SPECIALE I GIORNI DELLA RICERCA

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Finanziare progetti di ricerca svolti presso laboratori universitari, ospedali e istituti scientifici
Sostenere IFOM, l’istituto di oncologia molecolare di AIRC, fornendogli le risorse necessarie per il suo piano di sviluppo
Perfezionare la preparazione di giovani ricercatori attraverso borse di studio e progetti speciali
Sensibilizzare e informare l’opinione pubblica sui progressi compiuti dalla ricerca oncologica e sull’importanza della prevenzione e della diagnosi precoce
Fondazione AIRC | Affrontiamo il cancro. Insieme. AIRC è la principale organizzazione non-profit per il finanziamento della ricerca oncologica indipendente in Italia, grazie alle donazioni di cittadini e aziende che ne condividono la missione: una comunità di persone impegnate a rendere il cancro sempre più curabile. Dal 1965 ha investito oltre 2,5 miliardi di euro in migliaia di progetti di ricerca che hanno prodotto risultati concreti per la prevenzione, la diagnosi e la cura del cancro, e hanno contribuito alla crescita della comunità scientifica italiana e alla formazione dei suoi giovani talenti. AIRC raccoglie fondi e li assegna in modo trasparente ai progetti di ricerca oncologici più meritevoli. Diffonde la cultura della salute e della prevenzione nelle scuole, nelle piazze, nelle aziende e attraverso i mezzi di comunicazione.
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CONOSCERE MEGLIO LA BIOLOGIA DEI TUMORI


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L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE IN ONCOLOGIA

VERSO NUOVI TEST DI DIAGNOSI PRECOCE DEI TUMORI
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18 PROGRESSI CHE CAMBIANO VITE
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CIOCCOLATO AIRC: BUONO PER TE, BUONO PER LA RICERCA


La cura si chiama ricerca Dai, solo con il tuo supporto possiamo sostenere oltre 770 progetti di ricerca per rendere il cancro sempre più curabile. Puoi donare con carta di credito su airc.it e con bonifico bancario sul conto dedicato de I Giorni della Ricerca: IT45E0503401633000000008069. Se doni tramite bonifico bancario, ricordati di inserire i tuoi dati anagrafici completi di indirizzo o il tuo codice nello spazio riservato alla causale, così potremo ringraziarti per il tuo sostegno.

Fondazione AIRC fa la differenza per la ricerca oncologica in Italia. Lo illustra il rapporto Alle fonti della ricerca, redatto dagli esperti del CERGAS (Centro di ricerca sulla gestione sanitaria e sociale) dell’Università Bocconi, che hanno analizzato l’allocazione dei fondi per la ricerca oncologica in Italia tra il 2016 e il 2023. In questo arco di tempo, AIRC ha sostenuto la ricerca per un totale di circa 970 milioni di euro. Un supporto che ha rappresentato circa il 70% dei fondi nazionali destinati alla ricer-
ca competitiva sulle neoplasie in Italia. Ma il contributo della Fondazione non si limita al – fondamentale – sostegno ai ricercatori. Infatti, da 60 anni AIRC porta avanti un’opera di sensibilizzazione e informazione che ha favorito un cambiamento culturale profondo: il cancro oggi spaventa molto meno rispetto al passato. Secondo una recente indagine del CENSIS, circa il 70% delle persone in Italia è convinto che in futuro la ricerca scientifica consentirà di scoprire terapie capaci di curare ogni tipo di tumore.
Il ruolo di primo piano dell’Italia nella ricerca oncologica affonda le sue radici nel contributo delle persone Tutto ha inizio negli anni Sessanta, con un gruppo di medici-scienziati e imprenditori, tra cui Umberto Veronesi, Giuseppe Della Porta e altri, all’epoca all’Istituto nazionale dei tumori (INT) di Milano. Questi esperti importano in Italia un modello di sostegno alla ricerca in uso negli Stati Uniti, in cui si invitano i cittadini a contribuire alla raccolta dei fondi per gli studi oncologici. Proprio a partire da questa visione 60 anni fa nasce AIRC, che nell’arco di 15 anni diventa un motore della rivoluzione in oncologia, finanziando i progetti più promettenti in tutta Italia. Tra i primi successi, le sperimentazioni cliniche di Gianni Bonadonna aprono la strada all’uso della chemioterapia, fino ad allora riservata solo ai tumori del sangue, anche per alcune neoplasie solide. Rivoluzionarie si riveleranno anche le tecniche chirurgiche meno invasive per il cancro al seno introdotte da Umberto Veronesi.
Negli anni Novanta, con l’istituzione della Giornata nazionale per la ricerca sul cancro, l’Italia inizia a parlare apertamente dei tumori e a sottolineare l’importanza dell’informazione per ridurre il rischio di sviluppo di alcuni tipi di neoplasie. Intanto, i ricercatori cominciano a esplorare
approfonditamente la relazione tra geni e cancro, aprendo la strada all’oncologia molecolare, che alla fine del secolo comincia a trasformare l’approccio alla malattia. Infatti, grazie alla conoscenza del profilo genetico dei tumori, i ricercatori iniziano a capire perché alcune terapie funzionano solo per certi tipi di neoplasie e a progettare farmaci più precisi e mirati. La complessità del cancro diventa sempre più evidente. Non esiste una sola malattia, ma una moltitudine di patologie diverse, ciascuna con caratteristiche particolari, che necessitano di metodi di prevenzione, diagnosi e cura sempre più specifici. Il nuovo secolo si apre con terapie innovative come gli
Quante persone si ammalano di cancro in Italia? E quante guariscono? Ne abbiamo parlato nel podcast Fondamentale con Franco Perrone, ricercatore AIRC presso l’Istituto nazionale tumori Fondazione Pascale e presidente dell’Associazione italiana oncologi medici (AIOM).
Inquadra il QR code per ascoltare la puntata.

anticorpi monoclonali, seguite dalle immunoterapie e le terapie cellulari a base di CAR-T. Appaiono anche nuovi importanti strumenti di prevenzione oncologica, il vaccino contro l’epatite B e quello contro alcuni ceppi oncogeni di Papillomavirus, e si consolidano le campagne di screening di popolazione per la diagnosi precoce di alcuni tipi di tumore. Inoltre, si approfondiscono alcuni meccanismi che influiscono sull’insorgenza e lo sviluppo del cancro come le infiammazioni, il microambiente tumorale e il microbiota. Infine, si fa sempre più attenzione alle differenze di genere, che influiscono sul rischio di sviluppare tumori e sulla risposta alle cure, e alla qualità della vita dei pazienti.
VERSO IL FUTURO DELL'ONCOLOGIA
Le novità all’orizzonte sono molte. Tecnologie come la biopsia liquida, che consente di rilevare il DNA tumorale nei fluidi biologici, permettono di scoprire la ripresa della malattia in anticipo rispetto ad altri metodi. Le terapie a base di mRNA e le tomografie
computerizzate (TC) a bassa dose sembrano aprire nuove frontiere diagnostiche; dallo studio delle molecole di RNA potrebbero nascere trattamenti inediti. Altre possibili promesse vengono dalle nanotecnologie e dall’intelligenza artificiale, che grazie all’analisi di grandi quantità di dati potrebbe migliorare la prevenzione, la diagnosi e la cura dei tumori. È proprio alle più recenti innovazioni in oncologia che abbiamo riservato questo speciale di Fondamentale, realizzato in occasione dei Giorni della Ricerca, iniziativa di AIRC che a novembre porta la scienza tra le persone per raccontarne i progressi e raccogliere sostegno. Un modo per costruire, giorno dopo giorno, un futuro libero dal cancro
In occasione dei 30 anni di collaborazione, Rai e AIRC hanno prodotto “Nessun Uomo è un’isola” - AIRC: 60 anni per la ricerca sul cancro, un documentario che racconta la comunità di persone che da 60 anni affronta il cancro insieme e il valore del loro impegno per far avanzare la conoscenza e la cura dei tumori.
È disponibile su RaiPlay a partire da novembre.

Nel nostro organismo le cellule si riproducono per diversi motivi, ad esempio per consentire la crescita del nostro organismo o per sostituire le cellule che sono state eliminate perché vecchie o danneggiate. La moltiplicazione delle cellule inizia e si conclude secondo regole precise, ma nei tumori questi meccanismi non funzionano a dovere: le cellule proliferano in modo incontrollato, e i processi che portano alla morte delle cellule anomale sono compromessi.
Da tempo sappiamo che spesso all’origine di questi fenomeni ci sono delle alterazioni genetiche, le quali, accumulandosi, alterano i sistemi di regolazione. Ma negli ultimi decenni i ricercatori hanno portato alla luce un panorama molto più complesso. Oltre che dalla genetica, è ormai chiaro che lo sviluppo di un tumore è influenzato da molti fattori, come l’ambiente cellulare, le interazioni con molecole presenti nel microambiente circostante, il microbiota, lo stile di vita e l’esposizione a sostanze
inquinanti. Tra i fattori principali che possono influire sullo sviluppo e la crescita di una neoplasia vi sono:
• le alterazioni strutturali o funzionali di molecole regolatorie come proteine, RNA, ormoni e altri segnali cellulari coinvolti nei processi di espressione genica o nell’interazione con le cellule malate;
• lo stato infiammatorio cronico, che può favorire la proliferazione di un tumore;
• il sistema immunitario, che può perdere la capacità di riconoscere e distruggere le cellule cancerose oppure, in alcuni casi, essere influenzato dalle cellule maligne e indotto a “risparmiarle” o persino favorirne la crescita;
• le modificazioni epigenetiche, ovvero cambiamenti strutturali che influiscono sull’espressione dei geni senza alterare la sequenza del DNA.
Ognuno di questi fattori potrebbe ssere un possibile bersaglio per prevenire o curare un tipo di tumore, ma la complessità è grande e c’è ancora molto da scoprire.
ESPLORARE IL CANCRO: UN ESEMPIO DAL LABORATORIO
Alcuni tumori sono più semplici da trattare rispetto ad altri. Infatti, possono esserci differenze biologiche significative anche tra neoplasie dello stesso tipo che si sviluppano in due pazienti diversi. Queste differenze rendono complesso
identificare un bersaglio terapeutico unico. È il caso, per esempio, del mieloma multiplo, un tumore del sangue che colpisce soprattutto persone in età avanzata.
“Itl mieloma multiplo è un tumore eterogeneo: è come se ogni paziente potesse avere una forma diversa rispetto a quella di un altro paziente” spiega Elisa Taiana, ricercatrice presso la Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale maggiore policlinico di Milano, che ha prestato il volto alla campagna I Giorni della Ricerca di AIRC. Sostenuta da un My First AIRC Grant, finanziamento che mira a favorire l’indipendenza dei giovani ricercatori, coordina un gruppo di studio che potrebbe contribuire a trovare una soluzione al problema. “Il mio progetto è incentrato sullo studio della proteina NONO, presente in tutti i pazienti con mieloma multiplo e associata a forme più aggressive della malattia. L’obiettivo principale è comprendere meglio il ruolo di NONO nel mieloma multiplo, per provare a individuare un possibile tallone di Achille della malattia, da sfruttare per lo sviluppo di nuove strategie terapeutiche” racconta Taiana. Il suo progetto, di durata quinquennale, è al terzo anno, e ha già prodotto alcuni risultati
promettenti: “Abbiamo osservato che NONO aiuta le cellule tumorali a sopravvivere. Quando rendiamo la proteina incapace di svolgere la sua funzione, le cellule malate vanno in sofferenza e tendono a morire più facilmente”. Quindi, NONO potrebbe potenzialmente diventare un bersaglio terapeutico contro il mieloma multiplo. Ma non solo: “Secondo i dati presenti nella letteratura scientifica, la proteina NONO è molto attiva anche in altri tipi di tumore. Questo significa che i nostri risultati potrebbero avere un valore anche per altre forme di cancro” aggiunge Taiana. Questo progetto di ricerca è nato 3 anni fa, ma trae ispirazione da ricerche precedenti, a loro volta sostenute da AIRC. “Per circa 7 anni abbiamo studiato, sempre nell’ambito del mieloma multiplo, il ruolo di una particolare molecola di RNA che ha un legame molto stretto con la proteina NONO su cui stiamo lavorando attualmente” spiega Taiana. Gli RNA sono filamenti di materiale genetico con molte funzioni diverse, tra cui tradurre le informazioni contenute nel DNA in proteine. Esistono però RNA non codificanti (cioè non usati per produrre proteine), che svolgono altri compiti, come regolare l’attività dei geni o contribuire a processi cellulari. “Con quello studio avevamo individuato nel mieloma multiplo un RNA non codificante alterato, che aiutava le cellule tumorali a sopravvivere. È il bello della ricerca: ogni passo che

compiamo apre porte nuove, che a loro volta si affacciano su altre porte, come rami di un albero che generano altri rami. Ognuno rappresenta una potenziale linea di ricerca, e alcune possono germogliare e diventare percorsi promettenti per sviluppare nuove terapie” commenta Taiana. Il contributo della comunità scientifica internazionale è fondamentale, sottolinea. “Negli ultimi anni si è riusciti a descrivere processi molecolari di cui fino a qualche anno fa non sapevamo quasi nulla. Questo è stato possibile grazie alle nuove tecnologie e al continuo confronto tra scienziati, attraverso congressi e collaborazioni, che ci hanno permesso di ottenere in pochi anni risultati che un tempo avremmo raggiunto solo dopo decenni.”

La conoscenza dei meccanismi molecolari alla base dello sviluppo, della crescita e della diffusione delle malattie, tra cui il cancro, ha permesso di sviluppare le cosiddette terapie mirate, an-
che chiamate terapie a bersaglio molecolare. Si tratta di trattamenti progettati per agire in maniera selettiva su specifiche componenti di processi cellulari di cui si è scoperto un ruolo importante nello sviluppo
della malattia. Per questo a volte sono più efficaci e danno effetti collaterali minori o diversi rispetto ad altri tipi di trattamento.
Ma se alcune terapie mirate sono in uso da molti anni, altre sono in fase di studio o di sperimentazione.
LE PROSPETTIVE FUTURE PER LE TERAPIE MIRATE
Molti dati dimostrano che le terapie mirate già in uso hanno prolungato la sopravvivenza e migliorato la qualità della vita di molti pazienti.
Ci sono, però, ulteriori prospettive di miglioramento, grazie alla sempre più profonda conoscenza delle differenze tra i meccanismi che regolano la crescita e lo sviluppo delle cellule tumorali e quelli delle cellule sane. Nuove possibilità di azione nell’ambito delle terapie mirate oncologiche riguardano per esempio le nanotecnologie, la terapia genica, le terapie cellulari e i vaccini terapeutici.
NANOTECNOLOGIE:
UN “PICCOLO” AIUTO
Le nanotecnologie sono composti di dimensioni molto piccole, dell’ordine di grandezza di un virus, che possono aiutare nella diagnosi e nella cura dei tumori. Per esempio, nanoparticelle appositamente progettate possono essere usate come agenti di contrasto per esami di imaging più accurati, o possono veicolare farmaci o frammenti di materiale genetico direttamente nelle cellule tumorali, aumentando così l’efficacia e la specificità delle cure e riducendo
al minimo i danni ai tessuti sani. Alcune di queste terapie hanno già superato le prove di sicurezza ed efficacia necessarie e sono impiegate in clinica; altre sono ancora in fase di sperimentazione. Sebbene siano molto promettenti, le nanotecnologie hanno alcuni limiti, legati per esempio alla mancanza di sistemi di sperimentazione preclinica ottimali o ad alcuni materiali che possono causare infiammazioni, tossicità o danni ai tessuti. Le sperimentazioni in corso puntano a superare questi problemi.
Le terapie mirate stanno migliorando la sopravvivenza e la qualità della vita di molti pazienti
TERAPIE GENICHE: INTERVENIRE SUL DNA PER RIPARARE LE CELLULE TUMORALI
Spesso le cellule tumorali presentano delle alterazioni genetiche. La terapia genica potrebbe consentire di “correggere” tali difetti, per esempio sostituendo il gene anomalo con uno sano o rimuovendo le parti alterate del gene malato.
Per veicolare queste modifiche, di solito nelle sperimentazioni vengono utilizzati dei virus modificati (e innocui), perché naturalmente capaci di infettare le cellule e inserirvi materiale genetico, ma sono in fase di studio altri metodi per operare questo tipo di trattamento.
TERAPIE CELLULARI:
POTENZIARE LE CELLULE DEI PAZIENTI
Le terapie cellulari in passato erano anche dette terapie adottive perché consistono nell’“adottare” cellule già esistenti nei pazienti: si prelevano, vengono modificate in laboratorio e poi sono reinfuse nei pazienti stessi, in modo da potenziare o ripristinare le attività del sistema immunitario contro la malattia.
Un esempio è rappresentato dalle cellule CAR-T (sigla che sta per “Chimeric Antigen Receptor T”, in italiano cellule T con recettore chimerico dell’antigene). I linfociti T, un particolare tipo di globuli bianchi, una volta prelevati dal paziente sono modificati geneticamente in laboratorio affinché riconoscano le specifiche cellule del tumore del paziente. Quindi, sono reinfusi nella persona.
Per semplificare il processo, i ricercatori stanno cercando di sviluppare cellule CAR-T partendo dai linfociti di donatori sani, evitando così di doverle prelevare dai pazienti.
A oggi, le cellule CAR-T si sono rivelate efficaci principalmente nella cura dei tumori del sangue, quindi
uno degli obiettivi è riuscire a usarle anche contro i tumori solidi.
Un programma di ricerca AIRC, sostenuto con i fondi del 5 per mille e guidato da Maria Chiara Bonini
all’Università Vita-Salute IRCCS
Ospedale San Raffaele di Milano, sta per esempio provando a utilizzare le CAR-T per curare le metastasi al fegato originate dai tumori del colon-retto e del pancreas.
I risultati ottenuti potrebbero rivelarsi utili anche in scenari diversi e per altri tipi di tumore.
IL SISTEMA IMMUNITARIO
Una delle promesse dell’oncologia clinica dei prossimi anni sono i vaccini terapeutici.
Come i vaccini classici, forniscono al sistema immunitario una sorta di identikit di un fattore potenzialmente pericoloso affinché sia riconosciuto e “arrestato”. Tuttavia, i vaccini tradizionali sono somministrati prima che ci si ammali, per prevenire la patologia, mentre i vaccini terapeutici sono trattamenti, da usare quando la persona è già malata.
Particolarmente promettenti sembrano essere alcuni vaccini terapeutici basati sulla tecnologia a mRNA, realizzati sulla base delle mutazioni presenti nel tumore di ciascun paziente. Sono in fase di partenza decine di studi clinici su queste terapie per diversi tipi di tumore, come quello del polmone, quello della vescica e il melanoma.

La biopsia liquida è un metodo di analisi innovativo e minimamente invasivo, con cui è possibile rilevare specifiche caratteristiche di un tumore in un campione di un fluido biologico, come sangue, urine, saliva e fluido cerebrospinale (anche se nel linguaggio comune spesso con “biopsia liquida” ci si riferisce solo a quella effettuata su cam-
pioni di sangue). È in gran parte ancora sperimentale. Non è una novità che un esame possa aiutare a trovare marcatori tumorali, cioè indizi della presenza di tumori, nei fluidi. Ma la biopsia liquida è una svolta perché sfrutta tecnologie avanzate per rilevare e leggere velocemente e con altissima sensibilità molecole complesse, consentendo di ottenerne un profilo dettagliato.

Gabriele Zoppoli, ricercatore AIRC presso l’Università degli studi di Genova e l’Ospedale Policlinico San Martino - IRCCS per l'oncologia di Genova
Questo è possibile anche grazie ai dati ottenuti con la mappatura completa del genoma umano e le analisi successive: informazioni che aiutano a capire cosa cercare durante l’analisi.
La biopsia liquida si sta dimostrando un approccio promettente per cogliere segnali precoci di ripresa della malattia e per il monitoraggio dei pazienti durante la fase di follow-up. Forse potrebbe anche essere utile per permettere diagnosi più precoci e aiutare a scegliere le terapie mirate più adatte al tumore di
ogni paziente, nonché ad adeguarle ai cambiamenti che subisce il tumore nel tempo.
“Il tumore può rilasciare delle sostanze a seconda della sua biologia e dello stadio di sviluppo a cui si trova. Per esempio, durante la chemioterapia, se risponde molto bene a un trattamento e normalmente il tumore si rimpicciolisce, riduce la quantità di sostanze che rilascia in circolo” spiega Gabriele Zoppoli, professore associato all’Università degli studi di Genova e dirigente medico presso l’Ospedale Policlinico San Martino di Genova.
In particolare, aggiunge, “le neoplasie per cui le applicazioni cliniche della biopsia liquida sono più avanzate sono quelle del polmone e del colon. Questo per diverse ragioni. Innanzitutto, si tratta di neoplasie che rilasciano molto DNA tumorale circolante”. Ma i risultati sono promettenti anche per altri tipi di tumore, come quello del seno.
BIOPSIA LIQUIDA IN AZIONE: UN ESEMPIO DAL LABORATORIO
“Da oltre 12 anni faccio parte di un consorzio internazionale, il Breast International Group, che ha avviato un importante studio clinico, AURORA. Abbiamo coinvolto oltre 1.100 donne con neoplasia mammaria avanzata chiedendo loro di donare un campione di sangue alla diagnosi e ogni 6 mesi, per 10 anni. Grazie alla biopsia liquida, studieremo il DNA tumorale presente nel sangue di queste donne per rispondere a domande che potrebbero aiutarci a proporre le terapie più efficaci a
ciascuna paziente” racconta Zoppoli. “Per esempio: perché alcune pazienti rispondono benissimo alla terapia e altre no? Cosa differenzia la biologia dei tumori apparentemente simili, che però clinicamente si comportano in modo molto diverso? Ci sono marcatori che ci possono aiutare?” Il lavoro del gruppo di Zoppoli è sostenuto da un Next Gen Clinician Scientist Grant, un finanziamento quinquennale dedicato a giovani medico-ricercatori che puntino a ottimizzare la pratica clinica. “Il nostro team ha un ruolo importante nel progetto: saremo noi a preparare i campioni e ad analizzarli con tecnologie di nuovissima generazione. È uno studio molto importante, ed è una fortuna aver avuto l’opportunità di prendervi parte, grazie ad AIRC.”
“Commercialmente sono disponibili dei test per la diagnosi precoce che utilizzano la biopsia liquida, ma la loro utilità clinica è in parte ancora da dimostrare” spiega Zoppoli. Ma alcune applicazioni della biopsia liquida sono già validate e consolidate nella pratica clinica.
“Il Servizio sanitario nazionale rimborsa la biopsia liquida per cogliere in anticipo i segni di ripresa della malattia in alcuni casi, come per la neoplasia polmonare avanzata. Dall’anno scorso, la biopsia liquida è utilizzata anche nel carcinoma mammario avanzato per poter somministrare certi tipi di trattamento.”
Nei prossimi anni queste possibilità potrebbero aumentare. Per esempio, sia per la diagnosi precoce, sia per le altre possibili applicazioni, sono sempre di più i pazienti che entrano in studi clinici in cui si impiega questo metodo di analisi. Ricerche come queste possono durare anche 15 anni e coinvolgono un gran numero di pazienti e ingenti risorse. Per questo Zoppoli conclude: “Auspico che i governi ascoltino la comunità scientifica e trovino modi per promuovere la medicina non invasiva e gli studi volti alla prevenzione e alla diagnosi precoce dei tumori”.
DELLA
LIQUIDA PER IL TUMORE
DEL COLON: UN
ESEMPIO DAL PROGETTO SAGITTARIUS
SAGITTARIUS è un progetto finanziato dall’UE che coinvolge 7 partner in 5 Paesi, tra cui AIRC e il suo Istituto di oncologia molecolare, IFOM. I ricercatori utilizzano le analisi molecolari delle biopsie tradizionali per personalizzare la biopsia liquida, con l’obiettivo di individuare nel sangue eventuali micrometastasi. In base ai risultati, gli esperti valutano terapie su misura per ogni paziente, puntando a evitare trattamenti superflui e a migliorare la qualità della vita.
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Negli ultimi anni, l’intelligenza artificiale, cioè le tecniche informatiche avanzate che mimano capacità cognitive come l’apprendimento e l’analisi dei dati, è diventata protagonista in molti ambiti, e l’oncologia non fa eccezione.
In effetti, potenzialmente l’intelligenza artificiale può affiancare i medici in ogni ambito dell’oncologia:
• la prevenzione. Smartwatch e braccialetti “intelligenti” sono in grado di monitorare le abitudini e alcuni parametri clinici. Integrare queste informazioni con dati clinici e familiari potrebbe aiutare a identificare chi è più a rischio di sviluppare un tumore;
• la diagnosi precoce. Alcuni algoritmi riescono a individuare nelle immagini diagnostiche (come le ra-
diografie) segni di tumore invisibili all’occhio umano, migliorando l’accuratezza delle diagnosi e riducendo i tempi. Questo potrebbe consentire ai medici di dedicare più tempo alle decisioni e all’affiancare i pazienti, e permettere al Servizio sanitario nazionale di limitare i costi delle prestazioni. Inoltre, potrebbe aiutare a ridurre le disuguaglianze nell’accesso alle cure: in alcune aree del mondo più svantaggiate, l’AI sta già aiutando il personale sanitario non specializzato a effettuare screening per tumori come quello al seno o al collo dell’utero;
• la cura dei pazienti. Le AI possono aiutare a valutare e adattare nel tempo il trattamento per ogni paziente, prendendo in esame grandi moli di informazioni, come i dati clinici e le caratteristiche genetiche e molecolari della malattia. In alcuni centri clinici e di ricerca statunitensi, piattaforme con AI integrano informazioni sui pazienti e i loro tumori e le ultime raccomandazioni ed evidenze per aiutare i medici a scegliere le terapie più appropriate. In futuro le AI potrebbero anche contribuire a creare dei gemelli digitali dei pazienti, cioè repliche virtuali delle persone costruiti con tutti i dati disponibili e capaci di simulare l’evoluzione della malattia e la risposta ai farmaci, aiutando i medici a scegliere le terapie più efficaci e tollerabili; • la ricerca di nuove terapie. Analizzando dati clinici e caratteristiche molecolari, l’AI può aiutare a
individuare rapidamente potenziali nuovi farmaci antitumorali. Inoltre, può favorire la selezione dei partecipanti ai trial clinici, suggerendo quali potrebbero trarre più benefici dalla partecipazione, e nell’analisi dei dati ottenuti negli studi.
Tuttavia, non mancano le criticità. Le AI possono essere tanto valide quanto i dati con cui vengono addestrate: se questi sono parziali, errati o poco rappresentativi, anche i risultati rischiano di esserlo. Inoltre, le AI in genere sono “scatole nere”, cioè gli operatori possono vedere solo l’esito dell’analisi e non il processo, per cui è difficile verificarne l’affidabilità, il che solleva importanti interrogativi etici e pratici. C’è poi il tema della privacy: l’AI lavora su enormi quantità di dati personali, e servono soluzioni che ne garantiscano la protezione. Un aspetto ancor più importante considerando che la maggior parte delle AI oggi disponibile appartiene a società private, il cui obiettivo spesso è principalmente il profitto e non l’interesse collettivo. Infine, a differenza di un farmaco, un algoritmo può evolversi nel tempo, rendendo necessarie nuove forme di regolamentazione e controllo. Insomma, l’AI è una risorsa per l’oncologia, ma non può sostituire il ruolo del medico e delle sue competenze. Serve una collaborazione stretta tra sviluppatori, clinici e istituzioni per garantire la sicurezza e la privacy, affinché apporti il massimo beneficio possibile a medici e pazienti.

Quando si parla di ricerca sul cancro, in genere si pensa agli studi su nuove possibili cure.
Ovviamente si tratta di armi fondamentali, ma sono altrettanto importanti la prevenzione primaria, quindi le azioni che aiutano a evitare l’insorgenza della malattia, e la diagnosi precoce, cioè la possibilità di scoprire un tumore in fase iniziale, quando non si è diffuso in altri organi e quindi è più curabile. Sono molti gli studi in corso per capire come diagnosticare precocemente neoplasie per cui oggi non esistono programmi di screening di popolazione efficaci. Infatti, se alcuni tipi di cancro sono più facilmente rilevabili sin dalla loro comparsa, per esempio grazie a una radiografia, altri, come quello dell’ovaio, sono più difficili da individuare prima che diano sintomi. Grazie
DIAGNOSI PRECOCE
ai progressi tecnologici e quelli nella comprensione della biologia dei tumori, l’ambito delle diagnosi precoci sta progredendo. I ricercatori lavorano sia su modi per migliorare i metodi già in uso, sia su tecniche nuove.
I programmi di screening offerti gratuitamente dal Servizio sanitario nazionale (SSN) consentono di individuare precocemente i tumori del seno, del collo dell’utero e del colon.
Scopri le diverse modalità di accesso e partecipazione sul territorio nazionale inquadrando il QR code.

Capire cosa cercare in ogni persona è il primo passo utile per ottimizzare i test, indirizzarli a chi ne ha più bisogno e realizzarne di nuovi. Per farlo, i ricercatori studiano come si originano i diversi tumori e chi è più a rischio, in base a fattori genetici, familiari, ambientali, sociali e comportamentali. Anche grazie a queste informazioni è possibile migliorare le tecniche di diagnosi precoce, come gli esami di imaging, cioè le “foto” dell’interno del corpo (che sono sempre più dettagliate), e i test che consentono di rilevare molecole associate alla presenza di un tumore o cellule cancerose, favoriti dalle nuove tecnologie di analisi molecolare. Sfruttare l’intelligenza artificiale, combinare più tecniche e cercare più marcatori diversi contemporaneamente sono altri metodi che possono accelerare i progressi nell’ambito della diagnosi precoce. Tuttavia, tradurre le conoscenze in nuovi metodi diagnostici richiede tempo e risorse.
PRECOCE: ALCUNE POSSIBILITÀ
Un possibile progresso riguarda il cancro del polmone, per cui a oggi non esiste un programma di screening per la diagnosi precoce al di fuori dei trial clinici. La tomografia computerizzata (TAC o TC) a basso dosaggio del torace, dopo le sperimentazioni in cui l’Italia è stata pioniera, sta dando risultati promettenti in grandi studi svolti con
In Italia dal 2022 è attivo un programma sperimentale per la diagnosi precoce del tumore al polmone, chiamato Rete italiana screening polmonare (RISP) e iniziato all’Istituto nazionale tumori di Milano. Il programma ha l’obiettivo di reclutare 10.000 candidati ad alto rischio – forti fumatori tra i 55 e i 75 anni, con oltre un pacchetto di sigarette fumato al giorno per 10-20 anni.
Inquadra il QR code per saperne di più.

forti fumatori, come il SUMMIT, che nel Regno Unito ha reclutato oltre 12.700 partecipanti.
In Italia è stata avviata anche una sperimentazione per la diagnosi precoce del tumore dell’ovaio che ha coinvolto numerosi centri clinici del Paese. I ricercatori, guidati da Maurizio D’Incalci presso la Humanitas University e l’IRCCS Istituto clinico Humanitas, sono riusciti a rilevare tracce di DNA tumorale proveniente dal cancro ovarico in campioni raccolti molti anni prima della diagnosi, quando probabilmente la malattia era nelle prime fasi del suo sviluppo. I campioni erano stati prelevati per effettuare il Pap test, esame comunemente usato per la diagnosi precoce per il cancro del collo dell’utero. Questi risultati pongono le basi per realizzare un test non invasivo e implementabile su larga scala, ma prima serviranno ulteriori studi, più ampi e prospettici, per verificare l’efficacia e l’applicabilità del metodo.

Dalila, una storia di speranza contro un cancro al seno triplo negativo, grazie alla forza della ricerca.
Ègrazie alla nascita del figlio
Giosuè, nel 2011, che Dalila ha aperto il suo diario virtuale, diventando una blogger. “Ero ancora una studentessa universitaria – avevo 22 anni – quando scoprii di essere incinta. Da lì ho iniziato a vedere il contrasto tra la realtà dei miei coetanei e la mia. Sembrava che mi trovassi in un mondo parallelo” racconta. I suoi sfoghi sulla maternità, pieni di ironia e buonumore,
pochi anni dopo l’hanno portata anche a ricevere una proposta editoriale. Così, nel 2014 ha pubblicato il suo primo libro, che, come il blog, parla con umorismo dell’esperienza della maternità.
È stato però quando era incinta del secondo figlio che è arrivato il cambiamento più grande. “Era il 31 dicembre 2020, in piena pandemia, quando ho sentito un piccolo chicco di riso nel seno. Sembrava niente. Invece si trattava di un carcinoma mammario triplo negativo.”
Una diagnosi di cancro è sempre sconvolgente, e lo è ancora di più a metà gravidanza.
Peraltro, questo tipo di neoplasia non è tra le più semplici da affrontare. Infatti, il tumore del seno triplo negativo deve il nome al fatto che nelle sue cellule non è presente nessuno dei 3 principali bersagli molecolari (recettori degli estrogeni, del progesterone e di HER2) per cui esistono trattamenti mirati, efficaci per la cura degli altri tipi di cancro della mammella.
Ma le opzioni terapeutiche sono aumentate negli ultimi anni, e
Dalila ha iniziato il trattamento, a partire da una chemioterapia, mentre il suo bambino veniva monitorato con attenzione. È nato a 35 settimane, sano e vivace.
Dopo il parto, Dalila ha proseguito le cure, e a settembre ha affrontato una mastectomia bilaterale con ricostruzione immediata. Fortunatamente, non è stata necessaria la radioterapia.
“Se tutto questo è stato possibile, è grazie alla ricerca. Solo vent’anni fa, una storia come la mia avrebbe avuto un finale diverso” racconta. “Nella negatività, quello che mi è accaduto potrà permettere a persone a me care di sapere e proteggersi. Anche questo è frutto della ricerca” aggiunge. Infatti, la diagnosi ha condotto alla scoperta di una mutazione genetica BRCA1, condivisa anche dalla madre, che ora può tenersi sotto controllo.
“Solo vent’anni fa, una storia come la mia avrebbe avuto un finale diverso”
L’esperienza di Dalila ha portato lei e suo marito a sostenere la Fondazione AIRC. Ma il suo impegno non si ferma qui. Grazie al supporto psicologico che ha ricevuto durante il suo percorso di cura, oggi collabora con un’associazione parte della Rete oncologica pazienti Italia (ROPI) che si occupa di psiconcologia a titolo gratuito. Così, mentre cresce gli amati figli, Dalila continua a raccontare e aiutare.
La sua è una testimonianza potente di come la ricerca oncologica non sia solo una questione scientifica, ma anche una leva di vita e possibilità.

Il cioccolato, se consumato con moderazione e all’interno di una dieta equilibrata, può essere un piacere senza sensi di colpa. Le linee guida consigliano una porzione giornaliera di 30 grammi per gli adulti, da gustare lentamente per favorire la sazietà. I cioccolatini AIRC sono fondenti (60% e 75% cacao), ricchi di flavonoidi, sostanze con potenziali effetti antiossidanti e antinfiammatori. Come per ogni alimento, i benefici dipendono però dalla dieta e dallo stile di vita complessivi. Se il gusto non bastasse, pensare a come ogni cioccolatino contribuisce a dare sostegno alla ricerca può rendere ogni morso ancora più significativo.
Ingredienti per 15-20 tartufi
• 150 g ricotta vaccina
• 80 g cioccolato fondente
• Cacao in polvere q.b.
• 20-30 g zucchero o miele
• Scorza di un’arancia
• 40 g granella di mandorle (o altra frutta a guscio)
Procedimento
• Spezzetta grossolanamente il cioccolato e scioglilo a bagnomaria.
• Una volta fuso tutto il cioccolato, lascialo intiepidire. Nel frattempo, metti in una ciotola la ricotta e lo zucchero o il miele, poi gratta la scorza di un’arancia. Aggiungi il cioccolato fuso e mescola fino a ottenere un composto omogeneo.
• Lascia riposare il composto in frigorifero per circa un’ora, così da renderlo più compatto.
• Forma le palline di tartufo, quindi passale prima nella granella di mandorle e poi nel cacao in polvere. Riponile in dei pirottini.
• Coprili con della pellicola e lasciali riposare in frigorifero fino al momento del consumo. E buon appetito!

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