Enrico Cernuschi: “La mancata invasione di Rodi e Lero nei piani dell’Ammiragliato, 1938-1940"

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ENRICO CERNUSCHI GIOCHI DI GUERRA NELL’EGEO La mancata invasione di Rodi e Lero nei piani dell’Ammiragliato, 1938-1940 - Rivista Marittima, giugno 1997 [ripreso in: http://www.betasom.it/forum/index.php?/topic/47271-giochi-di-guerra-nellegeo-ecernuschi/&tab=comments#comment-515317]

“ Veritas filia temporis ” (Aulo Gellio) Secondo Arnaldo Fraccaroli, letterato e giornalista italiano della prima metà di questo secolo, nonché padre di Aldo, il noto storico e fotografo navale: ”La parola è stata data da Dio agli uomini per permettere loro di nascondere meglio il proprio pensiero”. Probabilmente il Comandante Stephen W. Roskill, celebre autore di “The War at Sea”, la storia ufficiosa della Royal Navy durante la Seconda Guerra Mondiale, edita dall’Her Majesty Stationary Office tra il 1954 e il 1961, era nello stesso ordine di idee quando scrisse che: ”...sarà opportuno menzionare qui un’altra deficienza di cui la Royal Navy soffriva nel 1939. Nonostante la frequenza con cui, negli ultimi tre secoli, abbiamo dovuto condurre spedizioni militari oltremare e sbarcare su coste ostili, l’importanza delle operazioni anfibie come mezzi per sfruttare i benefici del potere marittimo sembra che sia stata completamente ignorata tra le due guerre. Pochissimo addestramento era stato dedicato a questi compiti specializzati mentre nessuna dottrina interforze era stata sviluppata dalle varie FFAA; nel 1939 avevamo appena cominciato a costruire alcuni degli speciali tipi di imbarcazioni necessarie per tali operazioni .”.[1] In realtà, una volta dato per scontato che le operazioni anfibie sono forse la più evidente proiezione del dominio del mare, lo studio - nel più ampio contesto della situazione internazionale dell’epoca - dell’autentica storia delle “Combined operations” inglesi tra le due guerre permette di ricostruire, al di là della pur interessante origine di numerose soluzioni progettuali e dottrinali ancora oggi alla base delle moderne operazioni anfibie, la vera trama dei complessi rapporti esistenti tra Roma e Londra nella seconda metà degli anni Trenta. Diventa inoltre possibile individuare il momento esatto in cui la logica delle cose e la volontà degli uomini trasformarono la “tradizionale amicizia” anglo-italiana in un improcrastinabile conflitto per il controllo del Medio Oriente, secondo le linee di una catena di eventi apparentemente casuali -e ancora oggi incomprensibili al grosso pubblico- ma, in realtà, indissolubilmente legati alla complessa e silenziosa natura del potere marittimo e delle sue leggi. Alla ricerca di una strategia, 1935-38 Nonostante il traumatizzante ricordo del disastroso sbarco anglo -francese di Gallipoli, nel 1915, i vertici delle FFAA britanniche avevano sviluppato per il 1931 una limitata dottrina comune in caso di sbarchi contrastati su costa nemica. A sua volta la Royal Navy, aveva progettato e realizzato, sia pure con gli spiccioli dei propri risicati bilanci postbellici, tre innovativi mezzi da sbarco dotati di rampa prodiera del tipo “ MLC(10) ”, da 20 t standard e 32 a pieno carico. Le nuove unità potevano trasportare fino a cento uomini equipaggiati o materiali vari per 10 tonnellate. Questi mezzi, ovviamente incapaci di lunghe navigazioni autonome, erano destinati ad essere rizzati sulla coperta dei trasporti truppe, venendo quindi filati in mare in prossimità delle coste avversarie. Gli “MLC”, secondo la nuova dottrina interforze inglese, erano destinati ad eventuali “colpi di mano”, da condurre a livello di compagnia o, al massimo, di battaglione. La realizzazio ne di queste sia pur modeste navicelle era di per sé notevole in quanto, con la sola eccezione della R. motocisterna Adige, di poco precedente, e delle successive, analoghe unità classe “Sesia” (Comunemente dette ”sbarcatruppe”)[2] , si trattava delle prime unità anfibie realizzate in serie tra le due guerre. Tuttavia la scarsa velocità delle “MLC”(5 nodi, col favore del ve nto e a macchina indietro!), la loro notevole rumorosità, favorita dall’infelice scelta della propulsione a idrogetto, e la mancanza di protezione fecero sì che questo primo tentativo di mezzo da sbarco, dalla carena a forma di uovo, fosse presto abbandonato, al pari di qualsiasi velleità anfibia, nonostante

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