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Attualità Cultura Stili di Vita ∙ Trimestrale ∙ n°46 ∙ Primavera 2021 ITALIA €7,00 — AUT €13,80 BE €13,00 FR €15,30 DE €17,50 PRT €12,00 UK £9,50 ES €12,00 CH Chf13,90 IN EDICOLA DAL 12 FEBBRAIO 2021
Damiano e Fabio D’Innocenzo
INCONTRO CON LA COPPIA CREATIVA CHE TUTTI INDICANO COME IL FUTURO DEL CINEMA ITALIANO
Arte
LA SUORA DELLA POP ART
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uando, all’età di 18 anni, Frances Elizabeth Kent entrò nell’ordine religioso del Cuore Immacolato di Maria, nessuno, eccetto l’amica del tempo, sembrò sorpreso. Era il 1936 e i Kent, che da diversi anni vivevano a Los Angeles, erano una tipica famiglia cattolica. Sister Mary Corita, come da quel momento si farà chiamare, era la penultima di sei figli di cui due indossavano già la tonaca. Lei dirà di aver sempre voluto essere una suora. Non si sorpresero neppure quando, 32 anni dopo, nel 1968, Corita abbandonò la vita monacale e si stabilì a Boston. L’opposizione dell’arcidiocesi di Los Angeles all’impulso progressista del Concilio Vaticano II era ostinata e, come lei, altre suore lasciarono l’ordine. Quello che nessuno si aspettava era che Corita potesse diventare un’ar-
tista di successo, capace con le sue opere – brillanti, audaci, coloratissime – di veicolare messaggi di amore, speranza e giustizia in un mondo che stava cambiando. • Al pari di quella religiosa, la vocazione Dall’alto: artistica di Corita Kent si manifesta assai • Corita Kent precocemente. Incoraggiata dalla famiglia, • Corita Kent, manflowers, 1969 frequenta l’Otis Art Institute di Los Angescreenprint, 58,4 x 30,5 cm les e qualche mese più tardi entra all’Immaculate Heart College, di cui, dopo la laurea • Corita Kent, the day - shell writing #1, 1976 e un master in storia dell’arte, assume la screenprint, 56 x 56 cm direzione del dipartimento artistico. Tra i suoi maestri ci sono Alois Schardt e soprattutto Charles Eames, il geniale architetto e designer che fa spesso visita al College e grazie al quale Corita matura l’interesse per il progetto e una crescente insoddisfazione per l’arte figurativa. Dalla vedova del muralista messicano Alfredo Ramos Martínez apprende invece i fondamenti della serigrafia. I primi lavori, realizzati a partire dagli anni ’50, risentono dell’influenza dell’Espressionismo astratto e combinano temi biblici ed elementi moderni, come le sedie di Eames su cui siedono gli invitati alle nozze in “at cana of galilee” del 1952. La svolta decisiva arriva però dieci anni dopo, quando alla Ferus Gallery di Los Angeles vengono esposte le Campbell's Soup Cans di Andy Warhol. È la prima mostra della Pop Art sulla West Coast e Corita ne rimane folgorata: «Tornando a casa vedevo tutto come Andy Warhol», racconterà in seguito. Ha scoperto che può trovare ispirazione nelle corsie di un supermercato, trasformando ad esempio il packaging a cerchi del pane in cassetta Wonder o un pomodoro Del Monte nel “più succoso di tutti i pomodori”: Maria. Crea una sorta di Factory all’inTutte le foto sono Courtesy of the Corita Art Center, Immaculate Heart Community and kaufmann repetto Milan / New York
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terno del convento e arruola i suoi studenti e le sue consorelle in una battaglia contro la fame nel mondo, la guerra in Vietnam, le disuguaglianze sociali, le discriminazioni razziali. Si appropria del linguaggio del consumismo, ma prende spunto anche da e.e. cummings, Kierkegaard, Gertrude Stein, citando senza distinzioni i Beatles e la Bibbia. «Gli artisti hanno sempre lavorato con quello che li circonda. Nel XVIII secolo erano signore, signori e divanetti in giardino; oggi potrebbero essere barattoli di zuppa Campbell e segnali stradali. Non c’è una reale differenza», spiega. • Intorno alla metà degli anni ’60 Corita è una celebrità, con mostre a Los Angeles, New York e in Connecticut. Ha contatti con John Cage, Buckminster Fuller, Hitchcock, Henry Miller, che invita regolarmente alle sue lezioni, mentre lei stessa tiene conferenze sui suoi metodi d’insegnamento innovativi. Nel 1967 Harper’s Bazaar la annovera tra le cento donne americane di successo; qualche mese dopo è sulla copertina di Newsweek, che titola «The Nun: Going Modern». «È una suora e un’artista, è così moderna», scrivono, stentando quasi a credere che le tre cose possano coesistere in una sola persona. L’arcidiocesi di Los Angeles intanto è preoccupata: le attività del College sono troppo liberali e l’arte di Corita blasfema. Lo scontro si inasprisce e l’anno successivo Corita lascia l’ordine. Si trasferisce a Boston, dove realizza progetti su commissione e lavora per le numerose gallerie che la rappresentano. La sua arte si fa più introspettiva, più politica, con serigrafie che Dall’alto: riflettono sulle uccisioni di Robert Kennedy e Martin • Corita Kent, with love to the everyday miracle, 1967 screenprint, 58,4 x 88,9 cm Luther King, sulle tensioni razziali e l'escalation della • Corita Kent, my country, 1981 guerra in Vietnam. Muore screenprint, 17,8 x 12,7 cm nel 1986, malata di cancro, • Corita Kent, come off it, 1966 ma celebrata in tutto il Paese screenprint, 76,2 x 91,4 cm come la suora della Pop Art. Oggi la carica dirompente dei messaggi di Corita ha conquistato Chloé, che ne ha fatto una dichiarazione di vitalità e armonia, inserendo alcune sue stampe nella collezione Primavera Estate 2021 firmata da Natacha Ramsay–Levi. A Milano invece si svolge la prima retrospettiva italiana: dal 4 marzo al 17 aprile la galleria kaufmann repetto ospita 35 opere che ne ripercorrono la carriera, mostrandone gli sviluppi e le svolte inattese. Z — Alessia Delisi
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ato nel 2011, cc–tapis è un brand di tappeti contemporanei che si è guadagnato la sua reputazione grazie a un approccio innovativo e alla collaborazione con alcuni dei più acclamati designer del panorama internazionale – Martino Gamper, Philippe Malouin, Sabine Marcelis, Patricia Urquiola e Bethan Laura Wood fra gli altri. La tradizione del tappeto annodato a mano da artigiani tibetani in Nepal si adatta alle esigenze dei nuovi modi di abitare e coglie le possibilità offerte dalla tecnologia. L’attenzione al tema della sostenibilità, sia ambientale che sociale, determina scelte virtuose, dalla selezione dei filati alle tecniche di produzione (come l’utilizzo di acqua piovana purificata per il lavaggio del manufatto finito), fino al packaging e al progetto cc–foreducation, con cui l’azienda supporta l’istruzione degli studenti nepalesi. «La sostenibilità è un mindset», dicono dallo showroom milanese i fondatori Fabrizio Cantoni, Nelcya Chamszadeh e Daniele Lora. • Born in France. Designed in Milan. Produced in Nepal suona quasi come il payoff dell’azienda. Sono le tre anime di cc–tapis? Più che altro è la sintesi del nostro percorso. È cominciato tutto oltre 18 anni fa, a Strasburgo, con l’apertura di un negozio di tappeti persiani tradizionali e l’idea, prima o poi, di realizzare un prodotto customizzato. Ci siamo avvicinati al tappeto tibetano annodato a mano per via dei tempi di produzione: tre o quattro mesi, a differenza di quello persiano, che richiede quasi due anni. Il brand vero e proprio è nato nel 2011. • Cos’è successo dopo? Abbiamo esordito al Fuorisalone con una piccola collezione autoprodotta. Lavoravamo con gli architetti e i rivenditori per essere distribuiti in tutto il mondo, ma collaborazioni con altri designer ancora non ce n’erano, facevamo tutto internamente, cercando di sviluppare il nostro linguaggio. • Qual è l’elemento di innovazione del brand, per cui è riuscito a imporsi sul mercato?
Intervista ai designer fondatori del brand di tappeti contemporanei, tra sostenibilità, collaborazioni e sfide del futuro.
cc–tapis di Alessia Delisi rivistastudio.com
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Il fatto di prendere un know–how millenario, com’è quello dell’annodato a mano tibetano in Nepal, e renderlo contemporaneo. In che modo? Anzitutto attraverso il disegno, che volevamo con una sensibilità più occidentale, poi tramite l’utilizzo di altri materiali. La mission era creare un marchio associato a designer che rendessero cool un prodotto rimasto fino a quel momento un po’ in penombra. Un’altra cosa che ci ha sempre contraddistinto è il fatto di considerare il tappeto come parte di un progetto architettonico, anziché mero elemento decorativo. • Quanto è importante in questo la dimensione narrativa? I tappeti che sviluppiamo in collaborazione con altri designer hanno tutti uno storytelling alle spalle, un’idea che viene però interpretata, adattata alle nostre tecniche produttive. Come nel caso di Lines di Philippe Malouin: l’imperfezione del gesto – quello di tracciare linee su un foglio di carta con i pastelli colorati – diventa, nel prodotto finale, l’imperfezione della tintura della lana, un risultato diverso, eppure concettualmente identico. Questo atteggiamento caratterizza tutte le collezioni di cc–tapis. • Quali sono i vostri mercati di riferimento? Scherzando ci piace dire che siamo piccoli dappertutto. Il nostro è un prodotto di nicchia, per cui attiriamo un pubblico di estimatori tanto dell’artigianato quanto del design d’avanguardia. Stati Uniti e Canada, Sud–Est asiatico, Francia e Londra è sicuramente dove siamo più forti. Da pochissimo poi ci siamo affacciati sul mercato contract con una linea dedicata; fino allo scorso anno il 95 per cento del nostro fatturato era residenziale. • Essere sostenibili oggi è indispensabile. Come risponde cc–tapis alla richiesta di reinventare il modo di produrre? Il tappeto annodato a mano è di per sé un prodotto sostenibile, perché dura a lungo ed è fatto con materiali naturali, senza acidi né agenti chimici. Il nostro obiettivo – e in questo il lockdown ci ha dato una spinta ulteriore – è rendere la catena produttiva ancora più sostenibile, intervenendo per esempio sul packaging delle spedizioni. Dal 2021 garantiamo infatti imballaggi completamente privi di plastica, realizzati con un materiale impermeabile, una sorta di denim ottenuto dai tessuti diretti in India per essere riciclati. Stiamo anche avviando una collaborazione con un’azienda di moda, per cui nel packaging ci sarà il cartamodello di una t–shirt. Non cambierà il mondo, ma contribuisce a mettere in moto la logica dell’economia circolare. Crediamo che la sostenibilità sia un mindset. • E poi c’è il catalogo digitale. Questa è un’altra cosa che abbiamo fatto nel 2020, ovvero non stampare il catalogo, ma creare un vero e proprio sito nel sito, dotato di contenuti multimediali come video e immagini collegate ai social dei vari designer. Ci piacerebbe usare il cartaceo diversamente, realizzando ad esempio un libro per i clienti. Entro la fine dell’anno poi vorremmo compensare il viaggio dal Nepal dei nostri tappeti, in modo che tutta la filiera produttiva sia a impatto zero. Ma abbiamo anche in programma una collezione contract realizzata con le plastiche recuperate negli oceani. • Nuove sfide per il futuro? Un obiettivo è sicuramente creare uno shop online adatto alle nostre esigenze, con collezioni e metodi di vendita ad hoc. Ci piacerebbe anche iniziare a collaborare con altri marchi, mischiando i brand, ibridando le identità. Una pratica già esplorata dalla moda che troviamo fantastica. Z
«I tappeti che sviluppiamo in collaborazione con altri designer hanno tutti uno storytelling alle spalle, un’idea che viene però interpretata, adattata alle nostre tecniche produttive»
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