti… Forse perché, nonostante gli abiti lavati e nuovi, gli restava pur sempre addosso il profumo della sua mamma. In quel 1998 terribile che era ormai al termine, in cui andarono in Paradiso, assieme a Romano (che vi andò solo in potenza), anche Anna Badari, Anna Ramazzotti, il papà di Fiorella e il buon Tigre (che vi andarono in atto), in cui un’opera pittorica appassionata, unica nel suo genere, che fosse stata offerta da un cantore ad una Corale della Chiesa, era stata così immeritatamente disprezzata dalla sua Maestra e da qualche sua emula, assieme a tutte le divise, rigettate da tutte le donne del Coro, si giocarono tutte le premesse per un evento essenziale, nella vita di Romano. Il Coro andò a cantare, il giorno dopo Natale, per gli ammalati di Casa Gianetti. Finita la messa, Amodeo s’avvicinò a Mauro Bronioli, che era in compagnia d’Alessandro Basilico del Coro di Cogliate, presente lì perché assistente volontario dei ricoverati, e Sandro gli propose: “Perché non vieni a cantare anche con noi? Lo sai, vero? Che abbiamo la stessa Maestra?” Romano lo sapeva. Sapeva anzi benissimo come avessero «Occhi verdi» grazie a loro, i cantori della Cassina. Romano vide poco dopo, al Gianetti, anche Maurizio, che era lì, come volontario anche lui; gli riferì dell’invito di Sandro ed egli aggiunse: “Sì, vieni, sei ben accetto!” Giunto a questo punto, andò dalla «Celeste amica» in persona: “Sono stato invitato da alcuni cantori di Cogliate ad entrare anche in quel Coro. Tu che cosa ne dici? Posso?” Lei rispose: “Il Coro d’una Parrocchia è espressione del volontariato, perciò non sta al Maestro, o ad altri, il discriminare chi possa aderirvi o no.” Romano non credette alle sue orecchie! L’idea di potere partecipare anche al secondo Coro, diretto da lei, non aveva mai solleticato nemmeno la sua speranza; già era mal accetto, da lei, a Cassina Ferrara, tollerato solo perché c’era bisogno della sua voce. A Cogliate non c’era alcun bisogno. Tutti sapevano che era una Corale molto più ricca ed attrezzata, con oltre trenta cantori seri e non come quelli della Cassina, che cantavano quasi perché c’erano costretti e tirati dentro con le molle. C’era inoltre un gruppo di bassi che erano molto bravi ed apprezzati, a giudizio di Nadia. «Peperina» gli avrebbe potuto rispondere così:
Per andare alle prove della Schola Cantorum, bisognava, per prima cosa, sapere l’indirizzo. Così Romano si rivolse a Maurizio, il suo Presidente e s’informò su come raggiungere quel luogo. “Facciamo così: martedì sera io passo già vicino a casa tua, a prendere la Maestra. Tu trovati davanti alla Chiesa, che porto lì anche te. Poi, a prova ultimata, vi riporto a casa.” “No, è meglio che io non venga con voi. Vi seguo con la mia macchina.” Romano scelse questo modo, per non invadere la vita di «Smeraldy». Ricordava come lei gli avesse detto di non sperare mai di fare un giro in macchina con lei. Se forse lei aveva problemi in casa, per lui, non voleva alimentarli inutilmente. Ad Amodeo interessava che lei capisse come egli non avesse nessun’intenzione, di far violenza o forzature sulla sua volontà. Gli venne in mente un dialogo accaduto di recente: aveva riferito a Maria Teresa ed a Nadia come dovesse andare da Rubbia, premio Nobel per la fisica e la Maestra, per un’improvvisa ispirazione, gli aveva esclamato: “Dai, Romano, fai qualcosa di bello per la gloria della Cassina!” La MT celeste aveva stranamente intuito che cosa sarebbe accaduto un giorno a Cassina Ferrara. Lei non poteva saperlo, ma sarebbe divenuta un Santuario a causa proprio della vita trascorsavi da Romano, un dì così colmo di Spirito Santo da rifondare interamente la sua vita in Gesù Cristo ed impersonare addirittura quella ricomparsa sulla terra attesa nel Salvatore. Tutto ciò allora era puramente inimmaginabile, ma anche adesso, nel filo della narrazione, in cui questi eventi non sono ancora accaduti e che riguardano solo il futuro. Ma la Maestra riconosciuta da lui, l’aveva espresso con semplicità, come un grande incitamento. Romano cercava solo di collocarsi con lei in uno spazio preciso, comandato da regole sagge, che portassero soprattutto alla stima ed al rispetto reciproco. Un giorno arrivò anche a dirglielo: “Guarda che non ti faccio il filo!” e lei: “Faresti un buco nell’acqua…” Possibile che una persona dalla risposta così pronta e facile, non fosse intelligente? Impossibile. «Peperina» rispondeva con una eccezionale prontezza di riflessi e vivacità di spirito: non poteva essere una cretina.
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Non capiva i proverbi “A nemico che fugge ponti d’oro” e “Lascia stare il can che dorme”? Rispondendo “Faresti un buco nell’acqua” a chi dichiarava di non avere quelle intenzioni, lei chiaramente le attizzava, le suscitava. Possibile che non si accorgesse? La risposta che Romano dava, a quel punto, a questa domanda, era che, tutto sommato, forse a lei il fatto d’intrigarlo, se non le piaceva, di certo non le dispiaceva. Così ci provava lei, come per gioco, quand’egli sonnecchiava. Un Maestro fa così: sta in campana. Le piacevano questi giochi, ma dovevano durare poco… essere puri stimoli. Romano l’ammirava molto e non capiva perché ci dovessero essere, sempre, queste schermaglie inutili, se non una vera e propria guerra sotterranea. Nonostante avesse una caterva di argomenti per non ammirarla affatto, l’ammirava davvero! Anch’egli sentiva l’essenziale più che l’apparente. Ma era così anche per lei. Perché gli ritornava in mente ora, proprio ora, quest’incitamento alla “gloria della Cassina”, ora che stava andando a Cogliate. Perché tutti i nomi, nella vita di Romano, erano segni fissati ai luoghi apposta per lui, ma non per lui: per il Cristo che sarebbe stato realmente accolto da lui. Cogliate e il suo nome stesso era stato voluto da Dio come un segno di quello che Gesù vi avrebbe “colto” nella persona di Romano, legionario del Suo Santo Spirito. Ed ora che Romano stava andando in quel luogo, si stava realizzando l’Oracolo su quella “via della Gloria per la Cassina”, che sarebbe un dì divenuta un Santuario, glorioso allo stesso modo della Gerusalemme futura, in quella Saronno che lo dice essa pure nel suo nome, in quanto alle cose che vi saranno. A questi argomenti Romano vagamente pensò, mentre seguì Maurizio e «Occhi verdi», quella sera, negli ultimi giorni del 1998. A Cogliate fu accolto bene, da tutti. L’unica che non lo degnò d’attenzioni fu la Maestra del Coro, ma per lei non era una novità ed egli c’era abituato. Quella pazienza, che aveva avuto a Cassina, di fargli ripetere ciò in cui stentava, qui non l’ebbe. Le persone dovevano capire come lei non l’avesse spinto ad andare là e come egli si dovesse arrangiare.
Tutto ciò stava accadendo esattamente nello stesso modo con cui, anni prima, mentre egli si pentiva, Dio toccava il cuore del Cancelliere; o con il quale, mentre egli rendeva 15 milioni a chi glieli aveva chiesti inopportunamente, il Signore ne faceva firmare altrettanti a Pietro Saviello Barbato, in suo favore. In questo caso però, Iddio l’avrebbe ricompensato dandogli, se si può dire, il “centuplo del centuplo”.
Romano voleva fare un regalino a tutti i suoi amici della Cassina, per la fine dell’anno, ma sapeva che, se l’avesse presentato, essi non l’avrebbero accettato. Così andò nel negozio di Pinuccia Borghi, che aveva molta bigiotteria ed articoli di regalo. Si mise d’accordo con lei e confezionarono un pacchetto dono, per ogni donna; Pinuccia portò il tutto in Cantoria, alla fine dell’anno e lo distribuì a persone che furono felicemente sorprese. Un dono che gli costò quasi come le maglie con cui aveva tentato, inutilmente, di vestire il Coro femminile. Un pensiero gentile assolutamente disinteressato, tanto che l’offerta fu presentata come un’idea, degli uomini, in favore del gentil sesso nel Coro. Così ebbero tutti i loro doni: i maschietti si videro porgere dei ringraziamenti che gradirono, ma di cui all’inizio non capirono il motivo (ebbero in regalo… d’aver fatto un regalo), e le femminucce ricevettero un dolce augurio per il nuovo anno. In quell’occasione Romano pensò anche a Giancarla, sua moglie e le comperò due collane a moltissimi fili. Come Amodeo aveva incaricata un’altra persona a dare un dono inatteso, pur di riuscire (ostinato e incorreggibile) a far felice il suo prossimo, così la Provvidenza aveva incaricato un Sacerdote a dare a lui un dono inatteso, pur di riuscire (ostinata e incorreggibile) a far felice lui che voleva rendere felici gli altri. Il primo di gennaio avrebbe ricevuto un dono addirittura dal Vicario di Cristo, per soccorrere al meglio chi, come lui (ostinato e incorreggibile), voleva allietare tutti nel nome dell’idea Cattolica, della delega data a San Pietro e perciò ad ogni Vicario di Gesù.
Romano Amodeo, che doveva la vita alla Madonna, si sarebbe accorto, in seguito, di abitare a Saronno, in una condizione assolutamente simbolica, di quel Paradiso reale in cui poi anche tutti saranno. Nel piccolo locale, in cui poveramente viveva, aveva queste persone come il suo prossimo: • a destra Angela Reina (una Regina). • a sinistra Paolo Reina (una Regina). • sopra Angela Reina (una Regina) • davanti una Regina in persona, la Madonna in una nicchia votiva. Considerati i 6 riferimenti dell’intorno, non aveva, come suo prossimo, la Regina solo sotto (all’Inferno) e alle spalle (il Purgatorio), ma l’aveva nelle 4 dimensioni dell’intera realtà. Romano, a Saronno, sarebbe stato solo in Paradiso e la Madonna gli segnalava che sarebbe stato il suo prossimo e lo avrebbe assistito in tutti i modi: attraverso le persone reali appartenenti al suo quadro frontale (destra, sinistra e sopra) e il vero e proprio simbolo, della Madonna, in avanti. Abitava in Via Larga (che poi era realmente stretta), ed anche questo era un evidente simbolo: della Via, realmente stretta delle privazioni, che però porta alla Via Larga del Centuplo… in riconoscenza. Il 12, di questa simbolica Via paradisiaca, in cui abitava, indicava i 12 apostoli che avrebbe avuto, egli come un concreto ed umano Gesù con tanto di Laurea: i suoi 12 anni di studio per diventare architetto. Infatti sarà importantissimo, per lui, lo studio dell’Architettura, perché sarà egli pure un Maestro, come Gesù, che però insegnerà solo in relazione all’aiuto della sua umana esperienza nel suo stesso campo: l’Architettura, attraverso la rappresentazione, analitica, di una realtà concreta percepita per componenti cartesiane uguali e distinte. Romano sarà, infatti, portato a conoscere ed insegnare l’assoluta Architettura dell’Universo. Doveva arrivarci grazie ai suoi studi regolari di Architettura ed alle sue esperienze assolutamente personali, che avrebbero aggiunto altri 7 anni (di esperienze straordinarie a tutte sue) ai 5 del piano ordinario degli studi. Il “centuplo del centuplo”, in cui sta per imbattersi, alla fine del 1998, è la Via nuova che deve portare a Cristo, su delega del Papa e che porta al riconoscimento del valore assoluto della stessa delega. L’Orto degli ulivi di Gesù – per il costruttore architetto Romano – sarà stato l’Ortonovo degli ulivi, il luogo in cui cominciò a 33 anni, con molti sacrifici, nel 1971, la costruzione della casa per sé e pochi parenti e amici (Villa Colletto). Per lasciarla ad altri, nel 1973 e dedicarsi a quella per i molti del Programma Straordinario GESCAL. Per rimettersi in proprio (e lavorare ora non più per Villa Colletto ma in Via Colletta; così un lavoro, finalizzato al possesso, come una villa, diventa una via, un percorso, un’esperienza, da proporre poi a tutti). Sarà poi in Via Teodosio (che indicherà il Criterio di Dio), poi in Piazzale Cuoco (una sosta in cui è cotto in piazza l’uomo vecchio) e infine alla Via Larga del suo personale Paradiso, con tutti i 12 anni di preparazione di studio e circondato da uomini richiamanti tutti alla Regina, con davanti la Regina. Per tale Gesù-terra-terra, affidato ai valori terreni, il Piano di Dio è di una grande evidenza simbolica. È nipote e figlio di due sante famiglie terrene: (T. Amodeo e Maria BonAmore); (Luigi, Re santo e MariAnnina, la Madonna figlia di S.Anna). Cielo: Angelo e Angela (2 angeli) battezzano la “Maestra della sua vita” (definita così da Romano): Maria (madre di Gesù), Teresa (la Santa del Bambin Gesù) e lei vorrà esserne la sposa. Un Gesù terreno ha in lei l’ideale celeste. Terra: la sua moglie terrena, è nata nel giorno di tutti i Santi, è figlia di Mario (figlio di Anna) e di Giuseppina Benedetti (figlia di Clara Raggi e Guglielmo Benedetti, cioè della luce e dei benedetti pinnacoli della difesa religiosa)… Simboleggiano l’ideale di Romano, posto tra cielo e terra.
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Capitolo 50
Ora, a dimostrare come questa scrittura sia un Codice dello Spirito Santo, si noti questo numero di pagina: alla realtà 400 si è aggiunto il 25, che è tutto il moto di chi è nato il 25, e pone la sua stessa nascita in potenza pura di moto reale (10/2). Per Romano si trattò della NSI, nuova scuola italica, ma sotto il profilo essenziale era lo Spirito Santo, il Nostro Spirito Insigne, di un Gesù che era entrato in Romano e l’aveva fatto divenire gradatamente un Maestro, dopo 12 anni di studio che per lui erano un po’ come i suoi 12 apostoli. Bene, questi accenni, sono stati voluti dallo Spirito Santo che ha scritto questo stesso libro non a caso in questa pagina. In essa si tratta solo di una affermazione teorica. Ma tutte quelle che seguono e spiegano la NSI, vanno lette in questo modo: il 33 è il complesso “Figlio” della Trinità come “centuplo quaggiù” (il 100/3=33,333… nella sua parte intera), il 34 è la sua realizzazione 33/1 in base alla presenza 1, in linea tempo; il 35 in Assoluto è il 33/2 che si afferma in relazione al complesso 2 del Padre e del Figlio; il 36 in Assoluto è 33/3 ed è tutto l’affermarsi relativo al suo volume (nel piano 6×6, complesso, sezione del flusso di energia); il 37 in Assoluto è 33/4 nel relativo ed è l’affermarsi della sua realtà presente a 3 dimensioni sapaziali ed 1 tempo; il 38 in Assoluto è 3/5 ed è l’affermarsi relativo di tutto il suo moto 5. Romano e Paolo di Tarso, nati quest’ultimo, sembra, il 35 e Romano nel 38, hanno il segno: Paolo dell’intero spostamento del Figlio secondo le 2 dimensioni del Padre e del Figlio, ed è assunto ad apostolo delle Genti; mentre Romano è tutto lo spostamento del Figlio, secondo le 2 Dimensioni dello Spirito più le 3 del tutto (della Trinità) ed è assunto così a dare risposta anche a quegli ateniesi che dissero come della “risurrezione” del Cristo ne avrebbero parlato un altro giorno… quello succeduto alla nascita del secondo nato nel 38, e sarebbe successo al completamento dei tempi (nel 1999) del “1.000 e non più 1.000”, nel giorno pari alla pienezza delle ore (il 24) e nel mese pari alla pienezza del ciclo (10, ottobre). Una via concreta, sempre più sintetica, ma anche sempre più diffusa su tutti gli antenati, divenuti tutti gli uomini che vissero ai tempi del Cristo, realmente, concretamente presenti come una sorta d’immensa coscienza collettiva.
(Completa realtà unilaterale, la metà del “Centuplo quaggiù”)
Il venerdì 1 gennaio 1999 fu la prima volta che Romano mise piede nella Chiesa di Cogliate. Questo testo finisce non a caso, assolutamente, a pagina 431. Nel relativo essa è 430/1, ove 400 è tutta la realtà del “centuplo quaggiù” e 30 è tutta la trinità a livello di intero spostamento relativo al ciclo 10. Il denominatore 1 concreta nel tempo la realtà dinamica del centuplo, ed è proprio quanto è narrato in questa pagina. Non a caso è il Capitolo 50, che presenta tutto il moto reale (il positivo) del “centuplo” (che sta in equilibrio tra –50 e +50). Romano, infatti, fu visto dal Parroco, Don Carlo, come faccia nuova, e si sentì chiedere chi fosse e che cosa facesse di bello. Saputo che dirigeva una Scuola di Filosofia: “Conosci l’Enciclica Fides et Ratio del Papa?” gli chiese e, saputo come non la conoscesse andò subito a prenderne copia. Don Carlo tornò con in mano un libretto che fu, per Romano Amodeo, la cosa più importante capitatagli, fino ad allora, nella sua vita, il perno di tutta la svolta e la più importante che ci sarebbe stata per lui: il martirio. Il Santo Padre, in uno dei punti dell’enciclica, stimolava i pensatori, come lui, a cercare altre strade che portassero al Cristo, proprio quello che Romano aveva già fatto, ormai quasi da venti anni, tanto da avere già trovato la strada che il Papa invitava a cercare. Su quel punto dell’enciclica del Papa, c’era scritto che la Fede si sarebbe fatta avvocata convinta e convincente della ragione, al fine di superare ogni isolamento. Era proprio l’isolamento la condizione negativa, nella situazione di Romano. Non riusciva più, da sei anni, a trovare chi fosse disposto ad approfondire il dialogo. L’unico era stato il prof. Fazio, per un po’, ma poi si era letteralmente volatilizzato. Gli aveva scritto, con garbo e rispetto, quando era finalmente tornato dal sud, spiegandogli il perché avesse taciuto per mesi: era stato lontano. Chiedeva d’essere richiamato, gli lasciò il suo indirizzo postale di Saronno, quello del computer, ma senza ricevere alcuna risposta. Forse era andato in pensione; se era stato il professore di suo fratello, doveva essere molto vicino a quella data. Ma quest’idea non venne in mente ad Amodeo; non si accertò mai di conoscere se egli avesse ricevuto quella sua lettera. Eppure avrebbe dovuto farlo: il Fazio gli aveva promesso d’aiutarlo, lo aveva già cominciato a fare, riempendo, di punti di domanda, gli elaborati che gli aveva inviato in due o tre occasioni, ultima, il testo preparato personalmente da Benito. La Nuova Scuola Italica, fondata da Romano Amodeo l’anno prima, arrivò a spiegare i fondamenti assoluti della relatività e non solo le questioni della metafisica, che indicavano la concreta via, naturale e fisica, che l’uomo avrebbe fatto verso Cristo, centro di tutta la storia dell’uomo. Quella via che nell’enciclica il Santo Padre invitava a scoprire. La N.S.I. impostava tutto il suo pensiero filosofico su una realtà indagata nelle sue dimensioni fondamentali. Solo grazie alla scoperta d’una esistenza reale, costituita da una stringa infinita, di dati messi tutti in linea, ma simultaneamente su sei linee evolutive, si poteva arrivare a comprendere che, osservandoli nel verso contrario, l’anima dell’osservatore avrebbe avuto spianata la via concreta per ritornare come al fusto di quell’immenso albero di vite (Gesù), comune a tutti i singoli tralci (ciascuno degli uomini).
Questa Scuola cercò di conoscere “come” la realtà fosse costruita per numeri, nel rispetto dell’intuizione filosofica di Pitagora. Un Pitagora che era passato al tentativo concreto di scoprire le relazioni numeriche, elaborando la famosa tabellina pitagorica per il calcolo delle combinazioni numeriche, le cosiddette moltiplicazioni che, quando sono chiamate con questo nome perdono l’idea combinatoria posta alla base, fra tratti che restano tutti lineari, anche se sono aree. Così Pitagora, un vero genio, era potuto arrivare a scoprire, nella geometria dei triangoli rettangoli, il suo famosissimo Teorema di Pitagora. La Nuova Scuola Italica, anche e non solo neopitagorica, giunse a spiegare le ragioni essenziali per cui quel teorema era valido, per quale motivo, reale e non convenzionale, fossero veramente 3 le componenti dello spazio e 2 quelle del tempo, perché la massa fosse veramente 1/10 del ciclo lineare e perché questo ciclo fosse veramente impostato sul numero 10. Si trattava di scelte obbligate e non di convenzioni opportune, ma che avrebbero potuto essere benissimo altre, senza che andasse perduta l’essenza della questione. L’essenza era – secondo il contributo della Scuola eleatica – che questi dati non erano a se stanti, ma concepiti dalla mente umana di chi percepiva secondo i sensi e rappresentava secondo i concetti la realtà, essendovi dentro, al centro e alla base di tutta la percezione. Insomma l’essenza del mondo era solo la reazione oggettiva all’essere sostanziale ed essenziale della mante umana. Essendo la percezione condizionata all’uomo, le dimensioni della realtà, quelle esatte, non potevano che discendere dagli schemi usati dalla ragione umana. Dunque nel binomio uomo-tutto, intuito da Pitagora come uomo-Dio, il tutto, Dio, sarebbe stato fatto ad immagine e somiglianza dell’uomo, per essere comprensibile all’uomo. È sempre il grande che si abbassa alla dimensione del piccolo se vuole essere da lui compreso. Chi conosce tutte le lingue deve usare solo l’inglese se vuole farsi capire da un inglese.
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In tal modo tutta la natura avrebbe avuto le dimensioni date dalla mente umana. E la mente avrebbe usato i numeri come strumento. Così la N.S.I. spiegò il perché essenziale della validità del Teorema di Pitagora: “Quando l’onda elettrica cerebrale della mente che vive ed avanza sempre nel suo eterno presente, è il vettore della velocità assoluta della luce, ed è il fondamento di tutta l’informazione, esso è un flusso indeterminato. Nella velocità chiamata c da Einstein, ciò che esiste istantaneamente è solo un punto geometrico, senza alcuna dimensione; perché esista, anziché quel solo punto, un tratto di linea, occorre che due vettori opposti c, di velocità assoluta, aventi un’unica linea di scorrimento, si scontrino e si combinino tra loro, dando luogo ad uno spazio scalare. Le due velocità opposte praticamente si annullano a vicenda e, solo da quel momento, coesiste tutta la linea come il luogo di tutti i suoi punti; pertanto un segmento reale, posto esistere come uno spazio scalare, è un valore al quadrato, è il prodotto dei due vettori opposti aventi velocità c, è c2; La verità essenziale d’una linea, pertanto, è il quadrato d’essa, giacché essa è la radice quadrata del prodotto tra le due velocità c2: infatti la linea è secondo c, radice quadrata di c2. Ciò spiega perché la somma dei quadrati costruiti sui cateti uguagli il quadrato costruito sull’ipotenusa. Lo spiega perché il vero valore d’ogni linea è il suo quadrato e perché, quando esse sono perpendicolari, la loro linea congiungente, la distanza, soddisfa a quelle regole.” Amodeo faceva rilevare l’importanza della perpendicolarità. “Solo sulla base della perpendicolarità, altrimenti chiamata ortogonalità, le aree sono nello stesso schema d’una linea che, nella sue essenza causante, equivalga ad un valore al quadrato di quella linea. Così accade poi, all’atto concreto, che una palla, su un biliardo, solo se urta perpendicolarmente una sponda, torna seguendo la stessa linea seguita nell’andata. L’uguaglianza, la coincidenza dei due versi opposti, in una contrapposizione, esiste solo se l’impatto, la contrapposizione, è ortogonale, perpendicolare.” Spiegata la ragione essenziale del Teorema di Pitagora, Amodeo riuscì a spiegare che le 3 linee xyz, perpendicolari, scomponevano esattamente il volume giacché il loro prodotto lo componeva esattamente. E dimostrò che 2 fossero le dimensioni della linea, quali i suoi due differenti modi di percorrerla, nei due versi che in tutto essa ha. Pertanto l’unita d’un numero – il numero 1 – rappresentava il singolo verso unitario, lungo 1. Tutta la natura era costruita avendo per base questo modulo. Pertanto una linea – quindi 1 – era composta da 2 tempi, due moduli unitari, e il modulo base era il tempo. La semplice conseguenza cui arrivò, fu che il calcolo 2+23=10, significava la quantificazione dell’intero volume traslato nel tempo alla velocità assoluta 2/1 dei suoi due versi della linea 1. Ciò dando a 2 il senso complesso legato alla linea, e a 23 tutto il volume complesso (positivo-negativo) avente il numero 2 come la crescita, tutta positiva, da –1 a +1, espansione bilaterale della luce dell’intelligenza e della luce da essa oggettivamente vista da quando Dio, ossia il Potere assoluto su cui tutto si regge, impose il biblico “fiat lux”! Questa scoperta fu importante, individuò il ciclo alla base del movimento lineare nello spazio-tempo. Esso è il riferimento nel quale giace la Relatività Generale d’Einstein E=mc2, quando m=1 e c2=9, ove nove è tutto lo spostamento di 1 nel ciclo 10, che corrisponde, come dimostrato prima, a 2+23. Sulla base di questo 10 – assoluto riferimento della quantità di moto in linea – Amodeo riuscì a dimostrare come stessero tra loro le unità del Sistema Internazionale dei pesi e delle misurazioni. I singoli modi, attraverso i quali, l’uomo avvertiva le 7 fondamentali differenze qualitative, dipendevano dai diversi modi in cui il 10 poteva scomporsi, per differenza, in un rapporto tra un numeratore e un denominatore. Il numero esistente nel numeratore era l’effetto unico che risultava apparire, ma sulla base del suo complemento al numero 10, causa nascosta di quell’apparire. Pertanto kg, s, m3, A, K, mol e candela, le 7 unità del Sistema Internazionale, erano il risultato d’algoritmi inconfondibili tra loro, giacché inconciliabili: dunque esattamente collocabili alla base d’un differente modo di poter vedere, sempre la stessa quantità 10, differentemente condizionata dal denominatore e a cui poter far corrispondere i differenti concetti di massa-peso, tempo. Spazio, energia elettrica, calore, molecola, intensità della luce. Amodeo poi dimostrava quello che affermava, facendo osservare i differenti algoritmi. Elencava:
« 1/9 è l’algoritmo che porta alla massa unitaria disseminata nel tempo (entità decrescente come una prospettiva decimale, perché il riferimento assoluto è lo spazio 10). Infatti, 1:9=0,11111… evidenzia questa prospettiva decimale della grandezza apparente 1, a partire dal divisore 9, che è la causa nascosta di simile visibile risultato. A questo rapporto corrisponde il kg, e la sua causa è il 9, quanto l’unità (il tutto) del moto di 1 nel 10. In tal modo il 10 si scinde nella quantità decima, osservata come la sola massa presente, che ha però inerzia 9. Quindi la divisione porta ad una forma spaziale decima di 10, perciò 1, ed ad una sostanza 9 in quanto a massa. Si è solo diviso in due differenti modi di vedere, coesistenti: lo spazio 1 e la massa 9. Ben fecero pertanto gli scienziati – aggiungeva convinto, Amodeo – a riempire 1 dm3 d’acqua, per realizzare il campione unitario della massa peso. Infatti, H2O pesa 18 pesi atomici, riferiti all’idrogeno (H=p.a. 1) che ha, nell’acqua, il p.a. 2 dipendente da due atomi. In tal modo 18/2=9 è la massa peso dell’acqua per ogni unità di peso atomico. » « 2/8 indica la specificità del tempo, e corrisponde al minuto secondo. È il primo dei 4 quadranti in cui un quadrato è diviso dagli assi xy: è quello dalle componenti positive, +x e +y. Questo quadrante è il tempo ed è presente tra i 4 (le 4 dimensioni della realtà, 3 di spazio ed 1 di tempo), come ciò che poi si sposta sui 3 quadranti che sono spazio, ossia spostamento del quadrante tempo. La divisione 2:8=0,25 presenta 25 centesimi. Posto il fronte intero, come la sezione del flusso che avanza nel tempo e ha per lato il ciclo intero 10, la sua area è 100, ed ¼ di 100 è 25, pertanto 25 centesimi. » « 3/7 indica la specificità del volume, la cui unità è il m3. Questo rapporto relaziona la presenza 3 (del volume a 3 dimensioni), con lo spostamento 7, del 3 nel 10. Quindi fa scoprire quanto, del volume a 3 dimensioni, esiste in ogni quantità unitaria dello spostamento 7. Pertanto indica la quantità del volume riferibile all’unità del suo stesso spostamento totale possibile. Il 10 totale si è scisso in volume pieno (3) e spazio vuoto che può occupare spostandosi (10 –3 =7). » « 4/6 è il rapporto indice dell’energia, la cui unità elettrica è l’Ampere. Ove è il 4 ad apparire (e sono le 4 dimensioni della realtà apparente), mentre 6 sono le componenti dello spazio 3, espresso nei suoi 2 versi, posto a denominatore, a soggetto delle 4 dimensioni complementari al 6 rispetto al valore assoluto 10. In tal modo il 10 si è scisso in tempo (4 rotazioni rette, presenti nella sezione trasversale del flusso d’energia) e in spazio complesso, causa essenziale di quelle 4 dimensioni dello spazio. La divisione 4:6 porta a quanta parte della realtà dimensionale (del 4) debba appartenere a ciascuno dei 6 versi in cui la luce è emessa dall’origine: +x, +y +z, –x –y –z . Il risultato apparente, è 0,666666, ed è lo stesso numero della costante assoluta di Planck. Non il suo valore oggi conteggiato nel riferimento relativo, ma quello che ad esso aggiunge anche la quantità unitaria posta a riferimento. » « 5/5 è il rapporto indice del calore, elemento che corrisponde all’onda elettromagnetica nelle sue varie frequenze, che assumono varie forme: luci e colori a determinate frequenze. La componente che unifica tutte le forme è data da quella termica. L’unità che le corrisponde è il K, grado termico Kelvin. » « 6/4 è la quantità delle 6 componenti spaziali che toccano a ciascuna delle 4 dimensioni della realtà, quindi alla dimensioni 1 del tempo presente. L’unità che corrisponde a questo rapporto è la mole, ove il numeratore 6, che appare in base al calcolo 10 –4 =6), è il numero cui corrisponde, in assoluto (e non nel relativo d’un conteggio relativo qual è l’attuale che è noto), il numero d’Avogadro. Il risultato 6:4=1,5 dimostra l’unità dello spazio (nella sola parte intera) dovuta al tempo ½ del tratto intero 1, espresso dai suoi due versi di moto nel tempo. Quindi 1,5 è lo spazio 1, avente 6 tempi (+x, +y +z, –x –y –z), ove il tempo uno solo dei due versi. L’unità evidenziata da questo rapporto numerico è la molecola. » « 7/3 è la quantità dello spostamento in linea, del volume, che è riferita ad uno solo dei 3 assi spaziali. Poiché lo spostamento assoluto è dato dal volume intero della luce, questo rapporto porta all’unità dell’intensità (100%) della luce, chiamata candela. » Questo semplicissimo conteggio, unito ad una essenziale spiegazione, era, secondo Amodeo, quanto accomunasse e disciplinasse, in modo lineare, le sette unità di misura kg, s, m, A, K, mol e candela (o lumen).
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Come il lettore può capire, Amodeo riuscì ad eliminare l’incidenza delle singole forme, scoprendo i rapporti che corrispondono al rapporto lineare, tutti giacenti nel numero 10, nelle differenti possibili disaggregazioni: 1/9→kg, 2/8→s, 3/7→m, 4/6→A, 5/5→K, 6/4→mol, 7/3→candela. Fu una sintesi grandiosa, che rivelò a che rapporti numerici la nostra mente agganciasse le differenti forme in cui è vista la natura (peso, tempo, spazio, energia luminosa, calore, molecola, intensità luminosa). Ciò portò Amodeo ad una sintesi ancora più grandiosa: “Il cervello usa la matematica, e realizza i numeri in geometria spaziale e dinamica apparente”. Fu la stessa sintesi cui arrivò Pitagora, con la differenza che, in più, Amodeo riuscì a dire con estrema esattezza quali fossero i vari numeri in base ai quali la realtà appare costruita. Dichiarò che la ragione umana è come un computer. Si trova ad assistere ad un flusso indeterminato. Per poterlo capire, attraverso un conteggio numerico, la mente deve per prima cosa comprenderlo in singoli byte, quantità assolutamente unitarie (non ha senso mezzo byte nel linguaggio dell’intelligenza, dei computer come della mente umana). Per dividere la stringa indeterminata in singole unità = byte, l’intelligenza assegna 2 possibilità opposte ad ogni byte, dicendo che, all’interno delle 2 possibilità opposte, se ne vedrà sempre e solo uno: +1, il dato positivo. Il dato –1 non appare, essendo un valore mancante; tuttavia occupa posto e, nei computer, è assegnato come uno 0. In tal modo il flusso è quantificato tutto come sequenze di quantità sempre uguali, che occupano una posizione, sia che essa risulti (+1), sia che essa non risulti (0). L’intelligenza, in tal modo, è riuscita a temporizzare unitariamente la stringa, espressa tutta in quantità unitarie di byte. Il secondo intervento, per quantificare un codice interpretativo, sta nello stabilire quanti byte debbano essere considerati presenti, in modo simultaneo. Insomma il ciclo cui appartengono i valori unitari. Senza questo secondo blocco di dati, niente può essere codificato. Per stabilire quanti debbano essere i dati in linea, il cervello si rende conto che quello che è presente, in un flusso qualsiasi, è la sezione trasversale del flusso, che è una pura area. Il suo spostamento è poi il flusso nel tempo. Il cervello ragiona sempre circoscrivendo le aree mediante linee perpendicolari, pertanto l’area è data dalle 4 linee che chiudono la sezione del flusso presente. La realtà presente – come la sezione del flusso –, dunque, vale 4 dimensioni (sempre sulle 10 totali). Quando quest’unità a 4 dimensioni (la sezione) deve comporsi nei due versi in cui può muoversi, il totale della combinazione è data da 4×4=16 dati. Ciò è confermato anche da 24=16 che afferma come, sulla base dei 2 versi d’un tratto 1, le sue 4 dimensioni esponenti (d’un volume a 3 dimensioni, che avanzi nella dimensione in più, del tempo), poste su base 2, portano agli stessi 16 dati di 4×4=16, o 8×2=16, quando 8 è il volume complesso (positivo-negativo) avente il lato grande da –1 a +1, e aggiunge al suo esserci come 8, il suo intero spostamento 8, tanto che occorrono 16 dati perché ogni determinazione espressa dal conteggio sia esatta e coerente agli assiomi stabiliti dalla ragione, dall’intelligenza. Ecco allora che la mente ha determinato quale deve essere il ciclo intero della realtà, quando ogni dato unitario vale 2 nel complesso che va da –1 a +1. Devono essere 16 byte, considerati simultanei, in linea. A questo punto la ragione matematica ha determinato il suo modo di procedere e può affidarsi a questo schema operativo, determinando tutte le conseguenze ricavabili dal conteggio. Una d’esse è che 16 –6 =10, indica per numeri che quando ai 16 byte della stringa simultanea si sottrae il modello posto a riferimento complesso (i sei semiassi cartesiani), questo modello spaziale si sposta in linea, in tutto, per 10 spazi, per cui era stato posto correttamente, nel 10, l’entità assoluta dello spostamento in linea, ossia il ciclo numerico lineare. All’atto pratico, 16 equivarrà alla dimensione (esponente) della base 10, nella quantità rilevata nelle c2. Infatti, essa è, nella sua lettura relativa, 2,997924581×1016 m2 s–2. “Questo 16 – affermò Amodeo – deve essere il valore assoluto della carica luminosa dell’elettrone! Oggi il numero è diverso perché dal valore assoluto estrapola l’unità posta a suo riferimento.”
Amodeo dimostrò che noi assistiamo a cicli interi di rotazione d’una massa libera (come la Terra), tenendo presente per prima cosa il codice dei 16 byte come unità della carica, poi il modello spaziale, oggettivo, del cubo che risulta in base a questo 16, infine la sezione assoluta 10×10 del flusso della luce. Il volume appare in modo perfetto dall’intensità unitaria della luce, dall candela,. Essa è una %, e così rappresenta un rapporto puro ed esatto, espresso in cicli/s, ossia in cicli riferiti al ciclo di 1 s, chiamati hertz. Il volume unitario appare in masse unitarie quando il numero espresso nella candela è diviso per 10. Determina allora la quantità unitaria della presenza, riferita alla candela conteggiata come il ciclo unitario di 10 unità decime del ciclo. Pertanto 540/10=54, è il modello perfetto che è osservato in base al 16. Amodeo lo dimostrò osservando che 24 è 23×21, ossia è 23+1, ove 3/1 (rapporto tra lo spazio e il tempo espresso in numero di dimensioni) è la velocità dello spostamento rispetto alla presenza. Infatti nella sezione avente 4 quadranti, uno è la presenza a parametri positivi è 3 quadranti sono il suo spazio di spostamento. « Pertanto – affermò Amodeo – in 24 la velocità assoluta esiste come 3/1, rapporto assoluto tra i 3 quadranti di spazio percorribile e il quadrante presente che li percorre già, perché questa sezione è tutta presente. Questa è una velocità assoluta, che realizza a tempo 0. Da ciò risulta che, se abbiamo un cubo il cui lato è unitario, esso deve valere assolutamente 3, perché ogni asse x è 1/3 della terna xyz che esiste, e perché solo 3/3=1. Il lato unitario (cioè =1) d’un solo asse (quando ce ne sono 3, e dunque uno vale 1/3 del tutto), risulta solo se ad 1/3 è assegnato il valore 3. È un motivo assolutamente ineccepibile! Ma, posto 3 il lato terzo della terna che forma un cubo, la sua faccia vale 9, e la sua superficie totale è 9×6=54. Dunque abbiamo un volume chiuso in una superficie che deve essere 54! Sappiamo – continua Amodeo – che un volume che esiste in positivo è solo la metà di quanto c’è, perché c’è anche quello che è generabile nel verso opposto del flusso. Allora nel totale ci devono essere due volumi. Uno, avendo il lato 3, ha volume 27, quindi 2 hanno il volume 54. Allora l’oggetto, nel suo volume complessivo, ha ancora per numero il 54 che è circoscritto dalla sola superficie reale. Poi abbiamo anche l’onda della luce. Essa deve avere 3 come altezza elettrica e 3 come larghezza magnetica, 3 come lunghezza in positivo (altezza dell’onda rispetto al valore medio) e 3 come lunghezza in negativo (bassezza dell’onda, rispetto al valore medio). Dunque il volume unitario dell’onda è dato dal fronte 3×3 e dalla lunghezza complessa 3+3 ed è un prodotto che vale ancora 54. Ergo l’oggetto, osservato in base al codice 24 (che occupa 16 dati in linea), risulta occupare 54 dimensioni in linea. A questo punto – continua Amodeo – la sezione unitaria del flusso deve essere 100, ossia il ciclo intero 10 sui due lati perpendicolari della sezione trasversale del flusso, la cui area 10×10 è 100. » « La dimostrazione – conclude il fondatore della N.S.I. – che questi sono i numeri esatti usati dalla nostra mente è data dalla durata del moto libero della massa terrestre, cui fu agganciato il metro quale 40 milionesima parte della linea che ne racchiudeva il volume. Quantità esatta, come intero, essendo 4 il numero di tutte le dimensioni in linea, come la circonferenza è, seppure linea curva. 16, codice d’interpretazione (valore di carica), moltiplicato 54 (oggetto osservato in base a quel codice), moltiplicato 100 (area presente nel flusso), combina tra loro, in modo perfetto le varie quantità lineari, e il numero risultante è 86.400 quanto la durata esatta osservata realmente nel giorno terrestre, in base all’unità adottata per il tempo. » Amodeo capì e teorizzò che, essendo la matematica una scienza in se stessa, di rapporti assolutamente a se stanti, poteva porsi, per l’intelligenza, come un validissimo strumento neutrale, cui riferirsi. Assegnate allora, attraverso i concetti, valenze qualitative alle singole quantità numeriche, tutte le regole cui arriva la matematica portano, per diretta conseguenza, a caratteristiche qualità della percezione umana. Qualunque siano in calcoli eseguiti! Chi pertanto affermava che Amodeo usasse i numeri come voleva lui, e che, con ciò forre arbitrario e scorretto, aveva torto! Si può arrivare al numero 16 in tutti i modi seguenti: 4×4, 8×2 e 24, per citare solo quelli
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considerati. Ma ci sarebbe potuto arrivare come 100–84, ove 100 è la sezione assoluta del flusso d’energia. A questo punto il riduttore 84 fa conoscere, attraverso il suo numero, che cosa debba togliersi alla sezione per avere la pura carica del movimento: tutto il complesso, formato dagli 80 decimi contenuti nella dimensione complessa 23=8, riferiti alle 4 dimensioni solo reali dello spazio-tempo. Tolto l’oggetto in moto, resta la pura carica del moto. Certo che bisogna essere capaci di leggere i numeri in questo modo. Possiamo arrivare al 16 anche a partire dal volume complessivo, dalle 103 masse che esistono nell’unità dello spazio. Allora 1.000 –16 = 982 aggiunge alle 82 di prima che bisogna anche togliere tutto lo spostamento 900. La quantità 16 è un valore di carica, perché è data dal codice stesso interpretativo! Pertanto la matematica usata in questo modo è secondo una assoluta coerenza rispetto ai suoi presupposti, ai suoi assiomi. Lo abbiamo osservato valere già nel 10, che si presenta in tutti i modi (come 1/9, 2/8, 3/7… e così via) e porta ai differenti modi d’intendere questa quantità: nelle differenti qualità del peso, del tempo, della lunghezza spaziale e così via. « Ecco il modo – gridava trionfante Amodeo – attraverso il quale la mente umana individua le differenti qualità: usando differenti rapporti assunti nella stessa quantità! Per fare un esempio riferito tutto alla lunghezza dello spazio: il metro e la yarda differiscono, qualitativamente, nella quantità unitaria e formano sistemi che non possono sommarsi o sottrarsi tra loro, ma solo combinarsi o scombinarsi, ossia moltiplicarsi e dividersi. La differenza è non solo quantitativa, ma qualitativa. Posso infatti chiederti: “Quale usi dei due? E dico quale, non quanto usi, anche se poi il succo è sempre quello. ».
Maestro, gli aveva detto che stava assumendo difetti, anticipando troppo i tempi. Se gli premeva di divenire un buon organista doveva procedere con più ordine e metodo. Quando l’annunciò, suscitando sorpresa, Amodeo fu l’unico che insistette molto perché non smettesse. Sostenne che era un’esperienza bella quella che stava facendo con il Coro, che c’era bisogno di lui e non pensasse troppo a sé: il Signore ne avrebbe tenuto conto. Poiché nessuno è convinto, in questo nostro mondo che il sacrificio sia una cosa utile e salutare, quindi doverosa, tutti evitano il più possibile di farlo, nella vana –pretesa di gestire al meglio la propria vita. Ma le considerazioni d’Amodeo, che partivano dal credere che veramente non cade foglia, che Dio non voglia, che l’uomo non può fare nulla perché giace in una trama che non dipende da lui (assoluta novità rispetto al comune credere), non erano valide per gli altri che, presuntuosi, si credevano capaci. E, in tutta la sua presunzione d’agire per il meglio, il Coro fu costretto a fermarsi, in attesa che uscisse un altro suonatore d’organo. Romano non se ne preoccupò più di tanto: era stato come folgorato dalla estrema novità dell’Enciclica del Papa e pensava ad essa. Il Pontefice spingeva l’intelligenza ad un nuovo coraggio, per risolvere le domande “Chi sono, da dove vengo e dove vado?”, domande cui egli aveva già dato una risposta. Giovanni Paolo II garantiva la novità assoluta che “la Fede si sarebbe fatta avvocata convinta e convincente della Ragione umana”. Gli credette e, colpito come da fuoco sacro, in quindici soli giorni scrisse un ponderoso libro di circa 250 pagine, in risposta, punto per punto, agli oltre 100 dell’Enciclica. Un lavoro assolutamente nuovo per tutti i suoi contenuti. Per la trama, sempre più intrigante, del destino ebbe anche modo di consegnare, alla fine di gennaio, sempre a Cogliate, lo stesso volume proprio direttamente nelle mani dell’arcivescovo e Cardinale Enrico Maria Martini, venuto a celebrare i 100 anni della Chiesa… Quando mai accade una cosa così? Messe le sue cose nelle mani più autorevoli che c’erano, sotto il profilo dell’autorità nella fede, Romano si dedicò alla altre incombenze. Aveva preparato il libro Superfisica e provvide a farne copie realizzate in copisteria, rilegate e cucite in altro modo. Una parte rilevante del suo tempo era dedicato alla mamma, che doveva fare almeno 1 km al giorno di percorso, ma non passava più in Via Trento, sceglieva altri percorsi. Molte telefonate con i suoi amici della Scuola, lunghe chiacchierate con Salvatore, sempre molto interessato e che anche interessava i suoi amici, che a volte erano venuti apposta a Saronno per incontrarlo e discutere del suo modo di concepire l’esistenza.
La Nuova Scuola Italica, esperienza d’un piccolo gruppo di persone partecipanti – per i suoi contenuti assolutamente grandiosi – può essere considerata uno degli eventi più importante mai accaduti nella storia umana, perché riuscì a mettere in perfetto accordo tutte le filosofie, e risolse tutti i paradossi della ragione umana, in modo grandioso. L’uomo lo scoprirà poco a poco, e Romano Amodeo assumerà la dimensione d’un colosso inimmaginabile, una entità addirittura impossibile per un uomo. Ecco, la cosa importantissima, accaduta il primo di gennaio del 1999 nella Chiesa di Cogliate, fu che Romano Amodeo colse la sua occasione. Colse l’occasione offertagli dal Parroco di quel luogo, che gli mostrò l’Enciclica del Papa che, in un suo punto preciso, invitava a fare quanto Amodeo aveva già in programma di fare con la sua N.S.I., ossia dimostrare la nuova via per arrivare con certezza al Cristo: usando la ragione. Gesù andava seguito perché aveva detto la verità assoluta, quella rivelata a Nicodemo quando gli rivelò che la vita si compone con i due versi opposti dell’acqua (l’oggettività) e dello Spirito santo (l’anima dell’osservatore). Oggetto e soggetto, rivelò Gesù, sono la relazione assoluta. L’anima umana, per capire, deve avvalersi di modelli oggettivi. Le regole, senza l’oggetto a cui portano, non servono a nulla. Il Regno dei cieli (la Verità) è raggiunta quando si riesce a considerare tutto il complesso e non solo lo sviluppo d’una crescita della vita nell’unico verso che in apparenza la porterebbe a morire. Bisognava rileggere il vangelo con gli occhi d’uno scienziato e a partire dai fondamenti della fisica e si sarebbe facilmente capito come fosse inevitabile all’esperienza umana, compiuto tutto il suo personale flusso che la porta al capolinea estremo della sua morte nel verso in avanti, la converte nel senso opposto e la riporta a Dio. Questa pagina, che aggiunge il 38 a tutta la realtà 400, porta a descrivere la nascita di assolute novità, e lo sono, su tutta la linea. In cantoria Riccardo Bernardinello, che suonava l’organo per la Corale di Cassina Ferrara, fece sapere che smetteva. Monticelli, il suo
A metà febbraio ricevette una grossa novità: una lettera dal Vaticano, datata 31 gennaio, su carta intestata alla Segreteria di Stato, prima sezione affari generali. Egregio Signore, con gesto di spontanea confidenza, Ella ha manifestato al Sommo Pontefice una particolare riflessione, accompagnata da gentili espressioni augurali. Nel ringraziarla dell’attestato di filiale venerazione, Sua Santità invoca su di lei e su quanti le sono cari, abbondanza dei favori celesti e volentieri invia la propiziatrice Benedizione Apostolica. Con sensi di distinta stima, mi confermo Mons. Pedro Lopez Quintana, Assessore.
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Cogliendo l’occasione di rapporti in quel momento condotti sul filo della normalità, Amodeo consegnò copia di questa lettera a «Occhi verdi», dicendo che doveva intendersi benedetta apostolicamente anche lei. Si proclamava fiero che gli fosse stata dichiarata distinta stima, dal firmatario di quella lettera. (Il 439 è il cammino, di 1, nel 400+40 moto intero, ed è anche il senso della pagina)
“Cosa gli hai offerto?” “Non vuole niente, lo fa per la Chiesa.” “Bene! Abbiamo trovato l’organista!” Notatelo: 440 è la realtà del centuplo sulle 4 dimensioni della realtà, che avanza di 40, del decimo di massa presente. Ed è il senso stesso della narrazione in Codice dello Spirito. Il lunedì successivo, dopo oltre due mesi d’interruzione, ricominciarono le prove. Romano dovette anche spiegarsi con Enzo Vannucci, quando s’accorse che la sua azione, che aveva risolto il problema, era parsa ad Enzo una forma d’indebita ingerenza: Roberto era stato segnalato da lui! Udito come si fossero svolti i fatti, Vannucci li capì. Tra i bassi ci fu una nuova entrata: Riccardo Bernardinello. Venne per l’insistenza di Romano: se non suonava, per i motivi che aveva rivelato, niente impediva che cantasse. Amodeo gli spiegò che così avrebbe dimostrato a tutti la verità delle sue parole, poi aveva una bella voce. Era così difficile portare giovani cantori: si dimostrasse lui come l’eccezione a questo comportamento, così insensato, dei giovani come lui.
La Cantoria della sua Cassina stentava a trovare un sostituto per Riccardo, allora decise di mettersi in azione lui. Trovò, dopo alcune settimane, un organista disposto, era un ragazzo che già serviva un altro gruppo e che era disposto a suonare anche per la Chiesa di San Giovanni Battista. Indeciso se farlo o no, telefonò alla fine ad «Occhi verdi» e le annunciò che aveva trovato un possibile sostituto di Bernardinello, le spiegò come stavano le cose e le dette il numero di telefono. Poi, essendogli venuto subito un dubbio nella mente, la richiamò immediatamente dopo e le osservò che, per le prove, il problema sarebbe stato superato, ma come si sarebbe messa a Pasqua? Dove sarebbe andato? “Eh già – concordarono entrambi – questa non è una soluzione vera”. Egli aggiunse: “Enzo dice che potrebbe venire a suonare il figlio del Monticelli.” “Ma no, sembra che la domenica giochi a pallone.” “Si potrebbe offrirgli qualcosa, offrire un compenso da lavoro… Potrei incaricarmene io, farlo forte io.” “Sono problemi che riguardano Don Luigi.” Don Luigi, sentito da Romano, diceva che Riccardo avrebbe ripreso, ne era sicuro. Ma ad Amodeo, Bernardinello assicurava che assolutamente non avrebbe accompagnato più il Coro: gl’importava imparare a suonare bene.” Rivolgendosi ad «Occhi verdi», a Cogliate, Romano ritornò sulla questione di Roberto Monticelli, avrebbe pensato lui a dargli una ricompensa. “Ma io non voglio!” rispose lei d’impeto: non le sembrava giusto che Amodeo si mettesse in mezzo in quella maniera. Decise di ritornare alla carica con Don Luigi e successe che, quella domenica sera, la «Celeste amica» per caso (per caso?) era anche lei in Chiesa. Così, finita la messa si ritrovarono insieme dal Parroco. “Don Luigi – osservò Romano – a me risulta che Riccardo assolutamente non riprenderà a far l’organista. Faccia allora una cortesia: questa sera gli telefoni e gli chieda netto se sì o se no. Alle 9, io la chiamo. Se mi autorizza, telefono a Roberto Monticelli e gli chiedo se egli se la sente di accompagnare il Coro. Se occorre pagarlo, mi assumo io questo compito.” Alle 9 Amodeo telefonò al Parroco e seppe che Riccardo aveva risposto no, così telefonò al Monticelli, che non conosceva. Gli domandò se fosse disposto e ricevette un rifiuto. Gli rivelò allora che quello poteva essere anche un lavoro e che era tale la necessità per il Coro che egli, pur essendo solo un corista, era disposto a pagare egli stesso per la sua prestazione. Quanto voleva? Messa la cosa in questi termini, Roberto non se la sentì d’essere meno generoso, ci ripensò e rispose che se erano ridotti proprio così male l’avrebbe fatto, però per la Chiesa, non per i soldi. “OK, ora lo dico alla Maestra, poi vi intenderete tra voi.” Chiamò MT: “Il figlio di Monticelli ci sta.”
Si fecero i preparativi, a Cogliate, per le nozze del Presidente della Schola Cantorum, Maurizio, poi ci fu il matrimonio, il primo maggio, nella Chiesa prepositurale di Saronno. Romano trascorreva molto del suo tempo a scrivere alla MT «Celeste», lettere che erano tutta una sua questione intima e che mai avrebbe mandate. Così faceva esistere una certa qual concretezza, in tutto quel suo sentire, che ardeva per uscire e doveva essere soffocato. In relazione a quest’episodio, delle nozze di Maurizio, scrisse così: «Sono profondamente legato a te e, se fossi egoista, chiederei la tua mano (nonostante il certo rifiuto che tu mi opporresti), ti farei la “corte”. Il mio cuore ti desidera ardentemente, ma la mia ragione mi porta ad auspicare per te molto di più, molto di meglio di quanto io, troppo pieno di limiti, abbia oggi da offrirti. Tuttavia – nella mia sacrosanta libertà – il 1° maggio, mentre i nostri amici si sposavano, anche io così ardevo di farlo con te, che, cantando e fissandoti in volto, mi sono promesso a te per sempre: così. Come tu mi vuoi ed accetti: uno del Coro. Stiamo facendo cose sublimi, nell’esercizio degli scampoli di libertà che entrambi abbiamo: di poter desiderare di cantare a Dio! Così uniti e fusi: tu, mia Maestra, ed io, che a te m’affido, così come vuoi, morbida argilla nelle tue mani, senza limiti, pronto a darti la vita, come sto già facendo e, spero, almeno con amabile… discrezione. »
E che avanzamento! Romano avrebbe ignorato il senso di questo inserimento, in questa pagina 440 in cui sembra finito a caso. Ma la realtà 400, che avanza con la sua massa decima 40, preconizza, in Codice, che questo sarà veramente il cammino che sarà fatto da loro due: saranno sposi celesti perché lei lo decise facendosi sposa di Cristo e Romano lo sarebbe divenuto, fattosi tanto piccolo da esserne interamente pervaso, il 18.10.1999. Nessuna risposta giungeva dalla Curia milanese, nonostante il 28 gennaio avesse consegnato personalmente al Cardinale, il libro di risposta spedito al Papa e sul quale il Vaticano aveva espresso gentili parole e apprezzamenti. Ma qui s’innesca, probabilmente, la debolezza umana delle persone, anche se Cardinali. Al Martini non piacque che Amodeo, per dimostrare quanto innovativo e benedetto fosse l’appello del Papa, ad usare l’intelligenza libera, raccontò (nel libro di risposta all’Enciclica Fides et Ratio) come alla sua offerta fatta alla Curia di Milano, anni prima, di “Diffondere la spiegazione scientifica del Vangelo di Gesù” fosse stato risposto: “Ci domandiamo perché lei chieda queste cose proprio a noi!”. A chi mai avrebbero dovuto interessare, ai Buddisti?
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Il Cardinale Martini, validissimo per tante notevoli cose fatte, era egli pure un uomo, e, comportandosi da persona suscettibile, antepose il suo ritegno offeso ai contenuti rivoluzionari del libro d’Amodeo, e non rispose nulla. Amodeo si stupì quando il 10 maggio l’Arcivescovo andò a spiegare a Varese l’enciclica del Papa e a raccontare: “Il papa comanda: Su muovetevi!”, mentre non volle tenere in nessuna considerazione chi l’aveva già fatto, entrando in azione con un volume di 250 pagine. La Nuova Scuola Italica, operante in vicinanza di Varese non fu nemmeno invitata a quell’incontro. Il 10 era di lunedì, allora andarono, non invitati, all’incontro, Salvatore Mocciaro e l’amico Luigi, portando duecento plichi formato A4, di 4 pagine l’una che spiegavano la posizione, in materia, della Nuova Scuola Italica. Amodeo scrisse un Articolo sulla Prealpina, pubblicato il 22 maggio, nel quale chiedeva se la Chiesa veramente volesse il colloquio tra la Religione e la Ragione. Per quello che risultava a lui no. Spiegò come la sua Scuola fosse intervenuta con un grosso lavoro, lo avesse consegnato al Martini e non avesse ricevuto neppure una risposta, né un invito a presenziare là dove, agendo tutto al contrario con le parole, si sollecitava quell’incontro. Alcune settimane dopo la Prealpina pubblicò un secondo articolo d’Amodeo, dal titolo: “La Fede non sente ragioni”. In esso rivelò la situazione difficile esistente tra il fideismo e il razionalismo. Chi ha fede si poggia sulla priorità della rivelazione ed intende le facoltà della mente come un temibile nemico solamente perché la ragione umana arriva a conclusioni opposte rispetto a quelle dettate da Gesù. In questo articolo spiegò anche come, attraverso la Ragione, fosse invece possibile arrivare alle stesse conclusioni di Gesù e non a quelle opposte. Dunque si trattava semplicemente d’usare la stessa ragione nel modo giusto e questo era il compito della fede. Amodeo si chiese perché cominciava ad avvertire strane ritrosie ad affrontare immediatamente questo tema. Era giacché la Chiesa intendeva la sollecitazione del Papa come un sasso lanciato lontano in uno stagno, il quale, prima che l’onda si allarghi quanto occorra, deve attendere che ne maturi il tempo. Una sollecitazione quale quella di “Trovate nuove vie che portano al Cristo” fatta al pensiero umano poteva trovare risposta valida solo chissà quanto tempo dopo! Così, se salta fuori, immediatamente, Amodeo, che afferma: “Ho già trovato questa nuova via ed eccovela qua!", sembra eccessivamente prematuro. Come avrebbe potuto essere credibile? Allora sarebbe stato evidente che il suo lavoro sarebbe finito in uno scaffale polveroso del Vaticano, senza nemmeno arrivare all’attenzione del Pontefice o di chi aveva materialmente steso quel punto che invitava la Ragione umana ad intervenire. Pertanto spettava alla sua N.S.I. d’assumere l’iniziativa e di lanciare il primo Convegno al mondo che fosse attuativo e non esplicativo dell’Enciclica Fides et Ratio. Don Luigi ne scelse la data: 24 ottobre, scelta accurata, in un giorno in cui a Saronno non ci fosse niente di speciale, organizzato dalla Chiesa, che avrebbe potuto ostacolare l’afflusso dei cristiani. (E ci sarà addirittura, invece, il Trasporto della Croce! Nota: la somma delle cifre di 24.10.1999 è per 2 Gesù, presenti quel giorno, + i 33 anni del primo)
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Fece conoscere in Vaticano che era stato indetto un Convegno che avrebbe tentato d’applicare l’enciclica, cercando quelle nuove vie che Egli aveva auspicato. Comunicò la data e invitò la Chiesa a scegliere e comunicargli i rappresentanti della Chiesa cattolica. Una sera, nel Coro di Cassina Ferrara, Amodeo udì la direttrice riconoscere che non esistevano canti relativi a San Giovanni Battista, di cui si stavano preparando i brani per la festa, tenuta nel giorno 27 giugno, compleanno di Mariannina Baratta. Decise così di scriverne uno lui. Lo portò dal Maestro Monticelli, che glielo orchestrò. Lo fece avere ad «Occhi verdi»: il canto per San Giovanni, se lei lo voleva, esisteva ed eccolo! Sapeva benissimo che non sarebbe stato eseguito dalla Corale della Cassina. Comunque, in un momento di tristezza, fece voto al Santo, che aveva il nome di suo nonno, che in quella occasione quel canto scritto per lui comunque sarebbe stato cantato alla messa. La messa solenne, cantata dal Coro, ci sarebbe stata alle 10,30, chiese così a Don Luigi il permesso di farlo eseguire appena prima di quella delle 8; si sarebbe preoccupato lui di preparare la cosa; forse sarebbe stato un a solo accompagnato dalla chitarra, o forse un gruppo, si sarebbe visto. Prima d’accettare il Parroco volle leggere la musica e le parole, poi si dichiarò favorevole. Alla chitarra si dichiarò disposto a suonare Marco Furini, uno dei suoi allievi della Nuova Scuola Italica. Chiese a Cogliate se qualcuno fosse disposto a partecipare e a dagli una mano e si offrirono, con generosità, Angelino Beretta, Cornelio Ferrario, Adelio Basilico, Angelo Freri e Anna il contralto. Romano consegnò loro le cassette su cui aveva registrato il canto, cantato da lui. Non ci fu nessuna prova e un quarto d’ora prima delle 8, Mariannina, suo padre e San Giovanni ebbero il loro bel regalo. Amodeo lo registrò interamente con la telecamera e fece altrettanto alla messa solenne. Era l’ultima volta che il Coro si ritrovava, era il classico sciogliete le righe. La Maestra invitò tutti a non andar via e, sorprendendo molto lui, propose ai cantori di ritrovarsi ancora una volta l’indomani, all’asilo; si sarebbero salutati là: sarebbe stato interessante assistere alla ripresa televisiva, ed acustica, che Romano così gentilmente aveva appena completato. Si ritrovarono, così il lunedì sera e Amodeo si dette molto da fare, mostrando la sua registrazione a tutti i suoi amici, raccolti su tre file davanti al televisore. Ridevano quando, per non ascoltare tutta la messa, la scena era accelerata per ritrovare solo i momenti in cui il Coro aveva cantato. Romano aveva anche eseguito la registrazione con una apparecchiatura ad alta fedeltà e domandò chi volesse le cassette. Ad evitare che nascessero le solite storie, chi le voleva le pagava. Così la comperò anche «Occhi verdi», che al momento non aveva le 1.500 lire con sé e rimandò a settembre. Romano la ringraziò che avesse voluto, a sorpresa, organizzare quella serata. Si rendeva conto che lei, qualche volta, riconosceva la sua dedizione a tutti loro e, quando vedeva che ciò accadeva, riteneva giusto di dir “grazie!” Si salutarono allegramente tutti, augurandosi buone vacanze e di rivedersi a settembre. La Schola Cantorum di Cogliate invece organizzò una gita, a delle grotte dalle parti d’Imperia. Così Romano fece il suo viaggio in macchina, con «Occhi verdi» e tutto il suo Coro.
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Non l’avvicinò che una sola volta, quando già era trascorsa metà della giornata. Si ritrovarono seduti uno di fianco all’altro, su un muretto, in attesa di partire con il pullman, per il mare. Amodeo fece in tempo appena a dirle: “Vedi, io sono fortunato: ho un tesoro, volendo bene a te. Tu no, non hai niente…” che furono invitati a salire sulla vettura. Giunti al mare, Romano comperò un costume e fece anche il bagno, egli solo. Più tardi una delle donne del Coro gli domandò quanto l’avesse pagato. “Centomila lire”. E lei commentò divertita: “Ecco, Maria Teresa l’aveva detto!” A quanto gli parve, ella anche a Cogliate trovava il modo di porlo in strana luce… Come si fa a spendere un occhio, per un costume da usare una sola volta? Romano non aveva il senso del limite. E aveva pienamente, perfettamente ragione: ne era venuto veramente fuori, grazie soprattutto ai tanti che aveva cercato di mettere in atto proprio lei che, invece, ci moriva dentro e credeva, con quello, di vivere libera! Non era colpa sua, anzi il suo merito: salvava lui che poi avrebbe salvato lei e tutti i cristiani. Ma non solo lei come Legnani, anche Roberto.
Capitolo 51
Romano a Saronno usava tutti i computer, venduti a lui, da Roberto Legnani. Aveva notato il cognome che per lui significava evidentemente “spirito”, “essenza”, quella vitale del legno. Orbene, sempre in quel giochino dei nomi organizzato dal Dio Enigmistico di questa stranissima storia che riguarda Amodeo come fosse un Oracolo della Provvidenza di Dio, egli era proprio lo spirito buono che, chiamandosi Roberto, si era erto, sollevato, a dare Robe indispensabili a Romano. Ma non solo lui: chi lo aiutava in negozio era Antonella, la moglie, e Carlo, il commesso, che si chiamavano come i suoi zii Carlo ed Antonietta, e con i quali c’è stato sempre un naturale flusso di simpatia, per non dire della mamma di Roberto, di cui si ignora il nome, ma se lo si indagasse risulterebbe esso pure “della famiglia”. Roberto Legnani sarà importantissimo per Romano, perché lo aiuterà a preparare il suo futuro Convegno del 24.10.1999, di assoluta importanza mondiale (l’evento atteso per il 1000 e non +1000), dandogli anche l’attrezzatura per visualizzare i lucidi che egli avrebbe proiettato a parete e, risolta quell’emergenza, avrebbe ritrasformato in denaro la relativa spesa. Oltre ai moltissimi momenti in cui Romano, parlando con lui, un Legnani chiaramente favorevole, riceveva poderosi aiuti anche nello spirito e nel morale. Il Convegno sarebbe stato al Centro Sociale Cassina Ferrara, via Prampolini 2, Saronno ed avrebbe corrisposto a questo Oracolo: “Centro! Soci, ale! ‘Ca ssi ‘na fucina che lancia quanto fu promesso prima dei 2 millenni… e saranno!” (ove ferrara è la fucina e Via Prampolini 2 è il trampolino di lancio della Promessa Prima dei 2 millenni; e sono termini dialettali napoletani riferiti proprio al terroncello Romano, di SA, sia Saronno che Salerno). Insomma sarà quell’evento assolutamente vitale che l’uomo aspettava: l’aiuto all’uomo dello Spirito Santo (la Ragione) di fianco alla pura Fede in Gesù Cristo, nell’incontro voluto dal Papa tra Fede e Ragione, con la Fides et ratio. Il convegno, che sarà fatto il 24.10.1999 riporta la somma delle cifre quanto i 33 anni di 2 Gesù, in atto di mortificazione. In quel giorno ci sarebbe stato a Saronno il Trasporto della Croce (dalle spalle del Cristo divino a quelle di un povero Cristo umano che da 38 giorni si sarebbe alimentato solo del Cristo nell’Ostia Consacrata per promuovere la Fede in Gesù, spinto dal Papa e contrastato dalla Chiesa locale fino a lasciar che ne morisse!). Questa pag. 443 è il moto di 1 nel 444 (la realtà 4 nelle 3 cifre) e ne riporta il senso.
In luglio del 1999, dopo un silenzio che durava dalla fine di febbraio, Romano fu perfetto: consegnò ad «Occhi verdi» la seguente lettera di doverosi ringraziamenti. In questa pag. 444 è espressa tutta la realtà nelle sue 3 cifre; Romano e il suo stato di grazia appaiono nella profonda realtà della sua anima, in questo libro, Codice dello Spirito. Cara Marì, t’ho vista di colpo in Chiesa, passarmi accanto e il cuore ha veramente sobbalzato: ti credevo già al mare… Sono fuggito via, appena ho potuto: voglio conservare il ricordo del mio unico giorno di vacanza, trascorso interamente con te, quando quello stesso mio sentire ha provato il massimo della sua piacevolezza vedendoti dirigere ispirata e coinvoltissima il “Va pensiero”. Ecco, una comunità dovrebbe essere così, come si era tutti “un cuor solo e un’anima sola” in quel momento. Non ho avuto modo di ringraziarti, per una quantità enorme di benefici che mi sono derivati e mi derivano da te. Lo faccio adesso. Mi hai di recente accusato (quando insistevo su quel “ma…” cannato del brano “O signore non son degno”) che “non esiste solo il canto”… Hai ragione, e per me è proprio così: esiste in primo luogo chi dipende interamente da me (mia madre); esiste contemporaneamente quella battaglia che ho in corso con i fisici (per questioni di rilevanza mondiale che dovrebbero portarmi a ricevere un Nobel); esiste quella che ho in corso a proposito di Fede e ragione (per la quale sto tentando di farmi inviare dei delegati pontifici per il Convegno che ho indetto per il 24 ottobre: ma il Papa, per ora, più che preghiere e Benedizioni Apostoliche – me ne ha comunicata una seconda – non si decide ad inviarmi…); esiste la scuola di Filosofia (che sostiene questioni d’assoluta novità ed importanza alle quali spero il Papa possa dare ossigeno); infine esiste l’arte, che per me assume vari aspetti, uno dei quali, solo uno, è il canto e la musica. E tutto, veramente tutto, io faccio con tanta intensità e passione che a qualche distratto sembra che solo a quello io poi pensi! Però posso dire che io possiedo un qualche cosa d’extra che è veramente un di più, che mi riempie e potenzia davvero la vita, tanto da darmi l’entusiasmo e la passione per tutto ciò: ed è – credimi, non scherzo! – il mio sentimento per te, un qualcosa di eccezionalmente positivo. Tu dai consistenza alla mia energia, nonostante tu sia talora veramente una nemica rispetto alle mie migliori intenzioni. Vedi, se io non fossi quel “galletto” che hai detto una sera a Cogliate (mentre discutevo con Angelo), le avversità mi convincerebbero dell’inutilità di taluni sforzi… ma quando a me – che intendevo tranquillizzarti dicendoti “che non ti sto facendo la corte” – tu rispondi stuzzicando “Faresti un buco nell’acqua!”, anziché scoraggiarmi mi stimoli, in modo irresistibile, a provarci. No, non ora. Ora no!!! Perché ho tutto ancora in discussione e la mia condizione è improponibile: non ho libertà (ma la Sacra Rota potrebbe darmela, e anche – purtroppo – mia madre che non è eterna); non ho mezzi, non ho niente da potere offrire a chicchessia senza sospettare, io per primo, che con ciò io tenti di fregare qualcuno. Quindi sentiti al sicuro. Io pure, del resto, mi sento al sicuro per come tu mi tratti: e non ho tema alcuna di illuderti in nessun modo, tanta è l’indifferenza e l’assoluta mancanza di feeling che noto in te per me. Anzi queste mie “dichiarazioni” in un certo senso mi mettono ancor più tranquillo, perché non sono esse il veicolo ideale per una strategia di “corteggiamento”. Sei tu più tu di me a metterne in campo, perché “chi disprezza vuol comprare”. Io, invece, con i miei pronunciamenti del tutto inoffensivi ottengo il solo risultato di spaventare, tanto che mi sento come un pasticcino per te, anoressica ancora (ma d’amore). Allora io concludo ringraziandoti, perché – ponendoti come pane per i miei denti – anche se rischierò buchi nell’acqua (appena potrò), almeno ci proverò ancora più gusto di quanto ci provo già oggi, che dai un gusto eccezionale a tutta, tutta tutta la mia vita e le mie differenti occupazioni. A me per ora basta sapere che ci sei: così – senza che tu faccia nulla – mi sento a casa mia, tra la mia gente ed assieme alla mia famiglia . Nonostante che – come galletto – io non abbia ancora perso né il gusto per le gallinelle né la mia bella cresta!
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Ciao. A presto, già mi sembra un secolo che io non ti parlo! Ah, ti accludo un nastro di 2 ore di musiche composte da me in 40 anni: mi piacerebbe davvero sapere se c’è qualcosa che ti piaccia (oh, non per farlo cantare al nostro Coro: ci ho rinunciato). Se non altro devi rivalutare il computer, perché – motivo a parte – l’arrangiatore e il suonatore è tutto e solo “lui”. Potrei – analfabeta di musica qual sono – avere da me solo risultati di simile qualità? Smetto altrimenti… ti stanchi di leggere! Buone vacanze e pensami… ma solo un pochino! Romano
tutte le vie proprio di quello a cui io avevo rinunciato per amore della vita altrui. Se tante volte ti ho definita un angelo ne ho i motivi: è stata la tua buona grazia che mi ha portato proprio a Cogliate e tu non ti sei opposta quando ti chiesi se potevo aderire anche a quella Schola Cantorum. Avresti potuto farlo: poteva sembrare… la verità: che io ti seguissi. Vedi, Maria Teresa, per quanto fortemente inibiti, sia tu che io non ci siamo mai negato le possibilità di vivere la nostra personale libertà, a costo – anche – di personali disturbi. Io rispetto moltissimo la tua, ma ogni tanto debbo rispetto anche al mio desiderio profondo di comunicare a te il mio bene. Perdonami, è più forte di me. Del resto tu stessa hai detto, una sera: “Troppa venerazione è un difetto”. Se io rispetto troppo le tue sole esigenze, per eccessiva venerazione della tua libertà, sono in difetto… Sit modus in rebus! Ovvero: un po’ e un po’. E – per questo stesso senso d’equilibrio e giustizia – ora smetto di scriverti: ho approfittato fino troppo della tua pazienza (se non ti sei stancata di leggere…). Stammi bene! A presto! Romano
Poche settimane dopo le spedì ancora la lettera che segue. Da essa risulta come Romano avesse finalmente capito la strana trama ordita dalla Provvidenza di Dio e che aveva disegnato per lui anche questo stranissimo incontro, in cui tutto sarebbe avvenuto senza che avvenisse mai niente. Non è un gioco di parole. Tra Amodeo e questa donna ci fu il significato più profondo che ci possa essere in una relazione d’amore. Per lei avvertì una vicinanza tanto grande che ad un certo punto fu come se l’anima di lei fosse entrata davvero nella sua. Tutto nella più grande delle pulizie e nel segno più grandioso dell’affetto, quello che non chiede per sé, ma – se occorre – si mette anche in campo e combatte, contro ogni sopruso che ci sia, senza alcuna paura di perdere. Cara Maria Teresa, che bello sarebbe se tu, ricevendo qualsiasi cosa da me, l’accogliessi nel modo scanzonato e disinibito di quella sera, quando mi cantasti addirittura una filastrocca, sulla spia! Invece, per ogni nonnulla, t’immagino allarmata, disturbata, preoccupata, dunque infastidita. E così non riesce più neppure a me di sentirmi “normale” con te. Capisco così che, incontrandoti all’improvviso, io subisca quel violento tuffo al cuore che mi capitò al funerale della mamma della Giovanna. Non mi succedeva più una cosa del genere (una tale ipersensibilità per qualcuno) da… prima ancora che tu nascessi, da quando, a 16 anni (ma ora ne ho 61!… quasi gli stessi numeri…), incontrai all’improvviso la Liliana della prima delle tante canzonette scritte da me nei successivi 45 anni. Sono canzonette, vero? La mia musica vale tanto al chilo, vero? Troverai la voglia d’ascoltarla, almeno una volta? Me lo chiedo, davvero non sapendo come tu reagisca in relazione a ciò. Infatti nei miei confronti tu ti comporti spesso stranamente: come se io potessi avvelenarti con le mie cose… così assumi un tale atteggiamento di sufficienza e d’apparente indifferenza che davvero spesso io sospetto che tu abbia il timore di potermi voler bene. Ho dovuto farti cortese violenza per dirti a voce una sintesi estrema del mio stato d’animo, quasi che ti mettessi con ciò sui carboni ardenti. Così io evito di telefonarti: per dirti che cosa? E farei anche bene se non ti scrivessi nulla: per comunicarti quali notizie? A me piacerebbe che potessimo comunicarci semplicemente la vita quotidiana: la mia ti appartiene, né più né meno di come appartiene a me stesso; te l’ho donata ormai già da tanto tempo. Ecco, vedi? Questa è una notizia, una gran notizia, ma di quelle che ti fanno raccapricciare: Che cavolo devi fartene di me? Io non so. A tua assoluta discrezione! Usa la memoria, se talora ti senti sola e senza nessuno: ricordati che, con buone probabilità, proprio in quei momenti io ti sono molto vicino. Purtroppo però io non so darti – pur volendolo – quello che tu mi dai… senza nemmeno volerlo. Molte strane cose mi legano a te: Maria Teresa si chiamava mia nonna; sei una brava Maestra, come mia madre, che mi ha insegnato così a vivere come tu m’insegni a cantare e a porgere bene le lodi a Dio. Nel 1993-95 io facevo voti al Signore per salvare Lucy, una ragazza ammalata gravemente d’anoressia (alta come te e giunta a 28 kg): offrivo la rinuncia alla mia gloria in vita per le scoperte concesse a me dal Signore, ma che lei vivesse. Sapessi quanto mi è dolce pensare che Dio abbia accettato quel dono anche per salvare te, che avrei conosciuto ed amato solo dopo, ma che in quello stesso momento avevi lo stesso bisogno! E così mi succede che se oggi ho qualche speranza, proprio di gloria, la debbo al fatto d’aver seguito te a Cogliate, che Don Carlo mi abbia messo in mano, a capodanno, proprio quell’Enciclica Fede e ragione, che mi sta aprendo
Romano aveva sollecitato dal Vaticano i nomi dei rappresentanti della fede. Invece dei nomi, aveva ricevuto, alla fine di giugno, una seconda lettera, spedita il 26 del mese, sempre dallo stesso mittente: la Segreteria di Stato, sezione prima, affari generali. Egregio Signore, con premuroso gesto, Ella ha informato il Santo Padre circa lo svolgimento d’un prossimo convegno, ispirato all’Enciclica Fides et Ratio. Sua Santità desidera manifestare cordiale riconoscenza per tale attestato d’ossequio e di vicinanza e, mentre assicura un ricordo nella preghiera, invia volentieri a Lei e alle persone care la Benedizione Apostolica. Con sensi di distinta stima mi confermo Dev.mo nel Signore Mons. Pedro Lopez Quintana Assessore.
Amodeo scrisse all’assessore, chiedendo espressamente che fossero delegati i rappresentanti della fede e non ebbe risposta. Ripeté più volte l’invito, e neppure gli fu più risposto. Così scrisse questa lettera che fece conoscere alla stampa. Sua Santità Papa Giovanni Paolo II E, per conoscenza: Ufficio Stampa del Vaticano e degli organi di stampa italiani Sua Santità, aderendo al suo invito, noi filosofi della Nuova Scuola Italica abbiamo trovato l’audacia da Lei invocata nell’Enciclica Fides et ratio a volere aprire nuovi percorsi. Il metodo deduttivo applicato ai principi fondamentali della Scienza (in filosofia chiamato sillogismo), consente di dedurre dai principi della scienza del divenire delle cose, qual sia l’esperienza successiva all’apparente morte soggettiva, una volta definito, per scienza, a che cosa di fisico corrisponda una mente che ragiona (l’anima, l’<io-penso>). Noi, convinti della presenza già di sufficienti elementi su cui discutere, abbiamo fornito gli argomenti, il metodo e stabilito una data in cui Fede e Ragione si trovino a Convegno. Alleghiamo copia del manifesto. Ora necessita l’organizzazione del Convegno. Quanto meno occorre la nomina dei delegati a rappresentare la Fede, altrimenti non è un Convegno Fede-Ragione ma Ragione-Ragione.
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La nostra Scuola di Filosofia è un Ente molto modesto, che si poggia quasi tutto sulla mia personale iniziativa. Ma io già rinunciai a fare il mio lavoro d’Architetto per assistere mia madre malata del morbo d’Alzeimer, ora mi trovo al centro di qualche cosa che è troppo più grande di me. Sua Santità: ci dia l’aiuto promesso! Invoco lo Spirito Santo: che intervenga con la Sua Capacità di convincimento! Un Convegno, questo prossimo convegno del 24 ottobre, il primo al mondo, credo come concreta risposta alle necessità manifestate con la Fides et ratio, nato dall’audacia d’un piccolissimo Davide, d’affrontare il terribile Golia dell’ignoranza e della presunzione umana (di credere di potere fare a meno di Dio), dunque importantissimo, non mi trovi del tutto solo a doverlo preparare ed affrontare! Così solo dopo che la Fede si è proclamata avvocata della ragione. Io chiedo alla Santa Sede che faccia la sua parte, come precisamente espresso e promesso in molti punti dell’Enciclica Fides et ratio (quando, appunto, si è promessa concreta avvocatura). Io non ce l’ho con Mons. Pedro Alvarez Quintana, Assessore agli Affari Generali del Vaticano, ma credo che se questo argomento non supererà questo livello-filtro degli Affari Generali, per diventare la questione specifica che è, continuerò a ricevere preghiere per me e benedizioni quando occorre invece che facciano scaturire quel tozzo di pane che serve per vivere. Se con le preghiere e le benedizioni lasciamo concretamente morire di fame, noi non facciamo come una Madre Teresa di Calcutta, per la quale il tozzo di pane era la preghiera e la benedizione. Mi aiuti ad organizzare il Convegno! E perdoni l’insistenza. Ma alla fine, dice Gesù: il Giudice fece il suo dovere nei confronti della Vedova se non altro per togliersela d’intorno… Io insisterò più ancora della Vedova e terrò sempre informato, di tutto questo mio pregare che si faccia il proprio dovere, quelli che sono i testimoni della nostra storia: i media. Non la scambi per arroganza, ma è Lei che ha promesso aiuto alla Ragione! Dimostri che non si è sepolcri imbiancati, quando si è sacerdoti, e, in specie, dei Papi a cui sia facile promettere e superfluo mantenere. Lo stesso povero Cristo fu ucciso da chi intanto si stracciava le vesti! Non m’abbandoni a ciò che è più grande di me perché povero Cristo io pure. Esserlo, per la nostra Fede, è un titolo di merito, specie quando lo si è divenuto per libera scelta e vocazione. Saronno 20 luglio 1999 Romano Amodeo
Romano e Giancarla, senza mettere in mezzo nuovamente il Tribunale, che avrebbe dovuto riaprire le procedure e ci avrebbe messo chissà quanto tempo. Così preferirono spendere, in due famiglie, 24 milioni, dodici a testa, che poi finirono 6 a Giancarla e 6 a Romano per quanto intestato a loro due e 6 a Benito e 6 a Romano per quanto intestato ai due fratelli e acquistato dalla mamma, che aveva intestato la casa e ogni cosa a loro due, direttamente ai futuri eredi. Romano si trovò, inaspettatamente a ricevere 12 milioni in tutto, divisi in due date: la prima per un atto fatto alla fine di luglio a La Spezia e la seconda fatta, sempre lì ma ai primi d’ottobre. Sabato Lingardo da mesi ora era a Saronno. Aveva chiesto a Romano la stanza al primo piano e ci si era accampato. Era un vero porcile, ma egli vi si trovava a suo agio. Litigava talora con i vicini, cui la sua presenza dava fastidio. Glielo facevano capire ed egli assumeva quasi atteggiamenti di sfida. Gli unici che andavano abbastanza d’accordo con lui erano Barbara e Vincenzo, i due cuochi. Altre volte i vicini erano meno severi e un giorno Paolino, quel vicino con il quale ci fu il diverbio iniziale, sul muro rotto, quando il letto si era incastrato, accortosi che faceva incetta di pane vecchio, gli dette una grande quantità di pagnotte di pane vecchio e duro, togliendole ai suoi conigli o alle galline. Sabato era stato l’ultimo degli allievi che si era aggiunto alla Nuova Scuola Italica. Con lui le discussioni andavano anche oltre il limite delle assemblee e proseguivano in casa. Sabato temeva la morte e Amodeo gli spiegava come fosse una paura mal riposta: era solo un giro di boa e un ritorno reale al passato, tanto che non si sarebbe probabilmente nemmeno accorti d’essere morto e d’avere invertito la sua rotta nel tempo. Come su un treno che, giunto ad un terminale torna indietro e non sembra che nulla sia mutato. Ci credeva e non ci credeva per cui bisognava ripetergli più d’una volta i concetti, perché gli restassero ben fermi nella mente. Ma sbagliava ad aver paura del fatto che la vita, avendo fatto un flusso e giunta al punto suo estremo, iniziasse il riflusso, tornando indietro nel tempo. Avrebbe cominciato a vedere, stranamente, che gli effetti divenivano la causa che li aveva prodotti. Una cosa stupefacente, una vita osservata in senso inverso, perché avrebbe porto in avanti un bicchiere e avrebbe raccolto l’acqua come risucchiata dal pavimento, sarebbe andato a gabinetto e avrebbe come aspirato cacca dallo scarico, per produrre poi tutta quella frutta che prima aveva mangiato, e andare a restituire al fruttivendolo o al mercato dove l’aveva raccolta. Questi l’avrebbero messa nelle ceste e consegnate ai contadini che le avrebbero attaccate sugli alberi, e gli alberi le avrebbero trasformate in gemme. Insomma una dinamica a rovescio in cui si andava a vedere la causa, a partire dagli effetti e non più gli effetti a partire dalla causa. La necessità di tutto ciò? Il classico controllo incrociato che ti fa capire che la brava virtù sta nel bel mezzo. Per cui chi avesse dato nel primo tratto della vita, avrebbe ricevuto adesso la stessa cosa, sia in bene che in male. Un grosso boomerang che faceva ricadere le colpe e i meriti sugli artefici . Con la differenza che i beni divenivano oggetto di scambio, mentre i mali erano semplicemente trasformati in bene. Esempio? Da una parte sembra che io abbia ucciso con un coltello? Dall’altra sembra che io vada a togliere il coltello da quel morto e lo rimetta io in vita: assassino da una parte e salvatore dall’altra. Una cosa incredibile, ma l’esperienza che tutti avremmo fatto rovesciando la sequenza temporale. A quel punto tutti ci saremmo accorti che, operando a quel modo da una parte sembrava che si fosse fatto e dall’altra che si fosse disfatto, ma la verità non era né l’una né
Per organizzare il Convegno avrebbe avuto bisogno di denaro, che non aveva e allora, come accadeva una volta lontana ormai un buon decennio nel passato, la Provvidenza lo fabbricò in un modo impensabile. Mandò una lite terribile tra due famiglie che avevano acquistato due appartamenti dei suoi nel fallimento e chi invece aveva acquistato dalla ex Signora Raho, ora Signora Unito. Una lite veramente mandata dalla Provvidenza. Chi aveva comperato da Unito non voleva che chi aveva rilevato i beni dal fallimento parcheggiassero nelle vie interne, sostenendo che erano proprietari solo degli appartamenti, che avevano acquistato all’asta e non dei terreni, restati ancora miracolosamente intestati al già fallito Romano Amodeo. Il Tribunale, che pure aveva preso in carico tutta la situazione patrimoniale, aveva concesso la procedura d’esproprio agl’istituti di credito locali. Si trattava di beni in provincia di La Spezia che era meglio fossero seguiti dalle banche locali. Queste però, avevano avuto in garanzia solo le case e non i terreni di pertinenza, pertanto il fallimento era stato chiuso, dopo 8 anni e i terreni erano stati lasciati intestati ancora a Giancarla, che aveva rilasciato tutte le garanzie del caso e al fallito suo marito. Se non fossero venuti quasi alle vie di fatto, coloro che avevano acquistato all’asta si sarebbero infischiati delle aree; con questa questione sorta all’improvviso avevano alla fine deciso che era meglio se le acquistavano da
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l’altra cosa: niente diveniva davvero ma tutto era una bella sequenza di scene fisse che, lette in un verso avevano il senso fattivo, lette nel verso opposto avevano un senso disfattivo. Significati aggiunti arbitrariamente dall’uomo. Perché tutta la vita era come un corpo la cui sezione da un lato avesse un bimbo che nasce e dall’altro un vecchio che muore, ma quel corpo è lungo tutta la vita e le sezioni sono tutte diverse e mai una che diventi l’altra. Insomma la vita come la TAC di quel corpo. Bene, Sabato doveva immaginare che terminata la TAC in un senso, la macchina iniziasse a fare la controprova nel verso opposto. Questo era il tempo in più, di Purgatorio, concesso da Dio a tempo apparentemente scaduto. E la giustizia del Padrone che dava sempre un denaro a tutti quelli che erano andati a lavorare la vigna, sia al mattino, sia alla sera, era dovuta al fatto che tutti avrebbero sempre lavorato allo stesso modo. Chi il 100% da una parte, lo 0% dall’altra, chi il 50% avrebbe diviso il lavoro sui due versanti e chi non avesse fatto che un 1% di qua avrebbe fatto il 99% di là. Insomma la Provvidenza di Dio avrebbe equilibrato tutte le cose attraverso il successo del valore medio. Sabato ascoltava, credeva di capire ma poi gli sembrava troppo strano che il mondo, visto sempre andare in avanti, all’improvviso iniziasse ad essere visto andare all’indietro. Avendo solo l’esperienza d’un divenire sempre visto con la causa che diventa l’effetto diventa duro immaginare che lo stesso ad un certo punto è osservato al contrario. “Sabato, ti faccio vedere come vedrai – e allora Romano attivava il video registratore e metteva in atto la visione a rovescio – Vedi? La vita ti sembra uguale, ma il divenire non è più nel senso in avanti ma in quello all’indietro. Procedendo così tu diverrai a poco a poco come un bambino ed entrerai alla fine nella vagina di tua madre da cui – come hai visto sempre accadere di qua – uno semplicemente entra e non esce dal mondo. Esce non verso il nulla, ma verso i corpi di tuo padre e di tua madre. Trovandoti lì, ti sembrerà d’essere sia l’uno che l’altro, poi, sempre attraverso il sesso della madre e del padre si finisce di sesso in sesso in tutti gli antenati. Questa è la ragione profonda per cui il sesso è una percezione così essenziale: è la porta d’accesso al mondo e del rientro nel Paradiso. “A te, caro Sabato, piace la passera essenzialmente perché è la porta del paradiso e te lo dice, tanto che ne sei attratto moltissimo!” quando si toccavano esempi così realistici Sabato guardava l’amico stupefatto: ma voleva scherzare o diceva sul serio? No diceva sul serio. Questi gesti in se stessi non esistono. Un coito è come un bel cartone animato, in cui niente diviene, proprio niente, tanto che quel gesto... non c’è. Siamo noi che immaginiamo che ci sia. Allo stesso modo che immaginiamo che un libro di racconti li faccia esistere quando noi interpretiamo tutte quelle lettere simboliche. “Io quando vedo scritto il cinese vedo la verità: è un disegno. Per un cinese no: diventa il significato d’un messaggio. Bene ho più ragione io di lui, perché è un disegno che si può caricare di simboli derivanti tutti dalla fantasia della mente umana. Così pure è la nostra vita: bene e male non esistono di per se stessi ma sono azioni osservate nel loro divenire che non esiste. È bella la musica, ma un disco è solo una serie di solchi. Diventa poi il confronto tra i chiari e gli scuri, le variazioni tra i tempi quei particolari che lo rendono bello, buono o cattivo. Questa è la ragione fondamentale per cui poi non saremo puniti: non siamo noi i colpevoli perché in verità non abbiamo fatto altro che osservare il puro svolgersi del destino. Il nostro peccato è la cattiveria del voler fare il male, ma il fare sarà avvenuto non per mano nostra.
Dunque saremmo stati veramente colpevoli se avessimo fatto. Per questo nel decalogo si puniscono i peccati di desiderio: sono gli unici veri peccati. Nella legge umana se io desidero ucciderti non sono colpevole d’averti ucciso, anzi sono meritevole, perché, pur desiderandolo non lo faccio. La legge di Dio punisce questo desiderio perché è l’unica cosa che dipende veramente dalla tua libertà.” Per andare a fare l’atto, a La Spezia, Amodeo avrebbe dovuto affidare la mamma alle cure di Sabato. Ebbe l’idea d’andar via tutti e tre e di trovare da dormire sulla Cisa, ad alta quota, dove faceva fresco. L’amico e la mamma lo avrebbero atteso lì mentre ci avrebbe messo poco, da lì ad andare e ornare avendo terminato l’atto di vendita del terreno intestato a lui e Giancarla. Fecero così, faceva caldo e l’idea del fresco della montagna dava refrigerio solo a pensarci. Sulla Cisa trovò posto solo in una locanda, dove ebbero in uso una stanza con un letto matrimoniale e un lettino. Nel piccolo si mise Sabato, nel grande gli altri due. Romano fece a La Spezia quello che doveva fare, rivide Giancarla. Erano passati alcuni anni che non si vedevano e ne furono lieti. Giancarla restava sempre una bella donna, anche se gli anni cominciavano a pesare anche sul bel volto, rendendolo sempre più simile a quello della madre. Se ne tornò con un assegno di 6 milioni e con il desiderio di restare un po’ lì in montagna al fresco. Non in quella locanda, che costava 150.000 lire al giorno per loro tre. In tre giorni Romano spese quasi mezzo milione. Trovò a Berceto un appartamento di tre locali, più una grande cucina e un bagno, per un milione e quanto restava d’agosto. Era arrivato, infatti il 12 del mese. Amodeo acquistò per Sabato degli abiti più decenti: un paio di pantaloni, una camicia, e due canottiere. Gli dette il tutto ed egli non voleva accettarli. Non insistette. Vide che aveva steso la canottiera unta e bisunta sul filo teso sul balcone e sostituì a quella la canottiera nuova che aveva comprato. Quando Lingardo vide ciò si mise a protestare, che egli non la voleva che voleva il suo indumento. Sabato protestava soprattutto contro le accuse che tutti gli facevano assimilandolo quasi ad un porco, che ami sguazzare nel sudicio. Che adesso ci si mettesse anche Romano era troppo. Alla fine aveva accettato i pantaloni, ma la canottiera no: l’aveva lavata! Questa levata d’orgoglio sua ad Amodeo proprio non piacque e per dimostrare all’amico che cosa ne faceva ora egli di quel bene che non voleva, lo distrusse: prese un paio di forbici e menò gran colpi, come se volesse uccidere quella canottiera e il pensiero gentile che aveva avuto per lui. Venne sera e Sabato non volle andare a letto nella sua stanza. Si addormentò seduto su una poltrona. Il giorno dopo era frastornato. Romano gli consigliò che doveva dormire nel letto. “Vedi? Hai riposato male ed adesso sei lì, mogio mogio.” Venne la sera e, mentre aveva condotto sua madre già nella stanza da letto, provò a convincere l’amico ad andare a letto. Egli rispose che non voleva. Così Amodeo, che aveva pensato che non volesse far la fatica di tirare fuori le lenzuola, gli fece il letto, matrimoniale, che c’era nella stanza destinata a Sabato. Tornato in cucina, lo incitò: “Dai, ti ho fatto il letto!” Sabato non rispose. Allora aggiunse:
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“Basta capricci! Adesso ti tratto come un bambino e ti ci porto con la forza, vediamo se riesci a resistere!” e afferrò con la mano i suoi capelli, cominciando a tirare verso l’alto. Lingardo per un po’ si alzò, sentendo male, poi di colpo si lasciò ricadere e Romano dovette lasciare la presa. L’aveva vinta lui. Se ne andò a dormire con la mamma. Il giorno seguente Sabato se ne restava muto, torvo nel volto. Probabilmente scontento del suo amico e delle violenze che gli stava facendo. Gli aveva consentito di vivere davvero come un porcello e come egli voleva, a Saronno, e perché adesso tutte queste pressioni per com’era meglio che si comportasse? Poiché era evidente che nemmeno quella notte sarebbe andato a letto, messa Mariannina a letto gli spiegò che non si stava comportando bene: quando si vive insieme in quel modo bisogna venirsi in contro. Non vedeva come Amodeo fosse a disagio nel costatare che egli non andava a riposare nel letto? Allora gli fece sapere che sarebbe uscito, che era troppo nervoso e che chissà quando sarebbe rincasato, perché era passata anche a lui la voglia d’andare a letto. Uscì e fece un viaggio fino a Saronno, caricò il computer in macchina e rincasò attorno alla 4 del mattino. Aveva sperato che l’amico, non vedendolo andare a letto, decidesse finalmente d’andarci. Invece Sabato era ancora in cucina. Restò deluso, andò da lui e gli rivelò che, nervoso com’era, andato alla massima velocità fino a Saronno, a prendere il computer, almeno si sarebbe scaricato finendo il libro da dare al Convegno. Aggiunse: “Se mi scoppiava una gomma a quella velocità mi avresti avuto sulla coscienza!” Sabato sembrò restare impressionato, ma restò lì. Giunse il giorno dopo, ed era ferragosto. La prima cosa di cui Romano invitò l’amico, appena si svegliò attorno alle 11, fu di decidersi: se accettava di vivere seguendo le regole civili stava bene, altrimenti se voleva vivere in modo da far star male gli altri, allora era meglio che stesse da solo. Quando si vive in gruppo occorre che ciascuno non pensi solo a se stesso. Lì il letto c’era, egli ne aveva bisogno e allora perché non ci andava? Per puntiglio? Quando erano stati alla locanda aveva dormito nel letto. E allora? “Allora vado via” raccolse le due buste di plastica che fungevano da sue valige e se n’andò. All’una ritornò, spiegò che non aveva trovato pullman e che avrebbe riprovato più tardi. Infatti uscì. Sabato sapeva che Amodeo doveva ancora andare a messa e che ci sarebbe andato al pomeriggio. Così si mise all’angolo della Chiesa, probabilmente ad aspettarlo. Romano non andò da lui. Approfittando della sua miopia entrò in Chiesa senza esser visto. All’uscita era ancora lì. Evitò nuovamente d’essere incontrato e tornò a casa ad aver cura di sua madre che, in sua assenza sistemava su una bella sdraio alla quale l’assicurava per la vita, in modo che non tentasse d’alzarsi e cadesse in sua assenza. Accendeva davanti a lei il televisore e lei era distratta da quelle immagini, di cui ormai già da anni non capiva la vera realtà. Fin da 5 anni prima, quando erano ancora in Via Teodosio, aveva cominciato a difendersi da quelle persone che guardavano in casa e la spiavano dal televisore. Ora non aveva più quel problema ed osservava il loro movimento, distraendosi quanto bastava a rendere la sua vita meno monotona. Romano si mise a lavorare al computer, di fianco a sua madre. Ed ecco rientrare Sabato. “Cosa c’è, Sabato?”
Tirò qualche scusa. E Amodeo: “Ti devi decidere: o vivi bene e allora tutti felici e contenti o te ne stai per conto tuo. Non giochiamo a fare i bambini. Sei più adulto di me!” “Va bene, allora vado via” e uscì nuovamente. Alle 11 Romano accompagnò sua madre a letto e andò a chiudere a chiave la porta di quell’appartamento al primo piano, cui si accedeva con due rampe di scala. Intuì che Sabato non era andato via ed aprì la porta. Infatti era seduto con alle sue spalle la finestra del pianerottolo tra le due rampe. “Sabato! Cosa fai lì?! Ma perché adesso vuoi farci fare anche brutta figura? Cosa vuoi che pensino gli altri che vivono in questo palazzo vedendoti accampato qui fuori? Su, entra e andiamo a letto.” Sabato lo guardava torvo, ma non rispose. “Sabato, stai bene attento. Ho sempre avuto la massima pazienza con te, ma se mi fai questa cosa, tu scegli di distruggere la nostra amicizia.” Non fece una mossa. Amodeo perse la pazienza: “E va be’ l’hai voluto tu! Fine! Non ti voglio più vedere vivo!” Era stata un’espressione infelice, voleva significare che in tutta la sua vita non lo voleva più vedere e che proprio lui aveva voluto che la loro amicizia finisse così. Entrò in casa e chiuse la porta, lasciandolo lì. Riuscì a addormentarsi, per quanto si sentisse molto agitato e contrariato. Aveva preso sonno da non molto tempo che sentì rumore di passi in casa e si girò per vedere chi fosse: erano la padrona di casa seguiti da un’altra persona. Gli fecero cenno d’andar con loro, per non svegliare l’anziana signora che era addormentata. Romano, li seguì, chiedendosi che fosse successo e fu in corridoio che la donna gli spiegò: “Venga giù che c’è il suo amico morto!” Sabato Lingardo giaceva riverso in avanti appena dentro la porta delle scale, al piano terreno. Aveva dovuto urinare ed era sceso in strada, ove c’erano ancora le tracce; poi era rientrato nel portone, l’aveva chiuso e, in quella, era stato fulminato da un colpo apoplettico. Non si accorse forse nemmeno, di morire, egli che l’aveva tanto temuto… Furono chiamati i carabinieri e gli fu raccontato tutto: come se ne fosse andato ma poi fosse restato là. Lo chiusero nelle loro custodia mortuaria e lo trasportarono all’obitorio di Parma per l’autopsia. Romano rientrò in casa e si coricò di fianco a sua madre. Non riusciva a dormire. Ad un certo punto Mariannina Baratta, ormai muta da parecchio tempo, rivelò ad alta voce e in modo chiarissimo: “Ha preferito cadere in piedi per stare meglio” Romano si sbalordì: sua madre gli stava raccontando le preferenze di sabato in relazione al suo giro di boa. Usando lei come un medium, aveva iniziato a trasmettere messaggi e Mariannina, che era anche lei ormai più di là che di qua, attingendo a quel lato molto più valido dell’esistenza, riusciva a comandare, alla sua parte ancora su questo versante della vita, i messaggi di Sabato. Poco dopo lo chiamò ad alta voce tre volte: “Sabato! Sabato! Sabato!” come se davvero stesse cercando di rivolgersi a lui. Infine, girandosi di scatto verso il figlio, steso in letto e addoloratissimo per la morte del suo amico, gli cacciò una mano tra i capelli, li afferrò, li tirò in alto con forza e gli domandò: “Ma è vivo o morto?!”
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Era ora Sabato che stava trattando Amodeo come un bambino. Aveva ripetuto attraverso la madre, il gesto fatto da Romano a lui due sere prima, quando aveva cercato di condurlo nel suo letto con le forza. Questo “Maestro” che gli aveva fatto una testa così per dirgli che la morte non è da temere che stava facendo? Si stava dispiacendo per la sua morte? Ma credeva o no alle cose che gli aveva detto? Gli aveva anche fatto sapere, poco prima, che stava meglio così, che aveva preferito cadere in piedi! Una espressione che Mariannina non aveva mai usato, ma che descriveva proprio la sua morte non come una morte, ma una pure e semplice caduta in piedi: su è giù, giù e su. La sera dopo Mariannina espresse l’ultima spiegazione, che Sabato volle dare ad Amodeo: “Eh, lui si voleva sposare!” Questo era stato il motivo per il quale Sabato non era andato a dormire nel letto: era un letto matrimoniale che sentiva lo avrebbe angosciato a morte, per il suo desideri così forte che aveva avuto in tutta la vita d’avere, assieme a lui, una donna da amare. Non avendola mai avuta quel letto matrimoniale era per lui il simbolo della sua sconfitta, quindi preferiva dormire seduto sulla poltrona. Se fosse stato possibile dirlo, Sabato avrebbe fatto meglio a dirlo e gli si sarebbe trovato un altro letto.
conferme autorevoli ad Amodeo, impegnato in un’opera molto più grande dei suoi mezzi e che andava aiutato in tutti i modi. Alla fine d’agosto Romano e la madre tornarono a Saronno, raccontarono ai vicini l’accaduto e Barbara Edyta Gorzawska, l’unica amica di Sabato lì, riferì, giorni dopo che l’aveva saputo da Amodeo, che l’aveva sognato, mentre saliva per la scala e andava alla sua stanza al primo piano. Allora lei gli aveva osservato: “Sabato, ma non sei morto?” ed egli di rimando: “No, sono immortale!” Il libro che Romano avrebbe dato al Convegno fu pronto e Amodeo decise che lo avrebbe dedicato al suo amico, ultimo degli allievi della sua Scuola e primo ad averne verificato i contenuti. Pensò che sarebbe stato bello se avesse avuto una belle foto di Sabato. Ma gli venne in mente che ce l’aveva. Un mese prima che morisse, Lingardo gli aveva consegnato un rollino, che si era fatto restituire da un fotografo che l’aveva fotografato, senza permesso, mentre era seduto in mezzo ai sacchi, come un barbone. “Perché mi dai questo rullino?” “Non so, tienilo tu”. Amodeo l’aveva messo sullo scaffale. Quindici giorni dopo Sabato gli domandò che cosa ne avesse fatto e Romano gl’indicò dove l’aveva messo. Poi gli aveva chiesto ancora che cosa ne doveva fare ed egli aveva risposto nello stesso modo. Ricordatosi d’avere questa foto, corse dal fotografo a farsi sviluppare l’unica foto scattata su quella pellicola e restò senza parole quando vide che c’era su un’immagine bellissima di Sabato sorridente e nel gesto d’un saluto con la mano. Dietro di lui c’era un cancello di ferro con due scritte vicino al suo volto: Flavio ti voglio bene; Flavio ti amo, come se questo fosse un fumetto che esprimeva un sentimento legato a qual suo amico cui due mesi prima di morire aveva confidato: “Io non so la mia vita com’è! Ho passato l’infanzia e la giovinezza seguendo tuo padre, ed ora che sono vecchio, sto seguendo te.” Quello che Romano al momento assolutamente non comprese fu l’importanza estrema del suo amico agli occhi di Dio. Egli era un tartassato dalla vita, perfino diseredato dai fratelli dell’eredità lasciata a lui dalla madre nella paura che, donando egli sempre tutto a tutti, donasse loro anche l’eredità materna… così non l’aveva neppure potuta avere. Aveva una innata sofferenza nell’assistere agli scolaretti che, da bimbi innocenti, con lui divenivano diavoli scatenati; perfino l’innocenza dell’infanzia era stata mobilitata da Satana contro la sua anima bellissima e pura. Tutti avevano detto che era un trasandato, che si era ridotto a vivere nel sudiciume, ma erano tutti e solo aspetti esteriori e si potevano anche giustificare in lui, torturato da sei o sette elettroshock, subiti tutte le volte che aveva provato ad insegnare ai bambini. Poi vi aveva rinunciato. Egli viveva di quanto trovava come rifiuti sui mercati e spendeva la pensione d’invalidità per allietare il suo prossimo! Bene, Sabato aveva abitato, negli ultimi tempi, al piano alto della proprietà della E.M.S. s.n.c. che solo poi io, l’anima di Romano, avrei letto come Ente Maria Spirito santo nome collettivo. Quel localino in alto era il Paradiso Celeste in cui avrebbe realmente abitato Sabato il 24.10.1999 nella data del Convegno, 69 giorni esatti dopo la sua morte e a 69 di distanza esatti dal nuovo millennio… Proprio egli come lo Spirito Santo intermediario tra l’Assunzione al Cielo di Maria e il Mille e non più Mille tanto temuto e sperato dall’uomo come la fine o il principio… di che cosa? Dell’essere trattati da Dio come bambini che debbano credere in Dio e nell’al di la solo per fede. Sapete? Romano aveva chiesto al suo grande amico: “Sabato, ora che tu puoi, porta il Papa al prossimo convegno!”
Madre e figlio restarono per altri quindici giorni in quella casa. Romano la sosteneva per le spalle e, standole dietro, la faceva camminare, dicendole: “passo, passo… passo, passo…!” nel mentre spingeva i suoi passi con i suoi. Dopo un poco lei ritrovava l’autonomia del movimento e camminava senza più necessità che fosse spinta e così guidata. Fecero anche molti giri fuori, perché la mamma doveva camminare, altrimenti si sarebbe definitivamente bloccata. Cominciò ad uscire anche da solo, quando sua madre si era appisolata sulla sua sdraio a cui era saldamente assicurata. Si recava al Santuario della Madonna dei Miracoli, dove aveva fatto amicizia con il Priore. Passava delle mezz’ore a descrivergli come aveva capito fosse il Paradiso e si accordasse con la presenza corporea. Non si doveva immaginare una Terra che contenesse tutti, ma solo quello che abbiamo quotidianamente davanti agli occhi: tutte le storie della vita, ciascuna nello spazio e nel tempo in cui era realmente vissuta, ma con la possibilità dell’anima d’immedesimarsi in ciascun’altra anima, tanto che fosse come aveva detto Gesù: il prossimo come se stessi, in quanto ogni vivente si sarebbe potuto mettere realmente nei panni del prossimo a godere del bene toccato a lui come se fosse toccato a se. Non era una cosa strana: guardando un film è esattamente quello che facciamo: ci mettiamo nei panni di quei personaggi e ne gioiamo, partecipando, anche se sono storie tristi. Quando si sa che una storia non è vera si può gioire anche d’una sofferenza toccata ad un Amodeo, se presenta i suoi lati buoni. Quando uno cade in modo ridicolo si ride anche se egli si fa male ed è la stessa cosa. Il priore ebbe modo di confrontare il vangelo con la nuova visione della realtà complessa, vai e vieni, d’Amodeo. Il messaggio di Sabato era stato chiarissimo. Solo che egli non appariva schiavo della situazione, ma promotore… Anche questa però era unicamente una trappola buona tesa dal Signore, e non da Sabato, unicamente per dare delle
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Si fece sognare da Barbara nell’atto di salire su per la scala perché quella era la concreta scala che portava al suo Paradiso. Per il Convegno avrebbe fatto ancora di più: ci avrebbe portato lo Spirito Santo di Dio.
Capitolo 52
Il 6 settembre, davanti all’asilo, si ritrovarono i cantori per l’inizio del nuovo anno d’attività e Amodeo accennò, di sfuggita, anche a «Occhi verdi», che era morto quel suo grande amico che gli telefonava anche alle 5 del mattino. Al gruppo, Amodeo portò tre cantori in più: Marco Furini e Fiorella Lunardi, suoi allievi della sua scuola di filosofia e Ines Zamberlan, la madre di Fiorella. Frequentarono per alcune settimane, poi smisero: l’atmosfera che avevano trovato nella Cantoria non era stata giudicata delle migliori. Specie Fiorella aveva notato troppa saccenteria e poco senso dell’accoglienza, quasi da parte di tutti. Sabato infine comparve in sogno anche a Romano. Costui stava in automobile, in attesa dell’amico, e quegli arrivò con un gran pacco di disegni e sedette al suo fianco. Amodeo prese dalla sua mano i disegni e si accorse che erano i suoi, in bianco e nero, che erano stati colorati. Gli chiese: “Perché hai colorato i miei disegni?” Guardò più attentamente e si accorse che non era così: tutto era stato ridisegnato di sana pianta, dalla mano, così abile, di lui, che Romano fu preso, attratto dalla scena dipinta, immedesimato in quei colori e in quelle luci. Si ritrovò così con «Occhi verdi» e fece l’amore con lei, interamente, anima e corpo, per tutta la notte. Sabato, divenuto potente dopo la sua morte, era stato capace d’entrare nei sogni di Romano e glieli aveva colorati, li aveva realizzati tutti per lui, rendendoli vivi e palpitanti come più e meglio non si sarebbe potuto. Fu l’ultimo regalo che l’amico gli lasciò, prima che cominciasse la tempesta, e cominciò proprio da quel versante. Come ogni tempesta, iniziò tuonando e questo clamore, che incute paura nell’anima e la disorienta e la rende insicura, gli venne dalla sua «Celeste amica». Una sera di settembre, mentre salivano per le scale che portavano fuori all’aperto dal piano interrato in cui c’era la sala delle prove, Amodeo, trovatosi di fianco a lei, le domandò: “T’ho fatto rabbrividire, in luglio con quelle mie due lettere? Cosa ne dici?” “Niente.” “Come niente?! Ti ho rivelato la mia verità; la più profonda. Che ne dici?” “Niente.” “Ti farà anche piacere, credo, che ti si voglia bene!” “Verità per verità: che tu mi voglia bene non mi fa’ né caldo né freddo.” Non era una novità ma questa volta c’era in più nel suo volto, di «Celeste amica», un ghigno demoniaco, per ferire a morte, uccidere, se fosse stato possibile, quel sentimento. Romano si rese conto, all’improvviso, di quanto cattiva riuscisse ad essere questa donna verso cui aveva il solo torto – un difetto grave agli occhi di lei – di volerle un bene imbattibile. Lei, di fronte alla sua tenacia, si sentiva così impotente che doveva colpire sempre più a fondo; ora ci stava provando con il veleno. Non le importava più, in questa sfida tra caratteri forti, che divenisse perfida e demoniaca, nel tentativo, assai patetico, di debellare un angelo, per di più proprio lei, la «Celeste amica».
La tempesta in arrivo, alla metà di settembre del 1999 è la peggiore che possa capitare a Romano. È quella stessa patita da Gesù per mano della Chiesa del suo tempo: una virtuale consegna nelle mani delle autorità religiose e un effettivo e reale lasciarlo morire equivalente ad una condanna a morte non decretata. Questo bambino sopravvissuto, che sua madre aveva messo nei panni di Gesù quando aveva pregato “Madonna salva mio figlio, innocente come il tuo, tu che sai che cosa significa la morte d’un figlio innocente”, sta per ricevere, dalla Madre di Dio, il privilegio di vivere la stessa esperienza di Gesù. E ciò proprio perché la Madonna ben sa che cosa significhi veramente, in assoluto, il sacrificio d’un innocente: è la sua massima gloria. Però egli la vedrà solo dopo! Prima sarebbe stata accontentata Mariannina, per il suo umano bisogno della vita. Così avrebbe avuto questo figlio, alla fine della sua vita, tutto per lei, salvato da una preghiera di lei, come una vera consolazione: per il suo non essere stata ascoltata, quando, pregata da lei piccina, lei sempre aveva chiesto alla Madonna: “Vecchia no!” Lettori, non stupitevi: questa è solo una fiaba, una bellissima fiaba, scritta dalla penna stupefacente d’un Dio veramente meraviglioso. Amodeo aveva sollecitato al Vaticano che gli fossero segnalate le persone della Chiesa che l’avrebbero rappresentata al convegno indetto per il giorno di domenica, 24 ottobre 1999. L’oggetto del Convegno? È il Cristo! È il tentativo, tutto umano, di verificare le nuove vie scoperte, per assicurarsi che portino davvero al Cristo, a partire dall’uso corretto della ragione; non alla Scientology! Ad una ricerca che affianchi alla Ragione gli Organi della Chiesa che controllino ed impediscano un’altra Scientology. Se qualcosa qui sarà sacrificato, non è il tentativo d’un uomo: è lo scopo di quel tentativo: è nuovamente il Cristo! Ma, ancora – è inevitabile – scatta l’umanità con tutte le sue remore: “Ma chi è quest’Amodeo? Cos’è la Nuova Scuola Italica? Carneade, chi era Costui?” Se Romano Amodeo si fosse chiamato Carlo Rubbia o Rita Levi di Montalcini, state pur certi che la sua iniziativa sarebbe stata accolta con il clamore di tutte le trombe del mondo. Invece la proposta era arrivata da un Signor Nessuno. Dunque non andava presa in considerazione. L’umanità, quando si presenta a questi livelli, è pura incoscienza. La Chiesa lo ha sempre saputo, lo afferma, che Dio rivela la verità agli umili e non ai potenti. Il Dogma dell’Immacolata Concezione fu proclamato perché la Madonna apparve a delle umilissime fanciulle e non al Pontefice. Tutte le cose veramente importanti sono state quelle segnalate ai poveri, ai derelitti. Dio privilegia costoro.
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Una Chiesa che, nel suo organismo centrale, il Vaticano, non considera questa realtà d’un Dio che parla agli umili, è una Chiesa ancor piena di contraddizioni e d’incoscienza, che fa piani, programma tutto, si rivolge anche ad operatori tipo Marchinkus, nel tentativo di fare quello che Gesù sconsiglia di fare. Gesù invita a non torturarsi per chiedersi “Cosa mangerò? Che farò?” ma ad affidarsi alla Provvidenza di Dio. Ora compare, davanti alla Chiesa, un pensatore che sostiene proprio questo: d’affidarsi in tutto alla Provvidenza di Dio! Ebbene, anche se egli risponde in quanto interrogato, non è considerato. Accade giacché la logica degli Apostoli moderni del Vicario di Gesù, è ancora quella del mondo anziché quella, apparentemente scriteriata, d’un Dio che dice “abbassati che sarai alzato, mettiti all’ultimo posto che finirai al primo”. Amodeo era al primo posto, ai 33 anni del Cristo, e si abbassò fino ad essere all’ultimo. Se avesse parlato allora, quando seguiva il criterio del mondo, gli Apostoli gli avrebbero fatto largo, fino al Vicario. Parla invece dopo che per 30 anni si è messo all’ultimo posto ed è diventato un nessuno che dovrebbe essere glorioso, considerato, dalla Chiesa che gli ultimi riconosca come i primi. Ma non è così: i bambini devono ancora essere tenuti lontani da Gesù, secondo gli Apostoli, perché danno solo disturbo. Questa Chiesa, fatta in questo modo, Gesù l’ha chiamata piena di sepolcri imbiancati ed è ancora tale. Non c’è manto pieno d’orpelli preziosi che possano fare grande nemmeno un Papa se egli non seguisse i valori d’un Gesù che dice che il Grande è chi serve e lava i piedi al piccolo. Così la Grande Chiesa di Roma – non nella veste benedetta ed illuminata da Dio, del suo Papa Giovanni Paolo II, che un giorno sarà fatto santo, ma in quella degli apostoli che da sempre cercarono d’allontanare da Gesù i bambini, perché molestavano – allontanarono dal Papa – in ogni modo – la richiesta d’Amodeo: di delegare i rappresentanti della Chiesa al suo convegno. Il Convegno si sarebbe fatto, sarebbe stato abbandonato a se stesso, con il forte rischio d’una seconda Scientology! Questa è una condanna a morte della verità del Cristo, se la Fede non soccorre la ragione. E Amodeo supplicò questo aiuto. Il suo convegno – secondo il grossolano pensiero dell’autorità – doveva essere di presuntuosi, essendo Amodeo uno sconosciuto, pertanto uno che presumeva troppo da sé. Non valeva la pena darsi da fare per mandarvi un rappresentante della Gerarchia della Chiesa, che evitasse di cadere in eresie. Come se poi, in una questione riferita solo al pensiero, fosse importante a chi appartenesse, per essere un pensiero valido o no. Il fatto è che l’uomo che va verso la morte è essenzialmente incosciente (il lato veramente conscio, ben chiamato coscienza, è l’altro, è quello opposto che, risorto dalla sua polvere del sepolcro, procede verso il Padre e vede Dio e non la morte come il suo capolinea). Amodeo, che definisce decisamente merda se stesso, non si ritiene un’eccezione. Pure il Papa sarebbe merda se non seguisse Dio. Potrebbe mettersi la Mitra, potrebbe fare di tutto ma se non seguisse Dio, non rappresenterebbe nessuna grandezza e sarebbe una merda ancora più grande, perché poi essa sarebbe sparsa su tutto il cristianesimo con un tanfo nauseabondo.
Invece Papa Giovanni Paolo II era stato davvero illuminato da Dio, quando aveva proclamato la Fides et Ratio. Era però seguito da un corpo d’Apostoli e discepoli che gl’impedivano d’operare con efficacia, a tutti i livelli, anche cardinalizi: perché non inondati dalla stessa luce di Dio. È comprensibile. La Chiesa per millenni ha invitato a diffidare l’uso della Ragione, perché portava a conseguenza opposte alla verità. San Paolo fu il primo che l’affermò, quando i sapienti filosofi d’Atene risposero: “Di questo parleremo un altro giorno”, messi di fronte alla richiesta di ragionare sulla risurrezione di Gesù. È impossibile cambiare di colpo una mentalità tenace, assunta nel corso dei millenni. Pertanto era umanamente comprensibile che le gerarchie della Chiesa avrebbero frenato disperatamente, e si sarebbero opposte al comandamento impartito loro dal Vicario di Cristo. “Tentare nuove vie? Oh, andiamoci piano, vediamo prima dove portano e poi diciamo se devono essere tentate o no. Altrimenti si rischia d’arrivare a conclusioni contrarie a quelle rivelate da Gesù. Anzi, non si rischia… è certo: perché la ragione porta a riconoscere importante tutto l’opposto di quello che è importante per Gesù.” Allora si vorrebbe conoscere prima dove si arriva quando ci si accinge a cercare di conoscere… una pretesa impossibile! Infatti se io cerco è perché ancora non ho trovato. L’illuminato Santo Padre invece si affida chiaramente alla Provvidenza. Riconosce che la Ragione è una delle due gambe dell’uomo e può portare alla verità, se l’uso che ne è fatto è corretto. Non si può vietare ad un adulto l’uso d’un coltello, per la paura che possa uccidere. Deve essere usato, ma nel modo giusto: che tagli i cibi e non le persone, che sia usato da adulti… e se uno è un bambino occorre aiutarlo. Se Amodeo è stato riconosciuto uno sprovveduto, perché non è stato aiutato? L’intelligenza – vedete – è un’arma a doppio taglio, ma va afferrata per il manico. E ci si deve provare. “Fatelo!” grida il Papa, pieno della giusta ispirazione divina. “No, per carità!” grida la Chiesa Fideista, che non ha fede nella Provvidenza (ma che contraddizione!), timorosa che possa derivarne un male anziché un bene e che nessuno – per quanta mai fede egli abbia – sia in grado di dare aiuto! Amodeo chiese che la Chiesa locale informasse le persone, che il 24 ottobre ci sarebbe stato questo primo tentativo, nel mondo, d’attuare l’enciclica del timone della Chiesa e Vicario di Cristo. Il luogo del convegno sarebbe stato l’ampio salone al piano inferiore del Centro Sociale. Era stato concesso dal Presidente, Fausto Gianetti, con un accordo sulla parola, ed era stato raggiunto l’accordo che sarebbe stata fatta istallare una linea telefonica ISDN, che consentisse la teleconferenza. Accadde che anche il suo Parroco ed amico, Don Luigi, si chiese se fosse corretto che un privato indicesse un Convegno, anche se a capo e in nome d’un gruppetto di persone che si era eretto autonomamente a Scuola filosofica. Non c’era nessun titolo, nessun riconoscimento. che garantiva la serietà questa Scuola. Gli furono fatte vedere le due lettere di lodi e di ringraziamento del Vaticano, ma non ne restò né impressionato, né convinto. Poi c’è da riconoscere che il Papa, anche se capo della Chiesa, è solo il responsabile della Chiesa romana. In Lombardia in quella data il responsabile era l’Arcivescovo e
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Cardinale Enrico Maria Martini. Pertanto Don Luigi decise che – ad evitare imprudenze – egli non si sarebbe mosso, se non dopo una spinta dei suoi superiori. Ma il Martini, per quanto già detto prima, doveva avere il suo umano dente avvelenato contro Amodeo, per avere rivelato al Papa una verità vera, ma che a lui non era piaciuto che il Papa sapesse. Se un Giuda esiste in questa storia d’Amodeo ha il nome molto più riverito del suo piccolo, piccolo e si chiama come abbiamo scritto. Come si fa a mettere sullo stesso piede un poveretto e un Cardinale. Ma – dice Gesù: il Cardinale deve lavare i piedi al poveretto. Questa è l’incredibile verità di Gesù, inammissibile… ma solo per il cosiddetto mondo e per la Chiesa dei suoi burocrati: burocrati del mondo. Nella Fede non è così: Gesù servì i suoi Discepoli. Gesù lavò loro i suoi piedi, Gesù morì per loro. Dopo millenni questo semplice verbo non è ancora entrato nelle coscienze. Ma la Verità è più forte d’ogni cosa, anche del Cardinale Enrico Maria Martini, quando non la riconosce, e non serve la sua Chiesa. Il Cardinale deve essere il servitore della sua Chiesa e non il Dio in terra che… guai a chi lo contraddice! E nessuno si offenda, perché questa affermazione non è la mia è solo di Gesù. Sarò crocifisso per questo? Sì, anche io sarò messo a morte e vedrete un po’ come, leggendo il seguito di questa fiaba.
È un problema di questi giorni, che, nel nostro contesto parrocchiale di Cassina Ferrara (Saronno), induce in dubbio il giovane organista della nostra Cantoria, che si chiede: <Debbo smettere di suonare per la Corale, a rischio che essa si sfasci? E ciò perché il mio Maestro di Musica mi ha detto che se non voglio acquisire brutte abitudini, non debbo pretendere di fare le cose che io ancora non so fare? Perseguire le mie ambizioni, la mia perfezione, o renderla difficile, seguitando ad offrirmi al Signore così come sono, e condannando forse così me stesso alla mediocrità?> Ecco, la fede si gioca su questi fatti concreti: sulla certezza o meno che Dio sia o no più generoso di noi nell’offerta del bene. Il vero fedele arriva ad offrire la vita, è certo che Dio lo ama molto di più e che non si terrà mai nulla senza elargire molto, molto di più. Occorre però riuscire a capire come, in che modo, Dio renda veramente vincente quanto sembra, invece, veramente perdente. Solo allora si sarà veramente liberi di seguire i comandamenti di Dio, fino in fondo, andando oltre i giudizi del nostro povero e limitato criterio. Ma fino a quando questo non sarà capito, e resterà nella fede la convinzione che il Giovane Ricco possa divenire perfetto amministrando con la massima delle giustizie, dell’oculatezza e dell’amore le sue risorse, anziché donarle tutte e perdendo quindi in apparenza quell’ingigantita capacità di fare che sembra le ricchezze consentano, fino ad allora il messaggio di Gesù fatto a lui, <dona tutto ai poveri e seguimi>, sembra irrazionale. Badi, Santità, che dal sembra a che lo sia per davvero, il passaggio proprio non esiste. Io che ho consigliato al mio amico organista d’offrire la rinuncia a Dio, e di non cessare quello stupendo compito cui fin da ora sta assolvendo (e da cui dipende la stessa possibilità del nostro) in vista d’un domani, in cui possa avere quella perfezione che ha già ora (offrendosi tutto a Gesù, oltre le sua stessa capacità) e che rischia di perdere affidandosi ai criteri della ragione passo agli occhi di molti per impiccione e per violento. Mi si accusa di mettere in difficoltà quel giovane, d’attivare i suoi rimorsi, perché l’ottica dei cristiani non è la follia della fede, ma la sua ragionevolezza. »
Don Luigi, non supportato dai suoi superiori e questi dai loro, su, su, fino all’Arcivescovo che oppose un “no!” secco… si rifiutò di comunicare ai fedeli che il Convegno indetto da Amodeo era stato benedetto dal Papa. Amodeo lo avvertì che, così facendo, andava contro in modo assoluto all’enciclica, che aveva affermato che la Fede si sarebbe fatta avvocata convinta e convincente della Ragione. Gli fu detto chiaramente – da Amodeo – che si metteva contro il volere del Papa. Il Papa invitava all’eroismo e decise di comportarsi in modo eroico per difendere l’iniziativa del Papa. Dove mai il Santo Pontefice invitava all’eroismo? Nel “rischiare volentieri” che apprendiamo dall’esame fatto ai punti dell’Enciclica Fides et Ratio, mandato da Amodeo al Papa nel gennaio del 99. Amodeo si sta rivolgendo al Papa, cui sta rispondendo. « Lei scrive testualmente, nel punto 56. dell’enciclica: <Non posso non incoraggiare i filosofi, cristiani o meno, d’avere fiducia nella capacità della ragione umana e a non prefiggersi mete troppo modeste nel loro filosofare. La lezione della storia di questo millennio, che stiamo per concludere, testimonia che questa è la strada da seguire: bisogna non perdere la passione per la verità ultima e l’ansia per la ricerca, unite all’audacia di scoprire nuovi percorsi. È la fede che provoca la ragione a uscire da ogni isolamento e a rischiare volentieri per tutto ciò che è bello, buono e vero. La fede si fa così avvocato convinto e convincente della ragione.> Questo invito della più alta carica della Chiesa ha per me un valore eccezionale. Per me che vivo proprio nell’isolamento culturale (indotto dalla Chiesa stessa), a causa del corrente fideismo (che Sua Santità condanna con chiarissime parole), secondo il quale se la fede venisse capita fino in fondo diverrebbe Ragione e cesserebbe di esser Fede, per cui Dio rende incomprensibile la fede e non vi sono proprio speranze che essa sia comprensibile, in alcuni suoi misteri! Ciò sarebbe voluto – secondo questa cultura fideista – dallo stesso Dio proprio a sostegno della sua fede... Chi lo sostiene sono anche alcuni sacerdoti, alcuni vescovi e non solo la gente comune…
A fargli ripetere – passo passo e involontariamente per lui – una vera imitazione di Cristo, Romano si ritrovò ad avere anche lui, assieme ai suoi discepoli, la sua bella ultima cena. Si ritrovò a cena il 16 settembre, con Salvatore Mocciaro, Luigi e Patrizia Tandin, a casa di costei. A questi, che erano i componenti più saldi e fidati, gli apostoli della Nuova Scuola Italica, annunciò che quella era l’ultima volta che l’avrebbe fatto, perché, a partire dal giorno dopo, il venerdì 17 (che bel giorno, giusto, giusto!) di quel settembre 1999, avrebbe iniziato un digiuno pressoché assoluto. Si sarebbe, infatti, alimentato di una sostanza la più essenziale: solo del corpo di Gesù, dell’ostia consacrata assunta nella messa quotidiana. Il giorno dopo Romano Amodeo si mette nelle mani della Chiesa. Si consegna al Cardinale Tettamanzi, allora Arcivescovo di Genova e che sarebbe diventato prima Arcivescovo di Milano e poi il successore di Papa Giovanni Paolo II con il nome di Papa Giovanni Paolo III. Badate che questa è una profezia d’Amodeo: chi sta scrivendo, però, non è Romano Amodeo, è la Provvidenza, che forse vuole dare un segno certo a chi non crede, oggi 23 agosto 2002, data in cui questa pagina è stata inserita nel cartone animato di Dio. In tale cartoon il Paperino-Amodeo si sente spinto, sollecitato, chiamato, provocato irresistibilmente a fare il profeta (quando poi assolutamente non gli converrebbe: rischia solo una immensa brutta figura). Che sia vero o no, quello che profetizza, sta solo al Sommo Disegnatore. Amodeo se la sente e lo dice, giacché il Disegnatore non vuole che egli appaia un opportunista!
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Romano Amodeo, di per sé, seguita a dirlo, è solo una merda e il Signore sembra avere tutto l’interesse a che resti tale, affinché valgano ben altre cose: la parola di Dio e non i vaniloqui profetici d’Amodeo. Di sciocchezze ne ha già fatte tante, Amodeo, nella sua vita, che una in più non sposta di niente il problema, la realtà unica e vera che è buono solo il Padre.
Don Luigi fu inflessibile. E quando un giorno Romano gl’insinuò che l’avrebbero portato a morire, il buon Parroco, tirato davvero alla disperazione esclamò “e muori!” in presenza della sacrista. Romano scrisse al cardinale Martini d’intervenire. Segnalò il caso, scoppiato sulla stampa locale. Queste lettere sono certamente registrate nella Curia di Milano e brillarono per l’assoluta mancanza d’una risposta. Amodeo aveva deciso di far conoscere al Papa quello che stava accadendo in Lombardia, in occasione del primo e coraggioso tentativo di fare come Egli aveva suggerito. Altro che avvocatura, aveva trovato davanti a sé solo Pubblici Ministeri.
A Sua Eminenza Cardinale Dionigi Tettamanzi p.zza Matteotti 4, Arcivescovado 16123 GENOVA O buon Cardinale, l’ho conosciuta a Cogliate e, attraverso Don Carlo, Le diedi bozza del libro che ora Le invio, allora in fase di stampa ed oggi di rilegatura. Dio diresse quel giorno i miei passi e mi diede modo di parlare con Lei ed esprimerLe i sensi d’un mio profondo disagio a proposito del Convegno sulla Fides et ratio, che ho promosso per il 24 ottobre a Saronno e che, nonostante le splendide sollecitazioni ed affermazioni dell’Enciclica, vedrà assente la Fede, proprio quella fede che – su ispirazione del Papa – ha promosso tutto! Non verranno scienziati, non verranno sacerdoti, e non verranno fedeli, perché i primi non gradiscono che la scienza serva alla fede; i sacerdoti non sono in genere d’accordo con il Papa (che tutti debbano aguzzare la loro capacità di ragionare) e inoltre mancano di precise indicazioni dall’alto; mentre i fedeli, in assenza d’indicazioni dal clero, temono d’imbattersi in casi tipo testimoni di Geova… La Nuova Scuola Italica, promotrice del Convegno, patisce questa generale incomprensione che già toccò a Gesù: “Ma… non è il figlio del falegname?”. Come a dire: “Che cosa di buono può uscire da chi non è nessuno?” Non c’è – purtroppo! – oggi la capacità di valutare i pensieri in modo staccato da chi li pensi! Ma, in filosofia, è il pensiero che conta! E che si tratti di ragionamenti seri, risulta chiaramente dal manifesto (per questo esso contiene tanti dettagli). Sono giunto così alla conclusione che io debbo diventare un caso per la cristianità, se voglio sperare che “il Giudice si occupi infine della vedova se non altro per la sua particolare insistenza…”. Così da oggi ho iniziato a non mangiare altro che l’ostia alle sante messe. E non mangerò più altro fino a quando il caso non arrivi a far male a tutta la fede, fino al punto che essa si muova e sia presente là dove è chiamata ad essere presente dal motivo elementare che è stato proprio da essa che è nata la spinta affinché fede e ragioni – le due grandi mani delle possibilità dell’uomo – si radunino a convegno. Cardinale, se qualcosa Lei può fare, per rendere meno pesante il mio sacrificio (che nuoce anche alla preparazione dell’evento che tanto mi sta a cuore), per amor di Dio la faccia! Intanto Le invio anche copia della comunicazione fatta al Santo Padre. Con molta gratitudine. Saronno 17 settembre 1999 Romano Amodeo
Lo videro calare di peso a vista d’occhio. Una donna che recitava le Lodi con lui al mattino, Carolina, vedendolo così, un giorno pianse. Altre cominciarono a sostenere che bisognava pregare, perché Amodeo stava spaccando la comunità della Parrocchia. Tutti i componenti della Chiesa gli ordinarono di mangiare: Monsignor Monticelli, Don Carlo. Egli mangiava già quanto bastava: Gesù Cristo. E niente assolutamente d’altro. Assunse solo delle capsule di sali minerali, non contenenti lecitina e sale da cucina, perché il suo corpo si stava disidratando.
Per arrivare all’attenzione del Papa doveva riuscire a scavalcare tutto l’apparato che gl’impediva d’essere udito. Da piccolo qual era lui, doveva strillare, strillare, affinché gli attuali Apostoli non gl’impedissero d’essere ricevuto dall’attuale Vicario di Gesù. Ma la stampa locale non arrivava a Sua Santità. Sarebbe dovuto comparire sul Corriere della Sera, o in televisione e allora il Sommo Pontefice avrebbe udito la sua piccola voce e avrebbe detto ai suoi Apostoli “Non tenete lontani da me i bambini!”. Questo Papa era andato a trovare in carcere Alì Agcià che aveva attentato alla sua vita! Come non avrebbe ricevuto, standosene comodamente egli in Vaticano, chi (per difendere lui e non per ucciderlo), aveva messo in atto il pericolo della sua salute e della sua vita, mettendosi assolutamente alla mercé dell’Autorità della Chiesa? Romano Amodeo, questo bambino sopravvissuto alla morte, che crede nel bene, nei valori dell’umiltà e dell’accoglienza, cominciò allora ad essere giudicato un ambizioso, un prepotente, un ricattatore, una spina nel fianco della Chiesa e che ne rompeva l’unità. Egli sentiva tutta questa reazione assolutamente ingiusta e ne soffriva. Sentiva ben d’essere una ben povera cosa, una merda, ma solo nel senso d’un concime buono, perché poi nascessero e crescessero i fiori e il pane; niente di tutto quello di cui era accusato; assolutamente niente! In quei giorni dovette andare a La Spezia per concludere il secondo atto della vendita del terreno, stavolta quello intestato a se e suo fratello. Vi fu accompagnato dal suo amico Salvatore Mocciaro, il più premuroso con lui, fin dai tempi di Piazzale Cuoco. Amodeo era debilitato, ma teneva fede al suo impegno. Salvatore aveva preteso che si facesse seguire dal medico ed egli lo faceva. Poi il Mocciaro telefonava al dottore per sapere dalla sua viva voce come stesse il suo amico. Il medico lo tranquillizzava: fino a quando le sue caviglie non si gonfiavano, non avrebbe corso seri pericoli. Giunse a digiunare molto di più dei 40 giorni di Gesù, arrivò a 57. Perse 26 chili, passando da 78 a 52. Era divenuto simile a Lucy. La gente gli diceva di smettere, di riprendere a mangiare. Si addolorava di vederlo in quello stato. Alcuni consigliarono l’opportunità d’una petizione al Papa, affinché Amodeo fosse ricevuto. Fu così lanciata, il 18 ottobre, una raccolta di firme, 460 persone (di cui 12 maomettani e un ateo) si unirono insieme per chiedere che il Papa cattolico lo ricevesse.
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Questa petizione era presentata da quattro sacerdoti: il rettore del Seminario di Berceto Don Luigi Adami, il prevosto di Berceto Don Giuseppe Bertozzi, Don Celeste Dalle Donne Parroco di Bulciago (CO), Don Angelo Cassani, Parroco di Jerago (VA).
Notatelo, a pag. 464, l’impaginazione casuale ha inserito la petizione di 464 persone. Credetelo: non è stato voluto. Qui comanda lo Spirito Santo. Tutto questo testo è in Codice e i numeri dei capitoli, delle pagine e delle note alludono al senso dei gesti descritti.
Questo fu il testo della Petizione: Santità Vostra, questo è il caso umano di chi, avendo la percezione che buona parte della Chiesa fideista si oppone ed ostacola le Vostre coraggiose decisioni in merito ai rapporti tra la Fede e la Ragione, a tutt’oggi, 18 ottobre 1999, digiuna da 32 giorni esatti, cibandosi solo dell’ostia consacrata e bevendo solo acqua. Fa penitenza, per il bene della Chiesa, perché essa si convinca a seguire le meravigliose decisioni della Santità Vostra. Per carità umana, ricevetelo e con urgenza, affinché cessi il suo digiuno, avendo finalmente egli rimesso, nelle Vostre sante mani, i problemi che non gli danno pace, proprio per quella passione, quell’ansia e quell’audacia da Vostra Santità stessa auspicata: per la ricerca del bene e d’un nuovo percorso che possa evangelizzare, portando a Cristo la scienza miscredente, dalla quale purtroppo tanta parte dei destini dell’uomo oggi dipende. Lo chiedono, assieme a me, 460 anime, piccole e grandi, credenti e non credenti, di cui a seguito è l’allegato elenco. Coi sensi d’una profonda riverenza ed obbedienza. Lunedì 18 ottobre 1999.
Don Adami volle aggiungere di suo pugno: “Visto il caso umano, conviene dare un segnale di buona volontà nel fissare l’incontro umilmente richiesto, secondo la possibilità della Santa Sede.”
Don Giuseppe Bertozzi aggiunse di suo pugno: “Anch’io richiedo un gesto di buona volontà da parte dei responsabili della comunicazione e divulgazione dell’Enciclica, perché gli ingenti sforzi e la buona volontà del Sig. Romano Amodeo non cadano nel nulla, causando una profonda frustrazione.”
Don Angelo aggiunse di suo pugno: “Prego perché la richiesta d’Amodeo Romano sia accolta da Vostra Santità per il bene suo e dei molti da cui è circondato.”
Don Celeste scrisse di suoi pugno: “Ben volentieri accondiscendo a presentare la petizione dell’Arch. Romano Amodeo, conosciuto da me da oltre 40 anni, perché sia accolta la sua richiesta per una udienza del S. Padre, nella quale possa presentare l’opera che contiene i suoi studi e le scoperte consequenziali che possono favorire il connubio tra fede e ragione.”
E questo che segue fu il testo della supplica inviata al Papa, assieme all’elenco di tutti coloro che la avevano firmata. Fu un invio fatto con tutti i crismi, e Amodeo, che inviò solo una copia, trattenendo per sé l’originale, autocertificò l’autenticità delle firme. Tenne per sé l’originale per esibirlo, in caso di contestazioni da parte di persone che dubitassero, quando avesse dovuto dimostrare, in futuro, solo fotocopie e non l’originale.
Oggetto: Petizione, presentata da 4 Sacerdoti e 460 anime, che il Santo Padre riceva in udienza privata Romano Amodeo. Santo Padre, presento alla Santità Vostra la mia richiesta di essere ricevuto in udienza privata, ed allego l’analoga petizione di 460 anime, piccole e grandi, credenti o meno, presentata e perorata dal Rettore del Seminario di Berceto (e del Santuario Madonna delle Grazie), dal Parroco del Duomo di Berceto (Parma), dal Parroco di Jerago (Varese) e dal Parroco di Bulciago (Lecco). Ho fondatissimi motivi per mettermi direttamente “a rapporto” con la Santità Vostra, dopo che ho subito contrasti, a tutti i livelli, per l’attuazione della Vostra Enciclica Fides et ratio. Per avere avuto quella “audacia” d’aprire nuovi percorsi che portino a Gesù Cristo, quella “passione” per la verità ultima, quella “ansia” per la ricerca e quella “capacità di rischiare volentieri” per tutto ciò che è bello buono e vero (che la Santità Vostra stimola nel punto 56 dell’Enciclica) – e tutto ciò al fine di vincere l’isolamento – mi sono ritrovato così emarginato, così guardato con sospetto da quella Chiesa che non ha capito che la Santità Vostra si è rivolta ai credenti o meno, che – pur confortato dall’appoggio e dalla stima dei 4 sacerdoti di cui sopra – in sede locale non mi è restato che soffrire nella mia carne per il bene di quella Chiesa che Ella così magistralmente guida e che non riesce purtroppo a tenere il passo con le sue indicazioni. Debbo dirLe cosa occorra fare, se vuole difendere la Sua Enciclica. Pur essendo al 31° giorno di digiuno assoluto, che offro a Dio affinché ciascuno mediti come meglio si deve, anche questa mia sofferenza (che mi ha fatto perdere finora 14 kg) mi è attribuita come colpa: io lo farei contro la Chiesa! Oltre a non aver trovato a tutti i livelli quella “avvocatura della fede” di cui l’Enciclica fa promessa, ad una settimana dal Convegno il Centro Sociale (di maggioranza cristiana) presso il quale il Convegno avverrà, mi ha negato l’uso stesso del salone e del collegamento Internet (nella persuasione che io starei manovrando contro la Chiesa). Solo la mia dichiarazione che avrei richiesto danni ingentissimi per violazione degli accordi a suo tempo assunti ha impedito che il primo tentativo al mondo di rispondere all’invito fatto dalla Santità Vostra andasse in fumo. Ma debbo parlare alla Santità Vostra anche d’un immenso dono che posso fare alla Chiesa, attraverso l’Accademia Pontificia delle Scienze, ‘sì che la Chiesa, da sempre su posizione di retroguardia rispetto alle verità della fisica, si porti decisamente e spettacolosamente all’avanguardia e affermi con ciò un vero e proprio miracolo della Fede cristiana. Io ho messo la mia vita e la mia salute interamente nelle Vostre Sante mani, aspettando la grazia di essere ricevuto (e la Madonna delle Grazie mi aiuti!). La mia salute e la mia vita ormai dipendono solo dalla Santità Vostra, perché è troppo importante, per la Chiesa, che io ne parli direttamente con il Vicario di Cristo. La mia vita non conta veramente nulla, se non sono pronto a perderla per gli amici, e io la perderò per la Santità Vostra, io – strenuo difensore di Lei e della Sua enciclica – io, Suo vero amico, se Ella non mi crederà, e non mi riceverà. Con vero amore e rispetto filiale, disponga Lei liberamente della mia vita. Saronno, lunedì 18 ottobre 1999. Romano Amodeo
Questa richiesta si appellò alla carità umana della Chiesa affinché operasse come meglio gradisse. Bastava questo segno ed egli avrebbe ripreso a mangiare. Temevano per la sua vita! Questa pagina 464 di 464 persone che chiedono carità umana, aggiunge 2 6 al 400 che presenta il “centuplo” nelle 4 D della realtà ed indica il colmo dei tempi della realtà umana. La data è 18.10.1999, e per Romano nato il ‘38 la somma delle cifre è 38 (poi 11, e 2/1) ed indica il suo colmo di uomo. Da questa data Gesù s’impersonò in lui. Da questo momento in poi tutto quanto avrebbero fatto a lui l’avrebbero fatto allo Spirito della Persona di Gesù!
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Ebbene, se si dovesse giudicare da questi gesti, si dovrebbe concludere che nelle Chiesa di Roma la carità per la debolezza umana non esista. Infatti, non gli fu neppure risposto. Un appello accorato e gentile di quasi 500 persone, presentato da 4 sacerdoti non fu neppure degnato d’un ammonimento del tipo: “Ma suvvia! Non lo sa, signor Amodeo che esiste il comandamento ‘Non uccidere’?”. Tutto, però, ha una ragione nella trama ordita da Dio. E, in questo caso, fu la stessa che portò Gesù a tardare giorni prima di correre da Lazzaro. Dio vuole portare e mettere alle strette la fede dell’uomo, prima d’intervenire ed aiutare, e, quando lo fa, agisce sempre nel più imprevedibile dei modi, tanto da far notare che è intervenuto Egli stesso. Dio vuole che appaia il miracolo del suo gesto, e lo compie nel momento finale, quando in apparenza l’uomo ha miseramente fallito ogni sua altra azione! Il sostegno venuto ad Amodeo dal Don Adami, Rettore del Seminario, nonché del Santuario della Madonna delle Grazie (e Chi altra, se no, in favore d’Amodeo?) fu un Priore che discusse a lungo, con lui, d’un suo libro che aveva scritto a Berceto, quando morì Sabato Lingardo. Anche il Parroco di Berceto era stato conosciuto in quella stessa così triste occasione. Pertanto le tesi d’Amodeo avevano già trovato anche degli autorevoli avalli. Specialmente Il Priore del santuario della Madonna dei Miracoli, dopo d’avere seguito attentamente tutti i passaggi, aveva esclamato: “Io ho visto ideologie terribili affermarsi nella mia vita attraverso la propaganda! Che peccato sarebbe se la meraviglia che ha scritto lei non fosse fatta conoscere! Io la ringrazio, Romano, perché ha aperto al mio orizzonte di cristiano degli spazi davvero nuovi e sconfinatamente belli.” Anche gli atei, che ascoltavano attentamente il modello di realtà a cui l’uomo sarebbe pervenuto, nell’arco di tutta la sua esperienza, per come la spiegava lui, alla fine dicevano: “Speriamo! Sì, sarebbe bello!”
Firmarono in suo favore molti cantori dei Cori della Cassina, di Cogliate e della Chiesa prepositurale di Saronno, al quale ultimo gruppo Amodeo aveva iniziato a partecipare ai primi di febbraio. Non propose alla Maestra del Coro di firmare in suo favore, né s’incuriosì di conoscere, se si fosse accorta o no, di questo trattamento diverso che stava riservando a lei. “Smettila, non vedi come diventi vecchio e brutto?” gli aveva detto Enrica Brambilla, nel tentativo di puntare sull’estetica. Ad un certo punto però fu costretto a smettere ad andare a cantare, in tutti e tre i cori, perché non ce la faceva più. La gente umile si mosse; venne più volte da Milano il suo amico Salvatore Mocciaro. Senza dirgli nulla andava a parlare con la vicina Barbara Edyta, affinché tenesse costantemente un occhio vigile su di lui. Gli studiosi della sua Scuola seguivano attoniti questo suo comportamento ad oltranza e non lo giustificavano: si era troppo messo in rotta di collisione: “Quella gente che sempre predica bene, spesso è quella che ha il cuore più duro.”
Gli altri due sacerdoti furono preti che l’avevano conosciuto e ammirato nei vari momenti della sua vita: Don Celeste, assistente di quando egli andava all’Oratorio di San Michele e Santa Rita; Don Angelo, quel sacerdote di CL, di San Lorenzo a Milano, al cui capezzale Amodeo aveva vegliato pur non conoscendolo, quando era stato in pericolo di morte, col cranio fratturato e gli aveva tenuto la mano dicendogli “Coraggio, Don Angelo, resisti!” Quella frettolosa raccolta di firme servì a fargli incontrare le molte persone che aveva conosciuto, gli avevano voluto bene e tuttora gliene volevano, ricordandolo con affetto. Si accorse che erano molte e veramente addolorate per il suo stato. Lo vollero con loro, altri andarono a trovarlo, come Ivo Cavaglieri, che corse apposta da viale Omero. Una sera fu anche ospite a cena da Daniela Forlin: lei, il marito ed i figli cenarono normalmente ed egli si cibò di grani di sale e d’acqua, che doveva assumere in quantità sempre maggiore perché il suo corpo si stava disidratando, la sua pelle si stava rinsecchendo, senza il cloruro di sodio, che consente di trattenere l’acqua nel sangue.
La Chiesa decretò che morisse pure, giacché non fece nulla per salvarlo. Il Cardinale Enrico Maria Martini non mosse un dito, idem la Curia Romana per salvare la vita a questo strenuo combattente che cercava di difendere l’attuazione dell’enciclica del Papa e che invece accusavano di presunzione e di ricatto. Di fronte ad una situazione così pazzescamente crudele, Romano Amodeo aveva deciso di non fare più nulla per la sua salvezza. Aveva mandato personalmente al Vaticano quella petizione, e nessuno gli aveva risposto neppure quell’ “e muori!” che pur gli aveva gridato Don Luigi, almeno dandogli retta in questo. Ma la sostanza del non fare nulla per lui era: “Sei adulto, vaccinato, ti metti a non mangiare più e lo usi come un ricatto? Peggio per te, se vuoi morire… E allora muori! Lo vuoi solo tu!” Questa non è carità, questo è lasciare una persona in assoluta balìa di se stessa. Questo è un non volersi mettere nei panni del prossimo, per cercare di capire le sue ragioni; perché mai esso, il prossimo, decidesse di spingere così oltre la sua passione. Amodeo non era certo un masochista! E allora quali erano le sue ragioni? Egli non voleva morire, non aspirava al suicidio. Amodeo si era solo consegnato, volontariamente, nelle mani della Chiesa del suo tempo, affidando la sua vita alla sua cura e non certo suicidandosi: stava alla Chiesa, che lo lasciasse morire o vivere. Non erano occorsi, nel caso suo, né Giuda, né i 30 denari; si era consegnato da solo e – fidandosi della misericordia di Dio – non temeva in alcun modo d’essere abbandonato dal Signore. Era certo che non si sarebbe neppure ammalato: si cibava del corpo di Gesù! Il Consiglio direttivo del Centro Sociale, che aveva concesso i locali, trovandosi in mezzo ad una strana disputa tra Amodeo e Don Luigi, nell’idea che il Sacerdote non avesse piacere che il convegno fosse fatto, cercarono d’impedire il collegamento con la linea ISDN, nel timore che, parlando da lì in tutta Italia e il mondo, Amodeo chissà che cosa denunciasse e che accuse lanciasse. Scrisse allora una lettera in cui, facendo conoscere gli accordi verbali che erano intercorsi tra uomini d’onore, Fausto Gianetti, il vecchio presidente del Centro e lui e che
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egli, facendo pesare tutti gli accordi che egli aveva preso con fisici, medici, scienziati e altre persone importanti, avrebbe chiesto un miliardo di lire in danni, perché le spese sostenute per la preparazione del convegno erano state ragguardevoli. Consegnata la lettera, andarono immediatamente a casa da lui il Gianetti e il Giulio Lenzi, nuovo presidente del Centro Sociale, assicurandogli che era stato semplicemente un disdicevole malinteso; anzi, avrebbe goduto della sala senza pagarne il costo e il Lenzi era a disposizione per qualsiasi necessità. Amodeo fu contento della cosa e stracciò quella sua lettera che essi gli avevano portato, andando da lui. Lo stesso Don Luigi non era contro l’iniziativa d’Amodeo. Gli spiegò come la cosa in se stessa era ben fatta, ma che egli aveva sbagliato a portarla avanti a titolo personale: avrebbe dovuto far sì che fosse rappresentata da una struttura della Chiesa. Don Luigi non aveva torto, ma se egli, un sacerdote che era il suo confessore, che avrebbe dovuto solo raccontare la verità (e che cioè il Papa aveva benedetto quell’iniziativa), si rifiutava di riferire una cosa che non costituiva assolutamente nessun impegno per lui, come sarebbe stato possibile che una struttura della Chiesa si facesse addirittura promotrice di quell’iniziativa? Giorgio Fieramonti, architetto ed estimatore della Nuova Scuola Italica, ai quali lavori aveva partecipato venendo da Gallarate, volle contribuire ai costi del convegno e si accollò la spesa non indifferente dell’acquisto d’un grosso televisore, che permettesse al pubblico di seguire un collegamento in teleconferenza con Parigi, con un’immagine che fosse la più grande possibile. Si mobilitarono i tecnici amici di Amodeo. Si dettero notevolmente da fare anche i tecnici che avevano fornito il grosso televisore, per metterlo in grado di funzionare, per i suoi particolari comandi. Fu acquistato un proiettore di lucidi e istallato un grosso telo bianco sul quale proiettare i disegni e le fotografie, realizzate su pellicola trasparente. Furono portate decine e decine di cassette acquistate dal Consorzio Nettuno, in cui i Professori illustravano le teorie esistenti nei vari campi e che sarebbero state oggetto di discussione. Per andarle a reperire Amodeo, stanchissimo, fece una corsa sull’autostrada fino oltre Bologna.
credente del bisogno umano di soccorrere chi è debole ed indifeso. Ci furono una decina d’ospiti della casa di Madre Teresa di Calcutta, che vennero da Milano, in segno ancora dell’accoglienza particolare, fatta da Madre Teresa: a tutti, senza distinzione, di fede. Erano stati messe in piedi strutture di collegamento via Internet con Parigi, per una teleconferenza, e mancò la linea ISDN, non funzionò. Tutto l’incontro doveva essere registrato e neppure questo riuscì. Amodeo aveva chiesto che il Papa inviasse una benedizione al Convegno e non giunse. La gente era poca, una trentina di persone in tutto, perché in quel giorno si celebrava a Saronno la Festa del trasporto del Crocefisso e tutti i cristiani erano in migliaia per le vie. Il Convegno, d’accordo con Don Luigi, era stato fissato da mesi in questa data nella quale, secondo quel Sacerdote, non ci sarebbe stato niente che potesse impedire alla gente di partecipare. Ora, alla luce di quanto era successo, per Amodeo questa circostanza fu un segno grandioso, oh, non di un ostacolo. La Provvidenza aveva voluto in Saronno, da una parte il Gesù storico, celebrato facilmente, dopo 2.000 anni, e dall’altra questo nuovo figlio adottivo della Madonna, in carne ed ossa, che era crocefisso nuovamente e dal vivo per il disinteresse della massa. Era davvero crocefisso, come un povero Cristo che stava facendo penitenza da oltre un mese non cibandosi di altro che della Santa Ostia consacrata, che stava cercando le nuove vie, quelle che avrebbero portato al Cristo anche tutte le altre genti, di tutti i paesi, di tutte le fedi, tutte raccolte sotto il Cattolicesimo. La Fede secondo quanto espresso dalla Chiesa dei Papi, secondo Amodeo, era l’unica Fede che osservava alla perfezione anche i dettami della Ragione Vera; era l’unica e sola veramente rispettosa dello Spirito Santo di Verità, che poi si traduceva nella Ragione Vera di ogni cosa, cioè in Dio. Amodeo stava cercando di superare la Fede, sostituendo ad essa la presenza dello stesso Dio, espressa nella Ragione Vera di tutto, finalmente trovata. Solo la Ragione Vera di tutto avrebbe potuto essere una base, tra le Religioni, per scegliere quella Vera, ed Amodeo sapeva benissimo come il risultato di questa ricerca non portasse ad altro che al Cattolicesimo doc, con tutti i suoi Dogmi, riconosciuti veramente validi, alla luce di una Ragione Vera. Dunque quel Convegno, fatto collocare quasi a tradimento, nel giorno del trasporto della croce, fu il segno più grandioso, voluto dalla Provvidenza di Dio, a mostrare all’uomo quanto fosse inutile occuparsi di poesia e non osservare la prosa. Da una parte una celebrazione, doverosa. Dall’altra il vero tentativo di fare affermare il Cattolicesimo di Gesù in tutto il mondo, portato avanti da un martire, benedetto dal Papa e maledetto dalla Chiesa locale. Al momento, invece, sembrava un fallimento, sembrava che il Trasporto della Croce si fosse posto come un gesto rivale, anziché concorrente. In effetti era il massimo che Dio – oh, non gli uomini, Dio! – poteva fare per sanare tutto quello che la Chiesa locale non aveva fatto. E ciò in quanto tutta quella gente che era per le strade al trasporto della Croce, moralmente fu come se fosse tutta presente in questo convegno in cui sulla croce c’era una persona in carne ed ossa e figlia adottata dalla Madonna, quando l’aveva tenuta in vita miracolosamente proprio perché giungesse a fare questo, per la comprensione del suo Figlio Gesù. Una persona che poteva essere benissimo considerata un nuovo figlio, naturale, della Madonna, e senza fare bestemmie, perché lei è già la mamma di tutti gli uomini e non per
Il convegno ci fu al 38° giorno del suo digiuno, nel 24 d’ottobre, un giorno scelto attentamente, con Don Luigi, perché non ci fossero attività della Chiesa che potessero impedire l’accorso dei Cristiani. Ebbene quel giorno ci fu il Trasporto della Croce, per le vie di Saronno, un evento che raccoglie tutta la cristianità che solitamente si muove. Amodeo, pur avendo invitato teologi, sacerdoti, i suoi stessi amici preti, non riuscì a portarne al convegno neppure uno. La Chiesa cattolica, invitata, non fu presente! Doveva venire e forse sarebbe venuto il Cardinale Tonini! Ma si ammalò gravemente suo fratello, in pericolo addirittura di morte e il buon Cardinale che non si è mai tirato indietro di fronte a incontri e scontri, fu costretto dalla Provvidenza a non essere presente. La fede, tuttavia, fu presente lo stesso: quella vera, operativa. Al tavolo ci fu la Signora Elda Scarzella Mazzocchi, fondatrice del Villaggio della Madre e del fanciullo, che, per quanto tiepida credente, aveva speso tutta la vita nell’accoglienza del bisogno delle giovani madre e dei loro figli, dimostrando veramente di credere più di tanti altri nel valore della Carità. C’era suo figlio, Alberto, presidente per 4 anni dell’Ordine degli architetti e
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dire, ma perché è veramente così. Pertanto il reale figlio sulla Croce, quel giorno, che tutti stavano celebrando per le vie, era in Amodeo, e non per la vanagloria di costui, ma per la volontà di quel Dio che proprio in quel giorno aveva voluto che, ad insaputa di Don Luigi, fosse deciso il Trasporto di suo Figlio per le strade della Città e con tutti i cristiani sollecitati a partecipare. (Nota: la somma delle cifre della data del Convegno 24.10.1999 segnala i 33 anni di Gesù crocifisso, ma riferiti a 2 Cristi, uno vero, l’altro impersonato in un uomo…). E nota ancora: il 69 è tutto il moto di 1 il quel “70 volte” (7) che Gesù impose come “perdono”, per cui questa pagina che somma 69 alla realtà 400 (del centuplo nelle 4 dimensioni della realtà), presenta il perdono all’uomo previsto alla fine dei tempi (1.000 e non più 1.000). Perdono dalla boria della sua intelligenza, che non accolse quella di Gesù. Amodeo era da 38 giorni che viveva mangiando solo l’Ostia consacrata, dunque egli, nato nel 38, era rinato in Cristo Gesù. Non si reggeva quasi in piedi, sotto la sua croce, ma tenne fino all’ultimo, non cedendo d’un millimetro all’impegno che aveva assunto e che in questo momento della vita riusciva a portare avanti pressoché da solo. Un suo amico seminarista, Borroni, tante volte aperto alle discussioni con lui, gli aveva detto: “Non ti seguo più, stai dividendo la Chiesa!” perché non aveva capito più niente: Amodeo stava cercando, secondo le intenzioni del Papa, di dimostrare come la sola Fede Cattolica fosse quella che seguiva una Ragione Vera anche per motivi scientifici e dunque così tanto provati da unire tutte le Fedi sotto la Chiesa Cattolica. Erano solo i seguaci del Papa, ancora incapaci di sperare. Bisognava invece aver coraggio: tutto dipendeva solo dalla Provvidenza. Ed essa agì in questo modo: uno dei pochissimi che erano accorsi vedendo sui manifesti di Saronno che c’era quel Convegno avvicinò Amodeo. Il suo cognome era tutto un programma: Ausili; Cosimo di nome. Sarebbero stati veramente gli ausili mandati dalla Provvidenza, davvero e in tre occasioni. “Così mo’: Ausili”. Così sei adesso (mo’): Ausili (“mo’” per Romano, meridionale). Cosimo aveva notato che i temi trattati da Amodeo si avvicinavano molto a quelli d’un sacerdote, che aveva sentito parlare in una Conferenza. Disse d’avvertire nettamente che il suo ruolo umano era quello di metterli in contatto! Sarebbe stato Ausili a mettere Amodeo in relazione con Padre Ulderico Magni, un epistemologo che aveva avuto l’onore di essere compagno degli studi filosofici con Sua Santità, quando ancora non era Papa. Sarebbe stato Ausili quel vero tramite che aveva intuito di dover essere, come un segno grande, della Provvidenza, per lui. Non si era sbagliato. Dio, quando si fa sentire ad una persona lo fa davvero con molta chiarezza e non si tratta di illusioni. È solo il miscredente che crede che il Signore sia chissà dove e sia inavvicinabile. Egli invece è in perenne contatto, parla, ma bisogna capirlo: è discreto il Signore, entra nelle coscienze solo dei piccoli che non oppongono l’ostacolo di se stessi. Chi non ascolta Dio è come un bimbo che udendo il genitore dirgli: “sta attento con quel martello, lo stai usando in modo maldestro!”, fiducioso di sé più che della Sapienza del padre, finisce per martellarsi un Dito. Dio glielo lascia fare, così impara. Per imparare occorrerà talora tutta la vita, ma si può esserne certi: tutti impareremo. Dio fa così ed è presente, vigile, anche quando sembra averci abbandonato a noi stessi. Solo che bisogna riuscire a distinguerlo. È nei poveri, nei bisognosi, nei deboli, mentre nei vincitori e nei forti, state sicuri, anche se sono Cardinali ammantati di gloria e di gioielli… talora non c’è, talora c’è solo Satana. In quel Convegno Gesù era davvero impersonato in Romano, aveva assunto realmente la sua persona, era il Cristo che sarebbe tornato a ristabilire la verità di tutte le cose e lo avrebbe fatto con lo Spirito Santo della Sapienza.
Oggi, in cui il mio Spirito sta correggendo questo testo, per la Chiesa è San Francesco. Il Cristo in me ha molto gioito che il Papa abbia santificato un sacerdote che si professava “anticlericale” e che avrebbe messo al rogo (spirituale) una grande quantità di Notabili della Chiesa, che avevano tradito il servizio, per esserne invece serviti e riveriti, dalla Chiesa intesa per quello che è davvero: la massa di tutti gli umili poveri Cristi. Perfino un Cardinale, se vuole farsi riverire dai tanti veri poveri Cristi, vuole riverenza da Cristo! Tra questi Gran Notabili, molti si degnano di lavare i piedi ai fedeli solo una volta all’anno, nel mentre dovrebbero farlo sempre: li lavano a Cristo! Sappiatelo: è vero !!!!! In questa pagina, che aggiunge 70 alle 400, è espresso il perdono che Dio dà per meriti (a chi rispetta il povero e l’indifeso) e quello che dà a tutti (per l’amore che ha del povero, un servitore “utile”, grazie alla virtù del quale anche chi comanda male è perdonato per bontà, o per meriti, se egli pure serve a chi lo serve). Ma se il potente non lo serve è perdonato solo da un Dio buono che vuole che agli ultimi i primi debbano eterna gratitudine! Tra gl’intervenuti al Convegno, Amodeo notò anche Carlo Invernizzi, che era quell’architetto che l’aveva invitato ad andare in Via Nirone quando, nel 1973, si era trattato di rinnovare il Consiglio dell’Ordine. Fu il segno del “riordino” che Gesù stava facendo. Finito il convegno molti avevano creduto che Romano cessasse il suo digiuno, ma sui giornali fu scritto: “Amodeo continua, ad oltranza. Desidera essere ricevuto dal Padre; deve mettersi a rapporto con chi lo ha spinto ad essere audace, assicurando l’aiuto della Chiesa. ” Amodeo proseguì perché, questo Cristo, doveva sublimare Cristo Gesù, doveva riuscire a riunire quant’egli aveva diviso (padre contro figli, nel segno dell’acquisizione del senso vero di se stessi) e risultava pertanto l’uomo dei dolori fino al dolore suo della croce. Il nuovo Cristo aggiungerà altri 17 giorni del suo essere in Cristo, con Cristo e per Cristo, non mangiando altro che l’Ostia Consacrata. 17 è la quantità assoluta che permette il rapporto di 16 volte 1 giorno, 16/1, giorno relativo all’uomo relativo. E 16 è 24, tutta la realtà complessa, basata sul 2 e concepita per indici, nel modo spaziale e temporale grazie all’esponente 4. Questo 16/1 è il Codice secondo il quale l’intelligenza umana “codifica” tutta la presenza simultanea su una linea. Corrisponde ai 16 bit di una stringa dell’intelligenza artificiale. In tal modo il personaggio (da Amodeo ceduto a Cristo per il suo amor per Dio scritto perfino nel cognome) aggiunse una intera presenza in più di Cristo, per attuare quel gesto del “riunire”, grazie allo Spirito di Trascendenza, quanto Cristo aveva “diviso”. Il tutto fatto sempre da Cristo, per quel vivere personale solo di lui con lui e per lui. Ripresero a temere: se la Chiesa non l’avesse soccorso, si sarebbe lasciato morire. Gli scrisse Giancarla, sua moglie, questa bellissima lettera: “Caro Romano, tu lo sai, ti voglio bene. La vita e le sue difficoltà ci hanno divisi, hanno guastato il nostro bel matrimonio ed oggi siamo divorziati. La zia Renata, il mio unico appoggio, oggi sta male e temo molto per la sua vita. Mi restano mio padre prossimo ai 90 anni e tu. Non morire anche tu, ti prego. Manda una volta tanto al diavolo i tuoi ideali, non voler morire per essi: la vita è sacra e non si può metterla a rischio, secondo me, nemmeno per gli ideali. Per essi tu alla fine hai sacrificato la tua vita e il nostro matrimonio… con quale risultato? Stiamo restando soli. Ma quel Dio e quella sua Provvidenza in cui tanto credi, perché non intervengono? Pensaci! Lo so, sei testardo. Ma non fare l’eroe. Ti prego, non farlo! Ti voglio bene 27 ottobre 1999 Giancarla
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Il 71 è l’assoluto in cui è il relativo 70/1, per cui pone in atto la libertà del perdono, del 400 (piena realtà umana). E questo è il senso di questa pagina: perdono del limite. Per vincere l’inedia Romano si mise a ristrutturare la casa. (Oltre la stanchezza) Realizzò un mobile con il materiale in legno comprato al fai da te (libertà del fare). Corse a dargli una mano Fiorenzo Banfi, l’amico della Cantoria di Cassina Ferrara, che se n’era andato nel 1987, per un’umiliazione patita dalla Maestra del Coro. (Si mobilita uno già andato via, in segno di vero superamento di quel limite e di nuova libertà). Quando le sue forze cominciarono a giungere al lumicino, aveva già dato un nuovo assetto alla casa. (Azione del tutto libera dal mancargli delle forze). Il suo amico Salvatore era venuto da Milano e aveva spostato le pesanti scatole che contenevano le 30.000 fotocopie degli antichi abitanti del Cilento. (Libertà dell’affetto). Romano telefonò a Benito e gli riferì che presto avrebbe dovuto prendersi in casa la mamma, perché egli sarebbe entrato sicuramente in ospedale (libertà dai suoi obblighi). Suo fratello riunì la famiglia e chiese se accettavano di prendere la Madre con loro. Avendo avuto risposta “che non se la sentivano”, rivelò a Romano che avrebbe cercato una clinica o una casa di cura in cui ricoverarla. (Libertà dal vincolo dell’affetto materno). In quello stesso tempo gli telefonò la Presidentessa della Schola Cantorum di Cogliate, Raffaella Minoretti, che aveva preso il posto di Maurizio, dimessosi dopo le sue nozze, dicendogli che tutto il Coro gli era vicino e desiderava che ritornasse presto e in perfetta salute con loro. (Libertà assoluta di chi poi, da non più libero, lo caccerà). Un amico del Coro della Cassina gli confidò che la Maestra, una sera, aveva chiesto che qualcuno gli stesse vicino. (Libertà dall’obbligo di lei d’andargli sempre contro). Andarono a trovarlo Antonietta Lattuada e Mario Atzori, e non ce la fece a restare in piedi: dovette sedersi per terra, giacché tutto gli girava intorno come quando, quarant’anni prima, andava sul calcinculo con Titina. (La libertà verso Teresa… di prenderla a calci là). Se Romano avesse insistito a restare consegnato nelle mani di una Chiesa che aveva decretato che morisse pure, e fosse andato in ospedale, avrebbe abbandonato sua madre alla sua sorte, egli che aveva assunto tutta la responsabilità della cura della sua vita… (e divenne così libero di mutare perfino la sua incrollabile determinazione). Così, soprattutto per amore di sua madre, Romano Amodeo si trasse fuori, volontariamente, così come ci si era messo, dalle “GRINFIE” di una Chiesa assassina dei suoi tanti poveri Cristi, non voluti mai ascoltare, giacché perenni pietre dello scandalo. Ricominciò a ingoiare alimento, il venerdì 12 novembre, interrompendo il digiuno assoluto iniziato il 17 settembre, quindi dopo 57 giorni esatti di una penitenza dura, ma che aveva sopportato benissimo, tanto convinto egli era del fatto che non fosse un ricatto, ma davvero un gesto di infinito amore e sacrificio per la sua Chiesa. (Libertà dai giudizi altrui). A parte la spossatezza degli ultimi dieci giorni, era stato benissimo. La tensione morale gli aveva consentito un periodo intensamente pulito, della sua anima, e gli era restata dentro la gioia profonda per avere fatto questa esperienza, d’autentico martirio, per l’amore della sua Chiesa. (Libertà da ogni conseguenza negativa del sacrificio). Assunse, per prima cosa un brodino, fatto con mezzo litro d’acqua e due dadi. Quel liquido entrò nelle sue viscere e ammollò quanto s’era ridotto, nel suo intestino, ad una massa dura e impietrita. Dopo due brodini così, riuscì ad estromettere il ristagno e a svuotare le viscere. (Libertà del corpo). Fu così che l’esistenza di sua madre, affidata alle sue cure, prevalse sul tentativo d’arrivare per forza all’attenzione del Pontefice. (Libertà dal volere vincere per forza).
72 è 9×8 (tutto il moto 9, di 1 che è il complesso 23). Aggiunto al 400, aggiunge tutta la realtà nello spazio e nel tempo. Insomma qui dovrebbe essere descritta la vera libertà di 1 persona, ed è quanto è espresso nella pagina, con relazione ai più sentiti affetti. Romano rilesse una poesia profetica, in cui aveva inserito due intercalari insoliti (pena senza fine) (e la tua pace), ma tanto eloquenti, nel ritmo solito del sonetto, scritto nel 1988, per sua mamma, quando aveva visto distrutto ogni santo proposito fatto sulla sua vita.
Per te, mamma. O mamma, cara, soldino di cacio, che sempre cerchi mal riposte cose, ho cinquant’anni e già non ce la faccio più… e invece, con le tue gesta operose tessi tu ancora i giorni tuoi, adagio, con pazienza tenace. Premurose cure per me, hai sempre pronto un bacio e una carezza, delle tue nodose gracili mani. Io troppo spesso torno al passato, a quel progetto in frantumi (pena senza fine) della mia vita: giorno dopo giorno crollato brucia. Sovvieni tra i fumi delle rovine, o mamma, e il tuo ritorno (e la tua pace) fa che quella brace non mi consumi.
Se il Paperino penitente, di questo cartone animato di Dio, avesse insistito nel digiuno per incontrare il Papa, ci sarebbe riuscito, ma davvero solo forzando tutte le situazioni. Non era questa “forzatura” il modo con cui la Provvidenza aveva ordito la trama di questi eventi. Gli aveva già fatto incontrare liberamente il Tettamanzi, a Cogliate, il futuro Papa, in un momento che era avvicinabile e che avrebbe portato alla sua profetica elezione. Pochi giorni dopo, a Cogliate, ci fu l’annuale pranzo della Schola Cantorum. Romano si mise in un cantuccio, ma i suoi amici bassi lo vollero con loro e dovette spostarsi spinto dalla libertà del loro affetto di amici. Si ritrovò spalla a spalla con «Occhi verdi», il suo più grande affetto e quando, ad un certo punto, il discorso cadde sul digiuno, Amodeo le riconobbe che anche lei aveva fatta una bella esperienza, in quel campo! Alludeva agli anni d’anoressia che aveva avuto quand’era ancora suora. Lei gli rispose gentilmente che, nel caso suo, era stato alquanto diverso (e gli espresse così il senso della sua libertà). Si festeggiavano i molti che erano negli “anta” e qualcuno osò supporre che non ci fosse nessuno ancora negli “enta”. “Io!” rispose «Cicciobella» e Amodeo, girandosi, le domandò: “Quanto ti manca?” “Oh ancora molto!”, gli rispose, come se si trattasse di una libertà… di anni. La pag. 473 che segue, con 70+3 riguarda un volume libero. E il racconto è su quello.
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Cominciò un periodo in cui la «Celeste amica» lo trattò con la naturalezza che usava con gli altri e che c’era stata nei primi tempi che si erano conosciuti, prima che iniziassero le poesie e tutte le altre cose che lei dava ad intendere non gradiva. (Libertà sommaria). Quando riprese ad andare alle prove a Cogliate, non riuscì più a cantare e restò muto. Non riuscì perché la concentrazione nel suo sforzo aveva spazzato via la musica dalle sue corde emotive. La volta dopo si sbloccò. (Libertà del volume della voce). Rientrato a Cassina e salutata «Occhi verdi», lei gli rispose con una tale intensità di gentilezza che Nadia si girò per capire chi mai fosse ad essere stato salutato così. Accadde che la Comunità locale, per farsi perdonare il chiaro abbandono che aveva fatto nei suoi confronti, mandò a casa sua un’assistente sociale, per chiedere se aveva bisogno, per sua madre. Permetteva che li aiutassero? Permetteva che la mamma fosse visitata da un medico? Sì, certo, egli permise. Venne il medico, fece tutti i suoi accertamenti sulla donna, la trovò perfettamente sana. (Libertà dei comportamenti sociali). Alcuni giorni dopo Benito gli telefonò: aveva ricevuto una lettera dai servizi sociali che dicevano che la signora era tenuta bene, era in perfetta salute, ma viveva in condizioni non idonee alla sua età. Per cui lo s’invitava ad intervenire. Romano ne restò come distrutto: egli viveva per lei e lei era chi lo facesse vivere. Cosa voleva questa gente? Era la stessa domanda che si era fatta a Milano, quando era dovuto intervenire in favore di Paola Vecchi, che rischiava di vedersi tolta una figlia educata benissimo, da quella mamma che, pur essendo spesso troppo allegra a causa del vino, tuttavia le aveva dato sempre esempio di lealtà, di disponibilità, di grande cura. Come si poteva pensare di strappare quella Chiara a Paola Vecchi? (Libertà autentica, dei Servizi Sociali, e non per fare il male!) E – in questi momenti – come potevano queste persone pensare che sua mamma, trovata stare benissimo, non dovesse seguitare a stare benissimo? Sua mamma aveva bisogno solo di sentire ormai quasi l’amore fisico, epidermico, legato al contatto. Egli l’abbracciava, la stringeva a sé e la mamma, che ai tempi di Via Teodosio doveva vederlo avvilito, prostrato per essere invasa dall’amore materno e salvata, ora era salvata dall’amore in se stesso, da quello che il figlio le dava, con quell’abbraccio che riusciva a perforare la morte che aveva nel cervello e arrivava fino dall’altra parte, attraverso il gesto concreto. (Libertà addirittura rispetto al volume della vita). Era in un momento così, aveva cercato una pace da questa guerra che aveva nel cuore, e stava lì, davanti ad un quadro della scuola di Cogliate in cui si svolgevano le prove per il Concerto d’apertura d’anno, tenuto assieme alla banda del paese. Udì all’improvviso un sonante “Ciao Romano!”, lanciatogli da «Occhi verdi» che stava arrivando. Bastò bel saluto suo, come per incanto, a riaprirgli il cuore alla fiducia ed alla speranza, oh, non di lei, della sua vita con sua madre. (Sonante! Vedete? Volume, libero nell’amicizia) La pena per lui, aveva alfine fatto breccia sul cuore di pietra della MT «Celeste», ed emergeva il buono che c’era sempre stato, sepolto per la paura. Bastava vedere come lei trattava il piccolo Tommaso Urbani, nel Coro della Cassina, per accorgersi di quanta gentilezza di cuore lei fosse dotata. Tommaso aveva molti problemi, ma una intelligenza viva, che lottava contro il suo handicap motorio. Era stato aggregato ai soprani, come voce bianca. Il ragazzo certe volte iniziava a spiegare, con lentezza, e lei gli lasciava spazio, gli dava fiducia, attendeva che il piccolo Tommy terminasse la sua spiegazione. Da queste cose si nota un cuore pulito. Non dalle reazioni che nascono dalla paura. (Anche qui, questa “voce bianca” è un volume libero, trattato con vera libertà, quella che porta alla gentilezza dei rapporti. Convenitene: questo libro vuole essere un Codice!)
Nella pagina 474, si aggiunge la realtà 4 come la condizione perdonata e libera. In quei momenti Amodeo riconosceva la persona che aveva perennemente dentro la sua anima e che, nel periodo del suo digiuno, si era fatta come piccola, piccola, per non disturbarlo, così preso, egli, in una cosa molto, molto più grande di se stesso. (Presa di coscienza della realtà, veramente libera, della Maestra in lui) Ebbe anche un’altra gioia, in quei mesi, in relazione alla sua amica «Celeste»; sempre cose minime e delicate, per altri di nessun peso e per lui significative: si trovarono una sera presi per mano e cercati, tutti e due, da Tommaso; lei a destra e Romano a sinistra, nel breve tratto dei 15 metri che, dal cancello sul giardino, portavano all’ingresso vero e proprio dell’asilo. (Che bella realtà in moto libero, in questo Codice dello Spirito!) Quel ragazzino tante volte chiedeva spiegazioni ad Amodeo e gli si era affezionato, perché sentiva il suo affetto disponibile; altrettanto Tommy ne aveva per la Maestra del Coro, da cui si sentiva protetto. (La realtà umana, libera, quando è oggetto di amore). Ebbene quella sera fu come se il piccolo claudicante li avesse di proposito voluti legare tra loro, per sua interposta persona, quella Maestra che lo rispettava e gli voleva bene e il suo amico: attraverso l’aiuto che aveva voluto proprio da loro due uniti, perché potesse camminare. (Vedete? Qui chi ha impaginato a testa sua è stato il computer…o lo Spirito?) Ripeto, sono sciocchezze, sensazioni da nulla, cose assolutamente minime, ma Romano le sentiva e ne gioiva. Gli bastava il minimo: le piccole briciole cadute dalla mensa per i cagnolini. (Come non riconoscere che qui sia espressa la libera realtà di Romano?) E invece si trovava a dovere combattere, ad assumere, costretto dal destino, posizioni più grandi dei sui due anni che aveva tuttora il suo cuore, arrivato ad averne, purtroppo, 61 per l’anagrafe. (Ed ecco la sua realtà, in tutte le condizioni che la delimitavano). Alcuni mesi dopo successe che a Cogliate giungessero, quando tutto ancora era chiuso, «Occhi verdi» e Amodeo. (Condizione reale libera per parlare). Egli le rivelò: “Ti debbo ringraziare, perché una sera ero terribilmente triste e angosciato e mi bastò un tuo ‘Ciao Romano’ per togliermi da ogni difficoltà.” (La realtà d’una libertà dichiarata). Alla sua amica «Celeste» sfuggì questa frase: “Romano, se tutti al mondo fossero come te, sarebbe un bel mondo!” Non avrebbe potuto avere un complimento più bello, e lo ebbe da quella persona, solitamente nemica, nel momento in cui era stato in apparenza, come abbandonato, anche dalla Provvidenza di Dio. (Vedete quale stupefacente e libera realtà, qui, alla pagina giusta?) Ricordate la lettera di Giancarla? Aveva scritto: “Ma quel Dio e quella Provvidenza in cui tanto tu credi, perché non intervengono? Pensaci!” In questo momento, in cui sembra davvero che la Provvidenza abbia abbandonato Amodeo, si gioca l’attimo del passaggio, come tra la morte e la vita. In un momento così, la «Celeste amica» si sentiva libera dal suo impegno, con la Provvidenza di Dio, d’incarnare il negativo per la vita del poveretto: bastava già tutto, tutto il resto. La stessa Chiesa lo aveva messo alla berlina! Se non fosse stato per la sua mamma di 90 anni suonati, se non fosse stato per lei stessa che aveva raccomandato che qualcuno lo seguisse, se non fosse stato per Raffaella di Cogliate e Antonietta e Mario di Saronno, gente piccola, piccola, piccola come lui, si sarebbe lasciato morire, perché egli si era messo nelle mani d’una Chiesa che aveva accettato che morisse: “Vuoi morire? E muori!” Vi rendete conto? Questa è la reale libertà di un Prete di atteggiarsi a Diavolo e di uno, che deve voler vivere, che si atteggia invece ad uno che voglia morire. Realtà libera! 474.
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La pagina 475 esprime una realtà tanto libera da avere percorso i 3/4 del 100, esprimendo così un vero punto di arrivo dell’equilibrio: tutto lo spazio 75 percorso dal 25. E possiamo osservare come l’impaginatore automatico, che ha distribuito il testo a modo suo, lo ha fatto rispettando assolutamente i codici numerici, per affermare e dimostrare come questo stesso libro sia un testo Sacro scritto dallo Spirito. Un testo che dovrebbe essere concepito come un Vangelo scritto direttamente per mano dello Spirito Santo che lo ha pervaso e che è esistente in Romano (la mano dello Spirito della Chiesa di Roma). Quante volte è stato rimproverato a Dio di essersi incarnato nel Figlio in un’epoca incerta? Bene, ora lo Spirito del Figlio si è ripresentato ed ha scritto direttamente il Testo. Non si affida più al Vangelo scritto dagli altri. Si esprime in questo modo diretto e riscontrabile e, per far comprendere come ciò sia vero, fa corrispondere al numero delle pagine, dei capitoli e delle note, gli argomenti dinamici espressi dai puri e semplici numeri. In questo momento «Occhi verdi» è veramente libera dal suo ruolo con Romano, non deve essere lei la carognetta, perché la carogna è il corpo morto d’una Chiesa che non sa andare dietro alle indicazioni d’un Papa Santo. (Vedete? Le cose sono a questo punto!) E – per questo breve attimo – affiora la verità. Lei l’ammira, l’ha sempre fatto. Ma ora si comporta così soprattutto perché, vinto dal mondo, ella stessa si accorge che non deve infierire. (Vedete? Le cose sono giunte a questo punto!) Quando s’accorgerà che egli ricomincerà a vincere, allora tornerà ad assumere il ruolo imposto a lei dal destino e la contestatrice di Amodeo, sarà costretta ad essere nuovamente lei, per forza maggiore, irresistibilmente provocata dalla sicurezza e dall’indipendenza di lui. (Le cose, tra loro due stanno così, e solo per volere della Divina Provvidenza) Osservando queste reazioni, a Romano veniva in mente sua madre quando, in preda alla paura, si placava solo quando il figlio appariva prostrato. Solo allora l’amore prevaleva sulla paura. (Vedete? Si doveva giungere a quel punto!) Questa era la verità della «Celeste» figura di «Occhi verdi»: la paura. Un sentimento che ti porta poi a non fidarti di nessuno e ti mostri altezzoso per paura. D’un vinto, dalla sfortuna, come Tommy, o dalla Chiesa, come Amodeo, non si ha da temere. (E’ così! Maria Teresa Legnani è un’anima bellissima e bravissima, ma, per timore preferisce apparire odiosa, mentre non lo è affatto. Non ho conosciuto, in vita mia, un essere più amabile!). Se le persone sapessero che cosa c’è davvero nel cuore degli altri! La cattiveria è solo figlia del timore. L'animo libero è propenso alla bontà, a riversare i doni ricevuti. La mente schiava osserva furtivamente gli altri, lotta e grida: “Mors tua vita mea!” (Sì, è così!). Non così Gesù: “Chi non muore per un amico, non ha la vita eterna.” (Non è vero?) Romano ha potuto dare spazio a Gesù perché Dio non gli ha mai fatto conoscere la vera paura. Se avesse avuto timore, sarebbe stato come gli altri, invecchiati nel loro cuore e, se non avevano conosciuto paure quando erano stati protetti dai genitori, le avevano incontrate, crescendo. Romano era restato un bambino, senza nessun timore vero che la Provvidenza buona di Dio l’abbandonasse, anche quando tutto gli remava contro. (Era così!) Quella sera, che aveva avuto, una volta tanto, paura, non per sé ma per sua madre (che lei gli venisse tolta e ne morisse), il suo angelo buono, che aveva nel cuore, aveva saputo soccorrerlo nella realtà ed era bastato un semplice “Ciao Romano!”, dettogli da «Occhi verdi», immagine terrena della MT «Celeste». (Le cose per Romano stavano davvero così e stanno così in questo libro: ad ogni pagina corrisponde il senso che ha il numero di pagina… nel numero del capitolo. Questo cap. 52, esprime tutto il moto (2) della presenza 50, pari al dimezzamento del “centuplo quaggiù” (da –50 a +50, solo il lato positivo).
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Capitolo 53 (Il volume in moto, della presenza reale) . . Benito chiamò il fratello, intorno a dicembre del 1999, all’alba del nuovo millennio, e si accordò con lui, per non correre rischi con i servizi sociali. Doveva provvedere a realizzare il gabinetto e a collegarlo con la fognatura civica. Gli domandò come stesse a quattrini e Amodeo l’informò che qualcosa poteva acquistare, con le sue risorse, ma non molto. Gli disse: “Bene, fai tu, poi ti rimborso io.” Romano diede fondo ai suoi risparmi e comperò gli apparecchi idraulici, i tubi, e realizzò una parte di quello che avrebbe dovuto fare, poi si dovette fermare. Non poteva spender tutto perché dovevano anche mangiare. Mariannina da ben cinque anni doveva essere imboccata. Da tempo la sua dieta era divenuta quasi tutta liquida: yogurt ed omogeneizzati d’ogni tipo: manzo, pollo, coniglio. Questa dieta veniva integrata con succhi di frutta e con sali minerali. Non era eccessivamente costosa, ma un prezzo l’aveva. Se i servizi Sociali avessero sollecitato Benito a prendersi carico di sua mamma, si sarebbe accorto di come la sua pensione non sarebbe stata sufficiente a pagare la retta in un posto come si deve, ed avrebbe dovuto cacciare quattrini dalle sue tasche. Quindi era conveniente anche per lui che la mamma stesse con Romano. Si era impegnato, ma in quel momento anch’egli non aveva molte risorse e stava cercando come incrementare il reddito. Accanito utilizzatore del computer in tutto il suo lavoro, si stava rendendo conto come determinati servizi erano carenti, soprattutto in riferimento all’informazione. Esistevano ditte in perenne concorrenza che dovevano ritenere interessante avere le notizie di prima mano. Quando Paola Amodeo, terminato il suo corso di studi si laureò, Amodeo fu invitato a presenziare alla discussione e alla cerimonia; Benito, in quell’occasione, gli aveva parlato della sua idea: un servizio d’informazione per i Comuni e le aziende, attraverso Internet. A suo parere il servizio sarebbe andato a ruba perché era senza dubbi utile, anzi: necessario. C’erano dei Comuni come Monza che avevano dovuto distrarre due persone a raccogliere tutta la stampa e a redigere dispensine interne. Calcolato il costo della loro retribuzione e considerato che quel Comune spendeva milioni per una ventina d’abbonamenti al Sole 24 Ore, il servizio che egli avrebbe potuto cedere a 6 milioni di lire all’anno, sarebbe stato irrisorio, avrebbero risparmiato il costo di quelle due persone, quasi 30 milioni in due e una grande quantità d’abbonamenti alla stampa. Gl’impiegati avrebbero usato il computer e si sarebbero aggiornati, potendo trovare agevolmente i dati che cercavano, attraverso l’utilizzo d’un potente motore di ricerca. Benito ne aveva parlato a Gennaro e gli aveva proposto una collaborazione e Gennaro aveva nicchiato… Ma di certo perché il cugino non aveva ben capito la portata di quell’affare. Le intenzioni di Benito erano pertanto tutte mirate a questo importante progetto e quando era così egli era portato a curare talmente le cose che faceva lui da non valutare a dovere quelle degli altri. Per l’abitazione da assicurare alla mamma si era impegnato a dare aiuti che poi non aveva dato mai, e quando Romano aveva cercato di dirglielo quasi si era offeso. Si era
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sentito rispondere che doveva ringraziare che gli era stata lasciata la mamma e che poteva vivere con la sua pensione! Ora però che la favolosa occasione d’aver cura egli della mamma, essa sarebbe finita in un ospizio. Questa pagina 477 aggiunge alla realtà 400 il perdono da dare 70 volte 7. Se Mariannina fosse finita in ospizio sarebbe stato un affronto spaventoso, fatto a lei che era uscita dalla sua casa, per dargliela in eredità addirittura prima che morisse. Benito avrebbe potuto far fare questa semplice riflessione alla sua famiglia: “Abbiamo ricevuto da mamma oltre 100 milioni perché uscisse di casa. Ora non è giusto che, non potendo più Romano ospitarla, in un certo senso ancora a casa sua, la mamma vada in una clinica.” Avrebbe potuto farlo! Disgustato dall’atteggiamento della famiglia del fratello (che forse questo discorsetto non l’aveva udito) quando Romano seppe del suo rifiuto ad accogliere in casa loro la mamma, gli aveva detto, senza mezzi termini e in maniera brutale: “Benito, restituisci a tua madre una parte di quei cento milioni ricavati dalla vendita della casa sua! Lei non è ancora morta e quel danaro per 1/3 era suo, poi, avendo rilevato la quota mia, di 1/3, dal Tribunale e non da me, è sua anche quella e sono così 2/3. Li riavrai da lei, ma solo quando sarà morta. Non avete voluto accoglierla nella vostra casa, perciò non è giusto che lei sia uscita dalla sua, per aiutare voi così ingrati!” Romano fu terribile, perfino troppo duro, con suo fratello, ma le cose, secondo lui, stavano così. Benito, non per cattiveria, sopravvalutava quanto riguardava la sua famiglia, rispetto a tutto quanto riguardasse gli altri. Cattiveria? No, forse solo disattenzione. Dopo Romano si calmò, tornò in sé e perdonò il fratello e la sua famiglia per quella pretesa infamia, ma al momento aveva dovuto rinunciare al suo proposito d’andare dal Papa. La verità sfuggiva a Romano: suo fratello, da abile giocatore di scacchi, l’aveva giocato, perché sapeva bene come, di fronte a quella minaccia di mettere la mamma in una casa di cura, egli avrebbe rinunciato a tutte le sue battaglie e avrebbe ricominciato a mangiare. Oggi lo Spirito in Romano lo sa, e non ha nulla di così orribile (da 70 volte 7) per cui egli debba perdonare il fratello, come al momento gli sembrò e che perdonò. Benito sapeva bene quanto il fratello amasse, quanto sentisse di dovere tutto, tutto, tutto a questa donnina, che ora lo guardava con occhietti buoni come faceva tante volte Tigre. Anche se non parlava più, e non si capiva più cosa talora biascicasse, Mariannina sentiva l’amore del figlio se non più con il cervello, quasi con la pelle. Quando era talvolta triste, Romano, se non riusciva a sollevarle lo spirito con una carezza o una tenerezza, si metteva di fronte a lei e cominciava a ridere. Rideva tanto e tanto che alla fine iniziava anche lei e tutto si concludeva con un abbraccio vissuto da entrambi con tutta l’intensità del proprio essere. (Che perdono meraviglioso è un amore scambiato!)
A pag. 78 c’è un reale perdono da mettere in atto, perché in assoluto è 77/1. Nella nuova sistemazione che aveva fatto recentemente al piccolo appartamento, Romano aveva ridotto il letto ad una piazza e mezza e usava un piumone formato matrimoniale. Di conseguenza i lembi erano tanto grandi che da una parte lei non poteva uscire, dall’altra la coperta era imboccata fino quasi alla metà del letto. Così, quando Amodeo era assente, se lei si portava verso il bordo per uscire, montava con il suo peso su quella parte e non poteva sfilare il piumone dal materasso, non riuscendo a vincerla sul suo peso. (E’ il perdono dato alla stupidità indotta dalla vecchiaia, attraverso un gesto). La nuova sistemazione si avvaleva d’un soffitto tutto ricoperto di grossi dipinti fatti da Romano, tra i quali quelli della Cantoria che non erano stati ritirati. I tre quadri della mostra, raffiguranti «Occhi verdi» erano tra quelli appesi al soffitto. (Il perdono per chi non aveva voluto i dipinti si tradusse nell’utilizzarli lui e con gioia). Poi aveva realizzato uno spazio in mezzo al locale, abbastanza ampio e aveva messo specchi su tutte le pareti tanto da dare l’impressione d’un grandissimo spazio laddove invece ce n’era ben poco. D’altronde era un architetto, aveva contribuito ad arredare le navi Ammiraglie della Flotta italiana, quindi era all’altezza di creare l’illusione che, specie sulle navi, deve essere creata, perché lì i soffitti superano di poco i due metri. (Il Perdono alle ristrettezze era stato dato grazie alla tecnica).
Quando scoccò la mezzanotte del 31 dicembre 1999, Romano era al letto, si rivolse a Mariannina e le mormorò così: “Mamma, ce l’hai fatta, siamo entrati nel millennio nuovo, io e te, ancora uniti! Ricordi quando papà ti rimproverava, perché volevi una due, tre pensioni? Quando ti diceva che buttavi via i tuoi soldi? Ora eccoci qua: stai mantenendo tuo figlio con quelle tue pensioni! Ti ricordi quando rispondevi a nonna ‘Vecchia no!’? Eccoci qua, tra un po’ tutti e due vecchi, non solo tu. Anche io ho 62 anni! Auguri mamma, buon terzo millennio! Complimenti a tutti e due… ce l’abbiamo fatta! Sabato no, tanti altri no, ma, ti assicuro: stanno meglio di noi.” E’ il perdono dato addirittura a Dio, per una morte che non lo è!
Ci fu il Concerto d’apertura d’anno a Cogliate con la banda diretta dal Maestro Lotito. Tutti avevano indossato un completo blu, con la farfalla blu o nera. Ad una delle prove aveva portato anche Salvatore, ma quando cercò di presentarglielo, dicendole “Questo è un altro allievo della mia Scuola” lei fece finta di non aver sentito, intenta come era a discutere con una donna del Coro. (E Romano e Salvatore non ci fecero troppo caso). Romano si era dato da fare, nelle prove fatte alla scuola media, assieme alla banda, perché c’era un caldo eccessivo che, con la sala piena di circa sessanta persone, diveniva dopo un poco torrido. Così andava prima e apriva le finestre, in modo da partire con una temperatura fresca. (Un gesto, per far perdonare una situazione troppo torrida). Ai primi dell’anno, nell’ultima prova, c’era la neve. Uscendo dalla scuola stava percorrendo il tratto che portava alle auto parcheggiate ed era davanti alla Maestra del coro, che stava discutendo con Raffaella Minoretti, la presidentessa che aveva preso il posto di Maurizio, dopo alcuni mesi che egli s’era sposato ed aveva abbandonato la Schola Cantorum. Udì chiaramente «Occhi verdi» rivelare: “Sto preparando due persone che presto potranno sostituirmi.” Si riferiva a Roberto Monticelli e a Riccardo Bernardinello. Così Amodeo seppe, fin dal primi del 2.000, che la Maestra, proposta per bontà dal suo Coro alla Schola Cantorum di Cogliate (per risolvere anche i problemi del prossimo), pagata, osannata e sottoposta a concorrenza sleale, avrebbe abbandonato quello dei due che non la pagava, non l’incensava, in cui si sentiva – l’aveva detto: una cretina! – avendone in cambio solo grattacapi... Così vano le cose della vita: essere buoni con chi si approfitta e non si rende conto neppure che lo fa… porta ad essere fregati in bello stile! (Un orribile peccato contro la Cassina che era stato già perdonato, tanto che Romano era a cantare con loro). Romano aveva costatato, ormai in un anno che cantava a Cogliate, come «Occhi verdi» alternasse un aspetto teso, bloccato, contratto nel Coro del suo quartiere, nelle prove del lunedì, con uno disteso, libero e pimpante nella Schola Cantorum di Cogliate, il martedì. Lei pure perdonava una doccia scozzese continua: freddo e caldo, freddo e caldo.
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A Pagina 479, manca 1 al nuovo assetto 80 della realtà 400. E così è narrato. Non bisognava farle conoscere 1 coro che era “meglio”! Perché quel “peggio”, prima, lei l’apprezzava e l’amava! Voleva restare! Aveva costretto Massimiliano ad andar via! Avendo avuto modo di fare un’altra esperienza, la Maestra dei due Cori si sentiva più libera, tra la gente di quel paese, con la quale non doveva fare i conti d’una presenza quotidiana, d’una conoscenza di vecchia data, lei che aveva per lo meno venti anni meno degli altri, con tutti questi adulti che l’avevano vista e trattata da bambina, poi da giovane e infine da adulta. A Cogliate, nelle feste importanti c’era la processione, sfilava la banda e poi lei, al comando del Coro, bella e gloriosa, in prima fila. Poteva esserlo, senza paura d’esibizionismi, perché quello era un compito attribuito a quel ruolo! Erano momenti di grande e spontanea bella mostra di sé. Erano gratificazioni importanti, elementi essenziali per chi, come lei, aveva – tutto sommato – una buona dote di timidezza, che mascherava assumendo eccessiva spavalderia. A Cogliate la definivano un peperino, a Saronno un’insicura, che, non volendo giocarsi, s’era fatto il suo gruppo ristretto d’amicizie, escludendo tutti gli altri. Una volta che Romano aveva cercato di dirle, nella Chiesetta in cui si festeggiava la Madonna di Marzo, che c’erano persone che si sentivano escluse, lei s’era inalberata con lui. Sapeva che egli accettava quel trattamento e godeva a mostrarglielo. Però lei aveva risposto “che non era vero”, che trattava Angelina nello stesso modo con il quale trattava lui... e non si rendeva conto di come lo trattasse! Forse come trattava Nadia e poche altre o forse nessun’altra? No, era divenuta con molti un ghiacciolo, che gelava ogni pallido tentativo di calore, da quando, osannata da tutti a Cogliate e lusingata nel suo amor proprio, aveva cominciato a fare i suoi confronti. Che ci stava a fare in Cassina? Se seguitava era proprio 1 cretina! (Doveva togliere di mezzo il suo 1 ed aggiungerlo qui, in questa pagina 79, per arrivare all’80, al suo ottimo). A lei però era ignota una cosa: che proprio i suoi cattivi cantori di Cassina, l’avevano proposta anche per quel luogo molto più favorevole… ma non certo per essere poi lasciati come conseguenza del nobile gesto. Avevano confidato – questo sì, e molto! – che a Cogliate non si approfittassero. Avuta la Maestra da condividere, non avrebbero dovuto farle ponti d’oro: sarebbe stata veramente una concorrenza sleale, fatta da persone veramente ingrate e che non avrebbero meritato altro, in quel caso, che calci in culo. (Il 79 era l’errore). Quindi Romano capì che sarebbero arrivati tempi duri per i suoi amici di Saronno. Nel giorno dell’esibizione in teatro – A Cassina Ferrara quando mai? – era presente anche la madre di «Smeraldy». Era gioviale con chi la conosceva: fu incontrata sull’uscio, lei con la figlia da Amodeo, che le salutò e solo la figlia rispose, passando via. Poco oltre c’era Angioletto e si fermarono a parlare cordialmente… appunto: figli e figliastri, un costume di famiglia. (1 cassinatt reprobo e tutti gli altri OK). Il Concerto fu il personale trionfo di 1, in particolare: «Smeraldy». Bella, vestita con una giacchetta color smeraldo, al collo un foulard nero a fiorellini gialli, diresse con Maestria e ricevette le ovazioni del pubblico. Baci e abbracci, ripetuti, tra lei e Lotito. Dopo l’esecuzione, giù negli spogliatoi, il macellaio del paese, che cantava come tenore esclamò: “Baciamo la Maestra!” e andarono tutti, uno dopo l’altro, a farlo ed a stringersela al petto. (Vedete? Tutti in favore di una, affinché 1+79 porti ad 80, l’addio alla Cassina).
La pag. 480 indica il nuovo assetto complessivo (da –40 a +40), della realtà 400. Il solo che non lo fece fu Romano, che pensava a come fossero differenti, le cose, a Cassina Ferrara e che non voleva approfittarsi, solo della favorevole occasione d’essere in quel luogo, per rubare ciò che, ai suoi amici saronnesi, sarebbe stato rubato proprio attraverso quelle smancerie e quelle lusinghe. (Romano si dissocia dai salamelecchi). Dopo che lei ebbe ricevuto tutto ciò dagli uomini e dalle donne della Schola Cantorum di Cogliate, per caso «Cicciobella» dovette spostarsi in direzione di Romano, che si era astenuto da ogni corteggiamento; ed egli si complimentò, seriamente, esprimendo la sua schietta verità: “Brava! Davvero!” Lo aveva anche gridato, in teatro, unico, mentre tutti l’applaudivano. Lei fece finta di non vederlo né sentirlo e il cantore capì che tutto, tra loro due, era ritornato nella più perfetta delle normalità: il troppo incenso le aveva dato alla testa, e con Romano c’era gusto, per lei, solo nel mortificarlo. (La situazione tra loro si era riassettata: +80 in un verso –80 nell’altro). Era la conseguenza, che vedeva su di sé, dello stesso atteggiamento che avrebbe presto assunto con tutti i suoi Coristi della Cassina: gente di serie B, non poteva perdere tempo ulteriore con loro. (Non è un nuovo assetto?) Mentre a Cassina Ferrara era stato deciso un periodo di due settimane di riposo, adducendo a motivo che il prossimo impegno sarebbe stato solo per la Pasqua, a Cogliate l’attività ferveva per le festività intermedie, la più importante delle quali era la Madonna di Marzo. C’era più gusto a Cogliate! Troppo poco, invece, da assaporare a Saronno, ove un anno di prove portavano a solo 7 apparizioni, contro le 27 circa, in quel paese. Qui i coristi erano il doppio, affabili, bravi, e Don Carlo non lesinava le bustarelle, per chi lavorava, a dirigere il canto e a suonare l’organo. Condizioni così più favorevoli ed anche giuste, alle quali solo una Santa si sarebbe opposta, nella necessità di privilegiare una delle due Cantorie. Dirigere poteva essere anche gratificante, ma era un lavoro vero e proprio ed era giusto che fosse retribuito. Si ricominciò con le prove anche a Cassina. Una sera Don Luigi fece una breve visita e sollecitò una maggiore partecipazione. Bisognava riuscire a mobilitare maggiormente la gente del quartiere. (Un riassetto nella partecipazione). “Che posso fare? Andare casa per casa ad invitare la gente? – chiese a lui la Maestra del Coro. E Romano pensò a quanto sarebbe successo tra non molto. Cessò di cantare. Uscito Don luigi ed accorgendosi come, da allora, egli fosse restato muto: “Romano, non canti più?” gli domandò lei e la sua risposta fu: “Don Luigi mi crea un forte disagio”, e non disse tutta la verità, perché stava ricordando come lei non volle invitare nemmeno lui, che le aveva chiesto: “Chiedi e vengo!” ed ora la sentiva dire come non potesse andare ad invitare tutti. Cominciò a desiderare di non andare più a cantare neppure lui. Ma erano desideri che come venivano così se ne andavano via. Non sarebbe stato capace di farlo. (Riassetto). Martedì, 25 gennaio del 2.000 era a Cogliate. Mentre «Occhi verdi» era di schiena, le picchiettò sulla spalla sinistra. Lei si girò di scatto da quella parte e Romano: “Fammi gli auguri!” (Nuovo atteggiamento) “Auguri!” rispose lei, al volo. (Come negarlo anche in lei ?)
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“Oggi invecchio d’un anno.” “Meglio a te che a me!” e «Peperina» si girò divertita, nuovamente dall’altra parte, avendo fatto già un grande sforzo a fargli gli auguri, così prontamente richiesti. In febbraio nella tanta posta scritta e non spedita, con la quale Amodeo dava vita, a modo suo, alle relazioni tutte e solo vissute nella sua mente, ci fu una lettera di dimissioni, scritta il giorno 2, nella quale si dichiarava stanco e si chiedeva per qual mai ragione seguitasse ad accettare scortesie dal suo angelo e a restargli ancora a contatto. Arrivò poco dopo il giorno di San Valentino e Amodeo, pensando ad «Occhi verdi», che, per quanto tenuta in palmo di mano a Cogliate, in sostanza non aveva davvero nessuno che le premesse…, per quel vizio, che egli aveva, di voler essere sempre chi, per interposta persona, risolvesse (assurdamente) i problemi degli altri…, ordinò egli stesso, dal fioraio, un gran mazzo di rose rosse e glielo fece recapitare a casa, in modo anonimo. Non inserì nessun biglietto suo, giacché egli non aveva, di certo, nessun titolo per porsi personalmente in quella veste; per lo più essendo tormentato da propositi di interrompere anche quelle relazioni che erano in atto e non lo soddisfacevano. Si trattò di galanteria allo stato puro, espressa nell’intenzione che “virtualmente” colmasse una lacuna di «Occhi verdi», voluta dalle circostanze. Eppure quel gesto di squisito omaggio, seppur mosso da intenzioni così belle, fu interpretato diversamente, giacché lei, non fidandosi mai di nessuno, sospettava sempre secondi fini e non sapeva accogliere le cose solo per quello che erano: un puro augurio, che ella ritrovasse una sua via. In verità «Smeraldy» non sapeva giudicare ciò che sentiva: con Romano era tanto a suo agio nella sua mente, che se lo sentiva suo, gli aveva creduto. Però era indispettita dal fatto che egli facesse, sempre come voleva, cose che sapeva bene quanto lei non gradisse. Questo le faceva dubitare del suo affetto, cui, a modo tutto suo, teneva e l’avversione era proporzionata all’attaccamento che ella pure aveva, ma contro cui combatteva. Romano, pertanto, era una faccia da schiaffi, il tipo ribelle e indipendente cui dar sonore lezioni, affinché capisse che – se lei voleva – gli faceva anche fare il galletto, faceva anche ‘sì che la gente si fermasse a visionare le sue riprese e altre cose che piacevano a lui! Ci aveva provato: spazio gliene aveva dato ed egli l’aveva anche ringraziata. E allora? Pertanto il suo poco rispetto, per i suoi gusti, rivelava solo poco amore, e un tipo così egocentrico e pieno di sé non l’avrebbe voluto nemmeno se fosse stato ricoperto d’oro! Intanto però ci pensava. Altrimenti avrebbe riso su quei fiori e avrebbe ringraziato chiunque altro glieli avesse mandati. Mandati da lui non c’era da ridere. Con Romano erano una cosa seria. Lei avvertiva questa condizione, ma non si raccapezzava perché ci fosse. Poi credeva di capirlo: era una cosa seria perché si arrabbiava e pertanto egli doveva smettere. Già! Ma quella non era la causa, era solo l’effetto. Per qual motivo lei si arrabbiava? Eccola: era contraddetta, e non le andava di esserlo, da lui. Era in atto un appassionante incontro-scontro, tra loro due, che faceva anche soffrire, come tutte le passioni. Ed era un affare molto serio, proprio per la grande importanza, data a loro due, non dall’aspetto (più o meno ricoperto d’oro), o dagli atteggiamenti (più o meno validi, assunti dalle due parti…), no! questa importanza era dettata solo dal destino! Dio li aveva immaginati esattamente così: la Maestra del Coro della sua Chiesa, come persona singola e la sua controparte: un singolo che, in Paradiso, sarebbe valso come un collettivo e avrebbe realmente impersonato tutto il suo Coro dei credenti in Gesù.
Dio voleva questo perché era la vocazione stessa di Romano. Quante volte si metteva a rappresentare sempre tutti, in favore del Coro? Egli, che si poneva in concreto come la sua anima, in Paradiso sarebbe stato proprio quello… Nel Paradiso si avverano tutti i sogni belli! Insomma una questione sublime. Dio puntava – con loro due – seriamente coinvolti e in vario modo con il suo Cristo Gesù, al superamento assoluto dei limiti della realtà, espressa al singolare, attraverso la risposta collettiva, attribuibile esattamente ad un Coro, in cui le voci, e le anime, fossero fuse in una sola armonia: un cuor solo e un’anima sola. L’avrebbero realizzato loro due, per essere, o essere stati, intimi con Gesù. Vedete, dando retta alla verità del divenire, la vita muore, dando valore all’essere, tutto ciò che è stato, sopravvive per sempre e resta posizionato nella data in cui esistette. La suora esistente nella vita della Maestra del Coro, non era stata superata dall’ultima condizione: Dio le aveva dato di più, senza toglierle nulla del dono di sé, fatto da lei per voto, rispettato 10 anni, come sposa di Suo Figlio. Una promessa da cui era stata fatta salva solo da una malattia! Dio non è un ingrato che dimentica un gesto buono, se ti sottopone un’atra partita da vincere, dandoti nuovi obiettivi. Romano sarà, in Paradiso, chi concretamente fonderà, in uno solo, tutti coloro cui lei insegna, e lei sarà la sposa, la mamma, l’educatrice e la guida di tutti loro… così come è lui: un bambino. Avverrà nel segno della grazia e dell’armonia della musica rivolta a Dio. Per questo il Signore l’ha messa ad insegnar canto… ai bambini. Romano, quel piccolo di due anni e mezzo, strappato dalla Madonna alla morte e conservato così, nella semplicità del suo mondo ideale, ha l’età giusta per andare all’asilo e sarà immedesimato anche in tutti loro. Una finalità grandiosa! Per ottenerla, in concreto – laddove, come scrisse Dante: “Tutto si puote ciò che si vuole” – occorrerà che ciò si voglia, e sarà Romano a volerlo, per tutta la fame e la sete indotta da un vero e proprio supplizio di Tantalo. Romano già lo voleva qui sulla Terra, non avendo altro potere, per realizzarlo, che registrare il suo canto nelle quattro piste del suo registratore professionale, potendolo già fare, con quella sorprendente estensione nella voce concessa a lui dalla Natura. Una sera aveva portato in Cantoria un Santo che aveva registrato da solo con 4 voci! Al momento, qui sulla Terra, la situazione era critica solo perché Romano si accendesse sempre più di passione! Perciò era una esigenza superiore che i due non s’intendessero mai. Il destino li avrebbe fatto litigare, a livelli sempre più alti, e a un certo punto l’intero Coro, guidato dal suo Prete, si sarebbe posto in modo tale, con Romano, da imporgli una assoluta volontà ad invaderlo, ad entrare, ad una ad una, in tutte quelle singole menti, per far loro capire... i valori della giustizia e dell’amore. Avendone il modo, di realizzarlo concretamente, in Paradiso, Romano sarebbe stata l’anima comune del coro: proprio come la pietra che, scartata dal costruttore, sarebbe diventata testata d’angolo. Così, quei fiori, mandati nella festa degli innamorati, sarebbero giunti a segno, e proprio nelle intenzioni buone di Amodeo, accolte dal Signore, in definitiva! Giacché fatte respingere nel primo momento, sotto l’apparenza punitiva, dalla incomprensione della Maestra del Coro. Dio sorprenderà tutti per la sua infinita bontà. Ma il suo metodo è comprensibile, perché dà ragione, alla fine, sempre a chi ama, dopo che, al principio, ha privilegiato la condizione per la quale l’amore non porti disturbo, per cui vincano le ragioni del no, quando, tra due persone, esse siano differenti.
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Quei fiori, in questa iniziale fase terrena, in cui sono privilegiate le ragioni della discordia, pur essendo, in se stessi, auspici di gioia e di armonia, portarono solo nuova discordia. Accadde così: il giorno dopo San Valentino, si cantò in Chiesa, a Cogliate. «Cicciobella», prima che iniziasse la messa, entrò tra i cantori e si mosse verso di lui. Senza guardarlo né salutarlo e stando girata di fianco, gli si piazzò ostentatamente davanti, quasi addosso. Cominciò a parlare intensamente con una delle donne della fila davanti a Romano, chiedendole di tutto: come stesse la madre, la sorella, la cognata e il figlio della portinaia…, (se ci fossero state realmente tutte queste persone). Fece questo in modo sottile, ma anche molto ostentato. È l’intenzione fu quella di esprimere in modo indiretto (e anonimo anche il suo), a lui (mentre parlava con lei) questo sottinteso messaggio: “Vedi Romano? Come sono premurosa io, quando voglio esserlo? È inutile che tu mi mandi fiori a San Valentino; se la metti in questi termini, io non ti do retta, non ti vedo nemmeno! Possibile che ancora non lo capisci? Ti aspetti un ‘grazie!’ ? Ma nemmeno per idea! Mai e poi mai! Così tu m’indisponi soltanto.”
Avrebbe abbandonato ogni gioia e interesse, senza la forza che riceveva da «Occhi verdi»; forte proprio per tutte quelle contraddizioni che esistevano tra loro. Romano si pentì immediatamente d’essersi dimesso dal Coro e d’avere inviato quella lettera: non aveva agito verso la libertà, ma nel senso dell’annientamento di ogni passione, e si accusò di essere sempre troppo impulsivo, di prendere sempre decisioni eccessive e avventate! Quella finestra aperta sull’Inferno era la sua vera speranza per il Paradiso!
Un dialogo tra sordomuti, che non si guardano, è impossibile: il risultato – che ebbero tutti e due – non fu quello voluto: • lei, probabilmente, intendeva dare solo una garbata lezione: tutto lì. • lui patì di avere ricevuto solo un grave affronto: tutto lì. Nel modo di pensare di Romano, i fiori non ferivano, il disprezzo così ostentato, faceva sanguinare il cuore. Romano ne restò ferito, turbato e al Gloria…, sbagliò le parole e «Peperina» gli lanciò un’occhiata feroce. Tornato a casa le scrisse, d’impeto, una lettera: ne aveva abbastanza. Le scrisse e stavolta trasmise la lettera, che era il 28 febbraio 1999, era San Romano e che intendeva con ciò fare un bel dono a se stesso e a lei: le toglieva il disturbo. Scrisse che si era sbagliato: l’aveva definita “una finestra aperta sul Paradiso”… No, essa era aperta “sull’Inferno”. In verità, scrivendo questo, non si stava sbagliando. Dio in questo primo tratto della vita, ci mostra il suo Inferno, in cui alla fine, vincitrice ultima, appare essere la morte. Ma questa è solo una dinamica perversa e inversa. Il nostro io è come il nostro punto di osservazione, che si muove sulla Terra nel senso rivolto all’alba e vede concretamente il Sole e il giorno avviati invece verso il tramonto. Noi oggi siamo ingannati, da Dio, a fin di bene e tutto il negativo e il dolore, della vita, sono le più forti garanzie e premesse, proprio per la vittoria contro quel negativo e quel dolore da cui stiamo venendo via nel mentre stesso che ci sembra di entrarci. Romano avrebbe disertato anche il suo apporto canoro a Cassina Ferrara. Reagiva negativamente, anche lui, nella logica perversa che esiste oggi nel mondo, e fuggiva, in un modo così deciso, proprio giacché voleva non fuggire affatto in quel modo. L’esistenza è complessa in se stessa: sono le ragioni del sì e del no quelle che poi si legano, tra loro, indissolubilmente, a costituire l’unità; sono i sessi opposti a fare un forte legame familiare; è solo la guerra a consentire la pace. La vera forza che agiva in Romano era il voler seguire, così egli s’accorse che non avrebbe potuto esistere non seguendo, andando contro se stesso e il profondo desiderio.
Lettore, non annoiarti se è condotta questa analisi. Non sono importanti i gesti della vita, ma il comprendere, fino in fondo, qual sia il meccanismo, se si desidera assumere un giorno la guida della macchina, portando le situazioni e non essendone portati. È facile vivere di rimessa: sorridere a chi ti sorridere e sputare a chi ti sputa. Ma chi fa questo non ha alcuna libertà, si comporta come un puro meccanismo. Già la nostra dinamica è dettata dal Principio di Azione e Reazione… Ma essa esprime la condizione del vincolo, determinato dalla Legge. Noi dobbiamo riuscire a divenire come Gesù che è il padrone del Sabato, dobbiamo sovvertire la legge dell’automatismo e giungere ad amare chi ci odia. Questa è la vera libertà: mandare a San Valentino un gran mazzo di Rose Rosse a chi per questo ti sputerà in faccia. Non è sbagliato! Sbaglia chi sputa in faccia ricevendo un gesto gentile. Bisogna cessare di dare ragione a chi non ce l’ha! E – per poterlo fare ragionevolmente – bisogna riuscire a capire che cosa sia la ragione, quale sia il suo meccanismo. Ha ragione chi è nella Verità, ed essa non dipende dal gusto o dal disgusto, ma da una entità che va oltre, ben oltre. E non è questione di numeri. Non è la massa a stabilire la verità, non è la democrazia, o la ragione dei più. Può aver ragione uno solo, anche se è unico tra tutti. Questa è la prima lezione da assumere. Se ti disgusta dare una mano ad un lebbroso, non è una ragione valida per non darla. Ecco perché questi fatti, che riguardano la psicologia di Romano, ti sono espressi con tanto dettaglio. Io li conosco e te li evidenzio. Così questo libro cessa di essere una cronologia di azioni, e diventa uno strumento di ricerca della verità, a partire dalla vita reale. Romano tornò immediatamente a Cogliate, sorprendendo probabilmente «Smeraldy», quando lo vide. Prima che iniziasse la prova, egli ritenne di chiedere scusa e, mentre lei stava parlando con Gigi Borgonovo, l’organista, andò da loro e si rivolse a lei – che gli parve tesa e pronta a ricevere… veramente di tutto – in questi termini precisi e concisi: “Perdonami! Spesso il mio comportamento risulta odioso perfino a me stesso.” Rientrò nei ranghi, con la coda tra le gambe, umiliato e pentito, e ben deciso, più che mai, a rispettare tutte le distanze, tra la Maestra del Coro e se stesso, un suo semplice corista che, per come si comportava non le era granché simpatico. Romano stava dando luogo, in questo periodo, alla migliore sistemazione del suo sito su Internet. Il suo amico Salvatore gli aveva aperto, mesi prima, un indirizzo che avevano chiamato www.new-is.com. Era la dizione di New Italic School, ma significava anche New International Sistem.
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Cominciarono ad esserci accessi, ma non essendo fatta pubblicità, essi potevano derivare solo da contatti attraverso i motori di ricerca, se fosse stato inserito il nominativo con le parole scelte a chiave, cosa che mancava.”
sua terminologia era differente da quella canonica, e quindi era necessario conoscere esattamente quali attributi egli usava per le parole.
Avendo trovato notizia, su Internet, d’un concorso bandito dalla Pirelli, Award 2000, Amodeo aveva deciso di parteciparvi. Aveva così cominciato a passare ore a mettere con più decisione tutta la sua dottrina su quel sito. Lavoro molto impegnativo, perché aveva scritto moltissimo e spaziava da una parte all’altra delle conoscenze scientifiche, coinvolgendo, in maniera solidale tra loro, informatica, matematica, geometria, fisica generale, fisica atomica, anatomia, filosofia e religione. Una impresa senza precedenti, per le relazioni e le interferenze esistenti tra i vari aspetti riguardanti l’uomo e il suo mondo fisico e metafisico. Dopo quasi due anni che aveva disertato i gruppi di discussione, decise che era il caso di ricomparire. Alcuni lo accolsero con un caloroso “O chi si vede, bentornato! Amodeo, facci sognare!” Forte della sua determinazione, cominciò a postare su tutti i siti scientifici del mondo e successe la stessa cosa che era capitata la volta prima: una impressione così forte d’intraprendenza, che cominciarono tutti a porsi una domanda, meno stupida di quel che sembrava: “Romano Amodeo è un programma?” Non era infatti possibile che rispondesse, con tanta velocità e profondità, alle domande più disparate. Certamente egli doveva avere un programma di risposte automatiche, del tipo “taglia e incolla”. Solo a queste condizioni una persona poteva tenere quel ritmo. Nel gruppo di discussione di filosofia, trovò estimatori eccezionali. C’era chi paragonava il suo pensiero a Severino, osservando che giungevano a conclusioni abbastanza vicine, ma giudicavano che il suo approccio era formidabile. Una persona lo definì “il nuovo genio d’Elea.” Tanti altri, invece, lo criticavano ferocemente. Questi gruppi erano di partecipazione libera, i nomi erano anche di fantasia e poteva succedere che si credesse di parlare con chissà chi, quando invece l’interlocutore magari era un ragazzetto di 11 anni, che scopiazzava qualcosa sui libri, per camuffare la propria condizione acerba. Poiché tutti possono osservare le risposte di tutti, trovando un giudizio pesante, rivolto contro un intervento, una persona, non sapendo che quella era la sbruffonata d’un troller (ossia d’un puro disturbatore) magari era indotto ad aggiungersi, come se, in qualche caso, ci fosse un vero movimento di protesta di massa, espressa da più persone, che magari erano sempre e solo quell’una sola che usava pseudonimi diversi. Dopo mesi, in cui inviò messaggi e intrecciò conversazioni, cominciò a vedere i suoi pezzi sparire dagli elenchi. Lo stavano boicottando anche qui. Decise di trarsi via, di destinare il suo tempo al suo sito, sempre migliorabile. Cominciò ad aggiungere il vocabolario che tanti chiedevano, perché si accorgevano che la
Lo chiamò Benito: voleva occuparsi di E-press? “E che cos’è?” “E’ il nome dell’azienda che ho costituito: sviluppa quel progetto informatico del motore di ricerca per la stampa quotidiana. A settembre cominceremo ad operare, ma si può cominciare a pensarci fin da subito, in modo da partire lanciati.” Andò a trovarlo con Oriente Carrieri, che aveva conosciuto attraverso Fiorella. La proposta di Benito fu che Romano divenisse il responsabile del ramo dello sviluppo relativo ai professionisti e a tutti quei Comuni che non erano serviti dalla Lega delle Autonomie Locali, l’associazione che raggruppava tutti i Comuni della sinistra italiana, circa 2.800 su un totale di 9.000. Romano avrebbe avuto il 40% dell’importo dei contratti, una cifra rilevante, che avrebbe consentito un vero e rapido arricchimento, se il servizio fosse riuscito ad imporsi. La ragione della presenza d’Oriente Carrieri, era che Amodeo non voleva darsi da fare se non organizzando il lavoro altrui. Oriente era uno di questi operatori che avrebbero potuto entrare a far parte dell’organico. Romano rispose al fratello che poteva aiutarlo, ma appunto in quella linea. Si sarebbero dovute dare tutte le deleghe. Ne parlo con Salvatore, esperto del mondo d’Internet. Non era molto convinto che un sito a pagamento potesse essere in quel settore un grosso affare. Già i giornali più noti erano accessibili su Internet. Romano gli spiegò che la E-press avrebbe potuto consentire le indagini estese a più giorni, a differenza della stampa quotidiana. Comunque ne avrebbero parlato meglio quando egli stesso ne avrebbe saputo di più Passarono quattro mesi dal Convegno. Una sera Cosimo Ausili era lì, ad attenderlo sotto casa, nel cortile della via Larga. Gli annunciò: “Finalmente ho ricevuto risposta. Padre Magni ha affermato che ha letto tutto quanto è stato scritto in relazione alla Fides et Ratio ma è stato veramente affascinato da quello che hai scritto tu. Ti vuole assolutamente conoscere. Eccoti il suo numero di telefono. Mettiti in contatto con lui. Scusami se ci ho impiegato mesi a risponderti, ma il comune amico, che ha fatto da tramite, era in ospedale.” Fu un ritardo opportuno, perché Padre Ulderico Magni aveva intanto letto tutto quanto d’altro era stato scritto a proposito della Fides et Ratio. Amodeo conobbe questo Sacerdote e seppe che aveva studiato filosofia nella stessa classe con il Woitila che poi sarebbe divenuto l’attuale Papa. Fu così che la Provvidenza aveva aggirato l’ostacolo frapposto da tutta la Chiesa e il messaggio era arrivato proprio là dove il Papa aveva studiato filosofia. Padre Ulderico Magni era una persona introdotta in molti ambienti della fede viva nell’aldilà, posseduta da chi, avendo avuto morti i figli, cercava ogni modo per riconoscerli ancora in vita.
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Amodeo fu invitato a tenere conferenze, perché Padre Magni aveva giudicato che il lavoro fatto da lui era degno d’essere conosciuto, doveva assolutamente superare l’isolamento. Si sarebbe fatto egli stesso promotore. Così, attraverso le mani di questo attento “piccolo”, la Provvidenza cominciò a far filtrare i contenuti che erano stati consegnati a Romano, perché fossero diffusi. Erano così trascorsi i primi mesi, del tanto atteso e temuto anno 2.000. Mariannina da un po’ di tempo era costipata. Le sue condizioni erano peggiorate, negli ultimi mesi, ma mai erano state come quella volta di quattro anni prima, a Vasto, quando ad un certo punto Amodeo aveva temuto che potesse morire. Una notte egli si svegliò alle due, iniziò a pensare alla sua vita, a come le cose sembravano essersi messe nella giusta direzione. Padre Magni era andato ad incontrarlo ed era stato con lui d’una cordialità così grande, gli aveva espresso il segno d’una stima enorme che Romano sentiva di ricevere, attraverso questo coetaneo del Papa, compagno di studi di Woitila, quella mano che dalla Provvidenza si era mossa finalmente verso di lui e lo stava facendo risorgere. L’anno prima era come se fosse morto ed ora, grazie alla presenza di questa cara mamma che dormiva alle sue spalle e agli aiuti delle persone buone e meno buone, nel segno destinato a ciascuno, ora stava per iniziare l’ultimo atto della sua vita. Poteva affermare che ormai ce l’aveva fatta. Sentì ad un tratto così forte l’amore di Dio su di lui, che si commosse fino alle lagrime. Lacrime dolci, d’un abbandono assoluto nella mani della Divina Provvidenza. Era lì ormai da tempo, in una condizione quasi d’estasi, girato verso l’esterno del letto, offrendo la schiena a sua madre, quando udì, distintamente, lei ricominciare a parlare e affermare, ad alta voce e netto è distinto: “E’ un bravo ragazzo!” Romano si girò di scatto verso di lei e le domandò “Mamma, che dici?” Lei non rispose. E ancora egli: “Mamma, che cosa hai detto?!? Lei non lo guardava nemmeno, restava muta. “Chi è un bravo ragazzo?” e lei: “Tu.” Quindici giorni dopo, senza più dure nulla, Mariannina morì. Era stata male la notte, le era restato sullo stomaco l’omogeneizzato di pollo. Verso le due Amodeo, accortosi del suo disturbo di stomaco, l’aveva con dolcezza girata di fianco e lei aveva vomitato. Si era ripresa. Alla mattina sembrava avere recuperato, tanto che Romano poté andare al Centro Sociale, a farsi dare le sue solite due porzioni di caffè. Tornato, lei dormiva, il respiro era normale, il cuore era accelerato, ma era stato sempre così. Tirò un profondo respiro di sollievo. Poté mettersi al computer e terminare il suo sito, ci mise non più di 10 minuti. Telefonò a Salvatore: “Salvatore, ho finalmente finito.” Mariannina dormiva. Si sedette un ultimo momento e spense il computer. Si girò verso di lei: ora era troppo ferma. Sua mamma aveva iniziato, finalmente anche lei, il suo cammino verso Dio, passando, dal sonno, alla sua risurrezione. Cercò di farla rinvenire. Poggiò le sue mani sul suo costato, con le due palme una sull’altra, come aveva visto fare quando era morto suo padre, e premette, con decisione e con attenzione, per non fratturare quelle fragili costole, ma premette, una, due, tre volte! No
basta! S’impose quello che aveva imposto all’infermiera per suo padre: bisognava lasciarla dove si era avviata. Solo 9 mesi prima, Sabato aveva fatto sapere che aveva preferito, che stava meglio così, per bocca di quella sua mamma, che ora stava meglio così, anche lei, dopo tanti anni in cui era stata vecchia e debilitata, proprio lei che aveva pregato tante volte la Madonnina che “Vecchia no!” Dieci anni di penitenza, con quel suo figlio e per quel suo figlio, che aveva voluto giudicare, l’ultima volta che aveva potuto: semplicemente “Un bravo ragazzo.” Telefonò di nuovo a Salvatore, dieci minuti dopo la prima volta: “Mamma è morta.” Fu questo sua amico, alcuni mesi dopo, a confidargli d’esserne stato molto impressionato. Appena gli aveva rivelato “Ho finalmente finito” sua mamma era morta. Era restato colpito dal fatto che, Amodeo, aveva sempre legato, lo stato del suo lavoro, alla vita di sua madre che glielo aveva permesso. Questa è una bella fiaba, che mi sta facendo piangere da dieci minuti, mentre ve la sto raccontando. Io non sono niente di buono, io sono cattivo. Posso sperare solo nel Signore, perché venga presto a salvare anche me. Io vorrei essere, già lì, dove avrei dovuto essere da ben 62 anni. Chiedo perdono a chi ho fatto soffrire, ma vorrei tanto seguire mamma, nel suo nuovo cammino! È domenica, mentre vi scrivo, sono le ore 19 e 10 minuti; sta scoppiando un temporale. Ci sono tuoni e fulmini e basterebbe uno solo d’essi. Ma non è questa, la trama, coerente con tutti i segni, che collocano la mia morte a due mesi esatti dopo il venerdì di Pasqua del 2.004.
Romano sollevò sua madre morta, la depose su quella sdraio che già tante volte l’aveva accolta viva, e rifece il letto, ripulì ogni cosa. Infine spogliò e rivestì sua madre, dei vestiti che l’avrebbero accompagnata laddove lei più volte s’era raccomandata andasse il suo corpo: l’inceneritoio. La rimise nel letto. Poggiò un guanciale sotto il mento, affinché la bocca le restasse chiusa, dopo che la ripose nel letto. Andò in Chiesa, affinché il Parroco venisse a benedire e a dare l’estrema unzione al corpo, ormai spento, di sua madre. Vennero le persone più vicine alla Chiesa, tra le quali Antonietta Lattuada, entrarono in quel luogo, cui Romano aveva dato più aria che si potesse. Poi accorsero i parenti, Giancarla tra i primi. Non si poté avere un certificato di morte, che sarebbe dovuto essere compito del suo medico curante, il Dott. Locatelli, di Milano. Non fu possibile che lo stilasse un medico di Saronno e, tra le proteste di Amodeo, per la salma di Mariannina fu necessaria l’autopsia, la violenza d’inutili tagli su quel piccolo corpo che, con il tempo, si era accorciato di quasi 10 centimetri e che, con i suoi 90 anni compiuti e una malattia protrattasi per 10 anni, non necessitava, di certo, che fossero indagate le ragioni d’una morte. Ci fu la veglia in Chiesa. Accorsero tutte le persone della Cantoria, anche la Maestra del Coro, e tutte, tranne lei, vollero dire ad Amodeo una parola di conforto. Al funerale accorsero tutti i suoi amici, di tutte le Cantorie in cui Romano cantava in quel momento: Cassina Ferrara, Sant’Ambrogio e Santa Cecilia, in Cogliate, S. Cecilia in Saronno. Un foltissimo gruppo di cantori, al bel funerale di sua madre Mariannina.
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Monsignor Centemeri, il preposto di Saronno, volle concelebrare la messa, assieme a Don Luigi, riconoscente, ad Amodeo, per il fervore con il quale partecipava alla Corale della sua Chiesa. Romano volle proclamare il saluto, ultimo, a quella donna piccola, nel corpo, ma che gli aveva salvato la vita, ormai tante volte quante le dita d’una mano: “Questo non sia un momento di tristezza! Ve lo chiede mia madre, di cui io sto solo esprimendo le intenzioni, che non sono imprigionate in quella bara. Questa donna voleva farsi suora, ma fu strappata, al suo proposito, da un uomo che seppe porsi come il suo prossimo; servì così il Signore, nel suo sapiente disegno e fu mamma e vera Maestra dei bambini, in 45 anni d’attività. Vi assicuro che è stata, per i suoi alunni, le loro famiglie e la sua stessa, una sorgente inesauribile di bene, dedizione e insegnamento. Perciò ora è lei, non io, chi vi ringrazia tutti, uno per uno, per essere accorsi qui, come i suoi tanti figli, a partecipare alla festa del suo meraviglioso ingresso nel Regno di Dio.” Alla fine della messa tutti gli amici di Romano si accostarono e, uno per uno, l’abbracciarono e lo baciarono. Da quel momento sarebbero stati intesi – da lui – veri fratelli: perché avevano partecipato, come figli, a quell’adozione fatta da sua madre, attraverso di lui, nel momento del suo viaggio verso il Paradiso. Per Amodeo, queste intenzioni non erano momentanei e fuggevoli proponimenti dell’animo, e se ne sarebbe accorto nel momento in cui, due anni dopo, essi – dimentichi di tutto – avrebbero disdetto ogni amicizia con lui, e si sarebbero chiesti “Come mai, perché – trovandosi all’improvviso tra nemici – egli volesse restare con loro!” Fu grazie alla morte di sua madre, che Romano perdonò ogni torto, a tutti coloro che l’avevano avversato: in primo luogo gli esponenti della Chiesa, a cominciare da Don Luigi Carnelli, che aveva gettato, tra tutti loro, la prima pietra per la sua personale mortificazione.
Capitolo 54
Che mamma!
Era l’aprile del 2.000 e da poco era stata incenerita sua madre, con una cerimonia disumana avvenuta al cimitero di Lambrate, in Milano. Il forno spalancò la sua bocca, e la bara, posta su un rullo, fu trainata e introdotta in quella apertura dalla luce abbagliante. Il tutto davanti al freddo schermo d’un televisore, in perfetta solitudine, i due figli: Romano di 62 anni compiuti e Benito, di 59. Il minore dei due dovette consolare il maggiore, scoppiato in un pianto dirotto, mentre le migliaia di gradi, di quella fornace, stavano facendo scempio del corpo della loro piccola e straordinaria mammina. Questo è un capitolo molto, molto difficile, di pura teoria; però è assolutamente importante, per le verità che vi sono contenute. Va esposto qui, a questo punto, perché è l’eredità lasciata a Romano dalla sua madre, e spiega che cosa ha capito, grazie a lei, di essere e in che realtà assoluta il tutto giace. Sono conquiste volutamente presentate come da un esaltato. Dio fa ‘sì che ciò sia accessibile solo a chi sia così umile che, non distratto dalla forma, possa vedere il puro e semplice contenuto, la sostanza delle cose. Esiste troppa presunzione nel mondo, per come è conosciuto oggi! Sembra che chi comandi sia l’uomo e non Dio! All’uomo sembra sia possibile d’andare perfino contro la volontà del Signore... Che idea assurda, essendo assoluta la volontà del Padre Eterno! Pertanto Amodeo assume – e lo fa volutamente – toni tali da disgustare tutti i saccenti. Li disgusta di proposito, mostrandosi il più ambizioso e presuntuoso che sia possibile; per quanto non dovrebbe essere creduto ne stimato così: egli infatti sostiene e dimostra (in modo veramente inconfutabile) di essere assolutamente un inetto, di non esser capace, egli per primo – ed esattamente come tutti – di fare, di trasformare le cose, nessuna cosa. Pertanto si consiglia la lettura solo agli adulti: i quali sono tutti coloro che non si fanno ingannare, in alcun modo, dalle forme, e sanno cogliere i contenuti. Chi non è in grado di prestare attenzione ai contenuti, e si fa distrarre e confondere dai toni, volutamente esaltati, non legga. L’esaltazione è inserita, apposta, a consentire la lettura solo a chi possieda questa maturità, in quanto sono spiegate cose pericolosissime, che potrebbero portare a far saltare l’universo, e una simile bomba non può essere messa, da Dio, in mano a scienziati che siano ancora bambini. Amodeo aveva sperato che un fulmine lo cogliesse, ma la sua mortificazione ancora non era compiuta, doveva attendere come un vero fulmine a Cogliate. C’è ancora tempo, il racconto non è ancora finito. Restano ancora argomenti, perché siamo arrivati solo all’aprile 2000 e – se i segni saranno confermati – questa fiaba voluta dalla Provvidenza di Dio si concluderà due mesi esatti dopo il Venerdì Santo del 2.004. Romano Amodeo fu disegnato come un cristiano della Chiesa Romana che Ama-Dio e crede nella Madonna. È nato durante un’aurora boreale, un mese esatto dopo il 25 dicembre, nascita di Gesù. È stato adottato a secondo figlio dalla Madonna, per via dell’amore d’una mamma che volle dalla Madonna, per lui innocente come Gesù, la pietà per il Figlio Gesù innocente. Ha avuto il compito di porsi autorevolmente, davanti agli uomini, per la conoscenza, concessa a lui, delle questioni assolute che regolano il mondo relativo alla fisica reale, in modo che faccia testo e sia autorevole, il vangelo di Gesù proclamato a partire dalla
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scienza. Romano è il figlio povero della Madonna ed è stato chiamato ad usare la gamba povera dell’uomo: quella dell’intelligenza, mentre la gamba forte è quella della fede nel Primo Figlio, Gesù, che ha nella Fede il suo primato. Così il naturale termine, alla fiaba animata da Dio, di quest’esponente del cattolicesimo Romano che Ama-Dio (e la Madre di Gesù-Dio), che è stato adottato a Suo doppione, ci sarà quando Amodeo avrà compiuto 66 anni (il doppio dei 33 di Gesù), e a due mesi dalla Sua morte, giacché ha visto la luce 1 mese dopo la Sua nascita della tradizione. Morrà o morirà solo per il mondo. Quando si tratta di belle fiabe, tutto è lecito. A me, che l’osservo, questa vita appare, a questo punto, davvero una fiaba impostata tutta sul Primato di Gesù, che usa la Prima gamba della Fede, e su quello – tutto secondario – di chi, come Romano, è il primo ad usare (in modo così determinato per arrivare alle stesse conclusioni di Gesù) la seconda gamba: quella della Ragione. Per giungere allo stesso risultato di Gesù e portarvi tutti coloro che non sono stati fatti oggetto del dono della Fede.
Il metodo, del Potere Assoluto, secondo cui Esso dà luogo ai 3 lati del triangolo, a partire da punti (vertici senza dimensione), è attuato attraverso un’assoluta attrazione tra i punti opposti. Essa si realizza mediante un elettromagnetismo che procede a tale velocità che non occorre tempo perché il tutto sia percorso. Ma, se fosse solo così, ci sarebbe un unico verso tra i due vertici. Pertanto ne occorrono due, e che i sensi si contrappongano. È il prodotto scalare delle due velocità assolute e vettoriali (tra i vertici del Potere Assoluto: di generare spazio e tempo) che genera le tre lunghezze scalari dei tre lati del triangolo equilatero. Pensando a Dio come al Potere assoluto che realizza questo, ove il Padre e il Figlio sono i due Vertici, allora lo Spirito è il lato, e ciò esiste come una meravigliosa e perfetta interrelazione tra il tutto (la linea) e il nulla (i vertici). Così le tre Persone di Dio sono simultaneamente analoghe a vertici e linee, a niente e tutto in fatto di spazio. Esaminando una sola linea, ed immaginandola come lo Spirito Santo, esteso tra i limiti puntiformi del Padre e del Figlio, questa estensione è data dalle due opposte velocità assolute che esistono nella linea. Lo scontro o, meglio, la combinazione che così si realizza, fa esistere la linea come estesa e come spazio scalare. Gli opposti limiti si compensano così bene e le due velocità assolute si compongono in modo talmente perfetto, che quella linea appare esistere di per sé. Cause opposte, assolute e concomitanti, determinano la quantità dello spazio che coesiste, nel suo insieme oggettivo. È in tal modo che il Potere Assoluto – cioè Dio – realizza lo spazio reale dell’universo, e lo fa per piani, perché è secondo il piano ideale della Sua immaginazione intima ed assoluta. Il volume, che rispetti la forma del triangolo equilatero come faccia, è compreso poi necessariamente tra 4 facce, e sono le 4 dimensioni della realtà costruita per piani. Il volume diventa il contenuto del perfetto tetraedro. Nella fisica, il tetraedro è la forma del cristallo più duro che esista: il diamante, che è puro carbonio, peso atomico 12. Questo numero risulta quanto la somma delle variazioni che esistono nel tetraedro, messe in relazione, per sottrazione, ai 2 versi di ogni spazio. Così: le 4 facce sommate ai 4 vertici ed alle 6 linee congiungenti (4+4+6=14), messe in relazione alla coppia che sempre genera ogni cosa, tanto che 14–2=12. Se moltiplichiamo, anziché sommare la variazione che esiste, abbiamo che 4×4×6=96 diventa il valore di tutta la carica dello spostamento (lo spazio è spostamento della luce), diventa ciò che in fisica è la costante di Faraday rispetto all’elettromagnetismo. È qui che cominciano a crearsi le basi del possibile accordo tra il sistema a triangoli e quello a quadrati. 96 (che è tutta la combinazione delle 3 diverse combinazioni, per aree, punti e linee che esistono nel tetraedro), incrementato della dimensione 4 (dei lati o dei vertici del quadrato), porta il volume della combinazione avente per carica 96 a realizzarsi (grazie alle 4 dimensioni reali, 3 di spazio ed 1 di tempo) tutto nell’area del quadrato. Questo quadrato così assume necessariamente il lato 10, corrispondente all’area data dalla somma 96+4=100, che realizza la combinazione globale (esistente nel tetraedro), aggiungendo le 4 dimensioni delle forma quadrata. A questo punto, quello che esiste realmente è l’area del quadrato; e il tempo, che avanza, è la reale traslazione del quadrato, alla velocità della luce (velocità del tempo, perché è la luce cerebrale, del soggetto osservatore, che avanza nel tempo e osserva dove sia il cosiddetto presente: presente sempre a se stesso, l’osservatore). Il flusso elettromagnetico assume la caratterizzazione di spazio (la sezione del flusso) che esiste indipendentemente dal movimento e di tempo (che è il moto apparente della faccia che avanza nel tempo alla velocità del tempo, ossia della luce cerebrale di chi ciò osserva). Moto solo apparente, perché seguita ad esistere il volume (combinato secondo la forma a tre, del tetraedro), anche se l’abbiamo inglobato in una faccia avente la forma quadrata (quello che qui conta sono solo i numeri: le forme sono puri attributi geometrici dati ai numeri). Ora il volume esiste non più come accadeva nel tetraedro (che esisteva tra 4 vertici e 4 linee), ora il volume esiste tra 8 vertici e 12 linee, ed è il cubo.
Se però un giorno dovesse succedere a qualche Papa maldestro di voler porre questo Romano Amodeo come un Santo… “Alt! Sono io stesso, qui, che mi oppongo: l’unico buono è il Padre. La sola Gloria possibile, all’uomo, è nel momento che muore – e muore interamente, a se stesso – per il Padre.” Io, l’anima che sta osservando la storia di questa vita, la vedo veramente come un cartone animato da Dio, ma è quella d’un vero peccatore e non d’un Santo. Guai a chi immaginasse che qui si compia una subdola gratificazione e santificazione d’Amodeo, sull’onda di quanto ha voluto e potuto il solo Dio. Amodeo avrebbe potuto essere chiunque e non ci sarebbe stata differenza, nello sforzo di Dio per immaginarlo. Allo stesso modo d’uno scrittore, che compie un lavoro assolutamente identico, sia che inventi la storia d’un santo, sia quella d’un peccatore. Tutte le storie sono uguali: sono irreali in se stesse. Per essere realizzate, occorre che un’entità le animi, interpretandole. E un interprete, chiamato ad interpretare la storia d’un santo, non è migliore di quello chiamato a dar vita, ad animare, la storia d’un peccatore. Amodeo stesso lo afferma ripetutamente: “Chi mai andrebbe a dar colpe, e a punire, chi – poveretto! – avesse dovuto interpretare il personaggio della vita d’un Hitler?” Allo stesso modo, impone Amodeo: “Che nessuno si permetta di dare meriti, o colpe, a chi ha dovuto interpretare e dare anima alla sua storia! Perché Amodeo è una pura storia irreale, creata dalla virtù immaginifica di quel Potere Assoluto che consente, ad ogni cosa, di essere, e che è semplicemente chiamato Dio.” “Nessuno si permetta più di dire che l’uomo è ad immagine e somiglianza di Dio, tanto che poi Dio sia affermato simile all’uomo! È Dio che serve l’uomo; che è il suo vero ed essenziale servitore, con tutta l’assoluta gloria che, similmente, risulta per ciascun uomo che lo serva o serva al suo progetto. È Dio il potere assoluto, che assume la veste, data all’uomo, per potersi far comprendere da lui. È Dio che, per accedere al mondo creato da lui per l’uomo e per ogni altra vita, assume l’aspetto d’ogni vita. Gesù, a partire da Dio Padre, è il Figlio dell’uomo perché è il Dio che ha assunto la veste umana, e si è compiaciuto nella figura di Gesù, tanto da farne il Cristo di Dio. Pertanto l’uomo non attribuisca, a Dio, la sua immagine: l’immagine di Dio è un’intima contraddizione: è il tutto e il nulla, esistenti in un’eterna Perfezione. Tale che essa è poi viva. Ma tutta nel suo interno, nell’assoluta immaginazione di tutto quanto sia possibile esista tra il nulla e il tutto. Ricorrendo alle figure perfette, per fare delle analogie, Dio è come un triangolo equilatero. In esso ogni vertice, punto privo d’ogni dimensione, sta di fronte ad una linea, massimo della dimensione. Questa linea massima esiste nell’assoluto rispetto del massimo anche per le altre due. E si possono chiamare Padre, Figlio e Spirito Santo, mentre Dio è l’insieme, che pone l’assoluta grandezza, d’ogni linea, come quanto esiste, posto tra due limiti 0. Tutti i numeri, che derivano da questa perfezione, hanno il potere di costruire il mondo, per regole formali. Sono norme assolute, affidate alla geometria degli spazi e alla matematica inerente solamente il ciclo decimale. Ciò perché 1:3=0,3333… eterno periodo, nella scansione in decimali, in cui ad ogni membro, della perfetta trinità, spetta l’intero, il 3, per sempre ma solo in prospettiva decimale.
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Il peso atomico 12 del carbonio, in forma di tetraedro, si è trasformato nella quantità delle linee che chiudono il cubo; e la combinazione 4×4, presente nel 96, si presenta qui, nel cubo, nelle somma 4+4, che porta ai 4 vertici davanti e ai 4 opposti, di dietro. Tutto ciò assume coerenza rappresentativa, espressa sia per figure geometriche, sia per calcolo numerico, se usiamo solo il ciclo decimale. Perché solo in questo ciclo 96+4=100 corrisponde all’area 10×10.
Anche se noi osserviamo una sola faccia (a causa della compatibilità reale della forma del tetraedro combinato in tutti i modi possibili, appunto 4×4×6), deve esistere simultaneamente tutto il cubo, con una faccia reale a 4 dimensioni (4 lati e 4 vertici in ogni faccia). E perché mai? Giacché sta in mezzo a 6 osservatori, che lo osservano secondo 6 linee perpendicolari tra loro (+x, +y, +z, –x, –y, –z) e vedono esistere – ciascuno – la sola faccia posta loro di fronte. A ciascuno risulta solo 1/6 (tutto a modo suo) di quello che c’è da vedere. Ma qui è il bello! Quello che esiste, istantaneamente per me, appare essere una faccia che si sposta… ma non è vero, perché gli osservatori posti ai 4 lati non vedono esistere solo quella faccia di taglio, ma l’insieme, la coesistenza di tutti i tagli che esistono nella faccia posta di fronte a loro. Si badi: qui non si parla di velocità lente, ma di quella assoluta, della luce. Chi riceve i raggi del Sole, che procedono a quella velocità, riceve tutte le onde ad una ad una; ma chi stesse di fianco, vedrebbe – se fosse possibile – la coesistenza di tutte le onde tra il Sole e la Terra, che, viste invece in sequenza, sembrano il movimento, nel tempo, e il ribollire di tutta la superficie della stella (effetto cinematico dato dalla percezione dello spazio, differenziata nel tempo). Pertanto la mia esperienza reale, d’una faccia che fluisce nel tempo e si differenzia, a poco a poco dalla prima che era davanti, finché diventa l’ultima del fondo del cubo, è un puro inganno cinematico: quelle onde di luce esistono simultaneamente, tutte assieme! È solo quando le analizzo, una alla volta, che compare l’animazione del divenire, altrimenti c’è il puro essere, il puro esistere di tutto e tutt’assieme. Il cubo, che abbia per lato il numero di 10 unità, ha, unitariamente, la profondità 1, mentre il fronte è 100. Appare allora spostarsi interamente secondo dieci scatti, d’un 1 alla volta. Se esiste in quantità 1, lo spostamento è quanto 9 volte 1. Ma è uno spostamento unicamente apparente, perché l’unità è data dal lato 1, che è chiamato 10 per ingrandire prospetticamente, illusoriamente quell’entità 1. S’impone un metodo unicamente matematico, che ricorre ad una reciproca ed assoluta infinita relazione, secondo la quale 1 è il decimo, del ciclo di 10 unità, che sono decimi, del ciclo di 10 unità, che sono decimi… Siamo alle solite, abbiamo due entità, assolutamente uguali ed opposte, 10/1 e 1/10, che coesistono, e si combinano in modo perfetto, generando l’unità. Ciò vale a partire dalla legge assoluta, d’un Dio che esiste in questo modo: come l’assoluta contrapposizione che esiste nell’assoluto equilibrio. Concludendo: Amodeo non crede che la faccia (la pura sezione del flusso), in cui giace tutta la realtà istantanea, sia vera, perché chi l’osserva di fianco la vede come un ente posto tutto di taglio e non come il quadrato che egli vede davvero tutto già esistere. Quindi Amodeo è certo di non fare lui le altre facce (a suo piacimento), a mano a mano che il flusso completa il cubo. E la sua sicurezza gli deriva dal fatto, incontestabile, che l’osservatore di fianco a lui vede già come il tutto… sia già tutto fatto. O, sia chiaro, lo vedono tutti in modo coerente: la sua posizione, sulla faccia, appare presente su quella sezione a tutti. Ma mentre a lui non può risultare presente che quella sola sezione, gli altri vedono che esistono già tutte, anche se vuote.
Amodeo ha scritto tutta questa dimostrazione, nel cartone animato voluto da Dio per la sua persona, affinché – esaminate queste relazioni, assolutamente perfette, in termini di quantità assolute – ciascuno si convinca, nel tempo – dato che Amodeo è veramente di per sé soltanto un imbecille – che questa comprensione è dovuta solo ad un miracolo di Dio. Il lettore, a causa di questo, vede esistere, anche in Amodeo, un’assoluta contraddizione tra l’estrema idiozia e l’estrema genialità… ma le vede simultaneamente presenti. Accade perché Dio vuole che si scopra essenzialmente il suo zampino, nella stesura delle costruzioni, apparentemente fatte da Amodeo. Pertanto il lettore perdoni questa insistente cosa. Ma il pericolo è tanto grande che – visto che Amodeo afferma d’aver fatto cose strepitose ed immense – passi per quel presuntuoso che assolutamente non è! Non si compia questo errore, in quanto Amodeo è modestissimo, molto, molto più modesto di ciascuno di voi lettori, giacché voi credete di stare facendo da voi, grazie alla vostra capacità di fare, mentre egli afferma che non sta facendo proprio niente da se stesso. È solo un Altro che gl’impone assolutamente tutto. Lo fa essere un vero schiavo, incatenato talmente, da non potere fare null’altro che, avendo osservato, “gradire o no, a suo libero gusto”. Ciò durerà fino a che smetterà, quando morrà a questa schiavitù – morrà in apparenza – invertirà il processo che schiavizza e si libererà, in eterno, tornando realmente verso il reale passato, fino all’origine assoluta, tanto da raggiungere una tale originaria potenza, da possedere il “tutto in uno”, divenuto così l’erede di Dio. Dunque Amodeo non crede se stesso – in questa fase in cui tutto è obbligato – capace di fare quello che solo un Altro gli fa compiere. È il massimo della modestia. I presuntuosi siete voi, se credete voi stessi capaci di respirare, di mangiare, di camminare, di muovervi a vostro piacimento e secondo la vostra piena libertà. Questa è pura ed assoluta presunzione, giacché nessuno è “buono” di fare questo: l’unico capace è Dio. E torna a dimostrarvelo, spiegandovi che il volume, che esiste sulla base 3 della forma triangolare, che avevamo visto numericamente inglobato nella faccia del cubo, come il tetraedro a combinazione 96 più le 4 dimensioni della realtà, è dato non dalla faccia di questo cubo, ma dal suo volume. Il modello intero, relativo alla contrapposizione, è dato dal cubo, che si poggia sulla perpendicolarità tra le linee. Infatti la geometria a triangoli, anziché a quadrati, esprime una contrapposizione essenziale, ma solo relativa. Infatti, gli angoli sono a 60 gradi e se noi facciamo sbattere, sul piano del biliardo, una palla contro una sponda con l’angolo di 60 gradi, la palla non ritorna sulla stessa linea, ma ne percorre un’altra, continua a seguire lo schema esagonale. Le contrapposizioni che esistono in natura sono comandate dalla perpendicolarità, perciò finché il modello triangolare non è esteso a quello quadrato, la rappresentazione non è completa. (Si considera, infatti, solo la situazione attuale, la sezione del flusso, a due dimensioni, e non tutto il suo sviluppo, che esiste anche nella terza dimensione del tempo, ma come un essere, che appare “cinematicamente”, nel divenire della sezione). Riconosciuto allora nel cubo il modello perfetto e compiuto del riferimento del volume (sempre poggiato, in modo relativo, sulle 3 dimensioni del triangolo), deve essere allora il cubo ad esistere tutto assieme, nel mentre è su una faccia sola (nella sezione) che è osservato esistere tutto il relativo (in quantità 4×4×6+4=100=10×10 lati della faccia).
Se questo non è compreso, con tanta certezza, da portare a togliere di mezzo – definitivamente – l’esistenza della possibilità di “fare le cose”, ciò dipende solo dall’incapacità del cervello umano. Nessuno si ritiene così intelligente da capirlo da se stesso. Deve essere, a dirlo, prima un riconosciuto genio. Solo dopo – sulla sua fiducia – chi si ritiene stupido segue… come uno stupido vero. Amodeo, in queste affermazioni è terribile e si crea la profonda antipatia di tutti, ma proprio della generalità degli stupidi. Ancora una volta, però, non è Amodeo a farlo. È Dio che non vuole che segreti importantissimi, sull’essenza delle cose, finiscano in mano agli stupidi. Se gli scienziati, che leggeranno queste parole, saranno talmente stupidi da badare ai toni, spesso trionfalistici, più che alla verità delle cose in se stesse, avranno il castigo di non capire niente di tutta questa assoluta verità. E ne saranno anche lieti, perché “Non si può fare come fa Amodeo, non ci si può mettere a discutere con lui di cose serie se poi scherza in questo modo!”
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Dio vuole che solo una scienza matura – capace di controllare gli umori, le simpatie e le antipatie, insomma questi aspetti poveramente umani – acquisisca i segreti assoluti, capisca come stiano tra loro le cose nel loro rapporto assoluto. Perché, rispettando la logica data ai suoi Paperino-scienziati, Dio – a quel punto – dovrebbe consentire – per non smentire il suo disegno – che essi lo smontassero, avendone appreso l’apparente capacità. Dio, così facendo – rendendolo inviso agl’immaturi – mostrerà la coerenza delle cose assolute, ma soltanto ai poveri di spirito, ai reali umili, ai non presuntuosi, ed essi erediteranno la Terra nel futuro… non facendola scoppiare. Ciò perché la canzone, cantata oggi dagli uomini, è ancora molto sommaria. L’uomo non è ancora capace – e si vede – di avere tanta energia da poter comportarsi… alla Star Trek, per intenderci. E c’è veramente tutto l’universo, sul quale diffondere, ancora, nell’infinito disegno di Dio, la vita dell’uomo. Gli uomini del nostro apparente futuro dovranno avere assunto una tale e rispettosa modestia ed umiltà, da sapere d’essere posti su un immenso universo che può esplodere come una bomba, se si procede in un modo disastroso. Pertanto saranno disegnati da Dio così saggi, da non schiacciare mai quel tasto che esiste nell’universo, che ancora non è noto e – quando venisse in apparenza voluto schiacciare – Dio, il servo, dovrebbe consentirlo. Pertanto Dio è capace di fare accadere, le cose, secondo l’apparente libera volontà delle sue creature, ma è sempre e solo Dio che lo rende possibile, e solo quando Egli vuole. Ripeto: noi siamo in una frazione di tempo istantanea che è così piccola, che non abbiamo nessun tempo, per attivare, in essa, proprio nessuna variazione. Il cosiddetto attimo fuggente è una sezione in cui il suo taglio, nel verso del flusso, non ha alcuna dimensione! Se tutti i nostri gesti sono compiuti nel tempo, ed esiste solo questo spazio senza alcun tempo, come potremmo mai riuscire a variare la sezione? Il variare implica un tempo che non c’è! La variazione è fatta da Dio, mettendo in essere la coesistenza, di tutte le sezioni, tanto che chi osserva differentemente, perpendicolarmente rispetto a me, le vede in essere già tutte. Vede esistere tutte le onde elettromagnetiche esistenti tra il Sole e la Terra, le vede in essere e non in divenire. Però Dio ha determinato le regole morali, e deve indurre l’uomo a seguirle, nel tempo, in un modo che sembri essere fattivo. Allora deve realizzare un progetto perfetto che consenta, a tutti e secondo tutti i rispettivi punti di vista, di credersi completamente liberi di fare mentre, in verità, nessuno lo è. E se Dio rende possibile l’apparente crescita della conoscenza, a riguardo di come è costruito il mondo, se fa credere ad uno scienziato d’essere libero di scoprire il bottone per farlo saltare in aria, poi Dio, la Forza Assoluta che determina le cose, e che si manifesta per come la natura è fedelmente vista procedere, dovrebbe farlo saltare!. E – ancora una volta – sarebbe stato soltanto Dio a farlo. Dio allora non lo permette; così gli uomini sono messi in grado, di capire le cose, solo quando hanno acquisito sufficiente maturità, per gestirle come si deve, almeno in apparenza… affinché l’uomo si creda libero. Ecco, questo Vangelo terra-terra, che la Forza Assoluta ha messo nelle mani d’Amodeo (di questa persona che, per dono suo, Ama-Dio perfino nel cognome e sta mostrandolo alla scienza), sarà conosciuto dalla scienza solo quando essa non si sentirà offesa, disgustata, contrariata, schifata per il modo usato nel presentare queste cose, così importanti, da costui: un modo che offende gli sciocchi e presuntuosi. E ciò spiega il perché Dio mostra la sua verità solo agli umili e si rende incomprensibile ai potenti. Per quante volte Amodeo giuri d’essere una merda e inviti a non stare a guardare al modo della sua esposizione, che è macchiata di tutti i difetti del mondo, a questi scienziati sarà sempre Amodeo, ad apparire presuntuoso, e non essi stessi, essi che presumono d’avere la capacità di fare.
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Capitolo 55
Sì. Su Romano il bene e il bello agivano come una molla irresistibile e, quando si scontravano con il male e le brutture della vita, egli partiva sempre ed immediatamente all’attacco per debellarlo. Egli identificava come “male” l’incomprensione. La giudicava il male più grande che esistesse. E quando egli, che conosceva bene le motivazioni che lo muovevano, si trovava con chi le interpretava in modo sbagliato, si appassionava a dimostrargli l’errore. Oh, non solo nei casi in cui chi non era capito era lui. Romano era il paladino della Giustizia e dell’Amore. Ma parlava per lui ormai la vita. Per qual mai motivo fece tutta quella lotta, quando si oppose a tutti i suoi colleghi del CIMEP e gli fece rispettare l’aggancio al Comune di Milano e il guadagno di una gran quantità di denaro? Perché lottò per rivoluzionare il suo Ordine degli Architetti? Per chi faticò e sudò, per consentirgli di apprendere un lavoro, senza neppure pretendere il rispetto della riconoscenza, del denaro investito su quella preparazione? Romano, ad un certo punto della sua vita, si mise davvero a seguire Gesù e capì che la cosa più importante era quanto restava nella mente, come l’abito mentale. Quando vedeva chi non lo capiva in quest’atteggiamento, glielo doveva dimostrare! Quando un bambino gli chiedeva, come faceva Tommy Urbani, egli gli spiegava. Non lesinava le sue attenzioni. Però state attenti: chi agisce automaticamente per come è giusto fare, è l’unica persona veramente libera. E vi spiego perché: se da una stanza si esce solo da una porta, è questa la verità; ed uno è libero se tenta quella via e non se cerca di passare attraverso i muri. Nella vita esiste il determinismo più grande. Nessun pensiero è libero. Ebbene se il Paperino di Walt Disney, vuole come il suo Creatore vuole che voglia, allora anche Paperino è relativamente libero. Sempre “relativamente”, mai “in assoluto”, ma se “intende” fare come il Creatore fa, allora assume egli pure la sua libertà, ed essa è vera. Non si tratta di ragionamenti, ma di quella determinazione che sta sotto agli stessi ragionamenti e porta a riconoscere “lo desidero proprio, lo gusto” oppure “non lo desidero proprio, mi disgusta”… ma lo faccio. Orbene il fare non è libero, ma il gusto e il disgusto, su cui si poggia la determinazione delle scelte, quelle sono condizioni libere, assolutamente libere. Ecco, Romano, appena sentiva e vedeva, chi stava operando male, immediatamente “gustava” di mettersi in mezzo, per sanare quella pecca. Era un impiccione, che non accettava che gli altri sbagliassero e si metteva a tentare di fare di tutto perché si correggessero, quando l’errore, però, non era molto evidente. Non lo faceva con i suoi dipendenti, quando sbagliavano a voler andare via, avendo prima approfittato di lui, perché il loro sbaglio era fin troppo evidente. Quando un errore era troppo evidente, Romano non lo faceva mai notare, avendo fiducia nella capacità altrui di capirlo. Invece Vittorio aggiungeva lavate di capo, mortificazioni, e Romano gliele faceva fare, pur non condividendo personalmente quei metodi, perché sapeva che erano i metodi di lui ed egli li rispettava, perché corrispondevano al suo senso libero, della vita e dell’essere responsabile, ove ciascuno aveva il suo, e doveva essere rispettato. Diceva Romano: “Se ho fiducia in un capo debbo rispettare le sue idee, e le mie, che aggiungo sopra le sue, debbono rispettare le sue e le mie. Come fare? Cavoli miei! Un bel dilemma!” Per quale motivo Romano ha messo in crisi la sua vita nel 1999?
Romano realizzò, nell’aprile del 2000, in cui morì sua mamma, l’elenco di tutti i cantori della Cassina e colse l’occasione per ringraziare ciascuno, a mano, su quell’elenco. I giorni che seguirono furono per lui molto tristi, seguì i lavori delle tre cantorie così come riusciva, distrattamente. Così, nella messa cantata nella vigilia di Pasqua, i suoi amici, privi della sua solita decisione negli attacchi, restarono come abbandonati a se stessi. La Maestra «Peperina» si lamentò molto, sostenendo che la Corale aveva eseguito tutti i brani come peggio non sarebbe stato possibile. Romano allora si decise a darsi una mossa e, nella replica del giorno di Pasqua, nella messa delle 10,30, si rivolse alla direttrice, si addossò la colpa della scarsa qualità che c’era stata nella veglia e spiegò che, per quanto gli era successo in famiglia, avendo la testa ad altro cui pensare, si era fidato, una volta tanto, degli altri. Lei gli rispose: “Tesoro mio, io non mi fido mai di nessuno!”, poi gli mise in ordine il repertorio, tanto che, quando cantarono nuovamente i brani della vigilia, con Amodeo che iniziò al momento giusto, le varie esecuzioni risultarono accettabili. Un giorno Romano ebbe bisogno di conoscere come fossero le questioni burocratiche relative alla morte di una insegnante che, come sua madre, avendo cessato di vivere, doveva definire tutto INPS, INADEL… Telefonò ad «Occhi verdi», che era anche insegnante ad una scuola elementare, in un momento nel quale gli servì una informazione con gran sollecitudine. Lei non colse, neppure in quel caso, l’occasione per dirgli un semplice: “Mi dispiace per tua madre…, condoglianze!” ma fu gentile: ascoltò quel suo corista, cercò di dargli le informazioni che le risultavano, anche se lei non ne sapeva molto, non essendo una dipendente dello Stato. Romano avrebbe voluto che, almeno in quella occasione, la sua figura bella si togliesse di dosso quella corazza che aveva indossato, con lui e solo con lui. Avrebbe fatto le condoglianze a tutti gli altri, ma ebbe più di una occasione per dirgli, seppure di sfuggita, quel “condivido” che sarebbe stata per lui una grande consolazione, e non volle assolutamente dargliela, proprio perché sarebbe stata una consolazione troppo grande. Lo noti, lo noti il lettore. Qui chi è anormale non è tanto, soltanto Romano e tutto il suo attaccamento. Se, tra le tante bellissime donne che Amodeo ha avuto vicine nella vita (alcune veramente leggiadre), una qualsiasi avesse assunto con lui i modi di «Cicciobella», egli avrebbe agito con lei come con costei: si sarebbe appassionato a correggerla. Dunque, a proposito della libertà, era Romano a vivere di rimessa? Era il Nostro Paperino a soggiacere a chi gli piaceva e metteva in discussione la sua dignità?
A pag. 500 –1 ecco i rapporti tra il singolo e il complesso (pari a 103/2, massa unilaterale nell’universo)
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500
che gli toglie la libertà relativa al suo ingombro
500 è tutta la massa unitaria da considerare nell’universo, la metà di 103 (complesso a 2 versi). E a pag. 500, fondamentale, ecco i fondamenti, per Dio e per la sua Chiesa, intesa come la Vigna.
Romano l’ha messa apparentemente in crisi non certo per giovare a se stesso digiunando! Si dannò per la sua Chiesa, guidata da un Santo e seguìta da gente di poca fede, che non ardiva cercare percorsi nuovi, nella paura di imbattersi in eresie. Ebbene Romano che fece? Fece così come già si era comportato con Vittorio: si mise nelle mani della Chiesa, come si era messo nelle mani di Vittorio, anche se costui non aveva esattamente le sue idee! Mettersi il proprio io, in mani altrui, limita la libertà di moto. Ecco, Romano fece la voce grossa prendendosela solo con se stesso e si mise a soffrire lui! Cavoli suoi, del suo essere singolo! (Appunto: 500 –1, impaginato provvidenzialmente qui). Sapeva benissimo che sarebbe parsa una provocazione e non temette lo sembrasse… Ma, nel momento in cui il Cardinale Martini si era posto come il suo persecutore, egli si consegnò alla sua logica, proprio a quella della Chiesa lombarda retta da lui, affinché, in base ad essa e nel rispetto per essa, Romano ne morisse e l’Arcivescovo si salvasse, pentendosi di quella cosa orribile che aveva fatto: far morire uno che si era consegnato a lui! Non si scrive così di un Cardinale? E chi credete che sia un Cardinale? È solo il servitore di tutti e se non serve alla vita di chi la mette nelle sue mani, tanto che la lascia morire, questo Cardinale non segue Cristo, ma il Diavolo e Dio lo permette perché lo ama in modo particolare e desidera che si vergogni e penta nel suo cuore. Lo farà? Certamente. Dio darà a tutti il modo di riconoscere i loro errori. Lo darà persino a Satana in persona, perché Dio ama anche lui, specialmente lui e vuole perfino che il Diavolo si salvi! Direte scandalizzati, usando volutamente la volgarità: “Ma che ca…volo dice?!” E dovrete accorgervi tutti, quando saprete la Verità, che chi vi sta parlando è il San Romano che lotta contro Satana, ma non per dominarlo, per esorcizzarlo e trasformarlo, da Satana, nell’Angelo bellissimo che era! Perché, gente crudele, volete impedire a Dio di essere così buono? (San Romano vuole salvare anche Satana, ed impedire che quell’1 sia sottratto al tutto dell’universo unitario in 500 masse, come accade in questa pagina 500 –1 =499)
Perché esigete l’Inferno? Oh, credetemi, l’Inferno starà solo nel vostro accorgervi di essere in Paradiso per la misericordia dei buoni che hanno pagato per i cattivi. Ci sarete come portati e non come portatori, e che grande differenza! I primi lo dovranno alla Bontà di Dio, i secondi alla loro libera scelta di essere alleati di Dio, solidali con chi serve, con chi sopporta e supporta la presunta gloria di tutti gli apparenti potenti portati in spalla come solo si portano gli infermi e gli incapaci, e non i gloriosi! La gloria starà in chi serve, e serve davvero, sacrificandosi, in apparenza, per il bene comune e non cavalcando la tigre del vano riconoscimento clericale. Pertanto Romano fu una delle poche persone veramente libere, perché si buttò in acqua per salvare anche coloro che non lo desideravano avendo le idee confuse. Vedete? Romano si tira fuori dal mucchio e, su tutto il riferimento fino a pag. 500, questo appare a pag. 499. Egli non accettò la confusione negli altri. Si fidò della sua singola verità. Ma non perché era la sua: egli seguiva quella di Gesù Cristo e di essa si fidava fino alla morte. Perciò, chi andò contro di lui e le sue scelte, credette di andare contro di lui, ma in verità andò contro Gesù Cristo, seguito da Amodeo in tutto e per tutto. Era su questa presunzione (che Gesù avesse ragione in tutto) che Amodeo si permise di correggere i fratelli: in base alla legge nuova dell’amore, dell’accoglienza e del perdono.
Comandamento nuovo introdotto da Gesù – per tutti, pentiti e no – a superamento della legge del taglione degli ebrei. Ma credete che Dio che impone il perdono a tutti, non perdoni anche a Satana? Dio fa per primo l’assurdità che sembra che chiede a te, cui sono stati uccisi i figli! Dio ha perdonato l’uccisione di Suo Figlio. (E ciò, alla pag. 500, del moto intero ad 1 verso, è magnifico! Rivela che nella condizione Assoluta anche Satana è salvato, esorcizzato da S. Romano)
Quello che fa lo spiegò Gesù nella parabola della vigna. La tolse a quei vignaioli che gli avevano ucciso perfino il figlio. Lo toglierà ad Israele, in cui Caifa gli uccise il figlio, per darlo all’Italia e a Roma, in cui migliaia di martiri vollero morire in nome di suo figlio, tra i quali Pietro e Paolo. E gli uccisori saranno puniti: costretti ad eterni ringraziamenti a quelle vittime su cui infierirono pur essendo solo amati … e ci sono, ci sono! Gesù è venuto a salvare i peccatori e volete che gliene scappi uno? Credete così incapace Gesù? (Ecco su questa pagina relativa alla metà di 1.000 il fondamentale passaggio delle intere consegne da Gerusalemme e Israele alla Roma dei Papi ed all’Italia. Questo libro è un codice dello Spirito Santo).
Intanto Benito Amodeo gli stava dando le indicazioni, per il lavoro dell’E-press e Padre Magni lo stava mettendo in azione, nel campo delle conferenze. Due opposte tentazioni: Mammona (il potere economico) e Dio (il servizio povero e gratuito)… ove non si può servire due padroni! (Anche questo è il contrasto massimo relativo al benessere della persona). Nella Schola Cantorum di Cogliate, apparve proprio allora, dopo anni d’assenza, un cantore che, tempo prima, aveva suscitato problemi. (Anche qui: disordine dei sensi). Aveva un comportamento strano, mellifluo. Angelo Freri gli spiegò come un cantore era dovuto andare via, anni prima, molestato da lui. In un attimo in cui costui fu assente, si scatenò allarmismo tra i cantori. Consigliarono di stare attenti a quella persona, perché cercava d’entrare in confidenza e poi, se non gli riusciva, diveniva tanto violento da minacciare anche con la pistola! La Maestra del Coro intervenne dicendo: “Anche a me telefonava alle ore tarde della serata. Una sera chiamò alle 11,30 e mia madre lo mise a posto, rimproverandolo che non era quello l’orario giusto per chiamare a casa. Allora egli telefonò a mia sorella!” Sentendola parlare così, e riconoscendo, in questi comportamenti, quelli già usati, dalla famiglia di lei, contro di lui, Amodeo ritenne giunta l’ora di fare, a «Cicciobella», un bel discorsetto, per chiarire la sua posizione. (Questa pagina è ideale!) Era nei suoi Cori ormai da tre anni, e non le aveva potuto rivolgere mai più che poche parole. S’era visto trattato con sgarbo spesso senza un vero motivo, come quando, avendole offerto in omaggio il libro “L’universo Impensato” scritto da lui, lei non volle accettarlo dicendogli che, se anche l’avesse preso, non l’avrebbe aperto mai, neppure una volta. Perché una persona così gentile e bene educata come lei era così scortese con lui? Perché sembrava desiderare di mostrargli disprezzo a tutti i costi? Così, arrivato giugno, in un momento in cui avevano concluso, nella Chiesa di Cogliate, una messa cantata dal Coro, le si avvicinò e le rivelò: “Ti devo parlare.” (È la prima volta che glielo dice e finisce, in definitiva, su questa pagina!) Notò un lampo, una chiara ed improvvisa luce di gioia nei suoi occhi color smeraldo, che subito dominò e nascose, nel solito modo: “Dimmi! Cosa c’è?” “Non così! Mi serve più tempo, ti accompagno, mentre ti rechi a prendere la macchina.” “No, non vado a casa, sono con mia madre. Me lo dici domani, alla fine della prova a Cassina Ferrara.” (Così la risposta comparirà a pag. 500 +1).
501
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501 attua nel tempo +1 la quantità ideale 500. Le risposte vere finiscono su questa pag. 501
500 +2 aggiunge un tempo intero (1/1). Le condizioni ideali e vere si sbloccano, a pag. 502.
Venne il giorno dopo e, appena «Cicciobella», finita la prova, annunciò a tutti: “Ci vediamo lunedì prossimo – senza quasi interromperle la sua voce, proseguì – Nadia mi dai un passaggio?” (Ecco chi la Maestra tirò in ballo come +1 rispetto a 500! La, come si era descritta lei stessa,
“Ah, sei tu, che anche qui mi togli lo spazio! Senti, in cuor mio t’ho eletta a Maestra della mia vita. Sappilo!” (Questa affermazione, finita a pagina 502, non è unilaterale, ma corrisponde al vero, aggiunge i 2
fidanzata segreta).
Romano si pose davanti a lei e le ricordò la promessa della mattina prima, e lei: “Va bene! Dimmi: che cosa c’è?” Erano in mezzo a tutte le persona del Coro che, come al solito, indugiavano prima d’andare a casa. Amodeo allora non si curò che tutti sentissero, ed accettò di parlarle, anche in quel modo: “Ho visto di recente come è stato accolto Marco, a Cogliate. Hai riferito a tutti come si è comportata, con lui, la tua famiglia ed ho riconosciuto gli stessi trattamenti fatti a me. Mi è sorto più d’un dubbio che voi tutti, a casa tua, non mi abbiate mai capito. Io non sono un molestatore. Anzi m’impongo il silenzio, di sacrificio del il mio affetto, da quando…” “Dai, stringi, che Nadia mi aspetta per portarmi a casa!” (a pag. 500 +1, Nadia!) “… da quando mi sono accorto di come tu ti comporti.” “Ti dispiace se mentre mi parli ci spostiamo in là, così vedo che cosa devo preparare per la prossima volta?” e si pose di fianco, poggiando la sua cartella su un mobile, e cominciando ad aprirla, per guardarvi dentro. “Non so quanto tempo ancora si abbia, prima che io non ci sia più. Desidero che tu sappia come stanno le cose…” “Ma dai, cosa vuoi che ti succeda?! Ma su, stringi, stringi!” “Non lo so, il tempo non dipende da me. Però mi dispiace che le cose vadano così tra te e me. Io ti stimo molto ed è un vero peccato che persone serie come noi non riescano a capirsi.” “Hai finito? Scusami ma devo andare: Nadia mi aspetta!” (a pag. 500 +1, Nadia!) Questo fu il bel risultato che ottenne Amodeo, la prima volta che, in tre anni, provò a cercare un vero chiarimento con lei. Fu trattato come il solito imbecille, da disprezzare nelle sue esigenze, con le buone maniere, me senza alcun rispetto per quanto egli volesse. «Peperina» l’aveva “condito”, cotto com’era… poverino! Il giorno dopo Romano andò alla prova di Cogliate e riferì a Raffaella che Padre Magni, ed altri impegni, probabilmente non gli avrebbero più consentito di partecipare, e che ciò gli doleva. Mentre le stava parlando, arrivò la Maestra del Coro e lei, non chiamata in causa, avendo capito come quel “poco tempo che ci sarebbe restato”, cui si era riferito egli il giorno prima, era una cosa concreta e riguardava il suo impegno di lavoro, intervenne nella discussione tra loro: “Romano, per prima cosa, nella vita, bisogna seguire le questioni importanti! – il che, in parole povere, significava – E’ inutile che perdi il tempo qui con me, fai un buco nell’acqua; dedicati a cose più serie!”. (Alias: non fare anche tu 500 +1!) Alla fine della prova, salutate le persone, Amodeo andò al parcheggio grande, in cui aveva lasciato la sua macchina. Non poté muoversi, perché, proprio l’automobile di «Cicciobella» era quella che gli aveva sbarrato l’uscita. (500 +1, e non può allontanarsi). Lei arrivò in quel momento e salì sulla vettura. Allora Amodeo andò verso di lei e l’apostrofò scherzando:
tempi dell’intero. Ed è notazione importante: lei lo sarà veramente, alla fine del tempo). E lei: “Lasciami andare!” (Altra decisa verità, da doversi rispettare, nel solo universo della vita).
Chiuse il finestrino, mettendo in moto la vettura. Romano terminò così: “Be’ la Maestra sei tu; dammi l’attacco, quando arriva e se un giorno arriva il mio momento!” (Romano dimostrò di avere davvero intuito il vero e lo ribadisce a questa pagina). Lei avviò la vettura ed egli: “Guarda che ci conto: fallo!” (Lo ribadisce nuovamente e lei alla pienezza dei tempi lo farà). Giunto a casa, e ritrovandosi improvvisamente con tutta la sua solitudine, reagì, con determinazione, e riconobbe che era il caso d’andare via da Saronno. Ormai sua madre non c’era più e Benito aveva veramente bisogno di lui. La domenica successiva ci fu la doppia festa: San Giovanni Battista nella sua Chiesa di Saronno e il Corpus Domini a Cogliate. Appena fu in Chiesa, alle 10,15, alla Cassina, andò dalla Maestra e le annunciò: “Questa è l'ultima volta che io canto qui con te.” (Verissimo! E scritto a pag. 502). “Perché?” “Perché mi sono accorto che non sono preso sul serio. Mi sento come un drogato, che venga qui a prendere quel tanto, per non sentire l’astinenza. Io desidero essere trattato come una persona seria, e non come accade.”. Lei restò muta. (Sapeva che Romano stava dicendo esattamente la verità). Il Coro si dispose al suo posto e, prima di cominciare, la Maestra avvisò di non andare via appena finita la messa, perché dopo si sarebbe discussa una questione importante. Finita la celebrazione, lei rivelò: “Vi ho voluti tutti qui, specie voi due, Roberto e Riccardo. Io, per motivi miei personali, non posso più seguire il Coro. Dovete allora prendere in mano voi due le cose. Credo che ne siate capaci. Gradirei, che fin da oggi, raggiungeste un accordo, in modo da darvi il solito appuntamento per settembre. Ne ho già parlato, fin da lunedì scorso, con Don Luigi. Io non posso più.” (Verissimo. Non poteva più dirigere quel Coro , a causa di fidanzamenti segreti assunti là inauditamente, involontariamente, tendenze deviate da togliere assolutamente di mezzo).
Romano, nelle situazioni come questa, era sempre stato chi aveva cercato d’opporsi a tutti i tentativi d’abbandono. Era andato a casa di chi si era dimesso, aveva cercato di far continuare ad esistere il Coro, pronto anche a rimetterci del suo. Stavolta non si sentì di farlo, non ebbe l’animo giusto per partecipare ad una discussione su un futuro cui aveva rinunciato, e che aveva annunciato alla Maestra ancor prima che lei facesse altrettanto. (In sostanza non poteva nemmeno lui opporsi al ben fatto). Poi già era iniziata la messa a Cogliate ed egli, in tutte le feste importanti, finita quella cantata alla Cassina, correva a Cogliate, e poteva partecipare ancora a ¾ di quella, iniziata alle 11,15. (Verissimo e non aveva molto tempo per rimuovere una decisione già assunta e inevitabile). Decise d’andar via. Passò alle spalle di «Cicciobella» e le mormorò: “Vado a Cogliate.”
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503 è la massa unilaterale, espressa nel suo volume (3 dimensioni). E gli argomenti a pag. 503 tengono conto di tutte le ragioni, anche dei terzi in causa.
504 aggiunge ora le 4 condizioni reali (non più solo legate ai terzi). E così vale negli argomenti.
Romano riuscì a seguire più d’una metà della funzione, con la Schola Cantorum diretta in quei casi da Adelio. (Eccoli, i terzi: i Cogliatesi e Romano partecipa al loro volume). Dopo la Santa Messa a Cogliate, aveva un appuntamento, al centro di Saronno, con Oriente Carrieri, l’allievo della N.S.I. che doveva cercare, ancora, di definire la sua disponibilità a lavorare con lui per la E-press. (E’ un altro terzo che entra in ballo). Oriente partecipava, ogni ultima domenica del mese, con un suo chiosco, alle bancarelle che affollavano il centro di Saronno, e vendeva cianfrusaglie varie, essenze, frasi sagge scritti da lui, e libri sulla filosofia e il pensiero orientale in genere. Restarono a parlare per più di un’ora e poi – per quelle forzature vere del destino, nella vita di Paperino – Romano dimenticò d’essere andato in macchina, al centro di Saronno, e tornò a piedi verso casa. (E’ un altro terzo che entra in ballo: la Provvidenza!). Se si fosse ricordato, che era andato lì in automobile, ancora una volta il destino sarebbe stato differente. Tornò invece a piedi e, lungo il cammino, egli, come un Paperino, incontrò Clarabella, una persona parente di “Occhi verdi Minnie” in questo cartone animato di un Walt Disney chiamato Dio. (E’ un altro terzo che entra in ballo: persona a conoscenza del vero). Paperino salutò e colse l’occasione per un addio: “Vado via da Saronno. Sai che è morta mia madre e come io debba rifarmi una ossatura economica, ora che non c’è più, a sostenermi, il lavoro che facevo per lei e la pensione che consentiva ad entrambi di vivere. Ma vado via anche per un altro motivo. Quella tua parente, che tu sai quanto io ammiri e quanto io abbia nel cuore, non mi può vedere! Ne abbiamo tante volte discusso… ti ricordi? E’ una storia disperata e senza alcuna altra via d’uscita.” “Ma chi te l’ha detto?!” Se Romano avesse saputo che questo testo finiva in questa pagina 500 +3 avrebbe capito il suo personale ruolo di puro e terzo intero e reale incomodo... “Nessuno, non c’è bisogno che qualcuno me lo dica, bastano le cose che già traspaiono, con il massimo dell’evidenza. «Peperina» non mi può soffrire!” “Ma chi te l’ha detto?! Te l’ha detto lei?!” “Sì, molte volte, in modo indiretto. Una volta le ho raccontato, lo scorso anno, che mio fratello aveva un bel posto per me, a Terni. Io le spiegai che non ci andavo e che, se non mi muovevo da Saronno, era per lei. Be’, mi rispose subito, con la solita prontezza e il solito disprezzo, che ‘per lei potevo andare via benissimo!’ ” “Ascolta me! – gli consigliò Clarabella – Se lei ti sta a cuore, non andar via! Sii tenace! Solo la perseveranza e la fedeltà possono riuscire, con le persone di quella famiglia. Te lo dico, perché lo so per esperienza.” Fu un consiglio detto a fin di bene. Capiva come egli, pur essendo terzo incomodo, aveva ragione e doveva lottare. (E’ un altro terzo! Egli stesso!) “Ma… sai qualcosa che io non so?” “No! No! Per carità! Questa è solo una mia idea. Se tu sapessi che vita complicata ha avuto quella ragazza, quanti rospi ha dovuto ingoiare e di quanti momenti difficili ha dovuto venire a capo, capiresti di più, perché, tante volte, si comporta come vedi.” La bella decisione del Nostro Paperino, del cartone animato di Dio, d’andar via, fu così sbaragliata. (Ecco, questa pagina è vera in tutto e per tutto ciò che riguarda i terzi, perché, nel Codice voluto attuato dalla Provvidenza di Dio con questo libro, in questa pagina si è aggiunto 3 alla metà di mille, che indica tutta la realtà della quantità unitaria, i kg, espressi in uno solo dei due versi della realtà del volume).
Amodeo, come gli capitava molte volte, passò così da un eccesso all’altro. Considerò che non era riuscito a parlarle, seriamente, nonostante ci avesse provato; che le occasioni c’erano state, ma lei era sempre sgusciata via come un’anguilla. Lei aveva fatto, infine, così, anche con la sua Cantoria della Cassina. Aveva voltato repentinamente le spalle a tutti, senza prepararli, dando loro, così a bruciapelo, quella pessima notizia. Gli unici a conoscerla erano Nadia, alla quale l’aveva detto lei, e Amodeo, a cui lo aveva detto il destino, fin dal primo di quell’anno, quella volta che uscivano dalla scuola media di Cogliate, dopo d’aver provato con la Banda. (Vedete? Amodeo cerca qual sia la realtà). Ci fu una sera in cui «Occhi verdi» aveva voluto dare, a Roberto e a Riccardo, il modo di saggiare il loro compito. Aveva negato la sua disponibilità a dirigere, raccontando che era via in gita con la sua scuola. (Aveva cercato di conoscere e far conoscere le reali capacità dei due). Ma alla prova mancava anche Nadia e, quando giunse, a metà del tempo consentito, era tanto depressa che rispose a Romano, che le aveva domandato che cosa avesse, che era molto triste e non voleva cantare più. Poi si era ripresa ed era venuta da loro. Il Nostro Paperino aveva intuito come fosse stata da «Peperina», a cercare di convincerla, affinché recedesse dalle sue intenzioni di mollare la Cantoria. La Maestra del Coro era una cocciuta. Ma se era presa certe volte con grinta, in quei momenti anche subiva l'autorità, di chi la trattava comandandola. Di certo era una personalità molto complessa, tutta giovialità ed anche allegria, laddove aveva modo di sentirsi ben accolta, ma anche inconsistente in quei gesti, che erano una pura reazione ad un ambiente favorevole. (Sono espresse le reali condizioni della maestra). Amodeo le voleva bene, perché avvertiva il suo grandissimo bisogno di potersi liberare, della sua paura, per ritornare ad affidarsi ad un affetto sicuro. Che peccato che una persona, che aveva vere potenzialità, si trovasse sostanzialmente a vivere in solitudine! Si può essere così anche in mezzo alle comitive, nelle quali si riesce a ridere e a estrinsecare la parte propositiva della persona…, ma se tutto ciò si ferma veramente in superficie, si resta sconsolatamente soli. (Sono espresse le reali condizioni, nei confronti dell’affetto profondo). Non bastano più i bambini, cui insegni, o angelo azzurro! La nipotina con cui giochi, tua sorella, tua madre, tuo padre, tua zia: ti manca quella che è la naturale parte prevista, come il complemento, dalla natura: il tuo compagno. Il caso di Amodeo non era così: con tutte le persone egli aveva sempre puntato a centrare l’obiettivo, ed era l’anima. Tutte le volte che incontrava gli altri, perfino quelli che, come lei, sembravano avere inimicizia per lui, egli le cercava nell’interiorità. La stessa «Occhi verdi» era divenuta la sua compagna, autentica; e gli parlava già da molto tempo, a tu per tu, nell’intimo della sua coscienza. (Le reali condizioni di Romano nel confronto con gli altri). Il Nostro Paperino, del cartone animato di Dio, decise così che doveva mettere sottosopra quell’assetto sbagliato, di lei; che doveva sconvolgere tutta l’idea che s’era fatta di lui; che doveva riuscire a dirle la cosa essenziale, che la colpisse, le restasse scolpita, e per sempre, nella mente e nel cuore. Questa decisione era perfetta. Vera e reale. Andò quindi, quella sera, a Cogliate, per la messa vespertina e la processione del Corpus Domini, deciso ad esorcizzare la maestra. Quando giunse in Chiesa, lei era già là e c’era solo Gigi, l’organista. In un momento in cui fu sola, l’avvicinò e le domandò: “Che cosa è stato concluso, poi, stamattina?” (Che è successo in realtà?).
505
Ecco, su questa pagina 500 +5 c’è tutta la realtà 4 espressa dinamicamente, in intero moto reale 1
“Se ti fosse importato, ti saresti fermato!” aveva già assunto il tono del rimprovero che, nel suo modo di pensare, doveva essere quanto bastasse a farlo stare con la coda tra le gambe. (Lezione dinamica, di come vanno le cose). E invece egli, guardandola dritto negli occhi: “Mi sposi?” (Quale moto reale e assoluto più di questo? Non ce n’è maggiore, ed è a pag. 505!). “Mai e poi mai e non pensarci nemmeno!” fu la risposta. Così fulminea da rivelarsi già pronta, già pensata da lei, a sufficienza. (Anche questo fu il reale moto dell’animo suo). Amodeo non fece una piega, andò al suo posto, perché stava arrivando gente. Nel momento in cui tornò da lei, a prendere lo spartito dal mucchio, posto sullo sgabello vicino a lei, le obiettò: “Sei troppo sicura, non ti credo per niente! Io ci penso eccome! E fai bene a pensarci anche tu!” (Nella dinamica “muro contro muro” Romano l’esorcista fu perfetto). «Cicciobella» restò allibita e muta. Messa di fronte ad una tale certezza, lei non ebbe più pronta quella risposta, sagace, che era la sua prerogativa. (Perfettamente bloccata!). Durante il canto, Romano fu sereno, ridente. Poi ci fu la processione, per le vie, e il solito spettacolo, della Schola Cantorum, che marciava con lei in pompa magna. (Vedete la descrizione del moto assoluto relativo alla pag. 505? La processione nel Corpus Domini, di tutti!).
Ritornati davanti alla Chiesa, mentre tutte le persone erano lì ammassate, Amodeo si fece largo verso «Cicciobella» e, ad alta voce, esclamò, a braccio teso: “Maestra, mi dai la mano?” (Nuovo deciso attacco in pieno movimento). “Piacere!” esclamò lei, ad alta voce, e serrò quella mano con una forza tale, che era quasi come se volesse stritolargliela. La persona reagiva, altre volte quella stretta era stata moscia e senza vita. Il giorno dopo, quel birbante di Paperino, ordinò un gran mazzo di fiori, cui allegò questa lettera, che conteneva anche una foto: con lei che riceveva dei fiori e Romano sfumato nello sfondo. (Nuovo deciso attacco… e che attacco! Con la verità) Maestro, il tuo e mio abbandono alla corale di Cassina Ferrara e’ la ribellione dei cretini? (uso il termine con il quale descrivesti chi da solo fa’ il suo dovere; uso il plurale perché anch’io l’avevo decisa prima ancora di conoscere la tua). Quando mia madre da bambina era indotta a pregare da sua madre, dovendo ripetere: “Madonnina mia fammi diventare brava… buona… vecchia…” scattava “Vecchia no!” con l’impeto che ho visto io ieri udendo da te la risposta “No! Mai e poi mai! Non sognarlo nemmeno!” alla mia sparata: “Mi sposi?”. Non illuderti: come mia madre invecchiò, allo stesso modo tu mi sposerai. Quando? Purtroppo (temo) quando non avrò più da darti ciò che io oggi posso ancora e tu puoi ancora ricevere.
506
Io ho veramente la sicurezza, poi – anche – del mio amore per te. Lo sento così pieno, così quasi oltre me stesso che è come se fossi stato già io il tuo primo amore (quello dei 20 anni, da cui poi sortì la strana coppia di due religiosi), io quello di ripiego assunto da te dopo con Cristo (che ti volle liberare della tua promessa con la malattia). Ora “sento” che io – proprio io! – posso, voglio e debbo fare di te una persona finalmente libera. E lo sto facendo proprio così: mettendoti in condizione di scegliere liberamente: tra le cose secondo natura e quelle che sono assunte quando la natura è violentata. Se un “fidanzamento segreto” (quello che intuii sgomento una sera di due anni or sono, quando Nadia disse a te in corale che il 4 giugno 1998 sarebbe intervenuto in pizzeria anche il suo “fidanzato segreto”…, e poi colà prese in giro tutti noi, chiedendoci come fare a conoscere amici…) se questa intesa che si poggia sulla reciproca frustrazione sopravviverà, l’avrai voluta proprio tu, liberamente. Ho capito di dover mutare atteggiamento, anch’io. Ho trascorso gli ultimi 25 anni abbassandomi per il prossimo. Io voglio fargli bene, ma – così in basso come sono finito – la gente non è capace più di distinguere. La stessa cosa, detta da una creduta nullità e da uno che sta su un pulpito… sembra non essere la stessa cosa. Allora se io voglio che anche tu consideri finalmente la bontà del mio sentimento per te, debbo smettere d’esser cretino. Ho iniziato (a smettere) ieri, dicendoti “Mi sposi?”. Perché sono veramente cretino se, così vicino come io ti sento (in tutti i modi), non cerco poi le vie giuste per tradurlo in atto (e sono quelle d’una riabilitazione personale: tu non mi prendi sul serio!). Sono cretino se, conoscendo quanta gioia puoi darmi, non cerco di prendermela. Sono cretino se, sapendoti preda della violenza altrui, non cerco di liberartene. Sono cretino se, per lo stesso motivo, mi faccio stoppare proprio da te che sei così priva di libertà. Non mi zittirai più e quando sarò in silenzio o assente (come sto per essere) il mio silenzio e la mia assenza parleranno a te più d’un libro, perché è proprio per te che me ne vado: mi sembra d’esser divenuto un drogato, che si contenti di paradisi artificiali nel mentre desidera quelli reali! Ritornerò ad esser qualcuno; tu mi spingi alla ricchezza, alla fama e al successo. Grazie! Smetto di fare il cretino, insomma, se penso infine anche ai miei desideri e ai miei diritti e concretamente “io ci provo” (luogo comune, vero?). Sono stato sballottato come te e sento che l’epilogo d’una comune vicenda sarà questo: “Sì! Sempre e poi sempre!”. Insieme. Ignoro il quando, ma invecchierò con questa certezza, rinunciando alla mia vita – non però senza combattere – se a te garberà di rinunciare alla tua. T’occorre nuova fede nell’uomo fedele, tenace, intelligente, generoso e io credo proprio di possedere queste doti! Così avrò successo, con te e grazie a te, per la mia vita e la tua. Ma – per adesso – occorre fare silenzio. Io parto ma non vado via. I fiori sono per la Maestra di Cassina Ferrara. Mai ne abbiamo avuta una così capace di porgere con tanto prestigioso garbo le cose cantate! Io riconosco il meraviglioso dono ricevuto e so dire (arbitrariamente come al solito, quando parlo a nome di tutti): “Grazie Maestro! Ti serberemo nel cuore! Recedi dal tuo proposito! Ritorna!” Noi abbiamo bisogno di te! A presto: io mi allontano e non so per quanto, ma ritornerò. Io certamente ritornerò… se non muoio, se Dio vuole assecondare il comune destino di chi infine ti ha chiesto la mano; e tu gliela hai stretta, con vigore, dicendogli: “Piacere!”… Questa è la verità! Romano
Nota: Romano intendeva dire: in Paradiso, questa realtà secondo i desideri dello Spirito
Io ho fede assoluta nel bene tuo per me. Lo sento realmente presente. Proprio tutto all’opposto di quel “No! Mai e poi mai!”, io sento solo la risposta: “Sì! Sempre e poi sempre!”. E ti sogno, eccome! In tutti i modi, consci e inconsapevoli: sapessi con che stupendi colori me li porta realmente la notte, quando mi addormento solo, mentre sarebbe così dolce se potessi stare io con te e tu con me. Accadrà, MT! Io non so quando, ma avrò la forza, la calma, la sicurezza che manca a te e per la quale dici quelle sentitissime vere bugie che – ripeto – fanno il paio con il “vecchia no!” di mia madre, che della vecchiaia presagiva solo l’aspetto della menomazione fisica, non conoscendo ancora la dolcezza che avrebbe provata nell’estremo abbandono di sé a me, suo figlio.
Amodeo volle sapere, dall’amico fioraio, cosa fosse successo, come avessero reagito quando egli aveva consegnato quell’enorme composizione floreale. Gli avevano domandato: “Chi li manda? Chi li manda?” … Che delusione: lui! (In questa pagina che ne aggiunge 6 a 500 è solo accertata o indagata una verità a tutto-tondo (positivo-negativa). Ed è quanto è descritto: Romano è oltre se stesso e un giorno impersonerà tutte quelle parti, di Maurillo il primo amore, di Gesù Cristo… sta dando veramente libertà alla Maestra e sta dicendo tutte fondamentali verità, anche se complesse come il 6 che esiste tra –3 e +3 le due inverse terne. Ciò ha senso perché questo libro è come un codice).
507
508
507 è la massima libertà aggiunta in linea, 7, alle 500 globali. Anche i contenuti narrati in questa pagina 507
Ora siamo alla pag. 500 che somma 8, pari all’intero assetto del volume complesso e porta ad una stabilità estrema, pur nel contrasto tra –4 e +4. Risulta da quello che risponde Amodeo, in questa pagina?
Romano non ebbe alcun segno di risposta e se l’aspettava. Allora decise d’averlo, anche a costo che fosse negativo. (Ecco, in questo libro scritto in Codice dalla Provvidenza di Dio, appaiono tutte verità in massimo moto, addirittura per costrizione, per esorcismo, stimolo massimo!). Avrebbe costretto lei a farsi viva. Doveva esorcizzarla! Così le scrisse nuovamente, stimolandola al massimo: MT, e’ l’una, non riesco a dormire, penso a te che sei qui vicina, ancora per pochi giorni. Ora posso alzarmi, accendere il computer, scriverti, uscire, passare vicino a te che dormi, infilare questa lettera nella casella in cui tua zia m’intimò di non osare più… Ho desiderio di dirti un’ultima volta che mi piaci, che vorrei dirtelo a voce… Mi piace come sei quando c’insegni: appassionata, attenta, sensibile. Si vede che sei contenta e a me dà gioia osservare la tua intima soddisfazione, che traspare dai gesti, dallo schioccare delle dita, da quegli OK che usi ad ogni brano archiviato. Non puoi avere idea di quanto tu mi piaccia! Sei viva! Sei profondamente buona, anche se talora t’atteggi a donna dura, specialmente con me. Quando in Chiesa mi hai risposto “Mai e poi mai! E non sognarlo nemmeno!” sprizzavi un’irresistibile simpatia da quello sguardo fiero, più blu del tuo normale, per l’insolito trucco deciso, usato a rimarcare il tuo volto arrossato dal sole. Per le cose che dicevi mi sarei dovuto avvilire. Ma come potrei? Il mio affetto per te non è condizionato dal successo, che arrida o non arrida, alle mie speranze. Di certo io sento la tua profonda verità, quella che nemmeno tu ancora avverti. Io sento quella riconoscenza definitiva che avrai per me quando finalmente sarai sicura che mai, nemmeno una volta, ho inteso sopraffare il tuo bisogno di libertà, quando conoscerai come io veramente ti ami oltre me stesso, oltre gli ostacoli e tutta l’inimicizia opposta da te ai miei desideri di te e del tuo bene. Si vede che io lo sento già e che non credo ai miei occhi, né alle mie orecchie, quando mi dici cose come quel “mai e poi mai!”. Mi piaci, Maria Teresa! Mi piaci, mi piaci, mi piaci… “Buon giorno amor mio!” (or che tu leggi). Ma io, passando tra poco vicino a te, ti dirò “Buona notte!”. E’ l’una e trenta, dopo, son certo, dormirò. A presto! Pensami almeno un pochino! Vorrei – prima di partire – che potessimo mangiarci una pizza come due buoni amici! Ma non si può, e non a causa mia: sei tu che non puoi trattarmi da amico. Ricordi? Pensavi non ti sarebbe riuscito neppure di darmi del “tu”, invece talora mi (mal)tratti come si fa solamente con quelli di casa. Anche questo “nulla” che mi dici, quando ti scrivo o mando fiori, quando muore mia madre, o il mio cane, o il mio amico, è solo il segno d’un lungo discorso che mi faresti, se spinte opposte non ti costringessero a un vero silenzio. Ti capisco, e mi piaci così: questa è oggi la tua verità e ti ringrazio, perché non me la nascondi, a costo d’apparire villana e maleducata. Ma sai… che so… che sai… che io ti so… In verità non siamo cretini, e ci rispettiamo molto, molto più di quanto sembri. Tuttavia resta che lo sono se non mi do una mossa (visto che posso anche impostare un lavoro ad altissimo reddito)… per cui me la do, sperando in bene. Ti amo, Maria Teresa, sii felice! A presto! E non lasciar la Cantoria di Cassina Ferrara! Senza te è uno strazio e si sfascia! Romano
Fu così che, la mattina dopo, alle 7,30, «Peperina» lo chiamò al telefono e gl’intimò: “Un bel gioco dura poco ed io mi sono veramente stancata. Dunque smettila!” (La Maestra, che mai si era degnata di rispondere, raccontata nei suoi gesti in questa pagina 507 lo fece: reagì con prontezza e veemenza: uno spirito in perfetta sintonia, anche se tutta inversa).
“Vedi? Ci voleva così poco! Perché hai atteso solo adesso a dirmelo, facendomi proprio tu arrivare a questo punto?” (E’ stupefacente! Romano accenna alle contraddizioni attuate prima, ed ora espresse nella sintesi. Questa aggregazione delle pagine, credetelo, è stata apparentemente lasciata al caso dell’automatismo, ma il libro non è “a caso”: lo ha fatto lo Spirito Santo e traspare da tutto).
Il rapporto tra loro, con Romano che puntava a fare un esorcismo, per scacciare il male presente in lei, che le impediva di essere giusta, divenne simile a quello che esiste tra il Diavolo e l’Acqua Santa… (E in effetti 8 è tutta la quantità del volume complesso che esiste in un cubo il cui lato esiste tra –1 e +1, e comprende il positivo +4 - acqua Santa - e il negativo –4 - Diavolo).
Romano stava tentando un esorcismo perché era stufo della situazione, aveva perso la pazienza e doveva mettere in crisi la sicurezza dell’Assoluta negazione che vedeva in lei, ora anche per tutti i cantori della Cassina. Adesso non accettava più che lei spadroneggiasse. Del resto con che arma terribile stava attaccando questo Assoluto no? Con l’Assoluto sì, la massima offerta possibile: quella di sé, fatta a lei il giorno in cui lei aveva tradito tutta, tutta, tutta, tutta la sua gente, che l’amava allo stesso modo di lui. (Oh, badate questi 4 “tutta” li sto rilevando solo ora: è quel +4 cui lei aveva opposto il –4 dell’abbandono dei suoi amici).
Romano, sentito finalmente come un fortissimo antagonista, della Negazione di sé indotta da Satana in quell’animo bellissimo della Maestra, scatenò la Bestia contro di lui, esattamente come accade negli esorcismi, in cui l’indemoniato lancia urli ed offende chi l’esorcizza. Che nessuno più parli a costoro di crocifissi o di altri segni del bene. E che deve fare l’esorcista? Chiedere tante scuse ad andarsene, lasciando nelle peste chi ha subito il fascino di Satana? Quale? L’ambizione, la presunzione, l’alterigia, la villania, il tradimento, l’assoluta mancanza di riconoscenza, preferite alle contrapposte virtù, predilette da Amodeo. Amodeo non volle scappare, non volle mollare l’osso, una volta che aveva deciso di attaccarlo. Se poi bastasse una semplice operazione chirurgica, come quella proposta da «Peperina», dicendo che “Un bel gioco dura poco”, a mutare una piega profonda assunta dalla vita, significherebbe essere veramente alla mercé degli altri. Amodeo aveva scritto che non si sarebbe fatto menare più in giro, come un burattino, e che avrebbe portato avanti la sua tenacia, la sua fedeltà, costasse quel che costasse... E lo fece. (Questo atteggiamento fermo, di fronte ai contrasti, è nell’esatto Spirito di questa pagina 508, in cui sono espressi gli equilibri stabili, poggiati sui valori estremi).
Andato via da Saronno, le mandò un paio di brevissime lettere, scritte a mano, e qualche cartolina, con lo pseudonimo d’Anna, che aveva usato anche molte volte facendo il giornalista. Non era, come sapete, uno pseudonimo, ma il terzo dei suoi cinque nomi… quello di mezzo: l’equilibrio anche qui. Romano – anzi, Anna – le scriveva che lei, troppe volte, quando dirigeva, diceva che la cosa più importante che vi fosse, era di sembrare sicuri del fatto proprio: “Meglio sbagliare essendo sicuri, che essere nel giusto esitando!”. Perciò tanta sicurezza, mostrata adesso con lui, era il segno, più che evidente, solo d’una grande insicurezza… che era meglio non dimostrare. (Un complesso da nascondere). Romano ora le scriveva da Milano. Aveva iniziato a ristrutturare l’azienda del fratello e, ritornando ad occuparsi d’edilizia, stava cercando di mettere in condizione, l’E-press, d’avere un ufficio che fosse, per superficie, il doppio di quello che costava il suo affitto (anche qui tentando di sfruttare al massimo il complesso tra –4 e +4: doveva essere ottimo, 8mo).
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Capitolo 56 Quando, il 5 settembre del 2000, ci fu il primo raduno della Schola Cantorum a Cogliate, egli fu spiritualmente con loro: vide la scena, minuto per minuto; la gente che arrivava, scendeva le scale. Ecco: ora arrivava lei, cominciava a domandare “Come sono passate le vacanze?” Ecco: ora cominciavano a discutere il programma, ora iniziavano a cantare... e cantava anch’egli. Come al solito, essendo il 9 tutto il moto in linea, di 1, nel tempo del ciclo intero 10, esso, aggiunto alla pagina 500, codifica quest’intero tempo aggiunto, descrivendolo mediante i gesti indicati nella pagina, addirittura come tempi musicali. Questi ragionamenti funzionano qui perché questo libro è un codice esso stesso, in tutti i suoi numeri, delle pagine, dei capitoli, delle note, messi dallo scrivente a caso, ma chi ha dettato non lo ha fatto a caso, ma secondo un progetto precisissimo che intende sia notato. Paperino il nostalgico cantò, per tutta quell’ora che immaginò durasse la prova, poi cominciò a vedere il loro ritorno a casa. Ecco: ora lei dorme. Nel novembre prima lei lo aveva incuriosito sulla sua età. Aveva indagato e appreso che era nata il 3 ottobre, l’anno lasciamolo perdere. Acquistò un bel regalo. Scrisse poi almeno 30 versioni diverse, del biglietto che avrebbe accluso. (Moto in linea-tempo? E come no! Riguarda addirittura gli anni, ora). Ecco la versione definitiva, scritta tutta a mano: E’ solo un piccolissimo segno: io, per intero mi sono donato a te, quel mattino che Maurizio si sposò… Farai, però, di me quel che tu vuoi. Io sono contento che il 3.10… sei spuntata tu, a dare luce, colore e suoni al mio mondo. Che sarebbe un bel mondo se tutti fossero come te, non come me… Io infatti, non conto, e tu stessa non mi prendi sul serio. Tu, tu conti! Infatti io ti ammiro. Chi sono? Nessuno! Praticamente nessuno, per te. Non devi dunque grazie a nessuno! E questo non è un “do ut des” è un do, nota musicale, canto all’amore gratuito, che non dà per ricevere, ma per rendere felice, per allietare la vita, che, senza spiragli di luce, non varrebbe niente!! W, W la tua vita, Maria Teresa! “Io voglio bene a Maria Teresa”. In occasione del tuo compleanno, consentimi l’enorme gioia… d’un gioiello, un piccolissimo pensiero, oggi, 3 ottobre 2000. Per come esso è fatto, racconta la storia d’un amore a senso unico, mio e tuo, che è, per entrambi: “Io voglio bene a Maria Teresa” Eccoti il testo del racconto, la canzone “Amor di nessuno” « Ti faccio il filo e dell’intreccio d’oro congiungo i lembi, cantando in ogni Coro tuo; io: uno che poi lascia andar, liberamente te, se tu insegui un sogno differente. Ma non è opposto! Infatti io dir ti ho intesa: “Io voglio bene a Maria Teresa” In te è amor proprio e te ne stai lontana In me è proprio amore e l’assecondo. Estremi, sì, ma in simmetria di cuore (AMORE PROPRIO e PROPRIO AMORE) per una gioia sola: d’esserci al mondo tu »:
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(e qui c’era il disegnino della collana in cui il fermaglio a croce indicava le due Cantorie che per un poco avevano tenuti vicini, l’uno all’altro, i due estremi del filo della vita, con la scritta): “questa gioia è tua, è mia, nessuno saprà mai che te l’ho data, gradiscila, non rigettarla… del resto a chi? Io sono solo uno che ti vuol bene e che tu non puoi e vuoi vedere… insomma nessuno. (Infine c’erano le conclusioni) “Vedi? Ti avevo chiesto d’avere più spazio nella tua vita… Tu mi hai dato molto di più: sei entrata in me ed hai occupato ogni interstizio della mia mente. Grazie a ciò io non sono più solo, ti ho sempre con me e posso aspettare, con somma fiducia in te, che si maturino anche i tuoi tempi. Sii libera, tesoro mio! Anche tu, per me “puoi andare benissimo” (andare via). Via… come me. Come me che sono andato via proprio per potere essere presente, in modo idoneo, con tutti i miei mezzi. Chi vuol esser d’aiuto, per prima cosa deve aiutare se stesso. Anche io devo maturare i miei tempi, recuperare per intero il rispetto, di me stesso, se voglio che gli altri mi rispettino. Ebbene ci sto riuscendo! Romano.
Poiché qui è cambiata la pagina, aggiungerne 10 (ciclo intero) alle 500 pagine significa uno scatto intero, in avanti, il superamento della verità. E in effetti le affermazioni saranno superate tutte in vario modo. Ad esempio, in questo stesso momento “si sa che Romano ha fatto questo regalo”, nel mentre aveva affermato, nel biglietto, che mai nessuno l’avrebbe saputo…, eccetera. Perché Romano svela questo segreto? Perché avrebbe cominciato lei per prima a rivelare agli altri cose che sarebbero dovuto restare segrete, quali ad esempio la sua proposta di sposarla. Il gioielliere di Milano affidò il plico ad uno spedizioniere, e si trattò di un regalo piuttosto impegnativo, ma solo per il prezzo: infatti era presentato come il puro omaggio d’un anonimo che le voleva bene; anche se, da ogni cosa, si capiva poi chi egli fosse: l’esorcista. E questo anonimato è di fatto esso pure superato. Se ricordate, la MT «Celeste» era stata colei che, con un ghigno satanico e le parole “Che tu mi voglia bene non mi fa né caldo né freddo”, aveva creato la base, piuttosto disperata, sulla quale, poi, il tradimento, anche della Chiesa, aveva fatto venire al Nostro povero Paperino il desiderio d’una morte eroica, in difesa dei grandiosi ideali che aveva. La Provvidenza di Dio ci pensò, a fare accertare a questo Paperino, direttamente, come in verità stessero le cose… e state bene attenti a che stupefacente ribaltamento! Infatti, collegatosi a Milano alla segreteria telefonica, risultò impresso un messaggio di lei, fatto alle 18,43, del 3 ottobre, quando, tornata a casa e aperto il pacchetto, era finita in una confusione assoluta. «Cicciobella» aveva tentato di telefonargli, ed era in uno stato così “preso”, che non si era accorta che era scattato il messaggio della segreteria, che avvertiva che “Il cliente non c’era e che poteva essere rilasciato un messaggio dopo il segnale.” Lei, senza avere la cognizione del passare del tempo, aveva seguitato a parlare, con chi era in casa con lei, e la sua voce era restata registrata, del tutto simile alla confusione della mente e del cuore. La Provvidenza le crea un contrattempo fantastico, incredibile! Tutt’altro che “né caldo, né freddo”… tutti e due e ad altissimo livello, segno di una fortissima lotta, in atto, nell’animo della maestra, tra la sua parte buona e quell’altra che non accettava di essere esorcizzata. La sua bugia risulta superata e mascherata alla grande! Amodeo, ancora una volta, fu molto sorpreso da quella reazione di lei.
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Quella «Peperina» sembrava un tipo che fosse in grado di dominare una cosetta, come quella collana, con lo stesso spirito di tante volte, quando dava a vedere di padroneggiare ogni cosa, mettendola sullo scherzo! E, invece, si stava dimostrando una persona che guai a toccarle la corda dei sentimenti! Scherzare, sì. Ma, come gli aveva intimato: “Un bel gioco dura poco!” Aggiungere 11 pagine rigenera la stessa fase, molto vera. “Perché mai dovrebbe essere così? Se un gioco è bello – pensava Amodeo, nella sua semplicità – per quale motivo occorre smetterlo? Perché stanca? Ma allora non è veramente bello! Io non mi stanco mai della bellezza!” ed è vero. Quella lettera e quel dono erano d’una “finezza e di un garbo” senza alcun limite. Il frutto d’una pura ed assoluta galanteria, di cui, se lei fosse stata una persona libera e non un’indemoniata preda dei valori cattivi che s’erano impressi su un animo sconfinatamente buono, avrebbe dovuto provare soltanto gioia. Ed era vero. E si può dirlo con piena ragione! Un cattivo non è messo in crisi da un atto di bontà, se non fosse un buono reso cattivo solo dalle disgrazie della vita. Era vero. Un buono che diventa cattivo per autodifesa e viene trattato con bontà quando egli vuol fare il cattivo… resta veramente sconvolto! L’esorcismo del male funziona proprio così: facendo leva sulla parte buona. Chi non ha questa parte buona si approfitta di un buono e non gli fa guerra, cerca di strumentalizzarlo ai suoi fini. Verissimo. Maria Teresa era una persona di una bellezza veramente unica, nell’animo, nella capacità di intuire il bene, nella sensibilità artistica. Ma la vita l’aveva domata e plagiata fino al punto da farle perdere la stessa speranza nella bontà. Se lei l’avesse vista non ci avrebbe creduto. Ora però il destino l’aveva messa a contatto con una persona davvero buona, che voleva farla riscattare dai suoi limiti. Lei si accorgeva che Romano era una persona fuori dell’ordinario, matta rispetto ai valori che lei giudicava quelli che valevano avendone la forza. Se non se ne fosse accorta non sarebbe entrata in crisi. Verissimo. Pertanto non poteva offendersi, se si sentiva chiamare indemoniata: quella era solo la vernicetta di Satana per offuscare virtù senza uguali e Amodeo la doveva rimuovere, scrostare, perché si era accorto molto bene di come stessero le cose. Sacrosantamente vero.
Aggiungere il 12 al 500 e ritrovarci a pagina 512 significa aggiungere per linee spaziali tutto il volume compreso e significa una spiegazione della condizione spaziale. Romano aveva tentato di ottenere spazio facendo violenza ai suoi tempi. Ci avrebbe pensato Dio a recuperarla, ma solo quando avrebbe ritenuto opportuno. Il che conferma il senso simbolico della pagina 512. Tornato a Saronno, trovò il biglietto d’una raccomandata, nella cassetta delle lettere (un luogo). Andò alla Posta centrale (un luogo) e volle sapere che cosa fosse. “E’ un pacco inviato a lei” e glielo fecero vedere: mittente MT Legnani. Domandò: “Lo devo ritirare per forza?” e l’impiegata: “No, se lei non lo ritira entro un mese, il pacco viene restituito a chi l’ha consegnato alla Posta.”… sarebbe tornato al luogo di origine. Ecco, se Amodeo avesse voluto fare giochi di forza, avrebbe fatto così: non avrebbe ritirato quel pacco. Ma non voleva spazi di forza e di guerra, ma di armonia e di pace, così ritirò il plico e – considerato che MT gli aveva mandato un pacco raccomandato ed egli l’aveva ritirato – a sua volta scrisse a lei una raccomandata a casa sua. Non si può respingere una lettera così. È una pessima educazione, perché passa oltre la dignità di chi te l’ha inviata in quel modo, affidandola alle tue cure. Egli non era stato villano con lei e si aspettava per lo meno altrettanto. Questo era il testo di quella raccomandata spedita a MT la «Celeste»:
Ora il Regista di questa fiaba, il Walt Disney del cartone animato, aveva messo anche Romano Amodeo di fronte al dilemma di barcamenarsi tra Mammona e Dio, tra il tempo da spendere per la e-press, destinato a far denaro e quello da dedicare alle conferenze di Padre Magni, e stava usando Maria Teresa «la Santa», a sua volta, per controesorcizzare se stesso e togliergli dalla testa l’idea di arricchire nuovamente. Verissimo! Lei potrà esorcizzarlo solo mostrandogli la verità: lei è intoccabile come «la Santa» che va in crisi se è tentata da affetti umani, dopo che è stata sposa di Cristo. Verissimo! Così – ancora una volta puntando sul suo eterno affetto per una MT – ecco che la MT di turno, la «Celeste amica» si mette – per pura forza del destino – a scassare vigorosamente questo progetto, sbagliato e restauratore, di Amodeo, di arricchire nuovamente. La provvidenza gli fece sentire un dialogo in casa, della Maestra, che non era stato fatto perché egli l’udisse, e riportò immediatamente Amodeo a Saronno. Verissimo! Romano abbandonò (a causa di questa donna) il proposito assunto, perché gli premeva di più calmarla e farla stare in pace, di più che combattere per averla per sé. Aveva provato una morsa terribile al cuore, quando, nella segreteria, l’aveva sentita e risentita… mille volte così: una persona tanto cara, messa in ‘sì grande crisi proprio da lui! No, non lo voleva! Piuttosto senza di lei che in questo modo! Non approvò più questo esorcismo. Verissimo!
Cara mittente “Legnani MT”, ho apprezzato la buona cura dell’impacchettamento. Ho visto che hai identificato facilmente questo “nessuno per te” che io in verità non sono, segno che non sei né distratta, né smemorata, né opportunista… Tu sei soprattutto coerente. Come al solito tu, alla fine, preferisci dir tutto con il silenzio. A te, cui tanto piacciono i proverbi, cito quello che è veramente ad hoc nel caso presente: “a buon intenditor… poche parole”. Nell’accezione, però, del senso strano ch’io attribuisco, come ben sai, quando c’è addirittura il silenzio… Tu, però, prima, volevi parlarmi: il telefono ha carpito il tuo indiretto messaggio, pronunciato dalla tua voce molto alterata, in un momento di tale evidente impaccio che non ti ha consentito d’accorgerti che (dopo un avviso di molti secondi da parte della mia segreteria) fosse scattato il “bit” di inizio della registrazione… Insomma tutt’altro, tu, che una persona alla quale (che uno le voglia così tenacemente bene) non faccia “né caldo, né freddo”. T’ha fatto tutto: caldo e freddo! Constatarti così in evidente crisi, mi ha fatto veramente male al cuore, mi sono immediatamente pentito d’avertici messo… Le mie intenzioni erano di darti gioia e non questo stato vibrante, così intriso di disagio e d’ira, che la mia buona sorte ha voluto farmi conoscere. Perdonami per quanto possa esservi stato di “brutto” da parte mia e di “mal inteso” da parte tua. Ma mi conforta saperti intelligente e so che tu, in fondo, capisci le mie buone ragioni, anche se non le fai tue. Infine ti manifesto solo quanto è coerente con il mio stato e non pretendo certamente che tu lo condivida. Non è un peccato (non può mai esserlo!) il cercare di farti conoscere una mia verità, neppure quando tu non la vuoi conoscere. Gli amici aprono a verità dolorose! Altrimenti che senso ha, la pura amicizia? Hai fatto molto bene a trattare il mio dono come tratti me: sono “cose” tue e – come è per quanto sia veramente proprio – ciascuno è libero di disporne a suo piacimento. Te lo scrissi tra le prime parole: farai, di tutto, quello che tu vorrai. Ma ora aggiungo: e non solo perché è un tuo diritto, ma anche perché è il mio stesso vivo desiderio che tu lo faccia, anche se la tua libertà non ti porta verso di me.
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Sono io a poter dire, per amicizia e liberamente a te, ancora una volta: “Grazie di tutto!” E – come al solito – chi ha la possibilità d’avere più buon senso, tra noi due… ce lo metta! Perciò ce lo metto e non ti (dis)turberò più, lo prometto. “Errare umanum est, perseverare diabolicum”. Ti saluto, di nulla e per nulla deluso, senza aver fatto nessunissimo “buco nell’acqua” (tu, proprio tu, sei nel mio cuore). Sono molto, molto sereno, in pace e – con immutato affetto – auguro anche a te, come ho sempre desiderato fosse: sempre molto, molto di più e di meglio. Romano
“Non merito niente di tutto questo!”… Come valutare ora questa pagina? Il 14 è il ribaltamento del piano... Ecco come! Per lei il suo “piano” era… «del Diavolo tentatore». La provvidenza, con un incontro improbabile, gli mostrò il disappunto di quello stato di lei… ma accipicchia! Non era demoniaco, ma davvero santo e intoccabile e gli fece amare di restare povero e solo a Saronno, e disposto a non pensare assolutamente più a sposarla. Lei non l’aveva insolentito, gli aveva solo mostrato la sua verità. Era una Santa! Quella donna era stata all’origine di quanto egli aveva patito, a cominciare dal settembre precedente, quando aveva adottato volutamente le intenzioni del demonio e, con un ghigno terribile, nel tentativo di esorcizzare lui che lei credeva si credesse un santo, destabilizzò interamente il suo animo con la colossale bugia: “Che tu mi voglia bene, non mi fa né caldo né freddo!" Ora tutto si era ribaltato e rivelava la sua vera santità ed era attendibile, lei lo era, allo stesso modo che Romano era il piccolo e naturale figlio di Maria… ma nessuno avrebbe mai creduto neppure a lui. Su quella demolizione di base e destabilizzazione profonda della fede in se stesso, l’incomprensione della Chiesa aveva attecchito in modo ideale e Romano era stato idealmente crocifisso… come spettava, in concreto, ad un figlio ideale di Maria. Non era giunto a morire realmente solo grazie all’esistenza in vita di sua madre, di cui aver cura. A causa di MT e d’una Chiesa diaboliche, sarebbe morto! Gli era restata una gran mortificazione, ma come un segno di vera riconoscenza: per quel Gesù che chiama “beati” tutti coloro che patiscono offese, per aver seguito i suoi comandi, d’amore e di giustizia. Ecco. Ora aveva ribaltato anche il giudizio su quanto gli era accaduto e cominciava a rendersi conto di che cosa di meraviglioso fosse potuto accadere il 24.10.1999. Era stato costretto addirittura a rinascere in Cristo, era con Cristo, per Cristo e in Cristo nel momento del Convegno ed aveva potuto impersonare in pieno lo Spirito Santo che era giunto a salvare tutto l’uomo vecchio e piccolo, sostituendogli l’uomo consapevole, che deve credere alla Ragione Vera di Dio, che non contrasta assolutamente con quella della Scienza!. Un ribaltamento assoluto di tutte le convinzioni di prima. Quegli apparenti “cattivi” gli avevano fatto il bene più grande che egli poteva ricevere e tutti gli uomini a loro volta potevano attingere da lui. Così la Provvidenza gli aveva mostrato il vero: con una registrazione “impossibile”, ma fattagli ascoltare, e con quest’incontro improbabile, ma estremamente chiarificatore. Aveva potuto accertare anche con gli occhi, l’evidenza stessa, personale, dello stato fortemente diviso di MT «la Celeste», la cui «santa» anima era tentata, ma non voleva calarsi nuovamente in quegli affetti terreni con uomini da cui era rifuggita legandosi a Gesù; tanto che proprio aveva usato l’espressione giusta, ed esatta, della “rottura dell’anima”. Se poi ciò era sconfinato nell’amore tra donne che c’era di male? L’amore è sempre puro, sono solo gli uomini malvagi a macchiarlo. In Paradiso, poi, ci ameremo allo stesso modo, uomini e donne, potendo essere gli uni e le altre. Che nessuno pertanto tiri la prima pietra! In quanto a quella bella e «Santa Peperina», proprio lei dava ad intendere, a tutti, d’essere all’altezza d’avere il controllo di quelle situazioni, spesso leggere, che si attuano tra le persone. Una sera, all’arrivo di Cornelio Ferrario, assente nella prova precedente, gli aveva detto ad alta voce, davanti a tutti: “Oh, meno male che stasera c’è! La volta scorsa non mi sono divertita, perché non c’era nulla di bello!”
Attenti! Ora alla pagina 500 si è aggiunto il 13, e siamo nuovamente in un’area inversa, di ribaltamento e smascheramento. Per prima cosa Romano ha contraddetto il suo operato, in quanto esposto sopra in questa pagina, ammettendo i suoi errori e quelli di lei (egli non ha fatto un buco nell’acqua e in effetti ha ricevuto pari pari da lei una bella collana e un bellissimo ed anonimo biglietto). A dimostrazione, poi, che la registrazione a tradimento, ordita, dalla segreteria telefonica, a «Occhi verdi», non fosse un puro caso, ci pensò nuovamente il destino, a rinforzare la dose. In tre anni di permanenza a Saronno, Amodeo aveva più volte incontrato quella donna, ma mai per caso. Gli incontri, piuttosto rari, erano avvenuti in Chiesa o nel breve tragitto verso l’asilo, per le prove. Che l’incontrasse in altro luogo, proprio in quel momento, in cui lei aveva ricevuto quella raccomandata, ed erano in ballo queste schermaglie così fortemente avvelenate e contraddittorie, era improbabile. Ma accadde che Amodeo stava procedendo, a passo spedito, sul marciapiede di destra, in piena vista da chi gli provenisse da dietro, anche se in automobile. Era a circa 30 metri dal giornalaio e fu superato da una vettura che, giunta all’altezza del negozio, si fermò sulla destra. Romano era soprappensiero. S’accorse, solo dopo, d’aver superato d’una decina di metri una vettura che, forse, era l’automobile di «Occhi verdi». Si girò indietro di scatto e vide lei che, uscita dal veicolo, guardava nella sua direzione, per vedere se poteva attraversare oppure no. Si scambiarono un’occhiata restando impassibili, forse ciascuno aspettando che fosse l’altro a salutare per primo. Ad Amodeo l’attesa parve lunghissima, poi, poiché nessun veicolo era in arrivo, lei attraversò la strada ed entrò dal giornalaio. La donna non l’aveva salutato, ma non aveva evitato d’incontrarlo. Se non avesse voluto, l’avrebbe fatto passare oltre il giornalaio. Invece lei aveva superato il suo allievo, per fermarsi subito davanti a lui. Non era scesa, forse, solo per evitare un saluto dato per forza. Se Amodeo avesse voluto farlo, avrebbe rivolto lui a lei la parola. Dunque, a pensarci bene, MT «la Celeste» non era contraria a che scambiassero due parole. Così egli tornò sui suoi passi, attraversò la strada e l’attese fuori dal negozio. Quando lei uscì e lo vide, a pochi passi, restò gelida ed impassibile. Non si vedevano da quell’ultima calorosa stretta di mano e da quell’esclamazione “Piacere!” allorché egli le aveva chiesto davanti a tutti, di dargli la sua mano, “attentando a lei”, già sposa di Cristo. “Ti ho inviato una lettera.” “Sì e te l’ho rispedita, senza neppure leggerla!”… più rigetto di così! (è la pag. 513!) “Ma perché fai così? Che t’ho fatto di male?” “Non rompermi più l’anima!” … ed era vero: «la Santa» non accettava tentazioni, e stava mostrando ora tutto quanto il suo disappunto… (appunto, qui in pag. 513). Lo piantò lì, attraversando la strada, salendo sulla sua vettura, mentre egli dichiarò:
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“Come?” le domandò il cantore, sorpreso da quello che sentiva. E lei: “Si non c’era da vedere nessuno che fosse bello! E glielo dico, davanti a tutti, in questo modo, perché è sua moglie a non esserci, stasera!” Chi sembrava così “spavalda”, che si permetteva di fare complimenti ad un uomo sulla sua bellezza, tanto da lasciarlo addirittura stupefatto, poi era invece, nella sua profonda verità, una persona eccezionalmente sensibile e vulnerabile a tutto ciò! Una donna che assumeva l’atteggiamento del dominio, laddove la verità, del suo stato, era l’estrema fragilità d’un animo «santo e intoccabile», posto innanzi a chi le mostrava «umana predilezione». “Un bel gioco dura poco!”, gli aveva espresso al telefono, perché non si può giocare con i sentimenti; a lei provocavano la destabilizzazione dell’anima. Per lei erano come quel letto matrimoniale nel quale Sabato Lingardo non era voluto andare a dormire, a costo di morirne per la stanchezza.
al volo, tutti gli articoli della differente stampa quotidiana, suddivisi per argomenti, per parole: in modo da consentire agli operatori di trovare immediatamente gli argomenti di loro interesse, che erano stati oggetto di notizie sulla stampa. C’erano più di una ventina di ragazzi, ai quali aveva allestito appositamente un corso per prepararli, stages costosi, pur d’avere, a portata di mano, uno strumento tecnico che fosse scattante, efficace, tempestivo. Invece, non aveva speso né investito nulla, per l’acquisizione della clientela, fidandosi della Lega anziché del fratello. Ignorava, Benito, che, per l’efficacia e la determinazione che aveva Romano nelle sue cose, quando ci si metteva, era – da solo – molto più promettente di… un esercito. Aveva costretto oltre 900 pigri Architetti a muoversi, in una sola sera, per rinnovare un Consiglio dell’Ordine… che solitamente non interessava che a pochi. Che avrebbe fatto la Lega? All’atto pratico, questa struttura, si sarebbe poggiata sui pochi operatori che avrebbe mobilitato, avendo solitamente tutt’altri interessi: la politica, più che l’informazione.
Amodeo, ancora una volta, fu intrigato da questi fatti, al punto che decise di non arricchire più e di non ritornare più a Milano a lavorare con suo fratello. Era un lavoro cominciato bene e già concluso nella prima parte: aveva completato la trasformazione dello scantinato e rimesso a nuovo l’aspetto d’ogni cosa. Stava pensando di sistemare la zona nella quale avrebbe trasferito la sua residenza, per dare a Benito, e a se stesso, il massimo della sua efficienza. Conosceva la sua capacità di mobilitazione, per averla attivata già innumerevoli volte e con grande successo. Aveva già localizzato, in diverse città, i suoi collaboratori: professionisti introdotti rispetto alle Amministrazioni comunali. Egli stesso, solo nell’area del PIM e del CIMEP, era ancora a contatto con una ottantina di Comuni. Aveva rapporti con gli architetti che, per dieci anni, erano stati a contatto con lui, quando aveva coordinato i lavori per la realizzazione del mensile degli Architetti Lombardi. Aveva fatto un piano secondo il quale avrebbe dato il 20% di provvigione per ogni contratto, incassandone egli una del 40%, che gli avrebbe lasciato la metà netta del guadagno. Aveva come base di lancio, oltre seimila Comuni, grandi e piccoli, cioè quelli che non sarebbero stati pertinenza della Lega delle Autonomie Locali, di sinistra. Se fosse riuscito solo a fare stipulare mille contratti – uno su sei – il ricavo medio sarebbe stato di 5 miliardi di lire, con una media di 5 milioni a contratto e il 20%, di questo ricavato, sarebbe stato un miliardo di lire, netti, per conto suo esclusivo e personale… in un solo anno! Amodeo era “capace” di realizzare una struttura così, conosceva se stesso. Chi ne conosceva molto meno l’efficienza, era proprio suo fratello Benito, che l’aveva visto all’opera, solo – e non l’aveva apprezzato – come il folle sperperatore delle sue sostanze, dietro un progetto fatto sull’orme del Vangelo. Questa cattiva conoscenza non aveva favorito eccessiva fiducia in lui, sotto quell’aspetto. Benito s’aspettava invece molto dalla Lega, che gli aveva assicurato, nel breve giro, oltre duecento contatti. Avere fiducia in Romano significava, da parte del fratello, che stanziasse dei fondi per finanziare il suo impegno. Benito, invece, aveva già speso molto, per acquistare in Leasing più d’una ventina di computer, lettori ottici e tutto quanto potesse consentirgli d’incamerare,
Se «Santa Peperina» e la necessità, il desiderio d’appianare le incomprensioni, non si fossero intromesse, Amodeo avrebbe superato l’impaccio del fratello, gli avrebbe fatto capire che doveva avere fiducia in lui, in quello che sarebbe stato capace di fare, egli più ancora delle Lega! E sarebbe presto arricchito, portando al successo anche l’iniziativa, molto brillante e molto utile, di Benito... perdendo il reale valore della sua santa povertà. Avendo avuto modo di rifletterci su, anche Romano aveva compreso gl’immensi vantaggi che sarebbero derivati ai Comuni. Ma, in più, sapeva come andassero affrontati: con quell’astuzia e furbizia che veniva insegnata a tutti i procacciatori d’affari che esistono sulla Terra. I Comuni sono gestiti da uomini che hanno amici: sono loro che hanno portato su proprio quelle persone, le quali, senza l’appoggio, vasto, della base non sarebbero arrivati mai ai vertici. Si doveva trovare quali fossero queste persone. La ricerca doveva procedere attraverso i professionisti locali, che le conoscevano, avendone avuto bisogno per lubrificare i loro interventi. Questi professionisti sarebbero stati scovati con l’aiuto fattivo di persone davvero introdotte, come lo Scarzella, amico di Amodeo, che per anni avevano avuto incarichi di rilievo al Consiglio Nazionale degli Architetti. Insomma la solita catena di Sant’Antonio, che aveva, a suo tempo, consentito a Romano, architetto di quart’ordine, di risultare il più votato su tutti e 2.000 gli architetti del suo grande Ordine: di Milano, non di Canicattì (e senza offese per questa città)! Amodeo era già sceso al Sud dell’Italia, ed aveva già localizzato sedi di sviluppo e promozione: a Vasto, dove aveva mobilitato gli amici Lino Raspa ed Anna Albani, persone capacissime, sotto l’aspetto della promozione. Nel Cilento, aveva mobilitato Ugo Fabroni, segretario delle 150 Pro-loco che esistevano nei Comuni di tutta quell’area, in cui Romano era nato. In quel viaggio, perfino sul treno, s’era imbattuto in una Ditta che coordinava impianti di sicurezza per le linee dei computer, e l’aveva agganciata. E – per una di quelle strane coincidenze che per lui non erano mai fortuite – un giorno s’era trovato alla Chiesa di San Francesco, non ricordo più se a Bologna o a Firenze. Aveva udito l’omelia che portava i credenti a diffidare delle ricchezze materiali, e ad affidarsi a quelle dell’anima.
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Aveva così voluto parlare con quel frate, e gli aveva posto il suo caso personale. Anche in quella occasione, il cappuccino francescano non aveva saputo aggiungere nulla. Amodeo era così vasto nelle sue considerazioni, che era difficile, così, all’improvviso, entrare nell’intrico delle sue problematiche, e raccapezzarsi meglio di quanto fosse già possibile a lui. La questione vera, posta in questo momento all’attenzione della sua vita, era se fare nuovamente quell’inversione di tendenza, che aveva deciso di fare, fondamentalmente a causa di quella donna… «Santa», che schifava le sue intenzioni «terra terra».
ancora valutato a dovere, su come Sabato gli avesse dato la foto poi stampata su quel libro dal titolo “Se Gesù parlasse oggi in Parabole”… Quel Sabato era colui al Quale Dio non lo aveva pagato, il Sabato, ed era divenuto importantissimo. Barbara Gorzawska l’aveva sognato nel mentre saliva per quella scala e le aveva detto di essere immortale. A lui aveva donato una notte d’amore disegnata interamente da lui, tutta a colori, con “Occhiverdi”, prima che lei tentasse di spegnergli i fuochi sacri con il veleno dell’indifferenza. La “leva” potente su cui la Provvidenza poteva però giocare, per trattenere Romano in quella sua stanzetta in cui era morta sua Madre e in cui sarebbe morto lui il 9.6.2004, fu proprio la dimostrazione, in presa diretta, della rottura che egli aveva provocata nell’animo «Santo» di lei: non era una cosa ben fatta; non era quello cui egli mirava; a lui bastavano le bricioline, cadute dalla tavola della sua «Santa Grazia». Questa era la verità. Il più contento di tutti, se «Occhi verdi» avesse nuovamente incontrato un amore che la coinvolgesse, che le desse una famiglia, dei figli, e non la facesse divenire, nel tempo, una zitella acida e incattivita, sarebbe stato egli stesso, proprio Amodeo. Ne parlava, ancora una volta, per averne già fatto l’esperienza: Maria Grazia Vanni, che s’era licenziata dal suo lavoro e l’aveva seguito era una bellissima ragazza. Trovatosi di fronte all’abbandono di lei al suo Gabriele, avrebbe potuto mettersi in azione, provarci, se non altro per puntiglio nei confronti di Giancarla. E non lo fece, anzi fu proprio egli l’artefice delle nozze di lei con Giorgio Cortellazzo. Fin da quando aveva avuto Anna Badari, a 22 anni, davanti al dispiacere di lei (che l’architetto Foresti non la guardasse) organizzò gite che permettesse loro di conoscersi. Con Maria Teresa la Terrestre, la Mazzola, aveva gestito lunghi tempi, permettendole di frequentare l’avvocato, mentre aveva lui per amante. La stessa Giancarla, sua moglie, aveva abitato in casa con lui, il marito, mentre lei, ogni settimana, andava a far l’amore con il suo amante. Tutte queste esperienze – ben più di una! – confortavano Romano della verità che se «Occhi verdi» si fosse finalmente innamorata, di nuovo, ed avesse concretizzato quel sogno violentatole a vent’anni, il più felice sarebbe stato lui! Ma… che sacrilegio, in una suora! Lei non era di questo mondo, era restata «la Santa», su cui era peccato alzare lo sguardo. Gesù non l’aveva mollata! Ma stava concretamente tornando nella veste terrena di Romano… Questo era quanto lei non riusciva a cogliere e l’avrebbe visto solo in Paradiso. Così questo figlio naturale della Madonna decise di mandare al diavolo il progetto d’arricchire e abbracciò nuovamente tutta la sua povertà, a causa del bene vero che aveva per lei. Pertanto Amodeo decise che sarebbe rientrato a Cogliate. Infatti solo lì egli avrebbe potuto normalizzare un rapporto divenuto all’improvviso tale da rompere l’anima a chi egli non voleva fare quello. Prese così una decisione definitiva: Maria Teresa non sarebbe stata più una amica, non MT, «Marì», «Occhi verdi», «Smeraldy», «Cicciobella», «Celeste amica», «Peperina» o altre stupidaggini del genere! Da questo momento in poi sarebbe stata solo «la Santa» che lei era e si credeva, un essere avulso dalla realtà; e doveva vedere un Romano tranquillo, attento ai casi suoi, a svolgere il suo compito per la Cantoria. Punto e basta. Solo questa testimonianza, forse, avrebbe potuto farle capire chi egli fosse.
Ci pensò, attentamente, e capì che non era così: egli aveva già deciso di andarsene, lo aveva già annunciato… ma poi la Provvidenza gli aveva fatto dimenticare di essere in auto, aveva incontrato la cugina di lei, Clarabella, e il “Mi sposi?” detto a lei, e tutta l’incredibile faccenda che gli era seguita si stava rivelando solo il modo più potente che esisteva per lui affinché non desiderasse di cambiare percorso. La Provvidenza voleva da Romano solo una cosa: che restasse a Saronno e continuasse a infischiarsene del denaro. Il vero ricco è il povero, che non è asservito a fare il guardiano delle sue ricchezze, divenendo servo di quanto invece dovrebbe semplicemente servire a lui per vivere… Doveva restare lì, a soffrire di stenti, perché quello era il luogo in cui sarebbe stato interamente mortificato, e se ne accorgeva, e vedeva che ne traeva enormi vantaggi, perché quelle difficoltà lo facevano divenire un leone. Accade così anche nei popoli: quando dichiarano guerra allo straniero, si placano tutte le discordie interne e, destra e sinistra, si coalizzano nello sforzo, dimenticando gli attriti e i veleni nati con la pace. C’era un motivo che gli sfuggiva, che ogni tanto gli balenava nelle idee, ma poi svaniva. Romano Amodeo, il 24.10.1999 a Saronno era stato davvero chi aveva corrisposto alle generali attese di tutti gli uomini per il fine millennio, ma sembrava egli pure non molto consapevole. Non era riuscito ad inquadrare, per esempio, con esattezza che ruolo aveva avuto Sabato Lingardo in tutto ciò. Egli credeva fosse stato quello, di poco conto, di chi gli aveva dato la conferma pratica della reale esistenza del lato inverso della vita, avendo lanciato messaggi inequivocabili attraverso sua madre, quando era morto il 16.8.1999, e non si era accorto che era morto subito dopo l’Assunzione in Cielo della Madonna... Come aveva fatto a non badarci? Quel Convegno era stato a cavallo tra l’Assunzione al Cielo di Maria e il 2.000. Era il 24 (giorno intero nel numero delle ore), del 10, mesi interi nel ciclo della numerazione, del 1999, ultimo anno rispetto ai 2.000. Sabato era stato il tartassato per eccellenza, una persona ricolma di Spirito Santo nonostante il suo non andare in Chiesa. Era un maestro che era sconvolto dai bambini che non corrispondevano alla gentilezza, disperato fino all’ossessione per una cosa così contro natura! Era stata una reazione giudicata da persona anormale, mentre il più sensibile alle peggiore delle anomalie era proprio lui! Quante volte era stato aiutato dal suo amico, che pure stava peggio di lui? Ebbene era morto 69 giorni prima del Convegno, fatto 69 giorni prima del 2.000, ma non aveva notato la strana coincidenza. Sabato era pertanto stato proprio chi aveva varato quel Convegno, nel nome dello Spirito santo, battezzandolo con la sua autentica morte. Se quei locali che Romano aveva erano da lui giudicati il Paradiso, Sabato aveva occupato quello di sopra che era quello del cielo, mentre quello sotto alla scala era solo il Paradiso Terrestre del momento… C’erano tante cose che Romano non aveva
“Addio, MT! Addio «Occhi verdi»! Incomincia un altro modo della vita, ho provato a pormi in tutti, ma ti so dare solo fastidi. Va bene, ti tratterò come se fossi «la Santa»” Tutti nella Schola Cantorum gli fecero festa, tranne lei che, quando lo vide, appena dopo le festività dei santi e dei morti, non lo salutò nemmeno, perfettamente ricambiata da
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lui che avrebbe rinunciato perfino al suo saluto se lei, per prima, non gradiva che un saluto ci fosse. E fu di fronte a queste autentiche nuove buone intenzioni di Romano che, davvero all’improvviso e inaspettatamente, la Provvidenza prese in mano il pallino e mise a posto le cose a modo tutto suo, usando perfino lo sfottò, se si può dire, la presa in giro, di queste povere questioni umane, di cuori che soffrono, tra che fugge e chi insegue. A Dio tutti gli uomini, con le loro piccole traversie del cuore borghese, devono provocare un infinito senso di tenerezza. La prima canzone che si preparò, quella sera, fu Funicolì, canto della tradizione popolare napoletana, inserito nel calendario dei pezzi da presentare il 7 gennaio, assieme alla Banda del Maestro Lotito. “Certo che qui cantiamo senza sapere quello che diciamo” osservò «la Santa»; poi aggiunse: “Non c’è chi conosce il napoletano e possa tradurla?” Sapeva benissimo che c’era un terrone, almeno uno, ed era Romano, d’origini campane. Sapeva o no quello che stava facendo? Stava dando a quell’Amodeo, che non aveva salutato, l’occasione per intervenire e sanare, di fatto, un atteggiamento d’un distacco che non aveva ragion d’essere, purché fosse controllato lì, in pubblico. Romano alzò la mano e lei gli ordinò: “Traduci!” Romano tradusse tutto:
Insomma l’incredibile Provvidenza che conduceva la trama di questi fatti, portò Amodeo, proprio in seguito ad un ordine ricevuto «dalla Santa», a raccontare tutta la sua storia e a chiederle: “Ragazza, sposiamoci!” Il bello poi, era che tutti ne erano felici! Ora tutti gli uomini cantavano un’ottava più sotto di quella che Romano, da sempre, aveva cantato, sostenendo, in quel brano che ben conosceva, la parte del tenore. Amodeo osservò «alla Santa» che tutti gli uomini dovevano esprimersi a quel suo livello, perché era il canto d’un uomo ad una dona e non delle donne, dei soprano, che invece eseguivano tutta la strofa. Lei gli rispose che ormai avevano imparato così e che non era il caso che provassero a fare diversamente. Però, se egli aveva sempre eseguito il canto nell’ottava sopra, seguitasse pure a fare così. “Non starà male che io solo canti a quella tonalità?” “No, canta così, poi vediamo se sta male o no.” rispose lei, che conosceva molto bene come il suo volume di voce fosse quello d’un vero solista. Così, questo destino che si faceva beffa delle situazioni, portò Amodeo ad essere l’unico che facesse la parte del tenore, ad essere il solista che chiedeva a Nanninetta (ossia «alla Santa») “Sposiamoci”, come già le aveva detto, in realtà, scatenando però il putiferio. Ma adesso, complice il pezzo scritto da Altri, non esistevano equivoci, né possibile colpe, se Romano, all’atto pratico, era l’unico che, con voce altisonante e dal timbro del tenore (che da sempre è stato posto più come un “galletto” rispetto al basso), le chiedeva di sposarlo. Questa situazione era proprio quella ch’egli, tante volte, aveva portato in esempio, come un Paradiso reale e veramente possibile, in cui ogni cosa della vita e di tutte le sue situazioni, per brutte o belle che fossero, finissero nella vera esaltazione d’un gusto assolutamente estetico. Il Paradiso si sarebbe risolto nel reciproco interferire, tra un immenso Creatore d’arte, e tutti gli artisti, interpreti delle sue creazioni. Tutte le pene della vita servivano solo ad evidenziare questo aspetto. Romano vedeva che era veramente ed esattamente così: se egli non si fosse trovato nell’esatta situazione del napoletano, innamorato della sua Nanninetta, non avrebbe gioito, in quel modo, a cantare quel brano musicale. Quella canzone divenne talmente sua, che un giorno in cui essa non fu provata, gli uomini del Coro lo consolarono: “Oggi non c’è il tuo pezzo!” Dopo le prove in Cantoria si aggiunsero quelle assieme alla banda del Maestro Lotito e la rappresentazione assunse ancora più enfasi.
Ier sera, Nanninetta, me ne salii tu sai dove, tu sai dove Dove il tuo cuore ingrato più dispetti farmi non può, farmi non può Laddove il fuoco cuoce, ma se fuggi, ti lascia star! ti lascia star E non ti corre appresso e non ti struggi: solo a guardar! solo a guardar! (Ritornello) Andiamoci! Dalla terra alla montagna un passo c’è, un passo c’è si vede Francia, Procida, la Spagna … ma io vedo te, ma io vedo te ! Tirate con le funi e, detto è fatto: in ciel si va, in ciel si va ! Si va come va il vento e all’improvviso, ueh sale, sal! ueh sale, sal! (Ritornello) E s’è montata, o bimba, s’è montata, la testa già, la testa già ! è andata, poi e tornata, poi è venuta… sta sempre qua, sta sempre qua… la testa gira gira, attorno attorno … attorno a te, attorno a te ! e il cuore canta sempre, notte e giorno: <Sposiamci oih né ! sposiamci oih né!> Ora – se questa non era interamente la storia di Romano con questa donna –, quale altra mai avrebbe dovuto essere? Le aveva scritto che era una finestra aperta sul cielo, che aveva cercato di vedere tutt’altro ma vedeva sempre lei in ogni luogo, che s’era montata la testa e questa girava sempre attorno, attorno a lei, tanto che era sempre qua. E – infine, dulcis in fundo – che il suo cuore cantava sempre, notte e giorno: “Sposiamoci! Ragazza, sposiamoci!” Il destino era divenuto addirittura beffardo e faceva scherzi da prete, si faceva gioco delle loro piccole traversie! Questa era la verità addirittura lampante!
«La Santa» si dimostrò mutata, finalmente in grado di reggere alla sua presenza: non scappava più, dimostrando disprezzo, quand’egli le parlava di questioni relative al loro lavoro, e che, in precedenza, tante volte aveva troncato a metà, nel tentativo di mostrargli il massimo disinteresse possibile. Ora, quando egli le parlava (raramente, in verità, e sempre e solo delle cose da fare nel Coro), lei ascoltava fino alla fine e, se doveva spostarsi, gli chiedeva scusa, che doveva vestirsi o fare altro, per cui, se aveva necessità di dirle qualcosa, la seguisse.
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Solo una volta fu… come il solito, quando, nella prova generale al teatro, Amodeo le portò l’architetto Salvatore Mocciaro e cercò di presentarglielo così: “Questo è un altro degl’iscritti alla mia scuola di filosofia.” Lei finse di non avere udito e restò a parlottare con una ragazza del Coro e fu giusto così, perché, che lei conoscesse Salvatore, non c’entrava assolutamente nulla con l’attività della Schola Cantorum.
Si può possedere uno spettacolo bello della natura? Ebbene perché si pensa di poter possedere un altro? Per qual mai motivo si presume addirittura il possesso di se stessi? Amodeo non riteneva di essere il depositario della sua vita medesima…, come avrebbe voluto, cercato, tentato di far veramente sua un’altra persona? Ma era trattato così, come se puntasse a questo! Gli hanno sempre attribuito mire sporche, violente, prepotenti, subdole, ricattatorie, che l’hanno provocato, l’hanno indotto a ribellarsi a questo giudizio e di più, soprattutto, quando era espresso dalle persone al cui giusto giudizio egli teneva e profondamente. Saranno proprio queste a capirlo meno di tutte, troppo poco abituate, ad un incontro con una persona come lui, restata candida, nonostante i capelli bianchi già sulle tempie.
Dopo le tante messe cantate in Chiesa, due a Natale e capodanno, in cui Romano si divise, come sempre faceva, tra la Corale di Santa Cecilia, diretta dal Monticelli e la sua di Cogliate, saltando dall’una all’altra, cosa consentita dai differenti orari, arrivò finalmente la data del 7 gennaio, e tutti si recarono al salone del Centro Ferraroli, questa volta per un puro spettacolo teatrale. Romano aveva slacciata la giacca del suo vestito, blu scuro come quello degli altri, e «la Santa» gl’indicò d’abbottonarla. Lei era come il solito bellissima, in quella giacchetta d’un azzurro verde smeraldo, che giocava col colore dei suoi occhi verde azzurro. Nella sala era presente Angela, l’angelo terrestre che – con l’altro Angelo in concreto, suo marito – aveva fatta «la Santa» anima di quell’angelo concreto della loro figlia. Fu il trionfo di Funicolì! La gente, alla fine di tutti i pezzi, acclamò e volle che quello fosse il brano ripetuto come il bis. Romano stette veramente nel suo personale Paradiso terrestre. Non si sarebbe mai potuto aspettare una cosa così artisticamente ed emotivamente soddisfacente: era lì, diretto dalla sua Maestra del Coro, che aveva eletto a Maestra della sua vita; lei gli faceva fare la parte del solista in un pezzo che era proprio la storia del suo affetto per lei, e sentiva di cantare benissimo! Il bis era stata la ciliegina sulla torta. Perfino la madre «della Santa» aveva applaudito e chiesto il bis per il Nostro finalmente amato Paperino, che chiedeva alla figlia dell’Angela, di sposarlo, lì, davanti a tutti e davanti a lei! Direte: “Ti contenti di poco!”, ma in quel 7 gennaio del 2001, si era avverata la profezia che Amodeo aveva fatto alla sua Maestra del Coro, quando, scrivendole la lettera il giorno che l’aveva chiesta in moglie, aveva scritto che quel “Mai e poi mai!” di cui lei si era glorificata, aveva i giorni contati e non sarebbe durato per sempre. Tutte le volte che Amodeo, in Paradiso, vorrà essere interamente congiunto alla sua Maestra del Coro e a tutta la Schola Cantorum e a tutta la gente che era lì ad ascoltarli, si rivedrà quell’esecuzione e la farà esistere, per sempre, finché vorrà, rivivendola e gustandola come la prima volta. Perché, lettori miei, l’avete capito o no che questa passione di Amodeo per «la Santa», viveva essenzialmente nell’arte del canto e in tutte le sue emozioni? Su quale altra base egli avrebbe potuto appassionarsi a lei? Non la conosceva come donna, se non per gli aspetti acidi e scostanti di una zitella prematura. L’ammirava come Maestra, questo sì, sconfinatamente, una grande passione artistica. La vedeva vivere, mentre dirigeva, con la luce azzurra negli occhi verdi, e ne gioiva, come una persona normale fa, per tutte le cose veramente belle, come un’alba, o un tramonto dalle mille luci e colori. Chi di voi, assistendo a cose così, pensa di potersene appropriare?
Una vivissima preghiera al lettore: non dimentichi questa componente. Chi, nel considerare i comportamenti di questa persona, gli attribuisce propositi cattivi, sbaglia molto, confonde solo la difesa dei valori, cui Amodeo aveva dedicato la vita, per la difesa orgogliosa di un se stesso, cui egli non attribuiva alcun valore. È diverso difendere una causa, dal difendere se stessi. Ma nessuno, ben pochi lo capiranno. Lo vedranno intento sempre a cose ad altissimo livello, a difenderle e a proporle, e gli attribuiranno sempre l’intento di promuovere, in esse, se stesso. Gli accadrà da parte di quasi tutti. Ma è comprensibile: la generalità delle persone è cresciuta assieme, nell’intelligenza e nel quadro dei suoi ideali. Il tempo li ha adattati, l’uno all’altro, e l’immagine immacolata, candida, dell’animo del fanciullino, si è come corrotta, intrigata dalla competizione della vita. Chi è divenuto adulto, ha progressivamente adattato il cuore alla mente, ha assunto, nell’autodifesa di sé, la molla essenziale del suo esistere e combattere per la vita. In Amodeo non fu così. Vide sempre messo in crisi non se stesso, ma il suo credere, e lottò sempre per salvare, in sé, l’animo candido del fanciullo restato in lui. Non fu mai costretto ad abbandonarlo e vide la mente, poco a poco, adattarsi a questo suo cuore di fanciullo. Gli crebbero sempre più, come in tutti, le facoltà della ragione e dell’intelligenza, ma egli non le piegò, mai, nella difesa di se stesso. Lottò, ferocemente, contro i suoi colleghi architetti, ma per la sua causa, non per la sua figura. Era vero, altrimenti non avrebbe mai trovato il coraggio, ed avuto la possibilità, ad un certo punto della sua vita, di abbandonare la sua linea di successo e di dominio che aveva assunto, per una che fosse di puro servizio al suo prossimo. Ha sofferto per anni, correndo, sbattendosi di qua e di là, per consentire vita al suo tentativo, di dare dimensione di realtà al suo sogno, basato su Gesù, di un pezzo d’esistenza che già anticipasse il Paradiso. Lo sentivano parlare di Gesù, ma non era un riferimento appiccicato lì, chissà per quale strategia assurda; era solo perché stava vivendo la sua realtà, ed usciva, veniva sempre allo scoperto, come il giudizio più importante sulla vita, espresso in ogni momento. Questa persona, nella sua esistenza, imbattutosi negli altri che erano “normali” e non “matti” come lui, non poteva non provocarli, con il suo modo di essere, insolito e strano, di chi è evoluto, nel corpo e nella razionalità, ma ha ancora quell’immagine sorprendentemente candida, che si ha solo nella prima infanzia, quando si ha la fortuna di avere avuto i genitori migliori.
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Chi si ritrova in questa condizione infantile, avverte di essere in una botte di ferro. Vede, sente e percepisce, immensamente vero che il papà e la mamma sono una sorta di assoluti protettori della sua vita e crede che tutto sia così, nell’esistenza. Ha ragione, veramente ragione, perché c’è Dio che svolge questa funzione. Egli, questo fanciullino, non sa ancora che esiste la lotta per la vita, che si articola sugli aspetti di forza, sopraffazione, cattiveria, prepotenza, sul si salvi chi può! Il fanciullo normale, crescendo, giunge purtroppo a scoprirlo e vi si adatta. Ma chi resta in quello stato, resterà sempre, nella sua vita, incredulo a ciò che vede. È convinto che il mutamento, nelle speranze degli altri, dipenda solo dal fatto che gli manchino dei pensieri, delle riflessioni fondamentali su cui basarsi. E allora egli cerca di immettere il valore che manca: Dio, subentrato ai genitori, la cui potenza assoluta non è messa in crisi da niente, non è incrinata dalle difficoltà generate dalla lotta per la vita. Fu un’impresa che divenne appassionata, di chi scorgeva il bello, nello spirito, e quanto fascino ci fosse in quello che intravedeva in Maria Teresa «la Celeste», e vi si appassionò; ma era un tentativo che si rivelava disperato, perché quelle persone ebbero già quei pensieri, da bambini, provarono già quegli stati d’animo, ma furono poi costretti a modificarli, proprio dalla concretezza delle esperienze. Questa “santa inconsapevole” non poteva essere avvicinata da un “santo consapevole che solo il valore di Dio è Santo”, perché qui di santi… non ce n’erano. Ritrovandosi accanto, a chi non aveva subito lo stesso trauma, non giudicarono ammissibile che egli fosse potuto restare così, e anche colei che era veramente santa (altrimenti non avrebbe scelto Gesù come sposo) gli dette più di una volta del matto. Egli sentiva giudicare così una “follia” quanto riconosceva essere la stessa virtù di Gesù; notava che costoro aspiravano ad essere cristiani e che avrebbero dovuto essere anch’essi matti così, come Colui che dicevano fosse la loro guida. Allora si rendeva conto del tragico scollamento, prodotto dalla ragione e causato da una errata valutazione dell’esperienza: non avevano saputo far subentrare la fede in Dio a quella, iniziale, dei genitori, tanto da non restare atterriti e resi sgomenti dalla vita Se Amodeo non fosse restato realmente con il quadro mentale, d’un fanciullino felice, non si sarebbe accorto dell’errata contraddizione, messa in atto, tra la Ragione e Gesù Cristo. Non avrebbe scoperto rimedi possibili, se non avesse dato il primato a quel bambino che bisognava che restasse saldo nella coscienza di tutti, perché Gesù lo disse: “Se non ritornerete come bambini non entrerete mai nel regno dei Cieli”. Se Amodeo non fosse restato un bambino, non l’avrebbe scoperto, per la mancanza – anche in lui – dei mezzi reali atti a superare la difficoltà: non l’avrebbe creduto possibile, quindi neppure sperato e, in conseguenza, non avrebbe provato a porlo in atto. Molti provano ad attuare il disegno di Gesù, ma Amodeo fu il primo, nella storia umana, a tentare di dimostrare, in base all’intelligenza e all’esperienza umana nella scienza, per qual motivo scientifico Gesù avesse interamente ragione. Non solo perché faceva i miracoli ed era dunque Figlio di Dio. Anche questo, ma non a partire da ciò, bensì dalle affermazioni fatte da Lui e verificate in base alla scienza dell’uomo. Prendiamone solo una: “Se accetti di morire, per il bene, allora vivi per sempre, anima e corpo”.
La ragione umana non accetta questa verità. L’eroe vivrà nella memoria degli altri e sarà apprezzato, per la sua virtù, ma intanto egli ha perso per sempre la concretezza della sua vita. Amodeo fu il primo che cercò di dimostrare, su base scientifica, come sia che non va perduto realmente il corpo, neppure quando sembra che si muoia. La “Resurrezione della carne”, affermata nel Credo cristiano, è solo, oggi, una verità unicamente in cui credere, perché essa non risulta vera, secondo l’impiego che si fa oggi della scienza. Essa non è ricondotta sulla centralità dei valori “rivelati” da Gesù. Il primo a tentare seriamente, tanto da scoprire realmente questa via nella storia dell’uomo, fu Amodeo, e poco mancò che ne morisse, giacché, messosi in mano alla Chiesa dei suoi giorni, un sacerdote, gli rispose “E muori” e lo stesso “filtro” in Vaticano, non rispose neppure all’appello di carità umana espresso da 4 sacerdoti e 460 persone… Fatto gravissimo. Eppure accaduto e, per chi tentasse di accertarne la verità, riconoscibile, ricostruibile. Quell’appello a cui le Gerarchie della Chiesa non si degnarono neppure di dar risposta caritatevole, deve essere restato da qualche parte, in Vaticano. È difficilissima la posizione umana di Amodeo, perché rischia sempre il giudizio espresso da chi non è restato puro, e dunque sempre l’accusa dei difetti propri a se stesso: ambizione, desiderio di possesso, di successo personale… perfino il ricatto! Voi stessi, che vi trovate in questa condizione, e leggerete come si sviluppa questa storia, arriverete, probabilmente, alla fine, a dire: “Ma questo qui è veramente un bel tipo! Si è messo in testa di poter cambiare gli altri in base alle sue idee, e si pone, con personalismi della peggiore specie: invade la vita altrui, molesta gli ambienti in cui si trova, fino a farsi sempre scacciare. Non sa trovare la sua giusta collocazione. È eccessivo. La Maestra? Poveretta, trovandosi uno attaccato così, lei che puntava ad una vita fuori dei riflettori, nella pace delle sue questioni intime, che altro doveva fare, per togliersi di torno uno che decide, di testa sua, di appassionarsi a lei e mette in difficoltà quel suo progetto? Le persone degli ambienti in cui egli si trovava? Oh, fecero bene a estraniarlo! Non accettava la logica del gruppo e la turbava con la sua! I sacerdoti? Ma fecero bene a dirgli “E muori!” Se lo volle lui! Non poteva ricattare la Chiesa! Fecero benissimo, in Vaticano, a non rispondere nemmeno a quella petizione che puntava a salvare una vita ‘per puro senso di umanità’! Non era ‘umanità’, era solo un volgare ‘ricatto’. Insomma tutti fecero bene a mettere in riga costui e a non lasciarsi coinvolgere da lui, che aveva la somma pretesa e presunzione di esprimere la verità di Cristo, e non era riconosciuto da nessuno per questo compito! Chi mai glielo aveva dato?” Voi lettori, probabilmente concluderete il vostro giudizio in questo modo, espresso sopra, alla fine della lettura di questo libro. Ma non perché siete cretini. Lo farete in quanto inevitabilmente (per il primato che non darete alla verità di Gesù, ma alla vostra, se è differente) difetterete di alcuni pensieri, ve ne dimenticherete sempre, non gli darete importanza.
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Ecco di quali pensieri mancherà quella vostra risposta: “Amodeo non l’ha mai fatto per sé, ma per aiutare tutti coloro che lo scacciarono. Ad Amodeo toccò pari pari l’esperienza del Cristo, perché, animato solo dagli stessi valori (essi e nient’altro!), cercò nuovamente di reinserirli nelle coscienze sonnacchiose, delle stesse persone e delle stesse strutture, anche della Chiesa e a tutti i livelli, che non erano disposte, per quanto s’ispirassero ai valori del Cristo, a farsi mettere sottosopra da Cristo, in ragione del Suo primato. Chi agì contro Amodeo lo trattò in un modo sui generis, violando una legge assoluta, e, nella pretesa, che la giustizia si osservi caso per caso. Certo. Ma se la legge assoluta è “perdona”, non esiste il caso, separato, di uno che non sia da perdonare. I ‘ricatti’ di Amodeo giammai avrebbero potuto esserlo, richiamandosi egli alle ragioni di Cristo! La verità di Gesù non ricatta mai nessuno. Se uno non segue il suo Vangelo, e non è caritatevole, mal tollera che gli si dica; e giudica ‘ricatto’ il ricorso a quella assoluta priorità. Chi non segue Gesù e non è caritatevole, mercanteggia sui valori, li amministra a modo suo, e non accetta d’essere estromesso dal Tempio di Dio, con la frusta di Gesù. Facendo così, queste persone non si opposero ad Amodeo, ma alla legge di Gesù. Amodeo di per sé non è mai esistito, è una nullità, un obbrobrio, un controsenso: fu mandato direttamente dalla Madonna e dalla Provvidenza del Dio che fa tutto, a riaffermare Gesù, e a ricevere le stesse mortificazioni e glorificazioni patite dal Figlio di Dio. «La Santa»? Certo, aveva ragione a non volere molestie. Ma un fiore, una parola buona e l’amore che non chiede nulla per sé, non sono affatto molestie. Sono esattamente quello che Dio vorrebbe esistesse tra tutti gli uomini. Amodeo non lo ha mai imposto, si è solo proposto, e con insistenza, come Dio lo propone con insistenza e non l’impone mai. Doveva tutto a costei, perché lei, non accettando sciocchezze, lo rese essenziale.” E qui protesterete, mentre leggerete, affermando: “Vedi quale presunzione?” La risposta, secca, all’accusa di presunzione è: “Ma quale? È la presunzione di chi non dà a se stesso nessun valore. Di chi attribuisce la ragione di tutto all’unica causa che c’è in assoluto: la Provvidenza del Potere Assoluto che determina le cose. Siete voi i presuntuosi che credete di essere liberi di fare qualcosa che sia autonomo e possa andare contro all’Arbitrio di Dio, secondo il Libero Arbitrio vostro! Voi siete schiavi come il Paperino nel cartone animato da un Walt Disney che, nel nostro caso, si chiama Dio. Niente, siete in grado si fare, se il nostro Creatore non l’ha voluto né disegnato. Allora, in presenza di una legge dell’amore, bisogna seguire essa e non il vostro criterio. Perdonare 70 volte 7. Accogliere chi lo chiede. Lasciare che il Gesù d’oggi, il Vicario di Cristo, possa ricevere il bambino Amodeo, se egli vuole accostarlo. Gesù impose ai suoi Apostoli di non tenere lontano da Lui i bambini. Invece la Chiesa di Roma, i suoi attuali Apostoli, lo fecero, contravvennero a quest’ordine e fu un peccato. Contro la Chiesa, che avrebbe potuto avvantaggiarsene, contro Gesù Cristo, che avrebbe potuto essere finalmente capito nelle sue ragioni.” “Eh, ma se tutti quelli che volessero vedere il Papa…., che farebbe più, pover’uomo?”
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“Farebbe ciò che Dio vuole. Anche il Papa è un disegno del cartone animato di Dio.” “E… il Libero Arbitrio, lasciato all’uomo, in tal modo dove finirebbe?” “Finisce per valere molto di più. Si arriva finalmente a credere che non si fanno “le cose”, ma “il quadro ideale” della persona. Allora il fanciullino è finalmente difeso! Il suo quadro ideale è il migliore che possa esistere, perché si poggia sulla fiducia estrema, della sua condizione di figlio: dei genitori e di Dio, che proteggono ogni cosa ed impediscono che vada alla malora.” “E a che serve, arrivare ad avere il ‘senso’ del bene, quando è quello della forza che prevale nella vita? Quando avrò capito che cosa piace a me, che ne guadagnerò, se non l’avrò avuta?” “Ecco cosa: il possibile superamento di te stesso. Arrivi a sublimare la tua realtà e a poter gioire della gioia permessa da te agli altri. Hai il centuplo, perché tu sei uno solo e gli altri sono un esercito. Ecco: se arrivi, con il tuo ‘libero arbitrio’, a costruire un te stesso libero come Dio comanda, diventi un operatore di pace, uno che è lieto di sacrificarsi per gli altri. Vedi, dove arrivi? A divenire sacro agli occhi di Dio, perché affianchi la sua sacralità. Cambi addirittura di sostanza, diventi libero allo stesso modo di Dio, che fa splendere il Sole sui buoni e sui cattivi, in quanto li ama tutti, non sta ad osservare i presunti meriti, che non esistono, laddove è Egli a far tutto ed essi sono solo persone che lo devono capire ed amare. Io l’ho capito, amo questo Dio, e non a caso il mio stesso cognome è Amodeo.” Tra Romano Amodeo e la sua Maestra del Coro, sarebbe potuto accadere, dopo quel 7 gennaio 2001, tutto il putiferio, ogni altro più gran disturbo che la Provvidenza avesse deciso di mandare per la comune salvezza, che il lato immensamente buono di tutta la vicenda, nella vita di Amodeo, sarebbe ormai esistito. Si era esaudita la preghiera fatta ai tempi di Lucy, quando si lamentava con Dio e reclamava: “Non è del tutto giusto: io vedo solo il brutto, vedo ciò cui ho rinunciato, per voto, perché vivesse un’ammalata che sembrava avviata a morire di anoressia. Se almeno vedessi come è bella, armoniosa, la vita, quando è salvata, l’esistenza di chi tu hai difeso forse per le mie preghiere… ma non me lo concedi: è via, a Trento!” Ecco, l’aveva vista, questa donna guarita da quel male, abitante in Via Trento, bella, armoniosa e santa! Addirittura una già sposa di Cristo ed ora «la Santa» che armonizzava i canti della Gloria di Dio in Chiesa … di uno in cui aveva cantato egli stesso. E le aveva raccontato – anche fuori della sacralità di un edificio, ma non della vita – la sua storia, cantandola ed esprimendola a tutti con la musica. Non è, credetemi, “Contentarsi di poco!” è il preciso accorgersi che Dio ci ama tutti, quindi è la percezione più grandiosa e folgorante che possa esistere! Non è, credetemi, lo ripeto: “Contentarsi di poco!” è il riuscire finalmente a stare al proprio posto, l’unico veramente desiderato da Amodeo, con questa sua Maestra.
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Quando anche aveva assunto altre vesti, altre ambizioni, non erano le sue, se ne rendeva conto, aveva visto quanta sofferenza ingenerassero. Egli avrebbe desiderato essere anche in quel modo, ma s’era accorto di non poterlo essere né divenire. Invece, il 7 gennaio 2001, aveva coronato il vero sogno, che aveva riguardato questa persona e che poteva essere realizzato da Dio… Tanto che lo fu, e in un modo assolutamente completo e soddisfacente, di ogni esigenza che vi fosse. Ma doveva essere solo una canzone leggera, che non pretendesse a divenire vita reale, giacché, alla Provvidenza di Dio, premeva che Amodeo facesse ben altro: giungesse a morire nel tentativo di riaffermare Gesù secondo la ragione. Amodeo si sarebbe accontentato di una vita ordinaria: una famiglia con figli, una compagna con la quale confidare la sua vita e le sue speranze. Dio – invece – voleva dargli di più: che morisse, volesse morire, fosse mortificato, in ogni modo, nel tentativo, che avrebbe idealmente fatto, di portare avanti Gesù, perché Gesù stesso aveva chiamato “beato” chi sarebbe stato perseguitato a causa del suo nome.
Capitolo 57 2001. Ogni soddisfazione ha un costo: il trionfo personale, di Romano Amodeo, con Funiculì, fu all’origine d’una nuova mortificazione, d’ogni Paradiso che aveva visto e pregustato. Sarebbe intervenuta, in questa storia simbolica, la Madonna stessa, a richiamarlo duramente al suo compito, che non era quel Paradiso nel canto, nemmeno fatto all’altare di Dio: era il suo dover seguire e dimostrare Gesù, il Suo metodo, di far vivere ed esistere, attraverso la mortificazione dell’io, spalleggiando la fede in lui con la Ragione dell’uomo. Perciò era destino che la Madonna, proprio lei, lo distraesse da questo successo, che era stato troppo grande ed avrebbe potuto deviarlo nel suo interesse, che doveva rivolgere solo secondo la trama del suo vero destino. Prima ci fu un gustoso malinteso. Successe che si festeggiarono le ricorrenze dei matrimoni e molti cantori del Coro erano tra i festeggiati e quindi non potevano essere attivi nella Cantoria. A commento di quella situazione, «la Santa» venne fuori con un: “L’anno prossimo mi sposo io!” E il senso di ciò parve, a Romano, essere questo: “Come farete, quando mi sposerò addirittura io, l’anno prossimo?” Nessuno notò stranezze in quella battuta «della Santa», tranne Amodeo, che, da come ne parlò lei, e da un anellino che era comparso, da qualche tempo, nel dito medio della sua mano, sembrava aver dato una notizia importante che riguardasse lei… così: tra le righe, come se avesse detto la verità attraverso una battuta di spirito. «La Santa» era anche in un momento in cui si notava che era particolarmente felice, perciò non ci sarebbe stato nulla di strano e sorprendente. Meglio così, che quella bella persona si facesse finalmente una sua famiglia, quando era ancora in tempo ad avere figli suoi e non facesse la triste fine di sua zia! Amodeo restò soprappensiero, con tutte queste considerazioni che gli passavano nella mente e quando, poco dopo, chiese delle informazioni fuori luogo, «la Santa» si accorse, che era un po’ frastornato e lo prese in giro: “Romano tu devi dormire di più la notte! Era il canto di prima e stiamo discutendo di un altro!” Amodeo, che, da quando era rientrato a Cogliate, dopo la storia del “Mi sposi?” e della collana, teneva rispettose distanze «dalla Santa», restava perplesso, con questi atteggiamenti di lei nei suoi confronti. Che cosa lo stuzzicava a fare, su come passasse egli la notte?! C’era il proverbio “Non molestare il can che dorme”, e lei lo stuzzicava. Se le avesse risposto: “Ma come faccio, amor mio, se penso a te?”, sarebbe stato intonato alla provocazione, e, forse, avrebbe fatto anche bene, a rispondere così, almeno avrebbero cominciato a prenderla come si doveva: un poco sul ridere… Invece lei dava ad intendere che lo tenesse in poco conto, ma non era vero!
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«La Santa» accettava inviti da altri e da lui no (quali quelli d’andarla a prendere a casa quando non aveva l’automobile) e questa era una forma molto discreta di predilezione… Non voleva cedere ai valori di lui, in quanto li vedeva ed erano temibili. L’avversione da parte della sua famiglia, per Amodeo, erano il segno di un timore che era anche il loro: anche essi lo stimavano per quanto valeva, ma non volevano che accadesse. Lei era «la Santa» figlia di due angeli, una donna consacrata a Dio. Vedevano Romano molto lontano da quella santità. Questo era il nocciolo essenziale di tutto il problema. Non si trattava di presunzione, di spocchia, di alterigia: era proprio vero. C’era stata una nevicata e una volta egli le aveva telefonato, se le serviva un passaggio e, neppure con quelle condizioni proibitive, lei aveva ritenuto di accettare. Quindi era evidente che lei non sapeva normalizzare i rapporti con lui, con lui solo, e questo era chiaro indice, di un certo qual cosa, regolato da un altro proverbio ancora: “Gatta ci cova!”, ma non in termini malvagi. Chi “covava” qualcosa, qui… era Dio. Quella sera, con quel “Devi dormire la notte!”, Amodeo si sentì richiamare nuovamente sugli aspetti personali, che aveva rimosso del tutto dal suo campo reale. Era andata bene con Funiculì, ma si era trattato solo di uno spettacolo. Oltre quello, stop! Romano sperò che ci fosse qualcuno, finalmente, che le avesse veramente infilato l’anello, al ditino di quella mano che dettava i tempi, della sua musica, la più gradita e preferita. Ne sarebbe stato umanamente felice, perché era una donna reale, oltre che «la Santa»! La domenica, che infine si cantò per gli anniversari di nozze, Romano si avvicinò a lei e le domandò: “Hai fatto passare una notizia importante come se fosse niente?” “E quale?” “Hai detto che l’anno prossimo ti sposi.” “Ma tu sei matto!” e se ne andò sdegnata da un’altra parte: una suora che si sposa! Romano aveva sentito quella frase, ma poi – osservata questa sua reazione quasi offesa – e ragionatoci su, infine comprese che lei non doveva aver detto: “L’anno prossimo mi sposo io”, ma “vi sposo io”, due labiali facili da confondere, specie per una frase mormorata tra i denti, com’era stata quella. E «la Santa» voleva dire che, se avesse officiato le nozze lei, anziché il prete, li avrebbe avuti tutti davanti e il problema della gente in meno non ci sarebbe stato. Intanto però si era preso, per l’ennesima volta, del “matto” da lei, a causa di una battuta che «la Santa» pensò avesse fatto, su di lei e la sua vita privata, chissà mai per quale diabolico motivo e fine recondito… Chi fece evolvere, ad un nuovo stadio, ancora più alto di tutti i precedenti, questa situazione fantastica, incredibile, per gli aspetti belli e brutti, tra Amodeo e «la Santa», fu quella Madonna, che si era fatta carico della sua vita, quando, a due anni, l’aveva strappato dalla morte ed aveva riferito che alla sua vita avrebbe pensato lei. Presunzione? No: al Coro fu proposto, per i canti di preparazione per la Madonna di Marzo, un nuovo canto dedicato a Maria. Chi può negare, in una situazione simile, lo zampino di Maria, della Madonna? Fu la solita potatura integrale del prato, fiorito, d’Amodeo, ma ancor tutto in pura potenza. Affinché tutto il verde non rinsecchisse.
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Romano aveva espresso questo concetto in un sonetto, scritto molti anni prima. Il prato inglese, sotto casa mia, approfittando e del novello sole e delle piogge dell’aprile (sia d’un tardar del taglio, che si vuole frequente) mostra ‘sì tanta frenesia di vita che non so trovar parole, più semplici, a descriverlo: allegria di colori vivaci e, nelle aiuole, un su e giù stupendo di erbe e fiori, un letto d’infinite margherite nate… in un giorno sol, buttate fuori d’incanto e meraviglia. E v’intristite: già è presso l’uom che riprende i lavori; farà un pugnetto, di erbe avvizzite.
Amodeo, con questa poesia, aveva descritto la sua vita come quel prato Successe che, nell’Ave Maria da imparare, la voce portante, che solitamente era quella dei soprani, fosse invece quella dei tenori. Però essi stentavano. La parte era un crescendo; e quando essi arrivavano alle note più alte, usciva però un suono scheggiato, sofferto, stridente. Dopo due sere di prove, per cercare di porre validi rimedi, «la Santa» indicò al basso Amodeo, di spostarsi e fare il tenore. Lo aveva visto all’opera, nel Funicolì, e se l’era cavata benissimo. Inoltre quando erano stati in gita, a vedere le grotte, e tutti avevano cantato i vari canti della montagna, lei aveva notato come fosse proprio lui, un basso, a cantare la parte alta, cui il resto rispondeva con note più basse. Romano, già da due prove, aveva memorizzato la sua parte, quella del basso e si trovò a dover seguire la parte dei tenori, che non conosceva. Accidenti! Faticava anch’egli! Così come essi cantavano ci doveva essere qualcosa che non andava, perché stentavano, in quel brano, mentre, in altri, cantavano benissimo note due o tre posizioni più in su nel pentagramma, come nel brano “Bella tu sei Maria”, quando i tenori cantavano le parole “quando ti chiamo e penso...” Per ben due prove, Amodeo stentò, anch’egli, ed ebbe la vera gioia di vedere «la Santa», che aveva sperato nel suo aiuto, che lo seguiva, finalmente in modo particolare, come se volesse aggiungere la sua intenzione a che, almeno Romano, cantasse come si doveva quel brano dedicato a Maria. Di fronte a quella, davvero strana, incapacità generale, Amodeo volle portare a casa lo spartito e provò a risolvere quella situazione. Dopo circa cinque ore di sforzi, distribuiti qua e là, capì dove era la trappola. Tre delle voci del Coro erano d’appoggio al motivo, tutto dei tenori. Il motivo è quello che resta nell’orecchio della gente, quando poi lo fischietta o lo canticchia. Orbene le tre voci dell’armonizzazione avevano tutte e tre una pausa, in mezzo alla scaletta, tutta in crescendo, dei tenori, che non conteneva quella pausa.
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I tenori si facevano “portare fuori”, leggermente, inavvertitamente, e perdevano un tempo, che poi dovevano recuperare per forza. In questo tentativo, necessario per rientrare nell’inquadratura, si ritrovavano squilibrati, sgraziati, allo stesso modo d’un saltatore in alto che, servendogli sei passi di appoggio cadenzato e sempre in regolare progressione, per arrivare a superare i due metri, fatti tre passi, inserisce una piccola pausa, che spezza il crescendo, tanto che gli ultimi tre non possono più consentirgli d’arrivare, a quell’altezza, in modo aggraziato. Accortosi dell’inghippo e superatolo, Amodeo udì la sua voce ritornare melodiosa e potente, anche a quelle note prima stridule e sfiatate. Come folgorato dalla scoperta, volle riferirla subito «alla Santa» e le telefonò a casa. Rispose gentilmente l’Angelo che era suo padre e l’avvertì che, se voleva parlare con la figlia, doveva richiamare mezz’ora dopo, quando sarebbe arrivata da Milano. Mezz’ora dopo, rifatto il numero, rispose la solita persona nemica di lui, in quella casa, e gli attaccò villanamente il telefono, appena fu riconosciuto. Romano non chiamò più. Avrebbe atteso la prova. Il martedì egli cantò e gli altri seguitavano a gracidare senza voce, come anch’egli aveva fatto, prima d’avere corretto la causa oggettiva che lo portava a stentare così. Successe una cosa buffa: Amodeo, per farsi seguire, cantava in modo che gli altri sentissero come faceva lui… che aveva risolto il problema; e gli altri, sentendolo prevalere, cercavano d’alzare il volume, con il risultato di palesare sempre più l’enorme differenza. «La Santa» direttrice, vedendo tutto quell’impegno, come se ci fosse una vera e propria gara, tra chi sopraffaceva intenzionalmente, e chi non gradiva di subirlo, ad un certo punto ironizzò: “Calma. Non siamo alla Cappella Sistina!” Amodeo abbassò il volume e gli altri fecero lo stesso, ma sempre era evidentissimo come stessero cantando, da un certo momento in poi, in due modi nettamente differenti. «La Santa» non corresse Romano, perché giudicava che era l’unico a cantare bene, a farcela. Nel primo momento in cui lei aveva chiesto ad Amodeo di spostarsi tra i tenori, era però successo che i più suscettibili, tra loro, non fossero d’accordo. «La Santa» dovette infatti rimandare al suo posto Adelio Basilico che, allo spostamento di Romano tra i tenori, si era spostato tra i bassi. Che cosa indicava questo? Semplice: se non invidia, certamente disapprovazione del fatto che i tenori dovessero essere soccorsi da Amodeo. Cominciò a scattare l’ostracismo rispetto all’estraneo, che giunge in mezzo a loro, venendo da un altro paese, e che, a poco a poco, è riconosciuto per quello che vale. E temono che valga di più, più di loro… Temono! In un Coro ci si aiuta e non c’è nessuna gara, su chi è più bravo! Ma, in un Paese, in cui altro non c’è, lì… sembra che ci si giochi la vita! Questo tipo d’invidia è una cosa meschina e strapaesana. Perché in ogni gruppo si deve essere contenti, se arriva uno anche più bravo, che migliori la qualità. Ma dove un Coro di paese è proprietà di persone che da anni vedono, in esso, non un servizio valido alla Chiesa, ma altro, queste non accettano d’essere messe in second’ordine. Quando la prova terminò, Romano propose, solo «alla Santa», d’ascoltare un esperimento di registrazione, che egli aveva fatto, cantando Funiculì da solista, nella versione italiana e sovrapposta a quella napoletana rilevata durante il Concerto.
“Bravo!” esclamò lei, dopo di aver udito, ed era sincera. Poi risalirono assieme la scale. Amodeo spiegò perché avesse cantato più forte: aveva capito come fare a superare l’impaccio, che era stato anche il suo, e desiderava che gli altri, seguendolo, si correggessero per pura imitazione. “Capisco quello che hai tentato. Ma c’è il pericolo che poi gli altri, udendo te, smettano di cantare per ascoltare te.” Era un nuovo complimento e, detto da lei, «la Santa», era una cosa rara. Solo un’altra volta l’aveva sentita lodarlo, assieme a Nadia, quando, arrivata un giorno alla Chiesa delle Parrocchia, aveva ascoltato loro due cantare il ritornello dell’antifona: “Mi è molto piaciuto, veramente, cantavate benissimo! L’unico piccolo disturbo era che la voce potente di Romano arrivava nel fondo della Chiesa, ove ero io, leggermente in ritardo rispetto alle tua, Nadia, che giungeva attraverso il microfono.” Quella sera, a Cogliate, stava salendo, per le scale, anche la moglie di Sandro, una cantante stimata, per aver vinto alcune gare canore che c’erano state al Centro Ferraroli. Udendo Romano che spiegava perché avesse cantato con un alto volume della voce, e «la Santa» che gli mostrava il pericolo che gli altri non cantassero più, s’intromise, e sancì: “Romano, cantavi troppo forte, tanto da portare fuori anche noi contralti!” «La Santa», incapace (o non disposta) a contrariare una persona in buona fede, concluse la chiacchierata, con Amodeo, con la frase: “Comunque, se ce la fai, bene, altrimenti torni tra i bassi!” «La Santa», pativa i giudizi altrui? No. Lei non voleva guastare il bel clima che esisteva a Cogliate, e si era accorta come quei paesani non accettassero che Romano potesse insegnare qualcosa a loro. Una contralto deve pensare a se stessa e non può essere portata fuori dal motivo cantato dal tenore. Ci mancherebbe che chi detta il motivo disturbi chi semplicemente lo armonizzi e deve restare in sott’ordine! Spesso succedeva così. Anche il 7 gennaio, pur con tutto quel successo che c’era stato con “Funiculì”, Angioletto aveva esclamato scherzando, rivolgendosi «alla Santa» e riferendosi a Romano: “Questo qui non lo vogliamo più tra i bassi!”, e subito lei si era rivolta a Romano in questi termini: “Non devi farlo, altrimenti li porti fuori!”. Oh, non si era dimenticata che egli le aveva chiesto: “Ma starà bene?” e lei l’aveva autorizzato ad essere l’unico tenore. Non lo fece per questo, ma perché, essendo veramente convinta della capacità di Romano di prendersi anche le colpe, le dava a lui e manteneva così la pace nel coro. Lei aveva una grande convinzione che anche a Romano interessasse, innanzitutto, che esistesse la pace. Romano, però, evidentemente sopravvalutato «dalla Santa», si chiese quella sera: “Mi ha detto se ce la faccio?! ma se sono stato l’unico a farcela! A farcela poi a cosa? A cantare più a bassa voce? E che ci vuole? Basta che me lo ordini e lo faccio!” Quando ci fu la prova successiva, «la Santa» dette un colpo d’occhio alla postazione e vide presenti solo due tenori sui quattro dell’organico. Capì tutto. Con lo spostamento di Romano aveva alterato gli equilibri interni di quel Coro e la conseguenza era che alcuni tenori s’erano offesi al punto da non venire nemmeno alla prova: “Che cosa dovevano andarci a fare, dato che c’era il grande Romano?”
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«La Santa» puntò probabilmente troppo sull’intelligenza di Amodeo e giudicò che egli avrebbe capito da solo. Così quand’egli si alzò dal suo posto, per trasferirsi tra i tenori, per il canto sulla Madonna, lo bloccò a mezza via e, ruotando un dito verso il suo posto tra i bassi, esclamò: “Torna a casa Lassie!” L’espressione era simpatica: Lassie è un bel cane e, tutto sommato, l’invito era quello di tornare tra coloro che erano i suoi amici: i bassi. Si scordasse dei tenori: avevano una evidente invidia per lui.
“Romano, tu hai una bella voce, estesa su più d’una ottava, ma non si può pretendere che un basso faccia la parte d’un tenore!”… insomma, per “pascere il loro orgoglio ferito” lei stava facendo pagare al giusto per il peccatore, come se prima avesse stentato lui! Le aveva risposto: “Io canto su 3 ottave. Sono stato inquadrato da te tra i bassi solo perché, tre anni or sono, partisti dalla nota di mezzo ed eseguisti la scala discendente. Ma, ti assicuro, che se tu, invece di scendere, fossi salita, mi avresti collocato tra i tenori. Io sono un baritono, con propensione alla parte alta.” Romano stava sfondando una porta aperta: lei lo sapeva, altrimenti non l’avrebbe mandato tra i tenori a far sì che, con il suo aiuto, si migliorasse quella parte. Quanti errori di comprensione, fece Romano! E come «la Santa» cercò di aiutarlo! Innanzitutto togliendolo dai tenori che non l’avevano gradito. . Ma Romano non poteva né doveva capire, perché la Madonna, per prima, si era intristita nel vedere irrealizzabile il bel canto per lei che «la Santa» voleva che fosse, e non voleva più che Romano stesse a perdere tempo a Cogliate. Quelle persone avevano svolto il loro compito, il “Funiculì” aveva dato a Romano quanto umanamente desiderava, ora doveva esser libero di poter pensare alle cose del padre e non di quel coro. Così, al “via libera” dato quella sera, Romano, che non aveva più cantato, andò via come un razzo. Ci pensò per una settimana intera e decise – seguitando a volere sfondare porte aperte – che «la Santa» doveva sentire come eseguiva le parti da tenore. Così, prima della prova del martedì successivo, le cantò un pezzo dell’aria “Libiamo nei lieti calici”, in un modo così esageratamente tirato su, che lei esclamò: “Uh, che alta!” E Amodeo: “Ma, vedi, posso anche cantarla in quel modo, con appena un fil di voce”, e rieseguì il breve pezzo, a volume bassissimo, senza che il canto perdesse nulla della sua qualità. “Che bravo!” commentò lei, con sincerità, con ammirazione e non per sfotterlo. Ma è comprensibile: davanti a tutti aveva dovuto mortificarlo, almeno adesso si sentiva in dovere di dargli a quattr’occhi il giudizio che pensava. Al che Amodeo: “Ora dimmi tu, dove devo mettermi e ci vado, con disciplina e rispetto.” “Torna tra i bassi.”… che bravo, sì, ma non voleva più metterlo contro tutti solo per un’Ave Maria… potere della Madonna, in questa storia! Romano andò tra i suoi amici dalla voce profonda, a fare il cosiddetto pedale, che quel ruolo ha per tutto il Coro, di dettare il tempo. Sofferse terribilmente, quando sentì così mal eseguita quell’Ave Maria, che avrebbe potuto migliorare, come aveva fatto con Funicolì, che la sola sua voce potente e da classico tenore, aveva potuto trasformare, nuovamente, in un canto al maschile. Aveva rinunciato a fare il tenore, seppure in quel solo brano dell’Ave Maria, ma non accettava che il canto fosse così mal eseguito dai tenori. Bisognava che «la Santa» conoscesse in che modo egli si era sbloccato. Non voleva più tornare sulla questione in Cantoria. Ci aveva già provato quando, in un momento troppo carico d’emozione per lui, aveva tentato di dare la dimostrazione di come si dovesse cantare quel brano; e la voce gli si era addirittura spezzata, tra la soddisfazione di tutti loro, nel vedere, cotanto Maestro, dare quella dimostrazione d’impotenza.
La Madonna fece in modo, allora, che egli li lasciasse: non lo meritavano. Intervenne e pensò che Romano, poco intelligentemente, intendesse il provvedimento come una bocciatura. “Io ho dedicato oltre 5 ore a casa, a preparare quella parte, ed ora mi secca, veramente, che io non possa cantarla!”, fu tutto quello che riuscì a bofonchiare Amodeo, deluso ed avvilito. “Non te la prendere: lo studio non è mai mal riposto!” «La Santa» aveva ragione, e stava cercando di farlo ragionare. Ma egli non doveva capire: “Me la prendo sì, perché non mi sembra d’essere trattato con giustizia!” “Romano, la volta scorsa io sentivo cantare solo te!” e anche adesso «La Santa» gli stava dicendo che era l’unico che aveva cantato, ed era un complimento. Ma egli non lo comprese, e ribatté, scambiando una lode per un rimprovero: “Perché non mi hai detto d’abbassare il volume? Non avrei avuto nessuna difficoltà a farlo!” Non gli rispose a tono. Con quel carattere fiero che lei aveva, «la Santa», con pazienza amorevole, fece di tutto affinché egli capisse, spiegò le sue ragioni: “Ho creduto di far meglio a non alterare – e solo per un canto – l’assetto del Coro. Così i tenori, trovandosi tra di loro, faranno come hanno sempre fatto: del loro meglio e, a poco a poco, impareranno a cantar bene anche questo canto.” Come non darle ragione? Chi è nel giusto è superiore, ma Amodeo non lo fu, non poteva esserlo: pretese di avere dei meriti per avere studiato 5 ore a casa la parte. Proprio egli che sapeva che i meriti personali non esistono… li accampò. “Se uno si è impegnato, deve essere riconosciuto il valore del suo impegno!”, pensò, e non comprese le sagge ragioni «della Santa». Romano, spostato tra i bassi, quella sera non cantò più, né «la Santa» più cercò di fargli capire… era evidente: qualcosa glielo impediva autorevolmente. Romano, di solito, non faceva così. Ebbe fiducia in lui, che gli passasse. I due tenori, quella sera – nel cartone animato di Dio – fecero secondo le loro possibilità, che, in presenza di quell’errore subdolo che le minava, erano insufficienti. Per dargli coraggio, «la Santa» cominciò a convenire che: “Finalmente le cose cominciavano ad andare nel modo giusto!”… Ma la bontà sua verso loro fu intesa come ingiustizia da Romano, la stessa di chi aveva lavorato tutto il giorno alla vigna ed era pagato lo stesso di chi aveva fatto ben poco, perché il Padrone era buono… Ma perché voleva impedire a lei di esser buona? Eppure egli voleva impedirglielo! Una frase, ad Amodeo, non era poi andata per niente giù: che lei ad un certo punto, avesse esclamato, per dar ancor più importanza ai tenori:
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Avevano cominciato ad odiarlo, a discriminarlo, proprio loro che tante volte gli avevano dato una mano, generosamente. È incomprensibile come l’uomo diventi così ottuso, quando gli nasce la rivalità e la paura. Non capisce più niente e i fratelli diventano rivali! Amodeo non voleva più porsi in evidenza, tra quella gente, dal cuore piccolo e pavido, che diffidava degli amici… finalmente l’aveva capito egli pure! Meglio tardi che mai! Così, per risolvere la situazione, egli si vide costretto a telefonare a casa della Maestra. Rispose il padre: non c’era ancora. Richiamò mezz’ora dopo e la solita donna gli attaccò su la cornetta, nuovamente. “Che caspita!” aveva tenuto, in vita sua, a bada grand’uomini, li aveva visti perfino tramare davanti a lui e adesso questa villanzona e maleducata doveva metterlo a tacere? Romano espresse giudizi, tirò fuori i suoi presunti meriti, e questi lo manderanno in crisi, una crisi davvero pericolosa. Infatti, richiamò nuovamente. Il telefono squillò a lungo, nessuno rispondeva, avendo tutti capito che era lui. Il più cortese alla fine fu il padre Angelo, e Amodeo, giocando in anticipo: “Signor Legnani, per cortesia, quando rientra sua figlia mi fa chiamare? Sono Romano.” Udì l’uomo comandare alla figlia: “Su, rispondi!”. E «la Santa»: “Romano, cosa c’è?” “Vedi, non ti telefono perché voglio fare il tenore ma devi sapere che…” “Romano! La casa è una cosa, il lavoro è un’altra. Se hai qualcosa da dire, la dici in Cantoria!" Scortesia? No: una sacrosanta verità. Lei glielo aveva detto che sarebbero stati amici solo in cantoria, perché conosceva il grosso limite di alcune persone della sua famiglia. Romano avrebbe dovuto evitare di alterare l’armonia tra lei e chi era una sua chiara nemica. Diceva di volerle bene e doveva essere il primo a volere serenità nella sua casa. Perché non capiva? Romano tentò di forzarle la mano: “Ti giuro, questa è l’ultima volta che io ti telefono a casa, ma per favore, ascoltami…” “No! Ascolta tu me! Se hai qualcosa da dirmi me la dici in Cantoria!” ed attaccò su il ricevitore. Aveva più fiducia in Romano che nelle persone della sua casa, per questo era così chiara con lui. Non si trattava di dare il contentino a sua zia ma di non far violenza al suo limite. Di lui aveva un concetto grandioso e l’aveva anche espresso una volta dichiarandogli, senza mezzi termini: “Se tutti al mondo fossero come te sarebbe un bel mondo!” Perché Romano, ogni tanto, se ne dimenticava? Lei aveva una grande stima di lui. Ecco, quello che «la Santa» non sapeva era che aveva davanti solo un bambino, con la mentalità di quei bimbi che lei ben conosceva, che si affezionano ai loro giocattoli e piangono se glieli porti via. Ai bimbi anche ti imponi, senza tante spiegazioni, e anche questo atteggiamento ci fu, con lui, in quella occasione, da parte «della Santa».
Amodeo aveva fatto, ultimamente, per loro, la sera che Vincenzo gli aveva telefonato d’andare in casa sua da Barbara, che stava male. “E’ chiusa in casa!” “E tu sfonda la porta!”. No non era stato necessario, era passato per la finestra ed aveva trovato la ragazza in stato di semincoscienza, in terra, vicino al telefono. L’aveva soccorsa, cercando di svegliarla, poi era arrivato Vincenzo, la lettiga dell’ambulanza ed era stata accompagnata all’ospedale. Vincenzo aveva temuto un suicidio. Pregava Romano, all’ospedale, di starle vicino, di chiedere a lei se gli volesse ancora bene, con l’umiltà d’un cane bastonato, cosa nuova in Vincenzo, napoletanaccio spavaldo e sicuro di sé.
Romano, poveretto, incapace a reggere a tutto ciò, come un bambino che si sentisse trattato troppo duramente, sentì come una gran legnata sul cranio e restò tramortito, perse coscienza… Si ritrovò, più tardi, dai suoi vicini e non sapeva come ci fosse arrivato. Barbara Edyta Gorzawska e Vincenzo Fiorinelli, presenti quella sera, lo soccorsero, cercarono d’alleggerirgli l’ansia, gli fecero bere alcolici. Ora fu il turno loro di ricambiare quanto
Toccò ai suoi due amici, quella sera, di ricambiare il favore e salvare, ad Amodeo, la vita, nello stesso modo: intervenendo prontamente quando videro il suo stato pietoso. Confortato dal loro affetto riconoscente, Amodeo si riprese, fin troppo, divenne sicuro di sé: forse era l’effetto dell’alcool. Andò in casa e tornò dai suoi amici, recando un gran fascio di tutti gl’ingrandimenti, a colori, che egli aveva fatto, nel corso degli anni, «alla Santa», ricavandoli dalle registrazioni con la telecamera. Li strappò tutti ed esclamò: “Basta! È finita, non la voglio vedere più!” Poi però subito si rivolse a Dio: “Signore, non ascoltarmi! Non fare, ti prego, come hai fatto con Sabato, che è morto dopo tre ore che gli avevo intimato di ‘non volerlo vedere più vivo’.” Meno male che adesso si era ben guardato da aggiungere la parola “viva”. La mattina successiva Romano era in Chiesa, per recitare le Lodi e si aspettava Don Luigi che tardava. Giunse una delle donne ed avvertì di non aspettarlo, era dovuto andare al capezzale di Maria Teresa, che era morta. Quasi morì egli stesso, in quel momento, su quella panca. Si riprese quando seppe che non si trattava d’una giovane, ma d’una persona che aveva fatto il suo tempo. Per evitare quello che aveva realmente temuto (dal momento che già c’era passato con la morte di Sabato, appena otto mesi prima ed era stato terribile), Romano pregò Dio d’aver cura di lei. Rivelò che semplicemente non l’avrebbe cercata più, ma che il suo cuore avrebbe seguitato ad essere con lei e a partecipare alle messe con lei. Così nel marzo del 2001 riprese ad andare a Cogliate, le domeniche in cui il Coro accompagnava la funzione religiosa. Se ne restava tra il pubblico dei fedeli e partecipava da lì, non visto da nessuno. Una domenica, notato dal gruppo dei bassi, li trovò tutti premurosi. Così un giorno andò a trovare Angelo Freri. Gli spiegò la sua situazione e convenne, con lui, che Amodeo aveva fatto sempre come il suo solito: aveva agito troppo d’impulso. Solo che, stavolta, non l’aveva fatto apposta: era stato veramente male. Angelo gli consigliò di passarci sopra. Era una stupidaggine, solo quello. Amodeo concordò. «La Santa» non poteva mettersi contro sua zia. Si era creata in casa sua una situazione di grande avversione per lui, ed era evidente che, alla Maestra, premeva in primo luogo, come era giusto, la pace in famiglia. Se lei gli chiedeva di pagare un costo per la sua pace in famiglia doveva sentirsene onorato. A un estraneo non l’avrebbe chiesto… a lui sì, perché lo stimava.
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“Vieni alle 11 alla Madonna di Marzo!” Romano lo promise. Una volta però che fu a Saronno, pregò il Signore che gli impedisse, in modo autorevole, di compiere sciocchezze. Gli chiese di togliergli la libertà di fare quello che non andava fatto. La domenica “della Madonna”, Romano partecipò alla messa delle otto, nella sua Chiesa, dove aveva cominciato ad accompagnare lo sparuto gruppetto che dettava i canti della messa. Terminato, fatta la colazione al Centro Sociale, aveva deciso che non sarebbe ritornato a Cogliate, dove «la Santa» lo aveva messo a tacere, e non si era più nemmeno data da fare, perché ricominciasse a cantare. Sarebbe andato a San Pietro e Paolo, dove Suor Teodolinda gli raccomandava sempre di esprimersi a voce piena, unica voce maschile, spesso, tra tutte le persone del “Coro Sistona”, formato tutto da avventizi, che facevano quel che potevano, talvolta stonando. Per quelle incredibili rivalse che toccavano ad Amodeo, con una frequenza impressionante, nel preciso momento in cui una già suora l’aveva messo a tacere, una suora in atto saltò fuori, come per magia, ad invitarlo a esprimersi a voce spiegata, cantando la parte che, nei canti della Chiesa, è quasi sempre nelle note alte dei soprani e stimolandolo così: “Su, tiri fuori la sua bella voce!” Pertanto Romano, alle 10, fu alla Chiesa prepositurale di Saronno, per cantare nel Coro Si-stona di Suor Teodolinda. Non c’era nessuno… Passò Monsignor Centemeri e si sentì chiedere, da lui, come mai non ci fosse la solita messa delle 10. “Ragazzo sono le 11, da stamattina c’è l’ora legale”. Immediatamente capì che il Signore l’aveva nuovamente ascoltato e gli avrebbe impedito una cosa non giusta per lui. Con l’ora legale, se avesse deciso di andare, non nel coro della suora allora in atto, ma di quella che lo era tra il 1981 e il 1994, sarebbe arrivato alle 12, per una cerimonia iniziata alle 11 e che, a quell’ora, sarebbe stata già conclusa. Romano non s’era potuto accorgere del cambiamento dell’orario, perché, nella sua Chiesa di Cassina, Don Luigi aveva spostato alle 9 la messa delle 8 e così aveva cantato alle 9 pensando che fosse l’ora prima, quella che risultava al suo orologio, non adeguato al cambiamento dell’orario. Ebbe così, in un modo prodigioso, la conferma che ritornare a Cogliate sarebbe stato per lui sbagliato! Anche se l’avesse voluto, Dio gli avrebbe impedito quell’errore, in quel momento. Coincidenze e non miracoli?
Sbaglia chi attribuisce troppa importanza ai singoli gesti, tanto da credere che il miracolo sia un’eccezione. No: è la regola, e la vita d’Amodeo, più delle altre, è stata costruita tutta in modo che egli l’osservasse, come vero, e poi l’affermasse a tutti.
Se il miracolo è un intervento autoritario di Dio, tutta la vita, allora, è un miracolo, perché Dio è il motore, unico e fondamentale, di tutto quello che è visto accadere. È il solito tema, del Paperino che non è in grado di fare il fotogramma successivo, quello che detta dove e come si sposterà. È solo il disegnatore che lo attua, anche se è un disegnatore che, per far credere a Paperino che è libero di fare, lo serve di tutto punto, come se il padrone fosse lui. Pertanto tutti i gesti della vita sono autentici miracoli.
Deciso a non tornare alla Schola Cantorum di Cogliate, Romano tuttavia ritenne che si dovesse trarre un insegnamento dalle cose successe. Infatti l’atteggiamento che aveva subito, da quei paesani, cominciava a fargli capire le pesanti accuse che Maurizio aveva lanciato, parlando con lui, contro quel gruppo: più che un Coro, era un “covo”: d’arrivisti, gelosi, invidiosi, tutti sorrisi e impostura davanti… e traditori alle spalle. Romano non ci aveva creduto. Era impossibile. Più d’una volta lo avevano sentito ringraziare tutti loro, perché aveva affermato che quello era il Coro più bello, sicuramente, tra le varie Cantorie alle quali ormai partecipava: ben quattro. Si era aggiunto il Coro Bavera, nel quale cantava, alla messa del sabato, nella Chiesa di San Pietro e Paolo. Ad un certo punto della sua vita, Romano si giostrava cantando a Cogliate, a Cassina Ferrara e nei due cori facenti capo alla Chiesa prepositurale, per non parlare del “Si-stona”… Per l’affetto che aveva per la gente di Cogliate, che aveva veramente assunto come fratelli, il giorno del funerale di sua madre, essi dovevano udire le sue lamentele. Agli amici si parla, così pure ai fratelli. Deve esistere, tra i credenti, la cosiddetta “correzione fraterna”, altrimenti il cristianesimo è solo un’impalcatura e un bel paravento, per sentirsi a posto con la coscienza, senza fare mai nulla per esserlo. Ipocrisia. Questo è il nome di questo peccato. E dunque, egli almeno, non sarebbe stato ipocrita con loro, a costo che s’offendessero. Scrisse 35 copie, d’una lettera di auguri per l’imminente Pasqua, nella quale spiegò, a chi si fosse per caso chiesto come mai egli non fosse più andato alle prove, che dipendeva dal fatto che «la Santa», che aveva vanificato 5 ore del suo lavoro fatto a casa, non avesse trovato giusto dedicargli 5 minuti, a casa sua, per rispondere, educatamente, ad un suo bisogno estremo. Solo il suo tempo a casa valeva oro?! Scrisse anche come avesse notato l’atteggiamento, veramente particolare, assunto, da alcuni del Coro, nei suoi confronti; e come non gli fosse piaciuto. Convintosi, che volessero fare a meno di lui, gli rivelava come questo non sarebbe stato un problema: egli per primo aveva ben altre cose, ben più importanti, a cui pensare. Alla fine, senza mezzi termini, gli disse chiaro e netto come, in questa occasione, molti si fossero comportati con lui come delle carognette. Fu, come al solito, coraggioso, con gente non abituata a chi si comporta così. Chi scrive le cose ha il coraggio delle sue azioni, mentre la massa vile vocifera sempre alle spalle e colpisce a tradimento… e intanto crede che così ci si debba comportare. Invece chi è leale e si espone, rischia di irritare la massa, ma fa bene, se agisce secondo validi principi morali e ha il coraggio di scrivere le accuse che ritiene doverose. Fece pervenire questa lettera, prima della Pasqua, a Raffaella Minoretti, la Presidentessa che aveva preso il posto di Maurizio e che, nel pranzo tenuto nell’ultimo novembre, aveva detto orgogliosa: “Quest’anno la Maestra è a tempo pieno!”
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Queste persone avevano purtroppo concretato le paure di chi, nel Coro di Cassina Ferrara, temette che la Schola Cantorum di Cogliate gli avrebbe scippato «la Santa», dopo che essi stessi – bei fessi! – l’avevano consigliata a Maurizio, perché risolvesse, dirigendo entrambi i Cori, il problema della Schola Cantorum di Cogliate, restata senza Maestro. Se Maurizio avesse seguitato ad essere il Presidente, questo scippo non sarebbe mai accaduto. Cambiato il presidente, forse queste brave persone non sapevano più che avevano avuto quella maestra da condividere? Avevano goduto che lei fosse restata tutta per loro! Così vanno le cose nel mondo: il povero, che presenta la fidanzata all’amico ricco, quasi sempre se la vede portar via! Ma guai a dirlo! Se lo fai la risposta è: “Chi? Io? Io non ho mai forzato nessuno!” E come no se paghi una prestazione che dall’altra parte è data gratis? Se lusinghi chi dall’altra parte è trattata normalmente? Bastano i soldi ad attivare ciò che si chiama semplicemente “concorrenza sleale” … Che vergogna, comportarsi così andando contro a chi ti ha aiutato! Se lo fai, ti può forse anche non piacere, ma sei una carognetta! Nella lettera non si faceva cenno, però a questo argomento scottante. Amodeo ritenne giusto di criticare solo l’atteggiamento da così brava persona usato contro di lui, da quanti avevano agito così, con evidentissimo malanimo, nei suoi confronti. Raffaella ebbe queste lettere, affinché le distribuisse, nella prova precedente la Pasqua. Ella non lo fece e agì in modo autoritario e prepotente, perché erano lettere di auguri di Pasqua, che lei non trasmise ai destinatari per la Pasqua. Non lo fece, ella pure per scopi buoni: aveva poca fiducia, in chi lo era stato, di accettare di essere chiamata una così brava persona da lui. Avrebbe creato solo malumore. Scrisse due righe di risposta a Romano invitandolo a recuperare la sua stabilità, perché, a suo giudizio, la sua condizione emotiva lo portava a dare un’interpretazione fuorviata della realtà. Ma come? Era stato perfino blando: tutti erano stati non semplici carognette, ma delle vere carogne, a proposito di quella Maestra, blandita, pagata e rubata a chi gliela aveva solo prestata. Amodeo non era “opportunista” e diceva pasticcino al pane, trattandoli fin troppo bene, tutti quanti. Il pane sarebbe stata l’accusa di avere sottratto la maestra alla Chiesa di Cassina Ferrara, il dolce pasticcino fu che non loro ma la Maestra lo aveva maltrattato per non difenderlo né a casa, né dalle brave persone che erano solo loro. A fin di bene la Maestra lo aveva fatto soffrire. Ma lei era innocente se, per tenere buoni loro che erano così, aveva dovuto pascere il loro orgoglio e far soffrire la persona che lei stimava più capace di tutte, di sostenere sempre tutti i deboli, come quelli nella sua famiglia e nel suo Coro. Ma, con persone così imparziali come erano a Cogliate, Romano, nel frattempo, si era accorto che la denuncia di quel comportamento «della Santa», sarebbe stata capita tutta al contrario: come la dichiarazione di una sua Guerra Santa fatta a lei, anziché a loro che la costringevano ad essere così. Pertanto Romano giunse perfino a ringraziare Raffaella di non avere consegnato le lettere. Infatti si era accorto di avere sbagliato: la correzione fraterna è dovuta a dei fratelli e non a chi non ti considera affatto tale e ha il cuore… sì come diceva Maurizio. Neppure «la Santa» (che mai capiva le sue ragioni troppo terra-terra per lei figura “celeste” nell’anima), forse lo avrebbe capito. Non avrebbe capito lui che sembrava non comprenderla…, ma invece la capiva. Ci aveva messo un po’, essendo terra-terra nei giudizi che, per lui, richiedevano sempre un tempo di accurata riflessione, mentre per lei, davvero
«Santa» nell’animo, erano sempre addirittura immediati ed istintivi. Lei aveva negato a lui 5 minuti di dialogo a casa, dopo che lei gli aveva vanificato lì 5 ore di studio, solo perché lo associava a se stessa, la prima e vera vittima in quella casa. Lei subiva ed accettava continue violenze, per la pace. Perché non voleva porsi al suo fianco, a patirle egli pure assieme a lei? Perché non condivideva il suo difficile stato? Aveva qualcosa da dire? Poi ne avrebbe perlato liberamente in Cantoria… Oh, come è difficile lo scontro tra la Giustizia e l’Amore! «La Santa» voleva coinvolgerlo nell’Amore, con i fatti, e lui mirava, invece, solo alla Giustizia! Lo amava più lei, d’istinto, di quanto egli sostenesse di amarla, con la ragione… Ma lei era «la Santa», lui era solo un povero Cristo, per di più come un bambino incapace d’ogni forma di compromessi, mentre quelli buoni vanno perseguiti! Se lei lo trattava con durezza era tutt’altro che per disprezzo, ma perché lei era “essenziale” e lui no. Romano aveva cominciato infine a capire come al desiderio di lei, di non essere avvicinata da una amicizia che andasse “oltre la cantoria”, corrispondesse il sentimento profondo di quello stato suo, di lui innamorato, e di lei: una suora che era rientrata nella sua famiglia spintavi solo dalla forza maggiore di una malattia. Lei non si era fatta suora per futili motivi, ma proprio per il disgusto del modo, umano, di un amore troppo “terra terra” e pieno zeppo di limiti. Cristo non era stato per lei un “tappabuci” ma davvero il riconosciuto primato dell’amore puro e virtuale, quello per lo sposo celeste. Questa era la verità di tale donna e di essa lei stessa non aveva spesso una giusta coscienza, troppo essendo distratta dagli atteggiamenti oggettivi imposti a lei dal destino. Assumeva umanamente, con Romano, atteggiamenti che sembravano stizzosi, ripicche, mortificazioni e che avevano un profondissimo motivo di essere… per tutti coloro che apparivano essere come Romano. Ma neppure egli era come sembrava, sembrando mosso, egli pure, dai contrapposti difetti che erano solo contrapposte virtù. Queste due persone non avevano nulla per determinare tra loro “Guerre Sante!” perché erano sorrette entrambe dai santissimi principi che esistono essenzialmente tra le figure assolutamente virtuali degli opposti sessi: l’uomo, in attacco nel fisico e missionario nel cuore; la donna, in difesa nel corpo e conservatrice nell’anima. Compiti speculari ed essenziali imposti dalla natura, perché la vita – fisica e morale – nasce sempre e solo quando gli opposti si combinano tra loro. Amodeo – senza colpe, anch’egli, ma solo del suo Walt Disney – aveva infine stupidamente giurato a Dio (in quanto profondamente deluso per essere stato coinvolto in un reale gesto di vero Amore, invece che di sola Giustizia!) che mai più avrebbe cercato di invadere il riserbo e la stessa vita della Maestra! Non l’avrebbe però mai lasciata a se stessa, seguitando a pregare, affinché il Signore – padrone della Fiera – si prendesse cura, Egli, l’Onnipotente, di quella persona, cui egli sentiva d’essersi appassionato... un sentimento incontrollabile, quello infuso in Amodeo! Quando era in queste situazioni, gli veniva in mente un terziario francescano che aveva conosciuto a Milano, un uomo con un paio di baffoni talmente folti e lunghi, che i pranzi dovevano essere senza dubbio un problema, coprendogli tutta quella pelliccia interamente la bocca, fin quasi al mento. Quest’uomo era serafico e sosteneva che si dava da fare, per aiutare il prossimo, fin dove poteva e riusciva, dopodiché lo rimetteva per intero nelle mani di Dio, affinché facesse Lui… perché, dopotutto, “erano affari suoi!”
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Quello di cui profondamente si rammaricava Amodeo, era che sembrava che, finalmente, fosse stato raggiunto un equilibrio di rapporti tra loro due, improntati sul rispetto reciproco… per accorgersi, all’improvviso, che non era per nulla vero e si ritornava punto e daccapo. Be’! Egli non sarebbe mai entrato in guerra contro di lei, cascasse il mondo. Intanto egli stava facendo l’essenziale: partecipava alla liturgia, assieme a lei, nella stessa Chiesa, anche se lontano, e cantava con loro, stando nel pubblico. Per il resto, tutto il resto erano entrambi in buone mani: la Provvidenza di Dio.
Capitolo 58
Per fargli compensare il tempo che non dedicava più alla Schola Cantorum di Cogliate, Peppino, il tenore che cantava con lui nel Coro Bavera, gli fece sapere che una giovane Maestra, che dirigeva un corso d’educazione musicale nell’Università della terza età a Saronno, cercava cantori, per il gruppo polifonico che lei dirigeva a Turate. Gli consigliò di sentirla. Romano lo fece e si trovò arruolato, come egli voleva: da tenore, nella Corale Santa Cecilia, diretta da Paola Manara, questa giovane Maestra che studiava al Conservatorio di Novara, da mezzosoprano. Immediatamente apparve, ad Amodeo, un modo nuovo di preparare i canti: non più l’organo o altri strumenti che accompagnassero le voci, ma il sostegno reciproco d’una con l’altra; non più il tentativo, fatto «dalla Santa», che 10 persone, dello stesso gruppo, cantassero come se fossero 10 voci perfettamente uguali. Paola Manara affermava che sarebbe stata brutta e povera, quell’uguaglianza: dovevano essere 10 voci diverse, ma fuse solo in armonia. Un Coro a 4, composto da sole 4 voci, sarebbe stato come un quadro dipinto solo con 4 colori, anziché 40 e tutto sarebbe stato appiattito, perché il bello, in ogni colore, era la sua specifica qualità, tanto che poi ne uscisse una vera ricchezza tra 10 differenti rossi, gialli, blu e neri. Romano, provato, fu riconosciuto, da questa giovane Maestra, educata al canto, un baritono tenoreggiante, e non il basso che «la Santa» aveva decretato egli fosse, non avendolo mai provato seriamente nelle parti del tenore. Secondo Paola Manara, quando egli cantava da basso, perdeva profondità, si scoloriva nella voce, perciò pensò che anche sotto il profilo canoro, la sua Maestra del Coro non l’aveva mai capito per quello che egli veramente era, al punto da aver affermato che: “Non si può pretendere che un basso faccia il tenore, nonostante abbia una grande estensione nella voce!”, il severo giudizio che gli aveva fatto male, essendo stato dato in modo perentorio, senza che avesse mai avuto la possibilità d’una verifica. Come mai a Turate, ora, era un apprezzato tenore? Qui dove cantavano a cappella, e non protetti dall’organo? I cogliatesi, che pur cercavano tenori, avevano causato che se ne andasse, per pura invidia e gelosia verso chi li poteva realmente aiutare... Contenti loro! Eppure la sua Maestra del Coro avrebbe potuto andare, con la memoria, solo indietro d’un paio di mesi, per ricordare come avesse fatto, e bene, il tenore in “Funicolì”. Era deluso, veramente deluso, dal comportamento di una persona «Santa», bella, brava e intelligente. Per questo ne soffriva. Altrimenti avrebbe fatto spallucce, ma anche qui aveva torto: lei l’aveva ben chiamato a sostenere i tenori, in quell’Ave Maria!
Prima della Pasqua del 2001 Romano andò da Don Luigi: “Bisogna che la Cantoria si ricostituisca. Se lei è d’accordo, sono disposto a prendere in mano io la situazione. Possiamo trasformarla come è la Schola Cantorum di Cogliate, con un gruppo dirigente, che sia in grado di seguire la gestione; e la responsabilità, per il Maestro, di curare solo l’aspetto tecnico del canto. In questa Cantoria, per come sono andate avanti le cose, è stato sempre eccessivo il cumulo di responsabilità nelle mani del Maestro. Tra un po’ è Pasqua e siamo ancora in tempo a fare qualcosa.” Don Luigi rispose, con un sorriso malizioso: “Da qui a settembre non ci sono ormai molti mesi.” “Perché a settembre? C’è in mezzo la Pasqua.” “La Pasqua è troppo sotto.” “Perché allora a settembre? Che succede a settembre?” Don Luigi non voleva parlare, ma, messo alle strette, rivelò: “Ho una promessa, che a settembre la Cantoria si potrà riaprire.” “La promessa di chi?” “D’un Maestro che, avendo capito che noi non possiamo proprio farne a meno, ha promesso che ci aiuterà.” Quando poi successe questa storia, legata al canto della Madonna, Amodeo andò da Don Luigi a raccontargli come fosse stato trattato, in modo ingiusto, «dalla Santa» di Cogliate; come a nulla fosse valso il suo lavoro a casa rispetto a quello di lei. Solo il tempo a casa di lei sembrava importante, mentre aveva vanificato 5 ore sue come se fossero niente! Povero Romano! Non aveva capito niente! Se «la Santa» usava apparente ingiustizia con lui, era perché ardeva dal desiderio di santificare anche lui… facendogli in apparenza ogni tipo di sgarbo, ma se si comportava così, doveva saperlo: chi disprezza vuol comprare. Di quella «Santa» non aveva capito proprio nulla. Lo era, lo era davvero e come aveva già suscitato un missionario, con il suo travagliato amore, adesso avrebbe realizzato qualcosa di incredibilmente superiore, con lui: il Coro immenso di tutte le anime del mondo, che Amodeo, nuovo missionario e ancora più potente, avrebbe riunito sotto il Cattolicesimo, convertendo tutti nel mondo… grazie a lei. Egli era il Bambino Gesù terreno (affiliato da una intenzione di Maria) e lei era «la Santa», guidata da Maria (madre di Gesù) e Santa Teresa (del Bambino Gesù), perché con il Sacramento del Battesimo era stata chiamata Maria Teresa. Lei era “simbolica” come lui, un essere angelico: figlia di Angelo e Angela. E lui, nei simboli, era un Gesù veramente sputato, avendo per nonni T. Amodeo e Maria BonAmore (Spirito Santo e Madonna), per genitori il Re Santo francese Amodeo (lo Spirito Santo Re) e Mariannina (la Madre di Gesù e sua madre). Questa «Santa» era stata la consorte umana di Gesù ed ora avrebbe avuto la stessa sorte sua, lo avrebbe stimolato alla stessa sorte, e ci aveva provato, perfino a casa sua! E lui, Amodeo, non aveva capito che cosa di grandioso ci fosse stato sotto il suo trattarlo male: il desiderio di lei che, a casa sua, fosse perfetto, come lei, che subiva per amore!
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Romano notò il vivo interesse di Don Luigi. Voleva sapere con esattezza in che giorno fosse successo questo episodio. L’atteggiamento del Parroco fu tanto strano che Romano all’improvviso capì che il Maestro, che si era impegnato con lui a riaprire la Cantoria, doveva essere la benedetta Maestra del Coro di Cogliate. Ora, di fronte ai problemi evidenziati a proposito di lei, Don Luigi stava cercando di capire se c’entravano o no con i suoi accordi. “Don Luigi! È «la Santa» di Cogliate che dovrebbe venire a settembre?” Don Luigi era renitente a parlare, ma, alla fine, fu tanta l’insistenza di Amodeo, che lo confermò: era lei. A settembre avrebbe riaperto la Cantoria di Cassina Ferrara. “Non ci credo. Non lo farà mai. Io, che sono stato a Cogliate, posso affermare che lei è restata con il dente avvelenato, per qualche cosa che l’ha disturbata, e che non tornerà più.” “Chi vuole avere qualche cosa, deve essere pronto a concedere qualcos’altro…” “Ma cosa? Lei non ha nulla di così importante, da poter concedere a quella persona, dunque non ci conti!” Don Luigi non ribatté. Uscì il giornaletto della Chiesa e, su quello, Romano lesse che la figura di Suor Giuseppina, che stava per lasciare l’asilo, sarebbe stata sostituita da un laico. Fece due conti e risolse che nessun laico, più d’una ex suora, poteva sostituire una suora. Andò così da Don Luigi e gli rivelò che aveva capito che cosa d’importante potesse avere da lui «la Santa». Questo sacerdote già in passato l’aveva aiutata ad avere l’impiego a Milano, presso la scuola delle Orsoline ed adesso l’avrebbe aiutata ad avere quello presso la scuola Materna del quartiere. Certo che allora Don Luigi aveva qualcosa di valido da poter offrire! Ore ed ore risparmiate, alla settimana, di viaggi come pendolare, e anche i soldi del biglietto. Essendo arrivato intanto aprile, Amodeo suggerì al Parroco di stringere un accordo fin da subito, con «la Santa», fissando, con mesi d’anticipo, la data di riapertura della Cantoria. Se non lo faceva, correva il rischio che a Settembre, si sarebbe sentito dire che “certi accordi vanno definiti in tempo.” Don Luigi non volle sentirci. Gli rispose che si sarebbe visto, a settembre, se le persone “fossero di parola”. Accadde allora un fatto che impressionò Amodeo: un giorno spostò il letto e prese un mucchio di tele che erano state lasciate lì sotto, una sull’altra, da quando le aveva riposte, dopo la mostra del 1998. Restò perplesso e impressionato, perché, in un quadro, in cui era raffigurata «la Santa» mentre dirigeva a Cassina Ferrara, tutta la testa di lei era coperta da una macchia marrone verdastra, lasciata come se della verdura cotta, finita lì chissà da dove, si fosse spianata ed appiccicata lì, tanto da nasconderle interamente ed esattamente il volto. Rimase colpito, perché il canto, che sul dipinto stavano eseguendo, era quello che recita: “Chi mi ama sarà amato dal padre mio…”. Lo interpretò come un pessimo segno: «la Santa» sarebbe stata macchiata da qualche cosa di veramente brutto… ma preferì non pensarci. Sempre strane cose succedevano a quelle tele dipinte a lei: ricordava quando aveva montato la mostra, assieme ad Enzo Vannucci, che i tre ritratti, aventi lei per soggetto, si staccavano e cadevano sempre al suolo, solo i suoi.
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In maggio Amodeo fu a Varazze, come relatore, assieme a Padre Magni, in un convegno di tre giorni organizzato dalla Arisad (Associazione Ricerche e Studi sull’Altra Dimensione). Quel convegno fu il primo che tenne per l’Arisad. Conobbe Umberto Moneta, l’organizzatore, assieme a sua moglie; restò a parlare amabilmente con lui, camminando per le vie di Varazze, in quell’ultimo anno della sua vita. Diffuse l’intervento che segue, dal titolo “Ragione e Fede per un aldilà di luce”, al Palazzetto dello sport, affollato di circa 300 persone. Parlò, come tutti i relatori, per mezz’ora e fu il penultimo della mattinata di sabato, prima dell’intervallo per il pranzo. Destò un interesse così vivo che quasi un centinaio di persone, nonostante che fosse stato il penultimo oratore, andò da lui e iniziò a subissarlo di domande. Dovettero venire gli uscieri, dopo molto tempo, a farli sgomberare, perché dovevano preparare il salone per gl’interventi del pomeriggio .
Ragione e fede per un aldilà di luce Nel 1998 il Papa diffuse l’importante Enciclica Fides et Ratio, sui rapporti che la Fede è chiamata ad instaurare con la Ragione. Al punto 56 è scritto testualmente: <<… non posso non incoraggiare i filosofi, cristiani o meno, ad aver fiducia nella capacità della ragione umana e a non prefiggersi mete troppo modeste nel loro filosofare… bisogna non perdere la passione per la verità ultima e l’ansia per la ricerca, unite all’audacia di scoprire nuovi percorsi. E’ la fede che provoca la ragione a uscire da ogni isolamento e a rischiare volentieri per tutto ciò che è bello, buono e vero. La fede si fa così avvocato convinto e convincente della ragione.>> Scienziati e pensatori sono addirittura “provocati” dal Papa a cercare risposte alle domande di fondo: <Chi sono? Da dove vengo? Dove vado?>. Io, con una scuola di pensiero che si poggiava sulle verità della scienza, cercavo già da anni queste risposte, attraverso la filosofia della fisica, cercando con l’epistemologia, che studia e controlla i processi scientifici, di mettere d’accordo fede e scienza. Il principale disaccordo sta nella reale possibilità che i corpi, che la scienza accerta si dissolvono dopo la morte, possano risorgere senza un sovvertimento d’ogni legge naturale. Ecco come Gesù spiega le cose a Nicodemo, nel vangelo di Giovanni, cap. 3: <In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo non può vedere il regno di Dio>. Aggiunge poi: <In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito non può entrare nel regno di Dio… Il vento soffia dove vuole e tu ne odi il rumore ma non sai né di dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito>. Poiché Nicodemo chiese: <Come possono avvenire queste cose?>, Gesù gli rispose: <Tu sei Maestro d’Israele e non sai queste cose? In verità, in verità ti dico che noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo di ciò che abbiamo visto; ma voi non ricevete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato delle cose terrene e non credete, come crederete se vi parlerò delle cose celesti?…>. Soltanto oggi (dopo un cammino di millenni) la scienza sa, per conto suo, quello cui alludeva Gesù, quando rivelò che <se uno non è nato d’acqua e di spirito non entra nel regno di Dio>.... sa cioè che tutti i corpi sono fatti di materia e d’antimateria. La materia è chiamata “acqua” da Gesù, ed è la molecola ideale, per la scienza, a definire l’unità della massa materiale.
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L’antimateria è chiamata “spirito” da Gesù, ed è in verità l’essenza (<che si sente ma non si sa da dove viene né dove va>) impercettibile, che tuttavia contrasta ed equilibra perfettamente la materia, essendole perfettamente simmetrica. Questa contrapposizione esiste in natura giacché tutto quanto appare è – per come e quanto appare – sempre relativo a chi lo vede e lo misura. “Azione e Reazione” è il principio fondamentale della dinamica. Per esso <a ogni azione corrisponde sempre una reazione uguale e contraria>… e la basilare azione soggettiva è l’atto spirituale dell’osservare. Pertanto se la scienza non tiene conto dell’essenza del nostro spirito e si limita a considerare la sola cosa vista evolvere da chi esiste, non tiene conto della relatività generale che esiste. Allora potrebbe credere che il Sole si muova veramente nel cielo, quando esso è il moto combinato, relativo tra la Terra che si sposta verso oriente (causa, azione) e il Sole visto spostarsi verso occidente (effetto, reazione). Insomma chi veramente va verso il principio (del giorno come della vita) è costretto, per pura reazione, ad andare realmente a vedere la sua fine! Forse siete perplessi! Questi argomenti sembrano assurdi, quando sono uditi la prima volta, come accadde a Galileo Galilei. Io dico una cosa del tutto analoga: dico che ogni corpo relativo (come quello del Sole) appare correre realmente verso quel punto in cui appare tramontare… a me, che veramente mi muovo verso quel punto in cui appare sorgere! Io vedo andare tutto dove muore, perché io vado là dove tutto sorge… E’ duro conquistare il sapere, quando esso così nettamente nega verità all’apparire dei fenomeni! Apparenza e verità del divenire sono facce opposte della stessa medaglia. La parte veramente forte è la verità, ma essa, come la causa, cede posto alla apparenza, che è l’effetto, la parte debole. Era il mondo spiegato da Gesù, in cui i veri forti sono i miti di cuore, e non i prepotenti, che solo lo appaiono. L’episodio di Nicodemo va profondamente studiato, alla base delle nuove conoscenze, perché Gesù ha ribadito 3 volte, <in verità in verità vi dico>, parlando alla scienza. Tutti credono in Gesù perché aveva autorità nel fare i miracoli e – a partire da Paolo – giudicano che se non li avesse fatti e non fosse risorto le sue sarebbero state vere <follie della ragione>… Infatti Gesù diceva: <Beati i poveri, i perseguitati, gli assetati di fede e di giustizia!> Sosteneva che occorre morire per vivere davvero, essere ultimi per esser primi… e questi sono argomenti giudicati <Follie della ragione> in cui credere solo perché quel miracoloso Gesù davvero risuscitò… Ed ora che i miracoli sembra farli la scienza? Essa sospende la vita, congela embrioni, li duplica per clonazione… mentre Gesù afferma che nessuno può aggiungere un solo attimo ai suoi giorni…! In chi ormai credere? Capite che pericoli incombono se non si recuperano le ragioni assolute? In sostanza si rischia che l’uomo sia convinto, dai miracoli visti fare dalla scienza, che tutto il fattibile sia lecito, tanto da stravolgere tutto l’ordine naturale… La verità non può essere il frutto del consenso tra chi neppure rispetta più i valori assoluti ed ha come ideale il consumismo, la forza e tutti i valori esattamente opposti alle Beatitudini affermate da Gesù. Finora, in tutto il mondo, moltissimi sono stati gl’incontri che hanno cercato di spiegare gl’intenti della Enciclica Fides et ratio, ma solo questa piccola Scuola fondata da me s’è mossa per attuarla. Indisse un convegno a Saronno il 24 ottobre 1999, per ricercare con audacia di scoprire nuovi percorsi. Questa scuola è una piccolissima cosa. A parte due sostenitori (uno per 6 milioni e l’altro per 1), essa è vissuta interamente dei fondi della pensione d’una donna di 90 anni, malata del Morbo d’Alzeimer e morta lo scorso anno… mia madre. Per curarla ho abbandonato tutto, vivendo per un decennio delle sole sue risorse, in parte stornate per sostenere l’unica cosa che potevo fare: la ricerca… Il solo convegno costò quasi 20 milioni, ma occorrerebbe scrivere più libri, diffondere più notizie su novità così importanti per tutti... quale quella d’un Gesù in cui credere perché diceva l’assoluta verità, spiegando come la scienza arrivi alle sue stesse conclusioni e non a verità opposte! Non ho ricevuto alcun appoggio ma solo contrasti, dalla Chiesa! Essa teme che ragionare su Cristo possa portare ad eresie; vorrebbe conoscere tutto a priori, per giudicarlo... ma ancor prima d’averlo trovato! Convocata da me, come parte in causa al Convegno Fede-Ragione, questa Fede non partecipò, non assistette! Nessun teologo, nessun sacerdote, per quant’inviti si fossero fatti in tutte le direzioni! L’invito <a
non prefiggersi mete troppo modeste> fatto dal Papa, era rivolto a <cristiani o meno>… Ero un cristiano… e se non lo fossi stato? Nella mia Parrocchia il Parroco, pur con due lettere ufficiali di ringraziamento e Benedizioni Apostoliche del Papa, non volle neppure dire pubblicamente ai fedeli che il Convegno era provocato e benedetto dal Papa. Il che tenne lontani tutti i fedeli sospettosi d’imbattersi in una setta, giacché allarmati da una Chiesa timorosa… che non aveva il coraggio del Papa, disposto anche a riconoscere gli errori! Sperimentata quanta resistenza c’era alle sollecitazioni di Sua Santità (che chiedeva anche a me d’aver audacia e di non limitare la mia ricerca alle solite questioni di poco conto…), capii che dovevo averne ancora di più, fino ad arrischiare la vita. Mi misi come possibile vittima nelle mani della Chiesa, iniziando un digiuno ad oltranza, affinché si rispettasse l’autorità del Papa. Il Papa, inoltre, doveva venire a sapere le difficoltà incontrate … Perché cessassi il digiuno (mi cibavo solo dell’Ostia consacrata), 4 sacerdoti e 464 persone inviarono il 18 ottobre 1999 una istanza scritta al Papa, chiedendo che mi ricevesse, per pura carità, affinché, rimesso tutto a Lui, potessi nuovamente mangiare. Il Vaticano non ha mai risposto. In 18 mesi sarei morto. Stando male e dovendo essere ricoverato in ospedale, fui costretto a cessare il digiuno al 57° giorno perché mio fratello stava mettendo mamma in un ospizio… Perché tanta durezza da parte di quel Vaticano che pure per ben due volte m’aveva Apostolicamente benedetto? Lo immagino: per loro io pretendevo ascolto. Io minacciavo di lasciar morire me, seppure in difesa dell’autorità del Papa… e che era mai? Diverso – si è visto! – se fossi stato Alì Agcià ed avessi attentato non alla mia, ma alla vita del Papa! Va sempre preferito il solito famoso Barabba… si sa: fa più audience! Io però credo che Dio spesso voglia fare <scoppiare i problemi>, e quello tra la Fede e la Ragione scoppia ora, qui davanti a voi… E’ infatti grave scandalo che il Vaticano non risponda a una supplica di pietà presentata da 4 preti… e che neppure s’informi il Papa che un filosofo si è messo nelle mani della Chiesa e rischia di morire… affinché essa segua le indicazioni di Sua Santità. Solo qui, in questa sede, vedo in padre Magni l’ “avvocatura” promessa, della Fede. Forse perché a voi, qui, veramente preme conoscere che cosa sia stato dei vostri cari morti… Forse perché sarete in molti a chiedere che la mia Scuola v’invii regolarmente i suoi elaborati, superando l’isolamento in cui essa è… Forse affinché (essendo molti) questa mia voce arrivi finalmente anche alle orecchie del Papa, le cui idee ho difeso con l’audacia che mi aveva richiesto… e ci voleva questa audacia, giacché molta Chiesa mi ha dichiarato guerra… sì, quella guerra moderna, civile, che nega audience nell’era della comunicazione e cerca il dominio massificando, ammassando, ammazzando il tuo Spirito e riducendolo al silenzio! Qui, a voi, preme davvero di sapere e chiedete: <Ma dove sono le persone che sono morte? Ci sono, sono ancora vive, così come ci dice la fede?> Lo sono! La risurrezione è già in atto. Prima esistevamo, <in potenza>, in tutti i nostri antenati. Siamo entrati <in atto>, come singoli, nascendo e non ne usciremo più. L’esistenza è una continua intima prova: “Cogito ergo sum” e l’io può avere ormai solo prova d’esistere… La morte è un puro giro di boa! Dopo inizia la conversione del mondo visto da ciascuno: torna alla sua origine. Dio indica la conversione come un modello, ideale per tutti, soggettivo, dicendo: <Convertiti nel tuo cuore!>. Tu puoi provare a farlo da te, liberamente, fino alla morte, poi Dio converte d’autorità e per te solo, tutto il tuo universo. E’ vero e non è straordinario: la percezione dell’universo è sempre un fatto personale, che dipende da come si sposta il soggetto, nel mondo organico che è visto esistere. Esso esiste (e si muove) solo perché il soggetto esiste (e si muove) in esso, analizzando la sua propria visione del vero. Dunque oggi si può veramente confortare tutti coloro che piangono la morte dei cari, con ragionamenti che si poggiano interamente sulla ragione e che giungono agli stessi risultati anticipati da Gesù: la vita è eterna! Voglio evitare d’entrare troppo nel dettaglio scientifico.
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Vi dico solo che noi siamo soggetti-luce, nel nostro Spirito. La scienza lo accerta con l’elettroencefalogramma, per vedere se vi è vita o non più, in un cervello. Accerta lo Spirito come la presenza o l’assenza di un’onda, e sa che la sua natura è come quella dello strumento con cui essa interferisce. Vi sono innumerevoli prove che l’io mentale è un flusso indotto e che la sua interruzione, la morte, c’è quando un circuito chiuso improvvisamente è trovato aperto; allora l’onda è come un raggio di luce che avesse incontrato uno specchio…, torna indietro. Saperlo porta a riconoscere che dunque Dio c’è ed agisce costantemente inducendo la nostra vita. Che non è vera l’inerzia del divenire che appare in conseguenza: infatti se l’induttore si fermasse la luce si spegnerebbe, come quando si arresta una bicicletta di notte e il suo faro si spegne appena si ferma la dinamo. E questo spiega come tutta la catena, dalla causa estrema a noi, di tutti gli antenati, sia come un filo ininterrotto, altrimenti la luce non giungerebbe a noi. Se il passato veramente non esistesse e i vostri avi (apparentemente morti) ora non vi fossero più davvero, come ricevereste vita oggi voi, dato che Dio spinge tutto “ora” dal profondo dei tempi? Ora! La corrente non avanza per inerzia! E – spinti tutti – chi appare morto (essendo stato interrotto il suo circuito) è costretto dalla comune spinta a retrocedere… perché chi ancora può farlo avanza, vive ancora – e si vede – a causa di quella stessa spinta. Se me lo chiederete vi verranno inviate spiegazioni dettagliate, non posso qui addentrarmi troppo. Lasciate il vostro nome in Segreteria…. Vi basti sapere che la costante universale che sposta ogni cosa nel tempo è la velocità della luce perché siamo noi la luce che si muove a questa velocità, analizzando il mondo con uno Spirito fatto concretamente di luce e che verifica tutto a questa velocità. Il nostro io si muove in un ESSERE tutto organico. Noi, vivendo, lo osserviamo per sezioni d’avanzamento nel tempo, presenti una dopo l’altra, come se facessimo una TAC. Se non sapessimo che è un corpo organico (quello visto nel visore della TAC), crederemmo che esiste solo la sezione che istante per istante vediamo, e diremmo che il paziente non esiste come corpo, ma come una sezione che si muove, poco alla volta e si trasforma. Avevano ragione a Elea. Esiste tutto l’ESSERE. Le sue sezioni esistono tutte assieme, come tutto il corpo, il suo volume, ma noi le vediamo una dopo l’altra, perché stiamo cercando di fare una lenta analisi. La vita è una sequenza di sezioni, A-B-C… fino a Z (quella della apparente morte). Esse esistono tutte assieme, come tutte le sezioni di un’unica TAC. Ci sembra che A diventi Z, ma la vita è la conoscenza di tanti “io” differenti, uno dietro l’altro, visti uno dopo l’altro e non è mai un “io” solo, che diventi e si trasformi… Il tempo, poi, è unicamente la lentezza con cui si accerta ciò che c’è tutto assieme; così ci consente d’indugiare e di dare durata, lentezza a quanto non ne ha, tanto che il bene sia poi… sospirato per bene! Il divenire, che ci appare, dunque è pura illusione e serve a farci comprendere l’organicità dell’essere, dandoci il modo e il tempo di voler noi stessi che ciò sia, come fosse conquistato da noi. Abbiamo molte prove che esistono cose che non si vedono giacché semplicemente lontane: il Sole d’ora noi lo vedremo solo tra 8 minuti, ma c’è già. Le luci delle stelle che vediamo sono antichissime, per cui quelle emesse ora ci sono ma richiederanno millenni per divenire visibili. Quindi per noi, soggetti-luce, la luce che non appare più e che credono “morta” ha infiniti luoghi in cui possa essere senza che risulti. Quando si cerca di capire in modo ordinato si fa proprio così: si fa una analisi graduale. E se la si vuol fare bene, si fa un controllo incrociato, si osserva prima al dritto e poi al rovescio, infine si tirano le somme. Così è lo svolgimento della vita umana: è il tentativo di capirla. Si comincia a vedere verso il creduto futuro e nel momento in cui, con la morte, si raggiunge il punto più avanzato, s’inizia a osservare procedendo verso il passato. Così si ritrova presente ogni cosa che si credeva apparentemente trasformata e quindi finita e perduta… la nostra giovinezza i nostri cari, l’infanzia. Ritroveremo presente ogni cosa, perché nulla si trasforma e finisce, ma tutto è ed è per sempre. Potrò rivedere il passato e, superato il varco della mia singola nascita, comincerò ad assimilare ora a me i 2 genitori, i 4 nonni e a poco a poco tutta la vita e l’esistenza, passando dalla singola alla percezione multipla, ma sempre valutabile anche soggettivamente. Stiamo conducendo, con il vivere, proprio il perfetto esame che disse Hegel, poggiato su tesi, antitesi e sintesi.
La tesi oggettiva è vista a rovescio, è sbagliata e corrisponde alla logica inversa del mondo, che impone la forza e conclude che la vita termina morendo… il suo male assoluto, un vero Inferno in cui il male eternamente finisce. L’antitesi dell’anima di questa animazione inizierà risorgendo essa nell’attimo della morte e ritornando con il suo spirito verso il passato, in modo da vedere finalmente la verità nascosta di quanto sia stato prima, la causa stessa, nascosta, del movimento. L’esatta esperienza inversa consente di correggere la tesi erronea. In religione questo processo è il Purgatorio. La sintesi è il successo del complesso tesi-antitesi. Non è il suo assoluto superamento, ma il puro raggiungimento del fine, il Paradiso Terrestre. Ecco allora come esemplifico il piano di Dio per l’uomo. Dio ha la passione di generare vita d’amore, bontà, bellezza e di tutte le virtù positive, che appaiano come uno strumento di possibile gioia per le creature generate da Lui. Ciò accade all’interno di storie che prevedano bene e male…, ma il bene solo che vinca e stia nel superamento della paura stessa del male, perché Dio riesce ad attribuire una parte buona perfino al male. Non è difficile da capire. È la stessa cosa che faccia il compositore d’un melodramma. Inventa una storia in cui i personaggi abbiano paura, incertezza, ansia, terrore…ma di per se non esistono. Chiama in causa interpreti che animino quei personaggi, e questi tirano un poderoso sospiro di sollievo quando si accorgono di non essere stati i personaggi veri di quelle terribili storie, ma solo gl’interpreti virtuali d’una reale finction, che avevano preso personalmente troppo sul serio, ma di tutto rispetto: realtà attendibile, ma superata alla grande, come in una grande comune avventura creativa. La vita che vediamo, attendibile, vive così nella virtù ideale di Dio che l’ha fatta. E Dio non è colpevole se ha immaginato crimini, come non lo è uno scrittore di libri gialli. Infatti quelle storie sono vere ipotesi e non vere realtà. Noi siamo solo gl’interpreti, e crediamo, ingenuamente, di fare ciò che fanno i personaggi, ma la nostra unica vera libertà è di partecipare con il desiderio fattivo. Un interprete carica tutti i suoi gesti d’apparenti e credibili capacità fattive… che non esistono: la parte è già scritta, non è lui che veramente la scrive, anche se così sembra… Al mondo il DIVENIRE che si vede è solo un film che già esiste tutto, tanto che si vede. Amodeo non può creare il prossimo fotogramma … così come egli in modo troppo, troppo semplicistico, vorrebbe. Possiamo rivivere anche le avventure di Amodeo, se un disegnatore, capace di farlo, prima le ha disegnate… Amodeo in sé è solo un mezzo di gioia, come tutte le nostre vite, da godere come un film reale che assolutamente ci coinvolga in modo del tutto attendibile. Così il Paradiso Terrestre starà nel poterci calare in tutte le parti che esistono ed ora sono d’altri, nel porci nel prossimo nostro come in noi stessi…, da amare. In quelle parti che avremmo voluto e di cui abbiamo assunto eterna sete (come in un eterno imprinting, una forma dell’anima e del cuore costruita liberamente in questa tesi della vita lasciata tutta a noi). Una sete che sarà eternamente soddisfatta: per immedesimazione e per comunione. Chi si è troppo innamorato di se stesso non gradirà nulla di meno, nessun’altra parte e rinuncerà a questa enorme e possibile gioia d’avere il centuplo… tutto. È solo chi sarà stato piccolo ed abbia rinunciato a tutto, che avrà la possibilità d’apprezzare tutto quello che vi sia di più, cui ha rinunciato... Ora si capisce il senso reale delle Beatitudini. In questo Paradiso Terrestre, dunque, sono e restano sempre valide tutte le storie reali che vediamo, tutte confinate al loro posto nello spazio e nel tempo, come vite reali da gustare nei punti che ci piacciono, come libri in attesa d’essere sfogliati per rileggervi all’infinito quella pagina che ci esalti. Potremo finalmente scorrazzare in lungo e in largo, perché il tutto ci è concesso, senza limiti e senza che il concedere ad uno tolga ad altri… infatti saremo tutti un tutt’uno, una enorme bellissima Comunione di Santi. In questa realtà siamo immersi fin da ora. Infatti già ora tutto è in tutto. Il Paradiso è già in noi, non oltre questa realtà. Proprio essa diverrà un vero Paradiso terrestre… come ogni melodramma in cui l’artista si cali felicemente con la sua arte, per interpretare tutto come nuovo e a modo suo e gioire della tensione emotiva così potuta provare. È sublime cantare un canto sublime, anche se non lo scrivo io, ma solo lo vivo mettendoci me stesso!
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I medium veri sono persone che non rientrano nella norma e che, per come sono fatte fisicamente, sono in grado di superare le distanze spazio-temporali e quelle psichiche, immedesimandosi di già in molte storie. Ma pure i medium NON FANNO niente di testa loro: è lo stesso progetto di Dio che mette in bocca loro quei gesti, quelle AVVENTURE del corpo e della mente, che sconfinano in ogni dove. Come è il progetto di Dio che mi sta facendo parlare qui a voi e non mi fa sentire sproporzionato, nemmeno se voglio mettermi a rapporto dal Papa…Fiat voluntas dei! Noi siamo già in una Comunione di Santi… Oggi dobbiamo solo crederci, non giudicare e aver fede nell’infinita Provvidenza di Dio. Chi in apparenza abbiamo perso, perché non è più con noi, corporeamente dislocato su altri parametri personali, egli è tuttavia presente nel cuore e nell’animo, mio e di tutti e possiamo parlargli, perché certamente ci ascolta. Se siamo in grado di far silenzio, possiamo udirlo… Credeteci…. anche per la scienza ora è possibile! Noi potremo, nel Paradiso Terrestre di tutte le storie umane, scegliere CHI voler essere (liberi d’entrare e uscire istantaneamente da tutte le parti, come è per tutto ciò che veramente si possieda)…. Orbene, sarà essendo Gesù che troveremo finalmente la reale via che porti ciascuno di noi al Padre Nostro che è nei cieli , perché veramente Gesù è VIA, VERITA’ e VITA… e lo sarà, lo “diverrà” realmente. Saremo realmente anche Gesù, dono di figliolanza divina voluto per il bene concreto di tutti… Così Gesù ritornerà: ora solo in comunione vera (ideale) con noi, poi comunicherà a ciascuno anche la sua vita reale…e saremo anche Gesù di Nazareth, così vedremo finalmente il Padre. Romano Amodeo
550 esprime tutto il moto reale ciclico del moto 500. È espressa una realtà assolutamente piena e dinamica.
La pagina 549 indica tutto lo spostamento di 1 nel 550 che quantifica tutto il moto nel tempo ½ di 100. Il senso della pagina osserva questo significato numerico nelle sue descrizioni: Gesù che tornerà, la «Santa» macchiata e che sarebbe tornata.
In un pomeriggio, mentre intervenivano altri relatori, Amodeo fu riconosciuto ed avvicinato da una donna, che aveva un problema, di cui voleva parlare con qualcuno. Aveva un figlio morto da non molto e, prendendo alcune sue fotografie, ne aveva trovata una con il volto che s’era tutto macchiato. La mostrò ad Amodeo. Chiese proprio a lui che cosa volesse significare, se era un segno. A Romano quella foto richiamò, immediatamente, quel dipinto nel quale aveva trovato, solo tre giorni prima, il volto «della Santa» interamente coperto dalla sporcizia. Dovette riconoscere a se stesso che, a lui, i segni non si presentavano mai isolati, quasi a puntellarsi l’uno con l’altro, affinché fossero presi sul serio. Tornato a Milano si recò subito da Don Luigi e volle così approfondire che cosa stesse succedendo, riguardo alla Cantoria della Cassina Ferrara. Il Parroco gli rivelò che si erano dati da fare e avevano dovuto superare molte difficoltà, per far sì che «la Santa» di Cogliate potesse trovar posto all’asilo. Il motivo valido per ricorrere a lei esisteva: una recente disposizione del Ministro della Pubblica Istruzione, Berlinguer, inseriva nelle scuole materne le due nuove figure di una docente con preparazione in musica ed un’altra in lingue. A quel punto era iniziato il problema di regolarizzare le pratica. Il Comune non era favorevole a completare l’organico con le assunzioni dirette, neppure in presenza di quella nuova linea programmatica del Ministero. Era iniziato, a quel punto, un vero e proprio braccio di ferro tra il Comune e l’Ente Regina Margherita. Alcune delle battute, volate tra le due parti, erano state come questa:
“Ma come? Vi lamentate tanto a proposito della Roma ladrona e qui, che avete voi, di quello schieramento, la responsabilità di non imporre alle zone il potere del centro, che cosa volete fare? I ladroni rispetto alle autonomie locali? Ma lo sapete o no che questo Asilo è nato per mano dei privati? Lo sapete o no che sono stati solo questi, aiutati dalla Chiesa, a difendere nel tempo la vita di quest’istituto? Dunque, per qual mai motivo, non dovremmo procedere secondo le intenzioni nostre, della periferia?” Il Comune rispose che l’Ente Morale Regina Margherita non era libero di fare quello che voleva, in fatto di completamento del suo organico. C’era una Convenzione, stipulata negli anni novanta, in cui tutti i posti dovevano essere messi a concorso. Tutto lì? Avrebbero indetto il Concorso, e lo fecero. (Realtà assolutamente piena e dinamica). Insomma Don Luigi poteva vivere sonni tranquilli, perché «la Santa» avrebbe assunto il suo incarico e avrebbe rispettato l’impegno preso con lui, se – come aveva confidato giorni prima, ad Amodeo – “Fosse stata di parola.” (Realtà assolutamente piena e dinamica). A questo punto Amodeo vide nuovamente il destino che rimetteva, di prepotenza, questa benedetta Maestra del Coro sul suo cammino. Avrebbe riaperto la Cantoria e se la sarebbe trovata nuovamente davanti. (Realtà assolutamente piena e dinamica). Non avendo capito più un accidenti di come egli le dovesse tutto, ostinato nel suo proposito di stare alla larga da lei, in quanto giudicata nemica anziché vera amica, decise allora che non si sarebbe trovato in questa condizione, perché – addirittura! – se ne sarebbe andato via da Saronno. (Realtà assolutamente piena e dinamica).
L’occasione gli fu data da Barbara Edyta Gorzawska e Vincenzo Fiorinelli, i suoi vicini cuochi, che richiesero il suo intervento per sistemare, a Cunardo, quella che sarebbe stata la sede della loro futura attività: la Tavernetta Greca.
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Capitolo 59
552 è tutto il moto reale ciclico del moto 500 riferito alle 2 D di un piano ideale. Così qui sono in atto moti dello Spirito.
(Il 59 del capitolo indica tutto il tragitto di 1 nel 60 che indica il moto assoluto sui 6 parametri dello spazio complesso. Il 551 della pagina attua il 550/1 che indica il pieno movimento)
Barbara Edyta Gorzawska era, nel 2001, l’amica più cara e più vicina di Romano, ormai da tempo. Era stata la prima ad accoglierlo con simpatia, offrendogli un caffè, nel mentre tutti gli altri vicini si erano allarmati, per l’arrivo suo, di sua madre, di Tigre e di Sabato Lingardo, nel settembre del 1997. Era cuoca, in una trattoria caratteristica, che serviva cibi e bevande della Grecia, nel vicino paese di Rovellasca. La loro amicizia si strinse, quando lei ebbe un incidente con la sua vettura, a causa del suo cattivo stato di conservazione. Romano la pregò di non offendersi, ma voleva aiutarla a non correre pericoli; accettasse il suo aiuto economico e si comperasse un’automobile meno pericolosa. Le regalò quello che, in quel momento, egli poteva: mezzo milione di lire. Era poco, ma poteva essere una spinta a che trovassero il coraggio, specialmente Vincenzo, a spendere, per evitarle altri pericoli. E servì, infatti Vincenzo non volle essere da meno, e il problema di Barbara fu momentaneamente risolto. Una sera Amodeo fu ospite, del ristorante greco in cui lei lavorava, e ricevette l’accoglienza che si fa solo ad una persona davvero cara: perché erano stati mobilitati tutti, dal titolare all’altro personale, a dare una calorosa accoglienza per il suo amico. Giunsero dalla Polonia, un giorno, il genitori di Barbara, e Romano fu al centro dell’interesse del padre, un cattolico molto interessato alle vedute metafisiche di quel vicino di casa della figlia. Non conosceva una parola d’italiano e la conversazione su problemi, già difficili, come quelli, fu una specie di simpatica conferenza, tradotta in simultanea, da una bella interprete bionda giovane ed avvenente. Era così grande la simpatia, che sprizzava dagli occhi di quel polacco, che significava un grande e stupendo biglietto da visita, trasmesso a lui, sull’identità di quel vicino, dalla figlia. Un’altra volta era venuta Giusi, la collega di Barbara – colei che definiva la sua più grande amica – ed anche lei aveva, rivolgendosi ad Amodeo, quella stessa espressione, dolce e confidente, che era già apparsa nel padre di Barbara: segno, nuovo, di quello stesso stupendo biglietto da visita. “Che peccato!” pensava Romano, in cuor suo, “che io non sappia presentarmi agli altri così come fa Barbara!” Non era però del tutto vero, che Amodeo non sapesse farsi riconoscere: alcuni immediatamente notavano, in modo favorevole, la sua diversità, e, ad altri, quella stessa caratteristica faceva sorgere il più grande dei sospetti, come se celasse una trappola. Paola Vecchi, ad esempio, l’aveva immediatamente apprezzato, allo stesso modo, ma non l’aveva molto capito; nel tempo in cui si erano frequentati, solo ora, che Romano era a distanza, riusciva a cogliere, finalmente e meglio, quella dimensione diversa, che apparteneva a lui e a pochi altri.
Patrizia, l’aveva apprezzato, e moltissimo, e anche così grandemente rispettato che non gli aveva telefonato mai più, tanto era stato il disagio che egli era riuscito a provocare volutamente in lei... Di questo episodio, relativo a Patrizia, Amodeo poi aveva discusso con i suoi amici Barbara e Vincenzo, perché essi avevano sentito, quella sera, gli urli di Patrizia che gridava “Bastardo!” e si erano chiesti “Ma Amodeo, chi è? Un mandrillo?” Ne avevano riso, parecchie volte e Romano aveva spiegato il grandissimo rischio che aveva corso: poteva essere infettato da chissà quale malattia, e poteva addirittura essere accusato d’omicidio, perché, mentre Patrizia era preda di quell’attacco furioso che non tutti i vicini, per fortuna avevano udito, lei era volata dritta dritta per terra, finendo con la testa a due soli centimetri da uno spunzone in ferro che usciva dal muro ed al quale Amodeo assicurava Tigre, quando voleva che stesse al posto suo, mentre egli usciva e doveva lasciarlo solo con la mamma. Una volta, quando ancora non lo assicurava a quello spunzone con il guinzaglio, rientrando, trovò sua madre con i polsi lacerati dai morsi di quel cane che giocava a mordere; ma anche un piccolo contatto lacerava ormai la pelle di Mariannina e il cane non lo sapeva. Se Patrizia avesse incocciato contro quello spunzone, sarebbe morta, trafitta nel cranio ed avrebbe avuto un bel difendersi, dopo che testimoni avessero riferito delle sue grida. Una sera Barbara invitò nuovamente Romano al ristorante greco nel quale lavorava: gli rivelò ch’era contenta, che gli confidava un segreto: presto si sarebbe sposata e lo voleva come testimone, lui e la sua amica, le persone più care che lei aveva. Poi ebbe un grave incidente, mentre entrava nel cortile del numero 12 di Via Larga. Fu investita e dovette portare il collare per tre mesi. Riprese a lavorare e spesso si faceva accompagnare da Amodeo a Rovellasca. Divenne la confidente di tutte le pene provocate in lui «dalla Santa». Lei gli diceva ormai già da tempo di cercare di pensare ad altro. Anche per lei il volto «della Santa», visto su quelle fotografie già mostrate a Paola, era duro, cattivo. Secondo Barbara, questa donna non doveva essere nemmeno molto intelligente, se non aveva ritenuto d’avvalersi dell’amicizia d’una persona bella come era lui. E – in quelle occasioni – Romano sempre a difenderla, cercando di farle capire come le scelte dell’uomo non sono libere, non sono comandate dall’intelligenza, ma da un destino che non ti concede proprio nessuna autonomia di scelta. Che ne sapeva, Barbara, di che cosa fosse veramente nel cuore di quella donna? Che ne sapeva lei della pena che provava per quella “Rottura dell’anima” di cui lei gli aveva parlato e che era il segno di qual fosse la sua vera volontà? Se «la Santa» entrava in crisi quando riceveva segni d’affetto, ciò indicava che il suo sentimento era giusto. Quella che non era libera, era la storia delle sua vita e lei entrava in crisi proprio avvertendo il contrasto tra le cose desiderate (perché le capiva come bene) e i gesti compiuti (in forza d’un non dovere cedere al sentimento), ma questo solo a causa del suo destino. “Vedi, Barbara. Se io amo una cosa e poi vedo che ne scelgo un’altra, secondo la mia stessa volontà, io mi accorgo che il mio intimo è lacerato, tra quanto mi piace e quanto poi faccio perché in apparenza lo voglio.
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553 è tutto il moto reale ciclico del moto 500 riferito alle 3 D Del volume ideale. Così qui sono in atto quantità di moto.
554 esprime la realtà della presenza 50 nel suo massimo assetto reale (4). Nella pagina troveremo realismo dinamico
Questa lacerazione di sé è il massimo bene che può essere fatto a chiunque, perché libera il gusto, capisci che cosa ti piace, lo determini. Insomma realizzi il quadro delle cose che piacciono a te. La volontà di fare, invece, non è libera. Essa richiede un tempo d’azione, anche del pensiero, che occupa più frammenti della realtà. Tu credi che esiste il divenire tra un frammento e l’altro, e invece sono due e diversi e tu non hai il potere di creare l’altro frammento”. (Quantità massima di bene che può essere fatto…) E, anche con Barbara, Romano faceva l’esempio della libertà solo presunta da un Amodeo che, per quanto avesse deciso di fare una cosa o l’altra, avrebbe fatto solo quella che il disegnatore aveva disegnato lui e non Amodeo. (Quantità massima di moto che può essere fatta…) “Perciò, amica mia, quando io, in apparenza, ho messo in crisi «la Santa», mandandole i fiori a san Valentino, chiedendole se mi sposava e mandandole quella collana, io ho fatto il suo bene: lei ha capito profondamente che erano offerte cose buone, che lei amava.” (Quantità massima di bene che poteva esserle fatta…) La crisi, vera crisi, avuta da lei in relazione alle scelte viste fare a se stessa, la lacerazione dell’anima di cui lei gli aveva parlato, era il segno del successo vero che Romano aveva avuto con lei: quella di farle riconoscere ed amare le cose buone. Infatti, l’insuccesso di Amodeo, non era di Romano, ma era solo la forzatura d’un storia che in quel modo era stata disegnata, per lui Amodeo, dal suo personale Walt Disney, cioè da Dio. Barbara lo ascoltò per ore quando cominciarono ad andare a Cunardo a sistemare i locali della Tavernetta Greca, un ristorante caratteristico nel quale lei avrebbe messo a personale profitto la capacità acquisita nel cucinare quei cibi. (Quantità di ore durante il moto…) Barbara lo portava con la sua macchina e intanto Amodeo le parlava della vera libertà dell’uomo. Contrariamente a quello che tutti credevano, egli affermava che la libertà stava solo nel puro ed immediato reagire ad ogni evento visto. Una reazione secca, che non aveva bisogno d’esistere nel tempo, perché era immediatamente messa in contatto diretto con le cose. (Quantità massima di azione autonoma che può esserci…) Le spiegava che non lo diceva da sé, ma solo comprendendo che cosa intendesse spiegare Gesù quando predicava che la risposta doveva essere “Sì o no” e che il di più era “del Maligno”. Il sì e il no cui Gesù si riferisce è il “gusto personale” è il sentire immediato che una cosa ti piace o no. Sono queste le esperienze che costruiscono il gusto. Il quadro di ciò che ciascuno considera come la sua bellezza ideale è costruita liberamente attraverso il gusto. «La Santa» – e tornava sempre lì, come un chiodo fisso, su quella donna – nel preciso momento che ha gustato la collana, l’ha anche disgustata. Ma prima ha provato il gusto e dopo il disgusto. Se non l’avesse gustata, non si sarebbe opposta a quella sensazione. Tutto quello che è essenzialmente negativo, credi a me, esiste solo giacché c’è il positivo. Considera un bicchiere vuoto. Puoi affermare che è vuoto di vino, solo se esiste il vino. Il male è solo un bene osservato nel suo rovescio, perché l’unica cosa esistente, è il bene.” “Spiegati meglio” “Per capire se una cosa è un bene o un male, per primo deve esserci quella cosa. Solo se quella cosa esiste, come un bene, se essa manca è un male. Il male, il negativo ha solo la possibilità si ridurre il positivo. Un bicchiere è mezzo pieno di vino se ne manca per mezzo bicchiere, ma un bicchiere vuoto in assoluto, senza un qualcosa che esista prima e che manchi, non ha assolutamente senso!” (Quantità massima di azione
“E allora?” “Allora quando «la Santa» riceve segni d’amore, quell’amore esiste. E se in lei manca, manca veramente, è perché ne soffre quella mancanza, perché capisce che il bene è solo l’amore. O, non il mio! Lei il mio non lo vuole. (Realismo dinamico) Ma intanto gusta, capisce il senso dell’amore, e costruisce il quadro dei suoi gusti. In esso non ci sarò, pazienza: lei è stata aiutata, da me, a costruire liberamente la sua persona. È solo a questo che io punto, perché le voglio davvero bene. Non la voglio per me, non è concupiscenza la mia. È solo il profondo desiderio che lei stia bene!” (Realismo dinamico) “Oh, insomma, basta con «’sta Santa» . Ti proibisco di parlarne!” (Realismo dinamico) “E va bene, non te ne parlo più”. Ma era solo una pausa: pochi chilometri più in là, spiegando a Barbara o raccontandole altre cose, ecco che «la Santa» spuntava nuovamente! Barbara lo sapeva, e protestava solo per finta, sapendo che quella cosa lì era più forte di Romano. (Realismo dinamico)
possibile al male…).
Sistemarono a Cunardo la trattoria e l’inaugurarono. Amodeo aveva deciso di trasferire lì la sua Nuova Scuola Italica. A lui, tutto sommato, bastava d’essere collegato ad Internet. (Realismo dinamico) Un bel menù offerto agli ospiti e la Tavernetta Greca cominciò a lavorare. Nella sala principale, dipinti sui muri, c’erano due grandi quadri ad olio, realizzati da Romano. Quel luogo era in una radura verde, posta fuori l’abitato, proprietà d’Oreste Cazzamali, un signore della stessa età di Amodeo, che aveva per moglie una simpatica magrolina, Daniela Monti. Anche i due coniugi ebbero bisogno di lui e Romano tirò fuori, dal suo repertorio, la sua capacità d’essere anche un muratore e lo fece, risolvendo alcuni problemi d’umidità, che avevano nella loro casa in via Milano. Daniela divenne presto amica di Amodeo. All’inizio lo aveva trattato con un certo senso di quasi riverenza, sapendo che era architetto, poi finalmente iniziò a trattarlo come un amico. (Realismo dinamico) Passarono ore insieme, mentre egli dipingeva o intonacava le pareti di quella loro casa, e Romano cantava o le parlava… «della Santa». Presto anche in Daniela questo argomento divenne d’una noia mortale. (Realismo dinamico) “Sei andato via da Saronno, ma perché continui a restar sempre lì con il pensiero? Basta con questa Maestra del Coro! Non la tollero più e, per favore non parlarmene più!” Chi era andato a Saronno a prelevare Amodeo, perché si trasferisse a Cunardo era stato il Diavolo. È in questo momento che questa figura si realizza a Cunardo e si impersona in un chitarrista. (Realismo dinamico) “Dai! Il Diavolo non esiste!” “Oh, esiste. Dio e il Diavolo sono presenti realmente in mezzo agli uomini e sono tutte le normali persone quando sposano l’una o l’altra idea, del bene o del male. Infatti sono “valori” che, nel nostro ambiente, s’impossessano della persone e le rendono, in apparenza, buone o cattive, angeli o diavoli.” (Realismo dinamico) Il nome di questo portatore di malefici si chiamava Nico. Presto s’impossessò della mente di Vincenzo attraverso vere lusinghe: “Tu sei un vero uomo e Barbara, non lo vedi? È una che beve troppo. Liberati di lei, fa il vero uomo!” (Realismo dinamico)
555
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555 è il pieno moto in tutte le cifre e saranno descritti eventi molto tendenziosi.
556 assume un assetto complesso, da –3 a +3, riferito ai volumi. Aspettiamoci di trovare situazioni scabrose.
Si era accorto che Barbara diffidava molto di lui e cercava d’irretire Vincenzo, essendo convinto del vero ascendente che aveva su di lui. (Evento molto tendenzioso). Mosse da questo diabolico e potente agitatore, le acque di quella famiglia cominciarono ad agitarsi, al punto che successero, alla Tavernetta Greca, cose non greche ma Turche. (Evento molto tendenzioso). Contrasti tanto grandi che l’armonia, che aveva spinto quei due a realizzare un’opera in comune, presto svanì del tutto. Contribuì a questo anche, e notevolmente, un’altra anima spesso troppo critica nei confronti di Barbara: non era una brava massaia, dormiva fino a mezzogiorno, se la prendeva comoda, non era la persona giusta per Vincenzo, prima si liberava il figlio di lei meglio era. (Evento molto tendenzioso). Barbara era invece una creatura eccezionale, buona, virtuosa; con i suoi difetti anche lei, ma tutti li hanno. Uno di questi era anche legato al proposito concreto che avevano creato quel posto e lei si era caricata personalmente di debiti. (Evento teso a molti rischi). Barbara era il pezzo più importante che esisteva in quella struttura. Era l’unica che avesse una immagine senza peccato con le Banche, mentre Vincenzo era stato protestato molte volte ed era un soggetto assolutamente inaffidabile. Barbara era l’unica che sapeva cucinare i piatti greci e, da sola, preparava per decine e decine di persone contemporaneamente. Romano la guardava ammirato tener a mente tutte le portate che aveva in lavorazione, ciascuna richiedente il suo specifico tempo di cottura. Lei doveva ricordare quando aveva infornato questo, quando aveva impadellato quell’altro e quando arrivava l’ora perché fossero cotti a puntino. Barbara era stata chi aveva deciso l’arredamento. Amodeo, il suo amico architetto, quando si era accorto del gusto che ci metteva lei, le aveva lasciato campo libero e aveva dipinto, scrostato, fatto un lavoro stupendamente efficiente, mentre egli sembrava perdere tempo dietro a quei due quadri nella sala principale. Barbara era l’anima di quel luogo. Ma il Diavolo doveva incrinare quell’immagine e Vincenzo, che faceva anch’egli la sua brava parte, servendo ai tavoli, parlando con le persone, intrattenendole e arruffianandole quel tanto da farne amici, confidenti, dunque avventori, era ammaliato dalla lusinghe di Nico che voleva insegnargli come si dovesse veramente procedere. Con tutto: pubblicità, intrattenimento, strategia. (Eventi molto tendenziosi). Probabilmente aveva subodorato la possibilità di porsi come il socio futuro. Nico era venuto a prelevare Romano a Saronno perché, saputo quant’ascendente avesse, soprattutto nella considerazione di Barbara, intendeva farselo suo. Aveva trovato subito, però, che non era pane per i suoi denti: come egli era un Diavolaccio (, sì, si sentiva anche un buon Diavolaccio), così Amodeo era un Angelo (e tale si sentiva anch’egli). Così qui inizierà una vera e propria battaglia tra un Demonio e un Angelo. Per farlo suo, il Diavolo, che angelo era già stato, cominciò a puntare anche su Romano con la lusinga. (Arma molto subdola). Lo chiamava a cantare assieme a lui e gli faceva gustare un po’ di quel successo che egli godeva, ammaliando la sera la gente con le sue diavolerie: faceva il mago, l’esperto astrologo e chiedeva a tutti i commensali di che segno fossero. Poi cominciava a raccomandare di stare attenti perché… (Argomenti molto tendenziosi).
Diceva loro che questo non combinava con quello ma solo con quell’altro, quella signora avrebbe dovuto diffidare del marito perché gliene avrebbe fatte di tutti i colori e la gente, a sentir ridere su queste ipotesi cattive, aveva una certa strana sensazione ad essere più forte del veleno che egli spandeva a iosa a destra e a sinistra. (Situazioni scabrose). Secondo le sue profezie, Amodeo non si era trovato bene con la moglie perché Acquario e Scorpione non vanno bene. Per Romano ci voleva una donna del segno del Leone: “Non c’è una donna leone per Romano? Bisogna trovare una donna per Romano!” E poi iniziava a cantare e la canzone “Solo”, scritta e musicata da Amodeo, era divenuto un successo che i clienti richiedevano. (Situazione scabrosa per Vincenzo, che diceva Romano stonato). Simultaneamente, per infiacchire la resistenza dell’angelo, il diavolo aveva cominciato a malignare che quel Romano avesse un poco le fattezze del culo. Insomma un’immagine che le donne giudicavano equivoca. Bastava vedere come tenesse in mano la sigaretta… e rendeva evidenti altri particolari che, secondo lui, denotavano chiaramente la presenza e l’essenza d’un invertito. (Situazione davvero molto scabrosa). In effetti, rispetto a lui, Amodeo era ben invertito, in ogni cosa. Forse chi aveva problemi con il sesso era proprio egli che ne parlava in continuità, che continuava a mettere in evidenza il vero maschio che era presente in Vincenzo. Quelle volte che questi discorsi erano fatti alla presenza di Barbara, lei diceva che era vero tutto il contrario e che quell’aggeggio lì gli serviva da un po’ di tempo solo per pisciare. (Situazione scabrosa). Il veleno cominciava a fare effetto e Romano rivelò a Barbara che se ne sarebbe tornato a Saronno. Lei l’implorò di non lasciarla sola lì. Era solo lui che le dava forza per opporsi ad un accerchiamento che captava sempre meglio e Romano, per amor suo, non andò via. Sì, perché Amodeo amava anche Barbara. Romano si rendeva conto come l’amore fosse la forza che imperava nel mondo e come vi fosse solo chi tentava d’opporvisi e di contrastarlo, disperatamente perché alla fine avrebbe vinto. E l’amore vero per una donna non era il desiderio del suo corpo, ma quello d’essere per lei uno strumento che realizzasse il suo bene. (Situazione scabrosa per la gente comune, che concepisce solo un amore, sporcandolo di impudicizia). Era quello che stava facendo lì, da quando Nico era giunto ad avvelenare le pietanze mangiate in quella casa. Prima di lui, Amodeo, Barbara, Vincenzo e un negretto che lavava i piatti, erano stati in armonia, avevano cantato assieme, giocato assieme. Dopo l’arrivo del demonio, i valori erano diventati altri, la lite era entrata, laddove c’era prima pace e ciascuno ora badava solo a difendersi. Barbara temeva d’essere cacciata, dopo che aveva assunto personalmente tutti i debiti per quell’impresa. Vincenzo temeva che Barbara lo lasciasse, ormai di punto in bianco. Nico aveva suggerito che Vincenzo assumesse un’altra cuoca, con la scusa che aiutasse Barbara e che poi, appreso il mestiere, la mandasse via, fregandosi di tutti i debiti sulle sue spalle. E Vincenzo credeva che era giusto e ogni giorno in più, che passava, era convinto che doveva mettere un’altra cuoca nelle cucine. Lo proponeva a Barbara, con la scusa che lei era stanca, e che quindi si lasciasse aiutare. Lei, che stupida non era, capiva che la sua posizione diveniva sempre più debole e si aggrappava anche all’alcool, bevendo troppo, per l’angoscia, e creando poi le ragioni per cui Nico lo facesse rilevare. Iniziarono a litigare ad alta voce. Vincenzo entrava in cucina e rimproverava Barbara che faceva brutta figura con i clienti, che aspettavano troppo, che si desse una mossa e prendesse una cuoca che l’aiutasse. Barbara cominciò a mandarlo a fa’ ‘nculo, davanti a tutti. A dirgli di non scassargli più l’esistenza. (Situazione scabrosa).
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557 esprime il massimo della libertà legata alla presenza 50 del 500 (moto unilaterale). Vedremo grandi libertà d’azione.
558 la libertà d’azione determina dopo un tempo la realtà complessa da –4 a +4. Pertanto ora avremo il racconto di situazioni complesse ed incasinate
Una sera il motivo fu un’osservazione di Barbara, ad una cattiveria ricevuta dalla madre di Vincenzo, e quello cominciò a gridare chiedendosi che cosa avesse fatto di male, per essere finito così; poi, preso da una crisi, cadde come fulminato in terra. Tutti si preoccuparono, corse da lui anche Barbara, ma fu trattenuta lontano da Oreste Cazzamali, che cercava di fare egli quanto occorreva per Vincenzo, slacciandogli la camicia, facendolo respirare. Mentre si era così, Barbara udì, al piano di sotto, il pianto d’Alessandro Braida, nipotino di Vincenzo Fiorinelli, un bel bambino di circa tre anni. Lasciò tutti e corse a consolare quel piccolo innocente, che era atterrito da quell’orgia infernale che, alla fine, Nico era riuscito a produrre. Romano andò da lui e gli ordinò che era l’ora di finirla, che egli era stata la causa di tutto, e che quindi si levasse di torno. (Grande libertà d’azione) Nico si fece vicino al Fiorinelli, che intanto si era ripreso: “Dai, vieni con me, che ti porto a fare un giro e vedrai che ti passa tutto!” e Vincenzo, che aveva toccato il limite profondo, dell’abisso, provocato da lui, rifiutò finalmente il suo aiuto. (Grande libertà d’azione) L’intervento di Amodeo fu risolutore. Vincenzo cominciò a informarsi su Nico e seppe che chiedeva in modo indiretto le mance ai tavoli in cui cantava, esibendosi con la sua chitarra a 12 corde. Si convinse che egli era la causa di tutto il guazzabuglio che era accaduto, e lo mandò via. (Grande libertà d’azione) Il veleno però ormai era giunto in profondità. Fiorinelli cominciò nuovamente ad inveire contro la sua compagna, non riconoscendo ormai più come fosse stata, e fosse tuttora lei, il suo sostegno, in ogni cosa e in ogni modo. Una sera le gridò di telefonare in Polonia, affinché i suoi se la venissero a prendere. Lei telefonò e, pochi giorni, dopo vennero il cognato di Barbara ed un suo amico, che il cognato si era portato come consigliere. Quando arrivarono e Vincenzo vide davanti la realtà, che avrebbe perso Barbara, cominciò a gridare, domandando loro che cosa fossero andati a fare lì, che Barbara era la sua compagna e non poteva lasciarlo, mettendolo in mezzo ai guai. E – per dare la prova di come lei fosse inaffidabile – tirò fuori una questione che Barbara voleva assolutamente restasse chiusa tra loro due. Vedendosi così tradita, Barbara cadde a terra mezza morta. Sembrava che non respirasse più, ma si riuscì a rianimarla. A quel punto Romano andò dal Fiorinelli e gli urlò in faccia: “Guarda idiota che cosa hai fatto con il tuo comportamento imbecille! La vuoi morta?” (Grandi libertà d’azione) Vincenzo si fece piccolo, corse da lei, cercò di fare a lei quello che lei aveva cercato di fare a lui, quando le parti erano invertite. Quei due, solo quando si accorgevano, che si stavano uccidendo a vicenda, trovavano ormai la forza per ribellarsi. (Grande libertà d’azione) Barbara fu accompagnata all’ospedale e Vincenzo fu convinto a restare lì, altrimenti, se avesse ripetuto una scena simile a quella di prima, in cui aveva affermato addirittura che avrebbe ucciso quelli che erano venuti a prendersi Barbara, sarebbe stato arrestato. Essendone personalmente convinto anche lui, non volle cacciarsi nei guai e li lasciò andare da soli. (Grande libertà d’azione) Quando, pentitosi, apparve anch’egli a Luino, Barbara, rimessa in sesto, stava già tornandosene in Polonia. (Grande libertà d’azione) Fu in quel momento, in cui Amodeo era stato davvero determinante, a salvare la vita di quei due suoi amici, apparve nuovamente in scena, venendo dall’altro mondo, in cui era finita uccidendosi, Anna Badari. (Grande libertà d’azione).
L’altro mondo era solo l’America: era Eloisa, una brasiliana che era l’immagine esatta della Anna giovane. Quando Romano la vide, assunta dal Fiorinelli, perché desse una mano a servire, provò la sensazione netta d’essere di fronte alla sua vecchia fiamma rediviva. Come se, ora che poteva, Anna cercasse d’intervenire nella vita di chi così tanto l’aveva amata, per dargli adesso l’aiuto che non era stato possibile durante la sua vita. (Racconto di situazioni complesse) E – per come andarono le cose – accadrà realmente così, ma non come nei desideri: nel solito modo, tutto ingarbugliato, attraverso il quale, il destino, svolge, a poco a poco, il suo filo, con ordine estremo. (Situazione complessa) Romano immediatamente fu attratto da lei. Sentiva la presenza d’Anna rediviva. Anche Eloisa, venuta dall’Altro mondo, aveva bisogno d’aiuto, conoscendo poco l’italiano ed essendo in Europa solo con un permesso di soggiorno come turista, con in mano già il biglietto del ritorno in Brasile. (Situazione complessa) Abitava lontano dalla Tavernetta Greca e bisognava accompagnarla a casa, finita la giornata. Amodeo si propose di farlo e, sentendo una grandissima familiarità con quel volto, accompagnatala a casa, baciò in esso il viso bellissimo d’Anna Badari. (Situazione complessa) Eloisa ci stava. Pranzarono insieme e lei sentiva il fascino di Romano. Il giorno dopo egli tornò a Saronno, staccò dal soffitto il ritratto d’Anna Badari, lo incartò e percorse tranquillamente Via Trento, per andare a piedi alla stazione ferroviaria e tornare a Cunardo. Amodeo era sicuro che «la Santa» fosse al mare e non l’avrebbe incontrata, passando sotto l’abitazione di lei, che non gli aveva permesso più nemmeno di parlarle e l’aveva fatto stare malissimo. (Situazione complessa) Il destino, con lui, era però sempre in agguato: ora che un’altra donna importante stava facendo il suo deciso e forte ingresso nella sua vita, doveva apparirgli di fronte «la Santa», affinché egli giudicasse a chi più teneva. (Situazione complessa) Così, mentre passava sotto la sua casa, lei, che avrebbe dovuti non esserci, sbucò della finestra, a sbattergli la polvere d’uno zerbino sulla testa. Romano ebbe un sussulto: subiva ancora la sua presenza, ma il gesto stesso era eloquente e l’avvertiva che lei gli avrebbe solo concesso la sua polvere. (Situazione molto, molto complessa) Tornato a Cunardo da Eloisa, Amodeo vide il diavolo metterci nuovamente la coda. Quello di demoniaco, che era sopravvissuto in Vincenzo Fiorinelli, si manifestò in una sorta di gara, imbastita dal titolare della Tavernetta Greca, su chi fosse il più bello del pollaio: gli si pose come rivale. Anche Daniela gli diede una mano, facendo intendere, a modo suo, alla brasiliana che Amodeo era uno splendido chiacchierone, che andava preso non troppo alla lettera. Così Eloisa decise di prendere sul serio il titolare della Tavernetta Greca, da cui sperava un’assunzione e la permanenza in Italia. (Situazione complessa) La brasiliana, avendo saputo come Vincenzo fosse stato piantato dalla sua compagna che era ritornata in Polonia, probabilmente pensò di poterla rimpiazzare. La storia, tra l’italiano Vincenzo Fiorinelli e la polacca Barbara Edyta Gorzawska, era iniziata proprio in quel modo e, probabilmente, si sarebbe potuta ripetere. (Situazione complessa) Romano molto s’immalinconì, per quell’idiota del suo amico che, invece di far di tutto per far tornare la sua compagna cui doveva ogni cosa, si metteva a fargli concorrenza sleale. Vincenzo sapeva quanto bisogno avesse Romano di riscattarsi dalla dipendenza del fascino irresistibile della sua Maestra del Coro. (Situazione complessa).
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559 siamo a tutto il moto di 1 nel 560 che è la stabilità del ciclo complesso. Gli argomenti riguardano i punti di vista singoli.
560 è la stabilità del ciclo complesso. Gli argomenti riguardano assetti decisionali stabili e complessi.
Un giorno Fiorinelli l’accompagno a Milano, per le pratiche necessarie a lei e, probabilmente s’approfittò del bisogno di lei, per andarci a letto. Era ormai evidente che Eloisa aveva preso nettamente le distanze da Amodeo, a favore di quel Vincenzo Fiorinelli, che si comportava proprio come un idiota, non comprendendo quanto bisogno avesse, egli, di Barbara e non di questa donna venuta dall’altro mondo. (Punto di vista assunto, singolo) Vincenzo che, nello stesso tempo, meno idiota di quanto sembrava, però impostore ed profittatore, aveva cominciato a fare telefonate sempre più accalorate in Polonia, perché Barbara tornasse. La cucina greca era diventata una cosa che non aveva più niente di quella di prima e se le situazioni fossero perdurate oltre l’ammissibile, l’azienda sarebbe finita male, ed anche Barbara non avrebbe avuto più modo d’uscire dai debiti, affrontati per la Tavernetta Greca di Vincenzo Fiorinelli. (Punto di vista assunto, singolo, del narratore) La stessa Barbara telefonava spesso, con la scusa d’informarsi di Salvino, il suo gatto certosino che aveva lasciato lì. Quell’animale, appena era sparita lei, era scomparso anche lui e, anche se a lungo cercato, non era più stato ritrovato. Questa verità non era fatta sapere alla padrona del bel micio grigio, per non fare inutilmente soffrire lei, che già aveva troppo di cui patire, per motivi ben più importanti. Romano, da quando Nico era stato allontanato e aveva portato via anche le sue canzoni, aveva trasferito, in quel luogo, la sua pianola e spesso cantava lui, sollecitato dal suo estimatore, Silvano Braida, cognato di Vincenzo e papà d’Alessandro, quel bambino che aveva pianto, quando il Fiorinelli aveva avuto il suo malore. (Punto di vista singolo) In quei giorni, Amodeo si esibiva sulle basi musicali, con brani di Sergio Endrigo, Modugno, Renato Carosone ed altri della serie degli even green, dei cantanti intramontabili. Talora lo faceva anche durante le cene e una volta davanti ad una donna che si complimentò con lui, autorevolmente, essendo una Maestra di musica. (Punto di vista singolo) “Lo dica al titolare, che afferma che io sono stonato!” era stata la risposta di Romano. “Davvero?” Sì, era così. Vincenzo, alquanto stonato, accusava l’amico d’esserlo lui. Talora cantava egli stesso, facendo Caraoke, quando non c’erano ancora o non più gli avventori… ed Eloisa l’applaudiva in modo vistoso. (Punto di vista assunto, singolo, ruffiano) Questa ragazza – uscendo da una sorta di ballottaggio di cui avvertiva d’essere al centro – si era fatta alla fine un amico per conto suo, e alla fine aveva cominciato a vivere con lui. Lei cercava in ogni modo di risolvere la sua situazione, prima che le scadesse il termine della fine d’agosto, data del biglietto del ritorno. Un giorno successe che questo ragazzo dovesse partire e che lei non aveva dove poter dormire. Fiorinelli domandò allora ai proprietari di quel luogo, i Cazzamali, se ospitavano la ragazza, così come avevano accolto a casa loro, per qualche giorno, Barbara, dopo che non aveva più voluto dormire con quel Vincenzo che non riconosceva più come compagno. Oreste rispose di no, che Barbara era un’amica, mentre la brasiliana era solo una cameriera: la sua casa non era un albergo per i camerieri o per chi altro fosse proposto come ospite. (Punto di vista singolo) Daniela Monti, la moglie d’Oreste Cazzamali, seguiva tutte queste vicissitudini allarmata, chiedendo ogni giorno che cosa avesse fatto “Il pazzo”.
Nel tempo che Amodeo era stato lì, la proprietaria di quel luogo aveva anche cercato di procurargli una compagna, che lei chiamava la paesana, come se a Cunardo non lo fossero tutti. (Assetto decisionale stabile e complesso). Quando Barbara Edyta aveva saputo della cosa ne aveva riso. Romano, saputolo da Daniela, l’aveva fatta venire un giorno in piscina, di cui egli era divenuto il responsabile, amatissimo da tutti i bambini cui insegnava a nuotare. Le aveva scientemente “smontato” ogni proposito riguardante lui, ponendosi come un tale presuntuoso, da disamorare immediatamente chiunque lo avesse voluto. Era la sua tecnica, vincente, contro le persone di cui non gl’interessavano le attenzioni. (Assetto decisionale stabile e complesso) Quel giorno che Eloisa restò senza letto, Amodeo, temendo che il giaciglio lo avesse, alla fine, da Vincenzo, andò da lei e cercò di donarle 300.000 lire, con le quali potesse pagarsi un albergo. (Assetto decisionale stabile e complesso) Lei respinse cortesemente l’aiuto, rispondendoli: “Grazie, ma lui non vuole.” (Assetto decisionale stabile e complesso) Il Nostro Amodeo ci restò malissimo: a quanto pare adesso Vincenzo le aveva anche imposto di non accettare aiuti da lui, conoscendo questa caratteristica del suo rivale. (Assetto decisionale stabile e complesso)
Romano aveva appena intuito che stava per arrivare Barbara, a sorpresa: dal fatto che, all’improvviso, era ricomparso il gatto Salvino. Questa certezza l’aveva in parte tranquillizzato; infatti, la ricomparsa di Barbara poteva consentirle di difendersi, in persona, dalle macchinazioni d’un Vincenzo divenuto “il pazzo”. Andò così, quella sera, a Ponte Tresa, con Oreste, Daniela e la paesana, che era rientrata nei ranghi d’una amicizia che più non l’infastidiva. I quattro stettero anche bene insieme, cantarono, scherzarono. La paesana, tutto sommato, era anche una donna che sapeva essere simpatica, con quella caratteristica buffa di pronunziare una “sc” nello stesso modo del personaggio d’un cartone animato: Bip Bip il coyote. Tornati al ristorante, Romano accese il suo strumento e cominciò a cantare Un uomo in frac, di Modugno. Uscì “il pazzo” e l’apostrofò su come si fosse permesso, perché quel posto era il suo. Allora Amodeo gli si parò innanzi e insinuò: “Sei tu che non vuoi ch’Eloisa accetti denaro da me?” (Decisione assoluta e complesso)
“Oh, ma qui sono diventati tutti pazzi! Ma perché non mi chiedi se io ho scopato con lei? Senti Romano: va’ via!” (Assetto decisionale stabile e molto, molto complesso) Romano obbedì all’istante e raggiunse l’auto per andar via. (Decisione immediata e complessa) Silvano Braida cercò di convincerlo a restare: non voleva che finisse in quel modo. Arrivò Vincenzo, con la brasiliana: “Digli se t’ho impedito di prendere danaro!” “No! Non è stato lui ad impedirmi di prendere quel denaro!” “OK!” Romano salì in macchina e se ne tornò a Saronno. Seppe, il giorno dopo, per telefono, da Daniela, che Eloisa era andata via da quella sera e che era arrivata a sorpresa Barbara dalla Polonia, così come aveva preannunciato ad Amodeo il gatto Salvino, attaccatissimo a lei che l’aveva accolto cucciolo in casa sua a Saronno. Alla notizia, il Nostro Paperino, del cartone animato di Dio, restò contento per Barbara: quello che era successo aveva sgomberato il campo dalla sua rivale. Non era però contento per la brasiliana Eloisa, che aveva perso il suo posto di lavoro e l’occasione – forse ultima – di fermarsi in Italia. Chiese pertanto a Daniela se si sapesse dove fosse andata, ma ricevette la notizia che s’era come dissolta nel nulla. (Decisione stabile e risultato complesso)
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561 è l’attuazione nel tempo 1 della stabilità del ciclo complesso. Gli argomenti riguardano l’esistenza singola
562 è la stabilità del ciclo complesso nel tempo complesso. Gli argomenti riguardano assetti dello spirito e complessi.
Romano non ne fu affatto contento. Ritornò subito a Cunardo, solo per cercarla; non sarebbe nemmeno passato per La Tavernetta Greca. Non sapeva in alcun modo dove cercarla, ma avrebbe indagato, a cominciare da quel posto in cui, nei primi tempi, l’aveva accompagnata. Appena Romano scese a Cunardo, dalla corriera che veniva da Varese, s’imbatté per caso – ma come è strano, vero, questo caso? – in Eloisa che s’accingeva a salire proprio su quella, per andare a Luino. Risalì immediatamente sulla corriera e accompagnò nel suo viaggio la brasiliana. Ne volle sapere di più, sul rifiuto fatto da lei ad accettare il suo denaro. Chi era questo “lui” che non voleva che Amodeo l’aiutasse? Eloisa gli assicurò che non aveva detto quello che egli aveva capito e, ragionandoci su, arrivarono alla conclusione che lei doveva aver detto, nel suo stentato italiano: “Grazie, ma ‘j non vuole’!” ossia ‘io non voglio’… Ormai era fatta. L’uomo le domandò che cosa le avesse offerto il suo rivale, Vincenzo, per assicurarsi che non fosse stata messa da parte solo per finta e tenuta buona, come una provvidenziale ruota di scorta. Lei riferì che le aveva promesso che avrebbe fatto come aveva fatto con Barbara: l’avrebbe aiutata a prendere la cittadinanza italiana e ci sperava. “Stai attenta! Non credergli! – rivelò Romano – Non è possibile trasformare un permesso turistico, in uno di lavoro, mi sono informato. Per restare in Italia, puoi trasformarlo solo in un matrimonio: mi sposi?” Lei lo guardò e sorrise. Capì come, per aiutarla nonostante il tradimento che gli aveva fatto, l’avrebbe perfino sposata. “Oh, capiscimi bene! Un matrimonio per finta. Io ho un cuore che non è libero. Ad un certo punto mi ero illuso che me lo potessi liberare tu, venuta magicamente e finalmente a sposarmi, dall’altro mondo reale: il Brasile. Ma in te avrei sposato Anna Badari e, ancora una volta, non era questo il mio destino” Scesero a Luino, entrarono in un bar e lei osservò: “Stai bene con i capelli tinti. Te l’hanno colorati bene. Lo sai che sono un’esperta. Stai bene così: il tuo volto è ancora giovane e adesso sembra davvero che tu abbia soltanto quarant’anni.” Fu con questa piccola bugia – gliene davano 50, nonostante n’avesse 63 – e il numero di telefono nella borsetta, che la perfetta sosia del suo grande Amore, uscì dalla sua vita. Infatti, anche se poteva divenire cittadina italiana sposandolo, si sentiva troppo onesta per farlo come ripiego: non lo amava e non voleva nemmeno giocare con lui, forte di quell’aspetto che aveva ed era davvero il volto di un'altra, come aveva visto bene dal ritratto, che aveva scambiato veramente per il suo. Fu così che Anna Badari in modo del tutto straordinario – ebbe il terzo invito, dal suo Romano, a divenire sua moglie: l’ultimo avuto perfino dopo d’essere morta.
Si erano conosciuti quando Amodeo aveva fatto il suo digiuno e questo periodico di Saronno aveva seguito passo passo tutta la vicenda. “Stiamo aprendo un nuovo settimanale e ci ricordiamo di lei, della sua tenacia e della sua fede. Cerchiamo proprio una persona così, che conosca i problemi della Chiesa e sia anche libera di non soggiacere alla sua autorità, quando non è il caso. Ricordo come lei si è battuto, per una causa che intendeva giusta. È disposto a partecipare all’avventura?” “Certamente! Ho passato una vita a occuparmi di giornalismo.” “Bene, verso i primi di settembre passi in via Leopardi, dove era venuto; si ricorda? Ci avverta, prima di farlo e, giunto lì, citofoni alla Promotel”. L’idea entusiasmò immediatamente il personaggio della nostra storia, che rinunciò, di colpo, a tutti i propositi che aveva nutrito, d’abbandonare Saronno. Ma – lettori cari – stateci attenti, perché Giovanni Mammone fu veramente un altro dei meravigliosi e sorprendenti modi usati dal Destino per trattenere Romano a Saronno e in Via Larga, per una questione che sarebbe divenuta talmente eccezionale… che la saprete a suo tempo. Per adesso basti a capire come il tutto c’entri con la vita di Amodeo: Mammone aveva pensato a lui convinto da quello che era accaduto per la battaglia sostenuta da Amodeo per la sua fede. È la lunga mano di questa lotta che interviene proprio adesso che Romano aveva deciso di andar via da Saronno. Perché così grande importanza a Saronno? Perché con queste precise persone si sarebbe giocato tutto per Amodeo. Come in Via Larga a Milano aveva avuto il suo ingresso nell’Inferno della sua vita, così in Via Larga a Saronno aveva avuto il suo ingresso nel potenziale Paradiso Terrestre… Che voleva fare, Amodeo? Venir via dal suo paradiso terrestre? Dio sta mettendo tanti segni in quest’incredibile vicenda perché vuol essere scoperto! È un Dio finalmente buono, carico di umorismo e di allegria! Che si affida persino ai nomi, delle persone, delle città, come se stesse indicando il destino facendo i cruciverba. Ma vi rendete conto? Amodeo, per i suoi nomi, è tutto un programma di due generazioni di Spiriti Santi che sposano la Regina Maria. Umanamente gli tocca di sposare una sorta di alter ego che è figlia di Mario e Giuseppina, con Mario figlio di Anna. Le Donne della sua vita sono Anna Badari figlia di Giuseppe Maria Badari, sposato con Maria e che sposò un uomo chiamato GianMaria. Chi lo salva si chiama Maria Teresa (come la Madre di Gesù e la suora finita Santa per avere amato Gesù Bambino) ed è figlia di due persone che si chiamano Angelo e Angela. È una roba così strana e divertente che un Creatore di questo tipo è una vera macchietta (che Dio mi perdoni!) Dio ha detto “Basta!” alla paura della Morte e vuole dare la certezza scientifica della risurrezione e l’affida a una persona che è talmente un simbolo che sarà un simbolo. Questo deve accadere a Saronno perché qui vive la sua salvatrice ed essa è una costante sorgente di «Santità» per lui essendo talmente «la Santa» da coinvolgere. La gente la critica? Ma critica anche Romano! Dunque Romano dovrebbe molto diffidare di tutte le chiacchiere e pensare solo ai frutti: dall’amore di Maria Teresa è già uscito un Missionario. Un bel frutto, in termini di Cristianesimo. E i frutti che ha visto su di sé sono enormi: salvato da un Voto, messo in contatto con un Papa vivente ed uno Prossimo venturo. Questi sono fatti consistenti riguardanti lo Spirito.
Amodeo se ne tornò a Saronno e trovò una sorpresa: Giovanni Mammone gli aveva telefonato e chiedeva d’essere richiamato. Romano diffidava di Mammona, ma questo era un buon Diavolo al maschile, di nome Giovanni, il suo protettore, che era suo Nonno e anche il Battista, che introduceva a Gesù. “Amodeo, si ricorda di me?” “E come no? E’ il titolare dell’agenzia di pubblicità della Settimana!”.
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563 è la stabilità del ciclo complesso nel volume reale. Gli argomenti riguardano assetti quantitativi di più persone.
564 aggiunge a tutta la massa ad un solo vero tutto il tempo 64. Quindi aspettiamoci la massa lanciata nel tempo pieno.
Allora, invece di seguitare a diffidare di lei, dovrebbe veramente convincersi che è «la Santa» per lui, mentre invece vuole andare via! E allora ci pensa Mammone, che è un effetto secondario dei frutti di quella «sua Santa», essendo legato all’Enciclica cui Romano ha potuto legarsi per essere stato a Cogliate… insomma tutto, tutto sempre secondo una trama romanzesca di un Dio in vena di cose allegre e importantissime. Nel giorno unico che si fermò a Saronno, incontrò poi Angela Reina, la vicina con la quale aveva litigato quando era giunto in questa cittadina: “Romano, quando va via lo, dica a Paolino! Era preoccupato, ha chiesto dove fosse andato, perfino al prete! Aveva paura che lei stesse male. Faccia la cortesia, quando va via, lo avverta!”. Paolino Reina era quell’uomo con il quale aveva avuto parecchio da ridire appena arrivato, perché “gli aveva rotto il muro”, forzando il letto di Sabato, affinché passasse per là dove s’era incastrato. Le cose con il tempo si erano sistemate, come era giusto, e Paolino si era dichiarato perfino disposto, quando non volevano più dargli il salone del Centro Sociale per il suo Convegno del 24 ottobre 1999, di cedergli il campo che sfociava in Via Trento, per fargli mettere un tendone! Per gratitudine gli aveva dato il suo televisore a colori, quando aveva portato in casa quello, grandissimo, regalato a lui da Giorgio Fieramonti per il Convegno. Erano alla fine divenuti amici e il buon Paolino si era molto, molto preoccupato, non vedendolo più entrare ed uscire dalla sua casa, quando era andato a Cunardo. Un’altra vicina, Maria Carugati, era andata perfino a sentirlo al Convegno e gli aveva fatto molto piacere vederla lì, tra le non molte persone che avevano potuto parteciparvi, in concomitanza con la Festa del Trasporto della Croce. Poi Angela aveva proseguito: “Ed è venuta qui un mucchio di volte la sua amica, quella che viene in bicicletta – si riferiva a Fiorella – Faccia sapere alle persone quando non c’è, così evita di farle preoccupare!” Cara amica Fiorella! L’aveva conosciuta chiedendo al Signore “Che vorrei di così speciale? Solo un’amica che mi venisse accanto e mi parlasse!” e Fiorella molte volte passava a trovarlo, come se avesse ricevuto affidata la parte che egli aveva chiesto a Dio con quella preghiera. Gli si era affezionata per l’offerta che aveva fatto d’aiutare gratuitamente suo padre, che poi era morto. E forse ricordava anche quando lo avevano portato a cremare e Romano aveva cantato i suoi a solo, durante la triste cerimonia funebre, fatta allo stesso Cimitero di Segrate in cui sarebbe stata poi cremata sua madre. Poi aveva cercato d’aiutarla quando lei s’era fatta infinocchiare da quella ditta che operava a multilivelli – tipo Erba life – e le aveva succhiato via 10 milioni, promettendole mirabilia che c’erano state, forse, solo per loro... Non gli aveva dato retta, quando le aveva consigliato di denunciarli. Avendoli solo minacciati, si era fatta convincere da loro che ormai tutto era a posto e che doveva solo trovare qualche adepto che le desse 700.000 lire e che stesse gerarchicamente sotto di lei. Così il suo ruolo autorevole si sarebbe consolidato.
Romano aveva cercato di far capire in tutti i modi a Fiorella che quella era una truffa, ma lei non ci credeva…, così, buttando via letteralmente quel denaro, aveva voluto essere egli stesso quel desso, anzi, quel fesso che accettava d’esser truffato, pur di dimostrale, con i fatti, che avrebbe agito meglio dandogli ragione e denunciandoli, così come aveva minacciato di fare. Era una sua allieva della scuola di filosofia ed aveva anche cercato di cantare nel Coro della Cassina, con sua madre Ines, ma s’erano subito ritirate giudicando l’ambiente troppo pieno di gente snob e con la puzza al naso. Insomma in un momento in cui Romano doveva essere incoraggiato a restare a Saronno, scopre che sono divenuti tutti suoi amici! Persone che non l’avevano accolto e avevano cercato di farlo scacciare, ora sono in pensiero per lui! È commuovente, è semplicemente che questo è veramente il momento ultimo, del Paradiso per Romano e, come negli ultimi tre anni che appartennero già ai primi 33 anni della sua vita, come un Paradiso di tipo familiare e personale, questo è di tipo “sociale”: gli vuol bene gente che in apparenza sembrano essere suoi nemici e non lo sono affatto! Gli telefonò Barbara Edyta: “Come stai? Perché sei andato via? Che faccio io adesso qui?” “Cara mia, Vincenzo mi ha cacciato! Senti, dammi retta: porta pazienza e non discutere. Se ti dice qualcosa, non ribattere! Vedrai che tutto si sistemerà! Forse se avete meno pubblico, meno spettatori, Vincenzo la smette di dare spettacolo!” “Vienimi a trovare! Ti aspetto, ti voglio bene.” “Romano, torna a Cunardo!” aggiunse Silvano Prada. “I bambini chiedono di te in piscina!” gli faceva intanto sapere Daniela, che lo teneva informato di tutte le gesta del “pazzo”. Era esattamente il 26 agosto del 2001 quando, alle 13 di domenica, Amodeo si decise di telefonare a Maria Grazia (omesso), per conoscere come egli avrebbe trascorsa l’ultima settimana di quel mese.
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Capitolo 60
Gli argomenti riguardano assetti dello spirito e molto, molto complessi.
(60 indica lo spazio ciclico completo. La pag. 565 indica il moto nel tempo 1 del tempo pieno 64, quindi dobbiamo appenderci vere novità personali)
Era sul treno Eurostar, il 26 agosto del 2001, e c’era un signore, quasi suo coetaneo, che aveva dato lunghe indicazioni a due giovani su come si dovessero comportare saggiamente nella vita. Essi scesero appena il treno, superata Bologna, raggiunse la costa adriatica. Restarono solo in tre, nello scompartimento di quella carrozza che aveva tutti i posti in un unico spazio aperto. La terza persona era una brasiliana. Scendevano tutti e tre a Pescara. Quell’uomo, che con quei due ragazzi s’era mostrato l’avvedutezza in persona, accortosi che la donna aveva l’aspetto della ruffiana, cominciò a fare proposte, a chiederle se conoscesse amiche brasiliane che potessero accompagnarlo lì. Romano fu coinvolto nel discorso e parlò della recente esperienza fatta con Eloisa, al che quell'uomo iniziò a proporre alla donna di prendersi lui. Oh, a lei sarebbe piaciuto un tipo così – gli rispondeva la donna – avrebbe fatto la sua gran figura, tornando in Brasile, a presentarsi con una persona del suo genere! L’uomo e la donna si scambiarono il numero di telefono e Amodeo si apprestò a pensare alle sue cose, alquanto sorpreso nel vedere come quella persona gli si fosse trasformata, poco a poco, da un avveduto signore di mezza età, a un vero e proprio galoppino. Avendo la strana abitudine di non credere mai nulla avvenuto per caso, Romano si domandò se questo non fosse un segno per lui: la brasiliana si era ripresentata, lei e le chiacchiere su un suo accasarsi, e questa persona seria, che aveva circa la sua età, gli era divenuto a poco a poco, davanti ai suoi occhi stupiti, un vero libertino… Che andava a fare, egli, a Montesilvano, ospite in casa di questa donna sola, che un giorno, parlandogli al telefono, gli aveva manifestato: “Sono contenta d’avere con te questa relazione!”? Maria Grazia (omesso) gli aveva telefonato circa sei mesi prima: aveva avuto il suo numero di telefono dalla Signora Moneta, dell’Arisad. All’origine del suo bisogno c’era stato un consiglio dato a lei da Padre Magni: “C’è a Saronno un architetto che ha la sua stessa passione per i numeri. Credo che se lo rintraccia scoprirete d’avere molte cose in comune!” La prima telefonata era durata molto. Lei era una ricercatrice sulla genetica umana che, facendo calcoli in base a sue tabelle, arrivava a conoscere e definire molte caratteristiche somatiche, mentali e comportamentali che sarebbero apparse in un nascituro. Amodeo le aveva parlato a sua volta dei suoi interessi e l’aveva entusiasmata. Alla prima chiamata ne erano seguite altre, sempre più lunghe. Una volta telefonò da Napoli, perché suo nipote voleva conoscere quale fosse il suo sito su Internet. Così seppe che il suo www.new-is.com “era in vacanza”, cioè non risultava più presente sulla rete. Informatosi da Salvatore Mocciaro, seppe che il server era divenuto insolvente con l’America e che tutta una serie, anche degli altri siti di Salvatore, erano nelle stesse condizioni di vacanza. 566 è la stabilità complessa 6 di quanto ha ciclo complesso 60 ed è lanciato in moto pieno unilaterale.
“Comunque quando vuoi, possiamo appoggiare il tuo sito su un altro Server” Romano si era preso allora qualche tempo, perché stava rivedendo tutta l’impostazione della sua presentazione, dopo che quella precedente e mirata al concorso della Pirelli, Award 2000, aveva avuto il suo esito: segnalato e premiato tra i primi 100, ma non uno dei tre vincitori. Prima d’agosto, Maria Grazia gli aveva telefonato invitandolo a trascorrere quel mese a casa sua, a Montesilvano, una cittadina a pochissima distanza da Pescara. Romano l’aveva ringraziata, ma aveva dovuto rinunciare, affermare che non poteva, giacché aveva assunto impegni precisi a Cunardo: stava passando il periodo estivo avendo cura della piscina dei Cazzamali, limitrofa alla Tavernetta Greca dei suoi amici ed affidata a Vincenzo Fiorinelli. Risoltosi tale incarico nel modo raccontato, con una “cacciata” vera e propria da parte del suo amico dimentico, ora Romano poteva andare a Montesilvano, ammesso che lei fosse ancora disponibile. “Maria Grazia, è quasi l’una, se parto da Milano tra un paio d’ore e arrivo stasera da te, sei ancora disposta ad ospitarmi, per una settimana?” “Ma vieni subito! T’aspetto. Alla stazione di Pescara prendi il 2 tagliato e scendi in Via Aldo Moro. Fatti spiegare dove è la zona dell’albergo Mille luci. Io ti aspetto a quella fermata.” “Come ti riconosco?” “Oh, credo che sarò l’unica a quella fermata e che tu sarai il solo a scendere dall’autobus”. Romano non sapeva come lei fosse d’aspetto, né quanti anni avesse, ma come ragionava con la testa le era piaciuto fin da subito ed ora non si aspettava brutte sorprese. Del resto andava a conoscerla e non certo… a sposarla. Sapeva solo che era nubile, che viveva sola, che passava il tempo nelle sue ricerche e – come aveva anche capito – molte ore al telefono. Scese dall’autobus dove doveva e vide una signora grassoccia, con i capelli bianchi e tagliati alla maschietta, un volto sorridente e gioviale, molto più grazioso del previsto. Provò l’immediata sensazione d’averlo già visto e gli sembrò che somigliasse notevolmente alla Zia Nicolina, la sorella di sua madre. La statura era quella media delle donne meridionali, la stessa taglia di sua madre, prima che perdesse, con l’età, i suoi 10 cm e divenisse alta metri 1,45. Si presero sotto braccetto e lei gli fece da guida, fino al settimo piano del palazzo nel lungomare, in cui viveva. Parlarono, visto che finalmente s’incontravano di persona, delle loro esperienze, guardandosi finalmente negli occhi, osservando le espressioni del viso. Amodeo si accorse, immediatamente, che quella donna stava ancora cercando un compagno, la persona che fosse giusta per lei. Seppe, dal racconto fatto da Maria Grazia, che, come la vita di lui era stata un terremoto, così quella di lei era stata semplice e lineare e che – per quanto ella stessa avesse avuto nella sua esperienza degli affetti importanti – era in una situazione ben differente dalla sua. MG gli mostrò dove avrebbe dormito: nella sua stanza da letto che lei gli cedeva, mentre lei sarebbe andata a coricarsi nel lettino appositamente istallato in soggiorno. Romano cercò d’opporsi allo sfratto di lei dal suo letto: spettava a lui quel lettino.
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567 è la libertà 7 del ciclo complesso 60 nel moto unilaterale 500. Gli argomenti riguardano assetti liberi dello spirito.
568 è la realtà complessa 8 del ciclo complesso 60 nel pieno moto 500. Gli argomenti situazioni stabili e complesse.
Lei non volle sentire ragioni, così, dopo d’avergli offerto una cena che giustificò improvvisata – perché, così, di Domenica, non aveva avuto altro a disposizione che quanto era nel suo frigorifero – gli mostrò l’asciugamano, l’accappatoio, le pantofole attribuite a lui e lo mise nel suo letto. Di tutto il resto avrebbero avuto tempo per parlarne l’indomani. La mattina dopo lei bussò con garbo ed entrò con un vassoio che conteneva una tazzina di caffè e la zuccheriera: “Se vuoi fare colazione, è tutto pronto di là. Puoi farti, nel frattempo, una bella doccia e raderti: ho le lamette usa e getta e te n’ho già messa una sul lavandino. Romano, dopo un tempo così lungo che addirittura sfuggiva alla sua memoria, si ritrovò a sperimentare l’accoglienza che era in uso una volta, tra le persone di buona famiglia e piene di premura e di riguardi, nel Sud dell’Italia, in cui era vissuto bambino e ragazzo. Maria Grazia era un’ospite favolosa. Più la guardava, più le sembrava una della razza della sua famiglia materna. “Ma di dove sei originaria?” “Dalle parti di Salerno, precisamente Minori, nella Costiera amalfitana”. Dunque non si era sbagliato: per il lato materno erano proprio della stessa razza. Quello che parve intollerabile, fin dal secondo giorno, il 27 agosto, ad Amodeo, fu che lei dovesse dormire in soggiorno, scomoda, ed egli come un riverito pascià, in quel grosso lettone dal quale la sua presenza d’ospite l’aveva sfrattata. Allora l’invitò a stare con lui, se non altro quando, dopo il lauto pranzo del mezzogiorno, giungeva l’ora della pennichella e nel soggiorno il letto non era approntato. Vide Maria Grazia messa in crisi, da quel semplice invito a fruire della sua camera. Le suggerì che erano ormai adulti, tutti e due, e di non temere: non le sarebbe saltato addosso, non avrebbe forzato in alcun modo la sua libertà. Lo espresse con un tono quasi offeso e poi, avendone voglia, avendo sonno, andò a sdraiarsi in quel letto, per conto suo. La stessa scena si ripeté il 28, ma, a differenza del giorno prima, una timidissima ed imbarazzatissima donna di 67 anni – quattro in più di quanti ne avesse Romano – entrò chiedendo permesso, nella sua camera, e si accovacciò nella parte del letto lasciata libera, porgendo a lui le spalle. Iniziarono a parlare, a raccontarsi dei loro sogni. Fu Romano che liberò la sua fantasia, le rivelò che cosa credesse fosse la vita, il suo essere più profondo, quanta speranza si dovesse avere tutti, ma non vuota, anzi poggiata sulla certezza di ogni esperienza dell’uomo. Dio (questo nome che per molti ha il significato di una prepotenza, di una eccessiva autorità, al punto che è poi inviso, essendo troppo contagiato, nella sua immagine, da tutti gli aspetti negativi dell’uomo) si è posto in verità interamente al servizio delle sue creature. Dio è la Forza buona che fa esistere ogni cosa, e nella quale la stessa fisica crede, la chiama energia che si conserva in eterno, la chiama divenire certo delle cose, avanzamento sicuro del tempo. Gli dà l’immagine della realtà in cui esiste l’universo, per come alcuni filosofi l’immaginarono nel Panteismo. In effetti Dio non era niente di ciò, ma la sua essenza causante, il criterio, la legge sottesa sotto di essa, perché era un Creatore puro, assolutamente immacolato da ogni supposta oggettività, per quanto creata, che poi consistesse di per sé.
Ebbene questa Forza e questo Principio Essenziale, su cui nessuno ha nulla da obiettare (perché si vede che esiste, la si riscopre, sempre fedele, fino al punto che se ne possono costruire le leggi), ama l’uomo, perché ne ha determinato una essenza in grado di occupare il valore medio di ogni cosa. È in questo prevalere dell’equilibrio, come la forza assoluta e finale di ogni iniziale sommossa, che l’uomo deve trovare la sua speranza finale, di superare il limite della sua persona, attraverso l’apporto di tutte le altre. “Maria Grazia, io sento, molte volte, fisicamente, realmente, l’amore di Dio su di me. Lo sento anche in questo momento, in cui sono qui con te.” E Amodeo le prese piano, piano, la mano, restando a lungo così, con lei che quasi tremava. Si girò verso MG e le domandò che cosa ci fosse, e cosa mancasse. Cominciò allora a farle la corte, quasi per gioco, come per dimostrarle, attraverso la leggerezza dell’essere, come non ci fosse nulla di temibile o di terribile, nell’avere tanta fiducia, l’uno nell’altra, da abbracciare ciascuno la natura e l’altrui realtà. Divenne dolce, tenero come sentiva di voler esser, e lei reagiva come egli s’aspettava; la stava trattando come sarebbe piaciuto a lui d’essere benvoluto, amato, rispettato, avvicinato, preso. Romano, per la prima volta in vita sua, vide se stesso, mentre iniziava, con un altro essere delicato, una storia d’amore pulito e bello… fatto come con il suo stesso spirito. Quando la guardò, in un momento in cui le stava ora carezzando il volto, vide all’improvviso che l’aveva molto simile, nell’espressione, a quello della MT Mazzola che aveva amato, e quando fu lei che cominciò a parlargli, con altrettanta dolcezza, si accorse che la sua voce aveva assunto, ora, la cadenza esatta e la natura di quella d’Anna Badari. Era lei, era il suo eterno amore della sua vita, che ora riusciva ad emergere, attraverso questa donna del sud, con la sua spiccata cadenza mantovana. Glielo disse, e lei gli rispose che lo sapeva, che lei era questo, una messaggera, una medium. Si esprimeva di solito attraverso la scrittura, ma ora sapeva da lui che, tra le infinite anime della vita, c’è una tale fusione che è solo oggi, nella distinzione che c’è imposta per assumere il senso della singola persona, che la gente normale perde questo legame, troppo distratta dall’ingombro che l’io occupa, nell’eco sistema dell’esistenza. Ma è solo adesso. Per alcuni, fin d’ora, questa separazione è meno evidente, si stabiliscono reali legami, e la verità, sorprendente, emerge. “Siamo davvero una cosa sola e il nostro peccato attuale, quello più grande, è proprio di non crederci”, convenne Maria Grazia. E Romano: “L’uomo, per il non accorgersi che è questa la verità, mette barriere tra le persone, e crede che sia lecito che il diritto del singolo debba consentire zone esclusive, la cosiddetta privacy. Sì, essa è necessaria e valida, quando l’uomo davvero aggredisce ed invade con la violenza, ma è anche il maggiore ostacolo a che il fratello incontri il suo simile, l’amico e l’abbracci, nella sua natura, nella sua essenza, di chi è solo un’altra espressione, di tutto quello che esiste insieme, come una sola unità. Vedi, Maria Grazia, io sono qui ora con te, ma il mio cuore non è solo con te. Io vorrei essere così con tutti. Quando vedo ogni persona a me piacerebbe abbattere ogni distanza. Io amo che mi si guardi con affetto, fiducia e speranza.
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569 è tutto il moto libero di 1 nel 570, libertà di moto ciclica della massa. Controllate voi i punti di vista singoli.
570 è la libertà di moto ciclica 70 nella massa avanzante a senso unico 500. Controllate e vedrete grande assetto di libertà.
Perché tante persone diffidano di realtà così profondamente belle? Che cosa c’è di meglio, al mondo, dell’accorgersi di te e del gesto reale, compiuto perché tu sia felice? Io ho tanto cercato, sperato, che una donna riuscisse a potere riscoprire quest’aspetto sublime della vita. Non ci sono riuscito. Proprio io, che non mi arrendo mai, ho dovuto porre una barriera, ad ogni tentativo di superare quella distanza, che non è stata voluta rimuovere. Tu sai di chi parlo.” “Sì, è la tua Maestra del Coro dagli occhi verdi.” “Ebbene io sento, lo sento davvero, che anche lei, nonostante lei, in questo momento è qui assieme a noi, senza nessuna rivalità, nessuno scandalo. Gesù lo disse che in Paradiso non si prende moglie né ci si sposa, ma è perché lì si è già tutti così fusi, in un tutt’uno, che è realizzato già il sogno di tutti gli amanti. Questa è la tensione che esiste nell’amore: vincere talmente la distanza, tanto che i cuori e le anime si fondano assieme. Oggi non è possibile. Oggi nemmeno Gesù, presente nella sua ostia, può dolcemente violentare la soggettività, al punto che si fonda con Lui, in Lui e per Lui. Ma è una condizione che supereremo. Questa è la mia certezza, perché io la sento già esistere. Quando si configurano condizioni mai provate, occorre uno sforzo per capirle, ma quando si fa un’esperienza reale, come la stai facendo tu, si è aiutati, e molto, da Dio, perché non parli più mosso solo da una teoria, bensì da una reale esperienza. Io non riesco a sentire nemici coloro che mi trattano da nemico. Ma non perché io sia buono. Accade così perché davvero non li sento nemici. È una forza della mia natura. Ma credo anche di avere capito per qual mai motivo mi accada: io presagisco già la condizione finale, in quella precaria e momentanea, fuggevole, di adesso. Noi oggi, non riuscendo a percepire tutto nel suo insieme, stiamo attivando una velocissima perlustrazione di un lato dell’esistenza, secondo una profondità che è spazio, è separazione, ma l’intendiamo solo come il tempo di una trasformazione dell’attimo fuggente. Ma mi accorgo che io stesso non esisto come un Romano solo. Ce ne sono un’infinità, uno attaccato all’altro, uno che è sostituito all’altro, nella percezione e nell’esperienza. Così io giudico, la mia essenza molteplice, come quella di un solo io che diventa: uno, l’altro e l’altro ancora, e – così facendo – vive. Ma questa vita, così movimentata è bella, è come una frase musicale, che vale solo nell’insieme di tutte le sue note. Io, Maria Grazia, sono come una canzoncina leggera, e tu pure. Invece altre persone intendono se stesse come dei mostri sacri e inavvicinabili, si escludono, e poi, spesso, si rivestono di orpelli, abbelliscono il fisico, invece rendendo impenetrabile l’animo. Che peccato che sia così!” “Stai ancora pensando ad ‘Occhi verdi’!” “E’ più forte di me. Io non so sentirla fuori della mia vita. È qui nella mia testa, detta i tempi della mia giornata, proprio come una Maestra di musica. Ma poi mi accorgo che è una forza buona, che non mi vuole, in alcun modo, per sé e, così facendo, mi permette benissimo di essere ora qui con te. E sono realmente, concretamente qui con te, credimi. ‘Occhi verdi’ non è un ostacolo: la sento come un principio vitale per la mia anima.”
“Ti capisco. Io sento così in me gli spiriti guida, quando mi danno i messaggi. Sono presenti, ma non m’invadono, se non quando io stessa gli do spazio, e consento che essi agiscano, secondo le loro intenzioni.” “La vita è veramente un gioco di chiaroscuri. È così anche nella musica. Altrimenti tutto sarebbe monotono. Ebbene Dio ha fatto un progetto meravigliosamente bello; ed ogni vita io la sento davvero come un canto. La vita, con me, è stata estremamente buona. Io, se l’analizzo, scopro che mi ha concesso veramente tutto. Ma tutto. Non c’è stata emozione dell’arte che io non abbia provato: pittura, scultura, architettura, letteratura, musica, canto. Che io sia giunto, come buon ultimo, ad un Coro della Chiesa, non credo che sia casuale: il canto che si farà in Paradiso sarà il Coro, tra tutte le varie singole canzoncine, come la mia, la tua. Credo che saranno tutte queste partiture personali, a formare il coro più bello e grandioso che possa esistere. Finalizzato sai a chi? All’Armonia in se stessa, quella Suprema, che ne emergerà e che sarà Dio. Ogni linea melodica viaggia per conto suo, ma esiste il Grande Maestro, che fa’ ‘sì, che tutte armonizzino alla perfezione. E lo compie quasi in modo automatico, osservabile attraverso le leggi oggettive della fisica. Questo grande ed immenso maestro è l’Equilibrio. Come nel mondo fisico l’equilibrio tra tutto è la legge profonda, così sarà – ma anche adesso è – che ci sarà equilibrio tra le differenti linee melodiche di ogni vita. Non può essere che così, se Dio è uno e si esprime attraverso l’equilibrio e l’ecosistema della natura. Be’, questa natura, con me, è stata di una tale bontà, mi ha concesso così abbondanti mezzi, che nessuno al mondo, io credo, ne abbia avuto mai tanti. Credimi, non sto esagerando, lo penso davvero. Dell’arte ti ho già parlato. Ma un poeta può essere come il Leopardi, che io amo letteralmente, per quell’estremo bisogno che ha la sua anima, enorme in questo suo aspetto, e può essere un gobbetto, in quello del fisico. Io, mi vedi, sono il ritratto della salute. Ho praticato tutti gli sport e in quasi tutti ho primeggiato. Sono stato favorito in un modo tale e con tanto equilibrio, che, nella mia somma, sono restato un uomo medio, ma non mediocre. Nessuna dote, che Dio mi ha dato, e tutte io mi accorgo sono notevoli, nessuna è stata concessa in modo tale da togliermi le altre possibilità, caratterizzando troppo la mia vita. E poi l’esperienza, fatta da me, ha portato alla stessa cosa. Vedi, la regola deve esistere. Ma non può imbrigliare a tal punto la libertà che, chi deve avvalersene come uno strumento di libertà, poi ne divenga uno schiavo. E anche questo l’esperienza mi ha portato a scoprire: che le regole devono valere fino ad un certo punto. Oltre non sei più libero. Insomma ‘Dio è padrone del Sabato’. Sento di avere debiti immensi, assunti in cambio dei talenti dati a me, così in abbondanza e mi accorgo che Dio mi mette in condizione di non gasarmi: mi umilia. Sono iniziate, nella mia vita, tutta una serie di umiliazioni sempre più profonde, da bambino, da ragazzo, da adulto. Sono state le esperienze che mi hanno arricchito di più, e che hanno consentito, a me, di accorgermi, per esperienza, che tutto ci è donato. E poi i miracoli: io li ho visti, li vedo perennemente accadere, tutto intorno a me. Tu, Maria Grazia, sei un miracolo.
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Mi sei stata messa qui, perché tu servi alla mia vita e io alla tua. Ma non solo noi, per noi due. Io, credo, non posso essere di nessuno. Io non dovevo neppure esserci, dovevo esser morto a 2 anni; io per primo sono un miracolo di sopravvivenza voluto dalla Madonna, per la maggior gloria di Dio. Ma capiscimi. Non è vero questo solo per me. Vale per tutti. Ciascuno è un miracolo e non lo sa! Non ci crede! Reputa che la sua ricchezza è il suo io e non si accorge, invece, che è il dono continuo che riceve, incessantemente, da Dio, che gli consente di esistere e sopravvivere donando nuova vita ogni istante. Però ognuno è la sua canzoncina. E la mia è voluta in un modo, così speciale, da credersi che non possa esistere, non possa esistere proprio nel senso che dico io. Quando io osservo a dove mi ha portato Dio, io stesso dico che non è vero, è poco credibile, io sono una nullità. Eppure mi ha portato a scoprire il valore assoluto che esiste in ogni cosa e perfino in Dio stesso. Se ci pensi, un dono di questo genere non l’ha avuto mai nessuno. I filosofi si sono dannati l’anima a cercare di scoprire le relazioni che esistono tra le cose e salto fuori io, che riesco ad inglobarle tutte in un sistema di riferimento, così assoluto, che esse si armonizzano tutte, l’un con l’altra. È inimmaginabile! Se io non sapessi che è vero e udissi uno che me lo dice, io gli riconoscerei solo pazzia. Eppure non sono pazzo! Il mio sistema assoluto regge, regge proprio ed è la vera soluzione, che esiste, nei campi di tutta la conoscenza dell’uomo. A questo io sono chiamato, dal destino di Dio ed è una cosa enorme e senza altri precedenti nella storia dell’uomo. Ogni cosa che mi è stata messa di fianco, ha esercitato, su di me, una spinta enorme, sempre e solo in questa direzione. Prendi ‘Occhi verdi’. Lei ha agito secondo i suoi fini e, ti assicuro, da come si è comportata con me, tutto è possibile dire, ma certo non che mi voglia bene. Questa donna non mi vuole davvero bene! È un’entità che sembrerebbe cattiva, rispetto a me, ed animata dalla cattiveria più grande. Ebbene, io non la percepisco in questo modo, su di me. Messa di fianco, proprio a me e con tutta la sua cattiveria, presunta o no che sia, diventa per me il più grande stimolo al bene che io abbia mai avuto. Il più grande, perché poi aggrega anche gli altri contro di me. E riesce a coinvolgere amici, trasformandomeli in nemici. Anche la Chiesa, probabilmente, riuscirà a mettermi contro. Eppure, te lo dico con sicurezza: tutto questo, per me, coinciderà con il maggior bene che io ne avrò, perché non soccomberò a questa strategia, che sembra fatta da un diavolo, ma è invece fatta dal Dio stesso dell’amore. Perché, credimi: a me fa bene! Ad ogni suo tentativo di farmi male, io reagisco sentendo l’esigenza assoluta del bene, perciò tutto questo si traduce solo in lezione ed insegnamento. Mi sento a scuola e io l’ho eletta – e gliel’ho anche detto – a Maestra della mia vita, per l’ascendente che ha, su di me, a farmi compiere gesti addirittura eroici, nella linea del bene. C’era un che, di così familiare, in Maria Grazia, che in essa Romano ritrovò l’intera sua vita, nell’armonia, nell’abbandono fiducioso dello spirito, ma anche in quello dei sensi. “T’ho atteso tutta la vita e non credevo che, ormai, saresti arrivato più…”, gli rivelò, mentre gli passava le mani nei capelli ed era adesso lei che lo lisciava e gli esprimeva la
profonda sorpresa, per tutto quanto stava accadendo da sé, come la cosa più naturale ed ovvia che ci fosse tra loro due, quasi si conoscessero da sempre e non solo da due giorni. Nel resto di quella settimana lei abbatté ogni riserbo. Da troppo tempo lei non aveva amato più nessuno, da quando una brutta esperienza aveva travolto anche lei. Romano osservò come combinassero bene insieme e come Maria Grazia sembrasse fatta apposta per lui; d’un tratto, colpito da un sospetto, le domandò: “Di che segno sei?” “Leone”. Eccola la donna leone che quel diavolaccio di Nico gli aveva preannunciato non più d’un mese prima! Ma ecco anche il senso di quello che gli era accaduto in quel viaggio, in cui, ancora una volta, il Maligno aveva giocato a rimpiattino, con la storia della sua vita, stavolta nei panni di quell’uomo divenuto, da saggio, improvvisamente un libertino! “Non ti prometto niente Maria Grazia – le assicurò Romano, che voleva liberare i suoi gesti da ogni possibile sporcizia – Tu mi vedi come sono e puoi giudicare, ma ho una vita di cui non mi so padrone né libero. Non conosco neppure i margini dell’autonomia del mio cuore. Sono onesto con te. T’amo, avendo avvertito che lo stavi aspettando da sempre, ma non so se sono io il tuo amore, anche perché, dai segni che io ho, forse non mi resteranno che tre anni di vita.” Si spaventò, volle sapere di che parlasse e Amodeo le spiegò dei segni ch’egli leggeva con chiarezza nel suo destino. C’era una data nel suo futuro e quando avrebbe raggiunto il doppio degli anni in cui morì Gesù forse sarebbe morto egli pure… ma forse solo per il mondo. “Che segni?” domandò con interesse… Maria Grazia era una veggente. Aveva contattato Padre Magni in un convegno al quale avevano partecipato molti sensitivi: lei era una di loro e scriveva i messaggi, dei morti per i vivi. Lo faceva senza essere pagata ed aveva molto tempo occupato, ogni giorno, in questa pratica, molto apprezzata, ma che le portava via molta energia. Romano le spiegò gl’indizi e lei non ne rise. Avrebbero visto insieme, se questo era il destino per loro. Per il momento erano lì, ora più ricchi, infinitamente più ricchi di prima in qualsiasi modo sarebbero andate le cose: si erano incontrati. Era vero ed era stato un evento così pulito, così soave e tenero, che non era esistita lussuria, ma affetto; non desiderio di possesso, ma d’offrire all’altro niente più e di diverso che il puro dono di sé. Maria Grazia volle andare a rileggere gli ultimi messaggi che le erano stati dettati, prima che Romano andasse da lei il 26 agosto, facendole la sorpresa. In quelle scritture dettate a lei, ogni volta, alla fine, le persone che l’avevano scelta come uno strumento di comunicazione, lasciavano scritto qualcosa anche per lei, come ringraziamento. Maria Grazia non sapeva che cosa le fosse stato dettato nei giorni prima che Amodeo andasse da lei, ignorava il contenuto dei gesti della sua stessa mano. Così lesse che, nei giorni precedenti il 26 agosto, era stato annunciato un grandissimo cambiamento nella sua vita, che avrebbe risolto le attese invano riposte da molto tempo. Contenta, fece leggere quelle frasi a Romano ed anch’egli dovette convenire che il suo arrivo e tutto l’affetto ch’egli le aveva saputo dare, erano stati preannunciati con chiarezza. Il senso era questo:
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“Sii felice, Fiordaliso, che ne lo tuo casolare sta per spuntare un sole”. In questo modo, alla dolce stil novo, le anime dei trapassati usavano Maria Grazia (omesso) come un terminale. Se Amodeo non avesse chiaramente udito, nella voce di lei dall’accento campano, la pronuncia mantovana e la voce d’Anna Badari, se non avesse visto più volte la sua stessa madre usata come un terminale da Sabato, non le avrebbe creduto. Perché questo strano idioma arcaico usato da lei? La risposta, secondo Romano, era evidente: ciascuno di noi, mentre vive, non è il solo a gustare e vedere quella vita nella cui storia è immedesimato. Certamente c’è già l’intera Comunione dei Santi, già tutta presente, seppure solo in potenza, in ciascuno di noi, che ancora semplicemente non la scorge come presente in atto e crede d’esserne l’unico fruitore, anzi è convinto d’essere la stessa storia in persona, in carne ed ossa e non unicamente un interprete e un osservatore. Talora succede che questa potenza è messa in atto da Dio, che concede che, nella storia degli eventi disegnata sempre e solo tutta da lui, una di queste assuma le parte di chi trasmetta i messaggi. Ma anche questi eventi, come tutto quello che giace nell’estensione del tempo, non sono mai un fatto libero e indipendente, ma sempre l’espressione della volontà di Dio, che desidera che, nel mondo, esista anche il magico, il fiabesco, il paranormale. Perciò, che Maria Grazia appaia una trasmettitrice di messaggi dall’aldilà, è solo l’espressione della volontà d’un Dio infinitamente grandioso, che desidera stupirci in tutti i modi e realizzare un’esistenza in cui tutto appaia essere possibile, specialmente tra quei due mondi estremi che giacciono nello stesso mondo, e che, pertanto, possono dar luogo a comunicazioni dirette, nell’unità del tutto.
condizione di eterno stallo che, per un impetuoso come lui, era oltre ogni suo possibile senso della logica… ma che grossolano errore! Era tutta la sua energia. Anche a Maria Grazia (omesso) era arrivata grazie a lei. Il suo motore nascosto era «la Santa». Solo la sua effettiva e reale presenza in lui, che gli perdurava anche in queste giornate che si erano poste come un’assoluta vacanza, aveva sconsigliato Amodeo dal chiedere, anche a Maria Grazia, quel “Mi sposi?” dal cui sarebbero poi scaturite senz’altro scelte doverose, di vita, ritenute ancora premature. Non glielo domandò e semplicemente fu suo, semplicemente ma realmente, come si era dato a Patrizia, a Paola e a tutte le altre donne che aveva stretto a sé nella sua movimentata vita. Stavolta però tutto era profondamente diverso: aveva dall’altra parte una vera donna e una vera compagna, che aveva stile, educazione, interessi, cultura, fantasia, intelligenza… insomma tutto che corrispondeva esattamente al suo più connaturato bisogno. Pensò anche al fatto – l’ennesima strana coincidenza – che si facesse chiamare Fiordaliso, come Fiordaliso Amodeo, la sua cuginetta che era stata, a 10 anni, il suo primo innamoramento. Avvertì, in modo netto – presagì – che Fiordaliso sarebbe stato anche l’ultimo vero amore e che il circolo, tutto particolare, della sua vita, si stesse sentimentalmente chiudendo, e stesse sorprendentemente ritornando come alle sue origini.
Una cosa Amodeo aveva visto e capito: d’aver trovato un’anima gemella. Che poi fosse lei, o chissà chi, a riempire i suoi giorni futuri, non c’era che da aspettare per vedere che cosa sarebbe veramente successo. Egli aveva gustato quant’era accaduto e non gli era parso in alcun modo possibile che fosse un peccato. Un’altra cosa che molto lo sorprese, fu il fatto che Maria Grazia era la soprano più brava e con la voce più bella che avesse mai incontrato di persona. Il suo pezzo forte era – pensate un po’ – l’Ave Maria. Maria come lei: apportatrice di Grazia e non delle fregature apportate solitamente dalle Terese, dirette e indirette, dalla prima di cui si era innamorato a 16 anni (sottrattagli da uno scarafaggio), alla seconda (portatagli via da un avvocato rognoso e violento), alla terza (mai nemmeno avuta e nemmeno per amica). Cantarono con degli amici di lei, due professori e il loro figlio, che una sera vennero a trovarla e suonarono il suo pianoforte. Si videro poi al mare, fecero assieme una passeggiata, al nuovo centro del commercio e dello spettacolo, a circa un chilometro di distanza. La settimana finì e Romano, tra i sospiri e molta tristezza di lei, ritornò a Saronno la domenica successiva, 2 settembre: aveva promesso che avrebbe collaborato alla formazione del nuovo settimanale di quella zona. Ripensò a cosa gli era successo in due sole settimane: aveva chiesto ad una ragazza, venuta dall’altro mondo, di sposarlo e si era poi subito sposato con un’altra, vivendo e sentendo cose dell’altro mondo. Solo ‘Occhi verdi’ lo aveva come ibernato, in una
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Capitolo 61
e infondata accusa d’ingratitudine, anche con tutti gli altri, dopo che tale, tante volte, era apparsa rispetto a lui e anche stavolta ingiustamente. Infatti era il suo amore che gli chiedeva i sacrifici…, mentre egli si lamentava di una pura e semplice mancanza di giustizia. Tra i due lei puntava all’amore e lui alla giustizia ed era lei la più ambiziosa, «la Santa», non lui! Si poteva anche scorgere un facile motivo per il quale apparisse irriconoscente con lui, ma che lo fosse, rispetto a tutta la comunità cui apparteneva e che si era fatta in quattro per lei, questa davvero era tutt’altra cosa. Romano rientrò dunque, il martedì 4 settembre del 2001, nella Schola Cantorum Sant’Ambrogio e Santa Cecilia. Il primo incontro fu in Chiesa. Quando «la Santa» arrivò, egli era assieme a tutti dietro all’altare e, vedendola passare mentre andava dall’organista, domandò a lei di sfuggita: “Posso restare?” “Sei già qui!” rispose lei, allo stesso modo.
Il 3 settembre del 2001 Romano Amodeo fu nuovamente a Saronno e s’accinse mentalmente al lavoro giornalistico che gli era stato proposto da Gianni Mammone. Pensando al fatto che sarebbe rimasto a vivere in Via Larga e che avrebbe iniziato ad imporsi anche qui, grazie al giornalismo, meditò anche sulla sua attività canora. Cantava alla Corale di Santa Cecilia, con le prove al mercoledì sera ed esecuzioni nella prima e nella terza domenica d’ogni mese, poi al Coro Bavera, con il quale partecipava a tutte le messe del sabato pomeriggio. Quando gli era stato proposto d’entrare, tempo prima, in questo gruppo, che cantava differentemente dagli altri, aveva telefonato «alla Santa», l’aveva trovata in un momento buono e le aveva chiesto consiglio: valeva la pena o correva il rischio d’una pericolosa involuzione? Lei gli aveva consigliato di provare. Romano era giunto anche a spiegarle il perché di quella sua intenzione: doveva cantare in più cori, affinché non corresse il pericolo d’identificare lei stessa, la sua Maestra del Coro, con la musica; e lei gli aveva risposto: “Distingui bene le due cose!” Ma come faceva a distinguerle, dal momento che «la Santa» era davvero il filo conduttore musicale della sua esistenza? Sì, ci stava realmente provando… ma non ci riusciva. Allontanatosi da Cogliate, a causa del fatto che lei non aveva trovato 5 minuti per parlare con lui, dopo d’avergli vanificato 5 ore spese, da lui a casa, per cantare bene da tenore il canto dell’Ave Maria (ed era stato malissimo, era mancato, e doveva ringraziare Barbara e Vincenzo per l’aiuto che gli avevano dato), aveva giurato a Dio che non avrebbe cercato più «la Santa». A lui sarebbe però piaciuto di poter cantare ancora con la Schola Cantorum di Cogliate. Considerate le cose, alla nuova luce dei fatti degli ultimi mesi, e cioè che lei sarebbe tornata a reggere la Corale di Cassina Ferrara, che senso aveva – si chiese – il non rientrare a Cogliate? Non ci tornava certo per correrle dietro, tantopiù che, adesso, aveva trovato Fiordaliso, la sua anima gemella. Era il destino – si accorse – che metteva «la Santa» sempre davanti alla sua vita! Ora, se egli fosse tornato alla Schola Cantorum cogliatese dopo che lei avesse riaperto la Cantoria di Cassina, tutti a Cogliate avrebbero pensato che egli fosse un burattino, che sceglieva tutta la sua vita solo in funzione di quello che faceva lei. Perché egli non doveva andare là solo perché c’era lei? Doveva abituarsi a fare solo quello che gli piaceva e a non lasciarsi più condizionare dalla presenza o meno di lei. Sicuro, pertanto, di ritrovarsi «la Santa» sul suo cammino, non attese che ciò avvenisse e anticipò egli le mosse. Tutto poteva immaginare, però, il Nostro Paperino del cartone animato di Dio, tranne che «la Santa», avuto il quartiere mobilitato per farla assumere all’Asilo, fosse macchiata così come il destino aveva segnalato mesi prima ad Amodeo su quel suo dipinto: dalla grave
In questo frattempo stava nascendo il nuovo settimanale di Saronno: Informazona e Romano, andato a parlare con Gianni Mammone, aveva avuto l’incarico: avrebbe raccolto le notizie riguardanti tutti i paesi, con particolare attenzione alle questioni della Chiesa. Un incarico importante, scaturito dal suo digiuno di penitenza fatto nel 1999. Anche questo impegno era la conseguenza dell’esistenza «della Santa», che aveva seguito a Cogliate, dove aveva ricevuto l’Enciclica, che l’aveva portato al digiuno di penitenza. Dopo due anni cominciava a raccogliere i frutti del suo accanito impegno e li doveva davvero tutti «alla Santa». Non alla sua buona volontà, ma alla sua pura esistenza in vita. Se lei non ci fosse stata, non sarebbe andato nemmeno a tenere le conferenze in giro per L’Italia. Il destino era molto più forte dell’apparente volontà o non disponibilità, delle persone, a dargli la mano. E a lui il destino si presentava con chiarezza, quasi con nome e cognome: Ausili, il suo caro amico Cosimo, che l’aveva introdotto a Padre Magni, in modo volontario, lo aveva voluto aiutare, dargli “ausili”, anche economicamente, quando era morta sua madre, sapendo che Amodeo avrebbe avuto difficoltà. E non “ausili” di poco: tre milioni e mezzo, lasciatigli a tempo indeterminato e che avrebbe restituito solo quando avrebbe potuto. L’area del saronnese, nella quale Romano era entrato per una porta stretta, stretta, di quando era arrivato in Via Larga come un miserabile “che per fortuna aveva sua madre ad assicurargli i mezzi”, cominciava a riconoscere la validità del suo operato. In questo quadro, Amodeo era molto contento che dovesse intervenire, come una specie d’opinionista, proprio a riguardo di quella Chiesa che gli aveva sbarrato anche quel piccolo uscio, quand’egli aveva cercato di dare spazio, e portata mondiale, al suo pensiero, dando risposte alle domande importantissime, vitali, avanzate dello stesso Vicario di Cristo. Tutto il settembre 2001 fu occupato in incontri della redazione, di preparazione per la prima uscita del nuovo settimanale prevista per la prima settimana d’ottobre, nel quale il giorno 3 c’era – Romano ne aveva un amaro ricordo – il compleanno della sua Maestra del Coro. Il 30 settembre 2001, ad Osoppo, in una conferenza organizzata da Mirella Comino, in una sala affollata e alla presenza di Padre Magni, Romano Amodeo presentò il Manifesto del
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suo movimento filosofico-religioso, che alla fine aveva battezzato “Perfezionismo, ossia la Filosofia della Perfezione.
La Legge Statistica ci deve convincere che sperimenteremo entrambi i versi: non solo la causa che appare divenire effetto, ma anche l’effetto che appare rientrare nella sua causa. Amodeo sostiene che cominceremo a renderci conto che è in atto una storia di tipo causale, appena avremo toccato il punto della temuta morte, quando – rivedendo ciascuno l’esistenza d’ogni cosa in senso inverso – ci accorgeremo tutti che tutto è molteplice ma che è organizzato come se ogni causa producesse l’effetto… Costateremo personalmente che, in verità, causa ed effetto sono solo azione e reazione: due cose uguali e distinte, interdipendenti, tanto che ciascuna può causare l’altra (ma solo in apparenza: il divenire non è vero, è vero solo l’essere e tutta la sua sovrabbondanza… Dio, la vera e sola causa di tutto quello che sembra esser causa!). Amodeo sostiene che questa non è una strampalata “sua teoria”, ma una obbligatoria conclusione da trarre assolutamente se si ha il coraggio d’usare la ragione. E allora si scoprirà che la Ragione conferma la Fede e che rientreremo tutti nello stato finale della nostra complessa realtà con una condizione veramente ONNIPOTENTE che corrisponde al cosiddetto indiamento. Possiamo, dobbiamo crederci perché in verità sta già accadendo e causando la dinamica contrapposta! Amodeo osserva che ci appare infatti il dinamismo d’un corpo che (come fosse quello del Sole) sembra in ogni istante percorrere (dal mattino fin verso il tramonto della sua vitalità) i vari punti della sua vita solo perché il soggetto conduce una sua analisi graduale (di tipo dualistico) e di conseguenza vede ruotare gli opposti in tutti i corpi liberi dell’universo. Occorrerebbe una seconda Rivoluzione Copernicana – dice Amodeo, riprendendo una idea di Kant – giacché anche la Terra ruota solo in quanto il soggetto esegue perennemente la sua analisi alternata, in rispetto della Legge statistica che regola l’apparire dei casi opposti, come l’alto e il basso dell’onda cerebrale che esprime l’esistenza in vita dell’io. Tutto dunque è veramente perfetto se ciascuno, poggiandosi su tutti i suoi limiti (inclusa la morte) li supererà alla grande, avendo tutto quanto gli manchi, molto oltre i propri meriti (ma chi ne ha davvero?). Per noi – grazie al coinvolgimento di tipo causale messo in atto con tanta Maestria in tutto il nostro essere (come se le cose dipendessero davvero da noi…) – sarà anche una vera e propria conquista personale… Anche questo è perfetto, se riesce a dar meriti reali perfino a chi veramente non ne ha se non in relazione ad una pura simulazione, ad un puro test d’accettazione e condivisione che presenti come potere reale un puro e pio desiderio (per questo la Fede considera reali i peccati di desiderio)! Se giocassimo – tutti associati – a una lotteria, la posta sarebbe equamente divisa e a ciascuno toccherebbe… regolarmente il suo, se ci fosse solo giustizia… (ma allora che scopo ci sarebbe?). Per fortuna c’è (nel gioco dell’esistere e vincere a cui siamo chiamati) anche tanto amore per chi è coinvolto che ciascuno sarà infine “come” l’unico vincitore e avrà tutta la posta: tu avrai, goderai del successo anche degli altri… perché “amerai il prossimo tuo come te stesso…”. Così stanno in verità le cose e questo è davvero Perfetto e spiega in modo scientifico le difficili verità di Gesù Cristo, che parlava inoltre d’ultimi che sarebbero stati i primi e d’altre cose credute finora incomprensibili… come i 2 versi della vita (svelati una sera, in verità, in verità, al dotto Nicodemo) da seguire entrambi per entrare realmente nel Regno dei cieli! Nuova Scuola Italica di Filosofia della Fisica
Ecco il testo che fu distribuito alle persone presenti nella sala.
Il PERFEZIONISMO spiega scientificamente le verità di Gesù L’esistenza sembra dominata dalla incertezza e dai limiti, tanto che alla fine ogni vita è vista morire… Ora accade che la Filosofia della Perfezione, teorizzata dall’ epistemologo Romano Amodeo (e denominata Perfezionismo) arriva a conclusioni opposte, basandosi sulle verità fondamentali della scienza. Considerando il principio di Azione e reazione (per cui ogni dinamica consiste sempre in una coppia d’azioni esattamente uguali e contrarie, perfettamente reciproche) e la Legge statistica (per cui tutto ciò che è veramente così uguale nella sua probabilità d’apparire ci apparirà, nel totale dei casi, nella stessa quantità delle volte), il Perfezionismo conclude che anche la vita (che da tutti gli antenati culmina con la morte d’ogni persona singola) è un evento dinamico e, come tale, deve consistere in due azioni uguali ed opposte, reciproche, le quali, alla fin fine, (avendo la stessa probabilità d’apparire), dovranno necessariamente apparire l’una dopo l’altra, (ossia la seconda a cominciare dal momento della presunta morte, culmine della prima). Per il Perfezionismo la morte è solo un reale giro di boa, come uno specchio che inverta realmente il flusso della corrente cerebrale, della “luce” soggettiva, rispedendo il soggetto in direzione inversa, verso quel passato che realmente ci appare esser presente a noi nelle luci antiche delle stelle. Ritornare, presenti in atto, realmente tutti convertiti nel verso dell’azione, laddove si fu già tutti realmente presenti solo in potenza (ossia nell’ insieme di tutti i nostri antenati realmente esistiti) significa acquisire in atto tutta la potenzialità – in base ai personali desideri – per poter essere chiunque si voglia essere (purché costoro siano realmente esistiti). Il Perfezionismo sostiene che ognuno potrà rivivere realmente sia la sua vita sia – per interposta persona – quella che già fu degli altri e che nello stato finale giace in una assoluta Comunione essenziale (la Comunione dei Santi), tra tutte le anime ritornate alla loro pura origine (e dunque “sante”). Ciascuno di noi potrà rivivere ogni vita in tutto o in parte, come e tutte le volte che vorrà, per immedesimazione (nello stesso modo realistico con cui oggi la nostra anima appare immedesimata nella nostra attuale vita). La gusterà a proprio modo, mediante il carattere personale, i modelli e l’abito mentale maturati a fatica in questa attuale prima fondamentale esperienza singola, che resta in eterno con i suoi valori come un perpetuo imprinting. Oggi schiavi dello spazio e del tempo, dopo ne saremo Signori e li faremo esistere a nostro piacimento per poter essere chi vorremo nella vita esistente in tutta l’eternità, come sarebbe per chi ne possedesse tutte le registrazioni filmate e potrebbe visionarle a volontà tutte le volte che volesse. Insomma ciascuno, basandosi proprio su tutti i suoi limiti (inclusa la morte), riuscirà ad avere alla fine tutto quanto manchi – in assoluta verità – alla sua globale percezione di tutta la vita di cui ciascuno è parte veramente essenziale. Perché il tempo di per sé non esiste, è solo una ritardata acquisizione della Verità (che non necessita del tempo per sussistere), ritardo concesso (tra il prestito della vita e la sua reale restituzione) affinché ciascuno abbia realmente il modo e il tempo, in base al suo senso della grandezza (i talenti), di poter trafficare con se stesso e gli altri e guadagnarsi il personale interesse a voler vivere socialmente in virtù dell’amore più che della giustizia. Il Perfezionismo sostiene che se si crede ai citati principi scientifici, debba assolutamente credersi anche che tutto, poggiandosi sui valori esattamente contrapposti, sia (nonostante tutte le apparenze) già in completo equilibrio e veramente perfetto. Una Perfezione intesa sia come nel migliore dei modi sia come quanto sia già tutto compiuto in se stesso (e solo da essere così accertato, secondo una progressione che avvinca, coinvolga e convinca ciascuno di noi). Come è possibile che, con tanti limiti, si possa pervenire ad una simile libertà? Amodeo insiste con lo stesso concetto: si comprende la possibilità credendo nei principi scoperti veri dalla scienza. Azione e Reazione ci deve far credere ad una vita che abbia due opposti versi di percorrenza.
Amodeo era andato, ad Osoppo, partendo alle 3 del mattino. Giunse assonnato, ma il suo intervento, di un’ora, destò scalpore ed ammirazione unanimi. Quelle persone, che raggruppavano in associazione i genitori di ragazzi defunti, erano i più attenti interlocutori, coloro cui più interessava se i morti appartenessero ancora, o no, alla stessa realtà dell’uomo, tanto da potere stabilire contatti. Udendo, da Amodeo, come l’esistenza reale fosse attestata su due contrapposti e reali versanti di crescita, cominciavano a farsi un’idea, molto più concreta e comprensibile, di come i morti potessero andare a ritrovarsi, realmente immedesimati, nella mente di ciascuno di loro.
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“Vi faccio un grande regalo – rivelò loro Romano Amodeo – I figli, che voi credete morti, hanno ormai la capacità, reale, di poter vivere ancora attraverso i vostri sensi. Potete davvero, allora, ogni giorno, invece di piangerli, dir loro ‘Buondì, figlio, viviamo insieme anche oggi, gustiamoci questo caffè. Buono vero?’ Non è una consolazione; è la verità! Sappiatelo! I vostri defunti hanno raggiunto uno stato, tale, di potenza in atto, che possono immedesimarsi in voi, allo stesso modo con cui lo siete in questo momento, voi rispetto a voi stessi. Possono essere vivi assieme a voi, vedendo il mondo concreto, attraverso la vostra concretezza. Parlategli! Vi ascoltano realmente.”
Il cristiano doveva rischiare di più, per aiutare il prossimo, a costo di annegare. Più chiaro di così! Che cosa partecipavano a fare a quei momenti se non per un reale ascolto? Così Romano consegnò in redazione i due articoli, perché fossero pubblicati e si accinse a nuotare dove non si toccava.
Nell’attività di giornalismo, composta in settembre la redazione di Informazona, tutti si erano mobilitati per il numero inaugurale, e fu deciso che sarebbe stato chiuso il 4 e sarebbe uscito in edicola il venerdì 5 ottobre. A Cassina Ferrara si era accertata, in quel lungo settembre, la vera indisponibilità, «della Santa», a riaprire la Cantoria parrocchiale, e quindi lei era accusata, da molti, di non avere rispettato i patti con la Chiesa, una volta che aveva acquisito tutto il vantaggio per sé. Romano aveva preparato due articoli, riguardanti gli eventi su quest’argomento, e poteva cogliere l’occasione, a Cogliate, del compleanno della Maestra – che c’era il 3 ottobre – per uscire con un articolo di auguri per lei, che fosse anche un serio tentativo di farle dare una mano dalla Chiesa di Cogliate (se lei la voleva) una volta che si fosse saputo, da quelle parti, in che situazione critica si era venuta a trovare a Saronno. Se quelle persone le avessero voluto veramente bene, come sembrava, informate a dovere, potevano consentirle (ammesso che lei lo volesse) di dirigere in due differenti Parrocchie, così da permetterle di accondiscendere alle speranze dei saronnesi abitanti a Cassina Ferrara, ed eliminare, con ciò, quella grave macchia che s’era venuta a determinare, nel giudizio della gente, sul suo modo, troppo disinvolto, di comportarsi. Romano sapeva benissimo che – purtroppo – ogni tentativo fatto da lui, che riguardava quella persona era sempre malvisto. Ma qui la questione non era tanto lei, quanto tutti gli altri attorno a lei: a Saronno, dove, non conoscendo esattamente le cose, facevano presto a criticarla senza vera ragione, e a Cogliate, dove lavorava e lei non aveva probabilmente voglia di chiedere favori. Ma se queste persone avessero conosciuto la verità si sarebbero potute muovere di loro iniziativa, per favorirla. Quindi l’intervento giornalistico era una informazione a chi non sapeva le cose e non un tentativo di dire qualche cosa alla diretta interessata, pura e involontaria vittima della situazione; a lei non c’era da spiegare un bel nulla, ne sapeva più di tutti, ma taceva. Se fosse stata un’altra persona al posto di lei, Amodeo non avrebbe avuto alcun dubbio se intervenire o no, ma trattandosi di lei egli conosceva bene come qualsiasi cosa avesse fatto sarebbe sempre stata considerata fatta male. Meglio allora non fare nulla? No. Le persone dovevano conoscere la verità, era un suo dovere di giornalista. Quando il martedì 2 ottobre andò alla prova, in Cantoria, era ancora incerto se doveva rischiarsi a volere aiutarla in quelle condizioni critiche. La risposta l’ebbe esattamente dalla Provvidenza, che è alla base di tutte le cose. Il Cardinale Enrico Maria Martini, alla catechesi che ci fu quella sera a Cogliate, come in tutti i primi martedì d’ogni mese, ammonì, attraverso un suo scritto, tutti i cristiani: “Non si può nuotare sempre dove si tocca!”
Ora il lettore sia davvero cortese: cerchi il pelo nell’uovo. Osservi, per vedere, se ci fu, in questo articolo firmato da Romano Amodeo, un attacco, uno solo, alla correttezza delle persone… non lo troverà. Troverà solo una difesa dell’autonomia e del retto comportamento, a tutti i livelli. Non si pubblica a caso questo articolo, ma per far capire quanta ingiustizia ci sia stata, poi, in tutto l’atteggiamento tenuto contro Amodeo a causa di questo intervento, nello svolgimento del lavoro che gli dava di che vivere. Ponetevi, per cortesia, questa domanda: “Questo articolo è stato un attacco all’autonomia della persona, oppure una sua assoluta e circostanziata difesa, fornita unicamente attraverso la spiegazione dei fatti?”
Scatole cinesi contro l’autonomia Comune ‘contro’ la Comunità locale... L’Asilo Regina Margherita, situato il località Cassina Ferrara, è in fase di ristrutturazione e, da quando è sorto le 1899, è stata una struttura autonoma, autogestita. L’Amministrazione Comunale, che in sostanza se ne è impossessato ed intendeva anche ristrutturarlo a suo esclusivo piacimento, si è scontrata con i desideri della Comunità locale che lo ha fondato e diretto con passione. Al punto che questa ha preteso che l’Asilo venisse rispettato secondo la sua volontà facendo in modo che venissero indetti concorsi e curando le varie fasi di questo riassetto. Esso verrà precisato alla metà d’ottobre in una assemblea pubblica che si terrà nel salone del Centro Sociale Cassina Ferrara, via Prampolini 2 (errore, al Centro Giovanile).
… Comunità locale ‘contro’ la persona. È come nelle scatole cinesi: appena aperta una scatola il problema sembra presentarsi identico nel suo interno; ora appare esistere infatti tra una parte degli abitanti di Cassina Ferrara e chi ha vinto il concorso per un posto di Maestra d’asilo con competenza in musica. Maria Teresa Legnani era la Maestra della Cantoria di Cassina Ferrara. Aveva preso il posto d’un giovane direttore partito per il servizio militare e che avrebbe riassunto il suo ruolo al suo ritorno, così come vuole la legge. In quel frattempo la Cantoria di Cogliate le chiese di dirigere in quel Coro e lei, sapendo che il suo incarico alla Cassina era a termine, accettò. Si trovò però di fronte a un fatto sorprendente: i suoi cantori di Saronno le si erano affezionati talmente che quando il Maestro ritornò, tutti si strinsero attorno a lei e lei si lasciò commuovere a restare, mettendo nei pasticci Cogliate, perché a Natale e Pasqua dovevano purtroppo sostituirla, giacché a Cassina Ferrara si cantava quasi solo in quelle due occasioni. Nel gennaio di due anni or sono disse a Raffaella, Presidentessa della Schola Cantorum cogliatese, che stava preparando due persona che presto avrebbero potuto sostituirla. Fece anche le prove generali (senza darlo a vedere) lasciando Roberto Monticelli e Riccardo Bernardinello a cavarsela da soli in un paio d’occasioni. Insomma lasciò la Cantoria in buone mani! Che poi Roberto non abbia voluto seguitare e Riccardo (che doveva dirigere e insieme suonare l’organo), non se la sia sentita di continuare da solo in quelle condizioni, non può essere di certo addebitato a lei!
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Ora però che la così desiderata Maestra è venuta a lavorare all’asilo, la gente (che le ha sempre voluto bene) ha cominciato a sperare e a illudersi che lei possa tornare sulle sue decisioni; ma lei non può, perché un professionista serio deve proteggere la sua carriera e non può disattendere gl’impegni già presi sulla parola. Scatole cinesi, si diceva. Stavolta la Comunità, per le sue esigenze superiori, non sembrerebbe tanto disposta a lasciare in pace il singolo che vive al suo interno. Sembra una cosa riprovevole, ma è solo il segno d’una grande stima e d’un vero affetto. Alla fine, tra gente per bene, ciascuno capirà che cosa sia veramente giusto. Romano Amodeo
Sono state evidenziate, in grassetto, delle inesattezze, scritte volutamente da Romano Amodeo in questo articolo appena riprodotto, per difendere, e affinché si potessero giustificare, i comportamenti scorretti. In primo luogo il contratto di Direttrice del Coro, a Cassina Ferrara, non era a termine: la madre della Maestra aveva preteso la promessa del Parroco che, quando il maestro partito per il militare fosse tornato, sarebbe restata la figlia a dirigere il coro; la figlia avrebbe accettato l’incarico solo alla condizione – tassativa! – di non essere mandata via dopo un anno. Romano Amodeo firmò l’articolo, contenente quella bugia, perché chi parte militare deve avere il posto conservato per legge. Nel rispetto della Legge, l’incarico avuto «dalla Santa» era veramente a termine (a meno di non fare come fu fatto: di pretendere la violazione della norma. E fu pretesa). Se Amodeo avesse scritto che esisteva quella violenza contro il rientro di Massimiliano, avrebbe scritto il vero. Non averlo scritto aiutò a stendere un velo pietoso. In secondo luogo, a quel punto, «la Santa» – essendo legittimamente precaria – avrebbe legittimamente potuto garantire a Cogliate: “Tra un anno sono con voi a tempo pieno, ve lo assicuro, perché a Cassina termino appena rientra il direttore partito per militare.” E a Cogliate, con diritto, avrebbero potuto pretendere il rispetto degli accordi relativi ad un tempo pieno. Questa pretesa legittima fu un grande aiuto dato alla Cantoria di Cogliate, a coprire ed eliminare una loro grossa malefatta: avevano scippato «la Santa». Dovevano «la Santa» alla dabbenaggine dei Cantori di Cassina che, non temendo scherzi da Prete, l’avevano proposta nel 1997, come Maestra anche a Cogliate. L’ex presidente della Schola Cantorum, Maurizio, può testimoniare che fu Enzo Vannucci (cantore della Cassina) a invitarlo a stipulare accordi con lei. I Cogliatesi tutto avrebbero potuto fare, fuorché una “concorrenza sleale”, da cui potesse derivare un’esclusiva per loro: Don Carlo offriva “buste” ove Don Luigi no. Questo è lo scherzo da Prete scritto sopra e si chiama esattamente così: “concorrenza sleale”. Inoltre, tutte queste irriconoscenti persone si disinteressarono che, per avere fatto ponti d’oro «alla Santa», la Cantoria di Cassina Ferrara fosse stata addirittura costretta a chiudere. E scrivevano articoli inconsapevolmente ipocriti, diffusi su Internet, dal titolo: “‘Cantare con piacere e con gioia, in tanti!” Presa per i fondelli a dimensione mondiale! Amodeo, come potete capire, facendo conoscere che cosa valesse per legge, cercò di ristabilire la giustizia e supplicò riconoscenza ad un Prete. Anche qui, il lettore cerchi, cerchi attentamente nel testo dell’articolo, per scoprire se ci furono attacchi, da parte d’Amodeo, oppure solo auguri e tentativi di dare un reale aiuto, che ricostituisse la giustizia. Lo faccia, stia attento, perché quello che poi successe – e solo per questi due articoli – fu addirittura inaudito, specie in un ambiente cattolico.
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“Torna a casa Lassie?” Evviva la Maestra del Coro che ha compiuto gli anni e un appello a Don Carlo. Tanti auguri a Maria Teresa, nata il 3 ottobre! Bisogna conoscerla e cercare d’aiutarla! • Prima conosciamola! Intervistata dal mensile della Parrocchia (Emmaus) così lei stessa si è presentata in un articolo dal titolo ‘Cantare con piacere e con gioia, in tanti!’ “Sono nata a Saronno e precisamente a Cassina Ferrara, ove risiedo ancora oggi. Ho iniziato la prime esperienze musicali nel Corpo Bandistico della città all’età di tredici anni, sotto la paziente e qualificata guida del Maestro Giuseppe Lotito, che attualmente dirige la Banda di Cogliate. MI sono subito lasciata affascinare dal mondo musicale e così, terminata la scuola dell’obbligo, ho deciso d’iscrivermi al Conservatorio G. Verdi di Milano, dove ho iniziato il corso di clarinetto che, per motivi personali, ho interrotto cinque anni dopo, per un periodo piuttosto lungo. Nel frattempo ho frequentato l’istituto magistrale conseguendo il diploma. Successivamente ho ripreso e portato a termine il già intrapreso cammino musicale e due anni dopo mi sono diplomata in clarinetto al Conservatorio L. Recifre di Frosinone. Nel 1997 mi è stato proposto di dirigere la Corale di Cogliate, incarico che ho accettato volentieri e al quale a tutt’oggi mi dedico con entusiasmo.” La Maestra ha evitato di dire che quando accettò questo incarico già era direttrice della Corale di Cassina Ferrara, incarico a termine, sostituendo provvisoriamente il giovane Massimiliano partito per la leva. Chi la conosce sa quanto sappia farsi volere bene, per cui lei stessa fu sorpresa quando, tornato lui dal militare, tutti le si strinsero attorno volendo decisamente che restasse lei! E lei, forzando scelte già fatte, non se la sentì più d’andar via . Provò a dirigere così simultaneamente i due cori, ma scontentava Cogliate, perché doveva disertare gl’impegni per Natale e per Pasqua, i momenti più importanti, che erano quasi tutti e solo i momenti liturgici della Cantoria di Cassina Ferrara. Pentita per essersi lasciata impietosire, preparò nel Coro due possibili sostituti e quando fu certa che potessero prendere il suo posto, nel momento del congedo, il 27 giugno dello scorso anno, alla fine della festa patronale in cui si era cantato in chiesa, comunicò che a settembre purtroppo lei non poteva più dirigere e proponeva Roberto Monticelli e Riccardo Bernardinello come successori. Così facendo tradì le molte illusioni di chi l’aveva scelta l’anno prima e si vide mollato l’anno dopo. La sua gente seguitò tuttavia a volerle bene, tanto da aver caldeggiato la sua assunzione all’Asilo (convinse i responsabili a resistere al Comune che voleva ristrutturare a modo suo e fu bandito apposta un Concorso, affinché lei avesse i titoli per essere assumibile dalla scuola materna). La Comunità della Cassina non era tenuta a farlo, e fece l’impossibile, senza alcun patto ma solo nella speranza che esistesse la gratitudine: lei poteva ben spendere un’ora a settimana per il Coro, dal momento che avevano fatto veramente l’impossibile affinché lei ne risparmiasse almeno 10, non più costretta a pendolare su Milano! Ora non è che questa corda – della gratitudine – manchi alla Maestra, ma le condizioni che le impedirono lo scorso anno di tenere i piedi in due scarpe sussistono. Lei non può inoltre mortificare la sua carriera, perché Cogliate offre molto di più: è il n. 1 della zona; è tenuta in palmo di mano quale professionista venuta da fuori; la Cantoria è il doppio di quella della Cassina, canta quasi il quintuplo (perfino in teatro e in processione per le strade, assieme alla Banda). Professionalmente il confronto non si pone neppure! Dunque ora è in grande difficoltà. Sa di deludere moltissimo ma non può farci nulla né vuole più concedere al pietismo di cui già si pentì. Come fare? La sua gente crede in lei, spera in lei, le vuol bene, la reclama come fosse cosa sua. • Come aiutarla? Il modo per sbloccare questa situazione è proposto come un vero dono di compleanno per la Maestra, da un cantore (anonimo giacché lo fa a nome di tutti i cassinatt come lui) il quale sta venendo per il terzo anno
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a cantare nel Coro di Cogliate. Spera anche lui, stavolta nella gratitudine e riconoscenza non della Maestra (che non può decidere) ma di Don Carlo (che può farlo) in cambio di tutto quanto umilmente e gratuitamente fatto sempre da lui per la Comunità di Cogliate. Così costui in tal modo, manifesto attraverso il giornale, chiede al Parroco: “Don Carlo, telefoni, la prego per pietà, al prete di Cassina Ferrara, e gli proponga la condivisione di tanto amato bene! Preparato bene tutto, a Natale e Pasqua può ben dirigere, da voi, quell’Adelio che già tante volte la sostituisce nei giorni feriali. Accontenti, la prego, la gente di Cassina, che ama la sua Maestra e vuole risusciti il suo Coro. C’è il detto “Tutti sono importanti ma nessuno è indispensabile”, ma MT davvero lo è per la sua gente, infatti si è visto: dopo di lei il diluvio! Non se l’accaparri! Pensi al titolo dell’intervista sulla sua Emmaus (Cantare con piacere e con gioia, in tanti) e che, andata via lei, ai tanti come me della Cassina è vietato non solo il piacere e la gioia, ma perfino di cantare!” Quale attaccamento per questa Maestra! Ora che succederà? Vedremo. Per intanto tanti auguri! Romano Amodeo
2. d’avere tolto alla Comunità la possibilità di potere scegliere una persona più riconoscente, in cambio dell’aiuto ricevuto; e Amodeo aveva giudicato mafioso un comportamento del genere, che dà per pretendere in cambio. 3. d’avere fatto mandar via Massimiliano, un appassionato e giovane Maestro; e Amodeo aveva scritto che l’avevano costretta gli altri a restare, per acclamazione. 4. per poi lasciarli in asso l’anno dopo; e Amodeo aveva spiegato che vi era stata costretta dal suo senso del dovere: aveva promesso a Cogliate il tempo pieno, essendo precaria a Saronno. 5. che era stata irriconoscente con un Parroco che l’aveva aiutata non solo in quel caso, ma anche in passato, per l’altro incarico di docenza che aveva avuto a Milano presso le Orsoline; e Amodeo difese l’autonomia delle scelte personali. Specie un sacerdote deve dare sempre disinteressatamente, sempre gratuitamente. Insomma la gente la giudicava come il cuculo: come quell’uccello che mette l’uovo nel nido d’altri uccelli, un uovo che fa un pulcino assassino dei fratelli adottivi, perché butta fuori tutte le altre uova, e resta, da solo, a farsi allevare, egli così grande, dai suoi due piccoli genitori, orgogliosi d’un figlio così grande e bello a vedersi, ma assassino dei fratelli adottivi! E Amodeo smentì tutto ciò, dimostrando come lei si fosse comportata – in tutto e per tutto – con un vivo senso del dovere: non era andata via dalla Cassina se non dopo di avere trovato (e messo anche alla prova) due validi sostituti. Amodeo scrisse chiaramente che lei non aveva colpa se questi, poi, s’erano arresi e che solo a causa di questa loro mancanza la cantoria poi si fosse disciolta. Una difesa puntuale, inappuntabile, giacché poggiata tutta sul rispetto di quanto era doveroso per legge, anche se tutte le persone, con riferimento alla legge, avevano, come si suol dire: ciurlato nel manico. Che esista tutta questa difesa “inappuntabile”, giacché poggiata sul valore stesso della “legittimità”, lo attestano tutti e due gli articoli, scritti in modo sereno e tale da assicurare il rispetto più ampio a tutte le persone. Controllate, vi prego! Perché se nemmeno voi lo fate, rischiate voi pure d’essere assimilati ai tanti che hanno parlato a vanvera, su cose non volute conoscere con esattezza. In tutta questa storia è accaduto che persone intelligenti e capaci sono state oscurate, nelle loro facoltà razionali, in un modo assolutamente incredibile! Forse «la Santa» era convinta che l’avere vinto il concorso, a quelle condizioni, fosse stato un suo unico merito? No, la sua ragione non poteva essere divenuta così ottusa. Forse la Cantoria era convinta che Amodeo avesse agito male? Nemmeno. L’intelligenza era stata solo messa a tacere, volutamente, dalla paura di perdere la Maestra. Forse «la Santa» si era inferocita giacché si era fatto conoscere che lei aveva accettato un aiuto non sollecitato e ora non accettava il ricatto… però non si dimetteva? Nemmeno! Questa è la sola verità: “Chiunque altro avesse scritto quegli articoli non le avrebbe fatto né caldo né freddo. Il solo Amodeo non doveva permettersi di farlo, perché da lui sembrava esigere la perfezione: infatti, se non le andava mai bene nulla. Il motivo di fondo poteva essere solo che con lui era esigentissima e doveva sempre fargli il pelo e contropelo. Lo voleva “santo” come lei! Non si poteva neppure affermare, infatti, che la Maestra non volesse scritti su di lei. Si può esserne certi: aveva accettato di essere intervistata su Emmaus ed aveva raccontato lei stessa della sua vita. Emmaus non era un giornaletto che moriva in Cogliate,
Che successe? Alla fine, avvenne l’incredibile (una cosa che non si può credere): che la brava gente della Schola Cantorum di Cogliate scacciò dal Coro il cantore Romano Amodeo che aveva scritto questo articolo e chiedeva riconoscenza! Per riconoscenza, il cantore fu cacciato dal Coro della Chiesa (che non caccia mai nessuno) per avere commesso un crimine indicibile… che non ci fu. Dove fu la grave colpa, d’Amodeo, per essere infangato moralmente in questo modo? Cercatela e non la troverete! Gli articoli del giornale furono in edicola il sabato; domenica, 7 ottobre 2.001, si cantò in Chiesa. La moglie di Sandro Basilico rimproverò Romano: “Hai fatto a noi proprio un bel servizio! La Maestra se ne andrà!” «La Santa» telefonò a Romano la sera stessa in cui lesse gli articoli, inferocita: “Smentisci tutto o ti denuncio!” “Non c’è niente da smentire! È tutto vero!” “Sono tutte bugie e travisamenti!” e attaccò. Amodeo la richiamò immediatamente e cercò di farle capire, con tre telefonate successive e toni sempre più accesi (perché sempre lei le aveva troncate, udite appena poche battute) che la gente sparlava di lei, che si era lamentata perfino presso il Comune di Saronno e che, se egli non l’avesse difesa così, lei avrebbe rischiato di perdere il posto. “Se lo perdo me ne cercherò un altro, ma tu fatti gli affari tuoi!” Che cosa doveva smentire, Amodeo? il fatto che era stata aiutata? Giudicate voi. Nel concorso, per entrare all’Asilo come Maestra esperta in musica, la pubblicità era stata fatta in modo tale che solo lei l’aveva saputo e s’era iscritta, nel mentre concorsi così, pubblicizzati a dovere, informano tutta l’Italia e richiamano centinaia di candidati, da tutto il Paese, per ogni posto disponibile. Se poi una selezione fosse stata necessaria, le avevano messo, come il Commissario esperto in musica, il Maestro Lotito! Potete leggere da voi, nella sua stessa intervista, quante relazioni intercorressero tra loro due. Questo è il massimo favoritismo che può essere attuato, a favore d’un candidato: ridurre i concorrenti al lumicino e farli esaminare da chi non può essere imparziale! Se Romano, nei suoi articoli, avesse dovuto trovarla, la colpa sarebbe stata solo quella d’avere presentato egli stesso gli argomenti in modo partigiano e troppo favorevole a lei. Infatti, di questo la gente l’accusava e così Romano l’aveva difesa: 1. d’avere preso in giro l’intera Comunità; e Amodeo aveva negato lei l’avesse fatto.
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era su Internet! Pertanto lei, accettando di parlare in quella sede, si era posta, da sola, alla ribalta mondiale ed era segno che, se non le piaceva, di certo non le dispiaceva. Unica possibile ragione, questa, legata al particolarissimo destino che la pone rispetto ad Amodeo, di fatto, come Maestra esigentissima! Quello che le aveva detto lui, una volta con estrema chiarezza: “T’ho eletta a Maestra della mia vita!” E lei si comportava così. «Alla Santa» non era mai premuto il giudizio morale delle persone. Quando prima volle e poi non volle più essere suora, lo fece nonostante la disapprovazione di moltissima gente! Quindi che la giudicassero una profittatrice, nella storia del suo concorso, non le interessava granché: lei aveva fatto le sue «Sante» ed inattaccabili scelte! Le avevano fatto ponti d’oro per incastrarla? Peggio per loro! Non si dà per avere, specie nella Chiesa. La sua posizione morale era di ferro! Perché Amodeo si metteva a difenderla come se dovesse essere difesa? Che egli lo facesse… ne soffriva; in fondo (molto in fondo) ci teneva al suo giudizio, anche se voleva dare a vedere, innanzitutto a se stessa, che non era vero. Per questo arrivava a maltrattarlo… ma maltrattava se stessa: diveniva sprezzante e volgare. Si sarebbe dovuta dimettere? E perché mai? A causa della violenza tentata su di lei dagli altri? Avrebbe ceduto al ricatto, se fosse andata via, perché quello era un concorso pubblico e lei vi aveva partecipato e lo aveva vinto. Questo ragionamento era impeccabile. Oh, lei non era una cretina che credesse di non essere stata aiutata, ma si riteneva sufficientemente intelligente da essere molto convinta che la sua posizione morale era quella giusta. Quindi non si sarebbe mai dimessa, e faceva bene a pensarla in tal modo e a non doversi nemmeno mettere a dare spiegazioni. Chi voleva l’intendeva, chi no peggio per lui! Ma – accidenti! – perché Romano non la capiva? Da qui il dispetto! Se il lettore ci fa caso, tra Amodeo e questa donna c’erano punti di assoluta identità di carattere, ed anche di giudizio sui valori. Ma esistevano posizioni diametralmente opposte sugli atteggiamenti giusti da seguire. Amodeo era come un missionario che tentasse di infondere la virtù morale; lei era come una suora di clausura, che ne faceva tesoro, credendo in una assoluta privacy! Chi aveva ragione? Tutti e due, combinati assieme: l’unità è infatti la combinazione tra i valori perfettamente opposti: N/1 × 1/N = N/N = 1. Dio li aveva messi in questa condizione, nella realtà relativa, perché si correggessero per sempre l’un l’altro. Il nocciolo della questione tra loro stava tutta e solo qui: erano due Maestri nei contrapposti campi e avrebbero dovuto trovare un accordo essenziale, fondato su Gesù Cristo. Ma lei, troppo “santa”, era già stata costretta a scappare una volta da come le sue ragioni di Cristo si traducevano poi nella concreta realtà, che non può mai essere perfetta… Tutto il resto, nei litigi di queste due persone, era assolutamente inconsistente, infondato: la pensavano, infatti, nello stesso e preciso modo, sui valori di fondo. Il martedì 9, a Cogliate, Romano trovò del solito umore la Maestra ed ebbe la netta percezione che la buriana tra loro, dopo quel secco e vibrante scontro-incontro telefonico, fosse del tutto passata. Era restata invece l’onda lunga indotta in Cantoria. Quei sempliciotti non avevano capito nulla e credevano che i fuochi sacri «della Santa» fossero davvero quella smania di vendetta, contro lui, che lei dava a far vedere. Non era così: «la Santa» mostrava solo la sua baldanza e non era animata da nessuna cattiveria. Era solo indispettita, ma le sarebbe passata facilmente, quando avesse capito che il suo presunto avversario era solo il suo naturale complemento all’unità. Non era stupida e l’avrebbe compreso. Ma quando si mettono in
mezzo i terzi incomodi, a fare i partigiani, rovinano tutto. E questo fecero a Cogliate: credendo di agire per favorire lei, le tolsero di torno il principale suo difensore. Raffaella Minoretti, presidentessa della Schola cantorum, gli telefonò l’11, senza trovarlo. Lo richiamò il 12 sera e gli ufficializzò come il Consiglio Direttivo, sulla base del suo intervento giornalistico, l’avesse espulso! Inaudito! Che brave persone! Amodeo le osservò: “Ma come? La legge dell’uomo, inferiore a quella di Dio, non inizia neppure un processo quando non c’è l’accusato e quando non c’è neppure il suo avvocato!” E che inciviltà! colpire nell’ombra chi ha espresso tutto alla luce, nero su bianco! E senza il coraggio di una accusa scritta e circostanziata! Egli non accettava questi sistemi barbari e si sarebbe presentato a difendere le sue ragioni. Il martedì 16, però, non stette bene e lasciò, nella segreteria telefonica della presidentessa, l’affermazione “che si sentiva come Gesù nell’Orto degli ulivi.” Romano preparò allora una sua difesa scritta, in cui sviscerava tutto l’argomento, dimostrando, punto per punto, che non aveva fatto nulla di male. Avrebbe trasmesso il documento al Consiglio della Cantoria, se il santo spirito «della Santa» non si fosse nuovamente sentito provocato. Per evitarlo, si recò a casa sua e suonò all’ingresso. Venne sua madre ed egli la pregò di consegnare alla figlia quel documento; si raccomandò che glielo desse e dichiarò che avrebbe atteso di sapere se la figlia avesse qualcosa in contrario a che egli lo trasmettesse al Direttivo della Schola Cantorum. Mentre stavano parlando educatamente, uscì dalla porta sul cortile la sorella «della Santa», che rimproverò la madre: che venisse dentro e smettesse di parlare con quello li! Questo era il tono usato contro la sua cortesia… dalle molte «Sante» di quella casa, che prive di peccati, potevano permettersi di scagliare tutte quelle pietre contro di lui. La Madre «della due Sante», da bravo angelo, non seguì quella «Santarellina», nel suo atteggiamento cafone e Romano, in sé, le fu grato, le riconobbe stile e buona educazione. Cortese, anche se gelida, rispose solo che, in quelle cose, lei non c’entrava e che la figlia avrebbe deciso che cosa fare. Si lamentò solo che, sul giornale, egli avesse dato notizia di un’assemblea sulla ristrutturazione dell’asilo e Romano le rispose che egli aveva riportato la notizia esattamente per come era già affissa nella bacheca del Centro Giovanile. «La Santa» seguì l’atteggiamento della «Santarellina» e non della madre. Non scese dal cielo e non si degnò di rispondergli, in relazione a quel documento. A lei, che egli facesse qualsiasi cosa, non andava mai bene. Chi è in clausura e crede giusto che tutti lo siano, non apprezzare i metodi di chi è invece in missione (e crede anch’egli giusto che tutti lo siano). Chi cerca un dialogo su queste basi, con chi lo strozza per partito preso, non lo apre, ma crea solo un nuovo tipo di contrasto. E anche qui successe la stessa cosa. Per far capire, coi fatti e non con le parole, a Romano cosa egli stesse facendo, «la Santa» gli si oppose in perfetta simmetria, come se gli dicesse: “Vuoi comunicare con i Dirigenti del Coro presso cui io lavoro? Bene! Allora io comunicherò con coloro che Dirigono dove tu lavori! E così vedrai come ti senti!” Telefonò nella Redazione di Informazona e fissò un appuntamento con la Direttrice del settimanale che aveva pubblicato i due articoli. Per farsi ben capire, parlò un’ora con Marina Ferrero, il Direttore di Informazona. Lei, Maestra del Coro, ci teneva moltissimo ad insegnargli… a dargli una sonora lezione!
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Non sono mai trapelate, dalla riservatezza della Marina Ferrero, le parole dette in un colloquio che volle essere confidenziale; ma l’argomento poteva essere solo uno: grave violazione, lamentata «dalla Santa», della sua privacy. Era vero! La suora di clausura biasimava il missionario che entrava nelle coscienze, seppure per convertirle al vero Dio. Questo gesto non fu così malevolo come a tutti (e forse anche a lei stessa) sembrò. Vere “ragioni di forza maggiore” le tolsero ogni altra libertà. “Forza maggiore” era la sua profonda convinzione che l’ideale fosse sempre il far tesoro di se stessi… Già! Ma chi il tesoro non l’aveva, o l’intendeva male, doveva restare condannato al suo stato? Non doveva avere uno che provasse a entrare nella sua coscienza a mettergli quella perla che lei, la “santa” fortunatamente aveva? In clausura lei si disinteressava di costoro! Se nel suo Coro pensavano male, perché egli non avrebbe dovuto tentare di fargli capire? «La Santa», parlando con la Direttrice di Informazona, agì apparentemente in modo infido, contro Amodeo. Ma fu, ripeto, pura apparenza. La provvidenza di Dio doveva far apparire che lei non si fidasse della buona fede di Amodeo e reagisse così, ella pure, in quel modo così infido. Amodeo ha scoprendo quale profondo accordo si celi in quest’apparente contrasto. «La Santa» non ancora, si accorgerà solo in Paradiso che l’apparente odio era amore… per un accordo impossibile, tra due valori esattamente uguali ma contrapposti. Lei, Maestra di Musica, avrebbe potuto pensare ad un Canone, in cui due ritornelli identici, contrapponendosi nel tempo, giocano assieme in una perfetta armonia. Il Canone non violava la privacy del motivo (e il missionario rispettava le regole): • Amodeo pubblicò il suo nome e cognome quale la vincitrice d’un Concorso Pubblico, il che è un dato di pubblico dominio. • Non indicò il cognome nella pagina di Cogliate; non scrisse l’anno della sua nascita. • Aveva tutto il diritto di citare il testo dell’intervista rilasciata da lei su Emmaus, giacché diffuso su Internet. Tutti gli elementi messi da chiunque su Internet – testi e foto – sono inseriti appositamente perché diventino conoscenze di tutti e siano usati, scaricati, citati liberamente, senza ledere da quel momento in poi più alcun diritto alla privacy. • Le foto di quel servizio erano parte su Internet e parte erano state scattate in un Concerto tenuto in pubblico. • La riproduzione d’un quadro di lei, dipinto da Amodeo, era una proprietà artistica solo di chi l’aveva realizzato e anche bene, riproducendo un bel volto: sui giornali si pubblicano, e con libero diritto, perfino le ridicole caricature dei personaggi! • «La Santa» era un personaggio pubblico. Era apparsa in pubblico in molti spettacoli ed aveva rilasciato ella stessa un’intervista rivolta al pubblico di tutto il mondo perché, diffusa attraverso Internet, se ne parlasse! • I fatti privati di Amodeo con lei non c’entravano minimamente. C’erano poi state richieste scritte e firmate affinché egli intervenisse sull’argomento! La Direttrice del settimanale non conosceva tutte queste argomentazioni che assolvevano interamente l’operato d’Amodeo. Trovatasi però davanti «la Santa» e tutta la sua santità, per evitare grane terra terra al giornale, le chiese scusa! Amodeo pure si scusò, sul giornale, ma solo per aver dovuto fare soffrire. Era egli pure «un Santo», senza colpe e due Maestri, colleghi «della Santa» concordarono: .
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1. Lotito, letti bene i 2 articoli su «la Santa», li apprezzò e volle ugual trattamento, un’intervista sul numero 2 di quel settimanale; 2. Monticelli, intervistato anche lui, elogiò Amodeo, per come si fosse comportato. Furono dimostrazioni e prese di posizioni pubbliche e pubblicate su Informazona e non bisbiglii tra strizzatine d’occhio come se, in questi modi, si dicesse chissà che cosa! Il Maestro Monticelli era il più apprezzato organista in Saronno, era a conoscenza dei fatti in Cassina, essendo il padre di Roberto, che aveva fatto l’organista alle dipendenze di lei ed essendo il Maestro di Riccardo Bernardinello, che era stato a lungo organista e corista egli stesso nel suo Coro. Era dunque il parere di una persona molto bene informata. Sul Maestro Lotito si rilegga quanto lei stessa aveva scritto di lusinghiero nell’intervista rilasciata su Emmaus e ripresa nell’articolo “Torna a casa Lassie?”. «La Santa» avrebbe dovuto dar retta a costoro, dichiarasi lieta anche lei... e invece no! Non lo fece perché il problema, per lei, non era quello. Sapeva benissimo che era stata ben difesa… ma lei riteneva di non doversi difendere! Lei, per prima cosa, era «la Santa» e non ne aveva bisogno! Per seconda non si sarebbe fatta difendere dal suo esatto opposto! Insomma, se lei avesse voluto un difensore, se lo sarebbe scelto a modo suo e non sarebbe stato certo… quella persona lì, con la quale lei era in assoluto disaccordo sui modi. «La Santa», di fatto, dette a Romano una lezione così dura da indurlo… a mettersi interamente nelle mani della Provvidenza! Una cosa degna di «una Santa». Egli, messo di fronte a un giudizio in cui sembrava che nulla, di quello che umanamente facesse fosse mai giusto (appena era coinvolta nel giudizio «la Santa») decise che la santità che così duramente lo giudicava gli stava bene, ma egli, se non era proprio buono a nulla, non sarebbe stato più buono nemmeno per mangiare e per bere. Se la Provvidenza non provvedeva a rinfrancarlo un po’ sarebbe morto in pochi giorni. Due anni prima si era consegnato così alla Chiesa e questa volta si metteva nelle mani della Provvidenza, ma in modo ancora più secco: o di qua o di là in pochi giorni, non aveva più voglia di attendere mesi. Suicida? Ma nemmeno per idea! Aveva confidato nella bontà della Chiesa ed era ancora più certo che la Provvidenza non l’avrebbe fatto morire. Qualcosa sarebbe successo, di miracoloso, o sarebbe andato in Paradiso come vittima altrui, dettata dalla sua Fede. Amodeo consegnò così una lettera di spiegazioni alla Marina Ferrero, ordinandole di non dir nulla a nessuno: lei avrebbe dovuto tirare fuori quella lettera solo se la Provvidenza di Dio avesse deciso di farlo realmente morire. Il suo gesto, così estremo, non doveva essere giudicato un possibile ricatto, dalla gente. Ne avrebbero appreso le ragioni solo a cose avvenute, affinché si pentissero e si salvassero. E Dio, il solo vero responsabile implicato da Amodeo in questa vicenda, non doveva essere informato, Egli sapeva già tutto! Dopo d’avere consegnato quella lettera, di dimissioni dalla vita, al Direttore del suo giornale, Amodeo se ne tornò a casa, molto afflitto, e trovò immediatamente nella cassetta delle lettere quell’evento provvidenziale che lo salvò. Era una lettera, di posta prioritaria, spedita 22 giorni prima, dalla sua Maria Grazia, da Montesilvano. Se essa fosse arrivata il giorno giusto, non sarebbe servita, ma giunse proprio quella mattina, quando fu – per i suoi contenuti – l’evidentissimo segno della Provvidenza, che
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Amodeo aveva chiesto, per ritenere giustificabile ancora il suo esistere, laddove nessuno più credeva in lui, tanto che riconoscevano sbagliata qualsiasi cosa egli facesse. La sua Fiordaliso scriveva a lui che era salita sul suo carro ed era contenta, sicura che egli non l’avrebbe mai più lasciata sola… Romano come avrebbe più potuto lasciarla sola? E volle restare ancora al mondo, ora che non c’era più sua madre… perché c’era lei, salita sul suo carro. Avendo avuto, ancora una volta, la conferma che la Provvidenza di Dio, se non degli uomini, non l’aveva abbandonato, Amodeo corse immediatamente al giornale e mostrò quella lettera. Spiegasse a lui, la stessa Direttrice, se quello fosse, oppure no, il provvidenziale intervento, del destino, che egli aveva invocato! La Direttrice di Informazona può essere buona teste di tutto ciò, ma anche Don Maurizio, di Cogliate, che vide e lesse, successivamente, quella lettera di Maria Grazia (omesso). Questa volta non occorsero 57 giorni, ma solo un paio d’ore, tra l’assunzione, da parte di Romano, del suo proposito di rischiare la morte, sulla fiducia, e quanto lo consigliò a recedere. Una molla era prontamente scattata in suo soccorso ed aveva agito ancora sulla stessa e potente leva, che valeva per lui: l’amore e il senso di responsabilità, che egli aveva, per chi veramente dipendeva da lui e gli si affidava, in modo assoluto e disarmato.
Anzi, nel caso che aveva coinvolto lei, aveva avuto tanti dubbi – se farlo o no – che, per altri, non avrebbe assolutamente avuto.
Una cosa, per quanti sforzi avesse fatto Amodeo a capire, risultava evidente: quello che era successo era tutta e solo una bolla d’aria, priva assolutamente di ragioni vere. Per sgonfiarla sarebbe bastato solo un pizzico di buona volontà. Infatti nessuno ce l’aveva con nessun altro, ma solo contro avversari presunti che non esistevano. Del resto a Cogliate l’avevano già visto, che da sé, da solo, se n’era andato via l’anno prima, quando aveva capito di dar fastidio «alla Santa». “Ma allora perché sei tornato?” “Perché adesso ho Maria Grazia e se «la Santa» mi maltratta peggio solo per lei, io non mi faccio più irretire fino a star male, come mi era successo prima.” Perché doveva farsi ancora condizionare la sua vita, da lei, per la quale egli non aveva alcuna importanza? Se egli non aveva alcun peso nella vita della Maestra, che ci fosse o no, per lei, non sarebbe cambiato nulla, ma intanto egli avrebbe cantato nel Coro, cui teneva molto e non a causa di lei, ma di loro. Appena gli fosse riuscito – perché stava veramente male – Amodeo doveva andare assolutamente a trovare Don Carlo e consigliarsi con lui. Il bravo sacerdote gli avrebbe spiegato qual fosse la cosa giusta da fare. Era abbastanza al di sopra delle parti e persona matura, tale da non essere menato in giro, egli pure, dalle sciocchezze che invece colpivano gli altri. Quella situazione, costruita tutta su un malinteso, doveva essere semplicemente sgonfiata, da una persona avveduta. Non c’era nessun motivo valido per il quale quel Coro parrocchiale non si avvalesse della sua preparazione e del suo valido apporto. Il Parroco avrebbe potuto convincere le parti che tutto quello che stavano cercando d’ottenere, in quel modo così autolesionista, era del tutto inutile: Romano Amodeo era già altrove con i suoi sentimenti e, se aveva agito così alla Cassina in favore «della Santa», lo aveva fatto perché, in identiche situazioni, avrebbe aiutato tutti e non solo lei.
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facevano? Mi buttai in acqua, sapendo di dovere lottare anche contro la sua determinazione a non farsi aiutare da me.” “Ma perché non ne hai parlato con lei? Prima di pubblicare quegli articoli, non era meglio che tu le chiedessi il suo parere?” “L’ultima volta che cercai di farlo, per aiutare i tenori della Corale, che non riuscivano a sbloccare la loro voce, mentre stentavano con un’Ave Maria, mi mise a tacere, in un modo tale, che io rischiai un grosso guaio per la mia salute. Da quel giorno, io avevo giurato a Dio di non cercare di dirle mai più nulla.” “Ma poi l’hai fatto sul giornale!” “No. Io lì non mi sono rivolto a lei, bensì a chi non conosceva la verità: la gente di Cassina Ferrara e voi, del Coro di Cogliate. Che male ho fatto, Don Carlo? Io, sul giornale, ho pregato lei, il Parroco, addirittura per pietà! La preghiera di fare una telefonata a Don Luigi; di scoprire, tra voi due, se esistesse la possibilità d’un accordo. Io mi sono mosso come operatore di pace! Una richiesta pubblica, chiara, tutta lì da leggere, nero su bianco, di stabilire un accordo, è forse un peccato così grande che, per averla fatta, un cantore sia estromesso da un Coro parrocchiale? Sono stato scacciato per avere svolto, con vera coscienza e senso profondo della giustizia, il mio lavoro in modo eroico. Svolgendolo, non ho offeso nessuno, non ho attaccato nessuno, anzi ho pubblicamente scritto che bisognava difendere la Maestra. Legga, rilegga, per favore quell’articolo! Mi dica che cosa c’entra, la Cantoria, con il mio lavoro, visto che io l’ho portato avanti onestamente e proprio nel manifesto intento di favorirla? Sull’articolo è scritto: bisogna aiutare la Maestra del Coro! Lo rilegga, per favore!” “Ma no, nessuno ti ha estromesso per questo! Hai certamente sbagliato a capire. Vedrai: ne parlerò io stesso con Raffaella, appena torna da Lourdes!”
Amodeo incontrò Don Carlo verso la fine d’ottobre del 2001 e – mentre parlava – miseramente piangeva. Sì, non è dignitoso, non è normale in un uomo di 63 anni compiuti; ma non dimenticatelo mai: Romano è restato, nel suo mondo interiore, sempre quel bambino che doveva morire a 2 anni. Dio, estendendo la sua vita, per l’intercessione della Madonna, non accetto che – per un dono! – gli si corrompesse il centro di sé, quel modello, semplice e candido, che ha solo un bimbo di due anni, che ancora non conosce la falsità, la perfidia, l’autodifesa, spinta ai limiti dell’ingiustizia. Amodeo raccontò al Parroco come, una sera d’alcune settimane prima, gli avesse telefonato Raffaella e gli avesse riferito che il Consiglio Direttivo del Coro, riunitosi, aveva deciso che egli non dovesse più andare da loro. Praticamente l’avevano scacciato sulla base dei due articoli scritti da lui. “Ma no! Non possono averlo fatto! Da un Coro della Chiesa non si scaccia mai nessuno. Forse ti hanno solo rivelato che sarebbe stato preferibile che tu non ci andassi più…” “No Don Carlo, mi avevano proprio espulso. Sono io che ho fatto osservare l’ingiustizia di questo provvedimento a Raffaella, dicendole che esigevo di potermi difendere.” Amodeo e Don Carlo ebbero un lungo colloquio e il cantore spiegò tutti i termini della questione, veramente grave, che era successa a Saronno, in relazione ai presunti comportamenti di questa Maestra del Coro. Era finita in mezzo a chiacchiere che a lui dispiacevano, perché erano ingiuste e infondate. Ora, se lei stava loro a cuore, erano tenuti ad aiutarla anche lì, anche se lei non lo voleva e non lo chiedeva espressamente. Gli spiegò che era stato a lungo indeciso, anch’egli, se pubblicare o no i due articoli chiarificatori, perché sapeva benissimo quali rischi avrebbe corso. Per esperienza, ormai certa, lei giudicava sempre in modo negativo tutto quello ch’egli compiva in suo favore. “Ero dunque indeciso sul da farsi, ma, il primo martedì di febbraio, ci fu la catechesi, e proprio lei, Don Carlo, lesse il pensiero del Cardinale Martini: ‘Non si può nuotare sempre dove si tocca’. Quell’articolo spingeva il cristiano ad una maggiore audacia. Così, letto proprio mentre mi chiedevo se dovevo rischiare, mi decisi a nuotare dove non si tocca, a rischio d’annegare. Ed ora sto annegando. Il compito d’un giornalista è quello di far luce sulle questioni oscure, specie quelle che portano ad attribuire colpe e responsabilità a chi non le ha. Se io non mi fossi mosso per fare chiarezza ed aiutare la Maestra, anche suo malgrado, ci andava di mezzo il mio essere un buon cristiano. Compresi a fondo il consiglio del Martini, lo intesi rivolto proprio a me, che avevo nell’animo quella domanda: “Rischio? Non rischio?” e lo seguii alla lettera e mi buttai in quelle acque tempestose. Feci male, Don Carlo? Non dovevo farlo? Dovevo considerare le possibili conseguenze, contro di me, e lasciare affogare la Maestra, nelle ingiuste accuse che le
Era ormai imminente il primo martedì di novembre; Amodeo aveva deciso che si sarebbe presentato, finalmente, per il faccia a faccia che aveva chiesto ci fosse con le persone della Cantoria. Affinché tutti i cantori presenti non fossero impreparati a quell’importante cosa che sarebbe accaduta (un severo giudizio nei suoi confronti), scrisse un promemoria e lo trasmise a tutti, uno per uno. Quando lo consegnò alla casa di quell’Alessandro Basilico che era stato colui che, per primo, l’aveva invitato ad andare a cantare con loro, trovò presenti tutti e due, marito e moglie. Rivelò loro, in un momento in cui era fortemente agitato, che non stava esagerando, giacché quella questione, che per loro significava forse ben poco, perché non erano essi ad essere cacciati, per lui era stata una causa così acuta da averlo di recente completamente destabilizzato e quasi fatto impazzire per la sofferenza. “Siamo tutti un po’ fuori di testa.” ironizzò Sandro. “No, io davvero: avevo deciso, e non era uno scherzo, di non volere più vivere in un mondo così malvagio. Voi dovreste comprendere il mio stato: mi avete visto, con i vostri occhi, come fui ridotto dall’incomprensione della Chiesa e come non mangiai veramente più per 57 giorni.” “Ma te lo volesti tu! Non puoi incolparne gli altri!” intervenne sua moglie, che parlava nuovamente a sproposito e aggiunse: “Come adesso non puoi fare alcuna colpa a noi!”
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Di fronte all’incosciente superficialità di questa donna, abbastanza intima della Maestra da averne assorbito buona parte delle prevenzioni, Amodeo cercò di farle capire: “Non t’importa nulla che io muoia perché avete la precisa colpa di trattarmi ingiustamente? Dici che non sono fatti vostri?” e stava nuovamente impazzendo, di sofferenza, di fronte a queste persone che non riuscivano a rendersi conto della gravità del suo stato: “Ma sai cosa significa non voler più vivere?” e stava ora gridando, picchiando un pugno contro il muro della casa, in preda ad una sofferenza divenuta all’improvviso acutissima. Sicché assistettero direttamente e non per sentito dire, in che stato pietoso l’avessero ridotto proprio loro con la loro insensibile superficialità. Ed ecco come reagirono. “Ehi, tu, non dimenticare che sei qui a casa mia! Come ti permetti di gridare così davanti a casa mia?!” gl’intimò quella donna, che dimostrava, in modo lampante, di non potere capire la gravità della situazione. Romano, infatti, avrebbe – e lo giuro! – voluto morire lì davanti a lei in quell’istante, per assistere dal cielo a che cosa sarebbe passato – solo allora, forse – nella coscienza così disumana di lei, di loro, eppure bravi cristiani! Sandro era uno che andava a prestare aiuto ai debilitati… Ma ne vide uno che, in quel momento, lo era più di tutti e non fece nulla, forse non se ne accorse nemmeno, perché altrimenti avrebbe preso molto sul serio la cosa, avrebbe letto e ben meditato quella comunicazione! La gente, molto spesso, non si accorge neppure che cosa fa, quali sconquassi determina negli altri, e si tira fuori dicendo: “Io non c’entro!” Accade questo poi, specialmente quando è organizzato nella forza di un destino comandato tutto dalle ragioni della cosiddetta “forza maggiore”.
Ora, nel 2001, si sono create le condizioni per consentire a voi di restituirci il favore di risuscitare la nostra Cantoria, restata senza Maestro. Io vi ho messo in condizione di pareggiare il conto. Conseguenza? Avete accusato proprio me, di quella Cantoria, di volere portare via la Maestra a Voi, quando siete stati proprio Voi – evidentemente più bravi e simpatici – a portarla via a noi per i vostri indubbi meriti. Non solo, ma avendo io cercato di risolvere la difficile situazione ora della mia Cantoria, non avete dimostrato un comportamento analogo al nostro. La vostra Presidentessa, intendendo sopravvalutato il mio appello d’aiuto, mi ha testualmente detto: “Hai scritto come se solo tu avessi fatto qualcosa per la nostra Cantoria… E noi? Noi non avremmo fatto nulla (tanto da perderla a Natale e Pasqua)?”. Segno evidente che la Lei ignorava la storia che vi ho raccontato. Ma ho forse scritto di “volervi portar via la Maestra”? Ho solo pregato Don Carlo di contattare Don Luigi per risolvere questo problema, gravissimo per noi. Perché la nostra Cantoria non esiste più. A voi non importa? Beh, a noi – così cattivi come siamo “coralmente” giudicati – importò, quando si trattò della vostra. Credete che non abbia ragione, un cantore di Cassina, a suggerire un possibile modo per cui esista la riconoscenza di voi di Cogliate? Io ho parlato a nome di tutti quelli che furono sinceramente felici di farvi risolvere lo stesso problema che abbiamo ora noi, e che fate in cambio, mi cacciate?
Ecco una delle 35 lettere con le quali Amodeo ritenne giusto d’informare e preparare tutti i cantori del Coro, perché sapessero su che cosa si dovessero esprimere e non facessero come sempre avviene: che pochi facinorosi e malintenzionati decidano a nome di tutti, tenendoli all’oscuro dei fatti e facciano così commettere vere porcherie alle molte e brave persone, tenute volontariamente nell’ignoranza. Questa fu la lettera inviata ad Anna, quel contralto che era andata a cantare a San Giovanni il canto scritto da Romano; ciascuno ebbe la sua, nominativa. Anche «la Santa». Cara Anna ti prego: facciamo il punto, sulla situazione; e – ti prego nuovamente – che nessuno abbia la coda di paglia, io per primo! PRIMA QUESTIONE: aver cercato di portarvi via la Maestra. Nel 1997 la vostra Cantoria aveva bisogno d’un Maestro. Devi sapere (perché non puoi saperlo) che Maurizio, il vostro ex-Presidente, rivelò questo vostro reale bisogno a qualcuno di noi della Cantoria di Cassina Ferrara. Così Enzo Vannucci (un basso del Coro di Cassina Ferrara, e non lo fece solo di testa sua, ma d’accordo con altri della sua Cantoria) gli propose, generosamente, d’avvalersi di Maria Teresa e dunque lo invitò a chiedere a Lei se fosse disposta a venire anche da voi. Noi fummo felici di consentirvi, condividendo la sua brillante opera, di far funzionare a dovere il vostro Coro, così come lei già faceva funzionare bene il nostro. Non avemmo nemmeno il sospetto o la paura che poi voi la costringeste a scegliere solo voi, a tempo pieno, piantando in asso noi. Però cambiò la Direzione della Cantoria e queste premesse non furono più risapute, così ciascuno portò acqua al suo solo mulino e all’atto pratico (senza saperlo) ci “scippaste” una Maestra che noi stessi vi avevamo proposto.
SECONDA QUESTIONE: violazione della “privacy” della Maestra. Lei ha umanamente ragione, cristianamente giudicate voi. Umanamente non importa nulla se mi approva incondizionatamente un osservatore competente ed imparziale (ma anche a conoscenza diretta dei fatti, come il Maestro Angelo Monticelli, padre di Roberto e Maestro di Riccardo, i due che suonarono e cantarono per un anno con la Maestra e che furono proposti da lei come i suoi possibili successori). Umanamente non importa nulla che lo stesso Maestro Lotito, letti i due articoli “incriminati”, abbia giudicato che ho descritto la Maestra come lei è (una persona bella, brava, corretta e desiderata) e che, letto i due articoli, abbia voluto essere intervistato da me, per un servizio sulla sua Banda. Anche se tutto il mondo umano si accorgesse di come io abbia difeso proprio il diritto all’autonomia della Maestra, io vi sono passato veramente sopra, per le sole leggi dell’uomo, pur difendendo. Umanamente dico: “Mea culpa”, e ho chiesto “scuse” pubbliche, sul giornale degli uomini. Ero incerto se doversi umanamente difendere o no chi non lo avrebbe mai capito, né gradito. Mi convinse a farlo, veramente, proprio l’invito cristiano del Cardinale Martini, nella catechesi del 1° martedì d’ottobre: “Non si può nuotare sempre dove si tocca”. Per me “nuotare dove non si tocca” ha significato correre il rischio umano d’aiutare la persona “suo malgrado”. Secondo la legge dell’uomo il mio rispetto della “privacy” è condannabile e “bontà sua” se la Maestra non ha inteso di “infierire” per la violazione umana. Io però, nel libero esercizio del mio modo (anche criticabile) d’essere cristiano, credo sia necessario emulare, nei chiari limiti della mia misera vita, quel Gesù Cristo che “violentò” a tal punto la logica umana della religione del tempo, che i sacerdoti si “stracciarono le vesti” e, non intendendo assolutamente d’essere aiutati da lui che si era “impicciato” e voleva sostituire l’amore alla pura vendetta del “chi sbaglia paga”, gli fecero pagare l’oltraggio a duro prezzo: con la morte in croce. Per Gesù, chi sbaglia deve essere aiutato a non sbagliare più e deve essere perdonato. Gesù sorpassa e migliora ogni legge dell’uomo, privacy inclusa. Sono certo che la Maestra lo sa molto bene, e per questo, forse, non ha inteso d’infierire contro di me. Gesù disse inoltre: ”Se porti un dono all’altare e c’è inimicizia con qualcuno, interrompi l’offerta e corri prima a far la pace con lui!” Tradotto nella nostra realtà concreta, se voi state “offrendo” la vostra prestazione canora all’altare di Dio e c’è inimicizia con me, se date retta a Gesù e ai suoi valori più che a quelli dell’uomo che si ritenga “violentato”, dovreste, prima di cominciare a cantare, correre subito a far prima la pace con me, specie giacché l’invoco. In un Coro Cristiano dovrebbero valere le leggi di Cristo, e cioè quella dell’amore e del perdono, basi stesse d’una pace definitiva. Il problema però si riduce poi sempre a quello “umano”. E come Gesù non volle imporsi all’uomo con la forza (e avrebbe potuto) e si lasciò crocefiggere da quegli uomini, così io accetto d’essere (nella mia estrema piccolezza) analogamente “crocefisso” da uomini che credano ancora oggi, dopo 2000 anni di Cristianesimo, che debbano valere più le leggi dell’uomo che quelle di Dio. Perciò se fosse vero che la Maestra, come mi ha detto Angioletto, la mettesse così: “o lui o io”, io accetterei umilmente che si affermi la sua volontà (mentre riconosco molto bene come, a differenza degli uomini di quel tempo, Lei non ha inteso affatto di “infierire” su
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me, per quanto stimato “colpevole”, dunque “onore a lei!”). Ma, proprio per questo nobile atteggiamento che Lei ha, non credo assolutamente che Lei intenda imporre questo “o lui o io”. Credo che Angioletto e molti altri l’hanno capita male. Maria Teresa ha un animo nobile ed è la prima a non voler mescolare mai le questioni “private” con quelle d’un servizio “pubblico e aperto a tutti” come quello fatto volontariamente da tutti, liberamente, per la Chiesa. Su Emmaus Lei scrisse testualmente: “venite, in tanti a cantare con gioia e allegria!” Sono pronto a ritornare, umiliato e pentito d’aver fatto soffrire. Non ho nulla di veramente mio da difendere. Cerco d’essere “umile” più che posso: l’insegna e comanda quel Gesù in cui tutti noi crediamo e speriamo. Non sono più cristiano di voi, sono un peccatore pentito.
La guerra che lei stava facendo ora a lui, lei l’aveva in atto, per affari loro, forse anche con Nadia e, se avesse riaperto la Cantoria a Saronno, se la sarebbe trovata certamente tra i piedi... Vedevano tutti come ella fosse esclusivista: “O lui o io!”. Era stato proprio egli, Angioletto, ad averglielo confidato davanti al Centro Ferraroli, se lo ricordava? Eppure Romano non credeva assolutamente a questa imposizione. Secondo lui stavano cercando solo di ingraziarsi «la Santa», credendola cattiva come in verità non era. Se avesse voluto estrometterlo non aveva che da dirlo a lui lei stessa. Le aveva sempre chiesto il permesso di partecipare a quel Coro… Le aveva sempre affermato che l’avrebbe fatto solo se non le dava fastidio. “Sì, è un bel peperino! – rispose scherzando Angioletto. E gli promise: “Vedrò che cosa posso fare.” Quello che senza dubbi fece, fu di telefonare «alla Santa», di confidarle il succo della cosa e di riconfermarsi in quello che credeva: che lei ce l’aveva ormai troppo, con Romano, perché egli potesse restare ulteriormente nel Coro di Cogliate.
CONCLUSIONE. Io vi voglio bene, anche perché vi sono riconoscente: ho visto come mi siete stati vicini quando digiunai... Molti di voi sottoscrissero la mia richiesta d’andare dal Papa... Siete tutti venuti al funerale di mia madre... Un gruppo di voi venne a cantare a S.Giovanni... Raffaella mi fu vicina e contribuì moltissimo con il suo calore umano (dato in nome di voi tutti) a farmi voler riprendere a mangiare, così le debbo la vita e – attraverso di lei – la debbo a tutti voi. Molte volte mi avete sentito dire: “sono veramente orgoglioso d’essere in questa bella Cantoria!” L’ho anche scritto sul giornale che siete meglio del Coro della Cassina, E allora? Per favore, non respingetemi, non fatemi soffrire. AIUTATEMI a restare con voi! Aiutatemi a sgonfiare questa enorme bolla di sapone sorta tra persone che si stimano. Che si sia tutti come cantiamo: “Chiesa di Dio, popolo in Festa, canta di gioia, alleluia!” Ve lo chiedo “per pietà”, “per carità”. Non ho l’orgoglio di chi voglia apparire superiore. Io sono veramente nessuno se Dio non mi aiuta. Ma se date “perle” di giustizia a me che sono solo un porco e ho bisogno di ghiande, per vivere, allora – vi prego - datemi le ghiande! Ossia fatemi capire, se altre colpe ancora io ho! Perché io veramente non capisco dove sia questo grande problema che è sorto tra noi. Io ho bisogno del vostro affetto, perché io ne ho per voi e mi fa troppo male il sentire che mi siete divenuti nemici solo perché antepongo sempre la legge di Dio a quella degli uomini. Romano Amodeo (Lettera del 3-11-2001, consegnata a mano in casella).
Anche in questa lettera, come potete notare, Amodeo cercò di mettere in buona luce non solo «la Santa», ma tutti, trattandoli con rispetto e riconoscendo loro più meriti di quanti ne avessero. Fu così attento a smussare ogni angolo, perché non c’era alcuna ragione a cercare un inutile scontro. Ipocrisia? No, semplicemente buona educazione e garbo: bisogna sempre offrire a chi è nel torto – persino a chi ti tratta da nemico – il rispetto e la possibilità dell’onore delle armi. Solo lo stupido crede che giovi stravincere. Avendo dunque fornito, a tutti i suoi amici, una base di possibile e diretta conoscenza delle questioni, di cui si sarebbe trattato, il 6 novembre del 2001, Romano Amodeo fece di più: si recò a Cogliate, cercò il suo amico Cornelio, per discutere serenamente con lui di quelle questioni; gli riferirono, al citofono di casa, che forse era al cimitero. Vi andò, ma vi trovò solo Angelo Beretta. Romano spiegò allora a lui che occorreva che fossero veramente responsabili. Gli rivelò anche quali fossero, quasi certamente secondo lui, i motivi per i quali «la Santa» non voleva riesumare la Cantoria con le stesse persone di prima. Loro stessi l’avevano udita affermare, recentemente, in Cogliate, che l’avrebbe anche riaperta, ma solo con tutte persone nuove! La ragione, per far fuori tutti i cantori, che erano come loro, gente più o meno valida, poteva essere solo un malaugurato litigio tra amiche.
Romano telefonò a Cornelio in serata, ma non gli riuscì di farlo ragionare. Gli dispiaceva – gli riferiva l’amico – perché aveva una bella voce, ma se ne doveva andare. Gli domandò perché, che cosa avesse fatto di male, e Cornelio non gli rispose. Se ne doveva solo andar via, era stato deciso e non potevano esserci altre discussioni che tenessero. Romano gli raccomandò di leggere attentamente la lettera che gli aveva mandato, perché bisognava parlare di quelle questioni e non d’atteggiamenti dettati, a ciascuno, solo dal come gli va e come gli gira. L’indomani, martedì 6 novembre, primo martedì del mese, ci fu nuovamente la catechesi. In essa, quella sera, era il Papa stesso a esprimere questi voti: “Che nel mondo esista la pace! Nel mondo ed in tutti i luoghi in cui poteva arrivare la parola di Cristo, si elevassero canti di pace!” Udita questa bella premessa, così opportuna, così messa lì ad hoc, da Don Carlo se non dalla Provvidenza di Dio, Amodeo si recò dal Parroco, che aveva tenuto il breve incontro di preghiera e gli domandò: “Dove vado? A casa o giù in Cantoria?” “Ma vai giù, benedetto ragazzo! E se qualcuno ha da ridire contro il fatto che tu stia lì in Cantoria, vienimi subito a chiamare. Tu non hai nulla per cui scusarti, né niente che ti debba essere perdonato!” A Romano parve giusto: processato, ora aveva il suo giusto avvocato: il garante del Vangelo di Cristo. Così scese al piano di sotto e si mise al suo posto. Spiegò ad Angioletto Beretta che era lì su autorizzazione di Don Carlo e quegli, che si era dimenticato la sua promessa di aiutarlo “facendo il possibile” gli rispose: “La Cantoria è la nostra, mica di Don Carlo!” come a dirgli: “Per me, proprietario e membro da decenni di questa Cantoria, non è giusto che tu stia qui!” C’era, attorno a lui, un gelo profondo, che rivelava, in tutti, lo stesso atteggiamento, di disgusto, del fatto che egli fosse lì.
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«La Santa» glissò il problema ed ordinò che tirassero fuori il primo canto da preparare. Cornelio allora domandò: “Ma non parliamo prima del caso di Romano?” E «la Santa», che non voleva assolutamente aver parte con quella scelta che era tutta e solo la loro, gli rispose: “Io ho poco tempo, devo andare via presto, questa sera; ne parlerete voi dopo, finita la prova.” Arrivò Don Carlo, per vedere che tutto fosse tranquillo: aveva annusato aria di tempesta e voleva sincerarsi che nessun nuotatore, troppo coraggioso, fosse in cattive acque, per poterlo soccorrere ed evitare che vi affogasse. Trovato tutto in apparente pace, dovette avere tirato un sospiro di sollievo, tanto che se ne andò a casa. Così Romano perse la possibilità d’andarlo a chiamare: “Se qualcuno avesse avuto da ridire a che egli restasse in Cantoria.”
“Prima vorrei sapere che male ho commesso – rispose con calma Amodeo – Ho dato a tutti, attraverso uno scritto, il modo di conoscere le cose e desidero che si parli d’argomenti concreti e non d’accuse a vanvera fatte a capocchia. Questo tuo giudizio sommario, senza che mi spieghi per qual motivo io sarei un serpente, non mi basta e non lo accetto, in una discussione così importante.” “Ma non lasciamolo parlare! – esclamò nuovamente Cornelio – Questo qui ha la lingua, così affilata, che ci porta dove vuole; e ci mena tutti per il naso! Facciamolo tacere!” un discorso talmente significativo ed appropriato – rispetto a chi chiedeva su che base era estromesso e desiderava conoscere, possibilmente per iscritto, l’imputazione che gli veniva mossa – che non merita commenti. Il vice Maestro, Adelio Basilico, che sostituiva «la Santa» quando lei dirigeva a Saronno, nello stesso Coro in cui cantava ai suoi ordini anche Romano (che, finito di cantare a Saronno volava a Cogliate e cercava di fare il possibile anche là e stando agli ordini d’Adelio), gli andò incontro col fare minaccioso di chi lo volesse picchiare: “Tu vai via, va bene?” “Guarda che non mi fai paura”, rispose con fermezza Amodeo, ritto e senza arretrare d’un passo. Allora Adelio tirò fuori la sua imputazione. Sentitela e giudicatela voi: “Quando ho diretto io, ti ho visto arrivare sempre in ritardo! Non mi sta bene, Pertanto vai via!”. Avete espresso il giudizio? Vi siete accorti della distorsione grandiosa, d’Adelio? Scambiava per colpa il vero merito di Romano, che faceva molto più di quanto non dovuto e non fatto, per esempio, «dalla Santa», che – finito di dirigere a Saronno – se ne restava a casa. Ma che mancasse del tutto lei, al suo vice tornava comodo: in quel caso dirigeva lui; che Amodeo arrivasse di corsa e trafelato, a fare il suo dovere anche lì, nel massimo delle sue possibilità (non essendo dotato, come «la Santa», del dono dell’ubiquità) non gli stava bene! E perché? Bah, l’intelligenza è una virtù che appartiene a tutti, ma in modi spesso molto diversi! Egli accettava «dalla Santa» che dirigesse a Saronno (che godeva della prima scelta essendo stata la prima Cantoria che l’aveva scelta come direttrice), da Romano – nell’identica situazioni di lei – non accettava nemmeno quello che riusciva a fare per accontentare tutti. Divertente, vero? Lo sarebbe se – su questa assurda e inconsistente base – nessuno fosse cacciato via e patisse una mortificazione immensa ed ingiusta.
Amodeo, per l’ultima volta, fece, in quel 6 novembre 2001, l’ultimo sforzo d’iniziare ad imparare un canto nuovo, che nessuno gli avrebbe mai fatto cantare, secondo loro! Già, nel loro piccolo giudizio! Giacché tutto, tutto sarà da rivedere, realmente, come è visto adesso, in Paradiso. Ed allora, solo allora, si vedrà che cosa realmente resterà, nel profondo, di tutta quella tempesta, anche furibonda, posta però solo nella superficie, dell’immenso mare della vita eterna. Passata quasi un’ora, «la Santa», così come aveva anticipato, decretò che la prova era finita e che se n’andava. Romano non voleva che lei si tirasse fuori in quel modo, proprio lei che era la persona per aiutare la quale questa gente stava giocandosi tutta la loro fede cristiana. Sperava di essere aiutato da lei. Non la sentiva affatto così nemica come tutti credevano che fosse rispetto a lui. Aveva trovato una giovane Maestra che, a Saronno, avrebbe potuto sollevarla dall’obbligo di riaprire quel Coro, che le era divenuto addirittura odioso, nelle persone che vi cantavano, se le voleva cambiare tutte. Così fu più lesto di lei, che s’appressava ad uscire e le dichiarò: “Ho trovato una Maestra, disposta ad assumere la direzione del Coro di Cassina Ferrara. Poiché tu hai comunicato, giorni or sono, a Raffaella, che l’avresti alla fine riaperta, ma con tutte persona nuove, dimmi se è vero! Perché non voglio bloccare nessuna iniziativa tua, andando a proporre, a Don Luigi, una soluzione diversa.” “Ma perché lo vieni a riferire a me?!” “Perché, se non lo faccio, poi mi accusi nuovamente, d’avere macchinato alle tue spalle, agendo senza averti prima avvertito, o chiesto ragguagli, tanto da non avere poi più tu potuto tornare, a causa mia, che avevo proposto un’altra.” Costretta a dire la sua allora «la Santa» esclamò: “Oh be’! Avevo deciso d’andar via, ma visto che siamo entrati in ballo, allora balliamo… Ragazzi, vediamo che cosa c’è!”
Per tutti costoro era immenso il pericolo che quella Cantoria saltasse per loro, perdendone la Maestra e – forti solo della vigliaccheria derivante dal loro numero – credevano di avere il diritto di cacciare lui. E non avrebbe dovuto opporsi, non avrebbe dovuto soffrire… Oh, che strano? Invece soffriva!
Prese la parola Cornelio, che Romano aveva sempre creduto un vero amico e fu, invece, il vero Giuda della situazione: “Romano, io ti ho sempre difeso, ma mi sono accorto che, con te, è entrato un vero serpente nella Cantoria. Quindi te ne devi andare.”
Il professor Pietro Marini, persona colta e chiaramente intelligente – almeno lui – gli spiegò, in modi pacati e cortesi: “Ho ricevuto la tua lettera. Ma lette le prime righe e le ultime, l’ho strappata e buttata in un cestino.”
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599 è la libertà di 1 nel 600 (tutto lo spazio). Idem, come al solito, il contenuto della pag. 599
Ma che bel comportamento, caro professore, che gli spieghi in un modo così cortese! Quale gran rispetto, nella concretezza delle tue azioni, per l’atteggiamento d’ossequio che, Amodeo, usò a te e alla tua intelligenza, scrivendoti, facendo la fatica d’informarti! Marini proseguì, accorgendosi, da se stesso, di dovere spiegare le ragionevoli ragioni del suo disgusto: “Questo è un gruppo d’amici che canta in serenità. Tu ti metti a scrivere! Capisci che le persone, così, non ti possono più volere tra loro?” Romano capiva che “le persone” non abituate a leggere, potessero entrare in crisi, ma che a un professore come lui desse fastidio il tentativo di ragionare proprio con lui, tanto che si rifiutava lui, lui, di leggere… questo gli era incomprensibile. Era la solita scusante, di tutte le azioni vergognose, assunte dal singolo, ed attribuite alla massa. Che cosa importava, a Marini, che avesse scritto agli altri che non gradivano? Facesse intanto egli il suo dovere, per quanto competeva a lui. Fosse egli stesso l’uomo ragionevole che egli almeno, un professore, doveva essere, usando l’intelligenza che aveva. Si era comportato come un vero illetterato imbecille. La massa non esiste, è un cumulo di singoli e se ciascuno si comporta come egli si comportò, la massa resta nell’ignoranza ed è sempre turlupinata. Da chi? Dal Maligno e da chi si fa suo concreto portavoce e braccio; tanto che manda via un cantore, da un servizio di libero volontariato, offerto da ciascuno nella sua piena facoltà di poterlo offrire, purché, in Cantoria, egli faccia il suo dovere. Nell’attività del Coro e non nel lavoro che gli dà da vivere, e per il quale debba assumersi le sue responsabilità, se ha affermato in falso, ma in un altro contesto. Non certo in quello del Coro, che non c’entrava nulla, a meno che non gli precisassero, con esattezza, che cosa avesse scritto d’offensivo per il gruppo corale. Precisione e non interventi alla carlona. In effetti a loro dava solo noia che Romano si difendesse. Avrebbe dovuto: “Raccogliere su e portare a casa!” Che si difendesse, non gli sembrava giusto e pensavano che fosse violento e arbitrario lui!!! Vero Marini? Al “gruppo di amici” gli gira e ti dice: “Vai via!” per vere cazzate e tu sbagli, se gli chiedi perché? Ma dove siamo finiti? tra gli Zulù? Ora Pietro Marini, quel bravo cristiano, praticante, che leggeva i brani sul pulpito durante le messe, stava prendendo letteralmente un granchio. Non era Romano chi – all’improvviso – si fosse messo a scrivere a tutti. Era solo un cantore che – all’improvviso – era stato estromesso, con un giudizio sommario e proprio in quel modo, così volgare, anche nella sua espressione letterale: alla ca…rlona. Scacciato ingiustamente perché senza che gli fosse stata data prima una possibilità di difesa. Equivaleva ad una pugnalata alle spalle. E non avrebbe dovuto dire: “Ahi!”? Romano – intelligentemente e avendo fiducia nell’intelligenza di tutti – aveva cercato di metterli al corrente tutti quanti: uno per uno. E il bravo cristiano Marini non volle leggere quella lettera e la buttò nel cestino! 600 è tutto lo spazio. Alla pag. 600 è raccontato il senso di tutto lo spazio, complesso, di esistenza.
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Su cosa avrebbero dovuto decidere, d’averlo lì o di mandarlo via? Sul fatto che fosse simpatico o antipatico? Amato anziché odiato «dalla Santa»? Per le affermazioni di Cornelio? Veramente infamanti, quelle! Da denuncia per vera diffamazione, aveva affermato che era un serpente infido. Serpente infido era proprio chi si stava comportando come Cornelio, come Adelio e come Marini: i soli che fino a questo momento avevano fornito spiegazioni avvelenate: dall’ignoranza, dalla malafede, dal massimalismo! E non lo capivano! Che bellezza, quando Dio, alla fine, farà comprendere a tutti… Oh, anche a lui, anche ad Amodeo, e molto, molto più di quello che egli stesso, in quel momento, credeva! E poi, caro Marini, il Coro parrocchiale non era un “Club d’amici”, ma un organo tenuto a decidere secondo le idee di Cristo, che impone di perdonare 70 volte 7 e non scaccia nessuno, se non i mercanti dal Tempio. E – in quel momento – i mercanti dimostravano d’esserlo tutti loro: solo loro trafficavano a proprio uso e consumo, con le regole, chiare, imposte da Gesù in quel luogo cristiano, finalizzato a perfezionare la liturgia della messa: misericordia e perdono per chi te li chiede. Ma Marini queste cose non le poteva sapere: erano scritte nella lettera che non aveva voluto leggere e che – se voi lettori controllate – erano esposte nella massima chiarezza! Un’altra persona, una brava ed onesta signora (detto per davvero e non in senso ironico…), di cui sfugge però il nome, prese un momento Romano in disparte e gli spiegò: “Vedi, è come con i matrimoni. Lui e lei sono rispettabili, ma ogni tanto debbono potere dividersi, quando non si capiscono più.” Era l’unica ad avere una qualche ragione, per certi versi borghesi; ma sotto il profilo della fede in Cristo no: la Chiesa non ammette il divorzio e chiede agli sposi di trovare sempre una via d’intesa. E loro, lì, in quella Cantoria parrocchiale, erano strumentali alla liturgia della messa, quindi erano “Chiesa di Dio”. A questo punto «la Santa» volle che Amodeo si spiegasse meglio: “Ti hanno detto d’andartene. Perché non vuoi, se hai tutti contro?” Romano rispose: “Lo vedo bene che non mi soffrite più. Ma io desidero rimanere, perché so di non aver fatto nulla di male, a nessuno. Se l’ho fatto, dovete dirmi che cosa. Anche se poi ne avessi fatto, ed avessi ingenerato sofferenze, io, umilmente, chiedo perdono a chi ho arrecato dolore. Sono qui, io per primo, che riconosco d’essere una merda – e tutti risero! – ma ho bisogno di voi, aiutatemi. Non mi volete più bene? Ve ne voglio ancora io e questo a me basta ed è sufficiente, perché io voglia restare.” Fu a quel punto che «la Santa», vedendo come Amodeo facesse un figurone, di fronte a quelle persone mosse da argomenti meschini, decise di fargli provare sulla sua pelle come si era sentita lei, quando egli aveva violato la sua privacy, e gli violentò la sua, alla grande: “Hai 65 anni…” “No, prego: 63”, s’intromise lui. “… Alla tua età mi venisti a chiedere, in Chiesa, ‘Mi sposi?’ No! Mai e poi mai!” No, anche se indusse gli altri a deriderlo, «la Santa» non voleva oltraggiare la sua dignità, anche se forse lei stessa vi credette. Li, tra loro due, quella sera, gli altri non esistevano.
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601 attua nel tempo 1 tutto il complesso spaziale. Idem il senso della pagina.
602 è tempo intero di tutto lo spazio complesso e potete osservare come sia il contenuto espresso nella pagina.
Si erano solo messi in mezzo a prendere le sue parti ma l’avevano completamente travisata. Ed anche adesso, indotti al riso, andarono ben oltre le intenzioni di lei. «La Santa» lo voleva solo mettere in castigo, avvertendolo troppo forte e dignitoso. “Mi dispiace deludervi tutti – rivelò allora Romano – ma tra breve io mi risposerò e per i fatti miei.” “Ah ecco allora perché l’hai attaccata!” esclamò qualcuno avendo scambiato la difesa d’Amodeo, sul giornale, per un attacco. Ma quando mai l’aveva attaccata? “Sì, spòsati e verremo a cantare tutti al tuo matrimonio!” fu un’altra voce, molto carica d’umorismo e d’un vero senso come di vero dominio della situazione. Poi «la Santa», per fargli capire come lei fosse tutt’altro che in lite con la Chiesa della Cassina, ma stimata e riverita anche lì, gli fece sapere che: “Mi hanno chiesto d’entrare nel Consiglio Pastorale della Parrocchia, ma non ho tempo – poi, a dimostrargli come Angioletto le avesse riferito la sua teoria sul perché lei non riaprisse la Cantoria di Cassina, aggiunse: “Io sono in perfetta armonia con tutte le persone di quel Coro, uomini... e donne!” rimarcando fortemente quella parola, con il tono della sua voce.
Molti restarono in silenzio, impressionati e intimiditi dalla sicurezza di quei pochi… è sempre così. Satana sembra più forte di Dio. Romano non accettò, con molto stile, d’essere mandato via su quella base assolutamente inconsistente ed annunciò che sarebbe ritornato la settimana dopo. «La Santa», mentre stavano per uscire, e si ritrovarono per l’ultima volta della loro vita l’uno di fronte all’altro, gli domandò nuovamente, fuori dal clamore della gente: “Ti vogliono mandare tutti via e ancora non capisco perché tu, che sei così cristiano, ti opponi!” Per lei, evidentemente, il cristiano era rispettoso delle altrui volontà, e veramente non lo capiva. Se fosse stata al posto suo non si sarebbe degnata più di stare con loro. Non aveva Romano senso del personale ritegno? No! Era un vero e mite missionario! Le rispose: “Potrebbero essere in milioni, anziché in 35, a volermi scacciare per quello che io ho fatto per te (una difesa coraggiosa) e non sarebbe giusto. Non sono gli uomini a cambiare, con le pretese, con la forza del numero e i loro umori, il senso autentico della verità.” Insomma il cristiano non doveva essere opportunista, ma cercare di affermare la verità. ”Ti devo confessare che io non sapevo che foste stati voi, del Coro della Cassina, a propormi a Maurizio per questa Cantoria...” Ecco, questa era la prova che «la Santa» appariva suscettibile, prevenuta e prepotente – tutte queste cose senza dubbio! – ma era interamente sincera, onesta, ed estremamente in buona fede! Lei aveva agito sempre «da Santa», tanto che, saputa la verità dalla lettera, che lei aveva letto, riconosceva semplicemente a Romano d’avere agito “così” senza sapere. Se avesse saputo come stavano le cose forse non avrebbe abbandonato la sua gente? Con il senno di poi, certamente sbagliarono, in Cassina, quando le aprirono la strada per andarsene a Cogliate, visto che ci teneva, considerato con quanta determinazione aveva voluto restare in Cassina, facendo mandar via Massimiliano. Troppa generosità certe volte porta ad essere irrimediabilmente fregati. Se hai una fidanzata bella e sei povero e modesto, tu come lei, è meglio che non la fai diventare intima d’un amico tuo che fa il tuo lavoro, è meglio di te, è ricco ed è galante!
Intervenne nuovamente Marini: “Noi qui abbiamo avuto difficoltà nel Coro e ci siamo arrangiati; delle cose vostre di Cassina Ferrara a noi può non importare un bel nulla!” Se Marini – e siamo sempre lì – invece di buttare via quel foglio trasmesso dalla buona educazione e civiltà di Romano, l’avesse letto, non sarebbe uscito a esprimere quella nuova sciocchezza. Sul foglio era spiegato come a Cassina Ferrara si fossero preoccupati della loro difficoltà e avessero fatto in modo che «la Santa» dirigesse anche da loro… Non sapeva, Marini, che esiste la riconoscenza come un valore? Siamo sempre lì: il bene ricevuto, dalle persone del tutto prive del senso della riconoscenza, diventa un ostacolo insormontabile, perché non si può chiedere a propria volta ed educatamente lo stesso favore perché diventa un ricatto, un rinfaccio! Come sarebbe povero l’amore se soggiacesse a questi limiti infernali! Ma era naturale che, alla fine, questi cantori scacciassero Amodeo. Infatti, se Giuseppe, un povero, ha una fidanzata e la presenta a Francesco, che è ricco, e il ricco se la compra con le moine e le lusinghe, approfittando della sua privilegiata condizione, la prima cosa che quel ricco farà sarà di scacciare quel povero: gli ricorderebbe sempre l’infamia che ha commesso contro di lui. E guai se egli, il povero, la mette così! Che fa, rinfaccia? Non è vero, poi, che egli gliel’ha scippata! È stata lei che ha preferito… e che cosa, se non quanto consentito dalla ricchezza? In quella serata, in nome d’una massa silenziosa, poche ma ben decise persone, in preda al dominio evidente del Maligno, tentarono di mortificare ancora una volta l’onestà e la buona fede di Romano. Non ci riuscirono minimamente, neppure l’irritarono. Quei pochi si qualificarono individui squallidi e privi d’ogni vero principio cristiano, che non avevano dato la minima importanza a quanto egli aveva espresso nella sua lettera mandata a tutti, non entrando in argomento nemmeno alla lontana e pretendendo di decidere, poi – questo è veramente bello! – secondo ragione!
Il lettore tiri ora un gran respiro di sollievo: il tormentone dei rapporti tra questi due è terminato. Questa fu l’ultima occasione in cui Amodeo e la sua stimata ed ammirata Maestra del Coro, che rispettava ed aveva addirittura eletto a Maestra della sua vita, si parlarono a tu per tu, per le ultime e sintetiche spiegazioni che si sarebbero date nella loro vita terrena. Lei gli sembrò come aveva sempre pensato fosse: aperta e schietta con lui, come si è solo con uno di famiglia, con il quale non si facciano salamelecchi… E non se n’accorgeva! Sentì l’inconfessata ammirazione di lei, per la dignità, la sicurezza di sé e delle sue convinzioni che aveva mostrato. Notò perfino come volesse farsi apprezzare da lui, filosofo, perché gli citò un pensiero di Aristotele... Lo stimava, gli voleva bene e non lo capiva! È con tristezza che avvengono tutti gli addii, anche quelli non dichiarati, come quelli che si dettero così. Lei si sarebbe pentita, lei, la sola persona veramente libera in quel luogo, che avrebbe potuto anche dirgli: “Resta!” e tutti l’avrebbero fatto restare. Non poteva però dirglielo. Da cristiana serbava, libera, la perla nel suo scrigno e non capiva il comportamento di chi si accingeva sempre, e con metodo, a violare i forzieri altrui per introdurvi il gioiello giudicato mancante: la Verità. Lei era «la Santa» atta a custodire i valori immessi da un altro: dal Cristo. Non l’identificò in Cristo e non lo conservò.
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603 è il volume di tutto lo spazio complesso e potete osservare come sia il contenuto espresso nella pagina.
604 è la realtà di tutto lo spazio complessivo, e potrete controllare come sia il contenuto espresso nella pagina.
Ma Dio non lo fece per punirli. Anzi affinché esistesse, in eterno, tutto ciò che fosse indotto, a favore di tutti, da quella passione tra loro, che l’apparente ostile ritrosia di lei aveva suscitato, nell’animo così espansivo di lui. Senza che se n’accorgessero, erano presi in una circolarità estrema, in cui causa ed effetto interagivano, come le due parti di un disco musicale che, girando, avrebbe inondato tutte le fedi ed il mondo della Melodia Cattolica. Romano avrebbe avuto quello che avrebbe desiderato ricevere da lei e da loro, ma nel modo di Dio: per interposta persona. Non la sua stessa, d’un cantore cacciato senza pietà. Romano, in Paradiso, sarebbe stato eternamente in quel Coro, dal quale egli, in apparenza, era stato estromesso. Vi sarebbe stato immedesimato in tutte le persone della Schola Cantorum, tanto da essere egli stesso l’anima di tutto il gruppo. I coristi cogliatesi l’avevano estromesso, ma solo nella loro ottica limitata. In verità avevano acceso solo il suo bisogno. Quando, in Paradiso, avrebbe acquistato la potenza di tradurre ogni cosa in atto, semplicemente in base al suo desiderio, egli avrebbe avuto tutto, secondo quelle stesse persone, ed avrebbe cantato anche l’ultimo canto fattogli imparare e lasciato a mezzo così. Così funzionava il Paradiso. Essi, consumata quell’esperienza, non avrebbero avuto più interesse a riviverla in eterno, laddove esiste solo quanto si desidera che esista; e l’unico e vero fruitore sarebbe stato egli stesso, l’escluso, perché, essendo stato privato di quanto così fortemente desiderava, l’avrebbe fatto esistere per sempre. Dato che in Paradiso esisterà la comunione delle anime, ossia la percezione associata e simultanea da più punti di vista, egli, da solo, sarebbe stato tutto il coro, a tu per tu con «la Santa» che, forse felice, in vita, d’essersi sbarazzata per sempre di lui, si sarebbe dovuta accorgere che, nelle infinite repliche che a lui sarebbe piaciuto esistessero, lei avrebbe dato retta a lui dando retta a ciascuna di quelle 35 persone... e a tutti i bambini del suo Asilo. E’ veramente stupendo un tale Paradiso! E che rivincite! Tutti gli sconfitti saranno i veri vincitori! Ecco il senso delle Beatitudini di Gesù! La sua Maestra del Coro era all’origine della sua passione, grazie soprattutto al suo negarsi e al suo non bruciare quella possibilità, realizzandola. La causa del rifiuto sarebbe stata la stessa forza per scavalcare per sempre il rifiuto. E Romano lo sentiva, riusciva a presagire, di già, lo stato finale in lei, acerrima nemica dei suoi desideri e, proprio per questo, concreta causa del loro assoluto realizzarsi. Perciò egli riusciva a perdonarle tutto quanto la sua piccola immagine terrena gli muoveva contro: ne sentiva la condizione finale, di quando sarebbe stata la migliore amica. Ecco perché, nel bene, esisteva la circolarità: Amodeo ne era attratto perché presagiva la condizione finale di lei in Paradiso, e questa dipendeva dal fatto che lui avesse superato il disprezzo di lei, qui all’Inferno. A capo di questo cerchio assoluto, c’era il progetto grandioso di Dio, quel Perfezionismo che Romano andava a diffondere nel mondo, affinché le persone avessero una fede sconfinata, nella bontà dell’organizzazione di tutte le cose, tanto maggiore proprio quando sembrava essere minore! Si viveva per ricevere delle lezioni e il Maestro apparentemente più spietato, era quello più capace d’insegnargli tutto. Per questo Amodeo aveva eletto la Maestra del Coro come la Maestra della sua vita, dicendo la sua sacrosanta verità.
Dio aveva creato, per loro, un veramente reale mutuo soccorso e si sarebbe capito tutto in Paradiso. Romano lo capiva di già, perché già vi abitava, per gran tratti della sua giornata, ed era questa la causa del fatto che gli altri, poi, capivano questo suo esser fuori, dalla loro logica contingente, come una vera “pazzia”. Se il Paradiso fosse quello stato indefinito ed indefinibile che tutti oggi credono, quelle cose così previste “in Paradiso” da Romano Amodeo, lascerebbero il tempo che trovano. Ma Amodeo andava a spiegare in giro che cosa fosse, in realtà, il Paradiso Terrestre, e come l’uomo ci sarebbe andato realmente. Quindi, conosciuta questa condizione paradisiaca – per quanto riguarda il mondo e la vita – come nient’altro che il vero personale ed impersonale dominio di questa stessa realtà, che accade di nuovo solo se tu desideri che ciò esista (allo stesso modo con cui rivedi un film, come e quando vuoi, se sei venuto in possesso della sua cassetta, e vuoi vederlo), la cosa importante è avere assunto la passione che ciò esista, e allora esiste. E puoi assistervi essendo dentro a chi vuoi, per un’immedesimazione uguale a quella nelle attuali vesti della tua persona, ma anche multipla: da più punti di vista assieme. Se l’uomo arriva a convincersi di questo, capisce veramente perché Gesù aveva ragione. Rinuncia e mortificazione attivano un desiderio eterno, e si avrà ciò a cui si sia rinunciato, lo si possederà, per sempre, e in tutti gli uomini che l’avranno avuto. Non è stupendo? Amodeo riuscirà ad essere, grazie alla forza di un Dio che dispone veramente così, proprio quanto l’ingiustizia umana avrà presunto di togliergli. Ecco la forza degli sconfitti! Possederanno la terra, perché saranno gli unici a volerla fruire come una eterna rivincita, una sete inestinguibile e perennemente soddisfatta.
Mentre stavano andando via, tutti alla spicciolata, verso il parcheggio delle vetture, Amodeo udì «la Santa» che confidava ad una delle cantanti: “Vedrai che alla fine riuscirà a restare!” vera profezia: in Paradiso sarà così! Neppure lei credeva possibile che sarebbe finito tutto veramente in questo malo modo. Romano, per quanto non fosse mai stato accettato né compreso nei suoi veri interessi, era stato compreso per la passione nutrita per lei. Ed era proprio quella passione che lei avvertiva in lui che le rompeva l’anima. Lei non poteva dargli né retta né ragione, perché i suoi pensieri, costruiti ad hoc da Dio, erano secondo una storia di una straordinaria rivincita: avrebbero formato, per sempre, un Coro immenso solo loro due: lei come Maestra e lui come tutto il Coro dei credenti cattolici. Certo, in quel Coro, le facce sarebbero state quelle degli altri, ma l’anima presente, che sarebbe stata attenta a lei, sarebbe stata veramente quella di lui, perché sarebbe stato il solo talmente appassionato a lei da volere che ciò esistesse, e fosse mandato in onda, quando sarebbe esistito solo ciò che fosse stato umanamente desiderato. «La Santa» pensava in ultima analisi “Che nessuno ce l’aveva veramente contro di lui ma che egli si poneva sempre nel modo sbagliato con gli altri.” Aveva ben ragione: si poneva come un bambino, avendo molti capelli bianchi. Fin da quella prima volta, davanti all’Asilo, Maria Teresa (quando non era ancora l’ostile Maestra) aveva intuito che Romano era una persona fuori dalla normalità, e aveva affermato che sarebbe stato il caso che tutti si riunissero, una sera, a rivivere la sua storia. Era giunta anche a dirgli, testualmente e in modo davvero convinto: “Se tutti al mondo fossero come te, sarebbe un bel mondo!” e non poteva esserci un giudizio migliore e non si accorgeva di essere addirittura profetica: tutti al mondo sarebbero stati come lui, giacché egli sarebbe stata l’anima del prossimo suo come lui stesso… Lei lo sentiva, lo voleva, e non capiva cosa stesse dicendo, proprio con la sua voce!
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605 è la realtà in pieno moto dello spazio totale, e potrete controllare come sia il senso espresso nella pagina.
606 è lo spazio complesso nel complessivo, e potrete controllare come sia il contenuto espresso nella pagina, come l’identificazione della complessità all’interno di quanto è complesso, complicato.
Poi, per lei, era divenuto “matto”, infine da combattere e da mettere a posto, far cacciare via, quando s’era accorta quanto fosse incorreggibile, quanto sfuggisse ad ogni sua capacità di dominio. E lei, da Maria Teresa, amica sperata invano, era divenuta per lui «la Santa» virtù cattolica, troppo distante dalla cose terrene, in cui non tutti la possedevano e qualcuno doveva essere sempre sacrificato perché essa entrasse, nello scrigno dei loro cuori! Ora, anche se era l’ultima volta che il destino consentiva, a loro due, d’essere stati per un’ultima ora assieme, a lei non sembrava vero! Il motivo era evidente: il legame esistente tra loro, indissolubile, nel profondo della verità assoluta, voluta da Dio, per loro due. Il Signore gli aveva imposto apparente incomprensione ed inimicizia, ma solo affinché, poi, la superassero e fossero felici dei vantaggi apportati a tutti, con il loro comune sacrificio. E tutte le volte che, nel futuro, qualcuno le avesse fatto il nome di Romano, un moto vivo, nel suo animo, si sarebbe sempre manifestato, a darle un profondo disagio, perché, in fondo, gli voleva bene, ma non era riuscita a confessarlo nemmeno a se stessa, in quanto spesso, per la sua celeste santità, era la peggiore nemica di se stessa come donna concreta. Fu quella frase, udita dalla sua Maestra del Coro, che ormai non voleva esserlo più, ma temeva d’esservi nuovamente costretta e castigata, che costrinse Amodeo a riflettere e lo convinse a decidersi a voler dare partita vinta alla difesa di lei e del suo santo scrigno. In quanto agli altri dovevano avere quello che meritavano e non era certamente lui, uno come lui, se si erano schierati come nemici di fronte alla sua vera amicizia. Volle avere quel “ritegno” che la sua maestra gli indicava. Sarebbero state coinvolte nel destino toccato a lui, attraverso la stessa rinuncia e sacrificio di tutto ciò che è inteso essere il bene comune. Cogliate – nel destino di Romano Amodeo e dei suoi amici – sarebbe stato il banco supremo di prova, definitivo, della loro comune fede cristiana. L’ultimo affronto messo in essere da Dio, per la sua specifica educazione, gli sarebbe arrivato proprio da quell’umanità così amata, che sempre aveva tentato d’abbracciare in tutta la sua vita, affinché potesse essere poi, concretamente, il prossimo suo come se stesso. Doveva essere grato a queste persone, in quanto il lungo cammino, del Calvario di Cristo, stava passando concretamente anche attraverso la sua carne, così come diceva San Paolo: “Compio ciò che manca ai patimenti del Cristo nella mia carne.” E non come una pura condivisione posta come di fronte ad un salto in un futuro Paradiso inimmaginabile. No, proprio nella conoscenza – ormai possibile ad un uomo divenuto adulto e che conosce il mondo – di come sarebbe stato concretamente e veramente l’altro mondo. Gesù aveva tentato già di spiegarlo a Nicodemo (Vangelo di Giovanni, 3), ma aveva dovuto dirgli che egli, un maestro in Israele, non conoscendo ancora il mondo, non poteva conoscere neppure l’altro simmetrico mondo, quindi non gli restava che prenderlo in parola. Oggi la conoscenza della complessità del mondo (e di tutto quanto, essendo governato dal DIO UNO è N/N=1) indica che l’unità è la combinazione di due N opposti tra loro. Se all’esistenza N, in un solo verso del tempo, non è combinata l’inversa 1/N, oppure N–1, non si entra nel Regno dei Cieli... della Verità unica. Occorre risorgere! Caro Nicodemo, bisogna ritornare concretamente alle origini, laddove è collocato Dio Creatore. Quello che così ci attende, dopo la morte, non è pertanto più un salto in un qualcosa di inimmaginabile: è l’esatto realizzarsi del concreto replay di tutto quello che oggi è visto accadere, in un solo dei due versi possibili, di avanzamento nel tempo.
Pertanto compiere nella propria carne ciò che manca ai patimenti del Cristo, non è figura morale, ma opera sostanziale, senza la quale non si è concretamente salvati dal male in cui si finisce. La stessa fine di Amodeo, in quel modo mostruoso, per dei cristiani, era, di fatto, la comune liberazione da tutto ciò! Perché il vero avanzamento comincerà dopo la morte! Questa che appare è una retrocessione sempre nel peggio, finché ciascuno sembra andare addirittura a morire! Inganno di Satana! Nessuno morrà e tutti saremo salvati in concretezza, anima e corpo, proprio da quell’evento che ora ci appare disastroso! In concretezza, anima e corpo, e non come un puro “simbolo morale”, di una risurrezione che non si sappia ancora che cosa sia! Oggi l’uomo, per la conoscenza scientifica acquisita, di una realtà unitaria che è il complesso tra le due parti opposte, “non è più un bambino” e può capirlo benissimo, “proprio a partire dalla sua scienza”!
607
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Capitolo 63
608 è il volume complesso da –4 a +4 relativo a tutta l’area spaziale. Complesse le questioni nella pagina, nel loro insieme.
(63 è lo spazio unitario del ciclo complesso tra –30 e +30. Nel testo indica lo spazio di Amodeo. La pag. 607 indica la libertà del complesso in quanto ad area e per Amodeo è quella di cambiare idea, considerata ogni cosa)
Il mattino dopo, 7 novembre 2001, Romano Amodeo (da esorcista, guidato dal San Romano esorcista), andò alla messa di Cogliate e volle confessarsi dal Parroco. “Don Carlo, sono pieno di peccati ma almeno questo non voglio farlo: esacerbare tanto gli animi che delle brave persone poi pecchino a causa mia, non capendo più niente ed assumendo colpe pesanti contro di me. Ho compreso che non mi capiscono. Ma c’è anche un altro motivo. Gesù scacciò i mercanti dal Tempio, quando si trattò della casa di suo Padre, ma non fece nulla per difendersi, quando si trattò della Sua Persona. Io, come Gesù, sono stato attaccato nella persona, da gente che ha scagliato tutte le sue pietre. Lo hanno fatto solo perché, dopo d’avermi conosciuto, d’un tratto più non capiscono. Non voglio allora più difendermi, perché Gesù, che poteva ben farlo, non difese se tesso e bevve l’amaro calice che pure avrebbe desiderato che “passasse via da Lui!”. Gesù concluse che non doveva amare la sua volontà, ma quella destinatagli dal Padre. Ognuno capirà anche me, solo un povero Cristo, ma solo quando Dio vorrà e io non dubito che accadrà!” “Bravo! Anche io faccio fatica a capirti certe volte, sei su un livello troppo diverso da noi, gente di paese… Ma fai bene. Queste persone talvolta non capiscono neppure me. La Cantoria stava per chiudere e fui io che la tenni in piedi… contro le loro stesse intenzioni ed oggi agiscono come se fosse la loro. Faccio io stesso fatica ad essere accettato da loro.” “E’ vero, Don Carlo – e gli raccontò d’Angioletto che gli aveva obiettato – Ma chi è Don Carlo? La Cantoria siamo noi!” “Vedi? Sta’ bene Amodeo, non ti fare più il sangue amaro! Tu non hai colpe!” “No Don Carlo, non me lo faccio. Io so che devo veramente ringraziare tutti voi, perché siete stati una tappa importante ed essenziale nella costruzione della mia vita. Ho per lei, Don Carlo, che mi mise in mano l’Enciclica del Papa, per il Coro che mi ha portato da lei e per la Maestra che mi ha portato nella Schola Cantorum, un grosso debito di riconoscenza, che non riuscirò mai a pagare. Oggi io sono in giro, ad annunciare la verità che il Signore mi ha fatto conoscere, a forza di legnate, solo per merito vostro...” Romano partì per Montesilvano, andò a passare qualche giorno con la sua Maria Grazia che – anche lei – gli aveva salvato la vita. E pensare che lei si faceva chiamare “Fiordaliso”, come la prima donna, in assoluto, di cui egli s’era innamorato, a dieci anni: sua cugina, Fiordaliso Amodeo, chiamata Lisetta. Gli sembrò come se egli fosse sempre più vicino ad un cerchio che si stesse chiudendo, nella storia dei suoi sentimenti, così come esso era cominciato, 50 anni prima. Fu in treno che, pensando a tutto quanto era successo… cambiò nuovamente idea: no, doveva restare e combattere. Se tutto finiva così, quelle persone di Cogliate avrebbero creduto d’aver avuto ragione. Doveva aiutare Don Carlo! La questione vera, di quella gente del Coro, non era l’oltraggio fatto alla sua persona, ma a quella di Gesù! Era il metodo dell’ingiustizia che essi stavano seguendo, era l’oltraggio a Dio, di cui mercanteggiavano i valori non perdonando chi chiedeva perdono pur essendo innocente! Gesù li avrebbe scacciati dal Tempio, senza pietà.
Fu proprio l’improvviso pensiero, che gli venne su Don Carlo, su quello che gli aveva confidato quando s’era confessato da lui, a scatenare questa nuova decisione. Il suo compito era di aiutarlo, era troppo solo con quella gente che, udite le parole di pace pronunciate dal Papa in catechesi, e messo il cuore in pace, poi era dimentica di dover cantare gl’inni di quella concordia, e muoveva guerra contro la persona – oh, non la sua – quella di Cristo. Aveva avuto ragione Cornelio: un Serpente era sceso in Cantoria ed era un Demonio terribile che, in un luogo di Cristo, affermava i valori opposti a quelli di Gesù. Non avendo perdonato a lui che, pur essendo innocente, aveva tuttavia chiesto perdono e pace, queste persone stavano rendendo quel luogo un dominio della legge del taglione e non lo capivano. Non li doveva lasciare in quella confusione, in balia di Satana. Satana l’aveva già combattuto di recente a Cunardo, apparso nelle vesti d’un suonatore d’una chitarra a 12 corde, ed ora aveva assunto la sembianza delle persone d’un intero Coro, era entrato nella Chiesa di Gesù, ad imporre la sua legge, della vendetta e l’assoluta indisponibilità al perdono. Era veramente il caso che tornasse in quel luogo, perché egli doveva affiancare Don Carlo a difenderlo dalle seduzioni del Demonio. Si sentiva un vero esorcista! Commise l’errore, quando tornò, di telefonare, la sera prima, a Raffaella, annunciandole che, il martedì 13 novembre, si sarebbe presentato alla prova. Lei gli rispose esternandogli le sue ragioni opportunistiche (sataniche): temeva per le sorti della Cantoria (come se Dio non avesse a cuore la difesa dei giusti e tutto fosse affidato alla loro misera capacità e discrezione umana! O delirio di umana onnipotenza, già appartenuto alla Santissima Inquisizione!) ed egli le consigliò d’avere più fede nella Provvidenza di Dio. Don Carlo, saputolo da lei, forse si sentì raggirato e cadde egli pure, alla fine, nelle seducenti grinfie del Maligno e fece come gli Ebrei che uccisero Gesù per opportunismo: “E’ meglio che uno solo perisca per la salvezza di tutti!” Povero Don Carlo! E non ci vuol nemmeno coraggio a scriverlo: il Papa ha fatto Santo, quest’anno, un sacerdote che condannava un “Clero così” e lo mandava all’Inferno! Il martedì 13 novembre del 2001, Romano trovò schierati, davanti alla Schola Cantorum: Raffaella Minoretti, Angelo Freri e Don Carlo, i tre suoi più cari amici come tre mastini messi lì da Satana. Gli sbarrarono il passo. Don Carlo gli confidò sconsolato: “Avevi deciso di non tornare. Come cambi presto idea! Bene, qui non puoi entrare. Nessuno ce l’ha con te, tu non devi chiedere scusa ad alcuno, ma non sei di qui, sei di un’altra Parrocchia. Vai a cantare alla tua Parrocchia!” Ecco Satana l’impostore: il bravo Don Carlo non si rendeva conto, mentre lo diceva, che l’invitava a tornare in una Cantoria che non c’era più per colpa sua… perché i cogliatesi l’avevano distrutta, per quelle lusinghe loro e quelle offerte in denaro che proprio egli, Don Carlo, aveva fatto ad una Maestra che a Cassina Ferrara non percepiva nulla. Con una concorrenza sleale l’avevano scippata alla Cantoria che l’aveva ceduta in condivisione solo per dargli aiuto. E ora, per colpa loro quell’altra Chiesa non aveva più il suo Coro !!!!!! Bravo Satana!!! Vere congratulazioni! Riesci a vincere anche le persone migliori! Che affare pietoso… se il “fare” fosse dipeso da loro e non da un supremo disegno, che consentiva un apparente dominio di Satana… ma solo giacché Dio avrebbe poi portato ogni cosa a “sublimarsi”, in un supremo “esorcismo” di tutto il male esistente!
609
610
609 indica il moto di 1 punto nel 610. Il senso in questa pagina esprime il muoversi del punto di vista.
610 è l’assetto, nel ciclo 10, del 600 (tutto lo spazio d’azione). Il senso della pagina definisce i modi d’agire.
“Ma voi mi uccidete così facendo! – esclamò Amodeo, disperato di fronte a quel repentino voltafaccia del suo ultimo difensore – Io, la settimana scorsa, sono stato sul punto di lasciarmi morire! Come fate ad essere così duri, con una persona che avete visto patire con i vostri occhi! Che sapete quanto soffra delle ingiustizie mossegli da chi ama e decide di pagare perfino cercando di non vivere più!” “Che cosa c’entriamo noi con le tue scelte? Sei solo tu a volerle fare. Non puoi incolpare noi delle tue decisioni se sono assurde!” osservò l’indemoniata Raffaella, come se essi, causandole con la loro ingiustizia, non ne fossero minimamente responsabili! Come se chi investa un bimbo incosciente, che sbuchi da una macchina parcheggiata davanti ad una scuola, non compisse un omicidio colposo! Ditemi: egli non c’entrerebbe con le scelte fatte da quel bimbo incosciente… o sarebbe lui il vero pazzo e incosciente? “Perché mi avete fatto imparare i vostri canti, se sono di un'altra Parrocchia? Ho chiesto perdono, ho bisogno di voi e voi non mi potete scacciare dalla Chiesa!” “Questa non è la Chiesa! – bestemmiò infine Don Carlo – Vieni in Chiesa quando vuoi e ti confesso, ma questa qui non è la Chiesa!” Don Carlo, Amodeo non si farà più confessare da lei, se lei privilegia così Satana! Quando sentì tradito Cristo anche dal prete – ed egli era tornato proprio perché voleva aiutarlo a far diventare quello un luogo di Cristo, una Chiesa – capì che il Demonio si era impossessato anche di Don Carlo ed era riuscito a trasformare un impegno, assunto per dar gloria a Dio, in un mercato, ove i valori che contavano e prevalevano non erano più i Suoi. Gesù avrebbe preso la frusta e li avrebbe scacciati tutti, rovesciando tutti i loro scanni! A questo pensiero si agitò, fu sconvolto in modo inverosimile, cominciò a difendersi in modo disperato, attaccandosi persino alla sua immagine, che stavano infangando. Dichiarò che, se non sentivano le ragioni di Dio, avrebbero affrontato quelle degli uomini e li avrebbe denunciati, avrebbe chiesto loro l’indennizzo di un miliardo di lire, per la grave offesa ricevuta dalla dignità della sua persona!” “Ma vai a farti curare! Vai a farti curare!” gli ordinò allora Don Carlo, mettendo la ciliegina su quella torta infernale, che, a quel punto, fu interamente confezionata. Insomma, secondo i valori del Diavolo, egli era un matto. Sentiva e vedeva crollare tutto quel luogo come Chiesa, vedeva Gesù, scacciato assieme a lui, un povero Cristo come lui e avrebbe dovuto fare spallucce! Ma egli non era caduto nelle grinfie di Satana! Era stato ricco e potente nella vita ed aveva lasciato tutto per Gesù, aveva speso ormai decenni nell’aiuto del suo prossimo, amandolo, assistendolo, quanto più aveva potuto ed era trattato ora come fosse un cane rognoso, uno dal quale quelle persone dovevano stare alla larga, per il loro bene… Per forza: era inteso il bene di Satana. Quelle tre persone, solitamente per bene, erano divenuti con lui tre DIAVOLI! Una sola si salvò tra i “potenti”: la “Santa”. Lei passò e non volle aggiungersi ai tre mastini. Una mortificazione più grande, un dolore più intenso per un simile e rinnovato tradimento a Gesù Cristo, era impossibile per lui, nel suo modo di vedere! Invece, secondo loro, non ne avrebbe dovuto soffrire, non avrebbe dovuto sentire tutta la tragica impotenza di un povero Cristo di fronte al male, inferto dagli amici, da coloro che amava e che gli sarebbe sembrato giusto lo amassero. Satana sembrava sconfiggere Gesù e, secondo loro, egli doveva farne spallucce!
Pensò che dovesse essere stata dolce, la vita, per quella gente così molle e ordinaria, che non aveva mai messo veramente in gioco ogni cosa della propria vita, per la fede, come aveva fatto lui e quindi non capiva nemmeno, non aveva la benché minima idea di come un povero Cristo, come Amodeo, si potesse sentire, in quel suo personale “Orto degli Ulivi”, nel quale lo aveva ridotto la pura e semplice, ma vera, imitazione di Cristo. “Che crudeli carnefici! Che Dio avesse pietà! Non si rendevano nemmeno conto!” Incapaci del tutto di capire il suo assoluto dramma, dovettero pensare questo: “Se la prende così perché gli è vietato di cantare alla nostra messa? Ma che scemo!” È pazzesco se ci si pensa: la gente che più dovrebbe essere buona certe volte si comporta addirittura come un potenziale assassino, pur sapendolo! Infatti l’avevano visto già come Amodeo non scherzasse su certe cose. Perciò che cosa altro dire? Solo che si sarebbero meritate che ne fosse davvero morto, poi avrebbero capito la loro infinita e demoniaca crudeltà, solo allora… forse! Dio, sapete? spinge alla Carità! Sarebbero dovuti essere gli altri a curare Amodeo – secondo la loro pazzesca ed infernale logica – di quel male infertogli da loro! Peggio di quanto scritto dal Vangelo, che raccontava che un viandante era stato mezzo ammazzato dai banditi e che era passato un sacerdote, che aveva tirato dritto avendo altri impegni. No, qui, la legnata più grande, inferta sul suo capo, venne dall’Umanità e Carità tradite e dal ruolo di quel Don Carlo, che era stata proprio la persona che aveva aperto a Romano la via alla enciclica Fides et Ratio e al successo della sua vita, nelle questioni teologiche e scientifiche… Satana ce l’aveva a morte col buon Don Carlo… e s’era vendicato in un modo orribile, per un sacerdote così bravo e coraggioso ! Tutto ciò fu talmente mostruoso da essere, per buon ultimo, il fatto anormale per eccellenza… Ma così chiaro e normale quando c’è un grandioso male da esorcizzare. Non si poteva credere che queste persone veramente ottime, tutte e tre, dalla prima all’ultima, avessero assunto una posizione talmente disumana… se non in presenza di uno scontro assoluto, mortale, del Bene proteso ad esorcizzare il Male... Ma non quello della sola Cantoria di Cogliate, bensì del Coro di tutti i Cattolici, da guadagnare in una missione che sconfiggesse definitivamente tutto il credere sbagliato, dell’uomo, quando è poggiato sulle ragioni di Satana, nel mondo e tra le sue tante Fedi! Amodeo difendeva le ragioni di Cristo con una Ragione dettata dallo Spirito Santo di Dio che la Bestia aveva sempre rovesciata! Lo aveva fatto mostrando sempre l’effetto (l’inversa reazione) anziché la causa! Come il Sole che girava, anziché la Terra! Le Ragioni di Amodeo erano fortissime e Satana doveva fare di tutto per farlo morire ed eliminare le sue assolute Verità, che alla fine avrebbero esorcizzato le sue… DI CERTO! In una Lotta Suprema, si! Si poteva capire come a Cogliate il Diavolo cercasse di farlo morire, e proprio per mano dei suoi amici… Ma poi ci avrebbe ancora riprovato, in via Larga, facendolo investire da un grosso pullman il 29 gennaio 2002… non riuscito ad eliminarlo, quello stesso mattino fece rubare il corpo di Gesù dalla croce della Chiesa, e l’orologio al campanile della stessa si arrestò alle ore 10, un’ora prima del tentativo di uccidere Romano. Nella storia di Amodeo, tutto l’incredibile divenne credibile e mosso sempre dalle cosiddette “ragioni superiori"... dei compromessi di Satana.
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611 è l’attuazione dei modi di agire, definiti nella vita come l’assetto di tutta lo spazio dell’esperienza
Aveva concluso la vita mettendosi sempre contro tutti. Provate a ricostruire la sua storia, dai tempi dell’Ordine degli Architetti, a quando lavorava nel CIMEP. A quando aiutava chi… gli era contro. A quando s’era messo a difendere il Papa e la sua Chiesa s’era schierata contro al suo tentativo… Per finire a quest’ultima vicenda, in cui i suoi tre migliori amici l’avrebbero condannato a morte, se, così bisognoso di curarsi, egli fosse crollato. Suicida? No. Egli si era messo, fiducioso, nelle mani della Chiesa e questa aveva decretato “e muori!”. Si era messo, fiducioso, nelle mani del Cardinale Martini e aveva provato a “nuotare dove non si tocca”, e questi gli dicevano ora “e annega!” Fu tutto talmente paradossale che non può essere assolutamente la storia di eventi che fossero liberi. Ma il segno di una vera battaglia, davvero essenziale, tra il Bene e il Male ai massimi e possibili livelli. Tutta la vita di Amodeo fu dominata dalle “ragioni superiori”, che sempre portarono a dargli contro proprio coloro che egli intendeva beneficiare. Fu così che Amodeo subì a Cogliate, dal Diavolo, l’attacco più duro e ingiusto che avrebbe potuto avere nella sua vita, egli, la sua intelligenza, il suo ormai ventennale essere veramente di Cristo, con Cristo e per Cristo, nell’ultima tappa d’una santa mortificazione, che aveva subìto proprio da chi gli aveva aperto la via ad un successo strepitoso… come una vendetta atroce di Satana, che ce l’aveva specie con i Preti migliori! Prima che a Don Carlo, era successo al Santo Don Mambretti di far rischiare la morte ad Amodeo! Romano analizzò tutto. Ma fatelo voi e vedete se è vero che l’estrema mortificazione sia o no la principale via della salvezza, per come appaiono esistere le azioni della vita! La Provvidenza aveva condotto lui, veramente, passo dopo passo, a ritrovarsi fino in fondo, nella condizione straziante e salvifica di quell’uomo dei dolori, brutto a vedersi, da cui sarebbe venuta la salute di molti: in questo caso l’assoluto raddrizzamento delle idee! “La vera azione è la causa, non l’effetto! Perché l’effetto mostra sempre una dinamica rovesciata rispetto al vero: appare una morte a chi sta venendo via di là, come appare un tramonto a chi sta essenzialmente andando verso il punto in cui sorge l’alba!” Come S. Tommaso d’Aquino sostenne, chi fosse illuminato dalla Fede (e provato dall’esperienza dell’umiliazione e della mortificazione, ricevute nell’esercizio della Carità), avrebbe potuto essere dotato di tutti i mezzi, per vincere e per sfrondare i molti misteri, dell’uomo e dell’essenza, d’una vita fondata tutta sulla virtù di Dio. Ebbene, eccola nel riquadro di sopra, la virtù dello Spirito che raddrizza le idee e davvero esorcizza Satana! Gli avevano fatto del bene, a Cogliate, fino a questo punto… o povero Satana! Quest’Inferno, nel quale gli altri vivevano, suscitava in lui il suo più grande Paradiso e l’avvertiva, perché da tanta infamia scaturiva solo quell’immensa pietà, che già aveva consentito a lui, nuovo Paolo, i mezzi per attrarre al Cattolicesimo tutte le Genti e non solo i Gentili… anche gli Incarogniti, diavoli idealmente esorcizzati da San Romano. Grazie a questo nuovo Paulus (piccolo uomo), la ragione di Cristo sarebbe tornata per convertire tutti i popoli, quando, al suo Vangelo, si sarebbe aggiunta la voce dello Spirito Santo di Verità, che Amodeo aveva chiamato la Ragione Vera di ogni cosa, insomma Dio (un Dio finalmente spiegato in termini così tanto ragionevoli da essere addirittura scientifici)… Così Fede e Ragione avrebbero camminato come la Fede in Gesù assistita dallo Spirito di Verità e l’uomo maturo di ogni Fede si sarebbe convertito al Cattolicesimo.
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Capitolo 64 (64 è tutto il tempo, completo, della rotazione del 36 nel 100. La pag. 612 indica nel numero lo spostamento intero, in due tempi, del 610 che indica tutta la complessità spaziale in atto nel ciclo 10. Sono i sensi sia del capitolo intero sia di questa pagina, se ci badate, in cui si tirano le fila su nuove basi).
Siamo nel novembre del 2001 ed ora, il Paperino (del bel fumetto di Dio nei panni di Walt Disney), dovrà edificare il Tempio. È arrivato il momento per ricostruire, sulle ceneri ultime del livello più alto del suo azzeramento, quello che aveva mortificato, fino in fondo, l’umanità restata in lui: con la messa in ridicolo del suo mondo interiore e l’affronto di quanto avesse di più caro per sé, e verso di cui più sentisse di dovere la sua personale riconoscenza. Romano aveva ricevuto accuse che riteneva ingiuste ma che, per la sua onestà, non poteva ignorare. Ne doveva lasciare traccia. Così andò dai Carabinieri di Saronno e il 20.11.2001 porse una denuncia, nelle mani dell’Ufficiale di Polizia Giudiziaria Maresciallo Catello Di Somma, in relazione al comportamento di se stesso e di tutta la cantoria di Cogliate. Rivelò come fosse stato accusato di avere violato la privacy e chiese che un Giudice esaminasse la situazione (l’aveva violata?). Reclamò contro se stesso delle severe punizioni se le accuse fossero state riconosciute fondate. Poi fece un resoconto, dettagliato, di tutti i giudizi emessi contro di lui dai cantori: • da Cornelio Ferrario, che l’aveva definito una serpe al seno (era una grave offesa?), • a Adelio Basilico, che aveva assunto atteggiamenti minacciosi contro la persona (era intimidazione fisica?), • alla Maestra del Coro, che aveva invaso la sua privacy in relazione ad un sentimento (era oltraggio ai valori della persona?), • a tutti loro che ne avevano riso (avevano partecipato a tale affronto?), • infine alla violenza esercitata contro di lui, per avergli impedito il suo diritto, di partecipare ad una attività del volontariato negli organismi della Chiesa, che non può essere discriminata, in quel modo, senza essere di per se stessa una grave infamia … (era un’infamia?) Amodeo non accusò nessuno, espose solo i fatti e pose delle domande, scrivendo che, se il Giudice avesse rivelato, in ciò, una condizione diffamatoria, egli chiedeva che si operasse, al fine di chiarire la verità e punire i colpevoli. Allegò copia dei due articoli, sulla cui base l’autorità inquirente avrebbe dovuto esprimere il suo verdetto. Depositato l’atto, si recò nella redazione del suo giornale e presentò copia della denuncia che aveva fatta, spiegando loro che era anche una sua precisa esigenza di conoscere la verità, in quanto non sentiva di essere stato trattato, da loro, in modo imparziale ed aveva la necessità che un giudice super partes, si esprimesse. Al giornale, per non correre il pericolo di grane, non l’avevano difeso a sufficienza ed erano scesi a patti, quando non avrebbero dovuto farlo in alcun modo. Si facevano tanto picco, di lotte contro i potenti, e quando si era trattato di una semplice scaramuccia, in cui l’interlocutore era una persona precisa, si erano lasciati intimorire da un Signor Nessuno.
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Nella sua attività di Giornalista, era stato Direttore responsabile, per anni, egli pure, ed aveva avuto il coraggio delle proprie idee; e mai gli era successa una cosa che, per accadere qui, era bastato il numero inaugurale. Così ci fu una presa di distanze, verso di lui, anche della Redazione di Informazona. Gli fu spiegato che rischiava di mettere in crisi il giornale. Si spaventarono e cominciarono a sentire il parere dell’avvocato, timorosi di che cosa avrebbe potuto fare il Signor Nessuno. Amodeo si rese conto che, tra la sua esperienza e la loro, c’era un abisso. Altro abisso esisteva, tra la sua persuasione (che le cose dell’uomo fossero nelle salde mani della Provvidenza di Dio) e la loro (che tutto fosse riposto in quelle insicure dell’uomo). Capì che erano seriamente preoccupati, anche se, secondo la sua esperienza, lo avevano fatto molto a vuoto, giacché la sua protesta, presentata ai Carabinieri, era stata puramente simbolica. Egli non aveva attaccato nessuno, era una denuncia contro ignoti. “Perché Amodeo presentò quella querela?” Giacché era evidente che, essendo egli stato attaccato, in quel modo, dall’autorità del Consiglio della Cantoria cristiana e dei cantori di quella fede, ma anche dalla rappresentanza del Clero, nella veste del Don Carlo che gli aveva impedito l’accesso in Cantoria, egli – se non avesse esposto una sua ufficiale protesta, in modo che risultasse agli atti – sarebbe potuto apparire uno che avesse condiviso, anziché subito, la ragione di tutte quelle accuse. In quanto poi al suo accoglimento, era tutta un’altra questione. Infatti una querela è un atto di accusa preciso. Nessun Giudice può essere abilitato ad esprimersi, assumendo iniziative personali, in atti di querela. Un Giudice, che assiste al triste spettacolo di due personaggi pubblici, come ad esempio Vittorio Sgarbi e D’Agostino, che si schiaffeggiano e insolentiscono al video, non può assumere una delle due posizioni e querelare l’altra se non dopo che quella l’ha espressamente denunciata. Se poi lo Sgarbi consegna al Giudice la registrazione di quell’evento e gli chiede: “Osservi, mi ha dato uno schiaffo. È un’offesa?” il Magistrato gli risponde: “Ebbene che vuoi? Ti dichiari offeso o no? La denuncia, per avere ricevuto offese, me la fai solo se dichiari di averle ricevute realmente!” Quindi quel testo, presentato da Amodeo in quella forma interrogativa, sarebbe stato certamente messo negli archivi, e sarebbe restato solo come una futura testimonianza, dei patimenti veri, dovuti subire da Amodeo, per mano dei suoi migliori amici. I suoi amici della Redazione – ora anche questi – erano invece agitati, preoccupati, e così Amodeo non volle che lo fossero ulteriormente. Cercò dunque di togliere di mezzo quella querela, presentata contro ignoti, ritornando dai Carabinieri. Ebbene ci tentò in tutti i modi, ma non riuscì a revocarla: il Di Somma si oppose, obiettandogli che era inutile. Arrivò perfino a spiegare che, se non accettavano di restituirgli il documento, in Redazione non credevano che stesse realmente tentando di ritirare la denuncia e l’avrebbero o licenziato o messo in una posizione molto difficile e sgradevole. Non ci fu verso. Si informò allora presso altri Comandi dei Carabinieri, e lì gli dissero che anche una querela contro ignoti poteva benissimo essere ritirata, da chi l’aveva presentata. La stessa risposta in cui egli credeva, ma il Di Somma no. A Saronno infatti sostennero che essa “decadeva automaticamente”, non essendo tale che le autorità inquirenti si mettessero ad indagare su beghe interne alla Chiesa, in assenza di accuse precise (e non ipotetiche) contro le sue persone. Da tutto ciò ad Amodeo restò la convinzione che quel documento, ad un certo punto, sarebbe diventato importante a ricostruire il cammino della sua storia reale.
Questa questione, con la Redazione, si trascinò alquanto, tanto che ad un certo punto Amodeo si dimise da Informazona, facendo sapere che la sua attività era giunta al capolinea. Pietra dello scandalo fu nuovamente quell’atteggiamento della Chiesa di Cogliate. Amodeo aveva una rubrica fissa nella quale portava in evidenza le problematiche esistenti all’interno della Chiesa. Scrisse un articolo che presentava, assolutamente nelle linee generali e senza fare alcun riferimento alle persone ed ai luoghi, quella gigantesca crisi che aveva riguardato il suo caso: di come si fosse trovato un cantore ad essere stato estromesso da una Cantoria parrocchiale, per beghe sorte a livello umano. Quell’articolo, semplicemente perché era un caso che aveva riguardato la sua persona, non rientrava – secondo i responsabili della testata – nelle problematiche della Chiesa. Non ce n’era una più importante di quella. Ora non poteva farla conoscere ad altri giornale, perché egli lavorava per Informazona che non poteva occuparsene, giacché queste persone non riuscivano a togliere quel caso di dosso a lui… Dunque era imprigionato! Era ormai tutta la vita che Amodeo non faceva più niente per se stesso. Era finito in quella redazione perché l’avevano visto pronto a morire per un ideale che non era certo la sua persona, messa al confino, ridotta alla fame. E doveva ritrovarsi, anche lì, con persone che, nuovamente (e pur conoscendolo), gli attribuivano l’eccesso in personalismi e di fare solo ogni cosa per la sua persona. Era come una condanna che si portasse addosso e, della quale, ormai era veramente stufo. Meglio soli che male accompagnati. Quando operi con chi non ha vera fiducia in te e ti attribuisce interessi tuoi di parte, è meglio che tu te ne vada. Si ritrovò come quando si era ritirato dall’avventura della DC, che voleva ribaltare il Consiglio dell’Ordine degli Architetti stipulando accordi e compromessi con gli avversari, e presentandosi con la faccia della vecchia DC, acchiappa incarichi e revisionista. Tuttavia si accorse come ad Informazona fossero suoi amici, gli volessero bene… Capì che poteva essere loro d’aiuto anche se fosse restato, allineato alle loro intenzioni, con l’unica predisposizione di stare ad osservare che cosa veramente voleva, anche per Informazona, la Provvidenza di Dio. Pertanto ritirò quelle dimissioni, e si mise al seguito, togliendo di mezzo la sua libera iniziativa. Facessero loro! Erano fatti loro. Egli stava agli ordini… del resto il suo vero avvenire non dipendeva da questo. Certo che queste persone si ritrovavano con lui, che sarebbe un giorno stato stimato come una figura eccezionale – e non per meriti suoi, ma solo per il volere della Provvidenza di Dio – e non coglievano l’occasione, neppure, per pubblicare un articolo di fisica, sulle sue conquiste conoscitive nel campo della relatività generale! Era chiaro che non gli credevano (ma chi crede a un “esaltato” che la pensa così? ), ed era profondamente deluso, che non avessero capito in che straordinaria situazione egli si trovasse. Come il Zi' Dima Licasi ne’ La Giara di Pirandello, con loro che non credevano nel suo mastice e che finì intrappolato nella giara! Leggete “La Giara”, di Pirandello. L’imprigionato Zi’ Dima Licasi è Romano Amodeo in Informazona. Creda a me, il lettore, a me che sono solo l’anima, che osserva questi pensieri da dentro, e conosco il personaggio Amodeo, meglio di chiunque: non è il presuntuoso per il quale lo scambiate; è una nullità, che si riconosce tale, nel relativo e che, tuttavia, ha ricevuto quanto altri mai non ha ricevuto di conoscere, in relazione all’assetto assoluto, a come stia in piedi “il tutto”. Non credo che sia possibile una contraddizione più grande, ma – proprio perché l’unità si imposta sulla più grande delle contraddizioni – Amodeo, il contraddittorio per eccellenza, ha potuto averne sentore.
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E tu, Fiordaliso, mi hai salvato! Grazie, per essere salita sul mio carro!”
Per ringraziarla, Romano passò da lei il Natale e con lei accolse l’anno nuovo, tra le luci e i fuochi d’artificio, di una Montesilvano scoppiettante fino al mattino. Poté farlo, per quella possibilità nuova che ebbe quando, liberato dal vincolo di una vera passione che l’aveva tenuto a lungo legato alla sua Maestra del Coro, aveva sublimato quella condizione, salvandone i contenuti e riacquistando per intero la sua libertà. Toltasi di mezzo ‘Occhi verdi’ – lo notò con un po’ di tristezza – svanì anche tutto il gran fascino che aveva avvertito per il canto. Un giorno le aveva confidato che andava in molti cori per non confondere lei con la musica, ma aveva fatto proprio così ed ora, senza di lei, disertò, per la prima volta in tanto tempo, il momento più importante nella liturgia di tutte le Corali in cui ancora cantava: la Santa Messa di Natale. Si ammalò, a Montesilvano. Stette a letto tre giorni con qualche linea di febbre, anche questa una assoluta novità, perché erano decenni che non accadeva. Maria Grazia lo accudì, lo coccolò, lo viziò, lo fece guarire. Discusse molto, con lei, degli eventi appena trascorsi, che avevano definito l’ultimo tratto della sua vita. Il 2001 era stato l’anno del grande distacco da tutto quanto l’aveva appassionato e rilanciato, alla grande, verso una condizione libera e tutta nuova. Ora si doveva passare a concludere e a chiudere il cerchio. Stranamente erano restati sul cammino solo i fiori: c’era lei, Fiordaliso, c’era Fiorella e c’era Fiorinelli “il pazzo”, con il quale si rendeva conto era restata aperta una strana partita. A Natale cantò a Pescara, stando tra i fedeli e duettando con quel bel soprano, tutto personale, che era seduto al suo fianco e che era il più bravo e con la più bella voce che avesse incontrato in tutti i cori in cui era stato. Anche Maria Grazia (omesso) con la quale ora si trovava, a brindare al 2002 che iniziava, era stata un dono di ‘Occhi verdi’, secondo il percorso Maestra del Coro – Don Carlo – Enciclica – Convegno – Ausili – Padre Magni – Maria Grazia. Maria Grazia, come il regalo ultimo, portato «dalla Santa», era il più bel soprano con il quale ridursi nel tempo, forse a cantare solo duetti. E mentre mi sfiora questo pensiero, io sento una stretta al cuore e un velo di malinconia passare per la mente di Romano, per un giocattolo che non ha più, che non ha mai avuto solo per lui, pur avendolo visto e ammirato, assieme a tutta quella musica di cui ‘Occhi verdi’ gli inondava la vita. In un angolo di tempo – egli lo sa – c’è ancora, in atto, ed è solo da ritrovare, una platea in festa che chiede il bis per “Funicolì”.
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Capitolo 65 L’attività di giornalista lo portò a scrivere tre articoli sulla pericolosità della Via Larga, proprio in relazione all’ingresso della sua casa. Nel primo, pubblicato a metà ottobre, rilevava la necessità che il Comune collocasse almeno uno specchio, per fare scorgere, a chi usciva dall’androne attraverso il passo carraio sulla via, le automobili in arrivo, che lambivano, sempre pericolosamente, il muro della casa, invadendo l’area riservata ai pedoni. Nel secondo articolo, uscito alla metà di novembre, i titolari dei negozi, di fianco al numero 12 di Via Larga, espressero la necessità e la richiesta d’un marciapiede protetto, non ritenendosi tutelati da quello a raso, delimitato solo dalla striscia bianca continua, che era sempre superata dalle macchine che vi sconfinavano. Il terzo articolo uscì nella prima settimana del dicembre 2001; in esso si evidenziava il modo, facile e poco costoso, per risolvere il problema, allargando la sede stradale dalla parte della Chiesa, portandola fino a ridosso dei cinque alberi che, posti sul fronte dell’edificio sacro, erano anche troppo verso la linea stradale e ne strozzavano la possibile sede. Amodeo era passato a mettere in atto il suo progetto, che era ormai di vecchia data. Fin da quando abitava in Piazzale Cuoco, aveva presentato all’Ufficio Brevetti la sua macchina per produrre energia pulita, attraverso la fusione degli atomi d’idrogeno, che doveva avvenire sotto pressione e in presenza d’una forte polarizzazione magnetica. Forte della sua nuova visione della realtà fisica, aveva compreso come fosse possibile un motore a fusione, idealmente identico a quello a scoppio che traeva energia debole attraverso la soluzione dei legami elettrici della molecola di idrocarburo e ossigeno, mediante la compressione della miscela e una scintilla elettrica. Nella sua visione scientifica, poteva anche accadere che una miscela di deuterio e trizio, compressa e sottoposta ad una scintilla magnetica, andasse a fondere, tra loro, due atomi in uno, e generasse aumento del volume e una potenza notevole, molto più grande di quelle derivanti dai processi chimici. L’uomo era già riuscito in questo intento, con la bomba nucleare chiamata H dal simbolo dell’idrogeno. Ma essa scatenava una potenza troppo incontrollabile, essendo il suo innesco ottenuto da una bomba del tipo A, a scissione atomica. Il problema reale stava nell’ottenere una bomba H che fosse fortissimamente miniaturizzata, tanto da erogare una potenza adeguata e controllabile dall’uomo. L’energia derivante dalla fusione atomica, che fa scomparire massa-peso e la trasforma nella capacità di produrre lavoro, è tale che, in soli 3 grammi di massa che scompare per fusione, è contenuta la stessa energia di tutte le trasformazioni chimiche relative ad una grossa petroliera, interamente carica di combustibile. Un motore, del tipo a scoppio, che fosse caricato di 6 grammi d’idrogeno e ne trasformasse tre in massa, applicato ad una vettura, avrebbe potuto farla correre per centinaia e centinaia d’anni, quanto il consumo di tutta la benzina ricavata da una petroliera carica di carburante.
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Amodeo aveva cercato di portare avanti la sua teoria negli ambienti scientifici, ma non aveva trovato ascolto. La causa era la globalità del suo porsi: faceva sempre capire come non fosse arrivato, a quelle intuizioni, mosso dai suoi approfonditi studi, sui libri di testo o sui laboratori della fisica, ma solo dal dono di Dio. Gli scienziati, appena sentivano queste parole, lo giudicavano un esaltato, che aveva troppo piena la bocca di cose che, con la fisica, erano certi non c’entrassero nulla; così, invece di prestare attenzione ai contenuti delle sue tesi, erano talmente distratti dalle forme, che, presto, si rifiutavano perfino di dargli ascolto. Così era già da tempo che Amodeo aveva rilevato la necessità di passare, direttamente, alla personale sperimentazione delle sue teorie. La difficoltà d’attuarla stava nel suo essere divenuto estremamente povero, d’ogni cosa. Da quando era rientrato a Saronno ed aveva abbandonato il tentativo fatto da suo fratello, con la E-press, scelta causata dalla necessità assoluta, che aveva sentito in quel momento, di trovare una possibile linea d’intesa con «la Santa», viveva di quel poco che aveva ottenuto, quando aveva ristrutturato gli uffici per Benito e di quanto riceveva, dall’aiuto di pochi ma attenti amici. Nuovamente si erano allertati a soccorrerlo, in due occasioni, Ausili e Fieramonti, due veri angeli, d’assoluta bontà e di salvezza, per lui. Allorché aveva iniziato a lavorare, nella sistemazione della Tavernetta Greca, aveva ricavato il necessario per vivere, aiutando Vincenzo e Barbara ad aver cura della piscina durante l’estate. Poi il giornalismo era entrato a dargli nuovamente risorse, ma non tante da potersi permettere una sperimentazione in Fisica nucleare. Aveva risolto allora il problema, attraverso le aziende che ancora avevano fiducia in lui. La sua vita, degna di rispetto, era conosciuta e ricordata, dai molti che avevano avuto il modo di seguirla fin dal 1970. Costoro non si erano fatti impressionare dal fallimento che era subentrato; ne conoscevano le ragioni; anzi, si erano veramente stupiti, molte volte, di come Romano riuscisse a superare momenti di difficoltà estreme, dipendenti dalla situazione contingente in Italia, attraverso le mille risorse cui attingeva, dimostrando d’avere più vite del classico gatto. Lo avevano visto impegnarsi in un’attività d’Innovazione tecnologica e si erano stupiti – e poi complimentati – che l’avesse saputa portare a compimento e al felice collaudo, nonostante i devastatori gli avessero spazzato via, quasi tutto, quello che aveva realizzato. Grazie al provvidenziale dislocamento, dei macchinari, in due differenti ubicazioni di Milano, con i pochi prototipi restati in Via Colletta, dove era difficile compiere atti vandalici a causa della permanenza costante degl’impiegati, aveva potuto dimostrare d’avere centrato l’obiettivo, seppure solo al 95%, ed era stato già un ampio successo, che questi osservatori non credevano assolutamente possibile, per come era stato ridimensionato. Quando, il 29.6.1994, Amodeo aveva presentato, al Ministero dell’Industria del Commercio e dell’Artigianato, la sua domanda di Brevetto del “Motore a fusione nucleare dell’idrogeno”, che gli fu respinta l’anno successivo (con la motivazione che era solo una teoria e le teorie non si brevettavano), egli interessò questi suoi amici e sostenitori; ebbe così inizio una lenta fase di sperimentazione, durata anni. Essa si svolgeva lentamente, attraverso momenti d’interruzione, anche piuttosto lunghi, nei quali, presso le officine e i laboratori, i suoi amici provvedevano a realizzare quanto richiesto da lui.
L’idea era già stata tracciata: occorreva creare un campo magnetico, esaltato il più possibile, e che fosse realizzato all’interno di camere stagne, che potessero resistere alle altissime pressioni. Ottenuto ciò, si sarebbe immesso la miscela d’idrogeno in infinitesime quantità, e si sarebbe fatta scoccare la scintilla magnetica. Ne sarebbe scaturita una atomica dall’energia tanto ridotta quanto la quantità infinitesima di combustibile impiegato. Amodeo, nel novembre del 2001, mortificato da Don Carlo e da tutta la sua Cantoria, si liberò di tutto quanto ancora lo legava, e l’induceva a spendere molto, troppo tempo e pensieri, nel perseguire i valori umani dell’amicizia e del cuore in quel luogo. Egli era troppo legato a quelle persone, per l’eccesso di gratitudine che sentiva, per il bene ricevuto, tramite loro, ma che non era stato compiuto intenzionalmente da loro in suo favore. Pertanto Amodeo si convinse che quello che era accaduto a Cogliate era stato un grande bene per tutti, ai limiti di quanto era umanamente possibile, e volle stringere i tempi della sua ricerca oggettiva. Mise così sotto torchio le aziende che eseguivano i sui disegni tecnici. Giunse ad avere pronti 4 prototipi della sua macchina, da sperimentare finalmente immettendo deuterio negl’interstizi microscopici, in cui fosse contenuto pochissimo idrogeno, tanto da dar luogo ad una reazione potente ma controllata. Il suo ruolo di giornalista lo portò a contatto con il Sindaco del Comune di Ceriano Laghetto, la dottoressa Donatella Ferrario, alla quale poté spiegare anche che cosa stava facendo e chiedere se potevano essere stabiliti, per lui, dei luoghi in cui fare la sperimentazione. Il Vicesindaco di Gerenzano, la Dottoressa Vanzulli, udito ella pure come Amodeo stesse per fare un esperimento che cercava le vie per giungere all’energia pulita, lei, ecologista, una persona che conosceva molto bene i pericoli dell’inquinamento, esistenti in tutte le metodiche per ottenere energia, telefonò, solo per essere gentile e non mandarlo sgarbatamente a quel paese (come apprese molti mesi dopo), ad uno dei tre titolari della Cava fusi e gli ottenne un appuntamento. L’esperimento sarebbe dovuto essere realizzato il 25 gennaio, nel giorno del 64° compleanno di Romano (64, tempo pieno!). Egli si aspettava un bel regalo dal suo Dio. (E Dio glielo darà, nel solito modo: mandandogli di lì a poco un provvidenziale incidente, senza conseguenze, e che era proprio quello che gli aveva promesso il giorno 11 di marzo del 1987, quando gli aveva ordinato “Aspetta!”, mentre Amodeo se ne stava procurando uno grave, volontario e fortemente menomante). Alla cava Fusi non gli dettero il permesso: temevano reazioni troppo potenti. Aggirò allora l’ostacolo: nel parco del Lura aveva visto un luogo protetto ed isolato, che poteva andare bene. Si ritrovò pronto, ma quando si recò lì, l’improvviso rialzo della temperatura aveva ammollato talmente il fondo argilloso, che era impraticabile ogni via. Poi erano presenti degl’inservienti che stavano provvedendo al disboscamento, a creare i piani e le ondulazioni del futuro parco del Lura. Dovette rinunciare al suo progetto, per quel giorno e rimandarlo a dopo.
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620 è l’intero spostamento 600 nel tempo 10 del ciclo 10 del tempo. Domandò alla sua Fiordaliso che cosa
Romano sapeva bene che il pericolo era reale. Chi sporgeva dall’androne rischiava di vedersi ghigliottinata la vettura. Ma egli non voleva uscire, intendeva solo scaricare i suoi pezzi, lì, sul passo carraio, in modo da consentire che fossero prelevati con facilità. Arrivato, lentamente, in prossimità dell’uscita sulla strada, non si accorse come il muso della sua Fiat Croma sporgesse d’una trentina di centimetri oltre il filo del muro, nella zona destinata ai pedoni. Una corriera di quelle grandi, posti per 100 persone, passò rasente la parete a velocità tale da sbatacchiarlo tra i due lati dell’androne. Che gran botto!
risultasse, nei messaggi che le trasmettevano dall’al di là, a proposito di quant’egli stava tentando. Lei gli rispose che le davano notizia d’un grande botto e di molti testimoni. Il 27 gennaio, il fuoristrada del suo amico Salvatore Mocciaro riuscì a passare. Furono distesi i fili tra il luogo che attivava l’energia e quello, protetto da una scarpata, in cui sarebbe dovuta avvenire la piccolissima reazione nucleare: così piccola che sarebbe risultata attraverso il minimo spostamento dell’ago del manometro, ripreso da una telecamera lasciata in azione. Mentre Amodeo era a 50 metri di distanza, pronto ad erogare energia, Salvatore avrebbe dovuto dare pressione e venire via di lì, raggiungendo il suo amico che, allora, avrebbe azionato il contatto, per fare partire la scarica magnetica. Si palesò subito un grave inconveniente: le camere bariche, collaudate e collegate con i raccordi alla bomboletta di deuterio, rivelavano una fuga del gas, e un repentino calo della pressione segnalata dal manometro. Tutto il collegamento tra i prototipi e gli alimentatori del gas, non ancora collaudati, erano messi in opera solo in quel momento, avevano fughe, attraverso i tanti raccordi che esistevano. Già quell’esperimento, il primo, avveniva solo alla modestissima pressione dei 10 Bar contenuti nella bomboletta, cercata dappertutto e trovata per puro caso solo a Saronno (un cliente l’aveva ordinata l’anno precedente e poi non l’aveva più voluta). La perdita di pressione creava un alleggerimento, che era tutto l’opposto delle condizioni di progressiva esaltazione della compressione, utili a che l’esperienza potesse dare esito felice. Non avendo però altro da fare, i due sperimentatori provarono ad eseguire il tutto con velocità. Salvatore, immesso il gas a 10 Bar, risaliva correndo, su per la scarpata e, quando arrivava in zona di sicurezza, Romano azionava il contatto. Il gran “botto”, vaticinato da Maria Grazia (omesso), non avvenne. La pressione, come risultava dalla telecamera, giungeva a 2 o 3 Bar, quando Amodeo azionava il contato e, con quella sollecitazione così bassa, gli atomi non potevano essere spinti uno contro l’altro e vincere le residue opposizioni, tanto da fondersi in uno. Sconsolati, dovettero rimandare l’esperimento, a quando la pressione fosse stata resa almeno stabile. Ci fu un testimone: il proprietario del fondo, che andò lì, a vedere che cosa stesse accadendo, in quell’affossamento vicino al Lura e lontano da tutte le case. I due ricercatori, forse, gli dettero l’idea dei primi alchimisti, che quasi brancolavano nel buio, alla ricerca del metodo di fabbricare l’oro con la pietra filosofale. Oppure di Guglielmo Marconi, quando sperimentava la sua trasmissione a distanza, da collina a collina, dandosi da fare con i fili e le batterie. Romano invitò l’azienda che aveva prodotto i prototipi, le Officine Meccaniche Fiorese, di Besnate, affinché venisse a prendersi tutta l’apparecchiatura, al fine di controllare la tenuta anche dei raccordi. Il 29 gennaio il Maligno fece sparire dalla Croce il Corpo di Cristo e non si sa bene in quale data, ma intorno a questo periodo l’orologio del campanile si bloccò alle ore 10 e 2 minuti del mattino. Il 29 gennaio, del 2002, il Nostro stava per portare i pesanti pezzi in strada, sulla sua macchina con l’assicurazione scaduta e che non aveva ancora pagato, perché aveva mobilitato tutti i suoi spiccioli, al momento, nella ricerca. La ditta partner sarebbe venuta a prendersi il tutto, ma non voleva entrare nel cortile, per il pericolo che attribuiva al luogo, nei confronti del traffico in Via Larga, troppo stretta.
Insomma il “gran botto” ci fu e ci furono anche molti testimoni. L’automobile fu distrutta nel suo avantreno, fu scaraventata contro la parete di destra, sulla quale la ruota anteriore lasciò il timbro, piatto, di tutti i bulloni; poi, agganciata dalla grande massa del pullman, che continuò a premere sull’avantreno, si mise tutta per traverso, come se fosse stata attivata da una potentissima leva, che facesse perno sullo spigolo dell’androne. In una frazione infinitesima di tempo, Romano immaginò: “Ecco, ci siamo!” Pensò che stesse per morire, con il capo finito contro lo specchietto retrovisore collocato in alto, in mezzo alla vettura. Fortemente urtato, provvidenzialmente esso resistette, così lacerò e tagliò la fronte di Amodeo, a due dita dalla tempia e dall’occhio destro. Se lo specchietto si fosse rotto, una lama di vetro sarebbe potuta entrare nel cranio ed ucciderlo. Accorse un’ambulanza, in un batter d’occhio e i Vigili Urbani di Saronno. Mentre gl’infermieri della Croce stavano cercando di convincerlo a farsi accompagnare in Ospedale, egli trovò la prontezza di spirito di prendere la sua macchina fotografica e ritrarre ogni cosa. Si era sganciato l’obiettivo e Romano, in evidente stato confusionale, non sapeva come avvitarlo. Passò di lì il suo omonimo, Romano Isidoro Busnelli e gli domandò se sapeva rimettere insieme i pezzi. Isidoro gli rispose laconicamente: “Se non lo sai tu?!” Il cervello di Romano s’era caricato d’adrenalina e stava reagendo, determinato a non essersi fatto nulla, cercando di dominare il suo stato. Il Nostro Paperino, del cartone animato di Dio, fu accompagnato all’ospedale, dove gli cucirono il taglio con molti punti… ma egli non volle che gli fosse fatta l’antitetanica, non volle nient’altro, sostenendo che stava bene. Gli dettero un foglio d’istruzioni da leggere. Sopravvennero i Vigili e gli rivelarono d’avergli fatto tre verbali: non aveva l’assicurazione, non c’era in macchina il libretto e quindi avevano sequestrato il veicolo: “Ma ci sono su quell’auto i pezzi della mia ricerca!” “Quelli può andare a prenderseli, l’auto solo dopo che avrà pagato l’assicurazione. Porti il libretto in sede, così almeno risolve quel problema” Romano telefonò a Barbara Baratta, perché il deposito, in cui era stata trasferita la sua Fiat Croma, era vicino a casa sua, a Caronno Pertusella e, sull’automobile della cugina, i pezzi furono portati nuovamente in Via Larga.
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Gli vennero, durante la notte, giramenti di testa, dolore al collo, perdita dell’equilibrio e – essendo scritto nel foglio, datogli all’ospedale, che, se insorgevano quei disturbi, doveva andare a farsi rivedere – ritornò al Pronto Soccorso dell’Ospedale di Saronno. Gli fu fatta la TAC e non risultò nulla. Da accertamenti successivi, perché seguitava ad avere dolori, una lastra dimostrò qualcosa per cui gli dovette essere ordinato il collare. I disturbi dell’equilibrio restavano e notò la comparsa d’un fruscio, molto intenso, all’udito. La visita dell’otorino non diede spiegazioni; forse dipendeva dal collare.
Le camere di scoppio, microscopiche, realizzate nel ferro dolce, necessario a trasmettere idealmente le cariche magnetiche, probabilmente si erano ostruite ed intasate di ruggine. Il controllo era possibile solo dissaldandole e quindi rovinandole, in modo irreparabile. Erano prototipi costruiti nel corso d’anni di studio e di ricerche e valevano centinaia d’ore d’utilizzo di macchinari sofisticati e costosi. Anche il suo lavoro al Giornale, stanti le sue condizioni di salute, si era ridotto al lumicino e doveva farsi riconoscere l’entità delle perdite di produttività. Inoltre protestò contro il Comune che, nonostante i suoi tre articoli, aveva lasciato proprio lui nel pericolo di morire… Qui veramente tutti hanno tentato, in vario modo, ma sempre, di accoppare il povero Romano! Involontariamente, ma i fatti sono questi! Con ben 3 articoli egli aveva chiaramente presagito il pericolo. Anche questo non è un fatto senza rilievo: aveva veramente avvertito il sommo pericolo che, proprio la sua vita, qui, avrebbe corso! Pertanto Amodeo si recò dai Carabinieri di Saronno ed invocò una severa punizione contro il Comune: un milione d’euro, quanto il valore attribuibile ad una vita qualunque. Il Comune fu accusato di “Falso ideologico”, perché quella segnaletica orizzontale, insufficiente a proteggere le persone, era una vera e propria trappola mortale. Quindi il Giudice, in questo caso, condannasse il Comune a risarcire un pericolo fatto deliberatamente correre, come se esso si fosse tradotto nelle sue possibili conseguenze: la morte dell’investito. Incaricò l’avvocato della sua assicurazione, a chiedere i danni al Pullman investitore, mentre egli stesso domandò il risarcimento al Comune e, in più, come scritto, lo denunciò, chiedendo il pagamento, a suo favore, anche a titolo di pena.
Romano era in queste condizioni, quando gli telefonò Vincenzo, da Cunardo: “Vieni, perché desidero un tuo consiglio!” Vincenzo Fiorinelli… ve lo ricordate? Il cosiddetto “pazzo”, si era, poco a poco, calmato e, con il tempo, aveva anche ritenuto giusto, spinto da Barbara Edyta Gorzawska, di far la pace con lui. Barbara gli aveva fatto notare: “Ma ti rendi conto, o no, di chi ti è veramente amico?” Ora Vincenzo voleva ampliare il suo locale, sull’esterno, ed aveva bisogno che egli, architetto, gli spiegasse come meglio procedere, perché voleva realizzare una tettoia ed aveva già tagliato i pali d’appoggio, nel bosco di robinie. Fiorinelli diede retta ai consigli dell’amico e, a poco a poco, quella tettoia, che egli aveva in mente, divenne come un Tempio dell’antica Grecia. Realizzato su pali una costruzione in legno, considerato che quella era la Tavernetta Greca, stava meglio che i pali davanti fossero rivestiti da un colonnato di colonne in stile dorico, montate da un architrave e dalle due falde inclinate che sono al colmo delle architetture di quella tipologia. Romano non stava bene, tuttavia, per quei due suoi amici, attinse alle sue risorse di fondo e – ancora una volta distraendosi dalla sue questioni più importanti – fu attento, dette la precedenza, a chi gli chiedeva aiuto. Quando la struttura fu ultimata, fu apprezzata da tutti e Amodeo si accorse, in quel modo, che Dio alla fine, dopo d’averlo costruito come uomo, adesso puntava a che fosse realizzata la sua casa. Quella creata da lui a Cunardo era allusiva, era solo un chiaro ed eloquente invito a creare un vero Tempio. Romano non doveva dimenticarsi del suo compito: la casa del Signore, un edificio che egli avrebbe dovuto consolidare, apportando i frutti, di quella Ragione, che Dio gli aveva allenata a puntino, nel corso della sua intera vita, a che fosse attenta a tutte le cose, a caricarsele addosso, una per una, mettendosi sempre nei panni di tutti, amici e nemici, soprattutto di costoro. La risposta che sarebbe venuta da lui e che oramai era già del tutto configurata, doveva passare attraverso il suo successo di scienziato. Ora avrebbe avuto anche i fondi, perché l’incidente, che gli era stato provocato, aveva, in se stesso, ogni caratteristica per dargli risorse adeguate. Era stata messa in crisi una importante sperimentazione, in quanto, con il passare del tempo indotto dalla sua malattia, quei 4 costosissimi prototipi non erano più affidabili.
Amodeo credette, a questo punto, di capire che quell’ “Aspetta!”, che aveva udito, pronunciato da Dio, il giorno 11 di marzo del 1987, fosse riferito agli eventi accaduti a Saronno il 29 gennaio 2.002. Come se Dio, allora, gli avesse voluto significare: “Non anticipare, volontariamente ed artatamente, un incidente, nella speranza di un premio dall’Assicurazione! Aspetta e vedrai che, quest’incidente, ti capiterà quando ne sarai del tutto innocente, quando sarà avvenuto nel migliore dei modi, ed avendo tu le migliori speranze, d’essere risarcito e vedrai che…” “Vedrai… che cosa?” “Chissà!” Infatti le due Assicurazioni risposero “Picche! Non le spetta nessun risarcimento, anzi, paghi lei i danni causati al pullman!” Attonito, Amodeo s’interrogò, per conoscere che cosa mai potesse portare, anche una Assicurazione, ad agire in modo così ingiusto contro di lui. Ma era incredibile: tutto sembrava girargli contro, come se fosse finito davvero sotto le grinfie di una terribile maledizione, quel “malocchio" che, già da bambino, tutti avevano notato e che la zia ‘Ndina aveva tentato di togliergli… Infatti, il pullman, passando nettamente sul marciapiede, aveva travolto la sua vettura, che sporgeva appena d’una trentina di centimetri; essa era ben lungi dall’avere superato il tratteggio della linea, che indicava il passo carraio e consentiva alle automobili d’uscire o entrare nell’androne.
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Come era possibile che avesse ragione un veicolo che non poteva transitare (né a piccola né a grande velocità) in quella zona e che aveva travolto uno che vi poteva passare? Andò dai Vigili e si fece dare la Relazione sull’incidente. Vide chiarissimamente che ancora una volta il Maligno si stava opponendo al suo successo vero, che sarebbe venuto, forse, allorché avrebbe avuto anche le risorse, idonee per fondere l’atomo, nel modo con il quale egli ne aveva avuto l’idea. Il Maligno aveva portato i Vigili a sostenere addirittura il falso.
Anche a Cunardo, di fianco alla Tavernetta Greca e di fronte al Tempio, costruito da lui, c’era una capannina in cui era stata a lungo presente una statua della Madonna, come in Via Larga a Saronno, dove ancora aveva il recapito, posta a 6 metri di distanza dalla sua porta, come quelle 6 candele accese nel 1940, dalla sua mamma per lui, e che forse gli avevano salvato la vita anche in quel luogo, sessantadue anni dopo: il giorno 29 di gennaio del 2002. A Cunardo, però, la statua della Madonna era stata tolta, come ad indicare che Egli l’avrebbe dovuta mettere… o che le sue due mamme l’aspettavano ormai presto in Paradiso… o che quel Tempio, così fatto da lui per un Dio Greco, non era quello giusto: ci voleva il Tempio per il Cristo e lo avrebbe dovuto completare egli stesso aggiungendo quanto ancora mancava nella sua carne... Che cosa? Forse i patimenti nella sua carne, una passione, ancora più grande, la più grande di tutte, come in agguato: il 9.6.2004, due mesi esatti dopo il venerdì Santo del 2004. Superstizione? No: segni. La vita di Romano Amodeo è stata così riempita di segni, dalla Provvidenza di Dio, da avergli comunicato anche il giorno esatto del suo ingresso in Paradiso. Molti, leggendo questo, scriveranno di esaltazione allo stato puro… e forse anche la lettura dei segni spesso lo è. In questo caso sarebbero stati tutti a vedere se questa profezia si sarebbe avverata o no, come l’altra che il Cardinale Tettamanzi sarebbe stato il futuro Papa Giovani Paolo III. Forse non si sarebbe trattato di una morte vera e propria, forse Amodeo sarebbe morto per il mondo… chiudendosi decisamente in convento, avendo preso così quel posto, lasciato vuoto, dalla sua bella Maestra del Coro dagli occhi verdi, quando, salvata forse da una preghiera da lui fatta per un’altra, ora sarebbe toccato a lui quanto lasciato vuoto da lei. Anche questa sarebbe stata una possibile “morte per il mondo”. E forse sarebbe accaduto solo questo, perché in tutti i voti, sia di Amodeo, sia di una suora, l’offerta fatta riguardava solo la rinuncia al mondo e non alla vita. Certo che i segni erano evidenti: sarebbe accaduto e senza dubbi, nella data già scritta. Però a che pro, per un angelo, restare ancora in vita e chiuso in un convento? Meglio il Paradiso. Già, ma «Occhi verdi» ne era uscita e lei, provata costruttrice di missionari, forse avrebbe costruito anche un monaco...
Nella loro relazione non era stata rilevata la segnaletica orizzontale, non risultava la linea continua che impediva al Pullman di varcarla e non era rilevato il tratteggio (non essendo segnata l’esistenza della linea) che abilitava il suo veicolo a passare di la. “Ma non aveva l’Assicurazione!” sosteneva qualcuno.. Certo, ed avrebbe pagato la multa. Ma la colpa, d’un investimento, non passava, dall’uno all’altro, solo perché l’investito non fosse coperto da assicurazione! I Vigili della Polizia di Saronno avevano decretato, in assenza di quel rilievo del marciapiede, che il veicolo di Romano Amodeo, sbucando dalle pareti dell’androne, entrava nel flusso del traffico automobilistico, senza dare le dovute precedenze. Una cosa a dir poco “Diabolica”! Abituato ormai dall’esercizio assunto in tutta una vita, Amodeo non si lasciò intimidire dall’autorità: erano uomini come lui e sbagliavano anche loro. Qui avevano certamente errato nel loro giudizio. Scrisse e consegnò un Esposto al Comune di Saronno, contro il Corpo della sua Polizia Municipale e – conscio di tutte le possibili camarille, quando gli enti sono associati – trovandosi a Cunardo, vicino a Cugliate (quasi il Cogliate della Maestra del Coro) ed essendo i Carabinieri a Marchirolo, si recò lì da loro, nel paese del suo grande amore Maria Teresa Mazzola, e denunciò i Vigili, di gravi omissioni e dichiarazione falsa. Bugiarda a tal punto da trasformare una chiara e possibile vittima in un accertato colpevole. Gli venne in mente che, il 7 gennaio del 2.001, nel massimo momento della sua fortuna con la sua Maestra del Coro e la Schola Cantorum di Cogliate, aveva trionfato in teatro con “Funicolì”, affermando che: “Per il suo cuore ingrato se ne sarebbe andato lassù, dove il sole arde (a Cunardo, vicino a Cugliate) ma non scotta e se lei fuggiva egli la lasciava stare…” Che strani giochi, di profezie e di nomi capitavano nella sua vita! Lì, vicino a Cunardo, separato dal solo Cugliate, c’era Marchirolo, con quella casa della prima Maria Teresa che l’aveva aiutato, anche lei lasciandolo perdere, ma salvandogli, in ben due occasioni, la vita. E, in quei momenti, egli, un poeta veramente patito del Leopardi, che però non vedeva “il buio oltre la siepe” e tante volte aveva rimpianto che al Leopardi fosse mancata la Fede che egli aveva…, lavorava in Via Leopardi a Cunardo, per il giornale in Via Leopardi a Saronno e collaborava con la ditta che gli aveva preparato i prototipi e che stava in via Leopardi a Besnate. Come se Leopardi l’aiutasse e segnalasse la sua grata riconoscenza, essendo stranamente presente nei luoghi della sua vita!
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Capitolo 66
reale, singola e complessiva) che a quel punto Gesù sarà veramente, concretamente, la Via, la Verità e la Vita che porta al Padre. Coraggio, allora. Romano Amodeo e ciascuno di noi vincerà, oltre ogni più rosea aspettativa. Non stupitevi se a lui il Signore ha concesso tanto! Non è proprio nulla rispetto a ciò che donerà a tutti voi: di essere anche lui, se lo vorrete, di essere ciascuna delle infinite persone che sono esistite. Ma a modo assolutamente vostro e ad una ad una e assieme. Romano Amodeo è solo uno schiavetto, costretto a trascorrere e visionare tutti i momenti della sua vita, senza poterne fermare, accelerare, saltare uno solo, come se vedesse un film alla TV. Voi potrete essere lui, immedesimati in tutto il suo essere, con in più il vostro, a giudizio e commento, come se steste vedendo un film nella sua realtà reale. Anche quando visionate il film, voi esistete con il vostro io singolo. Sarà così che voi potrete essere anche lui, ma da padroni e non da schiavi come egli ora è. Voi salterete tutte le sue brutture. Io purtroppo no, sono costretto a sorbirmele tutte ed a vergognarmene.
Siamo così arrivati, finalmente al 3 ottobre 2002. Ecco così raggiunto, dopo una rincorsa di 54 anni, il cosiddetto “presente”, questo attimo fuggente che per fortuna non si riesce a fermare mai: ci porterà in Paradiso, ma oggi è solo il compleanno «della Santa». Romano non le invierà nulla, così lei starà finalmente in pace. Le porge solo questa preghiera: “Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te, tu sei benedetta tra tutte le donne e benedetto è il frutto del seno tuo, Gesù. Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte. Amen”. Che cosa riserverà il futuro? Riuscirà il nostro eroe a divenire quello che sarebbe, se fosse riconosciuta l’eccezionalità delle sue affermazioni, nei campi della fisica e della metafisica? Riuscirà a donare all’umanità l’energia pulita? Riuscirà a far capire che, per come sono messe le cose nelle natura, vale l’equilibrio e la nostra personale esistenza è parte solidale con tutta la vita? Significa che, se l’insieme delle vite è N volte una sola, la nostra singola è soltanto 1/N, e sarebbe veramente una miseria, rispetto al suo intero, cui è riferita come una pura e momentanea parte. Così, nel perfetto progetto di Dio (nel valore assoluto della realtà), si realizzerà che noi stiamo facendo, per adesso, l’esperienza “forzata” di 1/N; ma ciò deve assicurarci che faremo, in definitiva, quella “libera, assolutamente libera” di N volte 1… Una cosa veramente affascinante, meravigliosa, nella quale potremo esistere, nel nostro singolo, quanto la durata di tutte le vite che esistettero, esistono ed esisteranno! L’esperienza “libera”, ad esempio di un film registrato in TV, si ottiene quando uno diventa possessore della sua cassetta. “Possedere la vita eterna”, come una possibile esperienza libera, significa potersi immedesimare in ogni esistenza, così come è stata registrata vera, e visionarla nella sua essenza, facendola avanzare, retrocedere, fermare, come e quando si vuole, come se fosse una cassetta registrata. Se ne potranno visionare non solo i gesti, ma i pensieri, le emozioni, per una conoscenza ed una condivisione senza alcun fine. Il Paradiso Terrestre, della vita reale, sarà questo: posta l’esperienza singola come un solo essere (il nostro, in sentimenti, pensieri, parole ed opere), al quale oggi siamo “costretti” a prendere parte come singoli, dopo avremo in possesso libero, singolo ed associato in una percezione molteplice, tutta l’esistenza reale, a nostra gioia e godimento. E potremo essere chi vorremo, anche più persone insieme, nello stesso tempo. La migliore “offerta” che la Ragione Assoluta, Dio, senza dubbio, offre, in questo futuro godimento, sarà di poter condividere l’essenza reale di Gesù Cristo. Noi tutti lo saremo! Saremo in reale e concreta Comunione, con la sua Persona storica (in sentimenti, pensieri, parole ed opere) e vedremo, ad uno ad uno e tutti assieme (come una esperienza
Divenuto anch’egli libero, dopo di essersi riscattato da questa schiavitù della sua percezione singola, Amodeo inizierà la sua libertà e finalmente potrà risolvere ogni situazione prima irrisolta, recuperarne tutto il senso della sua giustizia. Egli andrà, da chi avrà amato senza essere stato ricambiato, e potrà avere la sua rivincita. Sarà benvoluto, dai suoi attuali persecutori, molto, molto di più, di quanto sarà amato dagli attuali amici. Ma è comprensibile: chi avrà già avuto, anche riavendo, non vivrà nulla di nuovo. Ma la conversione di un malvagio, sarà quello che ha detto Gesù: ci sarà più gioia, in Paradiso, per ogni pentito che ritorna, di quanta per coloro che abbiamo avuto sempre come fedeli. Chi, in questo momento “obbligato”, della sua possibile esperienza, vede bocciare, implacabilmente, il suo legittimo desiderio, di bene, da un “rifiuto” eterno, assoluto – alla “Mai e poi mai!” «della Santa» che si è tanto negata, ma anche così tanto concessa ad una vera passione – ha la somma fortuna di essersi tanto acceso, una volta per sempre, di così grande desiderio buono, che avrà ogni cosa per sempre, da lei e da tutti. Ciò in quanto quel bisogno è stato impresso, nella sua esigenza essenziale, come un bisogno eterno di quella soddisfazione, è la gusterà senza limiti, non essendone mai sazio. Come un bel gioco che duri all’infinito! “Come? In che modo potrà accadere “realmente”, visto che lei, «la Santa» l’ha rigettato e respinto, veramente, realmente, per tutta la vita?” Ecco come, in che modo “reale”: Romano Amodeo s’immedesimerà, in tutti coloro che lei avrà voluto ed avuto, e saprà gustare la gioia loro… la loro, come fosse esattamente la sua! Ma, per farlo, egli dovrà giungere – prima – a confondere talmente la differenza tra il “suo” ed il “loro”, che il bene, toccato agli altri, sia percepito, da lui, esattamente come se fosse stato concesso a lui stesso. «La Santa» saprà però che, avendo a che fare con tutti, starà sempre a tu per tu con lui, presente in tutte quelle persone! Una rivincita impressionante! Perché a nessuno, di tutti loro, lei premerà come a lui, ed egli sarà riconosciuto, ed amato per il bene che ha voluto… Sarà lì, proprio presente in tutti loro, come l’anima di ogni Coro cui lei insegna, di adulti e di tutti quei bambini… specie in questi, che saranno vezzeggiati, come si può fare solo con dei bambini.
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Romano Amodeo sarà quei bambini, ciascuno di quei bambini. E Lei, che per tutta la vita l’ha discriminato, dovrà cedere, cedere al bene vero voluto a lei da lui, ed esso esisterà, allo stesso esatto modo di adesso, come vediamo nella realtà storica di adesso, ma rivisto, reinterpretato, con le parti che saranno liberamente scambiate. Lo disse Gesù: “Il prossimo come se stessi… amalo!” e Amodeo aggiunge: “fai meglio, perché sarai veramente e realmente ciò che avrai amato, e chi avrai amato!” Noi siamo capaci di amare disinteressatamente! Non ci credete? Credeteci, infatti, ci piacciono le opere della fantasia. Riusciamo perfettamente a godere della buona sorte toccata agli altri in un film! I personaggi d’un film non sono reali. Tuttavia una gioia, data a loro (come sarebbe piaciuto a noi di averla) ci soddisfa, ed è come se realmente ce la desse (anche se il film è triste) per interposta persona. Viste le stesse gioie, toccate agli altri, nella stessa realtà in cui coesistiamo, noi entriamo invece in crisi, ci confondiamo: ci capiamo come i rivali… che invece non siamo! Noi siamo, in verità, “uno per tutti e tutti per uno”, come i Moschettieri del Re! La vita è un bellissimo racconto dell’essenza virtuale di Dio, che di per se stessa non esiste. Dio, poi, non ha colpa, ma meriti, se talvolta scrive “libri gialli”, o episodi dell’orrore, ed altre satire o storielle leggere, o vicende paurose e tragiche di terremoti e devastazioni. Un Sommo Creatore domina ciò che compone e non ne è dominato. Santi e peccatori sono il suo strumento, per la Divina Commedia, della lotta tra il bene e il male, che è Dio stesso ad “inventare” e non esistono di per sé. Ma, in questo disegno, c’è un lato grandioso: l’esperienza singola è una e momentanea; invece quella definitiva è complessiva, ma disgregabile e fruibile per singoli frammenti, come quelli di adesso, esattamente così, ma con, dato in più, l’aiuto di un nuovo giudizio, come quello che fosse espresso in un cineforum di discussione e libero commento. Ebbene, nel Paradiso, io, come chiunque – apparentemente vinto da tutte le mortificazioni volute oggi dare a me – sarò l’assoluto trionfatore. Proprio a causa di quelle mortificazioni – che l’uomo oggi scambia per sciagure e che sono invece l’estrema fortuna di chi le riceve – nell’uomo è promossa la definitiva vittoria su di esse. Meravigliosa bontà e Perfezione, di questo Dio che dona, in questo modo sublime, agli umili e toglie ai potenti! Toglie in modo solo “relativo”: non gli elimina quello che hanno ottenuto, ma esso resta come la loro condanna. I potenti hanno avuto la potenza… solo di se stessi, d’un 1/N, quando l’offerta disponibile è N volte. Insomma i potenti hanno avuto l’uovo oggi, perdendo la gallina domani. Uovo e gallina sono entrambi veri “beni”. Ma “chi si abbassa verrà innalzato”, giacché la regola assoluta, della nostra esistenza, è impostata sull’equilibrio. “Sit modus in rebus!” (ci sia una moderazione, una regola giusta, nei comportamenti). “Fai all’altro quello che vorresti fosse fatto a te!”. Che tu lo voglia compiere, giacché il futuro sarà “il prossimo tuo come te stesso”! Giacché potrai immedesimarti, in tutto ciò che manca alla tua diretta esperienza: “quella degli altri”. La vita singola sarà sublimata, percepita e fruita nel bene, oltre il suo stesso singolo confine personale.
della realtà e non l’unico che oggi siamo in grado di percepire), è esattamente in linea con il vangelo di Gesù Cristo. Solo di Lui. Si stia attenti: Maometto incitava alla guerra, alla vittoria sui nemici. Ma che vittoria assoluta è mai questa, se porta a perdere tutto il resto? Dunque Maometto fu un profeta, ascoltato e seguito, che pose avanti agli uomini molte verità… ma non tutte. Buddha? Certo, il suo distacco dalle cose, quella perfezione e quello stato serafico sono belle intuizioni della Verità. Ma la vita vera non è tutto e solo questo. La vita vera si ha quando, come diceva il solo Gesù, si arriva a “voler” donare la vita propria perché viva un altro. Si ha quando ci si “voglia” sacrificare, non quando ci si voglia isolare nella meditazione e nella personale pace! Solo Gesù è la risposta assoluta che riesce a risolvere tutto. Ma non come lo intendono i “Protestanti”, che non riconoscono l’importanza sacramentale della Comunione. I Protestanti fecero bene a lottare per purificare quanto c’era di umano, nella “compera” del Paradiso. Ma sbagliarono nel credere che la Chiesa non potesse “vendere” quanto è già di tutti, concesso così a tutti già da Dio. Se io cerco di venderti quello che è già tuo, non aggiungo niente di veramente valido, ma anche non tolgo nulla alla verità. Aggiungo solo l’umano limite, ossia nulla, pure stupidaggini che non incrinano il senso del vero. Ma la Chiesa Cattolica che aggiunge il Sacramento della Confessione e della Comunione, aggiunge veramente la possibilità di “un bene in più”, fruibile fin da ora: la concreta possibilità del perdono e di fruire fin dell’acconto personale, di quanto sarà dato poi a tutti: la Comunione reale con il corpo e l’Essenza di Cristo Gesù.
Questo cui si giunge in tal modo, attraverso un riconoscimento raggiunto a partire dall’osservazione di tutto il complesso della realtà, materiale ed antimateriale (i due versi
Religiosi, uomini di questa Terra, non fatevi confondere! Il Cristianesimo dei Papi è la via principale, per anticipare il Regno di Dio. Non l’unica, la principale! Anche l’ateo, il miscredente, l’assassino, hanno aperta la loro via, autonoma, verso la redenzione. Dio concede a tutti il suo Spirito Santo. Immaginare che una sola persona non ne sia piena è un peccato contro la bontà di Dio. Ma come c’è differenza tra il male e il bene, nelle loro infinite sfumature, così esiste differenza tra i modi esistenti nella guida, nell’indicazione posta a riferimento, ossia nella Religione. Ci sono pertanto Religioni tutte valide, ma più o meno buone e il Cristianesimo Cattolico Romano è la migliore: osserva la delega data al primo degli apostoli, di “sciogliere e legare” nel Regno dei Cieli. Fin quando si creda che il Regno dei Cieli è un’altra cosa rispetto a questa vita, come si potrebbe sciogliere e legare, in esso? Ma quando si arriva a capire che il Regno dei Cieli e la Vita Eterna sono questa stessa vita singola e reale di adesso, riveduta e corretta e divenuta un patrimonio reale, allora si capisce che una “Comunione” o una “Confessione” inserite in questa vita reale, le inseriscono realmente anche nel Regno dei cieli. Io non potrò, nel Regno dei cieli, avere il perdono reale per me, nella mia concretezza del mio io singolo, se questi momenti non sono stati inseriti realmente nella mia vita concreta. Che la Chiesa possa farlo dipende solo dal Dio che lo conceda… e lo concesse, per nostra fortuna, attraverso la reale delega data a San Pietro. Pertanto, caro Cardinale Tettamanzi, che stai per accedere al soglio di Pietro, come Giovanni Paolo III, ricordatene!
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Questa è una profezia, espressa oggi, nelle forme verificabili oggi: scientificamente, in modo provato, perché l’uomo creda. Ti sto infatti parlando dall’anno 2002, in cui ciò ancora non è accaduto. Io non sono un indovino o un mago. Sono solo una mano che sta scrivendo sul suo computer ed è vista farlo dalla mia anima. Ma sento, presagisco che è quanto accadrà: diverrai Papa e dovrai dare nuovo impulso al Cristianesimo della Chiesa di Roma, perché diventi la Fede assoluta di tutti gli uomini della Terra. Una nuova missione! Su, non ti spaventare o scoraggiare! Prepara te stesso, fin da ora, che non sei ancora divenuto un Papa. La Fides e Ratio, del tuo Santo predecessore, ha creato la razionale premessa, affinché il Vangelo della Chiesa Cattolica Romana possa essere riconoscibile nella sua verità. Solo la gamba debole dell’uomo, l’intelligenza della ragione, potrà riuscire a distinguere, tra credo e credo, ed imporre la Verità di Cristo, come capito dal cristianesimo Cattolico e come l’unica vera in tutto e da seguire in tutto.
Concludendo, il futuro che aspetta l’uomo è meraviglioso. Siamo in un sistema di vita perfetto, il quale, puntando simultaneamente sia sul male, sia sul bene, realizza all’infinito l’eterna vittoria del bene sul male. Siamo come in una lotteria con un solo vincitore. Poi ci accorgeremo che giacevamo in un unico sistema di gioco, per cui la vincita sarebbe stata suddivisa, secondo la Giustizia. Se esistesse però solo la Giustizia, che sarebbe valso giocare? Ciascuno riavrebbe solo la sua posta! Invece c’è, più forte della giustizia, un tale AMORE che riesce a dare a ciascuno quello che è anche di ciascun altro. Tutto ciò si chiama COMUNIONE. Solo nel Cattolicesimo esiste la Comunione. Stateci attenti o Protestanti! La Comunione è l’unico strumento perché si sia “Tutti per uno ed uno per tutti”. Tornate al Cattolicesimo. La verità sta qui per intero, anche se ogni religione poi è vissuta da uomini ingannevoli.
Dio non può avere creato un’esistenza con vincitori e sconfitti, con gente in Purgatorio ed altra in Paradiso… e alcuni per sempre all’inferno! Non può! Avrebbe generato degl’infelici; incapaci e infelici! Tutti siamo all’Inferno: eccoci! Quello che fecero a Romano Amodeo, a Cogliate, fu di mandarlo all’Inferno! Ma questo Inferno ha il fiato corto e dura solo fino alla parte obbligata della vita. Potremo essere liberati, perché oggi siamo schiavi e, essendo tali, non siamo nemmeno veri responsabili delle nostre colpe. Stiamo peccando… di fronte ad un Test attitudinale. Dio ci libererà realmente, fisicamente, corporalmente, attraverso il riequilibrio: il riflusso di tutto quanto è apparso sia fluito. Attraverso il riflusso dell’esistenza e il suo apparir tornare realmente all’origine, l’uomo vedrà annullata ogni azione che oggi crede sia stata fatta per sempre. Dio risolve i problemi. Non li lascia per sempre così come li vediamo ora. E un presunto assassino assisterà, stupito, d’essere colui che ridarà vita, esattamente a chi crede d’avergliela… tolta per sempre, rivedendo la sua vita in replay. Non crediate che “Cosa fatta capo ha!”; non crediate che “Ogni lasciata è persa!” Non crediate che “Chi si ferma è perduto!”... Infatti vedremo puntualmente ritornare tutto quello di cui crediamo d’esserci sbarazzati… in replay, il Purgatorio dell’errore fattivo.
Io, l’animo d’un bimbo sopravvissuto per l’amore della Madonna, vi affermo che Lei va onorata, va pregata, perché è la madre voluta da Dio, allorché si è compiaciuto di calarsi tra gli uomini e d’essere in un uomo, con tanto di padre e di madre.
Maestra del Coro, tu hai creduto di sbarazzarti di Romano. Schola Cantorum e Don Carlo, voi vi siete illusi che Amodeo non torni. Ritornerà: ma armato di vera potenza: quel Cristo contro cui avete creduto di poter sputare. E vi ravvederete. E chiederete perdono, ma non a lui, a Gesù, dicendo di non sapere che cosa steste facendo, che steste tradendo Gesù. E sarete perdonati, essendo questa, che direte così, la pura verità: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno!” Ben pochi sanno quello che stanno facendo, anzi nessuno lo sa. Solo Amodeo lo ha avuto rivelato: non stiamo facendo nulla. L’uomo non può far nulla, ha gli stessi impedimenti del Paperino di Walt Disney. Se egli “vuole” essere libero, deve “volere” esistere secondo la “volontà” del suo Creatore, e allora è libero davvero, ma come essere relativo, relativo solo a tale libertà assoluta.
Dio si compiace d’essere in tutti, anche in Hitler e Barbablù, perché questi personaggi sono solo fantocci d’esistenza, che esistono nel piano di Dio, affinché esistano le vittorie sul male, ed egli li ha animati, immettendo anche in essi il suo Spirito. Tutta la vita è in assoluto “buona”. È cattiva solo adesso, ma è così perché siamo stati costretti ad esistere con la forza e tutte quante le catene. Siate veramente convinti che l’attuale Inferno delle libertà – dunque il vero dominio di Satana – è un luogo da cui tutti usciranno: persino Satana! E tornerà ad essere l’angelo che era, perché Dio è padrone del tempo è lo sa far retrocedere fino a quando lo stesso Diavolo non lo aveva ancora tradito, in quella Divina Commedia della vita, inventata da Dio, che ha fatto ricorso alle regole morali e tutte relative del bene e del male, d’innocenti e peccatori, affinché la storia avesse un gusto e desse l’emozione assoluta d’una vittoria senza limiti. “Perché tutta questa Divina Commedia? A che pro?” Per la pura arte dell’invenzione creativa: di Dio come compositore e di noi uomini come i suoi liberi interpreti. Siamo tutti, in verità, i personaggi d’uno spettacolo eterno; eterno tanto che, costretti ad interpretare una prima volta ciascuno il primo ruolo limitato, poi starà a noi d’effettuare infinite repliche, di spezzoni, pezzi, tratti da un’antologia che raccolga il fior da fiore, con la possibilità d’essere chi vorremo… e sarà il Paradiso della Vita Eterna di ogni singolo, fuso ma non smarrito, nel suo complesso. Ecco… un Coro! Il Paradiso sarà vissuto come un Coro, in cui ciascuno avrà apportato la sua linea melodica, senza che essa sia perduta, ma partecipi all’intera armonizzazione. Non per Caso la Provvidenza, nell’ultimo tratto della sua vita, ha inserito nella “passione” di Amodeo, quella così pura e incredibile per una “Maestra di Coro”… della Chiesa, una persona già sposa di Cristo per gran tratti della sua vita e poi alla ricerca di un dono, della sua abilità e della sua migliore natura, da dare ai bambini e agli adulti, per
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esprimere la bellezza della vita e della sua essenza cantando… Tutto ciò con tutto il suo limite personale. Ma chi non ne ha? Nessuno è Perfetto, solo Dio. Chi canta prega due volte. Questa esperienza era quella posta al culmine di tutta la ricerca e formazione di Amodeo, questo possibile messaggero di Dio, che potesse essere credibile, come se si fosse fatto da se stesso, e fosse stato aiutato dai suoi fortuiti incontri. Nulla invece è fortuito, tutto è deciso, già dal profondo del tempo, con una coerenza assoluta. Noi non ci crediamo perché scambiamo il futuro per tempo di trasformazione di una preesistenza. Mentre invece è spazio nuovo e tempo nuovo, creato ed aggiunto, sempre in sequenza, da un Dio che concretamente Crea, ininterrottamente. Non abbiamo ricevuto un calcio iniziale, per andare poi avanti, a modo nostro e per inerzia. La nostra mente, nel suo atto vitale, è un’onda elettrica indotta, ricordatevelo! E se Dio smette d’indurre vita ed esistenza, attimo aggiunto ad attimo, tutto si blocca, la luce si spegne. Il “Fiat lux” è un ordine eterno, un ordinamento eterno, fatto tutto in base all’elettromagnetismo e alla massa elettromagnetica. Non è un episodio perduto al principio del tempo! Esso sussiste e grazie a tutta la catena che da lì, attraverso tutti gli antenati, giunge ad ogni singolo terminale, Dio seguita ad aggiungere, condizioni a condizioni, e tutto il complesso filo continua ad esistere, assieme, realmente, altrimenti noi ci spegneremmo. Credeteci! Sta insieme in termini di fisica concreta. Se dalla centrale elettrica, che fornisce corrente a tutti i terminali, il filo fosse interrotto, la tua luce in camera si spegnerebbe. Non seguiterebbe a procedere sul filo, come se fosse l’inerzia dell’acqua e finché giunge tutta a te. Si bloccherebbe istantaneamente. Caro Filosofo Ateniese, che rispondesti a San Paolo: “Della risurrezione parleremo un altro giorno”, ecco, San Paolo ti sta rispondendo oggi, attraverso il Romano Paolo nato nel giorno attribuito dalla Chiesa alla celebrazione del suo martirio ed affidato espressamente alla sua guida e protezione da una precisa delega sacramentale, definita dall’atto del Battesimo:
opposto se, simultaneamente, il B non ritorna sul punto A. Quindi non è vero che A vada su B… giacché B torna su A, non è vero… “in assoluto”. Ma è vero solo nel “relativo” di un sistema di contrapposizioni, che sia simile ad una ruota. Noi però possiamo essere solo da una sua parte, pertanto ciò che coesiste, come contrapposizione, sarà percepito in sequenza. Se non fosse così noi non percepiremmo mai tutto. Invece il nostro stesso sistema conoscitivo ci porta a poter capire e conoscere in questo modo: tesi, antitesi, sintesi. Pertanto si può esser certi della resurrezione giacché quando il polo Nord del magnete, giunto sul Sud, ritorna all’origine, il flusso degli elettroni sul filo inverte il suo procedere. L’avanzamento, in assoluto, è simultaneo all’assoluta retrocessione dell’altro. Lo è per motivi scientifici. Lo spazio reale, scalare, è l’incontro-scontro di due velocità assolute interattive, uguali e dal verso opposto. Il prodotto scalare di due vettori di velocità assoluta, è ciò che genera lo spazio scalare. Esso si imposta sulla reale coesistenza dei due assoluti opposti: il Padre e il Figlio, che coesistono, nel Complesso, di un assoluto Spirito di Trascendenza dal Padre e dal Figlio, che porta alla assoluta comprensione.»
«Pietro ebbe l’incarico di “legare e sciogliere sulla terra come nei cieli” perché ciò riguarda gli stessi gesti. Essi si diversificano tra loro solo perché quelli di oggi, ai quali ora tanto l’uomo è attaccato, sono vissuti da schiavi, mentre domani saranno vissuti da persone, così libere, da poter fermare il tempo, far retrocedere le situazioni, entrare nella testa delle persone che gli stanno parlando, per smascherarle nella loro verità. La vita eterna porterà a conoscere interamente tutto quello che oggi accade ed è confuso. Amodeo, se fosse stato capito nelle sue intenzioni, non sarebbe stato maltrattato. Ebbene, in Paradiso, accadrà nuovamente questa stessa vita e mentre i gesti saranno ancora gli stessi, ciascuno si renderà conto di quanto male stesse compiendo e riconoscerà il suo peccato e chiederà essenzialmente scusa, nel mentre stesso i gesti di adesso sono compiuti. Dunque non si tema di morire, perché solo quel percorso a ritroso consentirà di ritornare a possedere, veramente, ciò che si crede oggi vada perduto, consumato dalla vita che avanza. Ecco dunque, o Ateniesi, perché dovete essere certi di risorgere. Noi abbiamo come energia un Dio Assoluto, che trasmette perennemente, dal profondo del tempo, muovendo un fascino magnetico posto su un Padre assoluto che generi un figlio assoluto. Ma ogni fenomeno ciclico è complesso. Un punto A, di una ruota, non può avanzare sul punto B
Romano conclude in modo realistico: “Cara Maestra dagli ‘Occhi verdi’, così piena di santa intoccabilità e della privacy di una monaca di clausura, io, missionario come Maurillo e sposo celeste come il tuo Cristo, sono il passato che ritorna e diverrà il futuro. Sarò nella tua anima, come tu, già da adesso sei nella mia, anche se ho Fiordaliso, Giancarla, Barbara, Anna, Paola, Patrizia, Susan, Daniela, Liliana, Teresa, Virginia, Sabina e tutte le altre persone che ho amato come te, senza che mai nessuna potesse togliere niente di suo ad un’altra, i miei giocattoli del cuore. Giancarla è la mia sposa terrena, solo lei, cui mi ha unito un Sacramento valido in eterno. Ma in Paradiso non ci si sposa, perché si è tutti sposati tutti assieme. In Paradiso, la tua privacy sarebbe un peccato, ed essa non esiste, tanto che ogni cosa sarà smascherata. Io ho già potuto togliere questa maschera alla vita e l’ho indicato a te e a tutti. Togliamocela. Non ci si creda rivali, ma compartecipi, e nessuno più sputerà nel piatto, comune, in cui tutti si mangia. Formeremo quel coro che “la Santa” dirigerà, perché lo desidererò io, questa pietra che tu hai scartato e diventerà la testata d’angolo della certezza in Dio. Sto parlando ci sicurezza della fede e non più solo di speranza! Dunque occupiamoci del futuro. Quello che Amodeo per ora farà, sarà l’affermazione scientifica di quanto è scritto nel prossimo capitolo. Il buon seme sarà giudicato dai frutti. E se quell’ ”Aspetta!”, udito da Dio il giorno 11 di marzo 1987, non si è esaurito in una attesa vana ed nella lezione di non confidare troppo negli uomini, se arriveranno le risorse, forse Romano fonderà l’atomo ed aprirà i magazzini sconfinati dell’energia. Non c’è però più molto tempo, perché mancano ormai solo sedici mesi al venerdì santo del 2004. Due mesi esatti dopo, giunto a 66 anni, è previsto l’ingresso di Romano nel suo reale Paradiso – e sarebbe anche l’ora: l’aggancio al Cristo gli sarebbe costato ben 64 anni di ritardo, se è vero che la Madonna gli dette tale incarico prestigioso! Chi vivrà vedrà se sarà stato questo o solo un’altra conclusione voluta dare, da un Dio che gli voglia concedere di realizzarlo, anche, il vero Paradiso in Terra, secondo le sue fattive intenzioni. “Voglio salutare i miei amori, tutti, e dargli un arrivederci, in Paradiso. E tu, Giancarla mia, legata a me nel sacro vincolo di Dio, perdonami se ti sembra che io ti abbia tradito. Non l’ho voluto mai. Dio m’ha dato una storia e un carattere così: è stato più forte di me il desiderio di amare tutto ciò che io ho visto così santo e così bello!”
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Capitolo 67
16 byte, più i 16 successivi, formano idealmente una scacchiera a 24×24=28=16×16=256 caselle e ad esse, proprio come è fatto nell’intelligenza artificiale dei calcolatori, la nostra mente conferisce la valenza sia di spazi sia di tempi. Le 256 sono 200 +50 + 6 e riguardano: 200 come l’area delle due facce della sezione 102; 50 è ¼ della sua presenza; 6 è il modello unitario e perfetto avente per componenti +1x, +1y, +1z, –1x, –1y, – 1z. La Natura, scandagliata con questo metodo rappresentativo ideale e concettuale, calcolato in potenza, rispetto alla base 10, è coerente al sistema rappresentativo. Infatti, ad N/0, la mente umana attribuisce il numero 10/1, ottenuto tra 11 entità in assoluto, desunte dal complesso a 16 byte, quando 5 diventa il presupposto della presenza e 5 diventa il suo intero spostamento. Nel sistema geometrico rappresentativo per componenti cartesiane, dati due osservatori che osservano un piano dai due lati opposti delle due sue facce, il processo di conoscenza è dato dalle 4 componenti di ogni faccia e dalla quinta, uguale alle 4 e perpendicolare, che sposta i dati verso l’osservatore. Esse sono +1x +1y –1x –1y (le 4 componenti unitarie del piano xy) e +1z, ove z è l’asse unitario dei tempi in un solo verso, giudicato positivo, e rivolto verso uno solo degli osservatori. Egli dunque percepisce il tutto quanto 105, è si tratta dell’ubicazione spazio-temporale 104, fatta avanzare, unitariamente, nella sua datazione temporale. Questa numerazione, in codici rappresentativi, è quanto intuito vero nell’antichità da Pitagora, ma Amodeo è il primo a riconoscere questi numeri come il CRITERIO della determinazione soggettiva di tutte le quantità unitarie e relative, nell’intelligenza naturale degli uomini, come un sistema scientifico e personale di rappresentazione per componenti cartesiane, tali che 5 componenti avanzano in positivo, poggiandosi sulla premessa, essenziale, che 5 avanzino in negativo, tanto che il tutto sia unitario e valga 5/5=1 nel rapporto reale e 10/10 in quello complessivo. Quando questa relazione è osservata in potenza, come 1010 abbiamo il SISTEMA GLOBALE DI RIFERIMENTO espresso su una linea. A dimostrazione che sia così, c’è il rapporto tra l’unità del sistema spaziale atomico (Angström) e quello del sistema unitario di 1 metro. Infatti 1010 Å = 1 m. Questa condizione è ideale, nella fisica, perché lo è nella mente che concepisce in questo esatto modo ideale il mondo fisico. Il PIANO ASSOLUTO, reale e potenziale, è espresso dalla potenza della potenza, che è esattamente (1010)10=10100. Nella quantificazione assoluta di Gesù Cristo, questa entità è il “centuplo quaggiù”. È la capacità, la “potenzialità” di attribuire 100 dimensioni alla base lineare 101 che è il ciclo unitario in cui è concepito l’ASSOLUTO N/0. Non si stupisca lo scienziato che qui si tiri in ballo Gesù Cristo. Egli la sapeva molto lunga in questioni di relatività. Quando gli chiesero quante volte occorresse perdonare, rispose 70 volte 7, ed è esattamente il numero 70×7=490, che, riferito a 500, parte intera, data dalle 5 componenti +1x, +1y, -1x –1y +1z, ciascuna calcolata 100, quanto il fronte assoluto 102 che è la sezione trasversale del flusso, vediamo che il relativo 490 è dato da 500 –10, in cui il presupposto essenziale per determinare la quantità relativa è data dal ciclo 10, ricavato dal 500, tanto che restano solo 490 quantità, e sono TUTTE quelle dirette in un verso. Insomma bisogna perdonare sempre. Tanto vale 70 volte 7, dato il 10. Gesù Cristo conosceva la Relatività Generale di Einstein, prima di lui e l’ha affermata, nel famoso dialogo con Nicodemo (Giovanni 3.1), riportato da come Giovanni ne capiva allora (poco e niente). Gesù rivelò che la vita si imposta sulla via che porta alla massa dell’acqua (molecola ideale ad esprimerla, tanto che la fisica ne riempì 1 dm3 per determinare 1 kg), e sullo Spirito. Disse che erano due vie opposte e combinate assieme, interattive. La relatività di Gesù è E = m×m, relazione tra la materia e l’antimateria, le due entità inverse, perché ciò che oggi la scienza sa che è opposto alla materia, è l’antimateria. Ebbene questa relazione, affermata da Gesù, Einstein l’ha riconosciuta come E = m c2 , riferendola non alla massa, ma al fronte assoluto c×c della sezione trasversale del flusso di energia. Se m è la massa della sezione c2, tutta quella è l’energia, la massa moltiplicato per l’area.
Ecco il futuro di Romano Amodeo, la conclusione, espressa in quest’ultimo capitolo, per quanto riguarda il SISTEMA ASSOLUTO, nei suoi rapporti con la Relatività Generale; ecco la condizione, in subordine, che c’è in tutta la natura, di ciò che è relativo, nei confronti dell’interezza del sistema. Quando la scienza avrà maturato queste conclusioni, darà una lettura molto diversa, di questo libro, rispetto a quella che immediatamente gli daranno molti contemporanei, ancora troppo impreparati ad accostarsi a queste tematiche che dipendono – tutte – dalle perfette regole rappresentative imposte dalla mente umana, nella percezione delle quantità e delle qualità esistenti nella natura. Questo è il processo conoscitivo: 1. Nella Natura esiste un flusso indeterminato: una quantità ASSOLUTA N qualsiasi, avente per denominatore il numero 0. Pertanto N/0 esprime l’indeterminatezza del SISTEMA ASSOLUTO. 2. Per esprimere l’Assoluto nel relativo, con la sua intelligenza, l’uomo deve temporizzare questa entità N/0: in unità disposte tutte in fila, come i byte d’una stringa del linguaggio dell’intelligenza artificiale. Per farlo ricorre al numeratore 10 e al denominatore 1, tanto che N/0 diventi 10/1. Per farlo deve prelevare 1/10, dal riferimento assoluto 10/1, tanto che il rapporto, per esteso, sia (10/1 –1/10) / (1/10), che è uguale a 102/1 –10/10, cioè 102 –1= 99/1. Questo è il presupposto essenziale, per trasformare l’assoluto in ciò che è relativo alla sua unità: 102, che è un fronte assoluto, come la sezione trasversale di un flusso di volume, avente per lato 10, cui è tolta l’unità, tanto che resti solo il suo spostamento lineare, per blocchi unitari, cioè di 1. E, nel 100, 1 si sposta di 99. Questo 1 esiste nella logica binaria della relazione 10+1×10–1, combinazione tra i due opposti assoluti, ed è assimilabile, nella fisica al sistema combinato e dualistico, binario, tra Azione e Reazione (o antimateria e materia; magnetismo e elettricità; negatività e positività). In Matematica, tra reale e immaginario; nel determinismo, tra Causa ed Effetto; nel Cristianesimo, tra Padre assente e Figlio reale; nella morale, tra male e bene. 3. A questo punto si deve stabilire il codice interpretativo, dell’intelligenza, cioè il numero dei dati binari in linea, da considerare presenti simultaneamente. L’interpretazione è concettuale: il volume è un perfetto cubo a 3 generatrici lineari positive, espresse come 103. Il tempo è la premessa essenziale 10–1 e la combinazione unitaria assume l’entità 104, quadridimensionale. Così il numero, per la codifica, diventa quando l’indice dell’espressione (104)4 =1016, potenza di potenza. Si tratta di 16 byte, pari a 24, ossia alle 4 dimensioni, valori indici della realtà relativa, quando è sulla base complessa, binaria, 5+5. Abbiamo così tratto il SISTEMA RELATIVO da quello ASSOLUTO, mediante la nostra intelligenza e i nostri modelli ideali. Nel relativo, il sistema assoluto è dato dalla costante che esiste: la Ragione soggettiva e il suo sistema matematico di funzionamento.
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Hanno detto la stessa cosa, Gesù ed Einstein. Ma quanto affermò Gesù è quanto mi ha portato ad unificare la Fisica. Infatti tutta l’energia è data da quello che diceva Gesù, dall’annichilimento tra la massa dell’elettrone e la massa del positrone. La scienza oggi è incoerente, perché esamina la formula di Einstein, in cui c2 è una entità assoluta, con la lettura di c2 nel contesto unitario e relativo e trova c=299.792.458,1 m/s anziché 300.000.000 m/0. La durata di 1 s, nel nostro sistema di riferimento relativo, è assunta nel valore assoluto cui è dato il numero esatto di 3×108. Come mai? 3 sono i lati componenti del cubo e 108 è la lunghezza assoluta quando il fronte assoluto reale è 102, perché in assoluto deve essere che 108×102=1010. La temporizzazione del valore assoluto, espresso in pura linea, del fronte assoluto 102 è 108 su ogni linea e nel volume ce ne sono 3 simultaneamente, ma poi la durata di 1 s è assunta all’interno di questo cubo che esiste ed è osservato non più in questa quantità ma nella residua, esattamente 299.792.458,1, perché 1 s assorbe: 300.000.000 –299.792.458,1 = 207.541,9 quantità esatte. Pertanto i fisici sbagliano ad inserire nella formula di Einstein la quantità relativa conteggiata nella c2. Per il genio di Einstein questa entità doveva essere assoluta, ossia comprensiva di tutto, anche dei suoi riferimenti assunti come relativi. Ecco come Gesù Cristo ha aiutato Amodeo, realmente, con la scienza indotta da lui, osservando il suo vangelo e studiandosi, da scienziato relativista, la spiegazione data a Nicodemo e riportata in un modo inevitabilmente “sui generis” da chi nulla ne sapeva come lui. Ecco come. Bisogna inserire nella formula di Einstein una costante U, di unificazione, tale che renda assoluto il significato della formula, pur usando il quantitativo della lettura relativa di c2. E = U m c2. Giacché, secondo Gesù Cristo e quanto risulta ai fisici, che la particella di massa della luce (di cui si calcola la velocità assoluta), impattando con l’antiparticella, si risolve nella pura onda di energia, bisogna inserire la VERITA’ E=m2 ed imporre il sistema delle due Verità: E = U m c2 E = m2 Dal quale si ricava che: U m c2 = m2 U = m/c2 = 1,013556301370×10–47 J / (m/s)4
L’uomo non ci crede e la scienza non ci crede! Non ci crede ancora. Vede che esistono le leggi, ma l’apparente libertà, di cui sembra che noi godiamo, è solo relativa ad una assoluta che lo permette. Se il POTERE ASSOLUTO non lo permette, l’uomo non riesce a fare nulla. Insomma c’è un Walt Disney a decretare qual sia la libertà di Paperino. L’uomo deve togliersi di testa che possa fare di tutto! Non è vero. Se prova a fare qualsiasi cosa e ci riesce è solo grazie alla POSSIBILITA’ DI FARLO e chi gliela dà è il vero ENTE LIBERO. Chi gliela dà? Un enorme alternanza (Spirito Santo), tra i due poli opposti Padre e Figlio, che girano come una dinamo, al principio dei tempi, e che trasmettono ad una lunghissima catena di padri e figli fino all’ultimo terminale che è ciascuno di noi. Di conseguenza, all’alternarsi del sistema potente (Padre-Figlio), alternarsi che Trascende la linea evolutiva e la rende interattiva (esiste simultaneamente anche il Figlio che rientra nel Padre, come l’effetto che rientra nella sua causa, per effetto del Santo Spirito di trascendenza), tutto il flusso di energia si trasmette fino a noi. Esiste tutt’assieme, tutto ciò, altrimenti noi non saremmo indotti ancora adesso, istante dopo istante. Il passato non è finito, solo perché noi avanziamo lungo di esso. Invece la trave, che abbiamo negli occhi, ci porta a credere che esiste solo l’attimo fuggente… Col cavolo! Esiste tutta la linea, altrimenti noi non seguiteremmo ad essere indotti a passare di attimo in attimo aggiunto. Noi stiamo facendo la TAC all’esistenza, che esiste come un unico corpo, ma di cui noi osserviamo solo la sezione, alla quale diamo l’indice 100, del centuplo quaggiù detto da Gesù Cristo. È un dono, perché tutto questo insieme si presenta come una evoluzione tale che gli eventi paiano essere legati tra loro da uno schema del tipo di causa ed effetto. Ma non esiste in assoluto questo fine, se non come fine. Sono due gli enti, la causa e l’effetto e non uno che diventa l’altro. La causa diventa l’effetto solo se, alla percezione della prima, si sostituisce la percezione della seconda. Ma se operiamo (e lo faremo) il processo conoscitivo inverso, vedremo l’effetto rientrare nella causa e ritornare alla causa prima.
Gesù sapeva tutta la verità, quella assoluta, espressa in questi termini, ma l’apostolo Giovanni, Nicodemo e la scienza del suo tempo, non conoscevano ancora il mondo. Come pretendevano, non conoscendo il mondo, di conoscere l’altro mondo, attestato come la componente assoluta e negativa, sottratta oggi come la Causa, di quanto vediamo, in termini di un effetto sbagliato e apparentemente tutto negativo? Sì, perché noi vediamo il Sole andare a morire ogni giorno, solo perché noi sulla Terra giriamo perennemente verso l’alba! Questa è la Relatività generale che esiste e sono le due vie che Nicodemo NON POTEVA CAPIRE. Ma le può capire oggi la scienza? No. Legge questa verità di Amodeo, espressa in modi così semplici, e pone mille ostacoli alla sua essenziale comprensione, anche oggi! L’uomo ha una trave immensa, nel proprio occhio e crede di essere egli a fare le cose! Anche la fede religiosa afferma questo. Ma Gesù NOOOOOOO! Gesù diceva: “Non ti affannare, perché è Dio che fa tutto! Un giglio in un campo è più bello di tutte le Ricchezze di Re Salomone e non lavora ne si danna l’anima per esistere: accade da sé, come il naturale evolversi della natura.
Finché la scienza non si abitua a considerare come noi vediamo e si mette a guardare solo quello che vediamo, come se l’oggettività non fosse condizionata dalle regole soggettive, non capirà che poco. Niente di quello che qui si dice, ed è un peccato. Ma lo capirà, dando tempo al tempo, e diverrà una scienza matura, come quella di Amodeo che l’ha assunta per intero dalla Fede in Gesù Cristo, preso alla lettera, in tutti i sensi, come la VERITA’ in ogni campo. Eppure molti sempliciotti diranno che in questo modo si va verso l’eresia. Siamo di fronte ad un VALORE ASSOLUTO che è RAGIONE ASSOLUTA di ogni determinazione apparente, e si crede che se l’uomo usa la ragione e arriva a quella vera è eretico! “Se la Fede segue e scopre la Ragione Vera non è più Fede!” e questi ASSURDI FIDEISTI, non si rendono conto che, solo mediante la conquista della RAGIONE VERA, si arriva alla fede nel vero Dio. Altrimenti si crede a Brama, Siva, Visnù, Giove, e tutte le altre Religioni poste come Fedi. È solo il riscontro mediante la RAGIONE ASSOLUTA, che si arriverà alla fede vera. Stiano tranquilli solo i Fedeli al Cristianesimo Cattolico dei Papi, perché si arriva a questa interpretazione come alla RAGIONE ASSOLUTA.
637 aggiunge alle 600 dimensione dello spazio complesso, il 37 che è lo spazio percorso dalla realtà a 3 tempi, il volume. In questo testo a pag. 637 si tratta del volume complesso degli interessi di Amodeo
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Tutta la vita ha preparato Romano Amodeo a dare questa risposta assolutamente tutta sua, del suo personaggio. Ma non cadiamo nel tranello: è un personaggio che appartiene tutto ad un disegno fatto da Dio e non da Amodeo. Amodeo è per adesso solo uno schiavo, che cerca di liberarsi. Ci riuscirà solo con la morte, che non è la fine di tutto, ma solo una essenziale svolta: si smette di procedere verso il passato (immodificabile) e da lì si ritornerà alla causa prima, d’ogni cosa, che è il vero futuro.
“Per unificare m c2 /E, basta moltiplicare m c2 per quanta m dell’elettrone tocchi all’unità di c2, ossia per m : c2 = 1,013556301370×10–47 J / (m/s)4. Ciò determina l’impatto materia-antimateria, il cui annichilimento è – come si sa molto bene – tutta l’energia E.” Romano Amodeo.
Vedendo l’uomo in base al principio d’azione e reazione, egli vede sempre l’effetto seguire alla causa. Ma non è vero! Non esistono precedenze: causa ed effetto sono due cose distinte e simultanee, che possono essere viste in tutti e due i modi, nel rispetto della coerenza: come il palloncino che si sgonfia ed è spinto in senso inverso dall’aria che fuoriesce, oppure come l’aria che si spinge contro il palloncino da cui essa esce. In questo primo momento della vita noi riusciamo a cogliere solo la verità dello spostamento del palloncino (il corpo). Quando tutta l’aria sarà uscita, poiché l’individuo è anima e corpo, allora, poggiandosi finalmente sul copro, sarà osservato il flusso che esce. E sembrerà che rientri, e gonfiare nuovamente il palloncino. Questa relatività dell’apparire è la cosa più fondamentale che esiste, ed è proprio su questo fondamento che la natura, creata da Dio, si appoggia, per riequilibrare ogni cosa. Se l’uomo non avesse il corpo, non potrebbe entrare in Paradiso, allo stesso modo che se un Jo-Jo non avesse il corpo che gira, svolto tutto il filo, esso non si riavvolgerebbe, tornando alla condizione iniziale. L’uomo rientrerà nel profondo dei tempi, proprio osservando la corporeità, ma vedendo, come per magia, che tutto ciò che è apparso fatto, appare disfarsi. È il metodo grazie al quale Dio corregge ogni pretesa fattiva dell’uomo. È il modo attraverso il quale gli fa perdere la capacità d’osservare solo se stesso e lo mette in condizione, rientrato nei due corpi, simultaneamente, del padre e della madre, di percepire assieme le loro due vite, mentre ritornano a Dio e poi lo faranno immedesimandosi con i 4 nonni, gli 8 bisnonni, fino ad avere la percezione, simultanea, di tutta la vita, come una immensa complessità: la Comunione dei Santi. Quel singolo che oggi tanto piace all’uomo è solo l’interesse d’un bambino, cui i genitori danno la mancetta, perché impari a gestire i valori. Ma anche le mance rientrano nella sostanza dei beni, di tutta la famiglia, perché tutta la vita è un solo insieme. Saronno, 3 ottobre 2002. Romano Antonio Anna Paolo Torquato Amodeo 6 nomi di un ideale e fantasioso programma nominativo di Dio, contro cui io litigo, io, l’anima pura che l’osservo. Litigo contro loro e la loro mortificante ambizione!
Ed ora seguirà il testo sull’Unificazione della Fisicà Su questo frutto si dovrà valutare l’attendibilità scientifica di Amodeo 638 aggiunge alle 600 dimensione dello spazio complesso, il 38 che è lo spazio percorso dalla realtà a 2 tempi. La stessa importanza iniziale di Romano nato nel 38 è contenuta in questo testo a pag. 638, che fa nascere una nuova visione della realtà fisica, unificata sui parametri della percezione soggettiva.
Assoluto, Relativo e definitiva “Grande Unificazione” della Fisica Elettromagnetismo e gravità non unificate. L’elettromagnetismo è regolato dalla E=mc2 di Einstein (la cui m è conteggiata con lo stesso kg massa della gravità)… eppure le rispettive forze ed energie non appartengono ad un sistema unitario di grandezze! Come mai? Fissiamo alcuni fondamenti e risolviamo il gravissimo inconveniente. Quantità assoluta in genere. È “tutta” una quantità qualsiasi, è la sua unità, la sua interezza. Così le unità di misura sono simbolo della quantità assoluta nella rispettiva dimensione fisica. La quantità assoluta, in un rapporto quale 9/1, è data dalla somma 9+1 delle 2 entità poste in relazione. Quantità relativa in genere. Quantità relativa è quella che risulta, per misurazione, da un rapporto quale 9/1, posto tra i 2 enti che implicano la quantità assoluta 9+1=10. Così, in generale, ogni misurazione relativa altera sempre la quantità assoluta. Convenzione decimale nelle unità fisiche. Nel 1802 fu adottato il Sistema Metrico Decimale per le unità fisiche: 1 m quale 1/10 del ciclo di 10 m, 1 s quale 1/10 del ciclo di 10 s, 1 kg quale la massa d’un cubo pieno d’acqua a 4°, dal lato di 1/10 di m. Fu con ciò dato valore assoluto, unitario, al ciclo 10, ed ogni unità corrispose ad 1/10 del suo ciclo. Quantità assolute nel sistema decimale. L’assoluto è 1010, è l’antiLog del ciclo 10, che è il suo Log. Poiché l’area assoluta è 102, la profondità assoluta è il 108 che c’è nel 2,99792458,1 ×108 m/s che misura (in modo relativo al fronte) la velocità assoluta c nel vuoto, posto 1010 il volume. Conseguenze. Per il puro condizionamento della convenzione SMD, il rapporto assoluto unitario, campione, tra tutta l’energia E dello spostamento a velocità unitaria della massa m campione, e lo stesso campione, deve essere: E/m= 9 volte, valendo il SMD. 9 volte è un numero puro, assoluto, invariante (come la differenza 10 –1 posta in essere tra il ciclo e l’unità). Così 1 dm3 d’acqua a 4°, posto in 1 m di caduta e muovendosi alla velocità 1/1 di 1 m/s, cade realmente in tutto (in “assoluto”) per 9 volte: sia il decimo di m ed s, sia il kg. 639 aggiunge alle 600 dimensione dello spazio complesso, il 39 che è lo spazio percorso dalla realtà in 1 tempo. Questo percorso riguarda 1 punto e nel testo a pag. 639 si tratta del punto di vista ideale
L’inconveniente in atto oggi nel calcolo di E=mc2 è una c2 misurata e perciò relativa.
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Nella Relatività Generale E=mc2, c dovrebbe essere la “quantità assoluta” 9 (il solo moto 9 della massa presente quanto 1). Invece si applica la quantità di 8,98755… (×1016m2s–2) sulla base d’una c misurata e così non si pone in essere il valore “assoluto” e non si esprime, è ovvio, “tutta l’energia”.
La misurazione della velocità c della luce sottrae le “condizioni unitarie” alla quantità assoluta 3/1 esistente tra le 4 D assolute dello spazio e del tempo.
Si può aver prova della verità di questa affermazione. Infatti “tutta” la E di m (massa dell’elettrone), deve essere data da m2 (ossia dall’annichilimento elettrone-positrone, che trasforma “tutta” la m nell’energia equivalente). L’energia “assoluta” E è allora m2 = mc2, che, sulla base d’una c “misurata” si ha solo ricorrendo ad una costante U che imponga l’uguaglianza m2=Umc2. Per la massa m dell’elettrone ed usando le quantità misurate, m2= 82,98098169… e mc2 = 81,87111222…, vediamo che quest’ultima, solo quand’è moltiplicata per 1,01355630137 = U, dà 82,98098169, quanto tutta l’energia. Correzione del dato relativo della c2 ed unificazione tra elettromagnetismo e gravità Dovendo usare sempre misurazioni relative, per trasformare E=mc2 (con la c2 misurata) in E=m2, e rendere così il dato assoluto, è sufficiente allora moltiplicare mc2 per mc–2 (ossia per quanta m tocchi all’unità della c2). Si divide allora la massa m della particella della luce per il quadrato della velocità rilevata nella stessa luce, e si ha la costante “U” tale che. E = U mc2 ove U=1,013556301370 ×10–47 kg m–2 s2 Così E/m è la quantità assoluta 9 per come essa risulta nel relativo della misurazione: 9,109389745×10–31 kg = m dell’elettrone. La gravitazione dà già il valore 9 per la sola energia, ed esso è perfetto essendo un puro rapporto tra enti aventi le stesse dimensioni: i 900 dm3 (la parte di 1 m3 sovrapposta ai 100 dm3 della base unitaria) e tali 100, sui quali la massa sovrapposta preme come E gravitazionale. Una bilancia misura “tutti” i 1.000 kg (se è acqua), mentre il rapporto 900/100 = 9 (tra l’E sovrapposta alla m e la m che tocca la bilancia per un contatto unitario) è 9, qualsiasi sostanza riempia i 1.000 dm3. Non può esservi unificazione, oggi, tra due sistemi la cui E è poggiata in un caso sul n. 9 e nell’altro sul n. 8,98755. Può esservi unificazione solo attraverso il prodotto di 8,98755… per la costante U, che porti al 9 assoluto per come esso è misurato nel relativo: 9,109…, quanto la massa m dell’elettrone, massa di quella luce di cui c2 è la velocità assoluta 9.
640 è un numero che indica la realtà complessa in linea, tra –300 e +300, riferita alle 40 dimensioni della realtà della massa, unitaria in 1/10 del ciclo 10. Attenti, perché questo testo a pag. 640 definisce proprio questo concetto, che esprime come si vede nel relativo della velocità della luce la sua quantità assoluta, come il tempo riferito alle 360 dimensioni, complementari rispetto a 103 percepite come spazio in rotazione graduale.
Velocità assoluta della luce, c, è quella secondo cui 3 assi cartesiani sono percorsi dalla luce simultaneamente e in un solo verso, nel tempo in cui è percorso ciascuno dei tre: dunque 3/1, e si tratta d’un puro “assetto”, d’un modo di porsi, tra loro, delle 3 dimensioni dello spazio rispetto alla dimensione 1 del tempo. Adottato il Sistema Metrico Decimale per le unità e posto anche 1 m (metro) come 1/10 del ciclo in linea di 10 m, il suo riferimento assoluto è il 1010, un “tutto” che ha la forma di tutto il volume che esiste (reale+immaginario). Perciò la profondità assoluta d’ogni asse cartesiano deve essere di 108 m (l’immaginario 105, combinato con il reale che è solo 103 avendo il fronte reale 102). Essendoci simultaneamente 3 assi così, la c deve essere 3 volte 108 m, ed indicare l’assetto assoluto, spaziotemporale, di questa realtà apparente a 4 D. Dunque 300.000.000 m =c s. Se, in questo assetto reale, un “osservatore” tenta di misurare la velocità di questa organizzazione 3/1 (la sua velocità assoluta), può farlo solo ciberneticamente, nel mentre vi “è” dentro. Egli ne assumerà i vincoli, e li userà poi come base numerica per i suoi calcoli relativi, avendo imposto modelli e convenzioni “ideali”. La nostra (anche mentale) è il SMD (ci siamo infatti evoluti con 10 dita), per cui il modello reale (e concettuale) ha le 4 D positive e lineari +x, +y, +z, +t, 4 entità lunghe 1 m e durevoli 1 s nel ciclo spazio-temporale che vale 10 anche per la nostra mente se 2 (tempo) +23 (spazio cubo con il lato 2 del tempo) = 10. Calcoliamo allora tutte le “condizioni unitarie”, posto il SMD. • 0,9 m – energia invariante: in assoluto 9/10 dell’unità. • 1 m – unità spaziale: in assoluto 1/10 del ciclo intero di 10 m. • 4×10 m – area: in assoluto chiusa da 4 cicli interi in linea (D reali). • ¾ ×104 m – tali 4 D reali sono spazio per ¾ ed esistono realmente per 104 unità perché le 103 masse unitarie del volume unitario sono “datate” per 10 unità anche nel parametro della loro collocazione nel tempo. • 2×105 m – tale realtà 104 (datata nel tempo) avanza unitariamente, di 10 unità, anche nella sua data, vale 105 e ci sono 2 opposti flussi: 105 (positivo, reale) e 105 (negativo, immaginario). Opposti che si combinano nelle 1010 quantità che sono tutto il volume, espresso nei 2 tempi.
La somma di tutti questi dati è il vincolo unitario del sistema spaziale riferito ai tempi (0,9 +1 +40 +7.500 +200.000) m = 207.541,9 m. E’ una somma perché sono indici dimensionali e la somma d’indici è il prodotto delle rispettive potenze su base 10 aventi quegli esponenti. Tutto ciò risulta in pieno nella misura cibernetica presa in 1 s dall’osservatore: 300.000.000 m –207.541,9 m = 299.792.458,1 m. Fissata la quantità di m 207.541,9 come l’unità (tutto l’insieme dei vincoli del modello unitario) l’osservatore rileva, in 1 s, solo ulteriori m 299.792.458,1 valore pertanto “relativo” e non “assoluto”. 641 indica il tempo 640 attuato unitariamente, cioè il 640/1 che implica 641 dimensioni.
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A pag. 641 il Codice dello Spirito Santo che ha impaginato questo libro colloca la relatività ristretta alle 40 dimensioni che indicano le 4 rotazioni del piano frontale combinate con le 10 della profondità del tempo, il che è ristretto alla apparente rotazione relativa al contesto atomico.
642 riferisce 640 all’intero periodo seguente da –1 a +1. Pertanto in pag. 642 saranno spiegate le dimensioni in relazione a tale complesso, il che rimanda ai valori assoluti, essendo 640/2 un tempo pieno, 640, riferito al tempo base 2, il che unifica il tempo e risolve tutto in quantità assoluta.
Relatività ristretta
Il valore “assoluto” d’un numero è infatti il suo antiLogaritmo, che considera la base 10 del suo conto in potenza. In tal modo avviene, poiché 1010 Å = 1 m, che porre il ciclo 10 come il suo antiLogaritmo significa partire dalla dimensione unitaria dello spazio atomico (Angström) e riferirla al metro. Allora comprendiamo che, riferendoci noi con la luce alla dimensione atomica, i rapporti numerici che cerchiamo devono essere, in assoluto, rapporti posti in essere tra gli antiLogaritmi che portano alle attuali reali misure relative.
Esame con “modelli unitari”, per conoscere le quantità “assolute” (totali) nella gravitazione dell’elettrone (caduta, perdita d’energia) e nell’energia da dargli (aumento) per portarlo su un orbitale più esterno Useremo, nell’esame, 1 dm3 d’acqua a 4° e 1 m3 di spazio, ossia i campioni unitari assunti dal SMD, da MKS e SI, e li riferiremo ai vincoli relativi alle costanti della massa dell’elettrone (vincolato al kg ) e della costante di Planck (vincolata a Js corrispondenti a kg m2 s–1 ). • La perdita d’energia per caduta gravitazionale (peso della particella) è misurata oggi, “nel relativo”: 9,109389754×10-31 kg . Esame con modelli unitari. Il “campione di 1 dm3 d’acqua”, il kg, messo in alto e dentro il “campione di 1 m3 di spazio”, cade in tutto per 9 dm e sono 9 kg esatti di flusso d’acqua, senza l’aggiunta di 0,109389754 (accelerazione apparente per effetto dei vincoli decimali). Idem per la massa m dell’elettrone, se è unitaria e vale alla scala 10–31 rispetto al kg. L’aggiunta allora “deve indicare” (in esponente del 10) il vincolo unitario riferito ad 1 kg, che relativizza e altera, nella misurazione, la quantità assoluta 9×10-31. • Il bisogno d’energia per sollevare unitariamente il piano dell’orbita (costante di Planck) è oggi, nel “relativo”: 66,26075540×10-35×( J s = 1 kg m2 / s ). Riguarda tutta la sfera a 4 D, perché in essa c’è il tempo come sua energia (J s). Esame con modelli unitari. 1 kg m2/s è il flusso di tanti dm3 d’acqua (pari a kg) quanti in 1 m2=100 dm2 di sezione. Sono 100 dm2 che, fluendo per 1 s, fluiscono per 1 m=10 dm (avendo la velocità unitaria di 1 m/s). Sono così 1.000 dm3 pari a kg, in 1 s. Essendoci nella realtà 4 D (come questa che è presente in 1 s), vanno considerati esistere 4.000 kg. Il quantitativo è emesso dall’origine della terna cartesiana, e si propaga in 6 linee principali: +x +y +z –x –y –z (per 6 m=60 dm=60 unità spaziali in linea del campione della massa). 4.000 kg / 60 dm =66,6666… kg/dm è la quantità esatta di massa in tutto (e d’energia di moto), che tocca ad ogni dm di caduta in linea della massa che occupa 1 dm3 d’acqua ed è 1 kg. Questa è tutta l’energia che tocca al dm occupato dalla massa unitaria d’acqua, allorché i vincoli s’impongono anche alla scala 10–35 1 kg m2 /s ossia J s della costante di Planck. Lo scarto di 66,26075540 (la quantità misurata da Planck) rispetto a 66,6666… è data da 66,6666…–66,26075540 = 0,40591126 e allora “indica” (in esponente del 10) il vincolo riferito a 10–35 J s che, imposto alla quantità assoluta, la altera, inevitabilmente, nella misurazione relativa. Sia 0,109389754, sia 0,40591126 devono indicare questo numero “in esponente” del 10 perché i numeri sono organizzati per Logaritmi (decimali), nella gerarchia di tutte le cifre.
Fatti i debiti conti circa la perdita d’energia “potenziale” per caduta e il guadagno per alzata, i rapporti relativi risultano: • per la perdita: Å109 / 10–0,109389754 da cui il Log 9,109389754 (×10-31 kg) è l’attuale misura, ottenuta nel contesto relativo. • per il bisogno: Å104.000/60/ 100,40591126 da cui Log 66,26075540 (×10-35 kg m2/s) è la sua misura attuale, ottenuta nel contesto relativo.
Il rapporto “assoluto” della curvatura allora è dato da: kg 90.000 (massa 9 della particella, la quantità “assoluta” posta alla stessa dimensione 10–35 della costante di Planck), diviso per 4.000/60 (Js = kg m2 s–1, la quantità “assoluta” di Planck alla stessa dimensione 10–35). Il risultato della divisione dà esattamente 1.350 s m–2. Possiamo scrivere allora che “in assoluto” è in atto questa esatta scomposizione: 90.000 × 10-35 (kg)0
=
1.350 (s/m2)0
×
66,666666… ×10-35 (Js)0
La massa 90.000 ×10–35 kg0 (valore assoluto) di 1 elettrone si divide così in: 66,666… s0, masse di tempo perché 1 u.m.a. (che compie 1 ciclo/s) compia 100 cicli (giri); 1.350 s0, tempo necessario perché i 100 giri racchiudano l’area unitaria (di 1 m2). Ciò in conformità all’assunto di Keplero, per il quale “masse libere orbitanti percorrono sempre aree uguali in tempi uguali”. Come nella navetta in orbita terrestre sembra manchi il peso, così alla particella orbitante sembra manchi l’energia, risolta nel gesto. 1.350 è (3/10)3/2 ×105, ove 3/10 è lo spazio 3 in linea riferito al ciclo intero 10 di cui è parte, quindi è il valore assoluto dello spazio in linea; il suo cubo è il volume assoluto e il dimezzamento del tutto lo curva in semicerchio. Esso vale, in assoluto, 0,0135 in spazio-tempo unitario e diventa di 1.350 massetempo moltiplicandosi per il 105 che indica 103×102: tutte le masse del volume che fluiscono per l’area unitaria comprensiva di 102 masse unitarie. Il semicerchio assoluto di 1.350 s/m2, curva del sistema cubico, è, nella misura relativa, 9,109389754/66,26075540=1.374,7790376 s/m2, perché vi si aggiungono tutti i vincoli reali come un apparente rallentamento subito dal sistema. È questo numero 1.374,7790376 che, nel relativo delle misurazioni, unifica la quantità di Planck e la massa peso, nella relatività ristretta..
643
643 riferisce tutto il tempo 640 alle 3 dimensioni dello spazio, pertanto qui verrà considerata la realtà complessa (tra –300 e +300) in Relazione Generale al generale volume
Relatività Generale. Nel caso lineare della Relatività Generale, il dividere la m relativa della particella per il valore relativo di c2, unifica il relativo/relativo e afferma in sequenza (come una onda in prospettiva decimale) il valore assoluto di 2 semicerchi (ognuno espresso dal n. 1350 appena visto nella relatività ristretta). L’onda in prospettiva decimale è 1 (la presenza unitaria) +0,013500001350, la doppia curva 1350. A tale onda si somma l’entità che si curva: la quantità 23 (volume atomico della molecola di luce) che ha l’intensità unitaria 540 della candela, entrambe alla dimensione di 10–7 m (il volume atomico, Å 103, è infatti m 10–7). Il volume/mol ha per numero “assoluto” il 23 che è il Log del 1023/mol (il valore assoluto che appare nel n. di Avogadro riferito a ciascuno dei 6 semiassi). La luce, espressa in candele nella quantità assoluta di 540×10–7 volte (poiché l’intensità unitaria della luce è 540×1012 cicli/s) indica che si tratta di 10–7×1012=105 cicli/s, ossia del pieno flusso reale delle 103 masse unitarie fluenti per la sezione unitaria che ne ha 102. Sommati così (23+540=563)×10–7, si ha 1,013556301350, numero ancora incompleto, che indica il volume dell’onda di luce a intensità unitaria. Perché esso quantifichi massa gravitazionale di luce, bisogna sommargli ancora 2×10–11 (il fattore g, gravitazionale, assoluto della particella, alla dimensione di 10–11 m, dell’u.m.a.). Queste somme tra numeri sono tutti prodotti tra i rispettivi antiLogaritmi del computo decimale. Il numero diventa così completo: 1,013556301370 (con 12 decimali, quante le linee che includono un cubo: il resto non sarebbe più spazio, ma tempo e non risulterebbe ancora presente). U=1,013556301370 (l’ideale numero a 12 decimali, visto così pregno di significato) deriva comunque per calcolo, dalla divisione: 9,1093897540605402 : 8,987551793366025561. In quanto a dimensioni, il dividendo riguarda 10–31 kg, il divisore 1016 m2 s–2, per cui il risultato U è pari a 10–47 kg s2 m–2, in cui la dimensione s2/m2 condiziona il kg all’area unitaria del tempo rapportata a quella unitaria dello spazio. Se vogliamo semplificare, poiché 1 kg=10–3 m3, 10–47 kg s2 m–2 sono 10–50 m3s2m–2 =10–50 m s2, ossia un cubo avente l’area tempo unitaria e la profondità spaziale di 1 m. Si tratta, è chiaro, del volume unitario antimateriale; lo dimostra la stessa dimensione 10–50, quando si pensa che il flusso unitario, dato il ciclo lineare 10 vigente nel SMD, è indicato dalla sezione 102=100 che in assoluto è esponente del 10, è perciò 10100, la cui unità è 10–100, è il complesso 10–50×10–50. Per previsione (e considerazioni, legittime, ma qui non spiegate) e per ottenere una U a 13 cifre, ai dati leggibili della m dell’elettrone, si è aggiunto 605402 ×10–16 (il decimale esistente nell’u.m.a. misurato 16,605402 ×10–28 kg..
644
644 indica le 640 dimensioni totali del tempo con riferimento alle 4 D del volume nel tempo, ossia alle 4 D della realtà. È vera provocazione quella presentata alla pag. 600 (tutta la realtà complessa) incrementata della realtà stessa della realtà. La realtà della realtà spiega cosa sia la realtà, ed è la spiegazione che la Provvidenza ha messo a pag. 644, con riferimento allo spazio complesso 600. Come non credere che questo libro sia un misterioso Codice dello Spirito Santo?
APPENDICE MOLTO PROVOCATORIA. – Sono solo coincidenze ?. Nelle costanti fisiche (di cui oggi conosciamo solo i valori relativi), sono forse questi i valori assoluti? Data una realtà dai 4 parametri (x y z t), la realtà elettromagnetica, emessa nel tempo t dall’origine di x y z, è scomposta perfettamente su 6 semiassi, ed è elettrica nel verso centrifugo e magnetica in quello centripeto. Così 6×6 combina il tutto su 36 componenti unitarie dello spazio corrispondenti alle 360 della massa (decimo dello spazio da quando vige il S.M.D.). Dati così il S.M.D. e le 4 dimensioni reali, l’angolo giro vale doverosamente 360°, mentre π (Pi greco), rapporto tra 360° di circonferenza e il suo diametro, vale solo 3,1415… È lecito chiedersi cosa sia successo al 360 per esser divenuto 3,14…? Proviamoci: per effetto della divisione tra cerchio e diametro è intervenuta l’unificazione tra le stesse dimensioni realmente esistenti in entrambi. L’unificazione ha appiattito Pi, l’ha reso “trascendente” rispetto alla realtà a 4 dimensioni, generata in 360° di rotazione. Attuare il processo inverso che aggiunga ad una ad una le dimensioni perse dal Pi “trascendente”, aggiungerebbe (con precisione) quelle costanti universali della fisica che giacciono nella realtà a 4 dimensioni e vi sono “immanenti”? Ci abbiamo provato. Dai numeri (dimensioni reali) da aggiungere, si può “capire” quali siano le condizioni reali da aggiungere? È il valore assoluto delle costanti della Fisica? Si, perché accade che questi numeri si discostano di pochissimo dai valori reali misurati per esse, valori che sappiamo essere relativi e discostare di poco da quelli assoluti. Le “formule” delle costanti, lo lascerebbero credere… “Formule”? e che sarebbero? Vera provocazione d’immense novità!
645
646
645 aggiunge al complesso 600 il 45 che focalizza la massa persino il velocissimo elettrone. La pag. 645 mette a fuoco, misteriosamente, per intervento dello Spirito Santo di “comprensione” quali sono i valori assoluti delle costanti della fisica. Ed è una assoluta provocazione per la scienza della presunzione, di un uomo che creda nell’esistenza di una vita “fai da te”
646 spiega come il 645 appare in atto nel tempo 1. Quindi a pag. 646 si spiega l’assetto dinamico assunto nel tempo 1 dai valori assoluti: vere formule.
Se coesiste la terna x y z, ogni asse in assoluto vale 1/3 di 3, quindi deve valere 3 nel relativo se vogliamo che 1 asse valga 3/3=1 in assoluto. Il volume del cubo a lato 3 è 27. Allora occorrerebbero 27 cifre di Pi per un bilancio reale perfetto, essendo la nostra realtà percepita in modo Logaritmico da quando abbiamo adottato per unità i decimi del ciclo (e valendo nei Logaritmi il numero delle cifre). Dobbiamo ridurre tutte le dimensioni alle pure funzioni “in decimi lineari” rispetto al metro, abbiamo: +314,1592653589 79323846 264338 +044,8798950512 82760549 466334 +000,9600000000 00000000 000000 +000,0008333333 33333333 333333 +000,0000060000 00000000 000000 +000,0000002000000000000 00000 +000,0000000540 00000000 000000 +000,0000000016 66666666 666666 +000,0000000006 66666666 666666 +000,0000000000 60000000 000000 +000,0000000000 11110000 000000 +000,0000000000 00138888 888888 +000,0000000000 00000040 000000 +000,0000000000 00000007 777777 +000,0000000000 00000000 833333 +000,0000000000 00000000 083333 +000,0000000000 00000000 008333 +000,0000000000 00000000 011000 =360,0000000000 00000000 000001
È π ×(10/1):(1/10), prodotto che calcola l’intero ciclo 10 nella quantità dei decimi avanzanti in linea. 100/7 di π, la sua libertà di moto ripristinata in linea. È “in assoluto” il magnetone di Bohr ? (100 –4)/100, un numero vicino alla costante di Faraday… è il suo valore assoluto su 1 D decima? Sulle 100 è 96 1/1200, un numero vicino alla costante dei gas. È il suo valore assoluto su 1 D decima? Sulle 104 reali è 8,333… 6/106 vicino al numero di Avogadro. È il suo valore assoluto su 1 D ? Su 4 D è (106)4=1024 il cui decimo è 1023 2/107, numero vicino al fattore g dell’elettrone. È il suo valore assoluto su 1 D decima? 540 il numero esatto di 1 candela , alla dimensione unitaria pari a 1/100 del suo ciclo/s di 1012 hertz. 10/(6×1010), numero vicino al ciclo di 10 unità di massa atomica. È il suo valore assoluto su 1 D decima? 400/(6×1010), numero vicino alla cost. di Planck. È il suo valore assoluto su 1 D decima? 6 quarks ? è il numero di Avogadro, percepito come l’ammassamento dei 6 quark del nucleo? 1/(9×1010) su 4 D intere, numero vicino alla massa molare del muone. È il suo valore assoluto su 1 D decima? 0,001/(72×1010), numero vicino alla costante di Boltzman. È il suo valore assoluto su 1 D decima? 40/1018, numero vicino all’ energia di Hartree. È il suo valore assoluto alla D in linea del corpuscolo (10–18 m)? 70/(9×1018), numero vicino al magnetone nucleare. È il suo valore assoluto alla D in linea del corpuscolo (10–18 m)? 1/(12×1018) (cost. dei gas). È il suo valore assoluto alla scala dello spazio-tempo alla D corpuscolare 10-18? Idem, alla scala decima della massa corpuscolare? Idem, alla scala centesima del tempo unitario corpuscolare (sul fronte reale 102) ? (10+1)/1021) un numero vicino alla cost. di Rydberg. È il suo valore assoluto su 1 D decima alla D di 100 moli? Totale dei 360° di rotazione graduale della realtà, per come percepiti da 1 mole (10–23), in 1/10 di tempo ?
Questi algoritmi rispettano formule assolute. Ecco provocatoriamente quelle di cui sopra, espresse in linea e ciascuna alla scala che gli è propria, rispetto al metro: Carica dell’elettrone. È 24=16 secco×10–10 ? Nei 1016 m2/s2 della c2 è il Log dell’antiLog 1016? Ove 2 è il sistema complesso; il suo indice 4 sono le 4 D della realtà complessa 22 e 10–10 m è 1 Å, cosa d’altro può indicare la formula 2410–10 m? Costante di Faraday. È la sezione 102 del flusso reale in base a 4 D: cioè 100 –4=96 secco×10–2? È anche 16×6 = 96 secco, la carica elettronica 16×10–10 che c’è sui 6×108 semiassi dell’intorno, tanto che 10–10×108 = 10–2 è la D del 96? N. Avogadro è (16 –10) 10–10×104 = 6×10–6 ? quanto i 6 semiassi a 4 D attorno al nucleo, o i 6 quarks interni? Con interno simmetrico a intorno? u.m.a. è su 1 linea 100/6×10–10 ? Date le 100 masse unitarie presenti in 1 m2 di flusso, e dato che esso è emesso dall’origine in 6 versi, sono 16,666… kg su ciascuna, che, alla D di 10–10 m, si riferiscono all’unità atomica in linea. Vero? Costante dei Gas su 1 linea è 100/12 ×10–4? È 100 la massa unitaria su 1 m2? Sono 12 i 6 semiassi percorsi nei due versi (come fa il gas che spinge sempre in 2 opposti versi)? È 10–4 m l’unità del moto del volume 10–3 m nel tempo 1/10, della massa? Massa elettrone, 9×6×10/106 = 0,00054 u.m.a.? Lo si capisce con esattezza dalla candela ? Candela. L’intensità è una sorta di % indipendente dalle quantità? Allora 540×10–10 è su una sola linea, un dato esatto! e 540 ×(106)2 cicli/s è il dato totale che, in m d’elettroni contati in u.m.a. è 0,00054 u.m.a.×(106)3 cicli/s, ove 1 u.m.a. è 1 ciclo e ove (106)3 =1018 è un cubo (corpuscolo) che ha per lato tutto il moto centrifugo, che è 106! Costante di Planck è su una sola linea 40/6×10–10 ? Ove 40 è tutta la massa in moto (le 4 D reali lette nei decimi della massa), 6 sono le componenti cartesiane centrifughe e il ×10–10 propone la quantità a dimensione di 1 Å. Costante di Boltzman è 0,0001/72 ×10–10? Ove 10-4, l’unità reale di 104, si divide per 9×8, tutto il moto 9 del volume 23 su base complessa, e alla D di 1 Å. Massa molare del muone è 1 Å/9 = 0,1111 a 4 D ? Magnetone di Bohr è 100/7 π ? ove il 7, moto per forza d’attrazione, nel nucleo è: magnetone del nucleo, 7/0,9 = 7,7 periodico ×(10–6)3 (corpuscolo), attrazione su 6 linee a velocità assoluta 3/1? Energia di Hartree è l’unità delle 40 D decime della massa corpuscolare (10– 6)3=10–18? Costante di Rydberg : è 11×(10–7)3? Quanto conta il ciclo 10/1 come 10+1 ogni m e riferito a 3 10 ×10–10 =10–7 (cioè al volume a 3 D di 1 Å= m 10–10), per cui 11 ×(10–7)3 è il ciclo intero del volume atomico su 3 linee, mosso in linea di 10/1 m ? π che ridiventa 360°, conferma tutto ciò? Sembrerebbe proprio di sì! C’è conferma matematica che lo scarto delle costanti dai valori assoluti dipende sempre dai vincoli unitari perduti nelle singole unificazioni. Chi desiderasse questi calcoli (come quello fatto in relazione alla c) li chieda. Qui non è il caso d’appesantire questa materia che – quando sarà accettata – provocherà una vera rivoluzione nella concezione della fisica relativa.
647
647 riferisce i 640 tempi in tutto (su 103, perché 360 sono spazi) ai 7 spostamenti liberi del volume 3 che è in assoluto riferito alle 10 dimensioni dello spazio-tempo 2+23. Così alla pagina 647 la Provvidenza ha impaginato come tempo e spazio siano liberi tra loro, ad esempio nel moto libero della massa terrestre in 86.400 unità-tempo. Questa è la più profonda unificazione della fisica che possa essere configurata e l’uomo deve la sua comprensione solo a Dio che ha usato Romano Amodeo come un puro terminale.
SEMBRA o no unificata la Fisica? Che s’apra il fantastico esame numerologico? Per numeri dimensionali della realtà fisica “concepita” dall’osservatore… la nostra mente? Assunta, per convenzione di calcolo, la stessa quantità ideale usata dal nostro cervello, l’aritmetica dei numeri può aiutarci a capire? DI CERTO ED E’ PROPRIO DIVINO! DIVINO, perché Dio imposta il mondo sull’UNITA’ e TRINITA’ simultanee, valori assoluti a base della presenza del volume e delle sue 3 componenti.
Volete una prova reale d’una matematica che spieghi i perché? 16×54×100=86.400 e capiamo perché vediamo compiere un giro esatto della massa libera della Terra in 86.400 s. Accade forse giacché noi combiniamo la nostra necessità di codificare (per 16, che è la scansione usata dalla nostra intelligenza naturale) con l’oggetto visto (in base a tale scansione, risultare sempre 54, in tutto), e il flusso reale (che vediamo avere, in conseguenza, sempre 100 masse nella sua sezione istantanea) ? Sì ? – Sì, sì, e sì ! Sì. Infatti, in base al codice 2(3+1)=16 (bit), la velocità è indicata 3/1 (nel rapporto esponente); si vedono 2 cubi, ciascuno avente lato 3 e superficie laterale 32×6=54; il volume complesso è 33+33=54, il volume ondoso è 32×6=54. Pertanto l’oggetto osservato, come volume complesso, come compreso tra le 6 facce e come onda unitaria ì sempre 54! Intanto 16 –6 (il modello complesso 2×3) ci dà il ciclo in linea: è 10, per cui l’area simultanea va contata per 100 unità.
Volete un’altra prova, che la matematica ci porti a comprendere? Eccola: (1+1/n)n, per n grandissimo quantifica la presenza del volume terrestre ideale (10,8×1020 m3) e l’esatta durata dell’anno siderale (365 giorni, 6 ore, 9 primi, 9 secondi e 54 centesimi di secondo). (1+1/n)n = 2,7 1828 1828 4590450, per n immenso e determina la base logaritmica “e” che serve, in matematica, per risolvere le funzioni ingrandite in modo esponenziale, come sono quelle di tutta la natura, che noi conteggiamo sempre come esponenti della stessa base 10. Giacché il metro e il minuto secondo sono riferiti, in modo ideale, alla Terra ideale, • il minuto secondo (lo abbiamo appena visto) è la perfetta unità del tempo, secondo il nostro modo di concepire per dimensioni numeriche, • il metro è la 40 milionesima parte della circonferenza ideale (valore medio) della Terra (il che considera una linea che chiude la massa, avente le 4 dimensioni spazio-temporali, alla dimensione 107 del valore assoluto dello spostamento del volume 103, essendo 107×103=1010), si capisce che la base Log “e”, che è uguale a 2.7 1828 1828 459045 0 (in tutto 17 cifre, quanto quelle della carica 16/1, tutta la quantità riferita ad 1), quantifica il numero assunto dalla presenza di ¼ del volume della Terra (10,8) e dall’intero anno siderale (365 giorni, 6 ore, 9’, 9” e 54/100 di 1 s), esattamente come postulava il filosofo Kant: quantità corrispondenti solo alle categorie della nostra mente, e corrispondenti a grandezze esponenziali d’un computo matematico.
Infatti: laddove lo spazio unitario (il metro) è ¼ (della circonferenza terrestre) abbiamo che l’intero è 4 volte tanto. Quindi 4 volte le prime 2 cifre della “e”, vale 4×2,7 = 10,8, numeri riferiti al volume
648
ideale della Terra (esattamente 10,8×1020 m3, in cui si noti l’ideale area assoluta 1010×1010, la quale, moltiplicata per la linea di circonferenza 10,8, determina il volume complesso, assoluto, quanto il 10,8=5,4+5,4 massa materiale +massa antimateriale). Tutte le restanti 15 cifre, della base “e” Log, riguardano “i tempi”: 1828 è la realtà a 4 dimensioni reali (materiali) e 1828 è quella identica, a 4 D immaginarie (antimateriali), osservate nell’apparente prospettiva della dimensione della grandezza numerica, in scala decimale, che è unitaria in 1:(3×3)=0,1111111…. La prospettiva decimale 0,0 1828 1828 è puramente apparente, tanto che io posso sommare le due uguali quantità ed ottenere che 1828+1828=3656. Giacché noi realmente vediamo in prospettiva lineare e decimale la presenza della massa unitaria (1 kg è 1 dm3 d’acqua, ove 1 dm è 1/10 del metro), divido 3656 per 10, ed ottengo il tempo unitario, che è sempre in decimi. 365,6 sono esattamente le quantità in giorni, per la parte intera, e in ore ventiquattresime del giorno, per la parte decimale. Infatti i numeri decimali rispettano anche le gerarchie per tempi dati da 6 linee (le coordinate +x, +y, +z, –x, –y, –z che ruotano in 4 tempi, tanto che il totale deve essere 6×4=24 ore). Chi non vi credesse, osservi 210=1.024, che è il totale (indice 10) posto in base ad una percezione binaria, e determina il volume 1.000 = 103 il quale ruota interamente in 24 ore. Nel preciso istante in cui si divide 3656 per 10, la parte decimale osserva religiosamente la scansione per unità ventiquattresime! Le seguenti 6 cifre 459045 della base “e” Log, sono gradi e indicano la qualità a livello funzionale. 45° +90° +45° e dettagliano le 6 coordinate +x, +y, +z, –x, –y, –z, per come esse si vedono realmente quando, mentre un asse x cresce in negativo e in positivo, esso si muove simultaneamente anche verso un osservatore collocato sul perpendicolare asse y, ed arriva ad essere soggettivamente osservato. L’osservatore vede solo la risultante del moto, perché l’angolo piatto determinato da +x e –x, appare al soggetto che l’osserva come un angolo retto di 90°, collocato al centro di due angoli di 45° collocati ai due estremi. Appunto come la sequenza 45°, 90°, 45°, sempre soggettivamente osservata, nella prospettiva apparente della dimensione numerica. Giacché (in assoluto) tempo e spazio sono quantità inverse (1 film in 2 tempi è formato da 2 spazi, ciascuno grande ½, ove 2/1 e ½ sono valori inversi, il primo di spazio di pellicola, il secondo di tempo di proiezione), per ottenere i tempi da 459045 basta rovesciarne l'interpretazione e leggerli da destra verso sinistra: 54 09 54, ove la quantità media (09) sono i secondi (0”+9”). Abbiamo così: 540” +9” + 54/100 di 1” ed è l’esatto tempo dell’anno riferito alle stelle fisse, a partire dall’inversa rotazione angolare dello spazio. La diciassettesima cifra è uno 0. dimostra come meglio non si potrebbe, che 16/1 cifre, in cui l’ultima è il denominatore 0, sono di per se stesse ZERO: infatti qualsiasi numero, diviso per zero, risulta essere zero. Come visto, il numero “e”, che serve per calcolare le funzioni esponenziali, essendo metro e minuto secondo dimensionati esattamente rispetto ad una Terra ideale, possono servire a determinate tutta la quantità, sia del volume ideale, sia della rotazione intera ideale (l’anno) della Terra.
E questo dimostra, con i numeri e i loro significativi assiomi, l’affermazione di Emanuele Kant, in base alla quale volume (spazio) e durata (tempo) sono categorie della percezione umana.
649
649 è il percorso di 1 nel 650 che si riferisce all’assetto completo (50) in base alle 600 dimensioni dello spazio complesso che va da –300 a +300. Quando c’è 1 sola dimensione, si sposta sempre e solo un punto: il punto di vista. Quindi a pag.649 c’è l’interpretazione dal nuovo punto di vista assunto da questi argomenti.
In parole povere sono solo qualità attribuite da una mente razionale, che non esistono di per se stesse, ma hanno il numero, a determinarle, come una possibilità di qualificazione e di quantificazione. Da tutto quanto ciò, risulta che è possibile veramente determinare i valori assoluti delle costanti della fisica, perché essi sono conformi a rapporti della matematica. La carica dell’elettrone, ad esempio, è realmente 16, quando l’uomo percepisce la realtà unitaria sempre come un complesso tra parti opposte che si combinano e conferisce a questa base 2 di calcolo l’esponente 4 che somma alle 3 dimensioni dello spazio la dimensione 1 del tempo. Su questa base concettuale, la carica, se vogliamo calcolarla con lo stesso numero con cui la concepiamo, non possiamo conteggiarla che con il numero 16. Esso risulterà esattamente nel quadrato della velocità della luce come l’esponente 16 posto sulla base 10. Infatti c2=8,98755…×1016 m2 s–2. Ci resta solo da capire perché mai noi non osserviamo in natura questi valori, dal momento che usiamo unità di misura esatte. E la risposta è che non ci risultano i valori assoluti (che hanno per denominatore uno zero e sono considerabili come flussi assoluti e indeterminati) in quanto i nostri conteggi matematici sono sempre relativi a numeri unitari aventi il denominatore 1. Noi – contando realmente – assumiamo una parte del valore assoluto come denominatore e con esso conteggiamo il numeratore desunto per differenza. Ad esempio, la lunghezza assoluta del metro è alla dimensione 108 in quanto la sequenza 108 è condizionata alle 2 dimensioni assolute del fronte (è 110/1 –2/1, entità derivata da un 111/0 che è la quantità assoluta e indeterminata). Perciò 108 è, di per sé, una lunghezza assoluta (come il 10,8 che avevamo già visto nel volume della Terra, presentato in una relazione semplicemente differente). Il 108 è lunghezza assoluta, perché il volume assoluto è determinato come 1010 rispetto all’unità, e l’area assoluta è 102. Dividendo il volume assoluto 1010 per 102 si ottiene la lunghezza assoluta 108. Tutto, come scritto, deriva dalla sequenza 111 espressa come un flusso continuo e indeterminato, messo in relazione alla quantità 0 del denominatore. Questo 111, posto non come quantitativo assoluto ed indeterminato, ma unitario, va indicato come 111/1 e aggiunge una dimensione alla quantità indeterminata 111/0. L’aggiunta della quarta dimensione (il tempo) al flusso indeterminato 111/0, porta il rapporto 1000/1 : 9/1 al risultato 111,1111… che aggiunge alla parte intera 111, quella decimale 0,1111… che è il tempo 1/9 e corrisponde, in fisica, al valore inverso della c2, ossia del quadrato della velocità della luce, inverso esprimibile come c–2. L’aggiunta della quarta dimensione a 111/0 è possibile grazie alla premessa, tutta virtuale, a grandezza c–2, che risulta come il valore inverso di 9/1, ed è 1/9=0,11111… La lunghezza assoluta 108, esprimibile numericamente anche in forma potenziale come 108 (che porta, è ovvio, ad un risultato numerico diverso), in relazione solo alla parte reale (del complesso reale-immaginario) diventa 103, in quanto quella intera (antimateriale o immaginaria) è il 105, radice quadrata di 1010, che è la combinazione (il prodotto matematico) delle due dinamiche opposte esistenti nella globalità della massa unilaterale.
650
650, la realtà dell’universo relativo allo spazio complesso da –300 a +300. Così la Provvidenza ha impaginato a pag. 650 l’assetto sempiterno.
È sempre così! Questi numeri sono come un Dio sempre fedele. Sulla base del 1010 come valore assoluto espresso in unità (e derivato dall’assoluto 111/0 –1 che lo realizza nel 1010 la cui somma dei numeri è 1+0+1+0=2) , il volume unitario si sposta solo di 107 perché esso occupa 103 quantità in 1010. Qui non è più questione di forme, ma di puri numeri ONNIPOTENTI, ai quali possono essere poi attribuite più forme dalla mente (anche d’un DIO ONNIPOTENTE), tanto che la lunghezza assoluta 10,8 diventa un volume quando si moltiplica per l’area assoluta 1020, come visto nella Terra. La somma delle cifre in 108 è 1+0+8=9 che è lo spostamento unitario dell’1/1 nel ciclo 10/1, all’interno delle 1+1 +1+0+1=4 dimensioni d’una realtà tutta virtuale a 3 dimensioni che si cala nella realtà del tempo 1–1 reale, quando il 3/0 assoluto e virtuale, indeterminato, si realizza in quantità reale ed unitaria grande quanto 3/1 che è il prodotto 3 × 1–1 . I numeri, contati in unità, realizzano unitariamente l’indeterminazione, e il sistema decimale e obbligatorio discende dalla divisione 1:9=0,111111… in cui 9 è l’area del fronte del flusso d’energia elettromagnetica, quella “lux” che con l’ordine “FIAT!” determinò ogni esistenza secondo la Bibbia, libro Sacro scritto da Dio… Ma è proprio vero!!! L’elettromagnetismo che attua in linea la divisione 1:3=0,333333… determina il tutto in uno, il 3 a ciascuno e per sempre, nei secoli dei secoli e così sia!!! La forma 111 è astratta quando è il flusso indeterminato 111/0; diventa concreta ed espressa in unità, mettendo a denominatore non lo 0, ma la causa determinante 1, ossia, in quantità assoluta e positiva, la premessa 1–1, del tutto negativa e pensabile (sotto il profilo “d’un Dio Positivo”) come un “buon Diavolo”, un “tempo d’attesa” che rende intermittente e unitario il flusso continuo e indeterminato. In metafisica il Diavolo è tutt’altro che “buono”, ma la matematica ci chiarisce perfettamente le idee: è proprio fondamentale a rendere determinato lo stesso Dio, che quando è assoluto è indeterminato, tanto quanto una astratta Perfezione. Si comprende benissimo che il tempo unitario è un rallentamento tale di quanto è simultaneo ed indeterminato, da determinarlo gradualmente, lentamente. E si comprende come, nella morale, non ci potrebbe essere successo del positivo e del bene, se non grazie alla graduale, lenta, gustosa e saporita vittoria del bene sul male, che attivi ogni più lecito senso che sia attribuibile al gusto. Sarà possibile, diverrà possibile realizzare il tempo, laddove in assoluto esso non esiste, grazie al rallentamento ed alla attesa della conoscenza del calcolo finale. Un’espressione matematica, che corrisponde ad un numero, non richiede tempo, ma solo verità. Se però un ente di calcolo è disturbato e ci mette tempo (a causa d’un “buon Diavolo”) ecco che ciò realizza la metafisica “partita morale” tra il bene e il male ed essa dura oggi per assoluto arbitrio di Dio (e durerà poi, per volontà libera dell’uomo erede di Dio, quando egli desidererà che essa assuma durata e avrà assunto il potere assoluto d’un Dio che possa farlo, avendo in atto tutta la sua potenza, quella che l'uomo riconquista effettivamente tornando, personalmente e realmente in atto, alle origini, quando tutto esisteva, ma solo in potenza di poter esistere poi). Lo stesso “povero Diavolo” diventerà uno strumento asettico e “buono”, perché consentirà ad una partita di calcio di durare 90 minuti durevoli, anziché esistere tutta come un’entità simultanea, valida come sintesi nel puro risultato ottenuto nella partita. Nella metafisica dei numeri, dunque, la parte divina diventa espressa dal numeratore e quella demoniaca è espressa dal denominatore, che condiziona il tutto e lo determina in un rapporto tra i due enti, positivo e negativo, bene e male.
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651 Inserisce l’unità come il riferimento del tempo. Immancabilmente qui il contenuto del testo fa la stessa cosa, ad evidenziare quanto ho sempre detto: che questo libro, apparentemente scritto da me, è stato scritto da uno Spirito Santo che ha consegnato nelle mani dell’uomo un Codice diretto.
652 inserisce il riferimento del tempo complesso. Immancabilmente qui il contenuto del testo fa la stessa cosa e tempo fratto tempo danno la relazione assoluta, ad evidenziare quanto ho sempre detto: che questo libro, apparentemente scritto da me, è stato scritto da uno Spirito Santo che ha consegnato nelle mani dell’uomo un Codice diretto.
Spero che si capisca, ormai, come 1/9 esista nel 1+9=10 ed implichi a sua volta due denominatori unitari, sia nel numero 1 a numeratore, sia nel numero 9 a denominatore. Il 10, ciclo intero e reale dello spostamento, deriva pertanto dal 12, che è la realizzazione, a 4 dimensioni, interne al 16 che è dato dal calcolo 24. Il quale 24 (che è un’altra forma, espressa in potenza, delle 24 ore d’un giorno), a sua volta, per essere unitario e non indefinito, deve avere il denominatore 1 espresso nel numero 2, che è 2/1. Non invece nell’indice, che è il 4 e basta e non il 4/1 che porterebbe il 24/1 a valere diversamente da 24. Pertanto (2/1)4 esiste con le 7 dimensioni numeriche relative alle 3 del volume presenti nel 10 come ciclo unitario assoluto e i conti tornano esattamente e sono espressi in modo coerente sempre a partire dalla divisione 1:9=0,111111… che attua la percezione decimale dell’unità in un ciclo infinito, e da quella 1:3=0,333333… che l’attua come il tutto a ciascuno, su una sola delle tre linee. Il Dio di questo sistema sono questi numeri, come un Assoluto Codice Attuativo, che determina per numeri ogni realtà, essendo quella realtà assoluta attribuibile anche all’autore assoluto d’ogni cosa: chiamiamolo DIO giacché lo è ! La matematica deve trovare il modo di inserire anche le quantità indeterminate, del tipo della già vista 111/0 che è un puro modello ideale avente la forma astratta d’un cubo con 3 lati equivalenti ad 1, o d’un Dio UNO e TRINO. Per la realizzazione va introdotta la quarta dimensione del tempo ed è la pura premessa virtuale e negativa della durata, del disturbo dato dal “buon Diavolo” di rallentare in modo esattamente antitetico al positivo che è espresso come 111/0 ed è un ente tutto “virtuale”, perché non giace nel tempo. Il DIO assoluto è così, è 111/0 e necessita, per determinarsi in modo unitario, del Diavolo che si metta a denominatore, come un 1–1 che si combini al DIO UNO E TRINO in un rapporto assolutamente vincente. È questo che determina, lo dico per l’ennesima volta, il tempo come un rallentamento di quanto esiste in modo simultaneo come pura VERITA’. In tal modo un disco, che è vero ed esiste così, come la sua verità, può essere suonato lentamente ed acquisito provandoci gusto: alle possibili variazioni d’una storia di note, che alternino i tempi, i chiari e gli scuri, le intensità, secondo un progetto. Se tutte le note fossero simultanee ci sarebbe solo una bella botta e nessun gusto alla storia che è compresa in quella botta. La stessa cosa che Milan-Inter 5-4 senza gustarsi e vedere tutta la partita. La verità del risultato soddisfa le intenzioni ma il come esso è ottenuto soddisfa molto di più. Se mancasse il tempo per suonare il disco… addio musica! Così bene e male collaborano. Il male non è un male assoluto ma è solo un bene relativo che si affermerà semplicemente più tardi, dopo d’averti creato l’attesa, la speranza e la gioia d’averlo infine ottenuto dopo tanta paura. Bisogna solo avere fede che alla fine il risultato sia buono. In questa sfida essenziale tra il Bene e il Male si gioca l’esistenza d’ogni cosa e anche dell’uomo. Se non si ha fiducia in questo sistema si è spacciati, non si sceglie d’essere in linea con il valore positivo e si realizza quanto crollerà nel tempo al suo crollare nel risultato finale che l’esclude ed afferma solo la verità in termini di vittoria della quantità positiva. In una partita di calcio vale il risultato finale e non quanto risulta momentaneamente. È una partita determinata tutta dal positivo, da 111/0, che è una Unità nel suo insieme ed è una Trinità nel suo complesso, disaggregato in ordine gerarchico: Padre: 100, Spirito Santo 10, Figlio unico: 1, ma tutto ciò è solo un effetto prospettico, determinato da una successione di tempi che in Dio non esiste, ma solo nell’uomo già abbastanza intrigato dal “buon Diavolo”.
Il Dio assoluto e reale è 3/0 × 1/0 = 0, assoluta Perfezione, uno 0 di differenze, di disarmonie, il purissimo equilibrio del Tutto in Niente di quello che esista nel relativo. È solo quando si attiva la premessa demoniaca d’un rallentamento della percezione di Dio che il rapporto visto sopra diventa 3/1× 1/1 = 3/1 e le stesse dimensioni di Dio diventano 4, di cui una è il rallentamento assoluto della sua percezione (il tempo d’attesa per conoscere la verità simultanea). Ma bisogna credere in questo SISTEMA NUMERICO che è il metodo per determinare il mondo, è il CRITERIO, corrispondente ad un DIO, valore assoluto che abbia in assoluto tale capacità. Bisogna aver fede perché questo DIO, espresso in singole unità, è onnipotente, corrisponde a 1N, un’infinita relazione. Bisogna aver assoluta fede giacché, posti noi stessi come un 1, messo di fronte ad 1N, la REGOLA MERAVIGLIOSA di questo Dio è che 1=1N, e quantifica il massimo del rispetto di tale Dio, per ogni SUA anima. A noi, che esaminiamo queste relazioni astratte considerandole il sistema che ordina ogni cosa nella conformazione e nell’essenza di tutte le cose (anche Divine, reali, quando il Diavolo rallenta, ma non vince l’affermazione di Dio) non può restare che l’enorme fiducia, nata proprio dal valore UNITARIO di Dio, che ci comprende come eredi, come la Comunione 1n tra tutte le anime 11, laddove il corpo è essenziale, perché 11 è un ente complesso che in se stesso è anima 1/0 (l’esponente) e corpo 1/1 (la base numerica). Se non avessimo un corpo 1/1 rallentato nella sua verità, esso non esisterebbe nel tempo unitario, e il Paradiso non sarebbe Terrestre. Allora anche 1N ha per base 1/1, ed è la storia reale, carnale, che assume la sua dimensione nei “secoli dei secoli”. Non aspettiamoci un Paradiso Reale che sia altro che quello che tutti abbiamo già visto come realtà. Esso è realizzato “nei secoli dei secoli”, ossia giace nell’eternità. Aspettiamoci solo che tutto questo insieme d’esistenza, diventi la possibile esperienza reale di ciascuno. Ma non come adesso, che siamo schiavi dello spazio e del tempo. Bensì come Enti assoluti che dominano lo spazio e il tempo e lo sanno fare esistere a volontà, ma solo sulla base oggettiva d’un tutto che sia stato creato solo da Dio come la possibilità di salvezza di ciascuno. E ciascuno realizzerà i suoi sogni migliori! Ogni umana creatura si salverà solo attraverso tutte le altre, messe a disposizione come un eterno e comune strumento di perfetto godimento. È una prospettiva grandiosa, quella che io v’indico, ma presentandovela sulla base certa della matematica, grazie alle cui perfette regole, questo mondo diverrà un Paradiso essendo tutto realizzato in base ai NUMERI: COME IL PERFETTO SISTEMA DI ATTUAZIONE, RELATIVO AD UN DIO ONNIPOTENTE CHE LI USA COME UNA NORMA ASSOLUTAMENTE UNIFICANTE. Insomma la matematica aiuta a capire anche il meraviglioso progetto unitario di Dio e porta l’uomo alla certezza d’essere in un contesto assolutamente vincente! Non si poteva sperare in niente di meglio e di più!
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653 riferisce l’assetto 650 alle 3 D spaziali. E si tirano le conclusioni su come stiano le cose nello spazio.
654 rimanda il 600 all’oggettività espressa dal 54 che è 3×3×(3+3).
Tiriamo a delle conclusioni?
Se tutto quanto ha scritto Dio attraverso Amodeo porta alla certezza della risurrezione, ci si chieda se questo non sia un frutto eccezionale. (Un oggetto eccezionale). Se è infine compreso che l’altro mondo è solo questo, ma rivissuto liberamente da ciascuno e secondo il suo personale quadro ideale.., ci si chieda allora se è vero o no che legando ora si leghi anche in Paradiso, che inserendo ora i Sacramenti li si inserisca anche in Paradiso… (La condizione del Paradiso è rimandata ad un luogo che poi è ancora questo). A quel punto ci si chieda di scoprire quale Fede oggi inserisca l’incontro reale con Gesù fin da adesso, come un Sacramento, e si arriverà a conoscere perché il solo Cattolicesimo – che lo fa! – sia da considerare le religione idealmente vera.
Dobbiamo chiederci se Romano Amodeo fu veramente un bimbo strappato miracolosamente alla morte, come ha raccontato l’aneddoto di un episodio veramente accaduto, e conservato immacolato nel suo mondo ideale. Dobbiamo chiederci se quello che succede all’uomo sia un caso o un puro disegno. Se è un Disegno di Dio, allora tutto quanto è legato alla Madonna, a Gesù Cristo, ai suoi riconosciuti Santi, in forza delle deleghe date da Gesù a San Pietro sono da considerare assolutamente attendibili. Nessuno può negare che la vita di Amodeo sia stata assolutamente fuori dal normale, per tutti i segni che contiene, dai nomi dei nonni, dei genitori… che allora non sono “casi”, ma veri e propri affidamenti Sacramentali, dati con il Santo Battesimo voluto dal Cattolicesimo, che lega la terra al cielo. Tutto ciò traspare dalla visibilissima lotta intentata contro Amodeo dal Demonio. Cercò di farlo uccidere due volte dal suo amico Gianni Ivone. Cercò di farlo cadere dalla terrazza. Di farlo morire rotolando lungo una strada dietro un’automobile. Lo fece cadere sulla schiena da un albero, con tre metri di caduta. Tentò di annegarlo. Di farlo morire un giorno fulminato dalla corrente, quando pose un fornello elettrico su un secchio metallico e ci fu un corto circuito che fuse il secchio per centimetri. Cercò di aizzargli contro le Brigate Rosse. Lo fece investire da un pullman mentre usciva da via Larga. Lo fece mortificare una impressionante quantità di volte: dai maestri, dai colleghi, dai Sacerdoti, dagli Arcivescovi e Cardinali, dal Clero del Vaticano…dagli amici. Il simbolo di questo fu quando il suo Convegno, il primo al mondo speso nel tentativo di determinare l’altra “gamba dell’uomo” (la Ragione animata dallo Spirito Santo di un Dio infinitamente ragionevole), fu messo in difficoltà e finì con l’essere simultaneo al Trasporto della Croce per le vie di Saronno, che richiamò tutti i cristiani operanti della Città! Tutti questi segni e questi semi, di questa persona (che sembra suscitata dal bisogno di Dio di convertire al Cattolicesimo, finalmente, tutto il mondo e tutte le sue Religioni, poggiate su Fedi donate come a bambini, da credere così – punto e basta! – perché l’uomo è ancora un bambino, nella sua conoscenza)… non servirebbero a nulla, se i semi non divenissero alberi con molti frutti. E allora si osservino solo i frutti ! Si dimentichi tutto il resto, legato all’umanità del personaggio e ci si interroghi se la conoscenza, di come veramente sussista l’Assoluto, possa essere o no un frutto eccezionale. Ci si interroghi per capire se davvero un mondo percepito da una entità complessa, come la mente umana, debba avere o no una vita complessa, per pura conseguenza. E ci si chieda allora che cosa sia, d’altro, una vita complessa se non una che prima avanzi secondo un verso del tempo e poi retroceda secondo lo stesso verso.
A questo punto Romano Amodeo è divenuto niente altro che un missionario, destinato a persuadere tutte le genti con ragionamenti basati sulle verità della scienza. E annuncia a tutti, con la forza della scienza: “L’unica fede idealmente perfetta è quella Cattolica!” (Amodeo è un oggetto di fede, come un programma, un libro, rivivibile da tutti)
Non invade pertanto le coscienze, con il terrore dell’Inferno. Le aiuta, con le armi dello Spirito Santo di Dio, che sono il supremo stimolo della libertà. E ci si chieda, considerando la sua vita terrena, se sia stato un caso che egli s’imbattesse, da umano e nuovo figlio della Madonna (che lo preservò dal perdere l’innocenza e la fede assoluta “che Dio vede e provvede a tutto”), in una terrena sposa di Cristo che cessò d’esserlo solo per malattia e lo restò nel cuore. Un cuore talmente “santo” (e al di fuori da ogni presa in giro) da essere disgustata dall’amore violento che esiste tra gli uomini. Certo, per determinare questo disgusto ci vollero dei genitori che distruggessero il suo terreno sogno di amore… Ma lei poi non scappò dal mondo per scegliere Gesù come un “tappabuchi”. No, lo scelse, davvero sapendo che era l’unico amore essenzialmente santo e pulito. Anche lei va osservata dai frutti: da quell’amore apparentemente infranto uscì Don Maurillo, un missionario del vangelo di Gesù. E questo è un frutto inequivocabile a segnalare quale fucina di bene sia davvero questa piccola donna, chiamata a cose immense. Ma lo siamo tutti.. che credete? Solo che in alcuni Satana riesce a mettere in “cottura” il mondo degli affetti e uno se ne appropria. In Maria Teresa Legani non fu così. Protetta e non a caso da due genitori chiamati “Angelo”, restò un essere “celeste”, una “santa davvero” e lei pure fece la stessa fatica di Romano Amodeo a ritrovarsi nei panni umani della gente comune e non dei riconosciuti santi. Ebbene, proprio da questi due, che in vita saranno stati solo veri contendenti (essendo egli un missionario potente, dal cuore santo, ed ella ancora nel cuore una monaca di clausura, con il cuore ancora più santo), uscirà un Coro immenso, nel Paradiso! Esso, diretto da lei, vedrà lui come il collante che unificherà tutti coloro che avrà richiamato a vivere in Cristo, per Cristo e con Cristo… ma non per meriti suoi (come la stessa MT non ne avrà di suoi) ma solo perché questo era il progetto di Dio. Due forze opposte ed uguali, in natura si respingono. La vita reale ha permesso che accadesse così, per suscitare tutta la problematica di questo straordinario caso. Ma gli estremi sono le parti diametralmente opposte di un tutt’uno. Come in una ruota tutta legata assieme.
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655 aggiunge il moto unitario del moto ciclico al 600, e spiega come andranno in definitiva le cose nella condizione assoluta e finale.
Sarà, poggiandosi proprio su questi due, che tutte le vite umane ed ordinarie, veri profili armonici (essenzialmente tutti belli, anche se alcuni sembrano avere dissonanze), saranno alla fine fusi – tutti assieme! – nella perfetta armonia di Dio, in cui tutto il dissimile serve proprio ad arricchire la bellezza. Ne esce il sogno immenso di un bambino, come Romano è restato, che, anche se allontanato dalla mamma, sa che lei ritornerà. Tutti abbiamo questa mamma, che vigila su di noi e se l’uomo vuole essere perfetto, deve invocarla, per un atto di consapevolezza e di gratitudine, più che per soddisfare un suo bisogno. Anche se un bimbo non pensa a se stesso, e non chiede aiuto alla sua mamma, Lei non lo abbandonerà mai a se stesso. Che tutti ne siano sicuri! Dio esiste e, come in questo caso di Amodeo, gli ha fatto portare in apparenza frutti così inattesi e prodigiosi da essere veramente impossibili ad un uomo. Dio ha voluto così “smascherarsi”, perché l’uomo ormai è adulto e, in base alla sua scienza, può ora credergli “con certezza”. Alla “speranza” della fede, l’uomo maturo può oggi sostituire la “certezza” di Dio. E come sono giudicabili, allora, tutti coloro che avversarono Romano? Malvagi? Peccatori? Indemoniati? Chi lo facesse non avrebbe capito nulla. Qui non esistono né colpe né meriti. Fa tutto Dio e – per rendere gustosa la vicenda – inserisce personaggi contraddittori, che peccano e sono salvati, sono diavoli e santi insieme, divenendo alla fine tutti santi perché prima sono stati in apparenza tutti demoni. “Non giudicare!” disse Gesù. Ma l’uomo seguita a farlo e un giorno sarà molto, molto sorpreso quando, potendo finalmente smascherare anche tutti i pensieri fatti dagli altri, vedrà come, quando si sarà messo nei panni altrui… la penserà esattamente come loro! Amodeo sarà convinto che era giusto che fosse scacciato, combattuto, umiliato… quando avrà poggiato i suoi argomenti sui pensieri e sui giudizi degli altri. L’uomo riceverà una sorpresa grandiosa e si accorgerà come ogni sua singola interpretazione fosse relativamente corretta e poggiata solo su altri criteri. Per questo poi tutto sarà fuso in tutt’uno, giacché ogni singola parte, di tutto quello che è relativo, compone, nel suo valore integrale, l’anima immensa di Dio, di cui ciascuna è l’efflato, il soffio! Sarà il modo sbalorditivo, di Dio, di far fuori ogni peccato… perfino quello di Satana. Ad Amodeo toccò quello che toccò a tutti: di essere un po’ Cristo e un po’ Anticristo, ma – a differenza di quanto capitò a tutti gli altri – costoro furono in lui come il “poliziotto buono e quello cattivo”, utili entrambi a far scucire… la verità dall’indiziato. E sapete perché? Perché questo “poliziotto” era in effetti un “legionario”, quel Romano che si oppose a che San Lorenzo (… un Santo!) fosse cotto a fuoco lento su una graticola. Ma fu quello che fece su Informazona per la sua Maestra! Poiché, in forza della pietra di Pietro, testata d’angolo della fede in Gesù, il Battesimo affida davvero i bambini alla cura dei Santi, il bambinello figlio di Mariannina Baratta fu affidato ad un esorcista della Santa Chiesa Cattolica e fu portato a poter fare l’esorcista, esorcizzando sé per primo!
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656 fissa il moto 55, ideale del complesso, nelle sue conclusioni in atto. Ed è il senso conclusivo.
Pertanto si può concludere solo in questo modo: come disse Gesù, ogni albero si vedrà se è buono o cattivo dai frutti che porterà. In questo libro essi sono mostrati con molta evidenza e riguardano materie riscontrabili, quali la Fisica. Esiste il principio fondamentale di azione e reazione, ma anche la pura e semplice quantificazione matematica N/N=1, che affermano come, nel campo relativo, il numeratore è sempre riferito al denominatore nel suo numero, così come l’avanzamento della vita è riferito dinamicamente alla retrocessione, che gli fa da comune denominatore. Noi vediamo solo il numeratore, sulla base dell’unificazione di un denominatore reso così indistinguibile; il che, calato nella realtà diveniente, porta a riconoscere come osserviamo l’Universo procedere in un solo verso, grazie all’unificazione del verso opposto, la quale rende impercettibile, antimateriale, negato all’accertamento, il verso posto a base. Queste semplicissime considerazioni bastano a far riconoscere la validità del lato inverso dell’esistenza, quello che retrocede fino ai primordi, ora percepito unificato e perciò non osservabile. E basta a capire come, finita questa osservazione (poggiata su uno dei due opposti) con la morte (momento ultimo di questa osservazione unilaterale), capiterà alla nostra anima di ripercorrere a ritroso nel tempo tutto il suo esame, poggiato sull’inversione che entra in atto, rovesciando il verso reale della progressione nel tempo. Non è niente di trascendentale: uno specchio è quello che fa, normalmente, alla luce che vi incida in modo perpendicolare. Un’anima che, a quel punto, si allontana da chi prosegue ancora (non essendo questi arrivato al punto suo estremo), va veramente verso il passato relativo a chi avanza. Dopo 8 minuti (per chi non è ancora morto), chi lo è, è retrocesso di 8 minuti rispetto a lui, ed è alla distanza del Sole, che è realmente osservato con una immagine ritardata di 8 minuti. Pertanto chi ha assunto in realtà quel verso è “ora” in realtà nel passato relativo a chi non c’è andato (ed è finito in un “suo” presente, “ora” qui non osservabile). Le relazioni della fisica servono a prevedere che cosa toccherà veramente alla nostra anima (flusso elettromagnetico) allorché avremo compiuto la reale risurrezione. Comprenderlo porterà a capire il possibile Paradiso, ossia la percezione multipla che sarà possibile all’io quando avrà superato, grazie al sesso di tutti i suoi antenati, il suo limite in cui appare esistere come percezione singola. Ci toccherà di vedere come se ci fossimo alzati di quota e di dominare uno spazio più vasto, nella sua generalità, con la possibilità di osservare anche ogni cosa sua singola che gli appartiene. Oggi non capiamo come altrimenti sia possibile la percezione multipla, ma dopo, osservandola, la comprenderemo. Alla luce di questi fatti (che veramente accadranno) sarà giudicata l’opera di Romano Antonio Anna Paolo Torquato Amodeo, e tutti vedranno veramente come essa, assieme a tutto, sarà stata solo opera di un Supremo Disegnatore. Il problema oggi è di comprenderlo o no “ora”, prima che sia, è “prevederlo”. Infatti se l’uomo capirà che tutto ritorna davvero e che ogni cosa si ripresenterà (a parti esattamente rovesciate rispetto all’apparente dare e avere), nessuno penserà più di poter farla franca, giacché capirà con certezza che ogni nodo verrà al suo pettine, per essere disciolto. Così questa Terra tornerà ad essere il Paradiso Terrestre. Romano aveva tentato di realizzare il Paradiso “ora”, nel piccolo e Dio gli ha consentito di realizzarlo “fin da ora” per tutti gli uomini… Non può che ringraziare il Padre Nostro perché la sua bontà va oltre ogni merito… che non esiste. Grazie e Gloria a Dio, per sempre! Romano, a nome di tutti
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A pag. 657, percorso del 3 (la TrinitĂ ) nel 660, percorso della via, ecco la via: il Padre Nostro, parole di GesĂš e musica del suo doppione, espresso su tre pagine
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La pagina 660, spazio dello spazio, è il SANTUS, composto da Romano Amodeo. Esso termina con: “Benedetto, benedetto colui che viene nel nome del Signore!” due volte “benedetto”, perché Gesù si è ripresentato, a Saronno, seppure e solo in Spirito.
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Appendice
Quando si svegliò, la mattina dopo, aveva chiarissimo nella mente il senso di quanto avrebbe dovuto fare: l’annuncio. Si sarebbe dovuto presentare alla Chiesa e avrebbe dovuto decisamente affermare “che Dio lo aveva mandato ad annunciare agli uomini le verità dello Spirito Santo”. Era domenica 20.10.2002 e, per l’abitudine contratta, sommò le cifre di quel giorno e il 7 risultante lo confortò che stava per compiere un gesto veramente della massima libertà. Quella mattina doveva cantare nel Coro della Chiesa Prepositurale, così si avviò a piedi e percorse quell’oltre un chilometro di strada giungendo con un lieve ritardo. Raggiunse il Coro mentre tutti i cantori stavano cantando: “Ecco il Signore che viene!” e ciò gli fece molta impressione, come se stessero accogliendo il suo personale arrivo. Poi tutta la messa fu improntata sull’annuncio e così tutti i brani che cantarono. Romano non poté trattenersi dal farlo notare al suo amico Raul: lo stesso vangelo riguardava un brano in cui i Farisei chiedevano a Gesù di dir loro apertamente “chi Egli fosse”; e Gesù rispose che lo aveva già espresso molte volte ma che essi si rifiutavano di capirlo, non essendo pecore del suo gregge. Finita la messa, si recò in Sacrestia ed annunciò a Monsignor Centemeri come chi gli parlava fosse colui che stavano aspettando sul finire del millennio, come egli avesse mantenuto la promessa e le aspettative generali del “1000 e non più 1000” e come ciò fosse realmente accaduto nel Convegno, a Saronno, del 24.10.1999. Annunciò a Monsignor Centemeri come la storia della sua vita fosse tutta scritta nei nomi e nei numeri della realtà e come da essa si riuscisse ad avere il segno anche di quanto sarebbe accaduto nel futuro. Ebbene sapesse che due mesi dopo la Pasqua del 2004 ci sarebbe stato un Papa nuovo e sarebbe stato il Cardinale Dionigi Tettamanzi. Che se lo ricordasse, perché quello che così gli aveva appena rivelato era stato un “annuncio ufficiale”, che aveva sentito il bisogno assoluto di fare proprio a lui come al capo della Chiesa di Saronno. Romano, deciso a dare a tutti l’annuncio di essere un nuovo messo di Dio, incaricato di tutte le immense novità portate dallo Spirito Santo, si rese conto che tutto quello che avrebbe dovuto affermare, da quel momento in poi e relativo alla conoscenza del futuro, lo avrebbe fatto giudicare da tutti “un matto” e che con ciò avrebbe messo in difficoltà i suoi amici di Informazona, così scrisse al giornale questa lettera di dimissioni.
Il 19 ottobre 2002 Romano stava andando a trovare sua moglie Giancarla. L’aveva chiamata giorni prima, perché aveva l’esigenza di farle conoscere le ragioni fondamentali (la Provvidenza) che li avevano costretti a comportarsi come avevano visto: a separarsi. Infatti la scrittura di questo libro ed il profondo riesame di tutta la vita avevano gradatamente portato Amodeo a prendere coscienza di un fatto sorprendente: sembrava che alla sua famiglia ed a lui fosse stato concesso il compito grandioso di esprimere, in modo compiuto, quanto atteso dall’uomo sul finire del secondo millennio. Il gesto di spiegarsi con sua moglie era buono e – come se fosse un buon segno – a Romano, che stava avviandosi verso la stazione, toccò d’incontrare la sua «Santa», che le sbucò all’improvviso da Via Trento, sul suo stesso marciapiede. Si scambiarono un saluto ed un sorriso e a lui parve come se questo apparire fosse una benedizione da parte del Cielo, per quanto si stava apprestando a fare. Incontrò Giancarla alla stazione delle Nord, dove avevano fissato l’appuntamento e si recarono a casa del padre, Mario Scaglioni, ormai giunto ai 90 anni. Fu accolto con molto calore da suo suocero, che ancora una volta gli rimproverò bonariamente, con molto rimpianto, la sua testa dura e l’accanimento di aver voluto staccarsi a forza dalla logica di tutti. Aveva fatto come aveva voluto, in tutta la vita… Ebbene? Che aveva ottenuto? Aveva visto a che disastrosa condizione era giunto! Ah, se avesse dato retta a tutti coloro che gli avevano sempre consigliato per il suo bene! Romano gli rispose che un giorno anche lui sarebbe stato molto sorpreso dalla bontà del Signore nei confronti di loro tutti, proprio per la vita apparentemente sacrificata che Dio aveva loro imposto soprattutto a causa di questa sua testardaggine; ma il suocero non gli credette ed andò a sentire la messa vespertina al Duomo di Milano. Per molte ore Romano restò a spiegare a Giancarla come loro due fossero finiti, con le loro persone, in una storia infinitamente più grande di loro. Giancarla tenne uno dei volumi di questo libro che il marito le aveva portato: se lo sarebbe letto, con calme. Saputo come fosse in difficili condizioni economiche e generosa come il suo solito lo volle aiutare, dandogli i 100 euro che al momento aveva lì. Di importante, tra loro, ci fu la presa di coscienza di come, nonostante fossero civilmente divorziati, nel loro animo fossero ancora uniti dal sacramento nuziale celebrato il 4 giugno del 69. Con questo “rientro”, consapevole, nel suo giusto ruolo di sposato a Giancarla, Romano aveva colmato quanto ancora mancava al suo definitivo riequilibrio; e gli parve che ciò fosse accaduto anche con tanto di benedizioni da parte di quella «Santa» dalla quale veramente si accorgeva che dipendeva tuttora gran parte della sua vita spirituale. Tornato a Saronno, nella notte si svegliò intorno alle 3 e cominciò a pregare. Cadde in quella forma di estasi che aveva già provato tante volte nella sua vita: un forte senso dell’amor di Dio, così grande da indurlo al pianto di gioia, al suo dichiararsi indegno di tutto ciò, al ringraziare il Signore per quanto gli era toccato di vivere. Chiese allora a Dio di essere meglio illuminato sulle cose da voler compiere e, dopo quasi un’ora, si addormentò.
Cari Amici della Redazione di Informazona, sarò accusato della “pura follia” di voler fare il “profeta”, così mi dimetto per amore: non desidero coinvolgervi. So di dovere tutta la conoscenza di cose assolutamente improbabili alla Provvidenza e che di mio c’è solo tanta “merda”: puro concime per il mio prossimo. Ho vissuto decenni in un modo folle e incomprensibile agli altri, “odiando” me fino a divenire, da ricco e potente che fui, un miserabile impotente, cacciato come nulla da tutte le parti, come un cane rognoso, perfino da un “santo” Coro parrocchiale! Ma ora mi succede di ricevere, in cambio di così grande Fede nell’assoluta bontà della vita, anche segni profetici, così come ho ricevuto tutti gli altri valori della mia vita. Io credo che lo Spirito Santo dia, se vuole, anche la conoscenza del futuro! Così il 20, nella notte, dopo una mezz’ora di pianto di gioia per il fortissimo bene che sentivo, di Dio per me e di me per Lui, Gli ho chiesto cosa dovessi fare di quanto comunicato a me. All’alba la Provvidenza mi suscitò la decisione che ne dovessi dare con chiarezza l’annuncio alla Chiesa. Ero, alle 10, a cantare nel Coro di S. Cecilia. Mi sono ritrovato con una Liturgia tutta protesa all’Annuncio… che io stavo per fare; il Parroco ha parlato di uno Spirito di Cristo in mezzo a noi e del bisogno della Missione… ed era il mio che la stava per compiere. Finita la
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Messa, ho ufficialmente rivelato a Monsignor Centemeri come mi fosse stato imposto di annunciare, dai segni ricevuti, che Papa Giovanni Paolo II trapasserà 45 giorni esatti dopo la Pasqua del 2.004, giorno in cui io forse mi chiuderò in clausura per morire forse realmente io stesso quindici giorni dopo. Due giorni dopo la mia morte e 17 dopo quella del Papa, sarà proprio la mia premonizione e il mio inspiegabile decesso che faranno sì che sarà nominato Papa l’attuale Cardinale Dionigi Tettamanzi, il quale assumerà il nome di Papa Giovanni Paolo III. Sarà… “come se lo avessi fatto io”, in forza dello “Spirito Santo”! Oh, come si fa a non crederlo pura, assoluta follia? Lo si fa… per Fede. Io non posso dire se accadrà veramente così o no, ma solo che mi è stato rivelato di annunciarlo e di precisare come, con il Tettamanzi Papa, tutto il Cattolicesimo, grazie ai doni dello Spirito Santo, di una Sapienza riscontrabile dall’uomo attraverso la scienza – proprio quella trasmessa a me che sono solo concime – conquisterà tutti gli uomini e tutte le religioni. Io non discrimino, col mio piccolo giudizio, tra quanto ricevo (e mi sembra plausibile) e quanto ricevo (e mi sembra folle). Sono solo una persona onesta, che ha il coraggio di dire tutto quello che si sente e non solo ciò che è accattivante. Io condanno l’opportunismo “di chi tira le pietre… a fin di bene”, e lo giudico la forma moderna e subdola della “Santa” Inquisizione, che ha fatto solo disastri, quando si è permessa di distinguere tra i Santi e i no... Giovanni Paolo II, con l’Enciclica Fides et Ratio, aveva spinto proprio persone come me, a trovare altre vie ragionevoli che portassero a Cristo, ed io, giacché le avevo già trovate e volevo indicarle, chiamai la Chiesa a Convegno, in forza dell’invito fatto da quell’Enciclica del Papa. Il Papa mi aveva per questo apostolicamente benedetto, aveva personalmente pregato per me… Ma qui si pensò chi mai fosse il mio spirito, per indire un Convegno? Così la Grande Chiesa non venne, non badando nemmeno a ciò che dicevo in base a valori dello spirito… e – come Dio sempre fa – accadde che quella pietra, scartata dal costruttore, divenne testata d’angolo. Quel convegno, organizzato dal mio spirito, a Saronno il 24.10.1999, divenne addirittura l’evento atteso da tutto il mondo prima del 2000! Riguardò un assoluto cambio di tendenza assunto da Dio con l'uomo: avrebbe finalmente smesso di parlare come a bambini che debbano credere solo per Fede ed avrebbe cominciato a parlare ad uomini adulti, conoscitori della Scienza, usando le Ragioni Assolute dello Spirito Santo di Verità. Che volete di più grande? Questo evento, così importante per tutto il mondo, accadde proprio qui a Saronno perché Dio ama moltissimo questa città ed il mio spirito: qui c’è vera fede per il Trasporto del Cristo in Croce, e qui il mio spirito fu messo in croce! Ci furono infatti segni strabilianti! Quel Convegno era stato fissato da un Parroco in una data in cui nulla era previsto fatto dalla Chiesa a Saronno… e la Provvidenza ci piazzò il Trasporto della Croce! Il mio corpo e il mio Spirito erano in assoluta penitenza: mi alimentavo solo dell’Ostia… e così vivevo interamente di Cristo, con Cristo e per Cristo. Io, nato nel ’38, ero al 38° giorno che vivevo di Cristo… ed ero “rinato” in Cristo! … In quel dì “unico” ci fu un evento “spiritualmente unico”: il trasporto della croce reale, dalle spalle di Gesù Cristo (“mortificato realmente”) a quelle di un pover’uomo, pieno di Spirito Santo (e mortificato “spiritualmente”). Ma i fatti straordinari furono moltissimi: io cercavo “disperatamente” di incontrare il Papa e la Provvidenza mi fece “cogliere” a “Cogliate” l’incontro con il futuro Papa, il Tettamanzi, al quale dissi dell’assoluta necessità che i miei argomenti giungessero al Vicario di Cristo. Ebbene anche nel primo giorno della mia penitenza, durata 57 giorni, io ritenni di informarne proprio il Tettamanzi! Aggiunsi ai 40 di Cristo i 17 di un 24=16/1, che esiste tra i 17 dì, di un pieno moto in là nel tempo, tutto pieno ancora di una vita in Cristo per Cristo e con Cristo. Sono i 17 giorni che staranno tra i Papi Giovanni Paolo II e III: un tempo pieno di consegna tra l’idea della “Fides et ratio” e la sua attuazione secondo quanto consegnato all’uomo da Dio, attraverso quanto comunicato al mio modestissimo Spirito: a me che sono solo puro concime; io sono un “rifiuto” assoluto, una “merda” che porterà al “Cattolicesimo vincente”. So che queste mie profondissime convinzioni saranno giudicate “esaltate e pazzesche”… Ho l’estrema pazzia di una meravigliosa fede che mi fa sentire amato da Dio, nel mio Spirito, fino a questo punto, specie quando mi si scaccia in nome del mio “assoluto credere” in tale amore. E vado incontro alla mortificazione dei giudizi di follia pregando Dio, come i primi cristiani che andavano a farsi sbranare dai leoni sulla parola di Gesù che solo morendo per non sconfessarlo sarebbero vissuti in eterno! Accadrà di me quanto la Provvidenza di Dio vuole che io risulti: profeta o illuso. Ho fede! Sarà sempre per il meglio, per me e per tutti. Non ci tengo a sembrare un saggio prudente. Scelgo la benedetta follia di Gesù. Senza timori! Come il mio San Romano che mi guida in forza del battesimo, il quale, visto San Lorenzo messo vivo, a cuocere sulla brace, si disgiunse dal potere, egli, un soldato, e sol per quello, per partito preso all’istante, divenne Cristiano e perse la testa! Così succederà a me: diranno che “ho perso la testa”, perché io, che non ho mezzi e vivo soprattutto di carità, assoldato io pure, mi licenzio dal mio 4° Potere. Io devo scegliere l’assoluta Fede in Dio. In questo lavoro io sono ritenuto “troppo” cristiano: Santi e Sante hanno tentato d’estromettermi, lamentandosi che, da missionario spinto, invado la loro privacy, facendo o parlando come Dio vuole! Voglio ascoltare la mia santa Maestra che già
cercò di fare il mio bene: io sto con San Lorenzo! Mi disgiungo da ogni potere e, perdendo fino a questo punto la testa… non l’avrò persa in eterno. Io, soldato di Cristo (è il Dono dello Spirito Santo), sfido chi pensa, cotto a fuoco lento da Satana, che la vita sia un assoluto “fai da te!” No! Fa tutto Dio! L’uomo cessi il suo delirio di Onnipotenza. Io non sto delirando! La testa l’avete persa voi che vi credete “capaci” laddove “il solo Buono è Dio”. Sopravviverò o, meglio ancora, andrò in Paradiso. È stato bello essere amico vostro! Siatelo voi di coloro che restano: sono brave ed ottime persone! Diffondete, privilegiate Informazona…, se avete a cuore voi stessi! Romano Amodeo.
Così Amodeo cominciò, da quel giorno, a raccontare a tutti come Dio avesse pianificato di ricevere da lui grandi cose e come, affinché poi lo credessero, gli avesse lasciato intuire il futuro, al punto che fosse profeticamente preannunciato. Si recò anche dal suo amico e protettore, Cosimo Ausili, e gli dette una delle prime copie di questo libro, allora fermo al capitolo 67. Se era sorta poi la necessità di proseguire il racconto era stato per la specificità di tutto questo che è venuto dopo: l’uscita di Romano allo scoperto. Raccontò di questo suo stato a Don Luigi, cui dette un’altra copia del libro, e a tutti quelli con cui poté parlare. Ora accadde che il sabato, 2 di novembre, Romano stava partecipando, nella sua Parrocchia, alla messa delle 18, ed era seduto in seconda fila, a dar man forte a Mariarosa Cogliati, che dettava i canti dalla prima fila. Ed ecco che fu fatto sedere al fianco di lei Tommaso Urbani, il piccolo Tommi che da due anni Romano non aveva più visto. Gli dette due colpetti sulla spalla, affinché si girasse verso di lui e lo guardasse in faccia, ma Tommi non si voltò. Questo ragazzo non aveva alcun motivo per girarsi a guardarlo, essendo cieco dalla nascita, mancandogli addirittura i bulbi oculari, ma Romano non lo sentiva cieco. Amodeo provò una grande tenerezza, vedendo davanti a sé questo ragazzo così tartassato dalla malasorte, essendo anche molto in difficoltà nei movimenti, e tuttavia così ricco di fede. Amò a tal punto l’affetto per Dio che Romano percepì in quel ragazzo, che sentì il bisogno, finita la messa, di dirgli: “Tommi, mi riconosci?” “Sì” “Sei convinto che, se Dio vuole, ti libera da tutti i tuoi mali?” “Sì” “Allora preghiamolo insieme, affinché lo faccia!” Pregarono brevemente così, poi Tommi fu accompagnato via dalla mamma. Il ragazzo, invitato a prender parte nuovamente al Coro della Cassina, voleva parteciparvi, ma sua madre gli fece capire come non potesse, per gli altri impegni che aveva. Romano restò per due giorni con dentro il cuore un gran desiderio che Tommi non avesse quelle notevoli menomazioni e il mercoledì 6 novembre assunse una incredibile decisione. Aveva osservato come, nella sua vita, avesse firmato, nel tentativo di promuovere il Regno di Dio, migliaia di cambiali e come fosse stato costretto a lasciane andare in protesto, per difficoltà di liquidità, molte centinaia. Aveva avuto ampia prova del fatto che la Provvidenza di Dio si era sempre mobilitata, a quel punto, a fargli cancellare tutti quei protesti, con eventi che aveva moltissime volte giudicati davvero “miracolosi”. Ne aveva avuto una tale certezza che, una volta, aveva voluto avere una testimonianza, nella persona della sua segretaria, Antonella dall’Oglio. Ebbene avrebbe fatto così anche adesso. Avrebbe sottoscritto un impegno simile alla firma di una cambiale,
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sempre di fronte alla promozione del Regno di Dio che aveva cercato di instaurare dal 1975. In essa il “pagherò”, al quale si sarebbe impegnato, era “che uscissero da Cassina Ferrara 2 santi”: il piccolo Tommi (già “santo”, cui avrebbe cercato, supplicando Dio, di fare riacquistare tutta la salute fisica) e la sua ex Maestra del Coro (già “santa”, alla quale avrebbe cercato di fare riacquistare la perduta fede nella bontà degli uomini, fede troppo scossa, delusa e demoralizzata per gli insoddisfacenti incontri con l’amore che Dio le aveva fatti fare nella sua vita, che l’avevano portata ad assumere atteggiamenti puramente difensivi, ma giudicati “altezzosi” da tutti quelli che non la capivano). Romano avrebbe dunque firmato un bel “pagherò”, assicurando personalmente che vi sarebbe stato il rispetto di tutto questo. Ora, in quanto alla santità, nessuno avrebbe mai potuto dire se ciò sarebbe accaduto o no, ma, in quanto a fare spuntare il bulbo oculare nei due occhi del cieco nato e a fargli riacquistare tutta la normalità, questo era un impegno che tutti avrebbero potuto accertare se poi mantenuto o meno. Come poteva mantenere Amodeo quest’impegno? Personalmente in nessun modo. Ma se era vero che Dio lo assisteva (come aveva sempre dimostrato di fare tutte le volte che aveva avuto le stesse buone intenzioni, con riferimento al suo prossimo), egli doveva trovare ora il coraggio della sua fede e doveva essere certo che Dio l’avrebbe ascoltato. Su questo non aveva dubbi, ma che sarebbe accaduto proprio così come Romano aveva previsto e nei tempi decisi da lui… come non avere dubbi? Ebbene, Romano si disse che non doveva averne. Pietro aveva camminato sull’acqua fino a quando non aveva dubitato. Amodeo avrebbe dovuto, da parte sua, impegnarsi profondamente nel sacrificio e nella preghiera. Essendo giunto quel mattino ad avere in tasca solo 3 centesimi di euro (e quindi nemmeno il necessario per mangiare), lo lesse anche come un segno: non doveva mangiare più altro che l’Ostia Consacrata, e doveva fare un periodo di 40 giorni di simile devozione, ritenendo che questa era la moneta con la quale avrebbe potuto tentare di ripagare Dio del grande ed impagabile miracolo che gli chiedeva. Alle 8 e mezzo del 6 ottobre si recò in Chiesa e trovò Don Luigi che la stava aprendo, così gli comunicò come egli chiedesse al Signore – offrendo in cambio il suo digiuno e la sua preghiera – che venissero fuori dalla Comunità della Cassina quei due santi e come confidasse che Tommi riacquistasse vista e salute. Notò viva commozione sul volto di Don Luigi, e il buon sacerdote si accorse, da parte sua, di come Romano, mentre glielo stava dicendo, piangesse per l’emozione e la commozione. Romano riprese da quel mattino a partecipare alle Lodi ed alla Santa Messa delle 9. Sulla tarda mattinata dovette incontrare nuovamente Don Luigi, per chiedergli un prestito per dei pagamenti che doveva fare e per rispettare i quali aveva posto in vendita tutta la sua attrezzatura per la musica: la pianola, il registratore ed il mixer… ma ci voleva del tempo. Mentre stava per entrare in Chiesa passò «La Santa», in bicicletta; si salutarono, con cortesia ed egli nuovamente l’intese come un chiaro segno di benedizione da parte di Dio. Egli l’incontrava raramente, due o tre volte all’anno e ogni volta era come fosse un “evento”. Don Luigi non era in Chiesa, allora Romano si fermò a pregare, davanti al crocefisso; lo faceva con tale intensità, come se intendesse dare a Tommi tutta la sua energia, che mentre voleva ardentemente che fosse risanato, tramava tutto, vibrava come se fosse attraversato dalla corrente elettrica. Alla fine della preghiera disse così a Gesù: “Ora io faccio un canto a tua madre, che è anche la mia. È un’Ave Maria bellissima che nelle Chiese non si gradisce udire perché riguardante l’amor profano di Shubert… Ma che sciocchezza! L’amore è sempre amore e io con esso desidero cantare per nostra Madre.”
Aveva appena iniziato che cominciarono a suonare tutte le campane a festa; si commosse, cantò piangendo e fu la più bella esecuzione che avesse mai fatta, come in Paradiso, circondato da tutti i Santi, gli Angeli, Dio, Gesù e la Madonna! Romano da tempo attribuiva un particolare significato al suono di quelle campane. Si era ben accorto come esse suonassero quasi sempre a sottolineare i suoi momenti significativi, sia nel bene, sia nel male. Erano, fin dal suo arrivo a Saronno, nel 1997, diventate come un segnale; così, quando stava per peccare ed esse suonavano, era come se il gallo cantasse nuovamente per l’apostolo Pietro, dopo che egli aveva abbandonato Gesù dicendo di non conoscerlo (e in questo stesso momento – nel quale io sto rileggendo questo che io sembro avere scritto… – le campane hanno preso a suonare, come una conferma della conferma!). Accortosi di ciò, Romano aveva cominciato, quando non sapeva che ora fosse, a porre delle domande a Dio e si era accorto come “il caso” (?) gliele avesse fatte porre sempre nell’imminenza del suono delle campane, tanto che poi esse sembravano rispondergli e dargli autentiche conferme alle sue domande. Ora può essere un caso se accade una volta tanto. Una domanda è posta in una ventina di secondi e trenta di essi, rispetto ai 30 minuti primi di una mezz’ora, sono 1/60. Romano avrebbe dovuto avere risposte una volta ogni 60 tentativi e non quasi una volta ogni volta che egli avesse chiesto... Invece accadeva che egli domandasse: “Signore, ma sono davvero io colui che deve annunciare tutto ciò agli uomini, in nome di Gesù e dello Spirito Santo?”… e che subito suonassero le campane, come a dirgli che le cose stavano veramente così. Pertanto quel mezzodì, trovandosi a cantare quell’Ave Maria in mezzo al tripudio delle campane a festa che suonavano e suonavano per il mezzogiorno, Romano sentì la massima conferma alla validità di tutto quello che stava facendo, chiedendo a Dio i massimi doni per quei suoi due amici. Capì che doveva dimostrarsi ancora più sicuro e meno possibilista, affermando con certezza che la fede vera era in grado di dire ed ottenere “da un albero di togliersi di lì e di mettersi in un fiume”, come aveva rivelato Gesù in una parabola. Quando, il giorno 14 novembre, Amodeo fu al suo nono giorno in cui nuovamente visse solo “di Cristo, con Cristo e per Cristo” e fu alla sua tredicesima comunione, successe che l’orologio del campanile della Chiesa, fermo dal 29 gennaio (data dell’investimento che aveva messo a rischio la vita di Romano), si mise in moto da sé, all’incirca nel momento delle Comunioni della messa del mattino. 9 indica tutto il percorso di 1 nel 10 e 13 è tutto quello di una terna nel 16 (che rappresenta 24, ovvero tutta la realtà dimensionale calcolata in base alla nostra esistenza complessa)… come se Romano avesse percorso tutto il suo iter individuale, all’interno dello spazio, ed avesse svolto, con riferimento al Dio Trinitario, tutto il volume possibile, di fede, nel suo tempo. E accadde come se (essendo stato compiuto da Romano questo personale percorso mistico, nella Parrocchia) si fosse come “sbloccato” il tempo della Fede: compromesso quel giorno in cui i ladri avevano fatto un “sacrilegio”, asportando dalla Croce il corpo di Gesù. Come se quel giorno il Maligno, non essendo riuscito a prendersi la vita di Romano in Via Larga 12, si fosse sfogato asportando nella Chiesa di fronte, dalla croce, quel pezzo di legno in forma di Gesù… Così l’orologio al campanile di quella stessa Chiesa si era fermato! Segni inequivocabili dell’ingiuria tentata e realmente fatta al Cristo, che aveva come “bloccato il tempo”, a Cassina Ferrara.
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Si era fermato, alcuni giorni prima che l’orologio al campanile si riavviasse, anche l’orologio al polso di Romano, per restare fisso alle stesse ore 10 e qualche minuto segnate dall’orologio del campanile. Amodeo, osservando ciò, pensò che il suo cammino personale non fosse ancora compiuto e che lo sarebbe stato solo quando egli avrebbe rispettato l’impegno assunto con quella specie di “cambiale”, sottoscritta a favore dei suoi amici. Così Romano acquistò in tabaccheria una vera e propria cambiale, la compilò di tutto punto e si impegnò personalmente, aderendo allo stesso impegno che già conosceva essere stato assunto per tutti da Dio: di realizzare in ciascuno dei viventi il Santo appartenente alla fine ad una “Comunione di Santi”. Era ben consapevole di non chiedere a Dio “stravolgimenti” del suo progetto, ma di voler contribuire, semplicemente, portando egli, personalmente, una parte di quel Suo carico. Quella notte Amodeo si svegliò tre o quattro volte e in ciascuna si rivolse a Dio, chiedendogli d’essere ascoltato… Ebbene ogni volta le campane della Chiesa suonarono, tempestivamente, come ad infondergli la certezza di una risposta affermativa. Alla fine egli non ebbe più dubbi e capì che la Provvidenza gli stava dando una sicurezza tale con uno scopo ben preciso: affinché egli facesse conoscere agli altri questa sua certezza. L’indomani, deciso a rendere ogni cosa manifesta, scrisse un articolo per Informazona, il settimanale dal quale ormai si era licenziato da oltre un mese, e la Direttrice ritenne di darne notizia, descrivendo con precisione tutti i termini della questione. Amodeo passò, da quel momento, un periodo che giudicò il più bello della sua esistenza. Viveva veramente in un’atmosfera tanto irreale da parergli sovrannaturale e, mentre gli altri cercavano di convincerlo affinché assumesse cibo, nel tentativo di aiutarlo a non correre rischi nel corpo, su di lui ricadevano inimmaginabili doni dello Spirito. Egli aveva voluto fissare dei termini nei quali il “miracolo” sarebbe accaduto: tra il 20 dicembre (data finale del suo personale “digiuno” e scadenza del suo “pagherò”) e il primo di gennaio (festa di Maria Madre di Dio). Come se la cambiale, datata 20 dicembre, non fosse stata pagata, fosse stata protestata il 23 e, da quella data, fossero decorsi quei 5 giorni lavorativi che poi consentissero il pagamento riparatore solo nei 5 giorni successivi previsti dalla Legge sulla cambiale. Romano non ebbe paura di esporsi ai giudizi beffardi della gente: era certo della sua fede. Al massimo si sarebbe sbagliato sulle date, stabilite da lui. Ma Dio, anche attraverso le campane, gli aveva dato la certezza che questo miracolo sarebbe un giorno accaduto. La certezza maggiore era riposta, comunque, nel fatto che egli “chiedesse il massimo”, ad un Dio che già aveva deciso, “dal profondo del tempo”, di dare “il massimo a ciascuno”. Amodeo rinforzò questa sua convinzione quando, recatosi a Milano da Gigi Rocco ed invitatolo ad unirsi alla sua preghiera, affinché Gesù ripetesse il miracolo del “cieco nato”, quegli osservò: “Ah, Timeo Bartimeo!”. Così Romano seppe che quel miracolato da Gesù aveva un nome e cognome e trasalì, perché in “Timeo” egli intese “Tommi” e in “Bartimeo” intuì l’ennesima ripresentazione – come un Oracolo del Signore – dei suoi genitori: Baratta e Amodeo, fusi in “Bartimeo”, come ciò fosse un evidente segno che quel miracolo si sarebbe ripetuto e che la seconda volta ci sarebbero entrati senza dubbio i “facsimili” della divina paternità: “i genitori” di Romano. Essi erano un umano “segno” della vera paternità e maternità del “nuovo Gesù”: quel “povero Cristo” ripresentatosi, ai nostri giorni, come il figlio di Baratta ed Amodeo e con un corpo che poi avrebbe ospitato lo Spirito Santo di Gesù, quando Dio avesse voluto concederlo.
Allora Romano iniziò a sperare che questo evento accadesse nell’Avvento del 2002. Gli sembrava davvero che tutta la sua vita fosse stata come la preparazione di un’esperienza “analoga” a quella di Gesù, tanto che poi alla fine davvero lo Spirito di Gesù in persona si fosse potuto ripresentare nel corpo suo, che egli gli avrebbe ceduto volentieri, come il massimo segno del suo personale successo nella vita: “dare corpo reale a Gesù Cristo, venuto realmente ad abitare tra noi”. Certo che la Chiesa aspettava la ricomparsa di Gesù “nella gloria”, ma Romano, osservando l’umiltà della casa in cui a Saronno viveva, la giudicò quasi come la stalla di un nuovo e possibile “presepio”… Un evento grandioso, quella stalla di Betlemme, eppure, nonostante esso si fosse manifestato già in tutta quella sua gloria, l’uomo credente seguitava ad attendere la ricomparsa di un Gesù in qualche cosa di “glorioso” che fosse diverso dall’umiltà… Quale “stalla” migliore ci poteva essere, inoltre, di quel misero corpo di un Romano al quale egli stesso non dava chiaramente alcuna importanza, tanto che ne aveva messo e stava mettendo nuovamente a rischio la salute, in sacrifici giudicati “stupidi” perfino da molta Chiesa! La prima volta, nel 99, con 57 giorni di digiuno assoluto ed ora con altri 45! E poi non era un “assoluto digiuno”, in quanto viveva veramente “di Cristo, con Cristo e per Cristo!” Romano fu, nella “chiara mortificazione data a se stesso”, a contatto con quasi tutti i sacerdoti di Saronno. Le loro reazioni furono diverse: quasi tutti cercarono di dargli sonore lezioni di umiltà, eccetto Don Luigi. Il bravo sacerdote aveva letto questo libro autobiografico che ora voi state leggendo ed evidentemente aveva notato, egli pure, nell’esistenza di Romano, una enorme quantità di cose “sublimi” (fuori dei miseri limiti dell’uomo) e decisamente fuori della generale normalità. Anche Monsignor Centemeri aveva avuto copia di questo libro, ma, da come si comportava con Romano, dimostrava di non averlo neppure scorso frettolosamente… Infatti era come se una intera vita e una montagna di segni (che facevano dell’esistenza di costui un qualche cosa di decisamente diverso dalla normalità) … non esistessero, al punto che dovevano valere, anche per questa vita “anomala”, tutti gli stereotipi della normalità… Invece la vita di Romano non era mai stata come quella degli altri. Sua madre, Mariannina, era stata avvertita dalla Madonna che non doveva temere più per la vita di suo figlio “’ché ci avrebbe pensato Lei”, e quel figlio, pochi attimi dopo, aveva superato una crisi mortale sbalordendo un medico che lo aveva già dato per “spacciato”. La Madonna era intervenuta in favore di una mamma che aveva sempre allattato Romano a tu per tu con Lei (piangendo per il dolore al seno ed invocandoLa), tanto che quel figlio era stato veramente allattato “cuore a cuore” tra loro due. Questa mamma l’aveva pregata poi a lungo, chiedendole espressamente “di salvare la vita di Romano, innocente come Gesù”! Non è “normale” che la Madonna partecipi in tal modo all’allattamento di una bimbo e che poi si senta pregare di salvarlo “innocente come Gesù!”. No, non è normale. Un sacerdote, specialmente un prete, dovrebbe “convenirlo” e stare molto attento a distinguere quanto riguardi un caso “così particolare” da quanto riguardi invece tutte le altre vicende, in cui ciò non è accaduto. Sì, perché, se la Madonna, prima durante l’allattamento e poi in seguito alle preghiere, “ci pensò Lei” e salvò davvero Romano (volendo che egli conducesse una esperienza “come” Gesù, “come” un reale figlio adottivo Suo…), ciò non è certo un “qualcosa” che non abbia poi alcun peso, tanto che poi non se ne tenga conto e si ricacci la vicenda nel novero
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di una normalità di “figli” sempre figli di Maria, ma senza queste espresse “partecipazioni” della Madre di Dio, della Madonna, a volerne fare uno proprio “come Gesù”.
Se si considera Gerusalemme come il capoluogo della Palestina, provincia romana, e si chiede qual sia il capoluogo della provincia italiana in cui nacque questa persona di nome Romano, si ha la risposta “Salerno” e si vede nel “Sale” la stessa parte presente in “Gerusalemme”, e nel restante “rno” la sintesi di R(oma)no. Allora il nome “Gerusalemme” rivela il salvatore in un Gesù sal(vatore) grazie a due mamme, che avrebbe assunto anche il nome di un Romano “allattato” dalle due mamme (una reale e l’altra spirituale)… alla fine dei tempi del 1.000 e non più 1.000. “Betlemme” sembra sottolineare che la nascita in umiltà avrebbe riguardato due mamme, ove “Bet” sta per “Both”, o “ambedue. E indica, altresì, che ci sarebbero state anche “due stalle e due presepi”… Nella “designazione” della Provvidenza di Dio, Gesù fu chiamato “nazareno” per essere originario di “Nazaret”, mentre la persona di Romano (in cui si sarebbe ripresentato il suo Spirito alla fine dei tempi) fu originaria del paese di “Felitto”. Se mettiamo insieme il tutto, in sequenza, l’uno dopo l’altro, prima Nazaret e poi Felitto, abbiamo: “Na(zar et fel it) to”, in cui si ha un complessivo “nato” che riguarda (tra le parentesi) uno “zar et fel(d) it”, ossia un “re”, un Cesare (ai tempi romani), ma anche ai tempi moderni uno “Zar” (capo bolscevico) e un “feld” (capo in germanico) “it” (italiano, quasi una sigla… da “Internet”). A questo punto la ripresentazione del secondo “Cristo” si verifica a “Saronno” e qui il Sa(lvatore) sembra ancora debba essere “Romano”, perché “ronno” ha solo la “n” al posto del “ma”; così come, in Salerno, Romano è nel rno, ed è salvatore nel Sal(vator)e. Tra “Sion” e “Saronno” la differenza (in lingua italiana, quella che riguarda l’italico Romano, oggetto della possibile ripresentazione del Cristo) è che “Sion” è un “augurio”: cioè “sian!”, con la “o” al posto della “a” di “sian!”. Sion è un’espressione riferita al futuro, è un semplice auspicio che, allorché è “ascoltato” da Dio, diventa, da “Siano!”, un “Saranno!” che, con la “o” al posto della “a” diventa “Saronno!”. Dal che sembrerebbe che la “Nuova Sion” si chiamerà “Saronno”, per “designazione” chiara del Dio che decide ogni cosa ed intende lasciarne chiarezza di segni negli stessi nomi. Tutti potrebbero chiedersi intanto: “E perché proprio Saronno?”. E la possibile risposta starebbe in quello che si vede accadere a Saronno, di veramente “unico”: il “Trasporto della Croce”, in cui tutta la gente si riversa per le strade, manifestando una fede ed una riverenza senza paragoni, evidentemente, agli occhi di Dio. A Saronno, inoltre, c’è il Santuario della “Madonna dei miracoli”, che attira annualmente – e da secoli! – carovane di fedeli, da tutti i paesi limitrofi, che vengono in processione a rendere omaggio alla Madonna che intervenne in modo tangibile negli anni di una terribile pestilenza… Insomma vi sarebbe stato un nuovo “Presepio”, in Saronno, nella Parrocchia intestata al Giovanni Battista “annunciatore di quel nuovo evento”. È scritto nel Cantico di Zaccaria (Lc 1, 68-79): “E tu bambino sarai chiamato profeta dell’Altissimo perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade, per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza nella remissione dei peccati, grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio, per cui verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge, per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte e dirigere i nostri passi sulla via della pace.” Nei tempi della prima “comparsa” di Gesù, Zaccaria lo profetò venuto “a visitarci dall’alto”, come “un Sole che sorge” e sembra che si riferisca alla ripresentazione di questo
Gesù attribuiva grande importanza ai Salmi e ai Profeti. Ebbene Romano si accorse che esistevano “profezie” chiarissime che stranamente sembravano preannunciare proprio la ricomparsa dello Spirito di Gesù in una persona di nome Romano. Vi descrivo brevemente di che cosa si accorse. La città santa, nella Bibbia, è Gerusalemme e Gesù è nato a Betlemme. Nel salmo 86 su “Gerusalemme, madre di tutti i popoli” è scritto chiaramente: “Si dirà di Sion: l’uno e l’altro è nato in essa (ma chi sarebbe questo «altro», se «uno» è Gesù?) e l’Altissimo la tiene salda”. Il Signore scriverà nel libro dei popoli: “Là costui è nato”. E danzando canteranno: “sono in te tutte le mie sorgenti” (facendo espresso cenno ad un “cantore” che avrebbe danzato)… Ebbene Romano si pose, molto fedele, nel popolo dei fedeli a Cristo (ossia nella Chiesa Cattolica), come un Cantore in ben 6 Cori, in Saronno: uno a Cassina Ferrara, 3 nel Duomo della Città e 2 a San Francesco, “danzando” tra loro, per essere come… presente dappertutto. Pertanto il Salmo 86 sembrava preannunciare che l’«altro», che sarebbe nato in Sion, avrebbe potuto essere il cantore Romano se la “nuova Sion” fosse stata Saronno. Ora ecco come “gli stessi nomi” potrebbero collegare la figura del Cristo con i luoghi in cui Egli si sarebbe presentato: la città di Dio (in cui il figlio è Gesù) potrebbe essere “designata” come “Gesùsalemme: quella in cui il “salvatore”, portato da “le mamme” (dalla paternità e maternità di Dio), si sarebbe chiamato Gesù. Ma in Gerusalemme non si ha “Gesù”, bensì “Geru”, in quanto, al posto della “s” del salvatore, si ha la “r”… E’ forse la “r” di “rex” o di “Romano”, ad indicare il “popolo” in generale, cui appartenevano fin da allora anche gli Ebrei? ad indicare fin da allora che Roma sarebbe stata la sede definitiva del Cristianesimo dei suoi Vicari? Perché mai sarebbe stato “designato” tutto questo passaggio (dagli Ebrei ai Romani), dal Dio Creatore, tanto da essere espresso chiaramente nei nomi? La risposta può essere che “era destinato così, da Dio: che i primi vignaioli, gli Ebrei, uccidessero Suo Figlio. Che era destinato che l’«uno» (Gesù) si sarebbe ripresentato a Sion anche come l’«altro» preannunciato nel Salmo 86, in una nuova Sion che sarebbe stata Saronno: “Shalon!”, l’arrivederci ebraico dato al Gesù che sarebbe ricomparso, in Spirito, alla fine dei tempi, nell’umile corpo – nella “stalla” – ora di un cantore, eletto a figlio dalla Madonna e che avrebbe cercato di essere dappertutto, danzando qua e là, nelle liturgie di tutta la città”. Questa umile persona (nata in provincia di Salerno, adottata a figlio dalla Madonna, chiamata Romano, trasferitasi a Saronno in una specie di “stalla” assieme a sua madre, affinché si replicasse il “presepio” e divenuta per volontà di Dio solo qui un cantore) avrebbe dato corpo alla ripresentazione dello Spirito Santo del Cristo di Dio: Gesù, rinato a Saronno, compiutamente il 24.10.1999. Al 38° giorno in cui Romano (nato nel ’38) stava vivendo alimentandosi solo dell’Ostia Consacrata e quindi “di Cristo, con Cristo e per Cristo”, rinato praticamente “in Cristo” in quello stesso giorno in cui ci fu quel Convegno che dava risposte agli incitamenti del Papa e in cui a Saronno si celebrò il “Trasporto della Croce” (dalle spalle storiche e reali del Cristo a quelle “spirituali” di Romano, in cui il difensore di Gesù sarebbe stato nuovamente “mortificato” dalla sua Chiesa)!
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Sole, più che alla sua prima comparsa: una ripresentazione che darà la conoscenza, la remissione dei peccati e la pace. Gesù – checché ne dicano tutti – non portò a tutto ciò, ma l’indicò a grandi linee, da seguire, avendo pura Fede in Lui tutti i suoi fedeli (quelli che Dio gli aveva dato come “sue pecorelle”). L’uomo non era ancora in grado di capire la Sua Verità, e pertanto di conoscerla, ma poteva solo intuirne il valore, poggiandolo interamente sulla sola Fede. Gesù stesso disse che la sua azione era finalizzata a stabilire il valore assoluto della persona (come tralci della vite, in cui Egli era la Via, la Verità e la Vita per giungere al Padre), tanto che Egli avrebbe portato alla guerra e non alla pace: tutti messi l’uno contro l’altro, affinché si capissero le vere e giuste relazioni e i veri e giusti valori, tra le persone, tra queste rispetto al Figlio e tra il Figlio e la Trinità di Dio. Gesù preannunciò che sarebbe tornato, a concludere ciò cui aveva dato inizio ed è prevedibile che l’avrebbe fatto quando l’uomo avrebbe potuto comprendere tutti i “perché” e i “percome”, insomma “alla fine dei tempi… dell’ignoranza”. E l’ha fatto: è ricomparso, ma in un modo così nuovamente “modesto” ed assolutamente privo di ogni manifestazione di potenza… che nessuno se ne è ancora accorto. È riapparso in una casa umile e senza servizi, una vera e propria “stalla moderna”; è ricomparso immedesimato in una persona (quella di Romano) che sarebbe stata costruita come il “figlio” di una “umana madonnina”, allattato nel dolore tra lei e le invocazioni alla Madonna vera, salvato dalla Madre di Dio “Innocente come Gesù” ed adottato a nuovo figlio; costruito insomma a poco a poco come una “persona” che si sarebbe fatta sempre più piccola, fino a pregare Dio in questo modo: « Signore, se Tuo Figlio ha avuto già nella Madonna la madre vera, carnale, ed ora deve ripresentarsi – come un facsimile – nel figlio di una semplice comparsa, di una semplice “umana povera copia” della Madonna, e Ti occorre la preghiera del figlio di costei, perché Tu lo faccia… ebbene io ti prego affinché tu tolga di mezzo la mia anima e possa ripresentare Gesù, nel corpo che io volentieri gli cedo! Io sarei fortunato se dovessi scomparire, come persona, per dar corpo reale a quello di Gesù. Io sarei pienamente realizzato se il mio desiderio e la mia preghiera fossero ascoltati, tanto che lo Spirito del Cristo potesse ricomparire nuovamente, nel misero corpo di me, un riconosciuto peccatore, che ha però cercato in tutti i modi di riscattarsi, fino ad essere la possibile scelta dell’umile e personale “stalla” in cui lo Spirito del Cristo si potesse di nuovo “installare! »
Il solo Romano Amodeo oggi crede di essere una pura “idea” di Dio, chiamata a “impersonare” – e senza suo merito alcuno! – una vicenda del tutto obbligata. Infatti tutti sono stati contagiati dal “personale delirio di onnipotenza” e si credono “creatori” e “modificatori” della loro personale storia terrena. Il solo Romano Amodeo nega di avere questa capacità e giudica se stesso “puro concime” (insomma “merda”), voluta da Dio affinché gli altri possano trovare alimento, comprendere il progetto di Dio e trovare la Pace in un Giudizio Universale che assolva tutti senza togliere a ciascuno… quello che ciascuno avrebbe alla fine capito come il bene personale compatibile alle proprie libere idee ed ai propri personali gusti. Esiste al mondo un “puro” ed un “modesto” che lo sia di più di questo Romano Amodeo che attribuisce tutta la creazione al solo Dio Padre e nega in tutto a se stesso di avere questa capacità? Quale “corpo” più idoneo dovrebbe avere un “figlio di Dio”, se non quello di chi fosse consapevole dei suoi assoluti limiti? Eppure tutti coloro che odono Romano Amodeo affermare queste cose, gli attribuiscono il massimo della presunzione! Ebbene, egli è il solo che afferma se stesso “incapace di tutto” ed è tuttavia accusato, quasi da tutti, di “presumere in maniera mostruosa e ben oltre le proprie reali capacità”! Tale accusa viene, poi, paradossalmente, proprio da chi personalmente “presume di possedere le capacità fattive”! Ognuno gli attribuisce i suoi difetti, e, credendo di “fare liberamente la propria vita”, attribuisce a lui che voglia troppo e presuma troppo da se stesso! Ma chi crede di essere? A nulla serva che Romano gli risponda. “Una merda inutile e nauseabonda, se i Valori del Cristo non la trasformano, almeno, in concime, per il bene degli altri! Ma, se accade, non è merito mio: io non posso far null’altro che osservare e interagire con il mio Libero Arbitrio per formare il mio gusto e il mio abito mentale a partire dalla proposta di Dio, che è il piano immodificabile proposto a me come la storia della mia vita. Io non sono in grado di cambiare nulla, di essa, se non, liberamente, i miei gusti e i miei interessi riguardo ad essa.”
Ecco, vedete? Romano da sempre è stato fatto innamorare delle cose grandiose. Se una qualsiasi faccenda è da lui ritenuta priva di “eccezionale importanza”, ecco che da quando è stato un bambino non l’ha iniziata nemmeno! Condotto per mano da Maria, madre di Dio, è stato in tal modo abituato a puntare sempre “al massimo”, tanto che ora non gli sembra un peccato di presunzione che Cristo possa “reincarnarsi” nella sua umile persona: Gesù si ripresenta sempre negli umili e nei diseredati e questo la Chiesa lo sa. Romano giudica se stesso “il più incapace che esista”, perché è stato portato ad accorgersi di come “il solo buono a creare sia Dio Padre”. Invece la gente, tutta l’altra gente, crede di essere “chi fa” (avendone la capacità) una grande quantità di cose: ragionare, agire, respirare, muoversi, intervenire e trasformare la realtà…”. A tutta questa gente sembra che questo sia addirittura “doveroso”, arrogandosi una “capacità” che invece è solo di Dio Padre.
Tutti coloro che, in occasione del “digiuno in favore dei due santi”, hanno attribuito “colpe” al gesto di Romano, lo hanno fatto nella “presunzione” che fosse stato egli (e non Dio Padre) a scegliere liberamente “le azioni del suo personaggio”. Hanno attribuito queste colpe alla persona, nell’idea – tutta e solo loro! – che essa avesse avuto da Dio il chiaro “mandato” di tipo “fattivo”, che sembra appartenere a tutti coloro che, vivendo, sono in grado di stabilire liberamente le proprie azioni! Ma quale “mandato”? Non hanno capito, tutti costoro, come la stessa morte apparente, voluta infliggere da Dio Padre al Figlio Gesù, punti proprio ad ottenere che tutti riconoscano come il solo Dio Padre possa attuare liberamente la sua Volontà. “Se possibile allontana da me questo amaro calice”, prega Gesù. Ora il Padre non l’ascolterà e Gesù ne è consapevole, tanto da aggiungere: “Ma sia fatta la Tua e non la mia volontà!”, come a ribadire la verità di chi regga veramente le fila del supposto “divenire”. Dio Padre ci tiene a dimostrare di essere il solo “possibile creatore” e che tutti gli altri, persino il suo “figlio unico”, siano solo “sue creature”, tenute solo ad “impersonare” le storie “virtuali” ideate e decise solo da Lui, l’unico che, in assoluto, crea: il Dio Creatore. Il digiuno di Romano Amodeo esisteva “dal principio dei tempi” ed era stato disegnato così da Dio Padre. E, come accadde già al Gesù messo alla prova ai limiti umani
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di ciò che fosse tollerabile, così accadrà anche a Romano, indotto in tentazione ai limiti dell’umanamente accettabile: alla fine apparirà anch’egli smentito, delegittimato da Dio Padre, che come provocò la morte vera e propria del Figlio in carne ed ossa, così avrebbe provocato ai nostri giorni la mortificazione dello Spirito, nel figlio presente solo in puro Spirito ed apparso altrettanto delegittimato. Dio avrebbe fatto assumere a Romano impegni, nella certezza di un ascolto da parte di Dio, che al momento sarebbero apparsi, a tutti, disattesi e traditi. Aveva fatto così già con Gesù, apparentemente abbandonandolo, quando avrebbe potuto facilmente soccorrerlo, impedendo agli uomini quella parvenza di sopraffazione nei suoi confronti…
Bene, questo luogo di Gesù si chiamava “Getsemani” e sembra che Dio “giochi di enigmistica” (nell’italiano della lingua della nuova Fede attestata a Roma, in Italia, e del nuovo “Gesù” realizzato nel parallelismo con Romano)… Infatti “Getsemani” potrebbe stare a significare, in lingua italiana: “Se get (con le) mani” (si getta il “sacco” della creduta spazzatura). Romano si è chiesto a quel punto (dopo di aver messo quel titolo a questo libro) cosa c’entrasse il “Getsemani” (nome dell’Orto degli ulivi) con il suo “Ortonovo degli ulivi”. E così gli capitò di accorgersi – solo allora – che questo “nuovo orto” era quello del Sign. “Saccomani”, che glielo aveva venduto. “Saccomani”, appunto: il “sacco” (di rifiuti) gettato via con le mani, come in “Getsemani”, ossia in “Se get (con le) mani”. Ennesima coincidenza e valida solo nella lingua italiana di Romano!
Così, osservandola, Romano Amodeo si sarebbe accorto, sempre di più, di come la sua storia e quella di Gesù stranamente si affiancassero, in parallelo. Ripensando al suo presunto Paradiso, incontrato a Saronno, Dio (in questa incredibile storia decisa per lui) gli fa conoscere come tutti i segni, che lo collegano al Gesù che ritorna, dovessero essere correttamente “interpretati”. Quali segni? Eccone altri: Romano vive nella sua “stalla” e il proprietario è un “perfetto sosia” del capo della Chiesa di Saronno: Mons. Centemeri… come se questa “stalla” appartenesse alla Chiesa, in un nuovo “presepio” tutto interno a questa Chiesa. Si accorge che a destra di questa “stalla” vive Angela Reina, a sinistra Paolino Reina, sopra ancora Angela Reina, e che questo è per lui un chiaro segno che egli sta nel grembo della “Regina” (la Madonna). A scanso di equivoci, nella parete davanti alla sua casa c’è il tabernacolo della “Madonna”, sul muro di un appartamento posseduto da Maria Car…ugati. Certo sono solo segni. Ma quando Don Luigi in marzo fissò la data del Convegno sulla Fides et Ratio, si sapeva che il Trasporto della Croce ci sarebbe stato il 31 ottobre (è sempre nell’ultima settimana di ottobre), per cui il Convegno fu fissato per il 24, la domenica precedente, in modo che nella Chiesa non ci fossero concomitanze… Ebbene accadde che, facendo una eccezione, quell’anno il Trasporto della Croce fu spostato al 24, alla stessa data del Convegno, e così da una parte di Saronno tutti i Cristiani furono al seguito del Cristo crocifisso “storico”, mentre dall’altra restò il “povero Cristo”, mortificato dalla sua Chiesa che, invitata al Convegno stimolato dal Papa, non ci andò! È questa una prima concomitanza che affianca decisamente tra loro un condannato a morte reale (nella persona di Gesù) e uno (nato nel ’38) che il 24.10.1999 viveva solo di Cristo, con Cristo e per Cristo da 38 giorni (quasi che così fosse “rinato in Cristo”) e – spinto a farlo dal Papa – era “mortificato” nel suo “sostenere” Gesù, con i mezzi forniti a lui dallo stesso Spirito Santo del Cristo in cui era rinato. E il 29 gennaio 2002, in cui la morte giocò a mettere le grinfie su Romano (facendolo investire da un Pullman) e non riuscì a toglierlo di mezzo… ecco che s’impossessò della persona del Cristo ligneo inchiodato nella Chiesa di fronte, che fu portato via, schiodato dalla croce, da ignoti! Un altro incredibile e strano “aggancio” tra le due persone… Al Convegno Romano aveva distribuito il libro “Se Gesù parlasse oggi in parabole” in cui si era messo a scrivere le parabole moderne che oggi Gesù avrebbe raccontato… Insomma in questa storia, voluta tutta da Dio Padre, sono state cacciate intenzionalmente una serie infinita di “parallelismi” tra Gesù e Romano! Sono solo da osservare! Questo stesso libro intitolato “L’Ortonovo degli ulivi” ha questo titolo per un parallelo con il famoso “Orto degli ulivi” in cui Gesù fu consegnato alla Chiesa del suo tempo, in cui fu praticamente “gettato via”, da Giuda e dai sacerdoti, come un “sacco” della spazzatura.
Ad un certo punto Romano si convince di essere il povero oggetto di questa incredibile “ripresentazione” dello Spirito Santo… Decide di dirlo a sua moglie… di notte cade in estasi e chiede a Dio come deve comportarsi… Al mattino sa che deve dare alla Chiesa questo “pazzesco” annuncio: “Chi stavate aspettando… sono io!”. Ebbene va in Chiesa e la trova lì in attesa proprio di quell’annuncio, con tutta la sua liturgia. Nel Vangelo di quella domenica – ad esempio – i Farisei chiedono a Gesù di dirgli chiaramente chi egli sia… E Monsignor Centemeri afferma nell’Omelia: “Lo Spirito Santo è presente qui tra noi e desidera fare il suo annuncio! Dobbiamo credere che sia qui tra noi ed intenda parlarci!”… ed era proprio quello che Romano stava tentando di dirgli e che poi gli avrebbe detto, finita la messa: “Sono io!”… con il risultato, però, che sarebbe stato scambiato solo per “un’anima santa ma molto, molto illusa”: insomma uno con su scritto “giocondo” sulla fronte! Ennesima Coincidenza? No, sono troppe queste coincidenze, a questo punto, per essere “casuali”… Ma, poi, “nulla è casuale” quando non è il caso ma un Dio Creatore l’Entità che è posta all’origine di ogni storia fatta esistere. Quando c’è un Dio creatore che vuole appaia un parallelismo tra il Gesù “vero” e il Gesù ripresentato solo “in Spirito” (ma realmente presente, per adozione, nel corpo di Romano) allora chiama “Gerusalemme” la Città Santa perché il nome stesso affermi come la Città Santa sia Gesù, riapparso attraverso due mamme (una vera ed una adottiva) e che sarebbe stato un Gesù-Romano, quindi un “Gerù”, il cui Romano (il secondo corpo) sarebbe nato in provincia di Salerno. Allora lo stesso nome imposto al luogo, da questo Dio Creatore, non è imposto “a caso”, ma con un ben preciso “scopo”. Idem il nome dato a Salerno, idem quello dato a Saronno. Idem il nome dato a Roma, affermazione della potenza della forza che deve essere convertita, ribaltata… e allora Roma, letta da sinistra verso destra, diventa “Amor”. Tutti gli anagrammi di “Roma” portano a cose piene di virtù: amor, aroma, orma, ramo, armo… Sarebbe un caso? O invece accade perché è di Romano il nuovo corpo assunto dallo Spirito di Gesù… un Romano “Amodeo” che indica tutto l’amore per Dio di quanti, in Roma, scelsero di morire, pur di non rinnegare Gesù... E ritorna in mente ancora Zaccaria: “… ha suscitato una salvezza potente nella casa di Davide, suo servo, come aveva promesso…”, ove “la casa di Davide” in cui è suscitata la nuova venuta dello Spirito del Cristo, si chiama non più col nome di Davide (che in italiano rimandi a genti “avide” di D, di Dio), ma, in modo molto più esplicito, con quello di
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“Amodeo”, che indica un soggetto che dichiara “amo Dio e deo (debbo) amarlo: il suo “dovuto compito”, proprio dello Spirito Santo. L’amore manifestato per Gesù a Roma ha fatto di questa “nazione” italica quella cui appartengono “i nuovi vignaioli”, dopo che i primi gli uccisero il Figlio Unico. Ora potrebbe sembrare “presuntuosissimo” il Romano Amodeo che mette in evidenza tutto ciò… Ma che cosa egli dice, in sostanza? Che tutte le “storie” sono pure “invenzioni di Dio” e che quindi le persone vivono delle storie che “in assoluto non esistono”, ma solo all’interno di esse.
In questo modo è realmente sconfitta la morte, perché è dimostrato quanto già Gesù cercò di spiegare a Nicodemo, che la vita nasce da due opposti “criteri”: la percezione materiale e quella spirituale, ove la prima è solo l’effetto della seconda. Se l’uomo non considera anche il moto del soggetto che “è”, arriva a credere che il Sole giri attorno alla Terra, il che è falso. Solo quando l’uomo “aggiunge” il criterio di un osservatore che va essenzialmente verso il luogo ove sorge l’alba, solo allora si può capire l’effetto inverso di un Sole che sia visto volgere realmente al tramonto… Ora questa “osservazione”, introdotta da “Romano” nel Convegno, era la “sconfitta della morte” attesa sul finire dei tempi, e si è trattato di una “vera sconfitta”. Poi era atteso un “Cristo” che facesse giustizia in assoluto: il cosiddetto Giudizio Universale. Ed anche questo è stato fatto da Romano in quel Convegno, perché Dio è stato rivelato, “svelato” come il Creatore di tutte le vite, tutte opere puramente ed assolutamente virtuali. Il Signore è come un romanziere che ipotizzi peccatori e santi, delitti e cose buone, in una sola parola: il bene e il male! Ebbene sono valori che “in assoluto non esistono!”. Nessuno, in assoluto, può accusare lo scrittore di romanzi gialli di essere cattivo perché scrive storie di assassini. Anzi, egli è buono, perché quasi sempre il poliziotto smaschera il delitto. Nelle storie “inventate” da Dio tutti scopriranno alla fine che si è trattato di pure “storie virtuali”… Da cosa tanta certezza? Ma dal fatto che quando l’uomo avrà osservato la sua anima (immedesimata con il personaggio della sua storia), e avrà, alla fine, visto di essere entrato ed uscito in quella che era solo una pura prima “parte attribuita”, allora capirà che una cosa era la sua “anima” e un’altra era la “storiella” in cui ebbe l’impressione di essere stato calato per “immedesimazione”. A chi verrebbe allora in mente di andare a dare tante “botte” all’attore chiamato ad impersonare Hitler? Certo che occorre prima imparare a distinguere l’interprete, l’attore, dalla storia che deve “impersonare”, storia che ha avuto per autore vero il solo Dio Creatore. Tutti gli altri essendo puri e semplici “interpreti”, e niente più. Ecco, ora sembra a tutti di “essere solo chi si è”… ma alla fine si capirà di poter essere “chiunque si voglia essere”, che il Creatore ha creato la sua Opera Intera perché ciascuno, in definitiva, la faccia sua a suo insindacabile giudizio, ereditando le funzioni reali di un vero Erede. Insomma tutte le vite sono “parti” interpretabili e bene e male sono la “tenzone” messa in piedi da Dio, per appassionare l’uomo alla storia che ciascuno deve “impersonare”. Ecco il “giudizio finale” portato da Romano, ed esso “assolve tutti”, ma corresponsabilizza ciascuno alle scelte ideali che avrà voluto liberamente fare in base al suo “libero arbitrio” e al suo personale interesse. L’uomo oggi sbaglia a credere che il Libero arbitrio sia posto nel “fare le cose”. No. Oggi nessuno “fa le cose”, se non il Dio che ha inventato queste storie emozionantissime e piene di apparenti sconfitte. Ma tutti devono “fare” se stessi, costruire il proprio “abito mentale e morale”. Sarà con questo abito bello che si parteciperà al banchetto e guai a chi non lo avesse voluto “bello”! Non vi parteciperà, non parteciperà al bello, ma al brutto che avrà prediletto e in ciò troverà il suo personale “inferno”. Se ci pensate bene, allorché è lasciato a me il mio “libero gusto”, io posso affezionarmi a ciò che è veramente buono oppure a delle vere porcherie, però predilette da me. Chi prediligerà queste porcherie, le avrà, come la sua condanna personale, perché una cosa è prediligere il bene e un’altra è prediligere il male! Oggi, in cui tutto appare confuso, si
C’è una notevole “novità” tra quanto Dio fa affermare a Romano, e il Vangelo di Gesù. Gesù è fatto restare “immanente alla sua realtà di dolore, di morte e di risurrezione” (anche se poi si attesta che Egli vince realmente la morte). Gesù è solo “la prima fase” del Figlio di Dio, in cui il Suo Spirito viene a dividere Padre da Figlio, Figlia da Nuora… Gesù afferma di essere venuto a portare la guerra, infatti è dura lotta riuscire a capire il vero valore della propria entità e, per capirlo, occorre battagliare ed opporre valore a valore. Gesù, come la Madonna, sono “immanenti” alla loro realtà, anche se si riferiscono al Regno dei Cieli come ad una “trascendenza” da quell’immanenza. Invece la ripresentazione del Verbo di Dio, quando il Valore di Gesù si ripresenta attraverso Romano e Gesù “trascende” la realtà terrena (essendo il “puro Spirito” ripresentatosi in un corpo adottivo e terreno), aggiunge quello che mancava alla prima fase del “Gesù Cristo carnale”: la “riappacificazione” tra tutto quanto era stato “diviso” dalla figura del Cristo. In questa seconda fase “è sconfitta nuovamente la morte”, ma ora non accade più nella “realtà apparente”, bensì nel “giudizio” di essa, perché ora è la volta del “Giudizio Universale”, di quello “Definitivo”, che spiega a tutti come stanno le cose in assoluto e nel rispetto delle esperienze della vita. Questa “Sconfitta della morte” è affermata dallo Spirito del Cristo presente in Romano nel convegno del 24.10.1999. In esso “Romano” spiegò perché, dando retta alle risultanze della scienza, la morte davvero non esisterà come possibile ed umana esperienza soggettiva. Romano spiegò come l’anima stesse già tornando, risorta dalla morte, verso il passato estremo in cui Dio Padre impose il comando “Fiat lux!” e nacque lo spirito umano, la luce cerebrale che consiste nell’anima vista in azione concreta. Questo movimento reale verso il passato non è visto se non nell’effetto corporeo cui sembra dar luogo. Azione e reazione sono due enti uguali ed opposti, ma sono visti in sequenza e all’uomo sembra che l’azione sia la invisibile causa dell’apparente reazione. L’uomo assiste solo alla reazione della causa. C’è come una frazione tra un numeratore e un denominatore ma all’uomo appare solo il risultato della divisione, quando il denominatore è ridotto ad essere il numero 1. Ad esempio, se esiste 8/2, all’uomo appare il 4/1, risultato della divisione e il denominatore 2, essendo stato unificato ad 1, non appare mai. Non appare ma c’è, essendo la causa (il divisore) del numeratore, che appare 4 anziché 8, proprio giacché il 2 ha operato la reale e concreta divisione dell’8. Ecco, noi possiamo giurare che l’essere sta ritornando concretamente verso l’inizio assoluto di tutta la storia di cui vediamo l’evoluzione in un solo verso del tempo, perché noi vediamo nella reazione (tutta opposta) il fenomeno di un tutto avviato verso la sua fine.
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rischia di confondere l’uno per l’altro, al punto da affezionarsi a ciò che in verità conta poco… Ma se l’uomo, libero davvero, si è affezionato nella sua vita solo… al gioco del calcio (per esempio), in Paradiso giocherà a calcio tutte le partite che siano esistite…, invece di immedesimarsi e partecipare alla gioia di tutti i “figliol prodighi” recuperati al senso vero ed esatto del bene! E saranno contenti tutti, avendo ciascuno secondo i gusti assunti liberamente! Ecco il “giudizio finale” atteso sulla fine dei tempi! Ma è un Giudizio che non è stato portato da Romano Amodeo, bensì da Dio Padre, in questo che ha riguardato questo personaggio della sua “fantasia creatrice”, imparentandolo a tal punto con Gesù e la Madonna da farlo essere veramente quella “ripresentazione” dello Spirito di Gesù Cristo che era attesa. Una cosa ancora più “pura”, perché stavolta tutta l’Umanità apparterrà come una scoria a Romano, mentre tutta la Divinità sarà purissima, sarà quella del Cristo e dei suoi Sublimi Valori animatori.
l’apparente abbandono che Dio già fece assumere a Gesù, per un parallelismo assoluto tra lui e il Figlio unigenito di Dio. E, allora, come Gesù risuscitò, così anche Romano risusciterà, nella sua credibilità, ma solo quando Dio vorrà che Tommi riacquisti, infine, la sua vista e la sua salute. Ci sono tutti i segni ad affermalo: quel Bartimeo che rimanda con chiarezza a Baratta e Amodeo e tutte le risposte date a Romano attraverso le campane! Ci sarebbe anche una ragione “effettiva”, legata all’opportunità che questo “miracolo” invocato da Dio, accada o no. Notatelo: in questo caso il “nuovo Vangelo” appare scritto direttamente dalle mani di Romano e non più affidato a discepoli. Allora il compito di Amodeo dovrà essere ed apparire quello di una continua affinazione dei testi, quello di uno scrittore che non avrà molto tempo se egli, doppione di Gesù, dovrà morire a 66 anni (il doppio dei 33 anni di Gesù) e ne ha già compiuti 64. Se Romano fosse riconosciuto ascoltato da Dio nell’ottenere i miracoli, sarebbe assediato dai postulanti e non troverebbe più il tempo per limare i testi e renderli inappuntabili… Oh, certo: Romano non lima un bel niente! È Dio che vuole che sembri che Romano liberamente si impegni ad ottenere la perfezione. Non dobbiamo assolutamente mai dimenticare che tutte le vite sono disegnate come caratterizzate da un apparente compito, ed anche quella di Romano, anche quella di Gesù: tutte le vite devono sembrare regolarizzate da un principio causale, che sembra esser vero… e “in relativo” lo è, ma non “in assoluto”! Nel “relativo” la vita è come un film in cui una scena sembra divenire, trasformarsi nell’altra; ma in assoluto ogni scena resta se stessa ed è solo sostituita dalla vista di un’altra scena che determina l’effetto cinematico di un apparente movimento. Causa ed effetto sembrano tali, nel relativo. Ma in assoluto sono due distinte azioni, uguali e contrarie. Però se noi osserviamo che alla causa si sostituisce l’effetto, sembrerà che la prima diventi la seconda per via di una causa determinante. È come nella musica: una nota viene dopo l’altra e sono sequenze di note e non una che diventa l’altra, che è la causa dell’altra, anche se in tal modo è bella la risultante armonia derivante dagli accostamenti. Gesù, i profeti, la Madonna sono “personaggi virtuali”, allo stesso modo che ciascuno di voi e che Romano. Sono tutti “Figli” del Creatore. Ma l’anima dell’interprete no! Dio stesso si è identificato nel personaggio di Gesù, come accade a ciascuno di voi quando volete gareggiare in un “videogioco”: dovete stabilire “Chi” siete voi, tra i soggetti del videogioco. Ecco allora l’importanza di Gesù: è l’anima stessa di Dio entrata realmente nel nostro mondo per come poteva entrarvi: assumendo le sembianze di una delle sue creature. La Madonna, in questo contesto, ha per “anima” il lato complementare di un Dio Uno che, come ci indica la matematica, è un rapporto tra due Enti Uguali. Allora in D/M (rapporto tra Dio e la Madonna, suo essenziale complemento all’unità), è in essere il rapporto stesso che esiste tra Gesù e la Madonna. Gesù sta alla Madonna come il Dio Figlio sta al Dio Madre, e la Madonna, nella sua essenza, è veramente la “Madre di Dio”, quando il Signore ha assunto la veste umana… e allora è una “Madre umana di un Dio Figlio umano”. La dimensione di Romano non ha nulla di “divino”, ma solo per un “attributo” che in sostanza non conta molto, allorché lo Spirito Santo di Dio si afferma e determina comunicazioni. Il personaggio di Romano è quello di un uomo che consente a Dio di stare nel suo Immenso mondo assoluto, giacché qua c’è Romano, che impersona tutto il suo essere relativo consistente in una “pura creatura” avente proprio nulla del “Creatore”, ma alla quale Egli attribuisce il suo Santo Spirito, che si ripresenti come il Cristo suo Figlio.
È stato a questo punto che Dio, nel progetto della storia di Amodeo, ha immesso la vicenda di Tommi, il cieco nato del nuovo miracolo. A Romano è fatto “presagire”, con segni ineccepibili, che egli sarà ascoltato nella sua preghiera, affinché Amodeo si sbilanci chiaramente davanti a tutti, con il suo personaggio. L’esito voluto dal Sommo Creatore di questa storia sarà lo stesso “apparente abbandono” dato a Gesù da Dio Padre. Perché Romano imitasse in tutto Gesù doveva avere ripetuto, anche nella sua storia, l’apparente abbandono di Dio Padre per ogni suo Figlio, un qualcosa che portasse anche Amodeo ad esclamare “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Ma come l’uomo si è finora ingannato, pensando ad uno “sbandamento” di Gesù messo in croce, che non c’è assolutamente mai stato (in quanto Gesù stava recitando il Salmo 21, che inizia così, ma finisce in modo ben diverso e pieno di fede in Dio), così questo sbandamento non ci sarà nel Romano messo in croce a modo suo, quando l’invocato “miracolo” non apparirà nei tempi fissati da lui e tutti lo derideranno. Non ci sarà sbandamento, in quanto Romano sa molto bene che Dio infine l’ascolterà, perché sa che la sua stessa preghiera gli è stata messa “interamente in essere” da Dio Padre e non dalla sua “apparente libertà”, una libertà che non gli consente di far nulla e tantomeno di decidere di mettersi a digiunare… Romano sa molto bene che è Dio che fa ogni cosa e pertanto ha fede in quello che il Signore gli ha fatto assumere, come l’apparente suo impegno e comportamento. Pertanto non ha alcun dubbio del fatto che Tommi infine riacquisti la vista: nel Paradiso, ossia nello stato definitivo, Tommi ci vedrà senz’altro, come qualsiasi altro che sarà uscito da ogni menomazione. Anzi, mentre tutti noi che ci abbiamo visto ci siamo anche abituati alla bellezza delle luci e dei colori, avremo la sorpresa di vedere che luci e colori saranno apprezzati e gustati soprattutto da Tommi, che ci dirà: “ma vedi come sono belli!” rendendoci la perduta capacità, appannata dall’abitudine! Ora, però, è accaduto che Romano si è messo ad affermare la certezza che Tommi riacquisterà la vista tra il 20 dicembre e il primo di gennaio, per cui, se questo non accadrà… sarà deriso. Ebbene…, se così Dio vorrà, poco male! Anzi, benissimo! Amodeo infatti sa molto bene che, se accadrà così, dovrà veramente e solamente ringraziare Dio e non lamentarsi, perché gli avrà fatto assumere, infine anche a lui, anche
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In queste “parti” ogni uomo potrà entrare, per “immedesimazione”, tanto da “essere veramente quel Gesù”, figlio unico, che nacque da Maria Vergine e patì sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto. Quando ciascuno di noi “potrà” immedesimarsi a tal punto nella storia del Cristo da avere l’impressione di “essere lui”, si sarà colmata l’ultima possibile “ingiustizia”, di ciascuno di noi, rispetto al Cristo Figlio Unico: “Perché Lui e non io? Perché Dio fa figli aventi un differente peso?” Questa “accusa di favoritismi” sarà smontata in assoluto, quando ciascuno (se lo vorrà) potrà rivivere realmente l’essenza del Cristo, nella storia, immedesimandosi al suo terreno personaggio. No, Dio non fa favoritismi, ma decide a suo criterio, come iniziale proposta, chi “far essere” quando chiama ciascuno “in essere”, e questo è l’universale giudizio sul giusto comportamento di un Dio pieno di Amore per l’uomo. La parte assegnata è magistrale, è secondo le possibilità date a ciascuno, affinché ciascuno, in base alle doti regalate a lui, possa liberamente interagire, migliorando il suo essere, a sua espressa volontà e a suo libero gusto. Nell’estrema fede nella bontà del progetto di Dio, Romano chiama “Perfetto” questo suo disegno, perché porta ciascuno a chiedere a Dio “Tutto quello che gli manca”, in base alla vita che egli ha avuto. Chi ha avuto molto sarà alquanto sazio e saranno i deboli, i maltrattati che avranno quasi tutto, perché Dio, dandogli quasi nulla, poi sarà tenuto a dargli quasi il tutto che gli sarà mancato. Ma non solo sulle loro vite, bensì su quelle di tutti. Chi avesse avuto un 90% per sé e gli mancasse solo un 10%, lo avrebbe, ma su tutti: un 10% su ciascuno; come chi avesse avuto solo un 10% per sé ed avrà il 90% su ciascuno. Ciò in quanto ciascuno, inevitabilmente, attribuirà molto valore all’identità che avrà voluto liberamente assumere! In sostanza ogni “io” sarà bilanciato solo da tutti gli altri “io” come lui, che Dio avrà voluto esistessero come sua esatta contropartita: da una parte l’io e dall’altra tutto il suo prossimo. Ecco, Romano, avvertendo la sua assoluta “incapacità”, avrà tutto quello che gli manca e sarà proprio tutto il “potere di Dio”. A differenza di lui, tutti gli altri dovranno fare il conto con il “valore residuo” che avranno voluto attribuire a se stessi, ed avranno così solo la quantità mancante alla loro “supposta grandezza”. Poiché il Paradiso è il risultato finale, in cui ciascuno scorrazzerà in lungo e in largo, nel progetto di Dio, “essendo” (per immedesimazione) chiunque si vorrà essere e finché si vorrà esserlo, avremo nel “paradiso personale” e nella sua realizzazione, il favore compartecipativo di tutti gli altri.
È duro per l’uomo immaginare che Gesù sia davvero presente nel derelitto costretto da tutti a servire, che Gesù sia presente veramente nel bisognoso, nel maltrattato, nell’assetato di giustizia e di bene! Pensano che sia impossibile! Che Gesù sia potente e quindi sappia farsi rispettare! Che alla fine il suo Giudizio rispetterà i concetti umani della potenza, tanto che Dio “costringerà” l’uomo alla giustizia, utilizzando la forza della sua potenza! Quale enorme errore di interpretazione! Dio è il primo “servitore” dell’uomo. Dio è del tutto “sprovvisto” della “grandezza” per come immaginata dall’uomo. Dio non “costringerà” nessuno, nel momento del suo “Giudizio”, ma sarà ciascuno ad avere “castigato se stesso” se avrà permesso o no a Dio di “servirlo in tutto e per tutto”. La ricomparsa di Gesù nel mondo è la cosa più “comune” che esista: essa accade in ciascuno, perché ciascuno di noi è il “figlio unico” di Dio. È così perché l’essere esiste solo in comunione e quello che è di uno è di tutti. Il “servizio” di Gesù a tutti è quello di aver donato veramente se stesso come un servizio reso a ciascuno, che lo ha immesso nella comune “figliolanza unica” a Dio Creatore. Pertanto non è una “bestemmia” che Romano sia “figlio di Dio”, che sia parallelo a Gesù. È invece un evento chiaro, voluto da Dio e scritto nei vangeli, perché il Figlio si sarebbe presentato, nella sua estrema pulizia, due volte: la prima nella sua carne (di un Gesù in carne ed ossa) e sarebbe in apparenza morto nella sua carne, e poi risorto; la seconda volta sarebbe apparso solo nella sua Essenza e nella carne di Romano, e sarebbe stato a questo punto mortificato nella sua essenza (allo stesso modo del Gesù in carne ed ossa), per risorgere poi, secondo l’eterno progetto di Dio, che interviene sempre attraverso il sacrificio personale dei suoi figli migliori. Dio agisce così, nella sua sublime giustizia, giacché la verità è che è solo la morte a consentire alle anime di uscire dai vincoli personali ed anche Gesù in carne ed ossa, o quello solo in Spirito Santo, hanno necessità della morte o della mortificazione, per salvarsi dal “vero inferno che è la vita”. L’uomo non si accorge, oggi, di essere un vero schiavo e si tormenta, rendendosi conto di una vita difficilissima, che poi culmina con la morte. È portato dal Diavolo a scorgere l’effetto inverso alla sua vera condizione di chi, già libero dalla morte, sta concretamente tornando verso Dio. L’uomo è ancora, nella sua cultura, come era prima dell’avvento di Copernico e Galileo: si comporta come se credesse ancora che il Sole sorga e tramonti! Lo vede e ci crede! Ma dopo l’intervento di Copernico, con gran fatica, ha imparato che ogni fenomeno libero, che appare essere dinamico, appare così perché “è visto dalla persona che esiste”. Se l’esistenza libera è posta su un mondo libero come la Terra, che gira spostandosi sempre verso il punto da cui è vista sorgere l’alba, allora appare sempre che l’alba è condannata a finire nel suo tramonto. L’uomo oggi è “costretto” a vedere, per effetto del suo esistere, l’opposto della verità: il Sole che gira attorno alla Terra e non la Terra che ruota attorno al Sole. Questa percezione “inversa” al vero è presa tuttora per buona e vera e l’uomo crede che l’uomo “muoia” proprio quando il suo “personale esser risorto” è la causa eterna dell’osservazione del suo moto reale e corporeo verso la fine. Ecco il “Giudizio Finale” pronunciato da Romano: la risurrezione è già in atto, in quanto è essa a causare l’apparente moto essenziale e corporeo verso la morte! E con questo è sconfitta per sempre l’idea stessa della morte.
Come si è fatto notare, l’intervento fatto assumere da Dio al personaggio di Romano è proprio quello atteso dall’uomo come l’intervento finale di Gesù: la “vittoria definitiva sulla morte” e il “Giudizio Universale”. L’uomo non attendeva nulla di tutto questo o – dico meglio – non se l’aspettava in questi termini. L’uomo attendeva, per un vizio congenito, la ricomparsa “gloriosa” del Cristo secondo il “debole concetto” umano attribuito alla “gloria”: essa “sarebbe” quella dei “Potenti”! Per un po’ – in questa errata ottica – Cristo si sarebbe “camuffato” da “modesto”, ma alla fine avrebbe fatto vedere a tutti di venire dal cielo, circondato da tutta la sua gloriosa e vincente forza! L’uomo seguita a non comprendere come la vera “potenza” consista nel “servire”. Chi non serve… non serve a nulla e sarà buttato via come inutile! Un “potente” che “non serva” nella sua potenza non ha nessuna vera forza in se stesso!
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Romano insegna che l’uomo “abita in eterno”, come singola persona, tra la data della sua nascita e la data della sua morte. Quel luogo avente coordinate relative di spazio e di tempo è come fosse la fogliolina di un’unica pianta. Oltre la singola fogliolina esiste la pianta con tutte le altre simili a quella. Nella logica di quello che accadrà alla singola foglia è di riuscire ad essere infine la pianta intera con tutte le sue foglie, per gioire di ciascuna di esse, essendone parte organica. Il “Giudizio Universale” fatto da Amodeo assolve tutti e giustifica tutto quello che accade come un “perfetto modello predisposto per la gioia creativa”, voluto e creato da Dio e lasciato poi a ciascuno dei viventi in intera eredità. Si spazza via il male, riconosciuto indispensabile alla stessa idea del bene; si arriva a capire la funzione buona dello stesso Diavolo. Infatti Dio l’ha accettato, come controparte, solo perché sarebbe servita in modo ideale a consentire a ciascuno la sua personale vittoria contro il Maligno stesso. Il Diavolo riesce ad ingannare in una percezione unilaterale dell’esistenza; ma quando essa sarà percepita in entrambi i suoi versi, il Diavolo perderà. Infatti è l’unilateralità la forza del Maligno. Un cattivo gioisce di aver sottratto il bene agli altri per ottenere il suo. Ma quando egli si accorgerà che non esiste solo la A che appare divenire la Z, ma anche la Z che appare ritornare ad essere la A, allora se da un lato ha gioito di una certo “divenire” a lui favorevole, dall’altro ha provato altrettanta pena quando lo ha visto “vanificato”, quando ha visto che ogni cosa è ritornata alle sue condizioni iniziali. Se il cattivo prima gioisce per il guadagno, poi si rattrista per la perdita. Invece il “buono” che ha dato un bene, poi lo vede ritornato a se stesso, e l'apprezza come giustizia. Insomma il “controllo incrociato” della vista bilaterale raddrizza il credere “unilaterale” che “cosa fatta capo ha!”. Non è vero: tutto appare fatto in un verso e disfatto nel verso opposto del tempo… perché il “fare”, che sembrava vero, vero non era. Erano tutti singoli fotogrammi ed uno non diveniva mai l’altro se non nella osservazione dell’uno sostituito dall’altro. La sconfitta dell’apparente “divenire” è una delle condizioni poste alla base del Giudizio Universale in cui tutti saranno “assolti” e resteranno come liberamente avranno infine voluto essere, in base alla libera scelta del loro “abito morale” e del loro “gusto estetico”. Queste cose “importantissime”, della sconfitta della morte e di un “Giudizio Universale” che corresponsabilizza ciascuno in base alla sua libera scelta è esattamente quanto apparve “fatto da Romano” nel Convegno tenuto a Saronno il 24.10.1999 ed al quale la Chiesa del suo tempo non volle andare, per quanto sollecitata dal Santo Padre a farlo, con l’Enciclica Fides et Ratio, del 1998! Romano, nel disegno impostato da Dio come la storia della “ripresentazione dei valori dello Spirito di Gesù Cristo”, sarà lasciato “credere e sperare” che, non avendo la Chiesa avuto modo di “notare” l’importanza di quello che era accaduto, sarebbe stato necessario un miracolo annunciato prima. Di fronte ad esso tutti si sarebbero mossi a cercare di capire che cosa fosse accaduto e fosse stato detto in quel Convegno. Dio vorrà che questa sua “fede” sia infine, “appaia infine” contraddetta dallo stesso Dio. Infatti Dio non intende “costringere” nessuno, con atti che appaiano “troppo chiari ed evidenti”. Gesù risuscitò, infine, ma fu fatto vedere “col contagocce”. Se, dopo essere risorto, avesse fatto la persona comune, presente nel mondo come prima, tanto che tutti lo vedessero, Dio avrebbe “costretto tutti” a credere nella sua risurrezione. Invece la risurrezione doveva restare una “condizione affidata alla fede”.
Ora però, dopo 2.000 anni di progresso della conoscenza, i tempi sembravano diversi… Dio sembrava volere “spiegare” le cose all’uomo, anche secondo l’uso della ragione scientifica. Ma lo aveva fatto, e Romano era stato il personaggio storico portatore dello Spirito del Cristo, apparso a dare queste spiegazioni. Però nessuno se ne era accorto! Se il miracolo, annunciato prima, di Tommi, si realizzasse, ecco che oggi la scienza lo accerterebbe con certezza e sarebbe “costretta” a credere… No, Dio non lo vuole, almeno fintantoché Romano appare essere in vita. Deve essere la spiegazione in se stessa, data da Romano, ad imporsi per il valore intrinseco. Questo è ciò che Dio ha disegnato nel suo progetto “delle apparenti libertà”. Ma Romano alla fine sarà “presentato” per quello che egli è veramente stato, nel disegno di Dio. Su questo non vi è dubbio. E lo riveleranno la data della sua morte per il mondo e il Papa che sarà eletto nella data indicata da Romano. A questi elementi conoscitivi Romano è stato condotto attraverso il suo essere un “doppione” del Cristo. Se lo è davvero, vivrà nel mondo il doppio del Cristo, 66 anni. Nato il 25 del mese dopo il dicembre della nascita attribuita a Gesù dalla Chiesa Cattolica, Romano morirà due mesi dopo il Venerdì Santo del 2004, che cadrà il 9 aprile, quindi il 9 giugno. Avendo avuto suo padre Luigi Amodeo portato via dalla venuta a Milano del Papa attuale, avrà “il pareggio dei conti” attraverso la simbolica sopravvivenza di suo padre e di sua madre, nel nuovo Papa che seguirà a Giovanni Paolo II, e sarà Dionigi Tettamanzi perché il simbolo è scritto nel suo nome: DioNigi come la fine (la finale) di Amodeo Luigi, “n”uovo Papa e papà; e il miracolo dell’adozione di Romano a nuovo figlio della Madonna, per essere stato allattato dalla “Tetta” di “M”(ariannina) “anzi” la Santa Maria, figlia di Sant’Anna. Perché queste relazioni tra i genitori di Romano Amodeo e la dinastia dei Papi? La risposta è data dalla decisione di Dio, che volle creare una famiglia che fosse messa in questa relazione. Il Signore fece nascere in Mariannina, nel 1909, la facsimile della Madonna (avente il suo nome Maria e la sua ascendenza a Sant’Anna); la fece nascere nel giorno 29 di giugno in cui furono martirizzati i Principi della Chiesa San Pietro e San Paolo (e ciò collega la madre di Romano ai Papi). Il 1909 della madre indica 1+9+0+9=20 come tutto lo spostamento 10 della presenza 10 dell’intero ciclo numerico. In sostanza indica, nei numeri, quella che fu la martirizzazione dei Principi della Chiesa, ossia il massimo successo umano espresso come il massimo iter percorribile dall’uomo (lo spostamento 10 del 10). La somma delle cifre di 29.6.1909 è 36, ed è tutto il fronte 6×6 delle componenti (centrifughe e centripete) della luce e del magnetismo legati ad una origine (ed anche questa enumerazione indica il massimo percorso, espresso dalla decina, nei 360° di tutto l’angolo giro). Il Signore fece nascere in Luigi Amodeo, il 7.7.’7, il facsimile dello Spirito Santo Re (protetto dal San Luigi Re Santo dei francesi) come un pieno volume di libertà, per quei tre 7. Con riferimento alla data di nascita del padre, la somma delle cifre di 7.7.1907 è 31 ed indica tutto il moto 30, in linea, dell’unità 1, reale come una terna che è intera nel ciclo 10 e riguarda le 3 componenti reali. Pertanto il 21 (dato da 7+7+7) indica tutto il volume come pura presenza (fatta da inerzia di spostamento), mentre il 31 (che considera anche il millennio e la decina di anni), indica tutto lo spostamento 10 del volume 21. La data di nascita di Amodeo Luigi indica allora (per numeri che sono tutti indici, esponenti della base 10 di calcolo), il movimento intero della realtà.
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Sommando insieme le indicazioni della mamma e del padre, 36 +30 indicano 66 ed esprimono tutto il quantitativo di moto, di 33/1, nel fronte 100 dato dal 10×10 (il “centuplo quaggiù” promesso da Gesù). Il risultato di questo “accoppiamento” numerico porta (ed indica per numeri) ad un “umano doppione del Cristo”, che vivrà 66 anni (il doppio dei 33 di 1 che è stato Gesù). Questa caratteristica di “doppione” deriva così dalle date di nascita del padre e della madre, ma è anche indicato dalla data della sua nascita: il 25 (la stessa attribuita dalla Chiesa Cattolica a Gesù) e – come normale per un “doppione” – nel secondo mese (posto come primo il dicembre attribuito al Cristo). Da notarsi che anche il periodo di gestazione di Romano nel grembo materno, avvenuta tra il 4.5.1937 e il 25.1.1938, fu di 266 giorni. La somma, sia di 4+5+1+9+3+7 (data della concezione), sia di 2+5+1+1+9+3+8 (data della nascita) è 29/1 ed indica tutto lo spostamento di 1 nel 30, ove 2+9=11 indica il 2 in termini binari. La durata 266 della gestazione indica in 200 tutto lo spostamento 100 del fronte 100 della presenza consistente nel “centuplo quaggiù” espresso da Gesù come tutto il “guadagno” di chi ha avuto il dono della vita, e in 66 gli anni (periodo intero, in anni, del tempo espresso in giorni) che questa “figura perfettamente simbolica, di Romano” avrebbe avuto. Pertanto la “designazione simbolica” di Romano deriva, in modo evidentissimo, da quella dei suoi genitori e da quella tutta sua, e si riferisce in modo “chiarissimo” al Gesù vissuto a sua volta 33 anni in quanto parte intera di 100:3=33,3333… in cui il massimo (100=Dio, nella Sua istantanea presenza della sezione del flusso della realtà) è suddiviso tra le 3 persone della Trinità di Dio, tanto che Gesù è 33/1, in cui il denominatore 1 è 1:3=0,3333…, la parte decimale e periodica di 100/3. Ora mentre la madre di Romano nacque nel giorno della morte dei Principi della Chiesa, il padre (Luigi Amodeo), vivente a Milano, iniziò a morire, a Milano, il giorno in cui Papa Giovanni Paolo II fece il suo ingresso ufficiale nella città di Milano, nel 1983. Luigi Amodeo (espressione assoluta, nei numeri, del “movimento”) perse ogni libertà di “movimento” (e restò paralizzato) in concomitanza con l’arrivo ufficiale in città (il “movimento ufficiale”) del Vicario di Cristo. Pertanto la mamma di Romano nacque assieme alla morte dei Principi della Chiesa e il papà di Romano perse il suo moto (e 15 giorni dopo ne morì) con l’arrivo ufficiale del Principe vigente nella Chiesa. Per questi “segni” (determinati dalle nascite e dalle loro attribuzioni dalla Chiesa Cattolica), Romano (nato il 25 gennaio, festa della “Conversione” di San Paolo al Cristianesimo e legato pertanto egli pure a questo importante Principe della Chiesa) si vide “portar via” (e lo intese veramente come un profondo “torto” dato a lui stesso, quando ciò accadde) il movimento del “papà” dai movimenti ufficiali del “Papa” (che arrivò a Milano nella sua prima visita ufficiale). Ciò “accese” – nel “doppione” di Cristo – una sorta di “ufficiale debito paterno” nei confronti della Provvidenza di Dio. Per questo motivo alla sua personale morte, che sarebbe stata il 9.6.2004 (esattamente 500 giorni dopo il suo 64° anno compiuto il 25 gennaio 2003, ove è 64 il numero che esprime il pieno tempo, dato da 26=64, e dove è 500 la metà a verso unico del 103 che indica tutto il volume)… per questo motivo, si diceva, alla sua personale morte per il mondo, sarebbe seguita una risurrezione di suo “papà” (Amodeo Luigi) nel segno del Miracolo riguardante la sopravvivenza di Romano, avvenuta per adozione della Madonna! Sarebbe stato il N(uovo) papà nella figura del “Nuovo Papa” DioNigi, collegato alla sua “fine” (ossia alla “parte finale” del cognome Amodeo e del nome Luigi): Amodeo N(eo) Luigi, per voler di Dio Padre designato come DioNigi. E questa “designazione” sarebbe stata solo la conseguenza di quell’evento “importantissimo” che ci fu, per volere di Dio: una
umana facsimile della Madonna (nata alla morte dei Principi della Chiesa) che allattò piangendo suo figlio invocando costantemente la Madonna e che avrebbe poi pregato la stessa Madonna di salvarlo da un male incurabile, avendo pietà di lui “come se fosse Gesù”, il suo innocente Figlio strappato alla vita dalla Crocifissione. Ed ecco allora che, ai 66 anni della Crocifissione del “doppione” di Gesù, come un importantissima “designazione” riguardante proprio i Principi della Chiesa, ci sarebbe stata la “risurrezione” del Papa, attraverso il nuovo Papa. Il segno importantissimo è riposto nel cognome di questo Dionigi: la sua “casata” è il “miracolo” dell’adozione di Romano a quel “nuovo figlio adottivo” della Madonna che sarebbe dovuto venire a concludere, alla fine dei tempi, quanto iniziato da Gesù, il suo figlio vero e in carne ed ossa, dandogli “realmente corpo”. La “Tetta” (di) M(arianina) anzi” la Madonna è il miracolo di questa “ricomparsa” dello spirito del Cristo, ed esso è posto alla base della “sopravvivenza” del Papato, come il “Vicariato” del Cristo. Saranno questi i segni, affidati solo alla Fede, che convinceranno i contemporanei ad avere sufficiente fede per prendere in considerazione questo libro e gli altri scritti da Romano Amodeo. Morto egli per il mondo, probabilmente Dio farà – e solo allora! – anche il miracolo (chiesto ora) della “vista data a Tommi”. E Romano “risorgerà”, nella fede in Dio, essendo riconosciuto dai credenti come quello che Dio voleva: un uomo che avrebbe vissuto per donarsi interamente al Cristo, tanto da essere infine stato condotto ad ospitarne “il suo Santo Spirito”. E l’uomo a quel punto – adattatosi a cercare le vie pulite dell’energia prendendo in considerazione quanto sostenuto da Romano Amodeo – riuscirà anche a trovarle… proprio in quella direzione indicata da lui. L’umanità riscatterà la sua fame di energia e potrà mettersi a colonizzare l’universo! Dio ha fatto un “mondo” così grande non solo perché sbalordisse gli osservatori nelle notti senza luna con tutte le sue stelle. Specie ora che l’inquinamento non le fa più quasi nemmeno vedere… le stelle e i loro lontani pianeti restano le future colonie del “Regno dei cieli” che si diffonderà nell’Universo. L’uomo deve essere “entusiasta” del “disegno” di Dio. Esso è veramente perfetto e – usciti dalla scuola dell’obbligo di questa vita che solamente prepara la nostra “abilitazione” – noi la metteremo a profitto. Ogni vita (facente parte dell’ «Opera Omnia» di Dio) potrà essere oggetto della nostra “immedesimazione”. Non ci è stata data solo questa vita! Se così fosse stato Dio non ci avrebbe amato! Essa è solo l’iniziale proposta di Dio, affinché ciascuno stabilisca liberamente “chi si voglia essere e finché lo si desideri”, all’interno del suo progetto completo, tutto accessibile e possibile (di una nuova interpretazione, in quella che la Chiesa chiama la “Vita eterna”). La nostra vita è come “una canzoncina obbligata”, fattaci imparare affinché poi si ami di cantare liberamente e a nostro gusto tutti i motivi che esistono! Appreso un motivetto qualsiasi e formato su di esso la nostra “libera volontà e il nostro gusto”, il nostro libero avvenire saranno tutti i “motivetti” come il nostro, per far nostre tutte le canzoncine come la nostra e gustarle ad una ad una a modo interamente nostro! Questo accadrà senza
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dubbio quando, alla fine (con la morte apparente) “usciremo ad uno ad uno da questa scuola dell’obbligo”! Dovremmo esser lieti di uscirne, perché si tratterà di una sublime promozione! Invece ci dispiace di uscirne! Vorremmo forse cantare sempre e solo quest’unica canzoncina? A quanto pare sì! Ci dispiace “morire” perché non abbiamo fede che Dio ci ami e voglia darci “tutto”, dopo di avere riconsegnato ciò che ci ha dato! Così ci attacchiamo disperatamente a quello che abbiamo ricevuto, anche se, per adesso, esso è solo una perfetta “schiavitù personale”, intesa però – per difetto enorme di prospettiva, nella fede – come “tutta la nostra libertà”! Siamo “veramente schiavi” in questa vita e liberi solo di “comprendere” che cosa avremmo voluto, in cambio di quella “immodificabile proposta di Dio”, eppure ci attacchiamo disperatamente a quella proposta, assolutamente immodificabile! Ci siamo talmente affezionati alla nostra “apparente libertà” (che appariva quando desideravamo le stesse cose comprese da Dio nel nostro assolutamente schiavo percorso umano imposto a noi) da non volere rischiare di perderlo! La “clonazione”, come possibile ed assoluta “condanna” alla permanenza in questa condizione “assolutamente obbligata”, è “vista” come la possibile “vita eterna!” Se pensiamo così come siamo veramente sciagurati! Eppure oggi comincia ad esserci chi lo afferma e lo sostiene! Ecco allora l’urgenza, espressa dal Piano di Dio, che il “Figlio” ritornasse a spiegare come stiano veramente le cose! Siamo davvero alla fine dei tempi, perché oggi l’uomo si sta illudendo che, potendo far ripartire il “programma” dello sviluppo umano compreso nel DNA, l’uomo “crei la vita” come se fosse Dio! L’uomo allora deve conoscere la verità. Ed è che se gli uomini “farneticano”, ciò non accade “liberamente” ma, ancora una volta, succede secondo il “progetto” di un Dio Assoluto che lo ha “così disegnato”. Dio vuol far conoscere all’uomo come “tutto gli sia lecito” ma come la vera “libertà” si abbia solo se è rispettato il suo assoluto piano della possibile libertà. La vera libertà dalla attuale “schiavitù della vita” si ha solo “morendo a questa schiavitù”. Se l’uomo attua altre cose rese possibili nel Progetto della vita dell’uomo (le sequenze del DNA) fino a poter creare un vero “doppione di se stesso”, in cui alla fine trapiantare interamente il suo “programma”, se l’uomo in apparenza lo fa… invece di “uscire da quest’inferno”, vi resterà per sempre! Contento lui… di desiderarlo! È giunto allora il tempo che ci si accorga di essere oggi solo “interpreti” di una storia virtuale realizzata dal solo Potere Assoluto che possa così realizzarla (ossia da Dio). Se ci si accorge, allora (e solo allora) si capirà di essere come un cantante che, nel momento in cui egli interpreta la apparente morte del suo personaggio, si accorge di gustare il massimo della sua vita creativa! Se l’uomo riesce a farlo, “sublima” la sua modestissima vita e si prepara come meglio non si potrebbe a gustare la vita eterna, ossia la comunione del “tutto in uno”. Pensate ai secoli dei secoli… Quante vite ci sono state? Quante ce ne saranno? Su quali Galassie l’uomo sembrerà espandere il progetto di Dio? Ebbene, restituito il nostro “spartito” (grazie solo all’apparente “morte” che sembra invece prepotentemente
strapparcelo dalle mani), si sappia che ci attende di vedere e gustare “tutte le vite di questa immensa Opera fatta da Dio”… Sono vite che saranno esattamente come questa! Si potrà tornare a rivivere la propria infanzia, i propri attimi in apparenza assolutamente perduti… ma con la sapienza di sapere finalmente in che modo essi rientrano in tutta la nostra e l’altrui vita. Se l’apparente “morte” è il “modo reale” per ritornare a gustare “realmente e liberamente” tutto il bene e l’amore ricevuto dai nostri genitori, dagli amici, dai nemici, dai parenti e dagli estranei, conoscendo la verità (finalmente!) di ogni cosa… chi è “tanto pazzo” da prediligere l’attuale “forzatura a vivere come viviamo: senza nessuna libertà di fermare l’attimo fuggente, di rivedere e di gustare la realtà se non nel ricordo? Potremo sostituire ai “poveri ricordi” (che sono la sola nostra attuale consolazione), la “replica esatta” della stessa esperienza, ma con la conoscenza di tutto quanto prima era stato oscuro! A queste condizioni chi sarebbe così “pazzo” da volerlo impedire, “vivendo in eterno” questa nostra condizione servile? Ecco il “Giudizio Universale” che Gesù avrebbe fatto alla fine dei tempi! Nulla di terribile! Avrebbe fatto capire come sarebbe stato “realmente” l’intero percorso dell’esperienza umana “così disegnata” dal Dio Creatore! Questo percorso sarebbe stato assolutamente libero da ogni vincolo dipendente dagli altri e sarebbe stato “vincolato” solo ai nostri liberi desideri ed alle nostre libertà fattive, capaci finalmente di “realizzarlo”… per interposta persona, grazie al “prossimo nostro come noi stessi”. Oggi l’uomo “ignora” qual sia, in assoluto, la relazione con il prossimo. Esso è inteso come un qualche cosa che resterà sempre “altro” da noi! Che terribile errore! Noi “saremo veramente” il nostro prossimo. Il nostro “io” supererà la sua “singolarità” attraverso l’io di tutti gli altri uomini, sui quali l’io potrà spostarsi ed immedesimarsi, allo stesso esatto modo in cui oggi il nostro “io” è immedesimato con la nostra unica storia. Ecco la novità meravigliosa portata dallo Spirito del Cristo presente nel corpo dell’umano “facsimile umano di Gesù”, chiamato in quest’epoca “Romano”! L’io non è una “condanna” (a non avere altro) ma un “dono” che potrà estendersi ad avere tutti gli “io” della storia voluta da Dio. Dio, posto un osservatore chiamato obbligatoriamente a vivere un “romanzo” inventato da Lui, non gli vuol dare solo “quel romanzo” (così come se coincidesse con il suo “io”)! Gli vuol dare tutta la “Biblioteca dei romanzi”! Per avere tutto questo, ciascuno sarà “costretto” a restituire il suo (e sembrerà la morte di ognuno). Solo allora – uscito dalla sua esperienza limitata – ogni soggetto si accorgerà che quella “Biblioteca” è posta in “Comunione reale” e che diviene accessibile a volontà. Solo allora (osservato tutto il percorso logico di tesi-antitesi e sintesi, ossia di InfernoPurgatorio e Paradiso) l’uomo esce dall’iniziale “obbligo” ed è messo in grado di gioire della conoscenza fatta dagli altri (dal prossimo) come se essa fosse la sua! Ciò in quanto noi vinceremo, supereremo la nostra “percezione singola”, senza tuttavia perderla! La “Biblioteca” sarà una somma di “libri singoli” che non andranno perduti, ma avvalorati! Vivremo andando a gustare il “fior da fiore” dell’esistenza toccata agli altri e sarà percepita esattamente “come se essa fosse la nostra”! Sarà meraviglioso! Quanto tempo ci vorrà a rivivere infinite volte (tutte quelle che vorremo), le infinite vite come la nostra comprese da Dio nell’Opera Intera della Vita creata da Lui? È la “vita eterna” preannunciata dalla fede Cattolica. È il “prossimo nostro come noi stessi” e faremo
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bene ad abituarci ad amarlo, perché solo se tu ami un altro riuscirai a far tuo anche il suo stesso gioire! Ma basterebbe solo sapere che si potrà tornare a vivere la vita già vissuta, sapendo qual sarebbe stato il “destino”! Chi non ha rammarico, oggi, per non aver detto, per non aver fatto? Quante volte avremmo potuto dire “ti amo!” a chi ci ha dato la vita? Quante volte non lo abbiamo fatto? Orbene, tornati a vivere nel passato quello che nel passato è accaduto, non potremo certo “modificarlo poi”… ma c’è un “oltre” (agli eventi) che riguarda quella nostra possibilità di “interagire” che già oggi ci fa intendere di “essere liberi” (mentre non lo siamo) che potremo usare “interagendo in modo diverso”. Saranno come le occhiate colme di significato che attori, tenuti a rispettare scrupolosamente il testo, tuttavia si lanciano, per segnalare come una cosa siano le cose dette e fatte ed un’altra quelle “finalmente volute”! Quando chi non ha detto “ti amo” a chi poteva dirglielo (e non lo fece, perché così era stato disegnato dal Creatore della storia) si riporterà a quella data e farà “essere di nuovo” quello che “già fu”, potrà comunicare tutto il suo rammarico per l’obbligo imposto da quel testo… potrà assumere una posizione interiore che quell’altro o quell’altra immediatamente capirà! Si trasmetteranno messaggi, discorsi telepatici che non dipenderanno in modo assoluto dalla “parte obbligata” che nuovamente si “interpreterà”. In questo modo tutti noi rimetteremo a posto tutte le cose, riusciremo ad affermare la nostra libertà rispetto alla pura e semplice “proposta iniziale ed obbligata” fatta dal Dio creatore. Insomma “telepaticamente” noi ridefiniremo tutta la nostra volontà e la riscatteremo dai vincoli della proposta obbligata! Difficile da capire come? Oh, no! Immaginate prima due personaggi che, scambiando la parte recitata per reale, erano prima pieni di acredine e di cattiveria reciproca… immaginate che alla fine abbiano capito di essere solo interpreti! Orbene, la seconda volta e poi tutte le seguenti che reciteranno nuovamente quello spartito, mentre diranno e in apparenza faranno le stesse terribili cose, avranno definitivamente preso le distanze da quelle terribili parti… Così toccherà – ad esempio – che una ebrea condotta nel forno crematorio non proverà più disprezzo per il suo carnefice, in quanto lei si accorgerà di essere una semplice attrice e che lui è un semplice attore… che magari si piaceranno e stimeranno per la bravura della loro recitazione. Se sono un attore, io posso amare un’attrice che, nella sua storia obbligata è tenuta solo a far soffrire… il mio personaggio (e non me! Io sono solo il suo attore!) Finché avrò confuso quella storia per vera io mi sarò arrovellato a chiedermi “ma perché fa questo, a me che l’amo? Ed io, perché seguito ad amare?”, ma, alla fine, mi accorgerò che l’amavo… indipendentemente da quella ingrata parte obbligata fatta assumere dal Creatore della storia al personaggio apparentemente mio “nemico” (ma nemico solo del mio personaggio e non di me che solo l’interpreto). Ecco, chi oggi riesce già ad amare tutti, indipendentemente da quello che gli altri gli sembrano fare (di positivo e negativo) si è già posto nella condizione di avere “sublimato” questa realtà, riuscendo già a scorgere quello che vi è di “oltre”… da vedere e gustare. Dio già ci ama tutti in questo modo, giacché Egli per primo conosce come il “fare” apparente non dipenda da noi ma solo da Lui. E questo Dio, che è all’origine delle tragedie dell’uomo, dei bambini morti sotto i terremoti, degli innocenti perseguitati, dei cattivi che vincono, insomma di tutto l’apparente “male che esiste” e di tutto l’apparente “bene”, sarà finalmente capito ed amato egli pure!
Il “Giudizio Universale”, espresso da tutti gli uomini nei confronti di Dio, non sarà solo di “assoluzione” per tutto questo “male apparente” decisamente, spietatamente propinato, ma veramente di “assoluto ringraziamento”, perché, grazie a quella paura di perdere che egli ci ha messo dentro, ci ha potuto dare la gioia di poter vincere sempre e a volontà, in definitiva! Dio ci apparirà come un “Enorme Burbero benefico” e tutti ci commuoveremo e gli chiederemo “perdono”, per averlo “mal giudicato” quando, dovendo subire un apparente “torto”, lo abbiamo “insultato”, dicendo: “Ma Dio dov’è? Oh, non c’è, perché se ci fosse non lo tollererebbe, certamente! Non vorrebbe che accadesse!” Ora se Dio non avesse trattato così già Gesù e tutti coloro che egli più ama, si farebbe fatica a credere che quel terribile ed assoluto “male” fosse il maggiore di tutti i beni! Ma gli si può credere in quanto il “divenire” non esiste, al punto che se noi abbiamo l’impressione di finire “in un assoluto male” la verità assoluta è che ne stiamo veramente venendo via con la nostra “pura essenza”! * ** Giunse e passò il primo gennaio 2003 e Tommaso Urbani non riacquistò la sua vista. Eppure accaddero cose talmente “fuori dall’ordinario”, che Romano non ebbe dubbi che un giorno (di questo momento obbligato della vita che vediamo), il suo amico avrebbe ricevuto questo immenso dono per il quale egli si era impegnato di fronte a Dio. Tutti i segni furono molto importanti, ma solo da interpretare. A parte le risposte che Romano continuò ad avere alle sue domande (attraverso le campane), cominciò a vedere “a caso (?)” la sua Santa un giorno sì ed uno no. In un funerale in cui cantò in onore di un defunto, la vide (a caso?) presente in mezzo a tutta la gente alla quale aveva dato una fuggevole occhiata, e si accorse che Dio gli aveva dato la gioia di cantare un’ultima volta per lei. Una mattina la vide entrare in Chiesa per una breve preghiera, prima di recarsi al lavoro, e poi, uscita, lo salutò con molta semplicità e pulizia, quasi stessero per essere spazzate via tutte quelle sue incapacità per la cui rimozione Romano aveva pregato. In quanto a Tommi, un sabato lo rivide davanti a se in Chiesa durante la messa delle 18. Il ragazzo, avendo finito tutti di cantare durante la Comunione, udendo il silenzio generale, iniziò, dopo alcuni minuti, a cantare da solo. Accadde che, ad una ad una, si unirono altre voci e tutto quel brano fu nuovamente cantato dall’intera Assemblea, veramente solidale con Tommi. Il solo Romano non riuscì a emettere suoni, perché, commosso oltre ogni dire nel vedere quanta partecipazione di tutti si fosse realizzata a favore del modo di essere di quel ragazzo, gli venne un nodo in gola che glielo impedì, finché non pianse, di nascosto, con il volto tra le mani come se fosse in preghiera. Quei “tutti”, mobilitati per lui, erano l’immagine concreta di Dio e Romano ebbe sentore di quanto stesse a cuore, presso il Signore della vita e della bontà, l’essenza santa del piccolo Tommi! Gli ritornò in mente di quella sera di due anni prima, quando il ragazzo prese con la mano sinistra Romano, con la destra la Maestra e percorse con loro quei 15 metri di strada tra il cancello dell’Asilo e l’ingresso della costruzione: non era nulla di speciale, ma, mentre
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accadeva, Romano aveva avvertito qualcosa di importantissimo ed era proprio tutto quello che sarebbe accaduto poi, di eccezionale importanza, tra queste tre persone. Sono tre persone che non si frequentano, ma io, lo Spirito di questo libro, so che esse hanno una grande stima, l’una dell’altra, anche se – nel tentativo di autodifesa che spesso costringe le persone a non esprimere il senso del vero – tante volte e specie Romano ha saputo di essere giudicato, dalla sua “santa” e altrettanto incompresa come lui, semplicemente “uno scemo, uno che veramente non è mica tanto normale!” Se Romano non fosse stato reso “libero”, veramente “libero” (in apparenza) dal Dio disegnatore della storia, avrebbe vissuto (in apparenza) anch’egli “di rimessa”. Dio l’ha voluto, invece, in apparenza talmente libero, da sfidare tutti in nome della sua fede in Cristo. Su Cristo appare “avere gettato tutte le sue reti”: “Signore, da Chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna!” Se gli altri ne ridono e lo giudicano, sol per questo, uno “scemo”, facciano pure! “Risus abundat in ore stultorum!”. Amodeo è convinto che “nulla passa e che tutta la vita e la sua essenza verrà conosciuta, infine, nella sua verità; e che sarà allora il momento di ogni vera rivincita”. Sarà allora che il nemico, che si accorgerà di essere stato amato nonostante avesse inimicizia, diverrà proprio, per lui, quel migliore degli amici che per lui egli già è, ed essendo giudicato “scemo” proprio per questo… Oggi nel mondo c’è rivalità, come se il bene dato ad un altro fosse sottratto a sé! È invece vero l’esatto opposto, siamo “uno per tutti e tutti per uno”, come nei “Tre Moschettieri del Re”: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Ciascuno di noi, proprio partendo dai suoi assoluti limiti iniziali, li supererà in assoluto, fino ad essere “come Dio”, un interprete capace del potere assoluto di essere chiunque, all’interno della Storia Universale tracciata da Dio ed eternamente valida e disponibile, per una comune e generale vittoria del Bene sul Male, secondo l’idea che ciascuno si sarà fatta dell’Una cosa e dell’Altra.
chiarite a tutti, definitivamente, le idee a proposito di “chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo”… “Siamo come un “soffio” di Dio, in grado di attribuire qualità ad un progetto puramente numerico, grazie ad una visione divisa” “Veniamo da un progetto creativo, osservato per gradi, come un flusso” “Andiamo verso il dominio di tutta l’opera creata e già tutta esistente”. Niente di tutto ciò “accade” in assoluto, ma Dio, l’Ente assoluto, regola il tutto per numeri relativi, tanto che poi l’interpretazione graduale sembri dar luogo al divenire dell’essere, allorché egli “ordina” FIAT LUX! e una corrente elettrica cerebrale (il nostro “io”) inizia a scorrere su quell’essere un tutt’uno, osservandolo in sequenza ed alla velocità della luce che è solo la radice quadra di c2. La Relatività Generale scoperta valere da Einstein vale esattamente come disse: E=mc2, ossia E/m = c2 Poiché noi vediamo scorrere il tempo alla velocità c e non a quella c2 della sezione del flusso della realtà nel tempo, il nostro “tempo” perde tempo rispetto alla simultaneità del rapporto tra l’Energia e la Massa. Pertanto il “tempo” umano è il rallentamento della conoscenza di quello che esiste già ed esiste tutto insieme, come l’intero Progetto di Dio. E la vita diventa come una TAC in cui la sezione risulti tutta come un’area, mentre l’accertamento, sezione dopo sezione, della terza dimensione, impiega tempo e noi lo immaginiamo (a torto) come il “divenire” dell’unica sezione che vediamo. È in questo modo che l’Essere appare nel suo “Divenire” e l’insieme di differenti fotogrammi osservati in sequenza appare come “il divenire di un film”. Se l’uomo non si sbarazza dell’idea che esista “il divenire”, non arriverà mai a capire l’esistenza dell’intero “progetto” che è “in essere” ma appare “in divenire”, a poco a poco, giacché, in profondità, accertiamo sempre alla velocità c quello che invece c’è già e come c2.
Amodeo ringraziò infine quel suo Disegnatore per quanto l’avesse “castigato”. Gli aveva infuso la massima speranza: di aver dato corpo addirittura al Cristo! E che fosse vero e sia vero tutti lo vedranno, quando esisterà una realtà interamente dominata dai sogni più belli! In quella realtà chi avesse chiesto e sperato di “dar corpo” al Cristo, avrebbe visto di essere stato esaudito, perché Dio lascia solo a te di porre un limite alle tue speranze. Se tu non credi che Dio ti voglia dare tutto… non lo avrai, per difetto di Fede nella sua bontà. Se tu credi che quello che è dato a te sia sottratto agli altri, non hai capito come si sia tutti in uno, tanto che solo se qualcosa è data ad uno, solo allora è concessa anche a tutti. Dio ha dato vita al suo “figlio unico” perché, dando a Lui, avrebbe concesso a tutti di essere altrettanto, anche – e dichiaratamente – a Romano Amodeo, che avrebbe realmente permesso a Gesù di “Vincere la Morte” e di esprimere il “Giudizio Universale” su tutta la vita realizzata e contenuta nel Progetto di Dio: per quanto riguarda tutto il passato, il presente ed il futuro. Saronno, 30.3.2003 Romano Amodeo… non lo ha “fatto” da sé. Dio ha voluto che apparisse a tutti “come se” Romano Amodeo lo avesse fatto da sé. “Come se”…! La vita e l’esistenza intera sono il “facsimile” di una realtà in cui tutti i Valori sono stati decisi dal Creatore, e Romano è stato voluto come quel “facsimile” che consentisse ai valori dello Spirito del Cristo di apparire ricomparsi, in questi tempi, affinché fossero