La rivista di divulgazione scientifica più diffusa in Italia
ANDREA NECCHI
Con i pazienti per migliorare le cure per il tumore alla vescica
FUMO
Gli strumenti per smettere, in Italia e nel mondo
TESTIMONIANZE
Tre generazioni di donne unite dalla fiducia nella scienza
Sommario FONDAMENTALE giugno 2026
Andrea Necchi
Tumore della vescica
Strumenti
Bilancio
Tumore delle corde
Lasciti
I traguardi dei nostri ricercatori
La
Fine
Bilancio
Dieta
Buon
Leucemia mieloide acuta
Azalea della Ricerca
FONDAMENTALE
Anno LIV - Numero 3 giugno 2026 - AIRC Editore
DIREZIONE E REDAZIONE
Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro ETS Viale Isonzo, 25 - 20135 Milano tel. 02 7797.1 - airc.it - redazione@airc.it Codice fiscale 80051890152
Autorizzazione del Tribunale di Milano n° 128 del 22 marzo 1973. Stampa Rotolito S.p.A.
DIRETTORE RESPONSABILE
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COORDINAMENTO EDITORIALE
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REDAZIONE
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TESTI
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Claudio Bonoldi 2017 e 2024, Simone Durante 2025, Marco Giannini 2026, Nicola Battista Gotti 2026, Getty Images, Giulio Lapone 2024, Marco Onofri 2026, Carlo Ramerino 2025, Alessandro Sambini 2025, Davide Zugna 2025
“Insieme ai pazienti stiamo rivoluzionando il trattamento dei tumori della vescica”
PREVENZIONE
Smettere di fumare è più facile con il giusto supporto
Un gesto che attraversa il tempo: il dono di Norma, la scelta in famiglia e il futuro dei giovani ricercatori
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Andrea Sironi Presidente AIRC
UN BILANCIO PER GUARDARE AL FUTURO CON OTTIMISMO
Come ogni anno in questo periodo, gli organi di governo della nostra Fondazione – Consiglio di indirizzo e Consiglio di amministrazione – esaminano e approvano il bilancio dell’anno trascorso. In questo numero di Fondamentale desidero dunque portare alla vostra attenzione i principali risultati del 2025, che appaiono molto positivi e incoraggianti per AIRC.
Per quanto riguarda i proventi generati dalle nostre attività, grazie alla generosità di sostenitori, volontari, aziende, enti e istituzioni, la Fondazione nel 2025 ha raccolto quasi 202 milioni di euro. Questi proventi sono stati raggiunti sostenendo 30 milioni di euro di costi di raccolta. AIRC si conferma quindi un’organizzazione estremamente efficiente. Infatti, l’indice di efficienza, che misura quanti centesimi vengono spesi per raccogliere un euro, è risultato pari a 15 centesimi, in linea con quanto avvenuto negli scorsi anni.
Questo grande risultato è stato ottenuto soprattutto grazie all’aumento delle erogazioni liberali, che hanno raggiunto i 49 milioni, a un incremento della raccolta da lasciti testamentari e a un maggiore introito ricevuto grazie al 5 per mille. L’anno scorso abbiamo infatti ricevuto quasi 72 milioni di euro da oltre 1,7 milioni di contribuenti. Questo vuol dire che 100.000 persone in più rispetto all’anno precedente hanno scelto AIRC come organizzazione cui destinare parte delle proprie imposte. Una fiducia che ci impegneremo per continuare a onorare attraverso le tante nuove progettualità che finanzieremo nei prossimi anni. In questo numero di Fondamentale raccontiamo la storia di una di questi 1,7 milioni di sostenitori e sostenitrici, Paola, che ha superato un tumore e oggi ha scelto di essere testimonial del 5 per mille ad AIRC.
Il bilancio 2025 mostra anche un’evoluzione molto positiva del nostro patrimonio, funzionale a sostenere gli impegni che AIRC ha assunto per il finanziamento di progetti di ricerca. Infatti, sono molte le sfide che le nostre ricercatrici e i nostri ricercatori devono ancora affrontare, per cui è indispensabile poter continuare a incrementare il sostegno al loro lavoro.
Infine, vorrei ricordare le numerose attività portate avanti nel 2025 per celebrare i 60 anni di AIRC e programmare il futuro. Fra queste, una menzione particolare merita il grande convegno di Roma del 30 settembre 2025, cui hanno partecipato molti rappresentanti delle istituzioni, oltre che del mondo della ricerca e del volontariato. In quella sede, sono stati presentati i report prodotti dal Censis, il quale ha definito AIRC una “Fondazione-Paese”, e dal centro di ricerca Cergas di SDA Bocconi, entrambi ricchi di evidenze e indicazioni importanti per il futuro di AIRC.
Vita da ricercatore
Andrea Necchi
“INSIEME AI PAZIENTI STIAMO RIVOLUZIONANDO IL TRATTAMENTO DEI TUMORI DELLA VESCICA”
In questo articolo:
— CANCRO DELLA VESCICA
— IMMUNOTERAPIA
— QUALITÀ DI VITA
Andrea Necchi, medico e ricercatore, è da anni impegnato nella ricerca di approcci innovativi per le neoplasie genitourinarie, uno dei settori dell’oncologia che più sono cambiati nell’ultimo decennio a cura di Antonino Michienzi
“
Lo dico sempre ai miei collaboratori: l’aspetto più importante che differenzia il nostro lavoro da quello degli altri è la capacità di fare qualcosa di nuovo, che possa avere un impatto sui pazienti e sulla comunità scientifica.”
Andrea Necchi di questa idea ha fatto la filosofia ispiratrice del proprio lavoro. Oncologo medico, dopo quasi un ventennio all’Istituto nazionale dei tumori, oggi è all’IRCCS Ospedale San Raffaele, dove è responsabile del trattamento medico delle neoplasie genitourinarie. In questo campo ha assistito negli ultimi anni a una straordinaria trasformazione a cui con il suo lavoro di medico-ricercatore ha dato un importante contributo, al punto che nel 2023 è stato insignito del premio Beppe Della Porta, consegnato dal Presidente della Repubblica Sergio
Andrea Necchi ha coordinato degli studi pioneristici sull’uso dell’immunoterapia nel tumore della vescica
Mattarella, per gli studi pionieristici sull’utilizzo dell’immunoterapia neoadiuvante nel carcinoma della vescica. E attualmente ha attivi presso la sua unità una quarantina di studi clinici su tumori urologici.
“Nel campo del tumore della vescica si stanno evolvendo tante cose” racconta Necchi, non esitando a usare un termine che chi è avvezzo a muoversi tra ricerca scientifica e pazienti tende a evitare: rivoluzione. In questo caso, però, proprio di questo si tratta: di un cambiamento epocale in una neoplasia per la quale fino a pochi anni fa il trattamento prevedeva quasi esclusivamente chirurgia radicale e chemioterapia.
“La rivoluzione del trattamento è partita una decina di anni fa con l’utilizzo dell’immunoterapia, in particolare con gli inibitori di PD-1 e PD-L1, che avevano avuto molto successo in altre neoplasie” spiega Necchi. “Questi farmaci sono stati introdotti inizialmente nella malattia avanzata, dove le opzioni terapeutiche erano esaurite.”
Le prime dimostrazioni dell’efficacia degli immunoterapici hanno causato un’esplosione di nuovi studi e aperto uno scenario completamente nuovo. “Il passo successivo è stato valutare questi trattamenti in un contesto molto più precoce: in fase preoperatoria, prima dell’esecuzione dell’in-
tervento di asportazione della vescica” racconta Necchi. L’obiettivo, come per altre neoplasie, era ridurre le dimensioni del nodulo e aggredire eventuali cellule tumorali diffuse. Anche in questo caso, questo approccio si è rivelato un successo. Intanto, però, un’altra classe di farmaci innovativi è stata introdotta nei tumori vescicali: gli anticorpi immuno-coniugati, una forma di chemioterapia di precisione che rilascia i farmaci direttamente alle cellule tumorali legandosi a proteine specifiche. L’utilizzo combinato di immunoterapia e anticorpi immuno-coniugati ha spostato più in alto l’asticella delle cure nella malattia in fase avanzata, mostrando benefici inediti anche in quella metastatica. Ancora una volta, lo stesso approccio dimostratosi efficace quando la malattia si è già diffusa è stato testato con successo in pazienti con un tumore in fase più precoce, prima o subito dopo l’intervento chirurgico.
A questo punto è accaduto qualcosa di inedito: se finora la priorità era prolungare la sopravvivenza o gua-
UN PODCAST FONDAMENTALE
Questo articolo
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rire dal cancro, ora si punta anche a preservare la qualità di vita dei pazienti.
“La sfida attuale è mettere in discussione la cistectomia radicale” spiega Andrea Necchi. La cistectomia radicale, cioè la rimozione della vescica, è lo standard di cura quando il tumore è particolarmente grande, ha un alto rischio di diffondersi o si è già esteso dalla vescica al muscolo circostante. “La cistectomia, però, è un intervento altamente invalidante: riuscire a evitarlo darebbe grandi benefici ai pazienti” dice lo specialista. E proprio i pazienti sono stati il motore di quest’ultima trasformazione delle cure.
“Negli ultimi anni è accaduto che, in forza della grande efficacia dei nuovi trattamenti preoperatori, un numero
mentazione clinica accademica, realizzata al San Raffaele, ha dimostrato che circa 1 paziente su 4 tra quelli con tumore della vescica muscolo-infiltrante può evitare l’asportazione completa dell’organo, grazie a un trattamento con un anticorpo immuno-coniugato e con immunoterapia, seguito dalla sola resezione endoscopica e dall’immunoterapia adiuvante. Necchi è il primo firmatario dello studio, pubblicato sulla rivista Lancet Oncology
“Oggi abbiamo dimostrato che possiamo raggiungere l’obiettivo massimo possibile: guarire i pazienti con la sola terapia medica” illustra l’oncologo. “In poco tempo, dunque, abbiamo ottenuto risultati sia in chi presenta una malattia metastatica, prolungando anche di anni l’aspettativa di vita, sia in un contesto più precoce, dove ora in diversi casi possiamo raggiungere la guarigione conservando la vescica.”
Quello del tumore della vescica è un caso esemplare di come la collaborazione con i malati possa portare a risultati importanti. “Il rapporto con i pazienti per un medico che fa anche ricerca è illuminante” dice Necchi. “Soprattutto quando il progresso arriva a una sorta di plateau – come stava avvenendo nel caso del tumore della vescica – il loro feedback è decisivo
Il feedback dei pazienti per un medico che fa anche ricerca è decisivo per proseguire nel miglioramento delle terapie
crescente di malati ha cominciato a opporsi all’intervento di asportazione della vescica. Legittimamente, si chiedevano perché rimuovere l’organo qualora la TAC e la cistoscopia fossero negativi” racconta Necchi. Da qui è partito l’impegno dei medici e dei chirurghi a indagare se effettivamente, almeno in una quota di pazienti, la terapia medica possa evitare la chirurgia.
Proprio nei mesi scorsi una speri-
per guidare il miglioramento successivo. Oggi in questo campo i pazienti stanno indirizzando il progresso, chiedendo investimenti non solo in terapie sistemiche sempre più efficaci, ma anche in un cambio di paradigma che tenga conto della qualità di vita” aggiunge.
Nel caso di Necchi, l’ascolto dei pazienti parte da lontano. Dodici anni fa è stato, infatti, tra i promotori dell’associazione Palinuro (Pazienti
liberi dalle neoplasie uroteliali). “Palinuro è nata all’Istituto nazionale dei tumori” racconta. “Era il 2014 e tutto quello di cui parliamo oggi non esisteva ancora. Con Edoardo Fiorini, che era un paziente che riceveva terapia perioperatoria, iniziammo a parlare, annotando su un foglio cosa fosse necessario creare per supportare i malati.” Da quella chiacchierata informale è nata un’associazione che nel tempo è cresciuta, si è strutturata e oggi è un riferimento per molti pazienti nei principali ospedali d’Italia, e ha importanti connessioni con analoghe associazioni nel mondo.
“In questi anni abbiamo imparato ad ascoltare i pazienti. Si tratta di un aspetto ancora più importante negli stadi precoci di malattia, quando gli ottimi risultati attesi nel contrasto alla neoplasia rendono meno accettabili gli effetti collaterali delle terapie.” Il loro impatto sulla psiche e sulla qualità di vita può creare ferite per i pazienti, ma anche per i medici. “Le esperienze negative in questo campo rimangono impresse: io e tutti i miei collaboratori ricordiamo ogni singolo caso che ha avuto difficoltà nell’evoluzione della malattia o nella tollerabilità dei trattamenti” confessa.
Anche per questa ragione è importante che la ricerca non si fermi e abbia uno sguardo quanto più possibile ampio. “Collaboro con AIRC fin dagli anni immediatamente successivi alla mia specializzazione” ricorda Necchi. “I miei progetti di ricerca hanno riguardato soprattutto l’identificazione di biomarcatori di risposta o resistenza alle nuove terapie. Ottenere queste informazioni ci consentirà di selezionare in modo più preciso i pazienti che possono beneficiare di questi trattamenti innovativi, in modo da garantire loro il massimo dell’efficacia risparmiando quanto più possibile gli effetti collaterali. Soprattutto, questa strategia ci consentirà un domani di curare certi pazienti con la sola terapia medica associata a una chirurgia mininvasiva e di risparmio d’organo” conclude Necchi.
Facciamo il punto
Tumore della vescica
TUMORE DELLA VESCICA, NUOVE PROSPETTIVE TRA PREVENZIONE E CURE PERSONALIZZATE
In questo articolo:
— MEDICINA DI PRECISIONE
— IMMUNOTERAPIA
— CHEMIOTERAPIA “INTELLIGENTE”
Il cancro della vescica è una malattia molto diffusa, soprattutto tra gli uomini, ma contro la quale per fortuna esistono trattamenti efficaci. Gli sforzi dei ricercatori si stanno concentrando sui metodi per personalizzare le terapie
a cura di Roberta Villa
Un recente studio dell’Università di Stanford ha individuato un fattore di rischio insolito che può peggiorare la prognosi nei pazienti con tumore della vescica: il daltonismo. Chi ha difficoltà a distinguere i colori rischia infatti di non accorgersi della presenza di sangue nelle urine, il segnale più precoce e importante di questa malattia.
“Naturalmente possono esistere altre cause di macroematuria – cioè la presenza di sangue nelle urine visibile a occhio nudo – ma in ogni caso è un sintomo da non sottovalutare mai” avverte Alberto Briganti, professore ordinario di urologia all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. “Se compare, è fondamentale rivolgersi al medico per escludere che sia causato da un tumore.”
L’attenzione dev’essere ancora più alta per i fumatori, so-
prattutto se uomini. Il fumo di sigaretta è infatti il principale fattore di rischio per questa malattia: si stima che circa la metà dei casi di tumore alla vescica potrebbe essere evitata eliminando quest’abitudine, che danneggia anche chi è esposto al fumo passivo. “La differenza di incidenza tra i sessi” spiega Briganti, vicedirettore dell’Istituto di ricerca urologica (URI) del San Raffaele, “sembra dipendere da molti fattori, tra cui non solo la maggiore diffusione del fumo tra gli uomini ma anche aspetti ormonali, immunitari e ambientali. Anche se il divario nelle abitudini al fumo si è ridotto negli ultimi decenni, c’è stata in passato una differente esposizione a sostanze cancerogene come le amine aromatiche e le nitrosamine, presenti in resine, vernici e carburanti.”
Da quando è stato riconosciuto il ruolo di questi agenti cancerogeni, la normativa italiana sulla sicurezza sul lavoro ha imposto l’adozione di dispositivi di protezione e impianti di ventilazione adeguati. Eppure, né queste misure né il recente calo del tabagismo hanno ancora avuto un impatto significativo sulla frequenza della malattia, un tumore di cui si parla ancora troppo poco, ma che, secondo le ultime stime di AIRTUM (Associazione italiana registri tumori), si colloca al quinto posto per numero di nuove diagnosi oncologiche in Italia considerando entrambi i sessi, e al terzo tra i soli uomini. Sul fronte della mortalità, le notizie per fortuna sono più confortanti. La sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi è del 78,2% nelle donne e dell’82,7% negli uomini, grazie alla quota di diagnosi precoci. Quando il tumore è superficiale e di piccole dimensioni, infatti, può essere rimosso con un intervento poco invasivo, la resezione endoscopica transuretrale (TURBT), eseguita tramite cistoscopia, cioè con l’introduzione in uretra di un sottile strumento a fibra ottica. Per prevenire le recidive si ricorre poi ancora oggi a uno dei più antichi strumenti dell'immunoterapia oncologica: il bacillo di Calmette-Guérin (BCG), originariamente sviluppato come vaccino antitubercolare, da tempo adottato anche in oncologia per la sua capacità di riattivare la risposta immu-
Il test che individua il DNA tumorale circolante nel sangue del paziente
fornisce informazioni preziose sulla prognosi e sulla risposta alla terapia
nitaria. “Viene instillato direttamente nella vescica per stimolare le difese del paziente contro il tumore” spiega Briganti. “Se somministrato nelle fasi in cui la malattia non ha ancora infiltrato il muscolo, nei tempi, alle dosi e con le modalità corrette, risulta molto efficace.” Il trattamento va però ripetuto nel tempo, perché non elimina definitivamente la malattia, ma contribuisce a tenerla sotto controllo. La stessa logica di somministrazione cronica vale per i farmaci immunoterapici di più recente introduzione, cioè gli inibitori dei checkpoint immunitari come pembrolizumab. Si tratta di farmaci che tolgono il freno alla risposta immunitaria e migliorano la capacità di contrastare il tumore.
Come per altri settori dell’oncologia, anche per il tumore della vescica questi medicinali hanno rappresentato una vera rivoluzione, ma con costi ancora più elevati: non solo per la necessità di ripetere periodicamente esami strumentali di controllo, come la cistoscopia, ma proprio perché si tratta di una malattia con cui si convive a lungo. Questa è una buona notizia per i pazienti; comporta però che le terapie – e i relativi costi – si moltiplichino nel tempo, rendendo il tumore della vescica una delle neoplasie più onerose da gestire. In Italia il peso ricade sul Servizio sanitario nazionale; in altri Paesi, come negli Stati Uniti, la cosiddetta “tossicità finanziaria” può spingere i pazienti fino alla bancarotta.
“Per questo si sta studiando come identificare con maggiore precisione chi può trarre il massimo beneficio da questi trattamenti” osserva Briganti. “In passato l’unico marcatore dell’evoluzione della malattia era la presenza di cellule tumorali maligne nelle urine; oggi siamo in grado di cercare nel
sangue del paziente DNA tumorale circolante, che fornisce informazioni preziose sulla prognosi e sulla risposta alla terapia. La positività di questo test può anticipare di mesi la comparsa di metastasi rispetto a quanto consentono le tecniche di imaging tradizionali e indirizzare le scelte terapeutiche.”
Inoltre, specifici parametri della risonanza magnetica vescicale permettono di caratterizzare meglio la malattia e il grado di infiltrazione tissutale prima di portare il paziente in sala operatoria. Questa valutazione preliminare è cruciale, perché la cistectomia radicale – cioè l’intervento di asportazione della vescica, di cui abbiamo già parlato nell’articolo a pagina 5 – è una procedura impegnativa, che deve essere proposta solo quando ci si aspetta un beneficio clinicamente significativo in termini di sopravvivenza. “Nonostante gli sforzi della comunità scientifica internazionale per evitarla quando possibile, la cistectomia radicale – spesso in combinazione con diversi trattamenti perioperatori – rimane al momento un trattamento chiave per pazienti senza metastasi che non rispondono al BCG o che abbiano una malattia muscolo-infiltrante” precisa Briganti, che dirige anche il Programma di chirurgia robotica dell’Unità operativa di urologia del San Raffaele. Sul fronte della terapia medica, i progressi riguardano sia le modalità, sia i tempi di trattamento. Alla chemioterapia tradizionale si affianca oggi l’immunoterapia, integrata più recentemente dalla cosiddetta chemioterapia “intelligente”: per aumentarne l’efficacia e ridurne nel contempo effetti indesiderati e tossicità sistemica, i farmaci vengono coniugati a vettori specifici che li concentrano dove devono agire, di solito anticorpi monoclonali, capaci
82,7% uomini
di legarsi in modo selettivo a molecole espresse in abbondanza sulle cellule tumorali, ma non sui tessuti sani. Un ampio studio pubblicato nel 2024 sul New England Journal of Medicine ha messo a confronto la chemioterapia tradizionale con una di queste terapie coniugate, enfortumab vedotin, in associazione con pembrolizumab, su quasi 900 pazienti con tumore della vescica localmente avanzato o metastatico, arruolati in 185 centri specialistici di 25 Paesi. Dopo un follow-up mediano di circa un anno e mezzo, i pazienti assegnati al trattamento innovativo mostravano una sopravvivenza doppia rispetto a quelli trattati con la sola chemioterapia convenzionale.
L’efficacia dimostrata nelle forme avanzate ha spinto gli urologi a intro-
23.100 uomini
durre queste terapie anche in fase neoadiuvante – ovvero prima dell’intervento, per ridurre la massa tumorale – e adiuvante, dopo l’operazione, per consolidarne i risultati.
In quest’ambito, il gruppo del San Raffaele di Milano ha recentemente valutato l’impatto di un altro anticorpo coniugato, sacituzumab govitecan, in combinazione con pembrolizumab in fase preoperatoria, seguito dalla sola immunoterapia con pembrolizumab nel postoperatorio, in un gruppo di circa 50 pazienti con malattia localmente infiltrante. “La risposta ottenuta in circa il 40% dei soggetti ci consente di proporre a questi pazienti selezionati che rispondono alla terapia un approccio meno demolitivo, con conservazione della vescica” con-
78,2% donne
6.000 donne
UN PODCAST FONDAMENTALE
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clude Briganti. “Si tratta per ora di approcci sperimentali, non applicabili a tutti, ma è l’obiettivo verso cui tendiamo: offrire ai pazienti la sopravvivenza più lunga possibile preservando la vescica e garantendo quindi una migliore qualità di vita.” / Facciamo il punto / Tumore della vescica
CASI DI TUMORE DELLA VESCICA OGNI ANNO IN ITALIA
Dipendenza dal fumo
Strumenti per smettere
SMETTERE DI FUMARE È PIÙ FACILE CON IL GIUSTO SUPPORTO
In questo articolo:
— CENTRI ANTIFUMO
— CITOSINA
— SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE
Affrontare la dipendenza psicologica e fisica dalle sigarette richiede di ricostruire una parte di sé. Non tutti però hanno le stesse possibilità per iniziare questo percorso, in Italia e all’estero
Sa cura di Camilla Fiz
mettere di fumare è un percorso lungo che richiede di coinvolgere sia il corpo, sia la mente. Da un lato, la nicotina contenuta nelle sigarette tradizionali, e in quelle elettroniche e a tabacco riscaldato, attiva numerosi recettori cerebrali che a loro volta stimolano segnali di gratificazione, assuefazione e dipendenza. Dall’altro, il fumo può assumere nel tempo un valore diverso per ogni persona. “Fumatori e fumatrici sono spesso convinti di non poter fare molte cose senza il fumo, come gestire il lavoro o vivere un momento di relax e socialità. Si agitano all’idea di non avere a disposizione la sigaretta in queste situazioni o hanno paura di patirne troppo la mancanza” spiega la psicologa clinica Elena Munarini, che segue fumatori e fumatrici che si rivolgono al Centro antifumo dell’Istituto nazionale dei tumori (INT) di Milano per smettere di fumare. “Nel nostro centro vengono perlopiù donne e uomini oltre i 50 anni che, dopo una lunga dipendenza dal tabacco, iniziano ad accusare i primi disturbi di salute” continua Munarini. Tra le conseguenze per la salute più comuni ci sono i problemi respiratori e cardiovascolari o, nei casi più gravi, tumori e altre patologie croniche. È vero che la maggior par-
FUMATORI e RIMEDI nel mondo
Percentuale di fumatori
tra la popolazione oltre i 15 anni (dati al 2022)
> 40%
33,1 – 40%
26,1 – 33%
19,1 – 26%
12,1 – 19%
5,1 – 12% ≤ 5%
nessun dato
Metodi per smettere di fumare disponibili nei diversi Stati (dati al 2022)
non disponibili
pochi metodi disponibili e non gratuiti
alcuni metodi disponibili e coperti parzialmente tutti i costi coperti
nessun dato
Fonte: Our World in Data; Disponibilità dei metodi di fumare nel mondo: World Health Organization - Global Health Observatory (2024), elaborati da Our World in Data
te degli ex-fumatori e fumatrici ha tra i 50 e 70 anni, ma anche chi è più giovane smette sempre più spesso, grazie a una maggiore sensibilità sui rischi del fumo. “Le persone tra i 30 e 40 anni di solito decidono di smettere perché sentono di essere meno performanti nello sport, oppure sono padri e madri che non vogliono diventare i genitori che i figli guardano fumare” spiega la psicologa.
LE FASI DEL PERCORSO
Secondo le linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), è cruciale integrare la consulenza psicologica con i trattamenti farmacologici. Alcuni medicinali, come i sostitutivi della nicotina, la citisina e il bupropione, aiutano a ridurre lo stimolo fisico della dipendenza e a rendere meno faticoso il processo. Il supporto psicologico serve a rintracciare le origini e le
motivazioni di questa abitudine e ricostruire una parte della propria identità e quotidianità libera dalle sigarette. In genere, il percorso per smettere di fumare è diviso in fasi. Nei primi giorni senza fumo, i pazienti sono spesso entusiasti di resistere alle sigarette e avvertono i primi effetti benefici, respirano meglio e hanno più energia. Allo stesso tempo, però, sentono un forte desiderio di fumare e possono subire alcu-
12 / Fondamentale / Giugno 2026 / Dipendenza dal fumo / Strumenti per smettere
ni sintomi d’astinenza, come ansia, irritabilità e problemi di concentrazione. È proprio nei primi giorni e settimane che è più alto il rischio di ricadute. “In alcune persone questo miglioramento è più difficile per varie ragioni. I farmaci non hanno sempre la stessa efficacia, oppure si possono presentare alcuni meccanismi psicologici che ostacolano il percorso” spiega Munarini. “Per esempio, chi associa un calo del tono dell’umore alla mancanza del fumo
può iniziare a rimuginare su come stesse bene prima di smettere.”
Dopo i primi mesi inizia una fase di consolidamento, in cui diminuiscono i sintomi della dipendenza fisica, si incomincia a elaborare la perdita del fumo dalla propria quotidianità e il corpo percepisce sempre di più i vantaggi dell’assenza del tabacco. Diminuiscono i problemi respiratori, si dorme meglio e migliora la circolazione. “In questa fase, il paziente deve imparare a ricostruire la propria routine e, in maniera più sottile e perdurante, anche la propria identità di ex-fumatore e fumatrice.” Anche in questo momento non bisogna abbassare la guardia contro il rischio di ricadute. A risvegliare la voglia di fumare sono spesso momenti di leggerezza in cui si pensa di potersi concedere una sigaretta o il contatto con persone che fumano.
“Raggiungere l’anno dall’inizio del percorso è un momento di svolta. Il paziente si guarda indietro e si accorge di essere riuscito a superare una serie di ricorrenze e situazioni senza le sigarette, come il compleanno, il Capodanno, una qualche perdita o un periodo stressante al lavoro” spiega Munarini. Arrivare a questo punto significa cominciare un nuovo capitolo della propria vita su tutti i fronti. La salute migliora in generale e si dimezza il rischio cardiovascolare. “Al guadagno fisico si aggiunge quello di autostima” specifica la psicologa. “Se prima si attribuiva alla sigaretta una serie di capacità, dopo si capisce di poter gestire la propria vita senza il fumo.” Anche se le ricadute dopo anni sono rare, possono capitare, e in genere sono sintomo di questioni che non sono mai state risolte del tutto.
I CENTRI ANTIFUMO E I COSTI
La complessità del percorso rende fondamentale essere supportati da medici e psicologi, che insieme possono monitorare lo stato di salute, prescrivere le terapie più adatte e guidare i pazienti da un punto di vista cognitivo e comportamentale. “Il primo consiglio che darei a una persona che vuole smettere di fumare è chiamare un centro antifumo” dice Munarini. Ne esistono quasi 200 sparsi in tutta Italia e sono inclusi nel Servizio sanitario nazionale (SNN). Anche se in ogni centro variano le procedure, tutti offrono un percorso per-
sonalizzato che include un controllo medico e una consulenza psicologica. Quest’ultima può essere individuale o di gruppo, in presenza o al telefono, per facilitare coloro che non si possono spostare.
L’assistenza dei centri antifumo ha il costo dei comuni ticket ospedalieri, mentre le cure con sostitutivi della nicotina e altri farmaci sono ancora a carico del paziente. Per esempio, un ciclo di cure con vareniclina può costare centinaia di euro, un prezzo che in molti casi potrebbe essere motivo di rinuncia. Tuttavia, la situazione attuale è leggermente migliorata da quando, ad aprile 2026, il SNN ha iniziato a rimborsare il trattamento a base di citisina, sempre volto a ridurre la dipendenza dal fumo. Considerando quanto sia cruciale poter contare su un supporto finanziario per seguire le consulenze psicologiche e farmacologiche, questa misura si prospetta efficace per invogliare più persone a smettere di fumare.
SMETTERE DI FUMARE NEL MONDO
Così come in Italia, nella maggior parte dei Paesi europei solo una parte degli strumenti per smettere di fumare è coperta dai servizi sanitari. Su questo tipo di supporti e sull’accesso ai trattamenti si giocano le principali discriminazioni tra persone e nazioni con diverse disponibilità economiche. A livello globale, infatti, gli abitanti dei Paesi più poveri tendono a risentire di più degli effetti dannosi del fumo: la maggior parte dei fumatori e delle fumatrici provengono da aree a basso-medio reddito, dove da un lato è più bassa la consapevolezza dei rischi del tabacco e dall’altro lato è minore l’assistenza destinata a chi vuole smettere.
Uno studio ha paragonato l’accesso ad alcune terapie per smettere di fumare in 60 Paesi a basso-medio reddito. È emerso che in luoghi come il Sud America e il Nord Africa i cerotti e le gomme alla nicotina sono a carico dei pazienti e spesso troppo cari per essere accessibili. Al tema dei costi si aggiunge quello della disponibilità dei farmaci: la terapia a base di bupropione non solo costa come più di un mese di stipendio in media, ma non è disponibile nella maggior parte del Sud America, in Africa, India, Turchia e diversi altri Paesi. Seppure misure ad ampio raggio si-
ano le uniche in grado di ridurre le differenze tra persone e nazioni con diverse disponibilità economiche, gli strumenti digitali possono essere d’aiuto per assottigliarle, se usati con attenzione. Numerose applicazioni per smartphone aiutano a ricordare i progressi fatti ogni giorno senza fumo, come il numero di sigarette evitate e i soldi risparmiati. Online esistono numerosi gruppi di persone nella stessa situazione con cui ci si può confrontare e incontrare.
Quando possibile, chiedere un aiuto professionale rimane la soluzione più efficace per smettere di fumare. Oltre che ai centri antifumo, ci si può rivolgere ai medici di base e ai farmacisti per trovare un supporto.
AIRC, insieme ad AIOM, Fondazione Veronesi e Fondazione AIOM, ha avviato una raccolta firme per una proposta di legge di iniziativa popolare che chiede di aumentare di 5 euro il prezzo dei prodotti da fumo e da inalazione di nicotina, comprese sigarette elettroniche e a tabacco riscaldato.
L’obiettivo è ridurre il numero di fumatori, e le risorse aggiuntive raccolte verrebbero destinate al Servizio sanitario nazionale. Si stima che l’aumento di 5 euro del prezzo delle sigarette in Italia, che oggi è tra i più bassi in Europa, possa favorire una diminuzione del 37% del consumo.
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Bilancio AIRC 2025
NUOVE SFIDE E ORIZZONTI PER LA RICERCA ONCOLOGICA ITALIANA
a cura di Anna Mondino, direttrice scientifica di Fondazione AIRC
Anovembre 2025 il Consiglio di amministrazione di AIRC ha approvato il supporto a 98 borse di studio per l’Italia e per l’estero, 5 programmi speciali e 676 progetti di ricerca, che verranno portati avanti in 96 istituzioni di ricerca distribuite su tutto il territorio nazionale.
Lo scorso anno abbiamo ricevuto oltre 1.400 nuove proposte, in risposta
a bandi pensati per sostenere ricerca di diversa natura e ricercatrici e ricercatori in fasi differenti della carriera. La selezione è stata severa. Attraverso un processo di valutazione rigoroso basato su criteri meritocratici, 235 sono state ritenute le più convincenti per innovazione scientifica e per potenziale impatto.
Ogni progetto inizia da una domanda. A volte nasce da un dato inatteso
in laboratorio, altre da un fallimento terapeutico osservato in clinica, altre ancora da un’intuizione che collega fenomeni apparentemente lontani.
Le delibere AIRC 2025 sono il punto di arrivo di centinaia di queste domande, che vengono trasformate in ipotesi, progetti, e infine in programmi di ricerca pronti a partire.
Guardate nel loro insieme, le delibere 2025 raccontano una ricerca oncologica che continua a cambiare passo. Il cancro non è più affrontato come una malattia uniforme, ma come un sistema complesso, in cui genetica, metabolismo, sistema immunitario, ambiente e stili di vita si intrecciano. Molte delle progettualità finanziate riflettono proprio questa consapevolezza: non basta colpire il tumore, bisogna capire come dialoga con il resto dell’organismo e perché, spesso, riesce a sfuggire alle terapie.
Un asse centrale delle delibere 2025 è rappresentato dall’immunoterapia e dalla sua combinazione con terapie più convenzionali. Numerosi progetti studiano come rendere le terapie immunologiche più efficaci e sicure, identificando segnali molecolari capaci di predire chi risponderà ai
trattamenti e chi no. Altri esplorano nuovi bersagli, nuove combinazioni terapeutiche o strategie per superare le resistenze, uno dei principali ostacoli per allungare la sopravvivenza. I ricercatori dimostrano anche grande attenzione per approcci di diagnosi precoce e mirati alla stratificazione dei pazienti. Progetti incentrati sullo sviluppo e la validazione della biopsia liquida (identificazione nel sangue di tracce del tumore), di analisi multiomiche (che analizzano diversi processi cellulari contemporaneamente), di algoritmi predittivi e di intelligenza artificiale hanno la finalità di individuare la malattia prima che si manifesti clinicamente, di intercettarne la sensibilità alla terapia scelta o di identificare con anticipo possibili ricadute. Ci affacciamo a un cambio di prospettiva: anticipare il tumore, anziché inseguirlo.
Le delibere 2025 danno, inoltre, spazio a indagini su tumori rari o particolarmente aggressivi, difficili da studiare. I progetti finanziati puntano su nuove tecniche di studio e approcci altamente personalizzati, per mettere a punto rapidamente nuove opportunità terapeutiche per tumori per cui oggi ce ne sono poche. Proseguono le ricerche sulle grandi patologie oncologiche – seno, colon-retto, polmone, pancreas, tumori del sangue e del cervello –, affrontate però da angolazioni nuove: verrà così studiato il ruolo del metabolismo, dell’infiammazione cronica, del microbiota, dell’invecchiamento biologico e del microambiente tumorale nella progressione della malattia e nella risposta alle cure.
Dietro a ogni progetto ci sono persone e gruppi di ricerca. Per questo AIRC continua a investire lungo tutto l’arco delle carriere dei ricercatori: dai primi passi ai gruppi emergenti, fino a scienziati e clinici con lunga esperienza. La storia di AIRC mostra che da questi investimenti nascono conoscenza, terapie innovative, nuove linee guida e studi clinici pionieristici. È un percorso che parte dalla fiducia dei cittadini e ritorna ai cittadini sotto forma di progresso medico-scientifico. Il 2026 è in corso: i progetti sono attivi, attendiamo fiduciosi che la ricerca dia nuove risposte.
IN QUALI AMBITI DI RICERCA STA INVESTENDO AIRC
16 / Fondamentale / Giugno 2026
Tumori non organo-specifici*
Tumori al seno
Leucemie
Tumori al colon-retto
Tumori al polmone
Tumori al pancreas
Tumori al cervello
Melanomi
Tumori ovarici
Sarcomi
Tumori al fegato
Tumori ossei
Tumori alla prostata
Linfomi non-Hodgkin
Tumori al rene
Mielomi
Neuroblastomi
Tumori allo stomaco
Al tro
*
I progetti definiti come non organo-specifici rispondono a domande di valenza generale, e possono generare conoscenza applicabile alla cura di molti tipi di cancro diversi.
LA MECCANICA DELLE METASTASI NEL TUMORE DELLE CORDE VOCALI
In questo articolo:
— METASTASI
— CONNESSINE
— FATTORE DI CRESCITA EGF
Il cancro non è solo una massa di cellule, ma un tessuto capace di cambiare struttura e muoversi. Nei tumori delle corde vocali, meccanismi biofisici e proteine di connessione rendono la malattia più invasiva, aprendo a nuovi bersagli contro le metastasi
Sa cura di Michela Vuga
e fino a oggi avete immaginato il cancro come un tessuto in piano, dove le cellule tumorali sono una accanto all’altra fino a formare un nodulo – la massa che si asporta con un intervento chirurgico –, è arrivato il momento di cambiare il vostro punto di vista. La “struttura” del cancro è infatti molto più complessa, ed è anche grazie alla sua “fisicità”, alla sua capacità di manipolare e sfruttare le proprietà fisiche di un tessuto cellulare, che un tumore riesce a progredire e a metastatizzare. Grazie all’analisi di queste caratteristiche, un gruppo di ricercatori di IFOM e dell’Università degli studi di Milano ha scoperto un meccanismo biofisico (perché parliamo di fisica applicata alla biologia) che rende i tumori delle corde vocali più invasivi.
Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Advanced Science nel dicembre 2025 ed è stato realizzato nell’ambito di un
Le cellule del tumore delle corde
vocali riescono a muoversi in modo
coordinato, e questo gli permette di esplorare gli spazi circostanti
IL FUTURO
programma speciale 5 per mille di AIRC sulle metastasi come malattia meccanica e di un progetto ERC-Synergy finanziato dall’Unione europea. “Negli ultimi 30 anni la maggior parte della ricerca oncologica si è concentrata sulla genetica e sulle alterazioni genetiche, e solo in tempi più recenti l’attenzione si è spostata anche sulla fisica dei tessuti” racconta Giorgio Scita, direttore del Laboratorio meccanismi di migrazione delle cellule tumorali di IFOM e professore ordinario di patologia generale all’Università degli studi di Milano, che insieme a Hind Abdo di IFOM ha guidato il progetto. “Capire come le cellule sono integrate, come costituiscono un tessuto e quali siano le relazioni tra le cellule cancerose e le proprietà fisiche del tumore stesso e del tessuto circostante è determinante per delineare l’insorgenza e la progressione della malattia. Oggi sappiamo che la struttura fisica è un carattere distintivo del tumore.”
IL CANCRO DELLE CORDE VOCALI
Secondo le stime AIRTUM, in Italia nel 2025 i nuovi casi di tumore della laringe, compresi quelli delle corde vocali, sono stati 3.540, con una sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi del 69% circa. Il principale fattore di rischio è il fumo di sigaretta, seguito da consumo di alcol e dall’infezione da Papillomavirus (HPV): nel tempo, questi portano a un’alterazione cellulare, per cui i tessuti, da elastici, divengono via via più rigidi e fibrotici. “I tumori più aggressivi nascono in un microambiente estremamente rigido, ed è proprio questo ambiente iperfibrotico a consentire una transizione verso uno stato più ‘fluido’, capace di movimenti collettivi. In fisica
della materia questo fenomeno è noto come ‘transizione di fase’. Quello che succede è impressionante: le cellule tumorali si muovono in maniera estremamente coordinata, come se fossero uno stormo di uccelli. Ed è questo movimento collettivo che permette al tumore di esplorare in modo molto efficiente gli spazi circostanti e di migrare” spiega Scita.
DA TESSUTO SOLIDO A TESSUTO
CAPACE DI MUOVERSI
I ricercatori hanno identificato uno dei meccanismi molecolari che permettono l’acquisizione di questo movimento collettivo: si tratta di un programma genetico preciso, ex novo, che fa capo a dei geni che codificano proteine chiamate connessine. Nei tessuti epiteliali delle corde vocali, le connessine si localizzano a livello delle giunzioni tra una cellula e l’altra, dove permettono il passaggio di fluidi e di ioni, creando dei canali tra cellule. L’interruttore di questo programma genetico ex novo è il fattore di crescita EGF, normalmente prodotto dall’organismo in risposta a stimoli come le lesioni dei tessuti, ma che di frequente nei tumori è espresso in eccesso. “Abbiamo caratterizzato, ovvero studiato e descritto, il passaggio di fluidi da una cellula all’altra attraverso questi canali intercellulari: immaginate il tessuto come se fosse attraversato da un’onda, con le cellule che si gonfiano e si sgonfiano in sequenza e in maniera sincronizzata. Questi cambiamenti del volume cellulare determinano le forze necessarie alla transizione del tessuto da uno stato solido e immobile a uno stato fluido e in movimento: il tumore si muove, invade i tessuti circostanti e innesca le metastasi.”
Per giungere a questa scoperta i ricercatori hanno utilizzato varie tecniche, compresi sistemi avanzati di imaging, metodi di tracciamento del movimento cellulare in tempo reale ed editing genetico (il metodo per tagliare e incollare DNA chiamato CRISPR/Cas9). Quest’ultimo è stato impiegato per eliminare in modo mirato i geni delle connessine, rivelando che rimuovere queste proteine blocca il movimento collettivo. Lo stesso risultato è stato raggiunto inibendo farmacologicamente le connessine.
I risultati di questi studi sono molto rilevanti. In primo luogo perché aiutano a capire le dinamiche tissutali nel tumore delle corde vocali e in altre neoplasie dell’epitelio, per esempio i carcinomi bronchiali. In secondo luogo, perché indicano le connessine come possibili bersagli terapeutici: se in futuro si riuscisse a trovare il modo di controllarle e bloccarle negli esseri umani, si potrebbe ostacolare il diffondersi delle metastasi. Ed è in questa direzione che proseguirà il lavoro dei ricercatori.
COS’È IFOM
IFOM, l’Istituto di oncologia molecolare di Fondazione AIRC, è un centro di ricerca di eccellenza internazionale dedicato allo studio della formazione e dello sviluppo dei tumori a livello molecolare, nell’ottica di un rapido trasferimento dei risultati scientifici dal laboratorio alla cura del paziente. Fondato nel 1998 a Milano da Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro, che da allora ne sostiene lo sviluppo, IFOM oggi può contare su 269 ricercatori di 25 diverse nazionalità, e si pone l’obiettivo di conoscere sempre meglio il cancro per poterlo rendere sempre più curabile.
Testimonianze
Lasciti testamentari
UN GESTO CHE ATTRAVERSA IL TEMPO: IL DONO DI NORMA, LA SCELTA IN FAMIGLIA E IL FUTURO DEI GIOVANI RICERCATORI
Una firma in banca, un momento apparentemente burocratico e noioso, è diventato un ricordo luminoso. Oggi il gesto di destinare una polizza vita ad AIRC continua a vivere nella ricerca, attraversando tre generazioni di donne unite dalla fiducia nella scienza
Eliana ricorda così la madre: davanti al funzionario della banca, il corpo già un po’ fragile, ma la mente vivace. “Era contenta ed emozionata all’idea di fare la differenza e di far sì che il suo lascito andasse alla ricerca. È stato un momento gioioso che ricordo ancora oggi.”
Era il 2015. Quel giorno Eliana accompagnò in banca sua madre, Norma, per cambiare il beneficiario di una polizza vita e destinarla al sostegno della ricerca di AIRC. Un’operazione semplice sulla carta, eppure, per loro, fu molto di più.
Nella vita di Norma non mancarono momenti delicati. Da bambina, un lutto familiare segnò la sua infanzia. Crescendo, costruì una vita fatta di presenza e cura: prima come figlia e sorella, poi come moglie e madre.
Verso i sessant’anni arrivò una diagnosi che avrebbe cambiato il suo sguardo sul mondo: un tumore allo stomaco. L’intervento fu complesso, ma riuscì e non servirono terapie successive.
Anche la perdita della sorella Lucia, morta a soli 42 anni per un melanoma, in un’epoca in cui si sapeva ancora a cura
Norma, con sua figlia Eliana e sua nipote Alisa.
COME FUNZIONA
UNA POLIZZA VITA
SOLIDALE
La polizza vita è uno strumento semplice e flessibile per sostenere la ricerca anche dopo la propria vita. Ecco alcuni aspetti utili da conoscere prima di sottoscrivere la polizza con la propria banca o compagnia assicurativa:
• Si indica AIRC come beneficiario causa morte al momento della sottoscrizione del contratto o con una modifica successiva.
• Il capitale viene liquidato al beneficiario quando la persona viene a mancare, secondo le regole e i tempi previsti dal contratto, senza passare dalla successione.
• È compatibile con il testamento. Si può affiancare ad altre disposizioni patrimoniali senza complicazioni.
• Per garantire che le proprie volontà vengano rispettate, è utile informare AIRC e i propri cari comunicando il numero della polizza e la filiale dove è stata sottoscritta.
pochissimo sui tumori della pelle, accompagnò a lungo Norma, che ricordava spesso come, grazie alle successive scoperte scientifiche, oggi avrebbe probabilmente potuto essere salvata. Proprio da queste esperienze nacque una sensibilità speciale verso la ricerca sul cancro. “Da allora aveva iniziato a interessarsene” ricorda Eliana. “Nel corso delle cure aveva incontrato medici impegnati in questo campo e aveva capito quanto fosse importante.” Negli anni successivi, quando poteva, sosteneva alcuni istituti di ricerca. Non aveva dimestichezza con pratiche bancarie e strumenti finanziari, ma aveva un sincero desiderio di contribuire.
L’IDEA DELLE FIGLIE
L’idea della polizza vita destinata ad AIRC è arrivata qualche tempo dopo, quasi per caso, dalle figlie. Una polizza esisteva già ed era stata pensata per loro, una scelta pratica per semplificare la successione. Con il passare degli anni, Eliana e la sorella Susanna intuirono che quei risparmi potevano trasformarsi in qualcosa di utile per gli altri. Parlarono così a Norma dell’opportunità di modificare il beneficiario indicando un ente impegnato nella ricerca oncologica, e lei accolse l’idea con entusiasmo.
LA SCELTA DEL PROGRAMMA START-UP
Norma è scomparsa nel 2023. A quel punto, le sue figlie si sono rivolte alla Fondazione per poter conoscere il progetto a cui finalizzare la donazione. "Lo sentivo, volevo farlo per mia mamma e sono contenta, non pensavo sarebbe stato così semplice" commenta Eliana. Concluse le pratiche, insieme ad AIRC le due sorelle hanno individuato un progetto a cui destinare il lascito, dedicandolo alla memoria della madre.
La scelta della destinazione è stata naturale: il Programma Start-Up, il finanziamento di AIRC che aiuta giovani scienziati formati all’estero ad avviare il proprio laboratorio indipendente in Italia. Un percorso per portare competenze, idee e leadership nel nostro Paese. È stato il modo più fedele di rispettare i valori di Norma. “Abbiamo pensato ai giovani ricercatori, a quanto impegno mettono nel lavoro e a quante difficoltà incontrano, soprattutto in Italia” Eliana aggiunge. “In un mondo segnato da cose brutte, vedere giovani che scelgono di dedicare la loro vita alla ricerca mi fa sperare nel futuro.”
TRE GENERAZIONI DI DONNE, UNA STESSA FIDUCIA
Quando Eliana racconta questa scelta, lo fa anche come madre che vede da vicino quanto sia difficile fare ricerca in Italia. Infatti, un filo unisce tre generazioni di donne legate, ciascuna a modo proprio, alla ricerca. Norma, che trasformò la sua malattia in sensibilità
verso il lavoro dei ricercatori; Eliana e Susanna, che hanno dato forma a quella fiducia, affiancando la madre nell'utilizzo della polizza vita; e infine Alisa, la nipote biologa molecolare che proprio nella ricerca ha deciso di costruire il proprio futuro. Infatti il destino ha aggiunto un dettaglio speciale: oggi Alisa svolge un dottorato nel gruppo guidato da Diego Dibitetto, ricercatore rientrato a Milano dopo aver vinto uno Start-Up Grant.
Nel periodo in cui ancora studiava all’università, per la nonna era già motivo di orgoglio. “Parlando di lei, si illuminava. Sapere che una nipote studiava per diventare ricercatrice la rendeva davvero felice.”
A chi sta pensando alla scelta del lascito solidale per AIRC, il consiglio di Eliana è semplice: non aspettare il momento perfetto e dare ascolto a ciò che si sente. “Se dentro di noi nasce il desiderio di fare qualcosa, vale la pena fare un passo avanti e chiedere informazioni. Basta poco per scoprire che si può dare un contributo concreto alla ricerca e alle generazioni che verranno.”
VUOI DISPORRE
UNA POLIZZA VITA IN FAVORE DI AIRC? CONTATTACI!
Puoi scegliere di fare testamento o sottoscrivere una polizza in favore di Fondazione AIRC e intitolarlo alla tua memoria o alla memoria di una persona cara. Per ogni domanda specifica, per richiedere la Guida ai lasciti o per comunicare di aver già inserito AIRC in una polizza puoi contattare Anna Sarri dell’Ufficio Lasciti e Grandi Donazioni.
Tel: 02 779 73 19
E-mail: anna.sarri@airc.it
I TRAGUARDI DEI NOSTRI RICERCATORI
In questo articolo:
— SISTEMA IMMUNITARIO
— TUMORI DEL SANGUE
— METASTASI
QUANDO IL SISTEMA IMMUNITARIO INVECCHIA
Nuovi risultati mostrano come cambia il sistema immunitario invecchiando. Conoscenze che hanno implicazioni per il trapianto di cellule staminali nel trattamento di leucemie e altri tumori ematologici
Con l’avanzare dell’età il sistema immunitario si modifica, perdendo in efficienza. Conoscere i meccanismi alla base di questi cambiamenti è fondamentale per capire, tra le altre cose, come si sviluppano i tumori del sangue. Inoltre, può aiutare a comprendere quali fattori possono influire sulle possibilità, da parte delle persone di una certa età, di donare il proprio midollo osseo. Grazie anche al sostegno di AIRC, il gruppo di ricerca coordinato da Raffaella di Micco, della Scuola universitaria di studi avanzati di Pavia (IUSS) e dell’Istituto Telethon per la terapia genica del San Raffaele di Milano (SR-Tiget), è riuscito a chiarire alcuni di questi aspetti, svolgendo un’ampia analisi su campioni raccolti da persone di diverse età. I risultati, pubblicati sul Journal of
a cura di
UN PODCAST FONDAMENTALE
Questo articolo è disponibile in versione podcast. Scopri dove ascoltarlo inquadrando il QR code
Experimental Medicine, potrebbero aiutare a ottimizzare la gestione del trapianto di cellule staminali, un pilastro per la cura delle leucemie. Oggi sappiamo che il sistema immunitario di una persona anziana e quello di una persona giovane sono molto diversi per il tipo di cellule coinvolte e per la loro attività. Tuttavia, gran parte delle nostre conoscenze deriva da studi effettuati soltanto con animali di laboratorio, che invecchiano in tempi e modi differenti dagli esseri umani. I dati dovrebbero dunque essere integrati con altri ottenuti da studi condotti con esseri umani, ma il compito è complesso. “È molto difficile raccogliere un ampio numero di campioni di midollo osseo da persone di età diverse, soprattutto se anziane” spiega Di Micco. “Noi siamo riusciti a far-
Camilla Fiz e Jolanda Serena Pisano
lo soltanto perché abbiamo collaborato con due ospedali, il San Raffaele e il Galeazzi di Milano.” Il gruppo ha così potuto raccogliere campioni di midollo osseo provenienti da più di 70 persone con un’età compresa tra gli 0 e i 65 anni, più un’altra cinquantina di campioni di sangue periferico, e in tal modo studiare nel dettaglio la relazione tra sistema immunitario ed età. Sono emerse alcune differenze rispetto alla letteratura di riferimento.
“Abbiamo scalfito l’idea che le cellule del sangue degli anziani non possano funzionare di per sé” commenta Di Micco. La ricercatrice si riferisce alle cellule staminali ematopoietiche, che formano il midollo osseo e hanno la capacità di rimanere in uno stato quiescente prima di attivarsi e specializzarsi in un tipo di cellula del sangue, a seconda degli stimoli ricevuti. Quando i ricercatori hanno trapiantato le cellule staminali dei pazienti in animali di laboratorio, hanno osservato che le cellule di persone anziane sono meno efficaci di quelle dei più giovani, ma non perché non riescano ad attivarsi, come si riteneva. Infatti, quando i ricercatori ne hanno stimolato la crescita (un passaggio necessario nella preparazione in laboratorio), si sono attivate più di quelle dei
pazienti giovani. Allo stesso tempo, però, le cellule dei più anziani hanno accumulato più danni al DNA, si è sviluppato uno stato infiammatorio e si è arrestata la crescita.
Questi risultati dovranno ora essere confermati in clinica, ma suggeriscono già alcune possibilità per migliorare il trapianto di cellule staminali ematopoietiche da donatori anziani. Infatti, spesso succede che i donatori di midollo osseo abbiano più dell’età considerata limite di 55 anni, perché sono i genitori o altri parenti stretti di un paziente con una leucemia e hanno maggiori probabilità che il loro sangue e i loro tessuti siano compatibili. “Abbiamo cercato di proporre una serie di strategie per mitigare le risposte avverse in queste situazioni, per esempio agendo su alcuni fattori epigenetici o sull’infiammazione” spiega la ricercatrice. Inoltre, questi primi risultati suggeriscono nuove direzioni di ricerca per comprendere come si sviluppano i tumori del sangue nei pazienti anziani.
Conclude Di Micco: “Ora vogliamo capire quali altri fattori, oltre alle mutazioni genetiche note, potrebbero contribuire all’evoluzione di una cellula sana in una tumorale e portare all’insorgenza di una leucemia”.
UNA PROTEINA CHE FAVORISCE LA FORMAZIONE DI METASTASI
In alcuni tipi di tumori, come nel caso del carcinoma gastrico, le cellule possono produrre alti livelli di una proteina chiamata vimentina, che favorisce la formazione di metastasi. Un gruppo di ricerca dell’Università degli studi di Padova, guidato da Claudia Sissi e sostenuto anche da Fondazione AIRC, ha scoperto che questo avviene a causa di una specifica porzione della proteina, che agisce in due modi: da un lato, crea una struttura meccanica
VERSO
CURE
di supporto che permette alle cellule di diffondersi nell’organismo e formare metastasi; dall’altro, lega specifiche strutture nella sequenza del DNA tumorale, e così stimola la produzione proprio di quelle proteine che aiutano la formazione delle metastasi. Grazie a queste conoscenze potrebbe essere possibile progettare farmaci mirati contro questa porzione della vimentina per contrastare più efficacemente alcuni tipi di tumori metastatici.
PIÙ EFFICACI PER LA FORMA PIÙ AGGRESSIVA DI TUMORE OVARICO
Il cancro dell’ovaio è ancora difficile da diagnosticare e curare; tra i motivi, il fatto che spesso non dà sintomi in fase precoce e che è molto eterogeneo geneticamente. Ma una ricerca sostenuta anche da AIRC potrebbe aiutare a rendere più efficaci le cure per la forma più aggressiva di questo tumore, l’adenocarcinoma ovarico sieroso di alto grado. Un gruppo coordinato da Claudio Sette, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, ha osservato importanti differenze tra
sottopopolazioni di cellule all’interno di campioni di questo tumore, sfruttando degli organoidi, modelli cellulari tridimensionali derivati da cellule tumorali di pazienti che riproducono in laboratorio alcuni aspetti strutturali e funzionali di organi umani. I ricercatori hanno così capito perché alcune cellule del tumore sono resistenti alle terapie e hanno scoperto dei meccanismi cellulari che potrebbero rappresentare possibili bersagli per terapie mirate.
LA PSICONCOLOGIA COME PILASTRO DEL PERCORSO DI CURA: PROSPETTIVE E MODELLI IN ITALIA
GABRIELLA PRAVETTONI
è professore ordinario di psicologia cognitiva e delle decisioni presso l’Università degli studi di Milano e direttrice della Divisione di psiconcologia dell’Istituto europeo di oncologia. Coordina inoltre il dottorato in Medical Humanities della SEMM Milano.
La sua ricerca si concentra sui processi cognitivi, sul processo decisionale e sulla prevenzione degli errori nel campo medico.
Integra il sostegno psicologico con le cure oncologiche per migliorare i risultati clinici e la qualità di vita dei malati. Ha vinto numerosi progetti europei, sviluppando nuove tecnologie e strumenti per il supporto ai pazienti.
Nel panorama oncologico contemporaneo, il supporto psiconcologico è parte fondamentale del percorso di cura. La diagnosi di tumore non rappresenta soltanto una sfida biologica, ma anche un evento traumatico capace di destabilizzare l’equilibrio identitario e relazionale dell’individuo. L’approccio puramente biomedico lascia spazio a un modello biopsicosociale, orientato a cogliere la complessità della sofferenza e a rispondere ai bisogni specifici del malato e della sua famiglia.
Il supporto si estende infatti alla rete primaria di riferimento, in particolare ai caregiver dei pazienti. La necessità di un approccio integrato deriva dalla consapevolezza che il benessere psichico finisce per influenzare l’aderenza ai trattamenti, la gestione degli effetti collaterali e la qualità della vita nell’intero percorso di cura, dalla fase acuta alla cronicità.
a cura di Gabriella Pravettoni
I programmi di psiconcologia sono in grado di ridurre ansia, depressione
e distress
EVIDENZE SCIENTIFICHE E BENEFICI DEGLI
INTERVENTI PSICONCOLOGICI
La letteratura internazionale documenta l’efficacia degli interventi psiconcologici nel migliorare l’outcome complessivo. Programmi strutturati riducono disturbi quali ansia, depressione e distress, che colpiscono più di un paziente su due. L’obiettivo è favorire strategie di coping maggiormente adattive che permettano alla persona di diventare parte attiva nel percorso di cura, riorganizzando il proprio rapporto con la malattia. Tali interventi favoriscono anche la comunicazione con l’équipe: un paziente supportato partecipa attivamente alle decisioni cliniche. In questa prospettiva, la psiconcologia funge da facilitatore, contribuendo a una gestione efficiente delle risorse sanitarie e alla riduzione delle complicanze correlate allo stress.
MODELLI DI INTERVENTO E APPROCCI
TERAPEUTICI DI AVANGUARDIA
L’efficacia degli interventi psiconcologici si esprime attraverso modelli validati. Accanto al supporto psicologico tradizionale, risultano efficaci i protocolli Mindfulness-Based Cancer Recovery (MBCR) e gli interventi cognitivo-comportamentali focalizzati sul trauma. Tali approcci sono utili nella gestione della “fear of progression” (FoP, in italiano Paura della progressione). Anche i gruppi terapeutici riducono significativamente il senso di isolamento. L’integrazione di queste tecniche favorisce un uso più appropriato delle terapie farmacologiche, con benefici sul profilo assistenziale globale.
IL “PAZIENTE OMBRA”: LA CENTRALITÀ
DEL CAREGIVER NEL SISTEMA DI CURA
Il caregiver familiare, o “paziente ombra”, è essenziale nel sistema di cura. Con 4 milioni di persone coinvolte in Italia, il suo ruolo oscilla tra responsabilità assistenziale e rinuncia ai propri spazi.
L’esposizione allo stress cronico comporta rischi di burnout e isolamento. Il caregiver media la comunicazione con i medici e supporta la continuità assistenziale, ma tale funzione può condurre a una iper-responsabilizzazione critica.
Interventi mirati possono migliorare la qualità della vita dei familiari. Programmi psicoeducati-
vi prevengono l’esaurimento emotivo. Tutelare il caregiver non è accessorio, ma parte di un modello integrato: un familiare sostenuto garantisce una cura più efficace, influenzando positivamente gli esiti clinici del paziente. È dunque prioritario promuovere una presa in carico che includa l’intero nucleo relazionale.
ARCHITETTURA DEI SERVIZI E PROSPETTIVE FUTURE: VERSO IL DIRITTO ALLA CURA PSICONCOLOGICA
In Italia, l’assistenza psiconcologica poggia su una complessa sinergia tra le strutture del Servizio sanitario nazionale (SSN) e il dinamismo del Terzo settore. Nei centri d’eccellenza, la disciplina è integrata nei Percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali (PDTA), supportata da oltre 1.700 associazioni che garantiscono prossimità e assistenza domiciliare. Tuttavia, permangono criticità legate a una marcata disomogeneità territoriale: spesso la figura dello psicologo dipende da finanziamenti temporanei o progetti esterni anziché da una programmazione stabile del SSN, e questo compromette la continuità assistenziale e l’equità d’accesso. Il superamento di tali limiti impone un intervento strutturale e normativo: è necessario che la psiconcologia sia riconosciuta nei Livelli essenziali di assistenza (LEA), cioè le prestazioni che il SSN deve garantire a tutti i cittadini, assicurando il coinvolgimento dello specialista fin dalla comunicazione della diagnosi. In conclusione, investire in quest’ambito significa promuovere un modello di cura realmente centrato sulla persona. La gestione della malattia non può limitarsi alla biologia, ma deve includere il supporto psicologico come componente imprescindibile di un sistema sanitario che sia non solo più umano, ma anche più efficace, equo e sostenibile nel lungo periodo.
Servizi per i pazienti
Fine vita
QUANDO CURARE NON BASTA: LA SFIDA DELL’ACCOMPAGNAMENTO NEL FINE VITA
In questo articolo:
— CURE PALLIATIVE
— DISPOSIZIONE ANTICIPATE DI TRATTAMENTO — ASSISTENZA PSICOLOGICA
Progressi scientifici e aumento della sopravvivenza cambiano i bisogni assistenziali. Ma tra comunicazione difficile, scelte complesse e supporto insufficiente, resta aperto il nodo della gestione dei pazienti oncologici nelle fasi più avanzate della malattia
a cura di Fabio Di Todaro
Inuovi strumenti di diagnosi precoce e la crescente efficacia dei trattamenti hanno reso in tanti casi sempre più concreta la possibilità di guarire o cronicizzare il cancro. Restano però purtroppo ancora situazioni in cui ci si trova di fronte a persone con una malattia ormai incurabile, ed è necessario garantire loro un adeguato percorso di fine vita.
Per quanto riguarda la preparazione degli specialisti nel supportare pazienti e famiglie, circa il 70% degli oncologi italiani risulta pronto ad affrontare con loro i temi legati alla prognosi e al sostegno da garantire nell’ultimo miglio. “In queste situazioni spesso le paure di chi vive la malattia e di chi è chiamato a curarla si sommano e potenziano” ammette Vittorina Zagonel, già direttore del Dipartimento di oncologia clinica e sperimentale dell’Istituto oncologico Veneto (IOV) di Padova e oggi membro
del Gruppo analisi e valutazione dei piani di potenziamento delle cure palliative dell’Agenzia nazionale dei servizi sanitari regionali (AGENAS). Zagonel ha di recente coordinato un sondaggio sulla gestione del fine vita, promossa dall’Associazione italiana di oncologia medica (AIOM) e condotta con il contributo di società italiane di cure palliative, anestesisti e rianimatori, chirurghi oncologi, radioterapisti e psiconcologi, coinvolgendo 562 operatori sanitari di tutta Italia. “C’è un momento in cui tocca fermare i trattamenti antitumorali, attivare le cure palliative e stare vicino ai pazienti e alle loro famiglie. Soprattutto con le parole.”
FINE VITA: LA CURA OLTRE
LA MALATTIA
Secondo una sintesi globale riportata anche nell’ultima edizione del volume I numeri del cancro in Italia, le criticità riguardanti la gestione del fine vita sono le stesse a tutte le latitudini. L’accesso alle cure palliative non sempre è garantito, e spesso è tardi-
vo; inoltre, non si presta sufficiente attenzione alle volontà dei pazienti in termini di terapie somministrate, né un adeguato supporto psicologico e spirituale alla gestione del dolore, sia della persona malata sia dei suoi familiari.
Questa situazione è (anche) la conseguenza di un ricorso marginale alle disposizioni anticipate di trattamento (DAT), sancite per legge (219/2017), ma “la cui conoscenza e applicazione nella pratica clinica rimangono un’eccezione, sia tra i cittadini sia tra gli operatori sanitari”, si legge su I numeri del cancro in Italia 2025
Ancora meno nota risulta essere la pianificazione condivisa delle cure,
36% degli oncologi intervistati passa regolarmente dalle parole ai fatti.” A vanificare questa opportunità per i pazienti sono soprattutto la mancanza di formazione specifica degli operatori e il poco tempo a disposizione, sebbene la legge dichiari che “il tempo della comunicazione tra medico e paziente costituisce tempo di cura”.
LE CURE PALLIATIVE PRECOCI FANNO LA DIFFERENZA
Dall’indagine emerge che il 71% dei clinici informa “sempre o abbastanza spesso il malato sulla prognosi”. L’esperienza internazionale svela però che soltanto in un caso su 10 si è di fronte a un paziente “pienamente consapevole”. Molto più di frequente (41%) questa consapevolezza è “imprecisa”.
Ulteriori questioni aperte riguardano la diffusione delle cure palliative precoci e il ricorso alla sedazione palliativa in presenza di sintomi intol-
“Ancora oggi più di un terzo degli oncologi non si ritiene preparato ad assistere un paziente nel fine vita”
disciplinata dalla medesima legge, che definisce il percorso clinico e relazionale tra medico e paziente per anticipare e condividere le scelte future di cura. “Rispetto alle DAT, si tratta di un documento dinamico, da redigere idealmente all’inizio del percorso di cura e aggiornare tenendo conto dell’evoluzione della malattia” spiega Lorenzo Belluomini, oncologo che coordina il gruppo di lavoro AIOM giovani e ricercatore all’Università di Verona, tra gli autori della survey. “Sulla base dei dati raccolti, oggi sappiamo che 9 colleghi su 10 riterrebbero attuabile una simile pianificazione. Ma soltanto il
lerabili per il paziente. “Le priorità degli oncologi sono le stesse che avevamo rilevato già nel 2008” aggiunge Zagonel, richiamando uno studio pubblicato sulla rivista Annals of Oncology. “Abbiamo ancora più di un terzo degli specialisti che non si ritiene preparato ad assistere un paziente nel fine vita.” Eppure, rispetto ad allora, le conoscenze sono aumentate. “Offrire, quando necessario, un percorso di cure palliative in parallelo a quelle oncologiche allevia la sofferenza ed evita al paziente il rischio di sentirsi abbandonato nel momento in cui l’efficacia delle terapie antitumorali si esaurisce.”
Nel fine vita, il sostegno ideale dovrebbe coinvolgere, oltre a medici e infermieri, anche psicologi, assistenti sociali e assistenti spirituali
QUANDO L’ONCOLOGO SI DEVE FERMARE
Un tema, quest’ultimo, ancora difficile da affrontare tra oncologi, pazienti e caregiver. In Italia, il 26% dei clinici effettua trattamenti antitumorali nell’ultimo mese di vita, il 34% “occasionalmente” e soltanto poco più di uno su 5 si sente sincero nel rispondere “mai”. “Sebbene oggi sia più complesso formulare una prognosi nel malato in fase avanzata, siamo di fronte a un indicatore di scarsa qualità dell’assistenza: questo approccio ritarda spesso l’accesso alle cure palliative, aumenta gli accessi in pronto soccorso e la quota di ricoveri inappropriati” precisa Belluomini. “Il ricorso precoce alle cure palliative” rammenta invece Zagonel “fa calare le richieste di eutanasia e suicidio medicalmen-
te assistito. La consapevolezza tra i colleghi è crescente, ma ci sono due ostacoli: la mancata copertura di tutto il territorio nazionale con i servizi di cure palliative e un’organizzazione che renda strutturato e diffuso un approccio sinergico tra unità di oncologia e servizi di cure palliative.”
UN LAVORO DI SQUADRA PER IL FINE VITA
La gestione del fine vita, in ogni caso, non dovrebbe mai rimanere appannaggio esclusivo di medici e infermieri. “Le componenti spirituale, narrativa e psicologica assumono un ruolo centrale nell’accompagnamento del paziente e dei suoi familiari” commenta Zagonel. “Con responsabilità e senza sentirci in colpa, possiamo contribuire a una dimensione umana di normalità an-
che nelle fasi finali di una malattia come il cancro.” Di strada da fare ce n’è pure in questo caso. Sono ancora pochi i casi in cui viene offerto il sostegno ideale, che coinvolge anche professionisti come psicologo, assistente sociale e assistente spirituale. Il che aggrava il malessere psicologico (ansia e depressione) di pazienti e caregiver nel fine vita. “Dobbiamo aumentare la nostra consapevolezza su questi temi, a partire dal corso di laurea e dalle scuole di specializzazione” spiega Belluomini. “I buoni esempi li abbiamo, anche in Italia. Lì dove un ospedale attiva modelli organizzativi strutturati di gestione interdisciplinare, tra oncologia e cure palliative e tra ospedale e territorio, si rileva una maggiore qualità nelle cure offerte e una maggior aderenza alle scelte del malato nel fine vita.” Con un beneficio che riguarda pure chi è – soltanto all’apparenza –dall’altra parte.
“La mancata gestione di questi aspetti è tra le prime cause di burnout tra gli oncologi. Serve essere più incisivi su questi bisogni anche a livello istituzionale, per promuovere modelli organizzativi più coerenti con le esigenze di una società che sta cambiando” conclude Belluomini.
Diagnosi precoce
Melanoma
PERCHÉ NON ESISTE UNO SCREENING PER IL MELANOMA
In questo articolo:
— MAPPATURA DEI NEI
— SOVRADIAGNOSI
— AUTOESAME
Il bisogno di istituire uno screening per le persone a rischio è sempre più sentito, ma è ancora necessario lavorare per ridurre al minimo i falsi positivi
a cura di Sofia Corradin
Quando si parla di diagnosi precoce dei tumori, siamo abituati a pensare ai programmi di screening di popolazione disponibili per il tumore del seno, per quello del collo dell’utero e per quello del colon-retto. Ma per il melanoma, uno dei tumori della pelle più temuti, le cose stanno diversamente. Infatti, nonostante individuare precocemente questa neoplasia possa cambiare radicalmente la prognosi, fino a portare a una cura definitiva, a oggi non è raccomandato un programma di screening rivolto alla popolazione generale. Come mai?
Bordi irregolari
Asimmetria Dimensioni Evoluzione
Secondo gli ultimi dati diffusi da AIRTUM, l’Associazione italiana registri tumori, nel nostro Paese si stimano 17.700 nuove diagnosi di melanoma all’anno. Non si tratta, quindi, di un tumore raro, e peraltro è uno dei tipi di cancro più frequenti in giovane età. “Attualmente non abbiamo evidenze solide che uno screening di massa riduca la mortalità per melanoma” spiega Paolo Ascierto, direttore dell’Unità di melanoma, immunoterapia oncologica e terapie innovative dell’Istituto nazionale per lo studio e la cura dei tumori - Fondazione Giovanni Pascale di Napoli, tra i massimi esperti internazionali di questa malattia. “A differenza di altri tumori, come colon-retto o mammella, nel melanoma il rischio è di intercettare molte lesioni a basso rischio senza modificare davvero gli esiti clinici più importanti. Per questo oggi non è utile sottoporre tutta la popolazione agli stessi controlli, ma è molto più
efficace concentrare gli sforzi su chi ha un rischio reale di sviluppare melanoma. Questo significa identificare precocemente i soggetti più esposti e garantire loro controlli regolari.”
Il punto, quindi, non è fare più controlli possibili, ma fare quelli giusti alle persone giuste.
COSA SIGNIFICA “MAPPATURA DEI NEI”
Nel linguaggio comune si parla spesso di mappatura dei nei come di uno strumento di screening. Dietro questa espressione si nascondono esami diversi che hanno utilità per la diagnosi precoce del melanoma, ma che non possono essere impiegati su larga scala.
Il più comune è la visita dermatologica con dermatoscopia. Nel corso di una visita, il dermatologo esamina i nei visibili usando un dermatoscopio manuale, uno strumento in grado di illuminare e ingrandire la
“Non abbiamo evidenze solide che uno screening di massa riduca la mortalità per melanoma”
Colore non uniforme
pelle, essenziale per la dermatoscopia (anche detta epiluminescenza o dermoscopia) che ha un’accuratezza diagnostica che può superare il 90%. Oltre a questo esame di primo livello esistono poi esami più sofisticati di secondo livello, che si eseguono quando quello di primo livello non è sufficiente a indagare le lesioni cutanee: sono la videodermatoscopia digitale e la Total Body Photography. La videodermatoscopia digitale è un’indagine che permette di fotografare e archiviare le immagini ingrandite di singole lesioni sospette, consentendo così di verificarne l’evoluzione nel tempo. La Total Body Photography (TBP), che è poi la vera e propria “mappatura dei nei”, prevede invece la fotografia digitale dell’intera superficie cutanea della persona, per monitorare nel tempo la comparsa di nuove lesioni o i cambiamenti in quelle preesistenti. Sono strumenti molto utili, ma non pensati per essere usati indistintamente su tutta la popolazione.
PERCHÉ UNO SCREENING DI MASSA NON FUNZIONA
Le ragioni per cui non si propone uno screening universale sono diverse. Come ha spiegato Ascierto, la prima è la mancanza di prove di efficacia
sulla mortalità. In medicina, uno screening su larga scala viene erogato dai sistemi sanitari solo se dimostra in modo misurabile di salvare vite, e non semplicemente di trovare più anomalie. La seconda è il rischio di sovradiagnosi, cioè l’identificazione di lesioni che, pur apparendo sospette, non si sarebbero mai evolute in un tumore clinicamente pericoloso.
“Il rischio concreto” sottolinea Ascierto “è identificare lesioni che non avrebbero mai dato problemi, con conseguente aumento di biopsie, piccoli interventi chirurgici e ansia per i pazienti. Si finisce per medicalizzare eccessivamente persone sane, senza un reale beneficio.”
Continua: “A questo si aggiunge un problema di sostenibilità. Una mappatura estesa a tutta la popolazione adulta significherebbe milioni di visite dermatologiche, con un impatto
CHI HA DAVVERO BISOGNO
DI
CONTROLLI REGOLARI
Il fatto che non esista uno screening per tutti non significa che nessuno debba controllare i propri nei. Al contrario: alcune persone hanno un rischio nettamente più alto e meritano programmi di sorveglianza personalizzati.
Tra queste rientrano chi ha una familiarità per melanoma, chi presenta molti nei o nei atipici, chi ha la pelle molto chiara, chi ha avuto scottature intense, soprattutto in giovane età, e chi ha già avuto un melanoma in passato. Per questi soggetti i controlli dermatologici regolari sono uno strumento prezioso per intercettare precocemente lesioni maligne. “Non tutti hanno bisogno dello stesso livello di controllo” spiega Ascierto. “La prevenzione più efficace oggi è quella selettiva e personalizzata, la
I controlli dermatologici regolari restano uno strumento prezioso per chi ha un rischio nettamente più alto di sviluppare un melanoma
enorme in termini di costi, organizzazione e risorse umane. E, soprattutto, rischierebbe di saturare il sistema sanitario nazionale, rendendo ancora più difficile l’accesso per chi ne ha davvero bisogno. Il punto non è fare di più, ma fare meglio: indirizzare le risorse verso chi ha un rischio reale”. Usare risorse limitate per controlli poco utili dal punto di vista clinico, quindi, potrebbe paradossalmente rallentare la diagnosi di chi presenta una lesione davvero sospetta. Si tratta di un tema particolarmente delicato, se si pensa che oggi in Italia vivono circa 221.000 persone dopo una diagnosi di melanoma, segno sia della diffusione della malattia sia dell’elevata sopravvivenza quando viene riconosciuta e trattata in tempo. La sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi è infatti dell’89,8% nelle donne e dell’87,6% negli uomini.
chiave per rendere la diagnosi precoce sostenibile e davvero utile.”
IL RUOLO FONDAMENTALE
DELL’AUTOESAME
Per la maggior parte delle persone non a rischio di melanoma, la strategia più utile resta un’altra: l’autoesame periodico. Osservare e conoscere la propria pelle consente di accorgersi di cambiamenti sospetti e di rivolgersi in tempo al dermatologo. In questo senso resta validissima la regola ABCDE per l’autovalutazione dei nei, un semplice promemoria per osservare Asimmetria, Bordi irregolari, Colore non uniforme, Diametro superiore a 6 millimetri circa ed Evoluzione nel tempo. A volte il segnale più importante è la comparsa del cosiddetto “brutto anatroccolo”, ovvero un neo che appare diverso da tutti gli altri presenti sul corpo.
“L’autoesame è uno strumento molto utile soprattutto in termini di consapevolezza” conferma Ascierto. “Spesso è proprio il paziente, o un familiare, a notare per primo qualcosa di anomalo, e questo può fare la differenza in termini di diagnosi precoce e prognosi.”
LO SGUARDO AL FUTURO: L’AIUTO DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Nei prossimi anni il panorama potrebbe cambiare grazie alle nuove tecnologie. Sistemi di imaging avanzati e algoritmi di intelligenza artificiale stanno già mostrando risultati promettenti nell’analisi delle lesioni cutanee e nella riduzione dei tempi di attesa per i controlli. “Potranno diventare una risorsa fondamentale soprattutto come primo filtro, anche integrato con la telemedicina” commenta Ascierto. “Ma è importante non affidarsi completamente alla tecnologia. Si tratta infatti di strumenti che non sostituiranno il medico, ma piuttosto lo affiancheranno nella pratica clinica quotidiana. La sfida sarà integrare innovazione tecnologica e competenza clinica senza perdere di vista il paziente”. In definitiva, per il melanoma della pelle non sempre fare di più significa fare meglio. La prevenzione più efficace non passa da controlli indiscriminati, ma dalla capacità di riconoscere chi è davvero a rischio, utilizzare bene gli strumenti disponibili e non sottovalutare mai un cambiamento della pelle.
UN PODCAST FONDAMENTALE
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Bilancio d’esercizio 2025
142 MILIONI PER LA RICERCA SUL CANCRO DI AIRC
Nel 2025 Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro ha destinato oltre 142 milioni di euro alla ricerca scientifica. Di questi, più di 113 milioni sono stati assegnati per sostenere 681 progetti di ricerca individuali e programmi speciali e 98 borse di studio, mentre 29 milioni sono stati destinati a IFOM, l’Istituto di oncologia molecolare d’eccellenza fondato da AIRC nel 1998.
In questo modo, AIRC ha potuto continuare a supportare anche per il 2026 circa 5.000 ricercatori in istituzioni pubbliche e private in tutta Italia. Inoltre, ha garantito a IFOM le risorse necessarie per avviare il nuovo piano strategico Athena Evolution, attivo dal 2026 e che si prefigge di affrontare una delle sfide centrali della ricerca oncologica, ovvero la difficoltà di prevedere perché tumori istologicamente identici seguano traiettorie cliniche diverse. Nel 2025, AIRC ha anche intensificato le attività di informazione e sensibilizzazione del pubblico sui metodi di prevenzione e diagnosi precoce del cancro e sui progressi della ricerca. Tutto questo è stato possibile grazie all’impegno dei nostri volontari e alla generosità dei sostenitori, che hanno permesso di incrementare i proventi da raccolta fondi. Un obiettivo raggiunto principalmente grazie alla crescita delle donazioni liberali, dei lasciti testamentari e a un maggiore introito ricevuto attraverso il 5 per mille.
ONERI E COSTI
A) Costi e oneri da attività di interesse generale
4) Personale
5) Ammortamenti
7) Oneri
a)
c) Altri oneri connessi a progetti di ricerca e borse di studio
9) Accantonamento a riserva vincolata per decisione degli organi istituzionali
a) Assegnazioni di progetti di ricerca e borse di studio deliberate dagli organi istituzionali
b) Assegnazioni a sostegno di sinergie istituzionali –Fondazione IFOM
c) Accantonamento per progetti di ricerca pluriennali
10) Utilizzo riserva vincolata per decisione degli organi istituzionali
B) Costi e oneri da attività diverse
2) Servizi
C) Costi e oneri da attività di raccolta fondi
1) Oneri da raccolte fondi abituali
a) Oneri per generare i contributi liberali
b) Lasciti testamentari e donazioni
2) Oneri da raccolte fondi occasionali
a) Arance della Salute
b) Azalea della Ricerca
c) Giorni della Ricerca
d) Cioccolatini della Ricerca
e) Nastro
f) Natale di AIRC
g) Attività occasionali degli Uffici regionali e Comitati
3)
b)
c)
D) Costi e oneri da attività finanziarie e patrimoniali
3) Da
E) Costi e oneri di supporto generale
1) Materie prime, sussidiarie,
5)
PROVENTI E RICAVI
Avanzo/disavanzo
B) Ricavi, rendite e proventi da attività diverse
C) Ricavi, rendite e proventi da attività di raccolta fondi
D) Ricavi, rendite e proventi da attività finanziarie e patrimoniali
III Immobilizzazioni finanziarie, con separata indicazione aggiuntiva, per ciascuna voce dei crediti,
II Crediti, con separata indicazione aggiuntiva, per ciascuna voce, degli importi esigibili oltre
Alimentazione
Dieta equilibrata
MANGIARE A COLORI: PERCHÉ VARIARE FRUTTA E VERDURA
PROTEGGE
LA SALUTE
Rosso, verde, arancione, bianco, viola. Portare in tavola frutta e verdura di colori diversi non è solo una questione estetica, ma anche una strategia semplice ed efficace per prendersi cura della propria salute
a cura della redazione
Dietro alle diverse tonalità dei vegetali si nasconde una grande varietà di sostanze bioattive, i cosiddetti fitocomposti, che svolgono un ruolo importante nel supportare le funzioni dell’organismo.
I colori di frutta e verdura dipendono in gran parte dai pigmenti naturali che contengono, pur non riflettendo in modo esclusivo la loro composizione complessiva. Il rosso di pomodori, angurie o peperoni è legato alla presenza di carotenoidi come il licopene; le tonalità rosso-blu-viola di altri vegetali, come frutti di bosco e melanzane, sono invece dovute principalmente alle antocianine. Il
giallo-arancione di carote, zucca e agrumi indica un buon contenuto di carotenoidi; il verde intenso di spinaci, broccoli e zucchine è dovuto alla clorofilla, ed è spesso associato anche a folati; il bianco di alimenti come cavolfiori, cipolle, aglio e mele è associato a composti come quercetina e molecole solforate. Queste sostanze contribuiscono, con meccanismi diversi, alla protezione delle cellule dallo stress ossidativo e alla modulazione di numerosi processi cellulari, inclusi quelli infiammatori. Insieme ad altri componenti fondamentali, come fibre, vitamine e minerali, una dieta ricca e varia di frutta e verdura è associata a un minor rischio di svi-
FRISELLA INTEGRALE
CON VERDURE SALTATE E TONNO
Ingredienti per 2 persone:
• 2 friselle integrali
• 1 zucchina
• 1 peperone
• 1 carota
• 120 g di tonno al naturale sgocciolato
• Qualche foglia di basilico fresco
• Olio extravergine di oliva (EVO) q.b.
• Sale e pepe q.b.
Preparazione
luppare diverse malattie croniche, in particolare quelle cardiovascolari, ma anche alcune forme di cancro. Il beneficio non deriva da un singolo alimento o colore “miracoloso”, ma dall’effetto combinato di molte sostanze che agiscono in sinergia. È per questo che variare il più possibile le scelte è più efficace che concentrarsi sempre sugli stessi alimenti, anche se salutari. Nessun cibo, da solo, è in grado di fornire tutto ciò di cui abbiamo bisogno, ed è proprio la varietà a fare la differenza.
Ma quanta frutta e verdura consumare ogni giorno? Le indicazioni suggeriscono di arrivare ad almeno 5 porzioni quotidiane. Per la verdura si consiglia di consumarne almeno 2 porzioni al giorno, ma più se ne mangia e meglio è. Una porzione corrisponde indicativamente a circa 80 grammi per le verdure a foglia (come l’insalata) e a circa 150-200 grammi per altri ortaggi, crudi o cotti. La frutta può essere distribuita in 2 momenti della giornata, e in questo caso una porzione è pari a circa 150 grammi, quindi a un frutto medio o a 2 piccoli.
Per aiutarsi a rispettare queste indicazioni, un importante alleato è la stagionalità. Frutta e verdura di stagione, infatti, sono spesso più saporite, e risultano quindi molto gustose senza bisogno di aggiungere sale, grassi o zuccheri.
Lavate e mondate le verdure. Tagliate la zucchina e la carota a fettine sottili e il peperone a listarelle. Scaldate una padella con un filo di olio extravergine di oliva e fate saltare le verdure a fiamma medio-alta per alcuni minuti, mescolando spesso, fino a quando risultano morbide ma ancora croccanti. Regolate di sale e pepe. Nel frattempo, bagnate velocemente le friselle sotto l’acqua corrente e disponetele su un piatto. Distribuite sopra le verdure saltate, quindi aggiungete il tonno ben sgocciolato e sminuzzato grossolanamente. Completate con qualche foglia di basilico fresco e un filo di olio extravergine di oliva a crudo.
UNA FORZA CHE VIVE NELLA RICERCA
a cura della redazione
La storia di Lorenzo e delle iniziative nate per ricordare la sua forza e sostenere le ricercatrici e i ricercatori AIRC, perché un tumore non sia mai più una condanna
Lorenzo aveva 38 anni quando ha scoperto di avere un tumore all’intestino già metastatico, una diagnosi arrivata all’improvviso. Sono seguiti tanti cicli di terapia, interventi chirurgici e riprese postoperatorie, che ha affrontato con una forza
e una determinazione straordinarie, insegnando ai suoi cari a combattere fino all’ultimo e a vivere ogni momento con intensità.
Quando Lorenzo se n’è andato, nel gennaio 2022, per la compagna, la famiglia e gli amici è stato naturale chiedersi come continuare a far vivere quella forza. La risposta è arrivata presto: ricordarlo facendo del bene. Così è nata la “Frentzen Family”, un gruppo unito da un affetto immenso e dal desiderio di trasformare il dolore in un aiuto concreto per chi deve affrontare la malattia.
Il primo evento di raccolta fondi, organizzato a pochi mesi dalla scomparsa di Lorenzo, ha permesso di devolvere oltre 16.000 euro a Fondazione AIRC. Negli anni successivi, altre iniziative hanno preso forma, tutte animate da un pensiero semplice e potente: fare in modo che una diagnosi di tumore non sia mai più una condanna.
L’ultimo progetto è nato lo scorso anno: un mercatino di beneficenza, sostenuto da amici, colleghi e da tante persone che hanno donato tempo,
spazi e materiali. Per un weekend, abiti e accessori di seconda mano sono diventati strumenti di solidarietà. Chi ha partecipato ha potuto contribuire con una piccola cifra e donare direttamente attraverso la pagina creata su Un Buon Invito AIRC, la piattaforma digitale che permette di organizzare raccolte fondi personali e di raccogliere donazioni online in modo semplice e trasparente.
Anche questa iniziativa ha raggiunto un risultato importante: 10.420 euro raccolti e devoluti, ancora una volta, alla ricerca contro il cancro.
UN BUON INVITO A SOSTENERE LA RICERCA
Il ricordo di una persona speciale, una ricorrenza importante o un momento di condivisione possono diventare un gesto per sostenere la ricerca sul cancro. Con la piattaforma digitale Un Buon Invito puoi creare la tua raccolta fondi personale e invitare chi ti è vicino a partecipare. Per attivarla bastano pochi passaggi:
1. crea la tua pagina su unbuoninvito.airc.it;
2. racconta la storia o la motivazione della tua iniziativa;
3. condividi l’invito con amici, familiari, colleghi; 4. raccogli le donazioni in modo semplice e sicuro.
Un gesto personale che diventa collettivo, e sostiene chi ogni giorno lavora perché una diagnosi di tumore non sia mai più una condanna. Cosa aspetti? Crea la tua raccolta fondi. Vai su unbuoninvito.airc.it o inquadra il QR code.
Testimonianze
Leucemia mieloide acuta
“SE LE MIE CURE SONO POSSIBILI OGGI, È GRAZIE ALLA RICERCA”
a cura della redazione
Paola ha scoperto di avere una leucemia mieloide acuta nel 2024, ma oggi può testimoniare l’importanza di sostenere la ricerca, anche attraverso il 5 per mille
Paola è ricercatrice presso SDA Bocconi School of Management, si occupa di management sanitario e innovazione, ed è docente presso l’Università Bocconi. Proviene da Sottomarina, un paese di mare nel comune di Chioggia, Venezia, ed è andata via di casa all’età di 18 anni. Amante dello sport, indipendente e molto impegnata nel lavoro, ha stabilito il centro della sua vita a Milano, dopo molti anni a Londra. Nel 2024, però, da alcune analisi emerge la necessità di procedere con un prelievo del midollo, così il 14 marzo Paola effettua il prelievo all’Ospedale San Raffaele di Milano e il 15 riceve il referto: la diagnosi è leucemia mieloide acuta.
Paola parla con i medici e comprende che il ricovero dev’essere immediato. Chiede solo qualche giorno di tempo per prepararsi, in cui avvisa della situazione i suoi colleghi più stretti, si taglia i capelli, va a prendere un aperitivo con gli amici, e cena con i genitori, la sorella e il fidanzato. Il 20 marzo 2024 inizia il suo primo ricovero. Dell’équipe che la seguirà fa parte anche Luca Vago, professore associato di medicina presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e ricercatore AIRC, i cui studi si concentrano proprio sulla leucemia. “Quando sono arrivata in ospedale mi
hanno detto ‘qui siamo una famiglia’. Al momento non ci ho creduto, poi ho capito che nel tempo trascorso lì, spogliata di tutto, sola con le tue fragilità e paure, è normale creare un legame con medici, infermieri e altri pazienti. Si condivide tutto senza filtri. Non c’è una ricetta su come affrontare queste cose, ma arrivo a dire che è quasi un’opportunità per pensare a se stessi, ai propri sogni, a ciò che si vuol realizzare, a cosa si ha e cosa ci manca.”
Paola, che ha sempre sognato di avere una famiglia, inizia il ricovero con la crioconservazione degli ovociti. Poi, dopo il primo ciclo di chemioterapia, rientra a casa il 30 aprile. A fine maggio tornerà in ospedale per la chemio di consolidamento, una permanenza più breve questa volta; ma il suo è un percorso preparatorio al trapianto, che effettua il 26 luglio.
“Sono stata molto coraggiosa. Prima del trapianto ho cercato di fare tutto quello che mi era possibile, correre in bici, fare l’unica nuotata dell’estate, camminare in alta montagna… ma dopo il trapianto è stata dura; dopo quasi un mese – mancavano pochi giorni per le dimissioni – ho avuto un crollo, come se l’adrenalina sentita fino a quel momento fosse finita e avessi paura di tornare alla vita ‘normale’. Dopo, però, ho pian piano ri-
preso le mie abitudini, e sono riuscita a prendermi i miei spazi, spesso più felice di un tempo.”
La voce trema durante il racconto di Paola, gli occhi sono lucidi e trasmettono tutto ciò che si porta dentro. Una nuova donna con le sue consapevolezze, che oggi ha scelto di attivarsi in prima persona per ricordare l’importanza della ricerca, diventando testimonial del 5 per mille ad AIRC. “La ricerca è stata fondamentale per il mio percorso terapeutico e per la mia ripresa. So bene che ciò che è possibile oggi non lo era anni fa. Gli studi possono continuare solo grazie a un impegno continuo. Sostenerli destinando il 5 per mille ad AIRC rappresenta una scelta importante, oggi più che mai.”
Per devolvere il 5 per mille ad AIRC è sufficiente inserire il codice fiscale 80051890152 nello spazio dedicato all’interno della propria dichiarazione dei redditi. IL TUO 5 PER MILLE
Azalea della Ricerca
L’AZALEA DELLA RICERCA, UN LAVORO DI SQUADRA
a cura della redazione
Dal 1984 AIRC promuove l’Azalea della Ricerca, in occasione della Festa della Mamma, per raccogliere fondi a sostegno della ricerca sui tumori che colpiscono le donne e per sensibilizzare il pubblico sull’importanza della prevenzione. Anche grazie ai progetti di ricerca finanziati da AIRC, oggi 2 donne su 3 superano i 5 anni dalla diagnosi di cancro. Ma sostenere medici, ricercatrici e ricercatori che lavorano per rendere curabili tutti i tumori che colpiscono le donne rimane una priorità, con l’obiettivo di trovare cure più efficaci e meno invasive e restituire a tutte le pazienti i propri sogni e progetti di vita. Anche quest’anno i volontari AIRC sono tornati a raccogliere fondi in più di 3.500 piazze italiane distribuendo le iconiche piantine di azalea, simbolo della salute femminile. Oltre ai volontari, bisogna ringraziare anche le aziende partner che hanno contribuito alla riuscita dell’iniziativa e che sostengono la ricerca sui tumori che colpiscono le donne, aiutando AIRC
ad amplificare i messaggi di prevenzione. Banco BPM, partner istituzionale, ha rinnovato il proprio impegno per favorire la divulgazione scientifica e il coinvolgimento del pubblico nel supporto alla ricerca sui tumori che colpiscono le donne, con iniziative che si inseriscono in una più ampia visione di responsabilità sociale di impresa per coinvolgere i dipendenti, le loro famiglie, i clienti e le comunità locali. Grazie anche alle reti Imprese Retail e Corporate di Banco BPM, che si sono attivate per un’ulteriore chiamata all’azione delle aziende clienti a supporto della ricerca. Molte aziende hanno scelto di sostenere la ricerca insieme ad AIRC, con contributi concreti destinati a progetti e borse di studio. Maire, per il terzo anno consecutivo, finanzia la borsa di studio del ricercatore Angelo Velle dedicata al tumore ovarico. Anche quest’anno Mitsubishi Electric ha rinnovato il suo impegno, sostenendo la borsa di studio del ricercatore Leonardo Morelli sui tumori che colpiscono
PASSI CHE FANNO LA DIFFERENZA: AIRC ALLA RUN ROME THE MARATHON
Il 22 marzo 2026, alla Run Rome The Marathon, tanti runner fundraiser hanno scelto di correre per AIRC, trasformando ogni passo, respiro e metro percorso in un gesto concreto a sostegno della ricerca sul cancro. Una partecipazione intensa, che ha reso ancora più significativo l’impegno nella raccolta fondi, l’energia e la gioia condivisa. Un ringraziamento speciale ai team di Cassa Depositi e Prestiti, ASD Active Life, ICE Data Services, Bip Group; agli staffettisti provenienti da tutta Italia e dal Belgio; e a tutti i maratoneti che hanno contribuito a rendere questa giornata straordinaria.
le donne. Il Gruppo Magis sostiene una nuova borsa di studio triennale. Dal 1° al 10 maggio, i clienti PayPal potranno donare 1 € al momento del pagamento grazie al programma Give at Checkout. A queste aziende si aggiungono numerose realtà imprenditoriali italiane, che hanno scelto di sostenere la ricerca attraverso le piantine di azalea AIRC per omaggiare dipendenti e clienti oppure organizzando un punto di distribuzione in azienda.
I tuoi momenti di gioia fanno la differenza.
Idee Solidali AIRC
Celebra le tue occasioni speciali con un semplice gesto che ha un grande valore. Scegliendo le bomboniere e le partecipazioni AIRC , dai il tuo sostegno alla ricerca .
Per scoprire tutte le Idee Solidali AIRC, inquadra il QR-Code, vai su shop.airc.it o scrivi a ideesolidali@airc.it
Matteo e Serena per il loro matrimonio hanno scelto le bomboniere AIRC.